Newsletter 21-2017

Le monete di Filippo l’Arabo -primo imperatore cristiano?-, dedicate alla Pace Eterna.

PACE PERPETUA ED ESERCITO EUROPEO

EIPHNH EIΣ  AEI KAI  EYPOΠAIKOΣ ΣTPATOΣ (Eirène èis aèi  kai Europaikòs stratòs)

Considerazioni dopo la visita a Torino del Ministro della Difesa Pinotti

La grande manifestazione organizzata il 19/4/2017 alla Scuola di Applicazione di Torino dalla Stampa di Torino  e dall’ Istituto Affari Internazionali sulla Politica di Difesa dell’ Europa ci  offre lo spunto per alcune considerazioni di carattere generale sulla materia.

Pace e guerra sono stati sempre legati in modo indissolubile, come espresso già nella celeberrima frase di Clausewitz, secondo cui la pace altro non sarebbe se non la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Non casualmente gli ufficiali  cinesi Liang Qiao e  Xiangsui Wang, nel loro libro “Guerra senza limiti”, accusavano i generali americani, e, in particolare, Petraeus, di rappresentare una generazione antiquata di strateghi, i quali non tenevano  conto del fatto che le “guerre” attuali, come hanno dimostrato gli eventi degli ultimi anni, comprendono in realtà una quantità di attività estremamente variegate, consistenti in gran parte nell’utilizzo delle nuove tecnologie. Bastino per tutti le varie forme di “guerra elettronica” attualmente in corso.

Tuttavia, la critica rivolta dai Cinesi ai generali occidentali è in fondo più radicale : quella di non essere familiari con quell’inestricabile connessione fra l’arte della guerra e la filosofia, che caratterizza proprio la  cultura cinese, mentre invece le polemologiche degli Occidentali derivano in gran parte da modelli univocamente bellicistici, come quelli greci, e, in particolare, Eraclito, per il quale “la guerra è all’ origine di tutte le cose”, e quelli  persiani ed ebraici, fondati sull’idea apocalittica della “guerra giusta”.

Condividiamo le accuse di superficialità rivolteci dai Cinesi. Tra l’altro, contrariamente a quanto sostengono i teorici dell’ integrazione europea, anche l’idea della “Pace Perpetua”, così come quella di “Europa” come identità geopolitica unica (“Da Qin”), sono state usate innanzitutto in Cina. Anche se, contrariamente alla visione apocalittica dei Persiani e degli Ebrei, l’idea cinese di  “TaiPing” (“Grande Pace”), come quella, ad essa imparentata, di “DaTong”(” Grande Unità”), non si situa necessariamente alla fine dei tempi,bensì  piuttosto agli inizi, o comunque prima dell’ opera di Confucio.

Saranno  poi i Persiani quelli che  concepiranno  una pace duratura e futura, lo Hazar, inteso come la terza fase, finale, della Storia, da cui i Buddhisti hanno tratto il mito di Maitreya, i Cristiani l’idea del “Millennio” e i filosofi ottocenteschi quella di “Fine della Storia”. Cosroe aveva  proposto un Trattato di Pace Perpetua, tanto alla Cina quanto all’ Impero Romano/Bizantino di Giustiniano, il quale effettivamente aveva poi firmato un   trattato cinquantennale con la Persia, di cui c’ è traccia nelle monete di Filippo l’ Arabo ( un imperatore romano di origine damascena che aveva conteso alla Persia proprio quall’Alta Mesopotamia che è, oggi, la roccaforte dell’ ISIS).

L’idea della “Pace Perpetua” serpeggia nelle legislazioni germaniche e imperiali, e sta sullo sfondo di quella di Crociata (la riconquista del Sepolcro di Cristo segnerà l’inizio del Millennio). Anche  i primi teorici dell’ unità europea (Dubois, Podiebrad e Sully) sono, a loro volta, al contempo, fautori, e della pace perpetua fra i Cristiani, e delle crociate contro i Mussulmani.

In effetti, anche nella mente dei religiosi e degl’illuministi che ne avevano propagandato l’idea nel Settecento, pace perpetua e guerra totale erano legate inestricabilmente. Si faceva la guerra, come i Romani,  per creare la pace perpetua (“parcere victis et debellare superbos”). Non è casuale che i progetti di Saint Pierre e Kant siano contemporanei alle conquiste coloniali (battaglia di Plassey) e al contrattacco dei Cristiani contro l’ Impero Ottomano (battaglie di Vienna e di Cesme), né che anche  l’attuale ossessione per la pace perpetua sia contemporanea all’uso dell’ arma nucleare e alla “guerra mondiale a pezzi”.

Fichte, in particolare, riteneva che l’equilibrio delle forze fra gli Stati europei li avrebbe portati ad allearsi per conquistare i Paesi extraeuropei. Concetto caro anche a Nietzsche e a Coudenhove-Kalergi. In effetti, fino a Simone Weil, nessuno s’era mai preoccupato della sorte dei popoli colonizzati, contro i quali la guerra era praticamente d’obbligo.

Anche la nascita delle Comunità Europee era avvenuta dunque, almeno formalmente, all’ insegna della pace, riallacciandosi espressamente a Kant (e alla sua interpretazione della Pace Perpetua come Fine della Storia ). Tuttavia, questa si era rivelata ben presto soltanto propaganda. Infatti,  in parallelo con i Trattati di Parigi, si era tentato di costituire, con la CED, un esercito europeo di 60 divisioni sotto comando americano per fronteggiare le truppe sovietiche, mentre gli Stati Uniti acquisivano, senz’ alcun dibattito politico, centinaia di basi sul suolo europeo, dove posizionavano centinaia di armi nucleari (che vi si trovano ancor oggi). Inoltre, gli Stati europei conducevano contemporaneamente guerre post-coloniali in tutto il mondo (Sud-Est asiatico, Algeria, Suez). Il punto è che, come osservato da Mahmud Mamdani e Domenico Losurdo, gli Europei (a cominciare dalla sinistra europea), non consideravano, né ancora considerano, quelle fuori dall’ Europa  come vere e proprie guerre, perché non considerano gli Stati extraeuropei come Stati a pieno titolo. Tant’è vero che le definiscono “interventi umanitari”. Infine, la “pacifica” Unione Europea spende ogni anno per la Difesa quanto la Cina e la Russia – le due “potenze aggressive”-, messe insieme, e hanno votato ancora recentemente alle Nazioni Unite contro la messa al bando delle armi nucleari. Perfino il linguaggio untuoso del “politichese” non riesce a nascondere che ,nell’ “arrière-pensée” dell'”establishment” europeo, ci siano ancora l’imperialismo ideologico (“diffondere i nostri valori”), l’arroganza dei pretesi civilizzati (contro “gli Stati Falliti”), e la pretesa di essere i gendarmi del mondo (“stabilizzare l’Africa e il Medio Oriente”). Non passa neppure per la mente di questi politici che, se non si fossero invasi l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia e la Siria, non ci sarebbe nessuno “Stato fallito”, e, quindi, nessun bisogno di “stabilizzare” alcunché, e che, anzi, prima delle relative guerre, Iraq e Libia, ricchi paesi petroliferi, ospitavano proprio quei milioni di immigrati che oggi si riversano sulle nostre coste.

Il Bhagavad Gita, esaltazione dell’ Ahimsa, al contempo pace e guerra.

1.Apocalissi e realismo

Tutte le culture mondiali hanno trovato un qualche modo per conciliare la pace e la guerra, ambedue considerate, in una visione “olistica”, come componenti ineliminabili della vita. In effetti, tutti i movimenti (politici e religiosi) partono sempre dall’idea di evitare la guerra, ma poi divengono,  alla fine, quanto meno, guerrafondai. Questo passaggio viene in genere almeno abbondantemente motivato da serie considerazioni filosofiche, come fanno Sant’Agostino e Spinoza con il principio di autoconservazione: la guerra è necessaria per difendersi. Per Maometto, la guerra serve per convertire all’Islam; per San Bernardo per estirpare il male. La posizione culturale più pacifistica adottata nel corso della storia è stata quella delle filosofie orientali (Wu Wei/Ahimsa), che sostiene, in sostanza,  che le guerre vanno vinte a tavolino con l’intelligenza, senza nemmeno combatterle.

Solo le sette apocalittiche rifiutano questo tipo di conciliazione, e, proprio per questo, a causa dell'”Eterogenesi dei fini”, provocano le più grandi catastrofi, come per esempio la rivolta dei Taiping, la quale, riallacciandosi contemporaneamente al concetto confuciano di “Grande Pace” e alle idee apocalittiche dei missionari occidentali, provocò in Cina una guerra civile con decine di milioni di morti. Anche l’ideologia della “Pace Perpetua” dell’Europa contemporanea rientra in una siffatta cultura apocalittica, che rifiuta una conciliazione realistica fra guerra e di pace. Per questo motivo, essa non è stata fino ad oggi in grado, nonostante tutti gli sforzi, non diciamo di darci un Esercito Europeo, ma neppure di scrivere un decoroso documento programmatico su questo argomento.

Occorre infatti ricordare che, invece, le “dottrine militari” elaborate dalle “vere” Grandi potenze (America, Russia e Cina) partono essenzialmente dalla realistica constatazione che:

-negli ordinamenti moderni, la guerra, quand’anche  ammessa costituzionalmente (in Italia non lo è), è comunque sottoposta ad una serie di vincoli procedurali;

-tuttavia, le guerre tecnologiche sono incredibilmente veloci, sì che una guerra nucleare  totale, a cui l’aggredito non reagisca, potrebbe durare poco più di mezz’ora;

-ne consegue che occorre sintetizzare decenni di studi, preparazione e pianificazione in pochi, chiari principi, in modo che i vertici politici e militari sappiano esattamente che cosa fare in caso di guerra, senza perdere nemmeno un secondo, e violando il meno possibile i rispettivi ordinamenti costituzionali.

Il “team” di esperti della IAI, che aveva supportato Federica Mogherini, quando era venuto a Torino a spiegare la Strategia Europea di politica estera, era ben consapevole di questa differenza, al punto che ci aveva spiegato che, rispetto alla strategia adottata da Solana nel 2003, quella nuova era già più “realistica”, in quanto (a) non considerava più come “valori non negoziabili”, né la pace in assoluto, né l’esportazione della democrazia; (b) la nuova strategia sarebbe “meno riguardosa”, nei confronti degli Stati Uniti, di quanto non lo fosse quella, precedente,  di Solana.

In realtà, neanche  la nuova strategia della UE, come del resto anche il Libro Bianco di Juncker,  è una vera strategia, bensì solamente un saggio politologico, non approvato da nessun organo decisionale, scritto in politichese americano (pensiamo alla “resilence”) e fornito perfino di note e di ringraziamenti. Si tratta dunque di considerazioni non solo molto generali, ma anche molto generiche, le quali, inoltre, si guardano bene dall’ uscire in qualunque punto dall’ ortodossia atlantica. Come tale, esso non può ovviamente fornire alle autorità europee alcuna indicazione concreta per il caso di guerra, anche perché in realtà l’Alto Commissario (pur essendo, in teoria,  l’organo europeo con maggiori poteri) non ha alcun potere militare effettivo, e, soprattutto, non dispone di truppe.

Questo per il passato. Ma che fare per il futuro?

La densità delle basi americane nel mondo: in Europa il massimo affollamento. Perchè?

2.Sanare una situazione inaccettabile (il “protettorato” di Brzezinski).

Il Presidente Trump, seguendo, in ciò, una vecchia consuetudine degli Americani, ha ricordato che gli Europei non stanno mantenendo fede ai loro impegni verso la NATO, vale a dire quello di contribuire alla difesa con almeno il 2% del loro PIL. A nostro avviso, è inaccettabile non già il mancato rispetto di questo impegno, bensì il fatto che esso esista.

Ma  in realtà tutta l’attuale  politica /o “non politica”)  europea della Difesa è fondata su una serie di presupposizioni insensate.

La prima è che (cosa mai avvenuta nella storia), siano stati gli Europei a reclamare a gran voce le centinaia di basi militari americane sul loro territorio . Che gli Italiani non le volessero è dimostrato dal fatto che lo stesso De Gasperi, che, a partire dal 1954, accettò più di 120 nuove basi americane, qualche anno prima aveva dichiarato in Parlamento che mai e poi mai l’avrebbe fatto, sì che, quando poi accettò l’accordo con gli USA, lo fece firmare da un sottosegretario.

Altrettanto incredibile è la tesi che, a settant’anni dalla fine della guerra, gli Europei, per difendersi da chissà quali minacce, abbiano bisogno di centinaia di migliaia di soldati americani sul loro territorio (quando essi stessi, messi insieme,  hanno più uomini in armi di qualunque Stato del mondo, eccetto forse la Cina). Del resto, l’allora ministro tedesco della Difesa, Franz Josef Strauss, di idee più libere dei suoi successori, ben 40 anni fa, affermava di non capire come mai 500 milioni di Europei avessero bisogno di 200 milioni di Americani per difendersi da 300 milioni di Sovietici.

Infine, è anche incredibile che gli Europei riescano a spendere come la Cina e la Russia messe insieme senza avere praticamente, né una forza spaziale missilistica, tranne la modestissima forza francese, né un servizio segreto che si rispetti.

In questi tempi di  “Guerra senza limiti” (culturale, informatica, ideologica, spionistica, dell’ informazione, economica, di popolo, ecc..), la preparazione bellica non può essere realizzata se non su tempi lunghissimi. Richiede studio, formazione, dibattito politico, ricerca, sviluppo, cultura, produzione, addestramento, ecc.. Occorrono, infatti, alcuni anni, tanto per ideare una strategia statuale, quanto per farla approvare ai vari livelli politici, quanto per predisporre gli eserciti e gli armamenti corrispondenti, quanto, infine, per condurre le politiche attuative adeguate. Ma, nel corso di 20 anni, è probabile che tutti gli attuali avversari siano scomparsi dalla scena (e/o siano stati sostituiti da altri nuovi). E lo stesso vale per gli alleati. Per questo, ogni  difesa dev’esser “a geometria variabile”, e, come diceva De Gaulle, “à tout azimut”, con un minimo numero di strateghi, un contenuto numero di ufficiali d’inquadramento, parecchi specialisti, molti riservisti e moltissime milizie civili territoriali, mobilitabili alla bisogna. La stessa esigenza di selettività vale ancor di più per i diversi  tipi di armamento.

Pertanto, la preparazione bellica non può essere fatta in funzione della variabile percezione di questa o di quella minaccia, bensì in considerazione di imprevedibili variazioni dello scenario internazionale, che potrebbero verificarsi oggi come fra qualche decennio. Non può essere fatta in funzione di Brezhnev o di Gorbaciov, di Bin Laden o di Bush, di  Putin o di  al-Baghdadi. Perciò, la domanda rivolta mercoledì, da Giampiero Gramaglia, agl’intervenuti alla Scuola di Applicazione, su chi essi considerino il principale “nemico” dell’ Europa, non aveva molto senso, e, di fatto, nessuno vi ha risposto. Né, ancor meno, come abbiamo sentito il 19, in base alle operazioni che gli USA di volta in volta  desidererebbero ma non vogliono realizzare direttamente (“guerre per procura”).

Anziché essere basata sulla cosiddetta “percezione delle minacce” (esageratamente superficiale e politicizzata), una Strategia Europea di Difesa dovrebbe dunque essere basata sul progetto politico dell’ Europa che si ha in mente. Orbene, se questa intende veramente collocarsi al livello di un soggetto politico subcontinentale autonomo (come ci hanno detto il 19 i Generali), la sua difesa dev’essere orientata verso la parità con le grandi potenze esistenti, più come forma di “moral suasion”  su altri scacchieri che come effettiva volontà di combatterle.

Gli eserciti europei attuali non sono assolutamente in linea con questo approccio. In caso di effettiva guerra, non sono in grado di compiere alcun’ operazione senza il supporto americano, supporto che non è mai stato veramente garantito, come Trump afferma finalmente in modo aperto.

Il “Cristianesimo Orientale” dimostra che l’Europa è sempre stata capillarmente collegata con l’ Oriente.

3.La vera e propria “Politica estera” (civile)

Tuttavia, premesso che l’Europa avrebbe bisogno, in teoria,  di un esercito “normale” (al contempo nucleare e convenzionale), di un servizio segreto adatto anche alla cyberguerra, alla lotta al terrorismo e alla guerra ideologica, culturale ed economica, e di un’adeguata forza di pronto intervento, la mancanza di tutto ciò non è ancora il problema più grave. Quest’ultimo si situa a monte dell’ aspetto puramente militare: l’Europa deve avere, prima ancora,  una propria strategia politico-culturale, ch’essa oggi non ha. L’atteggiamento prevalente dell’ “establishment” europeo si è rivelato essere, fino a tempi molto recenti,  come una  pura e semplice identificazione con gli Stati Uniti, dal punto di vista storico, teologico, culturale, ideologico, sociale, economico e militare: infatti,  richiesto, all’ incontro di Torino, di spiegare quale sia, a suo avviso, il “rivale” contro cui è concepita la politica di difesa della NATO, il Generale  Camporini ha risposto che sono tutti coloro che sono contrari ai valori indicati nel Trattato NATO. Vale a dire tutti i Paesi del mondo, chi per l’eccessiva influenza del fattore religioso (Iran), chi per la presenza di una società gerarchica (india, Cina), chi per il forte peso attribuito all’ Esecutivo (Russia). Sicché non si capisce in che senso l’ Europa si distingua dagli Stati Uniti, Paese fondato proprio su quest’ideologia esclusivistica, e, quindi, come possa avere una propria strategia, diversa da quella americana (o, al massimo, della NATO), Il fatto di essere, l’Europa, come aveva detto Brzezinski,  “un protettorato”(come Puero Rico e Guam), che non ha diritto, né   ad essere annesso, né ad affermare propri gusti, diversi da quelli del suo protettore, ha esaurito le capacità creative degli Europei in tutti i campi, relegandoli a un ruolo di eterni “followers”. Si può allora agevolmente comprendere anche il perché della completa inefficacia del nostro settore militare.

Oggi, però, l’evoluzione storica del mondo sta “facendo ponti d’oro” agli Europei perché si diano una propria autonoma identità. I successi della Cina hanno tolto ogni credibilità alle ideologie liberista e keynesiana usate per magnificare le sorti dell’ Occidente, perché esse non hanno impedito il sorpasso da parte di un Oriente che usa allo stesso tempo, la programmazione economica, l’ Advocacy, le Partecipazioni Statali  e la massima libertà d’ impresa. La forza militare della Russia le attira le simpatie di coloro che sono stanchi dello strapotere degli Americani (essi rappresentano una parte molto sostanziosa degli elettori europei). L’esasperazione del ceto medio declassato fornisce una piccola, ma spendibile, forza d’urto per rovesciare le attuali tendenze. Gli stessi immigrati, assolutamente eterogenei fra di loro ma accomunati dall’ ostilità per la cultura occidentale, costituiscono (come vediamo ogni giorno) un utile riequilibrio all’omologazione totalitaria dei costumi e delle idee. Infine, la stessa crisi delle istituzioni e delle economie europee apre gli occhi a tutti sul fatto che questa situazione non può durare.

L’Europa è dunque trascinata dai fatti stessi verso orizzonti culturali, politici ed economici, imprevisti.  Basti vedere l’atteggiamento entusiastico di Mattarella e di Gentiloni per la Cina, per i suoi investimenti, per la Via della Seta. Nel discorso politico entrano disordinatamente, come negli Anni ’60, concetti tratti dalla teologia della liberazione, dal socialismo nazionale, dall’ identitarismo. I politici europei “fanno la coda” a Pechino per lucrosi affari, e l’integrazione economica con gli USA, che era l’obiettivo del TTIP, è stata sostituita da quella con la Cina, incarnatasi nel Trattato  Cina-UE sugl’investimenti e nella Nuova Via della Seta. Quest’ultima svuoterà ben presto, con il “rullo compressore” dell’ Organizzazione di Shanghai, il terrorismo islamico, perché la Cina sarà costretta, per realizzare il suo progetto, a stabilizzare, direttamente o indirettamente, con le buone o con le cattive, Afghanistan, Pakistan e Kurdistan, così come sta avvenendo già in Siria. Basti pensare alla sua base militare a Djibuti per fronteggiare la pirateria dell’ Oceano Indiano.

La politica estera dell’ Europa è oramai, e sarà per forza di cose sempre più,  molto più equidistante fra America e Cina, seguendo ciò che avveniva nell’ Antichità e nel Medio Evo lungo la Via della Seta e in Asia Centrale. Con conseguenze evidenti sulla Politica Estera e di Difesa.

L’Imperatore Qianlong dipinto da Giovanni Castiglione come il Buddha Manjusri

4. La “Via della Seta Culturale”

All’ interno di questa visione allargata della politica estera si situa  innanzitutto il progetto della “Via della Seta Culturale”, annunziato dal Primo Ministro Gentiloni. Mentre non siamo ancora riusciti a delineare chiaramente un’identità europea, sta emergendo invece, seppure in modo episodico, l’enorme comunanza culturale che è sempre esistita fra Cina ed Europa. Il concetto Han dell’ Europa come “Grande Cina”; il Nestorianesimo con  i suoi Sutra di Gesù; Marco Polo; Giovanni da Montecorvino; Matteo Ricci; l’importazione in Europa, da parte dei Gesuiti, delle idee di Religione Universale, di Monarchia Assoluta, di Stato Minimo, di laicità, di esami di Stato, ecc…, l’adozione, da parte dei Cinesi, di concetti europei sulla filosofia della Storia, non per ultimo il Marxismo.

Questo mutuo interscambio è particolarmente necessario oggi, quando l’incombere delle nuove tecnologie rende necessaria una nuova forma di educazione dei popoli per renderli capaci di resistere alle forze spersonalizzanti che li assediano. E questo vale non solo per la cultura sinica, per esempio con il Buddhismo Chan, ma parimenti anche per lo Zen Giapponese, per lo Yoga indiano, e anche per varie forme di cultura islamica, ebraica e cristiano-orientale.

Come avevano intravisto Rerih, Fenollosa, Pannwitz, Guénon, St. Exupéry e Simone Weil, questa conoscenza delle nostre radici eurasiatiche costituisce una premessa necessaria per fare rivivere l’Identità Europea. Innanzitutto, essa costituisce anche l’approccio corretto alla questione della “Religione Universale”, che non può essere risolta, come si è tentato di fare fino ad ora, spacciando per “laicità”, e quindi per parità di trattamento di tutte le religioni, l’imposizione a tutti della teologia materialistica della religione positivista della scienza e della tecnica (quale espressa per esempio dai Saintsimoniani, da Engels, dal Cosmismo Russo e dal Post-umanesimo). Una vera “religione universale” dovrebbe partire, come faceva, per esempio, a suo tempo, Athanasius Kircher, dal presupposto della reale esistenza e vitalità di varie religioni, le quali sono fra loro compatibili proprio perché non dicono le stesse cose, e quindi si rivolgono ad “ambiti di vita” differenti: quale alla vita ultraterrena, quale al benessere psico-fisico, quale alla pace fra gli uomini…

Questa “Via della Seta culturale” non potrebbe, né dovrebbe, poi, limitarsi alla religione, bensì dovrebbe diramarsi attraverso la filosofia, la rivisitazione della storia, le dottrine politiche ed economiche, le nuove tecnologie, dove la collaborazione con la Cina, con l’India e con la Russia, potrebbe liberarci, come auspicato, per esempio, da Evgeny Morozov, da certe dipendenze oramai intollerabili, come quella relativa a tutte le attività del web.

Infine, ovviamente, in considerazione dell’ importanza crescente, per gli Europei, dei Paesi asiatici, dovrebbero incrementarsi esponenzialmente le competenze linguistiche ad essi dedicate.

E’ in considerazione di questa necessità vitale di definire gli elementi di quest’identità eurasiatica che l’ ultimo libro di Alpina/Diàlexis (che sarà presentato il 29 Maggio

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