LETTERA APERTA A MARIO CALDERINI

L’istituto italiano per l’intelligenza artificiale deve divenire europeo

SULL’ISTITUTO ITALIANO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Professor Calderini,

Mi permetta di congratularmi per il fatto che finalmente qualcuno con un diritto di tribuna sulla grande stampa abbia finalmente avuto il coraggio di dire ciò che Lei ha detto nella sua intervista a La Repubblica sull’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che è totalmente in linea con quanto noi andiamo scrivendo da anni, e, con particolare insistenza negli ultimi mesi, nei nostri libri (All.1 e 2) e blog (All. 3 e 4; http://www.alpinasrl.com), e nella corrispondenza con i vertici dell’Unione Europea, del Governo , degli Enti Locali e della società civile .

Concordo innanzitutto con Lei sul fatto che un richiamo generico alla “Ricerca e Sviluppo” non costituisce una risposta adeguata alla decadenza economica, culturale e sociale dei nostri territori. L’unica differenza è che, a mio avviso, quest’equivoco esiste non soltanto a Torino, ma in tutta Italia e  nell’ Unione Europea.

Condivido, poi, il principio di base: “gli investimenti in ricerca e innovazione creano sviluppo, a certe condizioni”. Queste condizioni sono, a mio avviso:

-che si sappia quale sviluppo si vuole promuovere;

-che si ricerchino quelle conoscenze e risultati che servono per promuovere lo sviluppo di cui sopra;

-che le risorse scarse disponibli vengano razionalizzate e controllate;

-che esistano nel territorio soggetti atti a trasformare i risultati delle ricerche in concreti strumenti di “leverage”economico, di reddito e di benessere;

-che i risultati della ricerca siano gestiti in modo economico e legale, impedendone un abuso da parte dei concorrenti;

-che il regime di proprietà, di controllo e di distribuzione dei profitti sia coerente con il modello socio-politico perseguito.

Purtroppo, non solo a Torino, ma ovunque in Europa, queste condizioni mancano, sì che gl’investimenti in ricerca e sviluppo sono stati fino ad ora un semplice  spreco, come molti manager hanno addirittura teorizzato, spacciando per ricerca e sviluppo cose che con questa non c’entrano nulla, come per esempio la creazione di lucrative sinecure, oppure attività di disegnazione o ingegnerizzazione poi rivendute, in varie forme ,dirette o indirette, per fare cassa o acquisirsi meriti, ai concorrenti esteri. Nella mia lunga attività passata come manager torinese ed europeo, sono venuto in contatto in molti casi con quest’atteggiamento aberrante, a cui però, applicando rigorosamente le regole, ho dimostrato che  si può ovviare.

Per ora i fini della transizione digitale coincidono con la Singualarity di Ray Kurzweil

1.L’ignoranza circa i fini

Con la Sua intervista, Lei ha posto poi, giustamente, la questione d’individuare una strategia adeguata per fare, degl’investimenti in R&D, e, in particolare, dell’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, uno strumento per ottenere ricadute economiche sul territorio del Piemonte, e, in tal modo, per arrestare l’ormai pluridecennale decadenza.

Nell’ Italia del Dopoguerra, vi erano imprenditori (non molti, per la verità), come Olivetti e Mattei, che perseguivano obiettivi chiari, onesti e in linea con i tempi: uno sviluppo industriale armonioso in un contesto sociale e di sovranità nazione ed europea. Nello stesso tempo, il Governo aveva tentato, con il Piano Economico Nazionale, di imprimere una direzione unitaria ai nuovi investimenti, che allora si sarebbero dovuti concentrare sul Mezzogiorno, Sappiamo che fine hanno fatto Olivetti, Mattei e il Piano

Oggi, non basterebbero neppure più i programmi di Olivetti, Mattei e Saraceno, che, come Lei ha detto alla Repubblica, sembrerebbero comunque  più adatti agli Anni Ottanta che alle sfide del presente.

Oggi, infatti, l’economia mondiale è diretta dall’ informatica, come hanno rivendicato orgogliosamente Schmidt e Cohen nel loro “The New Digital Age”. Echelon. Prism e le intelligence dell’ Est permettono ai Big Data dell’ Intelligence Community di conoscere e orientare tutti i trend culturali, militari, politici, economici, tecnologici e sociali del mondo; i GAFAM e i BATX dirottano tutta la parte del PIL mondiale eccedente la mera manutenzione del capitale investito verso i paradisi fiscali, everso  una crescita interna dei GAFAM esponenziale che blocca l’ accesso a qualsiasi “new entrant”; prendono in appalto servizi pubblici essenziali come la difesa e la sanità; controllano Stati, organizzazioni internazionali e socoetà. Come hanno rilevato preoccupati la Commissaria Vestager e il Commissario Gentiloni, il controllo dei GAFAM sull’economia si è ancora rafforzato grazie al Covid e alle conseguenti crisi del lavoro in presenza, della ristorazione e della distribuzione tradizionale. Non è un caso che gli unici ad assumere, anche nella nostra Regione, siano oggi Apple, Google ed Amazon, ovviamente in ruoli ancillari delle loro strutture.

Il nostro lòibro “Torino, Capitale Europea dela Cultura”

2.Fare luce sul futuro

Chi non dispone di un proprio ecosistema  digitale autonomo non controlla la sua stessa economia.

Oggi, l’attività economica prioritaria in Europa, perché preliminare, è lo studio dei fini dell’economia. Delle imprese tradizionali  comedi quelle informatiche, ma anche e soprattutto delle imprese in generale. Cosa devono produrre: prodotti fisici, lavoro,  élites, cash, libertà, cultura? Oggi. un Paese altamente sviluppato produce innanzitutto servizi digitali (bitcoin, servizi sul web, cybrintelligence, cyberfinanza, cyberdifesa, bioingegneria), e teoricamente, potrebbe delocalizzare tutto il resto, come tentano di  fare soprattutto il Giappone, la Corea del Sud e Israele. Certo, per motivi di sicurezza o sociali, si potrebbe puntare a mantenere sul territorio una qualche produzione fisica (come vuol fare Trump), ma solo come fatto residuale. Certo, a questo ruolo di Paese altamente sviluppato, puntano in molti, sì che la concorrenza è feroce.

Inoltre, una città come Torino è evidentemente inserita in un “Sistema Europa” e in un “Sistema Italia”. Sembrerebbe illogico che Torino possedesse un ecosistema digitale che, né l’Italia, né l’Europa, posseggono. E, in effetti, sarebbe molto difficile che una qualsiasi città d’Europa pretendesse un monopolio sul digitale europeo, anche se vi sono casi di località che si avvicinano a quest’obiettivo nei rispettivi sistemi-paesi, come la Silicon Valley, Hangzhou, il Delta del Fiume delle Perle e Skolkovo.

Occorre tuttavia osservare che, come ampiamente illustrato nel libro ”European Digital Agency” (di cui Le trasmetto una versione digitale provvisoria), un tema centrale e complesso è costituito dalla strategia di avvicinamento al tanto decantato, ma ad oggi inesistente, Sistema Digitale Sovrano Europeo, di cui hanno parlato Macron e Breton. Infatti, occorre prima passare attraverso vari fasi, di ricerca, di dibattito, di lotta politica, di riforma istituzionale, di pianificazione indicativa e operativa. Queste fasi sono, anche se disordinatamente e inefficientemente, in corso. Cito come esempi:

.l’indagine Echelon;

-l’approvazione del GDPR;

-il caso  Snowden,

-Horizon 2020;

-gli IPCEI;

-Quero, Qwant, JEDI e Gaia-X;

-il Pacchetto digitale del 20 febbraio 2020 dell’Unione Europea;

-il Rome Call for AI Ethics del Vatcano ;

-le sentenze Apple e Schrems, I e II.

Julian Nida-Ruemelin, autore di “Umanesimo Digitale”

3.Una leadership italiana ed europea

Chi saprà navigare attraverso questa complessa materia acquisirà una qualche leadership (all’ inizio anche solo intellettuale) (come quelle che furono dei leaders del Risorgimento, dei fondatori delle grandi imprese piemontesi, di intellettuali legati a Torino, come Nietzsche, Gramsci, Galimberti e Olivetti, che hanno contribuito potentemente a definire i contorni di questa società  della tecnica dispiegata in cui stiamo vivendo ; cfr. libri “Torino Capitale Europea della Cultura” e “Intorno alle Alpi Occidentali”).

Torino dovrebbe aspirare proprio a questo ruolo, attraverso un’attività di studio e operativa che le permetta di creare un’élite di esperti non solo di AI, ma di Digital Economy in generale, capace di:

-sviluppare la nuova cultura umanistico-digitale;

-inserire questi temi nella dialettica politica italiana ed europea, e, in primo luogo, nella prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa;

-gettare le basi dei primi strumenti operativi per l’Ecosistema digitale sovrano dell’Europa, come l’ Accademia Digitale  Europea, l’Accademia Militare Europea, una Piattaforma Europea di e.Commerce;

-attirare a Torino coloro (intellettuali, finanzieri, politici, imprenditori, tecnici) che intendano partecipare al progetto.

Cantieri d’ Europa, il forum per discutere sul nostro futuro

4.Le iniziative di Diàlexis

Per svolgere il compito di cui al punto 3, stiamo sviluppando le seguenti iniziative:

-predisponiamo, con una serie d’intellettuali europei, un nuovo volume, dedicato all’Umanesimo digitale Europeo, di cui ha scritto Julian Nida Ruemelin;

-discutiamo, nell’ ambito dei “Cantieri Virtuali d’ Europa 2020”, queste tematiche (cfr All5).

Saremmo onorati se volesse partecipare alle nostre iniziative. A questo scopo, sarei lieto d’incontrarLa, per approfondire questa complessa materia.

La presente lettera aperta viene pubblicata sui blog “Da Qin” e “Technologies for Europe” nel sito http://Alpinasrl.com.

RingraziandoLa anticipatamente per l’attenzione,

Cordiali saluti,

Riccardo Lala

L’ISTITUTO ITALIANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: INSERIRE I CONTENUTI

Il Presidente Draghi ha invitato ad utilizzare utilmente i fondi europei

All’inizio di Agosto, al momento della candidatura di Torino a sede dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, avevamo scritto alle Autorità cittadine:

“In vista dell’attesa  Conferenza sul Futuro d’Europa, Diàlexis ha predisposto fin d’ora, come allegato al libro “European Technology Agency”, 5 proposte relative all’implementazione in senso ICT di 5 delle priorità della Commissione, da presentare nell’ambito del Movimento Europeo. Fra queste, rientrano anche un’ Agenzia Tecnologica Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’Accademia Strategica Europea e un  Distretto Digitale Italiano (All.5).Il tutto è già stato anticipato ai vertici di tutte le Istituzioni.

Con una proposta diffusa fra i soggetti coinvolti, e, in primo luogo, la Presidenza del Consiglio, abbiamo caldeggiato l’inserimento delle due Accademie fra i progetti italiani per il Recovery Fund e/o il Quadro Pluriennale 2021-2027, nell’ambito di un proposto Distretto Digitale Italiano. In particolare, stiamo sviluppando il progetto editoriale di un libro dedicato alla piattaforma europea, da collocarsi se possibile in Italia. Stiamo  anche per finalizzare un’opera collettiva dedicata all’Umanesimo Digitale.

I nostri progetti presentano un notevole grado di sinergia con il progetto d’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Digitale (raccomandazione n. 38), in particolare per ciò che concerne l’aspetto culturale dell’ intera operazione (Raccomandazione n. 3). E’ infatti nostra convinzione che il punto di partenza per una rinascita tecnologica, e, quindi, economica, dell’ Italia e dell’Europa, sia costituita da una generalizzata riqualificazione culturale (‘Up-skilling’, cfr. Raccomandazione n.16) delle nostre società, non solo dal punto della formazione professionale e della ricerca tecnologica, bensì anche da quello della riflessione culturale e della riorganizzazione della società, che ci faccia passare dall’attuale ruolo di ‘followers’ di USA e Cina, a quello di ‘trendsetters’, come auspicato dalla Commissione.

Le recentissime sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (di cui mi onoro di essere stato funzionario) nei casi C-311/18 (Schrems II) e T-778/16, e T-892/16, (Apple), dimostrano lo scollamento fra  quest’ambizione dell’ Europa di proporsi quale ‘trendsetter del dibattito globale’ e una realtà fattuale in cui le multinazionali tecnologiche possono violare impunemente tutti i sacrosanti principi ‘etici’ invocati dal diritto europeo e contenuti nell’ Appello di Roma per un’Intelligenza Artificiale Etica. Per evitare questo scollamento, occorre lavorare senza esitazioni a tutti i livelli (filosofico, politico, pedagogico, scientifico, politico, tecnologico, economico, industriale, sociale) per fare veramente dell’Europa, come promesso da tempo, ma mai realizzato, l’area tecnologicamente più avanzata, e il baluardo dei diritti digitali dei cittadini.

In questo contesto, il tema dell’ Intelligenza Artificiale,  oggetto del progetto in discussione, occupa senz’altro un ruolo centrale. Tuttavia, ogni azione in questo campo ha senso solo se collocata in un contesto internazionale (un Trattato Internazionale), una strategia europea (l’Agenzia Europea), una filosofia della scienza (Umanesimo Digitale), un sistema economico efficiente ed equo, tutte cose che oggi non si verificano, con le conseguenze che tutti vediamo, come autorevolmente certificato dalla Corte.”

Anche il Presidente Bonomi teme interventi a pioggia

a.La decisione del Governo

Ora, il Governo ha deciso. Torino sarà la sede dell’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A)  che si caratterizzerà per essere  un vero network e potrà contare  su un organico di un migliaio di persone e su un budget annuale di circa 80 milioni di euro. 

Un ruolo in questa partita l’ha giocato l’Arcidiocesi di Torino e in particolare don Luca Peyron che insegna teologia della trasformazione digitale a Milano e Torino e si occupa di “spiritualità” delle tecnologie, oltre a essere direttore della Pastorale universitaria.

Ha commentato Don Luca:“La grazia è fatta: Torino è capitale Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Un sogno, è diventata una profezia.
Ora è una promessa: una promessa al Governo che ha creduto in questo territorio, una promessa a noi stessi di essere all’altezza della nostra storia, una promessa all’Italia di essere traino per tutto il Paese e per l’Europa.

Siamo arrivati in meno di due mesi ad un risultato straordinario grazie ad un processo capace di includere, di ascoltare, di capire, di scommettere, di assumersi responsabilità.

La Vergine Maria ci doni l’umiltà necessaria per continuare a lavorare per il bene comune e mantenere queste promesse per le donne e gli uomini di oggi e di domani.

Ecco la Chiesa di Francesco, sta in mezzo alla gente, per il bene di tutti, generando processi…

Chi è rimasto alla finestra scenda in cortile a giocare con noi!”

A sua volta, la sindaca Chiara Appendino ha scritto su Facebook

“C’è lavoro. Tanto lavoro…Obiettivo dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A) – uno dei tasselli principali della strategia definita dal Ministero per lo sviluppo economico (MISE) in ambito AI – è quello di creare una struttura di ricerca e trasferimento tecnologico capace di attrarre talenti dal “mercato” internazionale e, contemporaneamente, diventare un punto di riferimento per lo sviluppo dell’AI in Italia, in connessione con i principali trend tecnologici (tra cui 5G, Industria 4.0, Cybersecurity).
I settori principalmente coinvolti saranno quelli della manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifoood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e digital humanities, aerospazio”

Don Luca Peyron, l’ideatore dell’ Istituto

b.Il nostro punto di vista

Avevamo comunicato alle Autorità il nostro, più articolato, punto di vista, e soprattutto, il timore che il nuovo Istituto si riveli essere l’ennesimo Ente inutile, attraverso un documento che rendiamo ora pubblico:

“PROGETTO: L’ITALIA QUALE AVANGUARDIA DIGITALE EUROPEA

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, ‘European Technology Agency’ e ‘European Digital Humanism’, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia.

1.Arretratezza europea

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le ‘Conferenze Macy sulla cibernetica’ subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ ‘Ideologia Californiana’. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Le Istituzioni hanno lanciato la parola d’ordine della ‘Sovranità digitale europea’, che, se presa sul serio, presupporrebbe che Stati e imprese si facessero parti zelanti per acquisire risorse (a valere innanzitutto sui fondi europei), per realizzare iniziative imprenditoriali  competitive con quelle dei GAFAM e dei BAATX. Il Presidente Macron e il Senato francese (Rapporto Longuet) avevano  sostenuto che la competenza per realizzare questi nuovi ‘Campioni Europei’ avrebbe dovuto essere comunitaria….. Purtroppo, l’ex commissario Moedas aveva  risposto che la Commissione non intendeva promuovere quelle attività, ma che, se la Francia e la Germania volevano, erano libere di farlo, e la presente Commissione non ha detto nulla di diverso. Ora, Francia e Germania si stanno sforzando di coprire, in ossequio a quell’ impostazione, con iniziative come Qwant, JEDI e Gaia-X, l’insieme di queste attività, con la speranza di farle diventare dei veri ‘campioni europei’, ma si tratta ancora d’iniziative modeste e parziali, senz’ alcuna ricaduta durevole, e senza una partecipazione italiana.

Di fronte a questa situazione, osservo che, già anche soltanto a tavolino, vi sono sufficienti spazi liberi da colmare, non ancora coperti, neppure parzialmente,  dalle iniziative franco-tedesche. In particolare, l’Italia potrebbe candidarsi per tre iniziative già auspicate dalle Istituzioni, e mai portate a termine: l’accademia digitale; l’accademia strategica; la piattaforma di e-commerce e/o di  web marketing. In ogni caso, visto l’attuale imponente dirottamento di profitti e d’imponibile fuori dell’Europa grazie al gioco congiunto dei GAFA e dei paradisi fiscali, si tratterebbe di una provvidenziale forma di ‘import substitution’, seppure  sui generis.

L’iniziativa potrebbe risultare  sinergica ad altre, altrettanto necessarie e urgenti, nel campo dell’ acquisizione di competenze e dell’ ‘upskilling’ dell’ intera società italiana, rilanciando la tradizione di Adriano Olivetti.

2.La svolta del 21 luglio 2020

Liberismo, politica della lesina, vincoli comunitari, hanno costituito fino ad oggi in Europa degli ottimi pretesti per non fare nulla d’impegnativo, in particolare nel settore digitale.

La  vicenda del Coronavirus e degli Eurobond, oltre che le sentenze della Corte di Giustizia nelle cause  ha segnato  tuttavia una svolta. Oggi è una ‘communis opinio’ bipartisan che:

-l’economia europea è ormai giunta al suo punto più basso;

-le politiche di austerità seguite fino ad ora non sono state soddisfacenti;

-occorre fare investimenti produttivi, capaci di generare profitti, redditi, posti di lavoro sempre più qualificati e di sconfiggere la concorrenza internazionale;

– la parola d’ordine è ‘spendere al meglio i fondi europei’.

Il progetto che proponiamo  è quello di fare  dell’ Italia un centro qualificato di sviluppo della cultura digitale europea, con un programma a medio termine (pari alla legislatura 2021-2027 e al coevo Quadro pluriennale dell’ Unione), partendo dalle fasi più urgenti e più semplici (2021-2023), per poi passare a una trasformazione complessiva della nostra società, basata sempre sul ‘reskilling’ digitale.

La distinzione fra fase di recupero dalla pandemia e fase di rilancio dell’economia qui non si può mantenere al 100%, in quanto vi è tutta una fase d’interiorizzazione delle competenze, che non presenta costi rilevanti, ma dev’essere superata subito.

(a)L’accademia digitale.

Come detto in molte sedi, il principio di base che governerà le politiche economiche in Europa nei prossimi anni sarà quello di spendere bene i fondi europei.  Cosa che non è affatto garantita, a causa delle molteplici contraddizioni delle nostre società, a cominciare dalla stessa costruzione europea.

L’economia, e, ancor di più, la geopolitica, si giocano oggi in gran parte sulla capacità di usare il digitale come strumento competitivo sui mercati mondiali: Google contro Baidu; Amazon contro Alibaba; Silicon Valley contro Shenzhen.

Orbene, la Commissione Europea sostiene che, grazie al GDPR, l’Unione Europea avrebbe creato un sistema digitale identitario europeo, che  dovrebbe costituire un modello per tutto il mondo. In realtà, come hanno messo in evidenza due recentissime sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (quella contro Apple e quella contro Facebook), l’enorme apparato burocratico posto in essere da una ventina di anni dall’ Unione Europea è un semplice castello di carte, che non serve a nulla salvo che a penalizzare le imprese europee rispetto alle loro concorrenti extraeuropee. Infatti, mentre noi in Europa siamo obbligati a circondare ogni trasmissione di dati sul web da una pletora di adempimenti burocratici che non sono richiesti ai nostri concorrenti (e che in realtà  non costituiscono alcuna protezione effettiva per i cittadini), poi l’insieme di questi dati viene trasmesso in tempo reale alle multinazionali , le quali sono tenute per la legge americana a metterli a disposizione senza indugio alle 16 agenzie d’intelligence. Che, in tal modo, hanno schedato tutti gli abitanti e le imprese europei, traendone enormi vantaggi tecnologici, politici e commerciali, oltre che militari, che rafforzano la nostra dipendenza. La Commissione si trova ora dinanzi all’ immane problema  d’immaginare una formula giuridica (diversa da quelle già bocciate dalla Corte di Giustizia) per  far rispettare il GDPR agli Americani e per tassare i profitti realizzati in Europa dai GAFAM….

La prova più schiacciante di quest’affermazione è costituita dal fatto che gli stessi documenti dell’ Unione che propugnano queste iniziative sono cosparsi di sconsolanti constatazioni circa la decadenza inarrestabile dell’ Europa (basti pensare alla strategia industriale del 2017 e allo studio del 2020 dell’ EPRS sulla sovranità digitale).

Di fronte a questa situazione, facciamo due osservazioni:

-già anche soltanto a tavolino, vi sono sufficienti spazi liberi da colmare, non coperti dalle iniziative franco-tedesche;

-uno dei principali motivi dei fallimenti franco-tedeschi è ch’ essi mancano di spessore teorico, in quanto, l’assenza settantennale dell’Europa dalle grandi tecnologie e la dipendenza tecnologica europea verso i GAFAM hanno annientato il ceto degli imprenditori digitali, e soprattutto l’ambiente dei pensatori originali e indipendenti.

Per questo motivo, l’Italia potrebbe candidarsi per tre iniziative già auspicate dalle Istituzioni, e mai portate in porto:

-l’accademia digitale;

-l’accademia strategica;

-la piattaforma di e-commerce e web marketing.

L’accademia digitale costituisce una premessa logica per le altre iniziative, perché dovrebbe permettere di riunire intorno a un progetto comune tutte le competenze, culturali e scientifiche, geopolitiche e sociologiche, economiche e tecnologiche, imprenditoriali e professionali, necessarie per la creazione di un ecosistema digitale europeo, ovviando così alla carenza di spessore culturale delle iniziative precedenti. Il meccanismo per la creazione dell’accademia dovrebbe essere quello usato a suo tempo da La Pira per la creazione dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e da Sariusz-Wolski per la creazione della sede di Natolin del Collegio d’Europa: le autorità locali sponsorizzano l’iniziativa, canalizzando fondi locali, nazionali ed europei.

Sono in corso discussioni per il distaccamento di corsi d’informatica del Politecnico di Torino presso l’ ICO VALLEY di Ivrea. La nostra proposta mirerebbe a fare di quest’iniziativa qualcosa di più ambizioso, mirante a conseguire due obiettivi:

-da un lato, allargare quella che già esercita il Politecnico, come strumento di cultura e di arricchimento del territorio con le vere e proprie attività accademiche e il loro indotto;

-dall’ altro, costituire una base concettuale su cui investitori, Istituzioni, Imprese, possano costruire iniziative più avanzate ed ambiziose, accedendo anche ai relativi fondi europei.

Soprattutto, i corsi e le attività di ricerca non dovrebbero indirizzarsi a una platea locale, bensì coinvolgere, come l’ IUE e il Collegio d’ Europa, tutti gli Europei.

(b)L’Accademia Strategica Europea

Anche dell’Accademia Strategica Europea si era parlato in varie occasioni , ma poi non se ne era fatto nulla, in assenza di una Politica Estera e di Difesa dell’ Europa. A questo punto, sarebbe probabilmente utile provare a invertire il processo logico, creando prima le competenze, per poi supportare il cammino ideativo della Politica Estera e di Difesa Comune. Infatti, come ha rilevato il Presidente Macron, esiste un gap concettuale, nel mondo politico europeo, circa le esigenze della politica di difesa, anche questa, delegata sostanzialmente agli USA, e perdendo, così, le competenze nel campo dell’analisi geopolitica, delle nuove tecnologie, dalla programmazione strategica, del rapporto civile-militare.

Occorrerebbe porre una molto maggiore attenzione alle culture di tutte le grandi aree del mondo, in cui rientrano scacchieri fondamentali come i Mari della Cina e il Medio Oriente, all’impatto di nuovi fattori come la militarizzazione dello spazio, i satelliti quantici e i missili ipersonici, i Big Data, la Cyberguerra, la concorrenza fra le grandi potenze per le tecnologie…

Un armamentario così complesso e sofisticato avrebbe senso solo per una platea più vasta del solo Esercito Italiano.

Anche qui varrebbero le stesse considerazioni fatte per l’Accademia Digitale Europea, con la quale vi sono molte sinergie. Altre sinergie, se non di più, vi sono con la Scuola di Applicazione, che potrebbe essere l’alveo entro cui collocare la nuova Accademia.

(c)Piattaforma europea di e.commerce e web marketing

Sempre in simbiosi con i due progetti di cui sopra, si potrebbe riprendere , come proposto dalla Vice-Presidente di Confindustria Beltrame, la creazione di una piattaforma dedicata all’e.commerce e al web marketing. La proposta nasce dalla constatazione dell’incongruenza, per un Paese esportatore come l’ Italia, di non disporre di una propria piattaforma web dedicata, specie in un momento, come quello presente, in cui, a causa della pandemia, il traffico dell’ e-commerce e del web marketing è aumentato a dismisura.

A parte il sospetto, che sempre c’è in questi casi, che questa carenza dai orchestrata dai concorrenti, vi è certo il problema che una piattaforma troppo specializzata è comunque debole, sicché, per poter disporre di un’utenza abbastanza vasta, occorre allargare l’operatività della piattaforma a materie confinanti. Per esempio, il marketing di tutti i prodotti europei, il marketing turistico e delle industrie culturali, la promozione del territorio, delle sue eccellenze e della sua cultura.

La piattaforma potrebbe crescere a latere dell’accademia del digitale, e costituire anche un ambito di sperimentazione per la stessa.

3. Le ricadute sul territorio

Secondo una leggenda metropolitana, l’industria digitale non creerebbe sufficiente occupazione, e, anzi, avrebbe effetti negativi sull’ ambiente sociale circostante. Sta succedendo in America nella West Coast, dove i pochi privilegiati venuti per lavorare nella Silicon Valley hanno reso la vita difficile agli abitanti originari, soprattutto a causa dell’aumento del costo della vita. Questo accade però se l’introduzione  dell’ industria digitale avviene senza un piano preordinato, e, soprattutto, se non si guarda all’ aspetto geopolitico.

Intanto, le grandi piattaforme americane e cinesi hanno da 30.000 a 100.000 dipendenti, che è già una bella cifra, a cui va aggiunto l’indotto, diretto e indiretto. Infatti, intorno a queste attività è destinato a svilupparsi tutto un mondo di piattaforme e servizi “satelliti”, e comunque il personale di questo tipo di aziende dispone di una capacità di spesa notevole, che non può non influenzare l’economia locale.

Ma, ciò che più conta, la nascita di vere e proprie grandi imprese digitali non avviene mai nel vuoto. Anzi, deve avvenire all’ interno di un intero processo di “upskilling”, nel corso del quale tutta la società viene accompagnata verso nuovi tipi, digitalizzati, di attività. Si incomincia con la cosiddetta “Industria 4.0”, nell’ambito della quale si dovrebbe realizzare una generalizzata trasformazione dei lavoratori in operatori digitali. Ma si dovrebbe continuare con trasformazioni capillari anche di attività tradizionalmente labour intensive o intellettuali.

Ma, soprattutto, l’introduzione di attività digitali avanzate va visto, nel nostro caso, come una forma di “import substitution”. Infatti, nella nostra situazione attuale non è che introdurremmo la digitalizzazione là dove essa non c’era. Al contrario, noi creeremmo imprese torinesi o italiane per svolgere un’attività che attualmente viene svolta da Amazon, E.bay o Alibaba, e i cui profitti non si riescono a tassare per la nota vicenda della web tax. Perciò. L’effetto positivo sarebbe costituito innanzitutto dal mancato trasferimento di utili e d’imponibile.

In ogni caso, il piano di finanziamenti appena approvato, dovrebbe servire proprio per finanziare nuove attività che permettano di rilanciare l’economia dei territori, non solamente recuperando il terreno perso per effetto della pandemia, bensì anche creando nuove opportunità di utili e di reddito. L’Italia  è chiamata  a  fare proposte e a richiedere fondi. Soprattutto in un contesto, come quello presente, in cui l’oculata utilizzazione farà oggetto di un controllo da parte dell’ Europa.Orbene, quale utilizzo più appropriato che non realizzare obiettivi conclamati dall’ Europa come propri? “

Abbiamo richiesto alle Autorità di essere ricevuti per discutere l’insieme di queste proposte.

Il Collegio d’Europa di Natolin, fermamente voluto dall’ Onorevole Sariusz-Wolski

c.Torino Capitale Europea della Cultura

Nel frattempo, la Sindaca Chiara Appendino ha deciso di candidare Torino a Capitale Europea della Cultura per il 2033. Un vecchio progetto, per il quale ci eravamo battuti per anni, tra l’altro con:

-la creazione del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Europea della Cultura;

-la pubblicazione di ben due libri per l’argomento.

 Ho perciò scritto alle Autorità cittadine:

“Nella mia veste di presidente dell’Associazione Culturale Diàlexis, e, in particolare, di coordinatore del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Europea della Cultura (raggruppante una cinquantina di associazioni di Torino e provincia, che figurano nel frontespizio di “Torino snodo”), avevo supportato,  dal 2010 al 2012, la giunta Fassino, e, in particolare, l’Assessore Alfieri e il Dott. Bagnasco, nello studio preliminare della candidatura per il 2019,  facendomi parte zelante per l’organizzazione di:

-una bozza di atto di candidatura;

-alcune manifestazioni pubbliche, per lo più presso la sede del Comune, ma anche e soprattutto  presso il Circolo dei Lettori, dedicate a discutere con esperti e con la società civile i vari aspetti della candidatura.

Soprattutto, avevo pubblicato, presso la Casa Editrice Alpina, due studi sull’ argomento: ‘Torino Capitale Europea della Cultura?’ (2010) e ‘Torino, snodo della cultura europea, Piano di offerta culturale 2011-2021’, che Vi invio in allegato All. 1 e 2).

Inoltre, come già espresso in quell’occasione, credo che la candidatura di Torino non possa prescindere, a causa dell’emergere di sempre nuove problematiche, che, nel 2033, saranno divenute particolarmente acute:-dal riordino delle vocazioni culturali della Città, in particolare nella direzione  dell’umanesimo digitale, cosa di cui le Istituzioni stando dando atto con l’iniziativa relativa all’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale. Anche a questo proposito abbiamo diffuso  all’inizio di Agosto il libro ‘European Digital Agency’, che illustra le proposte già fatte alle Istituzioni europee e alla società civile per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, in particolare per ciò che concerne le iniziative che potrebbero essere localizzate a Torino…..

Al fine di non disperdere, e, anzi, di recuperare, a favore della nostra Città, gli enormi sforzi sostenuti in quell’ occasione, saremmo grati alla Sindaca e a tutti i destinatari della presente se potessero convocarci per ascoltare le nostre esperienze e proposte. Nel contempo, siamo a Vostra disposizione per fornirVi tutte le informazioni e la documentazione raccolta ed elaborata, nonché quella relativa a Fiume Capitale Europea della Cultura, manifestazione attualmente in corso.

Infine, saremmo lieti di organizzare, nell’ambito del Salone Virtuale del Libro 2020 (cfr. Allegato n 3), che stiamo mandando avanti a dispetto della pandemia, un webinar dedicato alla candidatura, a cui saremmo onorati se potessero partecipare le Autorità cittadine ed esponenti della società civile. Chi è interessato, è pregato di segnalarcelo, indicando anche la propria disponibilità a partecipare, e le date preferite.

Infine, va da sé che saremo sempre disponibili per mobilitare come allora un movimento indipendente di cittadini a sostegno della candidatura, da coordinarsi con le Autorità.”

Teilhard de Chardin, il controverso gesuita padre del postumanesimo

d. Non perdiamo un’occasione preziosa

Tutti   questi nostri interventi sono stati basati sulla preoccupazione che, come affermato da autorevoli personaggi fra i quali il Presidente Draghi e il Presidente Bonomi, tutti questi sforzi volontaristici non si traducano in un miglioramento concreto della situazione culturale, umana, politica, economica e sociale, né dell’ Europa, né dell’ Italia, né di Torino, tutte duramente colpite ormai da decenni da un declino generalizzato rispetto al resto del mondo. Manca, infatti, una strategia complessiva per arginare questo declino, che passi attraverso le sue ragioni storico-filosofiche, le carenze strutturali, la progettazione di un’alternativa, la concentrazione sulle priorità.

Abbiamo preso atto, anche in precedenti post, che si sta riscontrando un rapido avvicinamento delle posizioni ufficiali a quella che sarebbe una visione realistica del problema. Si  è passati, in un decennio, dall’apologia auto-referenziale di un presunto superiore benessere e giustizia sociale dell’Italia e dell’ Europa, a una seppur superata logica redistributiva per ovviare alle principali carenze, poi al riconoscimento della  necessità di sostenere le attività produttive, passando  per l’addolcimento, attraverso il Quantitative Easing, del dogma monetaristico che tanto male ha fatto all’ Europa, per poi giungere,  grazie al Covid-19, a una forma di neo-keynesismo, che va, attualmente, ancora  aprendosi a un’idea di ‘Stato Innovatore’, e che potrebbe perfino giungere  ad ammettere che la digitalizzazione è la chiave di volta per la rinascita delle nostre società.

Mancano però ancora alcuni passi importantissimi:

-il riconoscimento del carattere civilizzatorio (e drammatico) del dibattito sulla digitalizzazione;

-la necessità della centralizzazione a livello europeo, o, almeno, nazionale, delle vitali scelte in questa materia;

-l’urgenza  di un dibattito pluralistico e alla pari, che non dia per scontato l’oltranzismo post-umanistico di Teilhard de Chardin e di Kurzweil, ma permetta anche di esprimersi  a un Umanesimo Digitale critico sulla falsariga di MacLuhan e Nida-Ruemelin, e, concretamente, delle sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia delle Comunità Europee.

In una fase politica dominata, non solo in Italia, ma in Europa, da preoccupazioni elettorali, una classe politica che si pretende europeistica non sarà in grado di mobilitare le energie intellettuali e morali dell’Europa contro le tendenze disgregatrici se non facendo leva su quelle minoranze che sono concretamente impegnate nella ricerca e nel dibattito sulle soluzioni per superare l’attuale impasse. Se non dimostrerà un maggiore impegno in queste direzione e una maggiore indipendenza nei confronti dei GAFAM, non potrà essere presa sul serio, lasciando agli Euroscettici tutto lo spazio politico.

Mentre ribadiamo perciò ovviamente la richiesta di essere ricevuti per illustrare il complesso esito delle nostre più che decennali ricerche su questi temi e per proporre concreti contenuti, tanto per l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, quanto per la candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura, proseguiamo con i nostri “Cantieri Virtuali d’ Europa” per mantenere vivo l’interesse dell’ opinione pubblica su questi temi..

Se queste non diventeranno al più presto le priorità dell’ Europa, dell’ Italia e del Piemonte, questa classe dirigente dovrà assumersene l’intera responsabilità politica.

Marshall Mc Luhan, il teorico dellav società della comunicazione,critico della rivoluzione digitale

SENZA I PROPRI COLOSSI DEL WEB, NEL 2030 L’EUROPA SARA’ COME L’AFRICA

Invece di discutere tanto sulle forniture 5 G, perchè non compriamo la tecnologia Huawei?

SENZA I SUOI COLOSSI DIGITALI, L’EUROPA DEL 2030 SARA’ COME L’AFRICA

Sono oramai molti anni che condanniamo come suicida la scelta degli Europei di continuare indefinitamente a rappresentare se stessi come i “followers” degli Stati Uniti. Una scelta sbagliata già in passato, che, con l’accelerarsi della concorrenza internazionale, ci porterà in pochi anni al sottosviluppo e al caos. Certamente, questa scelta è stata in parte obbligata, date le continue pressioni fatte sugli Europei per evitare l’emergere di una programmazione europea e di campioni europei (basti pensare all’introduzione della legislazione antitrust attraverso lo studio legale Cleary and Gottlieb, alla cessione obbligata della Olivetti alla General Electric, all’Airbus militare, agli F35 e, oggi, all’ imposizione del fondo KKK per la rete unica italiana). Tuttavia, coloro che veramente aspiravano a ctrare un ecosistema tecnologico europeo, come l Generale de Galle, hanno comunque creato, in Francia e intorno alla Francia, realtà come la Force de Frappe,il sistema missilistico europeo, l’ ESA, Arianespace, Airbus e i treni ad alta velocità. Peccato che, dopo l’uscita di scena del Generale e l’entrata in forze della Cina, queste conquiste francesi e europee siano oramai divenute osolete, sopravanzate, come sono, non solo dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma anche dai nuovi aerei, missili e treni cinesi.

Vi sono tuttavia alcuni  segnali che questa consapevolezza si stia sviluppando in ambienti sempre più vasti. Intanto, e soprattutto, la Corte di Giustizia, di cui mi onoro di essere stato funzionario, ha cassato molti anni di sforzi della Commissione per salvare lo status quo con i colossi americani de web, dichiarando invalidi gli strumenti adottati fino ad ora per attuare questo compromesso: le multe per presunti aiuti di Stato, il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses. Per parte sua, il Presidente Sassoli ha preso posizione contro la scelta del Consiglio del 21 luglio di tagliare le spese di ricerca, schierandosi a fianco degli Europarlamentari che vogliono dare battaglia. Il Presidente Draghi e il Presidente Bonmi hanno ammonito l’ Italia (ma il monito vale anche per l’Europa), a non indebitarsi per misure assistenzialistiche, bensì a finanziare investimenti produttivi.

Riprendendo quasi letteralmente le parole dei nostri libri, il Commissario Breton ha annunziato su vari quotidiani europei, che, oramai, la sovranità digitale europea per i prossimi 20 anni costituisce la principale priorità della presente Commissione, prendendo finalmente atto che, nel mondo,“assistiamo a una vera e propria corsa all’ autonomia e al potere”, da cui l’Europa non può ragionevolmente astrarsi. Tuttavia, questo presupporrà innanzitutto che il Parlamento riesca veramente a rovesciare l’impostazione di bilancio data, dal Consiglio Straordinario del 21 luglio, al Quadro Pluriennale 2021-202, e, i secondo luogo, che venga condotto, dalle Istituzioni, dall’ Accademia, dalla Società Civile, e, soprattutto, nella Conferenza su Futuro d’ Europa, una trasformazione concettuale e politica dell’ Europa coerente con le parole di Breton, nel senso che:

-nel 21° secolo, senza il digitale, non è possibile nessuna politica, in nessun campo, e, in primo luogo, non nei campi per cui l’Unione si ritiene competente e che la Commissione ha indicato come proprie priorità: quindi, tutte le politiche europee debbono divenire digitali;

le sentenze della Corte di Giustizia Apple e Schrems dimostrano che l’Europa non è sovrana, bensì dipendente, nel settore digitale, come confermato dalle inaccettabili pressioni in corso da parte dell’ Ambasciata americana, sul Governo Italiano, per escludere dalla rete italiana l’unico tecnologo competenze esistente sul mercato e farvi entrare una società finanziaria avente il solo merito di essere americana;

-soprattutto, la disapplicazione generalizzata delle sentenze Schrems da parte delle Autorità nazionali della Privacy dimostra che il diritto europeo non viene preso sul serio dalle stesse Autorità, smentendo la pretesa, costantemente ripetuta dall’ “estalishment”, secondo cui l’ Europa eccellerebbe sugli altri continenti, ivi compresa l’ America, per il suo rispetto della cosiddetta “Rule of Law”, vale a dire per la sovranità del diritto;

-giacché, come scriveva Heidegger,  “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì è l’incarnazione più estrema della teologia politica occidentale, la sovranità digitale non potrà essere conseguita dagli Europei se essi non riusciranno a superare questa teologia attraverso un’intensa attività di studio e di dibattito, quale quella che stiamo promuovendo come associazione culturale europea.

Schrems è sempre più l’arcinemico di Zuckerberg

1 Ulteriori azioni di Schrems contro i GAFAM dopo “Schrems II”

“Una rapida analisi del codice sorgente HTML delle principali pagine web dell’UE mostra che molte aziende utilizzano ancora Google Analytics o Facebook Connect un mese dopo un’importante sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) – nonostante entrambe le aziende siano chiaramente soggette alle leggi di sorveglianza statunitensi, come la FISA 702. Né Facebook né Google sembrano avere una base giuridica per il trasferimento dei dati. Google sostiene ancora di fare affidamento sul “Privacy Shield” un mese dopo la sua invalidazione, mentre Facebook continua ad utilizzare gli “SCC”, nonostante la Corte abbia constatato che le leggi di sorveglianza statunitensi violano l’essenza dei diritti fondamentali dell’UE.

……Sono state presentate denunce in tutti i 30 Stati membri dell’UE e del SEE contro 101 aziende europee che trasmettono ancora i dati di ogni visitatore a Google e Facebook Le denunce vengono presentate anche contro Google e Facebook negli Stati Uniti, per aver continuato ad accettare questi trasferimenti di dati, nonostante essi siano in violazione del GDPR…..

……Le aziende statunitensi come Google, Facebook o Microsoft sono chiaramente soggette all’obbligo di fornire i dati personali delle persone nell’UE al governo statunitense in base a leggi come la FISA 702 o la EO 12.333. Essi sono addirittura menzionati nei documenti di Snowden. Nonostante la chiara sentenza della CGUE, essi sostengono ora che i trasferimenti di dati possono continuare secondo le cosiddette clausole contrattuali standard – e molte esportazioni di dati dell’UE sembrano più che disposte ad accettare questa falsa affermazione.”

…….Schrems: “Pur comprendendo che alcune cose potrebbero richiedere un certo tempo per riorganizzarsi, è inaccettabile che alcuni attori sembrino semplicemente ignorare la Corte suprema europea. Questo è ingiusto anche nei confronti dei concorrenti che rispettano queste regole. Gradualmente prenderemo provvedimenti contro i controllori e i processori che violano la GDPR e contro le autorità che non fanno rispettare la sentenza della Corte, ……

3.Che cosa vuol dire essere “followers”?

Servan-Schreiber avrebbe voluto un’industria europea alternativa a quella americana

I “followers” sono coloro che rinunziando ad effettuare ricerche in campi come il digitale, lo spazio, la bioingegneria…, accontentandosi di partecipare a progetti altrui, divengono  subfornitori dei “leaders” (come Leonardo verso la Boeing e la Lockheed). Oggi, per altro, i GAFAM retendono essersi sosituiti proprio alla Boeing e alla Lockheed nel loro rulo egmonico sull’ America e sul mondo (vedi Schmidt e Cohen, The New Digital Age).

Questa è la situazione della maggioranza degli Europei, in parte  successivamente alla II Guerra Mondiale, ma, parziamente, già nei due secoli precedenti, con la Rivoluzione Francese che ricalcava quella americana; Balbo, Goethe e List che dicevano d’imitare l’America; Meucci, Tesla, Fermi e Von Braun che si trasferivano in America e lì si facevano copiare le loro invenzioni; Mattè Trucco che si faceva consigliare da consulenti americani per imitare la Ford, e presentava la domanda di licenza edilizia per il Lingotto  facendovi espresso riferimento; l’Italia e la Germania che lanciavano la Balilla e il Maggiolino per non essere da meno della Ford T; la SNECMA (oggi SAFRAN) fondata con la General Electric per costruire i motori a reazione sul modello americano;  l’intera industria motoristica aereonautica europea e le società di revisione in mano agli USA…

La situazione è ancora peggiorata con l’informatica, da cui l’Europa è stata assente fin dall’ inizio dall’elaborazione dei concetti (le “Conferenze Macy sulla Cibernetica”); dalla ricerca militare del DARPA; dalla grande produzione dell’ IBM, della Hewlett Packard, di Apple e di Microsoft; dall’intelligence di Echelon e di Prism; dai provider di Internet; dai social networks; dai Big Data; dall’ Intelligenza Artificiale, dai calcolatori quantici; dal G5 e G6…

4.Le nuove arene competitive: dove sono gli Europei?

Le nuove taikonaute cinesi: noi abbiamo solo Samantha Cristoforetti, in rotta con l’ Itaia

In effetti, le posizioni di “leader” e di “followers” non sono fissate una volta per tutte. Nel 1500, gli Europei erano leaders rispetto agli indios e agli Africani; dal 1800, i “leaders” sono divenuti gli Stati Uniti, che sono ora in competizione con la  Cina e la Russia sulle nuove tecnologie, sullo spazio e sui social networks, mentre l’Europa non sa più dove posizionarsi.

I documenti sul digitale approvati  dalla Commissione a febbraio sono semplici parole, superati, come sono, dal Covid e dal nuovo Quadro Pluriennale 2021 e 2027, che, contrariamente a quanto affermato da Breton, non solo non aumenta, bensì riduce gli stanziamenti tecnologici. Come abbiamo visto, le sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia non forniscono una soluzione, bensì aprono semplicemente due enormi lacune giuridiche, che qualcuno dovrà colmare.

Secondo Schrems, l’unica strada percorribile sarebbe l’”unbundling” di Facebook, sulla falsariga di Standard Oil, AT&T ed SKF, che realizzerebbe anche una “regionalizzazione dei dati” degli Europei. Questa soluzione, che molti considerano estrema, è in realtà di compromesso, perché non eliminerebbe la portata extraterritoriale delle leggi americane sulla sorveglianza militare, ma, almeno, lancerebbe un chiaro messaggio politico, come hanno fatto i recenti trends parziali in India e in Russia. Infatti, le tre iniziative lanciate da Francia e Germania per rispondere alla risposta tranchant della vecchia Commissione, secondo la quale questa non intendeva farsi direttamente promotrice dei Campioni Europei dell’ informatica (JEDI, QWANT e Gaia-X) non hanno dato per ora l’impressione di erodere quote di mercato dei loro concorrenti: ARPA, Google e i servers di Salt Lake City, ma potrebbero decollare se divenisse impossibile il trasferimento puro e semplice dei dati in America.

Perfino Huawei, Baidu, Alibababa, TikTok e Tencent sono infinitamente più efficienti delle nostre imprese, non solo sul mercato nazionale, che dominano attualmente seppure in forma pluralistica e concorrenziale ma anche su quelli internazionali; tant’è vero che l’unico strumento rimasto a disposizione di Trump per contrastarli è costituito da puri e sempre ordini amministrativi in stile dirigistico, basati su considerazioni di tipo militare, ma che offrono il fianco a serie contestazioni anche dal punto di vista del diritto pubblico americano. D’altra parte, TikTok sta spostando i propri server in Europa, che potrebbe divenire gradualmente un centro di gravità alternativo agli Stati Uniti, e la Cina stesa sta ostacolando la cessione della TikTok americana, perché questa comporterebbe il rischio di un trasferimento di tecnologia riservata (precisamente l’accusa che gli USA rivolgevno alla Cina).

5.Un piano di riscossa civile, morale ed economica

Alpina e Diàlexis si battono, e non da ieri, per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa

Oramai, la classe dirigente europea non prova neppure più a nascondere una decadenza del nostro Continente sempre più evidente da un secolo, decennio dopo decennio. Oggi, le previsioni ufficiali sono che, mentre la Cina sta già nuovamente crescendo, noi recupereremo il PIL del 2017, se va bene, nel 2022. E dire che già nel 2017 il declino era impressionante.

Tutti invitano a pensare alle future generazioni, ma intanto nessuno investe nelle nuove tecnologie né nell’ “upskilling” della nostra società, né si ribella a dazi e sanzioni americani, per quanto tutti fingano di stupirsi per la mancanza di progetti in qualsivoglia campo, scaricando la rispettiva responsabilità gli uni sugli altri.

Quando Stati Uniti e Cina (le multinazionali del web e  forse anche Russia e India) avranno le loro colonie, e perfino i loro resorts turistici, su Marte, cosa faranno i nostri figli: i ristoratori e le badanti spaziali? Infatti, il motivo per cui i nostri (scarsi) laureati non trovano posto in patria è che oramai buona parte dei lavori intellettuali sono legati a filo doppio alla competizione ideologica, i nuovi programmi tecnologici, l’intelligence, la politica e la difesa, e quindi vengono attribuiti solo ai cittadini delle Grandi Potenze o ai loro fiduciari.

Oggi, è di moda definire la Cina come un “rivale sistemico”, ma il primo “rivale sistemico dell’ Europa sono gli Stati Uniti.

Molti, oramai, perfino fra i pochi Eurottimisti, sono oramai convinti che l’alleanza occidentale sia solo una modalità soft per spegnere la civiltà, non solo europea, bensì umanistica in generale, e guardano oramai a quest’entropia con lo stesso occhio nostalgico e impotenti del tardo impero romano, pregando solo il destino di risparmiare i loro ultimi anni da un brusco risveglio. Noi, invece, non ci siamo mai rassegnati. Tutto ciò che facciamo è in funzione della risposta alle nuove sfide concorrenziali. In sostanza, stiamo lavorando in controtendenza per costruire, come dice Breton, entro 20 anni,  la futura società digitale europea, con la sua Weltanschauung, le sue imprese e la sua élite. Come ha affermato il Ministro cinese Wang Yi in esito all’ incontro con Di Maio, la Cina sta pensando non già ai prossimi 10, bensì ai prossimi 50 anni di relazioni con l’ Europa, mentre questa guarda solo alla ripresa dell’ Autunno, al Recovery Fund e alle prossime elezioni. La preveggenza cinese viene scambiata, dagli Occidentali, per aggressività, quando essa è soltanto millenaria saggezza (che anche noi avevamo, ma abbiamo dimenticato).

Walther Rathenau: uno dei pochi politici e imprenditori visionari europei:
“Von den kommenden Dingen”

6.Un piano concreto di rinascita dell’ Europa

Contrariamente a quanto affermato anche dai migliori politici, non si tratta di un compito unidimensionale, riservato all’ establishment, bensì di un progetto poliedrico, che noi concepiamo come articolato in 10 fasi:

Prima fase: Riflettere come stiamo facendo ora), mettendo nero su bianco ciò che sappiamo della società tecnologica e dei suoi problemi esistenziali;

Seconda fase: stimolare, all’ interno di un ambito ristretto e qualificato, lo studio su tecnologia e valori (l’ “Umanesimo Digitale”);

Terza fase: progettare l’industria culturale europea attraverso un confronto sul futuro del mondo con tutta la società civile europea (sulla falsariga delle “Conferenze Macy”, ch’erano durate più di 20 anni);

Quarta fase: Dibattere, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, sul ruolo  di quest’ultima nel mondo tecnologizzato del prossimo decennio, ricercando la convergenza politica intorno a una forma di protagonismo culturale e tecnologico del nostro Continente;

Quinta Fase: Favorire, negli ambienti politici ed economici, la costruzione concreta di alcune ipotesi di scenari alternativi di sviluppo per i decenni successivi (scuole, movimenti, imprese);

Sesta fase: Avviare un movimento politico-culturale paneuropeo (un rinnovato Movimento Europeo) che prenda veramente in mano le strutture esistenti, gettando i semi dell’Europa umanistica e digitale

Sesta fase:  Fare, del Movimento Europeo, il motore di una ricerca, una industria, una struttura istituzionale e una difesa europei, veramente sovrani;

Settima fase: Creare veri campioni paneuropei nei settori dell’ industria culturale, del digitale, della difesa, della finanza, dell’ ambiente, dell’aerospaziale, dell’urbanistica, del turismo…

Ottava fase: cambiare la classe dirigente, sviluppare le imprese tecnologiche, affrontare la concorrenza internazionale

Nona fase: affermare la sovranità europea; partecipare al dibattito con il resto del mondo al futuro dell’ umanità digitale;

Decima fase: affermare il nuovo ethos umanistico-digitale; coordinare le imprese europee per il conseguimento degli obiettivi sociali conseguenti.

7.Le elezioni americane possono arrestare il nostro declino?

La donna del complesso informatico-militare

Le prossime elezioni americane non sono destinate a realizzare alcun’innovazione reale, né per ciò che riguarda la guerra tecnologica fra USA e Cina, né per ciò che riguarda la sovranità europea. Alcuni dei peggiori eventi per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa (come la cessione forzosa dell’ Olivetti, le guerre contro la Serbia e contro la Libia) sono avvenuti sotto presidenti democratici, che, come Clinton e Obama, credevano fermamente nella missione dell’ America d’imporre ovunque il proprio modello. Anche la vicepresidentessa in pectore Kamala Harris, prescelta da Biden, altro non è che la fiduciaria del Complesso Informatico-Militare (Hollywood, Wall Street, Silicon Valley) e dell’Ideologia Californiana (è stata la Procuratrice Generale della California), sì che, nel caso di vittoria di Biden,  le pressioni americane su Istituzioni e Governi sarebbero destinate ad aumentare. Esse sarebbero solamente più insidiose, perché gl’interlocutori americani sarebbero più graditi ai nostri governanti.

L’Europa potrà salvarsi solamente da sola, recuperando la consapevolezza della propria cultura e del proprio ruolo nel mondo, e fondando su questa la propria sovranità ed equidistanza dalle Superpotenze..

UN “CENTRO VITALE” PER L’EUROPA E L’ITALIA

Dopo 70 anni, ancora nessuna costituzione europea?

COMMENTO ALL’ ARTICOLO DI SERGIO FABBRINI SU “IL SOLE 24 ORE” DEL 9/8/2020

Come per fortuna avviene sempre più spesso negli ultimi tempi, anche i grandi giornali stanno prendendo atto, anche se con fatica e controvoglia, delle grandi verità del nostro tempo, e, in particolare, di quelle che concernono l’Europa.

In questo caso, si tratta dell’idea di un “Centro Vitale”, termine indicato a suo tempo  da Arthur Schlesinger, in relazione agli Stati Uniti,  per indicare una coesa forza politica centrale, tesa a sostenere  il proprio sistema-Paese, ma che assume, di giorno in giorno, un significato più profondo e più ampio.

Secondo Fabbrini (e  io  concordo), questo “centro vitale” non esisterebbe, oggi, né in Europa, né in Italia, ma andrebbe creato se si vuole proseguire il processo d’integrazione. L’occasione e l’urgenza per la nascita di questo “centro vitale” sarebbero costituite  dalle possibilità  di rinnovamento offerte dallo strumento finanziario pluriennale dell’ Unione post-coronavirus, cioè per l’esercizio 2021-2027. A nostro avviso, però, dato che, come vedremo ,le tanto esaltate decisioni del Consiglio Europeo Straordinario del 21 luglio sono state giudicate assolutamente negative, a questo proposito, in primo luogo proprio dalle stesse Istituzioni europee, sarà necessaria un’ulteriore mossa, che noi identifichiamo con la tanto attesa “Conferenza sul Futuro dell’ Europa”, in funzione ella quale ci stiamo organizzando

Il Mayflower Compact: un assegno in bianco, che “the Strangers” sulla nave rifiutarono di firmare
  1. Il Centro Vitale dell’ Europa  e quello dell’ America

Certamente, l’assenza di un siffatto “centro vitale” è una delle nostre massime carenze, che ci distingue dagli Stati Uniti. Essa è assolutamente spiegabile con l’opposta struttura e storia di America ed Europa. L’America è una “nazione di emigranti” creata deliberatamente intorno alle sette protestanti (in primis, la “Congregazione di Scrooby”), desiderose di “fare tabula rasa” della tradizione europea, fondando così, il vecchio progetto di Cristoforo Colombo e di Antonio Vieira: “un nuovo cielo e una nuova terra”, la “casa sulla collina” citata nella Bibbia, dove avrebbe albergato il “Popolo Eletto” ,per realizzare il Paradiso in Terra. Nel fare ciò, i Puritani volevano liberare la tensione messianica delle eresie, compressa dall’interpretazione paolina, agostiniana (ma anche halakhica e sunnita) della Bibbia, che aveva dominato il “Vecchio Mondo” da 1500 anni. Non è un caso che il movimento “fondamentalista”, che voleva tornare ai “fondamenti” del Cristianesimo come oggi i salafiti vogliono ritornare ai “Batin” dell’ Islam, sia stato esclusivamente americano.

Quell’altra era stata invece l’identità dominante dell’ Europa, durata 1500 anni, a cui avevano fatto riferimento Omero e Eschilo, Platone e Aristotele, San Paolo e Sant’Agostino,  Dante e Shakespeare, Leibniz e Voltaire, Goethe e Manzoni, Freud e Jung .L’Europa, infatti, si era creata, nel corso dei millenni, intorno a un coacervo di guerrieri, famiglie, clan, villaggi, tribù, signori e città, gelosi della loro diversità e indipendenza (gli “autonomoi” di Ippocrate), fieramente ostili all’ idea dei grandi Stati centralizzati e provvidenziali, di cui la Persia aveva costituito l’esempio paradigmatico, e della loro declinazione religiosa, il chiliasmo immanentistico. Anche gli Ebrei del Vecchio Testamento erano fautori di un modello politico tribale (le “Dodici Tribù”), e, quando, con Saul, si erano dati un re, lo avevano fatto malvolentieri, per autodifesa rispetto alle grandi monarchie del Medio Oriente. Prima della conquista persiana, non conoscevano neppure il messianesimo, dato che l’espressione Mashiah (l’Unto), fu usata in questo senso per identificare in Ebraico Ciro il Grande come uno Shaoshant, un avatar di Zoroastro.

E, dietro al chiliasmo mazdeo, manicheo, gioachimita, sebastianista, cabbalista, puritano e cosmista, si è stagliata da sempre l’ombra del Buddhismo Hinayana, come intuito da Matteo Ricci e da Nietzsche, l’antitesi per antonomasia di ’”Hygieia”, la Dea  invocata da Ippocrate. “Centro vitale” significa dunque anche un centro d’irradiazione culturale che si batte per la vita contro il “cupio dissolvi” che, dalla negazione del mondo, si estende  a quella  della società, e, infine, al superamento dell’ umano da parte delle macchine.

Gli Europei, quando avevano aderito all’ idea imperiale ereditata dai Persiani (Impero Romano, Sacro Romano Impero, Rus’ di Kiev, Rzeczpopolita polacca), avevano concepito l’Impero stesso come un “foedus” (in Ebraico, “Berith”) fra un’infinità di particolarismi (famiglie, gentes, città, tribù, feudi, regni, popoli): una federazione asimmetrica. Lungi dall’ essere “monistico” (“advaita”), il “centro vitale” dell’Europa è stato da sempre conflittuale e dialettico (Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam, Chiesa e Impero, Cattolici e Protestanti, Comunismo e Fascismo, NATO e Patto di Varsavia).Occorre   ricordare anche che il Libro dell’ Apocalisse, di chiara derivazione avestica, fu accettato dalla Chiesa nel canone biblico solo molto tardi e con difficoltà, perché i primi Cristiani diffidavano del provvidenzialismo orientale.

Per tradizione storica, il centro vitale dell’Europa non può essere neppur oggi monolitico e settario come quello americano (teo-tecnocrazia, egemonia WASP, ipocrisia ideologica); esso dev’essere per forza “poliedrico”(cultura, tecnica, religione, politica, etnicità, società), nello stesso modo  in cui  il Congresso del Popolo Indiano riuniva tutte le forze politiche che aspiravano al “Purna Swaraj”, l’Indipendenza Assoluta dell’ India (che noi chiameremmo “sovranità europea”). Per la stessa ragione, l’ Europa non può accettare neppure che centri decisionali fondamentali come i GAFAM, l’intelligence, Wall Street  e la NATO, che condizionano la vita e il destino di tutti gli Europei, mantengano in eterno il proprio baricentro in America.

Il mondo si è evoluto oramai, all’ inizio del Terzo Millennio,  in modo chiarissimo, nel senso indicato in passato dalla “Pax Aeterna” fra Eraclio e Cosroe, dall’atteggiamento di Carlo V verso gl’Incas, dai “Novissima Sinica” di  Leibniz, dal “Rescrit de l’Impereur de la Chine” di Voltaire e dalla Paneuropa di Coudenhove Kalergi, cioè verso una pluralità di Stati-Civiltà sub-continentali, anche se coordinati a livello mondiale. Ciascuno di essi tende ad organizzarsi intorno ad un proprio “centro vitale” (l’America intorno al suo establishment teo-tecnocratico, la Cina intorno al PCC, la Russia intorno alle sue forze armate, l’India intorno ai “Guru” esaltati dal Primo Ministro Modi, e quale   voleva essere anche Gandhi, anche se in un modo molto eccentrico e chiacchierato).

Il “centro vitale” americano si era formato deliberatamente in polemica diretta con l’Europa (contro i Re e le Chiese che , come scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza e nel testamento di Washington, proteggevano gli Indios e gli schiavi africani;  contro i Francesi e gli Spagnoli; contro tutti i movimenti politici europei, quindi non solo i totalitarismi , ma anche  le socialdemocrazie e le democrazie cristiane).Fintantoché l’establishment europeo s’identificherà con la cultura, la società, la storia, la politica, l’economia e l’esercito americani, non potrà perciò esistere un vero centro vitale dell’ Europa, ma solo una dépendance della “Società dell 1% americana.

Quando si paventa che, se l’ Europa uscisse dalla sua situazione attuale di “dependance” dell’ establishment americano, essa lo farebbe solo per passare a quello cinese, si dimenticano vari fatti basilari: il livello estremo dell’ attuale subordinazione; il brevissimo periodo ancora rimastoci prima della presa di controllo da parte delle macchine; l’azione di altri attori, quali Russia, Turchia, Israele, Islam e Sudamerica, che concorrono tutti a contrastare il predominio di una sola superpotenza (sicchè non si pone un “aut-aut” esclusivo fra America e Cina).

Il Ratto d’Europa da parte dell'”Occidente”

2.Il “centro vitale europeo” nell’era delle Macchine Intelligenti.

Oggi in Europa questo “centro vitale” non esiste anche per il ruolo  eccessivo che qui gli stati “nazionali” hanno assunto e mantenuto, ricalcato in vario modo, a partire dal Settecento, sul modello USA, intorno  a leaders americanizzati, come Lafayette, Saint Simon, Kosciusko, Balbo, List, Garibaldi, Trotskij (la “Grande Nation”, il Norddeutsches Bund, l’”Eroe dei Due Mondi” che fonda il Regno d’Italia, l’Unione Sovietica quale imitazione della federazione americana, il Grande Reich ariano ricalcante il Raj inglese e il razzismo americano). Oggi abbiamo perciò in Europa le aristocrazie atlantiche, gli “énarques” francesi, la “Selbstverantwortung der Gesellschaft” tedesca, le Chiese romana e ortodossa, ma non un’élite europea.

Una vera élite non potrà nascere fintantoché non si elimineranno a monte i blocchi che ne impediscono la nascita: intanto i luoghi comuni di carattere storico, e prima ancora l’assenza di un’adeguata cultura paneuropea.

Anche questi temi, che noi abbiamo affrontato fin dall’ inizio, emergono oramai faticosamente nel dibattito pubblico, per esempio con il recente libro di Benigno e Mineo “L’Italia come storia, primato, decadenza, eccezione”,  che demistifica i luoghi comuni dell’ “insufficienza” dell’Italia rispetto a un imprecisato modello normativo considerato obbligatorio. Nonostante che nessuno l’abbia mai detto chiaramente, il modello normativo implicito è stato costituito, per l’Italia come per gli altri Paesi d’ Europa, dall’ America, un grande Paese unificato con guerre continue, intrinsecamente coloniale, protestante e massonico, coniugante un’illimitata democrazia formale  e un’oligarchia plutocratica di fatto. Del resto, questo era l’obiettivo posto all’ Italia da Cesare Balbo ne “Le Speranze d’Italia” e da Mazzini nella sua lettera al Presidente americano. L’Italia sarebbe “arretrata” rispetto agli Stati Uniti (e agli Stati che li imitano: l’Inghilterra, oggi forse il Benelux e la Polonia) perché insufficientemente aggressiva, priva di colonie, troppo sincera con se stessa per credere veramente nei miti ipermodernistici di una parità sostanziale  fra gli uomini e di una “democrazia radicale” che altro non sono che un ulteriore fondamentalismo conformistico, che riunisce intorno a sé tanto i ”white suprematists”  quanto  i cultori del “politicamente corretto”.

Benigno e Mineo stigmatizzano giustamente la falsa dialettica italiana fra i pretesi radicali sostenitori di quell’ ineffabile modello “modernista” (per esempio, Mazzini, Vittorini, Montanelli, Pannella) e i difensori  della “stra-italianità” (come per esempio Maccari, Malaparte, Guareschi, oggi Vittoria Meloni ), una dialettica che serve solo per inscenare un’eterna, inconcludente, polemica, alimentando opposte tifoserie. Ma, aggiungiamo noi, questo atteggiamento non è diverso da quello del resto d’ Europa, messa dall’ America in una situazione impossibile – quella di essere posta ininterrottamente sotto accusa come “arretrata” (per il suo assistenzialismo, conservatorismo o pacifismo), per poi essere duramente boicottata quando si azzarda ad essere troppo pro-concorrenza, innovatrice o addirittura assertiva (facendo così concorrenza all’ America sul suo stesso terreno), secondo l’archetipo inaugurato da Esopo nella favola del lupo e dell’ agnello.

Per questo, giustamente Benigno e Mineo ritengono che la storia d’Italia potrà essere compresa in modo obiettivo solo quando sarà letta all’ interno della Storia d’ Europa. Ciò che per altro Federico Chabod già aveva fatto da ben ottant’anni con le parallele storie dell’Idea di Nazione e dell’idea di Europa. Che noi abbiamo ripreso e sintetizzato nella nostra storia dell’ identità europea (10.000 anni d’identità europea), e che ha trovato una recente espressione anche nella ”Storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce. Un “centro vitale” dell’ Europa potrà nascere solo quando si riuscirà a vedere l’intera storia del Continente, dal fondersi delle grandi correnti migratorie preistoriche alle Guerre Persiane, dal conflitto fra ortodossie ed eresie ai progetti d’integrazione, come un’unica grande vicenda che ci ha portato  ora alla Società del Controllo Totale e alla sua critica da parte dell’ Umanesimo Digitale: la grande sfida del 21°secolo e il grande compito dell’ Europa.

L’attuale distopia della società del controllo totale (Il “Totalitarismo Invertito” di Wolin, la “Fine della Storia” di Fukuyama) nasce nell’ America vincitrice post Seconda Guerra Mondiale, con la Singularity di von Neuman e di Kurzweil, trova un fertile  terreno di coltura nelle sedici agenzie dell’ Intelligence Community e nella Presidenza Imperiale, e sfocia in Echelon e Prism. La Cina, il più grande e antico impero del mondo, non poteva certo accettare di essere soffocata dal complesso informatico-militare americano, e, così come ha superato l’ America quanto a spazi geopolitici controllati , a successo economico ed a creatività sociale, non poteva non tentare di superarla anche in  questa sua capacità di controllo totale, con i BATX, il riconoscimento facciale e il credito sociale. Infatti, come non si stanca di ripetere l’Amministrazione americana, questa capacità è necessaria per sopravvivere nella “Guerra Senza Limiti” che si sta preparando (la “Trappola di Tucidide”). Chi rimanesse  indietro nella corsa alla digitalizzazione verrebbe distrutto dall’ avversario. E comunque, se ciò pure non fosse, come ha dichiarato Mearsheimer all’ Asahi Shimbun giapponese, l’ America non accetterà mai di condividere, neppure parzialmente,  il proprio potere. Il fatto che tutto, per Trump, dalla produzione di automobili a quella delle antenne ritrasmettitrici, dalle quote azionarie dei Cinesi in società estere  al corso dei Bitcoins, dalle leggi di pubblica sicurezza di Hong Kong agli Istituti Confucio, sia divenuto una questione di sicurezza militare degli Stati Uniti, che giustifica l’esercizio dei poteri di emergenza, dimostra che egli ha in mente una guerra totale per il dominio del mondo,  e ciò giustifica ovunque la militarizzazione di tutte le  società (in vista di ciò che il Presidente Xi ha definito come “una guerra prolungata”).

Da settant’anni i missili balistici nucleari sono in stato permanente di massima allerta

3.L’impatto delle sentenze Schrems II e Apple  della Corte di Giustizia.

L’Unione Europea  pretenderebbe giustamente, in un modo che  però non si capisce quanto sincero, di astrarsi da questa nuova guerra fredda capace di trasformarsi da un momento all’ altro in guerra guerreggiata. Per fare questo, essa sembra confidare nella riscoperta di una “terza via”, erede di alcune tradizioni europee (i Grundrisse di Marx, “Paneuropa”, il nazionalismo europeo, Simone Weil, la Mitbestimmung tedesca, la  politica italiana “dei due forni” :insomma,  il “Modello Europeo”).

Questa è, per noi, una novità positiva, ma dubitiamo possa funzionare, dato che questa progressiva divaricazione dal “consensus” occidentale risulta  troppo lenta rispetto all’ agenda tumultuosa imposta dall’avanzata della Società del Controllo Totale della Nuova Guerra Fredda.

L’esempio più drammatico di questa divaricazione è dato dal mondo informatico, dove la pretesa delle Istituzioni di fare dell’Unione il “trendsetter” del dibattito mondiale (riaffermata ancora a Febbraio) si è arenata a luglio contro la lotta mortale fra USA e Cina per il controllo del digitale, dichiarato apertamente da Trump come puro strumento della guerra totale.  Di qui il fallimento della presunzione di poter contrastare la “guerra senza limiti” che le grandi potenze si stanno conducendo attraverso Echelon, Prism, il CLOUD Act, the Great Chinese Firewall,  il riconoscimento facciale, il credito sociale, attraverso la semplice affermazione platonica dei principi della privacy e della concorrenza –fallimento sancito ufficialmente il 15 e 16 luglio di quest’anno  dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee- :

-con due sentenze del 15 luglio (“Apple”), la Corte ha sancito l’illiceità della richiesta della Commissione all’ Irlanda d’ imporre ad Apple il pagamento di imposte arretrate in base alla legislazione sugli aiuti di Stato;

-con la sentenza del 16/7/2020 (“Schrems II”), si è sancita per la seconda volta l’ invalidità dei diversi accordi con gli Stati Uniti e con le multinazionali che, secondo la Commissione, avrebbero reso lecito l’accaparramento, da parte di imprese americane, dei dati degli Europei in deroga alla normativa europea sulla privacy (DGPR).

Con le sentenze Apple, la Corte ha dimostrato l’inconsistenza della strategia della Commissione, di perseguire il suo obiettivo del “play level field” nella concorrenza digitale attraverso il logoro schema del divieto degli aiuti di Stato, quando tutto il mondo dell’ ICT altro non è che un colossale aiuto di Stato, da parte del sistema militare americano nei confronti dei GAFAM, e di quello cinese verso i BATX, e, infine, dei Governi inglese, irlandese, olandese e lussemburghese verso tutte le multinazionali. Con le due sentenze Schrems, la Corte ha giudicato che la legislazione americana a favore dell’Intelligence è così pervasiva che qualunque dato posto a disposizione di imprese americane  costituisce ipso facto, per l’ effetto congiunto di varie leggi americane (ultime fra le quali il Patriot Act e il CLOUD Act), una violazione della legislazione della legislazione europea (GDPR). Oggi si pone perciò  il problema di come sia possibile continuare il lavoro quotidiano dei GAFAM in Europa se ogni dato che noi mettiamo a loro disposizione in ogni momento dà luogo inevitabilmente ad un comportamento illecito per il nostro diritto: le imprese in buona fede dovrebbero quindi iniziare immediatamente a spostare i loro dati su server  rigorosamente europei (per esempio, Gaia- X), tenendosi pronte ad esibire precisi piani in questo senso. 

Se la Commissione non vuole perdere definitivamente la propria credibilità, dovrà affrontare senza indugio ambedue i temi alla radice. Nel primo caso, affrontando le multinazionali del web per quello che sono, vale a dire  un ibrido mostruoso fra Chiese, Stati, imprese e servizi segreti, che non si possono sconfiggere con le scartoffie, ma solo con una precisa azione legislativa, comprensiva di regole ben precise e coercibili, che includano anche lo smembramento (“unbundling”) dei GAFAM (come per Standard Oil, AT&T, SKF e GE-Honeywell), e, soprattutto, il sostegno alla nascita di un nuovo ecosistema autonomo europeo, preconizzato (ma in modo troppo insufficiente)dagli “IPCEI” (campioni nazionali),e, innanzitutto, da  QWANT, JEDI e Gaia-X. Nel secondo, avvicinandosi alla nazionalizzazione dei dati, sul modello cinese, russo e indiano (che le sentenze Schrems prefigurano sul piano legale, ma che nessuno ha il coraggio di attuare i modo concreto, attraverso la creazione di clouds e firewalls autenticamente europei). Vedremo presto se anche queste iniziative, come molte altre del passato, sono semplici bluff, o se si vuole fare sul serio e agire tempestivamente, supplendo alle aporie della legislazione semplicemente agevolando la concorrenza europea e creando un’intelligence europea.

Contrariamente a un mito che vedrebbe il Presidente Trump ostile alla Silicon Valley, ci sono precise minacce di rappresaglie da parte americana, nel campo dell’import export e dell’ intelligence, contro gli Europei,per difendere i GAFAM, e ciò dimostra che l’intera questione non è un problema i diritto, bensì di dominio economico e politico, che impegna , prima che le multinazionali, il potere statale americano, che continua ad avere facile gioco contro l’impotenza delle Istituzioni europee. E’ ovvio che ovunque il servizio segreto militare spii i cittadini con molta più libertà di manovra che non i servizi marketing delle imprese o della stessa polizia giudiziaria. Tuttavia, nella totalità dei casi, chi spia sono le Autorità militari del Paese, non quelle di un Paese terzo. Quello che le Autorità americane stanno facendo con la complicità delle loro multinazionali, ma anche di molte Autorità europee, è, invece, spiare i cittadini europei sulla base di leggi americane praticamente senza limiti, ispirate al principio dell’assoluta primazia dell’interesse nazionale americano. In queste condizioni, non si capisce come si faccia a negare il carattere totalitario del sistema occidentale nel suo complesso.

L’interpretazione data della sentenza Schrems dalla Commissaria Jourovà è ovviamente radicalmente diversa da quella data da Max Schrems: per l’una, le Standard Contractual Clauses continuano a valere come prima, per il secondo, esse non possono più servire, fin da ora, a permettere il trasferimento dei dati negli Stati Uniti. In questa confusione, la privacy degli Europei, così come quella di tutti i cittadini del mondo, continua, a dispetto del GDPR, a non esistere, con tutti gli effetti negativi che abbiano già evidenziato, sulla libertà personale, quelle di pensiero, di associazione e di parola, sulla concorrenza leale e perfino  sulla funzionalità delle istituzioni democratiche.

In una situazione come questa, Il “centro vitale” dell’ Europa non potrà dunque essere se non una forza di combattimento, disposta a sostenere l’urto, culturale, politico e militare, delle Grandi Potenze, per difendere gl’ideali europei di autonomia individuale e popolare, di libertà di giudizio e di  competizione leale, e perfino di “salute”, messe in forse, tanto dal carattere nichilistico del chiliasmo, quanto dall’entropia generalizzata  che il pensiero unico ha imposto come Leitmotiv degli attuali dibattiti.

Ideali, quelli,  comuni a tutte le vecchie tradizioni culturali e politiche e al quadro istituzionale europeo, che ora si dovrebbero riunire in uno sforzo supremo sotto una bandiera nuova, quella dell’ Umanesimo Digitale.

Julian Nida-Ruemelin e l’ umanesimo digitale europeo

4.Una terza via digitale

Il futuro dell’ Europa e del mondo si gioca sul digitale. Uno Stato senza un proprio ecosistema digitale autonomo sarà automaticamente indifeso in una guerra mondiale del 21° secolo, e condannato a subire  mutatis mutandis la sorte dell’ Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, o della Siria e della Libia oggi, percorse da una miriade di eserciti stranieri che si combattono sul territorio direttamente o per procura.

Innanzitutto perché il conflitto fra le grandi potenze, contrariamente a quanto crede Mearsheimer,  non potrà lasciare indenne l’Europa, al confine fra le sfere d’influenza americana, russa e islamica. Soprattutto ora che anche la Cina si affaccia sul Mediterraneo, per esempio con la vendita di missili e droni alla Serbia, mentre le potenze più dinamiche dell’area sono oramai la Russia e la Turchia.

In secondo  luogo, è proprio nel digitale che un’Europa diversa potrebbe e dovrebbe dispiegare il proprio ruolo di “trendsetter”, fornendo un esempio concreto di come sia possibile organizzare una società completamente informatizzata che comunque rispetti l’autonomia delle persone e delle comunità intermedie e la loro partecipazione organica alle decisioni comuni, a dispetto del Complesso informatico-militare.

Infine, l’Europa non può continuare, in attesa della prossima deflagrazione bellica profetizzata da molti, a subire passivamente la propria decadenza culturale, economica e politica, e, per questo, non può fare a meno di digitalizzarsi radicalmente. Solo così arresteremo la deculturazione e dequalificazione dei nostri giovani e la fuga dei cervelli verso le Grandi Potenze che dispongono di think tanks e intelligence, multinazionali del web e industrie aerospaziali, dove impiegare politologi ed economisti, professionisti e managers, ingegneri e astronauti…

Insomma, anche il “centro vitale” dell’Europa non potrebbe essere che strettamente intrecciato con il digitale. Come affermiamo nel nostro libro “European Digital Agency”, il punto di partenza di questo “centro vitale” europeo potrà essere soltanto un “ecosistema digitale sovrano”, al contempo culturale e tecnologico, politico e finanziario, sociale e militare, che promuova al contempo la riflessione, la sperimentazione, a riforma, l’organizzazione, l’imprenditorialità, la formazione e la difesa.

I molteplici popoli dell’ Italia preromana
  • 5.L’ Italia nella Rivoluzione Digitale Europea

L’identità di tutte le “nazioni storiche” dell’ Europa acquista senso solo in funzione dell’ Identità Europea. La Penisola Iberica è il ponte con l’Islam e con l’ America; l’Inghilterra è aristocrazia e talassocrazia; la Francia è la tribuna del dibattito culturale; la Germania il Paese di Mezzo; la Russia il ponte con il mondo delle steppe eurasiatiche, e, la Turchia, quello con l’ Islam.

Come dimostra perfino la paleontoogia, l’Italia riunisce in sé  le influenze di tutta l’ Europa: quelle iberiche nel Sud e nelle isole; quelle nordiche nella Pianura Padana; quello gallo-romane nel Nord-Ovest; quelle germaniche nelle Alpi; quelle slave nel Friuli-Venezia Giulia; quelle levantine lungo l’ Adriatico; quelle universali a Roma. Come tale, l’Italia, lungi dall’ essere un Paese eternamente arretrato, è un microcosmo che riunisce in sé tutte le tendenze dell’ Europa: anziché “le speranze d’ Italia” di Balbo, l’”Europa Vivente” di Malaparte.

Ciò che si realizza in Italia, è fatto per l’Europa intera. Basti pensare ai progetti europei di Spinelli, di Galimberti e di Chabod, unici in Europa per la loro completezza e concretezza,e  al discorso culturale sull’ Europa, che non è stato svolto da nessuno meglio che dagli ultimi tre Pontefici, che pure non sono italiani.

Perciò, noi pensiamo che l’Italia debba svolgere un ruolo proattivo anche nella rivoluzione digitale europea, che non è solo una questione di soldi,  bensì soprattutto d’ idee. Basti pensare che le Conferenze Macy sulla Cibernetica, che gettarono le basi, fra il 1941 e i 1961, tanto dell’ informatica, quanto dell’ ideologia funzionalistica da cui nacque la Dichiarazione Schuman, furono conferenze interdisciplinari fra scienziati, organizzate da una fondazione privata, seppure con fondi in gran parte della CIA.

Ecco, noi vorremmo innanzitutto organizzare in Italia (nei prossimi mesi) delle “conferenze”, aventi come scopo quello di porre le basi di un umanesimo digitale, alternativo al funzionalismo filosofico, antropologico e informatico uscito dalle Conferenze Macy. Certo, subito dopo le Conferenze, e sfruttandone gli esiti, occorrerebbe che qualcuno creasse un’Agenzia Digitale Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’ Accademia Strategica Europea, dei Campioni Digitali Europei. Tutto ciò potrebbe essere realizzato in un primo momento anche solo in Italia, per esempio espandendo il ruolo dell’ Istituto Universitario Europeo di Firenze, o sfruttando sinergie con altre iniziative in discussione, come il distretto digitale, la piattaforma di e-commerce e l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale.

Si richiederà, aihimé, un grande sforzo, perché, in Italia come in Europa, la politica è oramai infeudata ai GAFAM, tant’è vero che, sino ad ora, la cosiddetta “digitalizzazione” si è tradotta nel pagare a quelli per fare svolgere dagli stessi i lavori più delicati della Pubblica Amministrazione, cedendo loro  spudoratamente i dati degl’Italiani, in aperta violazione del GDPR e delle sentenze Schrems.

Non è per altro un caso che il Parlamento Europeo abbia preannunziato una dura opposizione al Quadro Pluriennale approvato al Consiglio, per la sua non corrispondenza alle priorità della Commissione, e, in particolare, per i tagli alle attività di ricerca, quando Cina, USA e Russia invece, accrescono le loro.

Con un siffatto Quadro Pluriennale, gli Stati Membri propongono in realtà un progetto di Europa che rimanga eternamente “follower”, e quindi abbia rinunziato ad essere, come invece prometteva Ursula von der Leyen, un “trendsetter”. Per fortuna dovrebbe iniziare fra breve la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, nella quale lo sforzo congiunto della società civile, della Commissione e del Parlamento, potrebbero rovesciare quest’impostazione, semplicemente cambiando i Trattati, e, inoltre, si avvicina una tornata elettorale in vari Paesi, in cui i rapporti di forza fra i partiti potrebbero cambiare.

In ogni caso, occorre combattere “hic et nunc” perché la Rivoluzione Digitale Europea, lungi dall’ essere cancellata, come vorrebbero gli Stati Membri, passi al primo posto dell’agenda europea. Per questo stiamo diffondendo a tutti i livelli, in Europa, in Italia e in Piemonte, le nostre pubblicazioni per influenzare il dibattito in corso, introducendo l’autonomia culturale e digitale europea fra i temi della lotta politica a tutti i livelli.

SPENDERE BENE I SOLDI DELL’ EUROPA

Jean-Jacques Servan-Schreiber

Di fronte alle sempre più evidenti incertezze, tanto a livello europeo, quanto a livello nazionale, sulla natura, le finalità, la destinazione e l’impatto dei fondi messi a disposizione degli Stati Membri dopo il “lockdown”, s’infittiscono gl’interventi  sulla stampa (Beltrame, Cottarelli,Bastasin…),  preoccupati  del se i mezzi comunque messi a disposizione saranno utilizzati, come da tutti auspicato, non solo in funzione anticiclica, per compensare l’imprevista caduta del PIL, bensì in funzione di un rilancio strutturale.

Infatti, accedendo ad una tesi che noi abbiamo da sempre sostenuta, molti esperti stanno affermando, finalmente, che:

-la crisi italiana ed europea non è nata con il coronavirus, sì che è inutile voler riportare la situazione a Gennaio, vale a dire ad un punto già molto caldo della crisi preesistente;

-i fondi dovrebbero essere spesi per l’innovazione (in particolare, digitale), non già per sostenere i settori “tradizionali” in crisi.

1.Quali obiettivi di fondo perseguire?

Fino a qui, tutti d’accordo. Peccato che quest’analisi non vada mai sufficientemente alle radici del problema.

Innanzitutto, la conciliazione fra il progresso economico e l’equilibrio dell’Umanità con se stessa e con la natura è una questione antica, soprattutto in Oriente (pensiamo che lo slogan giapponese “wakon yosai” -tecnica “occidentale”, cioè cinese,  e cultura giapponese- risale addirittura al XII secolo, al Genji Monogatari), ma mai affrontata nella sua interezza. Che cosa significa infatti “umanesimo digitale” per l’ Europa del III° Millennio? Sembra incredibile, ma, in un momento in cui quest’endiadi “va per la maggiore”, incontriamo, come Diàlexis, serie difficoltà a provocare un confronto intellettuale su questo tema.

Orbene, se non è chiaro quali obiettivi perseguiamo con la tecnica, come possiamo decidere sull’ orientamento che vogliamo dare all’ economia? E, in particolare, che cosa l’economia ha significato, significa e potrà significare per l’Europa (nelle sue varie articolazioni), e per i singoli Stati membri?

Per esempio, l’Italia era stata, prima della Rivoluzione Industriale, fra i Paesi più ricchi, se non il più ricco del mondo (grazie alla posizione geografica e geopolitica, alla cultura classica, all’Impero Romano, alla Chiesa, alle Crociate, ecc…).Basti pensare alle migliaia e migliaia di nuraghes che riempiono letteralmente, non soltanto il territorio, ma lo stesso sottosuolo, della Sardegna; alle imponenti rovine di Roma, Siracusa, Agrigento, Selinunte, Pompei; alle opere d’arte che riempiono letteralmente tutte le città italiane…

Il carattere di potenza industriale dell’Italia si era potuto (e dovuto) costruire  con lo Stato unitario grazie alle sue eredità millenarie, ma anche  a un secolo di guerre ininterrotte (d’Indipendenza, al brigantaggio, coloniali, mondiali), che avevano reso improrogabile  la creazioni di un esercito, di una flotta, e, quindi, di un’industria metalmeccanica, chimica, navale, aeronautica, trasformatesi poi in industrie civili.

Ciò detto, la vocazione profonda dell’ Italia non è mai stata industriale, bensì piuttosto culturale, politica, agricola, commerciale, finanziaria. Essa ha avuto difficoltà ben maggiori degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania, ad affermarsi come potenza industriale, e, anche quando lo ha fatto, si è trascinata dietro una gran quantità di “problemi irrisolti” (familismo, individualismo, esterofilia, statofobia), che fin dall’ inizio avrebbero dovuto costituire un segnale contro un’egemonia dell’industria, non sinergica alle nostre naturali inclinazioni.

Dopo il cosiddetto “Miracolo Economico”, trainato dalle grandi imprese eredi dell’epoca autarchica (le banche d’interesse nazionale, FIAT, Finmeccanica, Montedison, ENI, Ferrovie dello Stato, Alitalia), lo sviluppo abnorme della piccola e media impresa era stato favorito, quando non generato, dalle stesse grandi imprese. Con l’indebolirsi, se non l’esaurirsi, di queste ultime per il venir meno delle ambizioni da grande potenza, anche le piccole e medie, spesso nate come effetto, diretto o indiretto, dell’indotto, sono state ridimensionate, senza essere sostituite da imprese più innovative.

Quei settori, come il turismo, le vetture sportive, la moda e l’agroalimentare, che vengono citati come esempi imbattibili dell’eccellenza italiana, sono oramai surclassati, quando non acquisiti, dai concorrenti americani, tedeschi, giapponesi e cinesi  , portando profitti, più che a Venezia, Firenze, Maranello, Milano o Verona, a Madrid, a Wolfsburg, a Tokyo o a Shanghai.

L’Italia soffre anche di un eccesso di corporativismo, concezione senz’altro sana e tipicamente europea e italiana, ma che, nella sua versione paternalistica teorizzata per esempio da Fanfani, ha portato alla dittatura dell’esistente, sicché la politica economica viene delineata  non già per  soddisfare gl’interessi generali e a lungo termine del Paese, bensì per accontentare i diversi gruppi di pressione che di volta in volta si presentano: per permettere alla grande impresa di delocalizzarsi a costo “0”; ai sindacati di mantenere una base di iscritti; alle microimprese di sopravvivere senza rinnovarsi pur essendo negate per l’economia attuale; agli operatori turistici di mantenere la loro struttura disaggregata; ai gruppi dirigenti delle banche di mantenere a spese dello Stato il  lucrativo controllo sulle stesse…

La Lancia Aurelia, simbolo di opulenza nell’ Italia del Miracolo economico

3.Operare fra le rovine

Purtroppo, mentre, dopo la IIa Guerra Mondiale, si era vissuti nell’ illusione di poter mantenere a lungo senza combattere le nostre posizioni relativamente privilegiate grazie alla concorrenza fra Est e Ovest, anche  l’insieme di queste realtà fattualmente esistenti è stato talmente indebolito dalle dissennate politiche di anarchia di mercato, di assistenzialismo, di subordinazione alle multinazionali, di privatizzazioni inutili e dannose, che, se lasciato andare ulteriormente per la sua strada, non può andare che verso una bancarotta generalizzata e la trasformazione di ciò che resta in filiali locali di multinazionali americane, inglesi, cinesi, giapponesi, indiane, coreane o russe. Il che significa la cancellazione dei finanzieri europei, il radicale declassamento dei nostri industriali, la pauperizzazione dei nostri managers, la proletarizzazione dei nostri commercianti e la disoccupazione dei nostri lavoratori. La cosiddetta “politica dei due forni”, condotta oggi soprattutto dalla Germania, costituisce solo un debole palliativo a quest’ incresciosa situazione.

Purtroppo è ben difficile che i Governi europei, e soprattutto italiani, la cui sopravvivenza dipende dal benvolere delle lobbies internazionali, del Presidente americano e delle multinazionali, abbiano il coraggio di affrontare di petto anche quest’”Armata Brancaleone” di  grandi gruppi europei in difficoltà, di “campioni nazionali” controllati dall’estero, di piccole realtà locali e di miriadi di microimprese allo sbando, per dire loro chiaramente che, se continuano così, andranno tutti al fallimento, e che, quindi devono loro malgrado, in contrasto stridente con ciò che si è fatto fino ad ora, inserirsi in un disegno politico-economico complessivo (Europa S.E./ Italia SpA/Deutschland AG/ France S.A), accettando, per essere aiutate dall’ Europa a sopravvivere, di divenire le disciplinate pedine del loro Sistema-Paese. Google, Amazon, Facebook e Lockheed sono pedine del gioco americano e Huawei, ZTE, Alibaba e TIKTOK sono pedine di quello cinese. E’ questo il “nazionalismo economico” inaugurato da Trump e copiato da Xi Jinping e Macron.

Certo,  in Europa, la situazione è molto difficile, perché nei settori che trainano l’intera economia nel XXX secolo (informatica, biomedicale, spazio, ecologia, telecomunicazioni) non c’è (più) nessun colosso europeo, né tanto meno italiano. Bisogna ricostruirli partendo da “0”, così come il DARPA aveva costruito da “0” i colossi americani dell’ informatica e i fondatori delle multinazionali cinesi delle reti sono ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione. Del resto, anche la Volkswagen, la multinazionale europea di maggior successo, era stata fondata con un atto d’imperio del III Reich, e rifondata d’autorità dal governatore militare inglese della Bassa Sassonia, e l’ENI e l’ENEL con atti d’imperio delle Autorità italiane.

Huawei: un esempio di quello che noi patremmo essere

4.Un percorso dalla cultura all’impresa

Tutto ciò per dire che, per “spendere bene” i fondi europei nell’innovazione, occorrerebbe un processo politico e industriale complesso, che, partendo da un’analisi seria e senza pregiudizi della situazione attuale, smantellasse le retoriche del mercato autosufficiente,  elaborando un piano d’intervento in tutte le direzioni, individuando  una leadership adeguata e ponendo a sua disposizione le risorse, con una serie di precisi traguardi e tempistiche, come nel programma “Made in China 2025”.

Il caso Huawei è emblematico. La questione sembra essere se scontentare gli USA collaborando con Huawei, che è l’unica a padroneggiare la nuova tecnologia, o condannare le imprese europee all’arretratezza rinunziando alla tecnologia di cui hanno bisogno solo per non ingelosire gli Americani.

In realtà, la situazione è ben più articolata. Dopo il 5G c’è ormai in uno stato molto avanzato anche il 6G, a cui la Huawei sta dedicandosi prioritariamente, al punto da aver offerto l’intero pacchetto di tecnologia G5 a un concorrente di qualunque Paese, per potersi dedicare liberamente al G6. Ma nessuno ha accettato. Nel frattempo, la Huawei è divenuta la maggiore depositante di brevetti all’ Ufficio Europeo Brevetti, sì che risulta difficile immaginare come le imprese europee di telecomunicazioni potranno sviluppare le proprie tecnologie senza accordi tecnologici con la Huawei.

Alla luce di tutto ciò, non si vede perché, se gli Europei sono così preoccupati per questa crescente egemonia Huawei, anziché frapporre ostacoli allo sviluppo della stessa in Europa, non creano, finalmente, il campione  europeo Nokia-Erickson, di cui tanto si è parlato, a cui Huawei licenzierebbe volentieri gran parte della sua tecnologia, permettendo così al nuovo colosso di crescere rendendosi sempre più autonomo, magari con l’aggiunta di tecnologie russe, indiane e israeliane.

La realtà è che l’unica preoccupazione degli Europei è quella di non scontentare gli USA, ma, per questo, non basta neppure contenere l’egemonia di Huawei: occorre anche che non sorga alcun colosso europeo capace di fare ombra agli Stati Uniti come “leader dell’ Occidente”. Infatti, che leader sarebbe un leader che non riuscisse neppure, dal punto di vista tecnico, a controllare le reti di telecomunicazione europee, cioè a spiare gli Europei? Non è, cioè, che si voglia impedire ai Cinesi di spiare gli Europei. Si vuole evitare che,  montando sulle reti materiale non prodotto dagli Stati Uniti, questi ultimi perdano il controllo completo sull’ Europa. Infatti, come ha dichiarato recentemente Edgar Snowden, gli Stati Uniti hanno spiato gli Europei con il G2, con il G3 e con il G4, e si preoccupano soltanto di non poter continuare a spiare con il G5 e il G6. Non ne va della nostra sicurezza, bensì del loro potere (su di noi).

E’ ricominciata la corsa allo spazio.

6.Come spendere, dunque, i soldi europei?

Intanto, occorre tenere ben distinto il programma di recupero dal coronavirus dal Quadro Pluriennale 2021-2027. Anche se vi è una notevole confusione al riguardo, il primo dovrebbe essere dedicato a rimediare con urgenza agli effetti della pandemia, e il secondo alla gestione del decisivo periodo successivo (“Next Generation”). Nel primo caso, non vi è evidentemente alcuna speranza che si possano realizzare, nell’emergenza, sensate politiche strutturali. Nel secondo caso, invece, sarebbe veramente grave se tali politiche non si tentassero, perché è proprio in quel periodo che la competizione fra America e Cina produrrà uno sviluppo strepitoso delle nuove tecnologie, capaci di rivoluzionare la vita sulla terra, e si rischia uno scontro globale, a cui l’ Europa è impreparata. Chi non padroneggerà quelle nuove tecnologie sarà escluso da qualunque influenza sull’avvenire del Pianeta, e sarà condannato a subire le scelte altrui, prima fra le quali quella circa l’allocazione delle risorse fra i vari Continenti.

Alla luce di quanto precede, la cosa più urgente da fare è studiare, dibattere, proporre, in vista dell’ elaborazione del Quadro  Pluriennale. E’ vero che i documenti elaborati nell’ultimo anno dalle Istituzioni dimostrano una modestissima, anche se crescente, consapevolezza di queste urgenze. Tuttavia, negli ultimi giorni, si è assistito anche a una sorta di risveglio, di cui testimonia, fra l’altro, il recente  studio ufficioso “Digital Sovereignty for Europe” dello European Parliament Research Service, secondo cui: “there is a growing concern that the citizens, businesses and Member States of the European Union (EU) are gradually losing control over their data, over their capacity for innovation, and over their ability  to shape and enforce legislation in the digital environment.” “This would require the Union to update and adapt a number of current legal, regulatory and financial instruments, and to promote more actively European values and principles in areas such as data protection, cybersecurity and ethically designed artificial intelligence (AI)”

Confidiamo, perciò, che le Istituzioni prenderanno in considerazione le osservazioni contenute nei due libri “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, da noi inviati in bozza alle  Istituzioni e che stiamo per editare.

Si aggiunga  lo smacco della Commissione in generale, nella causa Commissione contro Apple, dove la Corte di Giustizia ha deciso i prima istanza che l’enorme multa comminata dalla Commissione era illegale perché la Commissione stessa non era riuscita a dimostrare che il trattamento fiscale ultra-favorevole  riservato alla Apple dall’Irlanda (meno dell’1% sui profitti) concretasse un aiuto di Stato e danneggiasse la concorrenza e nella Causa Schrems II, in cui la Corte non solo ha dichiarato illecito il Privacy Shield negoziato dalla Commissione con gli Stati Uniti, ma ha criticato espressamente la Commissione per la sua arrendevolezza in spregio del diritto europeo e delle prepotenze americane (il CLOUD Act).

Per difender l’ Europa digitale ci vuiole più grinta.

7.Che fare in Italia?

Quanto all’ Italia, valgono, “a fortiori”, gli stessi ragionamenti. Se l’economia europea è in seria difficoltà, quella italiana è sull’ orlo del disastro. Già prima del Coronavirus, il 60% degl’Italiani era fuori del mercato del lavoro; le sole grandi imprese italiane sono rimaste le banche, le assicurazioni e il vecchio parastato: Eni, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane e Fincantieri,

Sarebbe ora che l’Italia riscoprisse sul serio le proprie vocazioni tradizionali, rivisitandole per attualizzarle. Intanto, le proprie tradizionali eccellenze culturali, che oggi vuol dire innanzitutto informatiche:

a)Visto e considerato che l’Europa non sta realizzando le accademie digitale e militare dell’Europa, auspicate dal Parlamento Europeo e da Macron,  perché l’ Italia non le realizza autonomamente, così come La Pira aveva creato egli stesso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze? Perché non dividere l’Istituto in tre facoltà, di cui una (a Firenze) rimanga quella attuale di scienze umane e le altre due (per esempio a Torino e Ivrea) vengano dedicate alle Scienze Strategiche e alle Tecnologie Digitali?

b)Poi, le tradizioni turistiche, dove ci sarebbe moltissimo da fare per capitalizzare sulle esperienze del lockdown, optando su un turismo sostenibile perché programmato, decentrato e selettivo?L’Italia possiede milioni di località turistiche non sfruttate, dai siti archeologici ai castelli, dai borghi ai parchi naturali. Occorrerebbe riorientare drasticamente il turismo verso quelle destinazioni, lasciando quelle più note alle grandi manifestazioni culturali, al turismo scolastico e  residenziale. Occorrerebbe introdurre un sistema generalizzato di permessi, prenotazioni, biglietti, autorizzazioni, per sfoltire le presenze nelle destinazioni più “gettonate” e  studiare vocazioni differenziate per i  diversi territori.

c)L’attore pubblico dovrebbe intervenire per diffondere l’immagine di marca unitaria del Paese, basata sulla diffusione della sua cultura, per supportare le aggregazioni di operatori e di enti locali, per fornire il supporto formativo e digitale. E’ gravissimo che  nel mondo siano pressoché sconosciuti tesori come Selinunte, Aosta, la Maremma, le dimore sabaude, l’archeologia industriale, i percorsi letterari internazionali…;

d)Infine, l’industria digitale, nata, con l’Olivetti, proprio in Italia, e abbandonata per pressioni politiche. Qui si dovrebbero costruire un Web provider, un costruttore di apps, un social network europeo e una società di web marketing. Sfiderei chiunque a dimostrare che in tal modo l’ Italia non spenderebbe bene i fondi europei, in un momento in cui nessuno vuole fare queste cose innovative ed essenziali per l’ Europa, e che l’ Europa non vuole fare.

Alleghiamo il progetto, che stiamo diffondendo, relativo alla realizzazione in Piemonte di alcune di queste iniziative, che confidiamo d’inserire perfino nel dibattito elettorale.

La Scuola di Applicazione, possibile base dell’Accademia Strategica Europea.

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari n. 32, 10125 Torino, Tel 0116690004

PROGETTO DI UN DISTRETTO CULTURALE E DIGITALE  EUROPEO IN PIEMONTE

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei di cui si sta discutendo in questi giorni, e, dall’ altro, alle prossimi elezioni amministrative di Torino, l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia, e, in modo speciale, il Piemonte, con punte massime a Torino.

Basti considerare il numero di abitanti della nostra città dall’ unificazione d’ Italia a oggi:

1861: 173.000

1871: 211.000

1881: 251.000

1901: 330.000

1911: 416.000

1921: 500.000

1931: 591.000

1936: 629.000

1951: 719.000

1961: 1.026.000

1971: 1.168.000

1981: 1.117.000

1991: 963.000

2001: 865.000

2011: 872.000

I numeri ufficiali per il  PIL e l’ occupazione non sono oggi più affidabili a causa della pandemia in corso, anche se si sa che, rispetto alla Lombardia, siamo incredibilmente indietro (27.000 Euro medi annui circa contro 38.000).

E, del resto, come potrebbe essere altrimenti se il Gruppo FIAT, che, negli anni ‘70 e ’80, dava lavoro, attraverso le sue holding, le sue controllate e i suoi fornitori di 1°, 2°, 3° e 4° livello, a circa la metà degli abitanti della città, è ora sostanzialmente assente (nel suo avatar FCA/Stellantis) da Torino?

L’idea di sostituire la cultura all’industria, perseguita dalla giunta Castellani, sarebbe stata eccellente se la si fosse perseguita per davvero, con una cultura veramente innovativa, non succube di miti industrialistici e operaistici, ovviamente non più applicabili nella nuova realtà. Oggi, in effetti, abbiamo una situazione abnorme, in cui la prima ad essere penalizzata a Torino è proprio la cultura, che ha perduto la sua colonna portante, l’editoria. A questo punto, sorge spontanea la domanda: come si dovrebbero mantenere  i (seppur molto meno numerosi) abitanti di Torino, visto che sono venute meno tutte le loro attività più lucrative?

Una situazione simile Torino l’aveva incontrata quando, nel 1864, con un’incredibile operazione verticistica, a Torino era stato sottratto, per un’imposizione della Francia,  il ruolo di capitale del Regno d’Italia, provocando un’insurrezione che costò alla città una sessantina di morti. In quell’occasione, il sindaco di allora, Luserna di Rorà, aveva lanciato un grandioso piano di agevolazioni per le imprese che decidessero di delocalizzarsi a Torino (una specie di “Cassa per il Mezzogiorno” a rovescio, o di “Zona economica speciale” alla cinese).

Fu così che si trasferirono a Torino imprenditori come Leumann e Loescher, e nacque la vocazione industriale della città.

Oggi, si tratterebbe di realizzare un ennesimo cambio di orientamento, sfruttando i fondi che l’ Europa sembrerebbe disponibile a investire nella digitalizzazione. Ma, per fare ciò,occorrerebbe una grande  lucidità storica ed economica, politica e imprenditoriale, che ci proponiamo di suscitatre con la nostra iniziativa.

La RIV, un’antica eccellenza torinese

1. L’attività trainante del XXI secolo: il digitale

Ciò che è da sempre alla base dello sviluppo economico è la vicinanza con il potere. Questo crea le motivazioni ideali per investire, copre le inevitabili sfortune, permette i regimi di favore, fornisce le esternalità e fondamentali commesse pubbliche. La storia di Torino ne costituisce un esempio inequivocabile. Le grandi fasi dello sviluppo di Torino furono legate alla conquista delle Gallie (l’ accampamento legionario di Giulio Cesare) , alla scelta italiana di Emanuele Filiberto (il primo allestimento del Palazzo Reale), all’unità d’Italia (Torino, prima capitale), alla presenza dell’ aristocrazia e dell’ esercito (industria militare),alla centralità della vita sindacale (l’accordo sindacale del 1920 sulle 8 ore).

Oggi, la forza a cui Torino si dovrebbe agganciare è l’Europa, alla quale, sulla scia di Galimberti e Olivetti, Torino potrebbe imprimere un piglio più “garibaldino”, in luogo di quello “contabile” che va oggi per la maggiore, in particolare per ciò che concerne una cultura e un’industria di avanguardia e autonoma dalle multinazionali. Oggi più che mai l’interconnessione fra digitale e cultura domina il panorama mondiale, in quanto la capacità delle nuove tecnologie di  trasformare radicalmente l’umano ha aperto il dibattito culturale, politico, e perfino religioso, più radicale della storia.

Attualmente, il digitale è al centro dell’economia mondiale, data la centralità dei dati nelle decisioni politiche, economiche e militari e l’influenza del web sulla cultura, la comunicazione, la politica, il commercio e la finanza.

Torino, al centro del dibattito culturale europeo

2.Arretratezza europea

In seguito allo sviluppo vorticoso del mondo digitale nella Silicon Valley, e, a seguire, in Cina e in India, anche le istituzioni europee si vedono ora costrette a occuparsi intensamente del digitale, com’ è accaduto con l’indagine del Parlamento Europeo su Echelon, con il GDPR, con la Causa Schrems, con la Digital Tax e con il pacchetto digitale approvato quest’inverno dalla Commissione.

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le “Conferenze Macy sulla cibernetica” subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ “Ideologia Californiana”. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’ Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Francia e Germania hanno tentato di ovviare all’assenza di campioni nazionali mediante tre iniziativa pubblico-privato , Qwant, per i motori di ricerca, JEDI, per il finanziamento del digitale, e Gaia-X per il cloud, ma, fino ad oggi, i loro sforzi si sono rivelati velleitari. I libri di Diàlexis sull’ argomento indicano la necessità di un’azione sistematica ad ampio raggio per colmare queste lacune, sfruttando i numerosi fondi messi a disposizione dall’ Europa per l’innovazione. In allegato al libro “European Technology Agency” si trovano 5 proposte per la futura Conferenza sul Futuro dell’ Europa, dedicate al settore digitale.

Inserire le nuove tecnologie nel dibattito sul futuro dell’ Europa.

3.Iniziative per il Piemonte

Fra le lacune evidenziate nel dibattito politico e che l’Europa non sembra in grado di colmare, ve ne sono tre in cui il Piemonte avrebbe degli atout di realizzare delle iniziative significative, sfruttando le proprie tradizioni, tecnologiche e culturali.

Intanto, il Parlamento Europeo ha più volte patrocinato la nascita di un’Accademia Digitale Europea, mentre il Presidente francese Macron ha invocato la nascita di una Cultura Strategica comune degli Europei. Il Piemonte ha delle tradizioni molto radicate nei settori della cultura digitale e di quella strategica. Per ciò che riguarda la prima, è stata inaugurata a Ivrea l’ ICO Valley, l’acceleratore per startup digitali dell’ex area Olivetti. Per ciò che riguarda la seconda, esiste a Torino il Comando per la formazione e Scuola di applicazione dell’Esercito, che svolge, su una base essenzialmente nazionale, proprio la funzione di una scuola di formazione strategica. Ambedue i contesti sarebbero estremamente favorevoli ad essere sviluppati nella direzione di un’Accademia Digitale Europea e di un’Accademia Strategica Europea. I programmi che potrebbero essere svolti in queste accademie sono illustrati al punto I, b (i)e II, 4 del libro “European Technology Agency”.

Un’altra iniziativa, di cui la Vicepresidente di Confindustria, Beltrame, ha segnalato l’urgenza, è costituita da una piattaforma europea, e, innanzitutto, italiana, di e.commerce, sulla falsariga di Amazon e di Alibaba. Quest’iniziativa potrebbe nascere a Torino o Ivrea partendo dalle due iniziative culturali di cui sopra, utilizzando, come materia prima, la digitalizzazione delle risorse culturali nell’ ambito di Europeana. La Commissione sta svolgendo proprio ora una consultazione pubblica su questo tema.

Così come Francia e Germania stanno tentando di realizzare, con i fondi europei e capitale pubblico-privato,  Qwant nel campo dei motori di ricerca, JEDI nel campo del Digital Financing e Gaia-X nel campo del cloud, L’Italia, e, in particolare, Torino, potrebbe realizzare, magari con altri partner europei e con i fondi europei, un’accademia digitale europea ( come la Singularity University o l’accademia russa di Skolkovo), un’accademia  strategica europea (civile-militare, sul modello del comitato cinese per l’unione del civile e del militare), e, infine, una piattaforma culturale e commerciale europea (sul modello dei social network americani e cinesi), che unifichino, alla promozione della cultura, della produzione e del turismo, italiani ed europei, lo sviluppo di una cultura digitale  e di una comunità d’interessi paneuropei.

PROMEMORIA: DOMANI CANTIERI VIRTUALI D’EUROPA 2020-TELECONFERENCE 4 LUGLIO (ORE10):RAPPORTI EUROPA-CINA

“Ren”:l'”altro”

Contributo personale di Riccardo Lala: La Cina: Partner/concorrente/rivale?

Continuiamo con la serie di manifestazioni in preparazione del Salone del Libro di Torino e della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Nell’ ambito delle priorità rese note per il prossimo semestre dalla presidenza tedesca, figura anche l’accordo sugli investimenti con la Cina, a cui Angela Merkel attribuisce una particolare importanza, e al quale von der Leyen, Michel,Borrell, Xi Jinping, Li Keqiang e Yi Wang hanno dedicato importanti teleconferences preparatorie.

Quanto alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa, essa sarà ulteriormente spostata in attesa che la fine della pandemia permetta manifestazioni dal vivo. Essa dovrebbe perciò potere anche tener conto dell’esito delle trattative con la Cina. La pubblicazione di vari documenti delle Istituzioni ci permette di comprendere quale sforzo queste stiamo facendo per passare da un originario atteggiamento di disinteresse (soprattutto se confrontato con il peso enorme che aveva, ancora nella “Dottrina Solana” il dialogo transatlantico), a questo nuovo atteggiamento di sostanziale equilibrio e di maggior interesse rispetto agli USA (i quali oggi deliberatamente perseguono un atteggiamento di confronto e di chiusura tanto verso l’ Europa, quanto verso la Cina).

Quest’equilibrio si trova espresso nei tre ruoli che la nuova dottrina europea attribuisce alla Cina:

-partner strategico;

-concorrente;

-rivale sistemico.

La partnership è riferita soprattutto alla convergenza sui grandi temi del dibattito internazionale, come multilateralismo, riforma delle istituzioni internazionali, Green New Deal e contenimento delle pandemie. La concorrenza si esplica a livello commerciale, anche se si dovrebbe parlare soprattutto di complementarietà, perché le specializzazioni dell’Europa sono diverse da quelle della Cina,  anche e soprattutto ora che questa ha deciso di concentrarsi alte tecnologie, nella connettività e nella finanza (che invece l’ Europa sta  trascurando). Quanto alla rivalità sistemica, si tratta dell’aspetto più sofferto di questo rapporto. Infatti, l’Europa aveva rinunziato, almeno formalmente, a “esportare la democrazia”, sicché sembra improbabile che i due sistemi entrino in conflitto su questo punto (anche a causa della debolezza dell’ Europa). Anche perché non fa parte della logica della Cina “fare proselitismo”. La sua è deliberatamente una “via nazionale al socialismo”. Come tale, essa vuole avere “caratteristiche cinesi”, che non si pretende siano comuni ad altri Paesi. Ciò che disturba i vertici europei non è perciò tanto un preteso proselitismo internazionale del Governo cinese, quanto l’esistenza di una sempre nutrita schiera d’intellettuali internazionali (p.es., Jacques, Frankopan, Bell, Zhang Weiwei, Zakaria, Khanna e Zhao), i quali non mancano di esaltare i vantaggi dei “sistemi confuciani” rispetto a quello occidentali. Ma, di tutto ciò, non è responsabile il Governo cinese, bensì la crisi della cultura “occidentale” e la conseguente esigenza di ricercare  modelli diversi, che risale già ai Gesuiti, a Schopenhauer, a Fenollosa, a Pound….

L’Europa si differenzia certamente dalla Cina per il fatto di respingere, sia concettualmente (in opposizione agli USA), sia nei fatti (in opposizione alla Cina), l’approccio che Aresu ha chiamato “capitalismo politico”, vale a dire un sistema che, pur nel rispetto formale dell’ economia di mercato e dello Stato di diritto, privilegia in economia l’affermazione di un’agenda politica dello Stato, chi invocando in tutte le circostanza la sicurezza nazionale (Patriot Act, Subversion Act, War Production Act, Trading with the Enemy Act, CLOUD Act), chi la tradizione culturale e politica nazionale (la Costruzione del Socialismo, la Grande Armonia, l’Ecumene), chi, infine, i Campioni Nazionali (gli OTTs e i BATX). Il “Capitalismo politico” ha poco a che fate con la pretesa provvidenzialità del mercato a cui si ispirano ancora gli Stati e le Istituzioni in Europa.

Contro questo atteggiamento pratico delle due Superpotenze, l’Europa rivendica, nel perseguimento del proprio ideale di “Stato neutrale”, un ruolo di “Trendsetter”, quel “riferimento per tutto il mondo”  che richiama le indicazioni fornite a Strasburgo dal Sommo Pontefice. Si tratta paradossalmente di una riedizione aggiornata della concezione del “Wu Wei” (in Sankrit, “ahimsa”, “Satyagraha”=agire senza agire) tipico del Saggio (Imperatore), che però nel XXI secolo va aggiornata, a causa dell’ingerenza totalitaria dell’ informatica in qualsivoglia vicenda umana (gli “Imperi Sconosciuti” di cui parla sempre Francesco), che non permette a nessuno di comportarsi come nei secoli precedenti.

Vi sono perciò due dubbi sulla sostenibilità delle posizioni delle Istituzioni:

-da un lato,  questa dottrina (erede storica del compromesso democristiano-socialdemocratico) è in contrasto con la tradizionale lettura  europea e cattolica della laicità, espressa già nel Vangelo (Dio e Cesare), e poi in Dante (i Due soli) e nel cattolicesimo liberale, secondo il quale vi dev’essere una netta distinzione fra la funzione spirituale del Sacro e quella politica dello Stato. Lo Stato non può avocare a sé il magistero etico (la difesa del “politically correct”), senza fare violenza all’ autonomia della coscienza (un’inedito “Stato Etico” puritano a difesa della modernità, “una nazione con l’anima di una Chiesa”);

-dall’ altra, anche la vecchia dottrina, di lontana origine giapponese, della “cultura orientale+tecnica occidentale(Wakon yosai”,“Zhongti Xiyong”) si è rivelata superata nei fatti  dal fallimento delle “tigri asiatiche”. Infatti, oggi è impossibile distinguere la cultura dalla tecnica, sicché si pone la questione di un umanesimo digitale, che non può più essere indifferente alla politica. L’informatica modifica l’umano, sì che l’”Imperatore Saggio” non può più limitarsi a presiedere ai Riti, bensì deve anche essere al cuore della tecnica (sia essa costituita dai big data, dai social, dalle comunicazioni o dalla cyberguerra). La “guerra pacifica” di Mozi e di Sunzu è divenuta impercettibilmente la Guerra Senza Limiti di Qiao Liang e Wang Wensui. Questa è la ragione profonda tanto del superamento dei richiami impliciti al “wu wei”,  quanto della critica  che Alessandro Aresu muove alle politiche dell’Unione. L’attuale pacchetto europeo di misure  in materia di alte tecnologie continua a soffrire di un peccato di “angelismo” (per dirla con il Papa): l’Europa non può essere un “trendsetter” se non sperimenta prima su di sé in concreto, in tutta la sua asperità,  una nuova cultura del digitale, un “ecosistema sovrano”, veramente indipendente e diverso rispetto al Complesso Informatico-Digitale, e non un sottoprodotto dello stesso come quello espresso dal Privacy Shield, delle Standard Contractual Clauses, da Qwant e perfino del “Rome Call for an Ethical AI”.

Un confronto culturale e scientifico serrato con la Cina dovrebbe servire, a nostro avviso, a comprendere questo snodo essenziale ed esoterico della post-modernità, che l’Asia ha vissuto così intensamente,  e anche, possibilmente, a ricercare insieme delle vie  per il “Ringiovanimento” delle rispettive nazioni.

I relatori del nostro prossimo webinar parleranno essenzialmente di Italia e Cina. Quest’orientamento ha il merito della concretezza. A nostro avviso, contrariamente a quanto i più sembrano credere, l’Italia può intervenire nel contesto del confronto euro-cinese in pieno svolgimento in modo particolarmente autorevole per più di una ragione, Intanto, farebbe parte proprio del “Primato Morale e Civile degl’Italiani”(Gioberti) rivendicare  quel ruolo di “riferimento” nel mondo che Papa Francesco ha additato al mondo. Quindi, proprio la “specializzazione” naturale degl’Italiani nella cultura, nell’ arte, nella comunicazione e nel turismo fa sì ch’ essi possano svolgere una funzione centrale nel dialogo fra Est e Ovest, sulle tracce, innanzitutto, di Marco Polo, ma anche e soprattutto dei Gesuiti, che hanno vissuto il loro rapporto con la Cina come un modo per rinnovare la stessa cultura europea (il dibattito sul nichilismo nel”Vero Significato del Signore del Cielo”, lo “Stato Minimo”, la “Prisca Philosophia”). Senza dimenticare la Butterfly, la Turandot di Puccini e i “Pisan Cantos” di Pound, scritti in gran parte in Italiano e in Cinese.

Tutto questo ha trovato un principio di attuazione nell’ MOU sulla Via della Seta. Come nell’ uso linguistico antico, non vi era nessuna distinzione fra Roma, l’Italia, l’Impero Romano, l’ Europa e il Cristianesimo (tutti designati come “Da Qin”), così anche oggi occorre elaborare una concezione  “italiana” del rapporto con la Cina, che sia valida e proponibile all’ intera Europa. Una Concezione che parta dalla “Humanitas” classica, tanto simile alla “Ren” delle San Jiao siniche, e che oggi si dovrebbe declinare come “umanesimo digitale”. Un umanesimo che, sotto la dominazione del Complesso Informatico-Militare”, è tutt’altro che acquisito in concreto, e va ricercato con lo studio, il dibattito, la ricerca tecnico-scientifica, lo “Stato Innovatore” e una nuova classe dirigente. Tutto ciò può essere acquisito solo se, lungi dal rinchiudersi  nel provincialismo dei “followers”, gl’Italiani egli Europei sapranno guardare senza pregiudizi a tutto ciò che sta accadendo nel mondo, e, in primo luogo, in Asia. Solo così potranno divenire dei “trendsetters” come auspicato da Ursula von der Leyen.

Da Xue: un link fra Cina, America ed Europa

WEBINAR 4 LUGLIO, ORE 10,00

VERSO IL TRATTATO PER LA PROTEZIONE DEGL’INVESTIMENTI :

XI JINPING RICONOSCE IL RUOLO DELL’ UNIONE EUROPEA

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino all’attuale posizione  all’avanguardia mondiale nella tecnologia e nell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare la propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina e l’ Europa devono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “ricco di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, “un ruolo di riferimento a livello mondiale”, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, come quelle sinica e classico-cristiana (“Da Qin”), la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea (la “Sovranità Digitale Europea”).

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti soltanto pensare che oggi il 50% dei brevetti depositati presso l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio concreto che, senza dirlo,  ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione, un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con il consenso a che la Volkswagen  sia divenuta  azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti.

Confucio: una base per scrivere oggi

PROGRAMMA  DEFINITIVO

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department: Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano:  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis

Ricostruzione del Mercato Occidentale di Xian, punto di partenza della Via della Seta

 

MODALITA’ TECNICHE

Ricordiamo le credenziali necessarie per partecipare alla video conferenza:

CREDENZIALI

Il link ( https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 )

e la coppia meetingID+password

Join Zoom Meeting
https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09

Meeting ID: 896 2825 2000
Password: EUROPA

sono equivalenti tra loro.Il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Chi – eventualmente – dovesse ricevere la mail su un computer e volesse connettersi con un altro.


In quel caso invece di ricopiare il link a mano, può utilizzare i codici.

Nel caso di problemi, telefonare a 3357761536 o a 0116690004

A domani.

WEBINAR DEL 4 LUGLIO SUI RAPPORTI FRA UE E CINA

Segnaliamo intanto una breve, ma appropriata, nota del blog “Rinascimento Europeo” sull’intensificarsi di segnali di tensione su tutti gli scacchieri internazionali, che ci pare costituire un’ulteriore conferma dell’attualità del Webinar del 4 luglio sui rapporti italo-cinesi:

Redazione – Le notizie delle ultime settimane non sono incoraggianti. Mentre il coronavirus continua a mietere vittime e la situazione economica sta iniziando appena a generare ripercussioni di natura geopolitica, preoccupano le novità, che arrivano dalla Cina.

Tutti avremmo bisogno di pace, maggiore stabilità e cooperazione. Invece, tra informazioni vaghe e incomplete, la preoccupazione per una maggiore instabilità cresce sempre di più. Al di là delle notizie odierne date su Hong Kong, che, per i loro contenuti e toni, non possono che generare domande, arrivano quotidianamente novità sulle tensioni tra Cina ed India, dove, in seguito a recenti scontri al confine tra i due Paesi, sono morti 20 soldati indiani e dove stanno convergendo gli eserciti.

Le prove muscolari non si limitano a quel confine. Infatti, oltre alle risposte di natura economica, provenienti sia dall’India sia dagli Stati Uniti, si aggiungono le esercitazioni navali congiunte tra India e Giappone. Inoltre, è in corso una disputa tra Cina e Giappone sull’appartenenza di un’isola.

Che posizioni prende l’Europa? Mentre stiamo decidendo se aprire i confini alla Cina, mentre li teniamo chiusi agli Stati Uniti, arrivano in Germania 600 soldati USA per la missione NATO ‘Defender Europe 20’. Si tratterebbe della più grande missione degli ultimi 25 anni, secondo quanto viene dichiarato dalla stampa.

Debolezza politica ed economica non sono, nel contesto detto sopra, i migliori ingredienti. Giacché i maggiori flussi economici sono quelli asiatici, per non parlare delle risorse e delle competenze tecnologiche, sarebbe bene che ci svegliassimo. In fretta. Divisi e senza bussola rischiamo troppo facilmente di essere preda o di essere usati come strumento di divisione, facendo interessi non nostri. Purtroppo, non è chiaro se i nostri politici lo abbiano capito o meno.”

Tutto giusto, con la precisazione che non si può certo fare carico agli attuali politici italiani, che in gran parte stanno dedicandosi alla cosa pubblica da non più di 10 anni, di non avere risolto questioni intorno alle quali l’intera società europea si dibatte da secoli.

Non dimentichiamo i conflitti sorti parecchi secoli fa, circa i rapporti con gli altri Continenti, per esempio fra de las Casas e Sepùlveda, fra Antonio Vieira e conquistadores, fra i Gesuiti e l’establishment dell’ Ancien Régime, fra i rivoluzionari americani e il Re d’Inghiterra, fra la Compagnia delle Indie e la Corona, fra il “mainstream” progressista e colonialista e l’intellighencija anticonformista , da  Leibniz a Voltaire, da Schopenhauer a Guénon, da Pound a Simon Weil, da Evola a Béjart, a Panikkar.

Ancor oggi, l’identità dell’Europa e dell’Italia è combattuta fra l’ideologia occidentalistica e il ricordo delle comunalità dell’ Europa con le antiche civiltà dell’ Eurasia, sulla scia di Erodoto, Wolfram von Eschenbach, Jehuda haLevi, Marco Polo, Matteo  Ricci…

Fedeli al compito che ci siamo assegnati, di fornire l’informazione più ampia e più obiettiva possibile, abbiamo riunito, in questo momento così cruciale, un nucleo di relatori che rappresentano tutto lo spettro delle competenze necessarie per inquadrare questi scottanti temi, dall’esperienza viva dell’azione di Spinelli e delle Istituzioni europee,  a quella dell’ ambasciata italiana a Pechino, al mondo dei sinologi impegnati in prima persona nel dialogo interculturale, fino  al giornalismo italo-cinese.

Quanto al sottoscritto, vorrei solo ricordare che, quando mi ero recato nel 1978 a Canton per spianare la strada alle prime collaborazioni industriali, la Cina che avevo potuto vedere non aveva nulla in comune con quella postmoderna che si manifesta oggi attraverso lo Yuan digitale, i 35.000 chilometri di treni ad alta velocità e i 6G, e tuttavia già allora si poneva una questione di rapporti con la Cina. A conferma del fatto che le relazioni euro-asiatiche, a dispetto delle transeunti vicissitudini politiche ed economiche, sono strutturalmente e permanentemente inaggirabili, in quanto Qin e Da Qin sono stati da sempre complementari.

PROGRAMMA DEFINITIVO

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department: Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano,  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis

ATTENZIONE!

Per evitare i problemi tecnici evidenziatesi nel Webinar del 9 maggio, il 4 Luglio si userà la collaudatissima piattaforma Zoom.

Le coordinate  ZOOM della manifestazione sono: Join Zoom Meeting
https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09

Meeting ID: 896 2825 2000
Password: EUROPA

Il link (https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 ) e la coppia meetingID+password sono equivalenti tra loro.Nel senso che il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

CANTIERI D’EUROPA

WEBINAR DEL 4 LUGLIO SUI RAPPORTI FRA UE E CINA


XI-VON DER LEYEN: “IL DIALOGO PIU’IMPORTANTE PER LA UE DAL PUNTO DI VISTA STRATEGICO E IL PIU’CARICO DI SFIDE”

Il secondo webinar della serie “Cantieri d’ Europa Virtuali” sta suscitando più interesse del previsto a causa dei concomitanti sviluppi del dialogo fra UE e Cina.

La teleconference fra Xi e Von der Leyen, nonostante le apparenti ripetizioni di scene già viste, ha rappresentato un sostanziale passo in avanti, perché, da parte cinese, si è data una spinta senza precedenti al ruolo dell’Europa nel mondo, accettando un dialogo alla pari fra UE e Cina, che è una grande potenza, mentre, da parte europea, si è giunti ad affermare che “il dialogo con la Cina è il più importante, tanto dal punto di vista strategico, quanto da quello delle sfide”.

Ambedue i concetti sono assolutamente nuovi. Intanto, né America, né Cina, avevano mai accettato di trattare la UE come loro pari, preferendo sempre il dialogo con gli Stati membri, Dall’altro, gli Europei avevano sempre sostenuto che, per quanto importante possa essere il dialogo con Cina e Russia, quello veramente importante resta quello con l’America. Oggi, quando Trump chiama l’Europa e la Germania “delinquent” e minaccia dazi su tutti i nostri prodotti, il dialogo con la Cina è oramai una pura e semplice necessità. Certo non dovrà essere condotto  con un atteggiamento d’ inferiorità, bensì, come sta per altro già avvenendo, su un piede di parità. Se nel chiuso del summit il presidente cinese non ha dato garanzie chiare, ricordando anche l’importanza della posizione europea nei negoziati sullo status di Pechino al Wto, poco dopo l’agenzia di Stato Xinhua ha scritto che Cina e Ue si sono impegnate a concludere sugli investimenti entro la fine del 2020. Tuttavia, per pressare la Cina, durante il vertice è stata evocata la possibilità di una video conferenza a settembre tra von der Leyen, Michel, Merkel e Xi. Utile anche a verificare se sarà possibile recuperare il summit di Lipsia con tutti i leader europei destinato alla firma dell’intesa al momento rinviato causa pandemia.

E’ stata superata anche la barriera ideologica, quella che ha fatto affermare in passato che “la Cina è un rivale sistemico” e a Borrell che ”oramai è chiaro che abbiamo valori diversi”. Ma è proprio per questo che il dialogo s’impone più che in altri campi. Il nocciolo duro del dialogo interculturale sta proprio  nel confronto fra i diversi valori nel pieno rispetto delle diversità. Se Europa e Cina hanno diversi valori è perché le stesse loro logiche sono diverse. Concetti come “Datong”, “Taiping”, “Tianxia”, “Li” e “Fa” sono semplicemente intraducibili nelle lingue europee. Ma, se si vuole coesistere e collaborare, bisogna sforzarsi di capire gli altri,  se necessario anche studiando i caratteri cinesi, la mitologia indù e giapponese, le teologie ebraica e islamica.

D’altronde, questo fa parte delle migliori tradizioni europee, come nella Luminosa Dottrina di Da Qin sulla Stele di Xi’An, nel “Trattato sull’ amicizia” o nel “Vero Significato del Signore del Cielo” di Matteo Ricci, nel “Du despotisme de la Chine” di Bouvais, nei “Novissima Sinica” di Leibniz, nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, nel “Westoestlicher Diwan” di Goethe, nella “Ballad of East and West” di Kipling, nell’ “Hadji Murad” di Tol’stoj, nella “Butterfly” di Puccini,  nella “Shagané” di Esenin, nel “Siddharta” di Hesse, nei “Pisan Cantos” di Pound, nella “Turandot” di Puccini…

Anche qui, come in ogni altro campo, siamo di fronte a un enorme gap culturale, che  l’Asia, ma, soprattutto, l’Europa, dovranno colmare al più presto per poter essere in grado di fronteggiare, su adeguate basi, le difficilissime sfide che, come ha affermato Ursula von der Leyen caratterizzano il rapporto con la Cina.

Non per nulla abbiamo chiamato questo blog “DaQin”, che, in Cinese antico e classico, significava “Roma”, “Italia”, “Impero Romano” o “Cristianesimo”, e un altro blog, su questo stesso sito, “Turandot”. Invitiamo perciò i nostri lettori a seguire ulteriori approfondimenti su “Turandot” (e anche su “Technologies for Europe”).

Sarebbe ora che, nel formulare i nuovi progetti scolastici italiani ed europei (“Piano Scuola”, “Educazione alla Cittadinanza”), si tenesse finalmente conto di questo gap, e si ricalibrassero corrispondentemente i programmi.

ATTENZIONE!

Per evitare i problemi tecnici evidenziatesi nel Webinar del 9 maggio, il 4 Luglio si userà la collaudatissima piattaforma Zoom.

Le coordinate  ZOOM della manifestazione sono:

Il link (https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 ) e la coppia meetingID+password sono equivalenti tra loro.Nel senso che il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Ecco il programma:

PROGRAMMA (PROVVISORIO)

CANTIERI VIRTUALI D’ EUROPA 2020

Webinar 4 luglio, ore 10 :

Verso il Trattato per la protezione degl’investimenti :

Xi Jinping riconosce il ruolo dell’ Unione Europea

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino a una posizione  all’avanguardia mondiale della tecnologia e dell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare l’evoluzione della propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina possono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “colmo di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, un ruolo di riferimento a livello mondiale, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente  al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea.

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti pensare anche, che oggi il 50% dei brevetti depositasti presso l’Organizzazione della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio che ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione,  un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’ economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con l’accordo a permettere alla Volkswagen di divenire azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department, Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano,  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

(Ore 12,00  Giovanni Cubeddu, Direttore di Cinitalia, Il giornalismo come strumento di dialogo fra Italia e Cina?)

Ore 13,00 Domande e Dibattito

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’Associazione Culturale Diàlexis

EDUCAZIONE CIVICA E SOCIETA’ DIGITALE:COMMENTO A PAOLA MASTROCOLA

I Balilla cominciavano a 6 anni

Paola Mastrocola ha giustamente “letto” taluni aspetti inquietanti del Piano Scuola 2020 alla luce dell’ avanzata dell’ Intelligenza Artificiale. In sintesi, l’introduzione dell’educazione civica fino dal terzo atto di età le appare (giustamente) come una distopia totalitaria, che supera l’irreggimentazione dei Balilla e dei Pionieri (che per altro incominciavano ad essere inquadrati a 6, e, rispettivamente, 9 anni, non a 3): “Il secondo pensiero, triste, è che ci vogliano pilotare, programmare, indottrinare, fino dalla più tenera età”


Horkheimer e Adorno: anche la tecnocrazia occidentale è totalitaria

1.Congedo dal pensiero critico

Giustamente, l’ Autrice mette in rilievo l’abbandono dell’ obiettivo principale di un tempo, quello di “agevolare la nascita di un pensiero critico….Desiderano fare di noi, quasi appena nati, dei soldatini obbedienti  al sistema, asserviti all’ ideologia dominante (un misto di pensiero green, politicamente corretto e idolatria digitale) in vista di quella democrazia digitale per cui staremo tutti ordinatamente davanti a un computer, tutti lanciati su piattaforme virtuali dove – temo- ci chiederanno fin da bambini di esprimere preferenze, opinioni, voti, punteggi, chissà su chi e su che cosa.”

In effetti, il richiamo al pensiero critico aveva senso nello Stato liberale, dove si fronteggiavano le culture e le ideologie maturate in epoca illuministica e romantica: il cristianesimo scolastico dell’educazione gesuitica e l’anarchismo romantico alla Proudhon; le nostalgie demestriane per l’ Ancien Régime e le varie scuole marxiste; la fedeltà alla monarchia risorgimentale e il socialismo umanistico; il liberalismo borghese e il cristianesimo sociale; il nazionalismo e la tecnocrazia positivistica. I giovani erano chiamati a scegliere fra le varie opzioni esistenti sul mercato. La loro “cittadinanza attiva” aveva oggetto il confronto fra le diverse opzioni.

Certo, questa libertà scelta non è stata eliminata dalla scuola, bensì dall’ evoluzione della società, perché, nell’omologazione generale,  non c’è più  opzione  fra trono e altare da una parte e rivoluzione dall’ altra; fra fideismo e ateismo; fra militarismo e renitenza; fra Stato e mercato. E, tuttavia, non è che l’umanità non sia più confrontata a delle scelte, come quella fra il fanatismo tecnocratico alla Kurzweil e la critica della tecnologia di Joy; fra l’omologazione del “politicamente corretto” e le varie forme d’identitarismo; fra l’ideologia LGTB e i difensori della famiglia tradizionale; i cantori dell’Occidente e gli appassionai di Terzo Mondo, d’ Islam o di Oriente. I legislatori sembrano dare per scontato che ai giovani d’oggi non possa aprirsi nessuna scelta, ma che, invece, vi sia una strada obbligata, quella stabilita dalle autorità.

La formazione che veniva offerta nella scuola del secolo scorso, con tutte le sue limitazioni, era un’educazione “liberale” nel senso più pieno, cioè di ”afthonos” (magnanima, senza invidia): un’edicazione storicistica, che comprendeva lo spirito tragico dell’ Ellade arcaica e la”paideia” dell’ Atene classica; la rigidità morale di Cicerone e l’acutezza politica e militare di Cesare; il messianismo imperiale e quello giudaico-cristiano; il tomismo di Dante e il realismo di Machiavelli; il disincanto di Leopardi e  l’insegnamento concordatario della religione….

Per altro, buona parte delle cose previste dalla Direttiva europea sulla Cittadinanza attiva, dalla legge italiana e dal piano scuola che ne deriva, ci venivano insegnate anche allora, come conseguenza spontanea della ricchezza della società, senza bisogno di direttive, leggi, direttive e allegati: l’”Inno e la bandiera nazionale”, che cantavamo inquadrati in forma quasi militare; l’Unione Europea, di cui i Giovani Federalisti ci proiettavano le filmine; l’”educazione alla salute, alla tutela del’ ambiente, il rispetto per gli animali e i beni comuni, la protezione civile”, attraverso la Festa degli Alberi, la visita allo zoo e ai parchi cittadini, la Società di San Vincenzo. Tuttavia, non vi era lo sforzo pedagogico di creare una “memoria condivisa” Come scrive giustamente l’Autrice,”Tutto il resto è ideologia e indottrinamento, più o meno sotterraneo”.

I Pioniri Jugoslavi

2.Pensiero unico e informatica

L’accenno contenuto all’inizio dell’articolo al conformismo digitale è tutt’altro che casuale. Essa si accompagna infatti a uno sforzo veramente notevole delle istituzioni, ivi compresa la Chiesa, per dimostrare che, con un’adeguata impostazione razionale, l’avanzata inarrestabile dell’ informatica non costituisce una minaccia per l’ Umanità, A mio avviso, essa non è solo una minaccia, bensì è già un depauperamento dell’Umanità. Come rilevavano già Hoelderlin e Max Weber, già lo sforzo della teologia di inquadrare la religione, nonché quello dello Stato di limitare la violenza avevano prodotto il “disincanto del mondo”, racchiudendo l’uomo in una gabbia d’acciaio, e togliendogli la capacità di “viverre poeticamente”. Il “governo delle regole” è in realtà una spersonalizzazione e un’alienazione. Quando, poi, le  decisioni fondamentali dell’ Umanità, quelle sulla guerra nucleare, sono state delegate a un sistema informatico deliberatamente non controllabile dall’ uomo, quest’ultimo ha già perduto la “sovranità”, cioè il “potere di decidere sullo stato di eccezione” .

Questo non significa avallare il “Determinismo tecnologico”, bensì chiarire quanto sia difficile la battaglia contro di esso. La questione fondamentale diviene quella di ricercare una sorgente di forza per combattere questa battaglia:”Inventiamoci al più presto un’alternativa, una zattera di salvataggio dove mettere un bel po’ di libri, le favole col lupo cattivo, la principessa sul pisello e Pollicino, e poi a seguire la letteratura, l’arte, la bellezza.”

La soluzione del Principe Mishkin: “Mir spasiòt krasotà”.

Tutto vero, ma non basta. Infatti, la generazione che dovrà affrontare le Macchine Intelligenti dovrà essere una generazione non solo appassionata, ma anche dotta e combattente.  Dovrà conoscere la cultura del proprio Paese, ma sapere moltyo di Europa e qualcosa anche degli altri Continenti; dovrà padroneggiare completamente la tecnica per poterla guidare.

Su questo fabbisogno enorme di cultura, di formazione e di conoscenza, purtroppo, direttive, leggi e direttive tacciono prepotentemente. Sarebbe ora di rifare il “Processo di Bologna”, rivedendo radicalmente il quadro delle competenze necessarie “ai  cari Europei di oggi e di domani” a cui Nietzsche aveva dedicato i pensieri consegnati alla signora Roeder-Wiederhold.

La casa dove Nietzsche dettò gli appunti sui “cari Europei di oggi e di domani”

UN RUOLO PER L’EUROPA DEL DOPO PANDEMIA:LETTERA APERTA A SERGIO FABBRINI

Il nome Chang’an, la capitale cinese di Qin Shi HuangDi e dell’ Esercito di Terracotta, significa “Pace Perpetua”

Tutta la nostra attività, per gli ultimi 14 anni, ha ruotato intorno al ruolo dell’Europa nel III millennio (“Il ruolo del’ Europa nel mondo”; “DA QIN”; “L’Europa sulle Vie della Seta”). Per questo motivo, non possiamo, ovviamente, lasciare senza commento un articolo, come quello di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore” del 14/6/2020, dedicato all’ attualizzazione di questo fondamentale tema.

1.Ambiguità della “Pace Perpetua”

Il ruolo dell’ Europa nel mondo era stato definito, dai Padri Fondatori (Spinelli, Schuman)  in modo adeguato, ma equivoco,  a causa della divisione dell’Europa fra due grandi blocchi,  citando l’ideale millenario e universale della Pace Perpetua (Chang’An, Pax Aeterna, Dar al-Islam, Ewiger Landfrid, Paix Perpetuelle), da un lato quale implicita protesta contro la violenza delle Grandi Potenze vincitrici e della loro divisione dell’ Europa (Horkheimer e Adorno), e, dall’ altra, quale sommessa rivendicazione, per l’ Europa, di un ruolo mondiale, alternativo a quello delle stesse (Spinelli), e, infine, di giustificazione e riabilitazione della Germania (Juenger). Da un lato, l’Europa, appropriandosi di quell’ancestrale slogan monarchico, lasciato cadere dai nuovi imperi laici e democratici, e riappropriato solo dalla filosofia (Kant, Jaspers), tentava di porsi in concorrenza con le Grandi potenze almeno sul terreno etico (l’unico ancora concesso all’ Europa), e, dall’ altro, di aprirsi nuovi campi di manovra in politica internazionale (dalla Ostpolitik alla geopolitica vaticana).

Tutto ciò s’inseriva nel cosiddetto “multilateralismo”, un eufemismo per designare una benigna accondiscendenza degli Stati Uniti a concedere a tutti i suoi partners e soggetti una quasi-parità formale.

A causa del carattere imperfetto di quell’asserita parità, già per poter sostenere quella rivendicazione della Pace Perpetua, con il suo carattere controfattuale, l’intelligencija europea era stata costretta a crearsi un intero universo culturale artificiale, che negava allo stesso tempo, per rendere credibile un nostro preteso pacifismo, il carattere profondamente conflittuale dell’identità europea (che contraddice una pretesa vocazione dell’Europa per la pace) e il nesso inscindibile fra Pace Perpetua e imperialismo, espresso  già dagli epitafi degli Achemenidi, da Orazio, da  Tacito, per arrivare fino a Hitler –“das Tausendjaehrige Reich”-(il che rendeva semmai più credibili, come vessilliferi della pace perpetua, più che l’Europa, i due imperi extraeuropei).

2. Il dileguarsi di un mito

Quest’ inevitabile mistificazione della storia europea risultava evidente fin dall’ inizio a chi avesse un minimo di onestà intellettuale (basti pensare a De Gaulle), ma è divenuta più che mai riconoscibile in questo terzo millennio, da un lato attraverso l’” imperialismo democratico” di Clinton, della Albright, dei Bush, di Blair e di Obama, e, dall’ altra, con l’intensificarsi delle guerre occidentali (Jugoslavia, URSS, Medio Oriente), e dei più recenti  preparativi di guerra mondiale (denunzia dei trattati nucleari, militarizzazione dello spazio). Lo stesso Fukuyama ha dovuto constatare che la “Fine della Storia” da lui profetizzata come conclusione dello Scontro di Civiltà previsto da Huntington non si è poi realizzata. Certo, all’ Europa è ancora possibile esibire  un altro mito, quello della sua pretesa sua dalle avventure e disavventure americane, ma si tratta di un mito oramai consunto, dal massiccio sostegno dell’ Europa al dispiegamento bellico internazionale dell’ America, dalle guerre interne all’ Europa stessa e dalle infinite “guerre umanitarie” a cui abbiamo partecipato in giro per il mondo.

In realtà, dai tempi più antichi tutti gl’imperi giustificano le loro guerre di conquista con la necessità di por fine alle guerre. Più passano i secoli, meno questo progetto risulta credibile. E’ proprio dal carattere ingannatore di siffatte promesse ch’è nata la figura dell’ Anticriso.

Con la rinascita della Russia e della Cina e la presidenza Trump, la realizzabilità, entro tempi misurabili, di un mondo realmente pacifico (perché definitivamente assoggettato all’ Occidente), è divenuta ancor meno credibile, sì che l’Europa ha dovuto prendere atto che la pace perpetua, proposta da 80 anni, a partire da Juenger, Spinelli e Schuman, quale ragion d’essere dell’ integrazione europea, è anch’essa irraggiungibile, almeno con lo strumento fino ad allora utilizzato -la cooperazione  utilitaristica fra Stati Nazionali su base funzionalistica-. Intanto, perché l’Europa è divenuta nel frattempo  (anche grazie a quelle politiche) assolutamente irrilevante su tutte le grandi questioni mondiali (scelta del modello socio-economico; rapporto con la tecnica; diritto internazionale; guerra e pace); in secondo luogo, perché l’ America, anziché continuare ad ammantare le sue prevaricazioni con ipocrite giustificazioni teologiche, etiche e giuridiche (che legittimavano parzialmente anche le “Retoriche dell’ Idea di Europa”),  coltiva oramai in maniera sfacciata la propria smisurata volontà di potenza (eliminare ogni concorrente;  mantenere un monopolio universale; conquistare militarmente il mondo intero; controllare tutta l’umanità attraverso l’informatica). Questo cambio di registro è dovuto non solo alla natura arrogante di Trump, bensì anche e soprattutto al fatto che la retorica umanitaria non era servita in tanti anni a ingannare, né alleati, né avversari, sicché era divenuta, per l’America, soltanto un impaccio nella difesa dei propri privilegi contro l’ascesa delle molte potenze cosiddette “sfidanti”.

A mio avviso, contrariamente a quanto ritiene Fabbrini, l’America non aveva mai veramente garantito, né la sicurezza, né il benessere dell’Europa, innanzitutto perché, come hanno dimostrato studi storici di tutte le correnti, Stalin, da politico realista qual era, temendo soprattutto l’”overstretching”, lungi dal voler spostare la Cortina di Ferro,  faceva di tutto perconvincere Churchill e Togliatti, Tito e Tarle, Dimitrov e Vargas, Nenni e Tito, a rispettare l’equilibrio di Yalta, e,  in secondo luogo, come hanno spiegato Milward e Eichengreen, le “Trente Glorieuses” furono dovute essenzialmente, non già all’ERP o al Piano Marshall, bensì alla conversione al civile dell’ingente parco industriale europeo nato con le due guerre mondiali.

Oggi, poi, quando non c’è più lo spettro di un movimento omogeneo come quello comunista, desideroso di cambiare il mondo sul modello sovietico, non si può più in alcun modo sostenere che il preteso (ma anch’esso indimostrabile) “ombrello americano” serva contro una qualche concreta minaccia. Anche perchè, quando la Russia ha voluto o dovuto intervenire fuori dei suoi confini (ma ben lungi da quelli della UE), lo ha fatto senz’alcuna reazione da parte degli USA o della NATO. E certo la Cina non ha nessuna intenzione (ma neppure la possibilità, data la distanza) di minacciare militarmente l’Europa Occidentale. Semmai, è l’Unione Europea che, sulla scia degli Stati Uniti, minaccia, e spesso addirittura organizza, un “régime change” o perfino un’invasione della Russia o delle sue province ed alleati (Daghestan, Inguscezia,Transnistria, Abkhasia, Ossetia, “Euromaidan”).

Dal punto di vista economico, il trasferimento forzato in America, dopo la IIa Guerra Mondiale, di missilistica, nucleare, motoristica avio e informatica tedeschi, polacchi, ungheresi e perfino italiani, oltre  alla connivenza con gli abusi delle multinazionali e ai vincoli al commercio con quasi tutti gli Stati del mondo (quello che Trockij aveva chiamato “contingentamento del capitalismo europeo”) sono la causa prima, evidente ma da tutti sottaciuta, della continua decadenza dell’ economia europea rispetto al resto del mondo.

Dunque, non resta alla fine altro argomento, contro il progetto di una maggiore autonomia dall’America stessa, che il timore delle sue eventuali reazioni, nonché quello che, senza il poliziotto americano, possano emergere in Europa nuove forze politiche che eventualmente scalzino, nel consenso popolare, quelle oggi al potere.

Anche per questo, di fronte all’ arroganza e alla rozzezza di Trump, un’eventuale insistenza dell’Unione Europea a voler trattare questioni internazionali di interesse esclusivo dell’Occidente da un preteso punto di vista del bene di tutta l’Umanità (come si continua a fare in certi documenti programmatici) sarebbe non soltanto non più credibile, ma, addirittura, data la nostra precaria situazione, la prova provata di essere delle semplici marionette dell’America.

Di qui, la generalizzata recente presa di distanza dall’America di tutta una classe dirigente ( vedi in particolare Macron e Borrell) fino ad oggi succube, anche verbalmente, dei diktat americani, la  quale ostenta ora, per giustificare un’ inedita sostanziale equidistanza fra USA e Cina,  una pretesa sorpresa e delusione per gli attuali atteggiamenti di Trump, che, invece, sono  sostanzialmentevla continuazione di quelli dei presidenti precedenti, ma solo  non sono più coperti da un velo d’ipocrisia.

3.Una geopolitica più realistica

Per altro, quella presa di distanza, dall’ America di Trump, di alcuni politici europei, è ancora reticente -rivolta, com’è, più alle conseguenze che alle cause prime-.  Ad esempio, è incredibile che la recentissima  idea di Trump di spostare 9500 militari dalla Germania sia stata accolta da Angela Merkel con sdegno. Non si era mai visto un Paese occupato che si offenda perché l’occupante vuole rimpatriare una parte (per altro modestissima) delle sue truppe.

Come afferma giustamente Fabbrini, gli USA “continuano ad essere l’unica potenza globale esistente”, nel senso ch’essi ancora stanno imponendo in tutto il mondo i loro temi di discussione (l’agenda del discorso politico), controllano tutti gli abitanti del globo con l’informatica e avvolgono il mondo intero con una rete di spie, d’ investimenti, di basi militari, di consulenti, di satelliti artificiali, di sistemi d’arma. La novità, osserva Fabbrini, “piuttosto che il declino degli USA, è stata l’ascesa di altre grandi potenze (Cina, in particolare) che ha condotto alla ridefinizione dei rapporti di potere internazionali.”(cfr. i nostri studi “Da Qin” e “L’Europa sulle Vie della Seta”).In soldoni, anziché detenere, come nel 2000, il 100% del potere mondiale, oggi, dopo la Cecenia,  le Torri Gemelle, Tskhinval, la Via della Seta, l’Ucraina, le sconfitte medio-orientali e il Coronavirus, gli Stati Uniti ne controllano  ancora circa la metà, essendo il resto ripartito fra Cina, Chiesa Cattolica, Russia, Israele, India e Unione Europea. Non è per altro vero che “nessuno di costoro voglia collaborare con gli altri”, perché sono sempre e solo gli Stati Uniti a negare la loro collaborazione, rifiutandosi sostanzialmente di riconoscere l’ Unione Europea, spostando truppe e i missili a pochi chilometri da San Pietroburgo, denunziando i trattati nucleari, “scardinando le filiere produttive” delle proprie stesse imprese pur di danneggiare la Russia, la Cina, l’Iran, ma anche l’ Europa, boicottando le organizzazioni internazionali…Invece, tutti gli altri soggetti internazionali non fanno altro che profferire, fra di loro e con l’ America, sempre nuove offerte di collaborazione. E’ chiaro ch’esse finiranno per continuare a collaborare fra di loro senza gli Stati Uniti, come per l’Iran, la Via della Seta, il WTO, l’OMS, il Tribunale Penale Internazionale…Sarà l’America a rimanere isolata.

4.La PESC e la “Guerra nell’era delle macchine intelligenti”

Secondo Fabbrini, la reazione europea all’attuale atteggiamento dell’America dev’essere quello di potenziare la Politica Estera e di Difesa Comune, facendo, così, delle provocazioni trumpiane, un’ottima opportunità da cogliere per l’Europa.

Cosa su cui concordo pienamente, con una sola, ma fondamentale, precisazione:  nel III millennio, la sola politica estera e di difesa che conti è quella tecnologica (comprensiva della biopolitica, la cyber-intelligence, la cyberguerra, lo Hair Trigger Alert, gli Hacker patriottici, i trolls, le fake news, la battaglia di narrative, la prevenzione delle pandemie, lo European Medical Command, la borsa e la valute elettroniche, la Web Tax). Le nuove tecnologie condizionano infatti la sopravvivenza stessa dell’Umanità, e, quindi, la guerra nucleare, la politica nazionale e internazionale, la biologia, lo sviluppo economico, la politica familiare e demografica, i diritti civili, la costituzione, il lavoro, la partecipazione…

Senza un ecosistema digitale autonomo non si può fare una politica internazionale degna di questo nome, perché si è soggetti allo spionaggio altrui; non si può avere un’industria all’altezza dei concorrenti, perché non si può proteggere, né la propria proprietà intellettuale, né i propri interessi in giudizio; non si possono difendere i diritti dei nostri cittadini, perché gli strumenti fisici di questa difesa (big data, cavi intercontinentali) sono in mano a potenze straniere; non si può fare nessuna politica economica, perché gli utili e il gettito fiscale sono dirottati dalle OTTs fuori dell’Europa. Meno che mai si può fare una politica di difesa, quando “la minaccia alla pace” maggiore proviene proprio dai nostri Alleati, che hanno fomentato guerre con la Russia, con la Cina, con l’ Afghanistan.., spingono verso la corsa agli armamenti, boicottano le nostre economie, penalizzano le nostre aziende e ci sottraggono il nostro “know how”.

Rimandiamo a questo proposito al nostro volume ”European Technology Agency”, da noi inviato a tutte le Istituzioni europee, e in particolare alle proposte ivi contenute di unificare tutte le politiche tecnologiche europee sotto un’unica autorevole guida.

Infine, la “guerra senza limiti” oggi in corso implica anche che non si possa condurre una politica estera e di difesa comune, né tanto meno una politica tecnologica europea, senza partire dalla cultura, in tutti i suoi aspetti. Infatti, come diceva Heidegger, “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, sicché presuppone una qualità umana e culturale superiore, una pedagogia adeguata, scelte politiche adeguate e una formazione continua dei cittadini, e, a sua volta, costituisce la forma più potente di difesa dell’indipendenza nazionale (basti pensare a Israele, a Solidarnosc e alla difesa dell’Arabo Classico e dei caratteri cinesi).

Come funziona la NSA

5.Un reale dibattito sulla Politica Estera e di Difesa Comune

Come conseguenza, tutte le iniziative citate, non solo da Fabbrini, ma anche da Macron e dai documenti dell’Unione, per una maggiore autonomia dell’Europa, sono sicuramente utili e necessarie, ma non hanno alcun senso se non collocate all’ interno di una strategia globale che parta dalla cultura e dalla tecnologia, dando da subito all’ Europa  gli strumenti fattuali per poter costruire in tempi rapidi questa difficile autonomia.

Il livello di consapevolezza attualmente esistente su questi temi nei mondi culturale, politico, amministrativo, accademico, industriale, militare, è assolutamente insufficiente, e va innanzitutto elevato.

Occorre quindi, nell’ambito dei movimenti europeisti e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, un reale dibattito culturale sulla natura della tecnica, sulla Società delle Macchine Intelligenti,  sulla difesa dell’ Umano dal Postumano, sull’Economia della Sorveglianza, sulla Cyberguerra, sugl’insegnamenti concreti di Echelon, Wikileaks, Prism e delle cause Schrems, su una nuova pedagogia tecnico-umanistica, sull’upgrading tecnologico della società europea

Solo sulla base dell’esito di questo dibattito sarà possibile abbordare le questioni dell’interscambio fra le culture circa il rapporto con la tecnica; del rapporto informatica-industria-scuola-difesa; di una nuova forma di cyber-intelligenza e cybersecurity;  del controllo sui rapporti tecnologici extraeuropei; dell’ innalzamento del livello tecnologico dell’industria e degli eserciti  europei; del tipo di formazione, civile e militare, degli Europei; della reale situazione dei costi della difesa e del loro fallout tecnologico e commerciale; del rapporto con le altre parti del mondo.

E, di converso, solo in base all’ esito di queste attività progettuali sarà possibile una chiara definizione delle minacce alla “European Way of Life” di cui parla Ursula von der Leyen; gli obiettivi della Politica Estera e di Difesa Comune, al di fuori dei luoghi comuni, dell’abitudinarietà e delle influenze extraeuropee; la ridisegnazione dell’intero settore.

Concordo con Fabbrini anche sul fatto che “non si tratta di sottrarre sovranità militare agli Stati membri, ma di creare una sovranità militare  della Ue, limitata ma indipendente dai suoi Stati Membri”. Infatti, gli Stati Membri non hanno adeguato, né i loro eserciti, né le loro diplomazie, né i loro sistemi educativi, né le loro società, alla “Guerra senza Limiti”: non hanno sistemi d’ intelligence attivi in tutto il mondo, né computers e satelliti quantici, né missili ipersonici; non proteggono dal punto tecnico, giudiziario, militare e poliziesco i dati delle loro imprese e dei loro cittadini. Tutte queste cose potranno (e dovranno) essere svolte da un piccolo (ma efficientissimo) Esercito Europeo, che supplirà alle colossali lacune di tutti gli eserciti europei esistenti (e anche dei sistemi europei di soft power e di advocacy delle nostre imprese).

Senza voler anticipare gli esiti di questo dibattito, credo che dovrebbero essere presi in considerazione, come minimo, fin da subito, i punti seguenti:

-il pericolo costituito dal controllo, sull’equilibrio strategico, ma innanzitutto, nucleare, del complesso Informatico-Digitale (Hair Trigger Alert, Perimetr’, NSA, OTTs);

-il nesso inestricabile esistente fra III Guerra Mondiale e superamento dell’uomo da parte del “phylum macchinico” (De Landa), oramai determinante per le sorti della guerra tecnologica, e l’unico capace di sopravvivere, come anticipato dal Covid-19, a una guerra mondiale al contempo nucleare e chimico batteriologica (NCBR);

la spesa militare abnorme (soprattutto per un continente che si pretende  pacifico, e che invece spende per il militare -compresi i contributi in natura alla NATO)-, più di Russia e Cina messe insieme;

-l’urgenza di un’Accademia Tecnologica, di un’Accademia Militare europea e del rifacimento completo dei curricula scolastici, per inserirvi competenze tecnologico-umanistiche e di difesa civile, nonché il volontariato nel Servizio Europeo di Solidarietà, proposte nel nostro libro “European Technology Agency”;

-la creazione di un seppur modesto servizio di Cyber-intelligence e di Cyberguerra, indipendente dalla NATO;

il rovesciamento, invocato da Maximilian Schrems, dell’attuale atteggiamento delle Istituzioni, di tolleranza della totale disapplicazione del GDPR da parte delle OTTs;

-il chiarimento dei meccanismi decisionali NATO, da 70 anni completamente in mano agli stessi Stati Uniti, e che, anche solo per un motivo di equità, dovrebbero essere invertiti e resi trasparenti;

-un riesame critico dei cosiddetti “valori europei”, con una visione comparatistica della filosofia, dell’arte, della storia, capace di fondare un autentico dialogo paritario fra tutte le culture del mondo.

La guerra futura sarà una guerra di droni

6.I politici europei come gamberi

Non condivido la retorica sulla CED corrente negli ambienti europeistici. Le decine di divisioni eruropee ivi previste, senza marina, aviazione, e, tanto meno, arma atomica, sotto un comando NATO, sarebbero assomigliati più a degli ascari, alla Legione Straniera, o, addirittura, alle SS straniere, che non a un esercito veramente europeo.

Tuttavia, dopo la CED, ci sono stati tanti altri tentativi:  l’atomica europea, la Force de Frappe francese, la proposta francese di mettere questa al servizio dell’Europa, la richiesta polacca di farlo veramente, l’Agenzia Europea degli Armamenti, il corpo d’intervento rapido, la Cellula di Riflessione dell’ Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa, lo European Defence Fund, la Military Mobility, lo European Medical Command, il Corpo Europeo di Solidarietà. Si sentono ripetere, da una quarantina di anni, sempre gli stessi slogan senza che mai si giunga ai fatti.

Fabbrini afferma giustamente “a tali dichiarazioni non sembrano seguire scelte conseguenti” e conclude: “La nostra sicurezza, economica e militare, oltre che dal sistema di valori che ci caratterizza, è nelle nostre mani”.Per questo, se, come scrive qualche riga prima, i politici procedono a ritroso come i gamberi, spetta ai cittadini mobilitarsi, affinché, in occasione della preparazione del quadro pluriennale 2021-2027, nonché della Conferenza sul Futuro d’ Europa, si affronti veramente un dibattito a tutto tondo e senza pregiudizi come quello sopra preconizzato.

Gli Stati Generali dell’Economia potrebbero costituire un modello, a condizione che il nuovo consesso fosse aperto a tutti coloro che hanno qualcosa da dire, e che i lavori  fossero pubblici. Invitiamo il Professor Fabbrini, il Movimento Europeo, e tutti gl’intellettuali che si occupano  di queste cose, a sollecitare le Istituzioni ad aprire un siffatto dibattito, secondo il meccanismo delle lettere aperte, da noi inaugurato con la proposta dell’Agenzia Tecnologica Europea (cfr. “Technologies for Europe”).