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ELEZIONI EUROPEE 2014

 

The number of seats gained by each party appears on the screen of the hemicycle of the European Parliament, in Brussels, during the announcement of the European elections results on May 25, 2014. (AFP Photo / John Thys)Per taluni, le elezioni europee 2014  costituiscono  uno shock.

Non si può negare che, per la prima volta:

-il primo partito inglese non è, nè liberale, né conseervatore, né laburista, bensì nazionalista/imperialista (UKIP);

-il primo partito francese non è né  gollista, né socialista, bensì nazionalista/giacobino (Front National);

-il primo partito greco non è , né socialista, né conservatore, bensì di estrema sinistra (Syriza).

Tutti gli altri risuultati possono essere interessanti, ma non sono certo comparabili con questi.

E, difatti, non si sono modificate le più importanti previsioni formulate alla vigilia,a cominciare dal conflitto, già iniziato, fra socialisti e popolari circa l’ interpretazione, da un lato, del risultato delle elezioni, e, dall’ altro, circa il preteso “patto”  sulla nomina del Presidente della Commissione.  Conflitto che è puntualmente esploso  fra Juncker, Schulz e La Merkel, fra Parlamento e Consiglio. Dimostrando che anche la pretesa possibilità dei cittadini europei di scegliere direttamente  il Presidente era una menzogna, o, almeno, solo una mezza verità.

1. Si mantiene, e,anzi, si rafforza, il  multipolarismo

Occorre distinguere la valutazione di questi risultati da due diversi punti di vista:

-da quello della politologia;

-da quello dei contenuti .

Dal punto di vista politologico, le elezioni non modificano il quadro  europeo, in quanto le tendenze dominanti  che si sono evidenziate erano presenti già in precedenza:

-dominio dei partiti “mainstream” (popolari, socialisti, liberali);

-indispensabilità di una “Grande Coalizione” (PPE, P&S, ALDE),

-difficoltà di determinarne il leader a causa del modo ipocrita con cui erano stai fatti gli accordi sulla pretesa ‘”elezione diretta”;

-rappresentanza modesta delle opposizioni, di destra e di sinistra, moderate e radicali, le quali, per quanto rafforzate dall’ elezione del 2014, rappresentano comunque complessivamente circa  il 30% circa dei seggi,  garanzia minima per la democraticità di un sistema partitico.

Riteniamo infatti, in netto contrasto con i cantori del bipolarismo, che, per l’Europa, non possa esserci che un multipolarismo capace di rappresentare l’enorme pluralismo culturale  che ci ha sempre caratterizzati (da Stirner a Trockij,da  de Maistre a  Mussolini, da Saint-Simon a Lenin,  da Trubeckoi a Croce, da Monnet a De Gaulle, da Spinelli   a Brandt, da Giovannio Paolo II a  Papa Francesco)- e che, quindi, nelle varie assemblee del Continente , debba essere rappresentata  almeno  una dozzina di raggruppamenti, corrispondenti alle principali tradizioni politiche:  estremismo di sinistra e conservatorismo islamico;  neo-liberalismo e  destra tradizionalistica; Europa dei popoli e  socialdemocrazia; eurasiatismo e conservatorismo; cristianesimo sociale e   federalismo europeo, ecc..

Dal punto di vista dei contenuti, Le elezioni non hanno non solo dato, ma neppure tentato di dare, quella  risposta  circa l’ identità dell’ Europa,che, a nostro avviso, sarebbe stata necessaria per rilanciare il processo di integrazione. Di fatto,tutta la classe dirigente, ivi compresi gli Euroscettici, è, sostanzialmente  concorde nella sua censura a qualunque riferimento a una vera  cultura europea. Grazie alla censura di ogni serio dibattito culturale,  si continuano a fare affermazioni assurde, come quella che l’ Europa abbia realizzato un eccezionale peroiodo di pace (“che, semmai, è effetto dell’ equilibrio del terrore fra Russia e America”).Inoltre, dal 1951 ad oggi, abbiamo combattuto una ventina  di guerre, fra cui quella sempre più sanguinosa e pericolosa in corso in questo momento in Ucraina. Si continuano a confondere i valori europei con quelli americani.Si continua a ignorare il desiderio d’Europa espresso dai Russi e dei Turchi proprio in questi uiltimi decenni, e deliberatamente sprezzato. Si compiono autentici sabotaggi agli interessi economici dell’ Europa, come per esempio le attuali sanzioni contro la Russia, che, da sole, stanno per provocare un’ l’ulteriore caduta di vari punti percentuali del nostro PIL  , mentre, invece, costituiscono un vantaggio, non solo per l’ America (che può lanciare il suo “shale gas”), ma perfino per la stessa Russia, che può così impedire ai suoi oligarchi ogni accordo sottobanco con gli Occidentali, reimportare dei capitali, eliminare dal mercato russo alcuni  prodotti occidentali, come GPS e carte di credito, sostituendoli con la concorrenza locale, e ha potuto addirittura firmare con la Cina il più grande affare del secolo, impegnando per trent’anni  il gas russo con un cliente diverso dall’ Europa.-

2. Uno “smottamento  tettonico”.

Nonostante la relativa irrilevanza complessiva, nel breve termine, dei risultati di queste elezioni, riteniamo che esse  abbiano comunque  un significato importante per l’ Europa in quanto sintomo di uno “smottamento tettonico” di lungo periodo  verso il pluricentrismo in Europa e nel mondo. Pluricentrismo ben espresso in concreto dal fatto che praticamente tutti i partiti di opposizione etichettati come “euroscettici” sono, in politica estera, contrari all’inasprimento delle sanzion contro la Russia, e, quindi, sostanzialmente, critici verso una visione monolitica eautolesionistica  dell’ “Occidente”.

Quae sarà  il prossimo passo verso il pluricentrismo? Martin Jacques  nel suo  “When China Rules the World”, aveva   dato,una risposta assai “tranchante”,  tentando  di contestualizzazare l’ idea confuciana del Da Gong, vale a dire  quel momento in cui “Se il Paese di Mezzo è in ordine,  l’ Ecumene è in ordine”. Molti si chiedono in quale forma si presenterà tale  egemonia  globale del mondo  ” confuciano”, visto che, come ha osservato lo stesso Presidente Obama, il semplice “sorpasso” del PIL americano non sarebbe a ciò sufficiente, stante la rilevanza prevalente degli aspetti culturali.  A nostro avviso, la centralità del San Jiao (Buddhismo, Taoismo, Confucianesimo)n come chiave di lettura del conflitto fra Modernità e Postmodernità si imporrà   invece, ben al di là del sorpasso del PIL, proprio come risposta all’ incapacità della cultura occidentale di immaginarsi quella Fine della Storia, che, in realtà, è già dietro  l’angolo. Sarà così che  il mondo, e, in primis,l’Europa e la Russia, dovranno per forza ricorrere, come a un “Supplemento di anima” alla saggezza dell’Oriente .

Già Dostojevsjij aveva anticipato questo smottamento culturale , quando aveva affermato: (i) che la bellezza avrebbe salvato il mondo; (ii) che il destino della Russia sarebbe stato di andare verso Oriente.Come ultimo baluardo contro il dominio della tecnica, si affermerà  la volontà disperata di quella bellezza che è propria della cultura e della religione. Proprio per questo, un peso crescente nell’ equilibrio mondiale sarà assunto dall’ alleanza fra Cina e Russia,  anticipata dal supercontratto sul gas. Ambedue i Paesi stanno infatti rivalutando nel contempo le loro culture e religioni tradizionali, offuscate prima dal modernismo e dal socialismo reale, poi dall’accettazione acritica della globalizzazione occidentale.

Ma anche l’ Europa sta andando impercerttibilmente verso Oriente. La sua crisi inarrestabile potrebbe essere arrestata  solo da un accresciuto interscambio con la rinnovata ricchezza  della Cina.Nel frattempo, si  rivalutano le forme di integrazione -di successo-  dello “spazio eurasiatico”, mentre     la critica   delle retoriche occidentalistica dell’ Unione  Europea  porta alla frantumazione degli equilibri consolidati negli e fra gli stati Membri. Nonostante la guerra e le sanzioni, si afferma l’esigenza della Russia come “partner necessario” in Europa. Tutti i protagonisti del presente momento politico  hanno oramai, nella Russia, un interlocutore inaggirabile  : dal “Movimento Nazionale” del Donbass a Angela Merkel; dal nuovo presidente ucraino Poroshenko   a  Marine Le Pen; da  Farage alla Lega. Immediatamente dopo le elezioni, c’è stata anche  una telefonata sull’ Ucraina fra Renzi e Putin.

3. Sulla riforma dell’ Unione

Dire che l’Unione non dispone delle necessarie competenze  per muoversi in un mondo siffatto costituisce un luogo comune e un eufemismo. Quello che accomuna oggi  USA, Cina, Russia e Brasile è infatti innanzitutto la loro  “Presidenza Imperiale”, in cui il Presidente della Repubblica si occupa di tutto, dai sistemi missilistici alla cultura, dallo spionaggio alla sanità, dall’ Ucraina al salvataggio delle imprese, alla vendita di aereoplani e quella del gas. Invece, quando ci si incontra a uno dei soliti  vertici, per conto dell’ Europa si presenta una pletora di personaggi, dell’ Unione e degli Stati Membri. Come è possibile adottare tempestivamente decisioni autorevoli ed incisive, per esempio sulla moneta, sulla guerra e sulla pace? Come è possibile negoziarli in tempo reale con le potenze mondiali?  E’ per questo che questioni oramai approfondite fino alla nausea, come le votazioni  a maggioranza, il  Quantitative Easing o il plafond del 3% al rapporto deficit/PIL, non vengono poi mai realizzate.

Non parlamo poi dell'”autonomia della BCE”, che non esiste in nessuna parte del mondo, dove è dovunque evidente cjhe la banca centrale attua le politiche del Presidente.

E’ gravissimo, a nostro avviso, che ci si preoccupi maniacalmente e antidemocraticamente della “governabilità” degli Stati membri, che si tenta di rafforzare con ogni genere di alchimie, e poi invece non si veda questa totale anomia dell’ Unione.

Ed è seempre per questo che  le varie proposte di Trattato Europeo per riformare le istituzioni lasciano il tempo che trovano. Esse non si occupano, infatti, di questo fondamentale problema che è il ruolo del Presidente.

Essendosi oggi  incancreniti tutti problemi dell’ Europa  senza che vi si sia data mai una risposta,  occorre dunque oramai affrontare una serie di temi sempre più scottanti, che tutti si guardano bene dall’abbordare , dai poteri del Presidente al controspionaggio europeo, dalla programmazione economica ai Progetti Europei.

Invece degli Euroscettici, che si limitano a criticare tutto ciò che cìè, e dei pseudo-europeisti, che fanno di tutto per modificare il meno possibile questo stato di cose intollerabile, ci vorrebbe un Movimento Europeo che “tenesse sotto controllo” il comportamento dei Partiti Europei, degli Stati Membri e delle Istituzioni, e confrontasse, giorno dopo giorno,   tali comportamenti con le cose che invece andrebbero risolte , scatenando anche movimenti di opinione, e  facendo  pressione per la loro realizzazione.

Per esempio, il Parlamento Europeo, con la sua risoluzione del 12/3/2014, aveva fissato un “cronoprogramma” per l’ Habeas Corpus Digitale, ma nessuno se ne è neppure accorto. 

In questo momento, crediamo che le cose importanti e urgenti per l’ Europa siano:

-un trattato internazionale sul controllo delle nuove tecnologie, che eviti una guerra totale  inavvertita, e, nel contempo, anche il superamento dell’ uomo da parte delle macchine;

-il blocco delle sanzioni alla Russia;

-un grappolo di “Progetti Europei” per le imprese di alta tecnologia;

-il blocco del Trattato TTIP in attesa di un accordo globale sulle nuove tecnologie;

-il rafforzamento dei poteri del Presidente.

4.Il nostro contributo

Tutti i “Quaderni di Azione Europeista” in generale, e le “1000 Tesi sull’ Europa” in particolare, ccontengono l’enumerazione e la disamina di questi punti e di queste proposte.

Il nostro punto di partenza consisterà, dunque, nel diffonderne la conoscenza e nel suscitare, attorno ad essi, un dibattito:

-attraverso la fdiffusione via web;

-attraverso presentazioni e dibattiti;

-attraverso la presentazione ai nuovi parlamentari e alle nuove istituzioni;

-attraverso il passaparola.

Invitiamo tuttio i nostri amici a contribuire a quest’opera di diffusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ELEZIONI EUROPEE 2014

 

The number of seats gained by each party appears on the screen of the hemicycle of the European Parliament, in Brussels, during the announcement of the European elections results on May 25, 2014. (AFP Photo / John Thys)Per taluni, le elezion i europee hanno costituito  uno shock. Infatti, per la prima volta:

-il primo partito inglese non è, nè liberale, né conseervatore, né laburista, bensì nazionalista/imperialista (UKIP);

-il primo partito francese non è né  gollista, né socialista, bensì nazionaliasta/giacobino (Front National);

-il primo partito greco non è oramai, né socialista, né conservatore, bensì di estrema sinistra (Syriza).

Tutti gli altri risuultati possono essere interessanti, ma non sono comparabili con questi.

E, difatti, essi non modificano le più importanti previsioni formulate alla vigilia,a cominciare dal sicuro conflitto fra socialisti e popolari nell’ interpretare, da un lato, il risultato delle elezioni, e, dall’ altro, il preteso “patto”  sulla nomina del Presidente della Commissione.  Conflitto che è puntualmente esploso  fra Juncker, Schulz e La Merkel. Dimostrando che anche la pretesa possibilità dei cittadini europei di scegliere il Presidente era una menzogna.

1. Si mantiene il multipolarismo

Dal nostro punto di vista, occorre distinguere la valutazione di questi risultati da due diversi punti di vista:

-da quello della politologia;

-da quello dei contenuti politici.

Dal punto di vista politologico, le elezioni non modificano il quadro politico europeo, in quanto le tendenze che si sono evidenziate erano presenti già in precedenza:

-dominio dei partiti “Mainstream” (popolari, socialist, liberali);

-indispensabilità di una “Grande Coalizione” (PPE, PSE, ALDE),

-difficoltà di determinarne il leader a causa del modo ipocrita con cui erano stai fatti gli accordi;

-rappresentanza modesta delle opposizioni, di sestra e di sinistre, moderate e radicali, le quali, per quanto rafforzate dall’ elezione del 2014, rappresenta comunque appena il 30%,  democraticità di un sistema politico.

Infatti, in netto contrasto con i cantori del bipolarismo, riteniamo che, per l’Europa, non possa esserci che un muultipolarismo che rappresenti l’enorme pluralismoculturale  che ci ha sempre caratterizzati (da Stirner a Trockij,da  de Maistre a da Mussolini, da Saint-Simon a Lenin,  da Trubeckoi a Croce, da Monnet a De Gaulle, da Spinelli   a Brandt, da Giovannio Paolo II a  Papa Francesco- che, quindi, nelle varie assemblee, debba essere rappresentata  circa una quindicina di raggruppamenti:  estremismo di sinistra e conservatorismo islamico,  sinistra pura e dura alla Trockij e destra rivoluzionaria , una sinistra d’ordine e una destra tradizionalisica alla De  Maistre; u sinistra riformistica  e eurasiatismo sul genere di Trubeckoj, destra conservatrice e centro-sinistra tecnocratico; E uropa dei popoli, sul modello di De Gaulle e un cattolicesimo tradizionale, socialdemocrazia nordica  e un pensiero sociale cristiano e, in ogni caso, un  federalismo europeo intransigente.

Dal punto di vista dei contenuti, Le elezioni non hanno non solo dato, ma neppure tentato di dare una risposta sull’ identità europea, per il semplice fatto che tutta la classe dirigente, ivi compresi gli Euroscettici, è, di fatto,  solidale nella censura a qualunque riferimento alla cultura europea. Si continuano a fare affermazioni assurde, come quella che l’ Europa sia nata da un desiderio di pace, mentre, dal 1951 ad oggi, abbiamo combattuto una ventina  di guerre; si continuano a confondere i valori europei con quelli americani; si continua a ignorare il desiderio d’Europa dei Russi e dei Turchi, si compiono autentici sabotaggi agli interessi economici dell’ Europa, come per esempio le sanzioni contro la Russia, che, da sole, provocano l’ulteriore caduta del nostro PIL di vari punti percentuali, mentre, invece, costituiscono un vantaggio non solo per l’ America (che può lanciare il suo “shale gas”), ma anche per la Russia, che può impedite ai suoi oligarchi ogni accordo sottobanco con gli Occidentali e può eliminare dal mercato russo alcuni  prodotti occidentali, come GPS e carte di credito, sostituendoli con la concorrenza locale.-

2. Uno smottamento  tettonico.

Nonostante la relativa indifferenza complessiva, nel breve termine, dei risultati di queste elezioni, riteniamo che esse  abbiano un significato importante per l’ Europa in quanto sintomo di uno smottamento tettonico di lungo periodo  verso il pluricentrismo in Europa e nel mondo. Pluricentrismo ben espresso dal fatto che praticamente tutti i partiti di opposizione etichettati come “euroscettici” sono, in sostanza, filorussi, e, quindi, si aggiungono come uletriore freno alle sanzioni.

Quae sarà  il prossimo passo? Martin Jacques ha  dato una risposta “tranchante”: “When China Rules the World”, che altro non è se non un tentativo di contestualizzazione delle idee di Confucio sul Da Gong, vale a dire su quel momento in cui “Il Paese d Mezzo è in ordine; l’ Ecumene è in ordine”. A nostro avviso, tale ‘”egemia dolce” (Heping Fazhan) dei Valori Confuciani verrà  come risposta all’ incapacità della cultura occidentale ad immaginarsi la Fine della Storia, che però è già dietro l’angolo. Anche qui, il mondo, e, in primis,l’Europa e la Russia dovranno per forza ricorrere alla saggezza della Cina..

Già Dostojevsjij aveva anticipato questo smottamento , quando aveva affermato: (i) che la bellezza avrebbe salvato il mondo; (ii) che il destino della Russia sarebbe stato di andare verso Oriente. Infatti, contro il dominio della tecnica, si afferma la volontà di bellezza che è propria della cultura e della religione. E, d’altro canto, un peso crescente nell’ equilibrio mondiale è assunto dall’ alleanza fra Cina e Russia, ben simbolizzata dall supercontratto sul gas. Ambedue i Paesi rivalutano nel contempo le loro culture e religioni tradizionali.

Anche l’ Europa sta andando impercerttibilmente verso Oriente. La sua crisi inarrestabile si potrebbe  fermare  solo dinanzi la ricchezza della Cina. La furia disgregatrice dell’ Estremo Occidente si infrange così contro “il Muro Rosso” del Cremlino solo perchè dietro c’è la forza immensa dell’Impero di Mezzo.

Lo slittamento tettonico dell’ Europa porta a rivalutare le forme di integrazione -di successo-  dello spazio eurasiatico;  a  una critica   delle “retoriche occidentalistiche” dell’ Unione ;  alla frantumazione degli equilibri consolidati negli e fra gli stati Membri. E’ in tale frantumazione  che si afferma l’esigenza della Russia come “partner necessario” in Europa. Tutti i protagonisti del momento  hanno oramai un inaggirabile  punto di confronto  nella Russia: dal “Movimento Nazionale” del Donbass, al nuovo presidente ucraino Poroshenko; dagli Jobbik,a  Marine Le Pen, da  Farage alla Lega.

Questo slittamento è appena iniziato.

3,. Fine dell’ autocensura.

Da decenni stiamo tentando di scrivere una storia dell’ Identità Europea.Se non l’abbiamo, fino ad ora, mai completato  il “1 e il 2° Volum a, non è certo per l’assenza di contenuti  o d’ idee, né neppure perchè non ve ne sia oggi un obiettivo  bisogno. Al contrario,ciò  che ci trattiene  è che lo scopo di un’opera monumentale come questa è quello  di dare a un popolo (in questo caso, il Popolo Europeo) la sua autocoscienza. Quest’opera può essere compiuta solo per quel pèopolo e con quel popolo. Ma, fintantoché abbiamo il sentimento che quel popolo non voglia ancora  riconoscere le sue tradizioni, la sua storia,  saremo  estremamente riluttanti a proporgli il nostro punto di vista.

In ultima analisi, le infinite nazioni europee si sono viste imporre da manovre di vertice un'”identità Nazionale” prefabbricata, una “copia conforme” della Missione dell’ America. L’esempio più macroscopico è costitiotoo dall’Ucraina, il Paese tipoco del pluricentrismo , che  è stata invece assunta dall’ “establishment” quale simbolo stesso della equivalenza fra Europa e Occcidente.Non che quest’equivoco non sia stato ampiamente diffuso in ogni tempo, ché anzi, moltissimi, da Trockij a Mussolini, da Stalin a Hitler, da Spinelli a Jean Monnet, da Schuman a De Gaulle, da Putin a Erdogan,vi  sono vissuti deliberatamente .

Occorre cominciare ad avere il coraggio di dire la verità, sulla filosofia, sulla storia, sulla filosofia, sulla religione, sulla società, sulla politica, sull’ economia, sulla cultura, sull’ arte europei , senza timori reverenziali: dalla scoperta dell’ America  in poi, cultura europea e cultura occidentale si sono progressivamente divaricate, per esempio con il conflitto fra Gesuiti e Conquistatores, con la contrapposizione fra Santa Alleanza e Dottrina Monroe, fra culturalismo degli Europei e “progetto della globalizzazione”, ecc..

3. I risultati delle elezioni  e l’azione keynesiana.

Tutti coloro, da Marine Le Pen a Matteo Renzi, da Tsipras a Schulz, che si illudono che i problemi dell’ Europa si risolvano semplicemente immettendo liquidità sul mercato, si sbagliano di grosso.

Proprio lo studio della Banca d’Italia sulla storia economica dall’ Unità a Oggi, recentemente presentato al Salone del Libro, ha dimostrato che tanto l’ Italia del XX° Secolo, quanto le economie occidentali, crescono, nel lungo periodo, nella migliore delle ipotesi, del 2%, mentre la Cina sta crescendo da circa 70 anni talmeno tre volte tanto; inoltre, il tasso di crescita necessario per fare fronte all’ obsolescenza tecnica e alla manutenzione straordinaria è del 4%.

Certo che un’iniezione di liquidità potrebbe portare a una temporanea ” risalita”, ma solo una modifica strutturale della nostra economia potrebbe portarci a livelli comparabili alla crescita dei BRIC, e, comunque, a evitare il declino. Infatti, anche nella denegata ipotesdi che tornassimo a crescere di un 2%, continuerenmmo a discendere, nei confronti della Cina, del 5% l’anno, e comunque non riusciremo a manutenere il sistema al livello dello stato dell’ arte. Ci troveremmo, cioè, nella situazione degli Stati Uniti, che continuano inesorabilmente la loro discesa, e conoscono un degrado generalizzato.

Ora, la politica dei BRIC non è una politica keynesiana, basata esclusivamente sul deficit spending, come vorrebbero un pò tutti in Europa: è una politica economica proattiva e differenziata nei singoli momnenti storici e nelle singole regioni, accoppiando l’industria militare al finanziamebnto dell’ edilizia, la defiscalizzazione e la programmazione, la manovra della moneta al rialzo o al ribasso a seconda dei momenti.

Ci vorrebbe anche in Europa un governo centralizzato dell’ economia.

3. Sulla riforma dell’ Unione

Dire che l’Unione non dispone delle necessarie competenze  è un eufemismo. Quello che hanno USA, Cina e Russia è una “Presidenza Imperiale”, in cui il Presidente si occupa di tutto, dai sistemi missilistici alla cultura, dallo spionaggio alla sanità, dall’ Ucraina al salvataggio delle imprese. Quando ci si incontra al verticve, per l’ Europa artrriva una plertora di persone, dell’ Unione e degli Stati Membri, Come è possiile adottare tempestivamente decisioni autorevoli ed incisive?

Per questo motivo, le varie proposte di Trattato Europeo per riformare le istituzioni lasciano il tempo che trovano.

In queste proposte, occorrerebbe affrontare una serie di temi che tutti si guardano bene dall’ affrontare, dai poteri del Presidente al controspionaggio europeo, dalla programmazione europea ai Progetti Europei.

Invece degli Euroscettici, che si limitano a criticare tutto ciò che cìè, e dei pseudo-europeisti, che fanno di tutto per modificare il meno possibile, ci vorrebbe un Movimento Europeo che “tenesse sotto controlllo” il comportamento degli Stati Membri e delle Istituzioni, e comntrapponesse, momento per momento, al comportamento di questi le cose che invece andrebbero fatte, scatenando anche movimenti di opinione per fare presione per la loro adozione.

Oggi come oggi, crediamo che le cose importanti e urgenti siano:

-un trattato internazionale sul controllo delle nuove tecnologie;

-il blocco delle sanzioni alla Russia;

-un grappolo di “Progetti Europei” per le imprese di alta tecnologia;

-il blocco del Trattato TTIPin attesa di un accordo globale sulle tecnologie

-il rafforzamento dei poteri del Presidente.

In realtà, tutti i “Quaderni di Azione Europeista” in generale, e le “1000 Tesi sull’ Europa” in particolare, ccontengono l’enumerazione e la disamina di questi punti e di queste proposte.

Il punto di partenza consisterà, dunque, nekl diffonderne la conoscenza e nel suscitare, attorno ad essi, un dibattito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUADERNO n. 2-2014 100 TESI PER L’EUROPA

ASSOCIAZIONE CULTURALE/COLLANA
DIALEXIS

Quaderni di Azione Europeista

copertina 100 tesi (1)
Acquista ebook

QUADERNO n. 2-2014
100 TESI PER L’EUROPA
Fra  Elezioni Europee e Semestre Italiano

Prosegue la presentazione dei Quaderni di Azione Europeista elaborati dall’ Associazione, con il secondo quaderno, 100 Tesi per l’ Europa, Fra Elezioni Europee e Semestre Italiano.Questo Quaderno fornisce una panoramica a volo d’uccello sulle grandi problematiche dell’ Europa in questo passaggio fondamentale della storia del nostro Continente.

 Come noto,  Fra il 22 e il 25 maggio, si svolgeranno le Elezioni Europee, in un clima di disinteresse generalizzato per le tematiche propriamente europee. Il mondo politico è diviso fra, da un lato, una costellazione disordinata si “Euroscettici”, privi di qualunque programma comune, ma accomunati solamente dal desiderio di infliggere una sconfitta dei partiti tradizionali, e, dall’altro, questi ultimi, che chiedono, attraverso le elezioni, una sorta di conferma del loro operato (o meglio, della loro inattività).

Peccato che, già nel 2009, il partito maggiore sia risultato essere quello del “non voto”. Questo è gravissimo: come può una realtà nuova, com’è l’Unione Europea, affermarsi contro tutte le obiettive difficoltà, se non è sostenuta dall’ entusiasmo popolare?E, di converso, come potrebbero gli Europei entusiasmarsi per l’ Europa, quando gli stessi politici e media, che chiedono questa manifestazione di consenso, fanno di tutto per per coprire l’ Europa di discredito,  smorzando sul nascerre eventuali entusiasmi ? Eppure, l’Europa è più necessaria che mai, per le minacciose trasformazioni del mondo economico e sociale e per i pericolosi venti di guerra che si addensano nel cuore stesso del nostro Continente.

L’Associazione Culturale Diàlexis si è assunta l’ingrato compito di “fare il punto” sulla situazione, confrontando i problemi, le proposte dei vari soggetti politici e dei vari Autori sulle diverse sfide che attendono l’ Europa, e sulle diverse possibili risposte alle medesime,  condensandole in 100 Tesi, che possono essere lette come una proposta per il Parlamento Europeo, la Commissione e il Semestre Italiano (link).

 

Eros e Morte nella breve vita di Cesare Pavese

Cesare PaveseAnche a novembre la saletta eventi di Alpina ha ospitato un imperdibile appuntamento con la cultura: serata-dibattito sul Mito nella cultura di Pavese.

Cuore pulsante dell’evento è stato l’intervento del prof. Marcello Croce, “Eros e morte nella breve vita di Cesare Pavese”, già pronunciato in occasione del convegno per il centenario della nascita dello scrittore piemontese, organizzato a Bucarest dall’Accademia di Romania, dalla Fondazione Cesare Pavese, dall’Associazione Poesia Attiva e dalla RoAsIt, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Romania.

Nelle parole di Marcello Croce, una lettura approfondita delle opere di Pavese e un percorso inedito nella letteratura italiana del Novecento: dalla sensibilità tragica di D’Annunzio all’esistenzialismo di Pasolini, attraverso l’esperienza letteraria dello scrittore piemontese.

Leggi l’intervento di Marcello Croce a Bucarest: “Eros e morte nella breve vita di Cesare Pavese” >

Guarda il video della serata

Proposte per la legislatura 2014-2019

Il 22 Maggio 2014, avranno luogo le elezioni europee, in un momento drammatico, caratterizzato da:

  • tensioni geopolitiche e militari gravissime in Europa Centro-Orientale e in Estremo Oriente;
  • l’intensificarsi della lotta a livello mondiale contro la Società del Controllo Totale;
  • un declino dell’ Europa che sembra inarrestabile;
  • la volontà diffusa di riprendere il cammino dell’ integrazione, spezzato dall’assurdità delle scelte europee degli ultimi 25 anni, e dalla conseguente rinazionalizzazione delle politiche europee.

Eppure, fino al 1° Gennaio 2014, dai Partiti Europei, non abbiamo ottenuto nulla più che la candidatura di Martin Schulz come candidato del PSE, e un fantomatico  manifesto del Front National, ma non invece la seppur minima informazione circa i loro programmi  né le loro alleanze, né sugli altri candidati. Lo stesso programma tedesco di governo non contiene che poche, e non significative, parole a questo riguardo.

Certo, la maggior parte degli uomini politici afferma di voler rilanciare l’integrazione europea, e perfino gli Euroscettici dicono di volerla ricostruire su nuove basi, ma né gli uni, né gli altri, sono in grado di proporre se non idee, personaggi e soluzioni che sono state più volte tentate, ma senz’alcun risultato.

Vi è quindi il forte rischio che i programmi che ci saranno presentati siano solo rifritture di facciata elaborati all’ultimo momento, che le alleanze vengano fatte ex-post solo per motivi di numeri e di poltrone, che i candidati siano scelti più per ragioni di politica interna che di politica europea.

Poiché riteniamo invece che sia impossibile prescindere da una politica, che l’organizzazione politica richieda un legame con il territorio; che le tensioni a rendano impossibile ai territori di contare nelle grandi scelte se non hanno la necessaria dimensione culturale, territoriale, demografica, economica e militare, riteniamo che sia necessario il rilancio della “Grande Politica” in Europa, senza essere vincolati ad alcun binario prestabilito.

In base a queste considerazioni, la nostra Associazione si è presa la briga di raccogliere una serie di considerazioni sui vari punti scottanti della politica europea, focalizzando l’attenzione soprattutto sulle possibili soluzioni ai problemi più urgenti, che, a nostro avviso, sono:

  • l’Identità Europea,
  • i rischi delle nuove tecnologie,
  • il declino economico e sociale.

Abbiamo anche tentato di prendere in conto i prgrammi di altre associazioni, ove necessario citandoli e criticandoli motivatamente. Ci sembra per altro che nessuno abbia affrontato i veri problemi e le vere urgenze, operando il solito “ collage” di vecchie affermazioni ideologiche.

Ovviamente, questi appunti non sono brevettati. Anzi, vengono diffusi quanto più possibile nella speranza che i partiti e i candidati se ne ispirino. Non ci illudiamo per altro che i diversi Partiti Europei e i  singoli candidati li facciano propri, e, d’altro canto, ci sarebbe davvero da preoccuparsi se tutti i partiti europei condividessero fra di loro tutti i punti di vista (come invece oggi molti vorrebbero, perché ogni idea, valore o soluzione che sconvolga l’attuale assetto del mondo viene non rifiutata, non combattuta, ma semplicemente ignorata). E, tuttavia, ci sembra di avere fornito, con questo sforzo, un utile promemoria di opinioni ortodosse, ma, soprattutto, eterodosse, partendo dal quale dovrebbe essere possibile avviare un costruttivo confronto.

copertina 100 tesi (1)

INDICE 100 TESI PER L’EUROPA

1. Il 2014 è un anno decisivo
PARTE PRIMA: L’IDENTITA’ EUROPEA 1
2. Non è possibile alcun’ integrazione dell’ Europa senza un’
Identità Europea
3. Ripartire dai Padri Fondatori.
4. Non c’è alternativa all’ Europa
5. “Le critiche nei confronti della UE non sono affatto antieuropee,
al contrario.”(Schulz)
6. L’Europa deve fare i conti con la propria storia
7. La storia d’Europa non è univoca
8. La repressione della Privacy deriva dall’Equilibrio del Terrore
9. Il mondo si sta difendendo contro l’omologazione tecnocratica.
10. L’EUROPA NON PUÒ ESSERE SOLO ECONOMIA
11. L’Europa rischia di divenire uno Stato totalitario
12. L’ idea di “Occidente” è una sintesi di integralismi messianici
13. L ‘Europa Globalizzata è sostanzialmente nemica della Pace
Perpetua
14. Prendere atto della decrescita.
15. Il ”Nord del Mondo” potrebbe (e dovrebbe) integrarsi, sì, ma su
un piede di parità.
PARTE SECONDA: PROPOSTE PER LA NUOVA LEGISLATURA
I. ACCELERARE L’INTEGRAZIONE EUROPEA

16. Il Movimento Europeo deve tornare a costituire la forza
propulsiva dell’ integrazione .
17. Chiarire nuovamente i rapporti tra Federalismo e Movimento
Europeo .
18. I Partiti Europei devono divenire parte integrante del
Movimento Europeo
19. Il “Semestre Italiano” dovrà darsi obiettivi strategici .
20. Semplificare e razionalizzare l’ “Europa a Cerchi Concentrici”
21. Sì alla leadership dei grandi stati Membri, no alla
rinazionalizzazione.
II. I “PRIMI CENTO GIORNI” 71
22. Coniugare progetti strategici e azioni immediate
23. Occorre fin d’ora una Presidenza forte
24. Urge una sede indipendente di riflessione .
25. Per la Politica Estera e di Difesa, occorrerebbe, inoltre, una
“Cellula di Riflessione” specifica.
26. Sottoporre ad attento scrutinio i nuovi trattati di libero scambio.
27. Occorrono investimenti d’urgenza “di qualità” / ”Intelligenti”
senz’attendere un nuovo (per quanto necessario) quadro di politica
economica europea.
28. E’ possibile e auspicabile un progetto urgente per le Alte
Tecnologie.
29. Un mandato non convenzionale al Presidente .
30. Un progetto d’urgenza per la cultura, il turismo e l’agricoltura,
destinato prioritariamente ai mercati dei BRICS .
31. Un mercato del lavoro basato su diritti, formazione, contratti a
lungo termine

PARTE TERZA: OBIETTIVI DI MEDIO-LUNGO TERMINE
I. LA RIFORMA DELLE ORGANIZZAZIONI
INTERNAZIONALI
32. Una lobby europea
33. Il federalismo mondiale non è un mondo angelico
34. Le Nazioni Unite dovranno “cambiare pelle”
35. La NATO e l’OCSE potrebbero costituire una Confederazione
Paneuropea .
36. Il Consiglio d’Europa potrebbe divenire la “Federazione fra le
Tre Europe”
37. L’Unione Europea dovrebbe tornare a chiamarsi “Comunità
Europea”.
II. IL PRINCIPIO DI SUSSIADIRIETA’
38. Attuare l’ Europa delle Regioni
39. Contrastare la “rinazionalizzazione” .
40. Le Macroregioni Europee dovrebbero definire aree omogenee,
che partecipino al governo dell’Europa.
41. Sfruttare tutte le potenzialità delle Euroregioni .
42. Rafforzare le Regioni, le Città e le campagne. .
III. LO “SPIRITO DELLE LEGGI” EUROPEE
43. Ribadire con chiarezza i diritti costituzionali.
44. La laicità è una conquista del Cristianesimo, e dev’essere quindi
con esso compatibile
45. Combattere l’omologazione del progetto postumanistico
46. Giuridicizzare il Principio di Precauzione.
47. Il disarmo in Europa come sottoprodotto del Controllo delle
Tecnologie

48. La forza dell’economia europea: il solidarismo.
IV. UN’AUTENTICA LOTTA PER I DIRITTI
49. Più modestia in materia di diritti
50. Le Dichiarazioni dei Diritti non sono “universali”, bensì
“subcontinentali” (Montaigne, Pascal, Montesquieu, Boas,
Benedict, Herskovits):
51. La Carta Europea dei Diritti: un’erosione dei diritti
costituzionali novecenteschi
52. Tornare a una politica di piena occupazione
53. Le Politiche sociali non possono ridursi agli “alti salari”.
54. Più che eguaglianza, meritocrazia .
55. L’”esportazione dei diritti umani” sta provocando guerre,
stragi, dittature, integralismi e immigrazione selvaggia.
56. Ripensare l’immigrazione e l’aiuto allo sviluppo .
57. Non confondiamo l’eguaglianza con una “discriminazione a
rovescio” ai danni dell’ “uomo naturale”
58. Il “Deficit di Democrazia” si supera con la partecipazione
59. La libertà di pensiero è minacciata innanzitutto dalla “cultura
mainstream” globalizzata.
60. Attuare il principio della Diversità Culturale
V. LA POLITICA ECONOMICA DELL’ EUROPA
61. Dire la verità sulla crescita
62. Dire la verità sull’ economia mondiale
63. Dire la verità sulle multinazionali.
64 . Eliminare le principali cause della crisi
65. Le ricette che vengono proposte dalle Istituzioni e dal mondo
politico sono inadeguate.
66. Creare finalmente l’ inesistente Politica Economica Europea

67. Occorre una “Programmazione Europea”
68. Dieci, cento, mille Airbus
69. Un “Fondo per lo Sviluppo e l’ Occupazione”?
70. Eliminare l’equivoco dei “Fondi Europei”
71. Speriamo nei BRICS
VI. I SETTORI STRATEGICI EUROPEI
72. Il primo settore strategico è la cultura
73. Una “ cultura europea” è possibile purch’essa sia dialettica .
74. Una politica culturale per l’ Europa
75. Rilanciare la creatività, liberandola dai dogmi pietrificati
76. La cultura quale motore dell’integrazione europea
77. La cultura come motore della Politica Estera e di Difesa Comune
78. Il Fondo Culturale Europeo partecipa alle iniziative culturali ai
vari livelli
79. Creare curricula per preparare i cittadini europei.
80. Favorire la mobilità intraeuropea
81. Evitare l’eccessivo tecnicismo
82. Creare un’immagine dell’ Europa fondata sulla differenza
culturale
83. Puntare sull’“orgoglio europeo”
84. Creare dei “Media Europei”
85. L’Europa deve divenire una destinazione turistica unitaria .
86. Gestire il territorio europeo in modo unitario
87. Unificare le attività sportive .
VII. LA POLITICA ESTERA DELL’ EUROPA
88. Inserirsi nel nascente multipolarismo

89. Prendere atto della “Guerra Senza limiti”
90. Elaborare una dottrina europea della politica estera e di difesa
91. Creare un web europeo .
92. Attuare L’Habeas Corpus Digitale .
93. L’Europa : catalizzatore di un mondo multipolare
94. Non già “Allargamento”, bensì “Completamento”
95. Porre le basi per un Esercito Europeo
96. Coordinare il Servizio Civile con il Volontariato, la “Garanzia
Giovani”, la Politica Estera e di Difesa, la Politica Economica e la
Politica Culturale Europee.
VIII. POLITICA SOCIALE EUROPEA
97. Riprendere la Carta Sociale Europea..
98. Garantire la sicurezza sociale
99. Il diritto sociale:uno “ius activae civitatis”
100. L’impresa europea si ispira alla “Concezione Istituzionale”

 

“La fine delle egemonie” di Antonio Mosconi

Antonio Mosconi - Unione Europea e Federalismo mondiale - CopertinaLa nuova stagione di incontri promossa da Alpina promette bene: piacevolmente stimolante la serata-dibattito sul nuovo libro di Antonio Mosconi, “La fine delle egemonie. Unione Europea e Federalismo Mondiale”, edito da Alpina per la Collana Einstein.

Il volume è stato presentato dall’Editore Riccardo Lala e da Lucio Levi, docente di Scienza Politica e Politica Comparata presso l’Università degli Studi di Torino, nonchè prefatore dell’opera.

L’Autore, anch’egli presente, ha illustrato al pubblico alcuni dei tanti temi di stringente attualità messi in campo dal libro, suggerendo interrogativi e riflessioni sul ruolo e il futuro dell’Europa nei nuovi (dis)equilibri globali, ingenerati dal crollo finanziario e dal progressivo aggravarsi degli assetti politico-militari nelle aree di crisi del mondo.

La serata è stata animata da un intenso dibattito e dalla vivace partecipazione dei presenti.

Vai alla scheda libro >

Antonio Mosconi - Unione Europea e Federalismo mondiale - widgetClicca sul widget de “La Fine delle Egemonie” e leggi il primo capitolo del libro. Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici sui principali social network o inviarlo come una semplice mail.

Guarda il video della serata:

Concerto di Ashwini Bhide Deshpande

Disponibile online il video dell’evento

Ashwini Bhide DeshpandeSuccesso di pubblico per il concerto torinese dell’artista indiana Ashwini Bhide Deshpande dello scorso 12 novembre, promosso da Alpina/Dialexis e da Poesia Attiva in collaborazione con l’Ambasciata dell’India in Italia e dell’Indian Council for Cultural Relation.

Cantante, strumentista e autrice, Ashwini ha deliziato i presenti, alternando brani originali a composizioni tradizionali della musica classica indostana. Ammaliante l’esecuzione virtuosistica dell’Abhang, canto devozionale in onore del Dio Vitthal, con cui l’artista ha chiuso il concerto.

Il concerto

Il saluto del delegato di Mercedes Bresso e del Consigliere Commerciale e Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Indiana in Italia, Dott. Mandarapu Subbarayudu.

Eros e morte nella breve vita di Cesare Pavese

di Marcello Croce

Pubblichiamo l’intervento di Marcello Croce al convegno organizzato a Bucarest dall’Accademia di Romania, dalla Fondazione Cesare Pavese e dall’Associazione Poesia Attiva e dalla RoAsIt, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Romania.

L’esperienza creativa di Pavese può essere considerata come un cammino esistenziale verso un arcaismo attinto attraverso il ritmo di respiro dei classici, ma in particolare della tragedia. Prendiamo in esame quel Paesi tuoi che nel 1939 assieme a Il carcere (però pubblicato quest’ultimo solo dieci anni dopo) costituisce il primo notevole sforzo narrativo dello scrittore, già comparso sulla scena letteraria italiana con la raccolta di poesie Lavorare stanca.

Questa sensibilità “tragica” lo inserisce in un filone importante del Decadentismo europeo, che nella letteratura italiana, soprattutto se pensiamo a un capolavoro come “La figlia di Jorio”, aveva avuto il suo maggiore interprete in G.D’Annunzio.

L’aura di “favola” (il mito ancestrale) e la coincidenza di eros e dolore come espressione di una umanità terrigena accomuna i due scrittori del Novecento italiano, che “respingono” la cifra immemore ed estraniante delle metropoli industriali per un mondo della “lontananza” del suolo pastorale o contadino, alla cui radice erompono i significati violenti e sacrificali dell’eros.

L’uscire dal tempo storico per ritrovare il tempo “tragico” è il senso di un’esperienza poetica, che entrambi gli scrittori hanno cercato – l’uno nell’Abruzzo pastorale, l’altro nella collina piemontese. Si tratta evidentemente di identici paesaggi di “favola”, sia fisici che spirituali. Per giustificare quest’ultima espressione ricordiamo che il paesaggio delle favole è luogo di memoria, teatro di un dramma antagonistico in cui spesso è in gioco il proprio sangue.

Si rifletta sul fatto che D’Annunzio “sdoppia” la figura dell’eros tra il pastore Aligi e suo padre Lazaro, contrapponendo l’esaltazione mistica del figlio alla passione torbida e bestiale del padre. Non è molto lontano da D’Annunzio il Pavese che “sdoppia” l’eros opponendo la sensualità sana di Berto, che è l’io narrante, all’incesto del “bestiale” Talino.

Nel caso di D’Annunzio il crimine verso il proprio sangue consiste nello stupro della donna del proprio figlio da parte di Lazaro di Roio e poi nel parricidio commesso da Aligi, in Paesi tuoi nello stupro e nell’atto violento e mortale compiuto sulla sorella da parte di Talino. Sia la Mila di Codro della tragedia dannunziana che la Gisella di Paesi tuoi sono vittime dell’eros ed entrambe sembrano essere immolate in un rito della fertilità. Il loro corpo si immedesima continuamente con la terra fertile o selvaggia per tutto il corso del dramma.

Del resto, che si tratti di eros e del suo legame col dolore e con la morte è testimoniato dal frequente antropomorfismo sessuale femminile che in Pavese ricorre nell’immagine della collina. Una cosa analoga si può osservare già nelle pagine di D’Annunzio, dove il paesaggio allucinato della mietitura corrisponde alla corporeità inquietante di Mila.

Il sacro è una potenza che lega gli esseri umani a uno spazio fisico in un misterioso senso sacrificale. Per esempio nell’Edipo a Colono di Sofocle, Antigone con il cieco Edipo pervengono in un luogo dove Antigone dice: “Questo spazio è sacro, ιρός”. Lì fa sedere il padre ma un viandante lo invita subito ad allontanarsi, perché quel χϖρος – quel luogo – è posseduto dalla divinità (le dèe dell’incubo, le Erinni). Più tardi in quei luoghi avverrà la morte misteriosa, certo di natura sacrificale, di Edipo.

Ora la potenza del sacro nella tragedia dannunziana e nel Paesi tuoi di Pavese è precisamente la stessa che suscita l’impulso dell’eros e che fa versare il sangue. Gli uomini appartengono alla fecondità e alla mortalità della natura fisica, che scorre, si può dire, nelle loro vene. Non è certo casuale che il sangue unisca nella duplice forma del desiderio e della violenza e questa riguardi spesso i “consanguinei”.

Al fondo di una sensibilità del genere c’è naturalmente il vitalismo, che suggestiona lo scrittore piemontese nel corso delle sue letture-traduzioni di romanzieri del calibro di Melville, Faulkner, Steinbeck. Ma il fondo è l’inesauribile vicinanza della religiosità arcaica dei greci, come attestano i Dialoghi con Leucò (ai quali in queste note per brevità non dedicherò che questi brevissimi cenni): cioè la potenza del sacro nelle passioni elementari dell’uomo, non ancora “addomesticato” dalla secolarizzazione, e nel sacrificio che viene vissuto come un “ritorno alla Madre” (L’ospite). E proprio perciò, l’uomo moderno che non può sfuggire al dominio della civiltà economica, dolorosamente e colpevolmente sente “la perdita del sacro” – come in un certo senso Prometeo dice a Eracle nel dialogo La rupe : “Quello che muore è la paura che t’incutono. Così è degli dèi. Quando i mortali non ne avranno più paura, gli dèi spariranno”.

Il sacro è dunque quello dei tragici, possessivo nella sua ritualità sacrificale e vendicativo con chi se ne separa affermando la propria individualità “razionale”. Si pensi a una tragedia come “Le Baccanti” e alla sorte che tocca al “razionalista” re Penteo.

Tutto ciò è interpretato da Pavese seguendo una sensibilità che era stato romantica prima e poi nietzschiana e quindi “decadente”. Quella di Pavese è una rivolta contro il trionfo moderno della civiltà “occidentale”, sia pure nella versione ancora “industriale” degli anni intorno alla Seconda guerra mondiale.

Si pensi in particolare, a questo proposito, al romanzo Il diavolo sulle colline, scritto nel 1948 e inserito con Tra donne sole e La bella estate nella trilogia che porta quest’ultimo titolo.

Ne Il diavolo sulle colline l’antitesi esplicita tra civiltà del sacro e secolarizzazione moderna ha come protagonisti l’io narrante con Oreste e Pieretto da una parte, e Poli e Rosalba dall’altra. La casa del Greppo sorge nel mezzo di una natura collinare prima coltivata poi selvaggia e diviene teatro di una fatale diversità conflittuale: i “milanesi” assieme alla coppia Poli-Rosalba sono portatori della dissacrazione totale e irreversibile della corporeità, non solo nella squallida festa orgiastica ma anche nella loro completa estraneità al luogo e alle sue potenze magiche. Rosalba per esempio fa il bagno di sole liberamente nuda sulla terrazza. Osserverò che invece la nudità dei tre studenti che fanno il bagno nel pantano ha il senso di un’identificazione con la terra-donna o la terra-madre, persino con il senso del peccato erotico, come appare nel dialogo:

“E’ che non sai cos’è una donna, – disse Pieretto.

-Ma nudo, -disse Oreste, – nel pantano ci stai?

Confessai che ci stavo, ma col fiato in gola. – Mi sembra di fare un peccato, -ammisi, – forse è bello per questo.

Oreste annuì sorridendo. Capii che eravamo ubriachi” ecc.

Del resto poco prima il padre di Oreste con un espressivo doppio senso aveva detto:

“…La terra è come la donna, ..voi siete giovanotti ma lo saprete a suo tempo. Tutti i giorni la donna ha qualcosa: ha mal di capo, ha mal di schiena, ha le lune. Ma sì, dev’essere l’effetto del mese, la luna che monta e che cala.”.

Poli fa uso di cocaina e ha perduto in sé fin dalla fine dell’infanzia il mistero del corpo. La sua automobile di lusso è straniera alle forme e al linguaggio di quella natura. La coppia “milanese” è portatrice dell’annuncio del nuovo tipo umano emergente attraverso la rivoluzione consumista: disinibito anche se disincantato perché ormai ha separato completamente la sessualità dalla sacralità dell’eros.

Invece, dall’altra parte, negli studenti “torinesi” (anche se Pieretto sostiene la parte del “razionalista”) si rivelano i tratti caratteristici di una civiltà che nel desiderio che si prova per una donna ha il senso della violazione. Non è solo, mi sembra, per il fatto che la Rosalba che attrae i due amici sia sposata a Poli. E’ il senso stesso dell’amore, che ha a che fare ancora con il puro e l’impuro, con la violenza e la colpa. Vi si deve vedere, come appare nell’esperienza di Oreste che paga il suo amore per Rosalba, il fondo inevitabilmente doloroso, posto che Pavese rappresenta la dolorosità dell’eros nel suo duplice rapporto con la bellezza e con la morte. Ed è proprio Poli ad averne consapevolezza, nel suo non poterla più condividere. Egli è alle prese con se stesso e basta perché è un uomo “senza più terra”.

C’è un momento in cui Poli, nella sua tormentata irrequietezza, parla di Dio:

”Poli aveva preso a dire, sogguardando, che se Dio era dentro di noi, non si vedeva il motivo di cercarlo nel mondo, nell’azione, nelle opere. – Se ci è dato di somigliargli, – mormorò, – a chi tocca se non all’uomo interiore?”.

Viene espressa insomma da parte del “corrotto” ma sensibile Poli la condizione di un uomo ormai solo più alle prese con se stesso: “Non mi chiedo se Dio esiste: mi basta essere libero, certo e felice come Lui. E per arrivarci, per essere Dio, basta che un uomo tocchi il fondo, si conosca fino in fondo”. Questo “fondo” è “la vita del senso”, come Poli sostiene poco oltre:

“C’è un valore nella vita del senso, nel peccato. Pochi uomini sanno i confini della propria sensualità .. sanno che è un mare. Ci vuole coraggio, e uno può liberarsi soltanto toccando il fondo”. Il suo è dunque un eccesso di esperienza.

Pieretto ribatte che “non ha fondo”. Poli risponde che “E’ qualcosa che trasporta oltre la morte”, dove si avverte tutto l’impotente estetismo che vorrebbe trattenere un’estrema speranza di sacro.

E’ esattamente il contrario di ciò che l’odierno mito della sessualità sbandiera nella sua implicita ideologia, di derivazione “utilitarista”: un sistema sociale in cui al più basso livello di dolore corrisponda il maggior grado possibile di piacere – un’ideologia morale basata sull’esclusione reciproca di piacere e dolore. E’ ben noto che la “scuola utilitarista” anglo-sassone (J.Bentham, J.Stuart Mill), che fu vicina ai “teorici”del capitalismo e del malthusianesimo, espose l’etica sociale della rivoluzione industriale. I cambiamenti avvenuti nel corso del 900 attraverso le guerre mondiali sono indubbiamente qualcosa di inedito e di irriducibile alle forme ottocentesche dell’etica dello Stato borghese: ma non lo sono se si guarda ai principi dell’utilitarismo etico. In fatto di sessualità, è vero che si è passati dal puritanesimo “repressivo” a quella forma di “liberazione” che ha portato dritto all’odierna sconsacrazione del corpo. Ma d’altra parte, non si dovrebbe forse sostenere che la “repressione” fosse “funzionale” al sistema di produzione industriale delle merci? E non si potrebbe dire, in modo altrettanto convincente, che la liberazione del sesso oggi svolga un’identica funzione?

Mi sia consentita un’apparente, breve digressione, usando dei concetti schematici che naturalmente servono solo a inquadrare dei problemi.

L’esistenza di Pavese (n. 1908) è segnata, attraverso le guerre mondiali, dal passaggio dall’epoca di un certo tipo di mobilitazione sociale a quella attuale “consumista”. Al vecchio modello – il cui fine dichiarato, esaltato come un vero e proprio mito, era quello del produrre e in cui la società si celebrava nella “eroicità” dello sforzo collettivo -, si sostituisce a poco a poco l’odierno modello “occidentale” a noi famigliare.

Al centro di una società durata in Italia press’a poco fino al secondo dopoguerra c’era la consacrazione del lavoro (nelle varie forme possibili al mondo: calvinista, cattolica, marxista, fascista). Per il nostro tema, interessa osservare che al suo centro aveva un modello autoritario, il quale tratteneva largamente i riferimenti etici della civiltà contadina fondati sul sacrificio. Perciò era piuttosto il dolore a disegnare il tratto fondamentale della personalità, nelle forme del dovere: rinuncia, risparmio, ubbidienza, abnegazione fino alla morte. Le stesse sofferenze fisiche (per esempio le ferite o la morte in guerra) potevano accettarsi come bene collettivo.

Invece il modello “di mobilitazione consumista” presenta dei tratti così opposti e così “critici” rispetto al primo, da disegnare un opposto orizzonte totale (o, se si vuole, totalitario), che costituisce una separazione definitiva e irreversibile dalla sacralità cristiana della civiltà contadina. Tutti i valori sopra descritti vengono rovesciati. Al centro, al posto del culto del lavoratore e della religiosità del lavoro, c’è invece la figura del consumatore. In luogo dei doveri e dei valori sopra richiamati si impongono diritti, successo economico, indipendenza, individualismo. Lo stile individuale di massa, nel linguaggio, nel vestire e nelle relazioni pretende spregiudicatezza e libera spontaneità.

Sempre più sciolto dai vecchi vincoli morali e istituzionali (sia religiosi che civili), ora il tipo “déraciné” sostituisce le vecchie icone “forti” del comunitarismo autoritario. La figura del padre appare fortemente ridimensionata sotto tutti gli aspetti e il principio di autorità cede ogni prestigio a quello di libertà individuale, maschile e soprattutto femminile. La fluidificazione si impone nei termini della conoscenza, della relazione, della proprietà e del lavoro. Spostandosi dalla figura collettiva del produttore-lavoratore a quella del consumatore, emerge (attraverso l’influenza del cinema d’oltre oceano) una tipologia umana fondamentalmente edonista.

Ma quel che conta soprattutto, è che a questo nuovo modello sociale si applicano con esattezza impressionante i termini di quella morale “utilitarista” che si fonda sull’esclusione reciproca di piacere e dolore.

Gli “utilitaristi” del XIX secolo sostenevano che la giusta misura in cui al massimo grado di piacere corrisponde il minimo di dolore è calcolabile ed è possibile programmarla socialmente. Come dicevamo, in Europa la prima metà del 900 fu ancora legata ai vecchi valori della civiltà contadina, cristiani e aristocratici, e perciò non consentì una rimozione drastica dell’idea di dolore. Solo con la mobilitazione del consumo la negazione virtuale di ogni forma di dolore e l’altrettanto virtuale affermazione del principio di piacere diventano addirittura l’oggetto della nuova sensibilità etica. La mobilitazione consumista fa apparire un cielo di miti, al cui centro sono ottimismo, successo, forma fisica, disinibizione, piacere.

E’ questa precisamente la genesi della “rivoluzione” del sesso: cioè della separazione della sessualità dal dolore. E non si tratta semplicemente dell’uso “mercificato” del corpo femminile (inesorabilmente imposto da tutti i media) – né della disinvolta offerta della visibilità corporea, oggi propria del costume femminile “occidentale”, alla fruizione del “pubblico del mondo”. E nemmeno della “banalità del letto” che si presenta ormai come uno status-symbol dei potenti.

Tutto questo non dice fino in fondo quale sia il senso della sessualità secolarizzata cioè separata dal “sacro”, e chiama in causa una nuova antropologia che ha come condizione l’azione attiva della tecnica. Le tecniche, nel loro complesso, rappresentano una nuova origine dell’uomo (F.Bacone) ed esattamente una negazione ideale del dolore. E se l’ideale della sessualità è il piacere senza il dolore, si capisce come la società tecnologica liberi la sessualità. Nel cuore della mobilitazione consumista c’è l’appello al desiderio (all’eros dunque, ma in quanto separato dal dolore).

Ma riprendiamo a parlare dell’opera di Pavese. La conclusione de Il diavolo sulle colline non può essere che un definitivo distacco di due mondi nella tacita intesa della reciproca estraneità, con la figura centrale di Poli incarnata dal senso inerte di morte. Anche nel romanzo Tra donne sole la solitudine e la morte insignificante perché esprime ormai solo il vuoto dell’esistenza – l’ossessione del suicidio di Rosetta che apre e chiude il racconto – fanno parte del nuovo “mondo” che si annuncia negli anni Cinquanta e che è vissuto anticipatamente dalla ricca borghesia americanizzata del dopoguerra. Il ritorno torinese di Clelia – un arrischiato itinerario di passaggio – affonda in un’infanzia segnata da ricordi torbidi e paurosi:

“Mi infilai nella viuzza proibita, passai gli usci a mattonelle” ecc.

La città non è il suolo “panico” della collina e lì i ricordi della povertà e della iniziazione sessuale sono soltanto labirinti oscuri. La differenza è fondamentale perché la città, fino al margine delle colline dove corre il fiume Po (le sue acque sono sempre “purificatrici”) è sotto il segno dell’estraneità, per esempio del carnevale e delle stanze provvisorie di alberghi o dei bombardamenti o del carcere (Paesi tuoi).

Quando rivede Gisella nella vecchia bottega di via della Consolata, Clelia assiste angosciata alla ripetizione di una vicenda senza varianti in cui entrambe ora sono diventate reciprocamente estranee. C’è la differenza fra la sua vita di successo e l’angusta immobilità nel tempo e la sua fuga da quel mondo opprimente: ma per Clelia è come una sospensione tra due mondi cui sente di non appartenere, e la sua è una condizione per alcuni versi simile a quella di Poli, perché a fronte di questo, ancora una volta appare la società del lusso di cui ora fa parte, e che serve col suo lavoro, e che disprezza: “Parola che preferisco vestire le vere puttane”. Perché Clelia è a sua volta disincantata e il suo “viaggio” torinese attraversa il vuoto di un ambiente in mezzo al quale vive frigidamente negandosi.

Quella di Pavese non è affatto una polemica sociale, che in qualche modo rientri nello schema del partito a cui come “intellettuale” era iscritto. Vi è una cesura profonda fisica e simbolica rappresentata dalla guerra e dalla città bombardata con le sue rovine. Il segnale è dato da un pensiero di Clelia che si avventura nel quartiere storico in cui è vissuta nella sua infanzia (una trama di strade strette e vetuste, con alte facciate e vita intensa di cortili) e osserva che “se le bombe avessero fatto un solo spiazzo di quel rione, sarebbe stato meno difficile passeggiarci coi ricordi”.

Insomma la guerra con le sue distruzioni ma poi con l’occupazione (tedeschi e americani avevano fatto la loro guerra ma vengono completamente rimossi nell’opera di Pavese) e come guerra civile – il tema che invece scorre sotto la trama de La luna e i falò ma irrompe ne La casa in collina del 1948 – segna il vero punto di riferimento dell’intera opera di Pavese.

In che senso? Non certo nel seguire l’onda “resistenziale” di successo al seguito delle fortune politiche del tempo. Nelle ultime, intense righe de La casa in collina Pavese nomina la “guerra civile”, poco prima di porre una domanda cruciale e di aver dato una risposta altrettanto bruciante alla domanda:

”E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero”.

Non si può immaginare un pensiero più distante dalla retorica di quei tempi (e di quelli successivi) di questo, che nomina la “guerra civile” quando tutta la pubblicistica, politica e culturale, di quegli anni (e del seguito di quegli anni) rimuoveva completamente questa espressione per sostituirla con l’enfatico “lotta di liberazione” – e soprattutto non si può pensare una risposta più estranea a quella retorica di questa impotenza a rispondere, cui si aggiunge il secco (o ironico, come si vuol leggerlo) giudizio rivolto a quelli che con le loro spiegazioni facili mostrano di non avere risposte.

Partigiani e fascisti in guerra sono lo sfondo del romanzo a partire dall’estate del 1943, quando i bombardamenti Alleati su Torino accompagnano la svolta epocale di cui parlavamo addietro. Nel romanzo è raccontata la fase tragica della svolta che segna la cesura tra due mondi: per dirla con il Pasolini degli Scritti corsari (la raccolta degli articoli che andava scrivendo sul Corriere milanese nel corso degli anni Settanta), il passaggio storico dal mondo povero e popolare-contadino del passato, in cui dominavano Chiesa, patria, lavoro e risparmio a quel “nuovo potere consumistico e permissivo” adesso trionfante, contro il quale (Pasolini dialoga con Calvino) “i nostri vecchi argomenti di laici, illuministi e razionalisti non solo sono spuntati e inutili, ma anzi fanno il gioco del potere” (1 marzo 1975).

Non è un caso che l’unica descrizione drammatica di guerra nel romanzo (se si eccettua lo spettacolo delle strade di Torino con le case sventrate dai bombardamenti e le macerie ai margini delle strade) sia l’imboscata al camion di soldati della Repubblica, ma visto non già attraverso la celebrazione dei combattenti partigiani, bensì nel pathos dei corpi dei ragazzi fascisti uccisi. Un pathos che giunge a rappresentare nella forma di un’icona di Cristo morto uno dei caduti “ch’era saltato dalla strada per difendersi sparando: irrigidito ginocchioni contro il fildiferro, pareva vivo, colava sangue dalla bocca e dagli occhi, ragazzo di cera coronato di spine”.

E’ uno dei punti più alti dell’intera scrittura di Pavese. Esso prosegue nella celebre pagina che precede la chiusa del romanzo già da noi citata, quella visione “della guerra che prende alla gola anche il nostro passato” e che consiste soprattutto nella vista degli altri morti, “i morti repubblichini”.

Pavese scrive: “Sono questi che mi hanno svegliato”. E afferma che “anche vinto il nemico è qualcuno, e dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”. Parla dello “stesso destino” che lega i cadaveri imbrattati di sangue degli uccisi a chi, dalla parte di chi vive, è inchiodato a guardarli, a riempirsene gli occhi. E dice che “ogni guerra è una guerra civile; ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Ma perché?

La morte, si può dire, umilia (“Guardare certi morti è umiliante”) tutti i significati unilaterali, espressi alla luce del furore della lotta, che hanno dato qualche ragione a chi ha ucciso. Essa umilia perché quei corpi hanno espiato anche per noi, o forse solo per noi, e la violenza compiuta su di loro è un sacrificio.

Si badi perciò, non si tratta di un legame semplicemente morale, cioè di una pietas davanti al corpo del vinto. Pavese in questa pagina esprime il pathos “eucaristico” della vittima uccisa che espia il male di chi vive e forse, pensando proprio a Pavese, del vivere stesso. Perché la morte, in un certo senso, è sempre una sostituzione. Per questo dicevo che lo scrittore ha dato un segnale rappresentando il giovane caduto come un’icona cristica.

Si sa ormai, dopo la pubblicazione avvenuta vent’anni fa degli inediti del diario di Pavese, estromessi dalla pubblicazione originaria del Mestiere di vivere, che nel corso della guerra civile egli aveva nutrito delle speranze nella Repubblica sociale. La fine della guerra nel 1945 lo aveva sorpreso nella solitudine del basso Monferrato, dove si era rifugiato per due anni, e lo aveva trasportato a Roma, nel mentre che si era inserito fra gli intellettuali chiamati a raccolta dal Partito comunista. Ma il diario di Pavese – cioè un dialogo segreto con se stesso – non lascia traccia alcuna di una sua simpatia per la causa comunista.

La sua ultima opera di narrativa, La luna e i falò, scritta negli ultimi mesi del 1949 e uscito nel 1950, ci fa vivere un’esperienza di colpa. Anche questa è la storia di un “ritorno”, ma inteso come un passare a distanza e dunque in un sé irrimediabilmente perduto nell’ansia antica di evadere. Da questo punto di vista La luna e i falò scorre parallelo a Tra donne sole e al distacco inesorabile di chi torna sui luoghi dove è cresciuto tanti anni prima, e la Clelia di Tra donne sole è l’alter ego di Anguilla de La luna e i falò.

Ma qui, a differenza della città, la terra dei vivi dove si lavora alle vigne e si fanno le feste e si accendono i falò della mietitura del grano e per far piovere, corrisponde segretamente alla terra dei morti: ma ecco, ci sono i morti suicidi come il figlio del Cavaliere (“non un morto com’è umano averne, un morto che ci si rassegna, che ci si pensa con fiducia”) e i morti della guerra civile e chi straniero non ha sepoltura, come il soldato tedesco:

“Veniva da lassù, nella riva. L’acqua l’ha portato in basso e il Pa l’ha trovato sotto il fango e le pietre…”.

I morti possiedono una potenza che, quando si rompe il loro tacito patto con i vivi, penetra nella vita con una possessione ossessiva: “Chi sa quanti, dissi, ce n’è ancora sepolti nei boschi. Il Valino mi guardò con la faccia scura – gli occhi torbidi, duri. – Ce n’è, – disse, – ce n’è. Basta aver tempo a cercarli. Non mise disgusto nella voce né pietà.”

Rivive insomma il paesaggio sacro di Paesi tuoi e del Diavolo sulle colline ma ormai nella minaccia malefica e non solo come accade ad Anguilla (l’io narrante) che, ritornato dall’America, è sempre stato un separato, uno senza legame con la terra perché nato “bastardo”: ”Lei, – mi disse, – non sa cos’è vivere senza un pezzo di terra in questi paesi. Lei, dove ha i suoi morti? Gli dissi che non lo sapevo. Tacque un momento, si interessò, si stupì, scosse il capo. Mi rendo conto, – disse piano – è la vita”.

Qui il tema della separazione si carica di una diversa e cupa ragione. Ci sono sempre i dissepolti repubblichini che “ritornano” simbolicamente dalla terra ad accusare. La “razionalità” dei dialoghi concitati cerca di respingere l’interrogare atroce dei morti, nella stessa impossibilità – come ne La casa in collina – di “scavalcarli”. Pavese rivisita certe espressioni dell’ambiente politico da lui frequentato come “intellettuale” iscritto al Partito. Apparentemente la pagina è inasprita dalla rappresentazione della nervosa contesa che vede il paese con il parroco alla testa deprecare gli omicidi compiuti dai partigiani, mentre Anguilla e soprattutto Nuto, dall’altra parte, buttano sul fuoco della controversia gli argomenti che gli ambienti della “resistenza” facevano circolare a giustificazione delle azioni di guerra e di rappresaglia delle bande partigiane (non è un caso che Nuto qui usi ripetutamente lo stereotipo oltraggioso di “spie” con il quale si usava legittimare le sentenze di morte nei confronti dei fascisti).

Ma ciò che veramente ispira qui Pavese è quel cupo segreto della terra che mentre genera i frutti delle vigne e ospita le feste estive della fecondità nasconde nelle sue viscere i corpi degli uccisi della guerra civile. Il nascondere della terra è letterale perché si tratta in questo caso dei morti ignoti e rimossi dalla coscienza oppure rimossi dalla parola della gente.

Essi riaffiorano, si può dire, come ritorna il mistero della terra nel suo produrre dopo l’inverno, ma ributtati da una nemesi spaventosa, che gli argomenti di Nuto e di Anguilla cercano invano di esorcizzare. Anche i morti sono dunque la terra che vive e avvolge la vita di ogni essere, compresa quella degli uomini. La morte, con i suoi riti di uccisione, con la violenza distruttiva in cui irrompe, non è affatto estranea alla terra, ne costituisce l’altra faccia inseparabile. Persino il giovane figlio suicida del Cavaliere ha un posto suo “in cima alla collina” dove “tutto finiva nel vuoto”.

Ma questi morti in un certo senso la contaminano perché, come nel finale de La casa in collina, interrogano e suscitano colpa nei vivi: “c’erano morti, su quelle strade, per quei boschi”. La differenza tra i vivi e i morti è stabilita attraverso il culto e la memoria, altrimenti invadono l’esistenza dei vivi nella sua hybris come potenze vendicative, poiché – come dicevamo sopra – chi muore è una vittima sostitutiva. Per questo anche il recalcitrante Nuto, davanti all’omelia del parroco che esorta tutti a pentirsi e riparare per quelle uccisioni, “.. soffriva. Trattandosi di morti, sia pure neri, sia pure ben morti, non poteva far altro. Coi morti i preti hanno sempre ragione. Io lo sapevo, e lo sapeva anche lui”.

Tutto questo si riassume nella rivelazione finale di Nuto sul mistero dell’uccisione di Santa. Qui si ha una svolta che occupa le pagine finali del romanzo, perché Nuto rivive l’intera scena della sua esecuzione, resa ancor più drammatica dalla contrapposizione degli uomini armati che la giustiziano e lei sola e ormai destinata a esserne vittima.

La “confessione”, da parte di Nuto, della vicenda del rogo di Santa è preparata a lungo nel corso del romanzo, dove si avverte nelle reticenze di Nuto un segreto opprimente; soprattutto poche pagine prima nella scena dell’incendio appiccato al casotto della Gaminella dal Valino, dove nel turbine fosco, nel puzzo “di lana, carne e letame bruciato che prendeva alla gola .. Nuto, fermo al livello dell’aia, storse la faccia e si portò i pugni alle tempie. – Quest’odore, – borbottò, – quest’odore”.

In precedenza Santa era stata rievocata nella memoria, ancora bimba, apparsa sulla scena del rito dell’ammazzamento del maiale “e arrivò sul più bello che il maiale buttava sangue”, un chiaro segnale della sua figura di vittima. Ma la differenza ora sta nel cupo rituale del rogo con il quale avviene la cancellazione del suo corpo: “Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”.

La chiave è data da Nuto che racconta la scena: ”No, Santa no – disse, – non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla lì. Faceva ancora gola a troppi”.

La festa estiva del grano, con i falò di San Giovanni quando la collina è tutta accesa e poi lasciano macchie scure, diventa sinistra nella fiamma che brucia il corpo di Santa e con lei la bellezza che qui scompare in tutta la sua sconvolgente natura.

La morte dell’eros (Santa) qui è vissuta nella forma tragica e idealmente richiama la fine di Mila della “Figlia di Jorio” dannunziana (o, se si vuole, della Basiliola di un’altra tragedia, “La nave”). Ma il significato qui è solo disperato, e l’esorcismo non serve perché Pavese ci fa sentire che il segreto di Nuto è un’angoscia colpevole che porta dentro, e che Anguilla, l’io narrante del romanzo, non può condividere veramente perché è senza più radici con quel suolo della collina.

Un romanzo come La luna e i falò mi sembra dunque collocarsi, non solo cronologicamente, all’altro estremo di Paesi tuoi. Se quest’ultimo rivelava nella sacralità della terra l’inscindibile presenza di vita e morte, fecondità e violenza distruttiva, festa e dolore, con gli uomini che la abitano in una ritualità il cui senso è il sacrificio, ne La luna e i falò è rappresentata la fine di questa civiltà, attraverso l’impossibilità di ristabilire l’unione con la terra tra i vivi e i morti. I morti della terra sono il sacrificio che genera e suscita la vita, ma ora l’uomo è come cacciato fuori dai morti che sono in dissidio irreparabile con i vivi. La stessa violenza omicida e suicida di Talino culmina in un rogo distruttivo, e la sorte di Santa suggella nel finale del romanzo il significato complessivo di una cancellazione. Del resto per tutto il romanzo aleggia un senso di estraniazione, la terra sembra respingere l’uomo e un mondo millenario essere alla fine.

Il destino storico della fine della civiltà contadina passa attraverso la negazione dei morti che la terra possiede. In tutte le opere di Pavese (tranne forse Paesi tuoi) aleggia una malinconia profonda che in fondo costituisce il suo stile inconfondibile. E’ quello delle pagine de I dialoghi con Leucò, che respirano l’intero tema che ho discusso: eros e morte vengono separati assieme alla separazione dell’uomo dalle proprie radici e dal proprio sangue.

Personaggi “suicidi” di Pavese, dalla Rosalba de Il diavolo sulle colline alla Rosetta di Tra donne sole, esprimono come un ripiegarsi della morte “esorcizzata” su se stessa. Il suicidio è la morte separata dall’eros che la unisce alla vita.

Sotto questo aspetto, e sotto altri ancora, la vicenda di Pavese, partita in un certo senso dalla tragedia dannunziana, si conclude nella separazione irreversibile dal sacro e diviene perciò esistenziale, anticipando quella di P.P. Pasolini: con la differenza che il secondo attraversò l’epoca “consumista” e globale della civiltà moderna e ne condivise le contraddizioni. Pavese riconosceva nei due mondi della città e della collina, cioè noi diremmo della secolarizzazione e del sacro, un’antitesi che visse lottando in se stesso fino alla fine. Entrambi questi scrittori cercarono anche nel Cristianesimo una riconciliazione negata a loro dalla storia, ma crollarono sotto il peso della contraddizione.