L’AUTONOMIA STRATEGICA DELL’EUROPA CONTRO LA TERZA GUERRA MONDIALE PARTE II: PERCHE MAI L’AMERICA DOVREBBE “GUIDARE IL MONDO”?

Presentazione del nuovo team di politica estera di Joe Biden

Contrariamente a quanto sostiene la retorica mondialista, l’autonomia degli Stati-Civiltà e la comunità internazionale non sono affatto due principi contrapposti, mentre lo sono globalismo e universalismo.

Una qualche forma di comunità internazionale che permetta di affrontare in modo negoziato i grandi problemi del mondo  è resa  più necessaria  che mai dal sorpasso delle macchine sull’uomo, che rende indispensabile un forte potere decisionale umano contro le macchine, per scongiurare lo scenario delineato nelle opere di Asimov, nel quale le “Tre Leggi della Robotica” non riescono ad essere applicate neppure dalla Federazione Mondiale, a causa delle insufficienze delle sue imbelli classi dirigenti:
“Come facciamo a sapere quale sia veramente il bene supremo dell’ umanità, Stephen? Noi non abbiamo a disposizione il numero infinito di dati che hanno a disposizione le Macchine(Asimov, “Conflitto Evitabile”)”

Solo con questo riallineamento alle realtà del 21° secolo il progetto federalista potrà acquistare un senso concreto e divenire realistico. Infatti,la Federazione Mondiale, che fino ad oggi appariva addirittura inquietante perché molto simile ad una tirannide incontrastabile ed eterna (cfr. Rousseau e Kant), appare ora nella sua vera luce, per così dire, “catecontica”, vale a dire quale unica possibile alternativa alla Megamacchina digitale governata da alcuni “guru” della Silicon Valley (Barcellona).

Questo scenario, sempre più ravvicinato a mano a mano che passano gli anni, anziché evolvere nel senso della Pace Perpetua, si confonde in modo impressionante con quello della “guerra senza limiti” lanciata dall’ Occidente contro il resto del mondo sulle orme di Huntington, che include il “Regime Change”, la cyberguerra, la militarizzazione dello spazio, la corsa agli armamenti, ma soprattutto “la guerra  fra le macchine intelligenti”, di cui  scriveva De Landa già 40 anni fa.

Un punto che non era chiaro fino a poco fa, soprattutto agli Europei, era che la collaborazione internazionale non esclude, bensì implica un sano funzionamento del “Principio di Sussidiarietà” anche a livello mondiale: in concreto, l’“autonomia strategica” di ciascuno dei grandi degli Stati-Civiltà, di cui parla il Presidente Macron. Intanto, la diversità di vedute fra le grandi culture deriva, non già da una “défaillance” del sistema ideale di organizzazione del mondo, bensì dall’ intrinseca fallibilità della ragione umana, che fa sì che, su qualunque questione, ma soprattutto su quelle decisive, vi sia necessariamente una divergenza di opinioni. E proprio perché non si riesce a stabilire chi abbia ragione, è salutare una conflittualità fra le varie concezioni del mondo. Coloro che invocano la democrazia (ma meglio sarebbe dire il pluralismo) come metodo euristico di ricerca della verità, non possono poi certo rifiutarsi di applicare lo stesso principio sul piano internazionale, dove oggi non vige certo la democrazia internazionale, e un solo Stato si arroga privilegi inauditi, che mai nessuno nella storia aveva preteso. Certamente, la “società dell’1% non è in possesso della verità assoluta o dei “valori universali”, e deve quanto meno discutere dei massimi problemi con le altre grandi civiltà.

Quest’esigenza di pluralismo era stata espressa nel modo più chiaro dal Corano,  nella forma della “comunità dei Popoli del Libro”. La politica americana del “Regime Change”, esaltata ancora recentemente da Pompeo, come pure la tendenza della UE a impartire lezioni al resto del mondo, mirano invece proprio ad eliminare questa dialettica, rendendo “inevitabili solo le Macchine Intelligenti”, come affermava,  nel racconto di Asimov, la Presidentessa della Regione Europea dello Stato Mondiale.

Tra l’altro, la molla segreta, per il Complesso Informatico-Militare,    per la realizzazione di queste ultime, è che solo esse sono in grado di sopravvivere alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, sì che la Terza Guerra Mondiale segnerà, come minimo, la presa del potere da parte delle macchine stesse  (vedi il film “Terminator II”).

Questo totalitarismo digitale lo si vede per altro già in opera nella persecuzione implacabile dei whistleblowers, che osano contrastare il controllo mondiale del sistema informatico-militare, mettendo in tal modo in pericolo il suo sistema d’ intelligence per la IIIa Guerra Mondiale. Tutte cose già viste nei films distopici, come ad esempio “Rollerball”.

Quindi, lungi dall’ essere un’espressione di provincialismo e di egoismo (non parliamo poi di “nazionalismo”), l’autonomia strategica di ciascuno “Stato-civiltà” concretizza la necessità di sostenere il portato della propria cultura quale elemento utile alla soluzione dei problemi mondiali di oggi e di domani. Non è infatti vero che il materialismo volgare di un Mercier e, oggi, di un Pinker, sia l’approccio più efficace per affrontare i problemi della società della complessità, che ha bisogno di un dibattito a tutto tondo fra le più sofisticate scuole di pensiero. Ciascuno aspira legittimamente ad essere il “Trendsetter del Dibattito Globale”, come Ursula von der Leyen vorrebbe fosse l’ Europa. Perché questo sia possibile, occorre però partire non già della visione “angelistica” (per dirla con il Papa) che piaceva tanto agli “Occidentalisti”, perché, sostenendo che la Storia fosse ormai finita,  rendeva l’ Europa imbelle (“senza il rispetto” degli altri), bensì dalla nostra specifica concezione del mondo, che ci porta a guardare con sospetto al mito della Fine della Storia, perché quest’ultima sarebbe la realizzazione in termini materialistici (per Sant’Agostino, in termini manichei, per Mac Luhan, sotto la forma dei Media), della promessa messianica:  precisamente  ciò che San Paolo chiamava “il Mistero dell’ Iniquità”, cioè l’ eterogenesi dei fini.

L’ Europa deve tendere, sì, a un nuovo umanesimo digitale, ma questo, lungi dall’ essere un’apologia del “sublime tecnologico”,  dev’essere realisticamente capace di tenere sotto controllo le Macchine Intelligenti e i GAFAM, non già arrendersi alla loro antropologia,  e negoziare con le altre parti del mondo un trattato internazionale quale quello proposto dal ministro degli esteri Wang Yi,  che stabilisca regole comuni a livello mondiale per il controllo sull’ Intelligenza Artificiale.

Di questo dovrebbe farsi portatrice l’Europa se vuole veramente essere il “trendsetter del dibattito globale”.

Essa, proprio perché, in esito a un processo di maturazione intellettuale, è giunta a non credere più nella mistificazione della Pace Perpetua, ha un interesse vitale a evitare la Terza Guerra Mondiale, a cui invece gli altri Continenti (e, in particolare, gli Stati Uniti) si stanno preparando a ritmo accelerato, perché, da un lato, questa guerra porterebbe alla presa del potere da parte delle macchine, e, dall’ altra, perché, come ribadito senza tregua nel documento del Parlamento Europeo, l’ Europa sarebbe certamente il campo in cui si combatterebbero gli altri Continenti, innanzitutto a causa dell’ inaudito armamentario militare che vi stazionano, confrontato con l’assoluta inefficienza del seppur costosissimo sistema militare europeo, e che comunque non potrebbe certamente non essere oggetto del “first strike” di qualunque potenza che dovesse scontrarsi con gli Stati Uniti.

L’”autonomia strategica” dovrebbe servire proprio a svincolarci a tempo dai rischi mortali che ci fa correre l’attuale assetto della NATO, e ancor più la preparazione, in corso, della III Guerra Mondiale.

La terza guerra mondiale sarebbe combattuta in Europa

1. L’ Europa e la Terza Guerra Mondiale

Questa preoccupazione per una guerra imminente è certamente al centro del documento dell’Ufficio Studi del Parlamento, che, paradossalmente, propone in sostanza di avviare  anche in Europa un programma di preparazione pre-bellica come quella in corso nelle Grandi Potenze, e di cui fanno parte, non soltanto la corsa agli armamenti, la militarizzazione dello spazio, le sanzioni e i dazi, ma anche il controllo degl’investimenti esteri, e la crescente censura e repressione ideologica.

E’ significativo che gli Stati Uniti, in funzione della preparazione della Terza Guerra Mondiale sul suolo europeo, ci chiedano inoltre di sacrificare  proprio i principali business che potrebbero risollevare le nostre sorti economiche, rendendoci autonomi: il North Stream, il G5, la Via della Seta …, e abbiano tentato addirittura d’ imporre al Vaticano di denunziare l’accordo con la Cina. L’equivoco di fondo consiste proprio nell’affermazione ricorrente di Trump, secondo cui l’America starebbe difendendo l’Europa dalla Russia e dalla Cina, sicché gli Europei avrebbero l’obbligo di contraccambiare finanziariamente, ma anche politicamente (ancora la “dialettica servo-padrone” di Aristotele e di Hegel!). Trump ha affermato che Angela Merkel non ha saputo rispondere su questo punto, ma, essendo “una donna furba”, si è limitata a sorridere. In effetti, la risposta l’aveva fornita già, 40 anni  fa, Franz Joseph Strauss: “non vedo perché 200 milioni di Americani debbano difendere 500 milioni di Europei da 300 milioni di Russi”.

Ma anche Biden, appena eletto, si sta affrettando a fare sapere che anche per lui, come Obama, pena che l’America debba “guidare i mondo”.

Il fatto è che questa pretesa messianica è insita nell’identità americana, sicché partiti o presidenti non possono discostarsene. E questo “guidare il mondo” consiste nel trascinare un certo numero di Paesi (spesso europi) in avventure neo-coloniali per mantenere e ampliare il loro “impero nascosto” (Corea, Irak, Afghanistan, Iraq, Libia)…

Tutti i capitoli del documento del Parlamento Europeo citato nella prima puntata del post si riferiscono senza mezzi termini, anche se nella solita “langue de bois”, alla preparazione bellica: “approvvigionamento energetico e sicurezza”; “azioni nell’ estero vicino”; “sanzioni”; “l’industria della difesa e il mercato della difesa”; “”Reattività della EU nei campi della sicurezza e della difesa”. Pur non negando che, di fronte allo scriteriato smantellamento delle capacità belliche degli Europei, s’imponga un rafforzamento, ma soprattutto una razionalizzazione, del sistema europeo di difesa, il vero modo in cui l’Europa potrebbe divenire un trendsetter del dibattito mondiale sarebbe quello di coordinarsi con la politica estera e di difesa del Vaticano, che ha dimostrato la sua incredibile efficacia impedendo addirittura, con la lettera del Papa a Putin, l’entrata in guerra in Siria degli Stati Uniti, e rinnovando, nonostante gli attacchi di Pompeo, l’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi.

Mi vengono in mente quegli esempi di cultura neutralistica che sono, da un lato, i manuali distribuiti ai cittadini  svedesi negli anni ’70,  intitolati “Om kriget komer” (“Se viene la guerra”) e (“Inte samarbejde” “Non collaborate”), e il libro del Gruppo Abele di quello stesso periodo “Per un’ Europa Inconquistabile”. Certo, oggi tutto ciò andrebbe aggiornato con un manuale di resistenza digitale alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, oltre, ovviamente, che alla cyberguerra.

Gli Stati Civiltà rivendicano una continuità millenaria

2.L’Europa come Stato-Civiltà

Intanto, per “ricompattare il fronte interno”, si sta rivelando centrale, per tutte le potenze del mondo, il concetto di identità, che gli Stati-Civiltà si giocano soprattutto sulla continuità storica. Ed è qui che alcuni teorici cinesi, come Zhang Weiwei, hanno ragione circa il carattere esemplare della Cina, in quanto essa è, a oggi, l’unico Stato sub-continentale culturalmente, militarmente e tecnologicamente autonomo, che possa vantare una “Translatio Imperii” di 5000 anni, sorretta da una, seppur limitata, compattezza etnica (l’”etnia titolare” Han, a cui non sono comparabili le 56 minoranze etniche). Tutti gli altri aspiranti hanno dei limiti in confronto alla Cina. Degli Stati Uniti è insufficiente la popolazione, molto dubbia l’eredità storica, e debolissima l’egemonia WASP. Dell’ India, sono deboli sia il sistema economico, sia la compattezza etnica. All’ Unione Europea mancano autonomia, popolazione, compattezza etnica e culturale. Alla Russia e alla Turchia mancano la popolazione e l’indipendenza culturale dall’ Europa…

In particolare, secondo Wang Weiwei, “la Cina è quello che sarebbe l’Europa se l’Impero Romano non si fosse mai dissolto”.  E’ chiaro quindi, per contrasto, perchè l’Europa di oggi è un vaso di coccio fra vasi di ferro, e che pertanto, se essa vuole veramente acquisire la propria ”autonomia strategica”, deve rafforzarsi “in tutte le direzioni” (“à tous les azimuts”, come voleva De Gaulle): rapporto con America, Russia, Turchia e Cina, autonomia digitale, rafforzamento dell’ identità culturale…

Non per nulla LIMES parte dalla citazione di Mozi, secondo cui perfino il tradizionalismo di Confucio, che si riferiva alla dinastia Zhou, non risaliva abbastanza indietro. Questo dubbio vale ovviamente ancor più per l’Europa. Si deve partire dalla Dichiarazione Schuman o dal Manifesto di Ventotene?Dalla “pace Perpetua” di Kant o dal “Gran Dessin” di Sully? Dal “De Monarchia” di Dante o da Carlo Magno? Dalle Termopili, dalla cultura “Yamnaya” o da quella danubiana? Comunque sia, oggi in Cina s’è diffuso il culto dell’ Imperatore Giallo, inesistente in passato. Anche se non va così indietro, anche la lotta in corso negli Stati Uniti è una battaglia culturale per luna memoria culturale, dove quelle che si scontrano sarebbero, per Dario Fabbri, quelle nordista e sudista, la cui attualità non è mai passata di moda, perché in realtà ne celerebbe un’altra: quella fra l’élite WASP della Costa Orientale e il Midwest di origine piuttosto germanica.

Di questa “Memory Warfare” a livello mondiale  fa parte  ovviamente anche un rinnovato dibattito sull’ identità europea, di cui si faceva stato  nel post precedente, e che, come nello studio di LIMES, si può e si deve integrare con il dibattito sulle identità russa e turca (ma anche britannica, polacca israeliana,, ecc…), intese quali sotto-identità europee, che avrebbero potuto, e dovuto, essere integrate in un’ Europa più vasta, se solo si fosse avviata prima quella riflessione sull’ autonomia strategica di cui tanto si parla in questi ultimi giorni. Né Russia, né Turchia, né Regno Unito, né Polonia, né Ungheria,  sarebbero oggi in conflitto permanente con l’Unione Europea, ma, anzi,  farebbero parte di un quella  “Casa Comune Europea” di cui parlavano Gorbaciov e Giovanni Paolo II, se non avessimo esasperato deliberatamente  i nostri partners orientali, in modo da poterli poi presentare come una sorta di “nemici ereditari”. A Gorbaciov si negarono quegli aiuti finanziari che invece non erano mancati alla URSS assolutamente totalitaria del passato; a Jelcin si negò perfino la dignità; a Putin si negò la possibilità di collaborare in modo determinante, com’egli si offriva di fare, alla costruzione dell’Unione Europea. Questo fu fatto al Paese più grande d’ Europa, da cui sono arrivati gli Indoeuropei, i Turchi, gli Ungheresi, che ha creato San Pietroburgo, l’Ermitage, il Bol’shoi, che ha prodotto Pushkin, Cechov,Ciaikovskij, Dostojevskij, Tol’stoj, Stravinskij, Sol’zhenitsin, e che costituisce il grande polmone verde grazie a cui l’ Europa respira…:l’”arroganza romano-germanica” denunziata un secolo fa dal Principe Trubeckoj nel suo fondamentale “Europa e umanità ”. Le trattative per l’adesione della Turchia sono durate oramai 43 anni.

Mentre non si richiedeva alcuno sforzo particolare alla Turchia dei colonnelli, e si era chiuso un occhio sul colpo di Stato di Gülen, invece, dalla Turchia democratica di Erdogan si richiedono continue prove di democrazia. Questo, da uno Stato che racchiude le più antiche vestigia della civiltà europea, da Göbekli Tepe a Çatal Hüyük,  da Hattuşas a Troia, da Smirne a Efeso, da Alicarnasso al Monumentum Ancyranum, da San Paolo alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, da Costantinopoli al Fanari…, ch’ è stato presente in mezza Europa per alcuni secoli, e, infine, che possiede il maggiore esercito europeo dopo gli Stati Uniti. E’ quindi chiaro che la riflessione sull’autonomia strategica dell’Europa non possa prescindere  anche da una rivisitazione del rapporto con la Russia, la Turchia, l’Inghilterra, la Polonia, l’Ungheria e Israele,  indispensabile per fare dell’ Europa una grande potenza, veramente autonoma. Come risposto a suo tempo da Walesa e Jelcin, che, cioè, né la Polonia, né la Russia, avevano bisogno di “entrare in Europa”, perché c’erano già da millenni, così anche Erdogan potrebbe (e, a mio avviso, dovrebbe) ricordare, agli Europei Occidentali, Goebekli Tepe, Catal Huyuk, Hattusas, Troia, Mileto, Efeso, Pergamo, Tarso, Bisanzio, Nicea… Già Erodoto ricordava che la Principessa Europa non era mai venuta nel Continente Europeo, visto che Zeus l’aveva portata a Creta, e poi era andata in Caria. Lo stesso Erodoto affermava, in quelle stesse pagine, che Greci ed Asiatici dovevano finirla di rapirsi reciprocamente le principesse…

Paradossalmente, simili negligenze sono state commesse anche circa la pluralità delle nazioni britanniche, circa il ruolo dell’aristocrazia inglese e ungherese, quello della Chiesa polacca, la Repubblica polacco-lituana, l’ Halakhà, il “superomismo ebraico”…

Tutte cose che avevamo scritto già fin dal 1° volume di “10000 anni”, “Patrios Politeia”.

Ma, ancor oltre, occorrerà una ricerca sull’ identità che vada al di là dei balbettamenti della bozza di Costituzione mai ratificata. Così come la Cina va addirittura oltre i “San Jiao” (Taoismo, Confucianesimo e Buddismo), per riallacciarsi anche alle religioni popolari e locali,  e all’Imperatore Giallo, così l’Europa deve andare oltre la semplice giustapposizione di alcune glorie passate (ebraismo, cristianesimo, rinascimento, illuminismo), come nella bozza di costituzione di Giscard, per vedere ciò che sta loro dietro, valea dire  la “Dialettica dell’ Illuminismo” che incomincia fin dall’ incontro dei popoli europei con l’ Oriente.

Alle scarse icone “europee” che sono state proposte dal “mainstream” (Pericle, Costantino, Carlo Magno, Dante, Kant, Spinelli, Giovanni Paolo II), occorre aggiungerne tante altre, come Gilgamesh, Abramo, Mosè, Ulisse, Ippocrate, Erodoto, Leonida, Socrate,  Cesare, Augusto, San Paolo, Tertulliano, Sant’Agostino, Podiebrad, Montesquieu, Napoleone, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Galimberti, De Gaulle…).

La Russia è Europa

2. Il Nuovo Meccanismo Democratico Europeo quale strumento di auto-affermazione identitaria.

Infine, per poter essere veramente autonomi, occorrerà anche darci (come chiarito in un precedente post), una governance veramente europea, che non ricalchi la costituzione (formale e materiale) americana (ma neppure quella cinese, saudiana o iraniana), bensì l’Antica Costituzione Europea, con il Papato e l’Impero, i Regni e le Corone, i Paesi e le Città, di cui parlavano de las Casas e Machiavelli,  Montesquieu e Tocqueville. Mi chiedo se Iberia e Gallia, Britannia e Roma, Germania e Sclavinia, Costantinopoli e Russia, non debbano costituire un livello intermedio fra Europa e Stati Nazionali, con le competenze degli attuali Stati Membri, mentre all’ Europa dovrebbe essere affidato (come un tempo all’ Imperatore), solo il compito di ricercare, approfondire, gestire e difendere, l’Autonomia Strategica dell’Europa nei confronti del resto del mondo (il Praetor Peregrinus contrapposto al Praetor Urbanus). In tal modo si soddisferebbero tanto le esigenze “federalistiche” dell’“Europe Puissance”, quanto quelle “sovranistiche” del mantenimento del ruolo degli Stati nazionali per le questioni “più vicine ai cittadini”.I grandi Stati “regionali” potrebbero essere competenti in materia di programmazione economica e, politiche culturali, legislazione-quadro e, grandi imprese e politiche sociali. Certo che il livello “vicino agli interessi dei cittadini” tanto reclamato da tutti, non può essere, nell’attuale mondo altamente complesso, se non uno dei livelli inferiori, e necessariamente non dei più importanti. Ecco come risolvere il problema del “sovranismo”.

Finirebbero dunque le confusioni oggi imperanti fra campanilismo, nazionalismo e imperialismo, che ci portano a confondere questioni locali come l’endemico conflitto fra Fiamminghi e Valloni, quelle nazionali come l’indipendenza catalana, la Crimea e le acque dell’ Egeo, e quelle mondiali, come i “rischi esistenziali” per l’intera Umanità, senza poterne risolvere nessuna.

Quanto alle stesse modalità di contrapposizione politica, di scelta per le cariche, alle qualità richieste, al tipo di personale, al “cursus honorum”, questi dovrebbero essere differenziati per i diversi livelli, con variazioni per età, per cultura, per il sequenziamento delle cariche, in modo da garantire motivazione, correttezza, competenza, abilità, di ciascuno in base a ciò ch’è chiamato a fare.

Tutto questo comporterebbe comunque di rovesciare integralmente la decisione, assunta dal Consiglio dei Ministri di Blois, di limitare la continuità storica dell’ Europa alla Seconda Guerra Mondiale e al Dopoguerra, e di riaprirla invece, come si fa in Cina e in Russia, alla storia antica e alla preistoria, che, da noi, cominciano con il Medio Oriente e la sintesi fra Cacciatori-Raccoglitori, Civiltà Megalitiche, Civiltà Danubiana e Kurgan. Solo così si eviterebbero gli odi intestini attuali fra  familisti e post-umanisti, Est e Ovest, nostalgici dei totalitarismi e progressisti messianici, fra irredentisti e imperialisti, fra religiosi e laicisti, fra nordici e mediterranei…Infatti, si comprenderebbe finalmente in che cosa abbia consistito fin dal principio l’ “Unità nella diversità”.

In ogni caso, è assurdo che, mentre la Cina rivendica 5000 anni di storia, Israele i Patriarchi, l’America e la Russia vorrebbero essere gli eredi dell’ Impero Romano, la Turchia di quello bizantino e gl’Islamici del Califfato, l’Europa si autolimiti agli ultimi 70 anni, così riducendo, come minimo,  enormemente il proprio “appeal”.

In un’epoca come la nostra in cui tutti (WASPS e Afro-Americani, Indios e “laici alla francese”, Catalani e Ossis, Polacchi e Turchi, Russi e Curdi, Hindu e Han) rivendicano orgogliosamente la loro identità,  solo avendo alle spalle una cultura radicata nei millenni e su un’area vasta gli Europei potrebbero dare la loro adesione complessiva a una costruzione necessariamente complessa come un’Europa “plurale”, di cui oggi nessuno ha la neppure la forza intellettuale di abbracciare i contorni. Per questo mi ripropongo di terminare al più presto anche il secondo e il terzo volume di “10.000 anni”, un libro oggi più che mai necessario per l’educazione del popolo europeo.

Ma su tutto ciò torneremo in un prossimo post e nella stessa proiezione del nostro programma culturale.

3.L’atteggiamento del Papa come modello  di  autonomia strategica europea.

L’importanza di una visione storica “de longue durée”, per dirla con Braudel (quale dovrebbe avere l’ Europa), è dimostrata innanzitutto dall’esempio della Chiesa, la cui forza deriva in gran parte dal non aver essa di fatto mai rinnegato le infinite correnti che ne hanno alimentato da millenni, e ancora alimentano, la cultura: dagli archetipi dei popoli pre-alfabetici, al mono-politeismo primitivo, alle tradizioni medio-orientali, presenti ovunque nel Vecchio Testamento, a quelle classiche che alimentano i Vangeli, alla filosofia antica che traspare dalle Lettere degli Apostoli e dalla patristica, fino a quelle persiane ed ebraiche dell’ Apocalittica, e alle indubbie influenze islamiche sulla filosofia cristiana del Medioevo, per continuare con l’esoterismo orientale nella cultura pre-moderna, le influenze cinesi nella dottrina dello Stato, nella teologia e nella tecnica dell’ Età moderna, e continuando ancora con il romanticismo slavo, la filosofia moderna e il pensiero teologico sudamericano, che hanno trovato espressione negli ultimi pontefici. Il principio “extra Ecclesia nulla salus” non implica affatto una negazione di questa  “poliedricità” come la chiama il Papa, perché è la Chiesa stessa ad essere stata poliedrica da sempre, e la funzione decisiva della Chiesa permette proprio al Cristiamesimo di sopravvivere nonostante la sua poliedricità.  Grazie ad essa, la Chiesa può continuare a dialogare con tutti, essendo essa di fatto il “trendsetter del dibattito globale”. del Anzi, essa è l’unica organizzazione religiosa organizzata antichissima e universale (Katholiké), e grazie a questo può interloquire con gli sciamani e i sacerdoti shintoisti, con i guru induisti e i monaci buddhisti, con i rabbini e gli ulema.

Per questo, l’idea delle “radici cristiane” è stata, come scrivevo in “Patrios Politeia”, un autogoal, perché le radici del Cristianesimo sono ovunque (non solo in Europa), quella cattolica è l’unica Chiesa veramente presente, oggi, ed ovunque, dal Midwest trumpiano alla costituzione indigenista colombiana, da San Pietro a Zagorsk, dalla Siria al Zhejiang…  

In definitiva, la Chiesa continua con il rinnovo dell’accordo con la Cina, che Trump voleva stoppare, tracciando così un percorso che difficilmente l’Unione potrà non seguire (“il Trendsetter del dibattito globale”, appunto).

Unico neo: l’assenza di una teologia specificatamente europea, come quella nord-americana di Hecker, quella latinoamericana di Puebla e Aparecida, quella asiatica di Panikkar. Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger avevano diffuso l’esortazione post-sinodale “Ecclesia in Europa”, ma nessuno l’ha raccolta. Oggi, il Papa torinese-porteño finisce per portare con sé una cultura sudamericana che non può supplire a una inesistente “theologia europaea”.

L’autonomia strategica presuppone il controllo dell’ intero ecosistema digitale

4Autonomia strategica e autonomia digitale

Come giustamente scrive Aresu su Limes, ”A un certo punto, la nozione di ‘sovranità tecnologica’ è entrata nei discorsi dei leader europei, Lo European Political Strategy Centre (Epsc), think tank interno alla Commissione europea fondato da Jean-Claude Juncker col mandato di occuparsi di ‘governance anticipatoria’, probabile disciplina alchemica, definisce la sovranità tecnologica come ‘la capacità europea di agire in modo indipendente nel mondo digitale’, Tale sovranità andrebbe basata su meccanismi difensivi per salvare l’innovazione e strumenti offensivi per promuovere l’economia europea.“

Tuttavia, dopo il discorso di Breton su questo tema, il dibattito dei think thanks si è allargato, verso la più generale “autonomiastrategicavoluta da Macron, scatenando l’ira degli Americani.Tyson Baker, direttore dell’ Aspen Institute tedesco, ha accusato l’Unione Europea “di aver avviato una guerra tecnologica nonché di alimentare una visione russo-cinese della tecnologia”. Peccato che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prevedere questo “effetto collaterale” quando hanno scatenato l’isterismo contro gl’investimenti cinesi. Se autonomia ha da esserci, questa dev’essere verso tutti: Huawei, ma anche Microsoft, ZTE, ma anche Google, Ant, ma anche Facebook… Forse, però, neppure i propugnatori dell’“autonomia tecnologica” hanno capito ch’essa presuppone di  avere una propria cultura digitale, una propria intelligence, proprie piattaforme, reti e clouds, indipendenti -certo, anche dalla Cina, ma prima di tutto, dagli Stati Uniti, che oggi controlla totalmente il mondo digitale, i nostri dati e le nostre telecomunicazioni-. L’avvio di Gaia-X è un buon inizio, ma non ci garantisce certo una rapida tempistica di recupero. Anzi, secondo Euractiv, il progetto sarebbe un diabolico “window dressing” per permettere ai GAFAM  di prosperare come non mai alle spalle dei contribuenti europei, schiacciando per sempre le nostre imprese.

Venendo infine alla famigerata questione del G5, occorre ricordare che la Cina sta già creando il suo G6, e che una soluzione di “autonomia strategica” consisterebbe già solo nel creare, più modestamente, un campione europeo Nokia-Erikson, il quale, accettando l’offerta di Huawei, si comprasse in blocco (con il Recovery Fund) la tecnologia G5, così divenendo autonoma, tanto dalla Cina, quanto dagli Stati Uniti. Stupisce che non si parli mai di una soluzione così semplice e così a portata di mano, mentre invece si continua ad ipotizzare un controllo americano su Nokia ed Erikson..

Osserviamo infatti i dati del mercato mondiale delle reti:

Market share estimates for 5G base stations
Supplier2019 market share2020 market share
Ericsson30%26.5%
Huawei27.5%28.5%
Nokia24.5%22%
Samsung6.5%8.5%
ZTE6.5%5%
Other5%9.5%
   

Qualora Ericsson e Nokia si fondessero sotto il controllo della BEI e della Commissione, ed acquisissero dalla Huawei la tecnologia 5 G (con la Huawei che si concentrerebbe sulla 6G), gli Europei dominerebbero i mercati maturi, mentre i Cinesi manterrebbero la leadership su quelli futuri, ma con la speranza, per gli Europei, di poterli raggiungere in un domani, e di godere, intanto, dell’ assoluta sicurezza dei dati, nei confronti tanto della Cina, quanto dell’ America (che non si raggiungerebbe invece  certo con la “golden share”, né con anacronistiche  esclusioni dagli appalti in Europa).

Su una cosa la posizione americana è corretta: la questione del G5 è anche una questione strategica, come lo sono oramai tutte le questioni digitali, perché, come messo in evidenza da trent’anni da Manuel de Landa, oggi guerra e informatica sono la stessa cosa, in quanto, quando un missile nucleare impiega 25 minuti a raggiungere l’obiettivo, la difesa globale non può essere affidata se non al sistema informatico. Ma quest’argomentazione prova troppo. Se sono strategici, perché funzionali al comando missilistico nucleare, i sistemi di trasmissione dei segnali, a maggior ragione lo sono le piattaforme che raccolgono i dati, i cavi che li trasmettono e i server che li immagazzinano, vale a dire l’intera informatica. Ma purtroppo, oggi, nulla, dalla medicina ai media, dalla cultura alla politica, dall’economia alla famiglia, si muove senza informatica, Ergo, se tutto ciò che attiene all’informatica interessa direttamente il Pentagono, allora tutta la nostra vita dev’essere non solo controllata da NSA, ma anche influenzata da Cambridge Analytica, in modo che noi ci muoviamo, o come disciplinati soldatini dell’ Impero Occidentale, o come bersagli di quello orientale.

Soluzione che è evidentemente, come hanno dimostrato i casi Echelon, Prism, Wikileaks, Tax Web  e Schrems,ma anche i recenti scandali dell’ intercettazione da parte dell’ intelligence tedesca e danese a favore degli Americani, in radicale contrasto (ancora più delle armi autonome o del riconoscimento facciale), con tutti i principi giuridici di cui si vanta l’Unione, incarnati nella Dichiarazione  Europea di Diritti, nelle Costituzioni nazionali, nella legislazione antitrust e nel DGPR. Questo tanto più in un momento, come questo, in cui perfino l’Amministrazione americana fa finta (anche se in modo più credibile della UE) di frenare lo strapotere di Google (con l’azione appena proposta dal Dipartimento di Giustizia presso il Tribunale Distrettuale di Washington, mentre invece la Commissione Europea si è vista rigettare la tanto attesa azione contro Apple).

L’esser venuta alla luce l’assoluta disapplicazione di questi principi costituisce  tuttavia oramai almeno l’ apertura di una possibilità di soluzione del problema.

L’AUTONOMIA STRATEGICA DELL’EUROPA CONTRO LA TERZA GUERRA MONDIALE : PARTE I. CONFERMATA LA VALIDITA’ DELLE TESI DI DIALEXIS

Sulla divisa dei marins è stata cucita questa significativa immagine

Il viaggio in Europa del Segretario di Stato Pompeo e il rinnovo dell’accordo Cina-Vaticano hanno aggiunto ulteriore urgenza al dibattito sull’ “Autonomia strategica dell’ Europa”, avviato dal discorso a Giugno dinanzi il Parlamento Europeo dal Commissario Breton, e proseguito con il discorso di Settembre di Charles Michel.

Infine, il Presidente Macron ha voluto coronare questo dibattito con una lunga ed articolatissima intervista a LegrandContinent, un’intervista su cui e si può dissentire sotto molti aspetti (come da qualunque discorso politico), ma che costituisce il modello di ciò che tutti gli uomini politici europei dovrebbero fare: venire allo scoperto su btutti i grandi temi del futuro bedel nostro Continente.

Il Presidente Macron alla festa nazionale

1. L’intervista

Intanto, il Presidente francese, benché ovviamente non possa fare a meno di occuparsi di quella pletora di temi che, secondo le retoriche dell’ Europa sarebbero tutti prioritari, si concentra innanzitutto, giustamente, sulle tecnologie:« De manière concrète, cela veut dire que, quand on parle de technologies, l’Europe a besoin de bâtir ses propres solutions pour ne pas dépendre d’une technologie américano-chinoise. « 

Macron ha ben chiara la posta in gioco, quella del controllo sui nostri dati :“Si nous en sommes dépendants, par exemple dans les télécommunications, nous ne pouvons pas garantir aux citoyens européens le secret des informations et la sécurité de leurs données privées, parce que nous ne possédons pas cette technologie. « 

Vi è anche subito un riferimento implicito a Gaia-X, (in verità l’unica cosa concreta che si stia facendo, e su cui torneremo presto :“En tant que puissance politique, l’Europe doit pouvoir fournir des solutions en termes de cloud, sinon, vos données seront stockées dans un espace qui ne relève pas de son droit – ce qui est la situation actuelle. Donc, quand on parle de sujets aussi concrets que cela, on parle en fait de politique et du droit des citoyens. »

Macron è anche l’unico a prendere realisticamente atto che la politica europea ha lasciato incancrenire una situazione insostenibile, di violazione della libertà degli Europei:«  Si l’Europe est un espace politique, alors nous devons la bâtir pour que nos citoyens aient des droits que nous puissions politiquement garantir. 

Soyons clairs : nous avons laissé se créer des situations où ce n’est plus tout à fait le cas. Aujourd’hui, nous sommes en train de reconstruire une autonomie technologique par exemple pour la téléphonie, mais ce n’est pas le cas pour le stockage des données sur le cloud. Nos informations sont sur un cloud qui n’est pas régulé par le droit européen, et dans le cas d’un sujet litigieux, nous dépendons du bon vouloir et du fonctionnement du droit américain. Politiquement, c’est insoutenable pour des dirigeants élus, car cela veut dire que quelque chose que vous êtes, en tant que citoyen, en droit de me demander – la protection de vos données, une garantie ou une régulation sur cela, en tout cas un débat éclairé et transparent des citoyens sur ce sujet –, nous n’avons pas construit les moyens de le faire. « 

Dopo aver affrontato, e giustamente, come primo il tema, oggi caldissimo, del cloud, passa all’ altro tema scottante: la pretesa dell’ America di sanzionare gli Europei che non rispettano le leggi americane sull’Iran:”Il en va de même au sujet de l’extraterritorialité du dollar, qui est un fait et qui ne date pas d’hier. Il y a moins de dix ans, plusieurs entreprises françaises ont été pénalisées de plusieurs milliards d’euros parce qu’elles avaient opéré dans des pays qui faisaient l’objet d’une interdiction au regard du droit américain. Cela veut dire concrètement que nos entreprises peuvent être condamnées par des puissances étrangères quand elles ont une activité dans un pays tiers : c’est une privation de souveraineté, de la possibilité de décider pour nous-mêmes, c’est un affaiblissement immense. « 

Quindi, la logica conclusione è una vera e propria rivoluzione, che porti a cancellare tutto il sistema culturale, politico, ideologico, giuridico, militare che ha permesso, e, anzi, creato, questa subordinazione, per crearne un altro, radicalmente diverso e più favorevole all’ Europa : »Cela suppose de revisiter des politiques auxquelles nous nous étions habitués, technologiques, financières et monétaires, politiques, avec lesquelles nous bâtissons en Europe des solutions pour nous, pour nos entreprises, nos concitoyens, qui nous permettent de coopérer avec d’autres, avec ceux qu’on choisit, mais pas de dépendre d’autres, ce qui est aujourd’hui encore trop souvent le cas. « 

L’autonomia europea è innanzitutto differenza dagli Stati Uniti:”Néanmoins, je suis sûr d’une chose : nous ne sommes pas les États-Unis d’Amérique. Ce sont nos alliés historiques, nous chérissons comme eux la liberté, les droits de l’homme, nous avons des attachements profonds, mais nous avons par exemple une préférence pour l’égalité qu’il n’y a pas aux États-Unis Amérique. Nos valeurs ne sont pas tout à fait les mêmes. Nous avons en effet un attachement à la démocratie sociale, à plus d’égalité, nos réactions ne sont pas les mêmes. Je crois également que la culture est plus importante chez nous, beaucoup plus. Enfin, nous nous projetons dans un autre imaginaire, qui est connecté à l’Afrique, au Proche et au Moyen-Orient, et nous avons une autre géographie, qui peut désaligner nos intérêts. Ce qui est notre politique de voisinage avec l’Afrique, avec le Proche et Moyen-Orient, avec la Russie, n’est pas une politique de voisinage pour les États-Unis d’Amérique. Il n’est donc pas tenable que notre politique internationale en soit dépendante ou à la remorque de celle-ci ».

Anche qui, Macron, pur peccando del solito  francocentrismo, di conformismo e di semplicismo, tocca in qualche modo i punti essenziali del nostro Continente : l’Europa sociale, la centralità della cultura, la vicinanza con Africa, Medio Oriente e Russia.A causa di questa diversità, Macron affronta anche, in modo quasi brutale,  la questione del dopo-elezioni americane, dichiarando tutto il suo disaccordo dal ministro degli esteri tedesco:« est-ce que le changement d’administration américaine va créer un relâchement chez les Européens ? Je suis en désaccord profond par exemple avec la tribune parue dans Politico signée par la ministre de la Défense allemande. Je pense que c’est un contresens de l’histoire. Heureusement, la chancelière n’est pas sur cette ligne si j’ai bien compris les choses. »

In effetti, l’affermazione della ministra tedesca Karrenbauer era che l’ Europa non è pronta per un’autonomia dagli Usa. Ma qui si tratta di scoprire l’acqua calda. L’organizzazione degli eserciti europei è fatta per essere delle truppe ausiliarie degli Stati Uniti, con una pletora di alti comandi e una pletora di corpi obsoleti, ma corpi obsoleti, ma senza gli elementi di punta che caratterizzano gli eserciti delle Grandi Potenze: cultura militare, intelligence, cyberguerra, guerra asimmetrica secondo gli insegnamenti di Quiao Liang e Wang Xiangsui. Un vero Esercito Europeo dovrebbe essere qualcosa di molto diverso dalla somma degli eserciti attuali, e, soprattutto, dovrebbe avere un’altra cultura.

Qui viene giustamente fuori uno dei concetti centrali del “macronismo”, quello del “rispetto” (una reminescenza della lettura hegeliana della dialettica aristotelica ”servo-padrone”. In realtà, il « rispetto » è il « riconoscimento » hegeliano, il considerarti da pari a pari, con cui si esce, dopo una lotta, dalla condizione di “servo”. Orbene, Macron sostiene, in sostanza (come Putin) che gli Europei sono dei servi, e che debbono riconquistarsi il “rispetto” degli Americani (così come il Gen. de Gaulle aveva ottenuto il loro rispetto costruendo, appunto, la Force de Frappe che ora Macron offre agli Europei): “Mais les États-Unis ne nous respecteront en tant qu’alliés que si nous sommes sérieux avec nous-mêmes, et si nous sommes souverains avec notre propre défense. Je pense donc qu’au contraire, le changement d’administration américaine est une opportunité de continuer de manière totalement pacifiée, tranquille, ce que des alliés entre eux doivent comprendre : nous avons besoin de continuer à bâtir notre autonomie pour nous-mêmes, comme les États-Unis le font pour eux, comme la Chine le fait pour elle. »

Dunque, il modello da imitare, per ottenere il “rispetto” sono l’ America e la Cina, come sostenevamo in “Da Qin”. Occorre però dire che, per giungere al punto in cui sono, gli Stati Uniti hanno fatto la Tratta Atlantica, la Guerra d’Indipendenza, il Trail of Tears, quelle contro Messico e Spagna e la Guerra Civile, mentre la Cina ha avuto l’imperatore Qin Shi Huang Di, l’occupazione giapponese e Mao. Visto che ci dev’essere pure un momento di distacco, anche se non cruento, Macron viene implicitamente alla nostra tesi espressa inm tesi  di “Da Qin”: l’evento “liberatore” potrebbe essere la Nuova Via della Seta, la quale aprirà gli spazi per affermare una cultura europea più orientale che occidentale. Attraverso lo sviluppo dell’economia e degli scambi tecnologici e culturali con l’ Asia, l’Europa  potrebbe riqualificare la propria società estenuata dalla dipendenza e dalla decadenza, portandola a costruire la propria industria digitale e una propria unitaria cultura europea, sul modello del “ringiovanimento della Cina”oggi in corso:“Là où vous avez raison, c’est que le mérite des Nouvelles Routes de la soie est d’être un concept géopolitique très puissant. C’est un fait. Et il témoigne d’ailleurs de la vitalité d’une nation et de sa force d’âme. « 

Infine, Macron parla di un combattimento per le libertà  » combat de notre génération en Europe, ce sera un combat pour nos libertés. Parce qu’elles sont en train de basculer”, dove per altro cade nella solita autoreferenzialità franco-francese. A mio avviso, infatti,  veri pericoli per la libertà non vengono dal fanatismo religioso “tradizionale”, bensì dalla Religione di Internet, da cui discende il culto dell’ omologazione, nelle sue diverse forme, quelle del potere abnorme delle piattaforme, fino all’eccessivo egualitarismo e al pensiero unico. Anche i pretesi mali del sovranismo, del neo-liberismo  e del fondamentalismo sono, in ultima analisi, la conseguenza ultima dell’onnipotenza del Complesso Informatico Militare, che, da un lato, comprime le vere autonomie -culturali, economiche e militari-  e, dall’ altro, stronca sul nascere gli identitarismi autentici, inventando una serie di utili burattini: a seconda dei Paesi,  gli “start-uppers”, i demagoghi o i fanatici  sanguinari e impotenti.

Di fronte al naturale svuotarsi del liberalismo nella società della sorveglianza, le società occidentali non sono più in grado di risolvere i problemi dei cittadini:”C’est que les démocraties occidentales, depuis plusieurs décennies, donnent le sentiment à leurs peuples de ne plus savoir régler leurs problèmes, parce qu’elles sont empêtrées dans leurs lois, leurs complexités – je le vis au quotidien pour ce qui me concerne –, leur inefficacité, et en deviennent des systèmes qui expliquent aux gens comment devraient se passer des choses qu’ils nous demandent. Et ils disent : « Ils ne savent pas nous régler le système du progrès, le problème de la sécurité, et autres ». Il faut retrouver de l’efficacité, par nos mécanismes de coopération, mais en bousculant aussi nos structures pour trouver des effets utiles. C’est cela la crise des démocraties : c’est une crise d’échelle et d’efficacité.” 

Macron non condivide il “China Bashing” degli Americani

2.Cosa pensano i « think tanks” europei?

I think tanks si sono scatenati su questo tema. E’ stato pubblicato, intanto, un  fondamentale documento, che costituisce un importante passo in avanti, almeno sul piano culturale, nel passaggio dal vecchio progetto dell’“Unione Europea quale Fine della Storia”, a  quello, ben più realistico, di “trendsetter del dibattito globale”: lo studio del Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo “On the path to ‘strategic autonomy’”,  il quale ci costringe a ritornare sulla questione del “Multilateralismo multiculturale”, sfiorato dalle recenti esternazioni dell’Alto Rappresentante  Borrell.

Inoltre, le manovre “Agile Reaper” svoltesi in California con un nuovo simbolo, quello di una Cina “rossa” sorvolata dal drone americano cavalcato dalla Morte con tanto di falce (cfr. immagini in exergo), ha confermato le più pessimistiche previsioni circa la  volontà americana di usare la forza pur di  contrastare la “Belt and Road Initiative”

Infine, l’insufficienza delle azioni intraprese in tanti decenni dall’ Unione, tanto nella direzione dell’autonomia digitale, quanto in quella di una linea comune di politica estera e di difesa, hanno evidenziatoa tutti l’urgenza di un’azione propositiva della società civile, che dovrà trovare espressione nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, e di cui noi ci stiamo facendo alfieri.

Il fatto più schiacciante a questo riguardo è stato costituito dalla relazione dell’ EDPS, l’Autorità europea per la protezione dei dati, la quale ha rivelato un fatto addirittura sconvolgente: Esiste da decenni un accordo generale fra Microsoft e tutte le Istituzioni Europee, in forza del quale tutte le attività digitali delle Istituzioni sono gestite in outsourcing da Microsoft. Come possono le Istituzioni pretendere di essere serie nella loro lotta per l’autonomia digitale, se tutte le loro attività sono controllate passo passo dai GAFAM, e, in conformità al CLOUD Act, dall’ intelligence americana?

Dopo tutto ciò che si è detto, le ipotesi di un riorientamento radicale delle politiche europee nella direzione di una politica proattiva e  di un coordinamento “hands on” dello sviluppo del digitale europeo, per quanto gestite in modo timoroso ed esoterico, appaiono oggi forse un po’ meno irrealistiche che qualche anno fa, soprattutto dopo la sentenza Schrems II e il lancio di Gaia-X

Come dirgere l’ONU in modo pluricentrico da un grattacielo nel cuore di Manhattan?

3.Ridefinire la  “comunità mondiale”.

Non vi è questione più squisitamente geopolitica  di quella della struttura interna della futura comunità mondiale, tema a cui nessuno aveva mai voluto prestare soverchia attenzione, ma che ha, invece, oggi, un impatto, anche pratico, decisivo  per il futuro del mondo.

Intanto, la tendenza a creare una qualche forma di organizzazione universale  è stata sempre un’esigenza costante dell’Umanità, anche in epoche in cui essa era tecnicamente impossibile. Basti pensare alle lettere di Tell el-Amarna, in cui il Faraone descriveva come suoi “parenti” i vari re cananei e ittiti, oppure al concetto cinese di Tian Xia (“Tutto sotto il Cielo”).  Quest’aspirazioneera una delle idee centrali di quell’ epoca di consolidamento delle grandi civiltà, che Jaspers aveva chiamato “Epoca Assiale”, e a cui tornano a rivolgersi gli studiosi (Assmann, Mancuso).

L’espressa pretesa della sovranità universale da parte di un unico imperatore  (un “impero mondiale asimmetrico”) aveva trovato una sua una prima compiuta espressione nel “Sogno di Serse” narrato da Erodoto, nella teologia politica buddista di Ashoka (il “Cakravartin”=”colui che fa girare il mondo”) e nei carmi di Orazio (“tu regere imperio populos, Romane, memento”). Tutti questi progetti politici tentavano una sintesi fra l’aspirazione umanitaria alla pace e quella geopolitica al dominio universale: un’ambigua tentazione che ancora non è finita, ma, anzi, ha trovato oggi il suo sbocco finale nella tesi estrema della “singolarità tecnologica”,  un mito che tenta di risolvere tutte le contraddizioni dell’ Essere in un’apoteosi unificatrice sotto l’egida della tecnologia.

Questo mito sarà il punto di convergenza occulto dell’ideologia novecentesca dell’”universalismo liberale” che, sulla scia di  Fiske, di Kelsen, di Rostow e di Wilkie, si è illuso di poter realizzare la Fine della Storia attraverso la vittoria, per dirla con Nietzsche,  di un unico “tipo di uomo”: “l’Ultimo Uomo”(cfr. il primo Fukuyama). Quest’ idea che la complessità del presente richieda un governo mondiale unitario sotto l’egida della “Ragione” è il sottotesto della maggior parte dei discorsi geopolitici attuali ed una delle prime ragioni della forza del post-umanismo.

Alla visione assolutistica dei tre grandi imperi citati, Sant’Agostino avevaopposto l’idea di un’unica Città dell’ Uomo, destinata, sì,  alla “dilatatio” grazie all’ Impero Romano, ma distinta dalla Città di Dio, e quindi sempre imperfetta, ed Eraclio e Cosroe avevano firmato un trattato di pace perpetua che avrebbero voluto proporre a Unni, Indiani e Cinesi. Da parte sua, il Corano parlava di un “piccolo Jihad” necessario per contrastare  gl’infedeli, creando un’ampia comunità dei Popoli del Libro; e Dante propugnava a sua volta  la non molto diversa “Monarchia Universale”, con una visione che oggi chiameremmo di “soft power”, simile a quella sinica del “Wu Wei”(“agire senza agire”).

Con il suo “De Regia Potestate”, il vescovo del Chiapas, bartolomé de las Casas, aveva teorizzato, all’ inizio del ‘500, l’applicazione concreta delle teorie dantesche all’ impero intercontinentale di Carlo V, mentre il predicatore Vieira faceva coincidere l’impero coloniale iberico con il Quinto Impero della profezia di Daniele. Postel e Crucé inserirono poi, fra i membri attivi di un’organizzazione mondiale “multilaterale” quale quella proposta dai sovrani protestanti, anche gl’imperi extraeuropei; Saint Pierre darà infine, al progetto, quella veste giuridica “simmetrica”(anche se eurocentrica), che sarà ripresa e commentata dagl’illuministi e considerata la radice storica dell’Unione Europea.

Con il deliberato passaggio, teorizzato da Lessing e dai primi idealisti, dal messianesimo cristiano a quello progressista, anche quello dell’ impero universale si trasforma in un progetto di pace perpetua, avente quale obiettivo che “l’uomo si salvi da sé, attraverso una nuova scienza”. questo “arrière-pensee” che ancor oggi è alla base del “Pensiero Unico”

Con la Rivoluzione Francese, la futura organizzazione mondiale assume un aspetto sempre più eurocentrico, sì che Condorcet e Fichte teorizzano la colonizzazione del mondo da parte degli Europei modernizzatori, e Thierry l’annessione del mondo intero all’impero francese. Per parte loro, caduta la Repubblica francese, Washington, Emerson, Whitman, Mazzini, Kipling e Mead preconizzano l’egemonia americana sul mondo, e Fiske,Mead e Wilkie tentano di abbozzare i contorni concreti di quest’ egemonia, che incomincia a cristallizzarsi nel discorso politico con i Quattordici Punti di Wilson e con i Lend-Lease Agreements della 1a Guerra Mondiale.

La dipendenza europea dall’ America, giustamente attaccata da Macron (anche se mascherata), comincia allora, con lo spostamento del centro finanziario da Londra a New York, con l’invasione del cinema americano e con l’”Intellectual leadership” delle multinazionali americane sul mondo imprenditoriale europeo, come Trockij scriveva già durante la 1° Guerra Mondiale.

Contemporaneamente, Trockij stesso (arrivato in Russia grazie agli Americani, a cui concesse lo sfruttamento dei pozzi di petrolio dell’ Azerbaidjan) teorizzava la rivoluzione socialista mondiale, e  veniva fondata l’Internazionale Comunista (Komintern). Come risposta, gli Stati fascisti lanciavano il “Patto Anti-Komintern” ( l’”Asse Roma-Berlino-Tokyo”), e il Terzo Reich invadeva l’Unione Sovietica, per creare un Nuovo Ordine mondiale, che assomigliava tanto, non solo all’internazionalismo comunista, ma anche allo “One World” di Wilkie.

Infine, Coudenhove Kalergi, nel lanciare la sua ”Paneuropa”, disegna una mappa del mondo diviso in grandi federazioni: è  l’inizio del federalismo mondiale, che l’ Unione Europea tenterà, anche se fievolmente, di proporre quale propria ideologia (pur senza citarne l’ideatore).Una cosa molto diversa dal “Mondo Unico” di Wilkie, dominato dall’ America: una contrapposizione che incomincia ad  adombrare quella fra l’Unilateralismo Americano, il Multilateralismo europeo e il Multipolarismo russo.

Le Nazioni Unite costituiscono il progetto egemonico di organizzazione mondiale basata sulla vittoria alleata della IIa Guerra Mondiale e ull’ egemonia americana, che si riallaccia però anche al progetto di Kalergi, con i Paesi vincitori quali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e gli altri con eguale diritto di voto nell’ Assemblea Generale. I 5 membri permanenti (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, URSS e Cina) ricalcano le cinque federazioni ipotizzate da Coudenhove Kalergi, sotto la forma di cinque imperi continentali “asimmetrici” (America, Commonwealth, COMECON, Unione Europea, Asia Orientale), egemonizzati ciascuno da uno degli Stati vincitori, come del resto volevano, tanto Churchill, quanto De Gaulle e Stalin. La sede dell’organizzazione è però significativamente a New York.

Già allora erano state formulate, da tutti i continenti (a cominciare dall’intelligencija dell’antropologia americana, dal cattolicesimo europeo, per esempio Gonella e Przywara, e dai rappresentanti del Paesi non occidentali) critiche contro l’egemonia culturale dell’internazionalismo liberale, espresso dai documenti costitutivi delle Nazioni Unite. Il farsi ora difensori dell’applicazione nuda e cruda di principi giuridici americani in tutto il mondo, quando si sa bene che, fin dall’ inizio, tutti i continenti avevano protestato contro questo appiattimento, facendo valere le proprie specificità, è un ennesimo atto colonialistico contro il mondo intero da parte di una minoranza settaria.

La Colonna di Ashoka, simbolo dell’ Unione Indiana

4.Dalle Nazioni Unite alla “Comunità Internazionale”

Con il passare del tempo, però, il progetto originario delle Nazioni Unite  si era modificato nello scontro con la realtà, poiché, a causa della guerra fredda, si erano concretizzati due soli grandi blocchi egemonici: quello americano e quello sovietico, “legittimati” ambedue dal possesso dell’arma atomica e dall’occupazione militare, e conniventi fra di loro perché  accomunati dal modernismo delle rispettive ideologie. Nel 1972, l’incontro fra i presidenti americano (Nixon) e cinese (Mao) avrebbe però sancito il riconoscimento di un terzo blocco, quello cinese, forte di un numero di abitanti pari all’insieme di quelli degli altri due, del possesso della bomba atomica e della leadership sui Paesi in via di sviluppo. Nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti pretenderanno che, essendo essi divenuti la “Sola Superpotenza”, fossimo giunti oramai alla Fine della Storia di hegeliana memoria, con la prevalenza eterna del modello americano di civiltà, identificato con la vittoria della Spirito Assoluto germanico e protestante, in cui “tutti sono liberi” (il primo Fukuyama).

Questo nonostante che l’America si fosse sforzata, con infiniti stratagemmi, di nascondere il carattere imperiale del suo potere (cfr. Immerwahr).

Le guerre combattute in quel periodo, quelle del Golfo e della ex Jugoslavia, avevano però fatto nascere, almeno sul piano concettuale, un nuovo, inedito dualismo implicito fra l’Unione Europea, nata “per la pace” (“da Venere”),  e gli Stati Uniti, che “vengono da Marte”(Kagan),e, quindi, sarebbero stati fuori posto nel mondo nuovo della Pace Perpetua. L’Unione Europea si proponeva quindi, nel 2003, con Chirac, Villepin e Schroeder, insieme alla Russia,  quale alternativa pacifica agli Stati Uniti, ma sempre nell’ambito dello “sviluppismo” democratico, o meglio tecnocratico, di Rostow e di Rifkin. Giustamente gli Americani avevano obiettato che la Pace Perpetua vagheggiata dagli Europei non sarebbe mai stata conseguibile senza le guerre americane. Nel contempo, la Cina veniva in un certo senso cooptata dagli Stati Uniti come “fabbrica del mondo”, in cui delocalizzare a basso costo il grosso della produzione industriale, ma con l’”arrière-pensée” che, una volta sviluppatasi economicamente, essa si sarebbe integrata nel sistema culturale ed economico occidentale (la “Fusion” ideata a suo tempo dai Taiping). Brzezinski teorizzava infatti che “L’America si ritirerà dal mondo quando tutti saranno diventati come noi”. Questo in base alla fede fanatica degli Americani nel determinismo storico di Rostow, del primo Kojève e del primo Fukuyama, secondo i quali, con l’industrializzazione, la maggioranza della popolazione, divenuta “classe media”, cesserebbe di avere grandi ambizioni e accetta un ruolo passivo nell’”Impero nascosto” come il più consono alla sua esistenza grigia e senza scossoni.

Tuttavia, non tutti condividevano già allora questa visione occidentalistica della Fine della Storia. Intanto, Kojève, in visita al Giappone, era stato fulminato sulla Via di Damasco, riconoscendo che i Giapponesi erano sfuggiti al determinismo storico, e, anziché divenire “ultimi uomini”, erano rimasti addirittura un “popolo pre-assiale”. Il teologo cattolico-buddista Panikkar predicava il “disarmo culturale” fra le civiltà, che anticipava alcuni aspetti dell’attuale enciclica “Fratelli Tutti”. Nel contempo, i diversi potentati islamici rilanciavano l’idea del Califfato quale modello archetipico dell’ organizzazione mondiale, che legittimerebbe l’Islam ad essere leader dell’organizzazione  stessa in luogo degli Stati Uniti, e scatenavano tentativi di unificazione islamica e di ribellione al primato americano, che sfociavano nel khomeinismo, in al-Qaida, nell’ ISIS e nel neo-ottomanismo.  Come reazione, gli USA avevano lanciato il vero e proprio “Scontro di Civiltà”(Huntington), creando le cosiddette “coalitions of the willing”, per combattere, prima, i Taliban, poi, l’Iraq, e, infine,al-Qaeda e  DAESH, senza subire l’intralcio delle Nazioni Unite (e uscendo così per primi dall’ “ordine mondiale della IIa Guerra Mondiale”, ch’essi pretenderebbero d’imporre agli altri quale modello invalicabile : la “linea rossa”).

La Russia sostenne in un primo tempo la guerra americana contro i Taliban, anche perché vi vedeva un parallelismo con la guerra cecena, ma, divenendo essa stessa una vittima  della convergenza di fatto fra islamismo e Stati Uniti, si propose poi, attraverso i  discorsi di Putin al Parlamento Tedesco e alla BDI , quale fautrice  di una diversa organizzazione internazionale, pluricentrica e multiculturale, con un ruolo centrale di un’ Europa comprendente la Russia, che trovò poi una prima  pratica attuazione nella difesa militare dell’integrità statale siriana minacciata da un attacco convergente islamico e americano.

Nello stesso tempo, la Cina, grazie anche alle delocalizzazioni americane, era divenuta capace anche di produzioni di buona qualità, suscitando timori in America per una possibile temibile concorrente. Come scrive su Limes Carlo Pelanda, “nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto una ricchezza tale da finanziare un apparato militare capace di sfidare la presenza americana nel Pacifico”. Da qui gli sforzi ininterrotti per boicottare qualunque iniziativa commerciale della Cina (di cui si fanno portatori, prima Soros, poi Bannon, poi ancora Pompeo, oggi perfino Manfred Weber), in stridente contrasto con la retorica ufficiale americana, da sempre basata sull’espansione del commercio internazionale. L’ America sta facendo in sostanza con la Cina qualcosa di speculare  a ciò che l’ Inghilterra aveva fatto con essa secondo Friedrich List, vale a dire “togliere la scala con cui essa era salita così in alto”.

Impaurita da quella prospettiva, l’America tentava dunque  la manovra del “Pivot to Asia”, per isolare la Russia la Cina con il TTIP e il TIP e favorendo la creazione di una serie d’infrastrutture attraverso l’Eurasia, fra l’Italia e l’Afganistan, che Hillary Clinton aveva chiamato “Nuova Via della Seta” (TAP, concessioni petrolifere, ferrovia fra Turchia e Asia Centrale), per rendersi indipendente dal passaggio attraverso la Russia, rivelatosi necessario per la guerra contro i Taliban.

Con le convulsioni dell’Ucraina (citata espressamente molti anni prima dal “sarmatista” Brzezinski quale possibile strumento americano per spaccare il blocco eurasiatico) , l’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass, inizia la serie di sanzioni e contro-sanzioni fra Stati Uniti, Unione Europea e Russia, mentre  quest’ultima si presenta sempre più come un’alternativa europea, anche ideologica e religiosa, alla destabilizzazione modernizzatrice dell’ Occidente (il “Katechon settentrionale” di Dugin), secondo la tradizione ch’era stata di Tjutcev, Danilevski, Karamzin, Kirejevskij, Leontjev, Soloviev, Dostojevskij, Berdjajev, Trubeckoj, Gumilev e Sol’zhenitsin. Queste tensioni trovano potenti seguaci, in Russia, nelle forti opposizioni di destra (Zhirinovskij) e di sinistra (Ziuganov) in Parlamento, opposizioni  che invece l’ Occidente ha incredibilmente ignorato, privilegiando personaggi senza seguito elettorale, ma allineati con il “mainstream” occidentale, come Nemtsov e Navalnij.

Il RCEP, mercato comune dell’ Asia Orientale, raggruppa più din 1/3 del PIL e della popolazione mondiali.

5.L’ “alleanza delle democrazie”

Contemporaneamente, la Cina riprende e rilancia, con la sua Belt and Road Initiative, i progetti infrastrutturali avviati, ma non compiuti, degli USA, suscitando così la reazione indispettita di Trump, che si propone agli Americani come il Presidente che blocca, in tutti i campi, l’avanzata della Cina, con un intento dichiarato : ridurre l’influenza nel mondo del Partito Comunista Cinese, fino a provocare a Pechino un “regime change”, come affermato da Pompeo a Roma. Le esperienze della Russia (Zhirinovskij, Ziuganov, Dugin) e della Libia, dimostrano però che un “regime change”, quand’anche sia possibile, non è necessariamente favorevole agli Stati Uniti.

E comunque, nonostante l’insistenza di alcuni atlantisti fondamentalisti, nessuno crede più seriamente che il mondo non possa vivere senza la “benigna” leadership americana. Soprattutto il tentato colpo di stato militare in Turchia (contro un Governo ultralegittimato dalle urne), aiutato in sordina dagli USA ospitando in USA il predicatore islamico Gülen, ispiratore ideologico del golpe,e  rifornendo, dalla base di Incirlik, i militari golpisti, ha creato una situazione di tensione fra gli USA e la Turchia, la quale è stata così incoraggiata nelle sue tendenze nazionalistiche, rendendola di fatto “strategicamente autonoma” dagli USA,  e spingendola così lungo l’ itinerario già percorso da Russia e Cina.

Non per nulla, i sostenitori fanatici del dominio del globo da parte delle “democrazie” (l’“imperialismo democratico”), come Carlo Pelanda, sostengono che “le democrazie devono formare un mercato integrato molto più grande di quello cinese”, ma quest’obiettivo è irrealistico, perché la Cina da sola è più grande dell’ Occidente nel suo complesso, e anche sommando Occidente e India, non si raggiungerebbe una massa di manovra pari a quella, in piena ascesa, costituita da Cina, Russia, Corea, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Vietnam, Pakistan, Iran, Corea del Nord, Birmania…Non per nulla, dopo la firma del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), i sostenitori di questa linea si sono assottigliati.

Con Trump, ci siamo trovati  di fronte a un’Amministrazione americana tutta concentrata su una lotta al coltello con Cina e Russia, per togliere loro ogni possibilità di collaborare con le altre parti del mondo, ma anche   a una molto accresciuta capacità di questi Paesi di resistere a tali pressioni grazie alla loro crescita tecnologica senza precedenti, ai cordiali rapporti reciproci (l’Organizzazione di Shanghai) e a quelli (strettissimi , nonostante le continue pressioni americane) con tutti gli altri (e in primo luogo, l’ Europa). Al punto che Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda hanno fatto, con la Cina, ciò che non erano riusciti a fare con gli Stati Uniti. Giunge così un momento in cui l’Occidente è talmente più debole sul piano commerciale, da non poter più realisticamente imporre alcuna sanzione, e da doverle, anzi, subire.

Ovviamente, la situazione peggiora di giorno in giorno per  un Occidente tutto intento ad affrontare il lockdown e lo stallo post-elettorale americano, mentre  in Cina l’economia è già ripartita da molti mesi, il che ha permesso al Paese di lanciare addirittura uno straordinario  “piano quindicinale” (ciò di cui l’Europa avrebbe, hic et nunc, urgente bisogno, mentrte invece non sta riuscendo nemmeno ad approvare, come richiesto, il consueto Quadro Pluriennale e il Next Generation Fund).

Si fronteggiano pertanto due nuove “grandi narrazioni” (la ”battle of narratives”di Borrell, che però dovrebbe riguardare USA e Cina, non già l’ Europa):

-da un lato quella della “globalizzazione quale fine della Storia”, ereditata dal secolo scorso e fatta propria soprattutto dai GAFAM americani, che interpretano  tale fine come la fine dell’ uomo e l’ inizio della Società delle Macchine Intelligenti; ad essa si riallaccia la mitizzazione del Sessantottismo quale ideale normativo utopico valido ancor ora sotto forma di “Ideologia Californiana” (vedi per esempio le polemiche intorno alla canzone “Imagine” di Lennon);

-dall’ altra, il progetto di un “Multipolarismo veramente Multiculturale”, con l’affermazione, sulla scena mondiale, di più Stati-Civiltà (Nord America, Sud del Mondo, Eurasia, Asia Orientale..), aventi tutti i requisiti per negoziare con efficacia sui principali problemi, quali quello dei rapporti uomo-machina, della prevenzione della guerra totale, di un ambiente a misura d’uomo, del dialogo culturale intercontinentale…

L’”Autonomia Strategica Europea”presuppone l’adesione a questo secondo punto di vista (espresso per esempio da Macron), che implica anche una sinergia dialettica fra la riscoperta dell’ autentica  identità culturale europea e un dialogo autentico con le altre culture del mondo, da quelle preistoriche e storiche, da quelle pre-alfabetiche al mondo indico, dai San Jiao sinici alle religioni abramitiche, dalle culture classiche al modernismo, postmodernismo e post-umanismo.

OSSERVAZIONI NELLA CONSULTAZIONE DEL MISE SULLA STRATEGIA NAZIONALE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TERZA PUNTATA

Il primo satellite  quantico 墨子 (Micius), ideato in Austria, ma realizzato in Cina

1.Incrementare gli investimenti, pubblici e privati, nell’IA e nelle tecnologie correlate

Premesso che:

-l’Italia e l’Europa sono gravemente arretrate, rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, nello sviluppo, l’utilizzo e la valorizzazione dell’intelligenza artificiale, sì che s’impone un’azione drastica di recupero;

-le risorse dedicate dall’ Europa, già scarse, sono state ulteriormente ridotte dal Consiglio Europeo;

-le strategie digitali europee sono basate su un approccio estremamente diffuso e non coordinato;

-tutto ciò peggiora la già esistente situazione di dipendenza dalle multinazionali del web (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, i “GAFAM”);

-l’Italia non riesce mai a spendere, soprattutto nel campo del digitale, se non una quota irrisoria dei fondi europei;

-in seguito all’ esito del Coronavirus, l‘Unione Europea sta rendendo disponibile all’ Italia una quantità di fondi fino ad ora senza precedenti;

le strategie necessarie per incrementare gl’investimenti italiani nell’ intelligenza artificiale sembrano essere:

a)partecipare in modo attivo alla definizione alle politiche europee, in particolare alla definizione del quadro normativo e finanziario europeo in materia di tecnologia;

b)premere per la definizione di un quadro unitario di tutte le politiche tecnologiche europee, in particolare mediante la creazione di un’unica Agenzia Tecnologica Europea, chiamata a coordinare tutte le attività tecnologiche dell’ Unione e degli Stati Membri;

c)realizzare un parallelo sistema italiano, che gestisca in modo unitario e programmato gli sviluppi tecnologici dipendenti dal MISE, dalla Difesa e dal MIBAC, da CDP e Invitalia;

d)insistere perché si crei un quadro aggiuntivo al Quadro Pluriennale UE 2021-2027, insufficiente per recuperare le posizioni rispetto a USA e Cina;

e)sostenere la creazione di campioni digitali europei (JEDI, Gaia-X, Qwant), partecipando con un ruolo attivo ,tanto finanziario, quanto tecnologico, anche canalizzando in nuovi veicoli pubblici-privati le competenze e le risorse italiane;

d)richiedere una politica più energica dell’Unione Europea contro gli abusi delle multinazionali del web, per ciò che riguarda la tassazione del web, l’unbundling e l’applicazione rigorosa del DGPR, in modo che non possano fare concorrenza sleale ai campioni europei;

-affidare all’ Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale anche lo studio degli aspetti commerciali e normativi, oltre che tecnologici,  della realizzazione degli obiettivi di cui sopra.

2. Potenziare l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione nel campo dell’IA

Attualmente, tanto l’Unione Europea quanto lo Stato italiano affidano molte loro importanti funzioni in outsourcing ai monopolisti del web (in particolare Microsoft), che sono quelli la cui influenza l’antitrust dovrebbe limitare.

Per ciò che concerne l’Italia, è particolarmente grave l’accordo monopolistico  con cui Poste Italiane ha praticamente affidato a Microsoft l’intero proprio funzionamento, facendole perfino gestire in cloud tutti i propri dati, vale a dire la corrispondenza degli Italiani, che, secondo il Patriot Act e il CLOUD Act, è automaticamente soggetta al controllo delle autorità americane. Per questa ragione, la Corte di Giustizia ha vietato agli Europei di continuare a consegnare dati ai monopolisti americani. Sono in corso 101 azioni giudiziarie in tutta Europa da parte di Maximilian Schrems per arrestare questo fenomeno.

Lo Stato italiano non può continuare a rendersi complice di questa violazione del DGPR. La messa in discussione di quest’accordo costituirebbe un importante esempio per gli altri Stati membri e per le stesse Istituzioni, che, come rilevato con preoccupazione dall’ EDPRS, hanno un analogo, ancor più preoccupante, accordo con Microsoft.

b)Usare i fondi della CDP e di Invitalia per creare il veicolo italiano pubblico-privato che partecipi con un ruolo attivo nei campioni europei, specializzandosi negli aspetti dell’ intelligenza artificiale;

c)creare l’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale di Torino, coordinandolo con l’Istituto Italiano di Tecnologia.

3.Sostenere l’adozione delle tecnologie digitali basate sull’IA.

Le tecnologie digitali non hanno tutte un eguale valore strategico. Tecnologie come i computer quantici, i motori di ricerca, i social networks, il cloud, i big data, anche se oramai consolidate, costituiscono uno zoccolo necessario per costruire un ecosistema digitale autonomo, quale quello che l’Europa vorrebbe darsi, e anche per l’Intelligenza Artificiale.  Purtroppo, l’Europa non dispone neppure di queste tecnologie se non in piccola parte. E’ necessario che essa  riesca in breve tempo ad appropriarsene, per poi svilupparsi in quelle più avanzate. Per questo, è prioritario sostenere l’autonomia digitale europea, e, su quella base, sarà possibile sviluppare anche l’intelligenza artificiale.

Ciò premesso, le azioni più appropriate per favorire l’adozione del’ IA sembrano essere:

4.Rafforzare l’offerta educativa a ogni livello, per portare l’IA al servizio della forza lavoro

La transizione dalle “macchine intelligenti”, tipiche della società industriale, all’ “intelligenza artificiale”, tipica della società postindustriale, comporta una trasformazione totale dei ruoli sociali (“upskilling”) dove, con la sostituzione delle macchine all’uomo non solo nei ruoli manuali, ma anche in quelli concettuali, specialistici, direttivi e decisionali, agli uomini rimarranno essenzialmente funzioni di controllo.

Ciò comporterà, da un lato, il progressivo azzerarsi della domanda di profili per ruoli esecutivi, e, dall’ altra, un fabbisogno sempre crescente di formazione e informazione, che sarà conseguibile solo grazie a:

-il coordinamento delle tempistiche fra sviluppo dell’automazione e quello della formazione;

-lo spostamento di risorse sempre più elevate verso le attività di la formazione e d’informazione.

In particolare, una gestione sicura del rapporto uomo-macchina richiederà la rivalutazione della formazione classica, come garanzia di apertura mentale ed educazione della volontà, atte a garantire una giusta gerarchia fra l’uomo e la macchina.

L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale dovrebbe servire anche e soprattutto come catalizzatore di questi processi, fornendo una base culturale per la società postindustriale, studiando i meccanismi sociali delle trasformazioni, fornendo strumenti digitali per la loro comprensione, previsione e orientamento.

5.Sfruttare il potenziale dell’economia dei dati, vero e proprio carburante per l’IA

L’unico modo in cui in Europa si possa sfruttare adeguatamente l’economia dei dati è costituito dall’applicazione rigorosa del DGPR, che, come chiarito dalle due sentenze Schrems, implica che i dati degli Europei non possano più essere trasferiti in America, dove, per legge, essi sono sotto il controllo delle autorità americane. In tal modo, i dati, anziché essere utilizzati dall’industria informatica europea, lo sono da parte di quella americana, che si rafforza sempre più, sottraendo risorse all’ economia europea, come non cessa di rilevare la commissaria Vestager, mercato alle imprese europee, come ha sostenuto il Governo francese, e democraticità alle Istituzioni, attraverso l’inversione dei ruoli fra controllore e controllante, lamentato dall’ EDPRS.

Affinché il GDPR, le due sentenze Schrems e il rapporto dell’ EDPRS non restino solo sulla carta, bensì divengano un fatto reale, occorre che i principi giuridici si traducano in fatti tecnici, e, in particolare:

-il consorzio Gaia-X funzioni a regime;

-esso si basi su tecnologie europee e server situati in Europa;

-l’industria digitale europea trasformi in algoritmi i principi giuridici europei, in materia di privacy ma anche di creative commons, di procedura civile e penale, di diritto militare, di proprietà intellettuale, di segreto di Stato, ecc…

Inoltre, urge un’ enorme attività giuridica volta a definire le modalità di funzionamento del cloud europeo e i suoi criteri di sicurezza.

6.Consolidare il quadro normativo ed etico che regola lo sviluppo dell’IA.

Il quadro normativo ed etico -anzi, prima etico che normativo-, dell’ AI, è tutt’altro che consolidato.

Il primo equivoco è quello secondo cui sarebbe possibile dettare dei principi etici alle macchine (le vecchie ”Leggi della Robotica” di Asimov), cosa assurda perché le macchine hanno logiche e linguaggi diversi da quelli umani. Il secondo è quello secondo cui ci basterebbero alcuni generici principi ingegneristici da rispettarsi da parte dei progettisti (come i vecchi manuali di qualità, manutenibilità, eccetera), per garantire un’ Intelligenza Artificiale “etica”, mentre ormai si è capito che si tratterebbe semmai solo di un’AI “affidabile”. Tuttavia, le macchine “affidabii” non ci garantiscono di non essere più intelligenti di noi, né di non essere così micidialmente “affidabili” da conseguire perfettamente gli obittivi prefissati, come il dispositivo russo ”Miortvaia Rukà” concepito per garantire la Distruzione Reciproca Assicurata anche nel caso dello sterminio degli alti comandi.

In generale, le Macchine Intelligenti sono fatte per riprodurre i processi mentali e comportamentali dei propri creatori. Ne consegue che l’unico modo per avere dei sistemi “etici” è di formare degli uomini “etici”, il che vuol dire, innanzitutto, capaci di mantenere, come dicono Bell e Wang Pei, la giusta gerarchia fra gli uomini e le macchine. Questo è il primo compito del nuovo sistema educativo per l’era elle “macchine spirituali”.

7.Promuovere la consapevolezza e la fiducia nell’IA tra i cittadini.

Oggi, la diffidenza verso l’Intelligenza Artificiale è generalizzata. Ciò è del tutto logico, perché tanto la fantascienza, quanto la dottrina filosofica e politologica, quanto, infine, le informazioni sulla realtà, convergono nel descrivere l’intelligenza artificiale come potenzialmente anti-umana, strumento del Complesso Informativo-Militare, e, in ogni caso, accaparrata dai monopolisti americani che sottraggono i dati degli Europei e manipolano politica, economia e diritto, anche a fini bellici.

Per dissipare questa diffidenza basterebbe dunque che gli Stati Membri e l’Unione Europea si decidessero finalmente ad applicare quei principi etici e giuridici ch’essi sbandierano:

-che ridiano gli istituti di cultura la capacità di formare una classe dirigente onesta, illuminata ed energica, capace di tener testa tanto ai poteri forti che alle macchine intelligenti;

-che vietino a chicchessia di trasferire dati sensibili alle multinazionali del web;

-che impongano l’applicazione rigorosa del DGPR, dell’antitrust, del diritto della proprietà intellettuale, del diritto fiscale internazionale e del segreto di Stato;

-che favoriscano finalmente la nascita e lo sviluppo di fornitori europei di ICT e intelligenza artificiale.

8. Rilanciare la pubblica amministrazione e rendere più efficienti le politiche pubbliche

Per rilanciare la pubblica amministrazione italiana (che non può esserlo separatamente da quella europea), e rendere più efficienti le politiche pubbliche, occorre che queste siano riformate e razionalizzate avendo l’intelligenza artificiale come criterio direttivo. In particolare:

a)Finalizzare l’intera attività pubblica alla difesa dell’umano contro la macchinizzazione;

b)Garantire la conformità fra i ruoli istituzionali e i ruoli all’ interno dell’ecosistema digitale europeo, per ciò che concerne le Istituzioni (politiche e tecnici amministrative); le Euroregioni (Macro e micro); gli Stati Membri (politica e amministrazioni); gli Enti locali (regioni e città); le imprese (grandi e piccole); i cittadini (come singoli e come comunità), una razionalizzazione resa drammaticamente improrogabile dalla crisi del Covid;

c)Smettere di appaltare alle multinazionali del web funzioni essenziali dell’Unione Europea e degli Stati europei;

d)Creare un’informatica pubblica molto più “users friendly” di oggi, quando il tempo perduto dai cittadini per le difficoltà e i costi di uso e di accesso, le indisponibilità del servizio, le lentezze, i tempi del chiarimento e delle manutenzioni, annullano, ed anzi superano, i risparmi sperati in termini di riduzione dei costi del lavoro e di certezza amministrativa. L’Intelligenza Artificiale potrebbe costituire un fattore decisivo in questa direzione;

e)standardizzare l’informatica pubblica in tutta Europa.

9.Favorire la cooperazione europea e internazionale per un’IA responsabile e inclusiva

L’AI costituisce il campo di elezione per la cooperazione europea e internazionale. Infatti, essa rappresenta, nello stesso tempo, la massima opportunità e la massima minaccia per l’Umanità nel suo complesso, e, soprattutto, per l’Europa, particolarmente esposta a rischi esistenziali quali la guerra atomica e la colonizzazione tecnologica. A maggior ragione, l’Italia non può neppure pensare di avviare la minima politica digitale, e tanto meno d’influenzare la cooperazione internazionale, al di fuori di un quadro europeo. L’Italia, conscia di questa sua necessaria interazione con l’Europa e con tutte le parti del mondo, può dare un contributo essenziale di pensiero, di esempio, di proposizione e di mediazione. Innanzitutto, nonostante la sostanziale “prorogatio” di tutte le politiche digitali europee, vi è un’esigenza impellente, anche se poco discussa, di rovesciare le logiche fino ad ora seguite, gravemente deficitarie:

a)a 50 anni dal computer “Programma 101” della Olivetti, l’industria digitale europea è ancora al palo. L’Europa non ha piattaforme web internazionali, non controlla neppure i propri dati e ha lasciato ad altri le proprie invenzioni, per esempio in materia di satelliti quantici. Ciò rende l’Europa totalmente dipendente dall’ esterno;

b)questa situazione è stata contrastata un po’ da tutte le Istituzioni, ma con risultati sostanzialmente nulli, in quanto, alle prese di posizioni teoriche, non sono poi seguiti i fatti;

c)in tutti questi conflitti interistituzionali, la posizione di un grande Stato membro come l’Italia può fare la differenza;

d)l’Italia, in concomitanza con l’approvazione della Strategia e l’istituzione dell’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale, dovrebbe farsi promotrice del progetto, sostenuto dall’associazione Culturale Diàlexis, di un’Agenzia Tecnologica Europea, responsabile di coordinare tutte le attività tecnologiche europee, in modo da superare, nel rispetto delle tradizioni culturali europee, la sfida esistenziale delle macchine spirituali e la colonizzazione tecnologica dei GAFAM.

COMMENTI ALLA STRATEGIA NAZIONALE PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE,ALLEGATO n 3. CORRISPONDENZA

Nella tornata di Novembre, il Parlamento è chiamato a sdecidere sugli emendamenti alla posizione del Consiglio sul progetto di bilancio dell’ UE per il 2021

Torino, 24/4/2020

Al Presidente del Parlamento Europeo

David Sassoli

Signor Presidente,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera, la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca e  Energia del  Parlamento (il nuovo regolamento e la nuova agenda dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia), relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html).

Le ragioni della mia critica sono contenute nel sito nel libro allegato “European Technology Agency”.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo le Sue affermazioni e quelle della Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al cosiddetto “Piano Marshall”.

Ma c’è di più: secondo la tesi contenuta nel libro, si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Si noti che, secondo il recentissimo studio pubblicato proprio dal Parlamento (allegato), la Cina ha oramai superato l’ Europa fin dal 2013 quanto a spese di ricerca e sviluppo. Domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, o, meglio, essere sostituito da qualcosa di molto più solido ed efficiente. Non possiamo compromettere il futuro approvando alla chetichella una soluzione stralcio..

Infine, la vergognosa vicenda di Immuni (copia pura e semplice dell’ Ant di Alipay, contratto segreto, abbandono del consorzio europeo,  indecisione sulle soluzioni tecniche, interferenze di Google e Apple, boicottaggio delle Regioni), dimostra che, prima che di soldi, abbiamo bisogno di idee e di potere. Il Parlamento deve bloccare Immuni e tutte le iniziative analoghe degli altri Paesi, e finanziare direttamente, con i soldi destinati all’ EIT, una sola soluzione e europea, obbligatoria dovunque, e messa a disposizione dalla Commissione Se necessario, occorrerà acquistare da Alipay una versione  modificabile, in cui inserire  tutte le regole del GDPR, e immagazzinare i dati in un server europeo, sotto il controllo della Corte di Giustizia e dell’ Europol.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare a questo proposito che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo spezzata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, con cui ho avuto l’onore di collaborare: l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Spero che apprezzerà la mia franchezza e che vorrà dare seguito, almeno parzialmente, a questi miei suggerimenti, intanto chiedendo una pausa di riflessione nell’iter approvativo del nuovo regolamento e dell’ agenda dell’EIT, e, poi, richiedendo anche un ampio dibattito sul bilancio pluriennale 2021-2027 per ciò che riguarda le nuove tecnologie. Mi sembra infatti che ci sia molta attenzione per le spese straordinarie per ovviare ai costi della crisi (non solo quella del Coronavirus, ma anche e soprattutto quella preesistente, e sottaciuta, dell’ economia), che non per gl’investimenti volti a creare nuove aree di attività (web economy, computers quantici, comunicazione digitale), e, quindi, nuove imprese, nuovo export, nuovi mercati, nuovi profitti, nuovi posti di lavoro, nuovi redditi.

Questo è particolarmente grave per un Paese come l’Italia, che, in passato (Olivetti), ma anche nel presente (Alenia Thales, Avio) ha enormi competenze tecnologiche non sfruttate, mentre infuria la disoccupazione, e, in particolare, quella intellettuale. Il miglior aiuto che l’ Europa potrebbe dare all’ Italia (e ai Paesi del Mediterraneo) sarebbe creare, intorno ad Enti Europei (come l’ESA, Arianespace e Galileo), delle nuove Silicon Valley (delle nuove Hanzhou e Shenzhen), per esempio in Alto Lazio (Frascati-Colleferro), e in Piemonte (Torino-Ivrea), per fare concorrenza, per esempio, al DARPA e a Elon Musk (come spiegato dettagliatamente nel libro allegato).

Ma, ora, il problema numero uno è bloccare prima di martedì prossimo (il 28) l’intempestiva approvazione delle proposte sull’ EIT da parete della Vostra Commissione Industria, Ricerca e Innovazione..

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a Sua completa disposizione per approfondire questi temi. Tra l’altro, avvicinandosi la celebrazione del 9 maggio, saremmo lieti di avere una Sua partecipazione digitale (scritta o filmata) alle nostre manifestazioni. Invieremo al Suo staff i necessari link

RingraziandoLa per l’attenzione,

Buon lavoro,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala

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La relazione proposta dalla Commissione annulla molti dei tagli proposti dal Consiglio

Da: SASSOLI David, President <President@europarl.europa.eu>
Inviato: martedì 12 maggio 2020 11:07
A: Riccardo Lala <riccardo.lala@alpinasrl.com>
Oggetto: RE: Sessione straordinaria del 28 aprile della Commissione Industria, Ricerca e Energia D(14934)

Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli

Turin, 24/4/2020

La relazione della Commissione propone un aumento considerevole dei contributi del bilancio 2021 alle priorità del Parlamento

Ursula Von der Leyen

Betr.: Marshallplan und Technologie : Sitzung 28 April des EP um EIT

Frau Präsidentin,

Wir wünschen hierbei Sie über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sieh die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden. Wie Sie gesagt haben: “Die vielen Milliarden, die heute investiert werden müssen, um eine größere Katastrophe abzuwenden, werden Generationen binden. Deshalb haben wir die Pflicht, das Geld aus unserem nächsten Haushalt besonders klug und nachhaltig zu investieren. Es muss bewahren helfen, was uns lieb und teuer ist und das Gefühl der Gemeinschaft unter den Nationen Europas erneuern. Und es muss eine strategische Investition in unsere Zukunft sein”Damit unser Haushalt den neuen Anforderungen gerecht wird, müssen wir ihn entsprechend zuschneiden”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa machen kann, die schon vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird. Sie haben auch eine erweiterte Debatte darum aufgefordert.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo,richten. Die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa waren offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden. Dies gilt auch für die Prioritäten der Kommission, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird.

Sie auch haben gesagt: “Unsere Welt hat sich verändert”. Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber die Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte so einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen.

Mitgliedstaaten benützen heute die Möglichkeiten, die paradoxerweise von der Krise angeboten weden, in einem selbstzestörerischen Weg. Z.B., haben die Italiener von “Immuni” das europäische Konsortium “PEPP-PT” verlassen, und jetzt werden sie von den italienischen Regionen, von Google und Microsoft boykottiert. Die Union muß diese Verwirrung aufhalten! Sie muß ein europäisches “Immuni”, mit Anwendung vom GDPR, unter der Kontrolle des europäischen Gerichtshofs und von Europol bereitstellen! Europa muß der Garant des GDPRs sein.

Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir werden diese besondere Aufmerksamkeit auch zum Gedenken des 70.ten Jahrestags der Schuman Deklaration, und des 2500.ten Jahrestags der Kämpfe an den Thermopylen and von Salamina,  zwischen dem 9.ten Mai bis die ersten Tage von September widmen, die wir durch eine Serie von digitalen Veranstaltungen beleben werden, zu denen, hoffen wir, die Institutionen teilnehmen werden.Wir werden Ihrem Staff die link übersenden.

Wir hoffen auch, daß diese Veranstaltungen den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenigen  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht die “planlosen Eliten” bleiben, die schon seit 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Il Condiglio insiste sul taglio dei “programmi faro” per controbilanciare gli oneri aggiuntivi derivanti dal prefinanziamento dei programmi

Turin, 14/5/2020

To the members of the European Council

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” of the European Parliament in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to the rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, which we send to each of you, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of Parliament and relevant Commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

-the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

-Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision together with the Council (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking you for your attention,

Kindest regards,

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

COMMENTI SULLA STRATEGIA NAZIONALE ITALIANA PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SECONDA PUNTATA SU QUESTO BLOG ALLEGATO 2

Dopo la II Guerra Mondiale, tutte le lettere in Europa venivano aperte
dalla censura militare americana

L’Allegato 1 e relativi commenti sono pubblicati in Inglese sul blog “Technologies for Europe”

Il Cloud Act impone ai gruppi di società con holding in America di trasmettere
all’intelligence americana tutte le informazioni che questa richieda

1.OUTSOURCING DA POSTE ITALIANE A MICROSOFT

A causa del forte parallelismo fra la situazione dell’ All.1 e questa dell’Allegato 2, facciamo precedere la pubblicazione dell’Allegato 2 da un breve riferimento in Italiano alla situazione descritta all’ All.1 (l’accordo interistituzionale fra le Istituzioni Europee e Microsoft).

Nel luglio scorso, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee aveva dichiarato che le formule adottate per poter continuare il trasferimento di dati ai GAFAM (Google, Amazon, Facebook e Microsoft), già condannate da in una precedente sentenza in una prima causa promossa da Maximilian Schrems (tanto quelle concordate dalla Commissione, quanto  le “Standard Contractual Clauses”, ideate dai GAFAM), erano invalide, e pertanto questo trasferimento era illegale, e dunque esso doveva cessare. Subito dopo, Max Schrems aveva presentato ben 101 azioni giudiziarie contro le Autorità nazionali per la protezione dei dati, le quali non stanno bloccando questi trasferimenti.

Nella sua relazione di Luglio, il Garante Europeo per la protezione dei dati (EDPRS) ci informava di un dato a dir poco sconvolgente: le Istituzioni Europee sono le prime a violare il GDPR e le sentenze Schrems I e Schrems II (“sentenza Schrems II, nella causa C-311/18”), non solo perché avevano concordato con gli Stati Uniti le formule giustificative del trasferimento poi giudicate illegali dalla Corte, ma perché esse avevano addirittura affidato a uno dei GAFAM , Microsoft, la gestione di tutte le loro attività digitali (molte delle quali in netto conflitto d’interessi con la Microsoft stessa), il tutto senza effettuare le verifiche imposte dal GDP e dalle sentenze Schrems. Pertanto, l’EDPRS ha emanato, il 29 ottobre scorso, la “Strategy for Union institutions, offices, bodies and agencies to comply with the ‘Schrems II’ Ruling”, una direttiva con cui  ha delineato la strategia d’azione dell’EDPS e individuato principi di carattere generale.

Il Garante ha accertato che un numero sempre più elevato di servizi, soprattutto in campo informatico, connessi all’espletamento delle attività istituzionali sia stato, nel corso degli ultimi anni ,esternalizzato affidandosi a providers con sede negli States (e quindi soggetti, per via del Patriot Act e del Cloud Act, a un accesso quasi illimitato da parte dell’ intelligence).

Il provvedimento che andiamo ad analizzare si rivolge espressamente alle istituzioni ed agli enti europei, tuttavia è lecito presumere che buona parte dei principi contenuti nello stesso assumeranno carattere generale, trovando applicazione a tutte le organizzazioni, pubbliche o private, che effettuino trasferimenti di dati al di fuori dell’Unione, in particolar modo qualora il paese di importazione dei dati siano gli Stati Uniti d’America.

Vi è dunque un obbligo di preventiva verifica, da parte dell’esportatore, in merito alla capacità del Paese verso cui si intendono trasferire i dati, di assicurare effettivamente, in considerazione della sua legislazione nazionale o dei suoi impegni internazionali, un livello di protezione delle libertà e dei diritti fondamentali sostanzialmente equivalente a quello garantito all’interno dell’Unione in forza del GDPR, letto alla luce della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Orbene, le sentenze Schrems hanno chiarito che gli Stati Uniti non possono dare questa garanzia perché il Patriot Act e il CLOUD Act concedono amplissimi diritti di accesso ai dati di tutte le società americane, anche se operanti all’ estero, su tutti i dati dei loro clienti (cioè, oggi, tutti i dati di tutti i cittadini e amministrazioni del mondo, tranne la Cina).

Il provvedimento delinea il piano d’azione per garantire il rispetto della normativa, che si prevede essenzialmente due tipologie di operazioni:

  1. nel breve termine, mappatura dei trasferimenti dati extra UE;
  2. nel medio termine, analisi degli stessi ed implementazione dei correttivi in base ai rischi rilevati.

Le autorità dovranno prestare particolare attenzione alle categorie di trasferimenti classificate più ad alto rischio dal provvedimento, e cioè quelli:

  • posti in essere in assenza di una delle condizioni di liceità del trasferimento individuate dalla normativa;
  • basati sulle deroghe specifiche al divieto di trasferimento in assenza di garanzie adeguate;
  • verso entità americane espressamente soggette all’art. 702 del FISA[4] e all’E.O. 12333[5] – ovverosia le disposizioni di diritto statunitense a fondamento delle attività di intelligence (quali i programmi PRISM e UPSTREAM) che hanno in primis determinato l’invalidazione del Privacy Shield da parte della CGUE – a maggior ragione ove queste prevedano il trasferimento di dati su larga scala, il trattamento di dati sensibili o operazioni complesse di trattamento (tra cui spiccano quelle che implichino l’analisi o l’elaborazione di big data, l’impiego di nuove tecnologie o di tecniche complesse di profilazione o processi decisionali automatizzati ecc.).

L’EDPS infine  “raccomanda fermamente alle autorità europee di evitare che qualsiasi nuova operazione di trattamento o nuovo contratto con fornitori di servizi comporti il trasferimento di dati personali verso Stati Uniti”.

Come indicato, il provvedimento del Garante Europeo non si applica, per ora, a soggetti diversi dalle Istituzioni Europee (le quali già prima avrebbero potuto, e dovuto, prendere siffatte precauzioni autonomamente, per evitare di mettere i loro vertici e i loro funzionari in balia dei GAFAM). Tuttavia, è chiaro che, essendo l’EDPRS la più autorevole fra le Autorità di Tutela dei Dati in Europa, ed essendo i suoi diretti “justiciables” le stesse Istituzioni che poi dovranno fare rispettare agli altri questi principi, il provvedimento ci indica già la direzione verso cui si muoverà presumibilmente l’intero sistema.

Ciò significa che il nascente cloud Gaia-X avrà ben presto un buon numero di clienti, almeno per ciò che concerne l’immagazzinamento (“storage”). . Gaia-X consentirà alle aziende di condividere e archiviare i dati nel cloud sotto la protezione delle leggi sulla privacy europee, in particolare il GDPR. Nello specifico, Gaia-X opererà come consorzio di fornitori e operatori autonomi, dovrà garantire la interoperabilità tra i servizi ed essere progettato per tutelare privacy e sicurezza informatica dei dati.Resta però da vedere come riusciranno i clouds europei di Gaia-X a impedire la fuga dei dati attraverso i GAFAM e la Intelligence Community americana, visto che tutte le istituzioni europee e nazionali hanno legami strettissimi con i GAFAM, e questi con l’intelligence e a oggi  non esiste una vera counterintelligence europea.

Intanto, Gaia-X sta avviando rapporti anche con le imprese italiane, seppure in modo ambiguo: ENEL e Poste Italiane hanno attivato  la loro partecipazione in Gaia-X, ma intanto continuano ad affidarsi a Microsoft e Amazon per il cloud; ENEL aveva scelto Amazon Web Services dal giugno 2015; Snam e Microsoft hanno iniziato a sviluppare un’infrastruttura di cloud ibrida; Intesa Sanpaolo ha siglato il Memorandum of Understanding   con Google e con Tim.

Il caso di Poste Italiane è comunque altrettanto scottante di quello delle Istituzioni, giacché Poste Italiane già gestisce il delicatissimo servizio postale (su cui la legislazione americana ha sancito, fin dalla Prima Guerra mondiale, un diritto extraterritoriale d’intercettazione da parte dell’Intelligence), ma anche una serie di servizi ancor più delicati, come il cloud e  le identità digitali.

Le viote degli altri: le intercettazioni della STASI erano ancora dilettantesche

L’ACCORDO

“Roma, 23 Maggio 2019 

Poste Italiane e Microsoft annunciano oggi un accordo per promuovere l’innovazione del Gruppo e la competitività dell’intero Paese, da un lato accelerando la trasformazione digitale dell’organizzazione e dall’altro attuando iniziative di formazione congiunta in ambito PMI, pubblica amministrazione e Cybersecurity nell’ambito del progetto Ambizione Italia.

La partnership vedrà il Gruppo Poste Italiane ampliare il fronte di collaborazione con Microsoft a supporto della propria crescita sostenibile in linea con il piano Deliver 2022. Poste Italiane ha infatti già avviato un percorso di trasformazione digitale e ora punta a migliorare produttività e collaborazione, contribuendo al rinnovamento della rete degli uffici postali e dell’ecosistema di servizi offerti a vantaggio di aziende, cittadini e Pubblica Amministrazione. A tal fine il Gruppo farà leva sulle tre piattaforme cloud di Microsoft, potendo beneficiare delle funzionalità di analisi e Intelligenza Artificiale integrate: Dynamics 365 per garantire la visione unica del cliente ed ottimizzare la Customer Experience su tutti i canali, Azure per una struttura IT più scalabile e sicura che permetta di rendere la società agile e veloce nell’innovazione su business diversi, dalla logistica ai servizi finanziari e Microsoft 365 per abilitare un nuovo modo di lavorare più collaborativo e produttivo, anche in una logica di smartworking.

Fattore strategico in questo percorso è la valorizzazione dei talenti, che in modo trasversale arriverà a coinvolgere i 134 mila dipendenti di Poste, dal management, agli impiegati, ai commerciali, ai postini: non solo potranno utilizzare nuovi strumenti informatici e canali di comunicazione digitale, ma anche beneficiare di iniziative di formazione ad hoc, il tutto secondo un approccio personalizzato su misura di ogni singolo collaboratore.

La partnership con Microsoft ha l’obiettivo di generare un incremento della produttività, con una riduzione dei tempi di lavoro ed il miglioramento dei processi decisionali. Il fine ultimo non è solo l’efficienza, bensì una maggiore intelligenza nei flussi e la capacità di prendere decisioni di business basate su dati e insight, così da offrire un servizio più in linea con le sfide di un mercato in evoluzione che integra settori differenti: dal recapito di corrispondenza e pacchi ai servizi finanziari e assicurativi, dai sistemi di pagamento alla telefonia mobile.

Il percorso di Poste verso il Modern Workplace sta già prendendo forma introducendo nel Gruppo il lavoro agile, inteso come una nuova modalità di lavoro più flessibile e collaborativa basata, da un lato, su tecnologie avanzate in grado di favorire lo scambio di documenti e conoscenza e, dall’altro, su formazione e iniziative HR volte a promuovere l’affermarsi di un nuovo digital mindset. Si tratta di un cambiamento culturale che partendo da Poste stessa può ispirare tutta la PA Italiana.

Esistono già delle applicazioni concrete che testimoniano questo percorso, come il progetto DiCo, una piattaforma integrata, basata su Microsoft 365, per condividere a tutto il personale commerciale informazioni personalizzate e sempre aggiornate, per ottimizzare la gestione consulenziale di Poste e consentire ai dipendenti di migliorare la relazione con la clientela. Un ulteriore esempio è il progetto “Postino Intelligente”, volto a migliorare la gestione dei team di postini e al contempo agevolarne il lavoro con suggerimenti per far loro risparmiare tempo, ad esempio ottimizzando gli spostamenti.

La partnership tra Poste Italiane e Microsoft vede, inoltre, i due player collaborare nell’ambito del progetto Ambizione Italia con un forte focus su formazione, sviluppo e digitalizzazione rispetto ad alcuni driver strategici per il Paese: PMI, Cybersecurity e PA. Facendo leva sul know-how tecnologico di Microsoft e sul radicamento capillare di Poste Italiane, i due player si impegneranno ad accompagnare le piccole e medie realtà del Paese nel percorso d’innovazione, grazie ad occasioni di formazione sul territorio e alla condivisione di best practice che possano ispirare, da un lato, il diffondersi di una cultura digitale e dall’altro favorire lo sviluppo di progetti nell’ambito dell’ e-commerce e del mobile payment. Altrettanto importante sarà l’impegno congiunto sul fronte Cybersecurity, per promuovere in collaborazione con istituzioni, enti di ricerca e organismi italiani e internazionali un framework in cui le aziende possano operare e crescere in modo sicuro, con maggiore consapevolezza delle priorità sul fronte sicurezza e privacy. Nell’ambito della partnership si investirà anche per accelerare il cammino della pubblica amministrazione italiana verso l’innovazione, grazie a nuovi servizi ed iniziative di formazione rivolti ai dipendenti pubblici e ai Responsabili per la Transizione Digitale.”

Riflessioni sull’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale con le osservazioni nella Consultazione del MISE sulla Strategia Nazionale

Sarebbe ora che l’Unione assumesse un atteggiamento più assertivo sulle tecnologie

Pubblichiamo qui di seguito in quattro blocchi i commenti presentati dall’ Associazione Culturale Diàlexis nell’ ambito della Consultazione del MISE sulla Strategia Nazionale dell’ Intelligenza Artificiale, inviati anche ai Ministri Patuanelli e Manfredi e al Presidente del Parlamento Europeo Sassoli.

Nella prima puntata, la parte generale, nella seconda (inn Inglese, su “Technologies for Europe”, il testo e il commento al parere dell’ EPDRS sull’Accordo Interistituzionale fra le Istituzioni dell’ Unione Europea e Microsoft, nella terza il testo e il commento dell’ accordo fra Poste Italiane e Microsoft, e nella quarta la Parte Speciale.

INTRODUZIONE

Prendendo atto del fatto che il Ministero ha giustamente esposto alla discussione, tanto la vera e propria Strategia, quanto le precedenti proposte del Gruppo di Esperti, abbiamo ritenuto di “sdoppiare” le nostre osservazioni, in una prima parte, che funge da premessa e quadro d’insieme per i singoli commenti,  e una seconda, dedicata al vero e proprio commento alla Strategia Nazionale.

Osserviamo  preliminarmente che la strategia del Ministero è molto più selettiva di quella del Gruppo di Esperti, e, come tale, corre il rischio di essere inutile, perché ignora i temi più controversi,  e in particolare la battaglia in corso, da parte delle Istituzioni (Commissione, Corte di Giustizia, EDPS, Antitrust italiano) , di imprese (Qwant) e cittadini europei (Schrems) contro il monopolio delle multinazionali del web, che  sono giunte a controllare le forniture di servizi alle Istituzioni Europee e alle amministrazioni pubbliche nazionali,  e gli sforzi in corso per creare, con Gaia-X, JEDI e Qwant, un ecosistema digitale europeo capace di dare all’ Europa l’autonomia strategica invocata, per esempio, da Macron, Altmaier e Breton. Proponiamo invece che l’autonomia digitale italiana ed europea sia inserita a pieno titolo fra gli obiettivi della strategia italiana.

Il profeta inascoltato delle tecnologie europee: Jean-Jacques Servan-Schreiber

PARTE GENERALE :COMMENTO ALLE PROPOSTE DEGLI ESPERTI

  1.    CONTRO L’ARRETRATEZZA DELL’ ITALIA E DELL’ EUROPA
  2.    DOPO IL COVID
  3.    DIGITAL HUMANITIES EUROPEE
  4.    UNA PEDAGOGIA PER IL XXI SECOLO
  5.    UNO SFORZO COORDINATO
  6.    TUTELA DEL PATRIMONIO INTELLETTUALE
  7.    HORIZON SCANNING
  8. DIGITAL UPSKILLING
  9.    L’ITALIA NEI CAMPIONI EUROPEI
  10.    AREE DI RICERCA E RICADUTE SUL TERRITORIO
  11.    DALL’ITALIA ALL’EUROPA
Il Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli

I.CONTRO L’ ARRETRATEZZA DELL’ ITALIA E DELL’ EUROPA

La crisi del Covid-19, che non accenna a cessare, sta dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, la mancanza di resilienza dell’Europa attuale, se confrontata, per esempio, con le società dell’Estremo Oriente (le “polveri bagnate dell’ Europa”).

Senza addentrarci in giudizi di valore, prendiamo intanto atto che questa mancata resilienza, che si è manifestata oramai ripetutamente – di fronte alla crisi energetica, a quella dei subprime, alle migrazioni, alla pandemia-, impone una drastica ristrutturazione delle nostre società, la quale non può prendere avvio se non dalla trasformazione digitale. Le autorità europee stanno incominciando a rendersene conto, come dimostrano i primi passi, per quanto per ora solo teorici, fatti, verso l’autonomia strategica digitale e verso la creazione di campioni digitali europei, nel Piano Coordinato dell’Unione Europea.

Un’ efficace strategia europea  di transizione dalle “Macchine Intelligenti” (robot) alle “Macchine Spirituali” (AI), per usare le parole del Direttore tecnico di Google, Ray Kurzweil, non può più partire, dato il ritardo accumulato dal nostro Continente, se non da un approccio “top down”, quale quello da noi delineato nel libro “European Digital Agency” inviato a tutte le Autorità competenti), in sostituzione di quello “bottom up” adottato fino ad ora, il quale non ha sortito gli effetti promessi dalla Strategia di Lisbona, da “Europa 2000” e da “Horizon 2000”, e, anzi, ha visto l’ Europa retrocedere rispetto a tutte le aree del mondo.

Un approccio che potrebbe essere chiamato, citando Macron, “DARPA EUROPEO”, o, secondo le proposte degli Esperti del MISE,  “un CERN ITALIANO”. Certo, non sono la stessa cosa: uno è un Ente militare, l’altro un centro di ricerca pura. In ogni caso, la Commissione, in persona dell’allora commissario Moedas, aveva già contestato a Macron l’idea del “DARPA EUROPEO”, precisando che Francia e Germania erano libere di perseguire questo approccio, ma per conto loro.

Purtroppo, com’ è stato scritto eloquentemente dagli Esperti, giacché i concorrenti da battere sono i GAFAM americani e i BAATX cinesi, che sono delle grandi imprese multinazionali, per giunta sostenute  apertamente dai rispettivi Governi, “un investimento distribuito e non coordinato” (com’è oggi quello europeo, e ancor più quello italiano) “rischia di rimanere sotto la soglia critica “.Tutto l’impianto della politica tecnologica europea, anche in epoca di Recovery Fund (Next Generation), è basato invece su un investimento “distribuito e non coordinato” di Commissione, BEI, EIT, ESA, 27 Stati Membri, 27 Istituti Europei di Tecnologia, 27 Istituti Europe dell’Intelligenza Artificiale, qualche centinaio di “Technological Hubs” e di “Regulatory Sandboxes”, migliaia di debolissime imprese…Nel frattempo, non casualmente, come ha rilevato la stessa Commissaria Vestager, i GAFAM non si sono mai arricchiti tanto alle spalle degli Europei, incuranti delle azioni della Commissione, del Parlamento, della Corte di Giustizia e dei Governi.

Inoltre, i programmi “Digital Europe” e ”Digital Services”, che saranno presentati a giorni, continuano a considerare, quale compito dell’ Europa digitale (Istituzioni, “Hubs”, Stati Membri), quello d’incoraggiare l’utilizzo, da parte della PA (comprese le Istituzioni) e delle imprese, dei prodotti e servizi digitali, che però non ci si premura affatto di produrre in Europa (come sarebbe fattibilissimo), dando implicitamente per scontato ch’ essi siano prodotti dai GAFAM (e, forse dai BAATX), senz’alcun ruolo per l’ Europa, così ridotta a “colonia tecnologica”, il tutto  con l’attiva cooperazione delle stesse Istituzioni Europee, che hanno acquistato dai GAFAM tutti i beni e servizi che servono per la loro attività (cfr. Allegato 2).

Alcune voci si sono levate, dai Governi e dalle stesse Istituzioni, per lamentare l’attuale eccessiva timidezza europea. In particolare, il Parlamento sta rifiutando ancor ora di accettare l’accordo con il Consiglio sul Quadro Pluriennale 2021-2027, tra l’altro, come da noi richiesto,  anche per i “tagli” ai programmi tecnologici. Anche l’EDPS (Autorità europea garante dei dati) ha presentato un rapporto durissimo in cui lamenta che l’appalto a Microsoft di tutte le attività digitali delle Istituzioni equivalga all’inversione del rapporto fra il controllore (le Autorità europee) e i controllati (il fornitore, per giunta soggetto alla legislazione americana), concretando una violazione gravissima dei divieti del DGPR e di quanto stabilito nelle sentenze della Corte di Giustizia.

Isaac Asimov: aveva previsto che “l’etica dell’ intelligenza artificiale” non poteva funzionare

II.DOPO IL COVID

La Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, che stiamo qui commentando, impostata prima del Covid, tiene conto solo parzialmente degli effetti, sulla società, della pandemia, ma è ancora inevitabilmente troppo arretrata rispetto, non soltanto ai trend della concorrenza americana e cinese, ma perfino rispetto ai timidi tentativi industriali europei in corso (Qwant, JEDI. e Gaia-X, di cui la Strategia non fa assolutamente menzione, come se l’Italia potesse fare qualcosa di serio in materia digitale prescindendo dalle battaglie comuni degli Europei- buone o cattive ch’esse siano-), e dando anch’essa per scontato che l’approvvigionamento di beni e servizi avvenga presso i GAFAM (in particolare Microsoft, trasformatosi, secondo l’ EDPS, da controllato a controllore delle Istituzioni europee). Invece, se l’Europa non si doterà, entro i prossimi 10 anni, di un ecosistema digitale autonomo, comprensivo di una propria cultura digitale, di campioni europei nei settori del “local storage”, delle piattaforme digitali, dei calcolatori e satelliti quantici, delle reti intercontinentali e della cybersecurity, subirà un’ inimmaginabile decadenza culturale, politica ed economica, la ”spirale del sottosviluppo” come l’ha chiamata Stefano Allievi.

Per questo motivo, pur apprezzando la professionalità e la completezza delle Proposte e della Strategia,  e usando come punto di partenza molte delle loro considerazioni e suggerimenti, riteniamo che l’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale  dovrebbe andare al di là, tanto delle strategie europee, quanto di quella italiana, proponendosi come l’antesignano di un nuovo, energico, approccio continentale, a cui le stesse Proposte  fanno più di un accenno.

Infatti, gli approcci attuali sono oramai insufficienti. La pretesa della Commissione, di fare, dell’Unione, il “Trendsetter del Dibattito Globale”, per quanto giustificatissima e condivisa, è stata oramai banalizzata dal proliferare in tutto il mondo, degl’ infiniti  documenti  sull’“etica dell’ Intelligenza Artificiale” (che sembrano redatti al ciclostile dai GAFAM), i quali oramai accomunano tutti -dalla Cina al Vaticano, dal Pentagono alla Commissione- e il fallimento delle strategie minimalistiche di contrasto ai GAFAM perseguite dalla Commissione (come l’azione contro Apple per aiuti di Stato e il Privacy Shield) è stato certificato dalla Corte di Giustizia, che implicitamente ha imposto l’adozione di nuove, più drastiche, misure. Lo stesso Department of Justice americano ha addirittura portato in tribunale Google, ingiungendole di cessare le sue pratiche monopolistiche, per non parlare, infine, del drammatico rapporto dell’ EDPS. Si noti che, subito dopo, si è mosso, buon ultimo, anche l’antitrust italiano.

Anche per l’Intelligenza Artificiale occorre fare un energico passo in avanti, abbandonando i concetti, vecchi di settantant’ anni, delle “Leggi della Robotica” di Asimov, ma anche il nuovo concetto di “affidabilità”, proposto dalle varie “strategie” disponibili sul mercato, per mettere in evidenza invece, da un lato,  le capacità di controllo e di autocontrollo dell’umano (“Empowerment” ed “Enhancement”), e, dall’ altra, l’urgenza di tradurre i programmi e le norme europee (e, in primo luogo, il DGPR), in concrete realizzazioni legislative e tecniche, come il Cloud europeo, su cui si incomincia appena ora a lavorare con Gaia-X, ma di cui manca ancora una solida base culturale, tecnologica, politica, finanziaria, di sicurezza, giuridica, commerciale, che garantisca l’integrazione nella strategia di sicurezza, l’effettiva autonomia, la coerenza con le varie normative, l’effettivo utilizzo, la non ingerenza da parte delle multinazionali del web. Un compito a cui l’Istituto è chiamato a collaborare.

E’da quattro secoli che si disputa sugli automi, senza alcuna conclusione.

III.DIGITAL HUMANITIES EUROPEE

Come ha scritto Julian Nida-Rümelin, la transizione digitale dovrebbe costituire un’occasione per creare un umanesimo digitale. Direi di più: senza un umanesimo digitale, è inevitabile che, come pronosticato da ormai un secolo da moltissimi autori (Čapek, Asimov, Teilhard de Chardin, Kurzweil, von Neumann, Vinge, McLuhan, de Landa, Joy, Fukuyama, Hawking, Rees, Musk, Bell, Wang Pei…), le macchine prendano il sopravvento sugli uomini, anche e soprattutto grazie all’ intelligenza artificiale, come del resto sta già avvenendo nei sistemi di difesa nucleari, nelle borse, nei social networks (cfr. casi “Miortvaja Rukà” e “Google Analytica”). D’altra parte, l’idea di un “Intelletto Attivo” sovrastante l’Umanità costituisce una tentazione millenaria di tutte le civiltà (dallo Spirito Assoluto di Hegel, al General Intellect di Marx, alla Noosfera di Teilhard de Chardin).

Molti intellettuali, religiosi ed esperti, si sono preoccupati della questione. Tuttavia, i tagli alla cultura, gli errori di programmazione, l’abbandono delle periferie, le chiusure localistiche, la disoccupazione intellettuale, la decadenza degli studi, le incertezze fra discipline umanistiche e tecnico-scientifiche, e ora il Covid, tutto ha contribuito alla crisi dell’intera cultura pedagogica del XXI secolo, rendendo gli uomini deboli nel confronto con le macchine.

Sembra assodato che in ogni caso il costituendo Istituto, fortemente voluto dall’Arcidiocesi di Torino, dedicherà una parte delle sue ricerche all’etica dell’Intelligenza Artificiale, sulla falsariga dell’”Appello di Roma” sponsorizzato dal Vaticano. In effetti, c’è ancora moltissimo da fare in questa direzione, giacché l’idea di poter infondere un’etica (ma quale?) nelle macchine, senza aver fatto lo stesso prima nell’uomo, è una semplice illusione, perché le “macchine intelligenti” non fanno altro che cristallizzare e perennizzare i pregiudizi (i “bias”) dei loro creatori (come il sistema elettronico russo “Miortvaja Rukà”, che garantisce comunque alla potenza nucleare sconfitta la Mutua Distruzione Assicurata dell’avversario anche dopo lo sterminio dei suoi alti comandi, rendendo così irreversibile la decisione della leadership politica pro tempore).

L’idea delle “Leggi della Robotica” poteva essere semmai giustificabile quando i robot non c’erano ancora, eppure Asimov aveva dimostrato già 70 anni fa ch’ esse non possono funzionare. Per avere un “ecosistema digitale” virtuoso occorre invece che la società sia virtuosa. Nello specifico: se si vuole evitare che le macchine comandino agli uomini, occorre che gli uomini stessi siano capaci di comandare: che siano spiriti forti, liberi, aperti, come tentavano di farli le educazioni “classiche” di tutte le antiche civiltà, cosa che ha permesso di fermare, seppure in estremi, gli errori degli automi, come nel mito del Golem e nella vicenda del 1983 del Tenente-Colonnello Petrov.

Se l’ Europa vuole veramente qualificarsi come “Trendsetter del Dibattito Globale”, deve risolvere in primo luogo questa questione, rispondendo così alle ineludibili preoccupazioni di scienziati di primo piano, come Hawking e Rees.

La sopravvivenza del mondo è già ora nelle mani di complessi ecosistemi digitali

IV.UNA PEDAGOGIA DEL XXI SECOLO

Primo compito dell’Istituto dovrebbe dunque essere quello d’investigare su una nuova educazione del XXI secolo, adatta alla ”Società delle Macchine Spirituali”. Ciò comporterebbe una rivisitazione di vari aspetti della società delle scienze, “umane” ed “esatte”: la pedagogia (i curricula del Processo di Bologna); il “Lifelong learning” (non “re-skilling”, ma “up-skilling”); la neurobiologia e la bioingegneria (l’”Enhancement”); l’interfaccia uomo-macchina (l’”Empowerment”).

Il convivere con le macchine spirituali richiede comunque anche una massa molto più ampia di conoscenze, che l’Intelligenza Artificiale, se ben utilizzata e organizzata, può dare, attraverso una nuova forma di enciclopedismo (che comunque va organizzato, politicamente, giuridicamente, imprenditorialmente e tecnicamente): empowerment, ICT law, data economy, e.publishing. In generale, disciplinare l’Intelligenza Artificiale richiede ovviamente un enorme lavoro legislativo e di programmazione, come per esempio trasformare il GDPR in algoritmi che attuino in concreto i principi legislativi: conferire l’accesso solo agli aventi diritto, conciliando queste regole con il flusso internazionale dei dati, il controllo pubblico sulle reti, la proprietà intellettuale,  il diritto militare e fiscale, l’antitrust,  la procedura penale, la legislazione d’emergenza….

Sempre secondo le Proposte degli Esperti (che noi condividiamo energicamente), c’è bisogno di un’Accademia Digitale, da dedicarsi all’insegnamento al massimo livello delle discipline legate al digitale (etica digitale informatica, cibernetica, robotica, bioingegneria, economia e diritto digitali, automazione, cyber-sicurezza, cyber-intelligence, cyber-guerra, digital art, ecc..). L’area piemontese si distingue per le sue variegate competenze, che comprendono, oltre che il Politecnico e l’Università, anche il Centro di Formazione dell’ Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), il Centro Europeo per la formazione in Est Europa, la Scuola Universitaria Interdipartimentale in Scienze Strategiche (SUISS) e la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione Parallela di Torino. A Ivrea si sta tentando, con l’iniziativa ICO Valley – Human Digital Hub, di fare rivivere, negli spazi che furono di Adriano Olivetti, lo spirito della sua epoca, con la creazione di un’Accademia che potrebbe molto opportunamente venire integrata in un unico “Distretto dell’ AI”, insieme a Torino. l’ACCADEMIA DIGITALE focalizzata sull’alta formazione nel digitale e più in generale nell’economia immateriale, coordinata da Torino Wireless, in stretta collaborazione con il Politecnico e con l’Università degli Studi di Torino, Ires Piemonte e Talent Garden, dall’altro un INCUBATORE/ACCELERATORE DI STARTUP per supportarne lo sviluppo attraverso specifici programmi di crescita, servizi professionali dedicati e opportunità di finanziamento di CDP e altri investitori.

Occorrerà per altro un controllo molto attento delle materie d’insegnamento, perché la nuova Accademia non divenga la brutta copia di Istituzioni già esistenti, bensì riempia i moltissimi spazi lasciati vuoti dall’inazione di Istituzioni e imprese, e svolga anche un ruolo critico nei confronti delle molte carenze del mondo digitale europeo.

Torino, al centro della cultura per il lavoro

V.UNO SFORZO COORDINATO

Le tradizionali politiche europee nel settore tecnologico sono fondate:

-sull’ idea che la UE sia, non già una federazione, come volevano Coudenhove-Kalergi e Spinelli, bensì un’”organizzazione sovranazionale”, che ha come elementi di base gli “Stati Nazionali” attualmente esistenti, e che quindi si sente obbligata a dividere per 27 tutte le nuove iniziative, anche quelle che avrebbero un senso solo a livello continentale;

-sulla delega agli Stati Uniti delle “attività strategiche” (intese in un senso esageratamente largo, comprendente, in sostanza, anche le nuove tecnologie, come si vede nel recentissimo caso dell’outsourcing  verso Microsoft delle Istituzioni UE e di Poste Italiane);

-su un’interpretazione restrittiva del “principio di sussidiarietà”, secondo cui occorrerebbe lasciare al livello più basso di governo tutto ciò che possa essere fatto a quel livello, non già solo ciò che possa essere fatto meglio a quel livello (sicchè nessuno svolge poi in realtà le attività più “nobili” ed impegnative, perché singoli Stati membri non sono all’altezza, ma non vogliono nemmeno che le svolga l’Unione). Quindi, le si delegano alle multinazionali del web;

-su un’interpretazione limitativa dell’economia sociale di mercato, secondo cui la “socialità” si riferirebbe soprattutto alla redistribuzione, e pochissimo al coordinamento e alla promozione delle attività economiche (l’“advocacy”).

Si susseguono quindi le proposte di creare nuovi organi centralizzati (Invitalia, Fondo per l’Innovazione, Cabina di Regia per l’AI.., Alto Commissario per il Recovery Fund). A ciò si aggiunga che già esiste a Genova un Istituto Italiano di Tecnologia, e sono stati appena confermati dal Governo, con un’azione anticipata assai discutibile, gli hub tecnologici europei creati sotto Horizon 2020. Tutte quelle proposte non vanno certo nel senso della semplificazione e della centralizzazione, bensì in quello della moltiplicazione degli Enti, delle sedi e delle poltrone. L’Associazione Culturale Diàlexis aveva scritto una serie di lettere (allegate) a tutte le Istituzioni e ai Governi, chiedendo di non rinnovare sic et simpliciter le strutture esistenti, semplicemente rifinanziandole per i prossimi 7 anni, perché, data la situazione, sarebbe stato richiesto, per questo periodo, un molto maggiore sforzo aggiuntivo. Purtroppo, i progetti della Commissione (per altro non approvati, né dal Consiglio, né dal Parlamento), sono molto simili a Horizon 2020 (e non tengono conto delle promesse di trasformazione radicale espresse in occasione del Covid).

Prendiamo atto del fatto che il Quadro Pluriennale è ancora fermo, come da noi richiesto, tra l’altro proprio per la sua insufficienza in campo tecnologico. Quindi, le attuali strutture non sono ancora state legalmente confermate, e, almeno in teoria, potrebbero ancora essere modificate. A regime, l’intero sistema europeo dovrebbe comunque essere drasticamente semplificato, come spiegato nel nostro libro, centralizzando in un’unica Agenzia Tecnologica Europea (DARPA EUROPEA, CERN delle tecnologie), quello che fanno oggi EIT, ESA, Agenzia Europea degli Armamenti, hubs tecnologici….

In attesa che quest’ esigenza venga metabolizzata, l’Italia non può fare a meno di formalizzare una propria strategia, come hanno già fatto altri Stati europei. Tuttavia, com’è espresso chiaramente nelle proposte che stiamo commentando, l’idea è che, attraverso la Strategia e l’Istituto, l’Italia possa assumere un ruolo di leadership nell’Intelligenza Artificiale, possa caldeggiare la creazione di un Istituto Europeo per l’Intelligenza Artificiale (che a quel punto non potrebbe non essere strutturato insieme all’ EIT), e candidarsi a ospitarlo.

Tutto ciò presuppone un’intensa capacità propositiva, anche per ciò che riguarda le strategie e le politiche: altro tema che potrebbe rientrare fra gli obiettivi del nuovo Istituto: la costruzione (eventualmente con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale), di scenari per il futuro dell’ industria digitale italiana ed europea.

Ciò presupporrebbe però che si facesse ordine innanzitutto in Italia, in particolare creando un piano dettagliato, che, come in questa nota, parta da alcune questioni di principio, per poi articolarsi, da un lato, in temi di ricerca, e, dall’ altro, in azioni di governo per sostenere i filoni strategici. Tutto ciò anche nell’ ottica di spendere al meglio le risorse del Recovery Fund.

Nel 2021, per le tecnologie europee non ci resta che lo “stato di emergenza”

VI.TUTELA DEL PATRIMONIO INTELLETTUALE

Una delle principali carenze del settore digitale europeo è che il suo patrimonio intellettuale non è, di fatto, tutelato. Questo spiega perché le imprese europee siano poco propense a investire in ricerca e sviluppo.

Certo, con il tempo, si è estesa di molto la protezione intellettuale del software e del know-how in generale. Tuttavia, un’enorme quota del patrimonio intellettuale dell’industria informatica è costituito da un  know-how informale, come pure da sperimentazioni non brevettate. Orbene, come è noto, questo tipo di patrimonio in Europa non è praticamente tutelato. Innanzitutto, come  messo in evidenza dalle due cause Schrems, l’intera massa dei dati degli Europei (delle Istituzioni europee e di molte amministrazioni nazionali), siano essi cittadini o imprese, è immagazzinata nei server dei GAFAM, i quali, ai sensi del Patriot Act e del CLOUD Act, sono tenuti a metterli a disposizione delle 16 agenzie americane d’intelligence, le quali a loro volta, come illustrato per esempio da “L’Express”, non hanno alcuna difficoltà  a renderli disponibili alle imprese americane. In secondo luogo, gli stessi Americani accusano un po’ tutto il mondo di carpire, attraverso l’hackeraggio, i segreti industriali di tutte le imprese occidentali. Quindi, i dati degli Europei vengono piratati almeno due volte.

Basti pensare a un tipico caso di sviluppo di prodotto italiano: il calcolatore “Programma 101” dell’Olivetti, che sarebbe stato teoricamente già ceduto alla General Electric per le pressioni del mondo politico e finanziario italiano, e che fu invece terminato “clandestinamente” dai tecnici dell’Olivetti, e venduto, soprattutto negli Stati Uniti, in 44.000 esemplari, che furono subito copiati e cannibalizzati dai concorrenti. Nessuno si curò neppure di proseguire la produzione di quel prodotto, già sviluppato a spese dell’impresa e con un così straordinario successo commerciale, né di difendere una proprietà intellettuale strategica per l’Italia e per l’Europa.

Un altro esempio drammatico è costituito dal recente accordo interistituzionale fra Commissione, Consiglio e Parlamento, in forza del quale tutte le attività di software dell’Unione Europea, compreso il trattamento dei dati, sono state appaltate a Microsoft. Lo stesso dicasi per molte pubbliche amministrazioni europee, in primis Poste Italiane (all.2). E’ ovvio che, in questo modo, tutto il know-how europeo viene messo a disposizione dei GAFAM, e questi non solo non pagano, ma vengono addirittura profumatamente retribuiti dagli Europei.

Occorrerebbe controllare che, almeno per l’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale, non avvenga lo stesso.

La bozza di “Digital Europe” che verrà presentata a giorni dedica una certa attenzione a questo problema.

“-garantire un’ampia implementazione delle soluzioni di cibersicurezza più recenti in tutti i settori economici;

-rafforzare le capacità negli Stati membri e nel settore privato per aiutarli a ottemperare alla direttiva UE recante misure per un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione”.

Occorrerà vedere come si passerà dalle parole ai fatti. Uno dei compiti fondamentali dell’Istituto sarebbe, a nostro avviso, proprio quello di studiare come questi fenomeni possano e debbano cessare, attraverso un’adeguata politica legislativa, finanziaria, di “advocacy” e di supporto alle imprese nazionali ed europee innovative.

Ovviamente, tutto ciò presuppone anche un enorme lavoro tecnico nel settore della cyber-security, anche perché, qui come su altri punti, “Digital Europe” parte dall’ idea che dobbiamo “acquisire” i sistemi di sicurezza, non produrli. E perché mai? E’ difficile che chi produce i nostri sistemi di sicurezza non si riservi anche la chiave per poter accedere abusivamente ai nostri dati. Ed è comunque certo che non potrà rispettare il DGPR, perché le autorità del Paese sede della società gl’imporranno sicuramente di rendere i dati disponibili al Governo stesso. L’Europa, se non l’Italia, dev’essere assolutamente autonoma in questo campo, e l’Istituto dovrà gettare le basi teoriche perché l’industria europea possa generare e gestire essa stessa siffatti sistemi.

L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, insieme all’ Istituto Tecnologico Italiano, deve innanzitutto “predire il futuro”

VII. HORIZON SCANNING

L’Intelligenza Artificiale, essendo il principale elemento di vantaggio competitivo nel commercio internazionale, ma anche in geopolitica, fa oggetto di una lotta accanita fra USA, Cina, Russia, Israele, India, Iran.

Il Governo Italiano, nelle sue iniziative presso l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite e la Cina, ha bisogno, per tutelare al massimo i propri interessi e valori, di difendere il know-how italiano, migliorare le performances dell’ Unione Europea e conseguire vantaggiosi accordi tecnologici e militari, di un sostanzioso  e competente supporto tecnico, economico e giuridico, che l’ Istituto dovrebbe essere in grado di dare.

Ci riferiamo in particolare agli argomenti seguenti:

-strategia europea per l’intelligenza artificiale;

-norme internazionali sull’ intelligenza artificiale;

-cyber-security;

-cyber-guerra;

-strategie di trasformazione digitale della scuola, dell’amministrazione, delle forze armate, della sanità, dell’industria;

-legislazione in materia d’ intelligenza artificiale;

-precisazione dell’inserimento dell’Intelligenza Artificiale nei curricula scolastici e del lifelong learning.

Nello stesso modo, le imprese innovative debbono essere guidate nell’ individuazione dei filoni più promettenti, attraverso uno studio attento dell’evoluzione del mercato mondiale, che dev’essere accessibile alle imprese nazionali ed europee.

Entro 10 anni, tutta la nostra società dev’essere digitalizzata e riqualificata

VIII.DIGITAL UPSKILLING

Le previsioni circa il possibile impatto sul lavoro dell’ intelligenza artificiale rischiano di essere  errate per difetto.

In effetti, l’intelligenza artificiale permette di automatizzare quasi tutte le attività umane:

-quelle politiche (voto elettronico, big data, social networks);

-quelle culturali (visite a distanza, webinar, e.publishing);

-quelle militari (cyber-intelligence, cyber-guerra);

-quelle digitali (didattica a distanza);

-quelle economiche (dematerializzazione della borsa, e.commerce)

-quelle produttive (machine learning, fabbriche 5.0);

-quelle burocratiche (lavoro da remoto);

-quelle tecniche (video-perizie)

-quelle religiose (cerimonie in streaming);

-quelle ludiche (videogiochi).

La pandemia ha dimostrato che, in certi casi, questa trasformazione può addirittura essere necessaria. Una volta superate le difficoltà tecniche (cosa relativamente alla quale l’intelligenza artificiale darà certamente un suo contributo), si rivelerà ch’ esse saranno anche più economiche di quelle fisiche, e, quindi, saranno competitive. Il risparmio si farà non tanto, o non soltanto, sul lavoro umano, ma anche e soprattutto sull’ enorme fabbisogno di infrastrutture, immobili, trasporti, che oggi è reso necessario dagli spostamenti di miliardi di persone sui territori.

Tutti si pongono il problema di chi lucrerà su questi vantaggi, ma il tema è mal posto, perché, sul medio-lungo, si ha comunque sempre un trasferimento di ricchezza fra ceti e persone. Il legislatore ha incominciato a individuare forme di trasferimento adeguate all’ attuale transizione, come la tassazione del web, il supporto alle start-up, il reddito di cittadinanza. Certo, dovranno essere studiati, sviluppati ed attuati, sistemi estremamente più sofisticati.

Quanto al ruolo dell’uomo nel mondo delle “macchine spirituali”, questo è un buon tema di riflessione per un istituto di ricerca. A nostro avviso, il ruolo dell’umanità si sposterà dalle operazioni fisiche (zappare, avvitare), a quelle intellettuali (progettare, amministrare); da quelle ripetitive (operazioni bancarie, vendite telefoniche); a quelle creative (soluzione di problemi, organizzazione di reti); da quelle burocratiche a quelle imprenditoriali (dall’amministrazione al controllo); da quelle esecutive a quelle deliberative (dai funzionari dello Stato agli organi politici), ecc…In tutto questo processo, non mancheranno per le persone(se questi saranno adeguatamente preparate), un gran numero di ruoli da svolgere, di momenti di decisione e controllo, di possibilità di acquisire reddito e proprietà.

Per esempio:

-politici eletti (che dovranno guidare la transizione);

-consulenti della politica (esperti di big data, di data mining..);

-intellettuali (self publishers, bloggers);

-insegnanti (dal vivo e a distanza);

-artisti (cyber-art);

-divulgatori (social networks);

-amministratori locali (il Comune digitalizzato);

-imprenditori dell’informatica (i proprietari delle piattaforme);

-professionisti digitalizzati (l’ospedale informatico, lo studio legale informatico);

-i fornitori digitali (i titolari delle fabbriche 5.0 e oltre);

-i subfornitori digitali (gestori di singole supply chains, free-lance automatizzati, ecc…).

Questa configurazione della società futura richiede la sincronizzazione della trasformazione digitale della società e della formazione digitale della popolazione, in modo da ottimizzare il “time to market” (che ogni salto tecnologico corrisponda ad un’effettiva esigenza sociale, e che ogni trasformazione sia accompagnata dalla formazione richiesta, oltre che da un’evoluzione del diritto, che offra adeguate tutele ad ogni ruolo sociale).

L’intelligenza artificiale, con i big data, la modellizzazione e la ricerca operativa, dovrà permettere di conseguire questo complesso risultato.

Resteranno certamente fuori un certo numero di attività che, per il loro alto valore simbolico, non potranno, o non dovranno, essere automatizzate (per esempio le messe, i matrimoni, i funerali, gl’incontri sportivi, le feste, le visite in luoghi naturali o della memoria, le cerimonie militari…).

Queste occasioni, proprio perché più rare, diverranno più importanti, e sarà compito degl’intellettuali valorizzarle, attraverso la sottolineatura dell’elemento cerimoniale, la memoria culturale e la cura dell’identità (sulla falsariga di Confucio, di Foscolo, dei coniugi Assmann..).

Con “Programma 101”, l’Italia era al vertice dell’industria digitale: poi, più nulla.

IX. L’ITALIA NEI CAMPIONI EUROPEI

Contro la creazione dei cosiddetti “Campioni Europei” si sono sempre cumulate difficoltà di ogni genere: geopolitiche, ideologiche, nazionalistiche, di marketing, di management. In ultima analisi, dopo 70 anni, gli unici tre “campioni europei” esistenti sono quelli dell’aerospaziale civile:  Arianespace, Airbus e Galileo.

Attualmente, i Francesi e i Tedeschi stanno proponendo agli altri Europei di entrare in tre aspiranti “campioni”:JEDI, nel campo del finanziamento alle imprese tecnologiche, Qwant, nel campo dei motori di ricerca, e, soprattutto, Gaia-X. Tuttavia, le modalità di questo ingresso sono tutt’altro che chiare, anche e soprattutto perché altri Paesi europei, come l’Italia, mancano di soggetti importanti fornitori di tecnologia, e possono partecipare per lo più soltanto come acquirenti. Il che è meglio di niente, ma spesso non è abbastanza attraente per questi stessi soggetti, che continuano a lavorare con i GAFAM.

S’impone preliminarmente un’attività di “horizon scanning”, per comprendere le ragioni di questa situazione e per individuare via di uscita.

Dopo di che, l’Italia dovrebbe creare veicoli pubblici-privati per veicolare una partecipazione italiana attiva nei campioni europei.

Dopo essere stato completato di nascosto ed esposto a New York quasi
di nascosto, il P101 fu venduto in 44.000 esemplari, e poi dismesso

X.AREE DI RICERCA E RICADUTE SUL TERRITORIO

Nonostante l’affollamento di iniziative ed Enti, esistono ancora molte aree dell’intelligenza artificiale dove si possono compiere progressi importanti, il cui utilizzo potrebbe risultare particolarmente utile per l’Italia e per l’Europa, in quanto afferenti ad attività in cui esistono tradizionali o potenziali vocazioni, e che non sono ancora presidiate da concorrenti internazionali:

  1. repertoriazione, divulgazione e disseminazione culturale;
  2. traduzione automatica;
  3. promozione dei territori;
  4. fintech (valute artificiali);
  5. manifattura automatizzata e parzialmente automatizzata (prodotti ad alto valore qualitativo);
  6. ospedale automatizzato;
  7. ufficio automatizzato;
  8. ricerca giuridica e progettazione giuridica;
  9. comparazione giuridica;
  10. scrittura di documentazione giuridica;
  11. simulazioni economiche e politiche;
  12. arte automatizzata;
  13. e.publishing.

Si ha tuttavia l’impressione che, in Europa, l’approfondimento dell’impatto della ricerca sui territori sia molto limitato, perché l’impostazione del ruolo politico delle attività di ricerca è stato minimalistico, e si mira semplicemente a dare qualche vantaggio alle attività esistenti, senza l’ambizione di crearne di nuove.

Si sono confuse arbitrariamente la ricerca pura, che dovrebbe avere uno scopo culturale ed essere tendenzialmente aperta a tutti, e la R&D, che spesso altro non è che il mascheramento di attività di progettazione, o addirittura solo di calcolo o disegnazione, ma che per fini vari (finanziamenti, statistiche) si vogliono “nobilitare”. In realtà, la vera ricerca si situa a metà strada fra questi due estremi, e ha un reale valore economico, perché permette alle imprese un salto qualitativo (è “disruptive”). Tuttavia, perché da questa parte della ricerca si arrivi ad un reale impatto positivo per i territori, ci vogliono ancora parecchi passaggi.

Intanto, occorre che, pur trattandosi di ricerca finanziata, sia ammissibile vincolarne la fruizione all’ utilizzo economico nel territorio. Questi vincoli sono stati visti fino a recentemente con sfavore, in quanto in Europa, sul “nazionalismo economico”, ha prevalso un generico liberismo, spesso accoppiato al “sublime tecnologico”, grazie a cui, ai GAFAM, veniva attribuito addirittura un valore salvifico. Ancor oggi la creazione in Italia o in Europa di un magazzino di Amazon, di un ufficio amministrativo di Facebook o di un server di Google veniva “venduto” come un grande avanzamento per un territorio, che alla fine si vedeva accrescere la forza lavoro di qualche decina di magazzinieri, contabili o periti informatici, mentre invece escono dal territorio (per giunta con l’etichetta nobilitante di “europei”) miliardi e miliardi dei dati dei cittadini,  molti cervelli che vanno a ricoprire ruoli ancillari altrove, e soprattutto fiumi di profitti non tassati.

Anche nel caso dell’Istituto per l’Intelligenza Artificiale, viene “venduto” come un grande vantaggio il fatto di occupare 600 ricercatori. Tuttavia, se si pensa che sono previsti  7 ulteriori hub sparsi nel territorio, si capisce che gl’ideatori di Digital Europe, ma anche dell’Istituto,  hanno in mente quel modello “disperso” che così pochi frutti ha dato fino ad ora, e che soprattutto rischia di non favorire il Piemonte in alcun modo sostanziale. In quest’ottica, l’Istituto sarebbe solo un gestore dei fondi europei, da spendersi in tutta Italia.

A nostro avviso, pur non essendovi obiezioni (in una situazione in cui il lavoro a distanza diviene la regola, soprattutto per gl’informatici) alla distribuzione degli hub sul territorio, è invece fondamentale che la ricerca non si disperda, bensì che le risorse dedicate a questi temi da Digital Europe, che sono veramente scarse, come sostiene lo stesso Parlamento Europeo), vengano spese razionalmente.

Ricordiamo che, negli Anni ’60, in Piemonte vi erano, non solo la holding FIAT, con i suoi azionisti, i suoi professionisti e dirigenti e i suoi più di dieci settori di attività (dall’auto i veicoli commerciali e industriali, dall’aviazione allo spazio, dai giornali alle banche, dalla finanza alla componentistica, dalla formazione alla chimica, dalla difesa all’ informatica,…), ma anche  la RAI, il Banco di San Paolo, la Cassa di Risparmio di Torino, la SAI, la Toro Assicurazioni, la Lancia, la Olivetti, la RIV, la CIR,  la CEAT e la SEAT, la Ferrero, la Zegna, la Burgo, la Microtecnica, l’Einaudi, la Bollati Boringhieri, la Loescher, la Paravia, la De Agostini…Oggi, si tratta di sostituire tutto questo con attività di alta tecnologia e culturali.

Una vera ricaduta positiva sul territorio si avrebbe solo se si approfittasse della presenza dell’Istituto per modificare l’atmosfera culturale, politica ed imprenditoriale del Piemonte, sottolineando le spinte verso produzioni vendibili internazionalmente o comunque utili per colmare le lacune dell’informatica europea, costituendo anche un elemento di rinnovamento dell’accademia, delle amministrazioni locali e delle imprese.

Soprattutto, andrebbe creato un intero ecosistema d’investitori, di leaders, d’inventori, d’imprenditori, di professionisti, di politici, d’intellettuali, di studiosi, di specialisti, di managers, di fornitori di servizi che ruotino intorno all’ intelligenza artificiale.

Dopo la crisi energetica, quella dei subprime, quella del Covid, le imprese italiane sono deserte

XI. DALL’ITALIA ALL’EUROPA

Nelle Proposte per una Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, si accenna al fatto che l’Italia dovrebbe esercitare un ruolo attivo nella definizione della strategia europea, e che, ciò facendo, potrebbe legittimamente ambire a ospitare un Istituto Europeo dell’Intelligenza Artificiale. Per questo, vale la stessa considerazione che vale per un accordo mondiale sull’ Intelligenza Artificiale: che, cioè, l’Europa potrà essere qualificata al ruolo di “Trendsetter del Dibattito Internazionale” se, e nella misura in cui, saprà eccellere in questo campo. Lo stesso vale per l’Italia

A nostro avviso, data la debolezza dell’intero sistema europeo del settore, la strategia corretta sembrerebbe quella di specializzarsi in studi e ricerche che abbiano un valore di orientamento generale, come quelle relative all’ etica dell’intelligenza artificiale, all’”horizon scanning”, all’”upskilling sociale”, alle piattaforme, al fintech, in modo da potersi poi proporre in Europa con funzioni di “leadership”.

Inoltre, occorrerebbe, pur nell’ obiettiva necessità di andare sempre più verso l’automazione, valorizzare al massimo, a titolo compensativo, gli aspetti ambientali (ritorno al territorio), culturali (le tradizioni di editoria, Salone del Libro, cinema e televisione, collaborazioni transfrontaliere e con l’ Est Europa), formazione (ISVOR), progettualità politico-sociale (Olivetti, Fondazione Agnelli, Circolo dei Lettori, Biennale Tecnologia), che si possono e si debbono integrare  perfettamente con l’intelligenza artificiale.

Infine, la vicinanza con Genova, con Ivrea, e, volendo, anche con Milano (Human Technopole e Tribunale Europeo dei Brevetti), Ginevra (CERN), Nizza (Sophia Antipolis), dovrebbe permettere di promuovere Torino quale centro di un’area particolarmente qualificata in questo senso.

La nostra Associazione si propone, come sempre, come luogo di riflessione, di divulgazione, di studio, di proposizione, di disseminazione, a Torino, in Italia e in Europa.

EUROPEAN DEMOCRACY ACTION PLAN ,PARTE II:UNA NECESSARIA AUTOCRITICA

Visto che si parla sempre dei diritti umani dei rifugiati:
che fine hanno fatto gli esuli serbi della Krajina croata?

E’ positivo il punto di partenza del documento del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights” :

“the EU has so far been unable to comprehensively tackle violations of EU values through its ordinary monitoring and enforcement activities”.

I motivi di questa incapacità non vengono per altro investigati. Essi sono legati al fatto che, nel XXI Secolo, anche  nell’ Unione Europea, sotto l’etichetta “democrazia” s’intendono “far passare” concetti e principi assolutamente eterogenei, il cui unico punto in comune è costituito dall’ essere essi tutti il frutto della  presunzione millenaristica ereditata dal “Sogno di Serse”  descritto da Erodoto (“conquistare tutta l’ Europa affinché l’Impero raggiunga il confine del regno degli Dei”, oggi “rendere il mondo sicuro per la democrazia”), con la conseguente “eterogenesi dei fini” (cfr. post precedente).

In sintesi, il fascicoletto cita come essenziali per il concetto europeo di “democrazia”:

-i “valori comuni degli Stati membri”;

-la cosiddetta “Rule of Law” (che tradurrei come ”principio di legalità”);

-i diritti fondamentali, ivi compresi quelli delle minoranze.

Questi tre elementi, che sono alcuni di  quelli citati nella lettera di missione di Vera Jourova,non mi sembrano minimamente appropriati quali elementi qualificanti dell’attuale regime europeo.

Da otto anni Schrems chiede giustizia alla Corte di Giustizia e ai tribunali nazionali, ma Google e Facebook continuano a trasferire illegalmente in America i nostri dati

1.La “Rettifica dei Nomi”

Intanto, i “valori comuni degli Stati membri” sono meno numerosi e meno chiari di quanto possa sembrare: basti pensare alla cogestione tedesca(p.es., la “Volkswagengesetz”) nei suoi rapporti, con l’”autonomia delle parti sociali” degl’Italiani; la teocrazia polacca nei confronti della “laicité à la Francaise”(per esempio, il divieto del velo); il comunitarismo belga in confronto con il centralismo spagnolo (cfr. la repressione in Catalogna).

Anche il principio di legalità  (“the Rule of Law”) è assolutamente ambiguo. Intanto, non riuscendo l’Unione Europea a legiferare fin dall’ inizio in relazione all’ impressionante turbinio di esigenze sociali che si pongono oggi in uno spazio semi-continentale come quello dell’Europa Occidentale, la Corte di Giustizia ha sempre adottato una giurisprudenza altamente creativa, “pescando” appunto liberamente nei principi giuridici comuni degli Stati Membri (l’ “Europa dei Giudici”, di cui la Corte si vantava quando ero funzionario della stessa). Orbene, questo è il metodo legislativo tipico degli antichi regimi feudali, come l’Impero Romano, quello germanico e il Regno d’Inghilterra.

Oggi, poi, assistiamo in Europa a un grado elevatissimo di disapplicazione del diritto: da un lato, del diritto internazionale e europeo, e, dall’ altro, degli stessi diritti nazionali. Basti ricordare l’opposizione degli Stati europei al Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari, disapplicato dalla maggiorana degli Stati membri; la partecipazione a campagne militari, come quella alla 2° Guerra del Golfo,  non coperte da una risoluzione delle Nazioni Unite; lo status di “non cittadini” di una parte considerevole degli abitanti dei Paesi Baltici; l’esilio, da più di 30 anni, di 350.000 Serbi della Krajina;  la detenzione ancora non finita dopo anni di buona parte del Governo catalano; la sentenza della Corte di Giustizia Tedesca che rifiuta di assoggettarsi alla giurisdizione della Corte di Giustizia delle Comunità Europee; l’inottemperanza, alla sentenza Schrems II, di tutte le autorità nazionali per la tutela della privacy, i reati di opinione diffusi in tutti i Paesi membri…

Tutta l’area dei rapporti con il Complesso Informatico-militare è informato al principio di coprire, con un apparente  rigore, una assoluta sudditanza ai GAFAM, tanto che l’ Europa è l’unica area del mondo a non avere le proprie piattaforme, e a confidare esclusivamente su quella americana perfino per l’ intelligence, la guida dei missili nucleari, i collegamenti satellitari, ecc…Dopo 10 anni di sforzi giudiziari, la Commissione e l’ anti trust europei non sono ancora riusciti a “incastrare” Google, nello stesso modo in cui la magistratura e la polizia italiane non sono riuscite a catturare Messina Denaro. Invece, proprio ora il Ministro della Giustizia degli Stati Uniti, insieme a quelli di molti Stati, ha depositato, davanti al District Court del District of Columbia un atto d’accusa con cui si chiede la cessazione dei comportamenti anti-concorrenziali di Google.

Il rapporto del Parlamento Europeo cita poi giustamente il caso eclatante delle Extraordinary Renditions, per le quali, né gli agenti della CIA, né i funzionari nazionali conniventi, hanno subito alcuna sostanziale condanna, così pure come nessuno dei funzionari americani responsabili dello spionaggio ai danni degli Europei  nei casi Echelon e Prism. Ma ricordiamoci anche che non si è ancora fatto chiarezza su vicende fondamentali come l’ attentato a Giovanni Paolo II, le uccisioni di Herrhausen e di Moro, le stragi di Portella della Ginestra, Ustica, Piazza Fontana, Bologna, oltre che sulla misteriosa fioritura delle mafie in tutti gli Stati membri nonostante gli apparenti sforzi per sradicarle…

Non parliamo poi del rifiuto degli Stati Uniti di sottostare, tanto alle corti europee, quanto a quelle internazionali (congiunta alla loro pretesa di applicare extraterritorialmente il loro diritto anche in Europa),  nonché la creazione di corti speciali corti post factum come la corte Penale Internazionale per la ex-Yugoslavia, che violano grossolanamente i il principio del “giudice naturale” e dell’ indipendenza, nonché la pretesa espressa in più occasioni da parte dei vertici americani di esercitare lo spionaggio in Europa senza che gli Stati europei abbiano il diritto di fare altrettanto negli Stati Uniti. Al punto ch’è stato detto che “in Deutschland gilt nicht deutsches Recht“.

In tutta Europa è esistito fino almeno al 1990, senza essere attaccato in giudizio ,
un esercito segreto al servizio della NATO.

2.La “Rule of Law Review”

Anche la più recente “Rule of Law Review Cycle”, citata dal Parlamento Europeo,  tocca vari punti, in cui per altro si vedono sempre e soltanto le colpe di alcuni Stati membri, ma non quelle generalizzate in tutta l’ Unione:

1)l’indipendenza dei giudici, certamente discutibile in Spagna, in Francia e in Italia (vedi i casi Catalogna, Dieudonné e Abu Omar);

2)l’anti-corruzione, totalmente fallimentare ovunque (vedi i casi Messina Denaro, Tangentopoli, Chirac, Kohl, Juan Carlos…), è comunque frustrata dall’egemonia sociale della mafia, che si sta espandendo, dall’ Italia, ad altri Paesi d’ Europa;

3)il pluralismo dei media, assolutamente discutibile ovunque, data l’egemonia culturale del mainstream, l’enorme concentrazione della proprietà delle testate e delle case editrici e l’assurda legislazione contro le “fake news” che colpisce, in pratica, solo le notizie non mainstream. E’ stato ristampato proprio ora il libro di Bernays, il fondatore delle tecniche  propaganda, in cui egli dimostrava testualmente che la propaganda è lo strumento con cui i poteri occulti inevitabilmente plasmano le democrazie;

4)la mancanza di un vero “equilibrio dei poteri” che garantisca le minoranze, non solo di genere, etniche o politiche, ma soprattutto culturali (p.es, islamiche, siniche, antimoderne).

Se questo è lo “Stato di Diritto”, allora, come sarebbe uno “Stato arbitrario”?

Alla stregua del nuovo regolamento in discussione al Parlamento Europeo, le sanzioni dovrebbero essere applicate, anziché a Paesi extraeuropei o a quelli di Visegrad, anche e soprattutto all’ Italia (mafia, disapplicazione delle norme, concentrazione delle testate), alla Francia (islamofobia, dittatura del politically correct), ai Paesi Baltici (i “non cittadini”), alla Spagna (la detenzione del governo catalano)…Tutte violazioni talmente macroscopiche del principio di legalità da inficiare la legittimità stessa di questi Stati. Come accertare che (come insinuato per esempio da Rutte), visto che lo Stato italiano, che ha condannato più volte all’ergastolo Messina Denaro per una serie infinita di reati gravissimi, l’abbia poi lasciato continuare a dirigere la mafia per decenni senza mai arrestarlo, non sia una copertura della mafia i fondi europei non siano distolti dalla criminalità organizzata? E che dire del Regno di Spagna, che tiene in galera e anni il governo della sua regione più evoluta per avere osato votare per l’indipendenza? O dei Paesi Baltici, che non cedono il diritto di voto alle minoranze russofone perché in tal caso i futuri parlamenti decreterebbero probabilmente il passaggio all’ Unione Eurasiatica?

Di converso, risulta anche assai discutibile che Ungheria e Polonia costituiscano il modello per eccellenza della violazione dei diritti civili europei. Per esempio, le nuove leggi di quei paesi riguardanti i giornali non sembrano, né particolarmente liberticide, né molto diverse da quelle dell’Unione Europea e degli Stati membri. Il divieto delle concentrazioni giornalistiche perseguito  in Polonia è coerente con l’ antitrust europeo e anche italiano, così pure come i limiti al controllo estero sui giornali fa parte proprio delle normative recentemente introdotte sulla “golden share” sugl’ investimenti strategici. Si noti anche che la proprietà estera di quotidiani si giustifica male dal punto di vista concorrenziale, perché,  visto che l’ editoria è sempre in perdita, l’ unico scopo di acquistare dei giornali all’ estero sembra essere il  condizionamento dell’opinione pubblica. D’ altra parte, non si capisce neanche perchè tutti i giornali in Polonia e in Ungheria debbano essere posseduti da Americani e Tedeschi, non già da Polacchi e Ungheresi (o, al limite, altri cittadini dell’Unione), né mi risulta che Polacchi e Ungheresi posseggano giornali in America o in Germania.

In realtà, l’insistenza nell’attaccare Polonia e Ungheria deriva più dai loro miti culturali (la Szlachta, la Repubblica nobiliare, i “soldati maledetti”, il  Pannonismo, il ’56, la Chiesa militante), che vengono considerati incompatibili con l’ “ethos” cosiddetto post-ideologico della cultura  “mainstream”. Ed è rafforzata dal fatto che esse hanno combattuto molto più convintamente ed efficacemente, contro nazismo e comunismo, dei Paesi dell’ Europa Occidentale (Insurrezioni di Varsavia, rifiuto di Horthy di consegnare gli Ebrei, rivolte di Budapest, Poznan’, Danzica.., mentre abbiamo avuto l’Asse,le Legi Razziali, la Shoah, il drole de guerre, il Vel d’Hiv, la consegna all’URSS di cosacchi e baltici…).

Secondo punto: siamo sicuri che il principio di legalità costituisca la massima espressione della civiltà giuridica? Tutte le civiltà hanno conosciuto una contrapposizione fra le “leggi scritte” (”engraphoi nomoi”) , e “leggi non scritte”(“agraphoi nomoi”), fra “fas e Jus”, fra “Li” e “Fa”. Orbene, secondo Euripide e Confucio, le leggi non scritte  (quelle dell’ etica) sono superiori a quelle scritte, tant’è vero che alcuni diritti, come l’ Halakhà ebraica, la Shari’a islamica e la Common Law, non ammettono in linea di principio una legge scritta che deroghi a quella tradizionale (pensiamo ad Antigone, all’ invocazione della Torà e del Corano nelle costituzioni medio-orientali e al rifiuto di una Costituzione scritta da parte del Regno Unito).

Quanto, infine, ai cosiddetti “diritti fondamentali”, l’Unione Europea non è ancora riuscita neppure a definire chiaramente quali sono i “diritti civili” che spettano ai cittadini dell’Unione Europea, e, quindi, ai cittadini degli Stati Membri, e quali i “Diritti umani”, che spettano a tutta l’Umanità (basti vedere la confusione che c’è sui migranti). In tal modo, è molto vaga anche la delimitazione dei diritti azionabili davanti alla Corte di Giustizia e alla Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

E’ paradossale che si attacchi, per violazione di diritti di libertà, proprio la Polonia, che prima di ogni altro Paese Europeo si era data costituzioni a tutela dell’ “Aurea Libertas”

3.La ”Battle of Narratives”

Un argomento sul quale queste valutazioni hanno avuto un impatto determinante è il confronto fra Occidente e Cina nella gestione del Covid-19, che, a mio avviso, dimostra il grado di totalitarismo raggiunto dall’ Occidente. La gestione della pandemia è stata sotto ogni punto di vista più efficace in Cina che non in Occidente, tant’è vero che, in Cina, su 1.400.000 abitanti, ci sono stati circa 1000 morti, mentre, negli Stati Uniti, su 350 milioni di abitanti, ci sono già stati 220.000 morti, e l’epidemia non soltanto non accenna a diminuire, ma addirittura sta ancora aumentando. Questo dovrebbe bastare da solo a tutti per concluderne che, almeno sulle questioni sanitarie, il sistema cinese è infinitamente più efficace, come minimo, di quello americano. Ciò costituisce però anche una schiacciante confutazione della propaganda costante, da almeno 75 anni, da parte del “mainstream”, secondo cui il sistema “liberaldemocratico” americano sarebbe non soltanto il più giusto, ma anche il più efficace, sicché tutte le cosiddette “riforme” introdotte o da introdursi mirano in sostanza a copiare gli Stati Uniti (dagli aiuti condizionali al deficit spending, dal federalismo all’ antitrust, dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni…).

Ecco allora scatenarsi la propaganda a tutti i livelli, da quello culturale a quello politico, da quello giornalistico ai social networks, per mascherare o contestare quell’ ovvio paragone. Perfino fonti amiche alla Cina Popolare (come il South China Morning Post) invitano costantemente i Cinesi a non parlare troppo della lotta contro il virus (i “lupi guerrieri”) perché questo indispettirebbe inutilmente gli Occidentali, venendo interpretato come un’odiosa vanteria. Punto su cui, almeno  sul piano dello “stile”, concordo. Il punto è che in effetti il confronto lo fanno non già i Cinesi, bensì alcuni studiosi occidentali, che stanno valutando la questione in modo obiettivo, come Brennan e Bell, o giornalisti provetti come Giovanna Bottero, che suscitano infatti le ire dell’“establishment”. Tant’è vero che Khanna, additato come il vessillifero dell’autocrazia neo-confuciana, si è ora premurato di precisare che non è “la Cina”, bensì “l’Asia” quella che ha resistito così bene al Covid 19. Poco importa, perché, secondo le teorie di Khanna, la vera forza dell’Asia sarebbe la tecnocrazia confuciana, sia essa quella di Singapore o della Corea), che, come brillantemente spiega Bell, valorizza “le giuste gerarchie”.

Se l’Occidente non fosse così presuntuoso da rasentare la cecità, tutto ciò non potrebbe non farlo riflettere. E, in realtà, finalmente ci sta riflettendo, eccome! (basti pensare agl’interventi giornalistici che ho citato), solo che ha deciso di fingere di non farlo, pur di mantenere un’aura di sacralità intorno all’attuale sistema occidentale. Questa situazione è stata ben sintetizzata da  Alex Lo sul South China Morning Post, “Once, when Christians thought their religion was the one and only true faith, they didn’t need to learn from other religions because they were all false. If you think democracy, without even bothering to define it, is the best, any other non-democratic government is, a priori, inferior. If you know China and its government are bad, there is no need to actually study them in depth. You can spread democracy, peacefully or by force, just like Christians did before…And how can a Western democracy not be better at dealing with a pandemic than a communist state?Like it or not, the Chinese Communist Party and the state it runs have very high-functioning bureaucratic capacities. You need to know what your enemy is capable of if you want to predict more realistic outcomes.”

Inoltre, sempre con riferimento alla prevenzione della pandemia, l’ Occidente sta dimostrando anche la totale incongruenza dei propri valori. La prevenzione del Covid è dettata dalla sacrosanta esigenza di salvare delle vite umane (che dovrebbe essere uno dei primi obiettivi di una politica umanitaria), e invece viene “venduta” da molti come un odioso attacco al sacrosanto “tran-tran” dei bamboccioni, e una minaccia sovversiva contro l’abnorme settore commerciale della ristorazione e del turismo -quindi, un’insopportabile limitazione della libertà-.

Quand’anche si ritenga che i vantaggi del modo di vita occidentale siano tali da soverchiare quello, fondamentale, dell’insuperata resilienza di quello cinese, resterebbe ancora da chiedersi: come fare a non essere scavalcati da un sistema tanto più efficiente del nostro? Invece, s’ inventano storie che semmai scalfiscono in misura minima, quando addirittura non ingigantiscono, la superiorità cinese, e ne accelerano l’avvento. La Cina avrebbe inventato il virus per distruggere l’Occidente? Bene, allora, c’è riuscita: tanto di cappello al “rivale sistemico”, altro che commissioni d’ inchiesta! La Cina avrebbe impiegato qualche mese a riconoscere la pandemia e per combatterla? Bene, gli Stati Uniti non ci sono riusciti neppure adesso, dopo un anno. In ogni caso, il risultato di tutto ciò è che ora i cittadini cinesi sono liberi dal virus e l’economia cinese sale del 4,9% distanziando mediamente quelle del resto del mondo di 15 punti.

Fareed Zakaria, inventore dell’ espressione “Democrazia Illiberale”

4. Uno Stato del XXI secolo rispecchiante veramente l’Identità Europea.

Una delle tante accuse rivolte alla Cina è quella di voler esportare il proprio sistema. In realtà, se c’è qualcuno che, da duecentocinquant’anni, sta cercando di esportare il proprio, questi sono proprio gli Stati Uniti. Forse, parzialmente, lo erano stati l’ Unione Sovietica, e, ancor più parzialmente, gli Stati islamici, ma non certo la Cina, la quale, pure all’ epoca delle Guardie Rosse, si atteneva sostanzialmente alla massima di  Mao: Scavate profonde trincee e non aspirate mai. all’ egemonia.” Nessuno (salvo forse il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista) ha mai teorizzato l’applicazione del sistema cinese ad altri Paesi, tant’è vero che il “socialismo con caratteristiche cinesi” viene definito come “unico”. Si noti tra l’altro che “caratteristiche cinesi” è un-espressione inventata dai missionari protestanti per condannare la presunta “identità  cinese” (servilismo, formalismo, falsità) , ma che, negli ultimi decenni, da quando la Cina è ridivenuta una grande potenza, è stata ripresa con orgoglio dalla dirigenza del paese.

Ne consegue anche, di converso, che il percorso da adottarsi, per evitare di essere cancellati dalla Storia dal preteso “sistema cinese”, non sono neppure l’imitazione servile di quel sistema, così come non ha certo risolto i problemi dell’ Europa l’imitazione servile di quello americano.

Al contrario, come dicevamo, il nostro sistema era  stato, nell’ antichità, la “Patrios Politeia” di Aristotrele, e, nel Medioevo, l’”Antica Costituzione Europea” di Montesquieu e Tocqueville, un sistema con quattro-cinque livelli di governo, forniti di logiche e meccanismi diversi. Nello stesso modo dovremmo ora affrontare i problemi del 21° secolo. Com’ è pensabile che un manovale immigrato o un anziano in una casa di riposo si appassioni ai trattati contro la proliferazione nucleare o al Recovery Fund? Come credere che il Presidente del Consiglio Europeo possa interessarsi delle discariche di Napoli, o che il Presidente della Valle d’ Aosta abbia proposte pertinenti sulla cyberguerra?

Polacchi e Ungheresi hanno celebrato insieme le battaglie del ’56

5.Il centralismo è inevitabile, ma può essere controllato

A mio avviso, il generale “trend” verso una maggiore centralizzazione del potere deriva, non già da cause politiche, bensì innanzitutto dalla concorrenza fra le macchine e l’uomo. Contro la situazione di fatto del dominio delle macchine  (e, attualmente, ancora dei GAFAM che, per un poco, le dirigono), s’impone il rafforzamento del “governo degli uomini”, nei suoi due aspetti, delle strutture e delle culture. Ciascun continente sta tentando di risolvere il problema a modo proprio: l’ America, attraverso la rivalutazione della sua storia e il dialogo diretto fra il Presidente e il popolo; la Cina, attraverso la riabilitazione della classicità cinese e la guida della politica (del Partito) sullo sviluppo tecnologico; la Russia, attraverso lo sganciamento progressivo dal World Wide Web, la figura del Presidente/zar, la rivalutazione della cultura popolare russa e della religione ortodossa.

L’Europa si concentra sulle due idee, potenzialmente confliggenti, della “diversità” e delle regole. Per trovare una sintesi fra questi due poli, un sistema politico veramente europeo non può essere l’imitazione, né della costituzione americana, né di quella cinese (e neppure di quella russa), bensì dev’essere in grado di rispondere al particolare tipo di problemi dell’ Europa nella particolare epoca storica della transizione alla società delle macchine intelligenti. Nel fare ciò, deve prendere in considerazione i diversi punti di vista, e il diverso grado di competenza,  delle famiglie, delle imprese, dei quartieri, delle Università, dei Comuni, delle metropoli, delle Province (Contee, Dipartimenti, Kreise), delle Regioni (Laender), degli Stati Nazionali, delle Macroregioni, del’ Europa e del mondo, attraverso un sistema costituzionale efficace.

Il centralismo, che impone al Commander in Chief di stare sempre con gli occhi puntati sulle nuove ricerche tecnologiche, sullo “Hair Trigger Alert”, sulla “Battle of Narratives”, sulle “covert operations” (proprie e. soprattutto, altrui), può e deve valere solo per i poteri subcontinentali. Alle Macroregioni europee (atlantica, mitteleuropea, mediterranea, baltica, pontica, orientale..)spetterebbero  i non meno importanti compiti delle politiche economiche e culturali, della Difesa, del Diritto Costituzionale. Agli Stati Membri, io lascerei la legislazione ordinaria e i curricula di formazione; alle Regioni le scuole e le imprese. Alle metropoli, i tribunali e la microeconomia; ai Comuni, la programmazione territoriale e la piccola e media impresa; ai quartieri l’urbanistica e l’arredo urbano.

Per tutto ciò, è urgente che la Conferenza sul Futuro dell’ Europa parta immediatamente e possa affrontare tutti i temi: Umanità e tecnica; identità dell’ Europa e ruolo dell’ Europa nel mondo; natura e ruolo dell’ organo apicale europeo, che non può rimanere, come oggi, un coacervo disordinato di NATO, Consiglio Europeo, Commissione e Parlamento.  

EUROPEAN DEMOCRACY PLAN, PARTE I: UN MECCANISMO CHE FUNZIONI

Un dovere tradito dell’ Europa: difendere i Whistleblowers

Una delle priorità della Commissione von der Leyen e della futura Conferenza sul Futuro dell’Europa era costituita dalla promozione di una “democrazia europea”, fondata su  resilienza,sul pluralismo dei media, sulla trasparenza del processo legislativo, sulla Convenzione Europea dei Diritti Umani, sull’ identità europea, sulla cittadinanza europea,  sul dialogo con le Chiese , su un partenariato strategico con il Regno Unito… L’incarico di monitorare tutto ciò era stato affidato a Vera Jourova, la quale è tenuta a presentare annualmente un “Rule of Law Report”, che è simile, nella sostanza, ad analoghi documenti presentati con eguale cadenza dall’”Integrity Manager” nelle imprese europee, i quali (lo dico per esperienza diretta), essendo membro dello staff dirigenziale, non può fare altro che sfornare, anche se controvoglia,la certificazione di una  fittizia  regolarità..

Dopo più di un anno, la pandemia ha messo a nudo le debolezze dell’ intero impianto costituzionale europeo, dimostrando anche la gravità dell’ errore di aver ritardato sine die la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’unica istanza in cui il richiamo diretto ai cittadini potrebbe forse controbilanciare l’inconcludenza dell’ establishment, costituendo un forte elemento di discontinuità, quale richiesta dalla situazione.

L’incapacità dell’Europa di bloccare la “seconda ondata” del virus ( mentre l’ Asia ci è riuscita brillantemente), l’omologazione delle grandi testate, l’inestricabile complicazione dei processi di approvazione del bilancio 2021-2027 quando più ce ne sarebbe stato bisogno, l’assenza di un dibattito a tutto tondo sulle identità e sul pluricentrismo dell’ Europa sono sfociati nel ritardo di un anno nell’ approvare il Recovery fund (che avrebbe dovuto costituire un provvedimento d’urgenza) e nel “No Deal” con la Gran Bretagna.

Il Parlamento vota contro il Consiglio, i Paesi nordici bloccano gli aiuti a quelli del Sud, mentre quelli dell’ Ovest pretendono di sanzionare quelli dell’ Est, e infine il partito di maggioranza, il PPE,a cui appartiene la Presidentessa,  blocca i lavori del Parlamento

Addirittura, le Istituzioni,  invece di risolvere tutti questi  problemi della UE,  si stanno ora preoccupando di un meccanismo per sanzionare Polonia e Ungheria, e di un regolamento generale per disciplinare le sanzioni extra-UE, pretendendo d’impartire una lezione al resto del mondo.

I Governi nazionali e locali non sono da meno, con il loro continuo up and down di provvedimenti sanitari inconcludenti dimostrano di non sapere assolutamente che fare, anche in quei casi (come quello italiano), in cui erano stati tempestivamente ammaestrati dagli esperti cinesi reduci dalla “Battaglia di Wuhan”.

Non per nulla, Cesare de Seta intitola l’editoriale de L’Espresso, testata assolutamente pro-establishment, con “Fallimento”.

Alla luce degli sviluppi della situazione attuale, viene spontaneo chiedersi se gli Europei abbiano ancora  chiaro che cosa essi vogliano e, in particolare, come intendano riformare nell’ ambito della prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa, una democrazia europea così fallimentare.

Intanto, se è vero che la parola “democrazia” fu inventata in Europa duemilacinquecento anni fa  (tant’è vero che è difficile tradurla in molte lingue extraeuropee), è anche vero ch’essa ha cambiato mille volte di significato, tanto da non averne oggi più praticamente nessuno. Poi, al di fuori dell’ Unione Europea, la “democrazia” non sembra più essere una priorità per nessuno. Non che nessuno le sia ostile, ma tutti pensano, e non del tutto a torto,  che vi sia qualcosa di più urgente: chi la difesa dei propri privilegi, chi la lotta per la supremazia, chi la difesa della patria, chi la religione…, e la stessa democrazia  diventa addiruittura una sorta di metafora, per “anglosfera”, “nazionalismo”,  “antiglobalismo”,“teologia del pueblo”..

In effetti, tutti, amici e nemici, parlano piuttosto, ed appropriatamente di un “Impero Americano” (“nascosto”, per citare  Immerwahr),  per taluni da temere, per altri da mantenere, per altri ancora, da abbattere. Anche entro questi limiti, il termine  “democrazia” sembrerebbe comunque inappropriato a descrivere l’attuale società occidentale dominata dai GAFAM, dalle 16 agenzie americane d’”intelligence”, dai capricci di Trump e dall’inconcludenza burocratica europea, vale a dire un mix casuale senza alcun chiaro principio ispiratore – un mix di esoterismo, tecnocrazia, informatica, costituzionalismo, mafie, razzismo, messianismo, capitalismo, servizi segreti, elettoralismo, propaganda, politicamente corretto, che fanno tutti capo, in un modo o nell’ altro, agli Stati Uniti-. Sembra perciò preliminarmente necessaria una previa chiarificazione del concetto di “democrazia”, Per dirla con Confucio, una “rettifica dei nomi”.

L’aeropago di Atene, là dove Eschilo colloca la nascita divina della polis

1.Per una storia controcorrente della democrazia

L’espressione era nata (in Erodoto) con una connotazione senz’altro negativa, ch’è stata certo lentamente mitigata nel corso dei millenni, ma solo recentemente ha assunto un significato neutro, e solo da pochissimi anni un senso assolutamente positivo. Ma anche in tutto il corso della sua storia il termine ha avuto per lo più un significato ambiguo, quando non controfattuale, sicché c’è da chiedersi se non vi sia una profonda verità nascosta sotto l’espressione secondo cui la democrazia è fragile”:ch’essa è innaturale, e quindi, per mantenerne almeno l’apparenza, si sia continuamente costretti a inventare una gran quantità di artifici. Si sia costretti a “far diventare gli uomini eguali”, mentre in realtà non lo sono, e tenderanno sempre a diversificarsi.

Erodoto, cittadino della Ionia, o più precisamente della Caria (Alicarnasso), e quindi suddito persiano, ne parlava a proposito del dibattito svoltosi in Persia quando era stata sventata la congiura del “falso Smerdi”. In quell’ occasione, Otane aveva proposto d’introdurre in Persia la “democrazia” (presumibilmente, il sistema tribale degli antichi Indoeuropei), ma la sua proposta era stata rifiutata perché avrebbe minato la solidità dell’Impero. Al suo posto, fu instaurata invece la monarchia achemenide. Lo stesso Erodoto dice poi (ironizzando sulla mitologia “democratica” cara agli Ateniesi),  che fu sempre un Persiano, vale a dire il generale Mardonio, a imporre la democrazia agli Ioni assoggettati, dopo avere crocifisso alcuni “tiranni”, per impedire che gli Ioni si ribellassero nuovamente, perché i regimi democratici non sono così gelosi della loro indipendenza quanto quelli monarchici, come si vide poi con il comportamento alle Termopili del re Leonida di Sparta, mirabilmente descritto sempre da Erodoto. Quando si vede che Sparta fu considerata (per esempio da Rousseau, St.Just) come il massimo modello di “democrazia”, allora si capisce in che modo le idee su questo termine siano state sempre quanto meno confuse. Premesso che la vicenda delle Termopili dimostra che il Re di Sparta aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, con una consultazione assai blanda degli stessi Efori, resta poi anche il fatto che, a Sparta, i pochissimi cittadini optimo jure avevano una posizione di assoluto privilegio su tutti gli altri ceti, e, anzi, erano tenuti ad effettuare omicidi gratuiti fra i sudditi per mantenere il massimo della distanza dai sottoposti. Il carattere assertivamente “democratico” di Sparta veniva visto, dai giacobini”, per reazione all’ aristocrazia settecentesca, essenzialmente nella frugalità dei costumi e nel patriottismo, caratteristiche proprie piuttosto della borghesia nella sua fase iniziale, mentre, in quella successiva, di consolidamento, Constant la vedeva, al contrario, come uno strumento delle classi abbienti per godersi senza fastidi le loro ricchezze..

Tornando ai Greci, Socrate e Platone erano palesemente elitari, e furono perseguitati proprio per questo; Aristotile, loro discepolo e maestro di Alessandro Magno, indicava la “democrazia”, insieme alla tirannide e all’ oligarchia, fra i regimi degenerati deviati (parekbaseis), in quanto viola i principi dell’«utilità comune» (koinei sympheron), contrapposti a quelli retti: la monarchia, l’aristocrazia e la “repubblica” (quest’ultima, il sistema cetuale ancestrale) essendo la versione “buona” della democrazia.

Certo, gli Ateniesi dei tempi di Socrate e Platone avevano introdotto, con Clistene,  “un regime chiamato democrazia”, che era comunque anch’esso un sistema incredibilmente elitario, che coinvolgeva qualche migliaio di “cittadini” contro i milioni di sudditi di Atene, ed era diretta da un “Protos Anèr”, un “Principe”: Pericle. Nonostante questo, i teorici romani e medievali si attennero alle valutazioni negative dei classici greci, rendendole ancor più severe, considerando addirittura la democrazia ateniese come la causa del crollo della Grecia antica.

Anche le “repubbliche” premoderne e rivoluzionarie erano tutt’altro che “democratiche”: schiavitù, ceti, censo, dittatori, terrore. Saint Just e Mazzini preconizzavano un regime militarizzato e punitivo di ogni deviazione (basti leggere in originale gli scritti politici dei due autori, che propugnano, tra l’altro, l’adozione di un’uniforme per tutti i cittadini, l’uccisione dei politici con un programma “antinazionale” e il dominio mondiale delle “razze vediche”).Ma lo stesso Montesquieu sosteneva che la democrazia era applicabile solo in piccole città, ed impossibile negli Stati di grandi dimensioni. Frase ripresa di peso, da Caterina di Russia nelle istruzioni alla Commissione Legislativa,  per giustificare il proprio dispotismo illuminato.

Non casualmente il dibattito  sulla democrazia si era sviluppato soprattutto nelle effimere repubbliche (Cisalpina,Cispadana) create in Italia dalle armate napoleoniche (quando fu inventata la bandiera italiana sul calco di quella francese), e che si trasformarono in pochissimi anni in Regno d’Italia. Infatti, l’imposizione, da parte di un impero della creazione di “democrazie” negli Stati tributari costituisce, fin dai tempi dei Persiani, la prima fase del processo di subordinazione dei territori conquistati al nuovo impero in espansione,

Non solo le rivoluzioni atlantiche, ma anche il ’48 e la Comune del ’70 (nonché le relative repressioni) furono regimi di terrore (tant’è vero che Nietzsche trasse le sue convinzioni antidemocratiche dagli articoli sulla devastazione del Louvre da parte dei Comunardi).  

L’entrata in vigore del suffragio universale (per altro in un più vasto contesto autoritario) spianò poi la strada alle vittorie elettorali dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, in Italia, in Russia, Italia e Germania, e, con ciò, all’ avvento dei totalitarismi. I Bolscevichi andarono al potere con  lo slogan “tutto il potere ai soviet” Soviet; Mussolini con una coalizione trasversale di larghe intese maggioritaria in Parlamento e con l’investitura del Re; Hitler con una coalizione coni nazional-tedeschi dopo avere stravinto ben due elezioni e dopo essere stato investito dal Presidente e finanziato da banche americane e tedesche…

Quanto ai regimi post-seconda guerra mondiale, essi furono definiti molto correttamente (da Duverger, da Sartori) come “partitocratici. I partiti del CLN si appropriarono “pro quota” delle istituzioni di massa del Partito Fascista e delle sue pratiche verticistiche, e non applicarono mai le disposizioni “democratiche” della Costituzione (come quelle sull’ organizzazione democratica dei partiti, sulla partecipazione dei lavoratori e sull’ equo salario). L’organizzazione interna, basata sui, “migliori” i “cavalli di razza”, i “signori delle tessere”, “Gladio”, “Gladio Rossa”, ecc…, era semplicemente la moltiplicazione per 9 delle strutture dei partiti totalitari, con i Segretari Generali, i Comitati Centrali, il “centralismo democratico”, la gioventù (magari chiamata “Pionieri” come in Unione Sovietica), i sindacati “cinghie di trasmissione”, ecc….

Solo con l’egemonia democristiana il termine “democrazia” aveva acquisito un certo significato affermativo, venendo visto come sinonimo del partito di maggioranza relativa, anche se si trattava di nuovo di una “democrazia bloccata”, che escludeva una vera alternanza, sostituita (ed era già un miracolo), dall’ alternanza delle correnti democristiane alleate con i 9 partiti del Parlamento. Nel gergo popolare, si parlava di “democrazia” contro “comunismo”. Un sistema in ultima analisi non troppo distante da quello della Germania Est, dove un amplissimo pluralismo politico e partitico formale non riusciva certo a celare la ferrea egemonia della SED, il partito “socialista unificato” filosovietico.

Il Sessantotto portò con sé un nuovo significato della parola, divenuto sinonimo di assemblearismo e antiautoritarismo; di fatto, nel Movimento Studentesco, nei “gruppuscoli” e, poi, nel terrorismo, vigevano il culto del capo, il fanatismo assembleare, l’intolleranza verso gli avversari.

L’affermarsi di una valutazione positiva del concetto democratico portò con sé anche il risultato dell’“eterogenesi dei fini”, per cui, più la democrazia si sforzava di beneficiare il popolo e di coinvolgerlo, più si allungavano le ombre sul suo operato, con i misteri della mafia, l’intolleranza estremistica, i cadaveri eccellenti, le stragi, le “conventiones ad excludendum”, gli anni di piombo, Tangentopoli, la mafia.

“Tutto il potere ai soviet” : la parola d’ordine più democratica fonda il potere più autocratico

2.L’ossessione democratica

La vera e propria ossessione per il termine “democrazia” cominciò poi solo con la caduta del Muro di Berlino, anche per effetto della “lunga marcia attraverso le istituzioni” compiuta dai sessantottini (Cohn-Bendit, Fischer, Barroso), quando “democrazia” divenne sinonimo di “Occidente”, per la trasmigrazione degli ex marxisti “disoccupati” nell’ estremismo democratico, e anche per lo sfiancamento delle tradizionali retoriche conservatrici e socialiste. Basti vedere che, in prima linea nelle manifestazioni in Est Europa contro le cosiddette “autocrazie” spiccano sempre manifestanti con il pugno chiuso, il che dimostra che si tratta di una sorta di rivincita contro il rovesciamento delle culture politiche di quei Paesi dopo l’ ‘89.

Quel termine venne attribuito da allora sostanzialmente solo ai Paesi che fossero alleati degli Stati Uniti ed avessero una costituzione comparabile a quella degli stessi (con quello che Canfora chiama il democratometro”). Questa situazione di fatto ha messo in evidenza una ridda di contraddizioni dell’ideologia democratica. Basta il venir meno di una delle due caratteristiche, e il Paese non è più “democratico”. In Venezuela si vota, ma il Paese è anti-americano: quindi, non è democratico. L’Arabia Saudita è filo-americana, ma non si vota, quindi è antidemocratica. Fin qui tutto bene, ma  con quale logica preferire una Unione Sovietica stalinista a una Russia presidenzialista, una monarchia assoluta islamica, come l’Arabia Saudita, a una repubblica islamica, come l’Iran, o addirittura una crudele dittatura militare, come quella egiziana, ai Fratelli Mussulmani eletti democraticamente?

Il bello è che i Paesi “anti-democratici” sono normalmente soggetti a sanzioni, delle Nazioni Unite, americane, europee o di tutti questi Paesi insieme. Adesso, il Parlamento Europeo vorrebbe introdurre norme generali sulle sanzioni, per farle divenire, per così dire, un “fatto strutturale”. Non è chiaro con quale diritto, e neppure con quale logica, visto che le sanzioni rafforzano inevitabilmente i regimi che ne sono colpiti, poiché questi sono costretti, da un lato, a compattarsi, commerciando fra di loro, e, dall’ altro, a sviluppare la sostituzione delle esportazioni, divenendo temibili concorrenti di quelli che li hanno sanzionati. Forse la logica vera è quella di colpire, attraverso la Cina, la Russia, l’Iran, la Bielorussia, i loro partners europei perché non si arricchiscano troppo, superando gli Stati Uniti. Infatti, le sanzioni sono state sempre un autogoal per gli Europei, i quali, a causa della loro scomoda posizione internazionale, possono sopravvivere solo grazie alla cosiddetta “politica dei due forni”, commerciando al contempo con gli Stati Uniti e i loro avversari, mentre il “muro contro muro” con gli Stati anti-americani non fa che affrettare il loro comunque prevedibile collasso.

Il fascismo andò al potere con una maggioranza parlamentare trasversale e con l’incarico del Re a formare il Governo, e fu confermato da elezioni e plebisciti

3.La “tentazione autocratica”

Oggi, il confine fra le “democrazie” e gli “altri” (che, in mancanza di meglio, vengono definiti, assai incongruamente, “autocrazie”) sono sempre più labili. Questa constatazione viene considerato tabù poiché l’”autocrazia” (sia essa quella orientale, quella antica, quella “totalitaria” o quella ”autoritaria”), costituisce, per la “religione civile” dei Moderni, il “Male Assoluto”, su cui non si può discutere, ma che va solo esorcizzato (o sterminato).

Le singolari vicende del concetto di “autocrazia” nel mondo contemporaneo solo analizzate magistralmente nel dossier della rivista francese  “Books” dell’ Ottobre 2020, che ha introdotto , la distinzione  fra le cosiddette “autocrazie chiuse”, che “non accettano di essere contestate”(Cina, 1 miliardo e 400milioni;  Corea del Nord, 25 milioni; Vietnam, 100.000 milioni, Egitto, 100 milioni, Arabia Saudita,33 milioni, per un  totale di circa due miliardi) e i “regimi misti” (che “riguardano più della metà del Pianeta”).

Ora, sembrerebbe  già strano che il regime “normale” fosse quello adottato da una piccola minoranza, mentre un altro, diverso, regime fosse invece stato adottato dalla maggioranza. Sembrerebbe anche che sarebbe quest’ultimo a dover essere invece considerato “normale”. A parte che il “regime misto” era quello prediletto dalla maggior parte dei grandi autori, da Aristotile a san Tommaso a Montesquieu, il fatto che tante precedenti “democrazie formali” vadano verso un modello di “democrazia illiberale” sembrerebbe indicare che si tratta di una forma di necessario adattamento alle condizioni particolarmente aspre dell’attuale periodo storico, dominato dallo “stato di eccezione” (nucleare, terroristico, sanitario, digitale).

Come scrive Cacciari su l’ Espresso dell’11 ottobre, “Trump è l’’immagine’ di un sistema in cui imprese multinazionali, burocrazia militare, élites politiche, sempre più strategicamente in simbiosi, intendono decidere su tutte le questioni davvero rilevanti della nostra esistenza, superando, per  quanto possibile, regole e procedure della ‘antica’ democrazia. Una campagna a tutto campo sulle impotenze, i freni, i ritardi che quest’ ultima comporterebbe, è condizione indispensabile per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di avviarne il ‘superamento’”.

E’ un fenomeno mondiale, indotto soprattutto dalla centralizzazione informatizzata della “Mutual Assured Destruction” nucleare (MAD), e dalla conseguente esigenza, da parte dei vertici delle Grandi Potenze, di controllare capillarmente il proprio “blocco” in previsione di uno scontro totale e istantaneo basato su colpi micidiali, segreti e rapidissimi, che occorre prevedere anche da indizi infinitesimali (il famoso “first strike”). Sono quelli che hanno ispirato documenti come il “Trading with the enemy act”, il  “Patriot ACT” e il “CLOUD Act”, che hanno codificato negli Stati Uniti uno stato permanente di emergenza.

Tutto ciò impone certamente di riconsiderare le idee degli Europei sulla democrazia, ed è ciò che tenta di fare appunto il recentissimo opuscoletto dell’ Ufficio Studi del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights.”

Il quale per altro non poteva tener conto dello spettacolo sconcertante di un’ Europa (e dei suoi Stati Membri), che, dopo 9 mesi di pandemia, non solo non riescono a frenarla, ma non riescono neppure ad adottare elementari provvedimenti finanziari per finanziare i sistemi sanitari e sostenere l’economia.

DIBATTITO SU SITUAZIONE ECONOMICA POST-COVID

Si è svolta il 16 ottobre all’ Istituto San Carlo di Torino ,Via Monte di Pietà 1, la manifestazione “IMPRESE e TERRITORIO: LE SFIDE POST COVID-19”, organizzata congiuntamente da Rinascimento Europeo e da DAI IMPRESA.

Hanno partecipato gli assessori regionali Andrea TRONZANO (Bilancio,Sviluppo delle attività  produttive e delle PMI)e Maurizio MARRONE. (Rapporti con il Consiglio Regionale e Affari Legali)

Il Prof. Carlo MANACORDA,Docente di Economia Pubblica, esperto di bilanci dello Stato ha parlato su EMERGENZA ECONOMICA E AIUTI PUBBLICI:RISCHIO CAPITALISMO DI STATO?

Il sottoscritto è intervenuto su L’AGENZIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: OPPORTUNITÀ PER IMPRESE E PROFESSIONISTI.

MODERATORE, Marco MARGRITA,Giornalista

Il tema del colloquio era estremamente vasto, e, forse, perfino prematuro, visto che l’epidemia di Covid-19 sta riprendendo più vigorosa che mai, e anche il Recovery Fund arriverà solo a metà 2021. Tuttavia, l’incontro ha avuto comunque il pregio di porre sul tavolo diverse prospettive e di ascoltare il punto di vista della Regione.

1.L’intervento del Prof. Manacorda

L’oggetto dell’ intervento del Professor Manacorda erano le preoccupazioni per le partecipazioni di Invitalia rese necessarie dalla crisio da Covid. Il Professore   si è chiesto se gl’interventi pubblici richiesti dalla crisi da Covid, in particolare in Italia, per quanto obiettivamente indispensabili, possano assumere un carattere permanente, in quanto non si riesca, o non si voglia, salvare in breve tempo le imprese in difficoltà. Si noti che questa preoccupazione, lungi dall’essere un’opinione solo del Professor Manacorda o di una parte dell’accademia e del mondo politico, costituisce la politica ufficiale dell’Unione Europea. La Commissaria Vestager, che, essendo responsabile per la Concorrenza, è chiamata anche a limitare gli aiuti di Stato alle imprese, hadichiarato che, se è vero che la Commissione staconcedendo  agli Stati ampie esenzioni dal divieto per contrastare la crisi da Coronavirus, queste esenzioni saranno molto ben delimitate.

Personalmente credo che la Commissaria Vestager rappresenti una visione “vecchio stile” del diritto della concorrenza, che non tiene conto della realtà economica e politica del nostro secolo, dove non si contrappongono più tanto Stato e mercato, bensì la linea politica delle Grandi Potenze definita brillantemente a suo tempo dal Kalecki come “Keynesismo militare”, in cui le esigenze economiche teoriche vengono subordinate a quelle militari, che a loro volta  vengono trasformate in stimoli per il PIL nazionale,  e quella definita allora da Fanfani come “corporativismo democratico”, adottata in fondo poi dall’ Unione Europea, secondo la quale il potere pubblico si fa portatore degl’interessi costituiti più forti o meglio rappresentati, senza l’ambizione di una precisa strategia.

Quest’orientamento da parte dell’Unione sta producendo, a mio avviso, effetti sempre più dannosi per l’Europa, come dimostrato dall’ incredibile mancanza di tempestività e di resilienza  a cui sono stati dovuti la lentezza del processo di formazione della nuova Commissione, la farraginosità dei programmi economici, il continuo slittamento della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’incredibile lentezza, rispetto ai Paesi asiatici, nel contrastare la pandemia, e, infine, l’ incapacità di adottare, in otto mesi, non soltanto i “provvedimenti urgenti”, che dovrebbero rilanciare l’economia, ma, addirittura, il Quadro Finanziario Pluriennale (cioè il bilancio) 2021-2027, che, secondo precedenti esternazioni della Commissione, avrebbe dovuto sostenere il raggiungimento, da parte dell’ Unione, di una posizione di leadership mondiale.

2.Il ruolo centrale dell’ intelligenza artificiale

Nel mio intervento, ho ricordato come sia difficile separare l’intelligenza artificiale, non solo dagli altri settori dell’informatica, bensì da tutti gli ambiti di attività della vita moderna, che si tratti di strategia, di politica, di scienze, di didattica, di medicina, di amministrazione, di comunicazione, di produzione, di economia. L’Intelligenza Artificiale costituisce uno degli elementi fondamentali nella costruzione delle società contemporanee, e per questo motivo le Grandi Potenze, a partire dagli Stati Uniti, ne hanno fatto (e ne fanno sempre più) una questione strategica per la sicurezza nazionale. Per questo l’informatica e l’intelligenza artificiale sono state favorire, e, anzi, addirittura create, con i fondi di un Ente Statale responsabile per lo sviluppo delle tecnologie militari, il DARPA. Sulla falsariga degli Stati Uniti, quasi tutti i Paesi del mondo si stanno dotando di un organismo simile al DARPA, che, in Cina, si chiama, significativamente, “Comitato per l’ Unione fra il Civile e il Militare”. In ambo i Paesi, lo Stato detta i percorsi che le aziende del settore, che sono prevalentemente private, (GAFAM e BATX) debbono seguire per fornire al Paese le adeguate competenze.

3.La situazione in Europa

In Europa, prevale la tutela degl’interessi costituiti, sicché, non essendoci forti gruppi economici operanti nel settore, vi sono poche pressioni per favorirlo. Ciò detto, l’Unione ha, e continua a perseguire, anch’essa,  proprie politiche di sviluppo del digitale, adottando documenti programmatici (come il pacchetto presentato il 28 febbraio), e sponsorizzando iniziative del settore privato, ma con molto meno energia dei suoi concorrenti. Inoltre, il “pacchetto” finanziario che avrebbe dovuto sostenere un deciso “salto” del digitale europeo è in ritardo di un anno a causa dei disaccordi sulle linee programmatiche secondo cui supportare le economie colpite dal Coronavirus, sicché i fondi dedicati a questo tema sono stati drasticamente ridotti, non se ne conosce l’importo definitivo, e saranno comunque disponibili solo a partire dall’estate prossima.

Vi sono varie iniziative in fieri, che procedono a bassa intensità oppure sono ancora latenti, ed attendono una decisione sui finanziamenti italiani, che verranno presumibilmente sbloccati solo quando si saprà di quelli europei.

Il paradosso è che, giacché il Recovery Fund, come pure i corrispondenti finanziamenti italiani, erano stati concepiti come provvedimenti d’urgenza, il lavoro di programmazione è ,non solo iniziato, ma in certi casi è già perfino finito anche se non è chiaro se le misure previste saranno poi quelle effettivamente finanziate.

Comunque sia, ci troviamo di fronte a una pletora di documenti che definiscono, in termini estremamente vaghi, ciò che dovrebbe essere fatto, ma si tratta di programmi non adeguatamente “sgrossati”, di cui si sa fin dall’ inizio che solo una parte potrà essere realizzata.

4. L’Istituto

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale fa parte della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Il Governo attende, per la fine del mese, commenti, che l’Associazione Culturale Diàlexis sta finalizzando. Comunque, le cose che interessano di più la maggioranza, cioè sede ed assunzioni, si faranno nel 2021 (quando, si spera, ci saranno i soldi).

Purtroppo, quest’incertezza sull’Istituto deriva da una generale incertezza sulle politiche dell’Unione. Manca una precisa strategia. A questo problema ho dedicato un libro, inviato a tutti i vertici dell’Unione, in cui propongo che, invece di creare 27 istituti nazionali di tecnologia e 27 istituti nazionali per la proprietà intellettuale, se ne crea uno solo (European Technology Agency, EIT). A Bruxelles, mi rispondono che ne esiste già uno, l’ Istituto Europeo per la Tecnologia, con sede a Budapest, la cui disciplina è stata rivista a Luglio perché la Corte dei Conti aveva trovato delle magagne. Ho scritto a tutti i membri della Commissione del Parlamento Europeo, in seguito ad una lettera di Sassoli, di non votare il rifinanziamento dell’ EIT fino a che non si sia fatta chiarezza su una strategia unitaria. Ho inviato a tutti una copia del libro sull’Agenzia Europea per la Tecnologia, invitandoli a fare, dell’Istituto Europeo, una vera agenzia centrale con competenza su tutti gli sviluppi tecnologici europei. Di fatto, il Parlamento sta rifiutando l’intero pacchetto finanziario tra l’altro perché non c’è un’adeguata copertura delle spese tecnologiche.

Nel frattempo, l’unica cosa utile per territori, istituzioni e imprese, è continuare a fare progetti e a cercare di farsi sentire dalle diverse Autorità (Commissione, Governo, APRE, Enti locali) che si stanno occupando della questione.

L’Associazione Culturale Diàlexis si propone come tramite dei suggerimenti di tutti e organizzerà al più presto un momento di confronto. Visto che siamo in un mezzo lockdown, si tratterà quasi sicuramente di un webinar.

5.Le ricadute sul Territorio

In particolare, per ciò che riguarda l’Istituto, la preoccupazione maggiore è quella che, come al solito, esso si traduca solo in una riallocazione di fondi fra i soggetti che già ne fruiscono, come l’Università e il Politecnico, senza che il territorio ne tragga alcun giovamento.

Ricordiamo che il nostro territorio versa in una crisi gravissima, che la politica e i media tendono a sottovalutare, o ad annegare in nella generica crisi da Coronavirus, mentre invece si tratta di una crisi torinese immersa  in una crisi italiana che fa parte di una crisi europea, che richiederebbe una strategia specifica, la quale invece non c’è. Occorrerebbe finalmente dirci tutta la verità sul perché di questa crisi (fine degli strascichi del “keynesismo militare”, fine della presenza della FIAT Holding, della capogruppo di Fiat Auto e di buona parte dell’ indotto, insufficienza delle politiche culturali..)

Soprattutto in questo momento, in cui tutto viene trasformato in uno strumento di potere, o almeno di concorrenza economica, vale più che mai l’idea che la ricerca debba avere una ricaduta pratica, economica, e, perché no, anche politica, Altrimenti, a che cosa servirebbe la proprietà intellettuale? Orbene, l’idea che non sia previsto un utilizzo concreto della ricerca, né che ci siano vincoli al suo utilizzo fuori del territorio, mi sembra veramente suicida.

Un esempio tipico di come un istituto di ricerca possa sganciato da una ricaduta pratica per il territorio mi sembra l’Istituito Italiano di Tecnologia di Genova (a cui per altro le Autorità sembrano ispirarsi). Non mi sembra che il livello culturale, l’occupazione o il reddito di Genova siano stati sostenuti in qualche modo percettibile dalla presenza dell’ Istituto.

In realtà, come evidenziato nel mio libro, ci sono qui enormi lacune, sia nel campo della ricerca accademica e della cultura, che in quello della ricerca applicata: anche se molti vi si sono cimentati ed esiste una pletora di documenti ufficiali, mancano studi adeguati sull’ etica dell’intelligenza artificiale e sulle strategie delle industrie del web in Europa. Mancano piattaforme in concorrenza con i GAFAM americani e i BAATX cinesi, in particolare per ciò che riguarda la promozione dei territori e il web marketing.  Manca soprattutto una strategia precisa per l’upskilling digitale a tutti i livelli, che potrebbe eventualmente fare rinascere una competenza tradizionale torinese, quella dell’ISVOR.

Soprattutto, visto che l’Istituto per l’Intelligenza Artificiale è a Torino, e non lontano dall’ Istituto Italiano di Tecnologia, e non esiste, né in Italia, né in Europa, alcun altro centro delegato a studiare le future strategie digitali per l’Europa, sarebbe il caso che l’Istituto avesse, tra l’altro, il compito di fare proprio questo: studiare e proporre strategie (teoriche e pratiche) per il digitale, da poi proporre (e/o vendere) altrove (all’ Unione Europea, agli altri Stati membri, alle Autorità, alla finanza, alle imprese.

Il dibattito che si dovrebbe aprire intorno all’ intelligenza artificiale può essere un punto di partenza per un dibattito più ampio sull’informatica nella società del XXI secolo, sfatando quei molti luoghi comuni che impediscono di darci una strategia seria.

In conclusione, abbiamo una serie di scadenze;

1)formulare proposte per il Governo, le Istituzioni, la Commissione…

2)costituire un luogo di dibattito e di aggregazione del territorio intorno alla questione delle strategie di digitalizzazione, in modo da creare una massa critica;

3)stabilire  un trait d’Union con la proposta del Comune di candidare Torino come Capitale Europea della Cultura;

4)preparare iniziative editoriali specifiche (come databases interattivi);

5)finalizzare e distribuzione dei libri già pronti;

6)fare un webinar entro dicembre con tutti gl’interessati

CRISTIANESIMO-CINA: un rapporto che prosegue da più di 1000 anni

Riportiamo qui di seguito il comunicato pubblicato  dell’ Osservatore Romano che annuncia il rinnovo dell’ accordo del 2018 sulla nomina dei vescovi, venuto a scadenza ed osteggiato violentemente dal Governo americano.

Premetteriamo una nota di carattere storico, in modo da permettere ai “nostri quattro lettori” di meglio comprendere il significato di lungo termine dell’ evento, che trascende le polemiche sollevate, per esempio, dal Segretario di Stato americano, Pompeo.

Infatti, il Cristianesimo si auto-concepisce come “universale”. e “cattolico” significa precisamente questo, tant’è vero che l’espressione “cattolico” è anteriore allo scisma d’Occidente. Di fatto, la Chiesa cattolica è l’unica organizzazione religiosa mondiale presente da più di 2000 anni, e il Cristianesimo in generale è nato in Asia, si è sviluppato lungo le Vie della Seta ed è presente fin dal suo inizio nel Mediterraneo, Caucaso, Persia, India, e, da più di un millennio, in Asia Centrale e Cina (in pratica, tutta l’ Eurasia),

Di converso, lo “Stato-civiltà” cinese esiste da 5000 anni (pensiamo all’ Imperatore Giallo), e ha occupato una parte importante dell’ Asia, irradiandovi la sua civiltà. Sarebbe stato così impossibile che quei due soggetti storici non si incontrassero, e, particolare, che non partecipassero, ciascuno a modo proprio, alla Belt and Road Initiative, che costituiscono l’attualizzazione delle antiche Vioe della Seta lungo le quaali il Cristianesimo si è diffuso.

Ovviamente, in tutti questi anni,  i rapporti fra Cristianesimo e Cina, fra diverse confessioni cristiane e non, fra l’ Europa e la Cina, ecc.., hanno subito incessanti trasformazioni, con alti e bassi, ma l’importante è che essi continuino, nell’ ottica di contribuire a una migliore comprensione, non soltanto fra diverse civiltà e comunità, ma anche in generale degli uomini nei confronti di se stessi, della propria ragion d’essere e dei propri problemi

La stele nestoriana, di epoca Tang

1.Il Cristianesimo sulle Vie della Seta

La storia del Cristianesimo si svolge, fino al Medioevo, esclusivamente lungo le Vie della Seta. Già nel vecchio Testamento, Abramo proveniva da Ur dei Caldei e si trasferiva ad Harran (quindi, percorreva l’antica Via Regia degli Assiri), mentre gli altri Patriarchi si recavano in Egitto, per poi tornare, con Mosè, in Galilea, e unirsi, con la Regina di Saba, ai Sabei e agli Etiopi (dome narra il Debra Nagast).  Dopo di che, la Vita di Gesù, preannunziata dalla venuta dall’ Oriente dei Magi, e preceduta dalla Fuga in Egitto,  si svolge in Palestina. Paolo di Tarso è anatolico; egli e San Pietro vengono martirizzati a Roma, Sant’Andrea in Russia e San Tommaso a Chennai, lungo la Via delle Spezie.

I primi regni cristiani furono quelli della Cappadocia, del Caucaso, dell’ Egitto e dell’ Etipia, dove si tradusse la Bibbia in aramaico, in copto e gheez. L’apocalisse fu scritta a Patmos, di fronte le coste anatoliche, ibncorporandio le tradizioni apocalittiche persiane ed ebraiche,  e destinata alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, ove si svolsero i primi concili. La Chiesa Orientale trae origine da Costantinopoli. Il più grande concilio nestoriano fu quello di Ctesifonte, con cui l’imperatore persiano assegnò ai Nestoriani le diocesi dell’ Asia.

L’Islam nasce nell’ Higiaz con influenze cristiane orientali. Partendo dalla Sogdiana, i Nestoriani fecero proselitismo fra i regnanti cinesi, turcofoni e mongoli, fino ad essere riconosciuti come una religione dell’ impero Tang, stabilendo la propria sede patriarcale a Xian, traducendo la Bibbia e producendo i Sutra di Gesù.

Quando i Tang smisero di riconoscere le “religioni straniere”, i nestoriani si trasferirono in Mongolia.

Il trasbordo in Occidente dell’ideologia imperiale cinese: Laozi, i Gesuiti e gl’Illuministi

2.Le missioni cattoliche

Nel 1245, in seguito alle conquiste in Europa del Khan Ögödei, Papa Innocenzo IV aveva inviato, a partire dal 1245, presso il suo successore, per proporre un accordo, diversi religiosi, tra cui   il francescano Giovanni da Pian del Carpine, ch’erano, però,   tornati  in Italia nel 1247 senza risultati politici, ma  lasciandoci invece il suo libro “Historia Mongalorum”, una delle prime opere medievali su quell’impero. Grazie a un’altra di queste opere, il “Milione”, le missioni in Cina della famiglia Matteo, Niccolò e Marco Polo sono divenute   le più famose, e la Cina aveva acquisito il fascino che la caratterizza ancor oggi, legato alla dimensione unica della sua civiltà.  Il Gran Khan aveva richiesto al Pontefice, attraverso i Polo, l’invio di un’ importante missione, richiesta  però sostanzialmente non soddisfatta dalla seconda missione, quella di Marco.

Nel 1288, mentre Marco Polo era ancora attivo in Cina,  papa Nicola IV  aveva affidato  a Giovanni da Montecorvino il compito di fondare missioni nell’Estremo Oriente, fra cui quella in Cina. Nel 1299 fra’ Giovanni aveva dunque costruito la prima chiesa di Khān Bālīq (Pechino),  traducendo poi  anche il Nuovo Testamento ed il Libro dei Salmi. Clemente V  aveva inviato poi altri sette frati francescani (molto meno di quanto desiderato dal Gran Khan) con compito di aiutarlo e di consacrarlo arcivescovo di  Pechino e “sommo vescovo” di tutta la Cina.

Buddha-Gesù

3.Il ruolo dei Gesuiti

Era stata poi la volta dei gesuiti Michele Ruggieri e Matteo Ricci, arrivati in Cina nel 1582. Ricci, che   si era stabilito a Pechino nel 1601,
scrisse numerose opere in Cinese per promuovere e presentare la religione cristiana, ma anche l’Europa in generale e la sua cultura tecnica e umanistica, pubblicando tra l’altro  il primo mappamondo di tipo occidentale scritto in Cinese. Fu anche l’iniziatore del primo progetto di dizionario cinese-latino, il cosiddetto «dizionario Ricci», che costituì la base concettuale dei “Riti Cinesi”.

Per più di cent’anni, la missione gesuitica svolse una fondamentale funzione di collegamento fra le culture cinese e occidentale, diffondendo in Cina la cultura matematica, astronomica ed artistica  europea (in particolare, Giovanni Castiglione fu pittore e architetto di corte), e,  in Europa, quella linguistica, filosofica e artistica cinese. Grazie a loro si diffuse in Europa lo stile cinesizzante, e i “philosophes” illuministi -in particolare Leibniz, Voltaire e Fresnais-, diffusero il mito della Cina, presentata, nelle loro opere, come un modello per le monarchie illuminate, in particolare per quelle di Luigi XIV e Federico II di Prussia. La “Controversia dei Riti”, con cui parti della Chiesa contestavano ai Gesuiti, tra l’altro, la traduzione della Bibbia e il culto degli antenati, si estese ben oltre il mondo ecclesiale, coinvolgendo tutta la cultura europea fra il ‘600 e il ‘700, su tutti i grandi temi -della filosofia, della teologia, della storia, della politica e della linguistica-, avendo per conseguenza la chiusura della missione dei Gesuiti in Cina e contribuendo addirittura allo scioglimento dell’ Ordine.

Le attuali Vie della Seta

4.Altre missioni

La chiusura della missione gesuitica non escluse nell’Ottocento e Novecento la presenza di altre missioni, cattoliche e protestanti, che influenzarono, nel bene come nel male, i rapporti fra la Cina e il Cristianesimo. Basti pensare alla forte influenza protestante sui Taping e sul Kuomingtang-, come pure al ritiro della condanna dei Riti Cinesi per le pressioni, su quello italiano, dell’ allora Governo collaborazionista.

Dopo il 1949, il Cattolicesimo,come tutte le religioni, poté operale solo sotto il controllo dell’Amministrazione degli Affari religiosi  e all’ interno dell’ Associazione del Cattolici Patriottici, che mira alla “sinicizzazione” della Chiesa Cattolica (sulla falsariga di quanto era avvenuto con la Chiesa nestoriana e quanto avviene con le Chiese protestanti). Sinicizzazione che prende di mira, più  che gli aspetti propriamente religiosi, quelli lato sensu culturali, come lo stile esotico dei luoghi di culto (chiese o moschee), l’ uso dell’ Arabo e di abiti islamici, e  questioni di prestigio (dimensione di templi, minareti o croci …).

L’attuale accordo costituisce finalmente una ripresa  delle antiche relazioni, grazie anche al fatto che Francesco è il primo papa gesuita. Per i motivi che precedono, sarebbe sviante ricondurre le discussioni  attualmente  in corso in Occidente sul nuovo accordo, a circoscritte questioni di carattere contingente, dovendo vedersi in esse invece il portato di una problematica di lungo periodo, che incide sull’idea stessa che i vari popoli hanno delle civiltà e della loro coesistenza.

Le Vie della Seta antiche

Da “l’Osservatore Romano” del 16/20/2020

Rinnovato per due anni l’Accordo Provvisorio tra Santa Sede e Cina

L’annuncio in un comunicato diffuso dalla Sala Stampa: “L’avvio è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le parti”. Pubblichiamo un articolo che esce su L’Osservatore Romano di oggi per spiegare le ragioni della decisione

L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, è stato firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Entrato in vigore un mese dopo, con la durata di due anni ad experimentum, l’Accordo, dunque, scade oggi. In prossimità di tale data, le due Parti, hanno valutato vari aspetti della sua applicazione, e hanno concordato, tramite lo scambio ufficiale di Note Verbali, di prolungarne la validità per altri due anni, fino al 22 ottobre 2022. Il rinnovo, quindi, dell’Accordo Provvisorio sembra essere un’occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi.

Lo scopo principale dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa. I motivi principali, infatti, che hanno guidato la Santa Sede in questo processo, in dialogo con le Autorità del Paese, sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale. La questione della nomina dei Vescovi riveste vitale importanza per la vita della Chiesa, sia a livello locale che a livello universale. Al riguardo, il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, afferma che “Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20,21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione”. (Lumen Gentium, 18).

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03/10/2020

Parolin: quello con la Cina è un accordo cercato da tutti gli ultimi Papi

Questo insegnamento fondamentale, che riguarda il ruolo peculiare del Sommo Pontefice all’interno del Collegio Episcopale e nella stessa nomina dei Vescovi, ha ispirato le trattative ed è stato di riferimento nella stesura del testo dell’Accordo. Ciò assicurerà, poco a poco, cammino facendo, sia l’unità di fede e di comunione tra i Vescovi sia il pieno servizio a favore della comunità cattolica in Cina. Già oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con il Vescovo di Roma e, grazie all’implementazione dell’Accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime.

Bisogna tuttavia rilevare che con l’Accordo non sono state affrontate tutte le questioni aperte o le situazioni che suscitano ancora preoccupazione per la Chiesa, ma esclusivamente l’argomento delle nomine episcopali, decisivo e imprescindibile per garantire la vita ordinaria della Chiesa, in Cina come in tutte le parti del mondo. Recentemente, l’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, intervenendo su “La Chiesa cattolica in Cina tra passato e presente” al Convegno svoltosi a Milano il 3 c.m., in occasione del 150° anniversario dell’arrivo dei missionari del Pime in Henan, ha fatto presente che sull’Accordo Provvisorio sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi sono nati dall’attribuzione all’Accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’Accordo stesso. Ricordando che l’Accordo concerne esclusivamente la nomina dei Vescovi, il Cardinale Parolin si è detto consapevole dell’esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell’impossibilità di affrontarli tutti insieme.

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29/09/2020

Santa Sede e Cina, le ragioni di un Accordo sulla nomina dei vescovi

La stipulazione dell’Accordo, dunque, costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino intrapreso dalla Santa Sede e dalla Repubblica Popolare Cinese, ma è anche e soprattutto il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese. L’Accordo Provvisorio, il cui testo, data la sua natura sperimentale, è stato consensualmente mantenuto riservato, è frutto di un dialogo aperto e costruttivo. Tale atteggiamento dialogante, nutrito di rispetto e amicizia, è fortemente voluto e promosso dal Santo Padre. Papa Francesco è ben cosciente delle ferite recate alla comunione della Chiesa nel passato, e dopo anni di lunghi negoziati, iniziati e portati avanti dai suoi Predecessori e in una indubbia continuità di pensiero con loro, ha ristabilito la piena comunione con i Vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e ha autorizzato la firma dell’Accordo sulla nomina dei Vescovi, la cui bozza peraltro era stata già approvata da Papa Benedetto XVI.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’attuale dialogo tra Santa Sede e Cina ha radici antiche ed è la continuazione di un cammino iniziato molto tempo fa. Gli ultimi Pontefici, infatti, hanno cercato ciò che Papa Benedetto XVI ha indicato come il superamento di una “pesante situazione di malintesi e di incomprensione”, che “non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina”. Citando il suo predecessore Giovanni Paolo II, scriveva nel 2007: “Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e – credo – a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo” (Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, N. 4).

Da parte di alcuni settori della politica internazionale si è cercato di analizzare l’operato della Santa Sede prevalentemente secondo un’ermeneutica geopolitica. Nel caso della stipula dell’Accordo Provvisorio, invece, per la Santa Sede si tratta di una questione profondamente ecclesiologica, in conformità a due principi così esplicitati: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Sant’Ambrogio) e “Ubi episcopus, ibi Ecclesia” (Sant’Ignazio di Antiochia). Inoltre, c’è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale.

Proprio con questi intendimenti, l’Arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il Sig. Wang Yi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel pomeriggio del 14 febbraio 2020, a Monaco di Baviera, a margine della 56^ edizione della Conferenza sulla Sicurezza, anche se di fatto, il loro primo incontro personale, benché non ufficiale, era avvenuto in occasione di una Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York.  Occorre notare che ambedue gli incontri hanno avuto luogo nel contesto della diplomazia multilaterale che agisce in favore della pace e della sicurezza globale, cercando di cogliere ogni segnale, anche minimo, che permetta di sostenere la cultura dell’incontro e del dialogo.

Come reso pubblico dalla Santa Sede, nel corso del colloquio svoltosi in Germania sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo. In tale occasione, poi, si è rinnovata la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese. Si è auspicata, inoltre, maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani. In particolare, è stata evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, ora prorogato, con l’auspicio che i suoi frutti siano sempre maggiori, in base all’esperienza maturata nei primi due anni della sua applicazione.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, sulla base del quadro normativo stabilito dall’Accordo, sono stati nominati due Vescovi (S.E. Mons. Antonio Yao Shun, di Jining, Regione autonoma della Mongolia Interna, e S.E. Mons. Stefano Xu Hongwei, a Hanzhong, Provincia di Shaanxi), mentre diversi altri processi per le nuove nomine episcopali sono in corso, alcuni in fase iniziale altri in fase avanzata. Anche se, statisticamente, questo può non sembrare un grande risultato, esso rappresenta, tuttavia, un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive. Non è possibile trascurare il fatto che negli ultimi mesi il mondo intero è stato quasi paralizzato dall’emergenza sanitaria, che ha influenzato la vita e l’attività, in quasi tutti i settori della vita pubblica e privata. Il medesimo fenomeno ha influito, ovviamente, anche sui contatti regolari tra la Santa Sede e il Governo cinese e sulla stessa attuazione dell’Accordo Provvisorio.

L’applicazione dell’Accordo, con l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’Episcopato cinese, dunque, sta avendo una grande importanza per la vita della Chiesa cattolica in Cina e, di riflesso, per la Chiesa universale. In tale contesto, si colloca anche l’obiettivo pastorale della Santa Sede, di aiutare i cattolici cinesi, a lungo divisi, a dare segnali di riconciliazione, di collaborazione e di unità per un rinnovato e più efficace annuncio del Vangelo in Cina. Alla comunità cattolica in Cina – ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli – il Papa ha affidato in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di amore fraterno, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni, testimoniando la propria fede e un genuino amore. É doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza. La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del Governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà.

La Santa Sede, con piena fiducia nel Signore della storia, che guida indefettibilmente la sua Chiesa, e nella materna intercessione della Ss.ma Vergine Maria, Madonna di Sheshan, affida al sostegno cordiale e, soprattutto, alla preghiera di tutti i cattolici questo passaggio delicato e importante, auspicando che i contatti e il dialogo con la Repubblica Popolare Cinese, che hanno maturato un primo frutto nella firma dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi e la proroga di oggi, contribuiscano alla soluzione delle questioni di comune interesse ancora aperte, con particolare riferimento alla vita delle comunità cattoliche in Cina, nonché alla promozione di un orizzonte internazionale di pace, in un momento in cui stiamo sperimentando numerose tensioni a livello mondiale 22 ottobre 2020, 12:00.”