Newsletter 19-2017

RIFLESSIONI SUGL’INSEGNAMENTI EUROPEI
presso l’Università di Torino

ΣΚΕΨΕΙΣ ΠΕΡΙ ΤΟΥ ΜAΘΗΜΑTΟΣ TΩΝ ΕΥΡΩΠΑΙΚΩΝ ΘΗΜΑTΩΝ
(Skèpseis perì tu mathèmatos ton europaikòn themàton)

Prendiamo atto con soddisfazione del fatto che, finalmente, il Centro Studi sul Federalismo abbia deciso, quest’anno, di dedicare un seminario alla discussione intorno all’ insegnamento dell’integrazione europea nell’ Università di Torino.

Nessuno nega l’importanza di questi studi, né tantomeno l’eccellenza di personaggi e autori che hanno illustrato il Federalismo a Torino, né, infine, il fatto che le istituzioni culturali tornesi siano particolarmente attente al tema.

Tuttavia, a noi pare che, nella presente situazione di particolare tensione circa la validità e le prospettive del progetto europeo, l’orientamento culturale adottato fino ad ora dalle Istituzioni europee, che hanno privilegiato sempre e soltanto lo studio dell’ integrazione europea dal 1951 ad oggi, e del diritto e dell’ economia europee, considerando come “non di loro competenza” la filosofia, la teologia, l’archeologia, la paleontologia, la storia, la letteratura, il teatro, l’arte, la musica…sia responsabile della disaffezione dei popoli per il progetto europeo.

Questo perché si presuppone, a nostro avviso, erroneamente, che non esista una vera e propria “cultura europea”, perché la cultura europea sarebbe…universale! A parte la presunzione di quest’affermazione, che non viene certo fatta per le culture islamica, o hindu, o precolombiana, o americana,  essa è anche falsa, perché gli altri popoli hanno difficoltà ad interiorizzare la nostra cultura, esattamente come noi l’abbiamo a interiorizzare le culture extraeuropee (che, infatti, ignoriamo bellamente). Quel fior  fiore di filosofi, di politologhi, di letterati, che ho intervistato sull’argomento, mi hanno sempre risposto che non possono insegnare ai loro studenti la filosofia, le scienze politiche  o le letterature cinese, o araba, “perché non ci capiscono niente”. Il che significa che neppure gli altri capiscano nulla della cultura europea, e che quindi ciascuno deve sforzarsi prioritariamente di comprendere la propria, prima di avviare un dialogo con gli altri.

In sintesi, per quanto sia oggi necessario cercare di diffondere lo studio delle altre culture, riusciremo a raggiungere l’eccellenza solo per la nostra. Specie quando, come nel caso dell’ Europa, essa è frammentata in un centinaio di sottoculture.

D’altro canto, tutti si stracciano le vesti perché gli Europei non sono interessati all’ Europa, ma chi si è mai sforzato di spiegargliela?

Nel suo “Minimum Cardinianum 167”, il Professor Franco Cardini ha lanciato alcune proposte sulle esigenze d’insegnamento di cultura europea: scrittura di manuali che “rinarrino” la storia europea in modo obiettivo e non statocentrico, introduzione per le scuole di ogni ordine e grado fino dalle primarie di tre lingue oltre quella materna scelte in modo da unire sempre almeno tre fra le sei grandi famiglie linguistiche presenti in Europa (la neolatina, la germanica, la celtica, la slava, la greco-illirica, l’uraloaltaica), introduzione dell’insegnamento di arte e musica europee, organizzazione di un sistema di feste civili europee che cancelli la pessima abitudine della celebrazione delle vittorie conseguite in guerre fratricide intraeuropee”.

A quali livelli del sistema scolastico si parla oggi della filologia comparata indoeuropea, uralo-altaica o ugro-finnica? Dove si parla delle civiltà danubiana e dei Kurgan? Quanto spazio resta ancora nella scuola per o studio della civiltà greca e della lingua greca? Si citano mai opere fondamentali per la storia dell’ identità europea come il Waltharius, il Parzival  o il Willehalm? Che cosa si dice degl’Imperi bulgaro e serbo, o di “Christenheit oder Europa”?

Lo sa qualcuno che Leibnitz e Voltaire proponevano l’unificazione dell’ Europa sul modello cinese? Chi sa che cosa dicono le parole dell’ “Inno alla Gioia”; oppure chi era Coudenhove-Kalergi? Dove sono la Vojvodina, la Moldova, la Transnistria?

Non sarebbe il caso di pensare a un Corso di Studi Letterari Europei, nelle sue varie articolazioni:  filologica, filosofica,  teologica, letteraria, artistica?

1.Filologia europea

Qualcuno ha affermato che la lingua dell’ Europa è la traduzione. Dandosi il caso che siamo ex traduttori dell’Unione Europea, possiamo affermare che, se così stanno le cose, allora l’ Europa è, e non può non essere, una “Torre di Babele“. Occorre infatti vedere in concreto come la tanto decantata attività di traduzione viene  effettivamente   svolta nelle Istituzioni, con molti compartimenti stagni, e, oggi, addirittura, con doppie traduzioni che passano per le lingue veicolari più conosciute. In queste condizioni, non vi è certo da stupirsi se il risultato finale sia costituito da una prosa illeggibile e impersonale, tipica espressione di un mostro burocratico. Il tutto con un costo spropositato.

L’Europa è la patria di molte grandi letterature: di Erodoto, dei grandi tragici, dei poeti lirici greci, di Orazio, Virgilio,  Ovidio, Catullo, Dante, Shakespeare, Goethe, Pushkin, Gogol, Dostojevskij, Tol’stoj. E’ possibile che, mentre si ignorano questi grandi, si comunichi fra di noi solo in questo linguaggio burocratico, oppure in un “International English”, che è un gergo spersonalizzato e sgrammaticato?

Abbiamo già proposto, come soluzione, almeno parziale, che, come lingua “veicolare” “per default”, si utilizzi il Greco antico, una lingua che ha 3500 anni di storia, e in  cui sono stati scritti, non solo i classici della letteratura e della filosofia, ma anche i Vangeli.

Tuttavia, l’esistenza di una lingua veicolare “nobile” non basterebbe ancora  per risollevare il tono della comunicazione intra-europea.

Quando si parla del livello di preparazione scolastica dei giovani dell’ Estremo Oriente,  si nota la loro grande capacità di apprendimento, oltre che una visione più sintetica delle cose. A questo non è certo estranea la forma altamente strutturata della loro lingua, la quale, tra l’altro, essendo basata caratteri non alfabetici, richiede ben tre anni di apprendimento solo per l’ortografia, la calligrafia e la pronunzia. Eppure, proprio questo carattere “ideogrammatico” fa sì che i caratteri cinesi (HanZi, Kanji), possano servire per comunicare in Cinese come in Giapponese o in Cantonese. A nostro avviso, questo carattere “metalinguistico” potrebbe essere svolto, in Europa, da uno studio generalizzato ed approfondito della filologia, che permetta almeno a ogni cittadino europeo di comprendere in quale lingua stia comunicando, di pronunziare correttamente i nomi propri e le espressioni più correnti.

Mao Tse Tung diceva che i rivoluzionari cinesi si dovevano muovere fra il popolo cinese come i pesci nell’ acqua. Noi crediamo che anche in Europa ci sia bisogno di una classe dirigente che sa muoversi fra i popoli dell’ Europa come i pesci nell’ aqua. Ma per fare questo, ne devono conoscere almeno le lingue, le storie, le culture.

2.Filosofia europea

Contrariamente a quanto affermato dai più, rivendicare una “filosofia europea” non costituisce uno slogan provincialistico, volto a riaffermare per l’ennesima volta l’unicità della filosofia europea, la sua pretesa superiorità e la sua chiusura verspo l’esterno. Al contrario, esso significa situare la filosofia europea, da un lato, nel grande flusso della filosofia mondiale, e, dall’ altro, del dibattito politico e letterario sull’ Europa. La grande lezione di propettivismo che ci viene dai Sofisti, da Socrate e da Tertulliano,  va posta in relazione allo spirito dei Veda e di Laotze. La centralità delle “Idee”  in Platone ha qualcosa a che fare con la “rettifica dei nomi” di Confucio e con il Samkhya indiano. Il neoplatonismo e l’Aristotelismo rientrano nell’ Europa cristiana attraverso gli Arabi.  La filosofia schopenhaueriana è quasi una traduzione in Tedesco dell’ opera del Buddha, mentre lo Zarathustra nietzscheano non è senza rapporto con l’ Avesta. E, di converso, l’elogio, nel Corpus ippocratico, dell’Uomo naturale, si traduce nell’ apologia degli Europaioi, liberi guerrieri, che trova la propria consacrazione nel Leonida di Erodoto.

Così come l’idea repubblicana di Platone sfocia nel regime misto di Aristotele, che sarà ripreso da San Tommaso, da Machiavelli e da Montesquieu. Le riflessioni sui selvaggi di de Las Casas e di Montaigne portano alla nascita del relativismo antropologico e al “Défi” pascaliano e al “pessimismo affermativo” di Nietzsche.

Il “Disagio della civiltà freudiano diviene poi il substrato della “Dialettica dell’ Illuminismo” e della critica delle grandi Narrazioni.

E’ impensabile che tutti parlino di un’ “Identità Europea” senza neppure accennare a quei pochi Grandi che se ne sono occupati.

3.Teologia europea

Meister Eckhard aveva scritto, in Tedesco medievale,  la Theologia Theutsch. A questo titolo si erano senz’altro ispirati tanto Lutero quanto Fichte, quanto perfino Marx, con la sua “Ideologia Tedesca”.

Che quest’idea non sia fuori dal mondo è dimostrato dal fatto che, non solo le Chiese ortodosse e protestanti hanno creato teologie nazionali ed europee, ma  la stessa Chiesa cattolica, tradizionalmente restia, aveva cominciato comunque con Gregorio Magno e con i Gesuiti a sviluppare una “teologia dell’inculturazione”, che  ha portato alle relativamente recenti raccomandazioni post-sinodali, e, in particolare, all’ “Ecclesia in Europa”. Tuttavia, mentre in Cina si sta già elaborando una teologia cinese, in Sudamerica c’è la Teologia della Liberazione, in India la teologia sincretica cristiano-buddhista di Panikkar, in Europa abbiamo avuto solo una scipita “dichiarazione ecumenica”.

E’inutile che i cattolici nostrani si lamentino, come fa recentemente Aldo Valli, del fatto che il Papa, Vescovo di Roma,  esprima una “teologia del pueblo” di chiara ascendenza latinoamericana. In Europa, una teologia europea, così necessaria per esempio per l’incontro con gli ortodossi e con i protestanti, non è stata elaborata. Cosicché il documento firmato all’ Avana con il Patriarca Kirill riprende di sana pianta argomenti e linguaggio tipici del Patriarcato di Mosca.

4.Letteratura europea

Non crediamo certo che la letteratura possa essere usata come veicolo per la diffusione dell’ identità europea. La letteratura ha, infatti, percorsi e interessi che non possono essere allineati pedissequamente sul discorso politico.

E, tuttavia, la grande letteratura è sempre, in un modo o nell’ altro, impegnata, soprattutto nella formazione dell’ identità di un popolo. Pensiamo all’Orestea, che, in una sola trilogia, raccoglie tutta la filosofia delle poleis greche. Pensiamo all’Eneide, poema fondativo dell’ Impero Romano, o alle opere di von Eschenbach, legame esoterico fra la cultura cavalleresca del Sacro Romano Impero e l’ Islam; pensiamo a Dante, che mette in scena la duplice “civitas” imperiale e cristiana, o a Goethe, che tratteggia tutti i lati, solari o oscuri, del passaggio dal feudalesimo alla Modernità…

Il più famoso fra i romanzi impegnati sull’ Europa è “La Montagna Incantata”, che segna il passaggio dal Thomas Mann prima maniera, nazionalista e impegnato nella Kriegsideologie, e quello, europeista, della seconda maniera.

5.Arte europea

Nonostante tutte le pretese di “universalità” che vorrebbero stigmatizzare il “carattere nazionale” delle arti, nessuno può negare che l’arte europea, almeno fino alla prima metà del XIX* Secolo, abbia rivestito forme che, proprio per la differenza che c’è fra le varie “inferenze umane”, sono fra loro irriducibili.

Qualcuno ha affermato che, con lo svilupparsi dell’ arte contemporanea, nelle sue varie declinazioni, quelle differenze si sono ottuse, e, forse, perdute, ma anche su questo vi sarebbe da discutere. Infatti, per esempio, l’arte pop cinese è chiaramente riconoscibile, mentre all'”espressionismo astratto” volle dare un marchio newyorkese addirittura il Governo americano, con l’attiva cooperazione delle grandi famiglie industriali e della CIA.

6.Economia europea

Un’altra area in cui i sedicenti “universalisti” reclamano a gran voce l’impossibilità di una “scuola nazionale” è l’economia. Eppure, l’opera di Adam Smith è dedicata alla ricchezza “delle nazioni”, le quali si debbono “specializzare”. L’economia per Friedrich List, economista e imprenditore tedesco-americano, era “Volkswirthschaft”. Non parliamo di Walther Raathenau, anch’egli imprenditore ebreo-tedesco e ministro della Repubblica di Weimar, per il quale l’impresa non esiste per distribuire un dividendo agli azionisti, bensì “per fare andare i battelli sul Reno“. Per Schumpeter, poi, aristocratico ed eccentrico intellettuale asburgico, l’economia capitalistica prosperava solamente grazie ai “residui romantici” delle società occidentali. Infine, Jean-Jacques Servan-Schreiber, giovane politico ed economista francese, prematuramente scomparso, aveva redatto il più completo compendio di proposte per rilanciare l’economia europea con una politica altamente volontaristica (Le Défi Américain). Egli profetizzava che, se tale politica non fosse stata attuata fin da subito, l’Europa sarebbe andata allo sfacelo, riprendendo idee care a List, secondo il quale “L’industria, lasciata sola, va in rovina. E una nazione che la lasci sola, si suicida”. Precisamente ciò che sta accadendo all’ Europa da settant’anni a questa parte.

Le affermazioni, secondo cui  gli Europei sarebbero stati sempre dirigisti, mentre gli Stati Uniti sarebbero stati assolutamente liberisti, è pura propaganda. L’eccezionale sviluppo dell’ agricoltura americana fu dovuto, come notava Marx, a due scelte iper-dirigistiche: l’espropriazione, e la vendita a basso prezzo ai migranti, e l’importazione, nonostante il blocco inglese, di milioni di schiavi negri. Dopo di che, la superiorità politica fu ottenuta attraverso il Progetto Manhattan e la distruzione di Hiroshima e Nagasaki.Poi, si è esteso il settore militare allargato in modo tale che, considerando anche fornitori,subfornitori, industria militare, free lance, agenti segreti, contractors, indotto e famiglie, si calcola che, in America, circa 15 milioni di persone a libro paga del DoD. Infine, l’industria informatica fu creata sfruttando le tecnologie belliche, finanziando lo sviluppo di tutti i prodotti con i fondi del DARPA, e con una cooperazione strettissima fra le multinazionali dell’ informatica e i servizi segreti.

Di tanto in tanto qualche economista scrive qualcosa su questi argomenti, ma, nella maggior parte dei casi, tutto ciò passa inosservato. Ma ciò che è peggio è che nessuno si sogna neppure lontanamente di delineare una strategia alternativa, affinché, usando gli stessi metodi, l’ Europa riesca a superare lo svantaggio accumulato. Specie ora in cui il controllo sulla nostra economia non è più esercittato solo dall’ America, bensì congiuntamente da America, Russia, Cina e Paesi Arabi.

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