UNA SVOLTA GEOPOLITICA FONDAMENTALE: L’ACCORDO VATICANO-CINA

Roma e la Cina sono da sempre le due grandi realtà universali e speculari che condividono, ai due estremi della Via della Seta, la guida dell’“Isola del Mondo”, quell’ Eurasia che, secondo Mackinder, Gumilev e Brzezinski, è condannata ineluttabilmente a determinare le sorti del globo.

I momenti salienti di questo incontro storico erano stati:

-l’avvio formale dei commerci sulla Via della Seta, al tempo degl’imperatori Nerva e Han Wudi, quando fu introdotta nella lingua Cinese l’ espressione “Da Qin” (Grande Cina), per indicare Roma, l’ Italia e l’ Impero Romano (80-90 d.C.);

-la traduzione/adattamento in Cinese, da parte del Patriarca Rabban (Aluoben), delle Sacre Scritture (635 d.C.);

-il riconoscimento , da parte dell’ Imperatore Taizong,  del Nestorianesimo come religione dell’ Impero Cinese della dinastia Tang (638 d.C.);

-le conquiste di Cinggiz Khan, con l’acquisizione di un potere dominante della Chiesa nestoriana attraverso le Imperatrici della tribù karaita (1200);

-le missioni presso i Mongoli di Giovanni da Pian del Carpine (1245) e di Guglielmo di Roebroek (1254);

-l’arrivo a Pechino di Marco Polo (1265);

-la traduzione, da parte dell’Arcivescovo di Pechino, Giovanni da Montecorvino, delle Sacre Scritture nella lingua dei Mongoli (1305);

-l’arrivo a Pechino di Matteo Ricci (1601);

-la traduzione della Bibbia in Cinese e l’introduzione dei Riti Cinesi (17° Secolo)

-le opere di Athanasius Kircher(1670), Lecomte (1687)e Quesnais (1767) sulla Cina;

Dopo il fallimento dell’esperimento dei Riti Cinesi (1742), vi era stato un lungo periodo di gelo, corrispondente, prima, al periodo del colonialismo straniero in Cina, e, poi, all’ affermazione del potere comunista.

Per altro, forme di sincretismo erano rimaste vive in Cina, e il divieto, per gli ecclesiastici cattolici,  di partecipare ai “Riti Cinesi” fu abolito nel 1939 nei territori occupati dai Giapponesi.

Con l’avvento del regime comunista, i cattolici, come i fedeli di altre confessioni straniere, erano stati costretti ad aderire all’ associazione del Cristiani Patriottici, che decideva autonomamente sulla nomina dei vescovi.

Sotto la presidenza del Presidente Xi Jinping, si è assistito a un crescente interesse del Governo cinese per la religione, concepita anche come forma di educazione della comunità nazionale e come elemento di coesione sociale. Questo ha portato al pullulare d’iniziative religiose, tanto nell’ ambito delle Tre Scuole tradizionali cinesi, quanto della Religione Popolare, quanto, infine delle religioni straniere presenti tradizionalmente in Cina: Islam e Cristianesimo.

Questo rinnovamento non è avvenuto senza conflitti (come del resto lo erano stati l’ingresso del Nestorianesimo, la Controversia dei Riti, il tentativo di fusione fra Cristianesimo e Confucianesimo operato dai Taiping, e, infine, i concordati con il Manchukuo e i Giapponesi).

La questione è tutt’altro che irrilevante perché la “traduzione” delle sacre Scritture in Cinese ha comportato una vera e propria “prassi translinguistica”, inclusiva, da un lato, dell’individuazione di equivalenti cinesi di tutti i concetti biblici di origine medio-orientale o classica, e, dall’ altro, di una diversa strutturazione delle opere stesse secondo la forma del sutra (jing) buddhista.

Inoltre, una trasfusione meccanicistica dei concetti biblici nel contesto cinese, quale quella tentata dal Movimento Taiping aveva provocato una moltiplicazione dei contenuti messianici e polemici presenti in ambedue le tradizioni, e una conseguente deflagrazione politica e sociale che alla fine fu veicolo dell’occupazione straniera.

In particolare, nelle regioni con forti presenze islamiche o cristiane, si è assistito a un braccio di ferro tra chi esalta il ruolo delle comunità religiose prevalenti, e il Partito che tenta di limitarne le pretese. Questa controversia si è manifestata in particolare intorno all’ attività edificatoria di edifici di culto.

1.Aspetti geopolitici

In considerazione di queste premesse, credo che, per quanto grande sia l’importanza dell’accordo dal punto di  vista pastorale, il suo vero significato possa essere colto solamente tenendo conto  dei suoi aspetti geopolitici.

Infatti, l’ascesa della Cina a prima potenza mondiale (se non altro a pari merito con gli USA), pronosticata da vari Autori e divenuta ormai il programma ufficiale del Partito Comunista Cinese, implica una così profonda rivoluzione culturale, ideologica, geopolitica ed economica, che questo ulteriore passo, apparentemente marginale, è atto a impattare, con le sue onde concentriche, varie aree della vita del mondo intero: cultura, tecnologia, geopolitica, commercio internazionale…

Dal punto di vista culturale, il riconoscimento di un ruolo particolare della Cina per il Cristianesimo mondiale, sulla scia delle antiche missioni nestoriane e gesuitiche,  apre la strada all’ elaborazione di una teologia cattolica cinese, sulla falsariga di quella elaborata al suo tempo da Matteo Ricci (“Il vero significato del Signore del Cielo”);

Dal punto di vista tecnologico, l’incontro del Cristianesimo con l’univesro digitale asiatico apre la strada ad una riflessione approfondita sugli aspetti umanistici della rivoluzione informatica, con utili spunti anche per ciò che concerne un approccio europeo alla rivoluzione stessa(cfr. “La Civiltà Cattolica”);

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo rende più facile il dialogo fra l’ Europa e la Cina in un  momento, come questo, in cui la pressione del presidente Trump rende più necessario che mai un riorientamento verso l’ Eurasia degli scambi culturali ed economici dell’ Europa.

Dal punto di vista tecnico-giuridico, si tratta di un accordo provvisorio, siglato al livello dei due vice delle diplomazia cinese e, rispettivamente, vaticana. Esso è concentrato sulla procedura per la nomina dei vescovi, che, seguendo la falsariga delle procedure in vigore nell’ Ancien Régime, prevede una proposta dei nominativi da parte delle comunità ecclesiali (fra i quali è determinante, in Cina, l’ Associazione dei Cristiani Patriottici), e l’avallo, o meno, di queste scelte da parte del Pontefice. L’accordo non comprende alcun riferimento ai rapporti diplomatici fra Cina e Stato della Città del Vaticano. Si prevede tuttavia che esso costituisca il preludio al riconoscimento reciproco fra Repubblica Popolare Cinese e Vaticano.

L’accordo, poco pubblicizzato, è stato firmato nonostante l’opposizione aperta del vecchio Cardinale Zen, che si è fatto portavoce delle classiche critiche alle aperture alla Cina da poarte del mondo anglosassone. Critiche concentrate sulla libertà di religione e su un presunto dovere della Chiesa di promuovere valori e modi di vita occidentali.

La questione della supremazia dell’ Imperatore o del Papa era stato al centro dei rapporti fra Cina e Vaticano fin dalle prime ambasciate papali presso i Mongoli (popolo già parzialmente nestoriano e i coi sovrani erano addirittura imparentati con l’imperatore bizantino). Esemplare la risposta che l’Imperatore Küyük (sotto influenza cristiana, ma non cattolica, bensì nestoriana) aveva dato, nel 1245, alla lettera del Papa consegnatagli da Giovanni da Pian del Carpine:“Voi nazioni d’ Occidente , voi credete di essere i soli cristiani e disprezzate gli altri popoli. Come potete sapere a chi Dio si degna di usare misericordia? Noi che adoriamo Dio, con la forza di Dio abbiamo conquistato tutta la terra dall’ Oriente all’ Occidente”.

Si noti che anche oggi si pone un problema importante dei rapporti con altre confessioni cristiane (in particolare, quelle protestanti), molto più attive in Cina di quella cattolica, anche e soprattutto grazie al supporto dei sino-americani. Un fenomeno simile a quanto sta accadendo in America Latina, e soprattutto in Brasile, che ben s’inserisce nella rivalità fra Vaticano e Presidenza americana, che ha il suo nervo scoperto alla frontiera del Rio Grande.

Nello stesso modo, vi è anche un impressionante parallelismo fa questa mossa della diplomazia vaticana e la strategia di quella italiana, che, negli stessi giorni della sigla dell’accordo Vaticano-Cina, siglava, a sua volta, un protocollo per una politica comune in Africa.

Si allega gli articoli che illustrano l’accordo pubblicati su “l’Osservatore Romano”, come pure il comunicato, comparso contemporaneamente sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico

2.Articoli de “L’Osservatore Romano”

a)P. Sergianni su accordo Santa Sede-Cina: una crescita di fiducia che fa ben sperare

Un’assoluta continuità tra Francesco e i suoi predecessori, in particolare san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per quanto riguarda il dialogo con la Cina. Lo conferma padre Antonio Sergianni, grande esperto in materia. “Ora – dice – bisogna puntare sulla formazione”

Adriana Masotti – Città del Vaticano

 

Tutti in Cina sanno che tra la Santa Sede e il loro grande Paese è stato firmato un accordo e “da parte di tanti l’attesa era forte”: lo afferma a Vatican News, padre Antonio Sergianni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per 24 anni in Cina e, ai tempi della “Lettera ai cattolici cinesi” di Papa Benedetto XVI, membro della sezione cinese di Propaganda Fide.

Gli auspici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

Un accordo importante quello firmato il 22 settembre scorso, ma preparato da diverse tappe di avvicinamento tra la Santa Sede e la Cina. C’è dunque continuità tra Papa Francesco e l’orientamento dei Papi precedenti, in particolare, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…

  1. – Assolutamente sì. Questo accordo svela tutto il suo significato se ci rifacciamo alla Lettera alla Chiesa in Cina di Papa Benedetto del 2007, lettera in cui il Papa descrive la situazione della Chiesa in Cina, parla dell’unità della Chiesa, delle tensioni, della dottrina sull’episcopato. E parla apertamente di questo dialogo: fa riferimento addirittura al Concilio Vaticano II quando dice che il rispetto e l’amore devono estendersi anche a coloro che pensano e agiscono diversamente, perché questo facilita il dialogo con loro. Poi, per due volte, Papa Benedetto nella Lettera cita San Giovanni Paolo II che auspicava apertamente il dialogo con la Chiesa in Cina. “ Auspico – diceva Papa San Giovanni Paolo II – l’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese in cui superare le incomprensioni del passato”. E lo stesso Papa Benedetto nella Lettera, proprio parlando della nomina dei vescovi, riprendeva questo auspicio di dialogo e diceva: “Auspico che si trovi un accordo sulla nomina dei vescovi”.

Probabilmente lei avrà sentito in questi giorni qualche commento da parte cinese riguardo all’accordo. Qual è stata l’accoglienza in Cina, tra i fedeli, e in generale tra la gente? So che ne ha parlato anche la tv cinese…

  1. – Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli. Ho saputo che un vescovo perdonato dal Papa ha invitato i presbiteri della sua zona a celebrare l’evento, e sono stati contenti.  Certamente era tanta l’attesa. Due settimane fa ero in Cina, ho potuto incontrare delle persone – sacerdoti, vescovi e anche rappresentanti del governo -, e tutti mi dicevano che aspettavano con grande attesa questa firma; anche con qualche perplessità, però c’era una grande speranza e una grande attesa della Chiesa. Certo, ci sarà ancora da soffrire – dicevano loro – ma se rimane e aumenta un clima di fiducia, si potranno superare le difficoltà future.

La legittimazione dei vescovi nominati dal governo, la rottura con la situazione che vedeva due comunità in contrasto, fanno, secondo lei, giustizia delle sofferenze patite da tanti che hanno voluto mantenere sempre la comunione con Roma, spesso pagando di persona?

  1. – Tanti hanno sofferto per la Chiesa e per la fedeltà a Cristo. E la Lettera stessa di Benedetto lo riconosce e lo apprezza, e questo rimane:  il dolore di chi ha sofferto per Cristo nessuno può cancellarlo, rimane un tesoro prezioso. Certo, guardare avanti non vuol dire cancellare il passato. In una dinamica di fede la vita nasce dalla Croce: la Risurrezione è frutto della Croce. Cristo, risorgendo, non ha negato la sua morte, ma l’ha trasformata. E Papa Benedetto diceva, a proposito di questa sofferenza: “Esprimo la mia fraterna vicinanza. Intensa è la gioia per la vostra fedeltà a Cristo, fedeltà che avete manifestato a volte anche al prezzo di grandi sofferenze”. Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” dice il Papa, anche se al momento possono sembrare un fallimento. Chi ha sofferto per Cristo ne riceverà ricompensa. Anzi, io penso che questo accordo sia anche il frutto di quelle sofferenze.

Questo accordo, secondo lei, potrà favorire o permettere la crescita della Chiesa cattolica in Cina?

  1. – Io sono sicuro di sì. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. Prima di tutto, favorirà concretamente quel processo di riconciliazione che passa attraverso il perdono e aumenta un’autentica comunione. Esige un travagliato sforzo di riconciliazione. Però, con questo accordo, si tolgono tanti ostacoli a questo processo di riconciliazione e quindi aumenterà. Poi, se essere ottimisti o pessimisti di fronte al futuro…  Io mi ricordo soltanto che una volta Papa Benedetto a questa domanda mi rispose – perché rispose proprio a me – parlando della situazione della Chiesa in Cina, rispose che l’ottimismo e il pessimismo sono due categorie mentali, umane, troppo strette. Il cristiano – disse – ha la certezza che la storia è guidata da Dio e pertanto guarda alle situazioni, di fatto, con speranza. Se la Chiesa è arrivata, non con pochi travagli, a questo passo, c’è da sperare che giovi in futuro a tutti. Certamente aiuterà la crescita della Chiesa in Cina, certamente.

E si può ipotizzare anche una maggiore circolazione di notizie tra Roma e i fedeli cinesi?

  1. – Certamente. È una misura che aumenterà il clima di fiducia, la conoscenza reciproca, gli scambi di informazione, la circolazione dei vescovi. Questo sarà uno dei primi frutti che verrà da questa firma, perché della Cina si conosce poco in Europa: della situazione concreta, reale che vivono i nostri fratelli cinesi. Però, aumentando il clima di fiducia anche tra le autorità vaticane e quelle cinesi, ci sarà una maggiore circolazione di idee e di persone, di incontri, di iniziative, e piano piano tutto questo aiuterà. Non dall’oggi al domani: è un processo. Questa firma è un anello, un passo: è l’anello di una catena, di un processo, che poi deve svilupparsi piano piano.

Sappiamo che c’è una maggiore fiducia della Chiesa verso la Cina. C’è anche, immagino, un aumento reciproco di questa fiducia, altrimenti l’accordo non ci sarebbe stato …

  1. – Senz’altro. Se il governo accetta questo accordo che lascia l’ultima parola al Papa sulla nomina dei vescovi, vuol dire che gli dà fiducia. Ha accettato la costituzione di una nuova diocesi; ha accettato il perdono di questi vescovi; ha accettato che il Papa esercitasse la sua funzione di guida spirituale e gerarchica nella Chiesa cattolica in Cina. Se ha accettato questo, vuol dire che gli ha dato fiducia.

A proposito delle nomine dei vescovi, quale sarà ora la prassi? Quanto spazio ci sarà per la libertà di azione del Papa? I vescovi ordinati in passato, in comunione con Roma, saranno riconosciuti anche dal governo?

  1. – I dettagli dell’accordo non si conoscono. Certamente ci sono, sono stati studiati. Da quello che si sa, sarà una prassi condivisa. La Santa Sede accetta, come soluzione provvisoria – da vedere, da migliorare – che il processo di designazione dei candidati, dei vescovi, avvenga dal basso, dalle comunità ecclesiali, anche con un intervento degli organismi statali. Mentre il governo, da parte sua, accetta che la decisione finale, cioè se un candidato non è gradito, non è ritenuto all’altezza da parte del Papa, accetta la decisione finale, cioè si ricomincia da capo. Questo è quello che appare, però i dettagli non sono conosciuti. Tuttavia, c’è il fatto che accetta che l’ultima parola sulla nomina spetta al Pontefice; quindi la nomina dei vescovi viene lasciata al Successore di Pietro. Per quanto riguarda i vescovi ordinati da Roma e non riconosciuti dal governo, certamente ci sarà un processo di riconoscimento. Si andrà a vedere caso per caso, certamente questo è uno dei problemi da risolvere. Questa firma è una base, è una condizione per risolvere dei problemi che ancora sono sul tappeto, e sono tanti. Un’altra questione importante è quella della formazione. Adesso più che mai il punto fondamentale è la crescita e la qualità della fede; aiutare le coscienze dei fedeli a maturare nella fede, perché tutto è nell’ambito della fede. Non è un discorso politico: è un discorso pastorale, ecclesiale, di fede. Il problema è la formazione dei presbiteri che sono isolati,  il sostegno ai vescovi che sono isolati … Quindi sarà una sfida anche per il Vaticano, aumentando la capacità di contatti, di aiutarli nella formazione.

 

 

b)Santa Sede – Cina. L’Osservatore Romano: Una data nella storia

Un’intesa annunciata destinata ad entrare nella storia anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni. E’ la penna del direttore de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, a ripercorrere – nel giorno dell’accordo provvisorio tra Santa Sede e Pechino – storia e prospettive del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo risalgono ad una stele eretta nel 781 a Xi’an

Giovanni Maria Vian

È certo destinata a entrare nella storia la data del 22 settembre: per la firma, a Pechino, di un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra Cina e Santa Sede preparato da decenni di lunghe e pazienti trattative, mentre il Papa inizia la sua visita nei paesi baltici. Bergoglio è infatti arrivato in Lituania proprio nelle stesse ore in cui, a migliaia di chilometri di distanza, i suoi rappresentanti hanno raggiunto una tappa certo non conclusiva ma che già ora appare di grande importanza per la vita dei cattolici nel grande paese asiatico.

Un’intesa annunciata

L’intesa era annunciata e, anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni, la notizia è molto positiva e subito ha fatto il giro del mondo. Il Pontefice riconosce inoltre la piena comunione agli ultimi vescovi cinesi ordinati senza il mandato pontificio, con l’intento evidente di assicurare uno svolgimento normale della vita quotidiana di molte comunità cattoliche. Come conferma il provvedimento simultaneo che costituisce a nord della capitale una nuova diocesi, la prima dopo oltre settant’anni.

La stele eretta a Xi’an

Si tratta dunque di una tappa davvero importante nella storia del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo sono antichissime, attestate da una stele eretta nel 781 a Xi’an, nel cuore dell’enorme paese. Sul grande monumento, alto quasi tre metri e scoperto agli inizi del Seicento, si legge infatti il racconto in caratteri cinesi e siriaci dell’arrivo, già nel 635, sulla cosiddetta via della seta, di missionari cristiani giunti probabilmente dalla Persia. E i loro nomi sono incisi sulla roccia calcarea, insieme all’annuncio della “religione della luce”, con una sintesi delle vicende di questa minuscola comunità corredata da altre decine di nomi, e con un’esposizione della dottrina cristiana poi affidata a centinaia di libri tradotti e diffusi nei secoli seguenti.

Le missioni di francescani e gesuiti 

La storia di questa straordinaria tradizione si prolunga poi, oscillando tra fioriture inattese e persecuzioni, sino a incrociarsi con le missioni, soprattutto francescane, inviate da pontefici e da sovrani cristiani europei, a partire dalla seconda metà del Duecento, per circa un secolo. Agli inizi dell’età moderna è il nuovo ordine dei gesuiti, punta di diamante della Riforma cattolica, a divenire protagonista delle missioni in Cina, da Francesco Saverio a Matteo Ricci, per ricordare soltanto i nomi più noti di una serie che ha pochi paragoni nella storia della diffusione del Vangelo.

Irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti

Intromissioni politiche, irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti tra ordini religiosi complicano però notevolmente l’opera dei missionari. Questa viene ostacolata dalla disastrosa controversia sui riti cinesi trascinatasi fin verso la metà del Settecento, un secolo più tardi dai condizionamenti imposti dalle potenze coloniali, e infine da ripetute persecuzioni, anche nel corso del Novecento.

Nel 1926 i primi vescovi cinesi

Solo nel 1926 vengono ordinati dallo stesso Pio XI a Roma i primi vescovi cinesi, mentre vent’anni più tardi è il suo successore a stabilire la gerarchia cattolica nel paese. Questi “due fatti della storia religiosa della Cina”, definiti “simbolici e decisivi”, vengono ricordati il 6 gennaio 1967 nell’omelia per l’Epifania, appassionato elogio del paese, da Paolo VI, che poco più di un anno prima nel discorso alle Nazioni Unite aveva chiesto l’ammissione della Cina comunista nell’organizzazione. Ed è proprio Montini ad arrivare “per la prima volta nella storia”, durante le ore trascorse a Hong Kong (allora sotto il controllo britannico), in territorio cinese. “Per dire una sola parola: amore” esclama il Papa. E aggiunge, vedendo lontano: “La Chiesa non può tacere questa buona parola; amore, che resterà”.

 

3.Comunicato del MISE:

“La missione del Sottosegretario Michele Geraci in Cina si è conclusa con il raggiungimento dell’intesa sul testo del Memorandum of Understanding negoziato da MISE e dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme cinese, la NDRC, per la collaborazione tra Italia e Cina in Paesi terzi.

L’accordo è stato reso possibile solo grazie al costante dialogo condotto da MAECI, Ambasciata d’Italia in Cina e MISE, e rappresenta un primo importante risultato della neo-costituita Task Force Cina, voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Un primo esempio di come l’approccio sistemico porti a risultati concreti.

“Ringrazio – ha dichiarato Geraci – l’Ambasciatore Sequi e tutto il team dell’Ambasciata per aver assicurato la conclusione del negoziato, che prelude alla firma del Memorandum of Understanding da parte del Vice Presidente del Consiglio e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.”

In forza di tale Memorandum, Italia e Cina si impegnano a ricercare aree di cooperazione congiunta in Paesi terzi. Un primo obiettivo di questa nuova forma di collaborazione sarà l’Africa, il continente che è destinato, con la sua prorompente demografia e le sue prospettive di crescita economica, ad attirare sempre maggiore attenzione dei Paesi europei, e dell’Italia in particolare, sia per gestire il fenomeno migratorio, sia per aprire nuovi mercati al nostro sistema imprenditoriale nonché per condividere insieme ai paesi africani le sfide sulla strada dello sviluppo, della crescita economica e della sostenibilità.”

 

 

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.

SOVRANITÀ EUROPEA: COME E PERCHÈ

 

Come da noi spesso ripetuto, a prima vista si potrebbe pensare che essere europeisti ed essere sovranisti siano la stessa cosa. In un mondo normale, chi vuole che ci sia un soggetto politico europeo dovrebbe volere anche che questo soggetto sia autonomo, perché possa perseguire gli obiettivi specifici degli Europei. Invece, ci troviamo in una fase storica di schizofrenia culturale e politica, in cui, lancia in resta, i sedicenti “sovranisti” europei si raccolgono intorno a una fondazione americana (“the Movement”) che promette idee e quattrini a partiti perseguitati dai giudici, e in cui, dall’ altra sponda, si chiamano a raccolta gli “europeisti” contro i “sovranisti”, accusati, come di una colpa, di volere la sovranità dei loro rispettivi popoli. Mi sembra perciò il caso di soffermarci ulteriormente, ai fini della decisione e dell’ azione,  sulla definizione storica e concettuale dell’ idea stessa di sovranità.

Idea che è  originariamente consustanziale a quella d’Impero, come riassunto nei versi di Orazio: “Regum timendorum in proprios greges, Reges in ipsos imperium est Jovis, Clari giganteo triumpho cuncta supercilio moventis”.La sovranità    era, ed è, circondata da un’aura di sacralità: Giove, signore dell’ universo dopo la sconfitta dei Giganti, comunica ai popoli la propria volontà attraverso i re. La “sovranità” consiste dunque nel non essere soggetti a nessuno salvo che al dio supremo. Tradizionalmente, “sovrani” erano i re, che ricevevano quest’investitura direttamente dal dio, ma “più sovrano” di tutti era l’ Imperatore (romano, cinese, persiano…): “Tu regere imperio populos, Romane, memento”. Il “vero” sovrano era dunque solo un Imperatore , che non solo aveva  ricevuto il mandato celeste (il “Tian Ming” dei Cinesi), ma il cui mandato investiva in realtà l’intera umanità (l’”Ecumene”, il “Tian Xia”). Non per nulla anche oggi oggi sono veramente “sovrani” solo gl’imperi americano, russo e cinese, che hanno un respiro e delle  pretese mondiali.

Vi è dunque stata sempre un’ambiguità del concetto di sovranità: da un lato, quella “relativa” dei singoli sovrani; dall’ altro, quella universale, dell’unico Imperatore a cui veramente spetti il “Mandato del Cielo”,  e a cui i singoli “sovrani”  sono  subordinati con un rapporto di tipo “feudale” feudale. Il rapporto fra l’ Imperatore “universale” e i re “parziali” era espresso chiaramente nella massima confuciana: “L’Imperatore faccia l’ Imperatore, e i re si comportino da  re.”Di fatto però, già nell’ antichità, coesistevano vari imperi universali (Roma, Persia, Israele, Maurya, Cina, Califfato), i quali tutti rivendicavano un mandato universale, ma di cui nessuno, tuttavia, riusciva, di fatto, a realizzarlo, per limiti geografici, militari e logistici. Situazione ben poco mutata anche oggi. Gl’imperatori persiani che, istigati dai ceti sacerdotali, pretendevano di realizzare questa missione nella loro qualità di “Shaoshants”, cioè di reincarnazioni di Zarathustra, furono sconfitti dai Greci e dai Macedoni, a cui passò il “ mandato celeste” (realizzando così la “Translatio Imperii” profetizzata nel Libro di Daniele).

L’ obiettivo  di quel mandato era quello di far trionfare il dio del Bene contro il dio del Male – obiettivo che fu poi ripreso, in un quadro monoteistico, dagl’imperatori cristiani e dai califfi, i quali avevano in comune il compito di estendere l’area della “vera” religione (dilatatio Imperii, Jihad), per preparare l’Umanità al Giudizio Finale-. Per questo loro carattere sacrale, vi fu sempre,nelle monarchie monoteistiche (Israele, Roma, Sacro Romano Impero), una tensione  fra la sovranità imperiale e quella sacerdotale, che l’ Islam risolse nella figura del Califfo e Dante con la metafora dei “Due Soli”.

La pretesa delle “monarchie nazionali” di avere anch’esse una propria “sovranità”, cioè di non riconoscere alcun’autorità ad esse superiore, è resa plasticamente in quei mosaici delle chiese di Palermo in cui Guglielmo II di Altavilla riceve, come il basileus bizantino , la corona di Sicilia direttamente da un Cristo che ha le sue stesse fattezze. Con le Monarchie Nazionali nasce così l’idea di un mandato celeste per tutti i re, un’idea che s’innesta nell’ idea cristiana della “Missione delle Nazioni”, la quale  sostituisce quella, unica, d’ Israele. Le Crociate, i conflitti fra gli eredi di Carlo Magno e fra le varie dinastie califfali, e, infine,  le guerre di religione,  misero in evidenza il carattere conflittuale di queste pretese generalizzate  di  universalità, anticipando così quello che oggi viene chiamato impropriamente “nazionalismo”.

Luigi XIV  si era opposto a questa proliferazione delle sovranità, tentando di realizzare  quella monarchia universale in Europa di cui avrebbero poi parlato Montesquieu e Jouffray.

L’idea della “sovranità monarchica” era un’eredità dei grandi Stati dell’ Asia.I popoli tribali  delle selve e dei deserti (Indoeuropei, Semiti e Uralo-Altaici) avevano avuto, almeno alle origini,  un’ idea diversa di sovranità, una sovranità diffusa, che aveva  trovato espressione nel Vecchio Testamento, con le Tribù d’Israele, e, poi, nel mondo greco-romano, con l’idea di “autonomia”, tipica dell’aristocrazia guerriera che non ha un re, perché, in sostanza, ciascun “pater familias” è come un piccolo re (Ippocrate). Da quest’idea greco-romana prende avvio  tutta la mitologia “repubblicana”, che, negli ultimi 50 anni, si è convenuto (abusivamente) di chiamare “democratica”.

Nell’Impero Romano, nel Sacro Romano Impero, in Inghilterra e in Polonia, la sovranità monarchica e l’”autonomia” aristocratica vissero un equilibrio instabile (il repubblicanesimo di Tacito e di Seneca, le Diete, le Leghe, la  Magna Charta, l’ “Aurea Libertas” polacca).

Con il passare del tempo, la “sovranità” si è sempre più democratizzata: dalla “nazione”, al “popolo”, al “proletariato”, alla “gente”.In definitiva, la “sovranità” non è altro che la possibilità concreta di far valere la legittima aspirazione, di un popolo “orgogliosamente volto al mondo” (Miklos Vörösmarty), all’ autoaffermazione a livello internazionale. Autoaffermazione che, nella sua forma più alta, coincide con la richiesta al resto del mondo di tenere in conto le proprie istanze fondanti. Ad esempio, nel suo discorso al Parlamento Europeo, Orban ha definito l’identità dell’ Ungheria con riferimento ai concetti di  “antemurale della Cristianità” (che difende i confini dell’ Europa), e di “democrazia anticomunista”, che ha riscattato  con il sangue la libertà dell’ Europa. Per quanto opportuna sia l’esistenza di un’ autorità comune degli Europei, questa non potrà mai cancellare queste caratteristiche fondanti dei popoli.

Come l’America ha legato indissolubilmente la propria pretesa al controllo sul mondo alla propria esigenza di far avanzare ovunque  la modernizzazione (compito riconosciuto loro già perfino da Marx e teorizzato poi da Rostow), così la Cina sta rivendicando il proprio progetto di Nuova Via della Seta come espressione della propria  volontà di affermare a livello mondiale l’ ideale di “armonia”                 condiviso dalle “Tre Scuole” siniche (Confucianesimo, Taoismo e Buddhismo). Nel tentativo di superare gli Stati Uniti sulla via della modernizzazione, la stessa Unione Europea aveva  voluto estendere la sovranità popolare proprio a tutti, compresi gli stranieri,  fino al punto di diluirla, e, infine, di negarla. Neppure i “sovranisti” sono riusciti a rimediare a questa situazione, perché accettano nei fatti di essere diretti da un “movement” che è esterno, non solo all’ Europa, ma, ovviamente, anche agli Stati Membri.

Certo, gli antichi Imperi riuscivano ad essere veramente multietnici e multiculturali, ma questo perché non erano democratici. Anche il Regno d’Ungheria (una “nazione aristocratica”) poteva mantenere elevato il ruolo degli  stranieri (per esempio, l’aristocrazia croata), o di minoranze etniche (per esempio, gli Ebrei), perché era una monarchia, che non pretendeva, come l’Ungheria attuale, di dare il potere al popolo.

Questa incapacità, degli attuali Europei, di pensare veramente  la sovranità, è particolarmente funesta in un momento, come questo, in cui l’ Europa avrebbe un contributo fondamentale da dare all’ Umanità. Essa ha  infatti sviluppato, prima d’ ogni altro continente (Rousseau, De Maistre, Huxley, Anders, Jonas, Bahro), la consapevolezza dei pericoli del progresso, e avrebbe tutto l’interesse a (e, addirittura, il dovere di), portare avanti con decisione e autonomia la battaglia mondiale contro il dominio delle multinazionali del Web, già avviata con i dossier Google, Amazon, Facebook, e in corso circa il Copyright. Tuttavia, essa, priva, com’è, di una propria sovranità, è impedita a manifestare questa sua primaria esigenza, come comprovato dal sostanziale blocco imposto, da parte delle lobby filo-americane, a tutte le  diverse iniziative in quel campo della Corte di Giustizia, della Commissione e del Parlamento. E’ significativo che l’adesione di Salvini a “the Movement” avvenga proprio nei giorni in cui si è discusso, al Parlamento Europeo, la nuova direttiva sul Copyright (contro la quale hanno votato Lega e 5 Stelle).

 

1.La sovranità universale dell’Impero Americano

 

Con la sconfitta del progetto di Luigi XIV di monarchia universale, la “Missione delle Nazioni” era  trapassata, con Cristoforo Colombo e i Puritani, nella “Missione dell’ America” ( la “Casa sulla    Collina”). Questa missione consiste nell’imporre a tutto il mondo l’etica protestante, nella sua specifica variante puritana, che ingloba, da un lato, l’egualitarismo dei Diggers e dei Levellers, e, dall’ altro, la tecnocrazia del “Progetto Baconiano”.             Non  dimentichiamo  che  Francis  Bacon,  fondatore  della  colonia nordamericana di Terranova, è anche il profeta dell’innovazione tecnologica nella “Nuova Atlantide”, l’isola di Bensalem (in Ebraico, il “figlio della Pace”). La vittoria contestuale dell’ etica puritana e della tecnologia realizzeranno la Fine della Storia.  A partire da Giorgio Washington, da Emerson e da Whitman, gli Stati Uniti hanno dunque sempre concepito se stessi come “l’unica nazione necessaria”, in quanto “legislatori dell’ Umanità” e suoi educatori. La sovranità apparterrà d’ora in avanti al nuovo popolo eletto, che l’eserciterà attraverso istituzioni oligarchiche, nazionali e sovrannazionali (i “Poteri Forti”), accomunate dalla volontà di conquista e rigenerazione del mondo intero: “One Nation under God”.

Questo è il senso della “leadership” americana. Leadership che, a partire dalla         Seconda Guerra Mondiale, si è espressa attraverso la creazione delle Organizzazioni Internazionali, destinate a costituire come delle “longa manus” specialistiche per quest’azione americana di guida del mondo: le Nazioni Unite per dirigere  la politica mondiale , la NATO per coordinare le truppe  degli Europei, la Banca Mondiale e Wall Street per dirigere l’economia mondiale, ecc…

Anche le Comunità Europee furono promosse dal Movimento Europeo, nonostante l’opposizione di Marc e di Spinelli, con fondi provenienti dalla CIA di Donovan, dal Fulbright Program e delle fondazioni familiari dei grandi finanzieri americani. La creazione delle Comunità Europee fu deliberata per la prima volta al Congresso Americano (sempre per iniziativa di Fulbright). Sotto questo punto di vista, l’Europa postbellica era stata concepita fin dall’ inizio, per usare le parole di Brzezinski, come “un protettorato americano”. Ancor oggi, le fila delle politiche europee sono tirate da elemosinieri americani come Soros e Bannon.

Gli Stati Uniti mantengono in Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, decine di basi militari, 64.000 soldati e 150 testate nucleari, di cui la maggior parte in Germania, Italia e Inghilterra, mentre il Generale De Gaulle li aveva fatti partire dalla Francia. I servizi segreti americani possono spiare in Europa, ma quelli europei non possono spiare in America. I dati degli Europei sono custoditi da imprese americane in server sotto il controllo delle Autorità militari americane, realizzano i loro profitti in Europa ma rimpatriano i profitti esentasse. A tutti sembra normale che gli Ambasciatori Americani intrattengano stretti rapporti con i leader dei partiti europei, o che una fondazione americana s’installi a Bruxelles per coordinare i movimenti anti-UE.In queste condizioni, parlare di “sovranità” delle nazioni europee, con o senza UE, non ha semplicemente senso. E altrettanto assurdo è che, a incitare gli Europei a una maggiore sovranità mazionale, sia un sostenitore , come Bannon, dell’ “America First”. Essere “sovranisti” americani significa dirigere l’impero mondiale, mentre essere “sovranisti” italiani (o tedeschi, francesi, ecc…) sembra oggi significare, paradossalmente, voler essere comandati dall’ America.

E’ anche significativo che gli stessi  teorici ufficiali dell’Unità Europea abbiano sempre dimostrato una notevole reticenza verso il concetto di sovranità. Mentre reclamano un “trasferimento di sovranità” verso l’ Unione Europea, sono restii a permettere che quest’ultima abbia infine una propria  sovranità. L’Unione sarebbe dunque null’ altro che “un’organizzazione internazionale”, e come tale costituirebbe (come pensavano Benda, Jünger e Albertini) una semplice fase del trasferimento della sovranità a una federazione mondiale, ritenuta un positivo passo in avanti verso la Pace Perpetua, e molto simile a una presa di controllo sul mondo da parte degli Stati Uniti. Non per nulla, già Papa Wojtyla aveva ammonito a non confondere il ruolo delle Nazioni Unite con quello degli Stati Uniti. Infatti, così facendo, i teorici dell’ integrazione mondiale finivano per esaltare, indirettamente ,     la sovranità degli Stati Uniti sull’ Europa e sul modo intero, letta come un provvidenziale strumento di messa sotto controllo di Europei (e di altri popoli), giudicati incapaci di governarsi.

L’idea stessa che l’ Europa abbia “delegato” (oramai da 70 anni!) la sua difesa all’ America fa pensare che la vera sovranità sull’ Europa spetti all’ America. Ma, in realtà, le cose stanno ancor peggio: non è neppure ver che gli Europei non vogliano occuparsi della loro difesa. Essi spendono infatti per la difesa più di Russia e Cina messe insieme, e hanno più soldati degli Americani; solamente,sono costretti a  lasciare  sempre il comando, e le relative ricadute economiche e politiche, all’ America. Essi hanno quindi lo “status” che, nell’ Impero Romano, avevano i “socii” (Batavi, Mauritani, Germani, Numidi, Sarmati, Arabi, Armeni), che erano obbligati a mantenere le legioni romane che li occupavano, e, in più, dovevano fornire legioni ausiliarie che combattevano sotto il comando romano(cfr. Edward Luttwak, La grande strategia dell’ Impero Romano).

Come scriveva correttamente Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Se, né gli Stati Membri, né l’Unione, hanno la sovranità, chi deciderà dunque  sullo stato di eccezione? In realtà, mai nessun Europeo (salvo Stalin), dalla fine  della Seconda Guerra Mondiale, ha mai deciso nulla d’importante  in campo militare. Guerre importanti come quelle in Irak, in Bosnia, in Kossovo, in Irak, in Afghanistan, in Libia, a cui hanno partecipato truppe di molti Paesi  d’Europa (i massimi esempi di uno  “Stato d’ eccezione”), sono state decise unilateralmente dal Presidente americano, senza alcun dibattito nei parlamenti degli Stati. In questo senso, è perfettamente corretta l’asserzione di Putin, secondo la quale gli Europei, lungi dall’ essere degli alleati degli Americani, ne sono, in realtà, i vassalli. IE, in effetti, le schermaglie politiche europee si sono sempre mosse, e ancor oggi si muovono, nel cerchio chiuso della politica americana, con la destra europea che si ispira ai Repubblicani, la sinistra ai Democratici e, oggi, i “sovranisti”, a Trump.

 

2.Il sovranismo in Russia, in Turchia e nella UE.

Alla luce di quanto precede, risulta chiaro che la Russia e la Turchia sono invece, autenticamente “sovraniste”.  Tanto l’Impero Russo, quanto quello ottomano, avevano fin dall’ inizio una propria missione provvidenziale, in quanto eredi degl’Imperi Romano e Bizantino, la Seconda e la Terza Roma: quella di fermare l’ avvento dell’ Anticristo (nell’ Islam,”ad-Dajjal”), che oggi è celato (come scriveva McLuhan) fra le pieghe del mondo  della comunicazione. Ma c’è di più: in quanto discendenti dei popoli delle steppe, essi sono i veri depositari dello spirito tribale dell’ “autonomia” (Ippocrate, Ibn Haldun, Gumilev). La loro missione è dunque quella di fermare (come un  novello Katèchon), l’espansione dell’impero occidentale, millenaristico, tecnocratico ed omologatore (cfr. von Bader, Barcellona, Dugin…).

Ben diversa è la situazione dei singoli Paesi d’Europa, le cui asserite specifiche  “missioni” si sono rivelate ben poca cosa, squagliandosi come neve al sole (con l’ 8 settembre,con il referendum di De Gaulle ….). In effetti, anche la loro sovranità, che, secondo i “sovranisti”, sarebbe stata trasferita all’ Unione Europea, lo è stata invece all’ America. Di conseguenza, negli Stati Europei non vi è una reale libertà di pensiero, in quanto nessuno può mettere in dubbio l’ideologia americana (il “pensiero unico”); né libertà di scelta, poiché si è sempre rivelato impossibile realizzare, in quest’ Europa ”americana”, un qualsivoglia sistema economico-sociale diverso da quello USA (vedi il tentativo della Grecia) ; non ha libertà geopolitica, perché nessuno Stato è mai riuscito a uscire dalla NATO (“NATexit”), né a far fare alla NATO qualcosa di diverso da ciò che volevano gli USA, mentre invece l’ URSS riconosceva il  “diritto di secessione” delle Repubbliche, che è stato poi in ultima analisi rispettato; non ha libertà economica, perché le scelte strategichedegli Stati europei sono state sempre orientate dagli USA mediante la FED,  il cambio del dollaro, le sanzioni, i dazi, ecc…

A questo punto, che cosa vogliano di preciso i sovranisti non è per nulla chiaro. Quando fossero cessate del tutto (come possibile) le immigrazioni vero l’ Europa Occidentale, e , anzi, con il ritorno in patria (dopo la presa di Idlib) dei profughi siriani, il saldo migratorio fosse divenuto addirittura negativo (visto che già oggi la popolazione europea è stazionaria), quale sarebbe il loro prossimo passo? Qualora, come molti temono,  essi occupassero una parte importante delle istituzioni europee, come utilizzerebbero il loro nuovo potere? Per riequilibrare i poteri fra Europa e Usa, oppure per fare ulteriori regali agli USA e alle Big Five, in termini di basi militari, truppe per le guerre umanitarie, abbuoni fiscali, sanzioni contro chi non piace agli USA?

In quest’ottica, il fatto, tanto deprecato da taluni, ch’essi disgreghino l’attuale Unione Europea sarebbe il minore dei loro danni, perché l’assenza di un centro coordinatore europeo provocherebbe in automatico una vivace competizione per la formazione di un nuovo soggetto politico, probabilmente migliore dell’ attuale Unione, con meccanismi analoghi a quelli manifestatisi nella transizione fra l’Unione Sovietica e Unione Eurasiatica.

Né i sovranisti, né i loro avversari, sono stati in grado di fornire  un seppur minima definizione del “sovranismo”. Ci sta tentando Bannon, il quale per altro tiene discorsi molto diversi in Europa e in America. In Europa, egli esalta i nazionalismi dei singoli Stati Europei, ma, in America, dichiara apertamente che il suo obiettivo è quello di scompigliare le attuali filiere produttive dell’ Eurasia, tentando d’ isolare la Cina, attualmente al centro del commercio internazionale, dicendo apertamente ciò che Trump sta facendo surrettiziamente fingendo confusione mentale. Per l’Europa, un siffatto progetto significherebbe limitare ulteriormente la nostra libertà di commercio, e quindi peggiorare ulteriormente il nostro distacco rispetto i tassi di crescita, dalla Cina, e, ora, anche dell’ America.

Solo Wilders riconosce francamente  che il suo euroscetticismo è dovuto in realtà a una preferenza per l’ America, tant’ è vero che  il suo programma prevede addirittura l’uscita dell’Olanda dal Mercato Unico  e la sua adesione al trattato nordamericano NAFTA.

3.Perchè gli “europeisti”,  con tutte le loro posizioni di potere, non sono in grado di  entusiasmare gli elettori?

La pubblicistica vicina all’ “establishment” qualifica i “sovranisti” come “di destra”. A parte che, a mio avviso, le etichette legate alle ideologie sette-ottocentesche hanno perduto ogni senso da almeno mezzo secolo, resta il fatto che gli attuali sovranisti sarebbero, invece, piuttosto,un sottoprodotto delle culture della sinistra. Basti guardare alla Lega ( nata a loro tempo in ambienti gauchisti , cfr. Formentini, Bossi, Maroni, Farassino, Castelli), e ai Cinque Stelle, nati su temi “di sinistra”, come l’acqua pubblica e il reddito di cittadinanza), tutti comunque  animati da un culto feticistico del  “popolo” ( in quanto opposto alla ricerca aristocratica dell’eccellenza, che accomunava conservatori come Stuart Mill e Tocqueville, Mosca, Michels, Pareto, Croce e Gentile) e dell'”identità fra i governanti e i governati” cara a Rousseau.

Né i sovranisti, né gli ”europeisti”, hanno fatto i conti con quelli che giustamente Cacciari denunzia come un cumulo di errori della sinistra, e che io identifico innanzitutto nella complicità con la  spartizione di Jalta, nel rifiuto delle giuste critiche, da parte della Scuola di Francoforte, del concetto di “Progresso”, nell’  arrogante sottovalutazione del “socialismo con caratteristiche cinesi”, e, infine, nella riduzione dell’integrazione europea agli strumentali miti jüngeriani della Pace, dello Stato Mondiale e dell’Anarca.

E’vero che la Storia d’Europa, dalla Pax Romana all’ Apocalittica, alla “Tregua del Re”, al Progetto di Saint Pierre, al Manifesto di Ventotene, è percorsa trasversalmente  dall’idea della Pace Perpetua. Tuttavia, essa non lo è più di quanto non lo siano il filone sinico del DaGong, o l’idea stessa di “Islam”. Dunque, l’idea della Pace Perpetua non può costituire l’elemento qualificante dell’ identità europea, perché non ha quel carattere distintivo che, come scriveva Chabod, deve animare ogni identità collettiva.

E, nello stesso tempo, tutte le grandi culture (compresa, per Chabod, l’ Identità Europea)  sono percorse nello stesso modo anche da una concezione metafisica del conflitto: dai guerrieri greci “autonomoi”, allo spirito legionario dei Romani, alla figura del cavaliere medievale, agli Stati Combattenti, al Signore di Shan, a SunZu, a Cinggis Khan, al Jihad, alla Ghazwa, a Ibn Khaldun, ecc.. Infatti, ogni grande civiltà è per sua natura-come dice Papa Francesco- “poliedrica”: essa, per durare, deve contemperare opposte tendenze dell’ animo umano. Del resto, anche i classici del pensiero socialista, lungi dal fossilizzarsi, come giustificazione del comunismo, sull’ idea di Pace Perpetua, avevano posto, al centro dei loro interess,i l’aspetto conflittuale della storia: la Rivoluzione, la Lotta di Classe, la Guerra Patriottica, la lotta partigiana, le lotte di liberazione nazionale, ecc…:la Rivoluzione non è, né un ballo di gala, né una passeggiata nel parco. Come scrive Salvadori nella sua Storia del pensiero comunista, soprattutto Mao  aveva concepito la rivoluzione come fine, in quanto “la lotta è il principio fondamentale, insopprimibile, positivo della vita”,che troverà il proprio sbocco concettuale nel libroGuerra senza limiti” di Qian Liang e Wang Xiangsui.

La sinistra, sposando una visione acritica della Pace Perpetua, ha indebolito la tempra degli Europei, togliendo questo  senso della poliedricità, e rendendoli, così, indifesi nei confronti dell’ipocrisia puritana, che proclama la fine degl’imperi, mentre realizza il proprio; che afferma l’eguaglianza di tutti gli uomini, ma nel contempo deruba e stermina gl’Indiani d’America, schiavizza gli Afroamericani e contingenta gli Europei; abolisce la schiavitù formale solo per generalizzare nel mondo la schiavitù dei “call centers” e del precariato, del “politically correct” e della sorveglianza di massa.

La più calzante metafora del carattere autolesionistico della cultura “mainstream” europea è costituita dal romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, convertito nel celeberrimo libro di Kubrik: un teppista assassino viene “recuperato” alla legge e alla moralità con un’ energica cura psicologica che inibisce la sua volontà di potenza. Da quel momento, diviene la vittima di tutti, perché la violenza, formalmente repressa dall’ ideologia perbenistica, è in realtà capillarmente diffusa in tutta la società, anche quella postmoderna.

La sinistra europea (quella che, nello slang dei nerds cinesi, è chiamata sprezzantemente “baizuo”=”sinistra bianca”) “ossessionata dalla correttezza politica” per “soddisfare la propria presunzione di superiorità morale”” motivata da un’ “ignorante e arrogante” concezione del mondo occidentalistica, che “compiange il resto del mondo, rappresentandosi come la sua salvatrice“, ha così abbandonato tutti i temi classici della sinistra (le idee della rivoluzione sociale, della socializzazione dell’ economia, della programmazione economica, della difesa dei Paesi in via di sviluppo, della lotta anti-imperialista), proprio nel momento in cui queste sono divenute realistiche e vittoriose (come dimostrano il grande sviluppo della Cina, con le sue imprese autogestite come Huawei e Huaxi, la crescita del PIL di India e Africa, le vittorie di Iran, Afghanistan e Siria contro tutti i tentativi di destabilizzarle), o più necessarie (a causa dello smantellamento del ruolo del lavoro e dei diritti sociali in Europa, della crisi economica endemica, del sempre più palese “contingentamento dell’ Europa” da parte degli USA).

Soprattutto, la sinistra europea ha dato, di Marx, un’interpretazione abnorme (come scrive Cantaro, “un antimarxismo senza superamento”). Non è vero che Marx non abbia azzeccato le sue previsioni: il Manifesto dei Comunisti, scritto a metà dell’ Ottocento, ha previsto, e accelerato, la sostituzione, in corso fino ad oggi, del  “socialismo” (controllo centralizzato dell’ economia tramite organizzazioni internazionali, banche politicizzate, complesso informatico-militare, Big Five), al capitalismo industriale classico, così come il socialismo reale ha accompagnato un’ ulteriore parallela transizione  a tale controllo, che, nonostante le apparenze, è tuttora fortissimo ovunque. Che non si sia ancora passati da questo “socialismo” al “comunismo” in quanto “abolizione dello Stato” (la Singularity Tecnologica”) è ancora da vedere. Come scrive Cantaro citando Del Noce, “il marxismo andava in crisi non perché arcaico, ma perché moderno”. In altre parole, l’opera di Marx, un secolo e mezzo fa, non poteva certo prevedere la post-modernità del 21° Secolo, e, quindi, era rimasto fermo alla società industriale. Non poteva rendersi conto che l’avvento del macchinismo, di un’unica “classe generale” e del “General Intellect”, lungi dall’inverare la “kalokagathia” dell’antichità classica o la “parusìa” cristiana, avrebbe portato, se non governato  dalla cultura, semplicemente al dominio delle macchine e alla sparizione dell’Umanità. La missione dell’umanità post-moderna non è quindi più quella di accelerare il progresso, bensì di porlo sotto controllo.  Accettando che la Singularity Tecnologica costituisca di fatto la Fine della Storia, i “progressisti” stanno perdendo la loro grande occasione di antagonismo, quella di porre nuovamente al centro il primato della cultura e della politica grazie a un  “Moderno Principe”(Gramsci), in grado di opporsi vittoriosamente al Grande Fratello informatico che sta (per dirla con Alexander Rahr), “asportandoci il cervello”

Quindi, se i sovranisti sono dei demagoghi dichiaratamente amici di Trump e delle lobby americane, i pretesi “europeisti” della “sinistra”, con il loro “adeguamento” alla globalizzazione americana avevano già spianato loro la strada, palesemente sabotando la costruzione dell’Europa: boicottando la cultura alta europea, la nascita di una programmazione europea, dei campioni europei e di una classe dirigente europea,  smantellando le nostre grandi imprese e le tutele del lavoro, e aprendo la strada al dominio delle multinazionali e dei robot.

L’opinione pubblica “sente”, seppur confusamente, che loro è la responsabilità di quest’Europa invertebrata, che, non volendo battersi, sprofonda in una decadenza senza fine.

4.L’India e la Russia reagiscono alla colonizzazione digitale

Questa situazione ha, e avrà sempre più, effetti catastrofici sulla libertà, sulla cultura, sulla politica, sull’economia e sull’ occupazione. L’economia del  web esercita oggi un potere trainante straordinario su tutte le attività umane: sulla creazione di nuova cultura, non solo tecnico-scientifica, ma anche filosofica, politica, sociale, economica; sul posizionamento geopolitico nel mondo; come potenza economica; come intelligence; come “soft power”, come cyberguerra; sul PIL (gli enormi proventi delle Big Five sul mercato europeo non sul figurano, oggi, né nel PIL, né nella base imponibile degli Stati europei); sull’ insieme dei mercati (informatica, editoria, aerospazio, educazione, comunicazione, difesa, finanza, meccanica…); sulla politica (manipolazione di campagne e elettorali, fake news), sugli equilibri strategici (sorveglianza di massa, “hair trigger alert”, droni), ecc…

Il fatto che, in Europa, nessuna forza politica (tranne,  forse, il Rassemblement National di Marine Le Pen) si stia occupando veramente del problema, la dice lunga sulle politiche reali dell’ establishment europeo e sulla credibilità, tanto dei “sovranisti”, quanto degli “europeisti”.

In India e in Russia, invece, il rischio della colonizzazione digitale da parte delle Big Five americane è molto sentito. Come scrive Osama Manzar, “Secondo le definizioni (di “colonia” e di “colonialismo”), né l’India, né le sue regioni, sarebbero delle colonie. Neppure la nazione indiana è   più definibile in base alla sua semplice fisicità. Viviamo le nostre vite  fra i confini geografici dell’ India ed e quelli virtuali di Facebook, di Twitter, di Instagram, di Google, di Airbnb, di Uber e di altre centinaia di apps.”Perciò, “oggi colonizzare il  paese non richiede più un’invasione militare, ma può ottenersi anche soltanto controllando la sua vita  con un semplice click, attraverso le sue reti e i suoi dati”.Analogamente, gli Europei, e, in particolare, gl’Inglesi, erano pervenuti a dominare l’ India, partendo da società private come la East India Company,“che inizialmente erano arrivate nelle future colonie con un obiettivo puramente commerciale. Solo gradualmente queste avevano  ampliato i loro originari obiettivi, cominciando a occuparsi di politica, e assumendo infine il controllo totale”.

In base a queste e analoghe considerazioni, l Governo indiano sta approntando un disegno di legge che impone la nazionalizzazione dei dati dei consumatori indiani e favorisce la nascita di colossi indiani del web, secondo i modelli cinesi di Baidu, Alibaba e Tencent. Lo stesso tipo di ragionamenti sta inducendo la Russia a potenziare il suo motore di ricerca Yandex .

In tal modo, l’ Europa è rimasta l’unica area importante del mondo  priva di una propria industra del web, e che fa totale affidamento sulle Big Five, rinunziando a loro vantaggio a tutti i benefici dell’ industria digitale, depauperado così gli Europei di risorse finanziarie e culturali enormi, e aggravando c il crescente divario fra il nostro PIL e qyuello delle altre aree del mondo.

5.Immigrati, surriscaldamento atmosferico e robot.

Prima di giungere a una conclusione, vorrei fare una piccola digressione sui temi dell’immigrazione e dell’ ambiente, che dimostrano come, per effetto del carattere demagogico dell’ attuale sistema,  il dibattito politico aggiri deliberatamente i temi reali, per concentrarsi su pretesti e capri espiatori, come quello dell’ immigrazione. Quest’ultima, così come gl’imperi, l’apocalittica e la guerra, sono sempre esistiti. La teoria più accreditata sull’origine della specie umana è quella chiamata “Out of Africa”, che parla di un’enorme migrazione che interessò la Terra intera. Anche successivamente, abbiamo le migrazioni degli Indo-Europei, dei Fenici, dei Germani, degli Slavi, dei popoli uralo-altaici e ugro-finnici, quelle verso l’America e l’ Oceania…

Eliminare le migrazioni è impossibile; quello che tutti hanno sempre fatto è stato cercare di ri-orientarle secondo le proprie concezioni del mondo e i propri interessi geopolitici: gli Assiri deportavano i popoli sottomessi per togliere loro l’identità; i  Romani insediavano nelle province  i propri legionari; i Germani venivano nell’ Impero Romano per fare fortuna; il Jund mussulmano girava il mondo portandovi l’ Islam, così come i conquistadores portavano ovunque  la fede cristiana; gli Arabi e gli Europei rifornivano di mano d’opera schiavile Medio Oriente e Americhe; gli Stati Uniti lottizzavano le terre degl’Indiani per distribuirle quasi gratis ai coloni; la Cina costruisce ex novo intere metropoli per ospitarvi milioni di contadini inurbati…

Oggi, il fenomeno migratorio interessa prioritariamente i Paesi più grandi e più ricchi, come  la Cina e gli USA, ed, ora come allora, è retta da ferree regole di potere: selezione etnica in America, in Russia e in Israele; gravi limitazioni dei diritti dei migranti in Cina e in  Medio Oriente, ecc…Anche l’Europa ha sempre operato in questo campo con criteri selettivi fissati legislativamente: illimitato favore alla colonizzazione da parte degli Europei; limitato diritto d’immigrazione per i sudditi coloniali; divieto di immigrazione da imperi concorrenti; accordi specifici con ex sudditi; privilegi per i cittadini dei Paesi ACP e dei Paesi “associati”; libera circolazione per i cittadini comunitari; priorità ai “rifugiati”…

Per questo, le  politiche suggerite dai “sovranisti” non hanno nulla di nuovo, ma sono semplicemente l’applicazione dei principi tradizionali. Quello che cambia è la retorica: una retorica xenofoba al posto della retorica messianica tipica della cultura “mainstream”. Se i governanti fino ad ora inquadravano l’approccio all’ immigrazione  entro i concetti, tutt’altro che appropriati, di “accoglienza” e di “integrazione”, i nuovi venuti parlano piuttosto di “sostituzione etnica” e di “sicurezza”. Nessuno di questi concetti è, a mio avviso,  adeguato. Qui non si tratta, né di accogliere degli sfollati (che tali non sono persone che pagano migliaia di Euro per un lungo viaggio, certo non comodo né sicuro, ma comunque dispendioso), né di educare dei barbari (ché gl’immigrati in Europa hanno un livello culturale medio superiore agli stessi Europei). Ma non è neppure in atto quella forma di “sostituzione etnica”ch’era stata auspicata da Coudenhove Kalergi per garantire il predominio delle vecchie  élites europee, giacché l’immigrato medio (sia egli islamico o ortodosso, medio-orientale o cinese) è certamente meno succube della “Società dell’ 1%” di quanto non lo sia la piccola borghesia europea. Anzi, proprio l’estraneità dei migranti ai valori “occidentali” ne può fare un alleato perfetto del “sovranismo”.

Infine, l’immigrazione attuale è numericamente poco rilevante, se si pensa che la popolazionedella UE, nel 2017, mostrava un saldo positivo si sole 500.000 unità. La realtà vera è che l’immigrazione attuale è soprattutto un  sintomo palese dei problemi veri dell’ Europa, a cui si vuole offrire un capro espiatorio per dirottare l’odio sociale derivante dalla crisi verso obiettivi diversi dal vero responsabile, il sistema occidentale dominante, che c’impedisce di rimediare alla decadenza culturale ed economica, all’avvento delle macchine intelligenti e ai  cambiamenti climatici, che provocheranno ben presto altri, ancor più profondi, sconvolgimenti.

Anche per ciò che riguarda il clima, siamo di fronte a due opposte mistificazioni. Certo non è vero che, come afferma Trump, il problema climatico non esista. Tuttavia, esso è un problema relativo, perché esso è un fenomeno ciclico delle ere interglaciali, e il previsto innalzamento di 3 gradi della temperatura media non eccede quello delle precedenti ere . Addirittura, Vernadskij e Gumilev hanno ricondotto la nascita di tutte le grandi civiltà alle trasformazioni climatiche del continente eurasiatico, e alle conseguenti migrazioni (indoeuropee, barbariche, centrasiatiche…) durante le fasi più acute del surriscaldamento.Le ultime due, quella fra il 4000 e il 2000 a.C. e quella medievale, hanno coinciso con due fasi di grande sviluppo della civiltà: la prima, con quelle dell’Egitto,della Mesopotamia e della Cina; la seconda, con le Crociate,l’ economia comunale e la “pax mongolica”.

Oggi, il surriscaldamento atmosferico colpisce aoprattutto gli Stati Uniti, il Sahel, l’Oceano Indiano e il Mar della Cina, provocando potenziali migrazioni soprattutto verso il Canada, la Russia e la Groenlandia, destinati a uno sviluppo straordinario proprio grazie all’evoluzione del loro  clima, che diverrà temperato – permettendo, con lo sfruttamento di nuove risorse,  di un mantenere anche un miliardo di persone. Che ciò sia realistico è confermato dal fatto che, secondo le sacre scritture persiane, gli antichi Ariani  avrebbero vissuto, durante un intervallo interglaciale, nel Circolo Polare Artico, e che la Groenlandia fu chiamata così nel Medioevo per la sua natura verdeggiante.

Purtroppo, una strategia per il controllo politico di questo fenomeno non è sancora emersa. I rapporti (di sinergia o di conflitto) in funzione di quelle previste “migrazioni di popoli”, fra Russi, Cinesi e Islamici,  fra franco-canadesi, anglo-canadesi e immigrati, e  fra Inuit, Danimarca, UE, Cina e America in Groenlandia, sono ancora allo stato fluido, anche se le colossali esercitazioni russo-cinesi in corso in Siberia ci fanno sospettare che qualcosa si stia muovendo.

Infine, paradossalmente si discute senza tenere alcun conto del fenomeno fondamentale che sta sconvolgendo la storia dell’ Umanità: la sostituzione degli uomini con le Macchine Intelligenti, questa, sì, vera “politica di sostituzione etnica”, che metterà in ombra le polemiche postume dei sovranisti sul “Piano Kalergi”.

5. 2019:costruire “l’ Europa come Katèchon”

E’ certamente giusto che, in vista delle elezioni europee del 2019, i vari schieramenti politici si confrontino con l’obiettivo di raggruppare le forze nel Parlamento Europeo,  per trasformare quest’ultimo, da insignificante punto d’incontro di miriadi di partitini provinciali, qual’esso è oggi, in un luogo dove si scontrano le grandi visioni dell’ Europa. Peccato, tuttavia, che il bassissimo livello della riflessione politica dei principali schieramenti renda particolarmente difficile raggiungere questo obiettivo. Molti dei  libri  di Alpina sono stati dedicati precisamente ai temi sopra esposti. Essi si rivelano, oggi, non solamente attuali, ma, addirittura, profetici e inaggirabili. Basti pensare a “10.000 anni d’Identità Europea”, che ricostruisce con un approccio anti-ideologico l’origine della nostra memoria storica;  “La Fine delle Egemonie”, che anticipa la fine dell’egemonia americana; “100 idee per l’ Europa”, che avviava, in relazione alle Elezioni Europee del 2014,  il metodo comparativo nello studio dei programmi dei partiti politici europei; “Re-Starting EU economy via Knowledge Intensive Industries”, che affronta il problema dell’ assenza di giganti europei del web; “DA QIN”, che “legge” l’integrazione europea alla luce della Belt and Road Initiative, e, infine, “Modello sociale europeo e pensiero cristiano”, che punta al rilancio del carattere sociale dell’integrazione europea.

A parziale rettifica delle posizioni sostenute in questa nostra  ormai ricca bibliografia, ho l’impressione che neppure per queste elezioni si potrà realizzare l’obiettivo bi-partisan di un’alleanza generale per l’ Europa pur nel rispetto delle differenze antropologiche, culturali, etniche e religiose. Troppo forte è la volontà d’inscenare un’ennesima polemica fittizia per distrarre l’attenzione degli elettori dai problemi reali.Siamo comunque sulla buona strada, perché i dibattiti al Parlamento, come quello del 12 settembre passato, si stanno gradualmente avvicinando, seppure controvoglia, ai  problemi reali degli Europei (rapporti con le Big Five, definizione dell’Identità Europea e di quelle dei singoli popoli d’ Europa).

Per questo, mi sembrerebbe oggi un obiettivo più realistico quello di ricercare una “terza via”, autonoma dai due principali schieramenti che si stanno formando: una terza via fondata sulla decostruzione delle narrative, tanto dei “sovranisti”, quanto  degli “europeisti”, sul recupero della cultura “alta” europea e di una storia culturale non mistificata, sull’ autonomia dagli Stati Uniti e sull’ edificazione di un potere digitale europeo avente la forza di dirottare il presente “trend” verso il dominio delle  Macchine Intelligenti.

TASK FORCE CINA DEL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

Lunedì, 20 Agosto 2018

Trasmettiamo qui di seguito il testo del Ministero dello Sviluppo Economico, con il quale si comunica la creazione della nuova Task Force del Ministero, che si affianca a quella italo-russa. Da Lunedì, il Sottosegretario Geraci sarà in Cina per sviluppare le attività della nuova task force.

Il MISE lancia la Task Force Cina

Il Ministero dello Sviluppo Economico, su impulso del Vicepresidente del Consiglio e Ministro Di Maio e del Sottosegretario Prof. Geraci ha costituito la Task Force Cina, un meccanismo operativo di lavoro, cooperazione e dialogo fra Governo, associazioni di categoria e società civile, volto all’elaborazione di una nuova strategia nazionale di sistema, destinata a rafforzare le relazioni economiche e commerciali con la Cina.

La costituzione della Task Force è una iniziativa che s’inserisce nelle linee guida per l’internazionalizzazione definite dalla Cabina di Regia presieduta da Mise e MAECI, in costante concerto con MEF, MIUR, MIT, MIPAAFT, Ministero degli Interni e MIBAC. Essa si colloca nel solco di continuità tracciato dalla visita di Stato del Presidente della Repubblica Mattarella in Cina del febbraio del 2017.

La Task Force Cina verrà coordinata dalla Segreteria del Sottosegretario Geraci e si avvarrà del contributo, output e know-how delle Direzioni Generali del Mise e del MAECI competenti in materia di politica commerciale internazionale e di internazionalizzazione e promozione degli scambi e del retreat annuale di Yanqi Lake coordinato dall’Ambasciata d’Italia in Cina.

La velocità con cui la Cina sta trasformando il proprio sistema rende obsoleti molti degli schemi di analisi tradizionali dello sviluppo economico. La costituzione della Task Force Cina è quindi dettata, inter alia, dall‘opportunità di costituire un meccanismo di analisi in grado di reagire alla stessa velocità, onde evitare di restare a guardare passivamente l’asse mondiale spostarsi verso est.

Tra gli obiettivi primari della Task Force si evidenzia quello di potenziare i rapporti fra Cina e Italia in materia di commercio, finanza, investimenti e R&D e cooperazione in Paesi terzi, facendo sì che l’Italia possa posizionarsi come partner privilegiato e leader in Europa in progetti strategici quali la Belt and Road Initiative e Made in China 2025.

“Il cambiamento che vuole realizzare questo Governo – ha dichiarato il Sottosegretario Prof Geraci –in uno spirito armonico e di concertazione con tutte le parti interessate, passa anche attraverso la costituzione di questo innovativo strumento di riflessione, analisi e intervento di cui ci vogliamo dotare per fornire una risposta concertata e ben informata nel dialogo con la Cina. Questa Cina, che ha lanciato il suo ambizioso programma di avanzamento tecnologico Made in China 2025 e che ha un immenso mercato interno sempre più desideroso di beni di qualità, presenta per l’Italia sia dei rischi (in quanto sempre più concorrente diretto nel comparto manifatturiero), ma anche delle imperdibili opportunità, sia sul piano dell’incremento del nostro export sia per quanto riguarda l’attrazione degli investimenti: è giunto il momento per l’Italia di cogliere queste opportunità e cavalcare l’onda cinese, invece di lasciarci travolgere da essa. Nei miei dieci anni vissuti in Cina ho constatato che agire in modo individuale e disconnesso è una strategia perdente nei confronti della Cina: è invece utile avere un approccio sistemico”.

La Task Force, che viene istituita nell’imminenza della prima missione istituzionale del Sottosegretario Geraci in Cina a fine mese e che avviene in vista dei due grandi appuntamenti fieristici di Shanghai e Chengdu del prossimo autunno, sarà aperta – come quella già istituita nelle scorse settimane sul Libero Scambio – ai contributi di tutte le parti sociali interessate, e al mondo delle università, think-tank e della consulenza, e organizzerà una serie di incontri a frequenza regolare in cui si affronteranno di volta in volta a 360 gradi temi specifici prendendo in considerazione tutte le variabili in gioco.

Chiunque volesse partecipare ai lavori e alle discussioni della Task Force Cina è pregato di contattarci per registrare il proprio interesse all’indirizzo segreteria.geraci@mise.gov.it.

Appendice

Più in particolare, la Task Force avrà l’intento di:

  • Incentivare l’ingresso in Italia di capitali strategici e gli investimenti diretti di natura greenfield.  Gli investimenti cinesi in Italia (appena 25 miliardi di dollari nel corso dell’ultimo decennio) non solo rimangono ben al di sotto degli investimenti cinesi in paesi quali il Regno Unito (che ha ricevuto ben 75 miliardi dalla Cina) ma rimangono anche focalizzati prevalentemente su attività di M&A. Dei 25 miliardi di dollari entrati in Italia negli ultimi 10 anni, neanche 200 milioni sono stati investiti in attività greenfield, contro i 6 miliardi investiti in progetti greenfield nel Regno Unito, 1,4 in Germania e addirittura 2,2 in Grecia e 1,8 in Ungheria, col conseguente limitato impatto per l’Italia in termini di valore aggiunto, trasferimento di know-how tecnologico e livelli occupazionali. Dopo un attento e dettagliato esame della struttura di incentivi in essere (includendo incentivi fiscali e regolamentari), e allo scopo di renderla più efficace in termini di stimolo agli investimenti, la Task Force Cina proporrà una serie di misure atte a ricalibrare il regime di incentivi vigente in Italia.
  • Favorire gli investimenti cinesi in titoli di Stato e di imprese private allo scopo di garantire all’Italia una maggiore diversificazione e stabilità nelle fonti di finanziamento del debito pubblico e delle attività delle imprese pubbliche e private (con la conseguente riduzione nel rischio e costo del finanziamento), tenendo anche conto dell’imminente fine del programma di quantitative easing da parte della Banca Centrale Europea, e offrendo allo stesso tempo alla Cina opportunità di investimenti di portafoglio con ritorni relativamente più attraenti.
  • Promuovere l’export italiano in Cina e il turismo cinese in Italia. L’Italia stenta a capitalizzare e far leva sulla forza del brand “Made in Italy” in quello che è diventato il primo mercato mondiale in termini di importazioni e domanda interna, nonché il principale motore della crescita economica e del turismo globale. Il valore delle esportazioni italiane rimane limitato, nonostante qualche segnale di miglioramento. Ad oggi la Francia esporta circa il 35% in più dell’Italia in termini assoluti, la Svizzera più del doppio e la Germania 5 volte di più.
  • Assistere le imprese italiane del comparto agro-alimentare a cogliere le opportunità di esportazione e/o di internalizzazione e localizzazione in Cina facendo leva sul crescente focus da parte della Cina sulla sicurezza e qualità dell’approvvigionamento alimentare.
  • Facilitare l’espansione in Cina e in Italia della Green Economy. A fronte di un serio problema di inquinamento legato ad un tasso di sviluppo economico eccezionalmente elevato, la Cina è diventata un attore globale cruciale nella Green Economy, in settori quali le energie rinnovabili e i trasporti. In quest’ultimo settore, per esempio, la Cina si è posta il target di raggiungere un parco di auto circolanti elettriche di 35 milioni già dal 2022. Obiettivo della Task force quello di coinvolgere le imprese italiane nello sviluppo della Green Economy in Cina, e quello di favorire il trasferimento di know-how e capitali cinesi in materia in Italia.
  • Aiutare le imprese italiane ad agganciare i programmi di investimenti cinesi finanziati dalla Belt and Road Initiative, sia in Cina che lungo tutta la tratta della nuova Via della Seta, stimolando allo stesso tempo gli investimenti e il trasferimento di know-how cinesi per lo sviluppo delle reti di Infrastrutture, Energia e Trasporti in Italia. Con 25.000 chilometri di rete di treni ad alta velocità già realizzati, ed altri 21.000 chilometri in programma, per citare solo uno dei tanti possibili esempi, la Cina è attualmente il paese che più di ogni altro al mondo possiede la miglior conoscenza nel settore dello sviluppo di infrastrutture.
  • Valorizzare i meccanismi di collaborazione scientifica e R&D fra istituti e laboratori di ricerca, Università e imprese, anche mediante programmi di interscambio di studenti, ricercatori, scienziati e tecnici allo scopo di facilitare lo scambio di know-how tecnologico e i rapporti culturali fra i due paesi.
  • Rafforzare la cooperazione con la Cina in Africa. La Cina può aiutare l’Italia a risolvere il problema dell’immigrazione aiutando l’Africa: la Cina è il paese che più ha investito in Africa (già 340 miliardi di dollari, molti di più dei soli 70 miliardi stimati normalmente dagli analisti), con effetti che sono già visibili in termini di impatto sui tassi di povertà e che nel lungo periodo dovrebbero gradualmente contribuire a far diminuire i flussi migratori verso l’Europa. Il coinvolgimento della Cina in Africa offre all’Italia un’opportunità storica di cooperazione internazionale per la stabilizzazione socioeconomica del continente, cruciale non solo per una soluzione sostenibile e solidale del problema dell’immigrazione ma anche per le opportunità economiche che sorgeranno nel continente per le imprese italiane.

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NE’ CON SOROS, NE’ CON BANNON, MA CON L’EUROPA Contributo a una “rettifica dei nomi” dei nuovi schieramenti europei.


Un tempo si diceva che, con l’avvento della democrazia, era finita la diplomazia segreta, e ci si avviava verso un’epoca di trasparenza. Tutto ciò sarà anche parzialmente vero, però oggi stiamo assistendo a un’altra, non meno grave, forma di opacità: la politica trasformata in sceneggiata, che non ci permette più di capire che cosa sia vero e che cosa sia falso nelle grandi questioni che riguardano l’Umanità (la questione delle “fake news”, ma portata all’ ennesima potenza). In questo modo, si impedisce che il tanto decantato processo democratico possa mai portare a una qualsivoglia decisione concreta, e, questo, in un mondo in cui decisioni drammatiche debbono essere assunte in ogni momento, e quindi vengono prese in un modo assolutamente opaco da alcuni individui, spesso occulti.

Il caso più preoccupante è quello del Presidente Trump, che, prova, qua e là, a realizzare  (giuste  o  sbagliate  che  fossero)  le  promesse fatte agli elettori, per essere poi rimbeccato e violentemente contestato da tutto l’ “establishment”, e, quindi, rimangiarsi (almeno formalmente), tutto quanto detto e fatto fino al giorno prima. Sicché, tutti insieme, gli Americani riescono a occultare, con quella che Nixon chiamava “tattica del pazzo” (quello che ora Trump chiama ‘l’elemento sorpresa’), quali siano le reali intenzioni dell’America: « È importante che ‘i pianificatori non siano troppo razionali nel determinare […] quali siano gli obiettivi che contano di più per l’oppositore”, che vanno comunque tutti colpiti. “Non è bene dare di noi stessi un’immagine troppo razionale o imperturbabile”. “Il fatto che gli USA possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte dell’immagine che diamo in quanto nazione.” È “giovevole” per la nostra condotta strategica che “alcuni elementi possano sembrare fuori controllo”. »

Ricordiamo solo alcune delle prese di posizione di questa Presidenza: introduzione di dazi commerciali contro tutti i principali Paesi del mondo; cancellazione dei trattati sul clima e con l’ Iran; spostamento dell’ ambasciata in Israele, da Tel Aviv, a Gerusalemme; la definizione dell’Europa come “nemico”; la minaccia di ritirare 35.000 soldati dalla Germania se gli Europei non aumentano le spese militari al 4% del PIL(800 miliardi di dollari) l’anno; la proposta a Macron di lasciare la Unione Europea; l’invito a Theresa May a farle causa, e, all’ Europa stessa, di abbandonarla….Dietro di esse c’è certamente una logica, e questa è che gli USA resteranno ancora per poco tempo così forti da  potersi imporre con le minacce e con i ricatti, perché dopo comincerà un’era veramente multipolare in cui la voce degli altri Paesi del mondo li sovrasterà.

La “politica come sceneggiata” rende comunque  difficile non farsi travolgere dai riflessi condizionati deliberatamente provocati dai potenti e dai sistemi di comunicazione di massa. A mio avviso, il modo migliore per opporvisi è fare, di tempo in tempo, un’opera di chiarificazione dei concetti: quella che Soctate chiamava “maieutica”, e Confucio “Rettificazione dei nomi”. Mi avvarrò, nel fare questo, di riferimenti incrociati ad articoli pubblicati in questi giorni da autorevoli giornalisti su vari giornali italiani.

 

 

1.Gl’irreali schieramenti attuali

 

 

Non più affidabilmente di quella americana si comporta  anche la classe dirigente italiana (vecchia e nuova), divisa nei tre improbabili partiti dei “sovranisti”, degli “europeisti” e degli “antiamericani”:

 

 

-i pretesi “sovranisti” affermano di voler riaffermare la sovranità nazionale (cioè degli spesso improbabili Stati nazionali sette-ottocenteschi), ma, paradossalmente, se la prendono, come capro espiatorio, proprio con quell’Unione Europea, che è la principale stampella su cui si appoggiano tali obsoleti Stati, e non, invece, con gli Stati Uniti, che da 70 anni occupano proprio tali Stati -esemplificazione eclatante della loro  “non sovranità” – ( Steve Bannon, come già Zbygniew Brzezinski, la chiama, senza mezzi termini, “protettorato”-), e ora si permettono addirittura di dichiarare l’Europa come “loro nemico” , nonostante la cieca obbedienza a i loro ordini per tutti questi anni. Ora che Bannon si propone espressamente di orientare, finanziare e inquadrare i movimenti “sovranisti” europei nello stesso Parlamento europeo, i “sovranisti” ci dovranno spiegare di chi essi difendono la sovranità: dell’ Europa o dell’ America?;

 

 

-i pretesi “europeisti”, che si limitano (come ci ricorda, su “Il Sole 24 Ore”, Sergio Fabbrini), a ripetere all’ infinito i presunti meriti delle Comunità Europee e dell’Unione Europea, ma senza avanzare alcun programma concreto, e   (aggiunge Rumiz su “La Repubblica”), con “uno spaventoso vuoto narrativo”. Infine, essi sembrano difendere più   l’”Occidente” che non l’ Europa,  vista la loro “totale assenza di passione per l’ Europa”(Rumiz). Molti di costoro hanno inizialmente sostenuto l’internazionalismo comunista, poi quello gauchista, poi ancora quello delle multinazionali e della Rete, e ancora oggi tifano per la Clinton, per Obama e per Soros;

 

 

-i pretesi “antiamericani”, che, prima delle elezioni, erano diventati numerosissimi, a sinistra come a destra, perchè inseguivano gli umori della maggioranza degli elettori,  e, dopo le elezioni, sono letteralmente scomparsi, con gli scongiuri di non voler mettere in discussione la NATO (mentre la può mettere in discussione lo stesso Presidente degli Stati Uniti), con i loro precipitosi viaggi a Washingron, con gli applausi a Steve Bannon, ennesimo “avatar” dell’egemonia americana, questa volta teorizzata dalla destra di Trump per “americanizzare”, infine, dopo il centro e la sinistra, anche i “sovranisti”.

 

 

In realtà, dietro a tutti questi gruppi si vedono sempre all’opera le eterne lobbies americane e filo-americane, che si  sono da sempre travestite nei  modi più svariati  per orientare meglio gli Europei: ieri Lafayette, Dupont de Nemour, Talleyrand, Mazzini, Trockij, la Banca Schroeder, i “servizi deviati”; oggi, “le cancellerie”, , le holding editoriali, i “think tanks” trasversali. Non per nulla, Bannon parla di “riorientare” (cioè mettere in riga) “i Paesi amanti della libertà”(cioè i passivi alleati degli USA), vale a dire di consolidare con mezzi diversi un ”Occidente” che le politiche dei globalisti americani hanno ormai screditato e polverizzato.

 

 

Un esempio tipico dei discorsi di queste lobbies è fornito dall’articolo su “La Stampa” dell’ Ambasciatore Massolo, che incitava, come sempre, gl’Italiani alla “politica dei due forni”, attaccandosi, ora alla greppia americana, ora alla greppia russa, senza rivendicare mai  un’ autonoma missione civile, e svalutando, per questo, il  ruolo dell’ Europa.   La quale ultima è oggi invece  indispensabile, seppure in forme radicalmente nuove, almeno per sopravvivere nello scontro fra le grandi potenze, a cui non possono opporsi solo calcoli opportunistici: si può lottare solo se si ha una diversa visione di se stessi e dell’ Umanità.

 

 

2.L’Europa autentica

 

 

Oggi più che mai, nessuno si prende veramente cura dell’Europa, intesa quale insieme di popoli concreti, con le loro terre, le loro culture, le loro ambizioni, le loro rivendicazioni, in leale, ma ferma, competizione, con il resto del mondo, senza pretese colonialistiche ma anche senz’ alcuna tolleranza per i “diktat” da parte di chicchessia.

 

Nel fondo della loro anima, questi nostri popoli non s’identificano, né con il mitizzato, ma fortunatamente inesistente, “ceto medio”, che si pretenderebbe decerebrato e facile preda della demagogia, né con l’ipocrita retorica millenaristica e puritana, che ha predicato per secoli libertà, fraternità ed eguaglianza, per tendere possibili, in realtà, un generalizzato razzismo, la Tratta Atlantica, il Trail of Tears, il terrore rivoluzionario e la bomba atomica, né, infine con le smargiassate dei tanti pseudo-rivoluzionari, che, da sinistra o da destra, hanno esaltato per decenni le lotte di liberazione di tutti i popoli del mondo, ma non ne hanno avviata neppure una, che sarebbe spettata proprio a loro: quella dell’ Europa.

 

Ma qual’ è l’”anima” del nostro Continente?

 

 

Rumiz vorrebbe che si “narrasse con l’anima” il nostro Continente. Ma siamo sicuri che quei pochi che, come lui, stanno cercando di farlo, stiano raccontandoci l’Europa vera, quella che emerge chiaramente dalle nostre culture e dai nostri monumenti, e non il, ben diverso, “Occidente”? Già Freud lamentava che “la coscienza europea” occultasse l’ “identità Europea”:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 il radicamento dell’ Europa nelle religioni monoteistiche, nella tecnica o nella sintesi liberal-democratica volutamente non definisce l’ Europa nella sua essenza, bensì si limita ad enumerare dei fenomeni comuni a vari Continenti. Come tale, esso non serve per guidare il comportamento degli Europei così come l’“American creed” guida quello degli Americani.

 

Vogliamo invece parlare qualche volta d’Ippocrate, di Leonida, di Dante, di Podiebrad, del “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, della “finlandizzazione” di   Czartoryski, dei “Buoni Europei” di Nietzsche, della “Religione della Libertà” di Croce,  della Costituzione Europea di Galimberti, della “Sfida Americana” di Servan-Schreiber? Questi sono i rari personaggi, momenti e passaggi in cui l’Europa è stata evocata apertamente e specificamente, secondo l’ insegnamento di Chabod, come alternativa ad altri modelli: gli “Europaioi” definiti come liberi nel senso di “autonomoi”, l’Italia come “giardin dell’ Impero”; il patto pacifico fra i sovrani, seguendo l’esempio unitario della Cina; la “Nazione Cristiana” di Novalis e di Alessandro I; la “Force de Frappe” gaulliana. Tutte cose cancellate invece dalla memoria collettiva attraverso scelte politiche ufficiose dei Governi tenute praticamente segrete, come quella operata dai Ministri della Cultura di Blois, consistente precisamente nell’ignorare la storia dell’ Europa prima del 1945.

 

Secondo  questa cosiddetta “memoria condivisa”, l’ integrazione europea nascerebbe all’ improvviso, come per miracolo, per il solo effetto dello spavento per le atrocità della II Guerra Mondiale. L’identità europea sarebbe quindi soltanto la sommatoria delle ideologie che si sono imposte a partire da quella.  Ma, a quel punto, come fare a dare delle  priorità al governo dell’ Europa,

 

 

3.Prepararsi al peggio


Al di là di ogni considerazione europea, questa “tattica del pazzo” costituisce un pericolo permanente per la sopravvivenza dell’ Umanità, perché la drammatizzazione artificiale di ogni trattativa, tipica dei negoziati finanziari o forensi, trasposta in campo geopolitico, può portare fino alla guerra totale.

 

Ma anche a prescindere da Trump, scrive Roberto Castaldi su “L’Espresso”, oggi “l’Europa è un vuoto di potere, una bassa pressione, intorno a cui si concentrano crisi geopolitiche”, e questo costituisce un ulteriore pericolo. Tuttavia, c’è da chiedersi se i vetusti suggerimenti proposti da  Castaldi, come la comunitarizzazione della “Force de Frappe” (che pure sarebbe da se sola una rivoluzione), siano sufficienti in un momento dominato, come il nostro, dalla cyberguerra e dalle guerre asimmetriche, di fronte alle quali i pochi missili nucleari francesi, contrariamente che ai tempi di De Gaulle (quando erano “à tous les azimuts”, cioè puntati anche contro gli USA), sono oramai ben poca cosa.

 

Infatti, come scrive su “La Stampa” Gianni Vernetti, il declino dell’egemonia americana porterà a un conflitto per il controllo del nostro Continente, a cui gli Europei devono essere preparati, per non subirlo passivamente, bensì per divenirne, al contrario, i vittoriosi protagonisti. Dunque, è forse un problema già il fatto che Trump sia molto titubante a tener fede alla clausola (per altro puramente cartacea) dell’ art. 5 del Trattato NATO, che impegna i firmatari alla difesa reciproca contro attacchi di terzi, ma ben  più grave è che Trump abbia qualificato gli Europei come “dei nemici”. Chi, infatti, dopo De Gaulle, ha approntato strumenti di difesa “à tous les azimuths”, vale a dire anche contro un’eventuale aggressione americana (che sarebbe coerente con certi atteggiamenti di Trump)?

 

Speriamo che tutto possa risolversi pacificamente, con l’accettazione di quel naturale riorentamento progressivo dell’ Europa verso l’Eurasia, tanto aborrito da Brzezinski e da Bannon, che permetterà  in primo luogo di rovesciare pacificamente l’innaturale rapporto di forze all’ interno dell’ Occidente. Segnaliamo per altro anche l’interessante scelta, da parte di due intellettuali belgi, di arruolarsi come volontari nelle truppe del loro Paese, col deliberato proposito di acquisire quelle competenze militari che forse saranno purtroppo necessarie agli Europei in quel frangente: “si vis pacem, para bellum”. Basti pensare a come è stato facile destabilizzare, con le “primavere arabe”, cinque importantissimi Stati a noi vicini, provocando una micidiale guerra internazionale, più lunga della Seconda Guerra Mondiale.

 

4.Le elezioni del 2019

 

 

Visto che tanto i “sovranisti”, quanto gli “europeisti”, si stanno preparando a presentarsi come coalizioni possibilmente coerenti alle prossime Elezioni Europee, spero che tanto gli uni, quanto gli altri, porgano orecchio a questi nostri argomenti. Né gli uni, né gli altri, devono dimenticare che se, insieme, essi coprono la totalità del Parlamento Europeo, invece, l’enorme maggioranza degli Europei non è rappresentata da nessuno dei loro uomini : alcuni, perchè appartenenti a Paesi Europei non facenti parte della UE; gli altri, perchè, pur potendo votare per il PE, si rifiutano maggioritariamente di farlo, essendo contrari alle politiche di tutti gli attuali partiti organizzati, tutti egualmente indifferenti alle vere sorti dell’ Europa e mossi da ben altri interessi.

 

 

A queste centinaia di milioni di Europei, occorrerà proporre, come afferma l’omonimo manifesto firmato da molti intellettuali europei tra cui Rémi Brague e Chantal Delsol, “Un’Europa a cui possiamo credere”.

PROTEZIONISMO E INFORMATICA, In margine alla multa di Google

L’’imporsi dell’ informatica come fenomeno centrale del XXI Secolo ha stravolto,  già di per sé, molti dei presupposti -filosofici, politici, economici e giuridici- delle società contemporanee, a partire dalle idee di libertà, di Stato e di concorrenza, rendendo obsolete, tra l’altro, le vecchie ideologie e le vecchie scuole economiche e giuridiche. E’evidente, infatti, che le Big Five non sono soltanto delle imprese, ma corrispondono anche, contemporaneamente,  a ciò che un tempo erano     gli Stati, le Chiese e i servizi segreti. Difendere l’Umano contro i Big Data e l’uomo artificiale richiede molta più energia e ingegnosità che non difendere i cittadini  separatamente contro lo Stato, la Chiesa o la repressione poliziesca, come si era fatto nel ‘600 con l’Habeas Corpus, nel ‘700 con il Toleration Act, o nell’ Ottocento con le costituzioni liberali.

Per questo le Autorità americane stanno giustamente ripensando all’intero impianto della legislazione antimonopolistica, nata proprio in America per difendere, prima che i consumatori, la stessa democrazia, la quale non può coesistere con un potere preponderante, superiore a quello di Stato, Chiesa e polizia messe insieme. Infatti, le Big Five spiano quotidianamente ciascuno di noi, a cominciare dal Papa e dal Presidente degli Stati Uniti, manipolano le elezioni in tutti i Paesi del mondo, ma soprattutto in America, rivendono i nostri dati acquisendo un potere economico che permette loro di acquistare aziende aerospaziali e interi territori, catene editoriali e fabbriche automobilistiche, catene distributive e fabbriche di robot: distruggendo l’intero ceto imprenditoriale e gran parte di quelli tecnici e operai, in tutto l’ Occidente.

Ma, per fermare le Big Five, non resta che ricreare la concorrenza (per esempio, quella dei concorrenti europei che oggi non ci sono).

La polemica forzata di Trump contro la decisione della Commissione ha se non altro il pregio di mettere in evidenza una serie di verità lapalissiane che tutti hanno preferito ignorare per molti decenni. Al di là dei mutevoli e mistificati rapporti in politica interna, vi è una sostanziale convergenza fra, da un lato, il perpetuarsi dello strapotere delle Big Five, e, dall’ altra, le politiche protezionistiche, aperte o nascoste, dello Stato Americano, di oggi e di ieri.

1.L’informatica quale arma suprema del XXI Secolo

Dato, infatti, il carattere centrale dell’ informatica nella società di oggi, e, soprattutto, di domani, essa rappresenta oggi l’arma suprema, superiore perfino a quella nucleare. Come ha detto il Presidente Putin, “chi controlla l’ Intelligenza Artificiale controlla il mondo”. Questo l’avevano scritto per primi Eric Schmidt e Jared Cohen, membri del CdA di Google: “mentre,  nel XX Secolo, era stata la Lockheed a guidare l’America alla conquista del mondo, nel XXI secolo, questo compito spetterà a Google”. D’altra parte, questo lo sapeva per primo il Department of Defence americano, che, in piena Seconda Guerra Mondiale, aveva lanciato “AAA Predictor”, un programma che aspirava  nientemeno che a prevedere le mosse del nemico. Se non è questa l’Intelligenza Artificiale! E, nello stesso modo, lo sapevano  i vertici del PCUS, che, dal 1983, avevano affidato la decisione della eventuale rappresaglia nucleare, a un sistema informatico detto “OKO” (Occhio).

E’ questo il motivo per cui tutti gli Europei (Governi, Istituzioni, partiti, imprenditoria) non hanno mai fatto nulla contro lo strapotere delle Big Five, concepito come una semplice e logica estensione della cessione agli Stati Uniti del diritto di pace e di guerra. Ed è questo per cui il seppur modesto attacco odierno della Commissione alla Google viene descritto da Trump come un’insopportabile prevaricazione degli Europei, che va repressa al più presto.

L’approccio di Trump si differenzia perciò da quello di Obama solamente per lo stile. L’Amministrazione Obama si era illusa di rendere irreversibile il predominio delle Big Five (e, quindi, del proprio Complesso Informatico-Militare), attraverso il TTIP e il TTP, mettendo al bando  come “protezionismo” ogni misura volta a rafforzare le nascenti industrie europea e giapponese del Web Poiché non si sono potuti stipulare i due trattati, si è scelto ora il rude approccio di Trump: non potete multare la Google (seppure applicando la normativa antitrust, che è un prodotto del liberismo giuridico americano) perché la Google è americana, e gli Europei stanno già  traendo fin troppi  vantaggi (quali?) dalla cooperazione con l’America. L’atteggiamento di Trump è simile a quello del lupo nella favola di Esopo/Fedro e Lamartine, in cui  questo  animale divora l’agnello dopo averlo accusato di una colpa irrisoria e comunque impossibile (avere sporcato l’acqua d’un ruscello quando in realtà era l’agnello ad essere a valle del lupo).

2.L’insostenibilità della subordinazione europea

Addirittura, l’insufficienza economica, a parere di tutti, della multa miliardaria comminata a Google dalla Commissione, rispetto all’ enormità dei danni causati dall’ impresa, mette a nudo l’insostenibilità di un tipo di rapporto, fra Europa e America, fondato su una totale sproporzione di potere. Infatti, già soltanto  mantenendosi entro i ristrettissimi limiti del diritto europeo positivo (ripetiamolo, di origine americana) esisterebbero  strumenti ben più efficaci, come l’”order to divest”, che nessuno si sogna però neppure di suggerire. Ricordo che questa soluzione era stata applicata fin dagli inizi dell’antitrust americano a conglomerate, come la Standard Oil, ben meno minacciose che non le Big Five di oggi. Quanto poi alle diatribe euro-americane, avevo avuto modo già negli anni ’70 di assistere ad un “order to divest” piuttosto discutibile, quello contro la SKF svedese (per cui lavoravo), evidentemente per favorire i suoi concorrenti americani.

Ma c’e di più: sempre secondo la stessa teoria liberistica, lo Stato deve intervenire nell’ipotesi di un “fallimento del mercato”. Ebbene, questo è appunto il nostro caso, perché, senza un aiuto dello Stato (o meglio dell’ Unione Europea), un’industria europea del web non sorgerà mai, e, quindi, in Occidente non sorgeranno mai dei concorrenti delle Big Five come Alibaba o Baidu in Cina .E giacché, senza un’industria informatica autonoma, non è possibile, né una politica di difesa, né un’industria delle comunicazioni, né un sistema commerciale efficiente, né un’industria dei trasporti, ecc…, se l’ Europa non si dota della sua autonoma  industria del web, essa sarà condannata a una decadenza rapidissima, sul genere di quella che stiamo già sperimentando in Italia, dove da più di un decennio,  la “crescita”, mai superiore all’ 1%, non compensa neppure l’inflazione programmata. Non per nulla, l’Italia costituisce un caso estremo di rinunzia a tutte le tecnologie di punta: dall’ informatica (ricordiamo il caso Olivetti), al nucleare (vedi referendum), alle portaerei (vedi il caso delle nostre portaelicotteri), alla propulsione aerospaziale (caso Fiat Avio). Un’Italia priva delle industrie di punta è condannata a non offrire più alcun posto di lavoro interessante, soprattutto per gl’intellettuali, i managers, gl’ingegneri, i finanzieri, i legali, perché questi si concentrano ovunque là dove c’è un potere effettivo: intorno alla Silicon Valley, a Shenzhen, al Pentagono, al Cremlino,  a Wall Street, a Gerusalemme, a Pechino, a Riad….Qui restano solo posti da politici di second’ordine, da burocrati esecutori, da camerieri, da contabili e  lavoratori manuali in attesa di essere sostituiti dai robot…

La difesa d’ufficio che il Presidente Trump sta facendo di Google conferma che si tratta di una lotta per la sopravvivenza fra le economie americana ed europea. D’altronde, il caso di Cambridge Analytica dimostra che anch’egli, come già Obama, non avrebbe vinto le elezioni senza l’appoggio determinante delle Big Five. Dove poi l’influenza russa, per altro non dimostrata e non specificata, sarebbe stata infinitesimale rispetto a quella, confessa, di Facebook e di suoi partners.

Urge un’azione da parte della società civile per fare pressione sulle Autorità Europee. Se l’Unione Europea non saprà tutelare i suoi cittadini contro questa che è la minaccia più grave nei confronti della nostra libertà e della nostra stessa sopravvivenza, non vedo come essa possa rivendicare una qualsivoglia legittimità democratica, e come faccia a evitare il prevalere di forze che promettono (sinceramente o meno), nuovi assetti, radicalmente diversi.

 

DOPO IL G7: è il momento di agire

Il G7 non poteva concludersi in un modo più significativo – con una grottesca rissa in cui i membri degli ex “sette Grandi” si lasciano fra insulti e minacce-. Il colmo è costituito dalla provocazione iniziale di Trump, che ha proposto di ri-invitare la Russia (a suo tempo cacciata per volontà degli Stati Uniti), a cui hanno risposto la Russia stessa, che ha precisato di preferire l’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, e gli Europei, che hanno rifiutato di associarsi all’ invito.

1.Carattere surreale del G7 

Non poteva finire se non così, viste le premesse concettuali sbagliate. Che senso ha costituire un gruppo di Paesi che riunisce meno di 800 milioni di abitanti su una popolazione mondiale di 7 miliardi e mezzo (invitando il Canada, che ne ha appena 25, e l’ Italia, che ha un PIL inferiore non solo a quello della Cina, ma anche a quello della Spagna), e pretendere che decida sulle grandi questioni del mondo, alla faccia della democrazia internazionale e delle Nazioni Unite?

Il carattere surreale del G7 è stato messo in evidenza anche dalla concomitanza della riunione in Canada  con il vertice di Qingdao dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, a cui ha partecipato tutta l’ Eurasia, e in cui si è decisa l’ammissione anche dell’ India e del Pakistan.

Il primo a rendersi conto dell’ irrealtà del G7 è stato proprio il presidente Trump, che ha deciso di affossarlo e ridicolizzarlo con una marea di sgarbi, arrivando in ritardo e partendo in anticipo per incontrare il dittatore nordcoreano, al punto che il premier canadese Trudeau ha parlato di “un insulto”(tra l’altro, nel summit, Trump gli aveva rinfacciato l’incendio di Washington nel 1814 da parte delle truppe canadesi).

La debolezza del G7 è la stessa di tutte le iniziative internazionali degli Stati Uniti, che partono nel nome del progresso universale guidato dagli Stati Uniti, ma vengono sistematicamente rinnegate da questi ultimi non appena esse possono dare qualche vantaggio agli altri Paesi.

Per questo, l’alternanza dei presidenti piace tanto negli Stati Uniti: per attribuire alla responsabilità  successivi leader  quei  cambiamenti di casacca che sono iscritti nel DNA del loro imperialismo, ambiguo come tutti gli universalismi. Paritetici fintantoché resiste un insuperabile dislivello fra dominanti e dominati, nazionalisti non appena questo dislivello rischia di colmarsi. L'”isolazionismo” corrisponde a questa seconda fase, in cui si rinnegano i patti stipulati nei periodi espansionistici.

2.Una simbiosi sempre più difficile

Oggi, Trump si sente offeso del fatto che ( suo avviso), i Paesi occidentali dovrebbero il loro preteso benessere alla protezione da parte degli Stati Uniti, ma si permettano, da un lato di contribuire meno alla difesa dell’ Occidente, e, dall’ altro, di esportare con maggiore successo degli USA. Premesso che, se l’ Europa non facesse parte del sistema americano e spendesse per la Difesa quanto spende  ora (cioè quanto Cina e Russia messe insieme), ma in modo autonomo, sarebbe oggi una grande potenza ed esporterebbe ben di più, nei settori della cultura, dell’ informatica, dell’industria aerospaziale e della difesa, senza pagare tributi all’ America in termini di acquisti militari (vedi F35), di mantenimento di centinaia di basi, di “guerre umanitarie”, di immigrazione, di apertura alle multinazionali del web e della consulenza, anche lo squilibrio della bilancia americana dei pagamenti è stato voluto dagli USA come forma semi-schiavistica di dominio mondiale, in particolare nei confronti della Cina, verso la quale, negli anni 80, si subappaltò la quasi totalità dei prodotti delle multinazionali per sfruttare il basso costo della mano d’opera.

Oggi, gli Stati Uniti sono uno Stato imperiale, dove prosperano solo le funzioni che servono all’ Impero (il cosiddetto sistema “QUANGO”:politica, informatica, cultura, servizi segreti, finanza, difesa…, mantenute dai “satelliti”), e tutti gli altri boccheggiano. Tuttavia, con la riduzione del suo ruolo imperiale, perfino le attività strategiche stanno incontrando difficoltà. Di qui la missione di Trump: distruggere ciò che è stato fatto, per ritentare un’ennesima strategia egemonica. Missione impossibile, perché i rapporti di forza a livello mondiale sono cambiati, e il blocco di potere eurasiatico, sempre più coeso, ha sottratto all'”Occidente” un’ampia parte del mondo (circa la metà in termini di popolazione, un po’ meno in termini di PIL).

Di qui il frenetico nervosismo di Trump.

Oggi, la palla sta nel campo egli Europei, che, di fronte alle oscillazioni delle grandi Potenze, sono finalmente liberi di scegliere il loro destino, e, in primo luogo, le loro alleanze. Altro che fare l'”esame del sangue” a ogni forza politica per controllare il suo “livello di fedeltà” alla NATO!

Però, occorre urgentemente che gli Europei alzino un poco lo sguardo, dalle miserie quotidiane (come il deficit spending e la ripartizione dei migranti), per alzarlo verso l’ avvenire del mondo : la libertà di tutti i Popoli,l’ umanità vs. la tecnica, la nuova cultura multiculturale e multipolare….

Solo così si rimedierebbe anche all’interminabile declino economico, rendendo l’ Europa capace di commerciare su un piede di parità con il resto del mondo.

 

PER RISOLVERE I PROBLEMI DELL’EUROPA, decostruire ordoliberalismo e keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità  Europea all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano, improvvisamente dichiaratosi paladino dell’ Europa.

Per questo riproponiamo le tesi di quel Quaderno subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane contro l’ Europa, e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.

1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

Perciò, le spiegazioni riproposte da tutti circa trent’anni senz’alcun riscontro pratico non solo sono  false, ma mi sono divenute addirittura fisicamente insopportabili: burocrazia, assistenzialismo, pansindacalismo, ecc…(come se queste cose non ci fossero dovunque, anche nei Paesi con le migliori “performances”).

Per capire i problemi dell’ Europa, occorre risalire piuttosto lontano, vale a dire almeno alla corsa, avviata fin dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente”, che era stata la conseguenza diretta  della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo. Ancor oggi questo nesso è facilmente discernibile quando si giustifica l'”esportazione della democrazia” con la nostra superiore civiltà, che sarebbe dimostrata dall’assenza di guerre fra i Paesi della NATO (ma non con gli altri).

Tuttavia, nonostante gli appelli all’unione fra gli Europei per salvaguardare i propri privilegi, dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi ultimi  si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali a carico degli Stati europei.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’attribuzione,  alle potenze ex coloniali, dell’ incarico di amministrare fiduciariamente pro- tempore  le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

2.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese dei paesi belligeranti, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Questo fu  il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia europee (vedi problemi per Renault, Olivetti, Porsche, ENI, Volkswagen e BMW).

Al contrario, negli USA, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico  con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Dopo quarant’anni, come noto,   le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle. Ne deriva un’insopportabile concorrenza sleale ai danni dei potenziali concorrenti europei, che nessuno osa reprimere secondo i principi antitrust e fiscali generalmente applicabili. Soltanto Orban aveva provato ad introdurre in Ungheria una Internet Tax, ma era stato prontamente privato del potere da una (spontanea?) rivolta popolare.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

3.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-infine, lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta  a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce affatto  il suo ininterrotto declino (tra l’altro tempestivamente ed efficacemente profetizzato da Spengler). La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (superiorità teorizzata già  da Winthrop, Mather,  Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza con l’ America, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del “federatore esterno” americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese, fondati su una pacificazione dei rapporti commerciali?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche (che, infatti, ha teorizzato sotto l’etichetta dell’ “ordoliberalismo” di Walther Eucken). Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro canto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca, impedisca alla Germania, e, quindi, agli Europei, di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla obiettiva centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal suo modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Giacché non si crea nessun’organizzazione statuale senza egemonia, se non si vuole l’egemonia della Germania  né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un “movimento sovranista europeo” che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa, e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla infondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri, smitizzando le stesse ragioni del contendere fra i pretesi “sovranisti” e l'”establishment” continentale.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati (Membri o non membri), rendendoli tutti incapaci di reagire adeguatamente alle ingerenze americane e, per ultimo, agli attacchi di Trump.Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando questa realtà fondamentale, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo, per costruire una nuova egemonia euroentusiastica . Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.

 

24 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI DA QIN PRESSO “IL LABORATORIO”

Giovedì, 24 maggio, ore 18

Presso “Il Laboratorio”

Via Carisio 12

Riccardo Lala

Da Qin. Un’Europa sovrana lungo la Via della Seta

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

 

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.

 

INCONTRO DEL 14 MAGGIO SUL RUOLO DEI LAVORATORI NELLA SOCIETA’ DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Il tema in discussione oggi, quello del ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti, può sembrare distante dall’ oggetto del libro che presentiamo. In realtà, esso ne costituisce una sorta di “punta dell’iceberg”, vale a dire l’implicazione conclusiva ed operativa di un libro forse troppo ambizioso e complesso, il n. 1-2018 dei Quaderni di Azione Europeista” dell’Associazione Culturale Diàlexis, intitolato “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’enciclica ‘Laudato sì’”.

Intanto, occorre precisare che, tanto “Macchine Intelligenti”, quanto “Macchine Spirituali”, quanto, infine, “Intelligenza Artificiale” sono tutti termini coniati dai guru dell’informatica e funzionali alla loro ideologia, o meglio, teologia politica, e quindi non hanno, secondo me, un riscontro obiettivo, per così dire, “ingegneristico”. Assomigliano piuttosto a termini come “proletariato”, oppure “razza ariana”, i quali, pur non avendo alcun significato tecnico, hanno avuto una potente forza ideologica e politica. Certamente, espressioni come “agenti autonomi” e “sistemi esperti” sarebbero più appropriate.

Il tema di questa sera si riferisce dunque a una questione urgente, presente concretamente già oggi, sotto i nostri occhi, nella cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”, ma che si aggraverà nella successiva fase, quella delle Macchine Intelligenti. La sua principale manifestazione è costituita dalla crescente disoccupazione, e, soprattutto, sottoccupazione, tecnologica, la quale si cumula, da un lato, a quella endemica nel nostro Paese e, dall’ altro, a quella provocata dalle altre gravi disfunzioni del sistema economico europeo, e italiano in particolare. È quindi difficile quantificare, tanto la disoccupazione e sottoccupazione tecnologica, quanto la disoccupazione non tecnologica, o dovuta a cause non tecnologiche. La disoccupazione non è in definitiva che una delle tante manifestazioni del declino dell’Europa, e, quindi, la sua soluzione non può essere trovata se non in un quadro più ampio, non solo industriale, ma tecnologico, giuridico, politico e, soprattutto, ideologico e culturale.

Pertanto, prima di illustrare il tema specifico della giornata, analizzerò brevemente in che modo le idee esposte nel libro circa il modello sociale europeo, il pensiero cristiano e l’Enciclica “Laudato si’”, possano influenzare la sua soluzione in una prospettiva di medio termine, vale a dire quella della transizione dalla società 4.0 alla Società delle Macchine Intelligenti, e nell’ambito dell’integrazione europea.

Premetto che, nelle vulgate sindacale, mediatica, accademica e politica, il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, ma, in generale, lo stesso il ruolo sociale  dei lavoratori, sembrerebbero destinati a ridimensionarsi  inevitabilmente per effetto della globalizzazione e dell’automazione. Semplificando, la disoccupazione tecnologica, che a troppi osservatori appare ineludibile, deriverebbe dal fatto che le macchine svolgono i compiti umani in modo progressivamente sempre più efficiente degli umani stessi, sicché la sostituzione dei secondi da parte delle prime costituirebbe una tendenza naturale della società. Dalla ricerca The Future of the Jobs presentata dal Boston Consulting Group al World Economic Forum, è emerso però che vi sarebbe invece, soprattutto in Italia, una sorta di bilanciamento fra perdita e creazione di posti di lavoro. Questa visione rassicurante deriva dal fatto che il Boston Consulting Group ignora gli aspetti geopolitici della questione, e il ruolo della divisione diseguale del lavoro in un mondo bipolare.   Io invece, seguendo in questo Erasmo contro Lutero, non credo esista, nella storia umana, alcuna tendenza naturale e inevitabile, poiché, grazie al libero arbitrio, è l’uomo stesso ad essere il fabbro della propria fortuna (e/o rovina). Il nostro è proprio uno di quei casi in cui un forte slancio volontaristico potrebbe alterare anche radicalmente il corso naturale dello sviluppo storico, e, in particolare, la configurazione attuale della globalizzazione.

Questo slancio non può venire, a mio avviso, se non da una chiara concezione europea delle politiche economiche e sociali, una concezione che prenda congedo dall’esaltazione acritica del mito del progresso alla luce degl’immani pericoli creati dall’incombere delle cosiddette Macchine Intelligenti.

Come scriveva Romano Guardini, di cui ricorre il 50° anniversario della morte: “l’interpretazione meccanicistica dell’ esistenza è fallita.”. Infatti, l’inveramento di questa interpretazione nella società industriale ha prodotto il gigantismo degli “Apparati” (razionali, sociali, economici, tecnici, informatici- Heidegger-), che imprigionano l’ uomo nella loro “gabbia d’ acciaio” (Max Weber): “Nasce il problema di governare la tecnica.”, che Guardini vedeva, come più tardi Pietro Barcellona, come la missione  specifica dell’ Europa nel mondo:”Ma la possibilità di governare la tecnica è subordinata alla ‘speranza che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle all’ ordine.’”

Infatti, l’umanità stanca del mondo si affida sempre più all’Apparato per effetto di un’abissale accidia, che le fa desiderare la dissoluzione di se stessa e di tutto il resto. In tal modo, l’Apparato si  raggruma intorno alla persona, paralizzandola, e togliendole la capacità di realizzare la propria missione. Seguendo il linguaggio delle Encicliche, il “Lavoro in senso oggettivo” si impone sul “Lavoro in senso Soggettivo”. Affinché una nuova umanità non macchinica divenga possibile, occorre invertire la direzione di marcia, fondata sull’egemonia del meccanicismo (nella politica, nella cultura, nell’economia), sull’irrisione del sublime, sull’omologazione totalitaria, sulla dissoluzione del soggetto, sulla pedagogia dell’indifferenziato. Si tratta di rafforzare la persona perché possa liberarsi dalla dittatura della banalità quotidiana: “Ma facciamo bene a convincerci che mai nulla è diventato grande senza ascesi e ciò di cui si tratta è qualche cosa di molto grande, anzi di decisivo. E’ il decidere se con il nostro lavoro vogliamo attuare la sovranità a noi affidata in modo che essa conduca alla libertà o all’ asservimento”.

E’ l’applicazione pratica dell’idea di Jaeger dell’ ascesi cristiana come attualizzazione della Paideia greca.

  1. GEOPOLITICA DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Per rifuggire dai luoghi comuni e dalle indebite generalizzazioni, occorre intanto intenderci sulle definizioni, evitando, innanzitutto, l’abusata equazione, di origine marxista, fra “lavoratori” e “operai” (tutti “Arbeiter”), e, in secondo luogo, quella fra la “globalizzazione” e l‘“americanizzazione”.  Intanto, già oggi gli operai costituiscono in Italia una quota modesta degli occupati (meno di 4 milioni di persone su 50 milioni, vale a dire meno del 10%), mentre, invece, i “lavoratori” in senso generale, o meglio “gli occupati” sono più di 25 milioni. Oltre tutto, gli operai non sono considerati “poveri” dall’ ISTAT, e, per esempio, non avrebbero diritto al reddito di cittadinanza. Per questo, il fatto che gli operai tendano a diminuire ulteriormente non costituirà certamente un problema insolubile. Piuttosto, secondo il Boston Consulting Group, ben più gravida di conseguenze sarà l’automatizzazione dei, ben più numerosi, lavori nel campo dei servizi e del terziario avanzato (esempi: le segretarie, i taxisti, i camionisti, i ferrovieri, i bancari, i camerieri, i militari…). Questo soprattutto quando l’automazione raggiungerà i livelli più elevati della gerarchia (secondo la nuova classificazione ISTAT, la “Classe dirigente”: pubblici funzionari, ufficiali, giornalisti, insegnanti, medici, avvocati…).

Il concentrarsi dell’attenzione di tutti  sulla “Quarta Rivoluzione Industriale”, cioè su qualcosa già attuato, falsa gravemente la prospettiva, perché i decisori che contano,  come il direttore tecnico delle Google e il presidente cinese, puntano dichiaratamente, come scadenza dei progetti d’Intelligenza Artificiale, alla quarta decade del XXI Secolo, vale a dire fra 30 anni. Orbene, su un tale arco di tempo, le trasformazioni perseguite dagli Stati e dalle multinazionali saranno ben superiori a quelle attuali. Si perverrà infatti a quella completa automazione di tutti i processi economici a cui ci ha oramai abituati da un secolo la fantascienza.

Dal punto di vista strettamente economico, il fatto che, a parità di output, l’aumento della produttività comporti la riduzione delle ore lavorate, o, a parità di ore lavorate, produca un maggiore output, non dovrebbe costituire un problema, perché ciò dovrebbe comportare anche un aumento dei margini operativi delle imprese. A questo punto, si potrebbe optare, teoricamente, a seconda delle esigenze del mercato, o per la riduzione delle ore lavorate a parità di salario, o per l’incremento della produzione e il mantenimento dell’orario. Tutto ciò si scontra però con il fatto che, come brillantemente illustrato da Evgeny Morozov, le grandi imprese informatiche americane riscuotono, attraverso il controllo dei dati degli Europei, una rendita di posizione, grazie alla quale realizzano in Europa, attraverso la pubblicità, la rivendita dei dati e la gestione di servizi, enormi profitti fuori del Continente, profitti che non possono essere tassati con i metodi tradizionali, perché non possono neppure essere contabilizzati in Europa, essendo anche i server fuori della sovranità europea, sicché diventa impossibile, come dimostra la vicenda della “Internet Tax”, realizzare i trasferimenti di risorse necessari per una divisione degli extra-profitti su tutto il sistema dell’ economia nazionale. L’ Unione Europea, pesantemente danneggiata, prima, dagl’incredibili privilegi fiscali delle Big Five, e, ora, dal cumularsi di una pluralità di “atti emulativi” degli Stati Uniti, non è ancora riuscita, dal 2014, quando il neo-presidente Juncker era finito sotto inchiesta per i Tax Rulings del Lussemburgo, a concordare una forma di tassazione adeguata per le attività delle Big Five in Europa. Eppure, questa sarebbe la precondizione per poter garantire i necessari trasferimenti di risorse all’interno dell’ Europa stessa. Cosa resa evidente dal fatto che, nelle trattative per la formazione del nuovo Governo italiano, la copertura del “reddito di cittadinanza” viene prevista non già, come sarebbe logico, attraverso la tassazione delle Big Five, bensì attraverso altre poste del bilancio dello Stato.

Il problema numero uno dell’ Italia -il blocco, da circa 30 anni, della crescita  del PIL -, non si può quindi certo rimediare con una politica di trasferimenti interni, comunque strutturata, bensì implica invece la necessità d’intervenire severamente sulla divisione internazionale del lavoro -sia contro le infinite forme di “contingentamento dell’Europa” (ultima fra le quali la richiesta di nuove sanzioni contro l’Iran), quanto contro il “fallimenti del mercato”, che hanno visto da decenni l’Italia e l’Europa cedere, senza colpo ferire, intere fette di mercato, interno e internazionale, a multinazionali extraeuropee-.

Prendo atto con soddisfazione che il ministro francese Lemaire ha finalmente affermato che, dinanzi alle misure anti-europee, l’Europa deve dotarsi di strumenti legislativi che le permettano di reagire. Si spera solo che non ci si limiti a imporre dazi contro dazi, ma si colpisca soprattutto ciò che veramente preme agli USA, come le sanzioni alla Russia e all’ Iran e le tasse delle multinazionali. Solo così, recuperando i moltissimi miliardi trasferiti in questi decenni fuori dell’ Europa, e soprattutto creando imprese competitive con le Big Five, si potrà evitare che si crei un gran numero di disoccupati cronici che basino la loro sussistenza sul reddito di cittadinanza (che per altro, nella configurazione proposta dalla coalizione Salvini-Di Maio, si deve definire più sobriamente come “sussidio di disoccupazione”).

 

 

2.I PROBLEMI SOCIALI

Una volta risolti, per ipotesi, il problema politico di un’adeguata tassazione dei reali profitti delle multinazionali e della creazione di campioni europei dell’ informatica, resterebbe comunque la non indifferente questione della ripartizione, fra i vari ceti, dei benefici e degli oneri dell’automazione.

E’ certo intanto che questa comporta, e comporterà sempre più, per la sua stessa natura:

(a)un incremento, a scapito delle attività manuali, di quelle intellettuali, e, in particolare:

-futurologi;

-esperti in cybersecurity;

-imprenditori informatici;

-studiosi d’informatica;

-gestori di fondi pubblici;

-operatori culturali;

-hackers…

(b)All’ interno stesso delle attività produttive e di servizi, il cosiddetto “upgrading” delle funzioni, grazie alle quali ogni lavoratore potrà gestire, tramite l’informatica, le attività prima svolte da un intero gruppo: l’operaio informatizzato, il lavoro di un’intera squadra; una segretaria informatizzata, il lavoro di un intero pool segretariale; un medico informatizzato, il lavoro di un’intera clinica, compreso il direttore; un avvocato informatizzato, il lavoro di un intero studio legale, ecc… Tutto questo non è fantascienza; anzi, viene già attuato in gran parte in molte realtà lavorative, anche italiane (pensiamo innanzitutto alle multinazionali della logistica, come per esempio Amazon, ma anche nel costruendo stabilimento Lamborghini di Bologna, e in Prima Industrie, dove già ora i “blue collars” sono inquadrati come operai ma hanno un diploma tecnico e uno stipendio da impiegati).

Personalmente, sono stato coinvolto da 35 anni in esperimenti diautomatizzazione del lavoro intellettuale, come per esempio, già nel 1978, nelle ricerche giurisprudenziali parzialmente automatizzate presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, e, dal 1982,  nella creazione standardizzata di atti giuridici nella gestione informatizzata di grandi quantità di contenzioso in grandi studi legali e uffici legali di multinazionali).

Lo studio del Boston Consulting Group è stracolmo di dati statistici e di esempi concreti, in base ai quali la transizione verso nuovi ruoli avrà effetti imprevedibili per il singolo, con la possibilità, a seconda dei casi, di migliorare o di peggiorare la propria situazione. Il rapporto non tiene però conto delle “politiche attive del lavoro”- per esempio, della ri-localizzazione negli USA imposta da Trump, oppure  di una seria politica di ristrutturazione europea più efficace, che potrebbe sostituire la cosiddetta “Industria.4”-.

 

5.LA NUOVA ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

Dallo studio di Boston Consulting emerge che l’”Industria 4.0” si incentra sull’adozione di alcune tecnologie definite come “abilitanti”, per altro non tutte innovative. Ricordiamo:

Le “Advanced manufacturing solutions”: sistemi avanzati di produzione, ovvero sistemi interconnessi e modulari che permettono flessibilità e performance. Fra queste tecnologie rientrano i sistemi di movimentazione automatica dei materiali e la robotica avanzata, che oggi entra sul mercato con i robot collaborativi o cobot;

Le “Big Data Analytics”: tecniche di gestione di grandissime quantità di dati attraverso sistemi aperti che permettono previsioni o predizioni.

 

Tuttavia, la caratteristica principale dell’ Industria 4.0 è quella di modificare l’organizzazione del lavoro, eliminando la funzione dell’ operaio specializzato, confondendola con quella del tecnico di produzione, e permettendo un flusso più aperto d’informazioni e di semilavorati fra imprese indipendenti. Senza entrare nei dettagli, si può dire che l’insieme di queste attività implicherà una più forte responsabilizzazione di tutti gli elementi della catena produttiva, che saranno sempre più coinvolti nelle scelte imprenditoriali a mano a mano ch’esso potranno gestire autonomamente un segmento più ampio del processo.

Queste tendenze si sposano perciò egregiamente con l’avanzata travolgente in tutta Europa di forme di partecipazione dei lavoratori, secondo la falsariga delineata già dalla fine dell’Ottocento dal pensiero sociale cristiano (Vogelsang, Toniolo), e ribadito durante tutto il Novecento, da un lato, dalle Encicliche sociali, e, dall’altro, dalla legislazione sociale dei Paesi Europei, con particolare riguardo alla Costituzione italiana e alla legislazione tedesca sulla cogestione.

Questo trend è stato favorito dalla spinta data dalla legislazione europea (con particolare riguardo a quella sui diritti d’informazione dei lavoratori e sul sistema duale di governance societaria), e dall’ influenza del modello tedesco. Introdotta in Germania dopo la IIa Guerra Mondiale soprattutto per impedire l’appropriazione dei grandi gruppi da parte degli occupanti anglo-americani, ha costituito, e ancora costituisce, la miglior protezione contro quella svendita delle imprese nazionali che tanto spaventa la Merkel e il legislatore europeo. Basti pensare ai casi della Continental e della Chrysler.  L’impressionante tabella che si trova a pagina 207 del libro dimostra che la quasi totalità dei Paesi dell’Unione a 27 possiede istituti di cogestione, con la rimarchevole assenza dell’Italia, del Belgio, di Cipro e di Malta.

Esso dimostra, a mio avviso, ed eloquentemente, che il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano sono tutt’altro che obsoleti, anzi stanno esplicitando proprio ora tutta la loro forza, costituendo uno degli elementi fondamentali che fanno della Germania il leader dell’ Unione.

  1. COGESTIONE TEDESCA E INDUSTRIA 4.0

E’ impressionante come tutti in Europa, e, soprattutto, in Italia,  abbiano da sempre predicato la necessità della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, e, poi, di fatto, abbiano sempre mantenuto in piedi un’organizzazione estremamente accentratrice. Dall’idea di Lenin “tutto il potere ai soviet” alla Carta del Lavoro (la socializzazione), dalla Costituzione italiana al Movimento Comunità, dalle Encicliche Sociali alla Legge Fornero, non si è mai vista, almeno in Italia, una qualsivoglia realizzazione pratica. Anzi, spesso i più accaniti fautori della partecipazione, come per esempio Adriano Olivetti, si erano rivelati poi in pratica degl’imprenditori assolutamente autocratici.

Paradossalmente, in Germania la cogestione, che si è rivelata così provvidenziale per il successo delle imprese tedesche, si è affermata quasi per caso, per un’intrinseca esigenza del popolo tedesco, da sempre incline al comunitarismo e allo spirito organizzativo. Basti pensare ch’essa nacque subito dopo la guerra, quando perfino gl’industriali dell’industria carbosiderurgica la vedevano con favore, come strumento per evitare il controllo delle potenze occupanti

Vi sono praticamente 3 tipi di cogestione: paritetica; 1/3-2/3; modello Volkswagen.

Nel 1947 era creata, dunque, la prima cogestione paritaria, su base contrattuale. Con la Legge del 1951, tutte le industrie del settore carbosiderurgico avevano ottenuto la cogestione paritetica. Dal 1952, si introdusse nelle altre imprese una cogestione1/3-2/3.

La Volkswagen, che è la maggiore impresa mondiale del settore automobilistico, è retta da una legge speciale (la Volkwagengesetz), approvata nel 1960, in occasione della privatizzazione dell’azienda. In base a tale legge, nessun azionista può esercitare, indipendentemente dalle quote possedute, più del 20% dei diritti di voto, in modo tale che l’azionista di riferimento resti sempre il Land della Bassa Sassonia (una forma di Golden Share).

Nel 1976, Helmut Schmidt introduceva la cogestione paritetica in tutte le grandi imprese tedesche.

Oggi, dopo l’avvio dell’iniziativa Industria 4.0, vi è in Germania tutta un’attività, da parte di studiosi, sindacalisti, manager e consulenti aziendali, volte a trovare sistemi di raccordo fra la normativa sulla cogestione e le nuove tecnologie. In effetti, da un lato, la configurazione del posto di lavoro costituisce uno dei primi contenuti della cogestione; dall’ altra, le nuove tecniche, in particolare con i robot collaborativi, richiedono inevitabilmente un coinvolgimento attivo dei lavoratori, che, anziché essere vincolati ai processi della macchina, la possono utilizzare in modo flessibile, come un tempo i singoli utensili.

 

3.I I COMPITI  DEL LEGISLATORE

Il legislatore (europeo e nazionale) ha ora almeno tre compiti:

(a)quello di riqualificare tutti i lavoratori attraverso la modifica dei curricula e la formazione permanente;

(b)quello di garantire un’equa ripartizione, fra i vari “stakeholders”, dei benefici (e/o degli oneri) del sistema;

(c)quello di riorganizzare lo Stato e le imprese in modo da essere compatibili con questa nuova realtà

Ne conseguono, per il legislatore, tre nuove attività:

a)la definizione di nuovi curricula scolastici e di formazione permanente, erogando i corrispondenti finanziamenti;

b)la definizione legislativa degl’incentivi all’ innovazione e dei carichi fiscali sugl’incrementi di redditività;

c)la riforma della pubblica amministrazione e del diritto economico, per incorporare e trasformare   queste novità.

I Governi e le istituzioni europei hanno iniziato da alcuni anni a occuparsi  della questione (con molto ritardo sui concorrenti americani e cinesi), con l’ iniziativa “Industria 4.0”, la quale tuttavia affronta ancora la questione in un’ottica parziale, in quanto interpreta le trasformazioni in corso come fatti prevalentemente ingegneristici, non già come fenomeni politici e soprattutto culturali, in una visione che, pur non sottovalutando il ruolo indiscutibile della tecnica e della tecnologia, rimetta al centro della riflessione il ruolo dei popoli e della persona –della persona che lavora – nei nuovi processi di produzione. Che l’Unione giochi sempre di rimessa, rispetto alle iniziative di USA e Cina è dimostrato dal fatto che:

a)tanto l’iniziativa “Industria 4.0” quanto quella per l’ Intelligenza Artificiale di cui alla Comunicazione della Commissione SWD 2018 sono state adottate alcuni anni dopo le analoghe iniziative americane e cinesi;

b)”Industria 4.0” è già superata dalla Comunicazione per l’ Intelligenza Artificiale, che rende obsolete il tipo di automatizzazione di cui alla precedente iniziativa;

c)ambedue le iniziative mancano di un respiro umanistico, quali quelli delle analoghe iniziative americane e cinesi, che sono pienamente inserite in una precisa visione del mondo (nell’ un caso, puritana; nell’ altro, confuciana), a cui le relative strategie sono funzionali. L’espressione contenuta nella Comunicazione: “Prepare for socio-economic changes brought about by AI by encouraging the modernisation of education and training systems, nurturing talent, anticipating changes in the labour market, supporting labour market transitions and adaptation of social protection systems” è assolutamente asettica e puramente ingegneristica, non affrontando affatto le gravi questioni trattate nei punti precedenti.

Anche la “Politica nazionale Industria 4.0” del Governo italiano è purtroppo tutta concentrata, come quella europea, sulla produzione manifatturiera e sulla fabbrica in un momento storico nel quale, proprio grazie all’internet delle cose, industria e servizi sono sempre più interconnessi tra loro dando origine a nuovi modelli di business, mercati, processi, prodotti e dinamiche del consumo. Tuttavia, almeno, per poter fruire delle agevolazioni finanziarie europee, l’Italia deve promuovere e incentivare le iniziative di informazione e formazione, anche se queste sono incredibilmente arretrate rispetto alla media degli altri Paesi, soprattutto per ciò che concerne la formazione.

  1. UNA NUOVA POLITICA DEI REDDITI

E’ paradossale che vi sia un enorme “esercito di riserva” di disoccupati cronici, quando invece:

(a)tutti i lavoratori avrebbero bisogno di ridurre, a parità di salario, le ore lavorate, se non altro per poter frequentare veri corsi di riqualificazione;

(b)vi sono infiniti compiti indispensabili, ma non svolti da nessuno, come ovviare al degrado ecologico e urbanistico, gestire il turismo, costituire basi di dati, fare formazione informatica –tutte cose che si addirebbero benissimo a dei giovani disoccupati, specie a dei giovani disoccupati intellettuali con tanto di master, che potrebbero benissimo lavorare come formatori, non solo degli operai, ma perfino dei manager e dei funzionari dello Stato-;

(c)occorrerebbe accumulare esperienze pratiche in imprese innovative, per contrastare la concorrenza extraeuropea;

(d)occorrerebbe contrastare l’allontanamento, fisico e psicologico, dei giovani dal mondo del lavoro, che ne deteriora progressivamente le motivazioni, le competenze e l’occupabilità.

Quindi, piuttosto che pagare, con il reddito di cittadinanza, 780  Euro al mese a ogni disoccupato, occorrerebbe creare posti di lavoro a basso salario, ma che servano per la formazione di curricula, per esempio nelle forze armate o nel servizio civile, per coprire le carenze urgenti nei settori sopra indicati. Ricordo, nella mia qualità di ex ufficiale pagatore, che, nel 1974, il soldo di un soldato di leva era di 150 lire (75 centesimi di Euro) a settimana, più vitto e alloggio, sì che il suo costo non eccederebbe oggi certo quello del reddito di cittadinanza, ma in cambio si otterrebbero, da una parte, una prestazione lavorativa, e, dall’ altra, un automatico “learning on the job”, come quello offerto dall’ Esercito Israeliano, che costituisce una miniera di giovani esperti per l’industria informatica.

5.LA FORMAZIONE

La nuova strutturazione della società implicherà ingenti fabbisogni formativi radicalmente diversi da quelli attuali:

(a)Cambierà la natura della prestazione regolata e definita dal contratto di lavoro, incidendo profondamente sull’ idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, e aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità o anche sulla compartecipazione dei risultati o degli utili, secondo forme più o meno spinte di partecipazione economica e di partecipazione ai processi decisionali;

 (b)La formazione pratica sarà basata sempre più su competenze informatiche, per abilitare tutti alla gestione di sistemi complessi. Per esempio, negli ITI collegati all’ industria, come quelli creati in Emilia-Romagna, si creano, attraverso l’alternanza scuola-lavoro, tecnici specializzati per le nuove fabbriche sofisticatissime come quella della Lamborghini;

(c)La formazione specialistica dovrà abbinare competenze professionali (per esempio, mediche, legali), alle corrispondenti competenze informatiche, in modo da poter gestire senza l’appoggio di ausiliari, ma con quello di apparati automatici, funzioni ancillari come la gestione degli esami clinici, l’assistenza personale ai malati, i rapporti con mutue e assicurazioni, le ricerche di giurisprudenza, la redazione automatica di atti standardizzati…);

(d)la formazione a compiti dirigenziali e politici dovrà includere conoscenze filologiche, linguistiche, di culture comparate, delle scienze esatte, comprensive della cibernetica e delle neuroscienze, delle nuove tecnologie, comprensive di quelle informatiche e biomediche

(e)tutto ciò implicherà la necessità di inserire organicamente la formazione permanente nella vita del lavoro (e perfino nella vita politica), con una quota ben precisa dell’orario di lavoro dedicata alla formazione (sulla falsariga delle libere professioni e delle Forze Armate), secondo piani coordinati con l’avanzamento nella carriera e una certificazione seria e obiettiva delle competenze acquisite.

Ne deriva che, con il determinante apporto dello Stato, sarà possibile realizzare, nel corso di 4/5 anni, l’”upgrading” di tutte le funzioni, a cui dovrebbe corrispondere un parallelo incremento della competitività del sistema, con la conseguente maggior penetrazione sui mercati mondiali, la quale dovrebbe finanziare i costi della formazione permanente e dell’incremento del tempo dedicato alla formazione.

La cosiddetta “funzione anticiclica dell’ investimento pubblico”, oggi tornata improvvisamente di moda, funzionerebbe veramente se l’investimento si orientasse verso la creazione di campioni nazionali e alla riqualificazione del lavoro, anziché a misure puramente assistenziali ed espansive della spesa.

  1. LA COGESTIONE IN ITALIA

La vicenda della cogestione in Italia è veramente paradossale. Proposta per primo da Toniolo a fine ‘800 sulla falsariga della Rerum Novarum, iscritta nella Carta del Carnaro e nella Costituzione Repubblicana, e adottata, almeno sulla carta, tanto dalla Repubblica Sociale che dal CLNAI; oggetto di progetti di legge, mai approvati (ultimo fra i quali il “Progetto di Legge Ichino”,  in tutte le legislature, essa è stata introdotta in Italia in dosi omeopatiche e quasi per sbaglio, sempre sulla base di un accordo specifico in sede aziendale.

All’ interno dell’ ampia categoria della “partecipazione”, si distinguono:

a)L’azionariato dei dipendenti

Recentemente, sono state introdotte effettuate ulteriori sperimentazioni ma solo nel campo dell’azionariato popolare, senza apprezzabili ricadute in termini di potere decisionale dei lavoratori, come  nei 4 casi più importanti: Unicredit, Telecom Italia, Intesa Sanpaolo e Prysmian.

Con la delega al Governo attribuita dall’art. 4 (commi 62,63) della l. n.92 del 2012, ”Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale”8La delega riproposta nel ddl. n.1051 conferiva al Governo il compito di formulare uno o più decreti legislativi che avrebbero favorito il coinvolgimento del lavoratore nell’impresa. Sia nel comma 62 dell’art.4 della legge 92/2012 che nel ddl 1051 è stipulato un elenco di possibili soluzioni partecipative finalizzate al coinvolgimento nella quale è contenuta anche la partecipazione finanziaria. La volontà di conferire a forme di partecipazione finanziaria una valenza di coinvolgimento del lavoratore è presente anche nella ”proposta DLM”, proposta di legge sindacale del gruppo di giuslavoristi coordinato. Dall’esame della delega all’art 4 l.92/2012 del ddl n.1051 e della proposta DLM emerge una linea comune che vede nella contrattazione la via per l’introduzione delle diverse forme di coinvolgimento.

2)La partecipazione contrattuale all’ organizzazione del lavoro

Un recente passo in avanti è stato fatto con  la legge di bilancio 2016, il governo italiano ha inteso favorire la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del lavoro, purché introdotta e condivisa nell’ambito di contratti collettivi aziendali o territoriali. Dapprima, ha consentito un’estensione dell’ammontare massimo dei premi di risultato (fino a 2.500 euro nel 2016 e fino a 4.000 euro nel 2017) soggetti all’imposta sostitutiva dell’IRPEF pari al 10%; successivamente (per i contratti collettivi sottoscritti dal 24 aprile 2017), ha alleggerito l’onere contributivo associato a una parte di premio di risultato (il cui importo massimo resta fissato a 3.000 euro) non superiore a 800 euro.

Da allora, il coinvolgimento paritetico dei lavoratori (le cui modalità di realizzazione sono state inizialmente specificate nel decreto interministeriale del 25 marzo 2016) ha conquistato sempre più spazio nei contratti collettivi aziendali e territoriali, pur non eguagliando il successo dei premi di risultato e delle prestazioni di welfare. In base alle ultime informazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a marzo 2018, dei 9.389 contratti attivi e depositati, 1.387 prevedono un piano di partecipazione dei lavoratori.

Tentando di seguire le orme delle attività congiunte svolte con “Arbeit 2020” nella Renania Settentrionale-, che coinvolge diversi sindacati tra cui IG METALL e un network consolidato di esperti, con il contributo economico delle istituzioni pubbliche regionali e del Fondo Sociale Europeo, con la Circolare n. 5/E del 29 marzo 2018, oltre a ribadire che il coinvolgimento paritetico dei lavoratori è realizzabile «mediante schemi organizzativi che permettono di coinvolgere in modo diretto e attivo i lavoratori (i) nei processi di innovazione e di miglioramento delle prestazioni aziendali, con incrementi di efficienza e produttività, e (ii) nel miglioramento della qualità della vita e del lavoro», l’Agenzia delle Entrate ha inteso fornire ulteriori indicazioni sul tema e ha essenzialmente subordinato l’erogazione del beneficio contributivo alla redazione, a livello aziendale, di un apposito Piano di Innovazione.

L’auspicio, quindi, è che  si promuovano percorsi congiunti di formazione adeguata su questi temi e provando a costituire insieme reti qualificate di esperti e consulenti in grado di affiancare lavoratori e imprese nella definizione e realizzazione di piani di innovazione tecnologica e organizzativa.

c)Il caso Alcoa

Il caso che ha fatto parlare molto di cogestione è stato quello dell’ALCOA, dove il Ministro Calenda ha contrattato con i  nuovi investitori svizzeri una, seppur modestissima, forma di collaborazione”alla tedesca”, con una seppur piccola presenza nel Consiglio di Sorveglianza.

La confusione che regna in questa materia richiederebbe che un movimento sociale trasversale prendesse su di sé l’onere di portare avanti questa complessa materia, facendo almeno un po’ di chiarezza. su tutti gli scacchieri-politico, giuslavoristico, sindacale. A questo fine, con gli altri oratori di quest’incontro, stiamo organizzando un convegno a ottobre, che potrebbe costituire il punto di partenza di questo movimento,