Tutti gli articoli di Riccardo Lala

CIRCA GLI AIUTI MEDICI ALL’ ITALIA E IL DOPO CORONAVIRUS

Italia

E’indecoroso come, di fronte alla gravità di un’epidemia che colpisce il mondo intero, fa migliaia di morti e smentisce provvidenzialmente le pretese di onnipotenza della megamacchina tecnocratica mondiale, tutti, anziché presentare, sostenere (al limite combattere per) delle concrete soluzioni, si siano invece scatenati in una polemica infinita per distribuire meriti e demeriti “pro domo sua”.

Uno dei casi tipici è costituito dalla polemica sugli aiuti cinesi e russi all’ Europa, che non è certo limitata all’ Italia, né al Coronavirus. Anche perché gli aiuti cinesi sono arrivati non solo all’ Italia, ma anche  a Spagna, Irlanda, Belgio, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Serbia e Grecia, e perfino agli USA. Proprio allo scopo di riportare il tutto su un piano di dibattito obiettivo, occorre inquadrare la questione nel suo contesto generale.

Austria

 

L’accordo EU-Cina sugl’investimenti

Non che non esistano sostanziose ragioni di conflitto sul tema. L’Unione Europea si era impegnata l’anno scorso, con un protocollo firmato con il Premier Li Keqiang, a firmare finalmente quest’anno a Lipsia (città di Angela Merkel) il trattato sulla protezione degl’investimenti, le cui trattative sono in corso dal 2012. Questa firma costituirebbe uno smacco per gli Stati Uniti, che non hanno mai riconosciuto l’UE come un partner di pari livello. Di qui i ritardi, dovuti anche al tentativo di fare firmare prima il TTPI, che avrebbe sancito l’isolamento della Cina. Essendo il TPPI morto e sepolto, ora non resta che firmare con la Cina.

A questo punto si è mosso George Soros, il quale, con il suo recente articolo su “Project Syndicate”, ha chiesto nientepopodimeno che: (i)la UE non firmi il trattato con la Cina; (ii) il PCC destituisca Xi Jinping per una sua pretesa cattiva gestione dell’epidemia (https://www.project-syndicate.org/commentary/china-huawei-threat-to-european-values-by-george-soros-2020-02).  Quindi, il coronavirus è soltanto un preteso per un conflitto ben più generale.

E’ ovvio comunque che, con pressioni di tale fatta, tutti, dai politici ai funzionari UE, ai giornalisti, si siano affrettati a prendere le distanze dalla Cina. E’ stata perfino più obiettiva la posizione assunta dalla Voice of America, la quale (https://www.voanews.com/science-health/coronavirus-outbreak/chinese-virus-aid-europe-raises-long-term-concerns)  prende obiettivamente atto che, e per la sua forza intrinseca, e per essersi già liberata dall’ epidemia, la Cina è l’unica forza capace di sostenere l’ Europa nella prossima crisi economica.

Belgio

Aiuti extraeuropei e European Way of Life

Anche l’Alto Rappresentante UE Josep Borrell si è detto preoccupato di questa crescente influenza cinese, che, a suo avviso, mirerebbe “a screditare l’Unione Europea”(e perché non gli Stati Uniti?). L’articolista di Atlanticoquotidiano, Federico Punzi, con un intervento ripreso sul blog di Rinascimento Europeo, se la prende invece soprattutto con gli aiuti russi, forniti attraverso l’unità NBC (nucleare, chimica e batteriologica) dell’esercito, al quale il Governo italiano avrebbe fornito troppa visibilità.

Non capisco queste preoccupazioni, e, in particolare, quelle della Unione.

Da un lato, l’Unione Europea sostiene che il suo compito è difendere la “European Way of Life”. Dall’ altro, all’inizio del secolo XXI, l’Europa era completamente immersa nell’ influenza americana; dalla lettura della storia all’ideologia politica, dalle lobbies all’informatica, dall’esercito all’ economia, dalla cultura al costume, tant’è vero che c’era lo slogan “siamo tutti americani”. Dov’era allora la “European Way of Life”?

Nel corso di questi ultimi vent’anni, qualche piccolo aspetto dell’”America Mondo”(Antonio Valladao), più che altro simbolico, è stato già messo in discussione. Tutto sommato, l’ Islam non è più una cosa diabolica, i Russi sono stati capaci di sconfiggere qualche alleato degli USA e di riportare una qualche pace in Siria, e hanno cambiato la loro costituzione, inserendo un richiamo agli antenati e alla fede ortodossa, la Cina ha superato gli USA in quanto a potere reale d’acquisto e la Turchia si è fornita di missili russi per prevenire un eventuale aiuto esterno ad un eventuale nuovo tentativo di “regime change” come gli ultimi due tentati golpe. Tuttavia, la gran parte delle nostre vite, pubbliche e private,  è ancora condizionata massicciamente dall’influenza americana: il Complesso Informatico-Militare,  la protestantizzazione del cattolicesimo, la NATO, il signoraggio del dollaro, ecc…

Serbia

Il dialogo con l’Eurasia: lievito per un dibattito interno.

Coloro che affermano continuamente di volere un’ “Europa  sovrana”, capace di decidere il proprio destino (appunto, la “European Way of Life” per dirla con Ursula von der Leyen, un’aristocratica gran dama tedesca ben diversa dagli sguaiati politici americani), non possono che auspicare ulteriori scalfitture a questo controllo dominante, che ci consegna legati mani e piedi a un futuro transumanista. Per esempio, attraverso una maggiore apertura dell’Europa al dibattito culturale e all’ interscambio economico e tecnologico con l’Eurasia, oggi inceppato dai dazi, dalle sanzioni, boicottaggi e diktat, ma, soprattutto, dalle censure ideologiche. Da tutto ciò potrebbero venire almeno degli spunti per una revisione della vulgata storica “occidentalista” che parte da Cristoforo Colombo, passa dalla Riforma e dalle Rivoluzioni Atlantiche, per terminare con la “liberazione”, il Piano Marshall e la Fine della Storia. Come pure di una retorica dei diritti a cui corrisponde di fatto una continua restrizione della libertà di parola e della capacità dei cittadini d’influenzare la cosa pubblica. E, infine, una lotta non più solo cartacea della UE contro la NSA, Google, Facebook ed Amazon. Tuttavia, anche allora, saremmo ancora soltanto all’inizio dell’opera.

Infatti, dato che non esiste, in Europa, nessun importante soggetto, né culturale, né sociale, né politico, né militare, capace di sostenere tale politica veramente europea, tutto ciò potrà essere fatto solo sfruttando  gli spazi di libertà indotti nella società europea dalla concorrenza fra Americani, Cinesi, Russi, ma ormai anche Arabi, Israeliani e perfino Cubani. Una volta tanto, invece di combattere noi per altri, lasciamo che altri combattano per noi. Questo non significa affatto che dobbiamo diventare dei cow-boys, comunisti, cosacchi, imam, chassidim o barbudos. Perciò, prepariamoci a prendere in mano la situazione, con idee molto più chiare di quante ve ne siano adesso.

Quanto all’ Italia, in un’Europa veramente autonoma, essa avrebbe certamente un peso molto maggiore, perché cadrebbero proprio i motivi di sottovalutazione del nostro Paese che lo isolano politicamente (l’incapacità di seguire fino in fondo i modelli puritani; la prevalenza, sull’industria, dei servizi, che si scontra con la volontà dell’ America di riservarsi  questo settore; la capacità di coalizione con i Paesi mediterranei, anche quelli che oggi non sono membri della UE). Per questo, è molto sospetto il fatto che politici e intellettuali che si pretendono conservatori, anziché salutare con gioia l’arrivo di aiuti dall’unico Paese europeo che esalta nella propria costituzione tradizioni e religione, se ne dicano preoccupati.

Infine, per tornare al Coronavirus, nessuno ha potuto criticare nel merito l’arrivo degli aiuti cinesi, russi o cubani, perché ce n’è bisogno, in quanto gli Stati europei sono stati estremamente improvvidi. Mascherine e respiratori fanno parte delle scorte strategiche della guerra nucleare, chimica e batteriologica (NBC), tant’è vero che la Francia ne aveva addirittura miliardi. Tuttavia, sempre nell’ assurdo affidamento sugli Stati Uniti, perfino le scorte francesi si sono esaurite.

Prima la Cina e l’Organizzazione Mondiale (OMS) della Sanità, poi le lobby americane, avevano già ammonito l’anno scorso sui rischi di una pandemia di Coronavirus, prima, con il lancio, con il Forum di Pechino della Via della Seta, della “Via della Seta della Salute”, con la partecipazione del Presidente dell’OMS, poi, con l’ “Event 201”, a New York, del Forum di Davos, della Fondazione Gates e dalla John Hopkins University.

Naturalmente, i governi non si erano mossi, e ora solo i giganti eurasiatici si rivelano pronti, per la loro mole e per l’elevato livello di preparazione bellica. Si noti, per esempio, che il Governo indiano, che non per nulla aveva creato da tempo il movimento popolare sanitario Fitindia, è stato in grado di ordinare il lockout simultaneo di un miliardo e trecentomila abitanti, in anticipo sullo scoppio dell’epidemia.

Grecia

Dopo il coronavirus ci vorrà un’altra economia

Atlanticoquotidiano lamenta che noi ci staremmo comportando come dei “paesi in via di sviluppo”. In realtà, noi siamo attualmente proprio dei “Paesi in via di sottosviluppo”. Nessuno dei meccanismi oggi in discussione in Europa è in grado di rovesciare questo sottosviluppo, perché non basta allentare i vincoli di bilancio se non c’è un piano unitario e gli Stati membri continuano a gestire l’emergenza con i soliti criteri pseudo-liberistici e in sostanza assistenzialistici, sotto un blando coordinamento UE. Tutti i soldi che comunque gli Stati investiranno per rilanciare l’economia dovrebbero essere destinati a creare nuove attività nei settori tecnologici più promettenti, nonché legati alla sanità, che richiedono un’enorme concentrazione degli sforzi, e, soprattutto, un appoggio politico sul piano internazionale.

Riccardo Lala*

*Articolo pubblicato contemporaneamente su  Rinascimento Europeo

Westlessness/Totaler Verriss: Commenti sulla Conferenza di Monaco sulla sicurezza

“Il Caos Generò Erebos e Notte” (Esiodo, Teogonia)

La Conferenza di Monaco di quest’anno è stata incentrata sul tema “WESTLESSNESS”, un orrido neologismo, che comunque ha dato modo a tutti di riflettere sullo slogan “Occidente”, dai molti e ambigui  significati. La locandina della conferenza la descrive così: “un sentimento, ampiamente diffuso, di sconcerto e inquietudine dinanzi alla crescente incertezza sul futuro e sulla determinatezza dell’Occidente”.

Il testo illustrativo dell’iniziativa prosegue con una serie di domande non chiare, proprio a causa di una chiara definizione di che cosa sia l’”Occidente”: “Il mondo è meno occidentale? Lo stesso ’Occidente sta diventando meno occidentale? Che significa il ritiro dell’ Occidente quale attore dell’ ordine politico? Quale poterebbe risultare una risposta occidentale alle rivalità fra le grandi potenze?”

 

Giustamente, poi, la relazione finale afferma che “non vi è un’idea comune di che cosa l’Occidente rappresenti”.

  1. L’”Occidente” nella storia

 

Secondo la locandina, nei decenni passati, la risposta era stata semplice: “l’adesione alla liberaldemocrazia e ai diritti umani, all’economia di mercato e alla cooperazione internazionale nelle istituzioni internazionali.” Cioè un mix casuale di principi politici tenuti insieme dall’egemonia americana, ma a loro volta mai chiaramente definiti.

 

Invece, prima degli ultimi tre decenni, la risposta era molto diversa e variegata. Nelle lingue afroasiatiche, “Erebu” (Occidente) era la terra tenebrosa a nord del Mediterraneo (l’Europa), dove si trovavano i barbari e le anime dei defunti. Quei barbari erano ciò che oggi chiameremmo “gli Ariani” (cioè il Popolo dei Kurgan), un popolo guerriero che stava conquistando tutta l’Europa, e che Ippocrate per primo aveva battezzato come “Europaioi”.

 

Per i Romani, l’Occidente era Roma contro l’Oriente ellenistico. La sua eredità fu raccolta dai “Franchi”,

che combatterono contro i Greci e gli Arabi, pretendendosi eredi dell’ Impero Romano. Questo spirito di crociata fu poi ripreso dai Puritani, che interpretarono la conquista dell’America come un giudizio di Dio, non solo contro i popoli pagani, ma anche contro i Papisti. Nel momento della decadenza dell’ Europa a causa della Ia Guerra Mondiale, mentre Spengler parlava di un “Tramonto dell’ Occidente”, ma pensando all’ Europa, la Columbia University (in collaborazione con l’ Esercito Americano), lanciava i “Western Studies”, per raccogliere, come aveva profetizzato Kipling, “il fardello dell’ uomo bianco”.

 

In realtà in Europa non erano affatto d’accordo su questa “translatio imperii”, come dimostrano opere come “Amerika” di Kafka, “Europa Vivente” di Malaparte, i “Cantos” di Pound, la “Dialettica dell’Illuminismo” di Horkheimer e Adorno e i racconti di Somerset Maugham. Ma anche altre parti del mondo rivendicavano già allora una propria centralità, come l’India attraverso la Società teosofica e lo Hind Swaraj di Gandhi e la Cina attraverso il Datongshu di Kangyouwei, e la conquistavano combattendo, per esempio con la Marcia del Sale o con la Lunga Marcia.

 

Oggi, l’ideologia “occidentalistica”  ha gettato la maschera, definendosi, con Huntington, “l’ Occidente contro gli altri”, e, con Schmidt e Cohen, come un progetto subordinato a quello degli OTTs.

 

  1. Dalla democrazia dei partiti all’omologazione puritana

 

Nel dopoguerra, l’”Occidente”, inteso come Alleanza Atlantica, poteva avere, almeno formalmente, il significato di “una società pluralistica”. A quell’ epoca, si presentavano, alle “tribune politiche”, una decina di partiti, che andavano dall’ anarchismo (Manifesto), al tradizionalismo (Ordine Nuovo), dallo stalinismo (PCI) al post-fascismo (MSI), dalla socialdemocrazia(PSI) alla monarchia (PDIUM), dal cristianesimo sociale (MCL), dalla democrazia cristiana(DC) al liberalismo (PLI). Anche in alcuni Paesi dell’Est , come la Germania Est, la Jugoslavia e la Polonia, c’erano partiti diversi da quello comunista, ma per legge, facevano parte di un “fronte popolare” , dove l’ “egemonia” gramsciana, sempre per legge, spettava al PC.

 

Oggi, ci viene imposta come “occidente” la fede dogmatica in una teocrazia puritana (quale quella paventata a suo tempo dall’ illuminista Boulanger), in cui sono diventati obbligatori valori angelistici, razionalistici e moralistici tipici di un  puritanesimo interpretato in senso materialistico (quelli contro cui si scagliava per esempio Kierkegaard), mentre invece sono banditi, come “politicamente scorretti”, i valori della differenza, dell’eccellenza, della libertà, della combattività, della tragedia.

 

Non per nulla Angela Merkel è stata una politica della DDR, figlia di un pastore protestante trasferitosi, da Amburgo,  nella Germania comunista, convertitasi alla CDU solo dopo la caduta del Muro, ma abituata all’unanimismo della “Blockpolitik” della DDR. Essa ha imposto come “ragion di Stato tedesca” l’identificazione del pensiero con un moralismo perbenista (erede della “campagna di de-nazificazione), al di fuori del quale vi è l’esclusione e il boicottaggio (vedi ancor oggi il caso del premio Nobel Peter Handke).

 

E’ ovvio che questa visione settaria della democrazia incontri molte critiche dagli eredi ideali dei dieci partiti, di sinistra e di destra, che non si sentono rappresentati dai “valori occidentali”, cioè puritani: si stava meglio quando si stava peggio.  Soprattutto dei veri eredi della DC.

 

Infatti, il bello è che coloro che vengono invece additati come nemici dell’Occidente, o dell’ Europa, lo sono perché sostengono le posizioni che, ai tempi della mia giovinezza, erano sostenuti dalla Democrazia Cristiana, vale a dire il partito cardine dell’ Occidentalismo e dell’ Europeismo: il carattere cristiano (anzi, cattolico) della nazione; la famiglia monogamica; l’indissolubilità del matrimonio; la limitazione delle migrazioni ai fabbisogni economici del Paese ospitante; la preferenza per i lavoratori e i produttori europei…Se, come sostengono i fautori dei “valori occidentali” questi sono talmente universali ch’essi valgono in ogni tempo e in ogni luogo, allora ci dicano chi sbagliava, proprio su questi valori: Adenauer o la Merkel?

 

Il vero rappresentante del PPE, quale partito cristiano, è forse proprio Orbàn, mentre invece la Merkel è, come molti dicono, una “democristiana per caso”.

 

Ragionamenti analoghi valgono anche per l’altro “partito popolare”, quello socialista, anch’esso scosso, non per nulla, da una parallela crisi. Tant’è vero che ora si va verso una “rivolta del centro”

  1. L’illibertà dell’Occidente

 

Un’illustrazione puntuale di questa situazione è data, su “Le Monde”, dall’articolo dello scrittore americano Seth Greenland, “Aujourd’hui l’art aux Etats Unis doit servir un but moral ou didactique”:”Certo, c’è un pugno di produttori che apprezzano la complessità, ma voi, tuttavia, probabilmente, fareste come tutti, mettendo da parte la complessità, e scrivendo invece qualcosa che conforta i punti di vista di chi firmerà poi l’assegno.” Del resto, è ciò che dell’Occidente scriveva Sol’zhenitsin  già negli anni ’70. O, come dice oggi Anna Tokarczuk, mentre, una volta, era politica solo la partecipazione alla vita dei partiti, oggi, non solo l’opera, ma addirittura la vita, degli autori, è politica.

 

Oggi, buona parte dei grandi capolavori dell’ antichità non potrebbero essere, né rappresentati, né messi in scena. Non solo quelli che avevano avuto difficoltà fin dall’ inizio, come per esempio Justine, Les Fleurs du Mal, Praktischer Idealismus o Bagatelles pour un massacre, ma anche opere esaltate da tutti, come:

a)Omero, perché elogia  la guerra, l’orgoglio dinastico, il genocidio, la dialettica servo-padrone, la repressione dei sudditi, il potere maritale,il machismo..

b)Ippocrate, perché vieta aborto ed eutanasia ed  esalta la guerra e lo schiavismo;

  1. c) Erodoto, perchè critica la democrazia ed esalta il militarismo spartano;

d)l’Antigone perché le “leggi non scritte” sono quelle tradizionali e aristocratiche;

e)la poesia cortese perché esalta l’anarchia feudale e lo “ius primae noctis”;

f)il Principe, perché esalta l’omicidio politico;

g)il Mercante di Venezia” perché antisemita,

g)”Al di là del Bene e del Male” di Nietzsche, già solo per il nome;

h)”Le Vergini delle Rocce” e “La vita inimitabile” di D’annunzio per il suo aristocraticismo e immoralismo.

 

D’ altronde, oggi nelle università americane viene addirittura cancellato dai curricula il Livio Andronico, un’opera giovanile e provocatoria di Shakespeare che è piena d’inaudita violenza.

 

Tutte queste contraddizioni dimostrano che l’Occidentalismo è, come il 99,9% dell’attuale discorso culturale e politico, solo una fraudolenta “arma di distrazione di massa”, per non lasciarci pensare ai problemi reali: la fine dell’Umanità; la subordinazione dell’Europa all’ America; la riduzione continua della nostra ricchezza, la fine della libertà. Perchè mai avrebbe senso un colossale apparato di morte come il Complesso Informatico-Digitale della NATO, per difendere una realtà tanto discutibile?

3.Il suprematismo bianco

 

Siccome la Conferenza si situa nel bel mezzo del dibattito, attualizzato da Macron, sulla sovranità europea, il vero oggetto del contendere è quale sia la “lealtà prevalente” su cui basare la strategia geopolitica dell’ Europa.

 

Orbene, personalmente credo tanto fortemente nel “Principio di sussidiarietà”, che non credo che vi debba essere una “lealtà prevalente”, perché tutte hanno funzioni proprie ed autonome: quelle verso l’Umanità, l’Europa, le sue Nazioni, le regioni, le città, le famiglie. Coloro i quali hanno redatto la locandina pensavano che quella verso la NATO fosse la lealtà prevalente, tant’è vero che si agitano molto per scongiurarne un’interpretazione basata su razza, religione cristiana e storia, mentre invece, quella “giusta” sarebbe fondata sulla religione puritana del progresso e del moralismo (che, secondo gli autori, sarebbe la sua “vera natura”).

 

Non nego che questa seconda interpretazione sia esistita ed esista in ampi ambienti, non solo “Occidentali” (perché ha seguaci in varie parti del mondo). Tuttavia, a me non pare che possa dare dei risultati positivi oggi perché è troppo generalizzata. Basti dire che anche Africani e Asiatici fanno di tutto per schiarirsi la pelle e per rimodellare un Islam, un Induismo e un Confucianesimo che assomiglino al Cristianesimo. Ma questa tendenza  fa perdere a ogni civiltà il suo contributo specifico al dibattito sul futuro del mondo.

 

Personalmente credo, sulla scia di Nietzsche, Coudenhove Kalergi, Simone Weil e Giovanni Paolo II, che, almeno per noi, l’Europa sia l’ambito all’ interno del quale meglio si possa organizzare la battaglia per l’avvenire del mondo, e questo non ha nulla a che fare con la razza. Ha molto a che fare con la storia, e lo avrebbe anche con la religione, se le Chiese non stessero divenendo anch’esse succubi delle loro omologhe degli altri Continenti, e si concentrassero di più sui punti di vista degli Europei.

4.Un finto universalismo

 

Nell’ultimo decennio, il punto di forza dell’”Occidentalismo” è divenuta la politica di “accoglienza” indiscriminata dei migranti, anche questa in forte contrasto con le politiche tradizionali europee, che legavano l’immigrazione a esigenze economiche e ai rapporti con gli Stati. Tipici esempi, gli accordi di Evian e di Lomé, che hanno garantito da 70 anni il privilegio dell’ immigrazione  ai cittadini di determinati Paesi amici. Cosa che nessuno sa: la prassi di Polacchi e Ungheresi (anche se non dichiarata), è la semplice continuazione di quella politica,visto che i due Paesi hanno accolto, negli ultimi anni, un numero di immigrati superiore a quelli dei Paesi occidentali, ma riservandosi di scegliere quelli provenienti da Paesi amici, in questo caso, dall’ Ucraina.

 

Invece, l’”Occidentalismo” pretenderebbe che il concetto stesso di “frontiera” non esistesse più, lasciando così arbitre le Grandi Potenze, i guerriglieri e gli scafisti su chi lasciar passare e chi no. Mentre invece, alla frontiera delle Grandi Potenze (per esempio sul Rio Grande), i “loro” immigrati vengono selezionati dalla politica locale in modo rigorosissimo, per accogliere solo quelli funzionali alle loro politiche e alla loro economia.

 

Secondo i teorici del globalismo, essi sarebbero i veri universalisti, perchè “sono i guardiani di tutti, non solo del proprio popolo”. A parte il fatto che quest’agghiacciante espressione dimostra la poca considerazione ch’essi hanno dei loro elettori, resta il fatto ch’essi non sono affatto particolarmente universalisti. Certamente, le frontiere attuali sono irreali, perché non rappresentano la sedimentazione effettiva delle varie civiltà. Tuttavia, il fatto che dei limiti ci siano è indispensabile per stabilire le rappresentanze e i diritti e i doveri di ciascuno.Comunque, una classe dirigente universalista non è quella per cui tutti i Paesi sono eguali, sicché si esime dal conoscerne lingua e cultura, bensì quelle che, oltre ad approfondire doverosamente la cultura del proprio Paese, conoscono bene anche quelle degli altri, per poterle confrontare, definire e negoziare. Non considero perciò universalisti Comenio, Hume o Wilkie, ma, piuttosto, Ippocrate, Erodoto, Marco Polo, Matteo Ricci, Atanasio Kircher, l’Abate di Reynal, Humboldt, Guénon, Eliade, Pound…

 

  1. Un nuovo Maccartismo

 

Certo, può e deve esserci un “compito comune”a livello mondiale , ma questo è il contrario della “Filosofia obscego dela” di Fiodorov (, vale a dire il post-umanismo, che, paradossalmente, anima sotterraneamente gli “Occidentalisti”) : è la lotta contro il “Robottu Okoku”(l’”Impero dei Robot), per il controllo sulle macchine intelligenti.

 

Le parole di Javier Ortega Smith, citate dalla locandina : “Our common enemy, the enemy of Europe, the enemy of liberty, the enemy of progress, the enemy of democracy, the enemy of family, the enemy of life, the enemy of the future is an invasion, an Islamic invasion…” sono assurde, perchè la maggior parte degli immigrati, compresi quelli clandestini, sono di religione cristiana o animista, e, quindi, non spostano l’equilibrio esistente fra le varie religioni “ufficiali”. Ma, soprattutto, occorre tenere a mente che la maggior parte degli Occidentali non sono affatto dei Cristiani “ufficiali”, bensì, indipendentemente se vadano a messa o no, sono in realtà dei fedeli della religione sansimoniana del Progresso (che si sposa benissimo all’attuale cristianesimo protestantizzato), l’unica vera concorrente del cristianesimo effettivo. L’arrivo di cristiani, animisti e islamici che sentono ancora la religione come un  fatto eminentemente spirituale non potrebbe, semmai, fare altro che rafforzare lo stesso Cristianesimo europeo.

 

In ogni caso, la confusione fra Europei e Occidentali è deleteria proprio perché permette di mantenere i viziati rapporti di forza attuali, dove il Complesso Informatico-Militare Occidentale si serve della forza dell’America per impedire il formarsi in Europa di una vera opposizione alla Singularity Tecnologica.

  1. La proposta di Macron

 

Per questo è molto importante che la Westernlessness prosegua e si approfondisca, in modo da lasciare nuovi spazi di manovra a una cultura e a una politica autenticamente europee. Del resto, ciò è quanto ha detto il Presidente Macron, ricordando l’anniversario della fondazione, da parte del Generale De Gaulle, della Force de Frappe. Macron ha anche affermato, a Monaco, che l’Europa deve smetterla di essere il “junior partner” (io direi il protettorato) degli Stati Uniti, anche perché, se è vero che ci sono delle affinità politiche e culturali, non c’è assolutamente un’identità di vedute su tutto, e, in particolare, sulle politiche culturale e di vicinato (la quale ultima  non riguarda, ovviamente, gli Stati Uniti). Del resto, Macron, per dare forza alle sue parole, ha invitato i partners il 12 marzo alla base di Isle Longue, a Brest, a bordo della portaerei Charles de Gaulle. Macron ha anche messo il dito sulla piaga di un tema che ci è caro: l’urgenza di una cultura condivisa della difesa nucleare, per poter essere in chiaro circa la proposta di partecipazione europea alla Force de Frappe.

 

6.Totaler Verriss (“Strappo totale”)

 

Quanto precede va inquadrato in un nuovo stile politico che, prendendo finalmente atto dell’insostenibilità degli attuali nuovi equilibri, postula una discontinuità in tutti i campi: imprenditoriale, ambientale, culturale, politica.

Hilmar Klute fornisce, sulla Sueddeutsche Zeitung, alcuni esempi di questa nuova radicalità, a partire dal gesto di Nancy Pelosi, diffuso dalle televisioni di tutto il mondo, di stracciare il Messaggio sullo Stato dell’Unione mentre Trump stava ancora parlando, per passare alla proposta  del leader dell’ AfD Gauland di sostenere elettoralmente il candidato di estrema sinistra Bodo Ramelow.

Secondo Klute, questa fame di radicalità non viene oggi più dalle estreme, bensì dal centro, a causa dell’inconcludenza di anni e anni di discorsi moderati. Si pensi appunto alla totale negazione, da parte della CDU, di tutti i tradizionali discorsi democristiani, come pure all’ abbandono, da parte della sinistra, di ogni forma di difesa delle classi lavoratrice e di qualsivoglia forma di socialismo.

D’altra parte, proprio sui temi europei, tanto Macron quanto Altmeier hanno ripreso senza tante storie tradizionali temi gollisti e interventisti.

BREXIT: L’EUROPA NON E’ SOLO LA UE

Un arcipelago britannico da sempre multiculturale

L’Inghilterra ha lasciato la UE, ma non può lasciare l’Europa.

L‘arcipelago britannico, con le sue molteplici tradizioni -celtiche, latine, germaniche, monarchiche, cristiane, illuministiche e antimoderne-, costituisce parte integrante ed essenziale dell’Identità Europea, della quale siamo tutti custodi. Siamo infatti responsabili  del futuro dell’intera Europa, non solo per la parte che si riconosce nella UE.

Oggi, in un’era che si autoproclama multiculturale e pluricentrica, dovrebbe essere più chiaro che mai che una sola parte dell’Europa (neanche l’ Union Europea) non può pretendere di essere il tutto.

Infatti, dell’Europa fanno parte, oltre alla UE:

1)Il Regno Unito;

2)Islanda e Norvegia;

3)la Svizzera;

4) i Paesi slavi Orientali (Russia, Ucraina e Bielorussia);

5)i Balcani Occidentali;

6)La Turchia;

7)il Caucaso.

Inoltre, come civiltà, l’Europa ha delle ramificazioni in alcuni luoghi delle due Americhe, nel Medio Oriente (Israele) e in Oceania (Australia e Nuova Zelanda).

 

 

1.La Paneuropa oggi

Tutto ciò, considerato nel suo insieme, costituisce la Paneuropa, non come la vedeva Coudenhove Kalergi nel XX secolo, bensì come possiamo vederla noi oggi, vale a dire uno “Stato-civiltà” come la Cina, o qualcosa che assomiglia all’”Asia Meridionale” degl’Indiani, alla “Patria Grande” latinoamericana o al “mondo islamico”.   Il Movimento Europeo dovrebbe propugnare delle politiche, e ideare delle istituzioni, che siano adeguate, tanto per gli attuali Paesi della UE, quanto per quelli al di fuori della stessa, vale a dire per l’intera Paneuropa. D’altronde, oggi il mondo è congegnato in modo tale che, spesso, sulle politiche europee, incidono più i Paesi fuori dell’Unione che quelli dentro. Basti pensare alla Perestrojka, ai gasdotti, alla Libia, alla decisione inglese, adottata il giorno stesso della Brexit, di non escludere dal proprio mercato la Huawei…Con quest’ultima decisione, il Regno Unito ha dimostrato una indipendenza maggiore dell’Unione dagli Stati Uniti, così come aveva fatto la Turchia decidendo di acquistare i missili russi.

Ovviamente, per fare ciò, occorrerà “mettersi nei panni” degl’Inglesi, degli Scozzesi, dei Serbi, dei Bosniaci, dei Russi, degli Ucraini, dei Turchi e dei Curdi, riconoscendo a ciascun gruppo (ciascuna “macroregione europea”) una sua specifica missione storica. Cosa che può sembrare impossibile alla luce di quanto accaduto fino ad ora, ma che lo diverrebbe molto meno qualora si cercasse veramente un minimo comune denominatore, che può essere trovato solo nelle radici culturali comuni, che vanno dall’antico Medio Oriente alla Bibbia, dalla cultura classica alle migrazioni di popoli, dalle corti alle repubbliche, fino a illuminismo, romanticismo, decadentismo, modernità e postmodernità: Gilgamesh  e Mosè, Ippocrate e il Canto dei Nibelunghi, Dante e Ariosto, Montesquieu e Novalis, Voltaire, Nietzsche, Horkheimer e Adorno. Questo ”minimo comun denominatore” può essere definito, secondo un numero crescente di autori, come Jaspers, Voegelin, Assmann e, recentemente, anche Habermas, dalle particolari versioni mediterranee e occidentali della comune civiltà mondiale dell’ “Epoca Assiale”, caratterizzata innanzitutto dalla scrittura e dalle religioni di salvezza.

Hattusas in Anatolia: la prima civiltà di lingua “Kentum”

  1. Civiltà assiali, pre-assiali e post-assiali

Come constatato da Horkheimer, Adorno, Eisenstadt e Kojève, la “civiltà assiale” ha subito, certamente, soprattutto in Occidente, un processo di secolarizzazione, che è restata però spesso alla superficie. Come sosteneva Freud, la pretesa “coscienza europea” non poteva sopprimere la più profonda “Identità Europea”. E, infatti, da un lato, sono sopravvissute civiltà “pre-assiali” (secondo Eisenstadt, Israele e, secondo Kojève, il Giappone); dall’ altro, vi sono paradigmi ereditati dall’epoca pre-assiale (divino e profano, mito e rito, eoni e Apocalisse, popoli e nazioni) che sono rimasti insuperati e inaggirabili. Nel caso dell’Europa, non si è riusciti a liberarsi da archetipi come quelli della Legge, dell’Apocalisse, dell’Impero, della Crociata, che ricompaiono continuamente sotto le più diverse spoglie: l’Imperativo Categorico; la Fine della Storia; la Comunità Internazionale; le Guerre Umanitarie, ecc…

Non si tratta affatto dei cosiddetti “nostri valori” contro i “valori degli altri”, bensì proprio delle nostre irrisolte ossessioni, che ci costringono a continui rivolgimenti intorno agli stessi temi: fra l’ascetismo patriarcale e la fratellanza matriarcale; fra il mito del Progresso e quello dell’Anticristo; fra l’universalismo e il personalismo; fra il multiculturalismo e lo spirito missionario. Non per nulla l’oracolo di Delfi affermava: “conosci te stesso”, e, a questo fine, abbiamo inventato la psicanalisi. Che ci riporta ai più profondi archetipi del nostro inconscio collettivo- vale a dire   all’ Identità Europea-.


Pictured: Malcolm McDowell in A CLOCKWORK ORANGE, 1971.

“Arancia Meccanica” di Burgess : la più dura allegoria  di un’ Europa violenta  e impotente

3.Dalla cultura della crisi alla Via della Seta

Il minimo comune denominatore degli Europei lo possiamo trovare, dunque, nella “cultura della crisi”, che aveva sperimentato, proprio  nell’ Inghilterra, all’ avanguardia dell’industrialismo, le severe critiche antimoderne di Carlyle, Arnold, Ruskin, Hulmes, Huxley, Orwell, Burgess, Laughland e Grey; ma anche nell’”Italian Though” di Mosca, Michel, Pareto, Rensi, Tilgher, De Finetti e Pirandello; nella centralità dell’Anticristo per Dostojevskij e Soloviov; nello spirito antiborghese di Hamsun; nel ribellismo di Kusturica; nel  trasversalismo dell’intellettuale ceco-turco-giapponese-americano Irvin Sick.

Oggi, sul piano politico, questa post-modernità paneuropea si manifesta nella resistenza contro la tecnocrazia digitale (con i suoi profeti Huxley, Orwell e Burgess), che trova espressione nella tutela della privacy, nella web tax, nelle indagini antitrust contro i GAFA e nelle aperture alla Nuova Via della Seta, che ha reso possibile il North Stream e il Turk Stream, il MOU Italia-con la  Cina, il  rifiuto della messa al bando dell’ Iran e della Huawei…

I cittadini di Istanbul bloccano con i loro corpi i carri armati sui pont del Bosforo

  1. Un’Europa poliedrica -delle civiltà, delle religioni, delle euroregioni, delle nazioni, dei popoli, delle città e delle persone-

Quest’ Europa poliedrica è più di una confederazione, un’Unione o una federazione: è un grande soggetto politico e culturale “sui generis”,  che dovrà agire sempre più in modo unitario sulla scacchiera mondiale, al di là della sua forma istituzionale, ma fondandosi piuttosto su un’unica élite combattente, quegli “Europaioi” che già Ippocrate aveva definito “autonomoi” .

Le Istituzioni vanno concepite solo come degli strumenti per un fine: nel caso dell’ Europa, la riaffermazione, la difesa e il “ringiovanimento” (“zhèn xīng”, per usare un’espressione di Xi Jinping) -contro la decadenza e il post-umanesimo- dell’Identità Europea.

In questo contesto, occorrerebbe immaginare forme di dibattito culturale dedicate proprio e soltanto ai rapporti con le specifiche macroregioni europee. Per esempio, sulla falsariga di “Iles” di Norman Miles, occorrerebbe approfondire il carattere multietnico ed europeo dell’arcipelago britannico, oppure, su quella di una pluralità di autori (Asin Palacios,Bassam Tibi, Menocal, Cardini), la storia e natura dell’ Euroislam.

Soprattutto, occorrerebbe smetterla di considerare Russi, Turchi e Balcanici come “popoli senza storia” e “nemici ereditari”, studiando invece  quei contributi preziosi ch’essi hanno dato, e possono continuare a dare, alla vita culturale, economica, ma anche politica e militare, dell’Europa.

Long life to Europe! да здравствует Европа! çok yaşa Avrupa! 欧洲万 !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTERESSE NAZIONALE, EUROPEO E DELL’UMANITA’ NELLA NUOVA PESC

 

                Palazzo Sponza a Dubrovnik

Sergio Fabbrini, rispondendo, il 26 gennaio, su “Il Sole 24 Ore”,a Galli della Loggia, ha sottolineato che, di fronte a velleitarie tentazioni micronazionalistiche, quali quelle di cui si è fatto portatore il professore sul Corriere della Sera del 22, occorrerebbe invece rilanciare una Politica Estera e di Difesa europea che tenga conto della posizione e del ruolo dell’Italia. A mio avviso, ciò si potrà fare solo tenendo presente l’imprescindibile corrispondenza biunivoca fra politica internazionale e politica tecnologica dell’Europa, nel quadro della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

1.L’”outing” anti-europeo di Galli della Loggia

Cresce il numero dei “sovranisti” che negano l’utilità di una politica estera e di difesa dell’Europa, che altro non sarebbe, per costoro, che l’ennesima riaffermazione di un’egemonia franco-tedesca, a discapito di tutti gli altri Paesi d’ Europa. Quest’ideologia, diffusa da parecchi decenni negli ambienti euro-scettici, era nata sotto influenza americana, nel momento in cui, con l’allargamento della UE, era sorta la preoccupazione che un’Europa più forte potesse condurre una politica più indipendente da Washington, e, di conseguenza, indebolire il complesso politico-culturale occidentale. Non per nulla essa viene oggi ripetuta negli ambienti vicini a Bannon.Anche Galli della Loggia sostiene, in sostanza, la vecchia tesi che l’Italia, per difendere un non meglio definito “interesse nazionale”, dovrebbe diventare il cavallo di Troia nell’ Unione Europea degli USA contro Francia e Germania. Un’operazione certo non estranea alla visita a Roma di Bannon e ai finanziamenti americani appostati nel bilancio di Fratelli d’ Italia.

Che un’egemonia franco-tedesca esista, e sia, molto probabilmente, obsoleta, non lo si può negare. Essa aveva per altro radici nobilissime, che affondano nell’antico ruolo carolingio dei “Franchi”, intesi  come sinonimo (per esempio in Arabo) di “Europei” (al Franjiyyun), ed eredi dei Romani -nel Serment de Strasbourg, nel Trattato di Verdun, nei Gesta Dei per Francos,  e, più recentemente, in quelli dell’ Eliseo e di Aquisgrana-, oltre che in Fichte e in Herder. Per altro, con l’allargamento della UE e con le Nuove Vie della Seta, il mito dell’Europa Carolingia appare sempre più come una provinciale forma di “arroganza romano-germanica”, come la chiamava il Principe Trubeckoj. Tuttavia, il suo messaggio subliminale, che poteremmo definire come “gollista”, può applicarsi più che mai nell’attuale quadro europeo allargato.

Oggi, la posizione contraria all’ Europa Carolingia è stata dunque ripresa da Ernesto Galli della Loggia, il quale scrive di “un’opinione pubblica disabituata da sempre a pensare la realtà vera dei rapporti internazionali, quindi oscillante di continuo tra faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista. Dopo la fine della guerra fredda e il conseguente venir meno dell’importanza che la Penisola aveva avuto per mezzo secolo in quanto frontiera dell’Occidente con il blocco sovietico (da cui l’obbligatorio legame di stretta alleanza con gli Stati Uniti), non siamo stati capaci d’immaginarci alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione nostri”.

Peccato che, poche righe dopo, lo stesso Galli della Loggia fornisca uno schiacciante esempio di questa incapacità, che invece apparentemente tenta di scongiurare: “In particolare non abbiamo capito che il progressivo concentrarsi del potere dell’Unione Europea nelle mani di Germania e Francia ci stava inevitabilmente sbarrando la strada verso i due teatri tradizionali della nostra politica estera. Cioè verso i Balcani – dove infatti ben presto l’influenza economico-politica e culturale tedesca si sarebbe dimostrata imbattibile – e verso l’Africa – dove fin dai tempi dell’Eni di Mattei la Francia era impegnata a contenderci lo spazio e a insidiare quello che avevamo già ottenuto (per esempio in Libia). E però, invece di cercare di contrastare questa deriva diciamo così oggettivamente antitaliana dell’Unione a trazione franco-tedesca (in realtà con Berlino vera padrona e Parigi sua vassalla) – magari cercando di costituire un fronte mediterraneo con Spagna e Grecia eventualmente appoggiato da una Gran Bretagna memore dei suoi trascorsi in quel mare – abbiamo fatto di tutto – in omaggio al nostro cieco supereuropeismo e anche perché gravati dalle condizioni paralizzanti dei conti pubblici – per restare agganciati comunque al duo Parigi-Berlino. Con il bel risultato che oggi vediamo in Libia e altrove”.

 

Che l’Italia debba concentrarsi su Mediterraneo e Balcani è un ritornello che ci sentiamo ripetere da tempo. Esso si basa su una visione razzistica dei popoli occidentali che debbono dominare e istruire i “popoli inferiori”, est-europei e afro-asiatici, e aveva trovato una continuità nelle raccomandazioni fatte alla FIAT dai servizi segreti americani, di concentrarsi, dopo la IIa guerra mondiale, nella “fabbricazione di automobili a basso prezzo destinate ai popoli balcanici e nordafricani”.

 

2.Una nuova missione universale dell’Europa

Il discorso su una “missione” dei popoli, se sfrondato dagli aspetti propagandistici, integralistici ed autocelebrativi, ha ancora un significato. Questo elemento progettuale è, infatti, quello che tiene uniti i popoli e gli Stati. Ma, nel 2020, gl’Italiani possano avere una qualsivoglia “missione”, o degli “interessi nazionali” in quei due territori, effimeramente conquistati per pochi anni durante la IIa Guerra Mondiale, è semplicemente insensato. Nei Balcani ci sono Grecia, Croazia e Bulgaria, che sono membre, come noi, dell’Unione Europea, e la Turchia, che è più forte di noi sotto tutti i punti di vista, ed è comunque un Paese associato e un membro della NATO. Tra l’altro, la Turchia è stata in grado di fabbricare un’auto elettrica completamente autarchica mentre noi abbiamo appena chiuso l’impianto (francese) di Bluecar a Ivrea e stiamo ancora balbettando di assemblare batterie (dopo avere venduto la Marelli ai Giapponesi).

La Croazia presiede quest’anno l’Unione e la Conferenza sul Futuro dell’Europa, insieme ad altri commissari slavi. Nel Mediterraneo, ci sono delle altre potenze non indifferenti, come l’Egitto e Israele, e vi si stanno affacciando prepotentemente la Russia, l’ Iran e le monarchie del Golfo. Che cosa vogliamo fare: andare nuovamente a governare quei Paesi? Affrontare i loro eserciti? A me sembra che siano piuttosto quei Paesi ad avere oggi un ruolo propositivo ed attivo nella politica internazionale, tale da influenzare l’Italia e l’intera Unione Europea, divenuti soggetti passivi della storia.

D’altronde, quando, proprio sulla Libia, abbiamo accettato le sirene di quel mondo anglosassone verso cui spinge Galli della Loggia, abbiamo combinato il più incredibile pasticcio mai visto in politica internazionale: regalare agli alleati un’egemonia sul Paese, appena pesantemente pagata a Gheddafi; violato vergognosamente un patto di non aggressione appena sottoscritto; partecipato al linciaggio del capo di Stato con cui avevamo appena firmato un trattato di riappacificazione-un crimine di guerra contro cui non si è levato nessun difensore dei diritti umani-; infine, scatenato la guerra civile libica e quell’incredibile fenomeno che è la corsa dei migranti verso i campi di concentramento libici e i barconi della morte. Per poi passare il tempo a strapparci le vesti per l’inspiegabile flusso di migranti.

Qui, più ancora che altrove  altrove, la visione ottocentesca della missione degli Stati Europei si rivela totalmente obsoleta, perché quelle “missioni” si riducevano a collaborare all’ implementazione di una Teoria dello Sviluppo totalmente irrealistica, che in realtà, ci ha portato fin sulle soglie della “Fine della Storia”(dove ormai ”la nostra casa brucia”) e, comunque, all’irrilevanza dell’ Europa e al suo appiattimento sugli Stati Uniti (la “Dialettica dell’ Illuminismo”). La vera missione che resta, all’ Italia e all’Europa (e, se vogliamo, anche al Mediterraneo), è veramente globale e universale: quella del contrasto “à tous les azimuth” alla Società delle Macchine Intelligenti, secondo le idee espresse, per esempio, del filosofo e politico tedesco Nida-Ruemelin. Di questa missione, il “Green New Deal” deve  costituire solo uno dei componenti, e neanche il più essenziale, perché, come affermato nell’ enciclica “Laudato sì”, un ambientalismo puramente tecnicistico e “quantitativo” costituirebbe solo un’operazione di marketing per l’industria verde e per la Società dell’ 1%, e, aggiungiamo noi, una cura omeopatica, volta a fare sopravvivere l’attuale  barcollante tecnocrazia fino alla vittoria del  post-umanismo.

In sostanza, dell’eredità romantica, è il momento di abbandonare  le posizioni di Fichte e Herder (missione delle nazioni) e Fiodorov (salvezza dell’ uomo attraverso la scienza), per adottare quelle, critiche della Modernità, di Kierkegaard, di Baudelaire, di Carlyle….

Questa nuova missione dell’Europa (e delle sue Nazioni e Regioni), si sposa, com’è normale che sia, con l’interesse “particulare” dell’Italia e dell’Europa, perché da sempre chi si pone come promotore di un interesse collettivo se ne ripropone un ruolo di leadership, che si spera anche adeguatamente compensato. Orbene, l’”interesse” dell’Italia e dell’ Europa è, da sempre, prima di tutto culturale e teologico:il ritorno alla  la “paideia” classica; all’”askesis” cristiana; all’Umanesimo italiano…: valori nella cui realizzazione noi eccelliamo. Sullo sfondo, si delinea un’alleanza fra le antiche civiltà “assiali”(mediterranea, indica, sinica….precolombiana?), sotto l’egida della “Nuova Via della Seta”. Un mondo tecnologico, ma dominato dalla cultura, graviterebbe innanzitutto su Roma, Firenze, Venezia, ma poi anche Atene, Parigi, Berlino, San Pietroburgo, Gerusalemme, Istanbul, e, infine, Hanzhou e Xi’an.

Nei fatti, quell’unione geopolitica e militare degli Europei, che non si era mai potuta realizzare con la forza, sarà fatta ben presto dalla cultura e dalla politica sotto l’urgenza dello stato di necessità, quando la crescente irrilevanza dell’Europa come continente ci avrà portati a un trend costantemente negativo nel PIL, alla perdita delle libertà collettiva e individuali, e sulla soglia della sparizione, sotto l’influenza della crisi economica e della disoccupazione digitale. Quando ci accorgeremo di essere oramai tutti taglieggiati, disoccupati, spiati e ricattati, e la guerriglia si sposterà dal Medio Oriente in Europa, allora capiremo che dobbiamo difenderci, e invocheremo finalmente un Esercito Europeo che lo faccia nel nome dell’Identità Europea. Speriamo che non sia troppo tardi.

  1. L’esercito europeo contro l’“Impero dei Robot”

Fabbrini, rispondendo a Galli della Loggia e tentando -finalmente- di spiegare che viviamo in una siffatta situazione pre-bellica, cita Colby e Mitchell di Foreign Affairs, che scrivono che ”con Trump gli USA hanno finalmente capito di essere entrati in una nuova epoca storica , quella della competizione tra le Grandi Potenze (nel loro caso, con la Cina in particolare). In questa epoca contano i rapporti di forza tra quelle potenze (che possono rendere necessari conflitti militari improvvisi oppure guerre prolungate), non già il rispetto di convenzioni multilaterali.”

Dobbiamo capirlo anche noi Europei.

Tra l’altro, poi, questo trend tende ad acuirsi ulteriormente, giacché il concentrarsi dei processi decisionali nell’ “Hair Trigger Alert”, nei social networks e nei programmi predittivi, nelle imprese digitali e nella cybersecurity, comporterà una continua riduzione a livello mondiale del numero dei centri direzionali, che tenderanno sempre più a unificarsi e a spersonalizzarsi, fino a che, con la guerra totale e con la migrazione verso lo Spazio, sopravviveranno solo più gli “agenti autonomi”(leggi automi), che tenderanno a sostituirsi, non solo all’ Uomo, ma perfino alla Natura. Questo è il programma da sempre ufficialmente sostenuto da Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google. E, come scrive sul suo blog  Logan Streondj , il numero di robot supererà quello degli umani in un lasso di tempo che va dai  24 ai  39 anni, il che implicherà un conflitto fra le due categorie di esseri.

Un ”umanesimo digitale”, quale  sostenuto, per esempio, da Nida-Ruemelin, potrebbe ovviare a questa tendenza, non già arrestarla. Occorrerebbe invece una pratica filosofica e pedagogica olistica, capace di forgiare un’Umanità “Enhanced”, atta a dominare con lo spirito le macchine intelligenti. Nell’ambito di questo dominio si dovranno ovviamente concepire nuove forme di partecipazione umana, compatibili, in una prima fase, con la situazione altamente conflittuale che si sta preparando, e, in una seconda, con la liberazione di enormi energie sociali non più disciplinate dalle esigenze della produzione e dalle Grandi Narrazioni ad essa collegate. In questo senso dovrebbe esplicarsi la pretesa (fino ad oggi abusiva) dell’Europa, di costituire “un punto di riferimento per il mondo intero”(che anima l’ideologia dell’ Unione Europea ed è stata citata dal Papa nei suoi discorsi a Strasburgo).

In questo contesto, poi, l’Italia, che (contrariamente alla Savoia e al Regno di Sardegna) non è mai stata particolarmente efficiente come “macchina da guerra” (pensiamo a Lissa, a Caporetto, alle campagne di Grecia o di Russia), in un gioco di giganti digitali sarebbe semplicemente spazzata via. Per questo essa ha bisogno, più di molti altri Stati, di uno scudo europeo. Tale non è, come dimostrato nel precedente post, quello americano, data la completa obsolescenza tecnica dell’art. 5 del Trattato Atlantico. Ci dovrebbe essere una qualche forma di ripartizione di compiti, a cui l’Italia potrebbe contribuire con le proprie competenze di politica culturale e di tecnologie spaziali e navali, mentre altri dovrebbero mettere quelle digitali, di intelligence, strategiche…

Fabbrini suggerisce a questo punto, molto opportunamente, che l’Italia avanzi “una proposta di politica estera e militare sovranazionale, distinta da quella nazionale, che va preservata e razionalizzata”. Proposta molto appropriata, tenendo conto che l’Italia (come la maggior parte degli Stati membri) non si occupa attualmente di intelligence internazionale, di armi nucleari e spaziali, di gestione del web, di missili ipersonici militari, di regolamentazione internazionale del web, di corpi di pronto intervento internazionale, di guerra elettronica ed economica, di diplomazia culturale, e che, quindi, tutti questi compiti nuovi, che sono i più urgenti, non richiederebbero, da parte sua, nessuna “cessione di sovranità”, bensì la creazione “ex nihilo” di una Nuova Sovranità Europea.

Tuttavia, questa proposta finirebbe per cadere nel dimenticatoio, in quanto inutile,  come tutte le altre che l’hanno preceduta se:

a)non fosse inserita nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa che sta per cominciare;

b)continuasse ad essere concepita come un succedaneo della CED, cioè come un raggruppamento di divisioni di fanteria europee sotto l’egida dell’esercito tecnologico americano, e finalizzato a puntellare qua e là la strategia di controllo del mondo da parte dell’ Apparato Informatico-Militare occidentale.

Per poter esistere, una vera Politica Estera e di Difesa dell’Europa dovrà costituire invece una forza nuova e originale del XXI° Secolo, e ciò non potrà avvenire se non al servizio dell’Umanesimo Digitale, non già a favore della diffusione universale dello “Sviluppo” tecnocratico. Si tratterebbe di un’inversione di rotta di 180° : le “minacce strategiche” ch’esso sarebbe chiamato a fronteggiare non sarebbero più, né quelle delle grandi potenze eurasiatiche, né quella del terrorismo internazionale, bensì quella della Società del Controllo Totale (il “Robottu Okoku”, l’ “Impero dei Robot” dei manga giapponesi, quello contro cui si scagliano da sempre i Supereroi delle fanzine):una società  che dovrà essere analizzata, regolamentata, controllata, smantellata e sostituita con un nuovo sistema mondiale di interfacciamento uomo-macchina, di cui l’Europa potrà mettersi a capo se disporrà anch’essa di un suo presentabile esercito tecnologico, da spendere al tavolo delle trattative internazionali. Tra l’altro, nessuna politica globale (a cominciare, come non si stanca di ripetere Rifkin, da quella ambientale) è possibile senza il completo dominio sulle tecnologie digitali, che l’ Europa dovrà procurarsi subito a qualunque costo.

Questa, del controllo internazionale sulle nuove tecnologie, non è certo una trattativa semplice (come hanno dimostrato ancora il Cop25), al punto che prima o poi sarà necessario un momento di discontinuità. Nessun imperativo eroico poterebbe essere condiviso più di questo da una generazione, come quella degli Anni ‘70 e ‘80, che è stata svezzata con i film di Mazinga.

“QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI INCOMINCIANO A GIOCARE” (CESARE ROMITI)

I commenti, da parte di quasi tutti gli osservatori, sulla strage di dignitari iraniani e iracheni, compiuta, per ordine di Trump, all’aeroporto di Baghdad, come del resto quelli sull’evoluzione della crisi libica e sull’ accordo USA-Cina sui dazi, sono stati in genere orientati a considerare che, da un lato, questi eventi confermano l’improrogabilità di una Politica Estera e di Difesa Comune dell’Europa, e dall’altro, è difficile immaginare come l’Europa stessa possa compiere in tempo utile questo, per altro indispensabile, salto di qualità.

Coloro  che lamentano l’”irrilevanza dell’ Europa” evidenziata da questi eventi dovrebbero ricordare che il problema è tutt’altro che nuovo, poiché una politica estera e di difesa dell’Europa, con tanto di esercito comune e di spartizione dell’Impero Ottomano,  era stata in discussione, fra le monarchie europee, praticamente da 1000 anni, dai tempi dei progetti di crociata di Pietro l’Eremita (concilio di Clermont), di Dubois (consigliere del Re di Francia), Podiebrad (re di Boemia) e Sully (ministro di Enrico IV di Francia), ma non si era mai potuta concretizzare per il semplice fatto che, quando sono in gioco la vita e la morte, nessuno obbedisce spontaneamente ad altri, e ci vuole quindi un comando unico – cosa che l’Europa,  a partire dalla dissoluzione dell’ Impero d’Occidente (se non dalla Tetrarchia), non è mai più riuscita a mettere in campo, se non in momenti ben delimitati, come ai tempi di Goffredo di Buglione, o di Sobieski e del Principe Eugenio. Di qui gravi sconfitte come la Battaglia di Varna e la Presa di Costantinopoli. Coloro che hanno preteso d’imporre con la forza un comando unico degli Europei si sono sempre infranti contro lo scoglio insormontabile della Russia, la quale, a sua volta, pur potendolo, come ai tempi di Alessandro I e di Stalin, non ha mai optato per un’aperta egemonia. Neppure l’esistenza di strutture apparentemente unitarie, come il Sacro Romano Impero e la Chiesa Cattolica, non mai potuto nascondere questo profondo frazionismo, superato, ma solo dal punto di vista concettuale, dal mito (tutt’ora vivo) della “Translatio Imperii”( Macedoni, Romani, Germani, Spagnoli, Francesi, Inglesi, Russi, Americani…).

Il fatto che i Ministeri della Pubblica Istruzione abbiano bandito dai programmi scolastici questi così importanti precedenti dimostra una buona dose di falsa coscienza.

  1. Urge una “rettifica dei nomi”

Oggi, nella pubblicistica corrente, si sta facendo, della ”governance” europea,  una questione di “democrazia” o meno, ma impropriamente, perché, in tempo di guerra,come siamo oggi, la distinzione fra democrazie e “autocrazie” tende automaticamente a svanire, perché ovunque vige lo “stato di eccezione”, vale a dire la militarizzazione della società, come andiamo qui di seguito a dimostrare. Dopo la caduta del Muro di Berlino, stiamo vivendo la “Guerra Mondiale a Pezzi”(per dirla con il Papa), o la “Guerra Senza Limiti” (per dirla con gli ufficiali cinesi), vale a dire una guerra di posizione fra grandi e medie potenze, con la corsa agli armamenti, l’infiltrazione ideologica, la guerra economica, le “fake news”, il dispieganento strategico di forze armate e armi, la censura, la propaganda di guerra, ecc… Questa è la ragione di fondo del successo delle cosiddette “democrazie illiberali”. L’America e l’Inghilterra ai tempi di Roosevelt, Truman e Churchill – che avevano certo poteri non meno dittatoriali di quelli di Trump, Putin o Erdogan, perché erano i capi supremi dell’esercito, così come lo sono Trump per l’Afghanistan e l’ Irak, Putin per l’Ossetia,  il Donbass e la Siria, Erdogan per il Kurdistan- erano “democrazie illiberali” ante litteram. Il capo del Governo deve avere pieni poteri, per colpire tempestivamente il nemico. Noi non sentiamo quest’esigenza perché intanto obbediamo al Comandante in Capo di un altro Stato, che, proprio perché più lontano meno visibile, non suscita tanta animosità quanta ne susciterebbe uno nostrano.

Oltre tutto, vi è una totale mancanza di precisione nell’uso di terminologie riprese di peso dal dibattito americano, violentando la classica semantica europea. Le “democrazie illiberali” inventate da Fareed Zakaria sono così diventate così sinonimo di “totalitarismo”, mentre invece erano destinate ad indicare una cosa molto diversa. Il “totalitarismo”, termine  coniato da Calamandrei e da Mussolini, stava a indicare l’ideale sansimoniano di una “nuova società organica” fondata sul progresso e l’”identità fra i governati e i governanti”, mentre il termine “democrazia illiberale” stava a  indicare per Zakaria quei sistemi politici (soprattutto asiatici, come  India, Pakistan, Singapore o Filippine), organizzati secondo i canoni formali della democrazia rappresentativa occidentale (la “democracy” all’americana), ma che non perseguono una politica sostanziale “liberal”, cioè di sinistra (cioè egualitaria). In Europa, invece, i classici partiti “liberali” (per esempio, il PLI, l’FPOE) erano elitari, e quindi agli antipodi dei “democratici” egualitari (p.es., il Partito Radicale). Mi ricordo ancora di un volantino del PLI, ai tempi di Filippo Burzio, che, tocquevillianamente, ammoniva i Torinesi contro i pericoli della democrazia. “Totalitario” per eccellenza era il sistema sovietico, che organizzava ogni cosa dall’interno del binomio Stato-Partito, mentre invece il termine “democrazia illiberale” è stato fatto proprio da Viktor Orbàn per designare una ben diversa politica nazional-religiosa e moderatamente autoritaria (quale per altro tradizionalmente già perseguivano i partiti liberali europei, fa cui anche l’originaria FIDESZ di Orban, tutt’altro che “totalitaria”-anzi, “liberàlis és radikàlis”-, e che si riallacciava semmai al “liberalismo aristocratico” di Déak e alla fase della Reggenza di Horthy). Al sistema totalitario sovietico (o anche nazista) assomiglia molto di più l’attuale Europa “liberal”, dove partiti e società civile tutti eguali e addomesticati dai GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple), quando non finanziati direttamente dall’ AT&T o da Soros, ripetono ossessivamente slogan orwelliani in totale antitesi con la realtà effettuale da essi stessi sostenuta se non provocata (“privacy”, “sovranità”, “cittadinanza attiva”, “empowerment”, “crescita”…).

Forse l’espressione “democrazia illiberale” si può applicare pienamente solo ai  “populisti” o “sovranisti” italiani, che sono semplicemente gli estremi cantori del mito della democrazia assoluta, dove “identità” significa, come scriveva Rousseau,  “identità fra governanti e governati”, e quindi egemonia dell’incultura generalizzata.

 

2.Onnipresenza del rischio bellico

Quanto sopra vale soprattutto in una situazione, come quella attuale, in cui si può provocare una guerra mondiale mentre si gioca in un campo da golf, oppure per l’errore di un’antiaerea, e quindi, come dimostrano i recenti casi iraniani, è pericoloso disseminare troppo il potere di sparare. E ciò soprattutto grazie all’informatica, che rende la guerra molto simile a un delicatissimo videogioco.

Orbene, se  è vero che, senza un comando unico, non si può fare altro che perdere su tutti i fronti, come l’ Europa sta continuando a perdere, da almeno trent’anni, questa guerra non dichiarata che l’avvolge, dal Donbass  alla Libia, è altrettanto vero che non si può confidare a un comando unico la conduzione della pace e della guerra se non si ha una straordinaria fiducia nel comandante (e/o dell’organizzazione che sta alle sue spalle, con la sua storia, la sua cultura e la sua umanità).

Se i “teorici del sospetto” hanno sostenuto che le “culture nazionali” sono state inventate per rendere tollerabile ai cittadini-soldati un’obbedienza suprema che giunge fino al sacrificio della vita, orbene, il “patriottismo europeo”, da tanti invocato, dovrebbe servire proprio a garantire quella fiducia nei confronti di un futuro comando europeo unitario (come quello ipotizzato a suo tempo per la CED). Eppure, sono 1000 anni che non ci si riesce. Non già perché, come si dice, gli Europei siano troppo diversi gli uni dagli altri per avere un patriottismo comune (anche negli altri Continenti i  vari popoli lo sono), bensì perchè sono sempre stati troppo divisi circa gli obiettivi ultimi della loro convivenza sociale, e, quindi, anche della loro difesa: chi, come i Gesuiti, voleva la monarchia universale del Papa; chi creare un “colonialismo” delle  varie monarchie europee; chi fare, dell’ America, il “santuario” del cattolicesimo, chi del puritanesimo; chi combattere a fianco della Germania, chi dell’ America, chi della Russia; chi voleva un’ Europa anarchica, chi monarchica; chi creare uno “Stato nazionale del lavoro”, chi restaurare la società tradizionale di marca agricola; chi instaurare una collaborazione fra industriali e lavoratori, chi una solidarietà  mondiale di classe…

Fortunatamente, il passaggio dalla cultura della modernità a quella della post-modernità permetterebbe di acquisire, superando quelle contraddizioni, un’inedita unità d’intenti intorno ai pochi, ma chiari, problemi dell’oggi.

 

3.Il Patriottismo Europeo nell’ Era delle Macchine Intelligenti

Nella situazione attuale, infatti, quelle antiche ambizioni degli Europei non hanno più ragion d’essere, perché, perduta la centralità dell’Europa, sono oramai divenute tutte parimenti irrealizzabili. Oggi, invece, il problema comune a tutti  è quello delle macchine intelligenti, che disumanizzano l’uomo, governano al posto suo, eliminano il lavoro, ecc…Se gli Europei (o almeno una parte di essi) non comprendono finalmente cosa stanno facendoci le macchine intelligenti, e non si mettono d’accordo su come gestirle, è impossibile ch’essi possano avere anche una qualche idea sensata su come trattare con gli Stati Uniti e con la Cina, dove  è localizzata  la maggior parte di queste macchine, e neanche  che ci si possa mettere d’accordo su che cosa fare delle “nostre” poche macchine (siano  queste le nostre reti, dove si sta installando il 5G, oppure i nostri aerei e missili, che vengono impiegati in modo letale in Niger e in Ciad, in Libano, in Irak e in Afganistan, oppure le testate nucleari americane installate sui nostri aerei).

Invece di dedicarsi a questo urgentissimo compito, si disquisisce all’ infinito se sia meglio la democrazia liberale o quella illiberale, l’internazionalismo o il sovranismo, e non ci si accorge che tutti questi sono oramai concetti vuoti, che coprono soltanto la facciata della dominazione mondiale del complesso informatico-militare, nelle sue varie articolazioni. Dominati dalle macchine intelligenti da cui dipendiamo per ogni nostro bisogno, e che controllano ogni nostra pulsione, non siamo più, né liberi, né indipendenti, né sicuri, né benestanti, né politicamente autonomi. Basti vedere la diffusione di opposti, ma quanto simili, conformismi, le ingerenze sfacciate delle grandi potenze, le crisi economiche ininterrotte, le aspettative decrescenti, l’evanescenza della dialettica democratica…

Non se ne possono neppure incolpare soltanto  i nostri politici, che viaggiano come delle trottole da una capitale all’ altra rimanendo, con ciò, assolutamente irrilevanti, mentre, nel frattempo, l’America ha creato il più colossale sistema integrato di controllo automatizzato del pianeta, di spionaggio capillare mondiale, pubblico e privato, e di armi di distruzione di massa, e mentre la Cina e la Russia hanno “clonato” su scala minore questa macchina infernale, applicandola nei rispettivi territori, con semplici correttivi corrispondenti alle diverse realtà. L’Europa è al confine della “mega-macchina” dominata dal sistema americano, ma di tanto in tanto vi fanno apparizione anche brandelli di quelli russo e cinese.

In effetti, è tutta la società europea che non riesce ad avere una visione di se stessa nella nuova società tecnologica. Eppure, solo una siffatta visione dell’Europa, non già un “patriottismo costituzionale” impossibile se non c’è una Costituzione Europea, potrebbe costituire la base della dedizione degli Europei all’ Europa, e quindi, tra l’altro, anche di una cultura europea di difesa e di un comando militare unico.

4.La “Guerra Mondiale a Pezzi”

Intanto, tutt’ intorno all’Europa, dalla Prussia Orientale alla Moldova, dalla Bosnia alla Libia, le potenze mondiali, grandi e piccole, conducono un’ininterrotta “guerra mondiale a pezzi ” per spartirsi i territori. In vista di che cosa? Forse di una guerra mondiale generalizzata, che, come si è visto ogni giorno a partire dalla Crisi di Cuba e dalla notte del 1983 del Tenente Colonnello Petrov, potrebbe partire in qualunque momento, scatenata, oggi più che mai, dalle “macchine intelligenti”, come avrebbe fatto, impazzito, il sistema sovietico “OKO”, se Petrov non lo avesse disattivato per tempo, come il computer HAL del film “Odissea nello spazio”.

Del resto, con la sequenza dell’uccisione di Soleimani, della risposta iraniana e dell’abbattimento dell’aereo ucraino, abbiamo sfiorato nuovamente lo scatenamento accidentale dello “hair trigger alert”. Il missile iraniano è partito perché l’ufficiale di guardia ha applicato alla lettera, al contrario di Petrov, il regolamento militare, che gl’imponeva di non fermare la risposta automatica del sistema a meno di ottenere un’autorizzazione telefonica dal superiore.

Credo si possa dire che l’Europa sia stata, e resti, impreparata a questa, assolutamente realistica, emergenza, fino dalla II guerra mondiale, quando, come chiarito inequivocabilmente da Stalin a Togliatti, Nenni e Djilas, le Grandi Potenze avevano tolto questa possibilità di decisione ai loro “satelliti”. Soprattutto perché non si confrontano mai, come invece si dovrebbe, le strutture militari degli Stati Europei (ma anche della NATO), con le prassi effettive della “guerra al tempo delle macchine intelligenti”).

 

 

5.Il mito dell’Articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico

Innanzitutto, si è ripetuto fino alla nausea che, tanto, alla difesa dell’Europa ci pensano gli Stati Uniti, sicché gli Europei risulterebbero comunque protetti, senza bisogno di compiere particolari sforzi. A mio avviso, quest’ affermazione non è mai stata vera, come finalmente il comportamento di Trump sta dimostrando platealmente, togliendo a tutti le loro residue illusioni (e/o pretesti).

Il primo compito di una vera Politica Estera e di Difesa Comune sarebbe quello di prendere atto di questa realtà e di escogitare una strategia rimediale.

Non c’è dunque, nell’ alleanza occidentale, nessun meccanismo, né tecnico, né giuridico, né di fatto, atto a tutelare gl’interessi europei (in primis, quello alla sopravvivenza fisica). Intanto, già Truman, con una brutalità pari a quella di Stalin, aveva chiarito, in una riunione dei leaders della neonata alleanza, tenuta deliberatamente segreta, che, nel caso di occupazione del territorio di un alleato da parte delle truppe sovietiche, l’alleato in questione sarebbe stato soggetto a un bombardamento atomico, da parte degli USA, uccidendo contemporaneamente le truppe occupanti e i civili del Paese occupato. Per esempio, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista di avere partecipato a un’esercitazione che simulava il bombardamento atomico del Friuli da parte delle truppe occidentali (con 600.000 morti).

In secondo luogo, l’applicazione dell’art. 5 non è automatica, essendo gli Stati Uniti liberi di applicarlo o non applicarlo secondo i propri interessi, come ha fatto molto chiaramente capire Trump, anche perché lo Stato membro un attacco potrebbe esserselo “meritato”, attaccando a sua volta uno Stato terzo (vedi guerra greco-turca, Kurdistan, uccisione di Soleimani).

Inoltre, nel caso di guerra atomica totale, non ci sarebbero  i tempi  materiali per concertare fra gli alleati, né un attacco, né una difesa (dato che tutto si risolve in mezz’ora), sicché chi deciderebbe sarebbe unicamente il complesso informatico-digitale americano, attraverso gli algoritmi segreti del loro “Hair Trigger Alert” (l’equivalente americano di “OKO”), che non permetterebbero neppure il coinvolgimento del Presidente (per non dire degli alleati).

Invece, in un caso di attacco limitato, le prime basi a essere colpite sarebbero ovviamente quelle europee (e italiane) dove sono stazionate le testate nucleari americane. Questi Paesi verrebbero così automaticamente distrutti per primi, prima che la NATO potesse reagire (anche perché il sistema della “doppia chiave” rende impossibile rispondere a un attacco a sorpresa). Gli unici che potrebbero rispondere con i loro modesti missili sarebbero i Francesi: ben magra soddisfazione, perché, finiti i primi 200 missili, anche la Francia rimarrebbe indifesa.

Per tutti questi motivi, Trump ostenta la più grande indifferenza, tanto per la NATO, quanto per gli alleati, quanto, soprattutto, per l’ art. 5, che, a questo punto, è come se non esistesse, e anche per questo stesso motivo nessuno ha mai veramente contestato le decisioni dell’America sulla pace e della guerra.

Poi, anche culturalmente e psicologicamente, gli Europei sono stati educati dal dopoguerra al pacifismo e alla mitezza, in modo da impedire alla radice il sorgere di politiche assertive, mentre gli Americani sono stati educati a un’aggressività da “uomini superiori”, come facevano la Hitlerjugend e i Balilla. Basti penare all’opera di una serie di psicologi e sociologi ingaggiati nel dopoguerra dall’ esercito americano, come in Giappone Ruth Benedict e negli USA, Eric Erickson, un ebreo danese naturalizzato americano con il nome dello scopritore vichingo dell’America,  chiamato  a educare  i soldati americani alla durezza.

Infine, qualunque politica estera e di difesa europea, anche la più innocua, sarebbe evidentemente sempre in concorrenza con gli Stati Uniti. E oggi, con il ritorno delle “politiche d’influenza”, basta un nonnulla (una dichiarazione, un tweet), per segnare una differenza. Di conseguenza, quale capo di Stato europeo ha mai preso veramente le distanze da una qualche posizione essenziale per gl’”interessi strategici” americani? La loro “fedeltà alla linea” è ben superiore a quelle che furono di Gomulka o Ceausescu all’ interno del blocco sovietico. D’altronde, avrebbero forse tutti il tempo di rispondere con una trentina di tweet a quelli notturni di Trump?

Come conseguenza di tutto quanto precede, manca totalmente in Europa una cultura geopolitica che non sia quella americana, e, soprattutto, una cultura militare propria, adeguata alla “Guerra nell’ Era delle Macchine Intelligenti” (de Landa).

 

 

6.Le “democrazie illiberali”: figlie naturali degli errori dell’ Occidente

Nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino, non era affatto detto che il mondo si sarebbe avviato, come poi è avvenuto, verso la “Guerra Mondiale a Pezzi” e le “Democrazie Illiberali”.

La “Guerra Mondiale a Pezzi” ha i suoi precedenti nella destabilizzazione da parte degli USA dell’Afghanistan e nella guerra irano-irakena. Fu avviata da Bush padre con la trappola tesa all’Irak, facendogli balenare l’idea che, come indennizzo per l’enorme sacrificio della guerra con l’Iran, combattuta per procura dell’Occidente, avrebbe potuto riprendersi il Kuwait, considerato come una sua provincia. Le guerre della Slovenia, della Croazia e della Bosnia furono provocate da Germania e Vaticano, ansiose di assorbire le repubbliche ex-jugoslave nella UE e nella NATO, mentre, quella del Kossovo, dagli Stati Uniti, che da un lato avevano incoraggiato il nazionalismo  serbo, e, dall’ altro, quello kossovaro. La guerra dell’Afghanistan era stata scatenata con il pretesto di chiedere la consegna di Bin Laden (che per altro fu trovato invece in Pakistan), e la seconda guerra del Golfo con quello di distruggere le armi chimiche di Saddam (che non furono mai trovate). Le guerre di Cecenia, Ossetia, Libia, di Siria e Donbass furono provocate dall’invasione di elementi stranieri: europei, sunniti, georgiani e americani.

C’è da stupirsi se in questi 29 anni, in tutti i Paesi dell’area siano emerse leadership di tipo militare, che ben poco spazio possono obiettivamente lasciare al dissenso interno, se vogliono condurre con efficacia le loro guerre di difesa contro le aggressioni e ingerenze straniere?

 

a)Turchia e Russia

Addirittura, alla caduta del Muro di Berlino, ambedue i Paesi aspiravano ad entrare, in un modo o nell’ altro, a fare parte dell’Europa, accettandone apparentemente perfino istituzioni e ideologia. Infatti, esse sono, rispettivamente, la prima e la terza nazione d’Europa.

Per ciò che concerne la Turchia, essa aveva già percorso addirittura gran parte della strada verso l’ammissione:

-Il 14 aprile 1987, aveva presentato la propria candidatura per entrare nella CEE;

-Il 1º gennaio 1996, era entrata in vigore l’unione doganale;

-Il 10-11 dicembre 1999, il Consiglio Europeo, riunito a Helsinki, aveva ed accettato la Turchia come paese candidato;

-Il 6 ottobre 2004, la Commissione aveva suggerito al Consiglio  di dare inizio ai negoziati per l’ingresso della Turchia;

-Il 29 ottobre 2004, i membri del Consiglio UE avevano firmato a Roma il Trattato che promulgava una Costituzione europea, il cui progetto era stato approvato il precedente 18 giugno; Erdoğan aveva firmato in rappresentanza della Turchia;

-Il 17 dicembre 2004, il consiglio UE aveva concordato d’ iniziare i negoziati per l’adesione della Turchia a partire dal 3 ottobre 2005;

-Il 3 ottobre 2005, con le riserve di Austria e Cipro, si era dato inizio ai negoziati di adesione, condizionati al riconoscimento da parte turca della repubblica cipriota, all’abbandono dell’occupazione militare della parte settentrionale dell’isola e alla continuazione nel processo di riforme nel campo del diritto e delle libertà civili;

-Il 2 febbraio 2013,il ministro francese  Fabius aveva annunciato che la Francia aveva rimosso il veto sul capitolo 22 “Politica regionale/Coordinamento degli strumenti strutturali” e ne aveva approvato l’apertura;

-Il 10 giugno 2015, il Parlamento europeo ammetteva lo stallo di buona parte dei negoziati, in una risoluzione sul «Progress Report 2014» della Commissione per l’Allargamento. Le trattative per l’ingresso nell’Unione europea si sono praticamente – anche se non formalmente – arenate (in undici anni sono stati aperti solo 16 capitoli negoziali su 33, mentre uno soltanto è stato chiuso.

Dopo questi 20 anni di sforzi, nell’ agosto 2016, unità dell’esercito turco, sobillate dal predicatore islamista Guelen, che vive negli Stati Uniti, e aiutati da aerei militari americani levatisi dalla base NATO di Incirlik, avevano tentano un colpo di Stato contro Erdogan, colpo di Stato che non è mai stato condannato dai politici europei, che invece hanno condannato Erdogan per la successiva repressione. In seguito a un’eroica difesa da parte del popolo di Istanbul, sceso in piazza contro i golpisti, il governo legittimo aveva ripreso il controllo ed avviato una dura repressione dei militari e di altri funzionari, mentre, con un referendum, la Turchia si trasformava, da repubblica parlamentare, in repubblica presidenziale.

Per parte sua, la Russia di Gorbaciov aveva attivamente provocato la caduta del muro di Berlino, sabotando i regimi comunisti ortodossi della Germania Est e della Romania, e dando il proprio consenso, contro il parere dei Francesi e degl’Inglesi, alla riunificazione tedesca. Gorbaciov, con la sua idea della “Casa Comune Europea”, apriva così un discorso sull’ingresso della Russia in Europa, che Jelcin e Putin avrebbero continuato. Jelcin aveva cercato di perorare la causa dell’adesione della Russia all’ Unione Europea, ma, nella sua visita a Strasburgo, gli era stato addirittura impedito di parlare al Parlamento Europeo.

Così Putin, che, all’ inizio del suo mandato, aveva esaltato l’Unione Europea e si era proposto quale successore di Kohl, dinanzi alle resistenze di Prodi,che non voleva permettere l’accesso della Russia alle istituzioni europee. In seguito all’attacco georgiano ai caschi blu in Ossezia e Abkhasia, alla presenza nella rivolta di Piazza Maidan, di diplomatici americani, alle sanzioni per la Crimea, la Russia ha gradualmente indurito le sue posizioni, prima verso l’ Occidente in generale, poi anche contro l’Unione Europea, facendosi continuatore di una critica culturale anticipata a suo tempo da Dostojevskij, Soloviov e Blok: l’Europa Occidentale si allontana dagli antichi valori europei, custoditi dall’ “arca Russa”, che un giorno interverrà in soccorso degli Europei stessi, travolti dalla Modernità.

Inoltre, la Russia ha creato la propria Unione Eurasiatica, speculare all’ Unione Europea, e ha intrapreso grandiosi scambi commerciali con la Cina, che la mettono al riparo dalle sanzioni occidentali.

 

 

 

b)Libia

Infine, la Libia, balcone dei popoli del deserto sul Mediterraneo, Paese petrolifero e patria del Colonnello Gheddafi, aveva appena appianato, nel 2011, gli strascichi del colonialismo, con clausole riguardanti finanza, commerci, controllo dell’immigrazione e soprattutto patto di non aggressione, quando una coalizione anglo-franco-americana appoggiata dall’ ONU aveva imposto all’ Italia di concedere, in violazione del patto, le proprie basi per bombardare la Libia, sostenendo i ribelli anti-Gheddafi e trucidando quest’ultimo. Oggi, dopo 9 anni, la guerra civile è ancora in corso fra l’esercito di Haftar, con base in Cirenaica e l’appoggio russo, e quello di Sarraj, con base a Tripoli e l’appoggio turco. Nel frattempo, la Libia in guerra è rimasta paradossalmente il luogo d’imbarco preferito dei clandestini diretti in Italia, e Tripoli, conquistata con grande retorica dagli Italiani nel 1911, è tornata oggi alla Turchia con lo sbarco del contingente turco. Con grande smacco di Italiani e Europei occidentali, che erano venuti 9 anni fa a portare a Tripoli con le bombe la libertà e la democrazia. La loro attuale rabbia dimostra non tanto e soltanto che Italiani (ed Europei) sono “invertebrati”, come ha scritto su “La Verità” Marcello Veneziani, bensì soprattutto che, lungi dall’essere animati, come affermano, da lodevoli sentimenti pacifisti, in realtà sarebbero ben lieti di tornare a svolgere l’originario ruolo colonialistico, ma sono impossibilitati a farlo  dalla totale trasformazione del mondo, e sono ridotti ad accusare Russia e Turchia (anche loro due ex potenze coloniali europee, le uniche che siano sopravvissute) di riuscire a fare quello che essi vorrebbero fare, ma hanno dimostrato di non saper fare.

Manifesto di propaganda che celebra la conquista di Tripoli da parte delle forze italiane

  1. Un’accademia digitale e un’accademia militare europea.

I cittadini debbono avere una qualche nozione degli argomenti su cui sono chiamati a votare, le Autorità debbono sapere molto bene di che cosa stanno discutendo, e, in particolare, le Autorità militari debbono avere uno straordinario senso etico, per assumersi responsabilità come quella assuntasi a suo tempo dal Tenente Colonnello Petrov, e non provocare disastri come ha fatto la contraerea di Teheran.

Queste consapevolezze oggi non esistono, almeno in Europa, dove non è chiaro a nessuno a che cosa servano, né la NATO, né le forze nazionali, e dove i vertici militari, cresciuti fra l’America e delle beghe politiche nazionali, non hanno, né una generale cultura storica, filosofica e scientifica, né una visione aggiornata delle poste in gioco nella guerra all’epoca delle macchine intelligenti. Non possiamo fare una politica estera e di difesa perché non abbiamo, né obiettivi, né criteri d’azione, precisi.

Per questo, in controtendenza rispetto al “mainstream”, ritengo sia assolutamente prioritaria l’immediata creazione di un centro unitario europeo di ricerca e di formazione, da un lato, sul mondo digitale, inteso come un ecosistema olistico, comprendente teologia e business, filosofia ed economia, strategia e società, politica e cultura, e, dall’ altro, sulle nuove esigenze della difesa, che comprendono non soltanto quella contro eserciti o organizzazioni ostili, ma anche quella di difesa contro agenti autonomi (big data, intelligenze artificiali, computer, automi, androidi, droni, nanomacchine), governati o meno da esseri umani.

Questo centro dovrebbe occuparsi della concezione della guerra nelle diverse tradizioni culturali, delle relazioni fra informatica ed economia mondiale, della filosofia del digitale, dell’importanza geopolitica della cultura, della cibernetica, dei grandi sistemi digitali, della neurobiologia, dell’ingegneria genetica…

Solo dopo una siffatta opera di formazione sui due fronti, i vertici degli Stati e dell’Unione saranno in grado di decidere sui grandi temi di oggi, come l’interfacciamento uomo-macchina, gli andamenti demografici mondiali, i conflitti fra le grandi potenze, l’esaurimento delle risorse del pianeta, le identità subcontinentali e il ruolo dei diversi ceti sociali di fronte alla società automatizzata. Solo così i vertici del costituendo Esercito Europeo sarebbero in grado di preparare l’Europa alla difesa contro gli attacchi del futuro. E solo così potremo avere un vertice europeo, comunque configurato, all’ altezza, non solo d’interfacciarsi senza complessi con Trump e Xi Jinping, con Putin, Erdogan e Khamenei, bensì anche con i guru dell’informatica che, attraverso le GAFA, stanno assumendo il reale controllo del mondo.

Ovviamente, saranno necessarie altre infinite riforme della governance dell’Europa, della sua economia, dei suoi eserciti, ma queste non saranno mai attuate se i vertici di tutte le istituzioni continueranno a ragionare secondo i paradigmi del XX, se non addirittura del XIX o del XVIII!

Il centro di studi sul digitale e l’accademia militare europea dovrebbero essere collegati con un’intelligence europea, che dovrebbe costituire la prima unità del futuro Esercito Europeo. Se, infatti, la Guerra al Tempo delle Macchine Intelligenti  coincide con l’arte della guerra cinese (Sunzu, Mozi), vale a dire quella basata sulla riflessione, gli stratagemmi e la programmazione, allora la parte più preziosa sarà l’Intelligence, intorno alla quale sarà possibile costituire uno Stato Maggiore, un Ente di ricerca per il Duale (come il DARPA), una sede di basi segrete per i Big Data, e unità di cyberguerra e di guerra spaziale, all’ altezza di quelli americani e cinesi. Solo allora si potrà pensare di mettere insieme anche le armi speciali, mentre le forze convenzionali, le milizie territoriali, le forze di sicurezza, potrebbero rimanere anche indefinitamente, nazionali (o regionali). Un discorso a parte meriterebbe la difesa nucleare, fonte d’indubbi problemi, ma che, nella guerra attuale, potrebbe essere perfino superata dai missili ipersonici e dai droni.

Tutto ciò presuppone però che gli Europei si facciano “reinstallare il cervello” che, come scrive Alexander Rahr, è stato loro asportato.

 

 

 

 

 

 

 

 

RINASCIMENTO EUROPEO E DESTRA

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L’associazione culturale “Rinascimento Europeo”  ha promosso molto opportunamente, per il 21 gennaioalle 18  , presso l’Hotel Golden Palace a Torino    (cfr. infra) un interessante dibattito sulle “anime della destra”. Premesso che non credo che i termini “destra” e “sinistra” siano di molto aiuto nell’affrontare i problemi del XXI secolo, dato che non esistono più i suoi refernti storici,- né lo Stato “nazionale”, né quello del Leviatano, né una vera “società civile” degna di essere conservata-, tuttavia, constato che, presa in senso “metastorico” e “metapolitico”, questa distinzione possa avere un senso permanente. Affermava ad esempio Mao Tze Tung che Destra e Sinistra esisteranno sempre, rivelando così il suo sostanziale Taoismo (lo Yin contro lo Yang), in contrasto con le idee, occidentale, di “Fine della Storia”,e confuciana, di “Datong”.

Nell’ affermare l’eternità dello Yang e dello Ying, Mao si qualificava dunque sostanzialmente come un conservatore,o addirittura come un “perennialista”, mettendo implicitamente in evidenza che il ruolo dei conservatori è quello di preservare le contraddizioni che vivificano la realtà (Máodùn=),contro coloro che le vorrebbero abolirle: in termini occidentali,  il “Katèchon” contro il chiliasmo (il messianesimo immanentistico tipico degli eretici, degl’integralisti e dei modernisti). Non per nulla, “maodun” dignifica “lancia-scudo”, come esemplificato da Hanfeizi  nell’aneddoto sulle lance invincibili che non possono attraversare scudi infrangibili. In questo senso, ha pienamente senso parlare di “destra” come “preservazione del mondo” contro i “fanatici dell’Apocalisse”.

 

  1. Il “Rinascimento Europeo” di Macron

Nella sua “lettera ai cittadini europei” alla vigilia delle elezioni, Emmanuel Macron aveva utilizzato l’espressione “Rinascimento Europeo”: ”Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma.È il momento del Rinascimento europeo.

Dal contesto della lettera, si capisce che “reinvenzione” significa ritrovamento di qualcosa che già c’era, cioè il “Rinascimento Europeo”. Ma già anche il “Rinascimento” era il ritrovamento di qualcosa di passato, vale a dire l’antichità classica, che, a sua volta, si presentava come un “Ritorno dell’Età dell’Oro” (pensiamo alla Teogonia di Esiodo: «un’aurea stirpe di uomini mortali», che «crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano»).

Quindi, una continua “Reformatio Imperii”, che, dalla più remota antichità, giunge al XXI Secolo. Non per nulla Macron viene dipinto con ambizioni napoleoniche.

Certo, siffatte citazioni storiche rischiano di rimanere puramente retoriche se non si incarnano nell’analisi puntuale dei fatti -quelli culturali confrontati seriamente con quelli antropologici e tecnologici-, e in una conseguente presa di posizione.

Coerentemente con quanto sopra, ho già esposto in passato il convincimento circa il  fatto che, visto nella luce della continuità con l’intera “Epoca Assiale”, una forma di conservatorismo “globale” e “umanistico”, contrapposto al Postumanesimo, abbia oggi una sua legittimità storica.

La Renovatio Imperii da parte degli Ottoni

2.Liberalismo e populismo

Qualche affinità ci sarebbe anche con il liberalismo inteso nel senso classico, “europeo”, di ideologia sviluppata dall’ aristocrazia per resistere all’ ascesa delle monarchie assolute, ideologia che è stata poi coniugata da Montesquieu come “monarchia limitata”, e da Tocqueville e Croce come “democrazia limitata”. Più difficile trovare punti di collegamento con il “liberalism” all’ americana, oggi prevalente, che altro non è se non la denominazione in inglese della “sinistra”, che perde di vista la questione urgente della la difesa della libertà contro il Complesso Informatico Militare, per dirottare invece l’attenzione su problemi reali, come i nuovi diritti e il clima, che però non richiedono quell’impegno totale che invece s’impone contro la “Singularity”.

In questa sua funzione di “arma di distrazione di massa”, il “liberalism” costituisce un alleato obiettivo delle Macchine Intelligenti nella loro lotta per l’egemonia sul mondo.

Ancor più difficile trovare collegamenti fra conservatorisno e  “Populismo”. Certamente, nella misura in cui il ribellismo medievale rivendicava, da un lato, il Cristianesimo delle origini, e, dall’ altro, le radici germaniche e slave dei popoli mitteleuropei, esso aveva anche un significato lato sensu conservatore, ma, a mano a mano che esso si è sposato con il chiliasmo delle eresie, e, poi, con il mito russoviano dell’identità fra governanti e governati, è divenuto obiettivamente un elemento di disordine, che ha poi preparato gli eccessi delle rivoluzioni e l’imbarbarimento della cultura. Oggi, il modo demenziale in cui predica un “Sovranismo” per ciascuno dei 26 staterelli europei, prostrandosi nel contempo apertamente a Trump e alle lobby americane, gli toglie gran parte della credibilità, rivelandolo come uno strumento del “divide et impera” americano.

Pertanto, il recupero, da parte di un conservatorismo rettamente inteso, dei valori metastorici di libertà e di sovranità, sarebbe possibile solo se portato sul piano appropriato: quello filosofico, o addirittura teologico.La Paideia

2.Il superamento della Società della Macchine Intelligenti con un Umanesimo Digitale europeo.

In sintesi: l’intera storia della cultura europea ci aveva portato, dalla nascita della “techne” fino alla “Singularity”, a postulare la realizzazione terrena delle promesse delle religioni. L’”eterogenesi dei fini” ci ha poi spinti  a rinchiuderci, in questo esercizio, nella weberiana “gabbia d’acciaio”, che soffoca la nostra umanità; la “trasfusione senza spargimento di sangue” delle nostre identità nel “Sistema Informatico-militare” ha innescato un processo (la “Singularity”) destinato a scatenare, in un primo momento, la superiorità delle macchine sull’ uomo, e, in un secondo, la cancellazione in un software indistinto dell’ intero mondo delle macchine intelligenti. Ne consegue che l’unica politica attiva che si possa oggi condurre è quella di difesa dell’umano contro il sopravvento della Singularity. Infatti, i fautori della Singularity coincidono con quelli del superamento della politica nella “post-histoire” tecnocratica, e sono, in realtà, dei figuranti della politica, che eseguono semplicemente gli ordini del complesso informatico-militare.

I politici veri di oggi non hanno altra scelta che quella di competere fra di loro nel determinare la strategia migliore per il contenimento delle Macchine Intelligenti. In questo consiste oggi la vera “Missione delle Nazioni”. Coerentemente con le loro specifiche “ identità”, le varie aree del mondo stanno affrontando questo problema, ciascuno a modo suo: l’ America, con i whistleblowers e i think tanks, la Cina creandosi un proprio ecosistema digitale nazionale, la Russia e l’ India aprendosi la possibilità di staccarsi dal world wide web in un caso di conflitto.

L’Europa, in questo come in tutti gli altri campi, ha costruito un enorme marchingegno giuridico, grazie al quale essa tenta di dimostrare di essere all’ avanguardia (“un punto di riferimento per il mondo intero”, come aveva detto il Papa a Strasburgo), ma, in realtà, non aggredendo mai con la dovuta energia le radici stesse del male (insegnando l’etica alle macchine anziché potenziare l’educazione degli umani; acquistando tecnologia in America anziché costruire la propria; applicando l’”antitrust” a effetti marginali, non già alla totale monopolizzazione del mercato; conciliando piccole sanzioni invece di esigere l’intera tassa evasa; approvando una pazzesca legislazione sulla “privacy” ma accettando che tutti i nostri dati siano immagazzinati in America e controllati dai servizi segreti americani…)

Il compito di un movimento veramente conservatore sarebbe quello di affrontare di petto la questione della conservazione dell’umano, almeno con i seguenti provvedimenti:

-un’accademia europea del digitale, che coniughi la formazione di una classe dirigente umanistica con lo studio e il controllo dell’Intelligenza Artificiale;

-un’Intelligence europea, che supporti il vertice europeo nella riforma tecnologica dell’ Europa;

un esercito europeo altamente tecnicizzato;

-un’Agenzia Europea del Digitale, che presieda alla R&S, alla programmazione, al finanziamento e alla realizzazione di un’industria digitale europea, e partecipi alle attività internazionali per la regolamentazione del digitale.

Queste rivendicazioni, che paiono marginali nel vasto panorama delle scelte politiche dei legislatori, in realtà potrebbero, e anzi dovrebbero, divenire il filo conduttore delle politiche costituzionali, sulla scuola, sui diritti civili, sulla ricerca scientifica, sul lavoro, sulla difesa, sull’economia, sulla finanza, sulla politica estera e di difesa…

Una “cultura di destra” che volesse essere tale e condizionare la politica – non importa se di destra, di sinistra o di centro-, non potrebbe ignorare l’esistenza di questa problematica che, a rigor di logica, le appartiene.

Un’associazione culturale che si denomina “Rinascimento europeo” non può ignorare, né la Lettera di Macron, né questa missione dell’Europa, che sembrerebbe avere in sé un appello specifico per ciò che resta della destra storica.

 

Allegato:

 

 

2020: CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Ursula von der Leyen

La Conferenza sul Futuro dell’Europa è una consultazione lanciata dalla nuova Commissione per raccogliere le idee degli Europei in vista dei gravi problemi irrisolti della Unione Europea.

Un’ iniziativa simile (la “Convenzione sull’ avvenire dell’ Europa”) era stata varata nel 2001 per preparare la prevista Costituzione Europea, approvata dai parlamenti, ma bocciata dagli elettori francesi e olandesi nel 2005, e, da allora, abbandonata. Essa era stata l’ultima di una serie di “conferenze sul futuro dell’ Europa”, a partire dal Concilio di Basilea- Ferrara-Firenze-, del 1431-1439, per passare alle Conferenze di Osnabrueck e Muenster, al Congresso di Vienna, ai congressi federalistici di Montreux e di Amsterdam…

La Conferenza lanciata ora è più vaga Convenzione che l’ha preceduta, in quanto non pretende di pervenire a una Costituzione, ma, anzi, vorrebbe giungere a realizzare molte iniziative senza neppure modificare, se possibile, i Trattati. Cosa a mio parere per altro tecnicamente possibile, anche se forse non auspicabile. Tuttavia, il  vero problema non è giuridico, bensì politico: qualunque sia la soluzione tecnica prescelta, se non si vuole che l’economia europea venga distrutta, che gli Europei si estinguano senza eredi e le Grandi Potenze facciano dell’ Europa il loro campo di battaglia come hanno fatto in Medio Oriente, la cultura, la società e la geopolitica dell’ Europa debbono cambiare rapidamente, lasciando spazio a una classe dirigente al contempo molto più europeista e molto più sovranista, capace di adottare politiche rigorose, e non demagogiche, in materia tecnologica, economica e di difesa.

Concordo con il giudizio negativo del Movimento Europeo circa  il “Non Paper” dei Governi francese e tedesco, che, come implica la sua stessa paradossale denominazione, non è sufficiente per impostare la Conferenza, anche perché quest’ultima, pur essendo più che mai necessaria, arriva appena in tempo, se non fuori del tempo massimo, in relazione alla tumultuosa evoluzione storica in corso (l’”Accelerazione della Storia”), dalla quale l’Europa è tagliata fuori, caratterizzata:

1)dall’affermarsi dell’Intelligenza Artificiale (-“AI”-, intesa in senso lato, dai Big Data ai robot, al web, alla società del controllo totale, al G5 e G6, ai computer quantici, all’ Industria 4.0 e 5.0, e alla cyberguerra). L’AI ha già svuotato di sostanza le istituzioni sociali classiche, dalle religioni agli Stati, dalla cultura agli eserciti, nel contesto delle quali era stata concepita l’integrazione europea, e informa di sé sempre più comportamenti, tanto pubblici quanto privati. Particolarmente svantaggiata risulta esserne l’Europa, la quale, non controllando, né i big data, né operatori rilevanti sul web, né una difesa digitale, si è vista esclusa dai principali flussi di conoscenza, di potere e di reddito della nuova era, compromettendo così la sua cultura, la sua libertà la sua economia;

2)dalla concorrenza fra, da un lato, il complesso informatico-militare occidentale, e, dall’ altro, quelli delle grandi potenze eurasiatiche (vedi casi ZTE, Huawei, Siria, Libia);

3)dalla transizione in corso negli Stati Uniti, dal neo-liberalismo internazionalista al protezionismo;

4)dalla conseguente stagnazione, in corso in particolare in Italia e in Germania.

  • Per questo, fra le priorità, porrei al primo posto “le implicazioni umane ed etiche dell’Intelligenza Artificiale” e “il ruolo dell’Unione Europea nel mondo globalizzato, vale a dire una vera politica estera e di difesa comune”, le quali influenzano pesantemente la comprensione di tutti gli altri temi.

Tenendo conto che gli effetti della Conferenza potranno incominciare a farsi sentire solo a partire dal 2022, buona parte degli eventi decisivi sui diversi fronti di cui sopra potrebbero già perfino essersi nel frattempo verificati, senza la possibilità di qualsivoglia reazione da parte dell’Europa, ridotta a soggetto passivo della storia. In ogni caso, la successiva legislatura 2024-2029 costituirà, come affermato nel primo hearing dalla commissaria Šuica,”l’ultima occasione per la politica”, vale a dire il termine ultimo per darsi finalmente un sistema culturale comune, un ecosistema digitale autonomo, una classe dirigente coerente, un esercito europeo e un compiuto diritto costituzionale (l’”Unione sempre più Stretta”), prima che, nel corso dei prossimi decenni, sopraggiungano crisi di portata inimmaginabile (il “Rischio Esistenziale”: per esempio, la III Guerra Mondiale, una catastrofe ecologica, il sopravvento delle Macchine Intelligenti ), tali da frustrare ogni progetto europeo (“Finis Europae”).

La Costituzione del 2005 fu bocciata dal referendum francese

1.La Conferenza come strumento di lotta

Occorre innanzitutto approfittare dell’eccezionale occasione offerta, all’europeismo, dall’ipotesi di rendere permanente la Conferenza, la quale diverrebbe così l’anello di congiunzione fra le Istituzioni e il mondo politico e sociale: un ruolo essenziale per formare la classe dirigente europea dei prossimi anni, capace di far compiere al nostro Continente quel “passo in avanti” verso l’“Unione sempre più stretta”, che è ormai improrogabile. Come affermato sempre dalla Commissaria Šuica, il dialogo con i cittadini dovrà essere veramente inclusivo, comprendendo tutti i segmenti della cittadinanza europea e della società civile, anche e soprattutto le voci anticonformistiche e dissenzienti, e (aggiungiamo noi) anche gli Europei che vivono fuori dell’Unione (come gl’Inglesi e i cittadini dell’ Europa Orientale), perché,  se “il futuro dell’ Europa” fosse costruito solo sulla base di una minoranza della società (dal punto di vista numerico, ma anche ideologico, etnico o geografico), esso resterebbe debole e indifendibile.

Occorre in secondo luogo, come indicato da Ulrike Guérot, evitare una “democrazia simulata”, e, quindi:

-permettere l’accesso al dibattito a tutte le voci rilevanti, comprese quelle fino ad ora escluse;

-tentare di giungere a conclusioni veramente impegnative per le Autorità e per il popolo europeo;

-ammettere anche interventi in forma autonoma e strutturata.

Le conferenze di Osnabrueck e di Muenster prepararono la Pace di Westfalia

2.Interconnessione fra le diverse tematiche della Conferenza

L’organizzazione della Conferenza dovrebbe provvedere a che i temi indicati vadano affrontati con un approccio sistematico e poliedrico, inquadrandoli in modo interdisciplinare e interculturale nel mondo digitalizzato, ma profondamente territorializzato (“geortet”), del XXI secolo. In particolare:

-La preminenza imprenditoriale dell’Europa in campo ambientale, che Ursula von der Leyen ha collocato, ambiziosamente, al primo posto, implica il gravoso compito d’inventarci un ecosistema digitale/culturale autonomo, perché, per gestire il “Green New Deal” (vale a dire l’ottimizzazione di tutti i dispositivi meccanici collocati  sullo sterminato territorio europeo) è indispensabile l’”Internet delle Cose”, che, a sua volta, presuppone il controllo sui Big Data e sulle tecnologie di comunicazione 5G e 6G (oltre che, presumibilmente, anche sulla computazione quantica);

-Anche il ruolo dell’ Europa nel mondo quale potenza continentale  costituisce un semplice  risvolto fisico della necessaria sovranità tecnologica, che richiederebbe molto campioni europei (sul modello dell’ Arianespace e dell’ Airbus) in tutti i settori strategici, e l’”enhancement” dei cittadini-soldati, così come la realizzazione del pilastro sociale non può prescindere dall’inserimento del modello sociale europeo in un sistema di “upskilling” generalizzato delle nostre società, che rivaluti la partecipazione di lavoratori e imprenditori, che, in un’economia integralmente automatizzata, diverranno tutti degli “operatori digitali”;

-L’eccellenza europea in campo ambientale e sociale presuppone anche una nuova forma di educazione dei cittadini e un rapporto attivo con l’AI (l’”ecologia della mente”), fondato sulla cultura, da rivalutarsi all’ interno delle Istituzioni europee,  che salvaguardi la preminenza dell’Umano, la “European Way of Life” e  la  concreta coercibilità, da parte delle Autorità europee, dei tradizionali diritti civili e sociali, da completarsi con i nuovi diritti digitali (cfr. casi Assange e Schrems), in modo che l’ Europa possa veramente tornare a essere, come richiesto dal Papa, un non retorico “punto di riferimento per il mondo intero”.

L’organizzazione del mondo in grandi organismi continentali (gli “Stati-civiltà”) all’ interno delle organizzazioni internazionali, costituisce lo scenario inaggirabile della costituzionalizzazione della “multilevel governance” europea, fondata su una realizzazione coordinata delle identità europea, macroregionali, nazionali, euro-regionali, locali e cittadine, sulla base della cultura, dell’amore per la libertà, dei diritti civili e sociali, del legame con i territori, come ai punti precedenti. In particolare, si debbono porre in grado le figure apicali europee di mettere effettivamente in essere le politiche di cui sopra, grazie soprattutto a uno status non deteriore rispetto ai loro omologhi delle Grandi Potenze.

La Commissaria Dubravka Suica, responsabile della Conferenza

  1. La Conferenza quale “road map” dell’integrazione europea

 

In considerazione dell’incalzare degli eventi esogeni di cui sopra (“Singularity”, Europa campo di battaglia fra Superpotenze), la Conferenza dovrà stabilire una tempistica strettissima per le necessarie azioni, sia di carattere ordinario (politiche delle Istituzioni), sia di carattere straordinario (attività costituenti, da parte della società civile, della cultura, degli Stati membri e delle Istituzioni), mobilitando tutte le energie disponibili.

 

Fintantoché non sarà stata concordata e approvata una Costituzione Europea in senso formale, non sarà logicamente possibile far leva su un “patriottismo costituzionale” europeo. Sotto una costituzione puramente “materiale”, come quella sottostante a un sistema di trattati, l’europeismo dei cittadini e della società civile si regge su altri aspetti delle identità collettive del nostro Continente: di carattere psicologico (p.es.: Freud, Jung), culturale (p.es.: Weil, Chabod) e religioso (p.es.: Novalis, Dawson), da cui non potrà comunque prescindere neppure l’auspicabile costituzione formale.

 

THEOLOGIA EUROPAEA, “Religioni del Libro”, Europa.

La casa di Maimonide a Cordova

Commentando, nei suoi “Minima Cardiniana”, il libro di Aldo Schiavone dal titolo “Eguaglianza”, Franco Cardini ha contrapposto giustamente, alla concezione della “buona vita”  espressa dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, vale a dire quella  orientata  verso la “ricerca della felicità” e verso un’egualitarismo formale esasperato che coincide con il massimo della disuguaglianza effettiva, all’originaria concezione occidentale, fondata sulla filosofia classica e sulle “Religioni del Libro”, secondo cui la “buona vita” consegue al perseguimento delle virtù, nella necessaria differenza delle inclinazioni e di ruoli:“….gli europei debbano cessare di riconoscersi acriticamente come ‘occidentali’ e riscoprire le loro radici identitarie (radicate non già nell’astrattezza di un qualche atavismo genetico, bensì nella concretezza della storia) che, a dirla con Ferdinand Tönnies, debba fondarsi sulle comunità tradizionali della famiglia, del lavoro, del retaggio culturale che peraltro di continuo si rinnova, quindi sulle differenze che sono una ricchezza inalienabile, anziché sulle convenzioni contrattualistiche dalle quali sorgono le società con le loro astratte pretese egalitarie. Non è all’appiattimento egalitaristico che dobbiamo mirare, bensì alle vive differenze elaborate dalla natura, dall’ambiente, dalle tradizioni, dalla storia, e sostenute tuttavia da un vivo senso di equità anche sociopolitica e socioeconomica”.

Ad avviso di Cardini,il riconoscimento  di quest’ Identità Europea distinta da quella “occidentale” passa necessariamente attraverso una lettura congiunta delle “Religioni del Libro”:“Ma per giungere a costruire, com’è necessario se non vogliamo precipitare, un mondo libero sia dall’oligarchia di superstraricchi oggi imposta dal turbocapitalismo, sia dalle moltitudini di miserabili costretti a vivere non già al di sotto del livello di sopravvivenza bensì, ancor peggio, di quello del minimo di dignità al quale ogni essere umano ha diritto, è necessaria una guida. Non già quella della “Dichiarazione d’Indipendenza” degli Stati Uniti d’America, fondata sull’utopia della “ricerca della felicità”, bensì quella della Bibbia, del Vangelo e del Corano, fondata sulla Parola di Dio ch’è Giustizia e Pace.”

Certo, l’idea della “ricerca della felicità” degli utilitaristi del Settecento e delle Rivoluzioni Atlantiche, derivata dalle filosofie ellenistiche, pecca, come molte “idee moderne”, di semplicismo, in quanto, come aveva scritto Nietzsche, e com’è confermato perfino dalle scienze neurologiche, “la felicità viene solo se non voluta”, come ricompensa per una passione e uno sforzo. Tuttavia, anche un generico riferimento alle “Religioni del Libro” rischia di risultare riduttivo, perché in realtà la “ricerca della felicità” intesa nel senso della Dichiarazione d’ Indipendenza si situa all’interno di un processo complessivo di secolarizzazione che prende le mosse proprio da quelle religioni, all’interno delle quali si ritrovano praticamente tutte le grandi tendenze della storia culturale dell’Umanità. Per esempio, Lessing affermava espressamente che la religione cristiana aveva rappresentato una forma di educazione morale dell’Umanità, verso una visione del mondo senza religione, dove l’unica realtà sarebbe stata quella immanente.  Il bisogno di credere venne interpretato anch’esso, dalle filosofie dell’Ottocento, come una forma di ricerca della felicità, che, non potendo trovare sbocco in una visione trascendente, andava sostituita dal perseguimento dalla felicità pratica, resa possibile dallo sviluppo delle scienze e delle tecniche.  Quest’inveramento  della religione nella tecnica porterà, poi, secondo i post-umanisti (in primo luogo quelli “cristiani”, come il cosmista russo ortodosso Fiodorov  e il gesuita Teilhard de Chardin), all’irrilevanza della distinzione fra spirito e materia, e troverà compimento nella Singularity tecnologica di Kurzweil, un evidente avatar  del ritorno all’ Essere quale postulato dal neoplatonismo e dalla Qabbalah, ma anch’esso contrastato dalle teologie ortodosse:“Si tratta di una tendenza ben conosciuta nella storia della teologia e che dopo il medioevo costituisce quella che si è soliti chiamare ‘la posterità spirituale di Gioacchino da Fiore’. Questa tendenza è coltivata da alcuni teologi della liberazione, i quali insistono in modo tale sull’importanza di costruire il regno di Dio già dentro la nostra storia, che la salvezza trascendente la storia sembra passare in secondo piano. …. In tal senso, in quel sistema teologico, l’uomo ‘si pone nella prospettiva di un messianismo temporale, che è una delle espressioni più radicali della secolarizzazione del regno di Dio e del suo assorbimento nell’immanenza della storia umana’ (Commissione Teologica Internazionale, Problemi Attuali Di Escatologia,1990)

Oggi, il peso di quest’escatologia materialistica e collettiva (avversata a suo tempo non solo da Sant’Agostino, ma anche dal filosofo islamico al-Ghazzali e dal teologo ebraico Maimonide) è particolarmente forte in tutte le religioni occidentali (l’Americanismo, il Sionismo, la Teologia della Liberazione, gli Hojjatiyeh). Il fallimento storico del marxismo, lungi dall’ indebolire queste tendenze, le ha rafforzate perché esse, non potendo più mimetizzarsi nelle varie scuole marxiste, sono state costrette a venire allo scoperto.

Queste intime fratture all’ interno stesso delle varie religioni fanno sì che un generico richiamo alla religione, o anche alle “Religioni del Libro”, non possa costituire di per sé una “guida” per il comportamento umano, e si presti invece, da un lato, ad un’inconcludente retorica, e, dall’ altro, al mascheramento, sotto un manto di religione, e perfino di tradizione, del progetto della Società del Controllo Totale.

Scena sciamanica paleolitica

1.L’intima conflittualità interna a ciascuna religione

Secondo le ricostruzioni di alcuni paleontologi, una qualche forma di ritualità è all’origine di ogni tipo di cultura, sviluppatesi tutte attraverso riti della natura , del lavoro, della società…Questa coestensività della religione con l’insieme delle attività umane ha fatto sì che, all’ interno delle religioni stesse , fossero presenti, fino dai tempi più antichi, istituzioni diversissime, come l’ascetismo e l’esaltazione della vita, gli “hieroì gamoi” e  i sacrifici, la famiglia e la vita monastica, la poligamia e il voto di castità, le “Guerre del Signore” e la predicazione della pace, la codificazione delle leggi e l’esaltazione della spontaneità, …

Ogni concreta esperienza religiosa costituisce uno specifico tentativo d’imporre un equilibrio, hic et nunc, a queste realtà conflittuali. Per lo più, nel conseguirlo, questa contraddittorietà dà luogo all’ eterogenesi dei fini, come nel caso dell’attuale tendenza dell’escatologia materialistica, la quale vorrebbe utilizzare la religione come instrumentum regni per realizzare un’utopia utilitaristica, e invece, data l’irrealizzabilità di tale utopia, consegue, in realtà, la disgregazione della società sotto i colpi delle macchine intelligenti. Infatti, una società, come quella attuale, fatta per soddisfare i bisogni materiali dei singoli cittadini, in realtà li disabitua allo sforzo, alla ricerca, all’ impegno civile, rendendoli così succubi di meccanismi sociali impersonali, di cui il Complesso Informatico-Militare non è  che l’ultima incarnazione. In questo senso, la positivistica religione della scienza e della tecnica è il vero oppio dei popoli.

Per questi motivi, la visione dell’Apocalisse, presente sullo sfondo di tutte le religioni, svela l’essenza del mondo in cui viviamo. “Apocalisse” significa infatti semplicemente “rivelazione”: attraverso i suoi simbolismi, il libro dell’ Apocalisse (o i suoi omologhi, come lo “Zand-i Wahman Yasn” mazdeo) descrivono, in realtà, processi già in corso. Per esempio, secondo molti interpreti, lo scenario del Libro dell’Apocalisse era quello dell’Impero Romano al tempo delle persecuzioni, e il Millennio, i mille anni durante i quali l’Anticristo sarebbe stato “legato”, corrispondevano all’ era cristiana, a cui sarebbe succeduta la Parusìa. Le confuse vicende di quest’ultima sono descritte con più precisione nelle Hadith islamiche, dove, alla Fine della Storia, Gesù e Maometto sconfiggeranno l’Anticristo a Dabiq, cittadina del Kurdistan siriano attualmente contesa fra Curdi, Turchi, Siriani, Russi e Isis.

Il periodo storico che noi viviamo, l’”Ora ultima” (“as-Sa’at al -Akhira”), lungi dall’essere un periodo di Pace Perpetua, è il momento di una “lotta finale”, come del resto dice il testo dell’Internazionale”.

Non basta perciò richiamarsi genericamente allo spirito religioso, ma occorre anche approfondire dove ci porti la religione intesa quale filo rosso d’interpretazione della società, e, in particolare, della società contemporanea.

 

 

Petrov e OKO: la lotta contro l’ Anticristo

2.L ‘Anticristo oggi

Centrale a questo proposito risulta sempre la figura dell’Anticristo, che viene descritto da Dostojevskij e Soloviov come un governante mondialista apparentemente benigno, che instaurerà una qualche forma di temporanea pacificazione, ma che, in realtà, rappresenterà l’antitesi della salvezza finale promessa dalla religione. Egli – dice Soloviov – sarà un ‘convinto spiritualista’, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo. Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea «honoris causa» della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza».

Secondo Mc Luhan, l’Anticristo (“the Prince of the World”) s’identifica con i moderni mezzi di comunicazione di massa:” Electric information environments being utterly ethereal fosters the illusion of the world as spiritual substance. It is now a reasonable facsimile of the mystical body, a blatant manifestation of the Anti-Christ. After all, the Prince of this World is a very great electric engineer.

… the “Prince of this World” is a great P.R. man, a great salesman of new hardware and software, a great electrical engineer, and a great master of the media. It is His master stroke to be not only environmental but invisible, for the environment is invincibly persuasive when ignored.

… this could be the time of the Antichrist. When electricity allows for the simultaneity of all information for every human being, it is Lucifer’s moment. He is the greatest electrical engineer. Technically speaking, the age in which we live is certainly favourable to an Antichrist)”.

E, di fatto, il vero “rischio esistenziale” non è, oggi, costituito dal riscaldamento atmosferico, quanto, piuttosto, dall’inquinamento delle menti indotto dalla centralità dell’Intelligenza Artificiale, questo despota benigno che invade le nostre menti, inquinandole. Semmai, la crisi ecologica è uno dei vari aspetti e conseguenze dell’inquinamento mentale, quale quello che colpisce gli abitanti della Terra alla nascita dei “robot” in “R.O.U.R” di Capek; come la rivoluzione scatenata dall’androide nel film “Metropolis”; quello che si produce nel mondo di Asimov quando i robot, per governare meglio gli umani, decidono di fingersi fallibili, o, infine, quello indotto nella realtà, dagli ordini insensati di “Hair Trigger Alert” impartiti dal PCUS all’ Armata Rossa, e  programmati nel supercomputer “OKO”.

Attraverso l’apocalittica, le religioni ci forniscono dunque una chiave di lettura della postmodernità e “una guida” per uscirne, rimandandoci alle virtù dell’Epoca Assiale, quella in cui le religioni odierne sono nate e si sono sviluppate: virtù attive, che mal si conciliano con l’attuale quietismo, mirante a sopravvivere pur di sopravvivere, radice prima della nostra decadenza e della senescenza della nostra società.

Giacché le religioni hanno, nel loro seno, quest’inesauribile fonte di creatività culturale, si assiste ovunque, tranne che in Europa, a una rinascita della religiosità, spesso in Forme inedite e inattese (Pachamama, Lord Rama, Imperatore Giallo, Lady Shian), come forma di resistenza alla Società del Controllo Totale. Come scrive Andrea Riccardi su “Il Corriere della Sera”,  “La Chiesa è ovunque sollecitata a guardare con più attenzione alla nazione e all’identità.. a essere una riserva di legittimazione. “

Il sinodo sull’ Amazonia

3.Il ritardo della teologia europea

Solo in Europa questo fenomeno si manifesta con poca intensità a causa della non sovranità degli Europei, che impedisce la formazione di ogni fenomeno di autoaffermazione degli stessi, visto come opposizione al potere occidentale.

Inoltre, l’identità a cui pensa Riccardi e che preoccupa tutto il “mainstream” culturale, cattolico e laico, in Europa, è quella nazionale dei “sovranisti”, mentre quella che sarebbe richiesta dalla situazione, e a cui pensa Papa Bergoglio, fedele all’approccio sudamericano della Patria Grande,  è quella di una grande Patria Europea. Francesco la vede, come già Spinelli, come contrapposta alla tentazione del funzionalismo, espressamente condannato da Eric Przywara, citato nei discorsi di Strasburgo, come già nel sinodo sudamericano di Aparecida.

In Italia, ma sarebbe meglio dire in tutta Europa, la Chiesa Cattolica non ha svolto quell’opera di sviluppo “nazionale” della teologia che ha invece  svolto nelle due Americhe, e di cui Papa Francesco è un prodotto: un’opera caratterizzata da una netta demarcazione, anche nazionale, fra una teologia “liberale” al Nord, che mira ad assomigliare a quella protestante, e una “teologia del popolo” nel Sud, che confina, da un lato, con il sincretismo indigenista, e, dall’ altro, con un  socialismo nazionale. In effetti, come aveva preconizzato John Fiske nel suo arcinoto “Destino Manifesto”, la storia delle Americhe è stata concepita fin dall’ inizio come un “giudizio di Dio” fra l’etica protestante e il cattolicesimo iberico.

Come da noi più volte denunziato, ci sembra che l’Europa sia rimasta indietro nel recupero, in corso nel mondo intero, delle specifiche tradizioni religiose dei popoli, schiacciata com’essa è fra le due divergenti influenze teologiche americane: l’ Americanismo e la Teologia della Liberazione. “Quel che meraviglia è oggi la carenza di riflessione nella Chiesa su questo fenomeno”.(Riccardi).

Come abbiamo più volte rilevato, una volta arrivato al soglio pontificio, Papa Francesco (che, come è noto, è di origine italiana, anzi, è nato ed è stato battezzato proprio al centro di Torino), si era illuso di poter dare egli stesso la spinta iniziale a questa “theologia europaea”, con i suoi discorsi al Parlamento Europeo e al Consiglio d’ Europa. In quell’occasione, aveva parlato di un’”Europa poliedrica”, un’”Europa madre”, che sostituisse l’attuale “Europa nonna”, ritornando a essere “un punto di riferimento del mondo intero”. Purtroppo, le Chiese europee sono come le rispettive nazioni: svuotate dalle, per quanto contraddittorie, influenze delle due Americhe, divise fra un Paese e l’altro, autoflagellantisi al di là di ogni logica necessità. Soprattutto, vittime di pregiudizi nazionalistici e di “imperi sconosciuti”, hanno abbandonato l’invito, di Giovanni Paolo II, a “respirare con i due polmoni” dell’Europa, intestardendosi nella “colonizzazione culturale” dell’ Europa dell’ Est, che, alla fine, si è ribellata con i suoi “sovranismi”, e soprattutto con la rivendicazione delle sue diverse tradizioni (ortodossia, islam, sarmatismo, monarchia..), al mantra, tanto ossessivo quanto privo di significato, dei “nostri valori”.

Infatti, affermare che esista un elenco codificato e normativo di “valori europei”, o,, ancor peggio, “cristiani occidentali” stride con il fatto che, come tutte le espressioni della religiosità, anche i Vangeli, non essendo un testo di diritto, possano essere interpretati nei modi più disparati, e che tutta la storia del Cristianesimo è appunto costellata di controversie sui valori: “Esistono il Paradiso, l’Inferno, il Purgatorio? Che significato dare al Discorso della Montagna e, soprattutto, il Vecchio Testamento, l’opera più violenta della storia della letteratura mondiale?”

Anche per queste enormi oscillazioni è lodevolissimo il fatto che Cardini indichi, fra le fonti a cui abbeverarsi anche quelle ebraiche ed islamiche, uscendo così dall’autoreferenzialità che generalmente contraddistingue il dibattito sulla religione degli Europei. Credo infatti che un approccio comparatistico sia più che mai necessario per superare quella intrinseca contraddittorietà, anche perché il dibattito culturale intraeuropeo in senso stretto si è particolarmente insterilito, proprio a causa dell’egemonia culturale di un Cristianesimo secolarizzato secondo modelli americani. Mi sembrano utili punti di riferimento, come fonti di una rinnovata religiosità europea, l’Anatolico San Paolo, il Punico Agostino, gli Andalusi Averroè e Maimonide, i sudamericani Blas Valera e Bartolomé de Las Casas, l’Italo-Cinese Matteo Ricci,  l’Askhenazi Moses Mendelsohn, lo scandinavo Kierkegaard e l’ Italo-Argentino Papa Francesco.

Attraverso queste letture, emergerà, a mio avviso, una religiosità trasversale degli Europei, paragonabile, nel suo portato geopolitico, ai San Jiao sinici (Taoismo, Confucianesimo e Buddismo), che uniscono tutta l’Asia Orientale in un’unica ecumene culturale (il “Tian Xia”), pur senza in alcun modo appiattire la diversità culturale. Non per nulla, nella sua famosa intervista con il Professor Sisci sulla Cina, Papa Francesco aveva tentato anche di abbozzare una visione culturale e religiosa della Cina, facendo numerose allusioni alla situazione europea.

Tuttavia, nella stessa intenzione degli ultimi tre Pontefici, questo sforzo culturale va fatto, non già in modo centralizzato dal Vaticano, bensì dagli Europei, come parte integrante della loro necessaria ricerca, riscoperta, recupero, rivitalizzazione, ricostruzione, sviluppo e promozione di un’Identità Europea veramente “poliedrica”, attrezzata per svolgere un ruolo attivo e consapevole nel futuro del mondo nel momento decisivo della crisi tecnologica ed ecologica (attività che per altro gli Europei non stanno compiendo, e  per la quale noi vogliamo qui fornire uno stimolo).

 

 

 

DAL VERTICE NATO ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Il libro “La nuova guerra civile” dell’ anno scorso, tratta della distruzione dell’ Europa conseguente ai suoi dissidi interni

Come sempre, accolgo con interesse le iniziative del Professor Cardini, ultima fra le quali,  quella di concentrare, tramite il suo blog, sul rapporto con la NATO l’attenzione del pubblico, sollecitando i commenti dei lettori. Mi sembra infatti che il Presidente Macron, al di là delle sue contingenti prese di posizione, stia avviando proprio in questi giorni, con le sue esternazioni,  una vera e propria rivoluzione ideale sulla geopolitica dell’ Europa,  in termini che vale la pena di commentare testualmente: « J’essaie de comprendre le monde tel qu’il est, je ne fais la morale à personne. J’ai peut-être tort. »

A mio avviso Macron ha però torto almeno quando afferma che non si può rimproverare a qualcuno di non aver visto in passato ciò che si stava avvicinando ( « Peut-on reprocher à quiconque de ne pas l’avoir vu il y a cinq ou dix ans?)” .In effetti, le verità sulla NATO, sulla guerra informatica e commerciale e sulla società del controllo totale si potevano prevedere da almeno 20 anni, se non da 70, quando  noi ne avevamo appunto scritto. Cito solo alcune tappe fondamentali della rivoluzione esistenziale in corso:

-1941-1960: conferenze Macy sull’informatica;

-1968: “2001 , Space Odyssey” di Kubrick , realizzato insieme alla NASA;

-1993: conferenza alla NASA di Vernor Vinge sulla Singularity;

-2000: “The future does not need us”, di Bill Joy;

-2005, “The Singularity is near”, di Ray Kurzweil;

-2007: Prism;

-2011: “The Net Delusion”, di Evgeny Morozov;

-2013: fuga di Snowden.

Coloro che non hanno visto (o non hanno voluto vedere) queste realtà sono i leaders dei Paesi europei, che in teoria sarebbero pagati profumatamente per guidare il nostro Continente studiando il futuro, ma che invece hanno ben altre priorità.

Quanto ai cittadini europei, come scrive Cardini,”se la NATO bombarda da qualche parte tra Europa, Asia e Africa, ne siamo tutti responsabili. I nostri politici e i nostri media accettano la cosa come se fosse del tutto normale e ne parlano il meno possibile. Vorremmo impegnarci a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti. Magari a rimettere in causa anche le ragioni per le quali, in passato, tanti europei hanno riposto tanta fiducia e tanta speranza in quell’organismo. Lo meritava davvero, oltre settant’anni fa? Lo merita ancora, oggi? Chi decide al suo interno? Quanto ci costa? Quanto incide sulla nostra sovranità politica e territoriale? Tutti ne siamo corresponsabili, nessuno può tirarsi fuori: abbiamo coscienza di tutto ciò? O preferiamo seguire l’esempio di quanti, a proposito della Shoah, hanno detto ‘io non so, io non c’ero, io non ne sapevo nulla?’ ”

Perciò, raccogliendo l’invito di Cardini, dedichiamo anche noi questo post alla NATO e al Vertice di Londra di questa settimana.

La “Repubblica dei due Popoli”, vale a dire la Grande Polonia dei Secoli XVII e XVIII

1.L’”aurea libertà” dell’aristocrazia polacca e la distruzione dell’ Europa

Credo che la situazione attuale dell’Europa possa essere illustrata bene con l’esempio storico del declassamento e del crollo, nel XVIII Secolo, della “Repubblica Polacco-Lituana”, multinazionale e multiculturale, per due secoli il più grande Stato d’Europa, distrutto in duecento anni dalla fondazione per colpa della sua inadeguatezza istituzionale. Il Regno polacco, trasformatosi nel 1659 nella “Repubblica dei due Popoli” (comprendente anche Prussia, Paesi Baltici, Bielorussia, Ucraina, Moldova e un “Parlamento dei Quattro Paesi” ebraico), alla fine del XVII Secolo era retto dal principio del “Liberum Veto”, che prevedeva, per qualunque decisione, il consenso di tutti i membri della Dieta federale. Questo sistema, che assomigliava molto al sistema consensuale delle attuali Istituzioni europee, veniva definito apologeticamente come “Aurea Libertà”, perché garantiva un potere enorme ai ceti privilegiati; in realtà, esso condusse la “Repubblica”, nel giro di un secolo, alla sparizione e i suoi popoli all’ asservimento. Si diffuse in proposito un gioco di parole. Mentre i sostenitori dell’ Aurea Libertà avevano coniato il motto “Nie rządem Polska stoi, ale swobodami obywateli” (La Polonia prospera non per il suo governo, ma per le libertà cittadine), i critici ne leggevano l’incipit come “nierządem”, cioè ”disordine”: dunque, “La Polonia si regge sul disordine”. La stessa ambiguità vale per l’Unione Europea, dove viene oggi esaltato ogni genere di libertà, ma, in realtà, su qualunque argomento siamo condannati ad attuare semplicemente il volere di poteri esterni, che mirano al nostro asservimento e alla distruzione del nostro Continente, mentre chi ne trae profitto è soltanto una casta “bibéronnée dans les campus américains”(come scrive Le Monde Diplomatique), i cui lussi e i cui capricci vengono contrabbandati come “diritti umani” dall’ideologia del “liberalismo progressista”. Secondo Mearsheimer, infatti, lungi dal costituire una meritoria e disinteressata forma di impegno civile,  “l’egemonia liberale è una strategia di pieno impiego per l’establishment della politica estera”.

Un importante corollario del Liberum Veto era il divieto di riforme legislative senza l’unanimità dei notabili: “Nic nowego brzez nas” (“nulla di nuovo senza di noi(anche questo un possibile motto dell’Unione, dove gli stessi temi, e, in primis, la Politica Estera e di Difesa Comune, sono in discussione da ben 70 anni senza mai essere approdati a una qualche conclusione). Come si vede, la Polonia, lungi dal costituire un elemento estraneo nell’ Unione Europea, ne è  stata una sorta di anticipazione.

Il Liberum Veto spalancò ovviamente le porte alle potenze straniere, che corrompevano i nobili affinché esercitassero il loro voto contro le decisioni ad esse sgradite. In tal modo, la “Rzeczpospolita” divenne uno Stato a sovranità limitata, dove il re (in genere straniero) veniva scelto dall’ esterno, e, il più sovente, dallo zar di Russia. Quando però la Russia inviò proprie truppe in Polonia, il Re di Prussia reagì con un’avveniristica “covert operation”, immettendo sul mercato una gran quantità di monete polacche contraffatte, così provocando la crisi economica  che portò al crollo della “Rzeczpospolita”.Alla fine, Russia, Prussia e Austria invasero definitivamente la Polonia decidendo di cancellare completamente il Regno, e di dividersene i territori.

L’Unione Europea, sottoposta contemporaneamente al protettorato americano e all’influenza crescente di Russia e Cina, si trova oggi in una situazione molto simile a quella della Polonia del sei-settecento, in cui nessuno ha il diritto di agire tempestivamente in difesa della “ragion di Stato europea”. Ogni decisione viene bloccata dalla casta in nome di una pretesa “aurea libertà”, sicché è ovvio che le tre maggiori potenze mondiali, a cominciare dagli USA, per poi allargarsi ad altre, siano portate a ingerirsi nella vita politica interna dell’Europa attraverso influenze culturali e sociali e con la corruzione, che siano già passate dall’occupazione militare,  e si accingano ad arrivare ben presto alla spartizione (le cui linee iniziano ora a delinearsi). Ancor ora, questa situazione deteriorata viene esaltata come se fosse un’”aurea libertà”, ma non passerà molto tempo che se ne vedranno le incredibili conseguenze. Basti vedere che cosa è diventato il Medio Oriente grazie a un secolo di debolezza interna e di continue ingerenze esterne, senza nessuna potenza egemone interna che tenga fuori i guastafeste.

Rispetto alle due situazioni citate, quella dell’Europa di oggi si distingue però, come già detto, per il ruolo centrale dell’informatica (cfr par. 2, infra).

 

Jan Sobieski a Vienna, il sovrano che aveva portato la Grande Polonia al centro della politica europea

2.Finalmente parliamo di politiche estere “à tous les azimuts”

L’essenziale della riflessione di Macron è un brusco richiamo degli Europei al realismo sulla reale situazione geopolitica dell’ Europa :

«  l’Europe était guidée par une logique dont la primauté était économique, avec la conviction sous-jacente que l’économie de marché convient à tout le monde. Et ce n’est pas vrai ou plus. Nous devons tirer des conclusions: c’est le retour d’un agenda stratégique de la souveraineté. »

Un richiamo al realismo che trova un riscontro anche nella più recente politologia americana (per esempio, in John Mearsheimer).

Che bisogni tornare alla sovranità, è dimostrato innanzitutto dall’aggressione all’ Europa delle multinazionali del web: “Si nous n’agissons pas, dans cinq ans, je ne pourrai plus dire à mes concitoyens: ‘Vos données sont protégées’ »…Detto fatto, la Francia e l’Italia hanno finalmente introdotto una modesta web tax sui profitti delle multinazionali informatiche. Questo è bastato, a sua volta, a Trump per inasprire ulteriormente le sanzioni contro gli Europei, in primo luogo contro la Francia, ma il monito riguarda anche l’Italia, che, nella legge di Bilancio 2020, ha previsto un’aliquota del 3% per i colossi del web. Tuttavia, le ragioni vere del conflitto sono altre. Come hanno chiarito Evgeny Morozov, Shoshana Zuboff e Limes online, attraverso le “GAFA” l’America controlla globalmente le nostre società e le nostre economie. Una tassa del 3% non compensa affatto quest’ enorme drenaggio di cassa, e, soprattutto, di potere, che si potrebbe arginare solo “nazionalizzando i dati” degli Europei (cioè immagazzinandoli in Europa). Perciò, questa tassa, pur così osteggiata da Trump, è in realtà soltanto come il famoso “piatto di lenticchie” per il quale Esaù aveva rinunziato alla primogenitura.

Come si è potuti arrivare a questo punto? Per Macron, si sarebbe trattato di un colossale abbaglio ideologico, che aveva ingenerato una strana reticenza (io direi di censura) per tutta la problematica internazionale dell’ ITC, una reticenza che, sempre secondo Macron, è stata perfino “imposta”, da qualcuno (che Macron non nomina): « Je pense que l’agenda européen lui a été imposé pendant des années et des années. Nous étions trop lents sur de nombreuses questions. Nous avons discuté de ces questions. Mais ce n’était pas vraiment une question que nous voulions nous poser, car nous vivions dans un monde où les alliances étaient sécurisées et qui maximisait les échanges commerciaux ».

Si trattava in sostanza del mito della Fine della Storia, un’antichissima ideologia a cui si faceva finta di credere per compiacere l’America : » L’idéologie dominante avait une idée de la fin de l’histoire. Donc, il n’y aura plus de grandes guerres, la tragédie a quitté la scène, tout est merveilleux. L’agenda primordial est économique, non plus stratégique ni politique. En bref, l’idée sous-jacente est que si nous sommes tous liés par des entreprises, tout ira bien, nous ne nous ferons pas du mal. D’une certaine manière, l’ouverture indéfinie du commerce mondial est un élément de la paix.« Quello che il Papa ha chiamato “angelismo”: un’idea, quella del « doux commerce », nata per altro in Francia con Benjamin Constant e che ha avuto un lunga storia nel mondo anglosassone (l’ “internazionalismo liberale”).

Tuttavia, per dirla con Toni Negri,  si trattava di un imbroglio, ben presto scoperto : »Sauf que, dans quelques années, il est devenu évident que le monde était en train de se séparer, que la tragédie était revenue sur scène, que les alliances que nous pensions être indestructibles pouvaient être renversées, que les gens pouvaient décider de tourner le dos, que pourrait avoir des intérêts divergents. Et qu’à l’heure de la mondialisation, le garant ultime du commerce mondial pourrait devenir protectionniste. Les principaux acteurs du commerce mondial pourraient avoir un programme qui soit davantage un programme de souveraineté politique…. « 

Ingannati da quell’imbroglio, gli Europei  avevano dimenticato il ruolo direttivo della politica (tanto caro, per esempio, al Presidente De Gaulle):« D’une certaine manière, nous avons complètement abandonné ce qui était autrefois la ‘grammaire’ de la souveraineté, des questions d’intérêt général qui ne peuvent pas être gérées par les entreprises. » Quindi, Macron critica anche l’idea del « deperimento dello Stato », che, secondo l’ideologia mondialistica di fine ‘900, sarebbe stato sostituito dalle multinazionali : » Les entreprises peuvent être votre partenaire, mais c’est le rôle de l’État de gérer ces choses. »

Dunque, come per De Gaulle, «La politique d’abord, l’intendance suivra » . Sul piano delle politiche europee, quanto precede ha, come conseguenza, che si deve perseguire un sovranismo europeo, che sia comparabile a quelli americano e cinese. Infatti, meritano rispetto solo gli Stati che siano sovrani come l’ America e la Cina:« J’ai toujours dit à nos partenaires, qu’ils soient américains ou chinois: ‘Je vous respecte parce que vous êtes souverains’. Je pense donc que l’Europe ne sera respectée que si elle reconsidère sa propre souveraineté. »Dunque, con buona pace dei nostri « sovranisti », non può essere sovrano uno Stato che non abbia dimensioni comparabili a quelle di America e Cina, anche se la nostra classe dirigente, priva di un proprio orientamento culturale, non si muoverà in tal senso se non quando vi sarà portata da qualcun altro.

E, in effetti, la causa prima della debolezza, nel ‘700, della Polonia, e, ora, dell’Europa, è quella di non possedere al suo interno, come i suoi vicini, un soggetto politico forte (ieri, come le imperatrici di Austria e di Russia e il Re di Prussia, oggi, come  i presidenti americano e cinese), in grado di coniugare diplomazia, lobby e forza militare, senza essere intralciato nelle sue politiche estera e di difesa.

La corsa verso l’informatica proprio deriva dal fatto che l’America s’illude di poter realizzare artificialmente una “fine della Storia” a proprio favore attraverso il monopolio dell’ ICT(come dimostra l’isteria contro l’uso di tecnologie Huawei), attraversando così indenni questo momento sfavorevole (Caracciolo, Mearsheimer).

Infatti, la situazione è complicata dal fatto che la politica estera e di difesa è ormai  essenzialmente una questione cibernetica, e l’Europa, che non ha un potere digitale unitario, ma, anzi, è completamente immersa nel sistema digitale americano, non ha alcun margine di manovra, in nessun senso. Infatti, i dati dei nostri cittadini, delle nostre imprese e dei nostri eserciti, sono tutti immagazzinati nei server di Salt Lake City, che, come è stato confermato dalla sentenza Schrems, sono completamente disponibili alle 16 agenzie americane di intelligence, per effetto di leggi ormai secolari, che -Obama ha dichiarato- l’America non abrogherà mai. In una notte in cui, come nel 1983, qualcuno dovesse decidere, come il tenente colonnello Petrov, se schiacciare o no il pulsante della 3° Guerra Mondiale, quel qualcuno non saremo sicuramente noi, e la nostra posizione non sarà certamente considerata da nessuno, se non nel ruolo di bersagli (vedi testate nucleari americane permanentemente montate sui nostri bombardieri, come ricorda molto opportunamente Manlio Dinucci sul blog di Cardini).

Da questo problema fondamentale derivano tutti gli altri, per altro neppur essi irrilevanti. In una società completamente informatizzata, se non abbiamo la possibilità, ma neppure il diritto, di avere un’autonoma gestione dei nostri dati, non possiamo, né proteggere la nostra economia, basata sulla proprietà intellettuale, né avere una vita politica autentica, perché questa sarà sempre manovrata dai dossier segreti raccolti su di noi. E, se non possiamo avere, né un’economia autonoma, né una politica autentica, continuerà in eterno la nostra decadenza culturale, economica, politica e militare, fino al completo esaurimento di ogni nostra risorsa. E’ per questo che non siamo in grado di formulare i nostri progetti, né a breve, né a medio, né a lungo termine -perché intuiamo che, a meno di un miracolo, le cose non potranno se non peggiorare, e, comunque, la realizzazione dei nostri progetti non dipenderà da noi-. I nostri governanti possono solo fingere di governare.

In definitiva, per Macron la sovranità tecnologica europea dev’essere equidistante fra Cina e Stati Uniti« En ce qui concerne la 5G, nous nous référons principalement aux relations avec les fabricants chinois; en matière de données, nous parlons principalement de relations avec les plateformes américaines. »

Certo, quest’ obiettiva esigenza (intravvista, anche se a malincuore,  da tutti gli osservatori) è difficile da digerire per una classe dirigente nichilistica, che, formatasi nel XX secolo al marxismo e al sessantottismo, era riuscita con grande sforzo, per sopravvivere,  a  riconvertirsi al neo-liberismo occidentale, e ora si vede condannata allo sforzo di una  nuova migrazione intellettuale, per giunta  verso siti che nemmeno conosce.

La politica  mondiale è dominata da imperi assertivi, con cui l’ Europa non riesce a confrontarsi

3.L’Italia: scenario per eccellenza dell’ imbroglio “angelista”

Ciò che più assomiglia all’antica “Aurea Libertas” polacca è l’atteggiamento di sudditanza, al limite dell’alto tradimento (per usare un termine di Salvini), che i leader europei dimostrano verso quelli extraeuropei. Quando le varie fazioni americane vengono in Italia per farsi dare le prove pro o contro il Russiagate, Salvini preferisce dimettersi per non urtarsi con nessuno, soprattutto perché Trump ha appena officiato “Giuseppi”; e, tuttavia, per l’America Salvini non è ancora abbastanza allineato, sicché si fanno gli occhi dolci alla Meloni. Di Maio firma il memorandum sulla Via della Seta, ma, su richiesta degli USA, ne “sfronda” tutti i business più succosi, fino a far crollare le nostre esportazioni in Cina; poi, l’Ambasciatore cinese convoca a rapporto Beppe Grillo per una ramanzina, e l’Italia si astiene da commenti su Hong Kong, ma subito dopo permette a un oppositore anti-cinese di collegarsi via Skype con il nostro Parlamento. A questo punto, il Ministro degli Esteri cinese e l’ambasciata in Italia emettono una dura reprimenda. Siamo arrivati ad Arlecchino servo di due padroni. Non si era detto concordemente che tutti si devono astenere dalle ingerenze nella politica interna degli altri Stati, e che il commercio internazionale dev’essere libero? Giustamente, si afferma anche che quest’ultimo dovrebbe essere una competenza dell’Unione Europea. E, in effetti, ci sarebbero anche i “poteri impliciti” di quest’ultima Ma, quando pure ne avesse i poteri, essa sarebbe in grado di comportarsi in modo diverso dai leader italiani? La debolezza è degli Europei in generale, non solo dell’Italia o dell’Unione. Abbiamo una visione di quello che vogliamo essere fra 1, 5, 10, 20, 50, 100 anni, e di quali passi dobbiamo percorrere per arrivarci? Secondo Angelo Bolaffi, “ad oggi non c’è ancora un’idea precisa di quale possa essere questa ‘terza via’ e l’ Europa rischia per questo di essere schiacciata in una ‘global tech war’, nella guerra per il dominio globale della tecnologia”. Francamente, a me sembra di averla, questa idea, e di esprimerla. Tuttavia, sono i meccanismi viziati della comunicazione e del consenso che hanno, fino ad ora, reso impossibile la comunicazione dei contenuti genuinamente europei.

 

 

 

 

 

Arianespace, un’eredità gaullista

4.La  Conferenza fra funzionalismo e federalismo

Francia e Germania hanno proposto, forse tempestivamente, o forse già oltre il tempo massimo, di organizzare per il 2020 una “Conferenza sul futuro dell’ Europa”, in cui ci si ripromette di affrontare tutti i temi in sospeso. In particolare, Macron sembra intenzionato a porre la questione della difesa comune. Una volta tanto, concordo con il trafiletto di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”della scorsa domenica: “Viste le divisioni tra gli Stati membri, la Conferenza potrebbe finire per fare propria una visione continuista del futuro dell’ UE. Si tratta di un rischio perché non si esce dallo stallo in cui ci troviamo riscaldando la stessa minestra. Occorrerebbe invece cambiare il paradigma di riferimento dell’integrazione, riconoscendo con realismo l’insufficienza di quello fino ad ora predominante, il metodo funzionalista (basato sull’idea di un’integrazione continua) dovrebbe essere sostituito da un metodo federalista (basato invece sulla definizione costituzionale delle istituzioni e delle competenze dell’ UE)”.

Il problema è che nessuno si sofferma mai bene a vedere che cosa sono gli approcci, rispettivamente, “funzionalista” e “federalista”, di cui tanto si è parlato nell’ ambiente europeista. Il  funzionalismo è quella tendenza culturale, assolutamente attuale, che ritiene che tutte le realtà umane si possano ridurre a funzioni, traducibili in algoritmi, e trasferibili su altri “vettori”. Esso deriva dalla “religione della scienza” dei sansimoniani e prelude al transumanesimo. In politica, Mitrany lo usò per contraddire Spinelli, sostenendo invece la “Dichiarazione Schuman”, con l’idea che le collaborazioni su aspetti tecnici avrebbero sviluppato una “solidarietà di fatto” fra gli Europei. Questo significava pensare che gli uomini fossero uniti solo dall’economia, e non da motivazioni psicologiche, politiche o spirituali. Al contrario, il “federalismo” come lo concepiva originariamente Spinelli era un approccio rivoluzionario, con cui egli sperava di fare accettare, nella confusione postbellica, una federazione europea molto lontana dalle realtà di fatto dell’epoca. Spinelli si sbagliava, evidentemente perché, nel 1941 (al tempo del Patto Molotov-Ribbentrop), non si poteva ovviamente immaginare come sarebbe finita la IIa Guerra Mondiale, e, in particolare, che i pochissimi federalisti, come del resto buona parte dei leader antifascisti, non avrebbero avuto alcuna reale presa sugli aspetti militari, essendo tra l’altro la maggior parte restata in Svizzera, senza partecipare neppure alle operazioni partigiane. Il potere alla fine della guerra spettò pertanto agli Alleati, e, in piccola parte, alle burocrazie prebelliche, i quali appoggiarono, alla fine, almeno il progetto funzionalistico, ma con grandi tentennamenti, e non avrebbero comunque approvato il progetto federalistico di Spinelli, che mirava a togliere peso all’ apparato statale nazionale, alle lobby ad esso collegate e soprattutto alle potenze vincitrici.

Infatti, difficilmente una federazione viene creata pacificamente, come dimostrato dai casi degli USA, del Sudafrica,  dell’ URSS e dell’ India. Di qui il cosiddetto “machiavellismo” a cui furono costretti i padri fondatori delle Comunità Europee, e, in primis, di Spinelli, che tentarono di far passare comunque la loro impostazione, pur non avendo in mano delle grosse carte. Oggi, è escluso più che mai un colpo di mano di una parte di alcuni Europei nei confronti di altri, ma il temporaneo squilibrio di forza politica fra Macron, da un lato, la leadership tedesca azzoppata, dall’ altra, e, infine, quella degli altri Stati membri, è così ragguardevole, che Macron potrebbe anche tentare una forzatura, per esempio per ciò che concerne la politica estera e di difesa. Qui, Fabbrini, che pure teme, e giustamente, le solite rifritture, cade però anch’egli nel “déja vu”, quando paventa l’ipotesi che Macron “non la utilizzerà per avanzare la visione egemonica della Francia di De Gaulle”. Non capisco infatti in che altro modo si potrebbe fare avanzare una politica estera e di difesa europea in un mondo completamente digitalizzato, se non mettendo a disposizione dell’ Europa, attraverso un colpo di mano francese, un web autonomo da quello americano, così come De Gaulle aveva creato dal nulla (e messo a disposizione dell’ Europa), i missili balistici intercontinentali usati dall’ Ariane per i lanci civili e dall’Ente Spaziale Europeo e di Arianespace, i Treni ad Alta Velocità (TGV) per avviare le Reti Transeuropee, e, infine, l’ Airbus, per avviare un’industria europea aerospaziale e di difesa.

Per realizzare tutto ciò, Macron rilancia praticamente il decisionismo gollista : Je suis en faveur d’une efficacité accrue, d’une décision plus rapide et plus claire, d’un changement du dogme et de l’idéologie qui nous animent collectivement aujourd’hui.”Macron conta di utilizzare, a questo fine, i cosiddetti “poteri impliciti” della Commissione, in particolare attraverso le deleghe attribuite a Thierry Breton : « Sur bon nombre de ces sujets, la Commission européenne est compétente: le numérique, le marché unique et maintenant la défense dans le cadre d’une coopération renforcée. C’est d’ailleurs le portefeuille français de la prochaine Commission ».

Ricordiamo che, se non ci fosse stato De Gaulle, non avremmo neppure quello straccio d’integrazione “funzionalistica” che oggi abbiamo attraverso i “caMPIONI EUROPEI”, anche se, qualitativamente, non si discosta dalle soluzioni del XIX Secolo: la Società della Navigazione sul Reno, il Treno Mitropa e l’Orient Express, voluti dai Sansimoniani.

I Whistleblowers

  1. Un’occasione d’oro per dire la propria opinione

Certo, anche ora, nonostante la crisi dell’interventismo liberale,  neanche un’America “realista e nazionalista” come la vorrebbe Mearsheimer, potrà non “stare a guardare”, come dimostrato dalle rappresaglie sulla Web Tax, ma è questo il momento più propizio per l’ Europa per ingaggiar battaglia. Tutti coloro i quali, da 70 anni, non fanno che lamentarsi dell’Europa, vuoi perché troppo tecnocratica, vuoi perchè lontana dai cittadini, vuoi perché poco sociale, vuoi infine perché poco sovrana, non possono permettersi di restarsene inattivi dinanzi all’occasione fornita dalla Conferenza. Altrimenti, si rivelerebbe troppo chiaramente che le loro proteste sono meramente strumentali, per far sfogare la giusta rabbia degli Europei senza modificare lo status quo e non  attirarsi, così,  le ire dei poteri forti. Concordo però con Fabbrini sul pericolo che la Conferenza  si riveli un ennesimo giro a vuoto, anche perché già il documento preparatorio  elude i temi più scottanti.

Eppure, se la classe politica non ascolterà mai proteste motivate e vibrate dei cittadini, continuerà a comportarsi come Don Ferrante: “sopire, troncare, troncare, sopire”, fingendo di attivarsi e in realtà bloccando ogni tentativo di soluzione. Fattivamente, Cardini chiede a tutti di commentare sul suo blog i post sulla NATO, cosa che noi stiamo già facendo con questo articolo. Invito intanto tutti a partecipare a questo dibattito, tramite il blog di Cardini e/o il mio.

Certo che ci sono varie soluzioni alternative alla NATO, e sono precisamente quelle  di una difesa autonoma dell’Europa, come proposto, fra le righe, da Macron, e di una serie di  accordi con i Paesi vicini per la prevenzione dei casi di guerra, come accennato fin dall’ inizio da Putin e, all’ ultimo vertice, perfino da Stoltenberg.

Intanto, mentre l’America è un’”ideocrazia”, o , come diceva Chesterton, ”una nazione con l’anima di una Chiesa”, che ritiene suo dovere religioso quello di imporre a tutto il mondo, non soltanto l’adozione dei suoi sistemi economici e sociali, ma addirittura l’adesione ai suoi valori, e, perfino, alle sue idiosincrasie, l’Europa dice invece di credere nella diversità delle grandi tradizioni culturali del mondo, come testimoniato dai suoi grandi autori, come De Las Casas, Ricci, Goethe, Schopenhauer….

Secondo Mearsheimer, l’identità americana, al di là della prevalenza attuale del liberalismo progressismo, ha comportato sempre una qualche necessità d’ ingegnarsi nella vita di tutti i paesi del mondo, imponendo loro il proprio controllo -culturale, ideologico, giuridico, economico e militare-, mentre invece l’Europa non sente tradizionalmente questo bisogno, perché essa è, come dice il Papa, “poliedrica”. Ci sono in Europa Lapponi e Turchi, Irlandesi e Ebrei, Inglesi e Russi, ciascuno con sue tradizioni, religioni, culture, abitudini, esigenze e interessi diversi. Perché mai questi Europei dovrebbero andare in giro per il mondo, come pretenderebbe Stoltenberg, a bombardare, occupare, reprimere, indottrinare, per attuare gli ordini, le idee e gli interessi di qualcun altro? Non riesco a trovare argomenti validi  per contestare agl’Islamici le loro monarchie e repubbliche islamiche, così come noi abbiamo il Regno d’Inghilterra, con la Regina che è a capo, tanto della Chiesa ,quanto della Massoneria; né, ai Cinesi,  di organizzare il loro impero, di dimensioni uniche nel suo genere, con gli stessi criteri collaudati con cui l’hanno gestito con successo da cinquemila anni, e che assomigliano moltissimo a quelli della Chiesa Cattolica.

In secondo luogo, “America First” significa come minimo “Europe Second”. Ammesso che esista un “Occidente” e che i due popoli vogliano veramente coesistere, non si capisce perché trecento milioni di Americani pretendano di guidare in eterno almeno seicento milioni di Europei.

Ne deriva che le esigenze di difesa dell’Europa sono in ogni caso sostanzialmente più modeste di quelle americane, e possono essere soddisfatte con un minore costo e dispendio di energie, soprattutto se non fossimo più costretti a disperdere le nostre forze per obiettivi che non sono i nostri.Quindi, secondo Ezio Mauro, oggi manca proprio il collante storico politico, storico, culturale di un’ideologia comune alle due sponde dell’Atlantico, quello che fino ad ora era stato  costituito dalla fiducia nel progresso, che giustifichi la NATO: “L’alleanza è una pura, gigantesca sopravvivenza, che deve giustificare se sterssa in un mondo a-occidentale”.

Vorremmo impegnarci, come chiede Cardini, “a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti..” Nessuno s’illude che si tratti di un compito semplice. Come ha scritto Le temps, « bousculer la plus puissante coalition militaire mondiale ne suffit pas. Encore faut-il avoir un plan pour en modifier le cap. Et disposer des clés pour déverrouiller l’étreinte américaine”

Quello che i critici della NATO non fanno, e dovremmo o incominciare a fare noi, sarebbe proprio indicare dei punti di proposta alternativi, partendo dalla comprensione del ruolo della guerra nelle società del XXI Secolo, e, in particolare, del suo rapporto con i miti messianici come quelli del Progresso, dello Stato Mondiale e della Singularity. In secondo luogo, occorre effettuare uno studio dei possibili scenari geopolitici futuri, per comprendere quali siano le effettive esigenze di difesa dell’Europa nei prossimi decenni. Infine, occorre vedere quali strumenti esistano per fare fronte a queste esigenze. Solo allora si potrà effettuare un’analisi di dettaglio della NATO, nelle sue motivazioni, nella sua genesi, nel suo funzionamento. Infine, confrontando le esigenze dell’Europa con la realtà vera della NATO, occorrerà studiare una strategia per riuscire a svincolarsi dalla stessa, o a ridimensionarla, predisponendo per tempo un assetto alternativo che sia, nel contempo, possibile e necessario.

In sostanza, mettere in pratica la massima di Sun Zu “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”.

1923: L’Europa si sveglia