Tutti gli articoli di Riccardo Lala

FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI O SCONTRO FRA NUOVE NARRAZIONI?

L’obiettivo del Postumanesimo è l’ Apocalisse

La gravità dello stallo dell’integrazione europea è dimostrata dal fatto che perfino il Movimento Europeo lo denunzia oramai continuamente , non lesinando critiche ai vertici dell’ Unione (vedi newsletter allegata).

Anche autori sostanzialmente allineati con il Mainstream, come Massimo Cacciari, sparano oramai a zero sull’ “establishment”.

L’11 settembre, Cacciari aveva pubblicato su “La Repubblica” un articolo dal o titolo “L’ Europa non pensa più”. Titolo significativo, che documenta il disorientamento gravissimo in cui versa l’establishment europeo fino dalla caduta del Muro di Berlino.  A mio avviso, non è esatto che l’Europa non pensi più: è, piuttosto, che l’establishment non può più utilizzare oltre il tempo massimo gli stereotipi inventati callidamente alla caduta del Muro di Berlino per frenare la naturale rivincita del potere europeo (l’”Europe Puissance” di Giscard d’ Estaing) in seguito alla caduta del ricatto bipolare , e, non avendone saputi costruire altri credibili, si rivolge al pubblico europeo con discorsi palesemente incoerenti, basati su puri giochi linguistici, che vengono giustamente assimilati allo stop cerebrale denunziato da Macron nella NATO.

Ulrike Guérot vede il futuro come molto conflittuale

1.Dalle ideologie sette-ottocentesche al comunitarismo

Il crollo del  socialismo reale aveva implicato altresì la destabilizzazione del sistema occidentale, che, nella specularità con il blocco socialista, trovava una ragion d’essere e una legittimazione nella comune adesione al messianesimo immanentistico, chiudendo così la porta ad altre alternative storiche.

In questa luce, on risulta comprensibile anche la radicalizzazione l’esplosione dei comunitarismi americani: i fanatici dell’”American Creed” come Trump contro gli Afrocentristi. Infatti, la decadenza dell’ America come baluardo contro il comunismo ha fatto perdere agli Americani la fede messianica nel Destino Manifesto, come pure il senso di sicurezza derivante dall’ appartenenza a un popolo eletto. Ciascuno cerca, dunque, ora rifugio nella propria identità ancestrale: WASPS e sino-americani, latinos e afro-americani…

I primi, chiedono, con il Presidente Trump, che, nelle scuole, si cambino i programmi di storia per esaltare il contributo dato all’ America al progresso della Modernità; i secondi sono trincerati dietro il “Progetto 1619”, che mira a porre in luce quanto, della storia americana, sia contrassegnato dalla conquista, dallo schiavismo, dalla spoliazione, dalla discriminazione e dall’ ipocrisia.

Con il comunitarismo degli anni ‘80,la “Gemeinschaft” di Toennies vinceva su tutti i fronti contro la “Gesellschaft” hegeliana. Il caso più eclatante era però quello delle “Comunità Europee” che vsvano fatto di tutta l’ Europa un fascio di comunità. Già erano nati (e/o rinascevanono) infatti ovunque, in omaggio al principio della “Différence” derridiana, nuovi pensieri politici (come il “Novij Russkyi Konzervatizm” e lo “Jeni Osmancilik”), non più eredi della Rivoluzione Francese come erano state le vecchie, strumentali, “Ideologie” criticate già sul nascere, come astratte e parziali, da Napoleone e da Carlo Marx. Un esito certo non previsto da molti, e traumatico a causa del carattere religioso (direi anzi fideistico) di quelle ideologie, ben messo in evidenza ancora recentemente dal Nelson, un carattere che le rende rigide (come si suol dire con un orribile neologismo, “non negoziabili”).

Che i diversi nuovi comunitarismi, dall’ortodossia ebraica all’islam politico, da Solidarnosc al neo-ottomanismo,  costituissero anche un’ implicita sfida alla egemonia “occidentale” (perché negavano l’universalità dei suoi valori) era del tutto prevedibile (e compreso perfettamente  per esempio da coloro che avevano osteggiato Gorbaciov, Walesa e Jelcin, per non ammettere delle “via nazionali” slave verso l’Europa).Il comunitarismo aveva, già in quegli anni, influenti seguaci in tutte le latitudini, da Israele al mondo islamico e indico, per poi porsi alla base di Solidarnosc e dei regionalismi europei. Perfino le Repubbliche post-sovietiche si erano autoproclamate, per “rivalità mimetica”, “Comunità di Stati Indipendenti”.

Solo l’Europa, muovendo in controtendenza, aveva chiamato, con il Trattato di Lisbona, la propria organizzazione “Unione Europea”, eliminando il glorioso nome di Comunità Europee. Ciò era avvenuto in gran parte per un’espressa domanda della Gran Bretagna, che aveva obbligato ad espungere addirittura dal Trattato inno e bandiera, per togliere all’ Unione ogni carattere identitario. Il punto era, ed è, che l’unico comunitarismo ammesso è quello americano, sì che forme diverse di comunitarismo non sono ammissibili, perchè farebbero ombra all’ identità americana. Tuttavia, ora, dopo la Brexit, il comunitarismo europeo dovrebbe prendersi la sua rivincita.

Ciò ha portato a un’ovvia debolezza dell’ identità europea, che per le sue origini e caratteristiche è distinta da quella americana,  delegittimando in particolare  le radici eurasiatiche dell’ Europa a favore di quelle occidentali, e di mantenendo gli Europei centro-orientali in uno stato di minorità.

Oggi ci si lamenta della rivolta del Donbass, dell’annessione della Crimea, dell’ appoggio della Turchia a Serraj, dell’estremismo religioso di Kaczynski e della guerra di Orban contro Soros, ma si dimentica quanto il rifiuto di legittimare la Perestrojka, l’Europa Orientale e la Turchia Europea abbia a contribuito ad esacerbare tutti i nostri partner, inizialmente sostenitori quasi fanatici dell’ integrazione europea. Basti pensare all’ articolo di Putin sulla prima pagina de “La Stampa” di Torino per il 50° anniversario dell’Unione Europea,

Da allora, sono iniziati l’attacco all’Ossezia, la denigrazione della Russia, il boicottaggio delle trattative di adesione della Turchia e via discorrendo.

La Russia starebbe destabilizzando l’ Europa, Semmai, quella che oggi è destabilizzata è l’America, e l’ Europa non può trarne che un vantaggio.

In “Paneuropa”, Coudenhove Kalergi aveva già lanciato un progetto molto chiaro di federalismo mondiale

2. Borrell: “Multipolarismo senza consenso”? o “Multipolarismo multuculturale”?

Le recenti prese di posizione dell’Alto Rappresentante Borrell circa l’”autonomia strategica dell’ Europa” ci spingono a un’ulteriore, anche se breve, riflessione su questo cruciale passaggio della nostra identità culturale.

Secondo Borrell,  si assiste al“l’emergere di un mondo multipolare con sempre più attori ma senza che ci sia un vero consenso intorno ad essi”. Ricordiamo che l’ Europa si era sempre schierata a favore di un mondo multipolare, ma con l’arrière pensée ch’esso sarebbe  stato anche monoculturale, cioè copertamente occidentale. Invece, oggi un consenso culturale c’è, eccome, ma sta proprio (ovunque, anche in America) nell’opposizione contro l’egemonia occidentale ammantata dall’ ideologia del progresso (il cosiddetto “Washington Consensus”). È ciò che Borrell definisce “un mondo multipolare senza multilateralismo”, ma.che,in realtà, è un mondo al contempo multipolare e multiculturale. Che altro infatti è il multiculturalismo se non il tanto deprecato relativismo culturale, che ritiene che possano, e debbano, partecipare, alla configurazione del mondo, non soltanto i messianesimi occidentali, ma anche le filosofie orientali e i popoli pre-alfabetici, l’ Islam e il politeismo dell’ Asia Meridionale e del Giappone. Le Nazioni Unite debbono essere il foro in cui si confrontano le diverse visioni del mondo.

Borrell dimentica anche di precisare che l’attuale segmentazione del mondo in centri di potere sempre più confliggenti fra di loro deriva esclusivamente dalla volontà dell’ America, che, per evitare i vincoli posti al suo messianesimo dalle Nazioni Unite, ha lanciato le “guerre umanitarie” (Irak, Afghanistan, Libia) senza l’avallo delle stesse, fondandosi invece solo sulle “coalitions of the Willing”, vale a dire fasci di accordi bilaterali minoritari. Con ciò prima legittimando, poi promuovendo attivamente, una politica di “giri di Walzer” simile a quella che aveva portato alla Ia e alla IIa Guerra Mondiale. A questo punto, come stupirsi se gl’interlocutori degli Stati Uniti si sono visti spinti in tutti i modi a far leva ciascuno sulla propria specifica identità per contare di più nel mondo multipolare?

Di fronte a questa obiettiva realtà mondiale, l’obiettivo dichiarato da Borrell (“livellare il campo di gioco tra gli Stati, dar vita a norme e standard applicabili allo stesso modo per tutti gli attori globali in modo da rendere più eque le loro relazioni commerciali, economiche”)è, a nostro avviso, al contempo, troppo poco ambizioso, troppo astratto, e, comunque, ampiamente mistificante. Durante tutti questi 70 anni, “livellare il campo di gioco” ha significato in realtà aprire la strada ai poteri forti (concentrazioni editoriali e cinematografiche, industrie del web, servizi segreti, grandi famiglie, eserciti delle grandi potenze),  in modo che potessero  occupare sempre più interstizi in tutte le società, impedendo ai diversi popoli e alle diverse culture di dare i proprio contributo al futuro del mondo attraverso un’equa partecipazione ideologica, professionale, economica e politica. Abbiamo avuto così il pensiero unico, i GAFAM, Echelon, Prism, la Società dell’ 1%, la perpetuazione dell’ occupazione dell’ Europa…Perché mai dovremmo spianare la strada ai GAFAM che sono allo stesso tempo sette, chiese, servizi segreti, Stati nello Stato?

In particolare, in Europa, “livellare il campo da gioco”  è stato solo un paravento evitare la nascita di Campioni Europei, lasciando libero il campo ai giganti americani (Ford, General Motors, General Electric, Boeing, Lockheed, IBM, i GAFAM), per ritardare sine die la nascita di una cultura europea e di un esercito europeo..

In realtà, l’Unione si è resa complice, con la sua politica fiscale, antitrust e di outsourcing, del predominio tirannico dei GAFAM, e, con la sua critica ossessiva delle politiche dei Pasi extraeuropei, delle effettive forme di repressione esistenti nel nostro Continente: dalle leggi memoriali al capitalismo della sorveglianza, dalla negazione della cittadinanza alle minoranze nel Baltico alla detenzione sine die del Governo catalano e di Assange.

Fra i vecchi imperi ci sono anche quelli che hanno fatto la storia d’Europa

3.La rivincita dei vecchi imperi

“Il ritorno dei vecchi imperi” che Borrell vorrebbe scongiurare altro non è che l’espressione più appariscente   di quella resistenza delle altre parti del mondo contro la manovra livellatrice dell’ “Impero nascosto” di cui parla Immerwahr, quella in esito della quale nel 2001 lo slogan corrente era “siamo tutti americani”.

Infatti:

a)il solo vero impero, erede del “sogno di Serse” di conquistare l’Europa per essere pasri agli Dei,  è oggi più che mai quello americano;

b)gli altri “Stati civiltà” di cui si parla in Cina, vale a dire gli Stati semi-continentali capaci di esprimere le specificità di una propria cultura, possono ovviamente sorgere più facilmente dove in passato sono esistiti degl’imperi, intendendo, con questo termine, degli Stati sovrannazionali che s’identificavano, anziché con un’etnia, con un modello di umanità, ma non devono necessariamente identificarsi con la hybris achemenide;

c)anche l’idea originaria del federalismo europeo era quella di attribuire un qualche carattere imperiale, nell’ambito di una  “Translatio Imperii” biblica e classica, all’ Unione Europea, sulla scia di Voltaire, di Coudenhove Kalergi e dello stesso Spinelli, ma questo storico obiettivo era stato travolto dall’ideologia “angelistica” affermatasi dopo la caduta del Muro di Berlino, secondo cui l’Unione Europea sarebbe stata, come dice Borrell, “il rifiuto del potere”;

d)multilateralismo significa la possibilità di tutti i popoli di operare a livello mondiale su un piede di parità, e questo è appunto il primo obiettivo dell’Unione europea, ma ciò non è mai avvenuto in pratica perché tutte le grandi decisioni sul piano mondiale sono state sempre determinate dai soli Stati Uniti, anche per l’autolesionistico “rifiuto del potere” da parte degli Europei;

e)L’Unione Europea, soggetto nuovo che però ha dietro di sé una storia antichissima, ha oggi esattamente lo stesso problema di tutti gli altri Stati-Civiltà: come fare sentire la propria voce sui futuri assetti del mondo a dispetto del debordante potere dell’unico “Impero Nascosto”. E il primo a saperlo dovrebbe essere, per la sua carica, proprio Borrell, il quale si trova tutti i giorni confrontato all’impossibilità, per le Istituzioni europee, di creare, come tutti invece si aspetterebbero,  una loro “civiltà digitale”, alternativa a quella, imperante, della “Singularity” e della sorveglianza , e che vedono le proprie iniziative, come quelle sul clima o in Iran, cassate brutalmente dagli Stati Uniti;

f) la cosiddetta “rivincita dei vecchi imperi”  costituisce anche l’abbozzo del tentativo concreto  di superare un’altra difficoltà denunziata da Borrell, quella del “proliferare degli Stati sovrani”, che rende impossibile un dialogo coerente a livello mondiale. La creazione di grandi Stati-Civiltà, uniti ciascuno dal fatto di rappresentare una determinata tradizione culturale (esempi tipici, gli USA e la Cina), permette un dibattito trasparente e alla pari, fra soggetti dotati di adeguata forza, competenza e motivazione;

g) alcuni dei “Vecchi imperi” (Turchia, Russia) sono in realtà delle sub-sezioni dell’Europa, che, nel corso dei millenni, avevano  rivendicato per sé la translatio imperii biblica e romana (la “seconda e la terza roma”), così come Song e Jin avevano rivendicato quella sinica, e abbassidi e fatimidi quella islamica. Ma anche Spagna, Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia e Ungheria sono resti di vecchi imperi, ed è per questo ch’essi rivendicano ancor oggi una qualche forma “sovranità internazionale” (vedi la repressione dell’indipendenza catalana e scozzese, la “francofonia”, le bandiere della Rzeczpospolita a Minsk…). L’Europa non può tener conto solo dei suoi sedicenti “Stati Membri” (che comunque sono anch’essi troppo numerosi), ma deve dare un ruolo effettivo nella governance  e distinto alle sue grandi Regioni storiche, alle microregioni e alle città, che corrispondono alle vecchie Monarchie, Corone, Stati e Città.

h)Come spiega Immerwahr nel suo “Impero Nascosto”, la “creazione di principi e ruoli universali” è stato il capolavoro del Presidente americano Hoover, che, attraverso la standardizzazione, ha assoggettato il mondo. Tuttavia, il rendere tutto standardizzato elimina l’umano, che è imperfezione e soggettività, a favore della macchina, che è tutta logica e principi.

L’Europa senza potere è un’Europa dove il potere ce l’hanno gli altri

4.Il “rifiuto del potere”: causa prima dell’anarchia europea

L’intervento di Borrell parte, come del resto interventi simili da parte di altri esponenti europei, dalla convinzione che il motore primo dell’ Unione Europea sia stato il rifiuto del potere.

Quest’affermazione è, intanto, poco credibile, perché qualunque uomo politico, e qualunque organizzazione politica, non può che ricercare il potere, altrimenti non esisterebbe, né si guadagnerebbe da vivere.

In secondo luogo, essa è in netto contrasto con i grandi fautori dell’ integrazione europea, da Dubois a Podiebrad, da Sully a Saint Pierre, da Voltaire  Nietzsche a Spinelli, da Giscard d’ Estaing a Joschka Fischer. In particolare,  Spinelli rivendicava l’amore per il potere quale motivazione prima del suo impegno politico, Giscard rivendicava l’ “Europe Puissance” e Fischer la ”Selbstbehauptung Europas”.

In realtà, il “rifiuto del potere” (emerso nel discorso europeo solo dopo la trasformazione in “Unione”) costituisce sostanzialmente  da sempre il programma del movimento anarchico, e dunque è normale che, da quando esso è divenuto anche quello dominante nell’ Unione Europea, noi viviamo ora nel caos che vediamo ogni giorno, con il Complesso Informatico-Militare che spadroneggia impunito (come testimoniano le sentenze Assange, Schrems e Apple), con la Turchia e la Grecia che si minacciano di guerra e l’Italia che partecipa alle manovre navali su ambedue i fronti, con un Recovery Fund che non è ancora stato approvato dal Parlamento Europeo, mentre intanto i ministeri degli Stati Membri affastellano milioni di progetti irrealizzabili, anziché presentare i pochissimi utili.

Che i vertici europei rifiutino di esercitare il loro potere è un regalo eccezionale ai nemici dell’Europa, un regalo troppo bello per essere casuale.

L’Europa dovrebbe difendere l’umano contro il complesso informatico-militare

5. Un’ Europa che rifiuta il potere tradisce la sua missione

In un precedente blog, avevamo scritto: “All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica ‘missione’ prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la ‘prassi liberante’ propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’’intelligenza collettiva’ e del ‘lavoratore’, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di ‘rovesciare il tavolo’. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori ‘assiali” della saggezza, della filosofia, ‘dell’’humanitas’, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al ‘banauson ergon’ (quel ‘lavoro bruto’ che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’ orizzonte).”

Quando Cacciari scrive che “ l’ Europa non pensa più”, cioè non è più in grado di definire adeguatamente  se stessa,  è proprio perché, a partire dalla sua trasformazione in Unione Europea, avvenuta con il Trattato di Lisbona, essa aveva tentato impropriamente  di assumere, quale propria ideologia, precisamente quella del “Rifiuto del Potere”, un fine, cioè,  che non era, né quello proprio  della tradizione europea, né quello ch’era stato  enunziato all’inizio alle Comunità Europee, né, infine, quello che si richiederebbe ora, nel XXI secolo, di fronte alle sfide della Transizione Digitale, bensì un fine eterodiretto, rientrante in ultima analisi nel progetto della modernità americana: l’omologazione mondiale. Se gli Europei rifiutano il potere, ma in sostanza sostengono il potere americano, quest’ultimo riuscirà a domare anche i popoli più cocciuti, e ci sarà veramente la Fine della Storia, cioè la sottomissione dell’uomo alla macchina (la Singularity).

Oggi, non essendo  completato neppure ancora il controllo dell’Europa, le forze che avevano patrocinato la “rinunzia al potere” sono rimaste disorientate, e non hanno ancora trovato  una propria linea difensiva, mentre neppure il resto (maggioritario) dell’ Europa, diseducato da quel periodo di egemonia conformistica, è riuscito ancora a far emergere una sua adeguata classe dirigente.

Coincidenza fra l’Europa senza potere e l’ideologia californiana

6.Da dove viene  questo rifiuto?

L’idea della Fine della Storia ha un’origine antichissima, da ricercarsi presumibilmente nell’ apocalisse zoroastriana (“Frasho Kereti”), ed è trasmigrata in modo carsico, nel corso dei  millenni, fra l’apocalittica ebraica, le eresie cristiane e  islamiche e il chiliasmo materialista moderno di Lessing  e postmoderno di Kurzweil.

Essa si era nuovamente concretizzata per la prima volta come vero e proprio progetto politico, dopo la sfortunata spedizione di Serse in Grecia, sotto la forma dell’ “American Creed” di Friske (il “Destino Manifesto”), sboccato infine nel postumanesimo dell’ Ideologia Californiana. Quest’ ultima è poi andata in crisi all’ inizio del XXI secolo di fronte alla resistenza opposta dall’ Islam politico e del sovranismo russo (i cui esiti si vedono ancor oggi in Afghanistan, in Turchia e in Ucraina), sì che l’establishment americano era stato costretto ad escogitare nuove strategie per permettere la sopravvivenza del progetto. Così, mentre Fukuyama “si rimangiava” la sua tesi, secondo cui la Fine della Storia sarebbe oramai avvenuta, Samuel Huntington teorizzava lo scontro di civiltà. Sono venuti poi il TTIP e il TTP, e, infine, l’ “America First”. Fin dall’ inizio l’Europa  il ruolo in quel progetto, pilotato dall’ America,  è stato  passivo: dalle Rivoluzioni Atlantiche, al taylorismo e fordismo, fino alla Guerra Civile Europea e all’ordine di Yalta. Cacciari scrive che “Vi fu chi comprese che la fine del tragico Novecento offriva all’ Europa una grande e irripetibile occasione per affermare una propria nuova, originale ‘centralità’.”.  In particolare, l’Unione Europea, rimasta sconcertata dalle politiche dei due Bush e di Clinton, aveva tentato d’inserirsi in quei tentativi di revisione dell’ideologia occidentale “Anche riscoprendo una sua ’storia segreta’, voci inascoltate della sua tradizione”, vale a dire  riprendendo  a proprio vantaggio la retorica americana dell’ “esportazione della democrazia”, descrivendo se stessa quale l’ultimo vero erede della tradizione chiliastica occidentale,  e spacciando abusivamente la propria storia come una “success story” sul cammino della pace universale (trascurando così Suez, la guerra greco-turca, l’IRA, l’Afghanistan, la Transnistria, la ex Yugoslavia, Tskhinval, l’Irak,la Libia). In particolare, Jeremy Rifkin aveva teorizzato la “translatio” del Sogno Americano nel Sogno Europeo. Quindi, una riedizione aggiornata dell’ idea “funzionalistica”, secondo cui l’integrazione parziale dell’ Europa avrebbe aperto la strada all’ integrazione mondiale, secondo la logica deterministica della “Teoria della Sviluppo”di Rostow.

L’idea attuale della Commissione, quella di essere un “Trendsetter nell’ elaborazione delle norme”  vorrebbe forse riprendere quella tentazione. Si tratterebbe quindi, ben lungi dal preteso “utopismo” dei federalisti,  di un rifiuto del loro realismo politico, tentando invece di rimettere in circolo il chiliasmo dei “funzionalisti”, che assomiglia oggi molto al postumanesimo dell’ideologia californiana (a cui l’accomuna la stessa matrice filosofica).

La Fine della Storia è la vittoria del Sogno di Serse

7. La via non percorsa: quella del Federalismo Integrale

Il richiamo indiretto fatto negli anni 80 e 90, per rivitalizzare l’Europeismo reso esangue dal funzionalismo,  al “federalismo integrale” di Grotius, Althusius, Tocqueville, De Rougemont, Marc e Olivetti e a quello politico spinelliano,   avvenne   purtroppo in un modo estremamente reticente (Michel Albert), perché questi erano  già stati sconfitti dal funzionalismo sotto la spinta degli Stati Membri, di Monnet e di Schuman.

L’informatica, era divenuta in quegli anni la nuova frontiera della terza guerra mondiale (la “giustizia infinita” lanciata da Bush e descritta più appropriatamente dagli strateghi cinesi come “guerra senza limiti”, e dal Papa come “terza guerra mondiale a pezzi”), come  avevano dimostrato Stux, Echelon e Prism. Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google,  aveva precisato che l’essenza  della Fine della Storia era la “Singularity Tecnologica”, cioè  il ritorno dell’ Universo all’ Uno  grazie alle tecnologie informatiche ( l’”Unus Sumus”  di cui parla Cacciari): un’idea  che trova i suoi precedenti nel Buddismo e nella Qabbalà. In quella fase, Schidt e Cohen (membri del Consiglio di Amministrazione della stessa società), scrivevano, sulle rovine della Baghdad ingiustamente bombardata e conquistata, che oramai Google aveva sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo (The New Digital Age).Veniva così dichiarato pubblicamente che la Fine della Storia, ovvero la Pace Perpetua, era il progetto dei GAFAM, e che tutti coloro  -fossero essi Saddam o Assange, Gheddafi o Manning, Morales o Snowden-, dovevano oramai essere eliminati o resi inoffensivi (cfr. caso Olivetti).

Anche  la pretesa dell’Unione d’ incarnare l’”autentico” Sogno Americano veniva  messa i ombra dal progetto dei GAFAM. Comunque, questi avevano trovato ben presto il modo di convivere con le Istituzioni europee (non diversamente che con il Partito Comunista Cinese). A maggior ragione, in questo contesto, trovava difficoltà a materializzarsi un ruolo specifico per gli Europei  perché l’Unione Europea era stata esclusa deliberatamente dalla civiltà digitale, e le Istituzioni, contrariamente al Governo cinese, non facevano nulla per rialzare il  suo profilo in questo campo.

Inoltre, mentre il “funzionalismo” tradizionale dell’Unione Europea era  già un embrionale esempio di “governo delle regole”, e quindi predisposto verso il  “Governo delle Macchine” oggetto della Singularity, il  federalismo integrale tradizionale dell’ Europa  costituisce una forma altamente sofisticata di “governo degli uomini sugli uomini”, e, come tale, incominciava già allora a stridere con il progetto americano di globalizzazione tecnocratica. Basti pensare all’approvazione del GDPR da parte delle Istituzioni europee, una vera bomba a orologeria per i rapporti euro-atlantici, di cui solo ora si incomincia a percepire la portata.

L’Europa è riuscita ad essere il “trendsetter del dibattito mondiale”?

8.Al di la del conflitto con la Cina, il federalismo mondiale

Negli stessi anni, l’inaudito sviluppo della Cina  portava allo scavalcamento dell’America in molte fondamentali  tecnologie, quali i computer quantici, le valute elettroniche, i social network, l’ingegneria medicale, i social networks, i treni ad alta velocità. Questo  provocava  di riflesso a sua volta una frenata nello sviluppo sul piano mondiale della Società del Controllo Totale americana (con esiti diversi per la Cina, la Russia, l’India e Israele). Oggi è la Cina a rivendicare l’eredità del “sogno Americano” (“Zhongguo Meng”), anche se le sue tradizioni culturali le rendono impossibile realizzarlo con la stessa radicalità.

In questo scenario sovraffollato, l’Europa non sa più quale spazio occupare, né dal punto di vista fattuale, né da quello concettuale. Dal punto di vista fattuale, il mondo è dominato dalla nuova guerra fredda voluta da Trump (che ora si ritorce contro l’ America). Da quello concettuale, si contrappongono un nuovo maccartismo americanocentrico e il progetto eurasiatico della Via della Seta, che sfocia nella negazione di un ruolo provvidenziale degli Stati Uniti (“la sola nazione indispensabile”), mirando addirittura a  ridimensionare gli stessi fino al livello di uno qualunque fra i grandi Stati-civiltà che si contendono il ruolo di comprimari nel mondo.

Il vecchio federalismo europeo “funzionalistico” era sempre stato favorito in quanto indeboliva l’ Europa, impedendole di divenire un soggetto politico forte, e, quindi, capace di dialogare alla pari con le grandi potenze. Dal punto di vista del multiculturalismo eurasiatico, un “federalismo integrale” europeo forte costituirebbe il parallelo del federalismo mondiale veramente multiculturale come era stato concepito da De las Casas e Coudenhove Kalergi, e a cui aspirano oggi Cina e Russia. Questo tipo di federalismo era sempre stato al centro della storia dell’identità europea: dal tribalismo dei popoli dei Kurgan e medio-orientali, al cetualismo delle poleis, alle leghe, agl’imperi occidentali, delle “repubbliche aristocratiche”, ai progetti premoderni e moderni di federazione. Il Federalismo Mondiale non può sussistere senza Stati che vogliano e possano federarsi; degli “Stati-Civiltàche accettino il pluralismo delle culture. Oggi, l’unico Stato che sia, e si senta, tale, è la Cina, e non è un caso ch’essa svolga un ruolo così centrale nel mondo di oggi. Gli altri quattro Stati-civiltà che aspirano a questo ruolo, presentano ciascuno dei notevoli inconvenienti. L’America vorrebbe  rappresentare l’unico impero mondiale pur continuando a mantenendo il potere entro la limitatissima “Società dell’1%” (WASP), vale a dire pochi milioni di persone. L’India non riesce ad avere una propria identità “forte” perché insanabilmente divisa fra religioni, etnie e caste. La Russia rappresenta adeguatamente l’eredità dei Popoli delle Steppe, ma, mancando di un’adeguata popolazione ed avendo confini indefiniti, è costretta, per sopravvivere, ad acettare la conflittualità impostale dall’ esterno. L’Europanon sa più , appunto, ciò che vuole, non è uno Stato ed è in completa balia degli Stati Uniti dal punto di vista culturale, militare e politico.

Il federatore dev’essere il popolo europeo

 9.Quale  “federatore”?

Cacciari individua, fra le carenze dell’integrazione europea attuale,  l’assenza di un federatore.  A mio avviso, questo federatore c’è. Anzi, il termine “federatore” era  stato coniato (precisamente dal Generale De Gaulle), per designare questo “federatore esterno”: gli Stati Uniti, vero motore dell’ integrazione europea, con il Senatore Fulbright, che aveva fatto approvare dal Senato una mozione a favore della Federazione Europea; con il direttore della CIA, Donovan, che finanziava il Movimento Europeo di Churchill;  con il Segretario di Stato, Dean Acheson, che, piombato inaspettatamente l’ 8 maggio a Parigi, aveva riscritto l’ultima versione della “Dichiarazione Schuman”;  con lo studio Cleary and Gottlieb, che aveva  scritto i Trattati Europei per conto di Jean Monnet; con  la NATO a cui hanno dovuto aderire i Paesi dell’ Est Europa prima di poter aderire all’ Unione Europea. Gli Stati Uniti non hanno invece mai tollerato la nascita di un “Federatore Interno”. Basti vedere i casi di De Gaulle e di Gorbaciov.

Inoltre, gli Stati Uniti non riconoscono l’ Unione Europea, con la quale nessun presidente americano ha mai dialogato, come un partner del loro stesso livello. Invece, il presidente Xi Jinping s’incontra periodicamente con i vertici europei, e il ministro degli esteri Wang Yi ha dichiarato a Roma, al termine dell’incontro con il Ministro di Maio, che la Cina vuole un’Unione Europea forte e unita. Infatti, aggiungiamo noi, solo un’Europa che abbia rapporti culturali, tecnologici ed economici intensi con tutto il mondo potrà alimentare concretamente il proprio federalismo integrale, e, come tale, costituirsi in soggetto solido e autonomo, alternativo, e comunque allo stesso livello, degli Stati Uniti. Per questo vi è tanta avversione, negli ambienti atlantici, contro il Papa gesuita, contro Huawei e contro il North Stream, che, attraverso rapporti trasversali, rafforzano la posizione negoziale dell’ Europa.

Barcellona vs. Cacciari: il Katechon contro “la Cosa Ultima”

10. L’Europa come Katechon

A mio avviso, sta proprio in questa situazione  di tensione generalizzata il lato positivo della transizione in corso nell’ Europa di oggi, la quale ultima, grazie ad essa, è passata in una decina di anni, dal più estremo fanatismo  per la Fine della Storia (“siamo tutti americani”), ad una prima, seppur timida,  messa in dubbio del “politicamente corretto” occidentale. L’evoluzione storica ha infatti dimostrato che l’unico senso concreto che poteva avere quel richiamo ossessivo all’ unità della “comunità internazionale” (oltre ad essere ovviamente in contrasto con il tanto conclamato pluralismo europeo) era quello della Singularity Tecnologica, l’unità fra uomo e macchina, che infatti, mai fu perseguita con tanta decisione come in quegli anni.

Nel suo articolo, Cacciari richiama ,fra gli altri, come possibile fonte culturale di un’ Europa culturalmente autonoma, lo scrittore settecentesco tedesco Efraim Lessing. Orbene, l’interpretazione lessinghiana delle radici cristiane dell’Europa come preparazione della Modernità in cui, secondo il Primo Programma Sistemico dell’Idealismo,  l’uomo si salverebbe da solo con” una nuova scienza”, porta implicitamente al governo mondiale da parte dei Big Data e dell’ Intelligenza Artificiale.

Concordo tuttavia che, per sostanziare il Federalismo Integrale, occorra un richiamo, come scrive Cacciari,  ad aspetti nascosti della tradizione culturale europea, ma mi rivolgo, per questo, in una direzione diversa da quella a cui Cacciari pensa citando Lessing e Goethe. A mio avviso, infatti, l’accademia. e la cultura ufficiale in generale hanno privilegiato indebitamente  (per quanto manipolandone i significati), solo certi autori, come Platone, Tucidide, l’ Apocalisse, Dante, De Maistre, Locke, Hegel, Marx, Tocqueville, Nietzsche, Popper, Rostow, Teilhard de Chardin,…, letteralmente oscurandone altri, pur centrali nella storia della cultura europea, come Sinliqiunnini, Socrate, Aristotele, i Padri della Chiesa, la Scolastica,  De Las Casas, Machiavelli,  i Gesuiti, Pascal, Montesquieu, Dostojevskyj,  l’ “Italian Thought” dell’ inizio del XX Secolo,  Burgess, Anders, St.Exupéry, McLuhan…. Secondo  questi autori, mentre la pretesa di unificare sacro e profano nell’unità finale suona addirittura anticristica (vedi “il Grande Inquisitore”), la Città di Dio e la Città dell’ Uomo debbono procedere in parallelo, per “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

Ricordiamo che il riconoscimento che la teologia della fine della storia porta alla Singularity tecnologica ha indotto alcuni autori recenti, e, in primis, il secondo Fukuyama e l’ultimo Barcellona, a ipotizzare la necessità di un Katèchon. Soprattutto Barcellona ha concepito l’ Europa come Katechon.  Costoro hanno visto la riduzione dell’utopia a ideale normativo non già come un’ inspiegabile rinunzia, bensì come la conseguenza logica della concezione europea della laicità.

I whistleblowers sono ancora perseguitati, e noi non li stiamo aiutando

 11.Dopo “Schrems 2”: dare ospitalità a Snowden e Assange

Come conseguenza di ciò che precede, mentre Cacciari ei vede la situazione attuale come la fine del pensiero dell’ Europa, io invece la vedo come il concreto avvio di una situazione nuova, in cui  questa incomincia a liberarsi dai lacci e lacciuoli -culturali, ideologici, tecnologici, politici e militari-  che la tenevano avvinta al progetto chiliastico americano, per avviarsi su un inedito cammino di riflessione culturale, di maturità politica e di autonomia storica. Come abbiamo visto, l’Europa ha dismesso anche l’immotivata presunzione di autodefinirsi come la patria della “modernità occidentale” cominciando a concepirsi, come dice la Commissione, solo più come come “il trendsetter del dibattito mondiale”. Un dibattito che deve evidentemente essere aperto a tutte le culture, senza preconcetti o primogeniture.

In questo senso, le sentenze della Corte di Giustizia nelle due cause Schrems, e i 101 ricorsi proposti dall’organizzazione di Schrems dinanzi alla autorità nazionali di tutela dei dati contemporaneamente alla Global Initiative for Data Protection proposta da Wang Yi costituiscono l’annunzio del tipo di battaglia che si apre dinanzi noi, proprio nell’ area sensibilissima dei dati, in cui i popoli del mondo non accettano più di essere soggetti passivi dell’ America e dei GAFAM, ma pretendono di godere di una reale parità di trattamento in quest’area, che è decisiva per l’avvenire del mondo.

Invece d’inventarsi ruoli astratti e mistificanti su temi superati dalla storia, l’Unione dovrebbe concentrarsi  sul dare attuazione pratica a quanto richiesto autorevolmente  dalla Corte di Giustizia con le sentenze Apple a Schrems: porsi alla testa di una lotta senza quartiere contro la dittatura antropologica e culturale, poliziesca e militare, ideologica, politica, sociale ed etica, del Complesso Informatico-Militare.

Primo passo: dare ospitalità ai Whistleblowers che tanto hanno patito, e ancora patiscono, per avere contestato la società della sorveglianza, e che hanno chiesto (inutilmente) di essere ospitati in Europa. E, in primo luogo, se sarà liberato, a Julian Assange, di cui non è ancora finita l’incredibile odissea poliziesca.

Virgilio Dastoli

ALLEGATO

Newsletter n.29/2020 del Movimento Europeo in Italia – Sfide interne ed esterne per l’Unione europea

I silenzi di Ursula von der Leyen

Dedichiamo una parte importante della newsletter al lungo discorso sullo stato dell’Unione  pronunciato davanti al Parlamento europeo a Bruxelles il 16 settembre dalla Presidente Ursula Von der Leyen.

Come per Eduardo De Filippo, se ci si consente il paragone, si potrebbe parlare del colore delle parole e della temperatura dei silenzi.

Vogliamo concentrarci qui sulla temperatura dei silenzi limitandoci a due aspetti essenziali del futuro dell’Unione europea: la dimensione sociale e la Conferenza sul futuro dell’Europa lasciando a Fabio Masini un’analisi critica sulle priorità in materia di politica estera..

Il primo aspetto concerne il pilastro sociale e cioè la lotta alle diseguaglianze che non può essere risolta solo dal fiume di danaro che dovrebbe scorrere dalla sorgente di Bruxelles verso i paesi membri e suddividersi in sette rami diversi in parte sotto forma di prestiti (la maggioranza), in parte sotto forma di sovvenzioni dirette ma in parte attraverso programmi europei la cui destinazione nazionale non è garantita in partenza.

La pandemia non ha avuto effetti solo sull’economia e sulle finanze dei nostri paesi ma sui modelli delle nostre società a cominciare dal ruolo del lavoro, la mobilità, il tempo libero, il gap generazionale, le pari opportunità, i rapporti tra le città e le aree interne, le politiche di inclusione, gli effetti della società digitale e dello sviluppo della robotica, l’uso di strumenti come il blockchain che è andato ben al di là della diffusione dei bitcoin e infine – last but not least – il tema della democrazia economica.

La temperatura del silenzio nel discorso sullo stato dell’Unione può essere rapidamente verificata sia perché il 14 ottobre si terrà il “vertice sociale tripartito” fra istituzioni europee e parti sociali (rappresentanti dei lavoratori e imprenditori) che, ai tempi di Jacques Delors, era l’occasione per mettere sul tavolo proposte precise della Commissione sulla dimensione sociale, sia perché l’attuale Commissione presieduta da Ursula von der Leyen (che è stata ministra del lavoro in Germania) si è per ora limitata a dire e a proporre un metodo di sviluppo del Pilastro Sociale – adottato “solennemente” a Göteborg nel novembre 2017 – fondato su “piani di azione” e non su strumenti giuridicamente vincolanti  o finalmente rispettosi della clausola sociale orizzontale introdotta all’art. 9 nel Trattato sul  funzionamento dell’Unione europea.

L’idea dei piani d’azione è stata lanciata dalla Commissione europea in una comunicazione pre-pandemia del gennaio 2020 su cui vi è stata un’ampia consultazione e ci si poteva immaginare che dalle parole si passasse ai fatti e cioè a proposte legislative.

Il silenzio del 16 settembre è stato invece assordante e, nella lettera di intenti per il 2021 inviata al Presidente del PE David Sassoli e alla cancelliera Angela Merkel, Ursula von der Leyen preannuncia ventisette iniziative legislative ma solo un altro piano di azione sul Pilastro Sociale, su una garanzia per l’infanzia, su una strategia per l’occupazione e per l’economia sociale.

La seconda temperatura del (quasi) silenzio riguarda la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’idea piuttosto vaga che fu lanciata da Emmanuel Macron il 4 marzo 2019 e che si sarebbe dovuta concludere alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi nella primavera del 2022.

Il Parlamento europeo ha considerato che la Conferenza potesse essere uno spazio per affermare la sua leadership e tentare di riaprire il cantiere dell’Unione europea chiedendo una riforma dei trattati a più di dieci anni dall’entrata in vigore di quello di Lisbona nel dicembre 2009.

Apparentemente bloccata dalla pandemia, la Conferenza non è partita perché sono molto distanti le posizioni fra il Parlamento europeo e i governi non solo sul principio della revisione dei trattati (che è condiviso per ora solo dal governo austriaco che vorrebbe ridare agli Stati delle competenze attribuite all’Unione) ma sulla governance (e cioè su chi deve presiederla), sui suoi tempi, sulle modalità del coinvolgimento della società civile e sul destino delle sue proposte.

Alla Conferenza Ursula von der Leyen ha dedicato trenta parole in quindici pagine dicendo che una delle sue missioni – “nobili e urgenti” – sarà la questione delle competenze in materia sanitaria. Non una parola sulla Conferenza è stata invece spesa in altre parti del discorso sul futuro dell’Unione che pur richiederebbero una riforma che potremmo chiamare costituzionale.

Possiamo immaginare che il solido pragmatismo tedesco abbia portato lentamente la Presidente della Commissione europea a riflettere sui rischi che una Conferenza promossa sulla base di un più che minimo comun denominatore fra Parlamento e governi possa diventare rapidamente uno spazio all’interno del quale scaricare tutte le questioni del “potere costituito” (e cioè delle decisioni che dovrebbero essere prese dalle istituzioni sulla base dei trattati e delle procedure attuali) lasciando da parte il “potere costituente” (e cioè tutto quel che deve essere fatto al di là dei trattati).

Le materie – “nobili e urgenti” – da sottoporre al potere costituente non mancano e sono state messe in evidenza in questi mesi di pandemia: la capacità fiscale dell’Unione europea e le risorse proprie (due parole chiave assenti nel discorso sullo stato dell’Unione), la governance dell’UEM per risolvere quella che Carlo Azeglio Ciampi chiamava la sua zoppìa, la paralisi nella politica estera e della sicurezza ivi compresa la dimensione della difesa per la prevalenza assoluta del metodo intergovernativo, l’integrazione differenziata e cioè il tema dell’Europa a due velocità, l’inadeguata ripartizione delle competenze e last but not least il tema della incompleta democrazia europea.

Speriamo che la temperatura del silenzio della presidente Ursula von der Leyen sulla Conferenza per il futuro dell’Europa preluda ad un suo atto di rottura dell’apparente pax  interistituzionale e degli inutili tri-dialoghi fra i presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio europeo e della Commissione europea.

Speriamo soprattutto che il Parlamento europeo comprenda rapidamente il tempo perso nella ricerca di un minimo comun denominatore con il Consiglio europeo e con il Consiglio e proponga alla Commissione una via alternativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa, infragilita anch’essa dalle conseguenze del COVID-19, un’alternativa che passi dall’incontro fra la democrazia rappresentativa e quella partecipativa affinché questa legislatura diventi finalmente costituente per costruire una “unione vitale in un mondo fragile”.

La Conferenza sul futuro d’ Europa dev’essere fatta dal popolo europeo

COMMEMORAZIONE DELLE TERMOPILI E SALAMINA (480 a.C.-2020 d.C.)

Ugo Foscolo nasce a Zacinto

“Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto”.

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)

2500 ANNI DALLE TERMOPILI:IL MODELLO IDEALE DI FOSCOLO

Quest’anno ricorre il 2500 anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina, che costituiscono una delle fonti più antiche dell’identità europea.

Purtroppo, a causa della recrudescenza del Coronavirus, in Grecia non è stato possibile organizzare le previste manifestazioni, sicché anche il previsto webinar del 29 è stato cancellato. Speriamo di poter riprendere il tutto dal vivo nel corso del Salone del Libro di Torino, che, secondo le ultime voci, si terrà in forma ibrida a cavallo dell’Immacolata Concezione dell’ 8 dicembre.

Contiamo di riunire tutte le attività dei Cantieri d’Europa Virtuali 2020 in quell’ occasione. Vi terremo informati.

Venendo alle Guerre Persiane, non per nulla, ne “I Sepolcri”, Foscolo cita le tombe erette di fronte all’Eubea ai caduti delle Termopili e di Maratona, come modello  per il culto degli eroi, al centro del pensiero suo e di molti autori romantici europei. È infatti innanzitutto a questo ch’egli, italo-greco, pensa come fonte d’ispirazione per la religione civile degl’Italiani (e, aggiungiamo noi,  degli Europei).

Gli fa eco Byron, che morì giovanissimo a Missolungi combattendo nella Guerra d’Indipendenza greca:

“the voices of the dead/Sound like a distant torrent’s fall,

And answer, ’Let one living head,/But one, arise,?we come, we come!’/’Tis but the living who are dumb.”(“Le voci dei morti risuonano come il lontano rimbombo d’un torrente, e rispondonoSorgerà un capo vivente, uno solo? Ma i vivi, sordi sono”).

E, di fatto, all’aristocratico guerriero, discendente di Eracle, fedele alla religione e alle leggi patrie, ricercante l’”apothéosis” attraverso la morte in battaglia, penseranno tutti i letterati europei, da Turoldo a Schiller, da Gogol’ a Herceg, fino alla Spigolatrice di Sapri(“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”).

Quanto all’ europeismo del secondo Dopoguerra, anche il comandante partigiano e storico dell’ identità europea Federico Chabod fa partire l’identità europea dalle Guerre Persiane. Il fatto che oggi la quasi totalità dei politici e degl’intellettuali in Europa sia invece fondamentalmente contraria all’etica eroica delle Termopili costituisce invece un obiettivo problema, perché, come dimostra la crisi del Coronavirus, il carattere tragico della vita e della storia è oggi più evidente che mai, e l’appello (anche solo retorico) all’ eroismo è inevitabile in situazioni come quella presente.

In definitiva, contrariamente a quanto pensava Brecht, non è felice il paese che non ha bisogno di eroi, perché l’eroismo ci vuole anche già soltanto per affrontare la vita di tutti i giorni. Ma, quando qualcuno evoca quest’etica eroica, ammesso che ci creda almeno lui, pochissimi lo seguono Questo anche perché si è fatto di tutto per cancellare negli Europei le tracce  di quell’etica. Le Istituzioni e l’ accademia lamentano costantemente l’assenza di un pathos patriottico negli Europei, ma dovrebbero riconoscere onestamente ch’essi sono alla radice di questa pretesa carenza dei cittadini, perché sono essi quelli che hanno negletto, criticato, svuotato e perfino attaccato lo spirito eroico degli Europei, chi in ossequio al quietismo di Constant, chi alla “cultura del sospetto”, chi al sociologismo pragmatista, chi al postumanesimo, ecc… Basti pensare al rapido abbandono, da parte della sinistra, del mito di Garibaldi. D’altra parte, quanti degli esaltatori della Resistenza avevano realmente combattuto, e quanti erano rimasti in Svizzera a discutere sugli assetti post-bellici, o avevano semplicemente continuato le loro occupazioni, per poi svegliarsi “resistenti”?

Già l’Ariosto aveva osservato indispettito che, con l’avvento delle armi da fuoco, l’eroismo dei “cavalieri antiqui” andava perso dinanzi alla callida premeditazione degli artificieri. Oggi, questo è niente rispetto alle auto-bombe nei mercati, alle bombe atomiche,  all’ “hair trigger alert”, ai droni assassini…Se poteva dirsi eroico un combattente individuale omerico, che, come Achille o Ulisse (o anche Stargaard o Cù Chùlainn), affrontava da solo decine o centinaia di nemici, non così si può dire di un operatore che, da una base di Stoccarda, stermina coi droni intere famiglie in Medio Oriente standosene tranquillamente seduto a una consolle.

Che non si tratti più (almeno nei Paesi altamente sviluppati) dello stesso tipo di eroismo che caratterizzava gli eroi classici (per esempio, in Medio Oriente, la situazione è ancora simile a quella di allora) non cambia molto circa le qualità umane necessarie per la sopravvivenza di una società in generale.

Lord Byron a Missolungi

1.L’eroismo oggi

Anche oggi, c’è un eroismo: quello giustamente esaltato dei medici, degl’infermieri e dei volontari, ma anche quello di chi, anche nel cuore dei meccanismi infernali ideati dalla tecnica, ha la determinatezza, le capacità e il coraggio di fermarle, come Vanunu, Petrov, Assange, Snowden e Manning.  Nessuno invece celebra questi moderni eroi, che, o muoiono abbandonati da tutti come Petrov, o passano lunghi anni di prigionia come Vanunu, Manning e Assange, o sono costretti all’ esilio come Snowden. Proprio in questi giorni assistiamo al silenzio assordante dei media sul processo ad Assange. Un eroismo forse più cerebrale, addirittura interiore, come la figura dell’ eroe in Jung.

Per questo, credo che l’Europa debba tornare a valorizzare molte fra le sue più importanti fonti culturali, come l’Iliade, l’Odissea,  il Beowulf, la Laudatio Novae Militiae, i poemi cavallereschi, i romanzi di Walter Scott e di Sienkiewicz, la Paideia di Jaeger;  le mura di Troia, i monumenti delle Termopili e di Maratona, il Limes, Santa Croce, Les Invalides, lo Hösök Tere, il monumento della Vittoria di Volgograd, la piazza delle croci a Vilnius, che ricordano tutti, sotto angolature diverse, le virtù guerriere degli Europei.

Gli Achei sotto Troia

2.  Il “vero” spirito dell’ Ellade antica

Nessuno è riuscito a definire in modo univoco e convincente la “natura” della grecità: una civiltà che, nell’ arco di 5.000 anni, ha espresso società estremamente diverse. Dalla pacifica civiltà egea all’ opulenta talassocrazia cretese; dai signori della guerra micenei all’ agreste Ellade di Esiodo; dalla corrusca Sparta alla raffinata Ionia; dalla repubblica ateniese alla tirannide siracusana; dell’ ideocrazia di Pitagora alla monarchia di Filippo; dall’impero universale di Alessandro ai regni greco-orientali dei Diadochi; dall’ellenofilia dei Romani alla patristica orientale; dall’ Impero d’Oriente all’apostolato degli Slavi; dalle guerre d’indipendenza alla monarchia; dai colonnelli all’Unione Europea.

Anche le “letture” che se ne diedero nell’ Europa Occidentale nel corso dei secoli furono le più svariate: dai “Graeculi” dei Romani ai “Rhomaioi” dei Bizantini; dal neo-platonismo fiorentino al biblismo protestante; dalla visione apollinea di Winckelmann a quella dionisiaca di Nietzsche; dalla Grecia “ariana” di Hitler  a quella “democratica” di oggi.

Pur non potendomi evidentemente qui addentrare in queste controversie (per la quale rimando alla versione online di “10.000 anni d’identità europea”, appena pubblicata), osservo che, a mio avviso, la visione più falsata è proprio la più recente. Credo infatti che la cultura greca sia, fra tutte, la più critica del principio democratico. Non si trova in tutta la storia della letteratura greca antica (ma nemmeno romana) neppure un autore che elogi apertamente la democrazia. Perfino il famoso discorso attribuito da Tucidide a Pericle in onore dei caduti nella Guerra del Peloponneso, e che Giscard d’Estaing avrebbe voluto citare in exergo alla Costituzione Europea, contiene, come ben messo in evidenza da Luciano Canfora, molti elementi di reticenza. Pericle non è stato il fondatore della democrazia, bensì sostanzialmente l’anticipatore di Augusto e dell’impero romano. “Princeps”, il titolo di Augusto, è la semplice traduzione del  “Protos anèr”, il “Primo uomo”: la prima fase dell’ evoluzione imperiale, e l’erede del contemporaneo termine greco “tyrannos”, che non era affatto dispregiativo, bensì la semplice traslitterazione del “seren” anatolico, che, a sua volta, altro non sarebbe se non una volgarizzazione dello “Šarru Šarrani”, il re assiro-babilonese. E, dopo Pericle, verrà Alessandro, che si credeva addirittura un faraone e un’incarnazione di Amon Ra.

L’antica costituzione europea

3. La Grecia antica, quintessenza dell’ Antichità

Certamente, il modo di vivere e di pensare degli Antichi era diverso dal nostro, e non sarebbe oggi accettabile. La distruzione di Troia, quale descritta ne “Le Troiane” è il prototipo della “debellatio” antica: dai costumi del primitivo popolo di Yamnaya alla distruzione di Cartagine: passare a fil di spada i maschi, anche bambini, e fare schiave le donne. Per altro, nelle “Guerre del Signore” della Bibbia si fa ancora di peggio. Gli eroi omerici ritengono normale spartirsi le prigioniere ridotte a schiave, in proporzione al loro rango dinastico; Ulisse bastona Tersite perché, non essendo re, ardisce esprimere opinioni personali in assemblea; Ulisse e Oreste, al ritorno in patria, fanno strage di loro concittadini ribelli; equanimemente, gli Spartani massacravano gl’iloti così come, gli Ateniesi, i Meli; gl’Israeliti, i Cananei, e, i Romani, i Galli.

Quanto poi alle diverse voci della cultura greca antica, nessuna ha preso radicalmente congedo da quel duro substrato arcaico: Ippocrate esalta gli “autonomoi”, vale a dire i guerrieri possidenti, non già il popolo; Erodoto (ionico) sostiene che la democrazia è stata imposta , agli Ioni, dai Persiani (che la respingono  come inadatta a se stessi), per  garantirsi la loro arrendevolezza; Socrate sostiene il governo degli esperti, e Platone quello del “re filosofo”; Aristotele pensa che gli uomini si distinguano per natura fra liberi e schiavi, che la schiavitù derivi dalla resa dei guerrieri vinti,  i quali così dimostrano la loro inferiorità morale. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.

Nonostante tutto questo, le Guerre Persiane sono state da sempre la vera base storica della cultura europea: per Eschilo e Federico Chabod sono l’inizio dell’idea di Europa; sono il momento dell’inizio della riflessioni filosofica e politica greca; sono la premessa storica per le guerre egemoniche fra i Greci e per la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro. Sono il modello della contrapposizione fra Roma e l’ Egitto di Cleopatra e per le Crociate, sulle cui esigenze furono ricalcati i progetti di integrazione europea di Dubois, Podiebrad, Saint Pierre, Mazzini e Coudenhove-Kalergi. Possiamo non condividere al 100% questa veneranda impostazione, ma non possiamo certo costruire l’ Europa di oggi sull’ignoranza della stessa.

Oggi, le Guerre Persiane vengono usate (a mio avviso abusivamente, come prototipo della lotta fra Est e Ovest, fra “autocrazia” e “Democrazia”, fra “laicità” e “fondamentalismo”, perfino fra Grecia e Turchia). Basti pensare al celeberrimo film americano ”Trecento”. La scottante realtà  è invece che buona parte delle idee della Modernità derivano più dall’ Impero Persiano che non dall’ antica Grecia. Dall’imposizione della democrazia alle città ioniche da parte del generale persiano Mardonio, all’idea mazdea ed achemenide della guerra santa fra il Dio del Bene e il Male Assoluto, per fondare un millennio di pace,  passando poi all’ idea del Salvatore, della “Fortuna Principis”, del potere sacerdotale, del regno universale, del libro sacro onnicomprensivo, fino all’ idea della “Quinta Monarchia” iberica e poi americana e della Fine della Storia. Questo non fa che confermare che le Guerre Persiane sono ancora al cuore dell’ identità europea; quindi, come minimo, non si può non parlarne. Soprattutto oggi, quando lo stesso Fukuyama ha riconosciuto la fine della Fine della Storia, e sostiene un regno di Fiducia per capace di contrastare il Post-Umanesimo.

Solo che, almeno a mio avviso, l’Identità Europea è tutt’altro che semplice, o, addirittura, manichea: essa s’identifica con la Dialettica dell’ Illuminismo, che è una dialettica dell’ ambiguità.

Le lingue classiche come lingue veicolari dell’ Europa

4.Pàtrios Politeia e Antica Costituzione Europea

La primitiva costituzione ateniese, chiamata “pàtrios politèia”, l’Europa l’ha sostanzialmente ereditata e conservata per tutta la sua storia, tant’è vero che ancora Tocqueville la chiama “l’Antica Costituzione Europea”, dalla cui decadenza egli vede tanti problemi. Di qui il concetto, irrealizzato ancor oggi, di una “Costituzione Europea”, ispirata al  “principio di sussidiarietà”, che è il più coerente con l’idea di una dialettica: ciascuno svolge, in una società complessa come quella europea, il ruolo per cui è vocato : e, come ci dimostra la nostra quotidianità,  è già tanto se riesce a svolgere almeno quello.

Questa impossibilità della Costituzione Europea dimostra la forza degli elementi che ad essa vi si oppongono.

Ciò che gli antichi autori difendevano con il termine “Politèia” (Res pubblica) era, in realtà un “regime misto”, in cui avrebbero dovuto prevalere i “cittadini” con patrimoni medi (oggi diremmo la “piccola aristocrazia”, i Romani “equites”, e nel Medioevo la “gentry”, la “Szlachta”), ostile tanto alla plutocrazia quanto alla demagogia popolare (oggi diremmo “populista”). La situazione ideale era quindi quella dell’impero (alessandrino, romano o germanico), che teneva a freno le ambizioni, tanto dei magnati, quanto della plebe.

Ismail kadaré:Eschilo l’eterno perdente

4.Grecia antica e Romeossìni

Per ciò che concerne l’oggi, l’antica Grecia dovrebbe dunque ricordarci l’importanza, per la Città, da un lato,  dell’eccellenza, nelle sue varie forme (solidità di carattere, coraggio civico, educazione familiare, dedizione alla cultura, virtù positive, patriottismo, sano spirito di competizione), e, dall’ altra, dell’equilibrio, necessario per governare una realtà plurinazionale complessa.

Tutto ciò premesso, l’ Europa dovrebbe guardarsi dai riflessi pavloviani della propaganda che abusa delle reminescenze classiche. Anche i popoli delle steppe e l’Euro-Islam costituiscono una parte integrante ed essenziale della storia dell’identità europea, e balcanica in particolare, e, di conseguenza, occorre evitare di opporvisi “a prescindere”.

D’altra parte, il grande musicista greco Theodoràkis, per indicare la sua identità nazionale, si riferiva non già alla Grecia, bensì alla grande comunità culturale bizantino-ottomana: “I romeossìni mu”.

Al Salone del Libro di Torino del 2019, la Casa Editrice Alpina e l’ Associazione Culturale Diàlexis avevano presentato, tra l’altro, l’opera collettiva Es Patrìda Gaian (a cui avevano collaborato luminari di tutta Europa, fra cui la  specialista dell’ Unione Europea Catherine Vieilledent Monfort, lo storico turco della cultura Irvin Şik  e la latinista, decana dell’ Università di Atene, Stella Priòvolu), in cui si dibatteva del ruolo delle lingue nel futuro dell’ Europa dopo la Brexit.

Come si prevedeva, l’Unione, dopo l’uscita dell’ Inghilterra, non solo non ha diminuito il ruolo dell’ Inglese quale lingua veicolare, ma addirittura l’ha accresciuto, con la Presidente della Commissione che, pur essendo tedesca e nata a Bruxelles, si esprime normalmente in Inglese, anziché in Francese o in Tedesco.

Questa prassi non ha alcuna base normativa nell’ Unione, perché tanto l’Irlanda, quanto Malta, hanno registrato nella UE, quale lingua ufficiale, la loro lingua nazionale, vale a dire, rispettivamente, il gaelico e il maltese. Capiamo benissimo che esistano potenti forze politiche per forzare la situazione, ma a queste forzature va opposto un discorso altrettanto politico: Brexit ha non soltanto tolto la base giuridica per l’uso dell’Inglese, ma ha anche squalificato l’egemonia dell’anglosfera sull’ Europa. Almeno a medio termine, avrebbe senso riesaminare l’uso moderno delle lingue classiche (sulla falsariga dell’Ebraico, dell’Arabo Classico e del Sanscrito), come alternativa all’ egemonia culturale dell’Inglese.

LETTERA APERTA A MARIO CALDERINI

L’istituto italiano per l’intelligenza artificiale deve divenire europeo

SULL’ISTITUTO ITALIANO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Professor Calderini,

Mi permetta di congratularmi per il fatto che finalmente qualcuno con un diritto di tribuna sulla grande stampa abbia finalmente avuto il coraggio di dire ciò che Lei ha detto nella sua intervista a La Repubblica sull’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che è totalmente in linea con quanto noi andiamo scrivendo da anni, e, con particolare insistenza negli ultimi mesi, nei nostri libri (All.1 e 2) e blog (All. 3 e 4; http://www.alpinasrl.com), e nella corrispondenza con i vertici dell’Unione Europea, del Governo , degli Enti Locali e della società civile .

Concordo innanzitutto con Lei sul fatto che un richiamo generico alla “Ricerca e Sviluppo” non costituisce una risposta adeguata alla decadenza economica, culturale e sociale dei nostri territori. L’unica differenza è che, a mio avviso, quest’equivoco esiste non soltanto a Torino, ma in tutta Italia e  nell’ Unione Europea.

Condivido, poi, il principio di base: “gli investimenti in ricerca e innovazione creano sviluppo, a certe condizioni”. Queste condizioni sono, a mio avviso:

-che si sappia quale sviluppo si vuole promuovere;

-che si ricerchino quelle conoscenze e risultati che servono per promuovere lo sviluppo di cui sopra;

-che le risorse scarse disponibli vengano razionalizzate e controllate;

-che esistano nel territorio soggetti atti a trasformare i risultati delle ricerche in concreti strumenti di “leverage”economico, di reddito e di benessere;

-che i risultati della ricerca siano gestiti in modo economico e legale, impedendone un abuso da parte dei concorrenti;

-che il regime di proprietà, di controllo e di distribuzione dei profitti sia coerente con il modello socio-politico perseguito.

Purtroppo, non solo a Torino, ma ovunque in Europa, queste condizioni mancano, sì che gl’investimenti in ricerca e sviluppo sono stati fino ad ora un semplice  spreco, come molti manager hanno addirittura teorizzato, spacciando per ricerca e sviluppo cose che con questa non c’entrano nulla, come per esempio la creazione di lucrative sinecure, oppure attività di disegnazione o ingegnerizzazione poi rivendute, in varie forme ,dirette o indirette, per fare cassa o acquisirsi meriti, ai concorrenti esteri. Nella mia lunga attività passata come manager torinese ed europeo, sono venuto in contatto in molti casi con quest’atteggiamento aberrante, a cui però, applicando rigorosamente le regole, ho dimostrato che  si può ovviare.

Per ora i fini della transizione digitale coincidono con la Singualarity di Ray Kurzweil

1.L’ignoranza circa i fini

Con la Sua intervista, Lei ha posto poi, giustamente, la questione d’individuare una strategia adeguata per fare, degl’investimenti in R&D, e, in particolare, dell’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, uno strumento per ottenere ricadute economiche sul territorio del Piemonte, e, in tal modo, per arrestare l’ormai pluridecennale decadenza.

Nell’ Italia del Dopoguerra, vi erano imprenditori (non molti, per la verità), come Olivetti e Mattei, che perseguivano obiettivi chiari, onesti e in linea con i tempi: uno sviluppo industriale armonioso in un contesto sociale e di sovranità nazione ed europea. Nello stesso tempo, il Governo aveva tentato, con il Piano Economico Nazionale, di imprimere una direzione unitaria ai nuovi investimenti, che allora si sarebbero dovuti concentrare sul Mezzogiorno, Sappiamo che fine hanno fatto Olivetti, Mattei e il Piano

Oggi, non basterebbero neppure più i programmi di Olivetti, Mattei e Saraceno, che, come Lei ha detto alla Repubblica, sembrerebbero comunque  più adatti agli Anni Ottanta che alle sfide del presente.

Oggi, infatti, l’economia mondiale è diretta dall’ informatica, come hanno rivendicato orgogliosamente Schmidt e Cohen nel loro “The New Digital Age”. Echelon. Prism e le intelligence dell’ Est permettono ai Big Data dell’ Intelligence Community di conoscere e orientare tutti i trend culturali, militari, politici, economici, tecnologici e sociali del mondo; i GAFAM e i BATX dirottano tutta la parte del PIL mondiale eccedente la mera manutenzione del capitale investito verso i paradisi fiscali, everso  una crescita interna dei GAFAM esponenziale che blocca l’ accesso a qualsiasi “new entrant”; prendono in appalto servizi pubblici essenziali come la difesa e la sanità; controllano Stati, organizzazioni internazionali e socoetà. Come hanno rilevato preoccupati la Commissaria Vestager e il Commissario Gentiloni, il controllo dei GAFAM sull’economia si è ancora rafforzato grazie al Covid e alle conseguenti crisi del lavoro in presenza, della ristorazione e della distribuzione tradizionale. Non è un caso che gli unici ad assumere, anche nella nostra Regione, siano oggi Apple, Google ed Amazon, ovviamente in ruoli ancillari delle loro strutture.

Il nostro lòibro “Torino, Capitale Europea dela Cultura”

2.Fare luce sul futuro

Chi non dispone di un proprio ecosistema  digitale autonomo non controlla la sua stessa economia.

Oggi, l’attività economica prioritaria in Europa, perché preliminare, è lo studio dei fini dell’economia. Delle imprese tradizionali  comedi quelle informatiche, ma anche e soprattutto delle imprese in generale. Cosa devono produrre: prodotti fisici, lavoro,  élites, cash, libertà, cultura? Oggi. un Paese altamente sviluppato produce innanzitutto servizi digitali (bitcoin, servizi sul web, cybrintelligence, cyberfinanza, cyberdifesa, bioingegneria), e teoricamente, potrebbe delocalizzare tutto il resto, come tentano di  fare soprattutto il Giappone, la Corea del Sud e Israele. Certo, per motivi di sicurezza o sociali, si potrebbe puntare a mantenere sul territorio una qualche produzione fisica (come vuol fare Trump), ma solo come fatto residuale. Certo, a questo ruolo di Paese altamente sviluppato, puntano in molti, sì che la concorrenza è feroce.

Inoltre, una città come Torino è evidentemente inserita in un “Sistema Europa” e in un “Sistema Italia”. Sembrerebbe illogico che Torino possedesse un ecosistema digitale che, né l’Italia, né l’Europa, posseggono. E, in effetti, sarebbe molto difficile che una qualsiasi città d’Europa pretendesse un monopolio sul digitale europeo, anche se vi sono casi di località che si avvicinano a quest’obiettivo nei rispettivi sistemi-paesi, come la Silicon Valley, Hangzhou, il Delta del Fiume delle Perle e Skolkovo.

Occorre tuttavia osservare che, come ampiamente illustrato nel libro ”European Digital Agency” (di cui Le trasmetto una versione digitale provvisoria), un tema centrale e complesso è costituito dalla strategia di avvicinamento al tanto decantato, ma ad oggi inesistente, Sistema Digitale Sovrano Europeo, di cui hanno parlato Macron e Breton. Infatti, occorre prima passare attraverso vari fasi, di ricerca, di dibattito, di lotta politica, di riforma istituzionale, di pianificazione indicativa e operativa. Queste fasi sono, anche se disordinatamente e inefficientemente, in corso. Cito come esempi:

.l’indagine Echelon;

-l’approvazione del GDPR;

-il caso  Snowden,

-Horizon 2020;

-gli IPCEI;

-Quero, Qwant, JEDI e Gaia-X;

-il Pacchetto digitale del 20 febbraio 2020 dell’Unione Europea;

-il Rome Call for AI Ethics del Vatcano ;

-le sentenze Apple e Schrems, I e II.

Julian Nida-Ruemelin, autore di “Umanesimo Digitale”

3.Una leadership italiana ed europea

Chi saprà navigare attraverso questa complessa materia acquisirà una qualche leadership (all’ inizio anche solo intellettuale) (come quelle che furono dei leaders del Risorgimento, dei fondatori delle grandi imprese piemontesi, di intellettuali legati a Torino, come Nietzsche, Gramsci, Galimberti e Olivetti, che hanno contribuito potentemente a definire i contorni di questa società  della tecnica dispiegata in cui stiamo vivendo ; cfr. libri “Torino Capitale Europea della Cultura” e “Intorno alle Alpi Occidentali”).

Torino dovrebbe aspirare proprio a questo ruolo, attraverso un’attività di studio e operativa che le permetta di creare un’élite di esperti non solo di AI, ma di Digital Economy in generale, capace di:

-sviluppare la nuova cultura umanistico-digitale;

-inserire questi temi nella dialettica politica italiana ed europea, e, in primo luogo, nella prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa;

-gettare le basi dei primi strumenti operativi per l’Ecosistema digitale sovrano dell’Europa, come l’ Accademia Digitale  Europea, l’Accademia Militare Europea, una Piattaforma Europea di e.Commerce;

-attirare a Torino coloro (intellettuali, finanzieri, politici, imprenditori, tecnici) che intendano partecipare al progetto.

Cantieri d’ Europa, il forum per discutere sul nostro futuro

4.Le iniziative di Diàlexis

Per svolgere il compito di cui al punto 3, stiamo sviluppando le seguenti iniziative:

-predisponiamo, con una serie d’intellettuali europei, un nuovo volume, dedicato all’Umanesimo digitale Europeo, di cui ha scritto Julian Nida Ruemelin;

-discutiamo, nell’ ambito dei “Cantieri Virtuali d’ Europa 2020”, queste tematiche (cfr All5).

Saremmo onorati se volesse partecipare alle nostre iniziative. A questo scopo, sarei lieto d’incontrarLa, per approfondire questa complessa materia.

La presente lettera aperta viene pubblicata sui blog “Da Qin” e “Technologies for Europe” nel sito http://Alpinasrl.com.

RingraziandoLa anticipatamente per l’attenzione,

Cordiali saluti,

Riccardo Lala

L’ISTITUTO ITALIANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: INSERIRE I CONTENUTI

Il Presidente Draghi ha invitato ad utilizzare utilmente i fondi europei

All’inizio di Agosto, al momento della candidatura di Torino a sede dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, avevamo scritto alle Autorità cittadine:

“In vista dell’attesa  Conferenza sul Futuro d’Europa, Diàlexis ha predisposto fin d’ora, come allegato al libro “European Technology Agency”, 5 proposte relative all’implementazione in senso ICT di 5 delle priorità della Commissione, da presentare nell’ambito del Movimento Europeo. Fra queste, rientrano anche un’ Agenzia Tecnologica Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’Accademia Strategica Europea e un  Distretto Digitale Italiano (All.5).Il tutto è già stato anticipato ai vertici di tutte le Istituzioni.

Con una proposta diffusa fra i soggetti coinvolti, e, in primo luogo, la Presidenza del Consiglio, abbiamo caldeggiato l’inserimento delle due Accademie fra i progetti italiani per il Recovery Fund e/o il Quadro Pluriennale 2021-2027, nell’ambito di un proposto Distretto Digitale Italiano. In particolare, stiamo sviluppando il progetto editoriale di un libro dedicato alla piattaforma europea, da collocarsi se possibile in Italia. Stiamo  anche per finalizzare un’opera collettiva dedicata all’Umanesimo Digitale.

I nostri progetti presentano un notevole grado di sinergia con il progetto d’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Digitale (raccomandazione n. 38), in particolare per ciò che concerne l’aspetto culturale dell’ intera operazione (Raccomandazione n. 3). E’ infatti nostra convinzione che il punto di partenza per una rinascita tecnologica, e, quindi, economica, dell’ Italia e dell’Europa, sia costituita da una generalizzata riqualificazione culturale (‘Up-skilling’, cfr. Raccomandazione n.16) delle nostre società, non solo dal punto della formazione professionale e della ricerca tecnologica, bensì anche da quello della riflessione culturale e della riorganizzazione della società, che ci faccia passare dall’attuale ruolo di ‘followers’ di USA e Cina, a quello di ‘trendsetters’, come auspicato dalla Commissione.

Le recentissime sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (di cui mi onoro di essere stato funzionario) nei casi C-311/18 (Schrems II) e T-778/16, e T-892/16, (Apple), dimostrano lo scollamento fra  quest’ambizione dell’ Europa di proporsi quale ‘trendsetter del dibattito globale’ e una realtà fattuale in cui le multinazionali tecnologiche possono violare impunemente tutti i sacrosanti principi ‘etici’ invocati dal diritto europeo e contenuti nell’ Appello di Roma per un’Intelligenza Artificiale Etica. Per evitare questo scollamento, occorre lavorare senza esitazioni a tutti i livelli (filosofico, politico, pedagogico, scientifico, politico, tecnologico, economico, industriale, sociale) per fare veramente dell’Europa, come promesso da tempo, ma mai realizzato, l’area tecnologicamente più avanzata, e il baluardo dei diritti digitali dei cittadini.

In questo contesto, il tema dell’ Intelligenza Artificiale,  oggetto del progetto in discussione, occupa senz’altro un ruolo centrale. Tuttavia, ogni azione in questo campo ha senso solo se collocata in un contesto internazionale (un Trattato Internazionale), una strategia europea (l’Agenzia Europea), una filosofia della scienza (Umanesimo Digitale), un sistema economico efficiente ed equo, tutte cose che oggi non si verificano, con le conseguenze che tutti vediamo, come autorevolmente certificato dalla Corte.”

Anche il Presidente Bonomi teme interventi a pioggia

a.La decisione del Governo

Ora, il Governo ha deciso. Torino sarà la sede dell’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A)  che si caratterizzerà per essere  un vero network e potrà contare  su un organico di un migliaio di persone e su un budget annuale di circa 80 milioni di euro. 

Un ruolo in questa partita l’ha giocato l’Arcidiocesi di Torino e in particolare don Luca Peyron che insegna teologia della trasformazione digitale a Milano e Torino e si occupa di “spiritualità” delle tecnologie, oltre a essere direttore della Pastorale universitaria.

Ha commentato Don Luca:“La grazia è fatta: Torino è capitale Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Un sogno, è diventata una profezia.
Ora è una promessa: una promessa al Governo che ha creduto in questo territorio, una promessa a noi stessi di essere all’altezza della nostra storia, una promessa all’Italia di essere traino per tutto il Paese e per l’Europa.

Siamo arrivati in meno di due mesi ad un risultato straordinario grazie ad un processo capace di includere, di ascoltare, di capire, di scommettere, di assumersi responsabilità.

La Vergine Maria ci doni l’umiltà necessaria per continuare a lavorare per il bene comune e mantenere queste promesse per le donne e gli uomini di oggi e di domani.

Ecco la Chiesa di Francesco, sta in mezzo alla gente, per il bene di tutti, generando processi…

Chi è rimasto alla finestra scenda in cortile a giocare con noi!”

A sua volta, la sindaca Chiara Appendino ha scritto su Facebook

“C’è lavoro. Tanto lavoro…Obiettivo dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A) – uno dei tasselli principali della strategia definita dal Ministero per lo sviluppo economico (MISE) in ambito AI – è quello di creare una struttura di ricerca e trasferimento tecnologico capace di attrarre talenti dal “mercato” internazionale e, contemporaneamente, diventare un punto di riferimento per lo sviluppo dell’AI in Italia, in connessione con i principali trend tecnologici (tra cui 5G, Industria 4.0, Cybersecurity).
I settori principalmente coinvolti saranno quelli della manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifoood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e digital humanities, aerospazio”

Don Luca Peyron, l’ideatore dell’ Istituto

b.Il nostro punto di vista

Avevamo comunicato alle Autorità il nostro, più articolato, punto di vista, e soprattutto, il timore che il nuovo Istituto si riveli essere l’ennesimo Ente inutile, attraverso un documento che rendiamo ora pubblico:

“PROGETTO: L’ITALIA QUALE AVANGUARDIA DIGITALE EUROPEA

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, ‘European Technology Agency’ e ‘European Digital Humanism’, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia.

1.Arretratezza europea

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le ‘Conferenze Macy sulla cibernetica’ subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ ‘Ideologia Californiana’. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Le Istituzioni hanno lanciato la parola d’ordine della ‘Sovranità digitale europea’, che, se presa sul serio, presupporrebbe che Stati e imprese si facessero parti zelanti per acquisire risorse (a valere innanzitutto sui fondi europei), per realizzare iniziative imprenditoriali  competitive con quelle dei GAFAM e dei BAATX. Il Presidente Macron e il Senato francese (Rapporto Longuet) avevano  sostenuto che la competenza per realizzare questi nuovi ‘Campioni Europei’ avrebbe dovuto essere comunitaria….. Purtroppo, l’ex commissario Moedas aveva  risposto che la Commissione non intendeva promuovere quelle attività, ma che, se la Francia e la Germania volevano, erano libere di farlo, e la presente Commissione non ha detto nulla di diverso. Ora, Francia e Germania si stanno sforzando di coprire, in ossequio a quell’ impostazione, con iniziative come Qwant, JEDI e Gaia-X, l’insieme di queste attività, con la speranza di farle diventare dei veri ‘campioni europei’, ma si tratta ancora d’iniziative modeste e parziali, senz’ alcuna ricaduta durevole, e senza una partecipazione italiana.

Di fronte a questa situazione, osservo che, già anche soltanto a tavolino, vi sono sufficienti spazi liberi da colmare, non ancora coperti, neppure parzialmente,  dalle iniziative franco-tedesche. In particolare, l’Italia potrebbe candidarsi per tre iniziative già auspicate dalle Istituzioni, e mai portate a termine: l’accademia digitale; l’accademia strategica; la piattaforma di e-commerce e/o di  web marketing. In ogni caso, visto l’attuale imponente dirottamento di profitti e d’imponibile fuori dell’Europa grazie al gioco congiunto dei GAFA e dei paradisi fiscali, si tratterebbe di una provvidenziale forma di ‘import substitution’, seppure  sui generis.

L’iniziativa potrebbe risultare  sinergica ad altre, altrettanto necessarie e urgenti, nel campo dell’ acquisizione di competenze e dell’ ‘upskilling’ dell’ intera società italiana, rilanciando la tradizione di Adriano Olivetti.

2.La svolta del 21 luglio 2020

Liberismo, politica della lesina, vincoli comunitari, hanno costituito fino ad oggi in Europa degli ottimi pretesti per non fare nulla d’impegnativo, in particolare nel settore digitale.

La  vicenda del Coronavirus e degli Eurobond, oltre che le sentenze della Corte di Giustizia nelle cause  ha segnato  tuttavia una svolta. Oggi è una ‘communis opinio’ bipartisan che:

-l’economia europea è ormai giunta al suo punto più basso;

-le politiche di austerità seguite fino ad ora non sono state soddisfacenti;

-occorre fare investimenti produttivi, capaci di generare profitti, redditi, posti di lavoro sempre più qualificati e di sconfiggere la concorrenza internazionale;

– la parola d’ordine è ‘spendere al meglio i fondi europei’.

Il progetto che proponiamo  è quello di fare  dell’ Italia un centro qualificato di sviluppo della cultura digitale europea, con un programma a medio termine (pari alla legislatura 2021-2027 e al coevo Quadro pluriennale dell’ Unione), partendo dalle fasi più urgenti e più semplici (2021-2023), per poi passare a una trasformazione complessiva della nostra società, basata sempre sul ‘reskilling’ digitale.

La distinzione fra fase di recupero dalla pandemia e fase di rilancio dell’economia qui non si può mantenere al 100%, in quanto vi è tutta una fase d’interiorizzazione delle competenze, che non presenta costi rilevanti, ma dev’essere superata subito.

(a)L’accademia digitale.

Come detto in molte sedi, il principio di base che governerà le politiche economiche in Europa nei prossimi anni sarà quello di spendere bene i fondi europei.  Cosa che non è affatto garantita, a causa delle molteplici contraddizioni delle nostre società, a cominciare dalla stessa costruzione europea.

L’economia, e, ancor di più, la geopolitica, si giocano oggi in gran parte sulla capacità di usare il digitale come strumento competitivo sui mercati mondiali: Google contro Baidu; Amazon contro Alibaba; Silicon Valley contro Shenzhen.

Orbene, la Commissione Europea sostiene che, grazie al GDPR, l’Unione Europea avrebbe creato un sistema digitale identitario europeo, che  dovrebbe costituire un modello per tutto il mondo. In realtà, come hanno messo in evidenza due recentissime sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (quella contro Apple e quella contro Facebook), l’enorme apparato burocratico posto in essere da una ventina di anni dall’ Unione Europea è un semplice castello di carte, che non serve a nulla salvo che a penalizzare le imprese europee rispetto alle loro concorrenti extraeuropee. Infatti, mentre noi in Europa siamo obbligati a circondare ogni trasmissione di dati sul web da una pletora di adempimenti burocratici che non sono richiesti ai nostri concorrenti (e che in realtà  non costituiscono alcuna protezione effettiva per i cittadini), poi l’insieme di questi dati viene trasmesso in tempo reale alle multinazionali , le quali sono tenute per la legge americana a metterli a disposizione senza indugio alle 16 agenzie d’intelligence. Che, in tal modo, hanno schedato tutti gli abitanti e le imprese europei, traendone enormi vantaggi tecnologici, politici e commerciali, oltre che militari, che rafforzano la nostra dipendenza. La Commissione si trova ora dinanzi all’ immane problema  d’immaginare una formula giuridica (diversa da quelle già bocciate dalla Corte di Giustizia) per  far rispettare il GDPR agli Americani e per tassare i profitti realizzati in Europa dai GAFAM….

La prova più schiacciante di quest’affermazione è costituita dal fatto che gli stessi documenti dell’ Unione che propugnano queste iniziative sono cosparsi di sconsolanti constatazioni circa la decadenza inarrestabile dell’ Europa (basti pensare alla strategia industriale del 2017 e allo studio del 2020 dell’ EPRS sulla sovranità digitale).

Di fronte a questa situazione, facciamo due osservazioni:

-già anche soltanto a tavolino, vi sono sufficienti spazi liberi da colmare, non coperti dalle iniziative franco-tedesche;

-uno dei principali motivi dei fallimenti franco-tedeschi è ch’ essi mancano di spessore teorico, in quanto, l’assenza settantennale dell’Europa dalle grandi tecnologie e la dipendenza tecnologica europea verso i GAFAM hanno annientato il ceto degli imprenditori digitali, e soprattutto l’ambiente dei pensatori originali e indipendenti.

Per questo motivo, l’Italia potrebbe candidarsi per tre iniziative già auspicate dalle Istituzioni, e mai portate in porto:

-l’accademia digitale;

-l’accademia strategica;

-la piattaforma di e-commerce e web marketing.

L’accademia digitale costituisce una premessa logica per le altre iniziative, perché dovrebbe permettere di riunire intorno a un progetto comune tutte le competenze, culturali e scientifiche, geopolitiche e sociologiche, economiche e tecnologiche, imprenditoriali e professionali, necessarie per la creazione di un ecosistema digitale europeo, ovviando così alla carenza di spessore culturale delle iniziative precedenti. Il meccanismo per la creazione dell’accademia dovrebbe essere quello usato a suo tempo da La Pira per la creazione dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e da Sariusz-Wolski per la creazione della sede di Natolin del Collegio d’Europa: le autorità locali sponsorizzano l’iniziativa, canalizzando fondi locali, nazionali ed europei.

Sono in corso discussioni per il distaccamento di corsi d’informatica del Politecnico di Torino presso l’ ICO VALLEY di Ivrea. La nostra proposta mirerebbe a fare di quest’iniziativa qualcosa di più ambizioso, mirante a conseguire due obiettivi:

-da un lato, allargare quella che già esercita il Politecnico, come strumento di cultura e di arricchimento del territorio con le vere e proprie attività accademiche e il loro indotto;

-dall’ altro, costituire una base concettuale su cui investitori, Istituzioni, Imprese, possano costruire iniziative più avanzate ed ambiziose, accedendo anche ai relativi fondi europei.

Soprattutto, i corsi e le attività di ricerca non dovrebbero indirizzarsi a una platea locale, bensì coinvolgere, come l’ IUE e il Collegio d’ Europa, tutti gli Europei.

(b)L’Accademia Strategica Europea

Anche dell’Accademia Strategica Europea si era parlato in varie occasioni , ma poi non se ne era fatto nulla, in assenza di una Politica Estera e di Difesa dell’ Europa. A questo punto, sarebbe probabilmente utile provare a invertire il processo logico, creando prima le competenze, per poi supportare il cammino ideativo della Politica Estera e di Difesa Comune. Infatti, come ha rilevato il Presidente Macron, esiste un gap concettuale, nel mondo politico europeo, circa le esigenze della politica di difesa, anche questa, delegata sostanzialmente agli USA, e perdendo, così, le competenze nel campo dell’analisi geopolitica, delle nuove tecnologie, dalla programmazione strategica, del rapporto civile-militare.

Occorrerebbe porre una molto maggiore attenzione alle culture di tutte le grandi aree del mondo, in cui rientrano scacchieri fondamentali come i Mari della Cina e il Medio Oriente, all’impatto di nuovi fattori come la militarizzazione dello spazio, i satelliti quantici e i missili ipersonici, i Big Data, la Cyberguerra, la concorrenza fra le grandi potenze per le tecnologie…

Un armamentario così complesso e sofisticato avrebbe senso solo per una platea più vasta del solo Esercito Italiano.

Anche qui varrebbero le stesse considerazioni fatte per l’Accademia Digitale Europea, con la quale vi sono molte sinergie. Altre sinergie, se non di più, vi sono con la Scuola di Applicazione, che potrebbe essere l’alveo entro cui collocare la nuova Accademia.

(c)Piattaforma europea di e.commerce e web marketing

Sempre in simbiosi con i due progetti di cui sopra, si potrebbe riprendere , come proposto dalla Vice-Presidente di Confindustria Beltrame, la creazione di una piattaforma dedicata all’e.commerce e al web marketing. La proposta nasce dalla constatazione dell’incongruenza, per un Paese esportatore come l’ Italia, di non disporre di una propria piattaforma web dedicata, specie in un momento, come quello presente, in cui, a causa della pandemia, il traffico dell’ e-commerce e del web marketing è aumentato a dismisura.

A parte il sospetto, che sempre c’è in questi casi, che questa carenza dai orchestrata dai concorrenti, vi è certo il problema che una piattaforma troppo specializzata è comunque debole, sicché, per poter disporre di un’utenza abbastanza vasta, occorre allargare l’operatività della piattaforma a materie confinanti. Per esempio, il marketing di tutti i prodotti europei, il marketing turistico e delle industrie culturali, la promozione del territorio, delle sue eccellenze e della sua cultura.

La piattaforma potrebbe crescere a latere dell’accademia del digitale, e costituire anche un ambito di sperimentazione per la stessa.

3. Le ricadute sul territorio

Secondo una leggenda metropolitana, l’industria digitale non creerebbe sufficiente occupazione, e, anzi, avrebbe effetti negativi sull’ ambiente sociale circostante. Sta succedendo in America nella West Coast, dove i pochi privilegiati venuti per lavorare nella Silicon Valley hanno reso la vita difficile agli abitanti originari, soprattutto a causa dell’aumento del costo della vita. Questo accade però se l’introduzione  dell’ industria digitale avviene senza un piano preordinato, e, soprattutto, se non si guarda all’ aspetto geopolitico.

Intanto, le grandi piattaforme americane e cinesi hanno da 30.000 a 100.000 dipendenti, che è già una bella cifra, a cui va aggiunto l’indotto, diretto e indiretto. Infatti, intorno a queste attività è destinato a svilupparsi tutto un mondo di piattaforme e servizi “satelliti”, e comunque il personale di questo tipo di aziende dispone di una capacità di spesa notevole, che non può non influenzare l’economia locale.

Ma, ciò che più conta, la nascita di vere e proprie grandi imprese digitali non avviene mai nel vuoto. Anzi, deve avvenire all’ interno di un intero processo di “upskilling”, nel corso del quale tutta la società viene accompagnata verso nuovi tipi, digitalizzati, di attività. Si incomincia con la cosiddetta “Industria 4.0”, nell’ambito della quale si dovrebbe realizzare una generalizzata trasformazione dei lavoratori in operatori digitali. Ma si dovrebbe continuare con trasformazioni capillari anche di attività tradizionalmente labour intensive o intellettuali.

Ma, soprattutto, l’introduzione di attività digitali avanzate va visto, nel nostro caso, come una forma di “import substitution”. Infatti, nella nostra situazione attuale non è che introdurremmo la digitalizzazione là dove essa non c’era. Al contrario, noi creeremmo imprese torinesi o italiane per svolgere un’attività che attualmente viene svolta da Amazon, E.bay o Alibaba, e i cui profitti non si riescono a tassare per la nota vicenda della web tax. Perciò. L’effetto positivo sarebbe costituito innanzitutto dal mancato trasferimento di utili e d’imponibile.

In ogni caso, il piano di finanziamenti appena approvato, dovrebbe servire proprio per finanziare nuove attività che permettano di rilanciare l’economia dei territori, non solamente recuperando il terreno perso per effetto della pandemia, bensì anche creando nuove opportunità di utili e di reddito. L’Italia  è chiamata  a  fare proposte e a richiedere fondi. Soprattutto in un contesto, come quello presente, in cui l’oculata utilizzazione farà oggetto di un controllo da parte dell’ Europa.Orbene, quale utilizzo più appropriato che non realizzare obiettivi conclamati dall’ Europa come propri? “

Abbiamo richiesto alle Autorità di essere ricevuti per discutere l’insieme di queste proposte.

Il Collegio d’Europa di Natolin, fermamente voluto dall’ Onorevole Sariusz-Wolski

c.Torino Capitale Europea della Cultura

Nel frattempo, la Sindaca Chiara Appendino ha deciso di candidare Torino a Capitale Europea della Cultura per il 2033. Un vecchio progetto, per il quale ci eravamo battuti per anni, tra l’altro con:

-la creazione del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Europea della Cultura;

-la pubblicazione di ben due libri per l’argomento.

 Ho perciò scritto alle Autorità cittadine:

“Nella mia veste di presidente dell’Associazione Culturale Diàlexis, e, in particolare, di coordinatore del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Europea della Cultura (raggruppante una cinquantina di associazioni di Torino e provincia, che figurano nel frontespizio di “Torino snodo”), avevo supportato,  dal 2010 al 2012, la giunta Fassino, e, in particolare, l’Assessore Alfieri e il Dott. Bagnasco, nello studio preliminare della candidatura per il 2019,  facendomi parte zelante per l’organizzazione di:

-una bozza di atto di candidatura;

-alcune manifestazioni pubbliche, per lo più presso la sede del Comune, ma anche e soprattutto  presso il Circolo dei Lettori, dedicate a discutere con esperti e con la società civile i vari aspetti della candidatura.

Soprattutto, avevo pubblicato, presso la Casa Editrice Alpina, due studi sull’ argomento: ‘Torino Capitale Europea della Cultura?’ (2010) e ‘Torino, snodo della cultura europea, Piano di offerta culturale 2011-2021’, che Vi invio in allegato All. 1 e 2).

Inoltre, come già espresso in quell’occasione, credo che la candidatura di Torino non possa prescindere, a causa dell’emergere di sempre nuove problematiche, che, nel 2033, saranno divenute particolarmente acute:-dal riordino delle vocazioni culturali della Città, in particolare nella direzione  dell’umanesimo digitale, cosa di cui le Istituzioni stando dando atto con l’iniziativa relativa all’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale. Anche a questo proposito abbiamo diffuso  all’inizio di Agosto il libro ‘European Digital Agency’, che illustra le proposte già fatte alle Istituzioni europee e alla società civile per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, in particolare per ciò che concerne le iniziative che potrebbero essere localizzate a Torino…..

Al fine di non disperdere, e, anzi, di recuperare, a favore della nostra Città, gli enormi sforzi sostenuti in quell’ occasione, saremmo grati alla Sindaca e a tutti i destinatari della presente se potessero convocarci per ascoltare le nostre esperienze e proposte. Nel contempo, siamo a Vostra disposizione per fornirVi tutte le informazioni e la documentazione raccolta ed elaborata, nonché quella relativa a Fiume Capitale Europea della Cultura, manifestazione attualmente in corso.

Infine, saremmo lieti di organizzare, nell’ambito del Salone Virtuale del Libro 2020 (cfr. Allegato n 3), che stiamo mandando avanti a dispetto della pandemia, un webinar dedicato alla candidatura, a cui saremmo onorati se potessero partecipare le Autorità cittadine ed esponenti della società civile. Chi è interessato, è pregato di segnalarcelo, indicando anche la propria disponibilità a partecipare, e le date preferite.

Infine, va da sé che saremo sempre disponibili per mobilitare come allora un movimento indipendente di cittadini a sostegno della candidatura, da coordinarsi con le Autorità.”

Teilhard de Chardin, il controverso gesuita padre del postumanesimo

d. Non perdiamo un’occasione preziosa

Tutti   questi nostri interventi sono stati basati sulla preoccupazione che, come affermato da autorevoli personaggi fra i quali il Presidente Draghi e il Presidente Bonomi, tutti questi sforzi volontaristici non si traducano in un miglioramento concreto della situazione culturale, umana, politica, economica e sociale, né dell’ Europa, né dell’ Italia, né di Torino, tutte duramente colpite ormai da decenni da un declino generalizzato rispetto al resto del mondo. Manca, infatti, una strategia complessiva per arginare questo declino, che passi attraverso le sue ragioni storico-filosofiche, le carenze strutturali, la progettazione di un’alternativa, la concentrazione sulle priorità.

Abbiamo preso atto, anche in precedenti post, che si sta riscontrando un rapido avvicinamento delle posizioni ufficiali a quella che sarebbe una visione realistica del problema. Si  è passati, in un decennio, dall’apologia auto-referenziale di un presunto superiore benessere e giustizia sociale dell’Italia e dell’ Europa, a una seppur superata logica redistributiva per ovviare alle principali carenze, poi al riconoscimento della  necessità di sostenere le attività produttive, passando  per l’addolcimento, attraverso il Quantitative Easing, del dogma monetaristico che tanto male ha fatto all’ Europa, per poi giungere,  grazie al Covid-19, a una forma di neo-keynesismo, che va, attualmente, ancora  aprendosi a un’idea di ‘Stato Innovatore’, e che potrebbe perfino giungere  ad ammettere che la digitalizzazione è la chiave di volta per la rinascita delle nostre società.

Mancano però ancora alcuni passi importantissimi:

-il riconoscimento del carattere civilizzatorio (e drammatico) del dibattito sulla digitalizzazione;

-la necessità della centralizzazione a livello europeo, o, almeno, nazionale, delle vitali scelte in questa materia;

-l’urgenza  di un dibattito pluralistico e alla pari, che non dia per scontato l’oltranzismo post-umanistico di Teilhard de Chardin e di Kurzweil, ma permetta anche di esprimersi  a un Umanesimo Digitale critico sulla falsariga di MacLuhan e Nida-Ruemelin, e, concretamente, delle sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia delle Comunità Europee.

In una fase politica dominata, non solo in Italia, ma in Europa, da preoccupazioni elettorali, una classe politica che si pretende europeistica non sarà in grado di mobilitare le energie intellettuali e morali dell’Europa contro le tendenze disgregatrici se non facendo leva su quelle minoranze che sono concretamente impegnate nella ricerca e nel dibattito sulle soluzioni per superare l’attuale impasse. Se non dimostrerà un maggiore impegno in queste direzione e una maggiore indipendenza nei confronti dei GAFAM, non potrà essere presa sul serio, lasciando agli Euroscettici tutto lo spazio politico.

Mentre ribadiamo perciò ovviamente la richiesta di essere ricevuti per illustrare il complesso esito delle nostre più che decennali ricerche su questi temi e per proporre concreti contenuti, tanto per l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, quanto per la candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura, proseguiamo con i nostri “Cantieri Virtuali d’ Europa” per mantenere vivo l’interesse dell’ opinione pubblica su questi temi..

Se queste non diventeranno al più presto le priorità dell’ Europa, dell’ Italia e del Piemonte, questa classe dirigente dovrà assumersene l’intera responsabilità politica.

Marshall Mc Luhan, il teorico dellav società della comunicazione,critico della rivoluzione digitale

SENZA I PROPRI COLOSSI DEL WEB, NEL 2030 L’EUROPA SARA’ COME L’AFRICA

Invece di discutere tanto sulle forniture 5 G, perchè non compriamo la tecnologia Huawei?

SENZA I SUOI COLOSSI DIGITALI, L’EUROPA DEL 2030 SARA’ COME L’AFRICA

Sono oramai molti anni che condanniamo come suicida la scelta degli Europei di continuare indefinitamente a rappresentare se stessi come i “followers” degli Stati Uniti. Una scelta sbagliata già in passato, che, con l’accelerarsi della concorrenza internazionale, ci porterà in pochi anni al sottosviluppo e al caos. Certamente, questa scelta è stata in parte obbligata, date le continue pressioni fatte sugli Europei per evitare l’emergere di una programmazione europea e di campioni europei (basti pensare all’introduzione della legislazione antitrust attraverso lo studio legale Cleary and Gottlieb, alla cessione obbligata della Olivetti alla General Electric, all’Airbus militare, agli F35 e, oggi, all’ imposizione del fondo KKK per la rete unica italiana). Tuttavia, coloro che veramente aspiravano a ctrare un ecosistema tecnologico europeo, come l Generale de Galle, hanno comunque creato, in Francia e intorno alla Francia, realtà come la Force de Frappe,il sistema missilistico europeo, l’ ESA, Arianespace, Airbus e i treni ad alta velocità. Peccato che, dopo l’uscita di scena del Generale e l’entrata in forze della Cina, queste conquiste francesi e europee siano oramai divenute osolete, sopravanzate, come sono, non solo dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma anche dai nuovi aerei, missili e treni cinesi.

Vi sono tuttavia alcuni  segnali che questa consapevolezza si stia sviluppando in ambienti sempre più vasti. Intanto, e soprattutto, la Corte di Giustizia, di cui mi onoro di essere stato funzionario, ha cassato molti anni di sforzi della Commissione per salvare lo status quo con i colossi americani de web, dichiarando invalidi gli strumenti adottati fino ad ora per attuare questo compromesso: le multe per presunti aiuti di Stato, il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses. Per parte sua, il Presidente Sassoli ha preso posizione contro la scelta del Consiglio del 21 luglio di tagliare le spese di ricerca, schierandosi a fianco degli Europarlamentari che vogliono dare battaglia. Il Presidente Draghi e il Presidente Bonmi hanno ammonito l’ Italia (ma il monito vale anche per l’Europa), a non indebitarsi per misure assistenzialistiche, bensì a finanziare investimenti produttivi.

Riprendendo quasi letteralmente le parole dei nostri libri, il Commissario Breton ha annunziato su vari quotidiani europei, che, oramai, la sovranità digitale europea per i prossimi 20 anni costituisce la principale priorità della presente Commissione, prendendo finalmente atto che, nel mondo,“assistiamo a una vera e propria corsa all’ autonomia e al potere”, da cui l’Europa non può ragionevolmente astrarsi. Tuttavia, questo presupporrà innanzitutto che il Parlamento riesca veramente a rovesciare l’impostazione di bilancio data, dal Consiglio Straordinario del 21 luglio, al Quadro Pluriennale 2021-202, e, i secondo luogo, che venga condotto, dalle Istituzioni, dall’ Accademia, dalla Società Civile, e, soprattutto, nella Conferenza su Futuro d’ Europa, una trasformazione concettuale e politica dell’ Europa coerente con le parole di Breton, nel senso che:

-nel 21° secolo, senza il digitale, non è possibile nessuna politica, in nessun campo, e, in primo luogo, non nei campi per cui l’Unione si ritiene competente e che la Commissione ha indicato come proprie priorità: quindi, tutte le politiche europee debbono divenire digitali;

le sentenze della Corte di Giustizia Apple e Schrems dimostrano che l’Europa non è sovrana, bensì dipendente, nel settore digitale, come confermato dalle inaccettabili pressioni in corso da parte dell’ Ambasciata americana, sul Governo Italiano, per escludere dalla rete italiana l’unico tecnologo competenze esistente sul mercato e farvi entrare una società finanziaria avente il solo merito di essere americana;

-soprattutto, la disapplicazione generalizzata delle sentenze Schrems da parte delle Autorità nazionali della Privacy dimostra che il diritto europeo non viene preso sul serio dalle stesse Autorità, smentendo la pretesa, costantemente ripetuta dall’ “estalishment”, secondo cui l’ Europa eccellerebbe sugli altri continenti, ivi compresa l’ America, per il suo rispetto della cosiddetta “Rule of Law”, vale a dire per la sovranità del diritto;

-giacché, come scriveva Heidegger,  “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì è l’incarnazione più estrema della teologia politica occidentale, la sovranità digitale non potrà essere conseguita dagli Europei se essi non riusciranno a superare questa teologia attraverso un’intensa attività di studio e di dibattito, quale quella che stiamo promuovendo come associazione culturale europea.

Schrems è sempre più l’arcinemico di Zuckerberg

1 Ulteriori azioni di Schrems contro i GAFAM dopo “Schrems II”

“Una rapida analisi del codice sorgente HTML delle principali pagine web dell’UE mostra che molte aziende utilizzano ancora Google Analytics o Facebook Connect un mese dopo un’importante sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) – nonostante entrambe le aziende siano chiaramente soggette alle leggi di sorveglianza statunitensi, come la FISA 702. Né Facebook né Google sembrano avere una base giuridica per il trasferimento dei dati. Google sostiene ancora di fare affidamento sul “Privacy Shield” un mese dopo la sua invalidazione, mentre Facebook continua ad utilizzare gli “SCC”, nonostante la Corte abbia constatato che le leggi di sorveglianza statunitensi violano l’essenza dei diritti fondamentali dell’UE.

……Sono state presentate denunce in tutti i 30 Stati membri dell’UE e del SEE contro 101 aziende europee che trasmettono ancora i dati di ogni visitatore a Google e Facebook Le denunce vengono presentate anche contro Google e Facebook negli Stati Uniti, per aver continuato ad accettare questi trasferimenti di dati, nonostante essi siano in violazione del GDPR…..

……Le aziende statunitensi come Google, Facebook o Microsoft sono chiaramente soggette all’obbligo di fornire i dati personali delle persone nell’UE al governo statunitense in base a leggi come la FISA 702 o la EO 12.333. Essi sono addirittura menzionati nei documenti di Snowden. Nonostante la chiara sentenza della CGUE, essi sostengono ora che i trasferimenti di dati possono continuare secondo le cosiddette clausole contrattuali standard – e molte esportazioni di dati dell’UE sembrano più che disposte ad accettare questa falsa affermazione.”

…….Schrems: “Pur comprendendo che alcune cose potrebbero richiedere un certo tempo per riorganizzarsi, è inaccettabile che alcuni attori sembrino semplicemente ignorare la Corte suprema europea. Questo è ingiusto anche nei confronti dei concorrenti che rispettano queste regole. Gradualmente prenderemo provvedimenti contro i controllori e i processori che violano la GDPR e contro le autorità che non fanno rispettare la sentenza della Corte, ……

3.Che cosa vuol dire essere “followers”?

Servan-Schreiber avrebbe voluto un’industria europea alternativa a quella americana

I “followers” sono coloro che rinunziando ad effettuare ricerche in campi come il digitale, lo spazio, la bioingegneria…, accontentandosi di partecipare a progetti altrui, divengono  subfornitori dei “leaders” (come Leonardo verso la Boeing e la Lockheed). Oggi, per altro, i GAFAM retendono essersi sosituiti proprio alla Boeing e alla Lockheed nel loro rulo egmonico sull’ America e sul mondo (vedi Schmidt e Cohen, The New Digital Age).

Questa è la situazione della maggioranza degli Europei, in parte  successivamente alla II Guerra Mondiale, ma, parziamente, già nei due secoli precedenti, con la Rivoluzione Francese che ricalcava quella americana; Balbo, Goethe e List che dicevano d’imitare l’America; Meucci, Tesla, Fermi e Von Braun che si trasferivano in America e lì si facevano copiare le loro invenzioni; Mattè Trucco che si faceva consigliare da consulenti americani per imitare la Ford, e presentava la domanda di licenza edilizia per il Lingotto  facendovi espresso riferimento; l’Italia e la Germania che lanciavano la Balilla e il Maggiolino per non essere da meno della Ford T; la SNECMA (oggi SAFRAN) fondata con la General Electric per costruire i motori a reazione sul modello americano;  l’intera industria motoristica aereonautica europea e le società di revisione in mano agli USA…

La situazione è ancora peggiorata con l’informatica, da cui l’Europa è stata assente fin dall’ inizio dall’elaborazione dei concetti (le “Conferenze Macy sulla Cibernetica”); dalla ricerca militare del DARPA; dalla grande produzione dell’ IBM, della Hewlett Packard, di Apple e di Microsoft; dall’intelligence di Echelon e di Prism; dai provider di Internet; dai social networks; dai Big Data; dall’ Intelligenza Artificiale, dai calcolatori quantici; dal G5 e G6…

4.Le nuove arene competitive: dove sono gli Europei?

Le nuove taikonaute cinesi: noi abbiamo solo Samantha Cristoforetti, in rotta con l’ Itaia

In effetti, le posizioni di “leader” e di “followers” non sono fissate una volta per tutte. Nel 1500, gli Europei erano leaders rispetto agli indios e agli Africani; dal 1800, i “leaders” sono divenuti gli Stati Uniti, che sono ora in competizione con la  Cina e la Russia sulle nuove tecnologie, sullo spazio e sui social networks, mentre l’Europa non sa più dove posizionarsi.

I documenti sul digitale approvati  dalla Commissione a febbraio sono semplici parole, superati, come sono, dal Covid e dal nuovo Quadro Pluriennale 2021 e 2027, che, contrariamente a quanto affermato da Breton, non solo non aumenta, bensì riduce gli stanziamenti tecnologici. Come abbiamo visto, le sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia non forniscono una soluzione, bensì aprono semplicemente due enormi lacune giuridiche, che qualcuno dovrà colmare.

Secondo Schrems, l’unica strada percorribile sarebbe l’”unbundling” di Facebook, sulla falsariga di Standard Oil, AT&T ed SKF, che realizzerebbe anche una “regionalizzazione dei dati” degli Europei. Questa soluzione, che molti considerano estrema, è in realtà di compromesso, perché non eliminerebbe la portata extraterritoriale delle leggi americane sulla sorveglianza militare, ma, almeno, lancerebbe un chiaro messaggio politico, come hanno fatto i recenti trends parziali in India e in Russia. Infatti, le tre iniziative lanciate da Francia e Germania per rispondere alla risposta tranchant della vecchia Commissione, secondo la quale questa non intendeva farsi direttamente promotrice dei Campioni Europei dell’ informatica (JEDI, QWANT e Gaia-X) non hanno dato per ora l’impressione di erodere quote di mercato dei loro concorrenti: ARPA, Google e i servers di Salt Lake City, ma potrebbero decollare se divenisse impossibile il trasferimento puro e semplice dei dati in America.

Perfino Huawei, Baidu, Alibababa, TikTok e Tencent sono infinitamente più efficienti delle nostre imprese, non solo sul mercato nazionale, che dominano attualmente seppure in forma pluralistica e concorrenziale ma anche su quelli internazionali; tant’è vero che l’unico strumento rimasto a disposizione di Trump per contrastarli è costituito da puri e sempre ordini amministrativi in stile dirigistico, basati su considerazioni di tipo militare, ma che offrono il fianco a serie contestazioni anche dal punto di vista del diritto pubblico americano. D’altra parte, TikTok sta spostando i propri server in Europa, che potrebbe divenire gradualmente un centro di gravità alternativo agli Stati Uniti, e la Cina stesa sta ostacolando la cessione della TikTok americana, perché questa comporterebbe il rischio di un trasferimento di tecnologia riservata (precisamente l’accusa che gli USA rivolgevno alla Cina).

5.Un piano di riscossa civile, morale ed economica

Alpina e Diàlexis si battono, e non da ieri, per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa

Oramai, la classe dirigente europea non prova neppure più a nascondere una decadenza del nostro Continente sempre più evidente da un secolo, decennio dopo decennio. Oggi, le previsioni ufficiali sono che, mentre la Cina sta già nuovamente crescendo, noi recupereremo il PIL del 2017, se va bene, nel 2022. E dire che già nel 2017 il declino era impressionante.

Tutti invitano a pensare alle future generazioni, ma intanto nessuno investe nelle nuove tecnologie né nell’ “upskilling” della nostra società, né si ribella a dazi e sanzioni americani, per quanto tutti fingano di stupirsi per la mancanza di progetti in qualsivoglia campo, scaricando la rispettiva responsabilità gli uni sugli altri.

Quando Stati Uniti e Cina (le multinazionali del web e  forse anche Russia e India) avranno le loro colonie, e perfino i loro resorts turistici, su Marte, cosa faranno i nostri figli: i ristoratori e le badanti spaziali? Infatti, il motivo per cui i nostri (scarsi) laureati non trovano posto in patria è che oramai buona parte dei lavori intellettuali sono legati a filo doppio alla competizione ideologica, i nuovi programmi tecnologici, l’intelligence, la politica e la difesa, e quindi vengono attribuiti solo ai cittadini delle Grandi Potenze o ai loro fiduciari.

Oggi, è di moda definire la Cina come un “rivale sistemico”, ma il primo “rivale sistemico dell’ Europa sono gli Stati Uniti.

Molti, oramai, perfino fra i pochi Eurottimisti, sono oramai convinti che l’alleanza occidentale sia solo una modalità soft per spegnere la civiltà, non solo europea, bensì umanistica in generale, e guardano oramai a quest’entropia con lo stesso occhio nostalgico e impotenti del tardo impero romano, pregando solo il destino di risparmiare i loro ultimi anni da un brusco risveglio. Noi, invece, non ci siamo mai rassegnati. Tutto ciò che facciamo è in funzione della risposta alle nuove sfide concorrenziali. In sostanza, stiamo lavorando in controtendenza per costruire, come dice Breton, entro 20 anni,  la futura società digitale europea, con la sua Weltanschauung, le sue imprese e la sua élite. Come ha affermato il Ministro cinese Wang Yi in esito all’ incontro con Di Maio, la Cina sta pensando non già ai prossimi 10, bensì ai prossimi 50 anni di relazioni con l’ Europa, mentre questa guarda solo alla ripresa dell’ Autunno, al Recovery Fund e alle prossime elezioni. La preveggenza cinese viene scambiata, dagli Occidentali, per aggressività, quando essa è soltanto millenaria saggezza (che anche noi avevamo, ma abbiamo dimenticato).

Walther Rathenau: uno dei pochi politici e imprenditori visionari europei:
“Von den kommenden Dingen”

6.Un piano concreto di rinascita dell’ Europa

Contrariamente a quanto affermato anche dai migliori politici, non si tratta di un compito unidimensionale, riservato all’ establishment, bensì di un progetto poliedrico, che noi concepiamo come articolato in 10 fasi:

Prima fase: Riflettere come stiamo facendo ora), mettendo nero su bianco ciò che sappiamo della società tecnologica e dei suoi problemi esistenziali;

Seconda fase: stimolare, all’ interno di un ambito ristretto e qualificato, lo studio su tecnologia e valori (l’ “Umanesimo Digitale”);

Terza fase: progettare l’industria culturale europea attraverso un confronto sul futuro del mondo con tutta la società civile europea (sulla falsariga delle “Conferenze Macy”, ch’erano durate più di 20 anni);

Quarta fase: Dibattere, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, sul ruolo  di quest’ultima nel mondo tecnologizzato del prossimo decennio, ricercando la convergenza politica intorno a una forma di protagonismo culturale e tecnologico del nostro Continente;

Quinta Fase: Favorire, negli ambienti politici ed economici, la costruzione concreta di alcune ipotesi di scenari alternativi di sviluppo per i decenni successivi (scuole, movimenti, imprese);

Sesta fase: Avviare un movimento politico-culturale paneuropeo (un rinnovato Movimento Europeo) che prenda veramente in mano le strutture esistenti, gettando i semi dell’Europa umanistica e digitale

Sesta fase:  Fare, del Movimento Europeo, il motore di una ricerca, una industria, una struttura istituzionale e una difesa europei, veramente sovrani;

Settima fase: Creare veri campioni paneuropei nei settori dell’ industria culturale, del digitale, della difesa, della finanza, dell’ ambiente, dell’aerospaziale, dell’urbanistica, del turismo…

Ottava fase: cambiare la classe dirigente, sviluppare le imprese tecnologiche, affrontare la concorrenza internazionale

Nona fase: affermare la sovranità europea; partecipare al dibattito con il resto del mondo al futuro dell’ umanità digitale;

Decima fase: affermare il nuovo ethos umanistico-digitale; coordinare le imprese europee per il conseguimento degli obiettivi sociali conseguenti.

7.Le elezioni americane possono arrestare il nostro declino?

La donna del complesso informatico-militare

Le prossime elezioni americane non sono destinate a realizzare alcun’innovazione reale, né per ciò che riguarda la guerra tecnologica fra USA e Cina, né per ciò che riguarda la sovranità europea. Alcuni dei peggiori eventi per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa (come la cessione forzosa dell’ Olivetti, le guerre contro la Serbia e contro la Libia) sono avvenuti sotto presidenti democratici, che, come Clinton e Obama, credevano fermamente nella missione dell’ America d’imporre ovunque il proprio modello. Anche la vicepresidentessa in pectore Kamala Harris, prescelta da Biden, altro non è che la fiduciaria del Complesso Informatico-Militare (Hollywood, Wall Street, Silicon Valley) e dell’Ideologia Californiana (è stata la Procuratrice Generale della California), sì che, nel caso di vittoria di Biden,  le pressioni americane su Istituzioni e Governi sarebbero destinate ad aumentare. Esse sarebbero solamente più insidiose, perché gl’interlocutori americani sarebbero più graditi ai nostri governanti.

L’Europa potrà salvarsi solamente da sola, recuperando la consapevolezza della propria cultura e del proprio ruolo nel mondo, e fondando su questa la propria sovranità ed equidistanza dalle Superpotenze..

UN “CENTRO VITALE” PER L’EUROPA E L’ITALIA

Dopo 70 anni, ancora nessuna costituzione europea?

COMMENTO ALL’ ARTICOLO DI SERGIO FABBRINI SU “IL SOLE 24 ORE” DEL 9/8/2020

Come per fortuna avviene sempre più spesso negli ultimi tempi, anche i grandi giornali stanno prendendo atto, anche se con fatica e controvoglia, delle grandi verità del nostro tempo, e, in particolare, di quelle che concernono l’Europa.

In questo caso, si tratta dell’idea di un “Centro Vitale”, termine indicato a suo tempo  da Arthur Schlesinger, in relazione agli Stati Uniti,  per indicare una coesa forza politica centrale, tesa a sostenere  il proprio sistema-Paese, ma che assume, di giorno in giorno, un significato più profondo e più ampio.

Secondo Fabbrini (e  io  concordo), questo “centro vitale” non esisterebbe, oggi, né in Europa, né in Italia, ma andrebbe creato se si vuole proseguire il processo d’integrazione. L’occasione e l’urgenza per la nascita di questo “centro vitale” sarebbero costituite  dalle possibilità  di rinnovamento offerte dallo strumento finanziario pluriennale dell’ Unione post-coronavirus, cioè per l’esercizio 2021-2027. A nostro avviso, però, dato che, come vedremo ,le tanto esaltate decisioni del Consiglio Europeo Straordinario del 21 luglio sono state giudicate assolutamente negative, a questo proposito, in primo luogo proprio dalle stesse Istituzioni europee, sarà necessaria un’ulteriore mossa, che noi identifichiamo con la tanto attesa “Conferenza sul Futuro dell’ Europa”, in funzione ella quale ci stiamo organizzando

Il Mayflower Compact: un assegno in bianco, che “the Strangers” sulla nave rifiutarono di firmare
  1. Il Centro Vitale dell’ Europa  e quello dell’ America

Certamente, l’assenza di un siffatto “centro vitale” è una delle nostre massime carenze, che ci distingue dagli Stati Uniti. Essa è assolutamente spiegabile con l’opposta struttura e storia di America ed Europa. L’America è una “nazione di emigranti” creata deliberatamente intorno alle sette protestanti (in primis, la “Congregazione di Scrooby”), desiderose di “fare tabula rasa” della tradizione europea, fondando così, il vecchio progetto di Cristoforo Colombo e di Antonio Vieira: “un nuovo cielo e una nuova terra”, la “casa sulla collina” citata nella Bibbia, dove avrebbe albergato il “Popolo Eletto” ,per realizzare il Paradiso in Terra. Nel fare ciò, i Puritani volevano liberare la tensione messianica delle eresie, compressa dall’interpretazione paolina, agostiniana (ma anche halakhica e sunnita) della Bibbia, che aveva dominato il “Vecchio Mondo” da 1500 anni. Non è un caso che il movimento “fondamentalista”, che voleva tornare ai “fondamenti” del Cristianesimo come oggi i salafiti vogliono ritornare ai “Batin” dell’ Islam, sia stato esclusivamente americano.

Quell’altra era stata invece l’identità dominante dell’ Europa, durata 1500 anni, a cui avevano fatto riferimento Omero e Eschilo, Platone e Aristotele, San Paolo e Sant’Agostino,  Dante e Shakespeare, Leibniz e Voltaire, Goethe e Manzoni, Freud e Jung .L’Europa, infatti, si era creata, nel corso dei millenni, intorno a un coacervo di guerrieri, famiglie, clan, villaggi, tribù, signori e città, gelosi della loro diversità e indipendenza (gli “autonomoi” di Ippocrate), fieramente ostili all’ idea dei grandi Stati centralizzati e provvidenziali, di cui la Persia aveva costituito l’esempio paradigmatico, e della loro declinazione religiosa, il chiliasmo immanentistico. Anche gli Ebrei del Vecchio Testamento erano fautori di un modello politico tribale (le “Dodici Tribù”), e, quando, con Saul, si erano dati un re, lo avevano fatto malvolentieri, per autodifesa rispetto alle grandi monarchie del Medio Oriente. Prima della conquista persiana, non conoscevano neppure il messianesimo, dato che l’espressione Mashiah (l’Unto), fu usata in questo senso per identificare in Ebraico Ciro il Grande come uno Shaoshant, un avatar di Zoroastro.

E, dietro al chiliasmo mazdeo, manicheo, gioachimita, sebastianista, cabbalista, puritano e cosmista, si è stagliata da sempre l’ombra del Buddhismo Hinayana, come intuito da Matteo Ricci e da Nietzsche, l’antitesi per antonomasia di ’”Hygieia”, la Dea  invocata da Ippocrate. “Centro vitale” significa dunque anche un centro d’irradiazione culturale che si batte per la vita contro il “cupio dissolvi” che, dalla negazione del mondo, si estende  a quella  della società, e, infine, al superamento dell’ umano da parte delle macchine.

Gli Europei, quando avevano aderito all’ idea imperiale ereditata dai Persiani (Impero Romano, Sacro Romano Impero, Rus’ di Kiev, Rzeczpopolita polacca), avevano concepito l’Impero stesso come un “foedus” (in Ebraico, “Berith”) fra un’infinità di particolarismi (famiglie, gentes, città, tribù, feudi, regni, popoli): una federazione asimmetrica. Lungi dall’ essere “monistico” (“advaita”), il “centro vitale” dell’Europa è stato da sempre conflittuale e dialettico (Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam, Chiesa e Impero, Cattolici e Protestanti, Comunismo e Fascismo, NATO e Patto di Varsavia).Occorre   ricordare anche che il Libro dell’ Apocalisse, di chiara derivazione avestica, fu accettato dalla Chiesa nel canone biblico solo molto tardi e con difficoltà, perché i primi Cristiani diffidavano del provvidenzialismo orientale.

Per tradizione storica, il centro vitale dell’Europa non può essere neppur oggi monolitico e settario come quello americano (teo-tecnocrazia, egemonia WASP, ipocrisia ideologica); esso dev’essere per forza “poliedrico”(cultura, tecnica, religione, politica, etnicità, società), nello stesso modo  in cui  il Congresso del Popolo Indiano riuniva tutte le forze politiche che aspiravano al “Purna Swaraj”, l’Indipendenza Assoluta dell’ India (che noi chiameremmo “sovranità europea”). Per la stessa ragione, l’ Europa non può accettare neppure che centri decisionali fondamentali come i GAFAM, l’intelligence, Wall Street  e la NATO, che condizionano la vita e il destino di tutti gli Europei, mantengano in eterno il proprio baricentro in America.

Il mondo si è evoluto oramai, all’ inizio del Terzo Millennio,  in modo chiarissimo, nel senso indicato in passato dalla “Pax Aeterna” fra Eraclio e Cosroe, dall’atteggiamento di Carlo V verso gl’Incas, dai “Novissima Sinica” di  Leibniz, dal “Rescrit de l’Impereur de la Chine” di Voltaire e dalla Paneuropa di Coudenhove Kalergi, cioè verso una pluralità di Stati-Civiltà sub-continentali, anche se coordinati a livello mondiale. Ciascuno di essi tende ad organizzarsi intorno ad un proprio “centro vitale” (l’America intorno al suo establishment teo-tecnocratico, la Cina intorno al PCC, la Russia intorno alle sue forze armate, l’India intorno ai “Guru” esaltati dal Primo Ministro Modi, e quale   voleva essere anche Gandhi, anche se in un modo molto eccentrico e chiacchierato).

Il “centro vitale” americano si era formato deliberatamente in polemica diretta con l’Europa (contro i Re e le Chiese che , come scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza e nel testamento di Washington, proteggevano gli Indios e gli schiavi africani;  contro i Francesi e gli Spagnoli; contro tutti i movimenti politici europei, quindi non solo i totalitarismi , ma anche  le socialdemocrazie e le democrazie cristiane).Fintantoché l’establishment europeo s’identificherà con la cultura, la società, la storia, la politica, l’economia e l’esercito americani, non potrà perciò esistere un vero centro vitale dell’ Europa, ma solo una dépendance della “Società dell 1% americana.

Quando si paventa che, se l’ Europa uscisse dalla sua situazione attuale di “dependance” dell’ establishment americano, essa lo farebbe solo per passare a quello cinese, si dimenticano vari fatti basilari: il livello estremo dell’ attuale subordinazione; il brevissimo periodo ancora rimastoci prima della presa di controllo da parte delle macchine; l’azione di altri attori, quali Russia, Turchia, Israele, Islam e Sudamerica, che concorrono tutti a contrastare il predominio di una sola superpotenza (sicchè non si pone un “aut-aut” esclusivo fra America e Cina).

Il Ratto d’Europa da parte dell'”Occidente”

2.Il “centro vitale europeo” nell’era delle Macchine Intelligenti.

Oggi in Europa questo “centro vitale” non esiste anche per il ruolo  eccessivo che qui gli stati “nazionali” hanno assunto e mantenuto, ricalcato in vario modo, a partire dal Settecento, sul modello USA, intorno  a leaders americanizzati, come Lafayette, Saint Simon, Kosciusko, Balbo, List, Garibaldi, Trotskij (la “Grande Nation”, il Norddeutsches Bund, l’”Eroe dei Due Mondi” che fonda il Regno d’Italia, l’Unione Sovietica quale imitazione della federazione americana, il Grande Reich ariano ricalcante il Raj inglese e il razzismo americano). Oggi abbiamo perciò in Europa le aristocrazie atlantiche, gli “énarques” francesi, la “Selbstverantwortung der Gesellschaft” tedesca, le Chiese romana e ortodossa, ma non un’élite europea.

Una vera élite non potrà nascere fintantoché non si elimineranno a monte i blocchi che ne impediscono la nascita: intanto i luoghi comuni di carattere storico, e prima ancora l’assenza di un’adeguata cultura paneuropea.

Anche questi temi, che noi abbiamo affrontato fin dall’ inizio, emergono oramai faticosamente nel dibattito pubblico, per esempio con il recente libro di Benigno e Mineo “L’Italia come storia, primato, decadenza, eccezione”,  che demistifica i luoghi comuni dell’ “insufficienza” dell’Italia rispetto a un imprecisato modello normativo considerato obbligatorio. Nonostante che nessuno l’abbia mai detto chiaramente, il modello normativo implicito è stato costituito, per l’Italia come per gli altri Paesi d’ Europa, dall’ America, un grande Paese unificato con guerre continue, intrinsecamente coloniale, protestante e massonico, coniugante un’illimitata democrazia formale  e un’oligarchia plutocratica di fatto. Del resto, questo era l’obiettivo posto all’ Italia da Cesare Balbo ne “Le Speranze d’Italia” e da Mazzini nella sua lettera al Presidente americano. L’Italia sarebbe “arretrata” rispetto agli Stati Uniti (e agli Stati che li imitano: l’Inghilterra, oggi forse il Benelux e la Polonia) perché insufficientemente aggressiva, priva di colonie, troppo sincera con se stessa per credere veramente nei miti ipermodernistici di una parità sostanziale  fra gli uomini e di una “democrazia radicale” che altro non sono che un ulteriore fondamentalismo conformistico, che riunisce intorno a sé tanto i ”white suprematists”  quanto  i cultori del “politicamente corretto”.

Benigno e Mineo stigmatizzano giustamente la falsa dialettica italiana fra i pretesi radicali sostenitori di quell’ ineffabile modello “modernista” (per esempio, Mazzini, Vittorini, Montanelli, Pannella) e i difensori  della “stra-italianità” (come per esempio Maccari, Malaparte, Guareschi, oggi Vittoria Meloni ), una dialettica che serve solo per inscenare un’eterna, inconcludente, polemica, alimentando opposte tifoserie. Ma, aggiungiamo noi, questo atteggiamento non è diverso da quello del resto d’ Europa, messa dall’ America in una situazione impossibile – quella di essere posta ininterrottamente sotto accusa come “arretrata” (per il suo assistenzialismo, conservatorismo o pacifismo), per poi essere duramente boicottata quando si azzarda ad essere troppo pro-concorrenza, innovatrice o addirittura assertiva (facendo così concorrenza all’ America sul suo stesso terreno), secondo l’archetipo inaugurato da Esopo nella favola del lupo e dell’ agnello.

Per questo, giustamente Benigno e Mineo ritengono che la storia d’Italia potrà essere compresa in modo obiettivo solo quando sarà letta all’ interno della Storia d’ Europa. Ciò che per altro Federico Chabod già aveva fatto da ben ottant’anni con le parallele storie dell’Idea di Nazione e dell’idea di Europa. Che noi abbiamo ripreso e sintetizzato nella nostra storia dell’ identità europea (10.000 anni d’identità europea), e che ha trovato una recente espressione anche nella ”Storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce. Un “centro vitale” dell’ Europa potrà nascere solo quando si riuscirà a vedere l’intera storia del Continente, dal fondersi delle grandi correnti migratorie preistoriche alle Guerre Persiane, dal conflitto fra ortodossie ed eresie ai progetti d’integrazione, come un’unica grande vicenda che ci ha portato  ora alla Società del Controllo Totale e alla sua critica da parte dell’ Umanesimo Digitale: la grande sfida del 21°secolo e il grande compito dell’ Europa.

L’attuale distopia della società del controllo totale (Il “Totalitarismo Invertito” di Wolin, la “Fine della Storia” di Fukuyama) nasce nell’ America vincitrice post Seconda Guerra Mondiale, con la Singularity di von Neuman e di Kurzweil, trova un fertile  terreno di coltura nelle sedici agenzie dell’ Intelligence Community e nella Presidenza Imperiale, e sfocia in Echelon e Prism. La Cina, il più grande e antico impero del mondo, non poteva certo accettare di essere soffocata dal complesso informatico-militare americano, e, così come ha superato l’ America quanto a spazi geopolitici controllati , a successo economico ed a creatività sociale, non poteva non tentare di superarla anche in  questa sua capacità di controllo totale, con i BATX, il riconoscimento facciale e il credito sociale. Infatti, come non si stanca di ripetere l’Amministrazione americana, questa capacità è necessaria per sopravvivere nella “Guerra Senza Limiti” che si sta preparando (la “Trappola di Tucidide”). Chi rimanesse  indietro nella corsa alla digitalizzazione verrebbe distrutto dall’ avversario. E comunque, se ciò pure non fosse, come ha dichiarato Mearsheimer all’ Asahi Shimbun giapponese, l’ America non accetterà mai di condividere, neppure parzialmente,  il proprio potere. Il fatto che tutto, per Trump, dalla produzione di automobili a quella delle antenne ritrasmettitrici, dalle quote azionarie dei Cinesi in società estere  al corso dei Bitcoins, dalle leggi di pubblica sicurezza di Hong Kong agli Istituti Confucio, sia divenuto una questione di sicurezza militare degli Stati Uniti, che giustifica l’esercizio dei poteri di emergenza, dimostra che egli ha in mente una guerra totale per il dominio del mondo,  e ciò giustifica ovunque la militarizzazione di tutte le  società (in vista di ciò che il Presidente Xi ha definito come “una guerra prolungata”).

Da settant’anni i missili balistici nucleari sono in stato permanente di massima allerta

3.L’impatto delle sentenze Schrems II e Apple  della Corte di Giustizia.

L’Unione Europea  pretenderebbe giustamente, in un modo che  però non si capisce quanto sincero, di astrarsi da questa nuova guerra fredda capace di trasformarsi da un momento all’ altro in guerra guerreggiata. Per fare questo, essa sembra confidare nella riscoperta di una “terza via”, erede di alcune tradizioni europee (i Grundrisse di Marx, “Paneuropa”, il nazionalismo europeo, Simone Weil, la Mitbestimmung tedesca, la  politica italiana “dei due forni” :insomma,  il “Modello Europeo”).

Questa è, per noi, una novità positiva, ma dubitiamo possa funzionare, dato che questa progressiva divaricazione dal “consensus” occidentale risulta  troppo lenta rispetto all’ agenda tumultuosa imposta dall’avanzata della Società del Controllo Totale della Nuova Guerra Fredda.

L’esempio più drammatico di questa divaricazione è dato dal mondo informatico, dove la pretesa delle Istituzioni di fare dell’Unione il “trendsetter” del dibattito mondiale (riaffermata ancora a Febbraio) si è arenata a luglio contro la lotta mortale fra USA e Cina per il controllo del digitale, dichiarato apertamente da Trump come puro strumento della guerra totale.  Di qui il fallimento della presunzione di poter contrastare la “guerra senza limiti” che le grandi potenze si stanno conducendo attraverso Echelon, Prism, il CLOUD Act, the Great Chinese Firewall,  il riconoscimento facciale, il credito sociale, attraverso la semplice affermazione platonica dei principi della privacy e della concorrenza –fallimento sancito ufficialmente il 15 e 16 luglio di quest’anno  dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee- :

-con due sentenze del 15 luglio (“Apple”), la Corte ha sancito l’illiceità della richiesta della Commissione all’ Irlanda d’ imporre ad Apple il pagamento di imposte arretrate in base alla legislazione sugli aiuti di Stato;

-con la sentenza del 16/7/2020 (“Schrems II”), si è sancita per la seconda volta l’ invalidità dei diversi accordi con gli Stati Uniti e con le multinazionali che, secondo la Commissione, avrebbero reso lecito l’accaparramento, da parte di imprese americane, dei dati degli Europei in deroga alla normativa europea sulla privacy (DGPR).

Con le sentenze Apple, la Corte ha dimostrato l’inconsistenza della strategia della Commissione, di perseguire il suo obiettivo del “play level field” nella concorrenza digitale attraverso il logoro schema del divieto degli aiuti di Stato, quando tutto il mondo dell’ ICT altro non è che un colossale aiuto di Stato, da parte del sistema militare americano nei confronti dei GAFAM, e di quello cinese verso i BATX, e, infine, dei Governi inglese, irlandese, olandese e lussemburghese verso tutte le multinazionali. Con le due sentenze Schrems, la Corte ha giudicato che la legislazione americana a favore dell’Intelligence è così pervasiva che qualunque dato posto a disposizione di imprese americane  costituisce ipso facto, per l’ effetto congiunto di varie leggi americane (ultime fra le quali il Patriot Act e il CLOUD Act), una violazione della legislazione della legislazione europea (GDPR). Oggi si pone perciò  il problema di come sia possibile continuare il lavoro quotidiano dei GAFAM in Europa se ogni dato che noi mettiamo a loro disposizione in ogni momento dà luogo inevitabilmente ad un comportamento illecito per il nostro diritto: le imprese in buona fede dovrebbero quindi iniziare immediatamente a spostare i loro dati su server  rigorosamente europei (per esempio, Gaia- X), tenendosi pronte ad esibire precisi piani in questo senso. 

Se la Commissione non vuole perdere definitivamente la propria credibilità, dovrà affrontare senza indugio ambedue i temi alla radice. Nel primo caso, affrontando le multinazionali del web per quello che sono, vale a dire  un ibrido mostruoso fra Chiese, Stati, imprese e servizi segreti, che non si possono sconfiggere con le scartoffie, ma solo con una precisa azione legislativa, comprensiva di regole ben precise e coercibili, che includano anche lo smembramento (“unbundling”) dei GAFAM (come per Standard Oil, AT&T, SKF e GE-Honeywell), e, soprattutto, il sostegno alla nascita di un nuovo ecosistema autonomo europeo, preconizzato (ma in modo troppo insufficiente)dagli “IPCEI” (campioni nazionali),e, innanzitutto, da  QWANT, JEDI e Gaia-X. Nel secondo, avvicinandosi alla nazionalizzazione dei dati, sul modello cinese, russo e indiano (che le sentenze Schrems prefigurano sul piano legale, ma che nessuno ha il coraggio di attuare i modo concreto, attraverso la creazione di clouds e firewalls autenticamente europei). Vedremo presto se anche queste iniziative, come molte altre del passato, sono semplici bluff, o se si vuole fare sul serio e agire tempestivamente, supplendo alle aporie della legislazione semplicemente agevolando la concorrenza europea e creando un’intelligence europea.

Contrariamente a un mito che vedrebbe il Presidente Trump ostile alla Silicon Valley, ci sono precise minacce di rappresaglie da parte americana, nel campo dell’import export e dell’ intelligence, contro gli Europei,per difendere i GAFAM, e ciò dimostra che l’intera questione non è un problema i diritto, bensì di dominio economico e politico, che impegna , prima che le multinazionali, il potere statale americano, che continua ad avere facile gioco contro l’impotenza delle Istituzioni europee. E’ ovvio che ovunque il servizio segreto militare spii i cittadini con molta più libertà di manovra che non i servizi marketing delle imprese o della stessa polizia giudiziaria. Tuttavia, nella totalità dei casi, chi spia sono le Autorità militari del Paese, non quelle di un Paese terzo. Quello che le Autorità americane stanno facendo con la complicità delle loro multinazionali, ma anche di molte Autorità europee, è, invece, spiare i cittadini europei sulla base di leggi americane praticamente senza limiti, ispirate al principio dell’assoluta primazia dell’interesse nazionale americano. In queste condizioni, non si capisce come si faccia a negare il carattere totalitario del sistema occidentale nel suo complesso.

L’interpretazione data della sentenza Schrems dalla Commissaria Jourovà è ovviamente radicalmente diversa da quella data da Max Schrems: per l’una, le Standard Contractual Clauses continuano a valere come prima, per il secondo, esse non possono più servire, fin da ora, a permettere il trasferimento dei dati negli Stati Uniti. In questa confusione, la privacy degli Europei, così come quella di tutti i cittadini del mondo, continua, a dispetto del GDPR, a non esistere, con tutti gli effetti negativi che abbiano già evidenziato, sulla libertà personale, quelle di pensiero, di associazione e di parola, sulla concorrenza leale e perfino  sulla funzionalità delle istituzioni democratiche.

In una situazione come questa, Il “centro vitale” dell’ Europa non potrà dunque essere se non una forza di combattimento, disposta a sostenere l’urto, culturale, politico e militare, delle Grandi Potenze, per difendere gl’ideali europei di autonomia individuale e popolare, di libertà di giudizio e di  competizione leale, e perfino di “salute”, messe in forse, tanto dal carattere nichilistico del chiliasmo, quanto dall’entropia generalizzata  che il pensiero unico ha imposto come Leitmotiv degli attuali dibattiti.

Ideali, quelli,  comuni a tutte le vecchie tradizioni culturali e politiche e al quadro istituzionale europeo, che ora si dovrebbero riunire in uno sforzo supremo sotto una bandiera nuova, quella dell’ Umanesimo Digitale.

Julian Nida-Ruemelin e l’ umanesimo digitale europeo

4.Una terza via digitale

Il futuro dell’ Europa e del mondo si gioca sul digitale. Uno Stato senza un proprio ecosistema digitale autonomo sarà automaticamente indifeso in una guerra mondiale del 21° secolo, e condannato a subire  mutatis mutandis la sorte dell’ Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, o della Siria e della Libia oggi, percorse da una miriade di eserciti stranieri che si combattono sul territorio direttamente o per procura.

Innanzitutto perché il conflitto fra le grandi potenze, contrariamente a quanto crede Mearsheimer,  non potrà lasciare indenne l’Europa, al confine fra le sfere d’influenza americana, russa e islamica. Soprattutto ora che anche la Cina si affaccia sul Mediterraneo, per esempio con la vendita di missili e droni alla Serbia, mentre le potenze più dinamiche dell’area sono oramai la Russia e la Turchia.

In secondo  luogo, è proprio nel digitale che un’Europa diversa potrebbe e dovrebbe dispiegare il proprio ruolo di “trendsetter”, fornendo un esempio concreto di come sia possibile organizzare una società completamente informatizzata che comunque rispetti l’autonomia delle persone e delle comunità intermedie e la loro partecipazione organica alle decisioni comuni, a dispetto del Complesso informatico-militare.

Infine, l’Europa non può continuare, in attesa della prossima deflagrazione bellica profetizzata da molti, a subire passivamente la propria decadenza culturale, economica e politica, e, per questo, non può fare a meno di digitalizzarsi radicalmente. Solo così arresteremo la deculturazione e dequalificazione dei nostri giovani e la fuga dei cervelli verso le Grandi Potenze che dispongono di think tanks e intelligence, multinazionali del web e industrie aerospaziali, dove impiegare politologi ed economisti, professionisti e managers, ingegneri e astronauti…

Insomma, anche il “centro vitale” dell’Europa non potrebbe essere che strettamente intrecciato con il digitale. Come affermiamo nel nostro libro “European Digital Agency”, il punto di partenza di questo “centro vitale” europeo potrà essere soltanto un “ecosistema digitale sovrano”, al contempo culturale e tecnologico, politico e finanziario, sociale e militare, che promuova al contempo la riflessione, la sperimentazione, a riforma, l’organizzazione, l’imprenditorialità, la formazione e la difesa.

I molteplici popoli dell’ Italia preromana
  • 5.L’ Italia nella Rivoluzione Digitale Europea

L’identità di tutte le “nazioni storiche” dell’ Europa acquista senso solo in funzione dell’ Identità Europea. La Penisola Iberica è il ponte con l’Islam e con l’ America; l’Inghilterra è aristocrazia e talassocrazia; la Francia è la tribuna del dibattito culturale; la Germania il Paese di Mezzo; la Russia il ponte con il mondo delle steppe eurasiatiche, e, la Turchia, quello con l’ Islam.

Come dimostra perfino la paleontoogia, l’Italia riunisce in sé  le influenze di tutta l’ Europa: quelle iberiche nel Sud e nelle isole; quelle nordiche nella Pianura Padana; quello gallo-romane nel Nord-Ovest; quelle germaniche nelle Alpi; quelle slave nel Friuli-Venezia Giulia; quelle levantine lungo l’ Adriatico; quelle universali a Roma. Come tale, l’Italia, lungi dall’ essere un Paese eternamente arretrato, è un microcosmo che riunisce in sé tutte le tendenze dell’ Europa: anziché “le speranze d’ Italia” di Balbo, l’”Europa Vivente” di Malaparte.

Ciò che si realizza in Italia, è fatto per l’Europa intera. Basti pensare ai progetti europei di Spinelli, di Galimberti e di Chabod, unici in Europa per la loro completezza e concretezza,e  al discorso culturale sull’ Europa, che non è stato svolto da nessuno meglio che dagli ultimi tre Pontefici, che pure non sono italiani.

Perciò, noi pensiamo che l’Italia debba svolgere un ruolo proattivo anche nella rivoluzione digitale europea, che non è solo una questione di soldi,  bensì soprattutto d’ idee. Basti pensare che le Conferenze Macy sulla Cibernetica, che gettarono le basi, fra il 1941 e i 1961, tanto dell’ informatica, quanto dell’ ideologia funzionalistica da cui nacque la Dichiarazione Schuman, furono conferenze interdisciplinari fra scienziati, organizzate da una fondazione privata, seppure con fondi in gran parte della CIA.

Ecco, noi vorremmo innanzitutto organizzare in Italia (nei prossimi mesi) delle “conferenze”, aventi come scopo quello di porre le basi di un umanesimo digitale, alternativo al funzionalismo filosofico, antropologico e informatico uscito dalle Conferenze Macy. Certo, subito dopo le Conferenze, e sfruttandone gli esiti, occorrerebbe che qualcuno creasse un’Agenzia Digitale Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’ Accademia Strategica Europea, dei Campioni Digitali Europei. Tutto ciò potrebbe essere realizzato in un primo momento anche solo in Italia, per esempio espandendo il ruolo dell’ Istituto Universitario Europeo di Firenze, o sfruttando sinergie con altre iniziative in discussione, come il distretto digitale, la piattaforma di e-commerce e l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale.

Si richiederà, aihimé, un grande sforzo, perché, in Italia come in Europa, la politica è oramai infeudata ai GAFAM, tant’è vero che, sino ad ora, la cosiddetta “digitalizzazione” si è tradotta nel pagare a quelli per fare svolgere dagli stessi i lavori più delicati della Pubblica Amministrazione, cedendo loro  spudoratamente i dati degl’Italiani, in aperta violazione del GDPR e delle sentenze Schrems.

Non è per altro un caso che il Parlamento Europeo abbia preannunziato una dura opposizione al Quadro Pluriennale approvato al Consiglio, per la sua non corrispondenza alle priorità della Commissione, e, in particolare, per i tagli alle attività di ricerca, quando Cina, USA e Russia invece, accrescono le loro.

Con un siffatto Quadro Pluriennale, gli Stati Membri propongono in realtà un progetto di Europa che rimanga eternamente “follower”, e quindi abbia rinunziato ad essere, come invece prometteva Ursula von der Leyen, un “trendsetter”. Per fortuna dovrebbe iniziare fra breve la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, nella quale lo sforzo congiunto della società civile, della Commissione e del Parlamento, potrebbero rovesciare quest’impostazione, semplicemente cambiando i Trattati, e, inoltre, si avvicina una tornata elettorale in vari Paesi, in cui i rapporti di forza fra i partiti potrebbero cambiare.

In ogni caso, occorre combattere “hic et nunc” perché la Rivoluzione Digitale Europea, lungi dall’ essere cancellata, come vorrebbero gli Stati Membri, passi al primo posto dell’agenda europea. Per questo stiamo diffondendo a tutti i livelli, in Europa, in Italia e in Piemonte, le nostre pubblicazioni per influenzare il dibattito in corso, introducendo l’autonomia culturale e digitale europea fra i temi della lotta politica a tutti i livelli.

SOLIDARIETA’ CON GL’INTELLETTUALI AMERICANI CONTRO LA DITTATURA DELL’INTOLLERANZA CULTURALE

Il Balch (Bellamy) Salute non fu inventato in Europa, ma in America, e fu modificato solo durante la IIa Guerra Mondiale

Il manifesto di 150 intellettuali americani (fra i quali Chomsky, Fukuyama, Zakaria, Khanna e Rushdie) contro la dittatura del  “politicamente corretto” costituisce l’ennesima conferma della fondatezza di tutta la nostra battaglia culturale, basata sull’ idea che l’errore fondamentale della Modernità consista nella pretesa, limpidamente enunziata da Lessing, dal Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco e dai sansimoniani, che la secolarizzazione delle religioni monoteistiche avrebbe permesso l’attualizzazione dell’insieme delle loro promesse escatologiche. Da quella scelta, a mio avviso logicamente vuota, sono scaturite le contraddizioni della Moderntà, sempre più insostenibili innanzitutto per gl’intellettuali, che sono chiamati a spiegarla e giustificarla, contraddizioni che stanno venendo al pettine con la Singularity, la crisi ecologica e sanitaria e la rivincita delle  culture siniche, indiche, medio-orientali e indio-americane.

Secondo Lessing, Hegel, Saint Simon, Comte, e Enfantin e il mainstream culturale che a essi, spesso senza saperlo, s’ispira, la coincidenza, nell’immanenza, fra l’Essere e il Bene, avrebbe permesso di superare la finitezza, la soggezione alla natura, la separatezza degli uomini e ogni forma di costrizione. Come nelle idee dei Manichei e dei Pelagiani condannate da Sant’Agostino,  Progresso, tecnica, libertà e giustizia sarebbero divenuti una cosa sola. Come si esprime oggi Kurzweil, con la cosiddetta “Singolarità”, il Progresso avrebbe prodotto la “Quasi-Immortalità”, e, conformemente all’ Agenda delle Nazioni Unite  2030, si sarebbero estirpati tutti i mali dell’Umanità, a cominciare dalla povertà e dalle “ineguaglianze”. Le vecchie Grandi Narrazioni sarebbero confluite in un’unica Memoria Condivisa, dove tutte le brutture del passato (mitologia, violenza, autoritarismo, stereotipi) sarebbero state superate nel “Regno della Libertà”. A questo punto, come affermava già l’Apocalisse, non sarebbe sostanzialmente più successo nulla (la “Post-Histoire”di Arnold Gehlen).

Francis Fukuyama è passato dalla “Fine della Storia” alla critica del post-umanesimo

1.L’esplosione delle contraddizioni della Modernità

L’insostenibilità di quel millenarismo immanentistico era divenuta evidente già al pempo della IIa Guerra Mondiale. Eppure, già alla vittoria contro il preteso “Male Assoluto” dell’Asse si era accoppiato l’eguale e contrario Male Assoluto della Bomba Atomica. Con l’indipendenza d’ India e Israele, l’affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli aveva cominciato a dimostrare la sua contraddittorietà, con la contrapposizione degli opposti buoni diritti di hindu e islamici, arabi e israeliani. Non molto dopo, le “democrazie” intervenivano con la forza per impedire l’autodeterminazione di popoli come quelli vietnamita e iraniano. L’industrializzazione forzata portava alla crisi ecologica, mentre la diffusione del suffragio universale aveva come immediata conseguenza l’ascesa di governi islamici, imperialistici o nazionalistici (come era stato, a suo tempo, dei partiti bolscevico, fascista e nazista).

Oggi, l’inesauribile contraddittorietà della Modernità si sta rivelando in tutta la sua ampiezza, in primo luogo attraverso la conflittualità generalizzata della società americana:

-la vittoria della tecnica sta portando alla società del controllo totale (Echelon, Assange, Prism, Google Analytica ,Big Data, riconoscimento facciale, Great Digital Firewall) e all’obsolescenza programmata dell’Umanità (Kurzweil, Miortvaja Ruka);

-la condanna del colonialismo sta portando al crollo del mito della libertà occidentale, e quella del patriarcato alla paralisi della stessa riproduzione sessuata; 

-la pretesa della democraticità della cultura sfocia nella persecuzione sistematica dell’intelligenza e nell’ apoteosi di ogni forma di tracotanza plebea.

Di fronte al linciaggio quotidiano e ai licenziamenti per soddisfare la piazza, anche il “mainstream” intellettuale, che aveva prosperato per secoli grazie alla connivenza con tutte le forme di potere via via dominanti, si vede finalmente costretto a passare all’ opposizione. Infatti, oggi, per sopravvivere professionalmente, non basta più, soprattutto in America, dichiararsi di destra o di sinistra, ma occorre soprattutto schivare ogni e qualsivoglia questione scomoda. E, siccome la società occidentale sta finalmente esplodendo sotto il peso delle sue contraddizioni, ogni questione di sostanza  è divenuta, non soltanto, scomoda, ma, addirittura,  scottante. Qual è, per i nostri contemporanei, il fondamento della morale? Quali sono le ragioni delle innegabili differenze fra gli uomini? L’eguaglianza è compatibile con un buon governo? Si può governare in modo partecipato la società dell’equilibrio nucleare, dei “big Data” e di Prism? Come può un Paese di 300 milioni di abitanti dettare legge a un’Umanità di 7 miliardi?

In realtà, un volta data risposta a questi interrogativi, ben poco resterebbe in piedi del cosiddetto “Occidente”, che si fonda proprio sulla  messa in sordina di tutte quelle questioni.

Di conseguenza, i poteri costituiti sono tutti in grande agitazione; vedono nemici da tutte le parti, e se la prendono con il mondo della comunicazione, che non riesce più a svolgere i suoi tradizionali compiti di mistificazione, perché ciascuna delle parti in conflitto (Trump, iconoclasti, fondamentalisti, suprematisti, tecnomani, fanatici dei “diritti”) rappresenta non già una risposta, ma parte del problema.

Si rispolvera da parte di tutti l’elogio dell’ “onesta menzogna”, l’unica che, forse, permetterà di gestire quel guazzabuglio.

Fareed Zakaria e la crisi della “liberaldemocrazia”

2. L’impossibilità di aderire a uno qualsiasi degl’idoli della Modernità

Il rifiuto di prendere posizione, che è alla base della protesta dei firmatari del Manifesto, trova infatti la sua radice prima nel fatto che per nessuna di quelle domande esiste una riposta veramente persuasiva, e comunque valida sempre e dovunque. Perciò, la pretesa delle varie “sette” occidentali , dai fondamentalisti ai laicisti, dagli occidentalisti agli egualitaristi, dai quietisti ai  tecnomani, dalle femministe ai pauperisti, dai suprematisti bianchi ai vittimisti di ogni genere, che vi siano dei “Valori non negoziabili”(i loro) ,viene   smentita proprio dall’evoluzione stessa di quei movimenti. I  fondamentalisti, che cent’ anni fa vituperavano la democrazia perché incompatibile con le verità eterne della Religione, sostengono oggi, in sostanza, che l’unica verità eterna è proprio la democrazia, divenuta, nel frattempo, miracolosamente, “cristiana”. I laicisti, che, cent’anni fa, propugnavano l’assoluta libertà di pensiero, hanno promulgato nel frattempo un’infinità di leggi memoriali e di reati d’opinione, di cui si è perduto addirittura il conto. Gli occidentalisti ch’ esaltavano il valore della democrazia formale, ai presidenti comunque eletti Putin, Erdogan e Morsi, preferivano i non eletti Gorbaciov, Atatuerk e al-Sissi. Gli egualitari, che ieri esaltavano gli operai come gli uomini del futuro, oggi stanno dalla  parte di un ceto medio di “parvenus” e di “déracinés” che nulla  ha a che fare, né con il progresso tecnico-scientifico, né con la rivoluzione sociale. I quietisti, che cent’anni fa volevano  il mantenimento a qualunque costo delle forme ottocentesche di proprietà, oggi difendono “quota 100” e la finanza internazionale. I tecnomani, che sono i veri responsabili della crisi ecologica, oggi non fanno altro che parlare di “Green New Deal”. Le femministe che ieri difendevano le donne sfruttate dal capitalismo, oggi forniscono il pretesto, con “Me Too”, per i ricatti e le vendette di squallide attricette arriviste.  I pauperisti, che esaltavano, nei “poveri di spirito”, i destinatari del Regno dei Cieli, oggi vorrebbero invece ”estirpare la povertà”. I suprematisti bianchi, che credevano che la superiorità della razza dipendesse dal suo spirito guerriero, oggi s’identificano con un “degenerato” sottoproletariato americano. Alla fine dello spirito sacrificale, teorizzata qualche decennio fa da René Girard, si è contrapposta di fatto, proprio da allora, l’apoteosi del sacrificio da parte di Palestinesi, Pasdaran, al Qaida e  ISIS.

Come credere ancora a questi variopinti teorici del nulla?

La frenesia di assoggettare gl’intellettuali ai variopinti  slogan del potere deriva dalla consapevolezza del vuoto concettuale di tutte le tendenze cntemporanee, presagio della perdita del controllo da parte della “Società dell’ 1%”.

Parag Khanna, fra la Svizzera e Singapore

3.La storia moderna è una Grande Cospirazione? 

In definitiva, la Modernità si regge sulla deliberata imposizione al popolo, attraverso un’intelligencija addomesticata, di una serie di” valori non negoziabili” che, da un lato, non trovano, né troveranno mai, attuazione (perché irrealistici), e, dall’ altra, sono in stridente contrasto con il “dubbio sistematico” di Cartesio, con il “Pari” di Pascal, con la “Critica della Ragion Pura” di Kant, con il “prospettivismo” di Nietzsche e con la Dialettica dell’ Illuminismo di Horkheimer e Adorno ( autori a cui le élites aderiscono, ma riguardano bene dal comunicare all’ esterno, anzi, di cui reprimono la comunicazione).

Per ovviare a queste contraddizioni, già Platone aveva affermato il dovere di mentire da parte degli Archontes, e Averroè aveva tentato di risolvere il problema distinguendo fra i “filosofi”, che avrebbero dovuto parlare solo al “principe”, e i teologi, che avrebbero dovuto parlare al popolo.

Oggi si pretenderebbe che gl’intellettuali, a fronte dei loro privilegi, nascondano in eterno e a tutti quelle contraddizioni della Modernità, per permettere ai governanti di irreggimentare il popolo secondo quei valori a cui essi per primi non credono affatto, e che in realtà calpestano selvaggiamente, anche se per lo più di nascosto. Ciò è, però, alla lunga, tecnicamente impossibile anche con la migliore buona volontà (per i moltiplicarsi infinito degli strumenti di comunicazione), sì che gl’intellettuali sono oramai posti in una situazione professionalmente insostenibile.

Questa situazione viene, come abbiamo visto, da lontano, ma è strettamente legata soprattutto all’ irruzione dell’America nella storia mondiale, e al carattere costitutivo, per essa, dell’ ipocrisia puritana. E’ perciò normale che la rivolta si scateni innanzitutto in America. Colombo aveva “scoperto” l’America dichiarandosi erede dei profeti biblici e delle Crociate, e come prima cosa vi aveva portato la schiavitù (e aveva fatto tagliare letteralmente la lingua a coloro che conoscevano la sua vera storia e ne parlavano). Carlo V e De las Casas avevano osteggiato, nel nome della concezione imperiale cristiana, la schiavizzazione dei nativi americani, ma, per ovviarvi, vi avevano importato gli schiavi africani.

Come afferma neanche tanto copertamente la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, la Rivoluzione Americana, che afferma controfattualmente che tutti gli uomini sono nati eguali, era stata creata per impedire al Re d’Inghilterra di estendere all’America l’abolizione della schiavitù, decretata dalle corti inglesi, di restituire, come aveva fatto, i territori indiani, e di conservare il culto cattolico e il diritto romano ai sudditi francesi della Luisiana e del Canada. La Tratta Atlantica e il “Trail of Tears” erano stati sostenuti, fra gli altri, dai Padri Fondatori degli Stati Uniti, da Voltaire, da Kant, da Tocqueville e, perfino, da Carlo Marx, il quale si rendeva benissimo conto che solo grazie ad essa l’ Occidente aveva potuto realizzare quell’ “accuumulazione primitiva” che le aveva permesso di primeggiare sui Continenti, e, quindi, di realizzare la rivoluzione borghese, prodromo di quella socialista.

Franco Cardini, un intellettuale europeo a tutto tondo

4.Ripartire dall’ intelligencija indipendente.       

Le contraddizioni dell’Occidente, insostenibili per la stessa “intelligencija” americana, costituiscono la premessa per la rivincita di quattro secoli d’intellettualità indipendente che, della sua indipendenza, era stata costretta a subire tutte le conseguenze, come Sully, costretto a nascondere le proprie opere, De Maistre isolato dagli stessi sovrani che intendeva servire, Nietzsche finito pazzo, Zweig suicida, Pound inviato in manicomio per salvarlo da una condanna a morte, Coudenhove-Kalergi finito fra le opere proibite per avere teorizzato senza infingimenti le necessità, anche spiacevoli, dell’ integrazione europea, De Finetti mai pubblicato per aver osato sfidare il principio di causalità….

Per capire questa millenaria persecuzione contro l’attaccamento degl’intellettuali alla verità, occorre ricordare senza complessi che già il RgVeda, la prima opera “teologica” della storia, insinuava il dubbio che non vi fosse alcun Creatore, come pure che il Dio del Sinai si autodefiniva così: “io sono quel che sono” e che il padre della Chiesa Tertulliano affermava senza mezzi termini “credo quia absurdum”.  Occorre por mente anche al fatto che De Sade, Baudelaire e Flaubert erano stati condannati per la loro ostilità elitaria  alla pruderie moralistica borghese, e che tutta l’intellettualità dei primi del Novecento (Nietzsche, Freud, Jung, Mosca, Michels, Pareto, Tigher, Rensi, Boas, Pirandello, Kafka, Huxley, Burgess, Pound, Céline, Lévy-Strauss, Herskowits)  non ha fatto altro che demitizzare la “grande narrazione” occidentale, progressista e razionalista.

Si tratta, come voleva Lukàcs, di una follia collettiva volta alla “distruzione della Ragione”, oppure della necessaria critica al “miti della Modernità”, più falsi di quelli dell’Antichità perché dotati di una pretesa di verità obiettiva, e più pericolosi perché fondati su un’irrealistica aspirazione alla  perfezione terrena?

Le culture che si stanno costruendo in tutto il mondo in opposizione al pensiero unico della Globalizzazione Occidentale si trovino esposte a rischi inauditi (fine dell’ Umano, dominio delle Macchine Intelligenti), e non debbono, quindi, limitarsi a riproporre vecchi clichés.  Trattandosi comunque  di affrontare realtà eterne, adombrate già nei miti dei” 44.000 Kalpas”, della Pashupatastra, del Diluvio Universale, dell’ Apocalisse, è a quegli archetipi universali che finiranno per riallacciarsi. Poi, fra quegli archetipi così elevati e i nostri problemi inediti e irrisolti si dovranno contestualizzare le grandi esperienze dei pensatori del passato: le teofanie  delle Religioni del Libro;  i grandi Maestri orientali, ma anche i vertici della “Cultura Alta” moderna, come Goethe, Leopardi, Nietzsche, Anders, che si sono erano già confrontati con i temi centrali della politica culturale contemporanea, come le Illusioni, il Patto col Diavolo, l’obsolescenza dell’ Umano e il Superuomo.

Le società del passato, monarchiche, totalitarie o conservatrici, avevano concesso paradossalmente a questi dibattiti più spazio che l’attuale pretesa “società aperta”. Basti pensare ad opere come “La Servitù volontaria”, “Justine”, “Les liaisons dangéreuses”, “Al di là del Bene e del Male”, “L’ Europa Vivente”, “Praktischer Idealismus”, “Lettera a un religioso”, “Citadelle”….

Antoine de Saint Exupéry, l’ufficiale poeta

5.Per una cultura europea di liberazione

Alla prepotenza del “mainstream” culturale, politico e mediatico chiuso all’autentico dibattito, occorre contrapporre un mondo di pensiero, di dibattito e di azione indipendenti. L’Europa, se pretende, come afferma,  di porsi quale “trendsetter” del dibattito sul futuro, dovrebbe concepirsi innanzitutto quale tutore, in un mondo obiettivamente difficile, di questo mondo intellettuale indipendente, non già, come è stato fin d’ora, la roccaforte delle peggiori imposizioni culturali dell’Occidente, come quella di espungere dalla vera storia d’Europa tutto ciò che precede la IIa Guerra Mondiale, oppure ciò che attiene al carattere bellicoso degli Europei e a quello violento degli Americani.

Per fare ciò, essa dovrebbe liberarsi da quella soggezione culturale verso l’America che, attraverso l’interiorizzazione  dei miti fondanti  di quest’ultima (i culti della tecnologia, dell’appiattimento valoriale, dell’”uomo qualunque”), ci ha portati, attraverso Saint Simon e Mazzini,  Gramsci e Popper, ad accettare il politicamente corretto (teoria dello sviluppo, liberalizzazioni, sessantottismo, leggi memoriali, reati di opinione, ideologia “gender”), e, di conseguenza, all’incapacità di produrre risultati culturali autonomi, utili all’ umanità.

Contrariamente all’ America, dovrebbe essere fattibile in Europa usare nuovamente tutti i concetti europei oggi tabù, come relatività, indeterminazione, identità, differenze, verità in senso extramorale, “paideia”, “elite”, “epistocrazia”, “autoaffermazione”. Ma, soprattutto, gl’intellettuali dovrebbero venire liberati dalle schiavitù della “memoria condivisa”, della cooptazione nelle vecchie consorterie, della soggezione alla politica, ai “gatekeepers”, ai finanziatori….

Un’Europa politicamente autonoma dovrebbe avere, come punta di diamante, quegl’ intellettuali indipendenti (anche se nati o vissuti altrove), capaci di dare il loro contributo al dibattito avviato coraggiosamente da intellettuali americani, e comunque aperto in tutto i mondo, circa la lotta alla società del controllo totale. E’ una vergogna che l’Europa abbia ufficialmente rifiutato di dare asilo ad Assange e a Snowden (con tutto ciò che ne è derivato).

Ospitare in Europa tutti gl’intellettuali dissidenti (senza distinzione di ideologia e di provenienza) sarebbe l’unico modo concreto per continuare la tradizione di libertà tipica dell’ Europa (Ippocrate, Leonida, Catone, Alfieri, Dante, Foscolo, Nietzsche, Galimberti, Weil, Nàgy, Màleter, Sol’zhenitsin, ecc…), e, nello stesso tempo, dare all’Europa una reale forza politica e culturale, per affermarsi quale “trendsetter” nella lotta contro la società del controllo totale.

Julian Assange, prigioniero politico in Inghilterra

O

POSTPONEMENT OF THE LEIPZIG MEETING: III

EU-CHINA RELATIONSHIP AS A REMEDY TO SINGULARITY

Hvarenah: a Persian version of the Heavenly Mandate

According to Zhang Weiwei, “China is what the Roman Empire would have been, if it would not have been dissolved”.Therefore,pretending that Europe and China are more different between them than Europe and America is misleading. They have, at least, a series of “mirror image” similarities and diversities.

Mainstream culture and politics establish a comparison just between present days “polyarchic” Europe with Xi Jinping’s “State Capitalism”. On the contrary, according to me, who follow the vision of collective identities started with psycho-analysis,”, as written by Gustav Jung,  the “real” identity of each people is composed of different “strata. Underneath the “Europe of Maastricht”, you find the christian-democratic compromise of Gioberti, Vogelsang, Toniolo, Maritain, Fanfani, Delors and De Gasperi; so as, underneath Xi’s China, you find New Confucianism and Chinas’s perennialists. Christian democracy had a link to Ancien Régime, so as Mao was an admirer of old dynasties (see his poem “Snow”). Also  Ancien Régime was an avatar of the Roman Empire, so as Chinese nationalism was an offspring of the Imperial (“Tia Xia”) idea (see Zhao Tingyang).

O Quinto Imperio, an American version of the Heavenly Mandate

1.“Identity” in the EU’s and China’s international relations

The idea of a “European Identity” had entered the language of European politicians via the Foreign and Defence Policy. Therefore, it is understood also now (and not appropriately), before all as a geopolitical concept. Therefore, it is tightly linked to the question of Euro-Chinese relationships.

In July 1995, the European Trade Commissioner, Sir Leon Brittan, had  unveiled the EU’s new initiative, “A Long-term Policy for China”. The 1995 China strategy paper followed on the EU’s broadening relations with Asia, recognized the “rise of China as unmatched amongst national experiences since the Second World War”. At the beginning of the twenty-first century, however, geostrategic analyses have tended to focus on the “China Threat” –. In this setting, the question has been raised: what role will the Europeans play in the power shift from the USA to China?

Some analyses (principally, by French or Chinese commentators) have privileged the idea of the EU and China as alternative poles to a unilateral America. The EU had entered into strategic linkages with China (especially in aerospace cooperation projects) already  in 2003 – coincidentally, the year in which China became the third nation to send a man into space. A joint Sino-European satellite navigation cooperation center was opened in Beijing in February 2003, and an agreement was reached in September of the same year, committing China to finance up to €230 million (or one-fifth) of the EU’s Galileo satellite positioning system which is seen as an alternative to the US Global Positioning. President Trump is a follower of this interpretation.

Another approach (or rather, broad school of approaches) to China-EU relations is to see the relationship through ideological, cultural and/or civilisational lenses. They have echoes in historical/civilizational narratives that look at the China-EU relationship as an interaction between two old civilizations, which goes back millennia (Qin and Da Qin). A variation of this approach is to conceive of China and the EU not as “normal” or typical states, but as modern “empires”. In this perspective, China and the EU are not conventional nation-states, but very large and diverse, multiethnic and multinational political entities that strive to behave like nation-states.

Numerous studies on European “identity” have pointed out how “civilisational” identity is strong, even among citizens of EU states suspicious of the EU. On the other hand, “civic” identity, linked to the more overtly political goals of European Union (especially the “progressive” ones of the last decades), is qualitatively different and exerts less attractive power over citizens in EU states.

Eurasia in the times of the Roman Empire

2.Europe and China: a mirror image relationship

Actually, according to my book “DA QIN”, there is a frightening parallelism among the Chinese “Tian Xia” ideology and the one of “Imperium” typical of ancient Rome, and, still more, of Dante, and of dom Antonio Vieira (“o Quinto Imperio”). Matteo Ricci, inhis work in Chinese called “The real meaning of the Lord of Heaven”, had clearly taken side with Confucianism against Buddhism, so striking indirectly a parallelism with the dispute between Catholics and Evangelicals. The enlightener Fresnais had suggested to the King of France to imitate the Chinese Emperor, and Leibniz had defined Europe, Russia and China as the most civilised countries of the World.

Also the founding fathers of America had in mind the Bible’s and Vieira’s idea of Translatio Imperii, which is very similar to the Chinese Tian Ming and to Persian Hvarenah.

But, first of all, we have to consider with special attention Voltaire’s  “Rescrit”, a short satyrical work, by which the French philosopher had answered the question, set by Rousseau requiring comments to the well-known “Projet de Paix Perpetuelle” of the Abbé de Saint Pierre, to which mainstream historiography attributes (abusively) a large merit for the advancement of  European integration. On the contrary, according to Voltaire, the federalist “Projet” was backward, because the unification of our Continent alongside the Chinese imperial model, was overdue since many centuries. In comparison with China, he found Europe to be very parochial.”Philosophes”were not at all “democratic”: they equated the “enlightened despotism” of its favourite kings (Peter the Great, Mary Therese, Frederick II, Catherine II) with he one of the Qing Emperors.

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The US diplomat Victoria Nuland distyrinbutes sandwiches to UKrainian Nationalists

3.China’s influence less invasive thanm America’s

Atlanticists insist that China is trying to achieve undue influence in Europe, but the reality is that China is just trying to counter, and very partially, the huge influence on Europe (and the rest of the world) of the United States, which the latter does not cease to assert and to reinforce. America was born as “a house on the hill”, designed for converting the whole world.  In this sense, it is America’s worldwide influence which is “undue”, because it’s a deliberated offence to other peoples’ cultures. It is true that also the vague reference to the ancient Tianxia theories, made by some Chinese thinkers, such as Zhao Tingyan, hint at a form of hegemonial temptation. Zhao Tingyang replies that, in principle, the Tian Xia is not the same thing as China: it is something open to all the world (“Tian Xia Wei Gong”, as Sun Yat-Sen said). In practice, Tian Xia corresponds to a better, really multicultural, United Nations, were Li (rites) and Yue (music) would be again at the basis of life, as foreseen in the “Confucian Classics” as  “Datong”.

Actually, starting from the travels of Columbus, who expressly referred to the biblical prophecies on the “New Skies and New Earth”, American lobbies never ceased to accumulate power in Europe. Columbus had obtained huge privileges from the Kings of Spain and had even falsified his diary for damaging Portugal for favouring Isabel and Alfonso.He also persecuted heavily those who challenged his personal myth. The Puritan colonists of North America had sent aids to Cromwell’s New Model Army; the Correspondence Committee of the American Revolution had prepared the French Revolution; the US had supported the Italian Liberation Wars, the establishment of AEG and FIAT, as well as the travel of Trockij to Russia and the appointment of Hitler by Hindenburg. After WWII, America had masterminded, also physically, via Fulbright, Donovan, Acheson, Ball and the Law Firm Cleary & Gottlieb, the creation of the European Communities, the orientation of European industries and media, the Yugoslav wars, the coloured revolutions, the Maidan. America influenced customs, language, culture, not only in Western Europe, but also in the East (“Fortian Communism”, the federal system, “tresty”, “turnkey plants”,  big cars, rock music, ’68, the Flowers’ Sons, management, informatics,..). After the fall of Real Socialism, European left has ceased to be critical towards America, and, on the contrary, has become its strongest supporter, via George Soros. Even the Catholic Church is influenced by the spendings of US catholics.

Not being yet influenced by this pro-American orientation,  the enlightened sponsors of the European Idea in the XVIII century, such as Leibniz and Voltaire, had written, in “Novissima Sinica” and, respectively, in “Rescrit de l’ Empereur de la Chine”, that Europe should have developed in the sense of  a sole enlightened monarchy, as the one of China, and the liberal economist Fresnais, who was also the physician of Henry XIV, had suggested to the  Roi Soleil to follow the example of the Chinese, small but hyper-effective, bureaucracy. Frederick II had a statue of Confucius erected in his palace of Sans-Soucy.

Thus, the two influences (America and China) have been confronting each other since centuries in Europe. However, the presence of Russia, China and the Islamic countries, via commerce, finance, foreign language televisions, immigrant communities, has constituted up to now, contrary to what propaganda says,  a very modest counterweight to the existing theological, social, cultural, ideological, military, political, industrial and mediatic US influence, which is still overwhelming in Europe. Moreover, the US are dealing with Europe with disdain, whilst China and Russia have always expressed a profound love for Europe. Presently, some new element may be felt, e.g., via the existing Chinese investments in Europe, the Confucius Circles,  as well as a certain degree of imitation of Russia by East European countries, but they are not enough for allowing Europe a sufficient maneuvering space vis-à-vis the US.

Taking into account  such asymmetrical nature of America’s and China’s interferences in Europe, even equating the two (as somebody does)  would be unfair. The whole ideological, institutional, social and economic system of present days Europe derives from a literal imitation of the American Model; Europe is filled with American soldiers, technology, capitals, cultural institutions, newspapers. 5G is a pale counterweight of the OTTs; Tik Tok and Alipay have not the strength of Facebook or Cambridge Analytica; State aid in China is nothing as compared to DARPA’s and the US Intelligence Community’s in the birth and the life of the US digital system. The outcomes of the Echelon, Wikileaks, Prism and Web tax cases, as well as the findings of the Court of Justice in the Schrems case have even shown beyond any doubt that the ICT world has been conceived by the US primarily for dominating Europe.

As a consequence, if  Europeans want to be consistent with the statements of their authorities (who have started to complain this awkward situation), they  must go on in their collaboration with all peoples of the world, without accepting any further interferences from the United States. Only in this way European economy, society, policy and culture will be free again to recover their ancient role as trendsetters of the worldwide debate on the future of mankind.

SPENDERE BENE I SOLDI DELL’ EUROPA

Jean-Jacques Servan-Schreiber

Di fronte alle sempre più evidenti incertezze, tanto a livello europeo, quanto a livello nazionale, sulla natura, le finalità, la destinazione e l’impatto dei fondi messi a disposizione degli Stati Membri dopo il “lockdown”, s’infittiscono gl’interventi  sulla stampa (Beltrame, Cottarelli,Bastasin…),  preoccupati  del se i mezzi comunque messi a disposizione saranno utilizzati, come da tutti auspicato, non solo in funzione anticiclica, per compensare l’imprevista caduta del PIL, bensì in funzione di un rilancio strutturale.

Infatti, accedendo ad una tesi che noi abbiamo da sempre sostenuta, molti esperti stanno affermando, finalmente, che:

-la crisi italiana ed europea non è nata con il coronavirus, sì che è inutile voler riportare la situazione a Gennaio, vale a dire ad un punto già molto caldo della crisi preesistente;

-i fondi dovrebbero essere spesi per l’innovazione (in particolare, digitale), non già per sostenere i settori “tradizionali” in crisi.

1.Quali obiettivi di fondo perseguire?

Fino a qui, tutti d’accordo. Peccato che quest’analisi non vada mai sufficientemente alle radici del problema.

Innanzitutto, la conciliazione fra il progresso economico e l’equilibrio dell’Umanità con se stessa e con la natura è una questione antica, soprattutto in Oriente (pensiamo che lo slogan giapponese “wakon yosai” -tecnica “occidentale”, cioè cinese,  e cultura giapponese- risale addirittura al XII secolo, al Genji Monogatari), ma mai affrontata nella sua interezza. Che cosa significa infatti “umanesimo digitale” per l’ Europa del III° Millennio? Sembra incredibile, ma, in un momento in cui quest’endiadi “va per la maggiore”, incontriamo, come Diàlexis, serie difficoltà a provocare un confronto intellettuale su questo tema.

Orbene, se non è chiaro quali obiettivi perseguiamo con la tecnica, come possiamo decidere sull’ orientamento che vogliamo dare all’ economia? E, in particolare, che cosa l’economia ha significato, significa e potrà significare per l’Europa (nelle sue varie articolazioni), e per i singoli Stati membri?

Per esempio, l’Italia era stata, prima della Rivoluzione Industriale, fra i Paesi più ricchi, se non il più ricco del mondo (grazie alla posizione geografica e geopolitica, alla cultura classica, all’Impero Romano, alla Chiesa, alle Crociate, ecc…).Basti pensare alle migliaia e migliaia di nuraghes che riempiono letteralmente, non soltanto il territorio, ma lo stesso sottosuolo, della Sardegna; alle imponenti rovine di Roma, Siracusa, Agrigento, Selinunte, Pompei; alle opere d’arte che riempiono letteralmente tutte le città italiane…

Il carattere di potenza industriale dell’Italia si era potuto (e dovuto) costruire  con lo Stato unitario grazie alle sue eredità millenarie, ma anche  a un secolo di guerre ininterrotte (d’Indipendenza, al brigantaggio, coloniali, mondiali), che avevano reso improrogabile  la creazioni di un esercito, di una flotta, e, quindi, di un’industria metalmeccanica, chimica, navale, aeronautica, trasformatesi poi in industrie civili.

Ciò detto, la vocazione profonda dell’ Italia non è mai stata industriale, bensì piuttosto culturale, politica, agricola, commerciale, finanziaria. Essa ha avuto difficoltà ben maggiori degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania, ad affermarsi come potenza industriale, e, anche quando lo ha fatto, si è trascinata dietro una gran quantità di “problemi irrisolti” (familismo, individualismo, esterofilia, statofobia), che fin dall’ inizio avrebbero dovuto costituire un segnale contro un’egemonia dell’industria, non sinergica alle nostre naturali inclinazioni.

Dopo il cosiddetto “Miracolo Economico”, trainato dalle grandi imprese eredi dell’epoca autarchica (le banche d’interesse nazionale, FIAT, Finmeccanica, Montedison, ENI, Ferrovie dello Stato, Alitalia), lo sviluppo abnorme della piccola e media impresa era stato favorito, quando non generato, dalle stesse grandi imprese. Con l’indebolirsi, se non l’esaurirsi, di queste ultime per il venir meno delle ambizioni da grande potenza, anche le piccole e medie, spesso nate come effetto, diretto o indiretto, dell’indotto, sono state ridimensionate, senza essere sostituite da imprese più innovative.

Quei settori, come il turismo, le vetture sportive, la moda e l’agroalimentare, che vengono citati come esempi imbattibili dell’eccellenza italiana, sono oramai surclassati, quando non acquisiti, dai concorrenti americani, tedeschi, giapponesi e cinesi  , portando profitti, più che a Venezia, Firenze, Maranello, Milano o Verona, a Madrid, a Wolfsburg, a Tokyo o a Shanghai.

L’Italia soffre anche di un eccesso di corporativismo, concezione senz’altro sana e tipicamente europea e italiana, ma che, nella sua versione paternalistica teorizzata per esempio da Fanfani, ha portato alla dittatura dell’esistente, sicché la politica economica viene delineata  non già per  soddisfare gl’interessi generali e a lungo termine del Paese, bensì per accontentare i diversi gruppi di pressione che di volta in volta si presentano: per permettere alla grande impresa di delocalizzarsi a costo “0”; ai sindacati di mantenere una base di iscritti; alle microimprese di sopravvivere senza rinnovarsi pur essendo negate per l’economia attuale; agli operatori turistici di mantenere la loro struttura disaggregata; ai gruppi dirigenti delle banche di mantenere a spese dello Stato il  lucrativo controllo sulle stesse…

La Lancia Aurelia, simbolo di opulenza nell’ Italia del Miracolo economico

3.Operare fra le rovine

Purtroppo, mentre, dopo la IIa Guerra Mondiale, si era vissuti nell’ illusione di poter mantenere a lungo senza combattere le nostre posizioni relativamente privilegiate grazie alla concorrenza fra Est e Ovest, anche  l’insieme di queste realtà fattualmente esistenti è stato talmente indebolito dalle dissennate politiche di anarchia di mercato, di assistenzialismo, di subordinazione alle multinazionali, di privatizzazioni inutili e dannose, che, se lasciato andare ulteriormente per la sua strada, non può andare che verso una bancarotta generalizzata e la trasformazione di ciò che resta in filiali locali di multinazionali americane, inglesi, cinesi, giapponesi, indiane, coreane o russe. Il che significa la cancellazione dei finanzieri europei, il radicale declassamento dei nostri industriali, la pauperizzazione dei nostri managers, la proletarizzazione dei nostri commercianti e la disoccupazione dei nostri lavoratori. La cosiddetta “politica dei due forni”, condotta oggi soprattutto dalla Germania, costituisce solo un debole palliativo a quest’ incresciosa situazione.

Purtroppo è ben difficile che i Governi europei, e soprattutto italiani, la cui sopravvivenza dipende dal benvolere delle lobbies internazionali, del Presidente americano e delle multinazionali, abbiano il coraggio di affrontare di petto anche quest’”Armata Brancaleone” di  grandi gruppi europei in difficoltà, di “campioni nazionali” controllati dall’estero, di piccole realtà locali e di miriadi di microimprese allo sbando, per dire loro chiaramente che, se continuano così, andranno tutti al fallimento, e che, quindi devono loro malgrado, in contrasto stridente con ciò che si è fatto fino ad ora, inserirsi in un disegno politico-economico complessivo (Europa S.E./ Italia SpA/Deutschland AG/ France S.A), accettando, per essere aiutate dall’ Europa a sopravvivere, di divenire le disciplinate pedine del loro Sistema-Paese. Google, Amazon, Facebook e Lockheed sono pedine del gioco americano e Huawei, ZTE, Alibaba e TIKTOK sono pedine di quello cinese. E’ questo il “nazionalismo economico” inaugurato da Trump e copiato da Xi Jinping e Macron.

Certo,  in Europa, la situazione è molto difficile, perché nei settori che trainano l’intera economia nel XXX secolo (informatica, biomedicale, spazio, ecologia, telecomunicazioni) non c’è (più) nessun colosso europeo, né tanto meno italiano. Bisogna ricostruirli partendo da “0”, così come il DARPA aveva costruito da “0” i colossi americani dell’ informatica e i fondatori delle multinazionali cinesi delle reti sono ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione. Del resto, anche la Volkswagen, la multinazionale europea di maggior successo, era stata fondata con un atto d’imperio del III Reich, e rifondata d’autorità dal governatore militare inglese della Bassa Sassonia, e l’ENI e l’ENEL con atti d’imperio delle Autorità italiane.

Huawei: un esempio di quello che noi patremmo essere

4.Un percorso dalla cultura all’impresa

Tutto ciò per dire che, per “spendere bene” i fondi europei nell’innovazione, occorrerebbe un processo politico e industriale complesso, che, partendo da un’analisi seria e senza pregiudizi della situazione attuale, smantellasse le retoriche del mercato autosufficiente,  elaborando un piano d’intervento in tutte le direzioni, individuando  una leadership adeguata e ponendo a sua disposizione le risorse, con una serie di precisi traguardi e tempistiche, come nel programma “Made in China 2025”.

Il caso Huawei è emblematico. La questione sembra essere se scontentare gli USA collaborando con Huawei, che è l’unica a padroneggiare la nuova tecnologia, o condannare le imprese europee all’arretratezza rinunziando alla tecnologia di cui hanno bisogno solo per non ingelosire gli Americani.

In realtà, la situazione è ben più articolata. Dopo il 5G c’è ormai in uno stato molto avanzato anche il 6G, a cui la Huawei sta dedicandosi prioritariamente, al punto da aver offerto l’intero pacchetto di tecnologia G5 a un concorrente di qualunque Paese, per potersi dedicare liberamente al G6. Ma nessuno ha accettato. Nel frattempo, la Huawei è divenuta la maggiore depositante di brevetti all’ Ufficio Europeo Brevetti, sì che risulta difficile immaginare come le imprese europee di telecomunicazioni potranno sviluppare le proprie tecnologie senza accordi tecnologici con la Huawei.

Alla luce di tutto ciò, non si vede perché, se gli Europei sono così preoccupati per questa crescente egemonia Huawei, anziché frapporre ostacoli allo sviluppo della stessa in Europa, non creano, finalmente, il campione  europeo Nokia-Erickson, di cui tanto si è parlato, a cui Huawei licenzierebbe volentieri gran parte della sua tecnologia, permettendo così al nuovo colosso di crescere rendendosi sempre più autonomo, magari con l’aggiunta di tecnologie russe, indiane e israeliane.

La realtà è che l’unica preoccupazione degli Europei è quella di non scontentare gli USA, ma, per questo, non basta neppure contenere l’egemonia di Huawei: occorre anche che non sorga alcun colosso europeo capace di fare ombra agli Stati Uniti come “leader dell’ Occidente”. Infatti, che leader sarebbe un leader che non riuscisse neppure, dal punto di vista tecnico, a controllare le reti di telecomunicazione europee, cioè a spiare gli Europei? Non è, cioè, che si voglia impedire ai Cinesi di spiare gli Europei. Si vuole evitare che,  montando sulle reti materiale non prodotto dagli Stati Uniti, questi ultimi perdano il controllo completo sull’ Europa. Infatti, come ha dichiarato recentemente Edgar Snowden, gli Stati Uniti hanno spiato gli Europei con il G2, con il G3 e con il G4, e si preoccupano soltanto di non poter continuare a spiare con il G5 e il G6. Non ne va della nostra sicurezza, bensì del loro potere (su di noi).

E’ ricominciata la corsa allo spazio.

6.Come spendere, dunque, i soldi europei?

Intanto, occorre tenere ben distinto il programma di recupero dal coronavirus dal Quadro Pluriennale 2021-2027. Anche se vi è una notevole confusione al riguardo, il primo dovrebbe essere dedicato a rimediare con urgenza agli effetti della pandemia, e il secondo alla gestione del decisivo periodo successivo (“Next Generation”). Nel primo caso, non vi è evidentemente alcuna speranza che si possano realizzare, nell’emergenza, sensate politiche strutturali. Nel secondo caso, invece, sarebbe veramente grave se tali politiche non si tentassero, perché è proprio in quel periodo che la competizione fra America e Cina produrrà uno sviluppo strepitoso delle nuove tecnologie, capaci di rivoluzionare la vita sulla terra, e si rischia uno scontro globale, a cui l’ Europa è impreparata. Chi non padroneggerà quelle nuove tecnologie sarà escluso da qualunque influenza sull’avvenire del Pianeta, e sarà condannato a subire le scelte altrui, prima fra le quali quella circa l’allocazione delle risorse fra i vari Continenti.

Alla luce di quanto precede, la cosa più urgente da fare è studiare, dibattere, proporre, in vista dell’ elaborazione del Quadro  Pluriennale. E’ vero che i documenti elaborati nell’ultimo anno dalle Istituzioni dimostrano una modestissima, anche se crescente, consapevolezza di queste urgenze. Tuttavia, negli ultimi giorni, si è assistito anche a una sorta di risveglio, di cui testimonia, fra l’altro, il recente  studio ufficioso “Digital Sovereignty for Europe” dello European Parliament Research Service, secondo cui: “there is a growing concern that the citizens, businesses and Member States of the European Union (EU) are gradually losing control over their data, over their capacity for innovation, and over their ability  to shape and enforce legislation in the digital environment.” “This would require the Union to update and adapt a number of current legal, regulatory and financial instruments, and to promote more actively European values and principles in areas such as data protection, cybersecurity and ethically designed artificial intelligence (AI)”

Confidiamo, perciò, che le Istituzioni prenderanno in considerazione le osservazioni contenute nei due libri “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, da noi inviati in bozza alle  Istituzioni e che stiamo per editare.

Si aggiunga  lo smacco della Commissione in generale, nella causa Commissione contro Apple, dove la Corte di Giustizia ha deciso i prima istanza che l’enorme multa comminata dalla Commissione era illegale perché la Commissione stessa non era riuscita a dimostrare che il trattamento fiscale ultra-favorevole  riservato alla Apple dall’Irlanda (meno dell’1% sui profitti) concretasse un aiuto di Stato e danneggiasse la concorrenza e nella Causa Schrems II, in cui la Corte non solo ha dichiarato illecito il Privacy Shield negoziato dalla Commissione con gli Stati Uniti, ma ha criticato espressamente la Commissione per la sua arrendevolezza in spregio del diritto europeo e delle prepotenze americane (il CLOUD Act).

Per difender l’ Europa digitale ci vuiole più grinta.

7.Che fare in Italia?

Quanto all’ Italia, valgono, “a fortiori”, gli stessi ragionamenti. Se l’economia europea è in seria difficoltà, quella italiana è sull’ orlo del disastro. Già prima del Coronavirus, il 60% degl’Italiani era fuori del mercato del lavoro; le sole grandi imprese italiane sono rimaste le banche, le assicurazioni e il vecchio parastato: Eni, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane e Fincantieri,

Sarebbe ora che l’Italia riscoprisse sul serio le proprie vocazioni tradizionali, rivisitandole per attualizzarle. Intanto, le proprie tradizionali eccellenze culturali, che oggi vuol dire innanzitutto informatiche:

a)Visto e considerato che l’Europa non sta realizzando le accademie digitale e militare dell’Europa, auspicate dal Parlamento Europeo e da Macron,  perché l’ Italia non le realizza autonomamente, così come La Pira aveva creato egli stesso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze? Perché non dividere l’Istituto in tre facoltà, di cui una (a Firenze) rimanga quella attuale di scienze umane e le altre due (per esempio a Torino e Ivrea) vengano dedicate alle Scienze Strategiche e alle Tecnologie Digitali?

b)Poi, le tradizioni turistiche, dove ci sarebbe moltissimo da fare per capitalizzare sulle esperienze del lockdown, optando su un turismo sostenibile perché programmato, decentrato e selettivo?L’Italia possiede milioni di località turistiche non sfruttate, dai siti archeologici ai castelli, dai borghi ai parchi naturali. Occorrerebbe riorientare drasticamente il turismo verso quelle destinazioni, lasciando quelle più note alle grandi manifestazioni culturali, al turismo scolastico e  residenziale. Occorrerebbe introdurre un sistema generalizzato di permessi, prenotazioni, biglietti, autorizzazioni, per sfoltire le presenze nelle destinazioni più “gettonate” e  studiare vocazioni differenziate per i  diversi territori.

c)L’attore pubblico dovrebbe intervenire per diffondere l’immagine di marca unitaria del Paese, basata sulla diffusione della sua cultura, per supportare le aggregazioni di operatori e di enti locali, per fornire il supporto formativo e digitale. E’ gravissimo che  nel mondo siano pressoché sconosciuti tesori come Selinunte, Aosta, la Maremma, le dimore sabaude, l’archeologia industriale, i percorsi letterari internazionali…;

d)Infine, l’industria digitale, nata, con l’Olivetti, proprio in Italia, e abbandonata per pressioni politiche. Qui si dovrebbero costruire un Web provider, un costruttore di apps, un social network europeo e una società di web marketing. Sfiderei chiunque a dimostrare che in tal modo l’ Italia non spenderebbe bene i fondi europei, in un momento in cui nessuno vuole fare queste cose innovative ed essenziali per l’ Europa, e che l’ Europa non vuole fare.

Alleghiamo il progetto, che stiamo diffondendo, relativo alla realizzazione in Piemonte di alcune di queste iniziative, che confidiamo d’inserire perfino nel dibattito elettorale.

La Scuola di Applicazione, possibile base dell’Accademia Strategica Europea.

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari n. 32, 10125 Torino, Tel 0116690004

PROGETTO DI UN DISTRETTO CULTURALE E DIGITALE  EUROPEO IN PIEMONTE

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei di cui si sta discutendo in questi giorni, e, dall’ altro, alle prossimi elezioni amministrative di Torino, l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia, e, in modo speciale, il Piemonte, con punte massime a Torino.

Basti considerare il numero di abitanti della nostra città dall’ unificazione d’ Italia a oggi:

1861: 173.000

1871: 211.000

1881: 251.000

1901: 330.000

1911: 416.000

1921: 500.000

1931: 591.000

1936: 629.000

1951: 719.000

1961: 1.026.000

1971: 1.168.000

1981: 1.117.000

1991: 963.000

2001: 865.000

2011: 872.000

I numeri ufficiali per il  PIL e l’ occupazione non sono oggi più affidabili a causa della pandemia in corso, anche se si sa che, rispetto alla Lombardia, siamo incredibilmente indietro (27.000 Euro medi annui circa contro 38.000).

E, del resto, come potrebbe essere altrimenti se il Gruppo FIAT, che, negli anni ‘70 e ’80, dava lavoro, attraverso le sue holding, le sue controllate e i suoi fornitori di 1°, 2°, 3° e 4° livello, a circa la metà degli abitanti della città, è ora sostanzialmente assente (nel suo avatar FCA/Stellantis) da Torino?

L’idea di sostituire la cultura all’industria, perseguita dalla giunta Castellani, sarebbe stata eccellente se la si fosse perseguita per davvero, con una cultura veramente innovativa, non succube di miti industrialistici e operaistici, ovviamente non più applicabili nella nuova realtà. Oggi, in effetti, abbiamo una situazione abnorme, in cui la prima ad essere penalizzata a Torino è proprio la cultura, che ha perduto la sua colonna portante, l’editoria. A questo punto, sorge spontanea la domanda: come si dovrebbero mantenere  i (seppur molto meno numerosi) abitanti di Torino, visto che sono venute meno tutte le loro attività più lucrative?

Una situazione simile Torino l’aveva incontrata quando, nel 1864, con un’incredibile operazione verticistica, a Torino era stato sottratto, per un’imposizione della Francia,  il ruolo di capitale del Regno d’Italia, provocando un’insurrezione che costò alla città una sessantina di morti. In quell’occasione, il sindaco di allora, Luserna di Rorà, aveva lanciato un grandioso piano di agevolazioni per le imprese che decidessero di delocalizzarsi a Torino (una specie di “Cassa per il Mezzogiorno” a rovescio, o di “Zona economica speciale” alla cinese).

Fu così che si trasferirono a Torino imprenditori come Leumann e Loescher, e nacque la vocazione industriale della città.

Oggi, si tratterebbe di realizzare un ennesimo cambio di orientamento, sfruttando i fondi che l’ Europa sembrerebbe disponibile a investire nella digitalizzazione. Ma, per fare ciò,occorrerebbe una grande  lucidità storica ed economica, politica e imprenditoriale, che ci proponiamo di suscitatre con la nostra iniziativa.

La RIV, un’antica eccellenza torinese

1. L’attività trainante del XXI secolo: il digitale

Ciò che è da sempre alla base dello sviluppo economico è la vicinanza con il potere. Questo crea le motivazioni ideali per investire, copre le inevitabili sfortune, permette i regimi di favore, fornisce le esternalità e fondamentali commesse pubbliche. La storia di Torino ne costituisce un esempio inequivocabile. Le grandi fasi dello sviluppo di Torino furono legate alla conquista delle Gallie (l’ accampamento legionario di Giulio Cesare) , alla scelta italiana di Emanuele Filiberto (il primo allestimento del Palazzo Reale), all’unità d’Italia (Torino, prima capitale), alla presenza dell’ aristocrazia e dell’ esercito (industria militare),alla centralità della vita sindacale (l’accordo sindacale del 1920 sulle 8 ore).

Oggi, la forza a cui Torino si dovrebbe agganciare è l’Europa, alla quale, sulla scia di Galimberti e Olivetti, Torino potrebbe imprimere un piglio più “garibaldino”, in luogo di quello “contabile” che va oggi per la maggiore, in particolare per ciò che concerne una cultura e un’industria di avanguardia e autonoma dalle multinazionali. Oggi più che mai l’interconnessione fra digitale e cultura domina il panorama mondiale, in quanto la capacità delle nuove tecnologie di  trasformare radicalmente l’umano ha aperto il dibattito culturale, politico, e perfino religioso, più radicale della storia.

Attualmente, il digitale è al centro dell’economia mondiale, data la centralità dei dati nelle decisioni politiche, economiche e militari e l’influenza del web sulla cultura, la comunicazione, la politica, il commercio e la finanza.

Torino, al centro del dibattito culturale europeo

2.Arretratezza europea

In seguito allo sviluppo vorticoso del mondo digitale nella Silicon Valley, e, a seguire, in Cina e in India, anche le istituzioni europee si vedono ora costrette a occuparsi intensamente del digitale, com’ è accaduto con l’indagine del Parlamento Europeo su Echelon, con il GDPR, con la Causa Schrems, con la Digital Tax e con il pacchetto digitale approvato quest’inverno dalla Commissione.

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le “Conferenze Macy sulla cibernetica” subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ “Ideologia Californiana”. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’ Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Francia e Germania hanno tentato di ovviare all’assenza di campioni nazionali mediante tre iniziativa pubblico-privato , Qwant, per i motori di ricerca, JEDI, per il finanziamento del digitale, e Gaia-X per il cloud, ma, fino ad oggi, i loro sforzi si sono rivelati velleitari. I libri di Diàlexis sull’ argomento indicano la necessità di un’azione sistematica ad ampio raggio per colmare queste lacune, sfruttando i numerosi fondi messi a disposizione dall’ Europa per l’innovazione. In allegato al libro “European Technology Agency” si trovano 5 proposte per la futura Conferenza sul Futuro dell’ Europa, dedicate al settore digitale.

Inserire le nuove tecnologie nel dibattito sul futuro dell’ Europa.

3.Iniziative per il Piemonte

Fra le lacune evidenziate nel dibattito politico e che l’Europa non sembra in grado di colmare, ve ne sono tre in cui il Piemonte avrebbe degli atout di realizzare delle iniziative significative, sfruttando le proprie tradizioni, tecnologiche e culturali.

Intanto, il Parlamento Europeo ha più volte patrocinato la nascita di un’Accademia Digitale Europea, mentre il Presidente francese Macron ha invocato la nascita di una Cultura Strategica comune degli Europei. Il Piemonte ha delle tradizioni molto radicate nei settori della cultura digitale e di quella strategica. Per ciò che riguarda la prima, è stata inaugurata a Ivrea l’ ICO Valley, l’acceleratore per startup digitali dell’ex area Olivetti. Per ciò che riguarda la seconda, esiste a Torino il Comando per la formazione e Scuola di applicazione dell’Esercito, che svolge, su una base essenzialmente nazionale, proprio la funzione di una scuola di formazione strategica. Ambedue i contesti sarebbero estremamente favorevoli ad essere sviluppati nella direzione di un’Accademia Digitale Europea e di un’Accademia Strategica Europea. I programmi che potrebbero essere svolti in queste accademie sono illustrati al punto I, b (i)e II, 4 del libro “European Technology Agency”.

Un’altra iniziativa, di cui la Vicepresidente di Confindustria, Beltrame, ha segnalato l’urgenza, è costituita da una piattaforma europea, e, innanzitutto, italiana, di e.commerce, sulla falsariga di Amazon e di Alibaba. Quest’iniziativa potrebbe nascere a Torino o Ivrea partendo dalle due iniziative culturali di cui sopra, utilizzando, come materia prima, la digitalizzazione delle risorse culturali nell’ ambito di Europeana. La Commissione sta svolgendo proprio ora una consultazione pubblica su questo tema.

Così come Francia e Germania stanno tentando di realizzare, con i fondi europei e capitale pubblico-privato,  Qwant nel campo dei motori di ricerca, JEDI nel campo del Digital Financing e Gaia-X nel campo del cloud, L’Italia, e, in particolare, Torino, potrebbe realizzare, magari con altri partner europei e con i fondi europei, un’accademia digitale europea ( come la Singularity University o l’accademia russa di Skolkovo), un’accademia  strategica europea (civile-militare, sul modello del comitato cinese per l’unione del civile e del militare), e, infine, una piattaforma culturale e commerciale europea (sul modello dei social network americani e cinesi), che unifichino, alla promozione della cultura, della produzione e del turismo, italiani ed europei, lo sviluppo di una cultura digitale  e di una comunità d’interessi paneuropei.

PROMEMORIA: DOMANI CANTIERI VIRTUALI D’EUROPA 2020-TELECONFERENCE 4 LUGLIO (ORE10):RAPPORTI EUROPA-CINA

“Ren”:l'”altro”

Contributo personale di Riccardo Lala: La Cina: Partner/concorrente/rivale?

Continuiamo con la serie di manifestazioni in preparazione del Salone del Libro di Torino e della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Nell’ ambito delle priorità rese note per il prossimo semestre dalla presidenza tedesca, figura anche l’accordo sugli investimenti con la Cina, a cui Angela Merkel attribuisce una particolare importanza, e al quale von der Leyen, Michel,Borrell, Xi Jinping, Li Keqiang e Yi Wang hanno dedicato importanti teleconferences preparatorie.

Quanto alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa, essa sarà ulteriormente spostata in attesa che la fine della pandemia permetta manifestazioni dal vivo. Essa dovrebbe perciò potere anche tener conto dell’esito delle trattative con la Cina. La pubblicazione di vari documenti delle Istituzioni ci permette di comprendere quale sforzo queste stiamo facendo per passare da un originario atteggiamento di disinteresse (soprattutto se confrontato con il peso enorme che aveva, ancora nella “Dottrina Solana” il dialogo transatlantico), a questo nuovo atteggiamento di sostanziale equilibrio e di maggior interesse rispetto agli USA (i quali oggi deliberatamente perseguono un atteggiamento di confronto e di chiusura tanto verso l’ Europa, quanto verso la Cina).

Quest’equilibrio si trova espresso nei tre ruoli che la nuova dottrina europea attribuisce alla Cina:

-partner strategico;

-concorrente;

-rivale sistemico.

La partnership è riferita soprattutto alla convergenza sui grandi temi del dibattito internazionale, come multilateralismo, riforma delle istituzioni internazionali, Green New Deal e contenimento delle pandemie. La concorrenza si esplica a livello commerciale, anche se si dovrebbe parlare soprattutto di complementarietà, perché le specializzazioni dell’Europa sono diverse da quelle della Cina,  anche e soprattutto ora che questa ha deciso di concentrarsi alte tecnologie, nella connettività e nella finanza (che invece l’ Europa sta  trascurando). Quanto alla rivalità sistemica, si tratta dell’aspetto più sofferto di questo rapporto. Infatti, l’Europa aveva rinunziato, almeno formalmente, a “esportare la democrazia”, sicché sembra improbabile che i due sistemi entrino in conflitto su questo punto (anche a causa della debolezza dell’ Europa). Anche perché non fa parte della logica della Cina “fare proselitismo”. La sua è deliberatamente una “via nazionale al socialismo”. Come tale, essa vuole avere “caratteristiche cinesi”, che non si pretende siano comuni ad altri Paesi. Ciò che disturba i vertici europei non è perciò tanto un preteso proselitismo internazionale del Governo cinese, quanto l’esistenza di una sempre nutrita schiera d’intellettuali internazionali (p.es., Jacques, Frankopan, Bell, Zhang Weiwei, Zakaria, Khanna e Zhao), i quali non mancano di esaltare i vantaggi dei “sistemi confuciani” rispetto a quello occidentali. Ma, di tutto ciò, non è responsabile il Governo cinese, bensì la crisi della cultura “occidentale” e la conseguente esigenza di ricercare  modelli diversi, che risale già ai Gesuiti, a Schopenhauer, a Fenollosa, a Pound….

L’Europa si differenzia certamente dalla Cina per il fatto di respingere, sia concettualmente (in opposizione agli USA), sia nei fatti (in opposizione alla Cina), l’approccio che Aresu ha chiamato “capitalismo politico”, vale a dire un sistema che, pur nel rispetto formale dell’ economia di mercato e dello Stato di diritto, privilegia in economia l’affermazione di un’agenda politica dello Stato, chi invocando in tutte le circostanza la sicurezza nazionale (Patriot Act, Subversion Act, War Production Act, Trading with the Enemy Act, CLOUD Act), chi la tradizione culturale e politica nazionale (la Costruzione del Socialismo, la Grande Armonia, l’Ecumene), chi, infine, i Campioni Nazionali (gli OTTs e i BATX). Il “Capitalismo politico” ha poco a che fate con la pretesa provvidenzialità del mercato a cui si ispirano ancora gli Stati e le Istituzioni in Europa.

Contro questo atteggiamento pratico delle due Superpotenze, l’Europa rivendica, nel perseguimento del proprio ideale di “Stato neutrale”, un ruolo di “Trendsetter”, quel “riferimento per tutto il mondo”  che richiama le indicazioni fornite a Strasburgo dal Sommo Pontefice. Si tratta paradossalmente di una riedizione aggiornata della concezione del “Wu Wei” (in Sankrit, “ahimsa”, “Satyagraha”=agire senza agire) tipico del Saggio (Imperatore), che però nel XXI secolo va aggiornata, a causa dell’ingerenza totalitaria dell’ informatica in qualsivoglia vicenda umana (gli “Imperi Sconosciuti” di cui parla sempre Francesco), che non permette a nessuno di comportarsi come nei secoli precedenti.

Vi sono perciò due dubbi sulla sostenibilità delle posizioni delle Istituzioni:

-da un lato,  questa dottrina (erede storica del compromesso democristiano-socialdemocratico) è in contrasto con la tradizionale lettura  europea e cattolica della laicità, espressa già nel Vangelo (Dio e Cesare), e poi in Dante (i Due soli) e nel cattolicesimo liberale, secondo il quale vi dev’essere una netta distinzione fra la funzione spirituale del Sacro e quella politica dello Stato. Lo Stato non può avocare a sé il magistero etico (la difesa del “politically correct”), senza fare violenza all’ autonomia della coscienza (un’inedito “Stato Etico” puritano a difesa della modernità, “una nazione con l’anima di una Chiesa”);

-dall’ altra, anche la vecchia dottrina, di lontana origine giapponese, della “cultura orientale+tecnica occidentale(Wakon yosai”,“Zhongti Xiyong”) si è rivelata superata nei fatti  dal fallimento delle “tigri asiatiche”. Infatti, oggi è impossibile distinguere la cultura dalla tecnica, sicché si pone la questione di un umanesimo digitale, che non può più essere indifferente alla politica. L’informatica modifica l’umano, sì che l’”Imperatore Saggio” non può più limitarsi a presiedere ai Riti, bensì deve anche essere al cuore della tecnica (sia essa costituita dai big data, dai social, dalle comunicazioni o dalla cyberguerra). La “guerra pacifica” di Mozi e di Sunzu è divenuta impercettibilmente la Guerra Senza Limiti di Qiao Liang e Wang Wensui. Questa è la ragione profonda tanto del superamento dei richiami impliciti al “wu wei”,  quanto della critica  che Alessandro Aresu muove alle politiche dell’Unione. L’attuale pacchetto europeo di misure  in materia di alte tecnologie continua a soffrire di un peccato di “angelismo” (per dirla con il Papa): l’Europa non può essere un “trendsetter” se non sperimenta prima su di sé in concreto, in tutta la sua asperità,  una nuova cultura del digitale, un “ecosistema sovrano”, veramente indipendente e diverso rispetto al Complesso Informatico-Digitale, e non un sottoprodotto dello stesso come quello espresso dal Privacy Shield, delle Standard Contractual Clauses, da Qwant e perfino del “Rome Call for an Ethical AI”.

Un confronto culturale e scientifico serrato con la Cina dovrebbe servire, a nostro avviso, a comprendere questo snodo essenziale ed esoterico della post-modernità, che l’Asia ha vissuto così intensamente,  e anche, possibilmente, a ricercare insieme delle vie  per il “Ringiovanimento” delle rispettive nazioni.

I relatori del nostro prossimo webinar parleranno essenzialmente di Italia e Cina. Quest’orientamento ha il merito della concretezza. A nostro avviso, contrariamente a quanto i più sembrano credere, l’Italia può intervenire nel contesto del confronto euro-cinese in pieno svolgimento in modo particolarmente autorevole per più di una ragione, Intanto, farebbe parte proprio del “Primato Morale e Civile degl’Italiani”(Gioberti) rivendicare  quel ruolo di “riferimento” nel mondo che Papa Francesco ha additato al mondo. Quindi, proprio la “specializzazione” naturale degl’Italiani nella cultura, nell’ arte, nella comunicazione e nel turismo fa sì ch’ essi possano svolgere una funzione centrale nel dialogo fra Est e Ovest, sulle tracce, innanzitutto, di Marco Polo, ma anche e soprattutto dei Gesuiti, che hanno vissuto il loro rapporto con la Cina come un modo per rinnovare la stessa cultura europea (il dibattito sul nichilismo nel”Vero Significato del Signore del Cielo”, lo “Stato Minimo”, la “Prisca Philosophia”). Senza dimenticare la Butterfly, la Turandot di Puccini e i “Pisan Cantos” di Pound, scritti in gran parte in Italiano e in Cinese.

Tutto questo ha trovato un principio di attuazione nell’ MOU sulla Via della Seta. Come nell’ uso linguistico antico, non vi era nessuna distinzione fra Roma, l’Italia, l’Impero Romano, l’ Europa e il Cristianesimo (tutti designati come “Da Qin”), così anche oggi occorre elaborare una concezione  “italiana” del rapporto con la Cina, che sia valida e proponibile all’ intera Europa. Una Concezione che parta dalla “Humanitas” classica, tanto simile alla “Ren” delle San Jiao siniche, e che oggi si dovrebbe declinare come “umanesimo digitale”. Un umanesimo che, sotto la dominazione del Complesso Informatico-Militare”, è tutt’altro che acquisito in concreto, e va ricercato con lo studio, il dibattito, la ricerca tecnico-scientifica, lo “Stato Innovatore” e una nuova classe dirigente. Tutto ciò può essere acquisito solo se, lungi dal rinchiudersi  nel provincialismo dei “followers”, gl’Italiani egli Europei sapranno guardare senza pregiudizi a tutto ciò che sta accadendo nel mondo, e, in primo luogo, in Asia. Solo così potranno divenire dei “trendsetters” come auspicato da Ursula von der Leyen.

Da Xue: un link fra Cina, America ed Europa

WEBINAR 4 LUGLIO, ORE 10,00

VERSO IL TRATTATO PER LA PROTEZIONE DEGL’INVESTIMENTI :

XI JINPING RICONOSCE IL RUOLO DELL’ UNIONE EUROPEA

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino all’attuale posizione  all’avanguardia mondiale nella tecnologia e nell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare la propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina e l’ Europa devono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “ricco di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, “un ruolo di riferimento a livello mondiale”, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, come quelle sinica e classico-cristiana (“Da Qin”), la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea (la “Sovranità Digitale Europea”).

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti soltanto pensare che oggi il 50% dei brevetti depositati presso l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio concreto che, senza dirlo,  ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione, un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con il consenso a che la Volkswagen  sia divenuta  azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti.

Confucio: una base per scrivere oggi

PROGRAMMA  DEFINITIVO

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department: Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano:  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis

Ricostruzione del Mercato Occidentale di Xian, punto di partenza della Via della Seta

 

MODALITA’ TECNICHE

Ricordiamo le credenziali necessarie per partecipare alla video conferenza:

CREDENZIALI

Il link ( https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 )

e la coppia meetingID+password

Join Zoom Meeting
https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09

Meeting ID: 896 2825 2000
Password: EUROPA

sono equivalenti tra loro.Il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Chi – eventualmente – dovesse ricevere la mail su un computer e volesse connettersi con un altro.


In quel caso invece di ricopiare il link a mano, può utilizzare i codici.

Nel caso di problemi, telefonare a 3357761536 o a 0116690004

A domani.