Disponibile da gennaio 2018
 
 
 

DOPO IL G7: è il momento di agire

Il G7 non poteva concludersi in un modo più significativo – con una grottesca rissa in cui i membri degli ex “sette Grandi” si lasciano fra insulti e minacce-. Il colmo è costituito dalla provocazione iniziale di Trump, che ha proposto di ri-invitare la Russia (a suo tempo cacciata per volontà degli Stati Uniti), a cui hanno risposto la Russia stessa, che ha precisato di preferire l’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, e gli Europei, che hanno rifiutato di associarsi all’ invito.

1.Carattere surreale del G7 

Non poteva finire se non così, viste le premesse concettuali sbagliate. Che senso ha costituire un gruppo di Paesi che riunisce meno di 800 milioni di abitanti su una popolazione mondiale di 7 miliardi e mezzo (invitando il Canada, che ne ha appena 25, e l’ Italia, che ha un PIL inferiore non solo a quello della Cina, ma anche a quello della Spagna), e pretendere che decida sulle grandi questioni del mondo, alla faccia della democrazia internazionale e delle Nazioni Unite?

Il carattere surreale del G7 è stato messo in evidenza anche dalla concomitanza della riunione in Canada  con il vertice di Qingdao dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, a cui ha partecipato tutta l’ Eurasia, e in cui si è decisa l’ammissione anche dell’ India e del Pakistan.

Il primo a rendersi conto dell’ irrealtà del G7 è stato proprio il presidente Trump, che ha deciso di affossarlo e ridicolizzarlo con una marea di sgarbi, arrivando in ritardo e partendo in anticipo per incontrare il dittatore nordcoreano, al punto che il premier canadese Trudeau ha parlato di “un insulto”(tra l’altro, nel summit, Trump gli aveva rinfacciato l’incendio di Washington nel 1814 da parte delle truppe canadesi).

La debolezza del G7 è la stessa di tutte le iniziative internazionali degli Stati Uniti, che partono nel nome del progresso universale guidato dagli Stati Uniti, ma vengono sistematicamente rinnegate da questi ultimi non appena esse possono dare qualche vantaggio agli altri Paesi.

Per questo, l’alternanza dei presidenti piace tanto negli Stati Uniti: per attribuire alla responsabilità  successivi leader  quei  cambiamenti di casacca che sono iscritti nel DNA del loro imperialismo, ambiguo come tutti gli universalismi. Paritetici fintantoché resiste un insuperabile dislivello fra dominanti e dominati, nazionalisti non appena questo dislivello rischia di colmarsi. L'”isolazionismo” corrisponde a questa seconda fase, in cui si rinnegano i patti stipulati nei periodi espansionistici.

2.Una simbiosi sempre più difficile

Oggi, Trump si sente offeso del fatto che ( suo avviso), i Paesi occidentali dovrebbero il loro preteso benessere alla protezione da parte degli Stati Uniti, ma si permettano, da un lato di contribuire meno alla difesa dell’ Occidente, e, dall’ altro, di esportare con maggiore successo degli USA. Premesso che, se l’ Europa non facesse parte del sistema americano e spendesse per la Difesa quanto spende  ora (cioè quanto Cina e Russia messe insieme), ma in modo autonomo, sarebbe oggi una grande potenza ed esporterebbe ben di più, nei settori della cultura, dell’ informatica, dell’industria aerospaziale e della difesa, senza pagare tributi all’ America in termini di acquisti militari (vedi F35), di mantenimento di centinaia di basi, di “guerre umanitarie”, di immigrazione, di apertura alle multinazionali del web e della consulenza, anche lo squilibrio della bilancia americana dei pagamenti è stato voluto dagli USA come forma semi-schiavistica di dominio mondiale, in particolare nei confronti della Cina, verso la quale, negli anni 80, si subappaltò la quasi totalità dei prodotti delle multinazionali per sfruttare il basso costo della mano d’opera.

Oggi, gli Stati Uniti sono uno Stato imperiale, dove prosperano solo le funzioni che servono all’ Impero (il cosiddetto sistema “QUANGO”:politica, informatica, cultura, servizi segreti, finanza, difesa…, mantenute dai “satelliti”), e tutti gli altri boccheggiano. Tuttavia, con la riduzione del suo ruolo imperiale, perfino le attività strategiche stanno incontrando difficoltà. Di qui la missione di Trump: distruggere ciò che è stato fatto, per ritentare un’ennesima strategia egemonica. Missione impossibile, perché i rapporti di forza a livello mondiale sono cambiati, e il blocco di potere eurasiatico, sempre più coeso, ha sottratto all'”Occidente” un’ampia parte del mondo (circa la metà in termini di popolazione, un po’ meno in termini di PIL).

Di qui il frenetico nervosismo di Trump.

Oggi, la palla sta nel campo egli Europei, che, di fronte alle oscillazioni delle grandi Potenze, sono finalmente liberi di scegliere il loro destino, e, in primo luogo, le loro alleanze. Altro che fare l'”esame del sangue” a ogni forza politica per controllare il suo “livello di fedeltà” alla NATO!

Però, occorre urgentemente che gli Europei alzino un poco lo sguardo, dalle miserie quotidiane (come il deficit spending e la ripartizione dei migranti), per alzarlo verso l’ avvenire del mondo : la libertà di tutti i Popoli,l’ umanità vs. la tecnica, la nuova cultura multiculturale e multipolare….

Solo così si rimedierebbe anche all’interminabile declino economico, rendendo l’ Europa capace di commerciare su un piede di parità con il resto del mondo.

 

PER RISOLVERE I PROBLEMI DELL’EUROPA, decostruire ordoliberalismo e keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità  Europea all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano, improvvisamente dichiaratosi paladino dell’ Europa.

Per questo riproponiamo le tesi di quel Quaderno subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane contro l’ Europa, e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.

1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

Perciò, le spiegazioni riproposte da tutti circa trent’anni senz’alcun riscontro pratico non solo sono  false, ma mi sono divenute addirittura fisicamente insopportabili: burocrazia, assistenzialismo, pansindacalismo, ecc…(come se queste cose non ci fossero dovunque, anche nei Paesi con le migliori “performances”).

Per capire i problemi dell’ Europa, occorre risalire piuttosto lontano, vale a dire almeno alla corsa, avviata fin dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente”, che era stata la conseguenza diretta  della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo. Ancor oggi questo nesso è facilmente discernibile quando si giustifica l'”esportazione della democrazia” con la nostra superiore civiltà, che sarebbe dimostrata dall’assenza di guerre fra i Paesi della NATO (ma non con gli altri).

Tuttavia, nonostante gli appelli all’unione fra gli Europei per salvaguardare i propri privilegi, dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi ultimi  si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali a carico degli Stati europei.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’attribuzione,  alle potenze ex coloniali, dell’ incarico di amministrare fiduciariamente pro- tempore  le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

2.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese dei paesi belligeranti, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Questo fu  il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia europee (vedi problemi per Renault, Olivetti, Porsche, ENI, Volkswagen e BMW).

Al contrario, negli USA, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico  con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Dopo quarant’anni, come noto,   le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle. Ne deriva un’insopportabile concorrenza sleale ai danni dei potenziali concorrenti europei, che nessuno osa reprimere secondo i principi antitrust e fiscali generalmente applicabili. Soltanto Orban aveva provato ad introdurre in Ungheria una Internet Tax, ma era stato prontamente privato del potere da una (spontanea?) rivolta popolare.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

3.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-infine, lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta  a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce affatto  il suo ininterrotto declino (tra l’altro tempestivamente ed efficacemente profetizzato da Spengler). La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (superiorità teorizzata già  da Winthrop, Mather,  Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza con l’ America, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del “federatore esterno” americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese, fondati su una pacificazione dei rapporti commerciali?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche (che, infatti, ha teorizzato sotto l’etichetta dell’ “ordoliberalismo” di Walther Eucken). Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro canto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca, impedisca alla Germania, e, quindi, agli Europei, di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla obiettiva centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal suo modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Giacché non si crea nessun’organizzazione statuale senza egemonia, se non si vuole l’egemonia della Germania  né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un “movimento sovranista europeo” che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa, e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla infondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri, smitizzando le stesse ragioni del contendere fra i pretesi “sovranisti” e l'”establishment” continentale.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati (Membri o non membri), rendendoli tutti incapaci di reagire adeguatamente alle ingerenze americane e, per ultimo, agli attacchi di Trump.Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando questa realtà fondamentale, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo, per costruire una nuova egemonia euroentusiastica . Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.

 

24 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI DA QIN PRESSO “IL LABORATORIO”

Giovedì, 24 maggio, ore 18

Presso “Il Laboratorio”

Via Carisio 12

Riccardo Lala

Da Qin. Un’Europa sovrana lungo la Via della Seta

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

 

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.

 

INCONTRO DEL 14 MAGGIO SUL RUOLO DEI LAVORATORI NELLA SOCIETA’ DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Il tema in discussione oggi, quello del ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti, può sembrare distante dall’ oggetto del libro che presentiamo. In realtà, esso ne costituisce una sorta di “punta dell’iceberg”, vale a dire l’implicazione conclusiva ed operativa di un libro forse troppo ambizioso e complesso, il n. 1-2018 dei Quaderni di Azione Europeista” dell’Associazione Culturale Diàlexis, intitolato “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’enciclica ‘Laudato sì’”.

Intanto, occorre precisare che, tanto “Macchine Intelligenti”, quanto “Macchine Spirituali”, quanto, infine, “Intelligenza Artificiale” sono tutti termini coniati dai guru dell’informatica e funzionali alla loro ideologia, o meglio, teologia politica, e quindi non hanno, secondo me, un riscontro obiettivo, per così dire, “ingegneristico”. Assomigliano piuttosto a termini come “proletariato”, oppure “razza ariana”, i quali, pur non avendo alcun significato tecnico, hanno avuto una potente forza ideologica e politica. Certamente, espressioni come “agenti autonomi” e “sistemi esperti” sarebbero più appropriate.

Il tema di questa sera si riferisce dunque a una questione urgente, presente concretamente già oggi, sotto i nostri occhi, nella cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”, ma che si aggraverà nella successiva fase, quella delle Macchine Intelligenti. La sua principale manifestazione è costituita dalla crescente disoccupazione, e, soprattutto, sottoccupazione, tecnologica, la quale si cumula, da un lato, a quella endemica nel nostro Paese e, dall’ altro, a quella provocata dalle altre gravi disfunzioni del sistema economico europeo, e italiano in particolare. È quindi difficile quantificare, tanto la disoccupazione e sottoccupazione tecnologica, quanto la disoccupazione non tecnologica, o dovuta a cause non tecnologiche. La disoccupazione non è in definitiva che una delle tante manifestazioni del declino dell’Europa, e, quindi, la sua soluzione non può essere trovata se non in un quadro più ampio, non solo industriale, ma tecnologico, giuridico, politico e, soprattutto, ideologico e culturale.

Pertanto, prima di illustrare il tema specifico della giornata, analizzerò brevemente in che modo le idee esposte nel libro circa il modello sociale europeo, il pensiero cristiano e l’Enciclica “Laudato si’”, possano influenzare la sua soluzione in una prospettiva di medio termine, vale a dire quella della transizione dalla società 4.0 alla Società delle Macchine Intelligenti, e nell’ambito dell’integrazione europea.

Premetto che, nelle vulgate sindacale, mediatica, accademica e politica, il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, ma, in generale, lo stesso il ruolo sociale  dei lavoratori, sembrerebbero destinati a ridimensionarsi  inevitabilmente per effetto della globalizzazione e dell’automazione. Semplificando, la disoccupazione tecnologica, che a troppi osservatori appare ineludibile, deriverebbe dal fatto che le macchine svolgono i compiti umani in modo progressivamente sempre più efficiente degli umani stessi, sicché la sostituzione dei secondi da parte delle prime costituirebbe una tendenza naturale della società. Dalla ricerca The Future of the Jobs presentata dal Boston Consulting Group al World Economic Forum, è emerso però che vi sarebbe invece, soprattutto in Italia, una sorta di bilanciamento fra perdita e creazione di posti di lavoro. Questa visione rassicurante deriva dal fatto che il Boston Consulting Group ignora gli aspetti geopolitici della questione, e il ruolo della divisione diseguale del lavoro in un mondo bipolare.   Io invece, seguendo in questo Erasmo contro Lutero, non credo esista, nella storia umana, alcuna tendenza naturale e inevitabile, poiché, grazie al libero arbitrio, è l’uomo stesso ad essere il fabbro della propria fortuna (e/o rovina). Il nostro è proprio uno di quei casi in cui un forte slancio volontaristico potrebbe alterare anche radicalmente il corso naturale dello sviluppo storico, e, in particolare, la configurazione attuale della globalizzazione.

Questo slancio non può venire, a mio avviso, se non da una chiara concezione europea delle politiche economiche e sociali, una concezione che prenda congedo dall’esaltazione acritica del mito del progresso alla luce degl’immani pericoli creati dall’incombere delle cosiddette Macchine Intelligenti.

Come scriveva Romano Guardini, di cui ricorre il 50° anniversario della morte: “l’interpretazione meccanicistica dell’ esistenza è fallita.”. Infatti, l’inveramento di questa interpretazione nella società industriale ha prodotto il gigantismo degli “Apparati” (razionali, sociali, economici, tecnici, informatici- Heidegger-), che imprigionano l’ uomo nella loro “gabbia d’ acciaio” (Max Weber): “Nasce il problema di governare la tecnica.”, che Guardini vedeva, come più tardi Pietro Barcellona, come la missione  specifica dell’ Europa nel mondo:”Ma la possibilità di governare la tecnica è subordinata alla ‘speranza che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle all’ ordine.’”

Infatti, l’umanità stanca del mondo si affida sempre più all’Apparato per effetto di un’abissale accidia, che le fa desiderare la dissoluzione di se stessa e di tutto il resto. In tal modo, l’Apparato si  raggruma intorno alla persona, paralizzandola, e togliendole la capacità di realizzare la propria missione. Seguendo il linguaggio delle Encicliche, il “Lavoro in senso oggettivo” si impone sul “Lavoro in senso Soggettivo”. Affinché una nuova umanità non macchinica divenga possibile, occorre invertire la direzione di marcia, fondata sull’egemonia del meccanicismo (nella politica, nella cultura, nell’economia), sull’irrisione del sublime, sull’omologazione totalitaria, sulla dissoluzione del soggetto, sulla pedagogia dell’indifferenziato. Si tratta di rafforzare la persona perché possa liberarsi dalla dittatura della banalità quotidiana: “Ma facciamo bene a convincerci che mai nulla è diventato grande senza ascesi e ciò di cui si tratta è qualche cosa di molto grande, anzi di decisivo. E’ il decidere se con il nostro lavoro vogliamo attuare la sovranità a noi affidata in modo che essa conduca alla libertà o all’ asservimento”.

E’ l’applicazione pratica dell’idea di Jaeger dell’ ascesi cristiana come attualizzazione della Paideia greca.

  1. GEOPOLITICA DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Per rifuggire dai luoghi comuni e dalle indebite generalizzazioni, occorre intanto intenderci sulle definizioni, evitando, innanzitutto, l’abusata equazione, di origine marxista, fra “lavoratori” e “operai” (tutti “Arbeiter”), e, in secondo luogo, quella fra la “globalizzazione” e l‘“americanizzazione”.  Intanto, già oggi gli operai costituiscono in Italia una quota modesta degli occupati (meno di 4 milioni di persone su 50 milioni, vale a dire meno del 10%), mentre, invece, i “lavoratori” in senso generale, o meglio “gli occupati” sono più di 25 milioni. Oltre tutto, gli operai non sono considerati “poveri” dall’ ISTAT, e, per esempio, non avrebbero diritto al reddito di cittadinanza. Per questo, il fatto che gli operai tendano a diminuire ulteriormente non costituirà certamente un problema insolubile. Piuttosto, secondo il Boston Consulting Group, ben più gravida di conseguenze sarà l’automatizzazione dei, ben più numerosi, lavori nel campo dei servizi e del terziario avanzato (esempi: le segretarie, i taxisti, i camionisti, i ferrovieri, i bancari, i camerieri, i militari…). Questo soprattutto quando l’automazione raggiungerà i livelli più elevati della gerarchia (secondo la nuova classificazione ISTAT, la “Classe dirigente”: pubblici funzionari, ufficiali, giornalisti, insegnanti, medici, avvocati…).

Il concentrarsi dell’attenzione di tutti  sulla “Quarta Rivoluzione Industriale”, cioè su qualcosa già attuato, falsa gravemente la prospettiva, perché i decisori che contano,  come il direttore tecnico delle Google e il presidente cinese, puntano dichiaratamente, come scadenza dei progetti d’Intelligenza Artificiale, alla quarta decade del XXI Secolo, vale a dire fra 30 anni. Orbene, su un tale arco di tempo, le trasformazioni perseguite dagli Stati e dalle multinazionali saranno ben superiori a quelle attuali. Si perverrà infatti a quella completa automazione di tutti i processi economici a cui ci ha oramai abituati da un secolo la fantascienza.

Dal punto di vista strettamente economico, il fatto che, a parità di output, l’aumento della produttività comporti la riduzione delle ore lavorate, o, a parità di ore lavorate, produca un maggiore output, non dovrebbe costituire un problema, perché ciò dovrebbe comportare anche un aumento dei margini operativi delle imprese. A questo punto, si potrebbe optare, teoricamente, a seconda delle esigenze del mercato, o per la riduzione delle ore lavorate a parità di salario, o per l’incremento della produzione e il mantenimento dell’orario. Tutto ciò si scontra però con il fatto che, come brillantemente illustrato da Evgeny Morozov, le grandi imprese informatiche americane riscuotono, attraverso il controllo dei dati degli Europei, una rendita di posizione, grazie alla quale realizzano in Europa, attraverso la pubblicità, la rivendita dei dati e la gestione di servizi, enormi profitti fuori del Continente, profitti che non possono essere tassati con i metodi tradizionali, perché non possono neppure essere contabilizzati in Europa, essendo anche i server fuori della sovranità europea, sicché diventa impossibile, come dimostra la vicenda della “Internet Tax”, realizzare i trasferimenti di risorse necessari per una divisione degli extra-profitti su tutto il sistema dell’ economia nazionale. L’ Unione Europea, pesantemente danneggiata, prima, dagl’incredibili privilegi fiscali delle Big Five, e, ora, dal cumularsi di una pluralità di “atti emulativi” degli Stati Uniti, non è ancora riuscita, dal 2014, quando il neo-presidente Juncker era finito sotto inchiesta per i Tax Rulings del Lussemburgo, a concordare una forma di tassazione adeguata per le attività delle Big Five in Europa. Eppure, questa sarebbe la precondizione per poter garantire i necessari trasferimenti di risorse all’interno dell’ Europa stessa. Cosa resa evidente dal fatto che, nelle trattative per la formazione del nuovo Governo italiano, la copertura del “reddito di cittadinanza” viene prevista non già, come sarebbe logico, attraverso la tassazione delle Big Five, bensì attraverso altre poste del bilancio dello Stato.

Il problema numero uno dell’ Italia -il blocco, da circa 30 anni, della crescita  del PIL -, non si può quindi certo rimediare con una politica di trasferimenti interni, comunque strutturata, bensì implica invece la necessità d’intervenire severamente sulla divisione internazionale del lavoro -sia contro le infinite forme di “contingentamento dell’Europa” (ultima fra le quali la richiesta di nuove sanzioni contro l’Iran), quanto contro il “fallimenti del mercato”, che hanno visto da decenni l’Italia e l’Europa cedere, senza colpo ferire, intere fette di mercato, interno e internazionale, a multinazionali extraeuropee-.

Prendo atto con soddisfazione che il ministro francese Lemaire ha finalmente affermato che, dinanzi alle misure anti-europee, l’Europa deve dotarsi di strumenti legislativi che le permettano di reagire. Si spera solo che non ci si limiti a imporre dazi contro dazi, ma si colpisca soprattutto ciò che veramente preme agli USA, come le sanzioni alla Russia e all’ Iran e le tasse delle multinazionali. Solo così, recuperando i moltissimi miliardi trasferiti in questi decenni fuori dell’ Europa, e soprattutto creando imprese competitive con le Big Five, si potrà evitare che si crei un gran numero di disoccupati cronici che basino la loro sussistenza sul reddito di cittadinanza (che per altro, nella configurazione proposta dalla coalizione Salvini-Di Maio, si deve definire più sobriamente come “sussidio di disoccupazione”).

 

 

2.I PROBLEMI SOCIALI

Una volta risolti, per ipotesi, il problema politico di un’adeguata tassazione dei reali profitti delle multinazionali e della creazione di campioni europei dell’ informatica, resterebbe comunque la non indifferente questione della ripartizione, fra i vari ceti, dei benefici e degli oneri dell’automazione.

E’ certo intanto che questa comporta, e comporterà sempre più, per la sua stessa natura:

(a)un incremento, a scapito delle attività manuali, di quelle intellettuali, e, in particolare:

-futurologi;

-esperti in cybersecurity;

-imprenditori informatici;

-studiosi d’informatica;

-gestori di fondi pubblici;

-operatori culturali;

-hackers…

(b)All’ interno stesso delle attività produttive e di servizi, il cosiddetto “upgrading” delle funzioni, grazie alle quali ogni lavoratore potrà gestire, tramite l’informatica, le attività prima svolte da un intero gruppo: l’operaio informatizzato, il lavoro di un’intera squadra; una segretaria informatizzata, il lavoro di un intero pool segretariale; un medico informatizzato, il lavoro di un’intera clinica, compreso il direttore; un avvocato informatizzato, il lavoro di un intero studio legale, ecc… Tutto questo non è fantascienza; anzi, viene già attuato in gran parte in molte realtà lavorative, anche italiane (pensiamo innanzitutto alle multinazionali della logistica, come per esempio Amazon, ma anche nel costruendo stabilimento Lamborghini di Bologna, e in Prima Industrie, dove già ora i “blue collars” sono inquadrati come operai ma hanno un diploma tecnico e uno stipendio da impiegati).

Personalmente, sono stato coinvolto da 35 anni in esperimenti diautomatizzazione del lavoro intellettuale, come per esempio, già nel 1978, nelle ricerche giurisprudenziali parzialmente automatizzate presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, e, dal 1982,  nella creazione standardizzata di atti giuridici nella gestione informatizzata di grandi quantità di contenzioso in grandi studi legali e uffici legali di multinazionali).

Lo studio del Boston Consulting Group è stracolmo di dati statistici e di esempi concreti, in base ai quali la transizione verso nuovi ruoli avrà effetti imprevedibili per il singolo, con la possibilità, a seconda dei casi, di migliorare o di peggiorare la propria situazione. Il rapporto non tiene però conto delle “politiche attive del lavoro”- per esempio, della ri-localizzazione negli USA imposta da Trump, oppure  di una seria politica di ristrutturazione europea più efficace, che potrebbe sostituire la cosiddetta “Industria.4”-.

 

5.LA NUOVA ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

Dallo studio di Boston Consulting emerge che l’”Industria 4.0” si incentra sull’adozione di alcune tecnologie definite come “abilitanti”, per altro non tutte innovative. Ricordiamo:

Le “Advanced manufacturing solutions”: sistemi avanzati di produzione, ovvero sistemi interconnessi e modulari che permettono flessibilità e performance. Fra queste tecnologie rientrano i sistemi di movimentazione automatica dei materiali e la robotica avanzata, che oggi entra sul mercato con i robot collaborativi o cobot;

Le “Big Data Analytics”: tecniche di gestione di grandissime quantità di dati attraverso sistemi aperti che permettono previsioni o predizioni.

 

Tuttavia, la caratteristica principale dell’ Industria 4.0 è quella di modificare l’organizzazione del lavoro, eliminando la funzione dell’ operaio specializzato, confondendola con quella del tecnico di produzione, e permettendo un flusso più aperto d’informazioni e di semilavorati fra imprese indipendenti. Senza entrare nei dettagli, si può dire che l’insieme di queste attività implicherà una più forte responsabilizzazione di tutti gli elementi della catena produttiva, che saranno sempre più coinvolti nelle scelte imprenditoriali a mano a mano ch’esso potranno gestire autonomamente un segmento più ampio del processo.

Queste tendenze si sposano perciò egregiamente con l’avanzata travolgente in tutta Europa di forme di partecipazione dei lavoratori, secondo la falsariga delineata già dalla fine dell’Ottocento dal pensiero sociale cristiano (Vogelsang, Toniolo), e ribadito durante tutto il Novecento, da un lato, dalle Encicliche sociali, e, dall’altro, dalla legislazione sociale dei Paesi Europei, con particolare riguardo alla Costituzione italiana e alla legislazione tedesca sulla cogestione.

Questo trend è stato favorito dalla spinta data dalla legislazione europea (con particolare riguardo a quella sui diritti d’informazione dei lavoratori e sul sistema duale di governance societaria), e dall’ influenza del modello tedesco. Introdotta in Germania dopo la IIa Guerra Mondiale soprattutto per impedire l’appropriazione dei grandi gruppi da parte degli occupanti anglo-americani, ha costituito, e ancora costituisce, la miglior protezione contro quella svendita delle imprese nazionali che tanto spaventa la Merkel e il legislatore europeo. Basti pensare ai casi della Continental e della Chrysler.  L’impressionante tabella che si trova a pagina 207 del libro dimostra che la quasi totalità dei Paesi dell’Unione a 27 possiede istituti di cogestione, con la rimarchevole assenza dell’Italia, del Belgio, di Cipro e di Malta.

Esso dimostra, a mio avviso, ed eloquentemente, che il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano sono tutt’altro che obsoleti, anzi stanno esplicitando proprio ora tutta la loro forza, costituendo uno degli elementi fondamentali che fanno della Germania il leader dell’ Unione.

  1. COGESTIONE TEDESCA E INDUSTRIA 4.0

E’ impressionante come tutti in Europa, e, soprattutto, in Italia,  abbiano da sempre predicato la necessità della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, e, poi, di fatto, abbiano sempre mantenuto in piedi un’organizzazione estremamente accentratrice. Dall’idea di Lenin “tutto il potere ai soviet” alla Carta del Lavoro (la socializzazione), dalla Costituzione italiana al Movimento Comunità, dalle Encicliche Sociali alla Legge Fornero, non si è mai vista, almeno in Italia, una qualsivoglia realizzazione pratica. Anzi, spesso i più accaniti fautori della partecipazione, come per esempio Adriano Olivetti, si erano rivelati poi in pratica degl’imprenditori assolutamente autocratici.

Paradossalmente, in Germania la cogestione, che si è rivelata così provvidenziale per il successo delle imprese tedesche, si è affermata quasi per caso, per un’intrinseca esigenza del popolo tedesco, da sempre incline al comunitarismo e allo spirito organizzativo. Basti pensare ch’essa nacque subito dopo la guerra, quando perfino gl’industriali dell’industria carbosiderurgica la vedevano con favore, come strumento per evitare il controllo delle potenze occupanti

Vi sono praticamente 3 tipi di cogestione: paritetica; 1/3-2/3; modello Volkswagen.

Nel 1947 era creata, dunque, la prima cogestione paritaria, su base contrattuale. Con la Legge del 1951, tutte le industrie del settore carbosiderurgico avevano ottenuto la cogestione paritetica. Dal 1952, si introdusse nelle altre imprese una cogestione1/3-2/3.

La Volkswagen, che è la maggiore impresa mondiale del settore automobilistico, è retta da una legge speciale (la Volkwagengesetz), approvata nel 1960, in occasione della privatizzazione dell’azienda. In base a tale legge, nessun azionista può esercitare, indipendentemente dalle quote possedute, più del 20% dei diritti di voto, in modo tale che l’azionista di riferimento resti sempre il Land della Bassa Sassonia (una forma di Golden Share).

Nel 1976, Helmut Schmidt introduceva la cogestione paritetica in tutte le grandi imprese tedesche.

Oggi, dopo l’avvio dell’iniziativa Industria 4.0, vi è in Germania tutta un’attività, da parte di studiosi, sindacalisti, manager e consulenti aziendali, volte a trovare sistemi di raccordo fra la normativa sulla cogestione e le nuove tecnologie. In effetti, da un lato, la configurazione del posto di lavoro costituisce uno dei primi contenuti della cogestione; dall’ altra, le nuove tecniche, in particolare con i robot collaborativi, richiedono inevitabilmente un coinvolgimento attivo dei lavoratori, che, anziché essere vincolati ai processi della macchina, la possono utilizzare in modo flessibile, come un tempo i singoli utensili.

 

3.I I COMPITI  DEL LEGISLATORE

Il legislatore (europeo e nazionale) ha ora almeno tre compiti:

(a)quello di riqualificare tutti i lavoratori attraverso la modifica dei curricula e la formazione permanente;

(b)quello di garantire un’equa ripartizione, fra i vari “stakeholders”, dei benefici (e/o degli oneri) del sistema;

(c)quello di riorganizzare lo Stato e le imprese in modo da essere compatibili con questa nuova realtà

Ne conseguono, per il legislatore, tre nuove attività:

a)la definizione di nuovi curricula scolastici e di formazione permanente, erogando i corrispondenti finanziamenti;

b)la definizione legislativa degl’incentivi all’ innovazione e dei carichi fiscali sugl’incrementi di redditività;

c)la riforma della pubblica amministrazione e del diritto economico, per incorporare e trasformare   queste novità.

I Governi e le istituzioni europei hanno iniziato da alcuni anni a occuparsi  della questione (con molto ritardo sui concorrenti americani e cinesi), con l’ iniziativa “Industria 4.0”, la quale tuttavia affronta ancora la questione in un’ottica parziale, in quanto interpreta le trasformazioni in corso come fatti prevalentemente ingegneristici, non già come fenomeni politici e soprattutto culturali, in una visione che, pur non sottovalutando il ruolo indiscutibile della tecnica e della tecnologia, rimetta al centro della riflessione il ruolo dei popoli e della persona –della persona che lavora – nei nuovi processi di produzione. Che l’Unione giochi sempre di rimessa, rispetto alle iniziative di USA e Cina è dimostrato dal fatto che:

a)tanto l’iniziativa “Industria 4.0” quanto quella per l’ Intelligenza Artificiale di cui alla Comunicazione della Commissione SWD 2018 sono state adottate alcuni anni dopo le analoghe iniziative americane e cinesi;

b)”Industria 4.0” è già superata dalla Comunicazione per l’ Intelligenza Artificiale, che rende obsolete il tipo di automatizzazione di cui alla precedente iniziativa;

c)ambedue le iniziative mancano di un respiro umanistico, quali quelli delle analoghe iniziative americane e cinesi, che sono pienamente inserite in una precisa visione del mondo (nell’ un caso, puritana; nell’ altro, confuciana), a cui le relative strategie sono funzionali. L’espressione contenuta nella Comunicazione: “Prepare for socio-economic changes brought about by AI by encouraging the modernisation of education and training systems, nurturing talent, anticipating changes in the labour market, supporting labour market transitions and adaptation of social protection systems” è assolutamente asettica e puramente ingegneristica, non affrontando affatto le gravi questioni trattate nei punti precedenti.

Anche la “Politica nazionale Industria 4.0” del Governo italiano è purtroppo tutta concentrata, come quella europea, sulla produzione manifatturiera e sulla fabbrica in un momento storico nel quale, proprio grazie all’internet delle cose, industria e servizi sono sempre più interconnessi tra loro dando origine a nuovi modelli di business, mercati, processi, prodotti e dinamiche del consumo. Tuttavia, almeno, per poter fruire delle agevolazioni finanziarie europee, l’Italia deve promuovere e incentivare le iniziative di informazione e formazione, anche se queste sono incredibilmente arretrate rispetto alla media degli altri Paesi, soprattutto per ciò che concerne la formazione.

  1. UNA NUOVA POLITICA DEI REDDITI

E’ paradossale che vi sia un enorme “esercito di riserva” di disoccupati cronici, quando invece:

(a)tutti i lavoratori avrebbero bisogno di ridurre, a parità di salario, le ore lavorate, se non altro per poter frequentare veri corsi di riqualificazione;

(b)vi sono infiniti compiti indispensabili, ma non svolti da nessuno, come ovviare al degrado ecologico e urbanistico, gestire il turismo, costituire basi di dati, fare formazione informatica –tutte cose che si addirebbero benissimo a dei giovani disoccupati, specie a dei giovani disoccupati intellettuali con tanto di master, che potrebbero benissimo lavorare come formatori, non solo degli operai, ma perfino dei manager e dei funzionari dello Stato-;

(c)occorrerebbe accumulare esperienze pratiche in imprese innovative, per contrastare la concorrenza extraeuropea;

(d)occorrerebbe contrastare l’allontanamento, fisico e psicologico, dei giovani dal mondo del lavoro, che ne deteriora progressivamente le motivazioni, le competenze e l’occupabilità.

Quindi, piuttosto che pagare, con il reddito di cittadinanza, 780  Euro al mese a ogni disoccupato, occorrerebbe creare posti di lavoro a basso salario, ma che servano per la formazione di curricula, per esempio nelle forze armate o nel servizio civile, per coprire le carenze urgenti nei settori sopra indicati. Ricordo, nella mia qualità di ex ufficiale pagatore, che, nel 1974, il soldo di un soldato di leva era di 150 lire (75 centesimi di Euro) a settimana, più vitto e alloggio, sì che il suo costo non eccederebbe oggi certo quello del reddito di cittadinanza, ma in cambio si otterrebbero, da una parte, una prestazione lavorativa, e, dall’ altra, un automatico “learning on the job”, come quello offerto dall’ Esercito Israeliano, che costituisce una miniera di giovani esperti per l’industria informatica.

5.LA FORMAZIONE

La nuova strutturazione della società implicherà ingenti fabbisogni formativi radicalmente diversi da quelli attuali:

(a)Cambierà la natura della prestazione regolata e definita dal contratto di lavoro, incidendo profondamente sull’ idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, e aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità o anche sulla compartecipazione dei risultati o degli utili, secondo forme più o meno spinte di partecipazione economica e di partecipazione ai processi decisionali;

 (b)La formazione pratica sarà basata sempre più su competenze informatiche, per abilitare tutti alla gestione di sistemi complessi. Per esempio, negli ITI collegati all’ industria, come quelli creati in Emilia-Romagna, si creano, attraverso l’alternanza scuola-lavoro, tecnici specializzati per le nuove fabbriche sofisticatissime come quella della Lamborghini;

(c)La formazione specialistica dovrà abbinare competenze professionali (per esempio, mediche, legali), alle corrispondenti competenze informatiche, in modo da poter gestire senza l’appoggio di ausiliari, ma con quello di apparati automatici, funzioni ancillari come la gestione degli esami clinici, l’assistenza personale ai malati, i rapporti con mutue e assicurazioni, le ricerche di giurisprudenza, la redazione automatica di atti standardizzati…);

(d)la formazione a compiti dirigenziali e politici dovrà includere conoscenze filologiche, linguistiche, di culture comparate, delle scienze esatte, comprensive della cibernetica e delle neuroscienze, delle nuove tecnologie, comprensive di quelle informatiche e biomediche

(e)tutto ciò implicherà la necessità di inserire organicamente la formazione permanente nella vita del lavoro (e perfino nella vita politica), con una quota ben precisa dell’orario di lavoro dedicata alla formazione (sulla falsariga delle libere professioni e delle Forze Armate), secondo piani coordinati con l’avanzamento nella carriera e una certificazione seria e obiettiva delle competenze acquisite.

Ne deriva che, con il determinante apporto dello Stato, sarà possibile realizzare, nel corso di 4/5 anni, l’”upgrading” di tutte le funzioni, a cui dovrebbe corrispondere un parallelo incremento della competitività del sistema, con la conseguente maggior penetrazione sui mercati mondiali, la quale dovrebbe finanziare i costi della formazione permanente e dell’incremento del tempo dedicato alla formazione.

La cosiddetta “funzione anticiclica dell’ investimento pubblico”, oggi tornata improvvisamente di moda, funzionerebbe veramente se l’investimento si orientasse verso la creazione di campioni nazionali e alla riqualificazione del lavoro, anziché a misure puramente assistenziali ed espansive della spesa.

  1. LA COGESTIONE IN ITALIA

La vicenda della cogestione in Italia è veramente paradossale. Proposta per primo da Toniolo a fine ‘800 sulla falsariga della Rerum Novarum, iscritta nella Carta del Carnaro e nella Costituzione Repubblicana, e adottata, almeno sulla carta, tanto dalla Repubblica Sociale che dal CLNAI; oggetto di progetti di legge, mai approvati (ultimo fra i quali il “Progetto di Legge Ichino”,  in tutte le legislature, essa è stata introdotta in Italia in dosi omeopatiche e quasi per sbaglio, sempre sulla base di un accordo specifico in sede aziendale.

All’ interno dell’ ampia categoria della “partecipazione”, si distinguono:

a)L’azionariato dei dipendenti

Recentemente, sono state introdotte effettuate ulteriori sperimentazioni ma solo nel campo dell’azionariato popolare, senza apprezzabili ricadute in termini di potere decisionale dei lavoratori, come  nei 4 casi più importanti: Unicredit, Telecom Italia, Intesa Sanpaolo e Prysmian.

Con la delega al Governo attribuita dall’art. 4 (commi 62,63) della l. n.92 del 2012, ”Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale”8La delega riproposta nel ddl. n.1051 conferiva al Governo il compito di formulare uno o più decreti legislativi che avrebbero favorito il coinvolgimento del lavoratore nell’impresa. Sia nel comma 62 dell’art.4 della legge 92/2012 che nel ddl 1051 è stipulato un elenco di possibili soluzioni partecipative finalizzate al coinvolgimento nella quale è contenuta anche la partecipazione finanziaria. La volontà di conferire a forme di partecipazione finanziaria una valenza di coinvolgimento del lavoratore è presente anche nella ”proposta DLM”, proposta di legge sindacale del gruppo di giuslavoristi coordinato. Dall’esame della delega all’art 4 l.92/2012 del ddl n.1051 e della proposta DLM emerge una linea comune che vede nella contrattazione la via per l’introduzione delle diverse forme di coinvolgimento.

2)La partecipazione contrattuale all’ organizzazione del lavoro

Un recente passo in avanti è stato fatto con  la legge di bilancio 2016, il governo italiano ha inteso favorire la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del lavoro, purché introdotta e condivisa nell’ambito di contratti collettivi aziendali o territoriali. Dapprima, ha consentito un’estensione dell’ammontare massimo dei premi di risultato (fino a 2.500 euro nel 2016 e fino a 4.000 euro nel 2017) soggetti all’imposta sostitutiva dell’IRPEF pari al 10%; successivamente (per i contratti collettivi sottoscritti dal 24 aprile 2017), ha alleggerito l’onere contributivo associato a una parte di premio di risultato (il cui importo massimo resta fissato a 3.000 euro) non superiore a 800 euro.

Da allora, il coinvolgimento paritetico dei lavoratori (le cui modalità di realizzazione sono state inizialmente specificate nel decreto interministeriale del 25 marzo 2016) ha conquistato sempre più spazio nei contratti collettivi aziendali e territoriali, pur non eguagliando il successo dei premi di risultato e delle prestazioni di welfare. In base alle ultime informazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a marzo 2018, dei 9.389 contratti attivi e depositati, 1.387 prevedono un piano di partecipazione dei lavoratori.

Tentando di seguire le orme delle attività congiunte svolte con “Arbeit 2020” nella Renania Settentrionale-, che coinvolge diversi sindacati tra cui IG METALL e un network consolidato di esperti, con il contributo economico delle istituzioni pubbliche regionali e del Fondo Sociale Europeo, con la Circolare n. 5/E del 29 marzo 2018, oltre a ribadire che il coinvolgimento paritetico dei lavoratori è realizzabile «mediante schemi organizzativi che permettono di coinvolgere in modo diretto e attivo i lavoratori (i) nei processi di innovazione e di miglioramento delle prestazioni aziendali, con incrementi di efficienza e produttività, e (ii) nel miglioramento della qualità della vita e del lavoro», l’Agenzia delle Entrate ha inteso fornire ulteriori indicazioni sul tema e ha essenzialmente subordinato l’erogazione del beneficio contributivo alla redazione, a livello aziendale, di un apposito Piano di Innovazione.

L’auspicio, quindi, è che  si promuovano percorsi congiunti di formazione adeguata su questi temi e provando a costituire insieme reti qualificate di esperti e consulenti in grado di affiancare lavoratori e imprese nella definizione e realizzazione di piani di innovazione tecnologica e organizzativa.

c)Il caso Alcoa

Il caso che ha fatto parlare molto di cogestione è stato quello dell’ALCOA, dove il Ministro Calenda ha contrattato con i  nuovi investitori svizzeri una, seppur modestissima, forma di collaborazione”alla tedesca”, con una seppur piccola presenza nel Consiglio di Sorveglianza.

La confusione che regna in questa materia richiederebbe che un movimento sociale trasversale prendesse su di sé l’onere di portare avanti questa complessa materia, facendo almeno un po’ di chiarezza. su tutti gli scacchieri-politico, giuslavoristico, sindacale. A questo fine, con gli altri oratori di quest’incontro, stiamo organizzando un convegno a ottobre, che potrebbe costituire il punto di partenza di questo movimento,

PRESENTAZIONE DI DAQIN IL 24 MAGGIO

Giovedì 24 maggio, ore 18,

Il Laboratorio Associazione Culturale

Via Carisio 12

Da Qin Un’Europa sovrana sulla Via della Seta

Nel fervore delle discussioni sulla politica italiana, si tende a dimenticare quanto la nostra vita, già nel passato, ma soprattutto oggi, sia stata, e ancora sia, condizionata da quanto accade, non soltanto in Europa, ma anche nel resto del mondo.

La stagnazione delle nostre economie, il dramma permanente delle migrazioni, la mancanza di significative innovazioni culturali, derivano da fatti apparentemente lontani nello spazio e nel tempo, come il colonialismo, la subordinazione alle grandi potenze, le guerre umanitarie, la lotta ideologica fra i blocchi…

Anche il rapporto con la Cina ha influenzato molto più di quanto non si pensi la vita degli Europei fino dai tempi di Marco Polo, dei monarchi assoluti, dei Gesuiti e degl’Illuministi, introducendo da noi nuovi concetti filosofici e nuove tecnologie, incrinando l’unita del movimento comunista internazionale, che tanto peso aveva anche in Europa, surriscaldando la competizione globale sui prezzi, introducendo “cordate” industriali concorrenti con quelle occidentali.

I Cinesi hanno espresso l’idea di questa interdipendenza con il termine “Da Qin”, “Grande Cina”, riferito per millenni a Roma, all’ Italia, all’Impero Romano, al Sacro Romano Impero, all’Europa, al Cristianesimo, visti come qualcosa di speculare all’ Impero Cinese. Oggi, con la Nuova Via della Seta, che si protende verso Occidente, ci troviamo con importanti investimenti cinesi in ogni città europea, e con un’Europa alleata della Cina nel resistere alle imposizioni del Presidente Trump.

Per l’importanza centrale della Cina nel sistema mondiale, il libro DA QIN tenta di leggere i problemi più scottanti dell’Europa con occhi cinesi, nella speranza di superare, con ciò, l’impasse, prima di tutto culturale, in cui si trova invischiata l’integrazione europea.

 

14 MAGGIO: PRESENTAZIONE DEL LIBRO MODELLO SOCIALE EUROPEO E PENSIERO CRISTIANO DOPO L’ENCICLICA ‘LAUDATO SI’

Lunedì 14 maggio, ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà, 1
Incontro con gli autori
“Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”
In occasione della pubblicazione di “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’Enciclica “Laudato si’”, di Alberto Acquaviva e Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis e Rinascimento Europeo.
Il sempre crescente predominio della tecnica dispiegata, che si manifesta innanzitutto sotto la forma della disoccupazione tecnologica, rende oramai inevitabile un controllo rafforzato, da parte di tutti gli stakeholders, sulle interrelazioni fra l’ uomo e la macchina, con approcci nuovi, tanto rispetto alla vecchia contrapposizione lavoro-capitale, quanto nei confronti di concezioni formalistiche della partecipazione dei lavoratori che sono oramai  sempre più incompatibili con i nuovi aspetti dell’ organizzazione del lavoro.

Il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, spregiati e negletti negli ultimi decenni, potrebbero fornire, meglio ancora che non i paradigmi pragmatistici e post-umanistici oggi in voga, idee innovative, fondate sul rinnovamento e il potenziamento dell’umano a partire dall’ irriducibile libertà e imprevedibilità della persona. La critica, da parte dell’Enciclica “Laudato sì”, delle “colonizzazioni culturali”, e le formule di partecipazione nell’impresa collaudate da decenni in Europa Centrale, forniscono basi concettuali da cui partire.

Il libro costituisce un tentativo di sintesi fra discipline troppo spesso disgiunte, quali la teologia, la storia del diritto e dell’economia, le relazioni industriali e la cibernetica.

Ne discutono con gli autori l’avvocato Stefano Commodo, animatore del movimento della società civile “Rinascimento Europeo”, Riccardo Ghidella, Presidente dell’Associazione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, e Ezio Ercole, Vice-presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

La presenza di Alpina al Salone Off 2018: una proposta articolata.

Ieri, 10 maggio, abbiamo presentato “DA QIN, L’Europa sovrana in un mondo multipolare, Tredici proposte di studio per un federalismo del XXI secolo”.
Il dibattito che ne è seguito ha permesso di delineare linee d’azione per il futuro: -proseguire nelle nostre attività di ricerca, nella direzione di una pubblicistica orientata soprattutto alla Via della Seta;
stabilire un legame più stretto con la comunità cinese, per organizzare iniziative d’interesse comune;
avviare un dibattito sui rapporti Europa-Cina, da un lato, con le imprese, e, dall’ altro, con il Movimento Federalista e le forze politiche.

Lunedì 14 maggio, presenteremo il libro sul modello sociale europeo e il pensiero cristiano.

In realtà, il dibattito verterà soprattutto sul come le tradizionali fonti di pensiero sociale europeo possano essere proficuamente utilizzate anche e soprattutto nella fase storica che ci attende, caratterizzata dall’ Intelligenza Artificiale e dalle macchine intelligenti.

L’obiettivo è mettere a fuoco lo stato dell’arte in un momento caratterizzato da una grande confusione, in cui non si riesce a distinguere chiaramente fra la sfida ontologica delle macchine intelligenti, le minacce allo Stato di diritto e alla democrazia, gli aspetti monopolistici e quelli geopolitici.

 

10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

 

I GURU DELLA FINANZA E DELL’ INFORMATICA CONTRO LE “BIG FIVE”?

CI SCUSIAMO CON I LETTORI PER L’INVIO, PER ERRORI TECNICI, DI UNA VERSIONE “BOZZA” IN LUOGO DI QUELLA AUTENTICA, CHE RINVIAMO QUI DI SEGUITO:

L’articolo di George Soros su “Il Sole 24 Ore” della settimana scorsa ha messo un evidenza qualcosa di singolare:il fatto che i guru americani della finanza e dell’ informatica siano divenuti critici delle Big Five, mentre prima ne erano i cantori. Nel fare ciò, talvolta diventano perfino filosofi, come George Soros, che ha recentemente scritto:” L’abilità dell’uomo di sfruttare le forze della natura per scopi sia costruttivi che distruttivi continua a crescere, mentre quella di autogovernarsi, generalmente oscillante, è in ribasso”.
E continua:”L’ascesa e il comportamento monopolistico delle grandi piattaforme Internet americane contribuisce all’impotenza del governo statunitense. Queste aziende hanno spesso avuto un ruolo innovativo ed emancipatore. Diventando, però, sempre più potenti, Facebook e Google sono diventati un ostacolo all’innovazione e hanno causato una serie di problemi di cui cominciamo a prendere coscienza solo ora”.Strano, perché noi ne stavamo parlando da almeno una decina di anni, ma nessuno, allora, ci prendeva sul serio.

Infatti, ” Le industrie minerarie e petrolifere sfruttano l’ambiente fisico, mentre i social network sfruttano quello sociale. Ciò è deleterio perché tali realtà influenzano il modo di pensare e il comportamento delle persone senza che queste neppure se ne accorgano. Inoltre, interferisce con il funzionamento della democrazia e l’integrità delle elezioni.” Nessuno è più d’accordo di noi. Ma i giornali e le televisioni che appartengono ai grandi magnati non si somno comportati da sempre nello stesso modo?
“…. non potendo fare a meno di queste piattaforme e dovendone accettare le condizioni, i fornitori di contenuti contribuiscono anch’essi a incrementare i profitti delle società di social media. ” il fatto di avere il quasi monopolio della distribuzione le rende dei servizi pubblici e, pertanto, andrebbero assoggettate a una normativa più severa, tesa a preservare la concorrenza, l’innovazione e un accesso equo e aperto a tutti. ” ” Qui non si tratta di semplice distrazione o dipendenza; i social media stanno, di fatto, inducendo le persone a rinunciare alla propria autonomia. E questo potere di plasmare l’attenzione della gente va sempre più concentrandosi nelle mani di un ristretto numero di aziende.
Ci vuole un grande sforzo per affermare e difendere ciò che John Stuart Mill definì ‘libertà della mente’. Una volta perduta, infatti, coloro che crescono nell’era digitale potrebbero non riuscire a riconquistarla”.
”Secondo Soros, “ Ciò potrebbe tradursi in una rete di controllo totalitario, che nemmeno George Orwell avrebbe potuto immaginare.”Ma, in realtà, qui stiamo assistendo all’ inveramento non solo di Orwell, bensì anche di Capek, di Huxley e di Asimov

Negli Usa, le autorità di regolamentazione non sono abbastanza forti da resistere all’influenza politica dei monopoli. La Ue, in questo senso, è avvantaggiata perché non ha colossi digitali propri.
La Ue utilizza una definizione diversa di potere monopolistico rispetto agli Stati Uniti. Mentre la legge americana si concentra sui monopoli creati per acquisizione, la legge europea proibisce l’abuso del potere monopolistico a prescindere da come venga raggiunto. L’Europa, fra l’altro, ha una normativa sulla privacy e sulla protezione dei dati sensibili molto più severa di quella americana.

In effetti, è l’ Europa che ha condotto le indagini contro l’abuso di posizione dominante di Google, ma anche procedure per aiuti di Stato e la Causa Shrems contro GFacebook.Secondo Soros
,”Margrethe Vestager, è la promotrice dell’approccio europeo. La Ue ha impiegato sette anni per intentare una causa contro Google, ma il successo ottenuto ha impresso un’accelerazione notevole al processo verso una regolamentazione adeguata. Inoltre, grazie all’impegno del commissario Vestager, l’approccio europeo ha cominciato a influenzare alcuni atteggiamenti negli Usa.
Il declino del dominio globale delle società del web statunitensi è solo una questione di tempo. La regolamentazione e la tassazione, promosse da Vestager, saranno la loro rovina.”

Non crediamo, purtroppo, che questo sia il caso, perché il furto dei dati a livello internazionale è fin troppo utile ad altri soggetti, che perseguono obiettivi ancora più liberticidi delle Big Five: i costruttori dell’ Intelligenza Artificiale e i servizi segreti. Non per nulla, la Causa Schrems si è arenata dinanzi all’ inderogabilità della legislazione postale americana in materia di sicurezza nazionale. I primi hanno bisogno di “profilare” tutti gli abitanti del mondo per costruire l’Uomo Artificiale; i secondi, , per organizzare una cyberguerra mondiale in cui praticamente ogni essere umano potrà essere colpito individualmente in base alla sua conformità o meno agli standard preferiti. Cumulando questi due poteri, abbiamo già lo scenario della Singularity di cui parla Kurzweil, che coincide con la Guerra al tempo delle Macchine Intelligenti di Manuel De Landa.

Giacché la Cyberguerra può essere condotta solo dalle macchine grazie alla loro profilazione dettagliata dell’ intera umanità, quando le macchine saranno più intelligenti smetteranno di farsi la guerra fra di loro e incominceranno a colpire quegli uomini che sono più contrari alla Società delle Macchine Intelligenti. A questo fine, sarà preziosissima la profilazione di tutti noi contenuta nei Big Data di Salt Lake City.

SONO FRA QUELLI CHE HANNO VENDUTO L’ASPERA DI RIVA DI CHIERI

La vendita dell’ Aspera (azienda fabbricante a suo tempo i compressori per i Frigoriferi FIAT), alla Whirlpool, il maggior fabbricante d’America di elettrodomestici (nel 1985, cioè trentatre anni fa), costituisce la premessa storica della tormentata vicenda dell’odierna Embraco di Riva di Chieri, l’unità produttiva che la multinazionale americano-brasiliana sta ora chiudendo nonostante le proteste del Ministro dello Sviluppo Economico, e perfino del Papa.
Avendo partecipato in prima persona alla cessione al gruppo Whirlpool, credo possano risultare interessanti alcune mie considerazioni, che possono valere in parte anche per altre operazioni di questi giorni, come la vendita di Italo, la scalata di Mercedes e la chiusura dell’ Iol di Torino.
1.Un po’ di storia

Era il 1985: la società di management Fiat Componenti Spa era incaricata della gestione di un’ ottantina di Società nel settore dell’ industria leggera, con l’obiettivo sostanziale di riaccorparle in modo diverso. Io ero il responsabile del Servizio Legale. In 6 anni, vendemmo una quarantina di società e ne comprammo altrettante, riorientandoci verso il settore dei componenti autoveicolistici (intorno ai gruppi Marelli e Gilardini). L’obiettivo dichiarato era quello di migliorare la situazione patrimoniale del Gruppo, permettendogli di concentrarsi sul “core business” autoveicolistico, magari in vista di un’alleanza del tipo di quella che sarà poi la FCA. In quell’epoca, sembrava avvio che i possibili acquirenti potessero essere solo multinazionali americane, come la Whirlpool o la PPG.
2.Abbiamo proceduto alla cieca
E’ tuttavia scioccante considerare, con il senno di poi, quanto il contesto attuale fosse già allora prevedibile, tanto per ciò che riguarda le tendenze della Whirlpool e dell’industria americana in generale, quanto per il futuro dell’Europa Orientale. La situazione sociale a Benton Harbor (fra Chicago e Detroit), sede del Gruppo Whirlpool, era, e ancora è, ben peggiore che a Torino o in Slovacchia. Se il vero problema fosse stato quello dei bassi salari, allora quale sede migliore di Benton Harbor, con un reddito medio pro-capite di 9000 Dollari (cioè 7000 Euro) l’anno? Un’ennesima prova della non affidabilità delle teorie economiche prevalenti. Infatti, il sito di Benton Harbor è stato da sempre boicottato da parte di Whirlpool, ma per motivi prettamente politici. La situazione era, ed è, colà, esplosiva, con il 93% della popolazione composta da afroamericani e il primato storico degli scontri razziali in USA (1960,1966, 1967, 1990 e 2003).
Nel frattempo erano accadute tante cose che mettevano a soqquadro le previsioni di allora: la caduta del Muro di Berlino, l’acquisizione della maggioranza delle azioni Embraco da parte di Whirlpool, e di Aspera da parte dell’ Embraco stessa, l’apertura di Embraco Slovakia, nonché la costituzione di una joint venture Embraco in Cina, il tutto sotto l’egida della Whirlpool.
Come noto, tutti i Paesi dell’ ex blocco dell’ Est sono stati in grande sviluppo a partire dagli anni ‘90, sicché sembrava logico che molte attività economiche europee, superata la crisi della transizione, si localizzassero di preferenza in quelle zone d’Europa. In quel processo, la questione dei bassi salari, che tanta demagogia scatena da noi, ha avuto un ruolo effettivo, ma non certo esclusivo, né permanente. Si noti che, grazie ai i recentissimi accordi collettivi, a Spišská Nová Ves, sede dell’ Embraco Slovakia, lo stipendio di un operaio è di quasi 7-800 Euro al mese per 14 mensilità (cioè circa il reddito medio di Benton Harbor), mentre le più recenti offerte di lavoro in Piemonte (per esempio, a Mondovì) sono anch’esse di 800 Euro al mese , ma per neolaureati! Semmai, il “dumping sociale” lo sta facendo la (ex-)Provincia di Cuneo. D’altro canto, visto che i gruppi Whirlpool e Embraco posseggono fabbriche in tutto il mondo è ben difficile accertare se, come si dice a Riva di Chieri, “i 500 posti di lavoro verranno trasferiti in Slovacchia”, o in qualche altro stabilimento, o non verranno trasferiti affatto. L’unica cosa certa è che, per effetto delle misure protezionistiche del Presidente Trump, sono state fatte in questi giorni, a Benton Harbor, 200 nuove assunzioni.
L’elemento fondamentale del successo dell’Europa Centrale è stato costituito, non già dai salari che si pretende siano particolarmente bassi, bensì dalle ottime prospettive di espansione dei mercati (dovute, se non altro, agli “effetti di trascinamento” della transizione), e dalle gloriose tradizioni tecniche (Spišská Nová Ves si trova al confine fra Slovacchia e Polonia, un’area che, oltre che per gl’impianti sciistici, è nota per le sue industrie militari e di precisione). Oggi, per questi motivi , la Slovacchia è divenuta la maggior produttore automobilistico d’ Europa.
Avevo condotto a suo tempo, nell’ area carpatica, trattative per l’acquisizione di due fabbriche di motori d’ aereo, una, nella capitale slovacca Bratislava, incaricata a suo tempo dal Comitato Centrale sovietico, della costruzione, su licenza URSS, di un motore per l’intero Patto di Varsavia, e, l’altra, non molto oltre la frontiera polacca, fatta costruire addirittura già negli Anni Trenta dal Maresciallo Pilsudski.
2.Adesso tutti si stupiscono

In questi 33 anni, tutto il processo d’ internazionalizzazione è stato intanto condotto congiuntamente da Americani e Brasiliani, e la fabbrica di Riva di Chieri è rimasta sempre più una semplice unità produttiva periferica, dove, ogni qualche anno, il Ministero dell’ Industria (oggi ribattezzato assurdamente “Ministero dello Sviluppo Economico”), pagava qualche decina di milioni per impedire una chiusura da tanto tempo attesa.
Dopo tutti questi anni, Il Ministro Calenda e i giornalisti italiani non capiscono ancora (o fingono di non capire) perché la Whirlpool rifiuti offerte obiettivamente vantaggiose del Governo Italiano, e hanno accusato, davanti la Commissione Europea, la Slovacchia di fare dumping sociale, ma, in realtà, dovrebbero prendersela piuttosto con il Presidente Trump, che forza le multinazionali con una sostanziale componente americana (comprese in primo luogo la FCA e l’Embraco), a rilocalizzare negli USA. Ad esempio, grazie ai recentissimi dazi imposti contro le importazioni coreane, la Whirlpool assumerà nel prossimo futuro i nuovi 200 dipendenti addirittura nell’odiata Benton Harbor. Tra l’altro, se vantaggi fiscali esistono oggi in Slovacchia, sono gli stessi previsti dai trattati di adesione e di cui hanno goduto le imprese italiane in Polonia.
Tutte queste cose messe insieme (sviluppo dei BRICS e dell’ Est Europa, spostamento delle produzioni e livellamento dei tenori di vita, protezionismo americano) si potevano prevedere fin dall’ inizio, e, soprattutto gestire a livello europeo. Lo posso testimoniare perché a partire dalla Perestrojka, facevo parte del gruppo di lavoro della FIAT sull’ Est Europa e l’Estremo Oriente. Invece, la cultura economica e politica iper-ideologizzata delle nostre classi dirigenti, il prevalere degl’interessi corporativi e la subordinazione ai gruppi americani, hanno fatto sì che l’ Europa non traesse, dall’espansine a Est, quei giovamenti ch’era logico attendersi, e che, anzi, ne risultasse addirittura danneggiata, creando, nei Paesi di Visegràd, quasi una “quinta colonna”.
La causa di tutto ciò è stato, in particolare, iI micidiale mix di liberismo e di keynesismo a cui siamo stati educati, a partire dal Piano Marshall, da una propaganda martellante (politica, accademica, economica, aziendale e sindacale), che ci ha fatto dimenticare che ciò che guida, da sempre, l’economia (sia essa americana, brasiliana, cinese o slovacca), al di là delle retoriche ideologiche, è l’interesse nazionale. Invece, l’Unione Europea ha rifiutato, e ancora rifiuta, di vedere che vi è un obiettivo “Interesse Europeo”, ch’essa sarebbe chiamata a rappresentare e difendere. Difesa che non dovrebbe consistere in anacronistici dazi, bensì in quella “Advocacy”, come dicono gli Americani (“Cospirazione nell’ Interesse Pubblico”, come dicono i Francesi, o “zouchuqu”-“andar fuori”, come dicono i Cinesi) per cui, grazie alla regia dello Stato o delle organizzazioni imprenditoriali, le molte forze (politiche, economiche, tecnologiche, culturali, militari) di un Paese si muovono all’unisono per vincere nella competizione internazionale, come precisato puntigliosamente nella nuova dottrina americana di difesa. In Europa, questo non solo non esiste, bensì è, in pratica, vietato perfino parlarne, grazie a un muro di gomma che, da sempre, “gela” ogni discorso su questo argomento.
3.Che cosa dovremmo fare?
Se Obama ha potuto “montare” l’americanizzazione della FIAT e la contro-mossa all’acquisizione della General Motors tedesca; se Trump ha reagito alle nuove misure europee contro le multinazionali del Web con una sorta di “condono” per farle rientrare in America e ha costretto le grandi imprese industriali a rilocalizzarsi in America; se, in Cina, la creazione di Zone Economiche Speciali è una prerogativa del governo centrale, non già dei governi prpovinciali, ci sarà bene una ragione. Invece, da noi, tutti (multinazionali, imprese nazionali, Stati membri, Autorità locali) possono fare tutto ciò che vogliono, in pratica beccandosi fra di loro come i capponi di Renzo.
Adesso, ci si si scandalizza, improvvisamente, per il fatto che gli Stati membri si facciano una certa concorrenza fiscale, o che le multinazionali vadano là dove risulta loro più conveniente. Ma, con la cultura politico-economica apolide (“apatride”, come avrebbe detto il Generale De Gaulle), che caratterizza le nostre classi dirigenti, le cose sono andate sempre così e continueranno ad andare così. Come scriveva già nel 1968 Jean-Jacques Servan-Schreiber, abbiamo costruito il Mercato Unico per permettere alle multinazionali americane di operare più facilmente in Europa, mentre però le imprese europee non ne approfittano (e, stanno, difatti, progressivamente scomparendo): vedi Olivetti, British Leyland, Minitel, FIAT, Nokia, Volvo, Pirelli…).
Mi sono occupato da 46 anni (con “cappelli” estremamente differenti, ma, purtroppo, sempre senza nessun effettivo potere decisionale), dell’ internazionalizzazione delle imprese italiane. Se avessimo cominciato fin da subito a fare una politica economica e una programmazione territoriale paneuropea, con regole certe e un chiaro principio di “Europe First”, non ci troveremmo a contenderci delle periferiche unità produttive di proprietà di americani, brasiliani, giapponesi, indiani, arabi, nigeriani e cinesi, mentre le holding extraeuropee, che, con i loro profitti, i loro stipendi miliardari, i loro super-consulenti, sono veramente “il grasso” del mondo industriale, stanno sempre più fuori dei nostri confini.
Paradossalmente, gli unici che avevano parlato di una programmazione europea (già fin dagli Anni ’60) erano stati Giovanni Agnelli e Ugo La Malfa.

3.Sulle specializzazioni dell’ Italia.

Non solo List e Halecki, bensì perfino Adam Smith e Marx, avevano attribuito un ruolo centrale alla divisione internazionale del lavoro. In questa divisione, indipendentemente dalle ideologie professate, è comunque un vantaggio avere sul proprio territorio le attività più importanti, dal punto di vista politico, culturale, finanziario, economico, militare, ecc… In concreto, è meglio essere Papi che non parroci, “maîtres-à-penser” che non maestri di scuola, finanzieri che bancari, imprenditori che precari, Capi di Stato Maggiore piuttosto che caporali. Questo non è sciovinismo, è una realtà di fatto.
Attirare le attività chiave è comunque da sempre una delle prime cose che i cittadini chiedono alla politica, a cominciare dai monasteri medievali, dalle accademie culturali, dai bachi da seta, dalle manifatture di porcellana, e per finire con l’Arte Astratta.
E’, di converso, semplicemente ovvio che l’ Unione Europea non è in grado di raggiungere questi obiettivi. Basti vedere che Kurzweil, Musk, Zuckerberg e Bostrom decidono dall’ America il futuro dell’ Universo; Papa Francesco sta a Roma ma è argentino; i grandi capitali appartengono allo Stato cinese, a Soros, agli emiri arabi e ai finanzieri nigeriani; le holding dei grandi gruppi stanno in America e in Cina, le decisioni sostanziali, nella NATO, le prende il Presidente degli Stati Uniti, ecc…
Rovesciare questa realtà è, oggi, impossibile. D’altronde, un mondo multipolare richiede che le attività cruciali siano ripartite equamente nel mondo, in base alle rispettive “specializzazioni”. Sotto questo punto di vista, può anche essere logico che l’Europa, e, soprattutto, l’ Italia, non sia specializzata nelle moderne attività industriali e finanziarie, perché è già il centro dell’unica Chiesa con una presenza universale, dispone di una tradizione culturale unica (Greci, Romani, Rinascimento, Paestum, Pompei, Roma, Firenze, Venezia…), ha un patrimonio paesaggistico (Alpi, isole, campagne) amato in tutto il mondo…
Purtroppo, sotto l’influenza dei miti della modernità (anticlassicismo, tecnocrazia, industria), anche queste potenzialità sono state messe progressivamente da parte (abbandono del Greco e del Latino, tagli alla cultura, scempi ambientali come l’Ilva, Bagnoli, Gela…), prima, sotto l’influenza dell’ ideologia autarchica dello Stato nazionale (industrie militari, cultura “nazionale” e priorità alle industrie di base), e, poi, sotto quella di un confuso mondialismo.
Oggi, quando si è oramai realizzato lo scenario globalizzato e multipolare, quelle politiche risultano sconfitte dai fatti. La Chiesa è ormai maggioritariamente extraeuropea; abbiamo ancora, dopo 75 anni, in Europa, 500.000 soldati americani, in gran parte nelle più di 100 basi in Italia; solo più l’Eni, Leonardo e Generali possono ancora chiamarsi “campioni nazionali”italiani, e solo Arianespace ed Airbus “campioni Europei”), ma tutto il resto: holding metalmeccaniche e chimiche, linee aeree e ferrovie, case di moda e poli industriali, appartengono a proprietà straniere. Del resto, qualcosa di analogo sta succedendo in tutta Europa (pensiamo alla Nokia, alla Mercedes, alla Volvo…)
E’ quindi ora di vedere come valorizzare meglio quel che ci resta: la nostra natura e le nostre lingue, le nostre città antiche e le nostre cattedrali, le nostre Università e i nostri musei.
Un 21° secolo dedicato più alla cultura che alla tecnica sarebbe certamente nell’ interesse innanzitutto dei un’ Italia europea. Non v’è dubbio che l’ Europa abbia bisogno anche di finanzieri e industriali, manager e tecnici, commercianti e militari. Tuttavia, non è detto che ciascun Paese debba essere presente nello stesso modo in tutti i settori. Gl’Italiani potrebbero, e dovrebbero, specializzarsi nella “cultura alta” (per esempio creando una vera “Accademia Europea”), nella valorizzazione della storia (attraverso una capillarizzazione delle politiche culturali del proprio territorio, orientandole però a un pubblico mondiale), nelle industrie culturali e dei media, e, infine, nella ricerca sul controllo e l’umanizzazione delle nuove tecnologie.