30 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO: UN PO’ PIÙ DI CORAGGIO!

 

 

“L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
L’ultima volta al fraterno convito
Ti chiama il barbarico coro!”

Aleksandr Blok,

Gli Sciti

1.L’intervista di Macron al Financial Times.

Le parole di Macron nella famosa intervista della scorsa settimana, in cui ha decretato lamorte cerebrale della NATO, hannoun peso che va ben oltre il contesto a cui il Presidente ha inteso espressamente riferirsi, in quanto egli è anche l’unico leader europeo il quale (seppure con tanti limiti) abbia tentato in modo efficace di trarre un bilancio da questi trent’anni di “riunificazione dell’ Europa”. Siccome questo bilancio è, oramai, indispensabile, cerchiamo d’interpretare e sviluppare le sue parole:

“Se l’Europa non si ripensa come una potenza politica in questo mondo, potrebbe scomparire.” Con queste parole, il Presidente francese ha, non soltanto rilanciato, come già altre volte, l’aspirazione, ch’era stata già di Coudenhove Kalergi e di Giscard d’Estaing, di fare, dell’Europa, una grande potenza, bensì anche, implicitamente, condannato la mitologia “angelistica” (per dirla con il Papa), secondo cui l’ Europa sarebbe stata il primo esempio  storico di una realtà geopolitica che  rinunzi unilateralmente ad affermare la propria identità nel mondo (la “Selbstbehauptung Europas” di Joschka Fischer). Mitologia europea che, nei fatti, costituisce l’espressione di un vassallaggio nei confronti del sovrano americano, a cui avremmo “delegato” buona parte delle decisioni che contano, e, dal punto di vista teologico, costituisce la confessione dell’adesione dell’“establishment” all’eresia millenaristica (non solo cristiana, ma anche ebraica e  iranica ), secondo la quale sarebbe possibile costruire in terra un paradiso esente da conflitti (la “Fine della Storia”). Per questo mito, l’egemonia americana costituirebbe una “provvida sventura”, come a suo tempo l’Impero Romano, che aveva permesso la diffusione del Cristianesimo (Baget Bozzo)

Fortunatamente, è sempre più largo il numero di quanti prendono atto dell’impossibilità di questa parusìa materialistica attesa da così tanti nostri contemporanei, anche se ancora non ne hanno tratte tutte le conseguenze.

Almeno secondo questa sua recente intervista, Macron non sarebbe dunque, intanto, contrariamente a buona parte dei suoi colleghi, né a libro paga dell’ America, né un credente, sulle orme di Lessing, di Hoelderlin, di Hegel, di Schelling e di Fiodorov, di quella  “religione” materialistica della Modernità. Il che è già un grande passo in avanti.

Religione materialistica chiaramente falsificata, non soltanto dalle infinite guerre (non dichiarate)  dell’Occidente, alcune delle quali in Europa, ma anche, e soprattutto, dalla distruzione dell’umano operata dalle Big Five del Web, e dall’ atteggiamento da capriccioso padrone che Trump ha assunto nei confronti di tutto il mondo, ma, soprattutto, degli Europei, ch’ egli aborre molto più dei Russi, dei Cinesi e dei Nordcoereani.

L’estraneità di Macron a tutto ciò  costituisce già, dicevo, un suo grande merito , perché solo da una simile prospettiva  è possibile progettare seriamente il  futuro . Esprimendo l’auspicio di “ripensare l’ Europa, egli ha ammesso  anche, implicitamente, la necessità di una rivoluzione culturale dell’ Europa, ripensandola come una potenza geopolitica in questo mondo”, perchè viviamo in un mondo concreto dominato dalle politiche di potenza, e  anche all’ Europa non resta che agire di conseguenza.

La paleontologa Boehme

2.Danuvius Guggenmosi (alias Udo) :il primo uomo è nato in Baviera, e il primo Indo-Europeo, nel Donbass?

Le posizioni di Macron s’inseriscono in una serie di novità culturali che toccano tanto l’etnografia dell’ Europa (par. 2), quanto gli orientamenti dell’ elettorato (par.9).

Non so se le recenti scoperte dell’uomo di 12 milioni di anni fa (in Baviera) e della Cultura di Jamnaja (in Russia), siano casuali, o siano state pubblicizzate per rovesciare una serie di luoghi comuni di significato, più che scientifico, simbolico e politico (il “political correct”). Anche perché quella del primo bipede è di 4 anni fa, e solo ora la stampa la sta pubblicizzando, sottolineando che quel reperto solleva grossi dubbi sulla teoria, ormai “mainstream” dell’“Out of Africa” (vale a dire della provenienza di tutta l’Umanità da un’unica coppia, localizzata in Africa, 8 milioni di anni fa). Secondo la scienziata tedesca Böhme “Questo è un momento luminoso e un cambio di paradigma per la paleoantropologia ….Il fatto che il processo di deambulazione eretta si sia sviluppato in Europa sconvolge le fondamenta stesse della paleontropologia…Stupefacentemente, queste ossa assomigliano più ad ossa umane che a quelle dei pitecantropi.”

Quest’ ominide è stato chiamato così dal suo essere stato scoperto non lontano dal Danubio (Danuvius)  e dal nome di Sigulf Guggenmoos, lo scopritore. Quanto al nomignolo “Udo”, esso deriva dal cantante Udo Lindenberg.  Danuvius s’inserisce in una serie di altre scoperte recenti della paleontologia europea, che , soprattutto grazie al metodo del carbonio, al sequenziamento dei geni e all’intelligenza artificiale, ci stanno permettendo, nel giro di pochi mesi,  di volgere uno sguardo ben più approfondito e attendibile verso la nostra “preistoria” (Reich, Zakaridis, Fu, Anthony, Quiles). Attraverso questo nuovo sguardo, appaiono confermate alcune ipotesi, che avevano avuto notevole successo in passato, ma poi scartate essenzialmente per motivi politici. Innanzitutto, il poligenismo, che pare confermato  sia  dal ritrovamento del pitecantropo bavarese, sia per la scoperta di ibridazioni fra l’Homo Sapiens e altri tipi di ominidi. In secondo luogo, l’ipotesi di un lignaggio paleo-indo-europeo proveniente da un’area della Russia posta fra gli Urali e i bacini del Don (Donbass) e del Volga: “Gl’Indoeuropei sono stati considerati come un ramo degli Indo-Uralici trasformatosi sotto l’influenza di un substrato caucasico…” (Quiles) Questi paleo-indoeuropei, corrispondenti alla tipologia dei “Maennerbunde” guerrieri, corrispondono sorprendentemente allo stereotipo della “bestia bionda” che, secondo Nietzsche, avrebbe conquistato l’Asia e l’ Europa, assoggettando i popoli pre-esistenti. Un esempio molto evidente di questa nuova società gerarchica è costituito dalla necropoli di Varna, dove si può vedere l’ibridazione fra le capacità artigianali della preesistente civiltà “danubiana” e il carattere articolato della nuova società “kurganica”.

Queste scoperte confermano, a mio avviso, che (come d’altronde evidenziato dalle mappe elaborate da Cavalli-Sforza), l’area centrale europea presenta un’antichissima omogeneità genetica, che corrisponde all’ egemonia delle lingue indoeuropee (uno “Heartland” europeo). Un altro  risultato è  che è confermata la corrispondenza fra il patrimonio genetico e quello linguistico, conferendo così forza all’idea di un forte substrato etno-culturale dell’ identità europea.

La città neolitica di Tripollye

3.Attacco  all’ Europa n.1:Fabbri

La fattibilità della rivoluzione culturale europea auspicata da Macron è condizionata, a mio avviso, a una presa d’atto obiettiva e autocritica che esistono oramai, sul mercato delle idee, delle analisi molto severe  delle retoriche dell’ idea di Europa, a cui occorre rispondere in modo pertinente. Ad esempio, quelle apparse sull’ ultimo numero di Limes (“Il muro portante”). Innanzitutto,  quella a firma di Dario Fabbri, il quale ripercorre, inaspettatamente,  l’intera teoria nazionalsocialista delle identità, per dimostrarci che l’ Europa unita  non potrebbe nascere perché “soltanto attraverso la crudeltà , applicata e subita, la presenza sul territorio di uno specifico ceppo si fa emozionale, la coabitazione si trasforma in legame ancestrale, le vessazioni ricevute in una pedagogica sindrome di Stoccolma”:la nascita di qualunque nuovo soggetto politico non potrebbe non essere legata a un fatto cruento di estrema violenza. Se Fabbri avesse ragione, la sua  costituirebbe l’unica vera ed efficace apologia del fascismo, perché l’unico modo di creare quell’Europa unita di cui gli uomini (e le donne) più avvertiti (da Nicola 1° a Victor Hugo, da Mazzini a Nietzsche, da Agnelli a Einaudi, da Mussolini, a Coudenhove Kalergi, da Benda a Drieu la Rochelle, da Simone Weil a Galimberti, da Juenger a Spinelli) sentivano l’urgenza  sarebbe allora  stato proprio quello di ricreare l’antica genuina “razza ariana occidentale”(“die Westarier”), massacrando le “razze” concorrenti in Europa e isolando quella  nordica come si fa con quelle canine, in modo da ottenere un unico popolo dominante e con l’adeguato “pedigree”.

Peccato che proprio la scienza genetica, tanto amata da Hitler, dimostri che questa “fusione con il ferro e con il fuoco”(per usare un termine di Bismarck) fosse  già stata realizzata dai nostri lontani antenati della “cultura di Jamnaja”, fra il 4000 e il 2000 a.C., attraverso la cruenta conquista, prima dell’ Ucraina e della Romania (culture di Tripollye e Cucuteni), poi dell’ Europa Centrale (culture della ceramica cordata e dei vasi campaniformi), e, infine, dell’ Europa Occidentale, con le culture di Hallstatt e La Tène. Ad abundantiam, i popoli migratori dell’Asia Centrale avevano poi ulteriormente unificato etnicamente l’ Europa attraverso le migrazioni degli Unni, degli Avari, dei Germani, dei Bulgari, dei Magiari, degli Ottomani e dei Mongolo/Tartari,  come narrato da Tacito, Jordanes ed  Ekkehardus e dal Canto dei Nibelunghi. Questa “fusione con il ferro e con il sangue” degli Europei era stata quindi realizzata nello stesso modo e negli stessi tempi in cui le popolazioni proto-siniche si erano fuse con quelle australonesiane, tocariche e uralo-altaiche (formando il cosiddetto “Popolo Han”), e gli “Arya” si erano fusi con  popoli Munda e dravidici, formando l’ Aryavarta nella pianura gangetica, poi ulteriormente estesosi grazie alla “sanscritizzazione” e alle invasioni provenienti dall’ Asia Centrale oggi, Hindi Belt, Hindi Heartland o Hindi Patti).

Infatti, l’Europa non va confrontata con un concetto astratto di “nazione” (cioè  con gli Stati-nazione borghesi creati dalle Rivoluzioni Atlantiche),con il loro violento “nation building” recente, bensì  con gli “Stati-Civiltà”, quali l’ India e la Cina, eredi di una tradizione imperiale millenaria (in Cina, il “Tian Ming”; in Europa, la “Translatio Imperii”).

Certo, come scriveva Kissinger,in Europa “l’ordine è derivato dall’ equilibrio, e l’identità dalla resistenza europea all’ autorità universale”. E, in effetti, ancor oggi c’è bisogno di questa “resistenza all’ autorità universale”: oggi, quest’ultima è costituita dal Complesso Informatico-Militare americano, e viene sostenuta, per ora, dalle forze identitarie degli altri Stati-Civiltà: Cina, Islam, India, Sudamerica, fra le quali manca l’Europa.

E’ vero, anche all’interno dell’ Europa abbiamo sempre avuto (come dentro gli altri Stati-Civiltà), una dialettica vivacissima: fra Roma e Costantinopoli; fra Vienna e Istanbul; fra Parigi e San Pietroburgo; fra Washington e Mosca. Ma ciò in nulla si distingue dalle dialettiche fra l’Imperatore Giallo e l’Imperatore Rosso; fra gli  Han e gli Hiung-Nu, fra i Song del Sud e  quelli del Nord, fra i Mancesi e gli Han, fra il PCC e il Kuomingtang. Oppure, fra gli Aria e gli Shishna Devatas, fra i Pandava e i Kaurava, fra Rama e Ravana, fra gl’ Indù e gl’Islamici. Questa dialettica fra vari “poli” etno-culturali è poi quella che ha generato identità “poliedriche” sempre più particolari, ma comunque coerenti e solidali con l’unitaria “identità europea” (la “Europaeische Leitkultur”).

Comunque, a discolpa dei tanti inventori di “retoriche dell’ idea di Europa”, va detto che non è vero che, come asserisce invece Fabbri, essi ignorino il lato “sacrificale” del “nation building”. Infatti, possono rifarsi, consciamente  meno, all’ idea juengeriana della Guerra Civile Europea intesa come catarsi (espressa nell’ operetta“La Pace”, secondo la quale questo tipo di violenza e di sacrificio propiziatorio della nuova Europa c’è stato, eccome, ed è questo che ha motivato l’avanzamento del progetto pacifico dell’ Unione).Tutto il lavoro  di Aleida Assmann è ora concentrato su questo aspetto della memoria culturale europea.

E, tuttavia, in  questo ragionamento mancano ancora due passaggi: il  collegamento, evidenziato da René Girard, con  l’esaurimento, per effetto della redenzione cristiana, del tema sacrificale, e quello del superamento, grazie alle macchine intelligenti, dello scenario classico della dialettica servo-padrone in  Aristotele, Hegel e Nietzsche ( argomenti determinanti per il superamento delle nostalgie premoderne).

Hindi Belt, o Hindi Patti

4.Attacco all’ Europa  n. 2: Florio

L’attacco di Fabbri è ripreso nell’ articolo successivo, che contiene una critica, parzialmente fondata,alla costruzione europea, di un certo “John Florio”, il quale va, però, troppo oltre quando afferma che “i veri architetti dell’ Unità dell’ Europa non furono affatto gli europei: furono gli americani”. Noto en passant che John Florio fu in realtà un umanista seicentesco «Italus ore, Anglus pectore».

In base ai documenti a oggi disponibili,  gli Americani, pur avendo dibattuto per anni su che cosa fare dell’Europa dopo la guerra (perché il controllo del Continente era comunque  il loro generico obiettivo), si trovarono parzialmente spiazzati, e divisi fra coloro i quali volevano ritirarsi dal Continente  e coloro che volevano, invece, distruggerlo per non avere a che fare, in futuro, con una potenza ostile (il “Piano Morgenthau”).

A quel punto era intervenuto Coudenhove Kalergi, il grande profeta dell’unità europea, il quale aveva tentato, attraverso il senatore Fulbright, di convincere il Senato americano a farsi banditore della vecchia idea della sua Paneuropa Bewegung.  Infatti, in una situazione come quella post-bellica, Coudenhove-Kalergi, che si trovava in America, non aveva evidentemente potuto rivolgersi alle sue tradizionali “constituencies” aristocratiche ed ebraiche. Siccome il Congresso non ha mai saputo cogliere le più genuine opportunità, ci pensò allora, come al solito, la Cia, anche per il tramite di  Winston Churchill e di Jean Monnet, a mettere in moto il movimento d’integrazione. Tuttavia, il ruolo di Coudenhove Kalergi e lo scacco di Fulbright dimostrano che l’idea dell’integrazione europea non fu degli Americani, bensì del nobiluomo austro-ungarico che si riallacciava, da un lato, ai progetti medievali di Europa, e, dall’ altro, al mito nietzscheano dei “Gute Europaer”.Solo con un certo sforzo questo messaggio era penetrato nel mondo politico americano.

Un altro capolavoro di “covert operation” della CIA (una vera e propria “quadratura del cerchio”) fu, allora, quello di appropriarsi  dei progetti nazisti di Comunità Economica Europea, nello stesso modo in cui gli Americani si erano appropriati, con von Braun, dei progetti nucleari e missilistici tedeschi. Come von Braun era stato portato  a viva forza in America e convinto, con le buone o con le cattive, a realizzare i programmi missilistici americani, così Hallstein fu portato in un’isola del Nord Atlantico e convinto a realizzare, con la CECA, quello che la struttura di Speer aveva già cominciato a fare attraverso i Ministeri del Reich, che avevano battezzato il loro progetto “Comunità Ecnomica Europea”.  Florio continua anche qui a muoversi all’ interno di un universo concettuale ereditato dal nazismo: “la solidarietà-l’ unica moneta di cui l’Ue ha drammaticamente bisogno – non è infatti un prodotto ma il presupposto di una comunità di destino” (una “Schicksalsgemeinschaft” , che consiste nel fatto che, al suo interno, vige la solidarietà: “Gemeinnutz geht vor Eigennutz”=”l’interesse collettivo prevale su quello individuale”, com’era  scritto nel programma politico della NSDAP).

Alla fine, Florio ci invita a “guardare al XIX secolo, quando l’esistenza di un ‘concerto di nazioni’ che avvertivano di condividere fondamentali concetti comuni seppe tradursi nella messa in opera di istituzioni leggere e flessibili…”.Tuttavia, che io sappia, l’unica “istituzione leggera e flessibile” messa in opera nell’ Europa nel XIX secolo era stata  la Santa Alleanza sotto l’egida dei ministri russi Czartoryski e Novosiltsev, che Alessandro I, l’ “Imperatore degli Europei”, aveva definito proprio come “Europa, nazione cristiana”, realizzando, così, gli auspici espressi da Novalis con il suo “Christenheit oder Europa”. In effetti,si sta oggi realizzando  proprio quanto l’anonimo che si cela sotto lo pseudonimo di “John Florio” auspica , ma non nella direzione ch’ egli probabilmente desidererebbe, perché si tratta, né più né meno,del programma di Unione Eurasiatica  di Vladimir Putin,   non per nulla denominato (siamo sempre agli pseudonimi) “lo Zar”.

Non è neppure del tutto vero che le idee funzionalistiche su cui si è basata di fatto (nonostante le veementi proteste di Spinelli) l’integrazione europea, siano completamente americane. Il funzionalismo, che è oggi in realtà l’ideologia dominante in psicologia, sociologia e antropologia in quanto erede storico del messianesimo della scienza e della tecnica tipico di St. Simon, Comte, Enfantin e Fiodorov, nasce in Europa ed è fiorito  dai due lati dell’Oceano, generando, alla lunga, il post-umanesimo e l’attuale tirannide delle macchine intelligenti. In particolare, il teorico anti-federalista Mitrany era un rumeno di origini ebraiche naturalizzato in Gran Bretagna. Per i funzionalisti, la vita non è altro che una funzione, che, in quanto tale, può essere espressa con un algoritmo e trasferita dall’uomo alla macchina. Nel campo sociale, le funzioni (i trasporti a lunga distanza, i servizi pubblici, la legislazione), possono essere clonate ed espanse, e retroagiscono sui sistemi circostanti (“la funzione crea l’organo”). Per i funzionalisti, il telos del Progresso è l’unificazione dell’Umanità intorno alla scienza e alla tecnica. L’ Europa costituirebbe perciò solo una fase intermedia di questa unificazione, da avviare, prima, intorno al consorzio carbo-siderurgico (la CECA), poi nucleare (l’Euratom), e, successivamente, intorno al Mercato Unico, a una corte di giustizia, a una banca, ecc…

Non si può unificare l’ Europa senza una riflessione approfonfita sulla sua storia e sulla sua cultura.

  1. Il tradimento dell’89

Macron si è espresso recentemente contro l’adesione all’ Unione Europea di Macedonia e Albania, per rispettare il vecchio principio francese che suona “prima l’approfondimento, poi l’allargamento”. Tuttavia, con questo principio, non si tiene conto del fatto che Il motivo per cui l’Est Europa sta partorendo fenomeni politici assolutamente inattesi (la rinascita delle potenze turca e russa, le “democrazie illiberali”, il sovranismo tedesco-orientale), incomprensibili e inaccettabili per l’intellighenzia “mainstream”, è che i moti che avevano portato alla fusione fra Europa Centrale e Orientale e Europa Occidentale furono traditi, nelle idee prima che nei fatti, dagli Europei occidentali e dalle Istituzioni europee.

Infatti, gli Europei occidentali (a cominciare dai Francesi e dai Tedeschi) si considerano gli unici titolari del “marchio Europa”, dimenticando che i primi Europei venivano dalla Turchia e dalla Russia; che la prima civiltà europea è stata quella greca, e che è stato Sobieski (con il Principe Eugenio) a salvare Vienna, ma non certo la Francia, alleata della Turchia.  Nel pantheon degli eroi dell’identità europea, i primi  sono  Leonida e Socrate(greci), Alessandro Magno, Costantino e Giustiniano (macedoni),e gli ultimi Caterina II, Dostojevskij (russi)e Nietzsche (tedesco orientale)– e non vi sono  presumibilmente  Bacone, Payne o Condorcet, e comunque certamente non  Washington, Jefferson, Emerson e Whitman-.  Come può dunque l’Europa  esprimere la propria identità e contare nel mondo senza la Russia, la Turchia, la Grecia, la Polonia, l’Ungheria, dove sono nati e hanno operato tanti protagonisti dell’ identità europea?

L’Europa Orientale concepisce  se stessa, da sempre, in alternativa a quella occidentale, come la vera erede della “Translatio Imperii” biblica, attraverso l’Ebraismo, il Cristianesimo orientale, gli Herrenvoelker scitici, gli Slavi, gl’Imperi Centrali. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli Europei Orientali (Stalin, l’Armia Krajowa, i Sionisti, perfino gli Junker prussiani) si concepivano come i veri combattenti contro il nazismo. Molti  avevano continuato a combattere contro l’Armata Rossa, in media per altri 10 anni, senza che nessuno li avesse mai neppure riconosciuti (l’UPA ucraina,i “Soldati Proscritti ”polacchi, i “Fratelli della Foresta” baltici e rumeni, le rivolte di Berlino e di Budapest).

Ancor oggi, nonostante i meriti dei combattenti anticomunisti,  le “marce” in Europa Orientale con le divise dei partigiani  dell’ Armia Krajowa e simili continuano ad essere etichettate come folklore nazifascista. Nello stesso modo, le opere dei grandi intellettuali est-europei, come Lem, Gumilev, Kalecki, Milosz, Solzhenicin, Kolakowski,Wolf, che avevano  difeso efficacemente la cultura europea ai tempi del socialismo reale, non vengono lette, e, se lo sono, non vengono capite. Costoro  aspiravano, infatti, non già a prendere partito, in una contesa che non li riguardava,   a favore,  o dell’ americana “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, o  di una fondamentalistica  ortodossia marxista sulla falsariga di Lukàcs, bensì a costruire (com’ebbero a dichiarare Walesa e Shevarnadze) un mondo, come quello che sta in effetti nascendo ora,  posto al di là dei due opposti materialismi dei tempi della Guerra Fredda.

Certo, anche la cultura, e, in particolare, quella  dell’ Europa Orientale, ha le sue responsabilità. La Russia ha un solo intellettuale “eurasiatista” convinto, Sokurov, il quale pone al centro della scena l’unità sostanziale delle culture russa ed europea, quale  espressa egregiamente in film come l’Arca Russa, Faust e Francofonia. Gli altri “eurasiatisti” sono piuttosto eccentrici rispetto alla definizione stessa del concetto. L’ effettivo eurasiatismo di Tiutchev (poeta ambasciatore presso il Regno di Sardegna) significava in pratica egemonia russa sull’Eurasia;in  Trubeckoj, prevaleva l’ orgoglio del rapporto con il mondo turanico;Gumilev si preoccupava di collocare la Russia une suo contesto più vasto, sulla scia delle lezioni di Mackinder, von Richthofen e Murakami, ma vedeva Russia ed Europa come due mondi separati. Perfino Dugin, promotore ufficiale del “Projekt Evrazija”, e considerato a torto il prototipo dell’eurasiatista, è soprattutto un nazionalista russo.

Alla fine dei conti, gli unici veri eurasiatisti sono Putin e Erdogan,  i quali, dovendo governare due Paesi che sono a mezza strada fra l’Europa e l’Asia, non possono evidentemente fare a meno di appoggiarsi su un’ identità mista: Cosacchi e Ermitage; Sultanahmet e Ueskuedar

 

Le culture neolitiche hanno creato un ampio melting pot al centro dell’ Europa

6.Interpretare Macron

Infine, Macron ha richiamato anche il vecchio concetto di “Comunità Europea”, che esprimeva una comune identità più che non l’attuale termine “Unione”, tratto dalle esperienze costituzionali inglese, americana e sovietica. Ambedue i termini hanno molti e sorprendenti precedenti nella politica degli Anni ’30 e ’40.

Oggi,. i termini “comunità” e “Unione” vengono usati “in mancanza di meglio”, per indicare una “patria”, ma di tali enormi dimensioni, non poter essere chiamata “Heimat”, e nemmeno “Vaterland”, o “Mat’Rodina”, bensì  meglio qualificabile  come uno“Stato-Civiltà”(文明国家  ,Wénmíng guójiā), come la Cina e l’ India. Non per nulla, già gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa “Da Qin”, termine che, agli inizi, aveva denotato uno dei loro primi imperi(cfr. il nostro libro DA QIN).

Secondo la Merkel,  che ha reagito immediatamente,  le affermazioni contenute nell’ intervista di Macron  sarebbero “troppo estremistiche”: secondo me , invece, esse sono equilibrate e appropriate, ma fin troppo caute e volutamente criptiche; temo soprattutto ch’ egli non vi dia alcun seguito, date appunto le repliche  di stretta osservanza atlantica espresse subito dopo dalla Merkel, da Stoltenberg, da Zingaretti e da Tajani, e data, soprattutto, l’abitudine dei Presidenti francesi di dare poco seguito alle loro roboanti promesse sovraniste.

Il discorso di Macron non è dunque, per me, un punto d’ arrivo, bensì di partenza.

Quell’ Europa  grande potenza che Macron giustamente auspica e la Merkel teme  non può farsi, per la natura tecnologica della geopolitica dei grandi Stati continentali odierni, se non attraverso un potere centrale fortemente personalizzato, cosa che non può ovviamente essere garantita dal potere collegiale di 27 Stati, ma richiede invece  un “quartier generale” ristrettissimo e potentissimo. E qui casca l’asino della banale polemica sul “deficit di democrazia”.Una cosa è infatti gestire l’arredo urbano, gli asili nido o le licenze edilizie, i piani regolatori, i tribunali o le infrastrutture, le leggi finanziarie, i curricula universitari e i finanziamenti agevolati, un’altra i dazi con l’America, l’Intelligenza Artificiale o la Via della Seta. Trump, Putin e Xi Jinping mettono e tolgono dazi, mandano e ritirano truppe (anche le nostre), trasformano le regole del web. Non chiedono il parere della società civile, né del Parlamento o del Partito Comunista, ma non tanto perché, come si dice, siano dei dittatori (anche se i Romani avevano inventato proprio per queste cose la figura del “dictator”), bensì perché, se esponessero simili decisioni in un dibattito pubblico, esse non potrebbero mai essere adottate, e comunque se ne avvantaggerebbero prima di tutto gli avversari dei rispettivi Paesi. Nei rapporti geopolitici, bisogna essere imprevedibili, altrimenti non si può vincere. L’esercito israeliano, l’imbattibile Tsahal, chiama questa tattica “siamo impazziti”. Tant’è vero che, in Israele, visto che il sistema parlamentare è diventato, anche lì, ingestibile, stanno nominando primo ministro l’ex capo di Stato maggiore (Ramatkal).

Quindi, o Macron riesce a diventare il Presidente dell’Europa, e a farsi attribuire poteri comparabili a quelli di Trump, Xi Jinping, di Putin e di Ganz (o almeno quelli di Modi o del Consiglio Federale svizzero), o i suoi progetti saranno irrealizzabili.

 

Secondo Tiutcev e Sokurov, con l’ Ermitage, Caterina II ha creato un'”arca” che custodisce nei secoli l’eredità culturale dell’ Europa, difesa dal popolo russo.

7.La Russia è europea.

Non mi ha convinto  il, seppur lodevole, accenno alla Russia, con la quale Macron auspica, giustamente,rapporti più stretti. Rapporti che costituiscono certamente  una leva importante per dare all’ Europa più autonomia (ma  che da soli non bastano). Occorre essere più chiari circa la  Russia. Non è vero che, come ha detto Macron,  Putin abbia “sviluppato un progetto anti-europeo dovuto al suo conservatorismo”: al contrario. Infatti:

a)nel 2017, in occasione dei 50 anni del Trattato di Roma, aveva pubblicato sui giornali di tutta Europa, il più vibrante fra i messaggi europeistici, affermando, tra l’altro, che, in quanto pietroburghese, egli era a tutti gli effetti un Europeo,e che l’Unione Europea costituiva la più grande realizzazione politica del XX Secolo;

b)dinanzi al Bundestag e alla Confindustria tedesca, si era proposto come motore dell’ integrazione europea, paragonando se stesso a Helmut Kohl, conservatore europeista;

c)in occasione dell’ incontro con Romano Prodi, aveva criticato la formula della collaborazione Russia-Europa “tutto tranne le istituzioni” come dettata dalla paura degli Europei per la grandezza della Russia, che non le permette di  far parte dell’ Europa se non con un ruolo centrale (i Russi sono 140 milioni, i Tedeschi 90).

E’ stato appunto l’ostracismo alla Russia perchè  è il più grande fra gli Stati d’ Europa  a generare  la russofobia degli Europei (e, ancor di più, degli Americani). Eppure, non si può non prendere atto del fatto che, in un momento  in cui si richiedono grandi agglomerati continentali, le uniche due “regioni” dell’ Europa che posseggono una massa critica sufficiente per tener testa all’ America sono,  non già quella francofona o quella germanica (né tanto meno quella polacco-baltica), bensì quella degli Slavi dell’Est (aggregata intorno alla Russia), e quella dell’ Euroislam e dei Balcani (aggregata intorno alla Turchia). Dire che non si vogliono in Europa quei due Paesi equivale perciò ad affermare che l’”Europa grande potenza” di cui parla Macron non si farà mai. Il preteso carattere autoritario di quei due Stati (che, tra l’altro, sono i più democratici che si siano visti nella storia dei due Paesi) deriva unicamente dai continui tentativi fatti dall’ Occidente per disgregarli, rimpicciolendoli, in modo da poterli assorbire più facilmente. Di questo tentativo fanno parte le guerre cecene, l’aggressione all’ Ossezia, la guerriglia curda e i vari tentativi di colpo di Stato in Turchia, che hanno obiettivamente reso necessaria una sorta di “stato d’assedio permanente” come in Israele.

In questo contesto, Putin ha svolto e svolge un ruolo di assoluta moderazione. Basti vedere le posizioni sul rapporto con l’Occidente dei partiti russi di opposizione  e degli alleati minori di Russia Unita (neo-comunisti, liberal-democratici e neo-eurasiatisti), che considerano Putin “un liberale”. Ha ragione Macron, l’ideologia di Putin è il “Russkij konservatizm”, che costituisce il “mainstram” della cultura russa (Tiutchev, Stolypin,Witte, Solzhenitsin), ma questo non lo porta certo a un programma anti-europeo, bensì a concepire “un’altra Europa”, liberata, grazie alla Russia, dal mito del progresso, e anche al sicuro , sulla scia di Dostojevskij e di Blok, da un’egemonia americana o cinese. Il Russkij Konservatizm è stato giustamente equiparato alla Democrazia Cristiana di Guido Gonella o del Soester Programm, una forza egemone di carattere nazional-religioso, ma ampiamente tollerante delle diversità. Se non ci fossero Putin e Erdogan, ci sarebbero due governi militari.

Le oscure circostanze della morte di Adriano Olivetti e di Mario Chou, oltre che della vendita della divisione elettronica dell’ Olivetti, costituiscono un monito per chi voglia creare una vera industria digitale europea.

8.La “souveraineté numérique européenne”

Infine, e giustamente, Macron ha contestato il limite del 3% all’ indebitamento, sintesi dei cosiddetti “Criteri di Maastricht”, che impedisce all’ Europa di condurre  una politica espansiva attraverso nuovi investimenti. E qui pensa sicuramente anche alla “souveraineté numérique”, quell’ “uovo di Colombo” che tanti scoprono qua e là come per caso ma che, poi, mai nessuno tenta seriamente di realizzare. Dato che la Cina è riuscita a realizzare la piena sovranità digitale, che include una propria cultura digitale, una propria intelligence digitale, una propria rete, propri providers e proprie imprese nei settori dell’e.commerce e dell’ intelligenza digitale, non si capisce perchè non possano farlo anche gli altri grandi blocchi continentali, e soprattutto l’ Europa, visto che tanto la Russia quanto l’ India hanno già compiuto dei passi intermedi.

I sostenitori della NATO affermano sostanzialmente (come, nel suo recente libro, Maurizio Molinari), che  dobbiamo sempre e comunque stare dalla parte degli Stati Uniti,così  come i comunisti e i loro alleati “fedeli alla linea” sostenevano che bisognava sempre e comunque stare dalla parte dell’URSS, perché quella era la “patria del socialismo”. Nello stesso modo, quelle stesse persone affermano ora che bisogna stare oggi con gli Stati Uniti perché sono “la patria della democrazia”. Nessuno ci ha ancora spiegato che cosa sia in sostanza questa “democrazia occidentale”, nata fra il commercio degli schiavi e il genocidio degli Indiani, la sottrazione violenta al Messico di metà del territorio, i bombardamenti di Dresda, Montecassino, Hiroshima e Nagasaki, e un’infinità di guerre di occupazione in tutto il mondo, come ieri quelle di Corea e Vietnam e oggi quelle del Golfo e dell’Afganistan, e che condiziona tutta l’Umanità, come mai prima avvenuto nella storia, attraverso la rete e il “Pensiero Unico”. Non parliamo del fatto che perfino le Nazioni Unite stanno esprimendo la loro preoccupazione contro le limitazioni in Germania dei diritti di opinione, di riunione e di associazione, con particolare riferimento al movimento filopalestinese “Boykott, Disinvest and Sanctions”, ma si potrebbe allargare il discorso al controllo a tappeto ben descritto da Snowden nel suo ultimo libro, come pure al proliferare di leggi censorie.

Quanto poi, all’ ultimo fatto di cronaca, il ferimento di nostri militari nel territorio curdo, dove non avrebbero avuto nessuna ragione giuridica per esserci, ha fatto esplodere la questione dell’uso di nostre truppe al di fuori della Costituzione e dei mandati del Parlamento e delle Nazioni Unite, sotto comando americano e semplicemente  dietro  richiesta americana rivolta direttamente ai nostri primi ministri (Prodi, d’ Alema o Renzi ch’essi fossero). A questo punto, è ovvio che, sulle questioni che veramente contano, come la guerra e la pace, la vita e la morte, il popolo italiano non solo non può incidere in alcun modo, ma vengono bypassate perfino tutte le istituzioni legali, l’unico soggetto abilitato a decidere essendo il Presidente degli Stati Uniti. In questa situazione, si capisce benissimo perché i cittadini abbiano reazioni così ostili alle classi politiche degli Stati membri e dell’ Unione. Quei politici, come Macron, che pretendono di portare avanti veramente (ma, dopo 70 anni, si può avere qualche dubbio) una Politica Estera e di Difesa Comune, dovrebbero dirci come faranno a risolvere questo problema.

 

Il Partito Comunista Italiano aveva approvato le stragi dell’ Armata Rossa in Ungheria. Oggi invece la sinistra condanna le operazioni difensive dei Russi e e delle minoranze etniche con essi alleate

9. Non dover più parteggiare per nessuno

Problema che risulta ancor più scottante alla luce della recente indagine demoscopica dello European Council for Foreign Relations, che, riassumendo il pensiero degli elettori europei, afferma “l’Europa non dovrà più essere alla mercè di una potenza straniera. Gli elettori sono più preveggenti dell’élite della Politica Estera e di Difesa Comune, ….Parecchi pubblicisti, come Molinari o Rampini, hanno sostenuto (riprendendo integralmente le parole dell’ amministrazione americana), che gli Europei dovrebbero decidere “da che parte stare”. Però, su questo punto, gli elettori si sono già espressi in modo inequivocabile. In un conflitto fra gli Stati Uniti e la Russia, o fra gli Stati Uniti e la Cina, ovunque l’enorme maggioranza vorrebbe che l’Europa rimanesse neutrale. In Slovacchia, in Grecia e in Austria, è addirittura superiore il numero di elettori che vorrebbero che l’Europa combattesse accanto alla Russia contro l’America che non viceversa.

In queste condizioni, è veramente sconvolgente che  la maggior parte dei vertici istituzionali (a cominciare dalla Merkel e da Mattarella), anziché condividere la posizione di Macron e della maggioranza degli elettori, continuino a difendere incondizionatamente l’Alleanza Atlantica.

La similitudine fra il socialismo reale e l’ortodossia atlantica è agghiacciante:

-la filosofia di base è il determinismo economicistico che ispira una fede messianica nel Progresso;

-l’ideologia politica è la stessa mitizzazione dell’uomo medio, che spinge a emarginare e reprimere ogni eccentricità;

-lo stesso è il linguaggio, basato su slogan pieni di presunzione e di odio: “dittatori, autocrati, despoti”, che tenterebbero di “infiltrare” le loro “false verità” per indebolire il libero Occidente. Poco importa che l’“Occidente” da loro tanto esaltato consista solo nel Nordamerica, l’Europa Occidentale e il Giappone, vale a dire al massimo 800-900 milioni di persone, mentre l’insieme dei BRICS, del Sudamerica, dell’Africa e dell’Islam comprende 6 miliardi di persone, cioè sette volte di più. Possibile che questi 800-900 milioni siano gli unici detentori della verità, mentre tutti gli altri vivono nell’ oppressione e nell’ errore? Non ci si accorge che quei Paesi sono appena usciti, con sforzi sovraumani, dall’asfissiante tutela dell’Occidente, e da allora stanno prosperando, così come prosperavano prima dell’arrivo degli “Occidentali” (vedi imperi Ching e Mughal, che coprivano quasi la metà del mondo )?

-come giustamente ha rilevato la Stampa, sul fondamentalismo atlantico vi è anche un unanimismo bipartisan, come (dico io) nella DDR c’era un unanimismo filosovietico fra il comunista Honecker e il “democristiano” de Maizière (sponsor  della Merkel): “Oggi capita che il segretario Pd Nicola Zingaretti e il Vice-Presidente di Forza Italia parlino praticamente la stessa lingua, quando si trovano a discutere del nuovo ordine mondiale e delle sfide che pone all’ Italia e all’ Occidente”.

 

Il “maggiore Lupaszko”, comandante dei “Soldati Proscritti”, fucilato dai Sovietici.

10.Conclusione

Commemorare la caduta del Muro di Berlino significa innanzitutto  rievocare lo spirito eroico di coloro che si sono battuti per l’unità dell’Europa dell’Est e dell’ Ovest, dai difensori, nel 1956, di Budapest, a de Gaulle che creò la Force de Frappe “à tous les azimuts” per un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali, a Giovanni Paolo II, che, riprendendola Ivanov, aveva lanciato l’idea dei “due polmoni dell’ Europa”; infine, a Gorbacev, che aveva rilanciato, quella di Enea Silvio Piccolomini, di una “Casa Comune Europea”….

La Brexit non contraddice l’esigenza dell’unificazione di tutta l’ Europa. Ovviamente, chi, come il Regno Unito, vuole andarsene, è libero di farlo, ma l’Europa dovrà ragionare sempre come rappresentante di tutti gli Europei.

L’unico modo per completare l’unificazione dell’Europa è evidentemente associarvi tutti i Paesi Europei che lo vogliano (per esempio, l’Albania e la Macedonia, ma anche  la Scozia  e l’Irlanda del Nord,  la Russia e la Turchia, senza dimenticare l’Islanda e la Groenlandia), dando così all’ Europa stessa  gli strumenti per affermare autorevolmente sulla scena mondiale i nostri punti di vista sulle scelte più scottanti per l’Umanità, come sono, oggi, il rapporto uomo-macchina e la difesa delle identità.

 

SE IL LAVORO NON CONTA PIU’

GRAFIK Börsenkurse der Woche / KW 2/2019 / Produktion

 Recessione in Germania

di fronte al crollo dell’economia, uno Statuto dei Lavoratori europeo

Finalmente, anche nella pubblicistica mainstream si sta facendo strada la verità sulla crisi senza ritorno del nostro sistema produttivo, nonché sulle performances deludenti anche del sistema europeo, con l’esclusione, forse, dei Paesi di Visegrad.

Cito come esempio l’articolo pubblicato da Massimo Giannini su “La Repubblica” di Venerdì 25 ottobre, intitolato “Se il lavoro non conta più”. L’autore riporta giustamente una sfilza impressionante di dati sull’interminabile crisi italiana: 82.000 famiglie mese sul lastrico dalle decisioni sull’ ILVA, 18 milioni di ore lavorate in meno rispetto al 2008, 50.000 disoccupati “avviati al lavoro” con il reddito di cittadinanza, su 982.000 richiedenti (che comunque sono solo una parte infinitesimale dei disoccupati).

Cita anche (implicitamente criticandola) l’idea lanciata  dal CNEL, di un nuovo Statuto dei Lavoratori.

Quanto alla situazione piemontese, ricordo invece l’articolo, sempre su “La Repubblica”, ma di sabato, di Salvatore Tropea, intitolato “Se il Piemonte diventa un pezzo del Sud depresso”, che cita, come casi emblematici di una totale incuria della politica, quelli di Embraco, Comital, Mahle, Pernigotti, Olisistyem, Lear, Blutec e della stessa  FCA

1.Ma come creare nuovo lavoro?

Tuttavia, quello che né Giannini, né Tropea (ma neanche nessun altro), dicono è come si dovrebbe fare per arginare la disoccupazione, quando, come oggi, non c’è, in Italia, alcun’ attività (salvo la droga, la prostituzione e le tangenti) che sia veramente redditizia, e, di conseguenza, nessuno che intenda investire nelle imprese italiane, siano esse delle pizzerie o delle fabbriche di missili, salvo i Cinesi, che, però, vengono rifiutati perché accusati di farlo con oscure motivazioni politiche.

Perfino gli Americani, i Russi, gl’Indiani, i Francesi, i Tedeschi e gl’Israeliani, che avevano fatto qualche timido tentativo negli anni passati, si stanno sfilando. Qui non c’è, né il potere, né un ceto imprenditoriale potente, né lo Stato partner e imprenditore, né la demografia, né il mercato. A chi vendere? Come conquistare i mercati mondiali? Come difendersi dalle ingerenze straniere?

In effetti, se i nuovi posti di lavoro “buoni” si creano tutti in Cina, nei Paesi in via di sviluppo, in Europa Orientale o, al massimo, in America, è proprio perché la creazione di nuove “vere” imprese è un compito eminentemente politico, che presuppone una politica di difesa degl’interessi nazionali. Le nuove aziende sono nate nei “garages” solo  perché sostenute dal DARPA, espressione del Pentagono, o dal Partito Comunista Cinese. Indosuez è nata come banca d’emissione dell’Indocina francese, e la Volkswagen come un progetto personale di Hitler, finanziato con i soldi dei sindacati nazisti. Ma anche le imprese italiane, dalla FIAT all’IRI all’ENI, all’ ENEL, non sarebbero nate, né si sarebbero sviluppate, se non ci fossero state alla base solide motivazioni e azioni politiche: dal trasferimento a Firenze della capitale, alle guerre italo-turca e mondiale, alla crisi del ‘29, alla politica “Terra, Mare, Cielo”, alle Partecipazioni Statali, al Centro-sinistra. Anche la loro decadenza deriva da nuove e opposte politiche: l’integrazione europea ed euroatlantica, l’aiuto allo sviluppo, le delocalizzazioni, le privatizzazioni….

E, infatti, le imprese italiane, come la Olivetti, che non furono favorite, bensì osteggiate, dal potere politico, nacquero morte, proprio quando, per i grandi concorrenti internazionali come la IBM, si apriva un’epoca d’oro.

Orbene, se si capisce benissimo come faccia la Cina a creare ogni anno 50 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno (cioè finanziando lo sviluppo accelerato di nuove tecnologie, di regioni periferiche e di Paesi amici, svalutando lo Yuan, costruendo nuove città prima ancora che esistano gli abitanti, forzando i nuovi consumi), e come faccia l’America (finanziando il militare, mettendo dazi e sanzioni, obbligando le imprese nazionali a rilocalizzarsi), non si capisce come possa creare nuovi posti di lavoro  un’ Europa che finanzia pochissimo le proprie nuove imprese, che difende (almeno fino ad oggi) il corso dell’ Euro anche quando gli altri svalutano, tassa pesantemente il patrimonio immobiliare e il lavoro, ma non le multinazionali del web, accetta tutte le imposizioni americane in materia tariffaria, doganale e tecnologica, non ha né“partecipazioni statali”, né un esercito comune,  e  neppure potere coercitivo sulle proprie imprese…

Soprattutto, come insdiste Evgeny Morozov, il cuore pulsante dell’ economia di un Paese non è più né la sua industria, né la sua finanza, bensì il suo ”ecosistema digitale”. E’ questo che raccoglie e coordina i dati, dirige la politica (vedi campagna di Obama, Casaleggio,Cambridge Analytics, Fake News…), gestisce le transazioni finanziarie, prende il controllo dei media e delle imprese, coopera con i servizi, garantisce l’allarme atomico, automatizza  e terziarizza i posti di lavoro, distrugge il commercio tradizionale, stravolge l’educazione e la security… Chi non controlla l’ecosistema digitale non controlla la propria economia, ed è quindi destinato a scivolare fra i paesi in via di sviluppo. Questo, e non altre risibili cause, come l’eccesso di burocrazia, o l’instabilità politica, o l’immigrazione, è la vera causa della interminabile crisi italòiana (ed europea)

Evgeny Morozov

  1. Questo destino di decrescita era prevedibile

Così, da 40 anni, si  continuano a spendere somme astronomiche per mantenere in piedi dei puri simulacri d’impresa, come per esempio l’ Embraco di Riva di Chieri che avevamo venduto 25 anni fa perché già allora non aveva prospettive (ed è passata dagli Americani, ai Brasiliani, agl’ Israeliani, senza alcun miglioramento, anzi, peggiorando costantemente), mentre, con gl’ importi erogati dallo Stato, si sarebbero potute creare nuove  imprese informatiche o spaziali, oppure finanziare il reinserimento di imprenditori, managers, tecnici e operai come finanzieri, commercianti, albergatori o  comunque operatori turistici, o addirittura un loro tentativo di ricollocarsi altrove. Si noti che, sul piano mondiale, il 5% dei nuovi posti di lavoro sono creati nel settore del turismo, che è tradizionalmente il fiore all’ occhiello dell’Italia, e in cui esistono enormi margini di miglioramento.

Avendo lavorato per 30 anni per l’industria italiana, e, in particolare, piemontese, posso testimoniare circa  il fatto che l’idea che quest’ultima non avesse futuro aleggiava fra i decisori, politici e soprattutto industriali, fino dagli anni ’70, come emerso dagli archivi dei servizi segreti americani e riportato da storici inglesi. Già dagl’ incontri durante la IIa Guerra Mondiale fra i vertici della FIAT e i ministeri economici americani era risultato evidente che l’Italia sconfitta avrebbe dovuto puntare su produzioni a basso valore aggiunto, basandosi sulla mano d’opera a basso costo resa disponibile dalla smobilitazione e dall’emigrazione. Per questo, già all’inizio degli anni ’70, era diffusa negli ambienti industriali l’opinione che, dopo l’“Autunno Caldo”,  occorresse smobilitare gl’investimenti industriali in Italia, che sarebbero divenuti non competitivi. Di qui la fuga di capitali e le vendite a tappeto di aziende: dalla Olivetti alla RIV, dalla Way Assauto al Nuovo Pignone, dalla Lancia all’ Alfa Romeo….

Le aziende venivano vendute soprattutto dalle proprietà familiari, che, in mancanza di compratori esteri, cedevano ai grandi gruppi, che subito dopo incominciavano subito a rivendere.

Anche le delocalizzazioni venivano fatte in uno spirito sbagliato. Anziché delocalizzare la produzione mantenendo il controllo (familiare, finanziario, politico, giuridico, manageriale, tecnologico), come prima cosa si spostava la sede all’ estero, per poter manovrare senza controlli, tanto lo Stato italiano forniva il proprio supporto ai gruppi estero-vestiti anche se non pagavano le tasse in Italia, né rispondevano politicamente al nostro governo. Basti pensare agli   stabilimenti già della Crvena Zastava in Serbia.

Così, filiere che erano squisitamente italiane, come l’auto, l’informatica,  i pneumatici, la moda, sono passate sotto controllo straniero, facendo perdere al nostro Paese i vantaggi derivanti dalla proprietà, dalla fiscalità, dalla cultura aziendale e di management….

Invece di contrastare queste tendenze, si è fatto ricorso al neo-malthusianesimo (diminuzione della natalità), grazie a cui, pur diminuendo il Prodotto Nazionale Lordo, aumenta il Reddito Pro Capite. Tuttavia, anche così non si può andare avanti all’ infinito, perché (i) si alimentano i conflitti etnici catalogati oggi come “populismo”e “xenofobia”; (ii)gl’immigrati assumono presto le stesse abitudini dei nazionali, oppure emigrano nuovamente (come sta accadendo), non dando comunque alcun contributo positivo all’ equilibrio demografico.

 

 

Mark Zuckerberg

4.Come contrastare questo declino?

Arrivati a questo punto, “risalire la china” è veramente difficile.

Intanto, occorre sgomberare il campo da un grande numero di falsi miti e di ideologie che hanno dominato il campo negli ultimi decenni.

L’alternativa non è fra un aprioristico industrialismo e una decrescita “a prescindere”. L’industria è stata da sempre solo una  fra le tante attività umane: ha conosciuto un incremento a metà del XX secolo, e ora sta stagnando, e trasferendosi in altri Paesi. Questa vicenda è influenzabile solo in parte, perché una parte di essa è ormai irreversibile. Inoltre, alla preoccupazione per l’industria nazionale, e perfino per l’economia, da sempre si sono affiancate, giustamente, altre preoccupazioni: quelle per la sopravvivenza della popolazione, per i valori di una civiltà, per la libertà e l’indipendenza nazionale, per uno sviluppo armonioso, per la continuità di una cultura, ecc…Oggi, ci sono anche e soprattutto quelle per l’avvento delle macchine intelligenti e per il surriscaldamento atmosferico.

Tutto ciò detto, se non difendiamo almeno un pezzo di economia europea, non avremo neppure più quel minimo di strumenti che servono alla sopravvivenza della nostra popolazione e della sua cultura, alla sua difesa e indipendenza. Si noti che, secondo qualificate stime internazionali, fra 10 anni nessun’economia europea sarà fra le prime 7 del mondo, e saremo scavalcati da Indonesia, Egitto e Brasile, senza parlare, ovviamente, di Russia e Turchia. A ciò si aggiunga che in tutte le società industrialmente avanzate si prevede un crollo (intorno al 50%) dei posti di lavoro per effetto della disoccupazione tecnologica nel giro dei prossimi 10 anni.

Nonostante quanto precede, l’ingente apparato esistente in Europa, non solo industriale, ma infrastrutturale (Stato, eserciti, servizi, trasporti) dovrà essere come minimo fatto funzionare, manutenuto e aggiornato; il livello di vita dovrà essere mantenuto a un livello comparabile con quello delle altre grandi aree del mondo; i nostri politici e i nostri tecnici dovranno potersi interfacciare dignitosamente là dove si discute del futuro dell’Umanità. Ciò comporterebbe  il mantenimento di un livello almeno minimo di natalità, di scolarizzazione, di organizzazione e di sviluppo. Inoltre, se vogliamo che il consenso politico non scenda al di sotto di un certo livello, con i bei risultati che si stanno vedendo in America Latina e in Medio Oriente, occorre anche che gli Europei possano almeno intravvedere una qualche prospettiva di sviluppo personale non in contrasto con le nostre tradizioni di civiltà.

Ma già solo per conseguire questi obiettivi minimi occorrerebbe una vera rivoluzione, che potrebbe essere portata avanti solo a livello europeo.

Thierry Breton

5.Le sfide scottanti della nuova Commissione

Le difficoltà con cui si sta pervenendo alla formazione della nuova Commissione dimostrano chiaramente  che anche la politica europea è molto titubante sul da farsi. L’enorme peso del dicastero riservato alla Francia “a prescindere” (in contrasto con la retorica dell’eguaglianza fra gli Stati membri), e la clamorosa bocciatura di un candidato “pesante” come Sylvie Goulard, dimostrano che impresa, tecnologia e digitale sono i campi in cui l’Europa potrebbe dimostrare la  propria utilità, oppure squalificarsi definitivamente.

La nuova candidatura francese, quella di  Thierry Breton, già ministro francese delle Finanze e presidente-amministratore delegato delle principali imprese tecnologiche francesi, dimostra che la Francia e l’Europa sono oramai costrette a gettare sul tavolo tutte le carte. Il pretesto usuale per non fare nulla, quello secondo cui non esisterebbero lobbies che spingano per la creazione di un’industria tecnologica europea autonoma, non può più reggere. Breton rappresenta giustamente, in modo diretto, le lobbies europee delle alte tecnologie (e sarebbe autolesionistico se gli Europarlamentari non dovessero accettarlo proprio per questo). Se neppure lui facesse qualcosa di decisivo per colmare il dislivello che ci separa dall’America e dalla Cina, vorrebbe dire che l’Europa ufficiale ha implicitamente accettato di essere eternamente al di fuori dei veri giochi della nuova economia, e così di avviarsi deliberatamente al sottosviluppo (appunto dietro all’India, all’Indonesia e all’Egitto).

Come, poi, un’eventuale, e auspicabile, azione dell’Europa nel settore delle nuove tecnologie  potrebbe aiutare l’Italia nella lotta alla disoccupazione è tutto da vedere. Infatti, in Italia si è consolidata nei decenni una retorica autodistruttiva secondo cui la politica deve occuparsi, per l’appunto,  delle lobbies già esistenti, e non di creare nuove formazioni sociali (come la Cina ha fatto con Baidu, Alibaba, Huawei e TikTok); sicché:  le imprese italiane dovrebbero rimanere in eterno dei “followers” di quelle americane; i laureati dovrebbero essere modesti e conformisti, non già avere l’ambizione di essere veramente classe dirigente; gl’imprenditori dovrebbero essere poco più che degli operai di successo, e i lavoratori dovrebbero restare più ignoranti possibili, per non fare ombra, né ai padroni, né ai sindacalisti. Con queste premesse, il problema della disoccupazione viene liquidato da tutti con la frase: “ciascuno può fare solo quel che sa fare”. Ma se è così, quando, come ora, l’economia mondiale cambia radicalmente, che facciamo? Ci mettiamo tutti in disoccupazione e pretendiamo tutti (politici, imprenditori, managers o lavoratori), un vitalizio, un sussidio o un reddito di cittadinanza? Non c’è la possibilità di imparare delle cose nuove? Come hanno fatto i Cinesi e gl’Indiani a trasformare in una sola generazione un miliardo di contadini in operai, commercianti, tecnici, managers, imprenditori, scienziati e finanzieri?

I “fondi europei” dovevano servire proprio a questo: a organizzare una colossale operazione per riconvertire (con i metodi “energici” propri di consorzi di guerra, di cui tanto Monnet quanto Hallstein erano degli esperti) l’enorme apparato carbosiderurgico ereditato dall’ Asse; per reinserire in altre funzioni, con i Fondi Sociali, la mano d’opera così resasi inutilizzabile, per reindustrializzare con i Fondi Strutturali le regioni depauperate dal calo programmato delle produzioni e dallo smantellamento delle “pseudo-economie” create dal sistema doganale.

Non basta oramai nemmeno l’”Industria 4.0”, oggi, quando i Paesi leaders del mondo si dedicano all’intelligenza artificiale, ai computer quantici e ai 5G.

Perciò, in netto contrasto con quanto si sta ora facendo (o meglio non facendo), l’azione per contrastare la disoccupazione dovrebbe consistere in un’energica ristrutturazione in senso digitale delle filiere  dell’economia in senso lato, e in un generalizzato “upgrading” delle competenze dei nostri concittadini, attraverso una maggiore selettività, azioni di formazione permanente e d’incremento della partecipazione. Il bello è che tutto questo sarebbe già finanziato, per esempio, dai fondi europei, ma la gestione timida  da parte di Autorità timorose di urtare l’ignavia dei cittadini e l’occhiuta sorveglianza dei concorrenti internazionali porta al non utilizzo dei fondi e, anzi, alla loro dilapidazione.

Tutto ciò presupporrebbe inoltre un radicale incremento delle capacità di previsione, progettazione e intervento dei settori “pubblico” e “sociale”, intendendo sotto questi termini Unione, classe politica, Stati membri, Regioni, Enti locali e associazionismo.

Luca Ricolfi

  1. Il nuovo Statuto dei Lavoratori

Ci compiacciamo con Tiziano Treu, che avevamo invitato quest’anno al Salone del Libro di Torino, per aver organizzato presso il CNEL una serie di convegni sullo Statuto dei Lavoratori e sulla sua attualità oggi. Noi, come Alpina e come Associazione  Culturale Diàlexis,  abbiamo pubblicato due studi sull’ argomento: “Modello sociale europeo e pensiero cristiano” e “Il ruolo dei Lavoratori nell’ era dell’ intelligenza artificiale”, presentato al Salone del Libro di Torino del 2019.Quest’ultima opera caldeggiava l’attualizzazione del diritto del lavoro in Europa alla luce delle nuove realtà. Infatti, un nuovo diritto del lavoro può essere soltanto europeo, così come sono europee le principali novità legislative oggi vigenti.

Inoltre, non ha senso modificare le norme senza modificare la struttura economica sottostante. Occorre trovare un compito per tutti anche nella società delle macchine intelligenti. Per questo, avevamo inviato, nel 2014, al Presidente Juncker, il nostro ”Quaderno di Azione Europeista” intitolato “Re-statring Eu Economy via Technology-intensive industries”).  L’”upgrading” del lavoro comporta un progressivo passaggio dal lavoro fisico a quello intellettuale, dall’ intellettuale al direttivo, dal direttivo al politico, dal politico allo spirituale. Se le macchine sono nate per sostituire il lavoro degli schiavi, dei servi, degli operai e dei burocrati, gli unici “posti di lavoro” che resteranno disponibili saranno quelli al di sopra delle macchine, vale a dire attività d’ ideazione, di direzione, di progettazione e di comando. Quanto più le macchine saranno capaci di fare tutto, tanto più ci sarà bisogno di personalità che investighino sui fini, disputino sulle alternative, impersonino divergenze di opinione, prevedano, orientino (chierici, governanti, politici, intellettuali, gestori, teorici, educatori…). Quello che Luca Ricolfi ha chiamato “Società signorile di massa”, che oggi è una stortura dell’Italia decadente, dovrebbe diventare la regola, e l’unico modo di realizzare quella che era l’idea di “democrazia” all’inizio della Modernità, espresso in concreto nel “Machinenfragment” di Marx.

Contrariamente a quanto si pensa normalmente, il lavoro non mancherà per nessuno neanche nella Società delle Macchine Intelligenti.Resterà solamente da stabilire come ripartire i redditi prodotti dalle macchine. Ma la situazione non sarà molto diversa da oggi (o meglio da ieri), perché “macchina” sarà un campo come un ministero, una scuola come un esercito, una città come un ospedale. Anche queste avranno dei “padroni”, siano essi lo Stato o delle società, dei “capitalisti” o degli “enti senza fini di lucro”, delle cooperative o delle famiglie. Bisognerà solo contrastare (se ancora possibile) l’espansione incontrollata delle “Big Five”, le quali, grazie alla connivenza dell’ ARPA e dei politicanti, si sono appropriate in pochi anni (ma sono oramai 50) di tutti i principali centri di potere.

Organizzare tutto questo sarà il compito del nuovo “diritto del lavoro” europeo. Ma presupposto di tutto sarà che questo complesso sia in grado di produrre ricchezza sufficiente per mantenere gli Europei. Perciò, il nostro “complesso macchinico” dovrà essere competitivo con quello dei grandi Paesi tecnologici (oggi, gli USA e la Cina, domani l’India, la Russia, ecc…). Oggi, non stiamo andando affatto in quella direzione -na,anzi, nella direzione opposta-.

C i ripromettiamo di pubblicare al più presto un’opera che condensi le riflessioni oramai necessarie circa le basi culturali per siffatta rivoluzione culturale europea, e ancor più circa concreti progetti legislativi volti ad unificare e coordinare tutte le attività europee nel campo del digitale.

Cgliamo l’occasione per segnalare un’importante iniziativa su questo argomento

DECODE SYMPOSIUM 2019

Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society

DECODE is an ambitious EU project with 14 high level partners that aims to advance the cause of decentralised, rights-preserving and privacy-enhancing digital infrastructures that put individuals in control of their data while enabling them to share it for the common good. DECODE focuses
its research and development effort on novel notions of digital sovereignty and data commons, aspiring to see them implemented in new EU policies.

The theme of the 2019 DECODE Symposium is Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society. It will focus on constructing viable democratic alternatives to the Big Tech. The Symposium will discuss the benefit of decentralized and privacy preserving technologies as alternatives against the digital economy’s tendencies towards centralization and monopolization. After reviewing the most promising and impactful of such technologies on Day 1, the symposium will dedicate Day 2 to discussing how such projects could fit into the broader context of Europe’s efforts to protect fundamental rights of its citizens and restore its economic and technological sovereignty. The event will discuss issues that range from antitrust, competition law, the geopolitics of Finth, democratic control
over AI and platforms, and also how a Smart Green New Deal would look like today.

Amongst the main speakers of this year’s symposium the writer Evgeny Morozov, former CTO of Barcelona and founder of the DECODE project Francesca Bria, Nesta CEO Geoff Mulgan, the author of best selling book Postcapitalism Paul Mason, the artist and founder of DIEM25 with Yanis Varoufakis Brian Eno, Ann Pettifor, the main economic advisor to the UK about party and author of The Green New Deal, Harvard Law Professor Roberto Unger; Jen Robinson the main lawyer of Julian Assange, Robert Kockett, the main advisor to Alexandria-Ocasio Cortez on the Green New Deal….

 

This event is curated by Francesca Bria and Evgeny Morozov, and is brought to you by the City of Turin, the Festival of Tecnologia, Lavazza, New Institut and TopIX. Workshops are being curated by Dyne.

Conference Program

Day One: November 5th 2019

TECHNOLOGIES FOR A DECENTRALISED DIGITAL FUTURE: BUILDING THE EUROPEAN ECOSYSTEM

8.30 – 9.30

Registration and refreshments: Main chair for the day: Geoff Mulgan, Nesta

9.30 – 9.45

Welcome and opening:

  • Francesca Bria, DECODE
  • Olivier Bringer, European Commission
  • Paola Pisano, Italian Minister of Innovation
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Marco Zappalorto, Nesta
    Italia

9.45 – 10.00

Blockchains for Social Good: First results from the EU prize and related initiatives:

  • Fabrizio Sestini, European Commission

13.30 – 14.15

Panel: Blockchains, DLTs and Privacy-Enhancing Technology for the Common Good:

  • Olivier Bringer, European Commission
  • Marco Bellezza, Presidency
    of the Italian Council of Ministers
  • Denis Roio, Dyne.org
  • Irene Lopez de Vallejo, Ocean
    Protocol
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Chair: Anna Masera, La Stampa

11.00 – 11.15

The DECODE Ecosystem – Tools for Citizens’ Data Sovereignty

  • Denis Roio Dyne.org
  • Oleguer Sagarra, Dribia
  • Pablo Aragon, Eurecat

11.15 – 11.30

DLTs and Blockchain-based EU Project Pitches

11.30 – 12.00

Refreshments, networking and exploring the showcase

12.00 – 13.30

A New Deal on Data: Towards Viable Solutions:

  • Regis Chatellier, Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés
  • Maria Savona, Sussex University Lorena
  • Jaume-Palasi, Algorithm Watch Neil Lawrence, University of Sheffield
  • Mara Balestrini, Ideas for Change
  • Chair: Javier Ruiz, Open Rights Group

13.30 – 15.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

15.00 – 16.00

The Role of STARTS (Science, Tech and the Arts) for a Human-centric Digital Future

  • Holly Herndon, Musician
  • Mar Santamaria, 300000 kms (winner STARTS Prize 2019)
  • Ciro Cattuto, ISI Foundation
  • Christopher Roth, Film-maker
  • Chair: Ralph Dum, European Commission

16.00 – 17.00

Europe’s Digital Sovereignty: How Do We Get There?

  • Rob van Kranenburg, Founder of Internet of Things Council
  • Dan Hill, Vinnova
  • Andrea Fumagalli, Università di Pavia
  • Yasmine Fage, Entrepreneur Goggo Network
  • Caroline Nevejan, City of Amsterdam
  • Chair: Katja Bego, Nesta

17.00 – 18.00

Networking and exploring the showcase

18.00 – 19.30

The Evening Debate: The Future of Press Freedom

  • Jen Robinson, Human Rights Lawyer
  • Joseph Farrel, Centre for Investigative Journalism, Wikileaks Ambassador
  • Stefania Maurizi, Journalist Repubblica
  • Geoffroy de Lagasnerie, Philosopher
  • Chair: Renata Avila, Fundación Ciudadanía Inteligente

Day Two: November 6th 2019

RADICAL TECH FOR A DEMOCRATIC DIGITAL FUTURE

09.00 – 10.00

Registration and breakfast

  • Main Chair for the day: Barbara Carfagna, RAI

10.00 – 10.15

Welcoming remarks

10.15 – 10.30

Setting the Scene: Our Technological Future Beyond Techno-Nationalism and Techno- Globalism

  • Evgeny Morozov, Author

10.30 – 12.00

Democratizing Money vs. Centralizing Control: The Geopolitics of Fintech

  • Izabella Kaminska, Financial Times
  • Brett Scott, Author Hacking the Future of Money
  • Kevin Donovan, University of Edinburgh
  • Massimo Amato, Bocconi University
  • Rohan Grey, Digital Fiat Currency Institute
  • Chair: Barbara Carfagna, Journalist RAI TV

12.00 – 14.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

14.00 – 15.30

Big Tech in Crisis: Policy Responses on Competition and Data Sovereignty

  • Paul Nemitz, European Commission, DG Justice
  • Paolo Ciocca, Consob
  • Tommaso Valletti, Imperial College, Chief Economist DG Competition
  • Alexey Ivanov, Skolkovo-HSE Institute for Law and Development
  • James Meadway, Economist
  • Chair: Francesca Bria, DECODE

15.30 – 16.00

Reconquering digital sovereignty: DECODE and beyond

16.00 – 17.30

Putting Data, Platforms and AI under Democratic Control

  • Paul Mason, Journalist and Author
  • Geoff Mulgan, CEO Nesta
  • Bruce Sterling, Writer
  • Amelia Andersdotter, Article19 (former EU MEPs)
  • Juan Carlos de Martin, Nexa-Politecnico di Torino
  • Edoardo Reviglio, Chief economist Cassa Depositi e Prestiti
  • Chair: Luca De Biase, Sole 24 Ore

17.00 – 18.00

Refreshments and networking

18.00 – 19.30

Democratizing the Knowledge Economy in the Times of the Green New Deal
An interview with: Roberto Unger, Harvard University

Panelists:

  • Robert C. Hockett, Cornell University, Advisor of Alexandria Ocasio-Cortez on the Green New Deal
  • Ann Pettifor, Author of The Green New Deal
  • Brian Eno, Artist
  • Francesca Bria, DECODE
  • Evgeny Morozov, Author
  • Chair: John Thornhill, Financial Times

19.30 – 20.00

Networking

 

 

 

STORIA D’ ITALIA E IDENTITA’ ITALIANA

 

Commenti a margine del libro di Marcello Croce

MARTEDÌ 24 SETTEMBRE 2019
ORE 18:00

___________

CENTRO STUDI SAN CARLO – VIA MONTE DI PIETÀ 1 – TORINO

R.S.V.P. comunicazioni@rinascimentoeuropeo.org

 

24 Settembre, ore 18

Saluto con estremo favore la decisione dell’associazione culturale Rinascimento Europeo di presentare, il 24/9/2019, presso il Centro Studi san Carlo , il  libro “La storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce, che, per i motivi che illustro qui di seguito,  ritengo particolarmente attuale in un momento in cui la storia culturale delle nazioni europee è divenuta, finalmente, uno dei temi più caldi del dibattito politico e culturale.

Come ho avuto modo di illustrare in un precedente post e di esprimere personalmente allo stesso Autore, il libro di Croce ha, a mio avviso, fra gli altri, due fondamentali meriti: l’assenza di “partiti presi” settari, così diffusi nella storiografia attuale, e la critica, anche se solo accennata, alla concezione ristretta della storia d’Italia come storia dello Stato italiano.

Cercherò qui di inserire questa positiva valutazione nel contesto più ampio del dibattito sull’identità italiana.

1.Una storia non settaria

Ricordo che il modo in cui viene oggi affrontata la storia d’Italia (come tutte le questioni culturali con forti risvolti di attualità), è improntato a un settarismo di tipo copertamente religioso, che offusca, sotto “grandi semplificazioni”, la realtà concreta del tema in esame. La cosiddetta “memoria condivisa” non è infatti altro, a mio avviso, che un’applicazione al fatto nazionale di un generalizzato fondamentalismo nichilistico. Fra questi partiti presi di carattere settario c’è innanzitutto la svalutazione delle tradizioni intese senso generale (in questo caso, le tradizioni storiche dell’Italia) , sì che ciò che conta resterebbero soltanto “gli ultimi 5 minuti” della storia occidentale, quelli che hanno preceduto l’avvento dell’attuale sistema socio-politico. A questo settarismo fanno da contraltare alcuni settarismi minoritari e alternativi, come quelli che prendono in considerazione solo particolari fasi storiche o determinati ambiti geografici (il paganesimo, il Medioevo, la storia della borghesia o del movimento operaio, il fascismo, l’antifascismo, ecc…).

Il settarismo “mainstream” vorrebbe che siano gli Stati che fanno le nazioni, non già viceversa (tesi tra l’altro, cara già a Mussolini e di Gentile).Quindi, nel caso delle “nazioni europee”, esse sarebbero figlie degli Stati assoluti e delle conseguenti rivoluzioni liberali, non già la risultanza di processi storici di lunga durata. Nel caso dell’ Italia, essa  sarebbe stata il risultato di un processo di “nation building” dell’ intellighentija risorgimentale, proseguita dalla classe dirigente liberale, fascista e poi democratica, non già di un processo formativo iniziato con le migrazioni dell’ antico Mediterraneo, rafforzatosi con il mondo greco-romano, consolidatosi con le “guerre sociali”, rinnovatosi con il ruolo del Pontificato e le Crociate, e poi saldatosi, attraverso la cultura classicistica, con il nascente “Nation Building” risorgimentale.

Il libro di Croce prende chiaramente e coraggiosamente posizione contro questa “grande narrazione”, e descrive giustamente la storia d’Italia come un continuum, da cui non si possono in alcun modo escludere le preponderanti influenze della Romanità e del Cattolicesimo, né la vocazione ad un ruolo centrale all’ interno dell’Europa. Più in generale, “ci si trova di fronte a un modello di “storia totale”, che va dall’analisi delle vicende politiche, vero asse portante della narrazione, agli aspetti di natura economica, dallo scenario internazionale all’attenta lettura dei fenomeni di costume e culturali, dalla originale analisi del ruolo della Chiesa nella storia italiana agli aspetti più politologici quali la trasformazione, fino al loro annullamento, dei concetti di rappresentanza politica e di sovranità nazionale”.

Dunque, prima  conclusione da trarsi dal libro: la storia d’Italia non si riduce alla storia dell’ Italia Unita. Seconda: la storia d’Italia non è concepibile senza la storia dell’ Europa.

2.Critica e rinascita delle identità

L’approccio settario alla storia delle nazioni europee è legato alla missione, che buona parte degl’intellettuali si sono auto-attribuiti, di decostruire le (obiettivamente lacunose) narrazioni ufficiali circa l’ identità europea. Dibattito che giustamente non si è mai sopito, tanto che esso, per la casa editrice Alpina e per l Associazione Culturale Diàlexis, costituisce addirittura  il cuore dell’attività e dell’ impegno civile.

Un esempio di questo decostruzionismo a senso unico  (Einaudi, 2019) è costituito dal recente libro di Cristian Raimo “Contro l’ Identità Italiana”, incentrato sulla vecchia critica di principio a tutte le identità, in quanto foriere di nefaste conseguenze sociali, che ha avuto ampio corso nella saggistica di fine ‘900. Non per nulla, Raimo si riallaccia alle varie opere di Remotti su questo tema (che per altro, a mio avviso, nonostante i loro titoli, non hanno certo distrutto la realtà e l’utilità delle identità, bensì ne hanno solo precisato meglio il senso).Attraverso queste e simili vie, per altro assai tortuose (le “enge Gassen” di Nietzsche), ci si sta fortunatamente avvicinando al nocciolo di problemi, da cui, nel Secondo Dopoguerra, eravamo rimasti abissalmente lontani; ho tuttavia  il timore che questo processo tortuoso di avvicinamento proceda troppo a rilento rispetto ai ritmi e alle esigenze della storia contemporanea.

Alla fine, i pretesi  “anti-identitari”non negano affatto il concetto di identità, ma tentano solo di temperarlo, per esempio, con quello di “simiglianze”. Il che è assolutamente appropriato, ma insufficiente. Ad esempio, Raimo giunge, dopo una meritoria carrellata attraverso la letteratura (oramai vastissima) circa l’identità italiana, alla conclusione (giusta ma generica), che condivide con l’ultimo Remotti, che il difetto fondamentale dell’idea di “identità” che si è diffusa in recentemente sia ch’essa è troppo rigida (“essenzialistica”, come si dice), e non possa , per questo, cogliere le sfumature. Ma questo, più che un difetto dell’identità, è un difetto della civiltà occidentale nel suo complesso, che non è capace della polisemicità, per esempio, della lingua Cinese, unica in grado di esprimere in modo sintetico, proprio perché impreciso, la complessità della realtà, tanto che le frasi di Confucio possono restare attuali dopo 2500 anni, perché indeterminate (e quindi generalissime). Del resto, l’inventore della “Logica Fuzzy” era un  persiano ( Lotfi Zadeh), che aveva tentato di rendere questa indeterminatezza in Inglese, e perfino nel linguaggio informatico, ma, esprimendosi in lingue indoeuropee, si era trovato in seria difficoltà (Bart Kosko, Il Fuzzy-pensiero, Teoria e applicazioni della logica fuzzy; Baldini e Castoldi,1993).

Al di là della questione della lingua, è chiaro che esprimere realtà umane con la logica matematica (“identità” significherebbe “A =A”),è impossibile, anche se oggi si cerca di creare dei “sistemi neurali” che imitino l’uomo al 100%. Infatti, l’uomo è per definizione, come dice Gehlen, l’”animale imperfetto”, che è se stesso proprio perché “erra”, e, “errando” crea sempre qualcosa di nuovo (come scriveva Goethe, “es irrt der Mensch solange er strebt”).

3.Identità personali e identità collettive

Tornando alle identità collettive, il fatto stesso che tutti oggi si affannino a studiarle (la “hindutva”, l’”americanismo”, l’”identità cristiana”,la “cultura gesuitica”, l’”identità europea”, lo “European Way of Life”, il “Russkyj Mir”, l’”identité nationale”, l’” italianità”, l’ “identità padana”, la “napoletanità”, lo “spirito sabaudo”,l’”identità della sinistra”…).,  costituisce la dimostrazione che esse oggi costituiscono una forza motrice della cultura, della politica e persino dell’economia, e, anzi, più la tecnocrazia, la cultura e la politica si  sforzano di  cancellarle attraverso l’informatica, la globalizzazione, l’omologazione e il livellamento, più cresce il bisogno di attaccarsi alla propria identità, personale o collettiva che sia.

Contrariamente a quanto normalmente si afferma, queste due identità non sono infatti contrapposte, bensì complementari. L’identità personale nasce dall’ ovvia considerazione che la coscienza individuale è l’evidente fonte primaria di ogni percezione del mondo, sicché attraverso di essa l’uomo  ritrova il mondo intero, e dà a questo una forma. L’identità personale non avrebbe contenuto se non fosse “riempita” dal mondo esterno. Dall’interazione fra il soggetto e la “parte umana” del “mondo esterno” nasce il “linguaggio”, e questo è, a sua volta, il modo in cui si riordina la realtà inorganica della coscienza individuale. La forma specifica di ordine che l’interazione con il mondo esterno imprime alla coscienza individuale costituisce l’”identità collettiva”, che unisce la coscienza individuale al mondo umano. Quest’ultimo è, a sua volta, variegato, e, perciò, “poliedrico”. La persona umana interagisce con modalità varie con parti diverse del “mondo umano”. Queste interazioni sono le diverse identità collettive a cui l’uomo partecipa. Il fatto ch’esse siano tante, e su tanti piani diversi, non significa certo ch’esse non esistano.

4.Storia italiana e storia europea.

Come emerge chiaramente dal libro di Croce, per comprendere la storia dell’Italia Unita occorre situarla, dunque, all’ interno della storia dell’identità italiana quale prodotto del ruolo unico che l’Italia ebbe nella Romanità e che ancora ha nella Chiesa e in Europa. La nascita dell’Italia quale Stato unitario è parallela almeno a quella della Germania, anch’essa già parte centrale del Sacro Romano Impero, dove essa rivestiva un ruolo di leadership laica, mentre all’ Italia spettava quella ecclesiastica. Anche il declino di quei due Stati nazionali è stato parallelo, in quanto i due Paesi, alleati nella Seconda Guerra Mondiale, hanno “bruciato” entrambi, nei rispettivi  esiti totalitari, un esperimento di sintesi fra tradizioni e modernità che andava comunque tentato. Sotto questo punto di vista, la grande narrazione junghiana e spinelliana della guerra come catarsi del nazionalismo regge ancora, purché venga letta in modo ben più profondo di quanto non facciano le attuali “retoriche dell’idea di Europa”. Lo scacco ai nazionalismi europei è la dimostrazione palmare dell’insostenibilità, nella modernità, ma ancor più nella postmodernità,  degli Stati “piccolo-nazionali”, che non possono “tecnicamente” neppure  essere dilatati ad libitum fino a fonderli in un nuovo imperialismo europeo. Infatti, per la loro stessa, natura, essi hanno rifiutano un significato, ma anche un’ambizione, universale (“Mediterraneo contro spirito nordico….”). Perciò, essi non sono stati capaci allora, né, a fortiori, sono capaci oggi, di esprimere una forma sensata di “missione delle nazioni”. Questo perché hanno interiorizzato la narrazione “occidentale” in cui le nazioni avrebbero costituito una tappa necessaria sulla via del “progresso”(Herder, Fichte, Mickiewicz, Mazzini). Ma, come oramai la maggioranza dei commentatori ha potuto constatare, non stiamo andando verso il progresso, bensì addirittura  verso la fine dell’umano (Horckheimer e Adorno, Dialektik der Aufklaerung, Querido, 1948;Pierre-André TaguieffTaguieff, Le sens du progrès, Flammarion,2004).

Oggi, la missione delle nazioni, o, meglio, dei vecchi e nuovi imperi subcontinentali, è quella di porre sotto controllo il “progresso”. L’Europa, data la sua tradizione umanistica, e ancor più l’Italia, proprio per quell’”arrière-pensée” antimoderno di cui tutti la incolpano , costituisce forse, ancor più che la stessa Russia (che pure se ne dichiara oggi la rappresentante), il vero Katèchon, quello capace di domare l’espansione senza limiti del Complesso Informatico-Militare.

Ma, per poter fare ciò, l’Italia deve liberarsi di una zavorra oramai insopportabile di luoghi comuni, di diktat culturali e di tabù, che ne paralizzano le energie in tutti campi, con operazioni culturali intelligenti e coraggiose come il libro di Croce.

 

 

HUAWEI E EUROPA : ACQUISTIAMO LA TECNOLOGIA DEi 5G PER UN’AGENZIA DIGITALE EUROPEA!

L’Olivetti ELEA , il primo personal, era italiano, e fu progettato dall’ italo-cinese Mario Chou.

Il nuovo campus della Huawei, a Dong Guang, e al centro della nascente città metropolitana sul Fiume delle Perle, grande come la Germania,  ospiterà gli Enti centrali del gruppo Huawei. Esso consiste delle riproduzioni integrali a grandezza naturale dei centri storici di 12 città europee, scelte in  modo non banale ed evitando le localizzazioni più commercializzate, come la Torre di Pisa o Piazza San Marco, e andando  invece  alla ricerca di perle nascoste della cultura europea, da Verona al castello di Heidelberg, fino all’ Alhambra di Granada (e inoltr Parigi, la Borgogna, Friburgo, Cesky Krumlov, Budapest…), che spesso neppure gli Europei conoscono.Questa “città ideale” costruita sui modelli di Pienza, Sabbioneta, Palmanova, Zamosc e San Pietroburgo, costituisce di per sé una ben congegnata provocazione nei confronti dell’inesistenza , a oggi, di una cultura europea dell’informatica.

Essa costituisce anche l’ esempio più recente dello spirito con cui la Cina, o parte di essa, sta affrontando le sfide della post-modernità è chiaramente tradizionale, o, per usare un termine più appropriato, “assiale” (cioè dell’era delle grandi civiltà, cfr. Jaspers, Eisenstadt, Cojève, Assmann). Questo è reso evidente dalle citazioni sempre più ossessive delle antichità cinesi ed europee. A partire dall’esercito di terracotta e dalla Grande Muraglia, senza parlare del movimento Hanfu, per giungere alla frenesia con cui vengono clonati un po’ ovunque tutti i monumenti dell’Occidente, con un’attenzione e una cura che in Europa certamente non abbiamo.

Mario Chou era stato segnalato a Olivetti da Enrico Fermi

1.L’offerta di Reng Zhenfei

Anche l’offerta di Reng Zhenfei, Amministratore delegato della Huawei, di vendere  (o, più precisamente, di licenziare), a un concorrente estero la sua tecnologia, rientra certamente in quello spirito “perennialista”. Secondo l’“arte della guerra” di Sun Zu, l’obiettivo di un condottiero è quello di “conquistare il Tian Xia senza uccidere nessuno”. Già in questo possiamo apprezzare la differenza con Google. Infatti, nell’ opera “The New Digital Age”, due membri del Consiglio di Amministrazione di Google, Schmidt e Cohen, raccontavano di aver elaborato insieme, nella Baghdad distrutta dalle bombe americane, la nuova strategia di Google, che sarebbe quella di “sostituire la Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo”. Pare che anche…avrebbe incitato i suoi azionisti-soci-collaboratori a muovere alla conquista del mondo, però non ha associato questa conquista ad una strategia bellica.

Si è detto che anche Ren avrebbe esortato i propri azionisti-collaboratori a marciare alla conquista del mondo. Tuttavia, non ha legato questo programma a un programma militare o ideologico, ma, a quanto pare, a una visione culturale.

In un certo senso, ha ragione il Presidente Trump nel ritenere che l’attuale “sorpasso” della Cina sugli Stati Uniti nei campi economico e tecnologico, sia dovuto all’ abilità dei Cinesi nel copiare l’Occidente. Infatti, tutte le civiltà che hanno progredito e vinto hanno copiato massicciamente quelle precedenti (Babilonia, l’ Assiria, la Persia, la Macedonia, Roma…). Tutti i Paesi extra-europei (America, Russia, Turchia, Giappone, India), a partire dal colonialismo, hanno copiato massicciamente l’Europa, a cominciare dalla religione (il Brahmo-Samaj, i Bahai, i Taiping), per passare all’ ideologia (il nazionalismo, la monarchia, il liberalismo, il marxismo, il fascismo), e continuare con l’ economia (libero mercato, socialismo), fino alla tecnologia (informatica, alta velocità, ecologia, spazio). Se questo è un “furto”, esso è costitutivo dell’idea stessa di “storia”, e gli Stati Uniti sono il caso più flagrante di “furto”, avendo “rubato” la terra agl’Indiani, la libertà agli Africani, il territorio agli Europei, le idee a Inglesi e Iberici, la cultura e la tecnologia a Tedeschi ed Ebrei…

L’idea di una “Nuova Europa” in Cina rappresenta una risposta alle idee di Hegel sulla “Fine della Storia”in Europa e a quelle dei Neo-hegeliani  circa l’ America quale “vera” fine della Storia. Se lo Spirito del Mondo segue il corso del sole verso Occidente,. Allora, esso, dopo l’ America, illuminerà nuovamnte la Cina (e l’ Eurasia).

Adriano Olivetti, l’imprenditore piemontese che realizzò l’ELEA

2.La lotta fra Trump per frenare la Cina

Comunque, nessuno aveva mai spinto quella tendenza emulatoria così   avanti come ha fatto la Cina degli ultimi 30 anni, giungendo addirittura a emulare la stessa ragion d’essere occulta della modernità occidentale, la rivoluzione delle macchine intelligenti.  Se la Cina riesce là dove l’America non può arrivare è perché la Cina, da sola, racchiude in sé, sotto un’unica guida, un universo grande quanto l’intero Occidente, un universo in cui  coesistono le più avanzate tecnologie e società ancora primitive, una vasta borghesia colta e un vastissimo sottoproletariato, un grande ceto medio burocratico e manageriale e una miriade di piccole e medie imprese: l’”unità nella diversità”, tanto esaltata da tutti, ma che non può essere realizzata là dove c’è invece una grande omogeneità. La Cina ha potuto così giocare su tutti i tavoli, dal comunismo di guerra al laissez-faire più sfrenato, dallo stalinismo alla finanza internazionale, dal libero mercato al “keynesismo militare”. Essa continua a poter mobilitare in modo differenziato centinaia di milioni di migranti e di funzionari, d’imprenditori e di professionisti, su tutti gli scacchieri e su tutti i varabili scenari economici mondiali (dalla guerra fredda alla lotta al sottosviluppo, dalle delocalizzazioni alla rivoluzione digitale…).In questo modo, essa è riuscita fino ad ora ad evitare l’”impasse” di una linea di sviluppo monocorde, sia essa la programmazione sovietica o il neo-liberismo anglo-americano.

Trump , avendo abbandonato (finalmente) l’ipocrisia dei presidenti precedenti, ha anche le sue ragioni, in quanto difensore degli Stati Uniti, nel tentare palesemente di arginare questa tumultuosa crescita della Cina, ma ne è ostacolato dalle limitate dimensioni del suo Paese e dai seppur modesti “check and balances” che, in Occidente, limitano ancora la sua libertà di manovra, a cominciare dall’ esistenza dell’ Unione Europea (ch’egli considera infatti come la sua peggiore nemica). Non per nulla egli sta facendo di tutto per imitare la Cina, a cominciare dalla concentrazione del potere sulla sua persona e dal tentativo di ridurre ulteriormente i margini di manovra degli Europei. E’ anche normale, nell’ottica della lotta fra grandi potenze, che la crescita della Cina e il conseguente benessere del resto del mondo vengano in qualche modo frenati dall’ azione di Trump, ma non è probabile un suo sostanzioso successo.

Sono, infatti, 4000 anni che l’ Oriente trasferisce tecnologia in Occidente (agricoltura, scrittura, papiro, porpora, strategia, seta, porcellana, vetro, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), come 500 che l’Occidente ritrasferisce la tecnologia in Oriente (cannoni, motori a vapore e a scoppio, giornali, automobili, radio, cinema, energia atomica, televisione, spazio, informatica).Vi è cioè una sorta di “principio dei vasi comunicanti”. Il tipo di rapporto contrattuale potrà variare ad libitum, ma, nella sostanza, non è (ancora) ammissibile, fintantoché le Macchine Intelligenti non imponessero un proprio impero mondiale, che esista nel mondo un unico fornitore dei beni più essenziali. Una situazione del genere sfocerebbe senz’altro in una guerra per l’appropriazione “manu militari” delle nuove tecnologie.La Cina ha già sventato un siffatto colpo di mano da parte di Google, Microsoft, Apple, Facebook e Amazon, resistendo alle spinte disgregatrici sullev sue province periferiche e creando, come ha fatto, omologhi cinesi per le “Big Fives” (Baidoo, Alibaba, Tencent).

 

Mario Chou con Adriano Olivetti

3.Fine del monopolio della Silicon Valley

Avendo costituito un’ alternativa alla Silicon Valley, la Cina sta offrendo al resto del mondo l’opportunità di una reale concorrenza, creando due ecosistemi digitali paralleli, non limitati al territorio di ciascun blocco, bensì a livello mondiale. Una concorrenza che, paradossalmente, costituisce una delle rivendicazioni tradizionali  delle retoriche del libero mercato, e una delle basi delle politiche della concorrenza, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa.A tutela della quale non si era esitato, neln XX Secolo,  ad emettere i cosiddetti “orders to divest” contro la Standard Oil, la SKF e la General Electric. Orbene, visto che nessuno nel mondo ha oggi più il coraggio di emettere un “order to divest” (giustificato quant’altri mai) nei confronti delle Big Five, perché queste dispongono ovunque di un potere assoluto, , è lo stesso Ren  a emettere  (contro se stesso) un “oder to divest”, dando, così, un esempio che potrà avere un impatto dirompente in tutto il mondo. Se la Huawei si è sentita obbligata a spezzare il proprio stesso monopolio, perché non dovrebbero farlo anche le Big Five?

In questo scenario, si capisce anche che è impossibile impedire che le tecnologie sviluppate in Cina possano essere applicate nel resto del mondo, anche se ciò costituisce un vulnus inaccettabile al dogma hegeliano e weberiano che lo sviluppo economico della modernità è una conseguenza diretta e inscindibile della rivoluzione puritana (americana).Questo dogma, invocato a suo tempo da Marx a giustificazione dello schiavismo in America  e da Rostow per la sua “teoria dello sviluppo”, costituisce il motore occulto della potenza americana, così come la teologia costituiva, per Benjamin, la forza occulta del Marxismo.S e cadesse questo dogma, si sfalderebbero non solo l’Occidente, ma la modernità, e gli stessi Stati Uniti.

La famiglia Chou

4.La mossa di Huawei

In questo breve lasso di tempo, sono state formulate, sulla mossa cinese,  le ipotesi più svariate, per lo più ispirate a immarcescibili  pregiudizi anticinesi, soprattutto quella che si tratterebbe solo di una mossa tattica, di un trucco, oppure che essa sarebbe la prova  che la Huawei è disperata per non poter più vendere abbastanza telefonini e materiale logistico in Occidente.

La verità è che la vita stessa delle tecnologie moderne è fondata sulla contrattualistica della proprietà industriale : nessuno è mai riuscito a sfruttare per sempre un’invenzione in regime di monopolio; da sempre ci sono stati l’”esaurimento dei diritti” , il “trickle down effect”, le licenze, i trasferimenti di know-how. Questi trasferimenti per via contrattuale e commerciale hanno costituito da sempre la forma fisiologica delle collaborazioni tecnologiche internazionali, anche se non sono sconosciuti casi “patologici” di trasferimento forzoso di tecnologia, come quello realizzato manu militari dopo la Seconda Guerra Mondiale, arrestando e trasferendo a forza von Braun e Antonov. La Cina sta cercando proprio di evitare che si arrivi a tentativi di questo tipo.

Inoltre, le trasformazioni in corso nell’economia mondiale sono così rapide, che il ruolo della Cina , in quanto parte oramai centrale di questa economia, è condannata a mutare continuamente. Ciò che era vero fino a ieri non lo è più oggi. Se, per volontà  delle multinazionali americane, che, negli Anni 90 vi avevano delocalizzato il grosso delle loro produzioni, essa era divenuta la “manifattura del mondo”, oggi essa  sta diventando, sempre in simbiosi con gli ambienti economici occidentali, il “cervello del mondo”. In questa situazione, non è essenziale produrre in Cina, ma neanche all’ interno dell’universo Huawei, tutto il materiale telefonico. L’importante è controllare la filiera internazionale, per imporsi quale partner qualificato di coloro che vi operano. Così come fanno Google, Facebook, Amazon e Alibaba, che in pratica gestiscono le attività di altri.

La licenza della tecnologia 5G, per quanto offerta nei termini più liberali, non arresterà dunque l’“intellectual leadership”di Huawei, la cui forza consiste proprio nell’innovazione continua. Il campus” di Dong Guan servirà proprio per coltivare innovazione per tutto il mondo. Il fatto che esso sia costruito “copiando” le roccaforti della cultura europea (e non di quella americana, russa, islamica o indiana), dimostra che il modello e il partner elettivo di questi sviluppi è l’Europa. Questo per due motivi, l’uno storico, perché DA QIN ha costituito da sempre il polo speculare delle Vie della Seta, al quale la Cina ha guardato sin dal tempo degli Han Anteriori, e l’altro, geopolitico, perché l’Europa è, oggi, speculare e quindi complementare nei campi culturale, politico, tecnologico ed economico, alla Cina.

Il Minitel, il primo Internet, era europeo

5.Sfidiamo l’arretratezza culturale e tecnologica dell’ Europa

Dal punto di vista tecnologico, l’Europa appare, all’alba della Società delle Macchine Intelligenti, come un paese sottosviluppato:
“Se è vero che l’ Europa ha nel commercio extra-UE un saldo positivo dell’industria manifatturiera nel suo complesso, registra però un deficit nei prodotti ad alta intensità tecnologica. Nel 2015, il disavanzo europeo è stato di 63,5 miliardi di euro, soprattutto verso la Cina, ma non solo: anche Stati Uniti, Corea, Giappone e persino Vietnam e Thailandia hanno segnato un più nello scambio di prodotti high tech con l’ Unione Europea….”(Francesca e Luca Balestrieri, “Guerra Digitale”). Come scrivono gli autori citati, “La discontinuità che segna l’inizio della seconda fase della rivoluzione digitale offrirebbe sulla carta all’ Europa l’opportunità di un cambio di marcia: nel nuovo mix di tecnologie convergenti, l’eccellenza europea in settori come la robotica, l’automazione e -in generale -la manifattura 4.0 potrebbe portare alla nascita di nuovi campioni globali, questa volta radicati in Europa. Il fattore critico è però la capacità di elaborare un’efficace politica industriale a dimensione europea. “

L’assenza dell’ Europa dai settori di punta delle nuove tecnologie deriva dall’ assenza di un ambiente geopolitico ed intellettuale complessivamente favorevole (di innovatori motivati e all’ avanguardia come a suo tempo von Braun,Turing, Olivetti, Chou, o, in America, Wiener, von Neumann, Esfandiari, Kurzweil…; d’ iniziative come quelle del Minitel e di Programma 101; di un  centro decisionale militare autonomo come il DARPA americano, che finanzia l’industria digitale in quanto tipicamente “duale”; di reti d’intelligence capaci d’impedire il furto delle tecnologie).Forse anche da accordi segreti con l’ America.

Tuttavia, se, nel XX° secolo, i Paesi europei potevano ancora sperare di mantenere il loro “European life style” restando dei semplici “followers” dell’ America, essi non possono più nutrire questa speranza dopo l’avvento dell’ economia digitale, dominata dalla Silicon Valley, da Dong Guan, Xiong’an, Bangalore, dai providers di Internet, dai Big Data, dai computers quantici e dai 5G.

In Europa non si è ancora capito che le società attuali hanno oramai abbandonato, non solo  le logiche della società assiale, ma anche quelle della Modernità, fondate su religione, umanesimo, razionalità, diritto, personalità, libertà, Stato, industria, società. Oggi, quegli elementi sono oramai stati sostituiti dall’ informatica, dal macchinismo, dai “big data”, dall’”hair trigger alert”, dai “social media”, dalle “Big Five”, dall’uomo virtuale. Chi non è in grado di padroneggiare questo complesso mondo mondo decade rapidamente a suddito, a cavia, a mero reperto archeologico da cui ricavare le nuove realtà (come il campo di Dong Huang).

Oggi, USA, Cina, Russia, India, Israele, Iran, hanno i loro Big Data, i loro sistemi di intelligence, i loro guru dell’ informatica, le loro OTTs, ecc…Noi no. Per questo abbiamo già perduto ogni rilevanza geopolitica e stiamo perdendo addirittura la capacità di sopravvivere economicamente e culturalmente.

Uscire da questa spirale discendente richiede una scossa culturale e nuove tecnologie. Ambedue le cose potrebbero venirci da Dong Guan: da un lato, il rilancio dell’orgoglio di appartenere a “Da Qin”, l’altro grande polo, insieme all’ Asia, della civiltà umana, e, dall’ altro,  l’utilizzo delle tecnologie 5G, che rappresentano l’informatica del futuro. Per tutte e due queste cose, abbiamo bisogno della Cina.

Come scrivono Francesca e Luca Balestrieri, “Nello scenario dei prossimi anni vi sono dunque troppe variabili perché si debba considerare il bipolarismo come un destino, in cui restare schiacciati nella logica della nuova guerra fredda: anche se al momento la scena è occupata da Stati Uniti e Cina, la seconda fase della rivoluzione digitale è tuttora aperta a una possibile più larga distribuzione del potere industriale e a più complessi assetti geopolitici”.

Con quest’obiettivo e con questa strategia, l’Europa dovrebbe organizzare un pacchetto negoziale con Huawei, a cui possano partecipare, ma non solo, le multinazionali europee dell’informatica, ma anche altri soggetti, primo fra i quali l’Unione Europea, addirittura in quanto tale. Non si vede perché, come esiste un’Agenzia Spaziale Europea, non possa esistere anche un’ Agenzia Digitale Europea, la quale si ponga, direttamente o attraverso società-veicolo (come Arianespace), come attore sul mercato dei prodotti e servizi digitali, acquisendo tecnologia di punta là dove essa è disponibile e creando le nuove (oggi inesistenti) classi dirigenti della società digitale europea, così come, per la progettazione del “Programma 101”, l’Ing. Olivetti aveva reclutato (su raccomandazione di Enrico Fermi) ,l’italo-cinese Ing. Chou.

Dopo trent’anni di delusioni dalle retoriche neo-liberistiche e post-umanistiche, sta prendendo piede ovunque un atteggiamento altamente interventistico delle Grandi Potenze nei confronti dell’ universo digitale, sulla falsariga del DARPA americano e del Comitato cinese per l’Unificazione del Civile e del Militare. Orbene, se di questo hanno bisogno addirittura le due Grandi Potenze che si contendono il controllo tecnologico del mondo, figuriamoci se non ne abbiamo bisogno noi Europei, ormai ridotti a dei “primitivi digitali” a causa del più spettacolare “fallimento del mercato” che la storia ricordi!

Anche noi dobbiamo costruire il nostro campus umanistico-digitale, comprendente e le migliori tradizioni di tutte le fasi della storia europea, e un’antologia selettiva di tutte le culture del mondo.

LA “STORIA” DI MARCELLO CROCE: UN MODELLO ECCELLENTE E UNO STIMOLO ALL’ APPROFONDIMENTO

La “Giovine Europa” di Mazzini

Con il precedente post in questo sito, avevo avuto l’occasione di formulare una serie di commenti sull’articolo di Franco Cardini del 9 maggio sulla questione del perchè serve oggi scrivere di storia.

Ora, avendo avuto l’occasione di rileggere attentamente, durante una breve vacanza, la Storia dell’Italia Unita di Marcello Croce, pubblicata dalla Casa Editrice ITACA, vorrei soffermarmi a considerare in base a un esempio concreto come si possa oggi scrivere appropriatamente di storia. In particolare, trattandosi di una storia d’Italia, mi sembra che possano e debbano applicarsi i criteri tipici della storia particolare e popolare, che ha una sua logica, politica e divulgativa, non già quelli della storia universale ed accademica.

Ricordo che, nel precedente post, affermavo che la storia “popolare” dovrebbe essere, oggi, essenzialmente subcontinentale e volta alla formazione di un’opinione pubblica su base territoriale, attraverso il sistema culturale ed educativo ed attraverso i media. Questi requisiti sono soddisfatti, almeno parzialmente, dalla Storia d’Italia di Croce, la quale, pur nella sua programmatica auto-delimitazione alla storia della Penisola, di fatto inserisce brillantemente quest’ultima nella storia europea, facendo leva su  quella che è proprio la caratteristica specifica della “nazione” italiana: l’essere essa sede della Chiesa di Roma, e, quindi, qualcosa che ha trasceso sempre, da un lato, il fatto territoriale, e, dall’ altro, l’orizzonte temporale delle nazioni “moderne”.

La struttura dell’ Italia

è stata inventata da Augusto

1.Alla storia d’Italia “sta stretta” la Modernità

La nascita, lo sviluppo e la dissoluzione dell’Italia in quanto “nazione moderna” non coincide perciò con la vicenda della realtà “Italia, la quale, per esempio, già per Dante si sarebbe dovuta riferire già all’immigrazione troiana, e che, per i Romani, nasceva comunque con la Guerra Sociale e la concessione della cittadinanza romana a tutta la Penisola, che diventava, così, “il Giardin dell’Impero”, cioè la provincia dominante, come erano state l’Eranshahr per i Persiani e il Zhongguo per i Cinesi.

E, in effetti, durante l’intero arco della storia premoderna, i popoli extraeuropei identificarono Roma, l’Italia, l’Europa, l’Impero e il Cristianesimo (he Basileia ton Rhomaion; Rum; Rum Millet; Hromaig; Da Qin…).

Dunque, l’Italia “nazione moderna” come tentativo sempre esperito e sempre frustrato. Nel ripercorrere le tappe di questa vicenda, l’Autore segue le pieghe anche più segrete del pensiero politico e delle vicende storiche italiane, mettendo a nudo, “sine ira et studio” le molte aree oscure della storiografia ufficiale: dalle radici pre-moderne di tutti i grandi problemi dell’ Italia (rapporto Stato-Chiesa, regioni- Italia, Italia-Europa, sovranità-universalità), alle contiguità fra risorgimento, fascismo e antifascismo, alla costruzione dell’ideologia “occidentale” contemporanea.

L’analisi, originalissima, nonostante la sua meticolosità e le dimensioni notevoli del libro (quattrocento pagine circa), non può ovviamente andare fino in fondo a ciascuno dei temi evidenziati, relativamente ai quali non vi sono state fino a qui adeguate ricerche, come per esempio:

a)i possibili sbocchi e prospettive del progetto neoguelfo di federazione italiana;

b)la contiguità fra le diverse anime del fascismo e i singoli filoni della cultura politica italiana (neoguelfismo, liberalismo, mazzinianesimo, socialismo, azionismo);

c)le modalità concrete dell’esercizio sotterraneo della sovranità sull’Italia (condominio) da parte degli Stati Uniti e, parzialmente, dell’Unione Sovietica.

Boleslaw Piasecki, fra fascismo e  stalinismo

2.Storia d’Italia e storia europea.

Come detto sopra, anche in relazione con il precedente post, a mio avviso, la storia “divulgativa”, per l’insegnamento, anche superiore, e per il pubblico colto, dovrebbe avere un respiro almeno europeo. Questo vale anche per le storie nazionale, regionale, e, perfino, locale.

Il libro di Croce soddisfa egregiamente questa condizione, in quanto mette opportunamente in relazione le vicende italiane con il mondo circostante, in particolare con quelle del mondo atlantico e protestante, con la rivoluzione sovietica, con gli Alleati, durante e dopo la II Guerra Mondiale.

Certo, anche sotto questo punto di vista, non mancano  gli spunti per  ulteriori approfondimenti, come, per esempio:

a)la connessione fra le idee mazziniane e giobertiane della “missione delle nazioni” e i discorsi paralleli svolti da Fichte, Herder e Hegel;

b)il fascismo come fatto prioritariamente italiano, ma anche e soprattutto pan-europeo;

c)la relazione tutt’altro che pacifica fra il federalismo europeo di marca italiana e il funzionalismo francese, tedesco e perfino inglese;

d)la sostanziale connivenza fra URSS e America nella gestione dell’Europa di Yalta;

e)le carenze del sistema economico  della I Repubblica rispetto al contemporaneo “capitalismo renano”.

Saremmo lieti di poter sostenere uno sforzo ulteriore di approfondimenti su questi temi prendendo spunto, appunto, dall’ opera di Croce, a cui va comunque il nostro riconoscimento per lo sforzo compiuto nell’ interesse di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUALI STORIE PER IL XXI SECOLO? RISPOSTA A FRANCO CARDINI

L'”ipotesi dei Kurgan”

Commento, seppure in ritardo, il post del 9 giugno, di Franco Cardini (http://francocardini.it, che a sua volta rimanda a MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA? . ) dedicato alla questione “A che serve la storia?”- questione che, dal mio punto di vista (non di storico, ma di cittadino ed editore), costituisce un  necessario punto di partenza per ri-fondare una, oggi latitante, cultura europea-.

Per rispondere a quella domanda, occorre, a mio avviso, innanzitutto “porsi nella testa” dei fruitori della storia stessa,ma, prima ancora, definire quali siano i fruitori presi in considerazione per ciascun tipo di opera storica. Infatti, che la storia abbia mutato continuamente, nel tempo, il proprio angolo di visuale, deriva innanzitutto dal fatto ch’essa è stata scritta, di volta in volta, giustamente per rispondere alle esigenze di soggetti diversi: una dinastia, una casta sacerdotale, un’élite cittadina, un impero, una Chiesa, un regno, una nazione, una classe, un partito, una lobby. Oggi, il prof. Cardini  si riferisce alla costruzione di una “nuova società civile” internazionale. Ma siamo sicuri che anche oggi non sia più necessario che mai, se si vuole conseguire un qualche risultato concreto(storiografico e sociale), rivolgersi in modo differenziato almeno a due gruppi sociali distinti: da un lato, una ristretta élite colta, che è oggi più che mai “parte attiva” nella creazione di cultura, e, dall’ altra, un “ceto medio” (o meglio, ai diversi “ceti medi”, americano, europeo, medio-orientale, indiano, cinese), fruitore della cultura creata dall’ élite di cui sopra (quella che Cardini  chiama “onesta divulgazione”)? Il tipo di storia che si richiede ai due livelli è, infatti, a mio avviso, anch’esso differenziato. Credo infatti, in controtendenza rispetto alle retoriche dominanti che  la confusione fra cultura alta e cultura bassa, che si manifesta nella nuova categoria del “midbrow”, costituisca una delle ragioni fondamentali dell’inefficacia, a oggi, di qualunque forma di pensiero, perché nessuno viene posto, in tal modo, in grado  di esprimere ciò di cui sarebbe veramente capace.

Lingue e storie colte e popolari

1.Storia colta e storia popolare

Così come ci sono una lingua colta e una lingua popolare (cfr. “Es patrìda gaian”), ci sono  infatti a mio avviso una storia come scienza, destinata alle élites accademiche internazionali, e una storia come forma di educazione popolare e di formazione politica, che ha, invece, un carattere “locale” (oggi, sub-continentale). Un esempio di biforcazione fra storia elevata di carattere universale e storie locali può essere dato dalla distinzione fra la riflessione storico-teologica, di carattere universale, che ha caratterizzato tradizionalmente tutte le Chiese, e le grandi narrazioni “nazionali”, per definizione etnocentriche, tipiche delle scuole “nazionali”, soprattutto moderne.

A mio avviso, il carattere “locale” non può/deve oggi manifestarsi più a livello “nazionale”, bensì a quello delle “nazioni civiltà”(per dirla alla cinese), come gli USA,  l’India, la Cina e l’Europa. La frase “la Cina è uno Stato-civiltà” apre normalmente i libri di scuola nella Repubblica cinese.

Anche nel caso del nostro sub-continente, nonostante che, da parte di molti, si asserisca che un’identità europea non esiste, poi di fatto l’”establishment” europeo cerca incessantemente d’imporre, nel discorso pubblico, nei media e nelle scuole, una visione del mondo monolitica (il “patriottismo della costituzione”), ch’essa pretende essere universale, ma, invece, nei fatti, è solamente europea (o meglio, atlantica), e di cui poi, di nuovo contraddittoriamente, l’ establishment europeo si vanta come se fosse sua propria (i cosiddetti “nostri valori”). Un “pensiero unico” così contraddittorio che pretende di comprendere la critica dell’obiettivismo e l’esaltazione del metodo scientifico, la fine delle grandi narrazioni e la religione del progresso, la santificazione dell’Occidente e la pretesa multiculturale…A causa di queste sue contraddizioni, essa non è in grado di fungere, né da storia universale e scientifica, né da “grande narrazione” dell’Identità Europea. Uno dei principali obiettivi del dibattito sulla storia dev’essere appunto la negazione dell’idea che la storia di un subcontinente possa identificarsi con una sola narrazione esclusivistica.

Nel decidere sul modo di fare storia, si compie comunque, che lo si voglia o no, un’operazione eminentemente politica: un passo importante nella definizione della struttura di potere che si vorrebbe domini nella successiva fase storica, perché con essa innanzitutto si formano le élites, e, in secondo luogo, si influenzano i popoli. Oggi, nel 2019, le nuove élites mondiali, per potersi orientare nelle questioni radicali poste dalla prospettiva della “singularity”, perseguita dalle multinazionali dell’informatica, hanno bisogno di una nuova cultura (etica, teologica, filosofica, scientifica, politica, economica), molto ampia. Questo tipo di storia è chiamata a contribuire a rispondere a una precisa, impegnativa, domanda: come gestire il mondo globalizzato nella fase di transizione verso le macchine intelligenti? Essa non può pertanto essere scritta prescindendo da una domanda sul senso della tecnica nella vicenda dell’ Umanità. Inoltre, affinché ci possa essere un dibattito significativo nell’ ambito dei consessi a ciò delegati (come oggi è il G20), occorre che questa comprensione universale della storia da parte delle élites sia in grado di trasformarsi anche in un fattore politico, capace intanto d’influenzare le decisioni e degli orientamenti dei Governi che partecipano all’elaborazione dei progetti, e poi in generale la cultura dei partiti, delle Amministrazioni e delle diplomazie:  quella ristretta élite che, nonostante l’omologazione, la crisi economica, la dittatura delle macchine intelligenti e del pensiero unico, può ancora permettersi di affrontare questioni culturali complesse.

La “storia universale dovrebbe incorprare

anche tematiche “esotiche”

2.Orientamenti  fondamentali per una  “storia alta” universale.

Per ciò che riguarda la parte storica della “cultura alta” per il XXI secolo, occorrerebbe a mio avviso, seguire quattro direttive fondamentali:

a.Appoggiarsi su una base filosofica comparatistica. Infatti, come bene scriveva Rosemberg, lo sviluppo delle tecnologie ha sminuito la fiducia per la cosiddetta “teoria della mente”, secondo la quale possiamo ricostruire i fenomeni sociali partendo dalla supposizione di una “mente” comune fra gli uomini, ricalcata sulla conoscenza introspettiva della nostra stessa psiche. Occorre pertanto individuare, anche se in modo empirico, un metodo alternativo per fondare comunque un discorso, come per altro avevano saputo fare, seppure a sprazzi, le culture  alte dell’antichità (per esempio la Bibbia, i  Veda o Confucio) proprio grazie alla loro indeterminatezza (si pensi al biblico “anì eyè ashèr eyè”). Dunque, abbandonare, intanto, la finzione moderna delle “idee chiare e distinte”.

Proprio per il carattere episodico con cui ci si presentano le risposte delle filosofie “alte”, nessuna di esse può riempire da sola il vuoto di senso della post-modernità. Per questo occorre fare appello a tutte le grandi culture contemporaneamente.

Ciò è possibile perché anche e soprattutto i concetti occidentali che a noi appaiono “unici”, e, quindi, inaggirabili,  come quello di tempo lineare, di salvezza, di “rivoluzione”, di “età dell’oro”, di “élite”, di “moderazione”, di “democrazia”, di “diritti”, si possono comprendere veramente solo in un’ottica comparatistica. Ad esempio, la “storia lineare”, lungi dal costituire l’elemento di unicità dell’ “Occidente”,  è un semplice impoverimento dell’idea primordiale degli “Eoni”, impoverimento che, in un’ottica comparatistica, si può benissimo seguire nelle sue varie fasi: gl’infiniti “kalpas”degl’Indù, gli eoni finiti per gli zoroastriani, la duplice storia sacra del Talmud, l’unica Storia degli Occidentali. Per altro, come aveva accennato Toynbee, questa “Storia Lineare” occidentale non è incompatibile con la credenza nell’infinità di universi paralleli.

Anche la “salvezza” c’è in tutte le culture dell’ Epoca Assiale, dalla “moksa” indù all’immortalità taoista, al Salvatore mazdeo.  La “Rivoluzione” è la forma naturale di passaggio da una dinastia all’ altra nell’ Impero Cinese. L”Età dell’ Oro” è un concetto tipicamente vedico, e in Confucio si identifica con il buon governo dei Zhou Occidentali (il “Dadong”).

L’idea di “élite”, lungi dall’ essere un’invenzione di Moasca, Michels e Pareto, costituisce il nocciolo duro del confucianesimo, il quale contrappone il “gentlemamn” (junzi) all’uomo volgare (xiao ren).

Il “governo misto” esaltato da Aristotele, Cicerone, San Tommaso, Montesquieu,  Saint Simon,  la Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato è quello che in Cina si chiama “Società moderatamente prospera” e costituisce oggi l’obiettivo del programma del PCC.

Anche la “democrazia” c’è in tutte le culture, ma, per lo più, come concetto negativo. Essa equivale, nelle culture classiche occidentali, ma anche in altre, come quella egizia o persiana, a periodi storici ”di torbidi” (come quello di Clistene), che preludono all’intolleranza (il processo a Socrate), alla tirannide (come quella  di Pericle,”protos anèr”), oltre che a catastrofi come la spedizione in Sicilia e a crimini come la strage dei Meli. Nel Confucianesimo, essa s’identifica con le fasi rivoluzionarie, che scandiscono il passaggio da una dinastia all’ altra.

Per tutti i motivi che precedono, gli storici del futuro potranno  comprendere  pienamente il loro tempo solo grazie a una cultura decisamente comparatistica, fondata sulla filologia generale e comparata, sullo studio delle lingue classiche come il Greco e il Latino, l’ Arabo e il Persiano, ma anche l’ Egizio, l’ Accadico, il Sanscrito, il Persiano antico, medio e moderno, il Cinese e il Giapponese classici – e, in particolare, con una storia sincronica come quella proposta a suo tempo da Toynbee e da Eisenstadt.

b.Per comprendere la continuità e contiguità delle diverse memorie culturali, un valore fondamentale assume l’”Epoca Assiale” (Jaspers, Eisenstadt, Kojève) , che ci permette di vedere i tratti comuni a tutte le grandi civiltà “storiche”. Ciò che viene chiamato tradizionalmente “tradizione” è racchiuso in questo patrimonio comune dell’ “Achsenzeit” (cfr. l’omonima, recente, opera di Jan Assmann).

c.Utilizzare non solo concetti storico-filosofici occidentali, come “religione” o “progresso”, ”Oriente” o “Occidente”, ma anche concetti propri di altri ambiti e fasi culturali, come “kalpas”, “bu”, “bun”,“dao”, “jiao”, “Tian Xia”, “Da Qin”….. Tra l’altro, non è vero che la storia sia necessariamente etnocentrica, perché gli storici eurasiatisti, come  Murakami, Mackinder, Gumiliov, e, oggi, anche Frankopan, sono riusciti a intravvedere un filo conduttore della storia dell’ intera Eurasia, ricondotto sulla funzione unificatrice dei popoli delle steppe (“kiba minzoku”), che sono promiscuamente indo-arii (indiani, persiani, greci, italici, celti, germani, baltici  e slavi),  Uralo-altaici (unni, turchi, tartari, mongoli….), semiti (amorrei, ebrei, arabi, caraiti).

In questo modo, si potrebbero finalmente esaminare in modo scientifico i nessi fra progressismo e apocalittica persiana; le evoluzioni delle idee centrali del Cristianesimo fra l’Impero Romano, le eresie e le religioni politiche attuali; il sorgere, tardivo, contrastato e contraddittorio, dell’ossimoro “liberalismo e democrazia”….

e.Inserire trasversalmente, in qualunque opera di carattere storico, anche i corrispondenti  aspetti di storia delle  tecnologie dell’informazione, della registrazione, della comunicazione, dell’organizzazione, della manipolazione biologica e psicologica, dall’arte della guerra, fino dalle antiche monarchie  sacrali e dalle antiche vie commerciali internazionali   (ad esempio, la storia delle lingue,  della scrittura, degli archivi, delle forme letterarie, del diritto, dell’ economia, della scuola, dei riti, degli eserciti);

f)considerare la “storia alta” come eminentemente “revisionistica” -cioè  libera dai tabù religiosi, moralistici, accademici e politici (la pretesa “tolleranza” naturale fra le religioni; l’obbligo della “condanna” delle brutture del passato; il rispetto  per i “mostri sacri” e dei “verdetti del tribunale della storia”…).

 

Gli  antichi popoli “tribali” e “federali” d’Europa

3.La storia popolare europea

Nel caso dell’Europa, la storia “divulgativa” dovrebbe fornire le competenze minime per poter essere cittadini europei. Purtroppo, anche in questo campo c’è una totale carenza, da un lato per una serie di scelte politiche sbagliate, ma, dall’ altro, per un’obiettiva difficoltà d’insegnare la storia a un popolo (o a un fascio di popoli), quando non la si è capita neppure noi. Basti dire che tutti gli Europei (anche colti) sanno pochissimo della storia europea (cosa sono Çatal Hüjük, Lepenski Vir, i Kurgan, il Regnum Bospori, i Khazari, la Rzeczpospolita, il cosmismo, i “Fratelli della Foresta”, il “funzionalismo”,….?). Eppure, tutti questi fenomeni hanno influenzato profondamente l’arrivo dell’ agricoltura, l’avvento delle aristocrazie, il rapporto fra Oriente e Occidente, l’identità europea, la post-modernità, l’”Europa di Visegràd”, l’integrazione europea in generale…

Quindi:

  1. a) innanzitutto, nessuna paura di cadere nel “nozionismo”. Un po’ di nozioni sull’ Europa ci vuole.Basta con i miti trasferiti pedissequamente dalla contro-riforma Bottai, al sessantottismo, alle recenti “riforme ministeriali”(cfr. Galli della Loggia, “L’aula vuota”). Pensiamo che in Cina e in Giappone gli allievi dedicano tre anni praticamente solo a apprendere i “caratteri cinesi”, ma, poi, il loro rendimento scolastico e lavorativo, anche in materie come la matematica e le scienze, risulta nettamente superiore a quello di giovani Occidentali.

      b)non credo che la storia europea, anche quella popolare       debba      essere scritta e insegnata con lo stesso spirito settario (la “Bible du Peuple”di Michelet) con cui era stata scritta (e ancora viene scritta) la storia italiana, prima concentrata su una mitologia ghibellina, sabauda e anticlericale, poi rivisitata in chiave nazional-fascista, e, infine, divenuta tutta un preteso precorrimento dell’alleanza antifascista. Se non altro perché l’Europa è molto più grande e più varia dell’Italia, la storia dell’Europa, anche quella popolare e divulgativa, dovrà tener conto almeno delle storie atlantica, euro-orientale, medio-orientale ed asiatica, dei politeismi, delle tradizioni monoteistiche, della modernità ma anche della pre-modernità e della post-modernità.

Riassumendo:

Vi è un’impressionante continuità di concetti nella storia e nella cultura politica di tutti i Paesi del Mondo, che dev’essere sfruttata oggi per avere un punto di appoggio nell’affrontare una situazione imprevista, in cui sono venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Tra l’altro, è falso che la nuova società delle macchine intelligenti con cui ci stiamo confrontando sia un prodotto esclusivo dell’Occidente. L’ossessione per gli automi era condivisa dalla Cina imperiale, dall’ Oriente ellenistico e dalla Qabbalah ebraica. Le ricerche sui computer sono partite contemporaneamente in Europa, in America, in Cina e in Israele; molte idee sui robot sono di origine shintoista o ebraica; oggi, i computer più potenti, e in particolare quelli quantici, sono cinesi…Ma già la post-modernità traeva le sue radici da fenomeni premoderni e trasversali, come la storia sacra, la “comunità dei credenti,” le comunità di lavoro di carattere comunitario e corporativo, l’ermeneutica sacra…

In particolare,  gli studiosi di storia (ma anche quelli di filologia, filosofia, letteratura, arti, scienze umane), hanno una responsabilità e un ruolo enormi nel gettare le basi teoriche per affrontare gli spinosi, e oramai improrogabili, temi del controllo culturale sulla rivoluzione digitale e del coronamento, nell’autonomia culturale, politica e militare, dell’integrazione dell’Europa.

 

 

INCALZARE LE AUTORITA’ NEOELETTE: RISPOSTA A LUCIO LEVI

 

Dopo un’estenuante (e mai finita) campagna elettorale, oggi in Europa il tema del giorno per i media resta purtroppo quello dei rapporti di forza fra i partiti – fra i grandi gruppi europei a Strasburgo e a Bruxelles, fra Lega e 5 stelle a Roma, fra CDU e SPD in Germania, fra conservatori e Brexit Party in Inghilterra, fra gollisti e macroniani in Francia-. Invece, delle cose che veramente contano, come le discussioni al G20 sul digitale, degli sviluppi sempre più catastrofici delle guerre commerciali di Trump, e degli aspetti irrazionali della teoria economica che sta alla base dei cosiddetti “vincoli europei”, e, infine, delle concrete operazioni finanziarie, industriali e/o commerciali che riguardano i nostri territori, quasi non si parla.

 

Perciò, molto opportuno mi pare il commento di Lucio Levi nel suo articolo, “I partiti europeisti prevalgono nelle elezioni europee”, che invita a una visione d’insieme della situazione post-elettorale, che si elevi a un livello più alto, e che riguarda proprio la necessità di un pacchetto d’interventi in relazione alla nuova legislatura del Parlamento Europeo. E, aggiungerei io, di quella della Regione Piemonte.

L’Europa è una  buona quarta nella competizione internazionale

1.Basta con un “approccio ordinario” (vale a dire novecentesco)

 

Giustamente quindi scrive  Levi: “Il fatto è che i partiti tradizionali hanno adottato provvedimenti ordinari, mentre la rivoluzione scientifica della produzione materiale, la crisi economica e ambientale e le crescenti tensioni internazionali, dovute al ritorno del protezionismo e della corsa agli armamenti, richiedono misure straordinarie”.

 

Questo è certamente il punto: i partiti tradizionali, nati, chi nel 18°, chi nel 19°, chi nel 20° secolo, non comprendono (o fanno finta di non comprendere) il 21°, e quindi continuano ad adottare provvedimenti non solo “ordinari”, bensì semplicemente vecchi di almeno 100 anni, i quali, appunto per questo, non solo non risolvono i problemi o addirittura li aggravano, ma si prestano anche a nascondere le inquietanti realtà dei nostri giorni:

 

I liberali erano nati per difendere l’aristocrazia dai sovrani illuminati (la Fronda,la “Glorious Revolution”), ma avevano già avuto difficoltà a difendere la borghesia contro lo statalismo giacobino, e, poi , la libertà tout court contro la tirannide dalla maggioranza sotto le democrazie. Oggi, non sono in grado neanche d’immaginare come fare a sgominare la società del controllo totale. Le leggi sulla “privacy” sono infatti pannicelli caldi.

 

I nazionalisti erano nati per affermare il Terzo Stato contro lo stato patrimoniale”(Sieyès dei monarchi); hanno fatto difficoltà a difendere “il popolo” contro gl’imperi, e “le nazioni” contro l’occupazione straniera. Oggi, non riescono a comprendere che l’indipendenza della “patria” va difesa contro l’unico apparato informatico-militare che ha pretese mondiali. Il “sovranismo” degli Stati Membri è una carnevalata, smascherata dall’ adesione al “Movement” di Bannon.

 

I socialisti erano nati per affermare le esigenze dell’organizzazione sociale contro quelli dell’atomismo asociale (Saint-Simon, Owen, Fourier).  Avevano già difficoltà a riconciliarsi, tanto con lo spirito ottocentesco della libertà, quanto con la necessità, emersa nel Novecento, delle “vie nazionali al socialismo”. Oggi non capiscono lo sfuggente “socialismo con caratteristiche cinesi”, che è il vero modello di successo del XXI secolo. Negano addirittura che in fondo la sfida ideologica è stata vinta dal socialismo, con lo Stato cinese che impone l’agenda dello sviluppo economico mondiale e con le altre Grandi Potenze con l’ARPA americana, le grandi holding russe e i fondi sovrani arabi ed anche europei, che seguono a ruota.

 

Si potrebbe continuare così con democristiani, comunisti, neofascisti e verdi, ma non è questa la sede più appropriata.

Huawei vittima del protezionismo

2.Il “ritorno del protezionismo”

Unico barlume di attenzione per l’attualità, l’appello di Di Maio a “trattare con Trump sui dazi” automobilistici, anche se, significativamente, il ministro non ha detto, né come, né perchè. Appello seguito, seppur tardivamente, dall’ incontro fra le Autorità piemontesi e il responsabile dell’EMEA (area Europa, Medio Oriente e Africa) del gruppo FCA -accettando con ciò però implicitamente che, mentre, per Francia (e forse America), le trattative si svolgono al vertice, per noi hanno luogo al “piano di servizio”-

 

Questo vuoto si comprende benissimo in considerazione di tre fatti fondamentali: (a) l’Italia non ha (più?) propri costruttori nazionali, e anche  ben pochi componentisti indipendenti, tant’ è vero che il Governo si disinteressa sostanzialmente delle sorti del Gruppo FCA, che è essenzialmente americano (66% del fatturato realizzato negli Stati Uniti);(b)ben poche fra le automobili fabbricate in Italia sono esportate negli Stati Uniti, dove Chrysler aveva già le proprie fabbriche; il grosso delle automobili, ma soprattutto dei componenti esportati dall’ Italia, viene esportato nella UE, dove il problema dei dazi non si pone; (c)l’Italia non ha più competenza giuridica in materia di dazi doganali, che fanno parte della politica commerciale comune dell’ Unione Europea. Quindi, la crisi dell’industria italiana, e soprattutto dell’ industria “veicolistica” del Piemonte (-22%!) passa innanzitutto attraverso la riduzione dei mercato tedesco e, indirettamente, cinese (visto che la maggior parte delle auto delle case tedesche viene venduta, e per lo più anche fabbricata, in Cina).

Per ciò che riguarda l’ Italia in generale, si tratta solo di una mancata crescita, tuttavia grave perché,almeno a partire dal 2010, l’unico fattore economico che sia cresciuto per il nostro Paese è stato l’export (secondo SACE +6,4% fino al 2017), mentre tutti gli altri contributori del PIL, ovvero consumi, investimenti pubblici e privati, hanno registrato un netto segno meno. Perciò, tradotto in numeri, l’impatto della guerra commerciale sull’export italiano nel 2020 sarebbe dello 0,6% in meno; dell’1,1% in calo per le vendite verso gli Usa e di -1% per quelle verso la Germania.E pensare che l’Italia non è stata colpita direttamente, perché i dazi attualmente in vigore hanno rilevanza solo marginale per il nostro Paese, ma le imprese USA che fanno produzione all’estero (come la FCA) vengono colpite direttamente e indirettamente dai dazi di ritorsione (oltre che dalle controsanzioni russe, dalle sanzioni iraniane e dalla crisi provocata deliberatamente in Turchia).

 

Un altro aspetto da non sottovalutare è che già dal 2015 si era ridotto il tasso di crescita delle esportazioni, reali mentre ha continuato ad aumentare il tasso di crescita degli scambi digitali. Con la conseguenza che si è creata una divaricazione tra economie basate sui prodotti digitali e produttori di mezzi reali: la perdita è stata pesante per i Paesi europei che hanno proprie industrie digitali (cfr. punto 4 infra).

Infine, l’ Italia è nella lista dei Paesi che hanno un surlpus commerciale con gli USA e che quindi, secondo la “dottrina Trump”, dovrebbero essere direttamente penalizzati.

Nonostante tutto quanto sopra, gli sforzi dell’Ue per frenare il declino economico in questi anni sono stati rivolti invece a politiche interne dei Paesi (parametri di Maastricht) piuttosto che al valore complessivo di PIL che possiamo esprimere (fra cui l’industria digitale)(cfr. Cassese)

Il dibattito sullo “sforamento del 3% del rapporto fra debito e PIL sta portando taluni (come Cassese), a chiedersi la ragion d’essere e la sensatezza delle politiche europee di bilancio all’insegna della “stabilizzazione”. Perché mai l’economia dovrebbe essere “stabile”? Ammettiamolo pure che questo possa essere utile dal punto di vista dei ceti e delle nazioni più avvantaggiate, ma, tradizionalmente, per gli svantaggiati, l’optimum sarebbe che l’economia subisse profondi stravolgimenti, sperando così di risalire la china nella quale si è precipitati.

Quindi, “negoziare con Trump”, o meglio, affrontare il nodo dei rapporti con l’America, è la vera questione prioritaria della politica europea. Invece, attualmente le discussioni con gli USA si fanno alla spicciolata e alla chetichella, sperando di non “svegliare il can che dorme”.

 

I comandi delle Forze Armate americane sono come le province romane

3.Le “crescenti tensioni internazionali”.

Sembra  assurdo che gli Europei si preoccupino tanto della “stabilità”, che in pratica significa ingessare una situazione di subordinazione come quella attuale, in cui il nostro Continente  non ha accesso alle risorse-chiave, come una moneta di riserva e il controllo del Web. Come sembra assurdo ripetere fino alla nausea che siamo un Continente ricchissimo, mentre la realtà è che siamo in costante decadenza, non controlliamo le risorse essenziali e fra qualche anno non esisteremo praticamente più.

Intanto, non si capisce perché la BCE debba essere priva della possibilità di fare una sua politica monetaria come fanno la FED e la Bank of China. Come conseguenza, oggi l’iniziativa per l’aumento o la diminuzione dei tassi o per la svalutazione o la rivalutazione dell’Euro la prendono in pratica la FED e la Bank of China. Tra l’altro, l’assurda teoria che la BCE non deve poter svalutare l’Euro è contraddetta dal fatto che l’Euro si è svalutato pesantemente (30% circa) nei confronti dello Yuan. Quindi, l’Euro non deve svalutarsi rispetto al dollaro, ma, se si svaluta verso lo Yuan, tutti sono ben felici (salvo poi stracciarsi i capelli perché i Cinesi corrono a comprare le nostre aziende). Se la svalutazione dell’Euro (che c’è già stata) non è poi quella grande jattura, perché mai si dovrebbe imporre l’equilibrio di bilancio? Solo perché, se ciascuno potesse fare i bilanci come gli pare, qualcuno potrebbe “fare il furbo”, indebitandosi “a spese degli altri”? Ma neanche questo è totalmente vero, perché chi si indebita troppo subisce comunque lo “spread”.

E, anche ammettendo che l’attuale ingessata disciplina europea di bilancio abbia un senso, è comunque l’orientamento di politica economica sottostante al “fiscal compact” ad essere insensato. Quest’orientamento parte dall’idea che l’allocazione delle risorse  fra i vari Paesi sia un dato immutabile, e che l’unico intervento dei governi possa consistere nell’ottimizzare l’output con delle politiche monetarie o con degli efficientamenti. Invece, tutta la storia economica è lì per dimostrare il contrario. La struttura economica degli Stati Uniti è stata modificata più volte con azioni di forza da parte del Governo Federale:-con la guerra d’indipendenza, per appropriarsi dei territori indiani e mantenere la schiavitù, vietata invece in  Inghilterra;-con l’acquisto della Luisiana da Napoleone per 10.000 dollari;-con la conquista armata di metà del Messico;-con la Tennessee Valley Authority;-con le spese di guerra che hanno raddoppiato il PIL americano fra il 1941 e il 1945;-con il Piano Marshall; -con la NASA e l’ARPA, che, con la scusa del “duale”, hanno letteralmente inventato tutte le industrie di alta tecnologia; ultimamente, -con i dazi di Trump, che stanno dirottando tutte le filiere produttive mondiali. Non parliamo poi di ciò che ha fatto e sta facendo la Cina, prima con le nazionalizzazioni e poi, le privatizzazioni, le Zone Economiche Speciali, la Nuova Via della Seta…

Noi Europei, nel frattempo, non solo non stiamo facendo assolutamente nulla (anche se ne avremmo il massimo bisogno), non solo di politica industriale, ma, in generale, di politica economica, ma addirittura ci vietiamo di fare qualunque cosa in questi campi(programmazione, campioni nazionali, imprese pubbliche, svalutazioni competitive, “keynesismo militare”….). Quanto poi all’Italia, i dati (anche della disoccupazione e dell’emigrazione) ci stanno riportando praticamente al 1911, quando Giovanni Pascoli , nel “Discorso di Barga” aveva parlato della “Grande Proletaria”, costretta alle guerre espansionistiche per ovviare alla disoccupazione e all’emigrazione. E in questa situazione non dovremmo cercare di alterare questa struttura dell’economia reale, imitando almeno in parte quanto già fatto dall’ America e dalla Cina?

L’aspetto più grottesco di questa situazione è che, secondo la teoria alla base dei “vincoli di bilancio” assunta come un dogma dalla Commissione, la “disoccupazione strutturale” dell’Italia dovrebbe aggirarsi intorno al 10% (quindi, restare quella che è), e l’unico modo per ridurla (per esempio al 4%, come in Germania), sarebbe costituito da una sorta di “spending review”. Ma allora, il “diritto al lavoro”, sancito fin dal 1920 dalla Carta del Carnaro di Fiume e ribadita dalla Carta Europea dei Diritti dei Lavoratori di Torino del 1961 deve rimanere, dopo un secolo, una vuota promessa?

Ma perché mai ci dovrebbe essere una disoccupazione strutturale? Come se non mancassero attività socialmente utili (e anzi indispensabili per l’economia), che in realtà non si fanno, come per esempio un’ intelligence politica ed economica europea, gli studi sociali ed economici a lungo termine, la programmazione economica, le imprese di alta tecnologia, l’educazione permanente, la protezione del territorio, la promozione internazionale del turismo…Ammettiamo pure (ma bisognerebbe ancora dimostrarlo) che certe (moltissime) attività non si possano fare oggi in Europa  a condizioni di mercato- (i “fallimenti del mercato”) ebbene,  si possono comunque effettuare con l’intervento pubblico (per esempio, con l’EFSI o la Cassa Depositi e Prestiti), creando nuove imprese pubbliche, oppure, con il volontariato, con il servizio civile o con la militarizzazione di certe attività, come la ricerca o le comunicazioni…-

Dirò di più: senza quelle nuove attività, che costituirebbero  per l’Europa dei veri e propri nuovi segmenti di offerta, non vi è alcuna possibilità di creare nuovi posti di lavoro “veri”, cioè posti di lavoro che generino nuovi flussi positivi di profitti e di reddito ed elevino il livello sociale e culturale degli Europei rispetto alla media mondiale. Quindi, non spendiamo soldi in assistenzialismo, bensì spendiamoli per organizzare, possibilmente a costi minimi, tutte quelle attività. D’altronde, a che cosa dovrebbero servire i fondi strutturali, la BEI, l’EFSI e i fondi sovrani degli stati Membri e delle autorità locali?

L’Europa non dovrebbe vietare agli Stati membri di fare tutte quelle cose, bensì farle essa stessa, o almeno imporre agli Stati membri di farle, premiando chi le fa e penalizzando chi non le fa (i “vincoli europei invertiti”).

Di converso, non si comprende come il reddito minimo o la flat tax possano ovviare alla mancanza di imprese nazionali nei settori di punta. Nell’ attuale situazione, anziché all’ “espansione dell’0 economia”, esse porteranno solo alla sopravvivenza per qualche mese di imprese decotte e al fallimento delle poche che ancora stanno in piedi.

Tutti i mari del mondo sono testimoni di confronti fra le marine

4.La “corsa agli armamenti”

 

L’unica spiegazione di questa paralisi delle politiche economiche europee è che, in una situazione, come dicono i Cinesi, di “guerra senza limiti”, una vera politica economica fa parte di un’onnicomprensiva politica estera e di difesa comune, che è interdetta agli Europei dalla situazione internazionale.

 

Ancora la scorsa settimana,  è stato pubblicato su “la Repubblica” un articolo di Luca Caracciolo, con cui il noto giornalista insisteva su un tema sviluppato ampiamente nell’ultimo numero di Limes, secondo cui l’Europa dovrebbe compiere una scelta drastica fra gli Stati Uniti e la Cina (gli unici Stati che secondo l’articolista possano fare oggi una politica internazionale). Ora, per quanto ciò possa sembrare fantascientifico, la scelta attuale della maggioranza degli Stati Membri, e, in seguito (9 maggio) a quella, anche della Commissione uscente, è stata quella di aderire alla Via della Seta. Se togliessimo, dalla Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, questa che potremmo chiamare  “politica dei due forni” fra USA e Cina, non ci resterebbe più nessuna politica estera e di difesa. Tanto varrebbe che, nei rapporti internazionali, ci facessimo rappresentare dal Segretario Generale della NATO. Ma c’è di più. Seppur eliminando, in tal modo, la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, anche la politica estera e di difesa degli Stati Membri consiste attualmente in un barcamenarsi fra gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, Israele e i Paesi Arabi. Anche qui, se si eliminasse la possibilità di questi giochi, tanto varrebbe eliminare i Ministri degli Esteri e della Difesa. Però, a quel punto, non resterebbe che brigare per essere annessi tutti dagli Stati Uniti. Essendo noi 500 milioni, e loro solo 300, conteremmo certamente di più di adesso.

 

Quindi, il nodo gordiano della politica estera e di difesa resta l’autonomia dagli Stati Uniti o almeno il ribaltamento delle posizioni di forza, un nodo che, per altro, né i “sovranisti”, né gli “Europeisti” sembrano voler risolvere.

 

Neppure il voto a maggioranza sulle questioni di politica estera non scioglierebbe questo nodo, perché la politica estera e di difesa non è fatta in nessun Paese dal Parlamento, bensì, ovunque, dal Capo dello Stato o del Governo attraverso la diplomazia, le Forze Armate e soprattutto i servizi segreti. Un giorno, viene arrestata in Canada la figlia del presidente di Huawei, un altro,  viene revocata dall’ Ecuador la protezione diplomatica ad Assange, un terzo, un convoglio americano attraversa il Mar della Cina, il quarto, l’ India bombarda il Pakistan, il quinto  c’è una manifestazione a Hong-Kong contro l’estradizione nei “quartieri” confinanti del “PRD”, il sesto si svela il passato di Angela Merkel nella STASI, il settimo Trump revoca i dazi contro il Messico, ecc…Tutto questo viene coordinato minuto per minuto direttamente da Trump, Xi Jinping, Putin e Modi. Né in America, né in Cina, né in India, si vota su alcuno di questi argomenti (né, materialmente, si potrà mai farlo, perché sono cose che accadono nell’ immediato e lontano dal potere legislativo).

L’Europa non avrebbe quindi bisogno di una nuova procedura di voto sulla politica estera e di difesa, bensì di un Alto Rappresentante che fosse veramente il Comandante in Capo di tutte quelle attività militari “non tradizionali” che oggi le Grandi Potenze stanno facendo e che gli Stati membri della invece UE non stanno facendo. Ma per poter fare questo, egli (ella) dovrebbe essere in grado d’incarnare idealmente gl’interessi vitali dell’Europa, così come il maggiore Petrov incarnava, quella notte del 1983, gl’interessi reali dei popoli dell’URSS (anche contro il PCUS e il Soviet Supremo). Non basterebbe, per questo, che fosse eletto: occorrerebbe che vi fossero a monte una cultura strategica e un ethos militare comuni.

 

Consideriamo ora anche quanto scritto sempre nell’editoriale del numero 4/2019 di Limes:”Nella riunione segreta del 3 aprile 1949 con i ministri degli Esteri dei paesi che il giorno dopo avrebbero firmato il Patto Atlantico, discettando della bomba Truman avrebbe lasciato cadere un caveat sulla necessità di doverla eventualmente usare contro i nostri alleati dell’ Europa occidentale quando fossero occupati.”Anche questo, è mai stato votato? Per quanto riguarda l’Italia, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista che, in una manovra NATO a cui aveva partecipato , si era simulato appunto  il bombardamento atomico, da parte della NATO, di Udine occupata dal Patto di Varsavia, un bombardamento che avrebbe provocato deliberatamente 300.000 morti. Gli Europei accettano ancora questi principi? E, se no, sono disposti a fare a meno dell’ombrello americano? Sono disposti a costruirsene uno totalmente europeo, e contro chi lo userebbero, visto che noi e i Russi siamo strettamente interconnessi, per esempio nel Baltico e lungo il Mar Nero?

Ma, soprattutto, alcune domande a monte: ha senso per l’Europa una politica estera che si basi sulla minaccia reciproca, con i nostri vicini più prossimi, di un auto-annientamento sulla falsariga dei kamikaze di al Qaida  e dell’ ISIS moltiplicato per centinaia di migliaia di vite? Non esistono alternative culturali, politiche e anche militari-tecnologiche totalmente alternative?

E, infine, quale alto ufficiale europeo potrebbe assumersi simili responsabilità?

 

L’Africa resta arretrata, ma si sta avvicinando all’ Europa

5.Ripensare “la politica per lo sviluppo dell’ Africa”

Parliamo poi anche dell’ Africa. Scrive Levi:” l’UE dovrebbe promuovere un piano di sviluppo con l’Unione africana che miri a gestire la migrazione nel lungo periodo attraverso investimenti per progetti infrastrutturali”. In realtà ,questo piano esiste, ed è già stato attuato, da ben 50 anni, precisamente per ”aiutare gli Africani a casa loro”, come si dice oggi, tant’è vero che il PIL dell’Africa sta crescendo del 3,7%, mentre quello dell’ UE cresce appena del 2,4%.

Gli accordi di Yaoundé, di Lomé e di Cotonou trattano, fin dal 1963:

-delle migrazioni (art. 13)” each ACP or EU State shall accept the return of and readmit any of its nationals who are illegally present on the territory of a EU or ACP State , at that State’s request and without further formalities. The Agreement also includes a provision establishing non-discriminatory treatment of legally employed workers from ACP countries in EU Member States or of workers from the EU in ACP countries”.

-dell’assistenza finanziaria:The overall amount of EU financial assistance for the first five years of the Agreement (2003-2008) is €13 500 million. An additional €2 500 million from previous European Development Funds (EDF) is available, bringing the total to €16 000 million. Loans worth €1 700 million from the European Investment Bank are also available. Under the European Development Fund, €10 000 million in grants is earmarked for supporting long term development. The Investment Facility aims to help businesses in ACP countries by supporting sound private companies, privatisation, providing long term finance and risk capital, and strengthening local banks and capital markets. It will receive €2 200 million to be managed by the European Investment Bank, with €1 300 million for regional cooperation. It has been agreed that the ACP will define the regions eligible for support”.

I fatti dimostrano che il risultato dichiarato è stato raggiunto, perchè l’economia africana ha oramai prospettive migliori di quella europea. Anzi, il fatto stesso che gli Africani riescano ad emigrare dimostra che il denaro circola in Africa, visto che ogni emigrazione, specie se clandestina, costa qualche migliaio di Euro.

Già nel 1981, avevo scritto a Lussemburgo un libro su questo argomento (“Les procédures de la coopération financière et techniques dans le cadre del II Convention de Lomé”). Avevo anche  “ girato come una trottola”, da Algeri a Tunisi, da Niamey a Abidjan, da  Lomé a Lagos, da Douala a Johannesburg, da Mbabane a Nairobi, a visitare mattatoi, magazzini, concerie, fabbriche di pelletterie, banche di sviluppo, ministeri, società di consulenza, organizzazioni internazionali,  parlamenti, per costruire laggiù delle “industries adaptées” favorevoli allo sviluppo. Perché allora continuiamo a  comportarci come se per cinquant’anni non si fosse fatto nulla? E, di converso, è poi un risultato così positivo il fatto che il PIL dell’Africa cresca molto più di quello italiano? Non saremmo ora noi a dover essere aiutati? Ricordo a questo proposito che la Cassa per il Mezzogiorno (Svimez) e i Fondi Strutturali Europei erano nati proprio per aiutare le regioni svantaggiate dell’Italia e, rispettivamente, dell’Europa, ma non sembra che abbiamo ottenuto grandi risultati, se si guarda, per esempio, alla Grecia o all’ILVA. Oggi, comunque, non funzionano più, almeno per ciò che riguarda l’Italia.

Infine, la politica per l’Africa la si sta studiando insieme alla Cina, la quale, non solo la sta attuando in modo ben più energico di noi, ma ha anche una cultura manageriale più consona alle enormi problematiche dei Paesi in via di Sviluppo.

“Odissea nello spazio” resta la migliore metafora del XXI secolo

6.La “rivoluzione scientifica della produzione materiale”              

Nel corso delle riunioni del G20 in Giappone, si è parlato parecchio, appunto, di nuova economia, sotto due importanti punti di vista. Da un lato, si è manifestato un certo consenso sul fatto che occorrano accordi internazionali per  tassare in modo corretto il commercio digitale transfrontaliero, che oggi sfugge a una tassazione secondo il principio generale del diritto fiscale internazionale, quello dell’imposizione nel Paese dove il reddito è prodotto; dall’ altro, si è preso posizione a favore delle direttive OSCE per un’Intelligenza Digitale sostenibile.

Mentre non si può che plaudire al fatto che si stia affermando un consenso circa la necessità di accordi internazionali in materia, resta da dire i documenti delle organizzazioni internazionali non sono altro che stinte descrizioni delle prassi attuali, senz’alcuna capacità (né intenzione) d’incidere seriamente, né sull’utilizzo dei dati come strumento di dominio delle grandi potenze sul resto del mondo, né sulla macchinizzazione delle società, con la conseguente perdita dei valori umanistici e l’instaurazione di una tirannide degli algoritmi.

Questo fatto conferma l’egemonia, nelle attività legislative internazionali, delle lobby tecnocratiche, che concepiscono la cooperazione internazionale come un ulteriore canale per l’affermazione di un tipo di uomo privo di volontà, perfetto schiavo delle grandi organizzazioni digitali (siano esse pubbliche o private).

Invece, se l’Europa vuole tenere fede alla propria “immagine di marca” di roccaforte delle libertà e della cultura, deve costruire, in ambo i settori, una cultura radicalmente diversa, fondata sulla prevalenza dell’umano, e farla divenire la sua arma di battaglia nei consessi internazionali (come quello, appunto, di Tsukuba). Anzi, questa battaglia dovrebbe divenire, dal mio punto di vista, la ragion d’essere stessa di uno Stato europeo, che su di essa e per essa dovrebbe essere modellato. Non più sulle logiche di una società prevalentemente agricola, come lo sono stati tutti gli Stati attualmente esistenti, specie in Europa, bensì su una società post-moderna dematerializzata e integrata a livello mondiale.

Per ottenere questo risultato, è fuori luogo scervellarsi per definire in astratto un’identità europea distinta, da un lato da quella delle singole Nazioni, religioni e regioni dell’Europa, e, dall’ altra, da quella dell’Occidente, e, in particolare, dell’America. L’identità europea è quella già ben definita da ben 2500 anni da Ippocrate e da Erodoto, come quella degli “autonomoi”, contrapposti all’ impero universale del Re di Persia, e ridefinita da Machiavelli come “qualche regno e infinite repubbliche”, così come anche quelle della Cina e dell’ India sono quelle definite dalle rispettive filosofie del 1° millennio a.C.. Oggi, quei “qualche regno e infinite repubbliche” dove vivono gli “autonomoi” non devono inventarsi nulla di nuovo: devono semplicemente continuare la lotta che fu di Leonida contro Serse, solo che, questa volta, non è la guerra contro un esercito in carne ed ossa, bensì quella contro l’”esercito” dei logaritmi, che vuole ridurre i nostri regni e le nostre repubbliche a un unico impero digitale.

La battaglia per la libertà e la sopravvivenza passa per l'”ecologia della mente”

  1. La “Green Economy”

Nel fare ciò, per quanto l’economia verde sia una cosa utile e necessaria (l’”ecologia profonda”), c’è qualcosa di ancor più urgente per la nostra economia e per la nostra società (l’”ecologia della mente”), qualcosa che tutti gli altri hanno, tranne noi: un’industria del web (simile alla Google, alla Facebook e all’Amazon  americane, alla Baidu e all’ Alibaba cinesi, alla Yandex e alla VKontakte russe). Tutta l’economia, dalla borsa alle comunicazioni, dalla cultura all’ entertainment, dal commercio ai trasporti, dal turismo all’ immobiliare, sono oggi governati da Internet, che sta compiendo una mutazione antropologica dell’Umanità e allo stesso tempo sposta ingenti masse di denaro in tutto il mondo. Non solo, ma su Internet si giocano la nostra libertà e la nostra identità. Perché la BEI, l’ EFSI e i fondi sovrani degli Stati membri hanno investito così poco su Internet, e, quando l’hanno fatto, l’hanno fatto su progetti non trasparenti e minimalistici come Qwant? Qwant ha ottenuto , fra l’ EFSI, la Cassa Depositi e Prestiti francese e il Gruppo Springer, 35 milioni di Euro per creare il web europeo. Qualcuno ne ha poi più sentito parlare?

Ciò detto, l’Europa può e deve partecipare alla “rivoluzione verde” in corso nel mondo. Tuttavia, anche qui c’è qualcosa di strano nel comportamento, non solo delle autorità, ma anche delle imprese, in relazione ai nuovi settori tecnologici. Prendiamo per esempio l’auto elettrica. Sta partendo in questi giorni per la Cina da Beinasco un carico di 400 container contenente, impacchettata, una linea completamente automatizzata per costruire in Cina un SUV elettrico, costruita dalla CPM, una controllata della tedesca Duerr. A parte il fatto che la notizia apparsa sulla Repubblica sia stata forse esagerata (si tratterebbe solo di una linea di verniciatura), il  giornalista di Repubblica ha posto, al Presidente dell’ Unione Industriale di Torino, Gallina, la domanda, del tutto pertinente “Perché è così utopistico pensare che quella fabbrica potesse essere realizzata qui in Piemonte?” In effetti, trattandosi di una fabbrica automatizzata, la questione decisiva non è certamente il costo del lavoro. Eppure, il Presidente non ha saputo dare una risposta, limitandosi a dire che bisogna cercare di attrarre gl’investitori. Ma perché, come si è fatto con Qwant, non si possono spendere 35 milioni di Euro dell’EFSI, della Cassa Depositi e Presiti e di un investitore privato per creare ex novo in Piemonte una fabbrica di auto elettriche, anziché chiudere l’esistente  Blue Car di Bairo?

Alla fine, a dispetto delle retoriche mercatistiche, la quantità di trasferimenti finanziari pubblici che di fatto si sviluppano fra Europa, America e Paesi in Via di Sviluppo, fra Bruxelles, Stati Membri e Regioni, è così impressionante, che è impossibile capire chi ne sia avvantaggiato e chi ne sia svantaggiato: contributi NATO, acquisto di aerei americani, trasferimento all’ estero di imprese, aiuti allo sviluppo, contributi all’ Unione, fondi strutturali non spesi, fondi BEI non utilizzati per mancanza di progetti. Prima di accapigliarsi circa la destinazione dei vari fondi, sarebbe necessario fare come minimo un po’ di trasparenza dei reali flussi, e di come questi impattino sul PIL dei vari territori;. La “glasnost” di Gorbaciv che precedette la “Perestrojka” dell’ impero sovietico.

Non smettere d’interrogare la società

  1. Richiedere i “provvedimenti straordinari” accennati da Levi alle nuove Autorità (europee e locali)

Le istituzioni europee (ma anche locali) potranno essere prese sul serio (indipendentemente se le loro maggioranze saranno “europeiste” o “sovraniste”), solo se esse affronteranno, e subito, i nodi gordiani elencati in questo post. I movimenti europeistici dovrebbero incalzare fin da subito i nuovi parlamentari, i gruppi politici europei, le nuove Istituzioni e le nuove autorità, comunque e ovunque elette, perché, non dico risolvano questi problemi, ma almeno avviino un dialogo sugli stessi senza lasciare sempre tutto nel vago, di modo che a ogni nuova legislatura non dobbiamo porci le stesse domande, solo con una situazione ulteriormente deteriorata.

In occasione delle precedenti elezioni europee (2014), l’Associazione Culturale Diàlexis aveva pubblicato presso Alpina tre opere volte a sollecitare decisioni in queste materie:

-“Corpus Iuris Technologici”, dedicato alla nuova legislazione europea sul web, inviata alla Presidentessa Boldrini e al presidente Rodotà;

– “Restarting EU Economy”, una lettera aperta al Presidente Juncker perché indirizzasse l’ FSI verso le nuove tecnologie;

-100 tesi sull’ Europa (inviate a tutti gli Europarlamentari) con cui si valutavano criticamente i programmi dei partiti europei per le elezioni del 2014.

Nel Salone del Libro di Torino abbiamo presentato 4 libri dedicati a quattro filoni di approfondimento  (i “Cantieri d’ Europa”: riforma istituzionale; tecnologia; lingue; rapporti con la Cina). Contiamo di proseguire questo lavoro al salone “Più libri, più liberi” di Roma. Come è già successo con il Salone di Torino, invitiamo tutti a contribuire a questo sforzo collettivo.

Soprattutto, invitiamo tutti ad avviare un dialogo con i nuovi eletti, che stanno affrontando il non facile compito di fronteggiare i nodi ormai inestricabili di cui abbiamo parlato nei punti precedenti, con l’obiettivo di raggiungere almeno nuovi livelli di consapevolezza, per esempio sulla tematica della sovranità e sulle competenze tecnico-giuridiche-economiche necessarie per inserirsi nello sviluppo dell’ Asia.

* * * * *

Si allegano i principi sull’ intelligenza artificiale che il G20 in Giappone ha fatto suoi prendendo semplicemente a prestito quelli dell’ OCSE, i quali, a loro volta, assomigliano molto a quelli dell’ Unione Europea.

ALLEGATO

Torino centro della cultura tecno-umanistica?

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

12

 

conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

13

 

Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

14

 

  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

12

 

conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

13

 

Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

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  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

UNIONE INDIANA E UNIONE EUROPEA: DUE ELEZIONI PARALLELE

Pellegrinaggio in Polonia

Il caso ha voluto che le elezioni indiane e quelle europee si siano svolte a pochi giorni l’una dall’ altra, permettendo così (a quei pochi che lo volessero) di cogliere parallelismi e diversità.

Primo fra i quali, che l’era della laicizzazione della politica sta finendo in tutto il mondo: da qualche parte, come nelle Americhe o in Cina, in modo discreto; da qualche altra, come nel Medio Oriente, in Polonia, e, appunto, in India, in modo plateale. Contrariamente a quanto sembra ai più, non si tratta tanto di una questione di dogmatismo o di moralismo: soprattutto in India, si tratta innanzitutto della rivalutazione della tradizione culturale del Paese. Per esempio, nel discorso di commento della vittoria elettorale, Modi ha definito se stesso “faqir”, espressione tipica del Sufismo islamico, e ha citato il Mahabharata. Anche il programma del Bharatiya Janata Party parte con due righe in Sanscrito, dopo di che cita tutte le molteplici tradizioni religiose e culturali dell’ India (ivi compreso il Cristianesimo indiano, che, come molti non sanno, rivendica le proprie origini dall’ apostolo Tommaso, se non da una predicazione in India dello stesso Gesù Cristo).

Shiva consegna ad Arjuna

Pashupata, l’ arma assoluta,

1.La maggiore democrazia del mondo

Un altro aspetto che salta agli occhi è che l’India, ex colonia britannica, costituisce un modello di successo, mentre l’Unione Europea, e soprattutto l’ Inghilterra,  si trovano più che mai alle prese con le loro secolari contraddizioni.

Nel suo discorso dopo la schiacciante vittoria elettorale, che gli ha dato la maggioranza assoluta nel Parlamento Indiano, Narendra Modi ha definito iperbolicamente tale risultato come “il più grande evento della storia”, in quanto massima affermazione storica della democrazia. Infatti, non si era mai verificato che una maggioranza così schiacciante si manifestasse con numeri di quest’importanza (più di 200 milioni di voti per un solo partito), nel secondo Paese del mondo e nell’area ex coloniale, mentre invece il Paese ex colonizzatore per eccellenza, l’Inghilterra, è scosso da una crisi senza precedenti per non aver voluto accettare di restare  all’interno di una labile confederazione come l’Unione Europea. Oltre al progetto federale nella sua forma più trasparente, si sono realizzate in India tutte le aspirazioni dei democratici più radicali: voto universale diretto ( XIX Emendamento della Costituzione americana); eguaglianza di tutti i ceti dinanzi alla legge (Dichiarazione dei Diritti dell’ Uomo e del Cittadino); liberazione e sviluppo dei popoli coloniali (i 14 punti di Wilson);federalismo (Proudhon); democrazia rappresentativa (Constant)…

Se i risvolti pratici di questa vittoria democratica non piace ai nostri…”democratici”, questi ultimi dovrebbero porsi la questione del se sciovinismo, integralismo religioso e personalizzazione della politica non costituiscano forse l’esito ultimo obbligato di qualunque processo di radicale democratizzazione della società. Se il governo deve preoccuparsi sempre più prioritariamente del benessere del popolo (a scapito di altre priorità), verrà pure un momento in cui, all’incremento delle aspettative, corrisponderà una stagnazione dell’economia, sì che la sola soluzione sarà il competere con altri popoli per la suddivisione delle ricchezze (“America first”). Se si distruggono sempre più le tradizioni e le gerarchie, resta soltanto l’inconscio collettivo, legato a fasi arcaiche della storia. Se si destruttura deliberatamente la disciplina mentale imposta dalla “cultura alta”, l’unica forma di comunicazione efficace resta il carisma personale. Il ritorno del rimosso resta l’“ultima ratio” contro l’entropia generalizzata.

Questo è confermato per esempio da quanto sta accadendo in Inghilterra, dove le recenti elezioni europee hanno incoronato il partito “Brexit” quale maggiore partito britannico, davanti ai liberali (antichissimo partito inglese), i laburisti e (ultimi) i conservatori, che da tempo hanno tradito le loro tradizioni culturali “alte”, confondendosi con i loro storici avversari, i liberisti e i cripto-americani.

Di fronte a questo scenario, non stupisce che la comunicazione “mainstream” abbia fatto passare in sordina (o comunque dopo la politica nazionale ed europea, il festival di Cannes, i sovranisti, la Champions’League, ecc…) i risultati delle elezioni indiane. Nella maggior parte dei casi, poi, gl’impressionanti dati numerici sulla democrazia indiana, sull’elettorato del Bharatiya Janata Party e sulla ricchezza del panorama partitico indiano vengono lasciati in secondo piano, mentre si sottolineano un preteso autoritarismo di Modi (che deriverebbe paradossalmente dall’ aver ricevuto molti voti), il suo carattere illiberale (che deriverebbe dalla sua forte connotazione religiosa), e il suo nazionalismo (che renderebbe difficile la convivenza con confessioni religiose diverse da quella indù).

Nonostante la cronica inefficacia di tutto ciò che si sta facendo da gran tempo in Europa in ogni campo, la cieca arroganza  generalizzata continua a vedere, dei continenti fuori del nostro, solo i lati negativi: l’umoralità di Trump, la retorica sudamericana; la povertà africana, il terrorismo medio-orientale;, l’autoritarismo cinese…

Mai nessuno parla della potenza dell’America, del senso d’indipendenza dei latinoamericani, della crescita del PIL dell’Africa, della ricchezza araba, della tenacia israeliana o del progresso tecnologico e organizzativo dei Cinesi.

 Gl’Inglesi giustiziano i leader dei Sepoys

colpendoli con i cannoni

 2.L’India come modello di successo

A me sembrerebbe intanto prioritario soffermarsi a studiare l’India come modello di successo: un Paese che, caduto fra il 700 e l’800 sotto un dominio coloniale che ne aveva fiaccato la straordinaria forza culturale ed economica(cfr. Choudhury, Goody), ha saputo, in 200 anni, animare un movimento di rinascita culturale,e, poi, di liberazione politica, che l’ha portato  a divenire la più grande democrazia del mondo. Si noti che, per l’India come per la Cina, questa crescita spettacolare ha cominciato a manifestarsi non appena il Paese è uscito completamente dalla tutela straniera, vale a dire quando, il  17 agosto 1947, le truppe inglesi avevano iniziato a  lasciare l’intero Subcontinente, con un’evacuazione che durò fino al febbraio 1948, e senza che esse  fossero sostituite da quelle americane, come invece successe in molte altre aree. Certo, anche lì il guaio maggiore, la “Partition” con il Pakistan, l’avevano preparato gli USA. Però, l’idea di ri-occupare militarmente il Paese non era mai venuta in mente a nessuno, anche perché, nello stesso tempo, l’Inghilterra aveva già segretamente dato in uso agli USA l’Isola  di Diego Garcia (fra le Maldive e Mauritius), ancor oggi una delle maggiori basi militari americane, avendone prima deportato gli abitanti.

Dalla partenza degl’Inglesi, la prima vera Brexit, con tante assonanze con quella di oggi, ricominciò la rimonta dell’India, la quale, pure se meno brillante di quella della Cina, l’ha portata ad essere una delle prime potenze mondiali. Invece, l’ Unione Europea, nata anch’essa, come ha recentemente confermato la documentatissima opera di Philippe de Villers, sotto una pesante ipoteca americana, non è mai riuscita ad emanciparsi dal principio dell’ “America First”. Così, si è giunti alla presente assurda situazione, in cui non c’è nessuno che esprima seriamente un “sovranismo europeo”. Macron si era inizialmente sbilanciato timidamente in tal senso, ma le continue sconfitte hanno ridimensionato le sue velleità.

Eppure, l’India, con l’ Himalaya e le Maldive, con i Tibetani del Ladakh e del Sikkim e i “neri” del Tamil Nadu e del Kerala, con i Mussulmani, i Parsi, i Sikh, i Cristiani  e i Buddisti, con gli Shivaiti e i Visnaiti, non  è certo meno diversificata dell’ Europa. Essa ha però il vantaggio di avere ereditato un popolo imperiale (quello hindustano), e uno Stato (seppur federale), e, soprattutto, ha avuto, fino dai tempi del governo diretto britannico, un potente esercito, che, ai tempi della IIa Guerra Mondiale, flirtava con i Giapponesi, e, oggi, dispone tra l’altro di un’arma missilistica e nucleare.

Certo che i politici europei imitano anche l’India, ma lo fanno di soppiatto e in modo minimalistico, con una grande paura di essere scoperti. Per esempio, l’idea di Matteo Salvini di ostentare in ogni occasione il rosario potrebbe essere una lontana derivazione della retorica elettorale di Modi, infarcita di preghiere e di citazioni del Mahabharata.

Gli Stati e le province dell’ India Britannica

3.Basta con l’“India Bashing”

Contro l’India si agitano continuamente una serie di miti negativi arretratezza; autoritarismo; intolleranza. Certo, problemi vi sono dovunque, e soprattutto in Paesi di quelle dimensioni. E, tuttavia, proprio i problemi che in genere si ama sottolineare sono i meno gravi.

Essendo un grande Paese agricolo, l’ India ha tutte le caratteristiche che sono state tipiche, anche da noi, di una civiltà contadina (familismo, tradizionalismo, laboriosità, risparmio). Lungi dall’ essere una prova di barbarie, esse costituiscono l’humus di tutte le grandi culture, ivi compresa quella europea. Inoltre, in questo momento di (molto relativo) revival dei Verdi, ricordiamoci che l’ unica vera “Rivoluzione Verde” l’ha realizzata l’ India, risollevando le sorti del suo mondo contadino.

Il programma del Bharatiya Janata Party, lungi dal predicare l’intolleranza religiosa, rivendica invece con orgoglio il contributo culturale dato da tutte le religioni dell’India, ivi comprese quelle non autoctone, come l’Islam, l’ Ebraismo, il Parsismo e il Cristianesimo, e soprattutto l’eredità vedica, intrinsecamente universale e a-confessionale. D’altronde, il sincretismo è sempre stato una caratteristica dell’India, dai tempi del Gandhara  e di Kebir  per arrivare a Akbar e alla Società Teosofica, alla quale dobbiamo, tra l’altro, la conversione di Gandhi alla causa indiana. Quanto alla presunta intolleranza verso le altre comunità, l’anti-islamismo non è certo più forte in India che, per esempio, in Germania, Polonia, Ungheria, Israele, Myanmar o Cina. Quanto all’ anti-cristianesimo (piuttosto, anti-protestantesimo), esso è certamente meno spiccato di quello degli Islamisti dei Paesi limitrofi (Pakistan, Sri Lanka).

Concludendo, l’India può essere un modello per l’Europa almeno per tre sue caratteristiche. Innanzitutto, la struttura costituzionale federale, fondata su un certo numero di Stati etno-nazionali non rigidi, che possono essere adattati secondo le mutevoli esigenze della politica. In secondo luogo, per la sua capacità di attualizzazione dei principi antropologici tradizionali. Basti pensare al “Ministero dell’ A.Y.U.SH.”, incaricato di coltivare le diverse tradizioni mediche dell’ Asia Meridionale, dove, all’ Ayurveda e allo Yoga, si affianca anche la medicina “Unani”, vale a dire la medicina greca antica (“yunani”), quale fondata da Ippocrate (inventore dell’ identità europea), e tramandata attraverso Avicenna e le monarchie islamiche indiane. In terzo luogo, per l’avanzamento, tecnico e politico, dell’ India nel campo dell’informatica (con Bangalore come capitale), e culminato nella recente proposta di legge sull’immagazzinamento in India dei dati degli Indiani. Tutti temi da studiare urgentemente anche in Europa.

Lingue e Stati nell’ India contemporanea

Allegato: Estratto del programma del BJP

Our Vision, Our Will, Our Way

Sarvebhavantu Sukhinah Sarvesantu Niramayah Sarvebhadrani Pasyantu Ma Kaschitdukha Bhagbhavet Om Shanti! Shanti! Shanti!

May all live happily. May all enjoy good health. May all see auspiciousness. May none experience distress. May peace prevail everywhere!
Universal happiness and peace is the heritage of the ancient Indian civilization, which assumed the character of Bharatvarsha in Bharat Khand.  About India, Megasthanes said that “never invaded others and was never invaded.”
As per Maharishi Aurobindo, the nation is enshrined in the concept of Sanatana Dharma, which assumes an integral concept of VasudhaivaKutumbakam, which means world as a family. This idea is an exclusive contribution from India to world peace.
The nation has evolved a world view based on the motto “Lokasamastasukhinabhavantu (Let the entire world be happy). The nation as achieved this motto not by marching its armies and conquering the rest and offering peace, but by the inner-directed pursuit of universal values by the Rishis living in the forests and mountains of India.
India has received faiths from all people like the Jews, Parsis, Muslims or Christians. Israeli society has openly acknowledged that out of over a hundred nations in which Jews sought refuge, only in Bharat they were received and treated well.
It is because religion in ancient India meant faith in general and not any particular faith. It is this ancient Indian mind that formulated the Constitution of India, guaranteeing equal treatment to all faiths and their adherents and it is not the Constitution that shaped the Indian mind.
Diversity is an inseparable part of India’s past and present national tradition. The BJP not only respects but celebrates India’s regional, caste, credal, linguistic and ethnic diversity, which finds its true existence and expression only in our national unity.
This rich tradition comprises not only the Vedas and Upanishads, Jainagamas and Tripitaka, Puranas and Guru Granth Sahib, the Dohas of Kabir, the various social reform movements, saints and seers, warriors and writers, sculptors and artists, but also the Indian traditions of the Muslims, Christians and Parsis.
The BJP is the true inheritor of the Indian tradition while all other political parties have branded everything associated with this great tradition as sectarian, unworthy of being followed. BJP believes in the saying of Swami Vivekananda that “It is out of the past that the future is moulded. It is the past that becomes the future”.

 

LETTERA APERTA A MASSIMO CACCIARI. AMARE L’EUROPA; NARRARE L’EUROPA

 

 

Caro Professore,

Appena terminato un Salone del Libro in cui la nostra casa editrice si è prodigata in modo speciale per fare avanzare il dibattito sull’Europa, la lettura del Suo articolo su “L’Espresso” del 19 u.s., “Patria Europa”, così vicino alle nostre preoccupazioni, mi ha stimolato a prendere posizione come segue sul tema della comunicazione dell’Europa, nella speranza di contribuire così a un dibattito autentico nella cultura “alta” anche su questo , centrale, tema.

Intanto, a me sembra che ciò che Lei ha scritto molto bene in quell’articolo, cioè che “..non si vince una grande battaglia politica e ideale come l’unione federale dell’Europa senza un’idea intorno ai suoi fini, e cioè al cammino che ha di fronte, ovvero alla sua missione o destinazione”, chi non fosse obnubilato da pregiudizi ideologici  o da interessi particolari, lo avrebbe potuto comprendere  già perfino a partire dal 1957, data di firma dei Trattati di Roma. Invece, proprio nella “Dichiarazione Schuman” si parlava di “realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”, un cammino fatto di “piccoli passi” senza una precisa meta finale (il “funzionalismo” deprecato, tra gli altri, da Spinelli e da Przywara).  La cultura europea sta forse cominciando a comprendere il vicolo cieco in cui si è messa in quel modo la politica, anche se, purtroppo, l’incertezza circa l’obiettivo finale, anziché svanire, sembra oggi addirittura infittirsi. Eppure, quelli erano gli anni in cui in America si tenevano le cosiddette “Conferenze Macy” sul futuro delle scienze e della tecnologia, nell’URSS venivano lanciati nello spazio gli Sputnik e Gagarin, e Asimov e Lem scrivevano i loro insuperabili romanzi distopici. Certo, lo stato di obiettiva depressione della politica europea in seguito alla 2° Guerra Mondiale e alla divisione di Yalta giustificavano il tono minimalistico dei discorsi europei, ma una cultura che annoverava personaggi come Heidegger e Russell, Croce e Heysenberg, Einstein e Anders, avrebbe dovuto prevedere quali sarebbero stati i veri temi con cui i vertici dell’Europa si sarebbero dovuti prima o poi a scontrare. E invece, ancor oggi, il “rischio esistenziale” non è ancora entrato nel cuore del dibattito  politico.

Nonostante quella scelta funzionalistica (e, quindi, implicitamente materialistica e minimalistica) dei Padri fondatori, le idee idonee a “narrare la Patria europea” esistevano già da tempo, seppur solo “in nuce”, disperse  attraverso la cultura alta, e si sarebbero potute ricostruire, nelle loro grandi linee, semplicemente “collegando i puntini” contenuti, come in un grande rebus, nelle opere dei grandi autori che citerò qui di seguito.Intanto, già all’ epoca dei Trattati, alcuni, come Simone Weil, Husserl, Jaspers, Heidegger, Anders, Guardini e  Przywara, ci avevano avvertiti che, come Lei ha scritto in modo pregnante, “fine dello spirito europeo non è lo sviluppo di scienza, tecnica, economia in se stesse, il mero incrementum scientiarum, bensì la sua connessione con il sistema delle libertà”. E infatti, fin dai primordi della cultura europea,  come per esempio  nelle opere  di Ippocrate e di Erodoto, era stato considerato come insito nell’identità europea (la “physis ton Europaion”) il fatto d’ identificarsi con la libertà un po’ selvaggia di Leonida, contro il progetto di conquista dell’Europa e di stabilizzazione universale incarnato dalla Persia di Serse (vedi il discorso di quest’ultimo riportato  nelle Storie e le iscrizioni funerarie di Behistun e Naqsh-e-Rustam, che anticipano i programmi di tanti imperi successivi, da quello romano, a quello sovietico,  a quello americano).

Nello stesso modo, era stato chiarito proprio allora (per esempio nell’opera di Federico Chabod) che, all’amore per la libertà politica, si collega, nell’ identità europea, la ricerca della verità, da ritrovarsi innanzitutto nell’autenticità con se stessi. Insomma, il motto dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Non per nulla, è l’oracolo stesso a profetizzare che ”la grande rocca gloriosa verrà devastata dai discendenti di
Perseo, oppure questo non avverrà, ma la terra dei Lacedemoni piangerà la
morte di un re della stirpe di Eracle.”
La morte per la libertà della patria quale esempio estremo di coerenza con se stessi e di dedizione alla libertà. Quello che tanto viene esaltato nel mito della Resistenza, ma che oggi nessuno sarebbe propenso a imitare.

1.Un sistema informatico mondiale: il vero nemico della libertà

Innanzitutto , oggi il  “mondo della libertà” è messo in pericolo quanto mai prima nella storia, non solo in Europa, ma nel mondo intero, non già dai diversi sistemi politici e sociali (i quali sono tutti ancora fondamentalmente “umanistici” e/o “culturali”: vedi Lévy Strauss e Luc Ferry), bensì proprio dalla “gabbia d’acciaio”, prima teologica, poi giuridica,  poi ideologica, e, infine,  tecnologica, che ci si siamo costruiti addosso con l’economia, l’industria e la tecnocrazia, che costituisce lo sbocco ultimo da sempre implicito in qualsivoglia progetto di “Fine della Storia”. Non vi è quindi alcuna contraddizione fra la tesi (oramai divenuta luogo comune) dell’egemonia della finanza internazionale e quella, da me qui ripresa, dell’egemonia della tecnica, l’una essendo la continuazione naturale dell’altra. La postulata condizione finale di assenza di conflitto (la “Pace Perpetua”) non può infatti essere raggiunta semplicemente con una qualche forma di eterodirezione “soft” della società da parte dei “poteri forti”, bensì solo eliminando la fonte prima dei conflitti, vale a dire l’Uomo. L’orrore per il “Diverso” è solo il primo passo verso la negazione della pluralità delle Persone, a favore del carattere seriale dei cyborg e degli androidi (la “vergogna prometeica”). Come avevano previsto Max Weber, Horkheimer e Adorno e Arnold Gehlen, l’apparato tecnico e amministrativo non è dunque uno strumento di libertà, bensì, vincolando l’uomo a prassi e a meccanismi consolidati, costituisce una fonte di omologazione e di entropia, che distrugge la libera creatività, e lo stesso slancio vitale, portando all’ eterna ripetizione di standard già dati (i pretesi “principi etici di progettazione” delle macchine intelligenti). C’è di più: con la “trasfusione senza spargimento di sangue” dei profili umani nell’Intelligenza Artificiale (De Landa) si  finisce per congelare, e quindi per eternare, i pregiudizi del XXI secolo, così come il sistema “OKO”, fortunatamente bloccato una notte dell’’83 dal maggiore Petrov, pretendeva di incarnare senza sbavature la dottrina nucleare del PCUS. La più importante di tutte le decisioni della storia dell’umanità, quella circa lo scatenamento della guerra totale, è stata così delegata da gran tempo a sistemi elettronici automatizzati, lo “Hair trigger alert”, al quale è stata affidata, da tutte le grandi potenze (quindi, sempre al di fuori dell’Europa), la reazione al primo attacco nucleare dell’avversario. In una simile situazione, a meno che non intervengano nuovi, stringenti, accordi internazionali (di cui solo l’ Europa può farsi propugnatrice), la distruzione reciproca mondiale per effetto di una “Cernobyl militare” è praticamente assicurata. La controprova del carattere centrale della militarizzazione della società e della sua cura per la segretezza e la manipolazione delle informazioni è costituita dall’accanimento con cui si sta perseguitando Julian Assange, reo di avere reso palese il carattere onnipervasivo del sistema di controllo del complesso informatico-militare. L’indifferenza dell’Europa (sempre così attenta ai diritti umani là dove essa non può farci nulla) verso la persecuzione di Assange che ha luogo nell’ Inghilterra della Brexit, che sta ancora eleggendo i suoi Europarlamentari, fa perdere di credibilità al richiamo all’amore per la libertà che si leva dall’establishment politico e culturale, nonché all’esaltazione acritica della tradizione costituzionalistica inglese. All’accordo “Five Eyes” spetta dunque una superiorità costituzionale rispetto all’Habeas Corpus?

Una volta che  decisioni come quelle militari siano state delegate alle macchine, tutto l’insieme dei comportamenti umani tenderà sempre più ad essere subordinato al fine di agevolare il “proprio” sistema di Hair trigger alert, per farlo prevalere sul sistema nemico: dal controllo di massa del comportamento della popolazione, all’infiltrazione delle reti di comunicazione amiche e nemiche, alla disinformazione delle opinioni pubbliche…Che altro s’ intende quando si afferma che ovviamente ogni decisione in vari campi dev’essere subordinata alle esigenze della “sicurezza”? Occorre innanzitutto evitare che possano nascere dei protagonisti autonomi, che esercitino in modo obiettivo, e perfino eroico come il maggiore Petrov, quel ruolo di critica del sistema che perfino l’Armata Rossa aveva affidato ad “analisti militari” indipendenti come quest’ultimo.

Come facciamo dunque a sentirci liberi se tutto il flusso delle opinioni pubbliche è condizionato a tavolino dai big data e dagli spin doctors dei sistemi informativi delle grandi potenze, se ciascuno di noi è monitorato giorno e notte dal sistema (attraverso i cellulari, i personal, i social…) per spiarne le più recondite movenze e per condizionarlo di conseguenza? In queste condizioni, perdono di senso i tradizionali strumenti della libertà di stampa, di parola, le stesse elezioni. Non per nulla, è il carattere stesso dei cittadini che è alla fine pervertito dal minimalismo, dal conformismo e dall’ autocensura, portando all’ inconcludenza di ogni discorso e alla supina accettazione del “destino della tecnica” e delle cosiddette “lezioni della Storia”.

La “perdita di democrazia”, di cui taluni incolpano il populismo, altri l’Unione Europea, altri ancora l’egemonia culturale della sinistra, trae in realtà ovunque la propria origine prima proprio dall’ inevitabile centralizzazione delle decisioni richiesta dalla delega al sistema informatico-militare della gestione  della cosiddetta “guerra senza limiti” già in corso fra i grandi blocchi continentali, che non lascia spazio, né a un reale pluralismo, né a un aperto dibattito.

Se anche la UE ha la tendenza a centralizzare progressivamente le decisioni più importanti come le politiche della ricerca, dell’informazione, finanziaria, estera e di difesa, è  perché essa  deve confrontarsi quotidianamente con USA, Cina e Russia; in queste ultime, il potere “politico” si centralizza e si personalizza a sua volta per contrastare, chi il deep State,  chi gli oligarchi,  chi la burocrazia…Quando Federica  Mogherini deve rispondere alle missive minatorie delle sottosegretarie americane alla Difesa, è sola; non può convocare il Parlamento Europeo (ormai a fine mandato) o i Parlamenti nazionali, come pretenderebbero i politici di tutti gli orientamenti. Si potrà porre freno a queste tendenze solo con la ricostituzione di una classe dirigente dotata di “virtus”, come quelle del mondo classico, indispensabile da sempre per una gestione collegiale della Res Publica, ispirata da un ethos e non da incentivi materiali, capace di superare indenni anche i periodi dello “stato d’eccezione” come questo delle Macchine Intelligenti.

Per questo la polemica contro la pretesa “dittatura di Bruxelles” è fuori luogo: se riferita a oggi, quando la UE, con meno dipendenti del Comune di Torino e con risorse inferiori all’ 1% del PIL europeo, non può fare praticamente nulla, ma anche  se riferita a un futuro in cui un’eventuale federazione europea, diretta da una nuova classe dirigente, per fare “più Europa”, dovrebbe, non già sovrapporsi agli Stati membri, bensì occuparsi di ciò che gli Stati membri non hanno mai fatto: una politica culturale; una difesa tecnologica; una programmazione operativa; la creazione di “campioni nazionali”; una politica monetaria proattiva.

2.La missione dell’Europa

All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica “missione” prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la “prassi liberante” propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’”intelligenza collettiva” e del “lavoratore”, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di “rovesciare il tavolo”. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori “assiali” della saggezza, della filosofia, dell’“humanitas”, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al “banauson ergon” (quel “lavoro bruto” che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’orizzonte). Un compito ciclopico che, anche in questo caso, è destinato a travolgere tutte le prospettive di corto respiro che si fronteggiano nei dibattiti politici sul futuro della società europea. Nel fare ciò, la cultura, oltre a rileggere in una luce nuova le idee classiche di “eu zen” e di “kalokagathia” e quella cristiana di “askesis”, dovrebbe aprirsi a quelle confuciane, di “junzi” e di “ren”:come Lei scrive,  ”etiche nel senso più profondo e radicale del termine: non qualche massima morale, ma insieme di consuetudini, costumi, forme di vita, che sembrano quasi affondare in passati immemorabili, dentro ai quali abitiamo.”.

Solo educando il carattere umano come si faceva in Grecia, a Roma o nei monasteri asiatici e cristiani, non già tentando, come si sta facendo oggi, di trasferire nelle macchine principi astratti (come i codici etici) che neppure noi umani riusciamo ad applicare, si potrà evitare la presa del controllo delle macchine sugli uomini e l’estinzione dell’Umano. L’Unione Europea è già oggi, certamente, un elemento di resistenza contro questo progetto totalitario, e lo sta dimostrando con la legislazione sulla privacy, con le multe ai grandi operatori, con la lotta all’ erosione fiscale. Tuttavia, l’energia impiegata in questa lotta prometeica è troppo modesta rispetto all’unicità del compito, e, soprattutto, manca a monte un modello culturale forte che supporti l’intera azione dell’Unione: il “mito della Patria Europa”, di cui parla il Suo articolo. L’azione europea su questo tema appare episodica, marginale e decontestualizzata rispetto a tanti altri temi, certamente meno urgenti che non il “Rischio Esistenziale” (Hawking, Martin Rees).

Ma, soprattutto, l’Europa  di oggi è talmente arretrata, rispetto a USA, Cina, Russia, India, Israele e Giappone, per ciò che concerne la cultura e la tecnologia informatica (intelligenza artificiale, cyberguerra, internet, intelligence, ingegneria genetica….), da non disporre neppure dei necessari strumenti di sperimentazione (come per esempio i Big Data); figuriamoci se essa è in grado di costruire un’alternativa agli attuali approcci verso l’informatica, o addirittura di imporli agli altri. Lo sforzo che l’Europa deve compiere in questo campo nei prossimi pochissimi anni è prometeico, e richiederebbe un suo specifico “mythomoteur”. Ecco quello che, a mio avviso, costituisce, come Lei scrive, “forse un valido mito per la sua rifondazione”. Del resto, i miti sono inevitabilmente congiunti a un’etica eroica, indispensabile per questo sforzo disperato (Foscolo, Carlyle).

Questa sarebbe l’unica interpretazione concreta di quell’impegno totale per la formazione permanente alla rivoluzione digitale che tutti invocano, ma nessuno attua, non avendone compreso, né la vera posta, né i necessari contenuti e sacrifici. Non è infatti l’integrazione europea a mancare di fascino, bensì la classe dirigente in essa coinvolta. Se essa prendesse a cuore con un’etica eroica la rivoluzione digitale e quanto la circonda, si conquisterebbe quell’aura che aveva circondato, nella vita come nella fiction, i protagonisti delle prime imprese spaziali sovietiche e americane.

3.Il posto dell’Europa fra i grandi Subcontinenti

Intanto, è ben vero che i valori dell’Epoca Assiale (Jaspers) sono comuni a tutte le grandi civiltà del mondo, e questo è il significato vero da dare al concetto di “universalità” e di “diritti umani”. Come Lei scrive, “…il loro valore, nel senso più reale, materiale del termine, è ancora ben riconoscibile, in America come in Russia, in Cina come in India.” Tuttavia, la specificità dell’Europa è quella di rivendicare, all’interno della comune lotta contro il totalitarismo delle macchine intelligenti, una particolare attenzione per la tutela della libertà personale e comunitaria. Purtroppo, in un mondo in cui, tanto la cultura tecnologica, quanto il controllo del web, sono in mano alle Big Five dell’informatica, e al di fuori dello spazio di controllo europeo, non bastano, né le sterili invocazioni di sacri principi, né una sofisticatissima rete di norme UE. Solo se gli Europei si battessero con spirito prometeico per contestare quel controllo, quell’auspicabile “curvatura europea” dei valori universali uscirebbe finalmente dal mondo delle sterili declamazioni. Infatti, il Caso Schrems ha messo in evidenza che anche i migliori principi del diritto europeo restano lettera morta se i nostri dati sono immagazzinati fuori dell’Europa.

Se esistono, infatti, anche fuori dell’Europa- per esempio in America e in Cina- forze che si muovono di fatto a favore della tutela dell’Umano contro l’onnipotenza delle macchine, tuttavia solo l’Europa ha posto e pone ancor oggi la libertà al centro delle questioni sociali dell’informatica. In America, dove pure è nato il movimento dei “whistleblowers”, lo spirito di libertà è soffocato dall’etica puritana, dal “politicamente corretto” e dal senso ossessivo della missione dell’esportazione della democrazia. La Cina, come tutti i Paesi socialisti,  manifesta in modo paradossale e parossistico (per esempio attraverso il sistema del “credito sociale”) proprio quelle tendenze liberticide che in America sono occultate sotto lo smalto del mercato e della “rule of law” (il “totalitarismo invertito”), tendenze ch’ essa ha clonato e clona sempre più nel suo sforzo ciclopico di superare l’Occidente per recuperare la propria autonomia anche spirituale (Zhongxue wei ti, xixue wei yong 中学为体,西学为用; come direbbe René Girard: “rivalità mimetica”).La libertà è stata tradizionalmente concepita in Cina come una liberazione collettiva con un moto atemporale verso il Datong, la Grande Armonia, ma, per raggiungere quest’ultima, s’impongono nel frattempo le dure leggi dei Legisti. Certo, la Cina costituisce anche, oggi, in pratica, con il suo formidabile sistema informatico, il principale baluardo oggettivo contro l’imposizione in tempi brevi della Singularity (unione di umano e macchinico) da parte delle Big Five (Baidu contro Google, Alibaba contro Amazon, Hwawei contro tutti). Infatti, se la Singularity non riesce ad essere unica, non è tale: non realizza, cioè, la fusione in un’unica entità dell’intero sistema pensante mondiale; quindi, non può sopprimere totalmente l’Umano. Il sopraggiungere dell’informatica cinese sta dunque dando a tutto il mondo il tempo per riorganizzarsi contro la dittatura delle Big Five.

Tuttavia, solo un’Europa molto più forte sui piani politico, militare e tecnologico, ma soprattutto culturale, potrebbe interloquire autorevolmente con le Grandi Potenze anche e soprattutto su questi delicatissimi aspetti. Se e nella misura in cui riuscirà a imporre un dialogo e un accordo internazionale, essa avrà realizzato la sola forma possibile e necessaria oggi (e filosoficamente difendibile) della “potenza assimilatrice delle proprie idee”,  da Lei auspicata.

E certamente solo un’Europa vittoriosa sul fronte dell’interfaccia uomo-macchina potrebbe prendersi serenamente cura della propria identità – e, innanzitutto, della propria poliedricità-, che va ben al di là delle “diverse nazioni e le loro lingue”, bensì comprende anche il pluralismo delle  religioni, culture, ideologie, ceti sociali, regioni, città. Gli Europaioi di Ippocrate e di Erodoto sono, infatti, oltre che gli amanti della libertà, anche il popolo federale per eccellenza. La Grecia ne era il modello (con i suoi dialetti omerico, esiodeo, arcado-cipriota, ionico, attico, dorico, eolico); con le sue leghe (peloponnesiaca, delio-attica, ionica,  tebana, cretese, etolica…);con le sue poleis e i suoi koinà. Ma  gli autori classici esaltavano anche i popoli vicini, in particolare gli “Sciti” e i “Sarmati”, in quanto animati dallo stesso amore per la libertà.

 

  1. Come narrare la Patria Europea

Per narrare, come Lei propone, la Patria Europea, s’impone, come pensava già Freud, la liberazione, dalle retoriche dell’idea di Europa, dell’autentica identità europea. Identità che, come Lei scrive, non definisce “né radici, né confini, né dimore dove poter essere ‘in pace.” Quindi, l’esatto contrario della retorica dell’Europa come Fine della Storia e come strumento di “stabilizzazione”. Grazie all’ Europa, la Storia deve poter continuare, anche se alcune sue tendenze avrebbero voluto farla finire. Questo indispensabile mito dell’Europa baluardo della diversità, e quindi del conflitto, “costruito sull’ interrogazione, il dubbio, la ricerca” ci impone di liberare da censure e tabù vaste aree della nostra cultura. A mio avviso, occorre innanzitutto non vergognarci della cultura europea quale essa è, buona o cattiva ch’essa sia;  non volerla addomesticare e censurare per renderla accettabile ai poteri del momento, ai gusti dell’elettorato oppure, ancor peggio, a una lobby che pretenderebbe che il “mito della Patria Europea” sia identico a quello dell’America.

Nello stesso modo, proprio perché l’Europa è una Patria, non già una setta, essa non è di nessuno Stato in particolare (per esempio, non del duo franco-tedesco), non di una Chiesa (per esempio, quella cattolica), non di un’ideologia (per esempio, quella progressista), non di un partito (per esempio, l’attuale “centro” del Parlamento europeo). Essa è di tutti coloro che vi vivono: del mondo atlantico come di quello eurasiatico; della Mitteleuropa come dei Balcani, dei cristiani come degli ebrei e dei mussulmani; dei riformisti come dei conservatori, dei rivoluzionari come dei reazionari. Non possiamo dire a nessuno, che viva fra di noi: tu non sei Europeo. E, di converso, tutti gli Europei hanno il diritto di formulare un “loro” progetto di Europa, che esprima la loro particolare visione.

  1. I ”Cantieri d’ Europa” continuano.

Con l’iniziativa “Cantieri d’Europa”, la nostra piccola casa editrice, Alpina, ha incominciato a fare ciò per cui essa era stata fondata fin dal 2005: riunire in un solo luogo ideale, attraverso i propri libri e le proprie manifestazioni, le voci di tutti coloro che abbiano dei contributi concreti da dare alla costruzione dell’Europa, nei vari campi dello scibile (linguistica, filosofia, storia, dottrine politiche, economia, diritto, diplomazia, tecnologia…), ma vengano marginalizzati da una cultura “mainstream” che tollera solo la superficialità e la ripetizione inconcludente di luoghi comuni. Nello stesso tempo, con il nostro stand e con le nostre 8 manifestazioni, per metà al Lingotto, e per metà fuori (il “Salone Off”), abbiamo dimostrato che l’Europa si può e si deve narrare, attraverso le cose concrete, proprio oggi, quando la maggioranza ritiene che ciò sia diventato impossibile.

In particolare, i “Cantieri”, con i libri, nostri e altrui, ivi presentati, sono riusciti a realizzare nel Salone quel compito di sintesi che originariamente avrebbe dovuto essere assunto dalla grande editoria. Nell’ assenza d’iniziative maggiori, il nostro stand ha costituito il punto d’incontro dove sono confluiti il Movimento Europeo, le Istituzioni e tanti editori, italiani e stranieri, che hanno pubblicato libri sull’ Europa: Ullstein, ADD, il Mulino, Icaria Editorial, Rubbettino, Aracne, EGEA…

Dopo le elezioni europee, si apre, per la prossima legislatura, un compito appassionante: quello di recuperare l’Europa alla battaglia per la libertà tecnologica, portandola finalmente sull’unico piano veramente attuale: quello della sovranità digitale.

Last but not least: per riuscire a narrare l’Europa, bisogna amarla, per come essa è, anche con i suoi peccati, la sua decadenza e la sua vecchiaia.

Esistiamo proprio per questo, e saremmo lieti di averLa con noi su questi temi.

Per Alpina Srl,

 

Riccardo Lala

 

 

 

SALONE 2019: RINGRAZIAMENTI

Il Salone 2019 ha rappresentato, per la nostra Casa Editrice, una tappa importante, che s’iscrive con precisione nel percorso che ci eravamo assegnati fin dall’ inizio.

Infatti, è ben dal 2006 che, solo 6 mesi dalla nostra fondazione, eravamo stati in grado di presentare i nostri libri di lingue e il nostro Catalogo 2006. Fino da allora ambivamo ad allargare la nostra presenza, per costituire un punto di riferimento per quei visitatori e quegli editori che s’interessano di Europa.

Erano alcuni anni che insistevamo presso la direzione del Salone affinché un’intera edizione fosse dedicata all’ Europa.

Quest’anno, anno di elezioni europee, sembrava inevitabile che qualcosa sarebbe stato fatto. In effetti, la direzione del Salone ha accolto con interesse le proposte di Alpina, e ci ha concesso non solamente di affittare tre sale, bensì ci ha concesso anche l’uso gratuito della Sala Internazionale, riservata alla Direzione.

Grazie a questo abbiamo potuto organizzare un programma molto ambizioso, con ben 8 manifestazioni e la presentazione di  10 libri, di cui 4 di Alpina e 6 di altri editori. Abbiamo fatto parlare circa 50 oratori, fra Istituzioni, autori, intellettuali, politici, testimonials, esperti. Abbiamo disseminato conoscenze sull’ unione Europea e sulle prossime elezioni.

A questo punto, l’opera non può non continuare, anche se s’impone una severa riflessione sulla sua fattibilità, sulle risorse, sulle finalità, sui target e sulle partnership, riflessione che è in corso già fin d’ora.

 

Non possiamo infatti permetterci di sprecare le nostre forze in direzioni sbagliate.

Intanto, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti:

Abdullat Anwar

ADD

Aracne

Balbi Adelaide

Belotti Marcello

Blumenhagen Annemarie

Borgna Grazia

Bradanini Alberto

Brague Rémi

Chen Ming

Commodo Stefano

Cottone Catia

Cresta Stefania

Dastoli Corrado

Dastoli Virgilio

Direzione del Salone del Libro

EGEA

Epifani Michele

Fontana Alessandro

Gaudina Maurizio

Giachino Mino

Gianaria Fulvio

Giordano Giovanna

Gobbo Federico

Gregorio Andrea

Guérot Ulrike

Hunklinger Michael

Icaria Editorial

Icaria Editorial

Il Mulino

Il Mulino

Isagor

Lagioia Antonio

Lenotti Luciano

Levi Lucio

Mastrocinque Franco

Mastromarino Anna

Mattiello Davide

Mattina Enzo

Merchionne Giuseppina

Movimento Europeo in Italia

Noce Paolo

Officine Grandi Riparazioni

Palea Roberto

Palici di Suni Elisabetta

Papadakis Alfredo

Pautasso Marco

Piano Stefano

Polo del Novecento

Priovolou Stella

Rappresentanza della Commissione Europea a Milano

Rocco Chiara

Rubbettino

Santaniello Roberto

Schick Irvin Cemil

Spinelli Italo

Tosi Dario Elia

Treu Tiziano

Ullstein Buchverlage GmbH

Vieilledent Catherine

Wenand Karin

Zendrini Roberta