RESILIENZA DELL’ EUROPA: “SURE”

Alte Briefverschlussmarke aus Papier, welche seit ca. 1850 von Behoerden, Anwaelten, Notaren und Firmen zum verschliessen der Post verwendet wurde.

Finalmente, dopo almeno un mese d’indifferenza, l’Europa sembra risvegliarsi, cercando di fornire risposte comuni ai terribili colpi infertici dalla pandemia.

Secondo il commissario Gentiloni, il proposto fondo SURE (Support to mitigate unemployment risks in emergency) raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi, ai Paesi che ne hanno bisogno, prestiti con scadenze a lungo termine.

Questa “cassa integrazione europea” proposta dalla Presidentessa von der Leyen è certamente un’ottima trovata per mettere d’accordo tutti. E’ sostanzialmente un prodotto della politica interna tedesca, molto sensibile, come ormai tutti e dovunque, ai nominalismi. Invece di chiamarla “coronabonds”, o ”MES”, termini (“Schlagwoerter”) che facevano infiammare troppo gli animi, la chiameremo “cassa integrazione”. Del resto, già quando era ministra tedesca per gli affari sociali, la von der Leyen aveva cambiato il nome al sussidio di disoccupazione, la cui denominazione gergale, “Harz IV”, ricordava troppo il cancelliere socialista Schroeder.

Qui la differenza è che i “coronabonds” proposti da Italia e Francia miravano a finanziare il debito degli Stati più deboli, lasciando a questi ultimi la libertà di disporne a piacimento, mentre il nuovo strumento aiuterebbe equanimemente tutti gli Stati, e sarebbe destinato a una finalità chiara ed evidente. Basti pensare che in questi mesi il solo settore dell’auto ha già perso, in Europa, 1 milione di posti di lavoro.

 

Ulrike Guérot: La nuova guerra civile, Alpina, 2019

1.La storia dell’ “Europaeisches Arbeitslosengeld” (“Europaeische Kurzarbeit”)

L’idea di un “sussidio di disoccupazione europeo” era nato qualche anno fa all’ interno dell’estrema sinistra tedesca (die Linke), era poi stato formalizzato nel 2018 dal ministro socialista Scholz, era stato lodato nel libro di Ulrike Guérot, pubblicato l’anno scorso da Alpina, “la nuova guerra civile”, e, infine, era finito nel programma di governo della Commissione von der Leyen, che aveva ottenuto il voto favorevole del Parlamento Europeo. Insomma, dovrebbe essere una soluzione di attuazione relativamente facile, visto che i governi l’avevano già approvata e il Parlamento votata.

Il progetto prevederebbe addirittura l’obbligo, per gli Stati Membri che ancora non l’avessero, d’introdurre, nel proprio ordinamento, quest’ istituto. Una rivincita culturale dell’Italia. Dopo tante decennali critiche alla Cassa Integrazione, la Commissione è giunta ad affermare che questo istituto si era rivelato provvidenziale, nel 2008, proprio in quei Paesi, come l’Italia, che ce l’avevano. D’altro canto, che cosa fanno i decreti di Conte, se non introdurre una sorta di “cassa integrazione per tutti”, e che cosa chiede l’opposizione? Semplicemente di accelerarne l’accredito bancario.

La Guérot aveva paragonato, nel suo libro, molto pertinentemente, la “cassa integrazione europea” alla Reichsversicherungsordnung (Decreto imperiale sulle assicurazioni) dell’ Impero Germanico, del 1911,  che ha costituito, fino al 1992, la base del diritto sociale tedesco, -e, per estensione, dell’ “economia sociale di mercato”-, di cui mi ero occupato nel 1971 presso l’ ANMA di Torino, come di  diritto vigente a tutti gli effetti, salve le norme divenute nel frattempo incostituzionali (“vorkonstitutionelles Recht”).

Si tratterebbe di un’integrazione europea, su fondi propri della Commissione (in parte già esistenti), con contributi e garanzie degli Stati membri, a supporto dei Paesi in particolare difficoltà: visto l’andamento dell’epidemia, la Presidentessa ha citato espressamente l’Italia e la Spagna. Tuttavia, fra i primi a fruirne ci sarà proprio la Germania, dato che, tra una cosa e l’altra, il mercato dell’auto e l’export in Cina si sono inchiodati, e il ministro  Altmaier sta addirittura pensando di nazionalizzare qualche grosso gruppo. Secondo il ministro del lavoro, in seguito alla quarantena, 470.000 imprese hanno fatto domanda della cassa integrazione, contro le 1.300 domande mensili degli anni passati.

Il provvedimento sarà limitato nel tempo, ma sarà prorogabile. La maggior parte dei politici europei pensa (giustamente) che un sistema di aiuti europei per il rilancio dell’economia agli Stati membri in difficoltà debba durare per l’intero esercizio pluriennale 2021-2017. Tutti citano ovviamente il Piano Marshall, ma si tratta di una citazione stucchevole, perché, come aveva spiegato bene Milward, il Piano Marshall aveva un  diverso obiettivo: quello d’ integrare l’Europa occidentale nell’ economia di un’altra potenza, l’ America, e i Governi europei lo avevano “dirottato” (almeno parzialmente) verso loro diverse finalità (risanare i rispettivi bilanci), con una resistenza occulta, ma non per questo meno efficace. E, come ha notato brillantemente Gentiloni, era stato adottato ben 2 anni dopo la guerra, non avendo quindi nulla a che fare con il rimbalzo economico postbellico.

Qui si tratta invece, -finalmente- di un aiuto reciproco fra Europei per reintegrare nel mercato del lavoro i disoccupati o i sottooccupati (che tra l’altro non sono certo solo colpa di un mese di quarantena). Quindi, contrariamente ai “corona bonds”, non  è un finanziamento dei deficit di bilancio, bensì un fondo di scopo, per altro ben mirato, che non lascia discrezionalità agli Stati membri. E’stata sostanzialmente accolta la tesi del Governo italiano: il MES sarebbe stato inapplicabile, perché qui non si tratta di prestare dei soldi a un Paese in bancarotta, bensì di concedersi reciprocamente un supporto dinanzi a una catastrofe ad oggi ancora non misurabile. Non ci sono paesi ricchi e paesi poveri, anche perché, in cima alla lista dei Paesi in difficoltà c’è, nonostante la scarsa mortalità per Coronavirus, la Germania.

La  mia preoccupazione è che, con l’ansia di mettere toppe alle nostre economie, passino  come sempre in cavalleria gli ambiziosi progetti di Macron e di Altmaier per un’autonomia tecnologica europea. Tra l’altro, proprio la presidente della Commissione era stata eletta il 16 luglio 2019 con un programma comprendente la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che avrebbe dovuto permettere all’ Europa, tra l’altro, di recuperare tutto il terreno perduto negli scorsi decenni rispetto al resto del mondo. La conferenza avrebbe dovuto partire il 9 maggio, ma, ovviamente, non partirà. Così, un altro anno è passato inutilmente, e il futuro non viene progettato, né si permette ai cittadini di dire la loro. Infine, la Commissione aveva adottato, il 19 Febbraio, un sostanzioso anche se, a mio avviso, insufficiente pacchetto di progetti per un’Europa digitale.

A mio avviso, i progetti discussi l’anno scorso, parzialmente sviluppati nel pacchetto del 19 e ampiamente commentati da think tanks e personaggi politici, possono, ed anzi debbono, essere comunque realizzati nel corso del prossimo bilancio settennale. Anche perchè le caratteristiche tipiche dell’ attuale epidemia: ruolo centrale delle statistiche, distanziazione sociale, telelavoro, diagnostica elettronica, controllo sanitario sul contante, pagamenti elettronici, hanno fatto fare, all’ economia cinese, tali  nuovi balzi tenologici in avanti rispetto a tutto il resto del mondo, che l’ Europa non può semplicemente permettersi di non fare praticamente nulla in quel campo. Il mondo non sta fermo ad aspettare i nostri comodi.

  1. »Nous sommes en guerre »

Intanto, non solo tutti gli Europei dovrebbero condividere i costi della pandemia, ma addirittura la lotta alle pandemie dovrebbe diventare un compito dell’Unione, nell’ ambito della politica esterna e di difesa comune, perché essa confina con un evento bellico. Non per nulla Macron ha dichiarato “Siamo in guerra” (e tutti l’hanno ripetuto). Ma si va in guerra senza un comandante in capo? E, infatti, gli Stati membri sono arrivati tutti impreparati perché non c’è nessun caporale che li strigli quando non fanno il loro dovere. E qui nessuno l’ha fatto. Secondo i protocolli stabiliti dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità, e perfino dalla NATO, dovrebbero esistere piani dettagliati, ospedale per ospedale, medico per medico, su cosa fare in caso di emergenza. Nei magazzini, civili e militari, dovrebbero esserci stati miliardi di mascherine.  E invece, almeno in Italia, molti di questi piani non sono stati neppure scritti, e neanche la Francia e la Spagna avevano le scorte. Infine, tutti hanno dovuto usare le attrezzature regalate da Russi e Cinesi, spesso approvvigionandosi presso fornitori non autorizzati, con richiami di materiale per qualità scadente. Solo ora  stiamo avviando una produzione nazionale. Unico Paese in regola, la Turchia, che, rispondendo all’ appello lanciato dai due Paesi attraverso la NATO, ha fatto omaggio a Italia e Spagna di qualche tonnellata di attrezzature mediche autoprodotte dall’Esercito Turco: unico fulgido esempio di “preparazione industriale bellica”, con cui si è complimentato perfino Stoltenberg.

Pensiamo che cosa sarebbe successo se, come sostenuto da molti complottisti, si fosse trattato veramente di una guerra batteriologica. Il potenziale nemico l’avrebbe vinta subito senz’altro. Quand’ ero ufficiale nella fortezza di Casale, una volta abbiamo fatto la prova della mobilitazione generale. Bene, sono stato rimproverato per il fatto di essere passato armato sulle mura della fortezza “perché qualcuno avrebbe potuto pensare che stavamo facendo un colpo di Stato”. Se affrontiamo così i problemi di una mobilitazione generale, contro il nemico o contro un morbo, certo perderemo tutte le battaglie.

La prova schiacciante di quest’ impreparazione è l’esito grottesco delle grandi manovre NATO “Defender Europe 2020”, “le più grandi manovre in Europa dopo la IIa Guerra Mondiale”, che avrebbero dovuto coinvolgere 37.000 militari, essenzialmente americani, ma anche di tutti i Paesi europei. Bene, ancora pochi giorni fa, poco dopo ch’ erano già arrivati, in Germania, 5000 Americani, l’esercitazione è stata cancellata alla chetichella, anche perché sono risultati positivi al tampone il comandante generale delle forze americane in Europa, Tenente Generale Christopher Cavoli, il comandante supremo polacco Jaroslaw Mika, il generale italiano Salvatore Farina e l’ispettore della Bundeswehr, Tenente Generale Alfons Mais, tutti dopo essere stati alla riunione del 6 marzo a Wiesbaden sulla prevenzione dell’ epidemia fra le truppe. Dopo di che, l’epidemia si è diffusa più che mai in Italia, e poi anche in America.

Queste grandi manovre sono state altamente istruttive: se una divisione americana tentasse veramente di raggiungere il Baltico, potrebbe essere fermata in mille modi, ma, in primis, con le (certo, vietatissime) armi batteriologiche. Quindi, neppure gli Stati Uniti (né la NATO) sono attrezzati adeguatamente contro le pandemie.Un’ulteriore conferma delle valutazioni del Presidente Macron sulla “morte cerebrale dello Stato”.

Robot-dottore usato a Wuhan contro il Coronavirus

3.Come coordinare gl’interventi d’urgenza, la Conferenza sul Futuro dell’Europa e il bilancio 2021-2027?

Il vero problema è che l’Europa, così come l’Italia, sta accumulando una serie di problemi insoluti, sì che sembra sempre più difficile risolverli. E, tuttavia, il fatto stesso che, da un lato, si stia mettendo in sicurezza questa fase transitoria con la “cassa integrazione europea”, e, dall’ altro, tutti convengano che gli altri problemi vadano risolti globalmente nel medio periodo, fa finalmente sperare che verranno assunte decisioni ponderate.

L’errore che un po’ tutti hanno commesso fino ad ora è stato quello di concentrarsi sugli aspetti quantitativi: gli USA hanno stanziato 1.200 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia  dopo il coronavirus, di cui una parte in “helicopter money”, cioè contanti  dallo Stato ai cittadini per far girare l’economia. Lo stesso meccanismo è stato adottato in Cina dalle comunità locali.

Il programma SURE copre 100 miliardi di Euro. La Proposta della Commissione al Consiglio lo definisce come segue:

“SURE will take the form of a lending scheme underpinned by a system of guarantees from Member States. This system will allow the Union to:

(1)     expand the volume of loans that can be provided by the SURE instrument to Member States requesting financial assistance under the instrument;

(2)     ensure that the contingent liability for the Union arising from the instrument is compatible with the Union budget constraints.

For the approach to serve the intended purpose, Member States must provide credible, irrevocable and callable guarantees to the Union in line with the respective shares in the total Gross National Income of the Union. The system of guarantees will avoid the need for up- front cash contributions from Member States while providing the credit enhancement required to ensure a high credit rating and protect the resources of the Union budget.

In addition to the provision of Member State guarantees, other safeguards are built into the framework in order to ensure the financial solidity of the scheme:

  • A rigorous and conservative approach to financial management;
  • A construction of the portfolio of loans that limits concentration risk, annual exposure and excessive exposure to individual Member States, whilst ensuring sufficient resources could be granted to Member States most in need; and
  • Possibilities to roll over debt.”

La “cassa Integrazione Europea” (SURE) non è l’unico provvedimento d’urgenza adottato per rimediare la crisi del Coronavirus, perché la Commissione sta dedicando, all’ emergenza Coronavirus, molti fondi residui in base al bilancio 2014-2021:

-una Coronavirus Response Investment Initiative:37 miliardi attraverso il Fondo Sociale Europeo

-1000 miliardi di garanzie alle banche dallo European Investment Fund  per finanziamenti alle piccole e medie imprese;

-lo European Globalisation Adjustment Fund, fino a 179 milion  di Eiuro per il 2020, per sostenerer i lavoratori disoccupati;

-lo EU Solidarity Fund, da allargarsi alle crisi sanitarie per  800 milioni di Euro  per il 2020.

 

E’ evidente che ci dovrà essere una seconda fase dedicata alla ricostruzione, in cui serviranno nuovi fondi, che però, essendo spalmati su un bilancio settennale, incontreranno meno difficoltà di reperimento.

A mio avviso, è comunque un errore valutare questi programmi in base agl’importi stanziati (quasi fossero “helicopter money”). Infatti, la maggior parte degli attuali fondi europei non sono utili, per una serie di motivi:

-non sostengono le attività essenziali (come la cultura europea, l’autonomia e la crescita digitale e in generale tecnologica, il turismo, l’esercito e l’intelligence europea, la difesa del territorio), e favoriscono invece, “a pioggia”, attività create spesso solo per mantenere inutili strutture burocratiche o per dare ossigeno ad attività senza futuro;

-sono troppo macchinosi, richiedendo un’ingente attività preparatoria senza ritorni economici;

-sono troppo manipolabili dalla politica;

-per i motivi di cui sopra, spesso non sono spesi, o addirittura non sono neppure richiesti, soprattutto nel caso dell’Italia.

Vista l’arretratezza tecnologica sempre crescente dell’Europa e la rapidità con cui le grandi potenze stanno occupando le aree strategiche della crescita tecnologica (intelligenza artificiale, computazione quantica, blockchain, finanza digitale, biomedica), i prossimi passi dell’Europa debbono essere immediati. I nuovi fondi debbono essere spesi per finanziare questi nuovi settori, non quelli maturi, né tanto meno quelli obsoleti. I capitali e il personale vanno indirizzati a spostarsi verso i nuovi settori.

Inoltre, i nuovi investimenti che andiamo a proporre dovrebbero distinguersi per il loro carattere qualitativo, non già quello quantitativo. Dovrebbe esserci una regia europea unica e forte per tutto l’avanzamento tecnologico nel Continente, eliminando le duplicazioni e le dispersioni; dovrebbero unirsi le tecnologie civili e militari; dovrebbero favorirsi le aggregazioni europee; dovrebbero privilegiarsi le qualità umane: educazione, eccellenza, responsabilità, volontariato, senza pensare che con il denaro si possano ottenere i migliori risultati, com’è dimostrato dalle enormi risorse di abnegazione dispiegate da medici, infermieri, volontari, forze armate e forze dell’ ordine in occasione della crisi sanitaria, mentre la politica, le  burocrazie sanitarie, le amministrazioni locali e l’imprenditoria sanitaria privata, tutti assieme, si erano resi responsabili della solita impreparazione, con il conseguente drammatico contributo di vite umane.

La produzione libraria del 2020 di Alpina Diàlexis sarà dedicata a questi obiettivi, e alla proposizione, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa, di un’Agenzia Europea per la Tecnologia.

COME USCIRE DALLA CRISI?

L’

L’unione fa la forza

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

1.Superare la debolezza strutturale dell’ economia

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

La fine di Enrico Mattei, grande imprenditore pubblico

2.Storia dell’entropia dell’economia italiana

Molti, a cominciare da Bradanini, sostengono che l’Italia si troverebbe in questa disgraziata situazione per effetto di una manovra tedesca, che avrebbe manipolato la costruzione europea per farla coincidere con i propri interessi. Non mi sembra che, né la Germania abbia tratto particolare giovamento da questa situazione, visto che la sua economia stava già precipitando come la nostra, né che abbia potuto influenzare particolarmente la decadenza dell’economia italiana. Quest’ultima deriva piuttosto da una vera e propria regia a lungo termine dell’ America, che ha persuaso la politica e l’economia italiane ad adattarsi ad un costante  ruolo di “follower”, come quando si è voluta uccidere la Olivetti, si è spinta l’industria automobilistica verso le basse cilindrate (notoriamente meno redditizie), si sono acquisite le industrie di alta tecnologia come il Nuovo Pignone e l’Avio, ecc..Orbene, anche i sassi sanno che, nel XXI secolo, chi non è il più innovativo è sempre perdente. Quindi, con quelle operazioni, già tanti anni fa si era decretata la condanna a morte dell’Italia quale grande potenza economica. Molte delle tendenze politiche e culturali dell’ultimo cinquantennio (neo-liberismo internazionale, globalismo, operaismo) vanno lette come semplici coperture ideologiche di questa banale realtà.

La stessa Germania e tutta l’Europa sono state succubi di queste politiche, ed è per questo che ora siamo tutti qui a tirare una coperta divenuta troppo corta. Inoltre, l’Italia era uno dei maggiori beneficiari dell’ export delle grandi corporations tedesche (per esempio verso la Cina), e quindi la crisi tedesca aggrava la crisi italiana.

Certo, all’ interno dell’Unione, la Germania ha potuto difendere le proprie imprese più tradizionali grazie all’ adozione di un sistema politico “di partecipazione” che ha tolto molto potere al capitalismo privato, influenzabile da considerazioni personalistiche, lobbistiche e familiari, trasferendolo piuttosto a sindacati e Enti locali, istituzionalmente preposti alla tutela degl’interessi del territorio. Basti guardare alla “Legge Volkswagen”. Invece, in Italia, le forze culturali e politiche dominanti, marxiste e cattoliche, avevano scelto, per motivi diversi, il modello dell’“autonomia delle parti sociali”, apparentemente più favorevole ai lavoratori, ma nella sostanza per nulla attento agl’interessi a lungo termine delle imprese e prono agl’interessi personalissimi o familistici di singoli azionisti. Un’impresa tedesca non può trasferire la sede all’ estero, perché una simile decisione dovrebbe passare da un Consiglio di sorveglianza dove siedono i sindacati, e, spesso, lo stesso Governo. Io mi guarderei dal criticare altri solo perché hanno scelto sistemi più efficienti del nostro. Inoltre, lo strano ircocervo dell’Euro ha incentivato la continuazione e l’allargamento della tradizionale politica tedesca di stabilità monetaria, favorevole alle produzioni di altissima qualità e sfavorevole alle produzioni economicamente marginali e tecnicamente mature (come quelle italiane). Tuttavia, non si sarebbe comunque potuto imporre a tutta l’Europa di continuare a produrre magliette in concorrenza con il Bangladesh.

E ricordiamoci anche che la Germania ha una popolazione molto superiore a qualunque Stato europeo, e, anche a causa della sua posizione centrale (oltre che dei collegamenti logistici, storici, culturali ed etnici con tante parti d’Europa), ha sempre avuto, nella storia, un ruolo molto importante, qualunque ne fosse la copertura ideologica e istituzionale

 

Giovani italiani volontari in Israele

3.Rovesciare il tavolo e cambiare le regole del gioco

Vari amici mi “girano” documenti web contro il “tradimento”  della Germania, che meriterebbe un brutto voltafaccia da parte nostra, per la mancanza di aiuti ma, soprattutto, per  la resistenza all’idea dei  “Coronabonds”.  Secondo Bradanini, anzi, il problema numero uno sembrerebbe essere proprio la Germania.  Certo, il  comportamento di molti Stati europei in occasione dell’epidemia ha suscitato una diffusa avversione  da parte dei Paesi vicini: dalla Germania, che cura solo 8 malati e non vuole permettere un maggiore aiuto finanziario europeo, alla Francia che non ha inviato nessun aiuto, per passare ad Austria e Slovenia che hanno chiuso le proprie frontiere, mentre aiuti pervenivano (e ancora pervengono) da tutto il mondo, per giungere, infine, alla Repubblica Ceca che ha addirittura dirottato mascherine cinesi destinate all’ Italia, che per caso erano passate da Praga, distribuendole immediatamente ai propri ospedali, e inventandosi un poco credibile furto e un altrettanto poco credibile sequestro. Sotto questo punto di vista Bradanini è ancora troppo buono, limitandosi a scrivere, “accogliendo qualche paziente italiano che non trova posto negli ospedali italiani ridotti allo stremo proprio dalle sue politiche”, perché, tra l’altro, il sostanziale rifiuto dei medici tedeschi (anzi, di tutti i medici europei occidentali) di venire ad aiutare in Italia, volendo “portarsi i malati a domicilio”, denota la mancanza di dedizione al lavoro che dovrebbe caratterizzare l’etica medica, di cui sono invece dotati quelli cinesi, russi, cubani e albanesi (e dei volontari evangelici americani).

Certo, di fronte ad atteggiamenti così estremi, non si può che criticare, ma si deve soprattutto riflettere sulle motivazioni. Non tanto per stabilire torti e ragioni, quanto per stabilire, come diceva Nietzsche, la “verità in senso extramorale”. La freddezza verso la tragedia dell’Italia, ingiustificabile anche verso estranei, nel caso dei nostri vicini è sintomatica dell’insostenibilità dell’Europa attuale,come è stata costruita, non soltanto in quanto economicistica, non soltanto in quanto funzionalistica, ma in generale in quanto razionalistica. Scriveva Pavese, “un paese ci vuole” (sia esso un villaggio, una città, una regione, una nazione, un continente, un impero). Ma qualunque “paese”, non sarà mai tale se non sarà in grado di richiamare ricordi, fedi, sentimenti, idee, progetti, passioni. Quello che è stato fatto e ci è stato detto sui nostri quartieri, città, regioni, Stati,ma soprattutto sull’ Europa, è soltanto ch’ essi servono per fornirci “servizi”, per impedire la violenza, per favorire il progresso materiale, per portarlo in tutto il mondo. Non abbiamo monumenti, canzoni, poemi, riti. Quello che c’è sono dei predicozzi della domenica, più noiosi delle stesse  vere e proprie prediche, insopportabili perfino per il Papa:“the Waste Land”.

Paradossalmente, hanno più fascino i richiami ad Aristotele, Virgilio, Matteo Ricci e Dostojevskij fatti da Cina e Russia, legati a concreti gesti di umana, o anche solo, perché no, politica, solidarietà.

E, infatti, la nostra Europa è quella di Ippocrate, Svetonio, Leibniz, Montesquieu, Beethoven, Nietzsche, Stephan Zweig, Simone Weil, un’ Europa che non è legata a nessuna forma istituzionale,   ma ci porta a collocarci consapevolmente   e in modo originale all’ interno di una cultura mondiale. Da questa Europa non possiamo sfuggire, perchè, per quanto conosciamo, studiamo e apprezziamo Confucio, Laotze, Mozi, Sunzu, Kang You Wei e Zhang Wei Wei;Shiratori e Mishima; Tagore e Gandhi; Averroè, Al Ghazzali e Ibn Khaldun; Eliot e Pound; Dos Passos e Frantzen, pure ci siamo formati, e ancora pensiamo e sentiamo, sulla base di quei maestri, e non di questi ultimi, che non capiremo mai sufficientemente. Siamo, nostro malgrado, imprigionati nell’ identità europea.

3)L’UE è facoltativa; l’ Europa è comunque obbligatoria

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

The Waste land: gli Stati e le società contemporanei

4)Perché Altmaier è contro i “Coronabond”?

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

5)Non si può difendere l’Unione Europea solo con la retorica

Perciò, oggi è impossibile continuare a sostenere, di fronte a tutti i critici dell’Europa, che la soluzione dei problemi passi attraverso l’Unione Europea così com’essa è attualmente congegnata,  nella quale non credono più, né la Francia, né la Germania, le quali comunque la vorrebbero anch’esse molto diversa. Gli attuali meccanismo mancano assolutamente di resilienza e incoraggiano le peggiori tendenze degli Stati Membri. Inoltre, è divenuto del tutto credibile che, nella situazione di carenza generalizzata da parte della UE (per esempio nel fornire assistenza tecnica, finanziamenti, investimenti e tecnologie), qualche Stato membro trovi aiuti, non solo per le mascherine e per i ventilatori, ma per cose più sostanziose, come l’importazione di lotti strategici di prodotti mancanti e l’esportazione degli stock invenduti, il sostegno al turismo organizzato, e soprattutto ad imprese tecnologiche e di servizi con ambizioni di leadership in Europa, presso altri attori. E’ ovviamente, in primo luogo, il caso della Cina. Questo è il senso delle “Nuove Vie della Seta”, che comprendono collaborazioni strutturate in tutte le aree geografiche e in tutti i settori della vita sociale: la “Via della Seta Culturale”, la “Via della Seta della Salute”…

D’altra parte, è chiaro che un’ Europa divisa, non solo non potrà rimontare la china dell’ irrilevanza e del declino su cui è già ora abbondantemente avviata, ma diverrà in men che non si dica il teatro di una “guerra senza limiti” per procura, di cui esistono già infinite premesse, non solo nello spazio ex-sovietico, ma anche nell’ ex Jugoslavia, in Catalogna, nell’ arcipelago britannico. Si farà sentire più che mai l’esigenza di un egemone interno al nostro Continente. Un blocco sud ed est europeo intorno all’ Italia potrebbe risultare perfino più credibile, come federatore interno, in un mondo dominato da battaglie culturali prima che economiche, che non l’auto-elettosi blocco dell’Europa nord-occidentale, oramai in disfacimento. Quindi, i nostri improbabili neo-nazionalisti, anziché auspicare un’Italia isolata, dovrebbero pensare piuttosto a un’Italia leader. Cosa che non si potrà fare senza l’apporto di tutti i colossi, demografici, economici, politici, culturali e militari, dell’Eurasia.

Non si può comunque lasciare il campo libero alle sole grandi potenze, soprattutto oggi, quando le “pruderies” europee di auto-flagellazione stanno lasciando un poco ovunque il campo ad una volontà di rinascita e di combattimento. Sotto questo punto di vista, le identità regionali, nazionali ed europea, sono tutt’altro che in conflitto fra di loro, in quanto esse corrispondono semplicemente a ciò che De Las Casas chiamava le “corone” e Tocqueville “l’antica costituzione europea”, cioè gli eredi della “Patrios Politeia” greca e dell’ Impero Romano. Così come Atene e Sparta erano diversissime e inimicissime fra di loro, ma sconfissero insieme l’Impero Persiano, così le differenti parti dell’Europa possono avere un peso sulla politica mondiale se operano in modo congiunto (come alla difesa di Vienna da parte di Jan Sobieski e del Principe Eugenio).

Per esempio, Regione alpina, Italia ed Europa hanno tutte una loro storia e tradizione millenaria, che ha influenzato la storia del mondo (basti pensare a Roma, ai condottieri sabaudi, al calvinismo,  a Nietzsche in Costa Azzurra e a Torino). Mancano solo delle idee che le tengano insieme in un disegno unitario.

Le forme giuridiche e finanziarie contano molto meno delle idee. Per questo credo che una battaglia pubblicistica fondata sulle idee più che sulle istituzioni abbia oggi un significato strategico, e per questo continuiamo a condurla.

 

L’amicizia è una sola anima in due corpi (Aristotele)

6)L’attrattività della Via della Seta

La retorica degli aiuti pervenuti all’ Italia e ad altri Paesi europei in difficoltà, per quanto forse esagerata, corrisponde a quello che vorremmo sentire esprimere dai nostri vicini e concittadini europei; “L’amicizia è un’anima in due corpi” (“filìa estì mia psyché en dysì sòmasi enoikoumène”: Aristotele citato testualmente sui cargo sbarcati ad Atene) “Dalla Russia con amore”; …

Quanto alla prima frase, era passata in Cina attraverso l’omonima opera (交友论) di Matteo Ricci:“….Il grande regno di Europa è regno di discorsi fondati nelle ragioni: desidero sapere quello che loro sentono della amicitia’. Io, Matteo, mi raccolsi per alcuni giorni in luogo secreto e raccolsi tutto quanto avevo udito di questa materia desde la mia fanciullezza e feci il seguente libretto

Anche la meccanica dell’ aiuto russo è tutta una simbologia: “dalla Russia con amore” è l’impresa di un agente segreto, così come i medici inviati sono ufficiali medici dell’ Armata Russa, in missione speciale; gli aerei sbarcano a Pratica di Mare come i grandi del G7 quando Berlusconi, appunto nello “Spirito di Pratica di Mare” aveva invitato a un’alleanza fra Russia e Occidente; Pratica di Mare è il luogo dove sarebbe sbarcato Enea, per gettare le basi della nuova Troia: Roma. Insomma, come aveva profetizzato Dostojevskij, la Russia salverà l’ Europa. D’altronde, al tempo del terremoto di Messina del 1908, era stata la flotta russa ad arrivare in soccorso, prima  di quella inglese (ultima quella italiana).

Il Ministro degli Esteri Di Maio ha risposto con una parallela, ma efficace, retorica: “Il popolo italiano sarà eternamente grato al popolo russo”, pronunziata all’ aeroporto, accogliendo il generale al comando dell’ operazione.

Dopo la fine dell’epidemia, la Cina sta già ripartendo con i magazzini pieni di attrezzature mediche, con i data base pieni di dati epidemiologici, con le fabbriche che devono riprendere i rapporti di fornitura, ma anche con le casse non ancora esaurite. Certamente avrà tutta l’opportunità, a mano a mano che l’epidemia passerà, di riprendere con più vigore gl’investimenti lungo la Via della Seta. L’Italia si era già incamminata sulla strada degl’investimenti congiunti in Paesi Terzi. Solamente, il famigerato MOU era stato incredibilmente depotenziato per ottemperare ai diktat americani, e, poi scarsamente attuato anche per la parte rimanente. Si tratterebbe ora di concretizzare il reciproco  goodwill  maturato durante l’epidemia, per finalizzare operazioni più sostanziose e più paritetiche. Per esempio, che ne è della ventilata cessione della tecnologia dei 5G a dei concorrenti da parte di Huawei? Perché non acquisirla noi (per esempio come TIM), per poi metterla in joint venture con Nokia ed Erickson, per creare un nuovo polo europeo?

Avio Spazio è presente in tutti i programmi dell’ ESA e di Arianespace

7)L’”Europa delle Patrie” è favorevole ai progetti europei.

Scrive Bradanini che la critica attuale costruzione europea , e addirittura il progetto di smantellare l’ attuale Unione, all’ dovrebbe essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle rispettive preferenze circa il futuro assetto dell’ Europa.:”Si tratta di un obiettivo che andrebbe perseguito sia da coloro che sono contrari a ogni genere di aggregazione europea, sia da coloro che sono a favore di un’Europa Confederale, e infine sia da coloro che – seppure meno realisticamente – si battono per un’Europa Federale. Una volta smantellato l’attuale assetto privo di democrazia e distruttore di benessere, allora ciascuno potrà battersi, facendo tesoro di questa tragica lezione, per i suoi obiettivi. “ Secondo me, Bradanini ha dimenticato ancora almeno tre soluzioni: a)la ristrutturazione complessiva dell’attuale situazione di “multi-level governance” (ONU, NATO, OCSE, Consiglio d’ Europa, UE, Stati membri, Regioni, Città), propugnata da Diàlexis nel suo libro “100 idee per l’ Europa”; b)la “Repubblica Europea” quale proposta da Ulrike Guérot nel suo libro “La nuova guerra civile” edito da Alpina nel 2018;l’ “Europa delle Patrie” propugnata a suo tempo da DE Gaulle e ripresa (senza dirlo) dal Rassemblement National di Marine Le Pen.

A mio avviso, la contrapposizione fra “Europa delle Patrie” e “Europa Federale” fomentata ai tempi di De Gaulle (ma anche dallo stesso Generale), è sempre stata artificiosa e pretestuosa. Il cosiddetto “metodo intergovernativo”, seguito sempre di fatto dall’ Unione, e non l’“Europa delle Patrie”, è la forma estrema del funzionalismo. E’ sotto De Gaulle che si sono realizzati gli unici “campioni Europei”realmente esistenti : L’Agenzia Spaziale Europea, l’ Ariane, l’Airbus. Sotto l’Unione, nessuno, anzi, si è depotenziata l’EADS, facendola ritornare allo stato di Airbus.

L’”Alliance des Nations Européennes” è un formidabile « fascio » di progetti europei, dalla difesa, all’ ecologia, al digitale. La realtà è che qualunque iniziativa nei settori vitali, essendo basata sui big data e sull’ intelligence, richiede enormi economie di scala: la lotta all’ epidemia, il Word Wide Web, la conquista dello spazio. Perciò, anche coloro che non vorrebbero l’Europa unita, sono costretti, se sono seri, a volere i progetti europei. Poco importa se i soggetti giuridici che li realizzano siano società di capitali (come Airbus) o consorzi (come Eurofighter), pubblici (come l’ESA) o privati (come Ariane), civili (Come le Università Europee) o militari (come DARPA): l’importante è che li facciano, e che quindi siano forniti per i mezzi per farli. In ogni caso, a oggi, imprese “federali” come quelle che aveva suggerito Galimberti nella sua bozza di costituzione non ce ne sono. A rigore, un’”alleanza delle nazioni europee” che, sotto forma di “progetti europei”, realizzasse tutto ciò che l’Unione Europea non ha mai fatto (Accademia Militare e Accademia Digitale; Re-skilling digitale; intelligence europea; esercito europeo; agenzia tecnologica europea; Via della Seta,campioni europei), sarebbe certo più europeista dell’attuale Unione.

Pagamenti elettronici con Alipay anche in Europa

8)Che dire dell’ Euro?

I critici dell’Europa se la prendono tutti con l’Euro, che indubbiamente non ha realizzato i miracoli ch’erano stati promessi, ma non ha neppure provocato i danni che si dicono. E’stato neutro. Il guaio dell’Euro è proprio la sua neutralità. Ora, nessuno può permettersi di essere neutrale, in un momento, come il nostro, di guerra senza limiti. Non s’è mai vista una moneta che ha l’unico obiettivo di non svalutarsi. Certo, per poterlo utilizzare come strumento di politica economica occorre qualcuno che lo manovri. Che non può essere un aeropago di superburocrati e gerontocrati, per quanto bravi, continuamente “tirati per la giacca” da tutti, con risultati alquanto confusi. Bradanini propone, in alternativa,  di stampare lire: “In particolare, i biglietti di stato a corso legale senza debito costituirebbero un salto quantitativo e qualitativo decisivo, consentendo allo Stato di creare tutta la moneta necessaria all’economia per riprendersi, senza dover gestire le obiettive complicazioni che un’eventuale uscita unilaterale dall’euro implicherebbe.”

A me sembra invece che la questione dell’Euro sia in via di superamento con l’emissione di monete elettroniche. In Cina si fa tutto con Alipay (compreso il tracciamento dei malati di coronavirus): fra breve, chi emetta i biglietti di banca diverrà irrilevante. Per ora, sul piano sperimentale, perché qualche Stato membro (per esempio, l’ Italia), non emette una sua valuta elettronica?

Certo, anche questa soluzione ha i suoi inconvenienti: come nel caso della Banca Romana (ex banca dello Stato Pontificio), a cui il Regno d’Italia aveva dimenticato di togliere il diritto di battere moneta. Tutto era finito con la speculazione edilizia, le bancarotte, i processi e una crisi di governo.Ma, di fronte a tutto ciò che sta succedendo, sarebbe il male minore.

Resta la questione della politica economica. I detrattori dell’ Euro, e i sostenitori del sovranismo, sostanzialmente rimpiangono i tempi in cui l’Italia (come gli altri Paesi europei), si facevano concorrenza con l’inflazione. Certo, l’inflazione è un potente strumento di mobilitazione sociale, ma non può essere l’unico motore dell’ economia. Una “economia sostenibile” è un’economia fondata su un’idea chiara dell’ uomo e su programmi  con un orizzonte strategico, una politica economica a lungo termine, imprese solide e innovative con piani pluriennali, progetti ambiziosi a medio termine, una classe dirigente e una forza lavoro qualificata, motivata e stabile.

Tutto questo lo dovranno realizzare comunque città, regioni, Stati, Europa ed Eurasia, tutti insieme, anche se la responsabilità prevalente dovesse spostarsi da un soggetto all’ altro. L’importante è che qualcuno lo faccia, infine.

 

CIRCA GLI AIUTI MEDICI ALL’ ITALIA E IL DOPO CORONAVIRUS

Italia

E’indecoroso come, di fronte alla gravità di un’epidemia che colpisce il mondo intero, fa migliaia di morti e smentisce provvidenzialmente le pretese di onnipotenza della megamacchina tecnocratica mondiale, tutti, anziché presentare, sostenere (al limite combattere per) delle concrete soluzioni, si siano invece scatenati in una polemica infinita per distribuire meriti e demeriti “pro domo sua”.

Uno dei casi tipici è costituito dalla polemica sugli aiuti cinesi e russi all’ Europa, che non è certo limitata all’ Italia, né al Coronavirus. Anche perché gli aiuti cinesi sono arrivati non solo all’ Italia, ma anche  a Spagna, Irlanda, Belgio, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Serbia e Grecia, e perfino agli USA. Proprio allo scopo di riportare il tutto su un piano di dibattito obiettivo, occorre inquadrare la questione nel suo contesto generale.

Austria

 

L’accordo EU-Cina sugl’investimenti

Non che non esistano sostanziose ragioni di conflitto sul tema. L’Unione Europea si era impegnata l’anno scorso, con un protocollo firmato con il Premier Li Keqiang, a firmare finalmente quest’anno a Lipsia (città di Angela Merkel) il trattato sulla protezione degl’investimenti, le cui trattative sono in corso dal 2012. Questa firma costituirebbe uno smacco per gli Stati Uniti, che non hanno mai riconosciuto l’UE come un partner di pari livello. Di qui i ritardi, dovuti anche al tentativo di fare firmare prima il TTPI, che avrebbe sancito l’isolamento della Cina. Essendo il TPPI morto e sepolto, ora non resta che firmare con la Cina.

A questo punto si è mosso George Soros, il quale, con il suo recente articolo su “Project Syndicate”, ha chiesto nientepopodimeno che: (i)la UE non firmi il trattato con la Cina; (ii) il PCC destituisca Xi Jinping per una sua pretesa cattiva gestione dell’epidemia (https://www.project-syndicate.org/commentary/china-huawei-threat-to-european-values-by-george-soros-2020-02).  Quindi, il coronavirus è soltanto un preteso per un conflitto ben più generale.

E’ ovvio comunque che, con pressioni di tale fatta, tutti, dai politici ai funzionari UE, ai giornalisti, si siano affrettati a prendere le distanze dalla Cina. E’ stata perfino più obiettiva la posizione assunta dalla Voice of America, la quale (https://www.voanews.com/science-health/coronavirus-outbreak/chinese-virus-aid-europe-raises-long-term-concerns)  prende obiettivamente atto che, e per la sua forza intrinseca, e per essersi già liberata dall’ epidemia, la Cina è l’unica forza capace di sostenere l’ Europa nella prossima crisi economica.

Belgio

Aiuti extraeuropei e European Way of Life

Anche l’Alto Rappresentante UE Josep Borrell si è detto preoccupato di questa crescente influenza cinese, che, a suo avviso, mirerebbe “a screditare l’Unione Europea”(e perché non gli Stati Uniti?). L’articolista di Atlanticoquotidiano, Federico Punzi, con un intervento ripreso sul blog di Rinascimento Europeo, se la prende invece soprattutto con gli aiuti russi, forniti attraverso l’unità NBC (nucleare, chimica e batteriologica) dell’esercito, al quale il Governo italiano avrebbe fornito troppa visibilità.

Non capisco queste preoccupazioni, e, in particolare, quelle della Unione.

Da un lato, l’Unione Europea sostiene che il suo compito è difendere la “European Way of Life”. Dall’ altro, all’inizio del secolo XXI, l’Europa era completamente immersa nell’ influenza americana; dalla lettura della storia all’ideologia politica, dalle lobbies all’informatica, dall’esercito all’ economia, dalla cultura al costume, tant’è vero che c’era lo slogan “siamo tutti americani”. Dov’era allora la “European Way of Life”?

Nel corso di questi ultimi vent’anni, qualche piccolo aspetto dell’”America Mondo”(Antonio Valladao), più che altro simbolico, è stato già messo in discussione. Tutto sommato, l’ Islam non è più una cosa diabolica, i Russi sono stati capaci di sconfiggere qualche alleato degli USA e di riportare una qualche pace in Siria, e hanno cambiato la loro costituzione, inserendo un richiamo agli antenati e alla fede ortodossa, la Cina ha superato gli USA in quanto a potere reale d’acquisto e la Turchia si è fornita di missili russi per prevenire un eventuale aiuto esterno ad un eventuale nuovo tentativo di “regime change” come gli ultimi due tentati golpe. Tuttavia, la gran parte delle nostre vite, pubbliche e private,  è ancora condizionata massicciamente dall’influenza americana: il Complesso Informatico-Militare,  la protestantizzazione del cattolicesimo, la NATO, il signoraggio del dollaro, ecc…

Serbia

Il dialogo con l’Eurasia: lievito per un dibattito interno.

Coloro che affermano continuamente di volere un’ “Europa  sovrana”, capace di decidere il proprio destino (appunto, la “European Way of Life” per dirla con Ursula von der Leyen, un’aristocratica gran dama tedesca ben diversa dagli sguaiati politici americani), non possono che auspicare ulteriori scalfitture a questo controllo dominante, che ci consegna legati mani e piedi a un futuro transumanista. Per esempio, attraverso una maggiore apertura dell’Europa al dibattito culturale e all’ interscambio economico e tecnologico con l’Eurasia, oggi inceppato dai dazi, dalle sanzioni, boicottaggi e diktat, ma, soprattutto, dalle censure ideologiche. Da tutto ciò potrebbero venire almeno degli spunti per una revisione della vulgata storica “occidentalista” che parte da Cristoforo Colombo, passa dalla Riforma e dalle Rivoluzioni Atlantiche, per terminare con la “liberazione”, il Piano Marshall e la Fine della Storia. Come pure di una retorica dei diritti a cui corrisponde di fatto una continua restrizione della libertà di parola e della capacità dei cittadini d’influenzare la cosa pubblica. E, infine, una lotta non più solo cartacea della UE contro la NSA, Google, Facebook ed Amazon. Tuttavia, anche allora, saremmo ancora soltanto all’inizio dell’opera.

Infatti, dato che non esiste, in Europa, nessun importante soggetto, né culturale, né sociale, né politico, né militare, capace di sostenere tale politica veramente europea, tutto ciò potrà essere fatto solo sfruttando  gli spazi di libertà indotti nella società europea dalla concorrenza fra Americani, Cinesi, Russi, ma ormai anche Arabi, Israeliani e perfino Cubani. Una volta tanto, invece di combattere noi per altri, lasciamo che altri combattano per noi. Questo non significa affatto che dobbiamo diventare dei cow-boys, comunisti, cosacchi, imam, chassidim o barbudos. Perciò, prepariamoci a prendere in mano la situazione, con idee molto più chiare di quante ve ne siano adesso.

Quanto all’ Italia, in un’Europa veramente autonoma, essa avrebbe certamente un peso molto maggiore, perché cadrebbero proprio i motivi di sottovalutazione del nostro Paese che lo isolano politicamente (l’incapacità di seguire fino in fondo i modelli puritani; la prevalenza, sull’industria, dei servizi, che si scontra con la volontà dell’ America di riservarsi  questo settore; la capacità di coalizione con i Paesi mediterranei, anche quelli che oggi non sono membri della UE). Per questo, è molto sospetto il fatto che politici e intellettuali che si pretendono conservatori, anziché salutare con gioia l’arrivo di aiuti dall’unico Paese europeo che esalta nella propria costituzione tradizioni e religione, se ne dicano preoccupati.

Infine, per tornare al Coronavirus, nessuno ha potuto criticare nel merito l’arrivo degli aiuti cinesi, russi o cubani, perché ce n’è bisogno, in quanto gli Stati europei sono stati estremamente improvvidi. Mascherine e respiratori fanno parte delle scorte strategiche della guerra nucleare, chimica e batteriologica (NBC), tant’è vero che la Francia ne aveva addirittura miliardi. Tuttavia, sempre nell’ assurdo affidamento sugli Stati Uniti, perfino le scorte francesi si sono esaurite.

Prima la Cina e l’Organizzazione Mondiale (OMS) della Sanità, poi le lobby americane, avevano già ammonito l’anno scorso sui rischi di una pandemia di Coronavirus, prima, con il lancio, con il Forum di Pechino della Via della Seta, della “Via della Seta della Salute”, con la partecipazione del Presidente dell’OMS, poi, con l’ “Event 201”, a New York, del Forum di Davos, della Fondazione Gates e dalla John Hopkins University.

Naturalmente, i governi non si erano mossi, e ora solo i giganti eurasiatici si rivelano pronti, per la loro mole e per l’elevato livello di preparazione bellica. Si noti, per esempio, che il Governo indiano, che non per nulla aveva creato da tempo il movimento popolare sanitario Fitindia, è stato in grado di ordinare il lockout simultaneo di un miliardo e trecentomila abitanti, in anticipo sullo scoppio dell’epidemia.

Grecia

Dopo il coronavirus ci vorrà un’altra economia

Atlanticoquotidiano lamenta che noi ci staremmo comportando come dei “paesi in via di sviluppo”. In realtà, noi siamo attualmente proprio dei “Paesi in via di sottosviluppo”. Nessuno dei meccanismi oggi in discussione in Europa è in grado di rovesciare questo sottosviluppo, perché non basta allentare i vincoli di bilancio se non c’è un piano unitario e gli Stati membri continuano a gestire l’emergenza con i soliti criteri pseudo-liberistici e in sostanza assistenzialistici, sotto un blando coordinamento UE. Tutti i soldi che comunque gli Stati investiranno per rilanciare l’economia dovrebbero essere destinati a creare nuove attività nei settori tecnologici più promettenti, nonché legati alla sanità, che richiedono un’enorme concentrazione degli sforzi, e, soprattutto, un appoggio politico sul piano internazionale.

Riccardo Lala*

*Articolo pubblicato contemporaneamente su  Rinascimento Europeo

Westlessness/Totaler Verriss: Commenti sulla Conferenza di Monaco sulla sicurezza

“Il Caos Generò Erebos e Notte” (Esiodo, Teogonia)

La Conferenza di Monaco di quest’anno è stata incentrata sul tema “WESTLESSNESS”, un orrido neologismo, che comunque ha dato modo a tutti di riflettere sullo slogan “Occidente”, dai molti e ambigui  significati. La locandina della conferenza la descrive così: “un sentimento, ampiamente diffuso, di sconcerto e inquietudine dinanzi alla crescente incertezza sul futuro e sulla determinatezza dell’Occidente”.

Il testo illustrativo dell’iniziativa prosegue con una serie di domande non chiare, proprio a causa di una chiara definizione di che cosa sia l’”Occidente”: “Il mondo è meno occidentale? Lo stesso ’Occidente sta diventando meno occidentale? Che significa il ritiro dell’ Occidente quale attore dell’ ordine politico? Quale poterebbe risultare una risposta occidentale alle rivalità fra le grandi potenze?”

 

Giustamente, poi, la relazione finale afferma che “non vi è un’idea comune di che cosa l’Occidente rappresenti”.

  1. L’”Occidente” nella storia

 

Secondo la locandina, nei decenni passati, la risposta era stata semplice: “l’adesione alla liberaldemocrazia e ai diritti umani, all’economia di mercato e alla cooperazione internazionale nelle istituzioni internazionali.” Cioè un mix casuale di principi politici tenuti insieme dall’egemonia americana, ma a loro volta mai chiaramente definiti.

 

Invece, prima degli ultimi tre decenni, la risposta era molto diversa e variegata. Nelle lingue afroasiatiche, “Erebu” (Occidente) era la terra tenebrosa a nord del Mediterraneo (l’Europa), dove si trovavano i barbari e le anime dei defunti. Quei barbari erano ciò che oggi chiameremmo “gli Ariani” (cioè il Popolo dei Kurgan), un popolo guerriero che stava conquistando tutta l’Europa, e che Ippocrate per primo aveva battezzato come “Europaioi”.

 

Per i Romani, l’Occidente era Roma contro l’Oriente ellenistico. La sua eredità fu raccolta dai “Franchi”,

che combatterono contro i Greci e gli Arabi, pretendendosi eredi dell’ Impero Romano. Questo spirito di crociata fu poi ripreso dai Puritani, che interpretarono la conquista dell’America come un giudizio di Dio, non solo contro i popoli pagani, ma anche contro i Papisti. Nel momento della decadenza dell’ Europa a causa della Ia Guerra Mondiale, mentre Spengler parlava di un “Tramonto dell’ Occidente”, ma pensando all’ Europa, la Columbia University (in collaborazione con l’ Esercito Americano), lanciava i “Western Studies”, per raccogliere, come aveva profetizzato Kipling, “il fardello dell’ uomo bianco”.

 

In realtà in Europa non erano affatto d’accordo su questa “translatio imperii”, come dimostrano opere come “Amerika” di Kafka, “Europa Vivente” di Malaparte, i “Cantos” di Pound, la “Dialettica dell’Illuminismo” di Horkheimer e Adorno e i racconti di Somerset Maugham. Ma anche altre parti del mondo rivendicavano già allora una propria centralità, come l’India attraverso la Società teosofica e lo Hind Swaraj di Gandhi e la Cina attraverso il Datongshu di Kangyouwei, e la conquistavano combattendo, per esempio con la Marcia del Sale o con la Lunga Marcia.

 

Oggi, l’ideologia “occidentalistica”  ha gettato la maschera, definendosi, con Huntington, “l’ Occidente contro gli altri”, e, con Schmidt e Cohen, come un progetto subordinato a quello degli OTTs.

 

  1. Dalla democrazia dei partiti all’omologazione puritana

 

Nel dopoguerra, l’”Occidente”, inteso come Alleanza Atlantica, poteva avere, almeno formalmente, il significato di “una società pluralistica”. A quell’ epoca, si presentavano, alle “tribune politiche”, una decina di partiti, che andavano dall’ anarchismo (Manifesto), al tradizionalismo (Ordine Nuovo), dallo stalinismo (PCI) al post-fascismo (MSI), dalla socialdemocrazia(PSI) alla monarchia (PDIUM), dal cristianesimo sociale (MCL), dalla democrazia cristiana(DC) al liberalismo (PLI). Anche in alcuni Paesi dell’Est , come la Germania Est, la Jugoslavia e la Polonia, c’erano partiti diversi da quello comunista, ma per legge, facevano parte di un “fronte popolare” , dove l’ “egemonia” gramsciana, sempre per legge, spettava al PC.

 

Oggi, ci viene imposta come “occidente” la fede dogmatica in una teocrazia puritana (quale quella paventata a suo tempo dall’ illuminista Boulanger), in cui sono diventati obbligatori valori angelistici, razionalistici e moralistici tipici di un  puritanesimo interpretato in senso materialistico (quelli contro cui si scagliava per esempio Kierkegaard), mentre invece sono banditi, come “politicamente scorretti”, i valori della differenza, dell’eccellenza, della libertà, della combattività, della tragedia.

 

Non per nulla Angela Merkel è stata una politica della DDR, figlia di un pastore protestante trasferitosi, da Amburgo,  nella Germania comunista, convertitasi alla CDU solo dopo la caduta del Muro, ma abituata all’unanimismo della “Blockpolitik” della DDR. Essa ha imposto come “ragion di Stato tedesca” l’identificazione del pensiero con un moralismo perbenista (erede della “campagna di de-nazificazione), al di fuori del quale vi è l’esclusione e il boicottaggio (vedi ancor oggi il caso del premio Nobel Peter Handke).

 

E’ ovvio che questa visione settaria della democrazia incontri molte critiche dagli eredi ideali dei dieci partiti, di sinistra e di destra, che non si sentono rappresentati dai “valori occidentali”, cioè puritani: si stava meglio quando si stava peggio.  Soprattutto dei veri eredi della DC.

 

Infatti, il bello è che coloro che vengono invece additati come nemici dell’Occidente, o dell’ Europa, lo sono perché sostengono le posizioni che, ai tempi della mia giovinezza, erano sostenuti dalla Democrazia Cristiana, vale a dire il partito cardine dell’ Occidentalismo e dell’ Europeismo: il carattere cristiano (anzi, cattolico) della nazione; la famiglia monogamica; l’indissolubilità del matrimonio; la limitazione delle migrazioni ai fabbisogni economici del Paese ospitante; la preferenza per i lavoratori e i produttori europei…Se, come sostengono i fautori dei “valori occidentali” questi sono talmente universali ch’essi valgono in ogni tempo e in ogni luogo, allora ci dicano chi sbagliava, proprio su questi valori: Adenauer o la Merkel?

 

Il vero rappresentante del PPE, quale partito cristiano, è forse proprio Orbàn, mentre invece la Merkel è, come molti dicono, una “democristiana per caso”.

 

Ragionamenti analoghi valgono anche per l’altro “partito popolare”, quello socialista, anch’esso scosso, non per nulla, da una parallela crisi. Tant’è vero che ora si va verso una “rivolta del centro”

  1. L’illibertà dell’Occidente

 

Un’illustrazione puntuale di questa situazione è data, su “Le Monde”, dall’articolo dello scrittore americano Seth Greenland, “Aujourd’hui l’art aux Etats Unis doit servir un but moral ou didactique”:”Certo, c’è un pugno di produttori che apprezzano la complessità, ma voi, tuttavia, probabilmente, fareste come tutti, mettendo da parte la complessità, e scrivendo invece qualcosa che conforta i punti di vista di chi firmerà poi l’assegno.” Del resto, è ciò che dell’Occidente scriveva Sol’zhenitsin  già negli anni ’70. O, come dice oggi Anna Tokarczuk, mentre, una volta, era politica solo la partecipazione alla vita dei partiti, oggi, non solo l’opera, ma addirittura la vita, degli autori, è politica.

 

Oggi, buona parte dei grandi capolavori dell’ antichità non potrebbero essere, né rappresentati, né messi in scena. Non solo quelli che avevano avuto difficoltà fin dall’ inizio, come per esempio Justine, Les Fleurs du Mal, Praktischer Idealismus o Bagatelles pour un massacre, ma anche opere esaltate da tutti, come:

a)Omero, perché elogia  la guerra, l’orgoglio dinastico, il genocidio, la dialettica servo-padrone, la repressione dei sudditi, il potere maritale,il machismo..

b)Ippocrate, perché vieta aborto ed eutanasia ed  esalta la guerra e lo schiavismo;

  1. c) Erodoto, perchè critica la democrazia ed esalta il militarismo spartano;

d)l’Antigone perché le “leggi non scritte” sono quelle tradizionali e aristocratiche;

e)la poesia cortese perché esalta l’anarchia feudale e lo “ius primae noctis”;

f)il Principe, perché esalta l’omicidio politico;

g)il Mercante di Venezia” perché antisemita,

g)”Al di là del Bene e del Male” di Nietzsche, già solo per il nome;

h)”Le Vergini delle Rocce” e “La vita inimitabile” di D’annunzio per il suo aristocraticismo e immoralismo.

 

D’ altronde, oggi nelle università americane viene addirittura cancellato dai curricula il Livio Andronico, un’opera giovanile e provocatoria di Shakespeare che è piena d’inaudita violenza.

 

Tutte queste contraddizioni dimostrano che l’Occidentalismo è, come il 99,9% dell’attuale discorso culturale e politico, solo una fraudolenta “arma di distrazione di massa”, per non lasciarci pensare ai problemi reali: la fine dell’Umanità; la subordinazione dell’Europa all’ America; la riduzione continua della nostra ricchezza, la fine della libertà. Perchè mai avrebbe senso un colossale apparato di morte come il Complesso Informatico-Digitale della NATO, per difendere una realtà tanto discutibile?

3.Il suprematismo bianco

 

Siccome la Conferenza si situa nel bel mezzo del dibattito, attualizzato da Macron, sulla sovranità europea, il vero oggetto del contendere è quale sia la “lealtà prevalente” su cui basare la strategia geopolitica dell’ Europa.

 

Orbene, personalmente credo tanto fortemente nel “Principio di sussidiarietà”, che non credo che vi debba essere una “lealtà prevalente”, perché tutte hanno funzioni proprie ed autonome: quelle verso l’Umanità, l’Europa, le sue Nazioni, le regioni, le città, le famiglie. Coloro i quali hanno redatto la locandina pensavano che quella verso la NATO fosse la lealtà prevalente, tant’è vero che si agitano molto per scongiurarne un’interpretazione basata su razza, religione cristiana e storia, mentre invece, quella “giusta” sarebbe fondata sulla religione puritana del progresso e del moralismo (che, secondo gli autori, sarebbe la sua “vera natura”).

 

Non nego che questa seconda interpretazione sia esistita ed esista in ampi ambienti, non solo “Occidentali” (perché ha seguaci in varie parti del mondo). Tuttavia, a me non pare che possa dare dei risultati positivi oggi perché è troppo generalizzata. Basti dire che anche Africani e Asiatici fanno di tutto per schiarirsi la pelle e per rimodellare un Islam, un Induismo e un Confucianesimo che assomiglino al Cristianesimo. Ma questa tendenza  fa perdere a ogni civiltà il suo contributo specifico al dibattito sul futuro del mondo.

 

Personalmente credo, sulla scia di Nietzsche, Coudenhove Kalergi, Simone Weil e Giovanni Paolo II, che, almeno per noi, l’Europa sia l’ambito all’ interno del quale meglio si possa organizzare la battaglia per l’avvenire del mondo, e questo non ha nulla a che fare con la razza. Ha molto a che fare con la storia, e lo avrebbe anche con la religione, se le Chiese non stessero divenendo anch’esse succubi delle loro omologhe degli altri Continenti, e si concentrassero di più sui punti di vista degli Europei.

4.Un finto universalismo

 

Nell’ultimo decennio, il punto di forza dell’”Occidentalismo” è divenuta la politica di “accoglienza” indiscriminata dei migranti, anche questa in forte contrasto con le politiche tradizionali europee, che legavano l’immigrazione a esigenze economiche e ai rapporti con gli Stati. Tipici esempi, gli accordi di Evian e di Lomé, che hanno garantito da 70 anni il privilegio dell’ immigrazione  ai cittadini di determinati Paesi amici. Cosa che nessuno sa: la prassi di Polacchi e Ungheresi (anche se non dichiarata), è la semplice continuazione di quella politica,visto che i due Paesi hanno accolto, negli ultimi anni, un numero di immigrati superiore a quelli dei Paesi occidentali, ma riservandosi di scegliere quelli provenienti da Paesi amici, in questo caso, dall’ Ucraina.

 

Invece, l’”Occidentalismo” pretenderebbe che il concetto stesso di “frontiera” non esistesse più, lasciando così arbitre le Grandi Potenze, i guerriglieri e gli scafisti su chi lasciar passare e chi no. Mentre invece, alla frontiera delle Grandi Potenze (per esempio sul Rio Grande), i “loro” immigrati vengono selezionati dalla politica locale in modo rigorosissimo, per accogliere solo quelli funzionali alle loro politiche e alla loro economia.

 

Secondo i teorici del globalismo, essi sarebbero i veri universalisti, perchè “sono i guardiani di tutti, non solo del proprio popolo”. A parte il fatto che quest’agghiacciante espressione dimostra la poca considerazione ch’essi hanno dei loro elettori, resta il fatto ch’essi non sono affatto particolarmente universalisti. Certamente, le frontiere attuali sono irreali, perché non rappresentano la sedimentazione effettiva delle varie civiltà. Tuttavia, il fatto che dei limiti ci siano è indispensabile per stabilire le rappresentanze e i diritti e i doveri di ciascuno.Comunque, una classe dirigente universalista non è quella per cui tutti i Paesi sono eguali, sicché si esime dal conoscerne lingua e cultura, bensì quelle che, oltre ad approfondire doverosamente la cultura del proprio Paese, conoscono bene anche quelle degli altri, per poterle confrontare, definire e negoziare. Non considero perciò universalisti Comenio, Hume o Wilkie, ma, piuttosto, Ippocrate, Erodoto, Marco Polo, Matteo Ricci, Atanasio Kircher, l’Abate di Reynal, Humboldt, Guénon, Eliade, Pound…

 

  1. Un nuovo Maccartismo

 

Certo, può e deve esserci un “compito comune”a livello mondiale , ma questo è il contrario della “Filosofia obscego dela” di Fiodorov (, vale a dire il post-umanismo, che, paradossalmente, anima sotterraneamente gli “Occidentalisti”) : è la lotta contro il “Robottu Okoku”(l’”Impero dei Robot), per il controllo sulle macchine intelligenti.

 

Le parole di Javier Ortega Smith, citate dalla locandina : “Our common enemy, the enemy of Europe, the enemy of liberty, the enemy of progress, the enemy of democracy, the enemy of family, the enemy of life, the enemy of the future is an invasion, an Islamic invasion…” sono assurde, perchè la maggior parte degli immigrati, compresi quelli clandestini, sono di religione cristiana o animista, e, quindi, non spostano l’equilibrio esistente fra le varie religioni “ufficiali”. Ma, soprattutto, occorre tenere a mente che la maggior parte degli Occidentali non sono affatto dei Cristiani “ufficiali”, bensì, indipendentemente se vadano a messa o no, sono in realtà dei fedeli della religione sansimoniana del Progresso (che si sposa benissimo all’attuale cristianesimo protestantizzato), l’unica vera concorrente del cristianesimo effettivo. L’arrivo di cristiani, animisti e islamici che sentono ancora la religione come un  fatto eminentemente spirituale non potrebbe, semmai, fare altro che rafforzare lo stesso Cristianesimo europeo.

 

In ogni caso, la confusione fra Europei e Occidentali è deleteria proprio perché permette di mantenere i viziati rapporti di forza attuali, dove il Complesso Informatico-Militare Occidentale si serve della forza dell’America per impedire il formarsi in Europa di una vera opposizione alla Singularity Tecnologica.

  1. La proposta di Macron

 

Per questo è molto importante che la Westernlessness prosegua e si approfondisca, in modo da lasciare nuovi spazi di manovra a una cultura e a una politica autenticamente europee. Del resto, ciò è quanto ha detto il Presidente Macron, ricordando l’anniversario della fondazione, da parte del Generale De Gaulle, della Force de Frappe. Macron ha anche affermato, a Monaco, che l’Europa deve smetterla di essere il “junior partner” (io direi il protettorato) degli Stati Uniti, anche perché, se è vero che ci sono delle affinità politiche e culturali, non c’è assolutamente un’identità di vedute su tutto, e, in particolare, sulle politiche culturale e di vicinato (la quale ultima  non riguarda, ovviamente, gli Stati Uniti). Del resto, Macron, per dare forza alle sue parole, ha invitato i partners il 12 marzo alla base di Isle Longue, a Brest, a bordo della portaerei Charles de Gaulle. Macron ha anche messo il dito sulla piaga di un tema che ci è caro: l’urgenza di una cultura condivisa della difesa nucleare, per poter essere in chiaro circa la proposta di partecipazione europea alla Force de Frappe.

 

6.Totaler Verriss (“Strappo totale”)

 

Quanto precede va inquadrato in un nuovo stile politico che, prendendo finalmente atto dell’insostenibilità degli attuali nuovi equilibri, postula una discontinuità in tutti i campi: imprenditoriale, ambientale, culturale, politica.

Hilmar Klute fornisce, sulla Sueddeutsche Zeitung, alcuni esempi di questa nuova radicalità, a partire dal gesto di Nancy Pelosi, diffuso dalle televisioni di tutto il mondo, di stracciare il Messaggio sullo Stato dell’Unione mentre Trump stava ancora parlando, per passare alla proposta  del leader dell’ AfD Gauland di sostenere elettoralmente il candidato di estrema sinistra Bodo Ramelow.

Secondo Klute, questa fame di radicalità non viene oggi più dalle estreme, bensì dal centro, a causa dell’inconcludenza di anni e anni di discorsi moderati. Si pensi appunto alla totale negazione, da parte della CDU, di tutti i tradizionali discorsi democristiani, come pure all’ abbandono, da parte della sinistra, di ogni forma di difesa delle classi lavoratrice e di qualsivoglia forma di socialismo.

D’altra parte, proprio sui temi europei, tanto Macron quanto Altmeier hanno ripreso senza tante storie tradizionali temi gollisti e interventisti.

BREXIT: L’EUROPA NON E’ SOLO LA UE

Un arcipelago britannico da sempre multiculturale

L’Inghilterra ha lasciato la UE, ma non può lasciare l’Europa.

L‘arcipelago britannico, con le sue molteplici tradizioni -celtiche, latine, germaniche, monarchiche, cristiane, illuministiche e antimoderne-, costituisce parte integrante ed essenziale dell’Identità Europea, della quale siamo tutti custodi. Siamo infatti responsabili  del futuro dell’intera Europa, non solo per la parte che si riconosce nella UE.

Oggi, in un’era che si autoproclama multiculturale e pluricentrica, dovrebbe essere più chiaro che mai che una sola parte dell’Europa (neanche l’ Union Europea) non può pretendere di essere il tutto.

Infatti, dell’Europa fanno parte, oltre alla UE:

1)Il Regno Unito;

2)Islanda e Norvegia;

3)la Svizzera;

4) i Paesi slavi Orientali (Russia, Ucraina e Bielorussia);

5)i Balcani Occidentali;

6)La Turchia;

7)il Caucaso.

Inoltre, come civiltà, l’Europa ha delle ramificazioni in alcuni luoghi delle due Americhe, nel Medio Oriente (Israele) e in Oceania (Australia e Nuova Zelanda).

 

 

1.La Paneuropa oggi

Tutto ciò, considerato nel suo insieme, costituisce la Paneuropa, non come la vedeva Coudenhove Kalergi nel XX secolo, bensì come possiamo vederla noi oggi, vale a dire uno “Stato-civiltà” come la Cina, o qualcosa che assomiglia all’”Asia Meridionale” degl’Indiani, alla “Patria Grande” latinoamericana o al “mondo islamico”.   Il Movimento Europeo dovrebbe propugnare delle politiche, e ideare delle istituzioni, che siano adeguate, tanto per gli attuali Paesi della UE, quanto per quelli al di fuori della stessa, vale a dire per l’intera Paneuropa. D’altronde, oggi il mondo è congegnato in modo tale che, spesso, sulle politiche europee, incidono più i Paesi fuori dell’Unione che quelli dentro. Basti pensare alla Perestrojka, ai gasdotti, alla Libia, alla decisione inglese, adottata il giorno stesso della Brexit, di non escludere dal proprio mercato la Huawei…Con quest’ultima decisione, il Regno Unito ha dimostrato una indipendenza maggiore dell’Unione dagli Stati Uniti, così come aveva fatto la Turchia decidendo di acquistare i missili russi.

Ovviamente, per fare ciò, occorrerà “mettersi nei panni” degl’Inglesi, degli Scozzesi, dei Serbi, dei Bosniaci, dei Russi, degli Ucraini, dei Turchi e dei Curdi, riconoscendo a ciascun gruppo (ciascuna “macroregione europea”) una sua specifica missione storica. Cosa che può sembrare impossibile alla luce di quanto accaduto fino ad ora, ma che lo diverrebbe molto meno qualora si cercasse veramente un minimo comune denominatore, che può essere trovato solo nelle radici culturali comuni, che vanno dall’antico Medio Oriente alla Bibbia, dalla cultura classica alle migrazioni di popoli, dalle corti alle repubbliche, fino a illuminismo, romanticismo, decadentismo, modernità e postmodernità: Gilgamesh  e Mosè, Ippocrate e il Canto dei Nibelunghi, Dante e Ariosto, Montesquieu e Novalis, Voltaire, Nietzsche, Horkheimer e Adorno. Questo ”minimo comun denominatore” può essere definito, secondo un numero crescente di autori, come Jaspers, Voegelin, Assmann e, recentemente, anche Habermas, dalle particolari versioni mediterranee e occidentali della comune civiltà mondiale dell’ “Epoca Assiale”, caratterizzata innanzitutto dalla scrittura e dalle religioni di salvezza.

Hattusas in Anatolia: la prima civiltà di lingua “Kentum”

  1. Civiltà assiali, pre-assiali e post-assiali

Come constatato da Horkheimer, Adorno, Eisenstadt e Kojève, la “civiltà assiale” ha subito, certamente, soprattutto in Occidente, un processo di secolarizzazione, che è restata però spesso alla superficie. Come sosteneva Freud, la pretesa “coscienza europea” non poteva sopprimere la più profonda “Identità Europea”. E, infatti, da un lato, sono sopravvissute civiltà “pre-assiali” (secondo Eisenstadt, Israele e, secondo Kojève, il Giappone); dall’ altro, vi sono paradigmi ereditati dall’epoca pre-assiale (divino e profano, mito e rito, eoni e Apocalisse, popoli e nazioni) che sono rimasti insuperati e inaggirabili. Nel caso dell’Europa, non si è riusciti a liberarsi da archetipi come quelli della Legge, dell’Apocalisse, dell’Impero, della Crociata, che ricompaiono continuamente sotto le più diverse spoglie: l’Imperativo Categorico; la Fine della Storia; la Comunità Internazionale; le Guerre Umanitarie, ecc…

Non si tratta affatto dei cosiddetti “nostri valori” contro i “valori degli altri”, bensì proprio delle nostre irrisolte ossessioni, che ci costringono a continui rivolgimenti intorno agli stessi temi: fra l’ascetismo patriarcale e la fratellanza matriarcale; fra il mito del Progresso e quello dell’Anticristo; fra l’universalismo e il personalismo; fra il multiculturalismo e lo spirito missionario. Non per nulla l’oracolo di Delfi affermava: “conosci te stesso”, e, a questo fine, abbiamo inventato la psicanalisi. Che ci riporta ai più profondi archetipi del nostro inconscio collettivo- vale a dire   all’ Identità Europea-.


Pictured: Malcolm McDowell in A CLOCKWORK ORANGE, 1971.

“Arancia Meccanica” di Burgess : la più dura allegoria  di un’ Europa violenta  e impotente

3.Dalla cultura della crisi alla Via della Seta

Il minimo comune denominatore degli Europei lo possiamo trovare, dunque, nella “cultura della crisi”, che aveva sperimentato, proprio  nell’ Inghilterra, all’ avanguardia dell’industrialismo, le severe critiche antimoderne di Carlyle, Arnold, Ruskin, Hulmes, Huxley, Orwell, Burgess, Laughland e Grey; ma anche nell’”Italian Though” di Mosca, Michel, Pareto, Rensi, Tilgher, De Finetti e Pirandello; nella centralità dell’Anticristo per Dostojevskij e Soloviov; nello spirito antiborghese di Hamsun; nel ribellismo di Kusturica; nel  trasversalismo dell’intellettuale ceco-turco-giapponese-americano Irvin Sick.

Oggi, sul piano politico, questa post-modernità paneuropea si manifesta nella resistenza contro la tecnocrazia digitale (con i suoi profeti Huxley, Orwell e Burgess), che trova espressione nella tutela della privacy, nella web tax, nelle indagini antitrust contro i GAFA e nelle aperture alla Nuova Via della Seta, che ha reso possibile il North Stream e il Turk Stream, il MOU Italia-con la  Cina, il  rifiuto della messa al bando dell’ Iran e della Huawei…

I cittadini di Istanbul bloccano con i loro corpi i carri armati sui pont del Bosforo

  1. Un’Europa poliedrica -delle civiltà, delle religioni, delle euroregioni, delle nazioni, dei popoli, delle città e delle persone-

Quest’ Europa poliedrica è più di una confederazione, un’Unione o una federazione: è un grande soggetto politico e culturale “sui generis”,  che dovrà agire sempre più in modo unitario sulla scacchiera mondiale, al di là della sua forma istituzionale, ma fondandosi piuttosto su un’unica élite combattente, quegli “Europaioi” che già Ippocrate aveva definito “autonomoi” .

Le Istituzioni vanno concepite solo come degli strumenti per un fine: nel caso dell’ Europa, la riaffermazione, la difesa e il “ringiovanimento” (“zhèn xīng”, per usare un’espressione di Xi Jinping) -contro la decadenza e il post-umanesimo- dell’Identità Europea.

In questo contesto, occorrerebbe immaginare forme di dibattito culturale dedicate proprio e soltanto ai rapporti con le specifiche macroregioni europee. Per esempio, sulla falsariga di “Iles” di Norman Miles, occorrerebbe approfondire il carattere multietnico ed europeo dell’arcipelago britannico, oppure, su quella di una pluralità di autori (Asin Palacios,Bassam Tibi, Menocal, Cardini), la storia e natura dell’ Euroislam.

Soprattutto, occorrerebbe smetterla di considerare Russi, Turchi e Balcanici come “popoli senza storia” e “nemici ereditari”, studiando invece  quei contributi preziosi ch’essi hanno dato, e possono continuare a dare, alla vita culturale, economica, ma anche politica e militare, dell’Europa.

Long life to Europe! да здравствует Европа! çok yaşa Avrupa! 欧洲万 !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTERESSE NAZIONALE, EUROPEO E DELL’UMANITA’ NELLA NUOVA PESC

 

                Palazzo Sponza a Dubrovnik

Sergio Fabbrini, rispondendo, il 26 gennaio, su “Il Sole 24 Ore”,a Galli della Loggia, ha sottolineato che, di fronte a velleitarie tentazioni micronazionalistiche, quali quelle di cui si è fatto portatore il professore sul Corriere della Sera del 22, occorrerebbe invece rilanciare una Politica Estera e di Difesa europea che tenga conto della posizione e del ruolo dell’Italia. A mio avviso, ciò si potrà fare solo tenendo presente l’imprescindibile corrispondenza biunivoca fra politica internazionale e politica tecnologica dell’Europa, nel quadro della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

1.L’”outing” anti-europeo di Galli della Loggia

Cresce il numero dei “sovranisti” che negano l’utilità di una politica estera e di difesa dell’Europa, che altro non sarebbe, per costoro, che l’ennesima riaffermazione di un’egemonia franco-tedesca, a discapito di tutti gli altri Paesi d’ Europa. Quest’ideologia, diffusa da parecchi decenni negli ambienti euro-scettici, era nata sotto influenza americana, nel momento in cui, con l’allargamento della UE, era sorta la preoccupazione che un’Europa più forte potesse condurre una politica più indipendente da Washington, e, di conseguenza, indebolire il complesso politico-culturale occidentale. Non per nulla essa viene oggi ripetuta negli ambienti vicini a Bannon.Anche Galli della Loggia sostiene, in sostanza, la vecchia tesi che l’Italia, per difendere un non meglio definito “interesse nazionale”, dovrebbe diventare il cavallo di Troia nell’ Unione Europea degli USA contro Francia e Germania. Un’operazione certo non estranea alla visita a Roma di Bannon e ai finanziamenti americani appostati nel bilancio di Fratelli d’ Italia.

Che un’egemonia franco-tedesca esista, e sia, molto probabilmente, obsoleta, non lo si può negare. Essa aveva per altro radici nobilissime, che affondano nell’antico ruolo carolingio dei “Franchi”, intesi  come sinonimo (per esempio in Arabo) di “Europei” (al Franjiyyun), ed eredi dei Romani -nel Serment de Strasbourg, nel Trattato di Verdun, nei Gesta Dei per Francos,  e, più recentemente, in quelli dell’ Eliseo e di Aquisgrana-, oltre che in Fichte e in Herder. Per altro, con l’allargamento della UE e con le Nuove Vie della Seta, il mito dell’Europa Carolingia appare sempre più come una provinciale forma di “arroganza romano-germanica”, come la chiamava il Principe Trubeckoj. Tuttavia, il suo messaggio subliminale, che poteremmo definire come “gollista”, può applicarsi più che mai nell’attuale quadro europeo allargato.

Oggi, la posizione contraria all’ Europa Carolingia è stata dunque ripresa da Ernesto Galli della Loggia, il quale scrive di “un’opinione pubblica disabituata da sempre a pensare la realtà vera dei rapporti internazionali, quindi oscillante di continuo tra faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista. Dopo la fine della guerra fredda e il conseguente venir meno dell’importanza che la Penisola aveva avuto per mezzo secolo in quanto frontiera dell’Occidente con il blocco sovietico (da cui l’obbligatorio legame di stretta alleanza con gli Stati Uniti), non siamo stati capaci d’immaginarci alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione nostri”.

Peccato che, poche righe dopo, lo stesso Galli della Loggia fornisca uno schiacciante esempio di questa incapacità, che invece apparentemente tenta di scongiurare: “In particolare non abbiamo capito che il progressivo concentrarsi del potere dell’Unione Europea nelle mani di Germania e Francia ci stava inevitabilmente sbarrando la strada verso i due teatri tradizionali della nostra politica estera. Cioè verso i Balcani – dove infatti ben presto l’influenza economico-politica e culturale tedesca si sarebbe dimostrata imbattibile – e verso l’Africa – dove fin dai tempi dell’Eni di Mattei la Francia era impegnata a contenderci lo spazio e a insidiare quello che avevamo già ottenuto (per esempio in Libia). E però, invece di cercare di contrastare questa deriva diciamo così oggettivamente antitaliana dell’Unione a trazione franco-tedesca (in realtà con Berlino vera padrona e Parigi sua vassalla) – magari cercando di costituire un fronte mediterraneo con Spagna e Grecia eventualmente appoggiato da una Gran Bretagna memore dei suoi trascorsi in quel mare – abbiamo fatto di tutto – in omaggio al nostro cieco supereuropeismo e anche perché gravati dalle condizioni paralizzanti dei conti pubblici – per restare agganciati comunque al duo Parigi-Berlino. Con il bel risultato che oggi vediamo in Libia e altrove”.

 

Che l’Italia debba concentrarsi su Mediterraneo e Balcani è un ritornello che ci sentiamo ripetere da tempo. Esso si basa su una visione razzistica dei popoli occidentali che debbono dominare e istruire i “popoli inferiori”, est-europei e afro-asiatici, e aveva trovato una continuità nelle raccomandazioni fatte alla FIAT dai servizi segreti americani, di concentrarsi, dopo la IIa guerra mondiale, nella “fabbricazione di automobili a basso prezzo destinate ai popoli balcanici e nordafricani”.

 

2.Una nuova missione universale dell’Europa

Il discorso su una “missione” dei popoli, se sfrondato dagli aspetti propagandistici, integralistici ed autocelebrativi, ha ancora un significato. Questo elemento progettuale è, infatti, quello che tiene uniti i popoli e gli Stati. Ma, nel 2020, gl’Italiani possano avere una qualsivoglia “missione”, o degli “interessi nazionali” in quei due territori, effimeramente conquistati per pochi anni durante la IIa Guerra Mondiale, è semplicemente insensato. Nei Balcani ci sono Grecia, Croazia e Bulgaria, che sono membre, come noi, dell’Unione Europea, e la Turchia, che è più forte di noi sotto tutti i punti di vista, ed è comunque un Paese associato e un membro della NATO. Tra l’altro, la Turchia è stata in grado di fabbricare un’auto elettrica completamente autarchica mentre noi abbiamo appena chiuso l’impianto (francese) di Bluecar a Ivrea e stiamo ancora balbettando di assemblare batterie (dopo avere venduto la Marelli ai Giapponesi).

La Croazia presiede quest’anno l’Unione e la Conferenza sul Futuro dell’Europa, insieme ad altri commissari slavi. Nel Mediterraneo, ci sono delle altre potenze non indifferenti, come l’Egitto e Israele, e vi si stanno affacciando prepotentemente la Russia, l’ Iran e le monarchie del Golfo. Che cosa vogliamo fare: andare nuovamente a governare quei Paesi? Affrontare i loro eserciti? A me sembra che siano piuttosto quei Paesi ad avere oggi un ruolo propositivo ed attivo nella politica internazionale, tale da influenzare l’Italia e l’intera Unione Europea, divenuti soggetti passivi della storia.

D’altronde, quando, proprio sulla Libia, abbiamo accettato le sirene di quel mondo anglosassone verso cui spinge Galli della Loggia, abbiamo combinato il più incredibile pasticcio mai visto in politica internazionale: regalare agli alleati un’egemonia sul Paese, appena pesantemente pagata a Gheddafi; violato vergognosamente un patto di non aggressione appena sottoscritto; partecipato al linciaggio del capo di Stato con cui avevamo appena firmato un trattato di riappacificazione-un crimine di guerra contro cui non si è levato nessun difensore dei diritti umani-; infine, scatenato la guerra civile libica e quell’incredibile fenomeno che è la corsa dei migranti verso i campi di concentramento libici e i barconi della morte. Per poi passare il tempo a strapparci le vesti per l’inspiegabile flusso di migranti.

Qui, più ancora che altrove  altrove, la visione ottocentesca della missione degli Stati Europei si rivela totalmente obsoleta, perché quelle “missioni” si riducevano a collaborare all’ implementazione di una Teoria dello Sviluppo totalmente irrealistica, che in realtà, ci ha portato fin sulle soglie della “Fine della Storia”(dove ormai ”la nostra casa brucia”) e, comunque, all’irrilevanza dell’ Europa e al suo appiattimento sugli Stati Uniti (la “Dialettica dell’ Illuminismo”). La vera missione che resta, all’ Italia e all’Europa (e, se vogliamo, anche al Mediterraneo), è veramente globale e universale: quella del contrasto “à tous les azimuth” alla Società delle Macchine Intelligenti, secondo le idee espresse, per esempio, del filosofo e politico tedesco Nida-Ruemelin. Di questa missione, il “Green New Deal” deve  costituire solo uno dei componenti, e neanche il più essenziale, perché, come affermato nell’ enciclica “Laudato sì”, un ambientalismo puramente tecnicistico e “quantitativo” costituirebbe solo un’operazione di marketing per l’industria verde e per la Società dell’ 1%, e, aggiungiamo noi, una cura omeopatica, volta a fare sopravvivere l’attuale  barcollante tecnocrazia fino alla vittoria del  post-umanismo.

In sostanza, dell’eredità romantica, è il momento di abbandonare  le posizioni di Fichte e Herder (missione delle nazioni) e Fiodorov (salvezza dell’ uomo attraverso la scienza), per adottare quelle, critiche della Modernità, di Kierkegaard, di Baudelaire, di Carlyle….

Questa nuova missione dell’Europa (e delle sue Nazioni e Regioni), si sposa, com’è normale che sia, con l’interesse “particulare” dell’Italia e dell’Europa, perché da sempre chi si pone come promotore di un interesse collettivo se ne ripropone un ruolo di leadership, che si spera anche adeguatamente compensato. Orbene, l’”interesse” dell’Italia e dell’ Europa è, da sempre, prima di tutto culturale e teologico:il ritorno alla  la “paideia” classica; all’”askesis” cristiana; all’Umanesimo italiano…: valori nella cui realizzazione noi eccelliamo. Sullo sfondo, si delinea un’alleanza fra le antiche civiltà “assiali”(mediterranea, indica, sinica….precolombiana?), sotto l’egida della “Nuova Via della Seta”. Un mondo tecnologico, ma dominato dalla cultura, graviterebbe innanzitutto su Roma, Firenze, Venezia, ma poi anche Atene, Parigi, Berlino, San Pietroburgo, Gerusalemme, Istanbul, e, infine, Hanzhou e Xi’an.

Nei fatti, quell’unione geopolitica e militare degli Europei, che non si era mai potuta realizzare con la forza, sarà fatta ben presto dalla cultura e dalla politica sotto l’urgenza dello stato di necessità, quando la crescente irrilevanza dell’Europa come continente ci avrà portati a un trend costantemente negativo nel PIL, alla perdita delle libertà collettiva e individuali, e sulla soglia della sparizione, sotto l’influenza della crisi economica e della disoccupazione digitale. Quando ci accorgeremo di essere oramai tutti taglieggiati, disoccupati, spiati e ricattati, e la guerriglia si sposterà dal Medio Oriente in Europa, allora capiremo che dobbiamo difenderci, e invocheremo finalmente un Esercito Europeo che lo faccia nel nome dell’Identità Europea. Speriamo che non sia troppo tardi.

  1. L’esercito europeo contro l’“Impero dei Robot”

Fabbrini, rispondendo a Galli della Loggia e tentando -finalmente- di spiegare che viviamo in una siffatta situazione pre-bellica, cita Colby e Mitchell di Foreign Affairs, che scrivono che ”con Trump gli USA hanno finalmente capito di essere entrati in una nuova epoca storica , quella della competizione tra le Grandi Potenze (nel loro caso, con la Cina in particolare). In questa epoca contano i rapporti di forza tra quelle potenze (che possono rendere necessari conflitti militari improvvisi oppure guerre prolungate), non già il rispetto di convenzioni multilaterali.”

Dobbiamo capirlo anche noi Europei.

Tra l’altro, poi, questo trend tende ad acuirsi ulteriormente, giacché il concentrarsi dei processi decisionali nell’ “Hair Trigger Alert”, nei social networks e nei programmi predittivi, nelle imprese digitali e nella cybersecurity, comporterà una continua riduzione a livello mondiale del numero dei centri direzionali, che tenderanno sempre più a unificarsi e a spersonalizzarsi, fino a che, con la guerra totale e con la migrazione verso lo Spazio, sopravviveranno solo più gli “agenti autonomi”(leggi automi), che tenderanno a sostituirsi, non solo all’ Uomo, ma perfino alla Natura. Questo è il programma da sempre ufficialmente sostenuto da Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google. E, come scrive sul suo blog  Logan Streondj , il numero di robot supererà quello degli umani in un lasso di tempo che va dai  24 ai  39 anni, il che implicherà un conflitto fra le due categorie di esseri.

Un ”umanesimo digitale”, quale  sostenuto, per esempio, da Nida-Ruemelin, potrebbe ovviare a questa tendenza, non già arrestarla. Occorrerebbe invece una pratica filosofica e pedagogica olistica, capace di forgiare un’Umanità “Enhanced”, atta a dominare con lo spirito le macchine intelligenti. Nell’ambito di questo dominio si dovranno ovviamente concepire nuove forme di partecipazione umana, compatibili, in una prima fase, con la situazione altamente conflittuale che si sta preparando, e, in una seconda, con la liberazione di enormi energie sociali non più disciplinate dalle esigenze della produzione e dalle Grandi Narrazioni ad essa collegate. In questo senso dovrebbe esplicarsi la pretesa (fino ad oggi abusiva) dell’Europa, di costituire “un punto di riferimento per il mondo intero”(che anima l’ideologia dell’ Unione Europea ed è stata citata dal Papa nei suoi discorsi a Strasburgo).

In questo contesto, poi, l’Italia, che (contrariamente alla Savoia e al Regno di Sardegna) non è mai stata particolarmente efficiente come “macchina da guerra” (pensiamo a Lissa, a Caporetto, alle campagne di Grecia o di Russia), in un gioco di giganti digitali sarebbe semplicemente spazzata via. Per questo essa ha bisogno, più di molti altri Stati, di uno scudo europeo. Tale non è, come dimostrato nel precedente post, quello americano, data la completa obsolescenza tecnica dell’art. 5 del Trattato Atlantico. Ci dovrebbe essere una qualche forma di ripartizione di compiti, a cui l’Italia potrebbe contribuire con le proprie competenze di politica culturale e di tecnologie spaziali e navali, mentre altri dovrebbero mettere quelle digitali, di intelligence, strategiche…

Fabbrini suggerisce a questo punto, molto opportunamente, che l’Italia avanzi “una proposta di politica estera e militare sovranazionale, distinta da quella nazionale, che va preservata e razionalizzata”. Proposta molto appropriata, tenendo conto che l’Italia (come la maggior parte degli Stati membri) non si occupa attualmente di intelligence internazionale, di armi nucleari e spaziali, di gestione del web, di missili ipersonici militari, di regolamentazione internazionale del web, di corpi di pronto intervento internazionale, di guerra elettronica ed economica, di diplomazia culturale, e che, quindi, tutti questi compiti nuovi, che sono i più urgenti, non richiederebbero, da parte sua, nessuna “cessione di sovranità”, bensì la creazione “ex nihilo” di una Nuova Sovranità Europea.

Tuttavia, questa proposta finirebbe per cadere nel dimenticatoio, in quanto inutile,  come tutte le altre che l’hanno preceduta se:

a)non fosse inserita nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa che sta per cominciare;

b)continuasse ad essere concepita come un succedaneo della CED, cioè come un raggruppamento di divisioni di fanteria europee sotto l’egida dell’esercito tecnologico americano, e finalizzato a puntellare qua e là la strategia di controllo del mondo da parte dell’ Apparato Informatico-Militare occidentale.

Per poter esistere, una vera Politica Estera e di Difesa dell’Europa dovrà costituire invece una forza nuova e originale del XXI° Secolo, e ciò non potrà avvenire se non al servizio dell’Umanesimo Digitale, non già a favore della diffusione universale dello “Sviluppo” tecnocratico. Si tratterebbe di un’inversione di rotta di 180° : le “minacce strategiche” ch’esso sarebbe chiamato a fronteggiare non sarebbero più, né quelle delle grandi potenze eurasiatiche, né quella del terrorismo internazionale, bensì quella della Società del Controllo Totale (il “Robottu Okoku”, l’ “Impero dei Robot” dei manga giapponesi, quello contro cui si scagliano da sempre i Supereroi delle fanzine):una società  che dovrà essere analizzata, regolamentata, controllata, smantellata e sostituita con un nuovo sistema mondiale di interfacciamento uomo-macchina, di cui l’Europa potrà mettersi a capo se disporrà anch’essa di un suo presentabile esercito tecnologico, da spendere al tavolo delle trattative internazionali. Tra l’altro, nessuna politica globale (a cominciare, come non si stanca di ripetere Rifkin, da quella ambientale) è possibile senza il completo dominio sulle tecnologie digitali, che l’ Europa dovrà procurarsi subito a qualunque costo.

Questa, del controllo internazionale sulle nuove tecnologie, non è certo una trattativa semplice (come hanno dimostrato ancora il Cop25), al punto che prima o poi sarà necessario un momento di discontinuità. Nessun imperativo eroico poterebbe essere condiviso più di questo da una generazione, come quella degli Anni ‘70 e ‘80, che è stata svezzata con i film di Mazinga.

“QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI INCOMINCIANO A GIOCARE” (CESARE ROMITI)

I commenti, da parte di quasi tutti gli osservatori, sulla strage di dignitari iraniani e iracheni, compiuta, per ordine di Trump, all’aeroporto di Baghdad, come del resto quelli sull’evoluzione della crisi libica e sull’ accordo USA-Cina sui dazi, sono stati in genere orientati a considerare che, da un lato, questi eventi confermano l’improrogabilità di una Politica Estera e di Difesa Comune dell’Europa, e dall’altro, è difficile immaginare come l’Europa stessa possa compiere in tempo utile questo, per altro indispensabile, salto di qualità.

Coloro  che lamentano l’”irrilevanza dell’ Europa” evidenziata da questi eventi dovrebbero ricordare che il problema è tutt’altro che nuovo, poiché una politica estera e di difesa dell’Europa, con tanto di esercito comune e di spartizione dell’Impero Ottomano,  era stata in discussione, fra le monarchie europee, praticamente da 1000 anni, dai tempi dei progetti di crociata di Pietro l’Eremita (concilio di Clermont), di Dubois (consigliere del Re di Francia), Podiebrad (re di Boemia) e Sully (ministro di Enrico IV di Francia), ma non si era mai potuta concretizzare per il semplice fatto che, quando sono in gioco la vita e la morte, nessuno obbedisce spontaneamente ad altri, e ci vuole quindi un comando unico – cosa che l’Europa,  a partire dalla dissoluzione dell’ Impero d’Occidente (se non dalla Tetrarchia), non è mai più riuscita a mettere in campo, se non in momenti ben delimitati, come ai tempi di Goffredo di Buglione, o di Sobieski e del Principe Eugenio. Di qui gravi sconfitte come la Battaglia di Varna e la Presa di Costantinopoli. Coloro che hanno preteso d’imporre con la forza un comando unico degli Europei si sono sempre infranti contro lo scoglio insormontabile della Russia, la quale, a sua volta, pur potendolo, come ai tempi di Alessandro I e di Stalin, non ha mai optato per un’aperta egemonia. Neppure l’esistenza di strutture apparentemente unitarie, come il Sacro Romano Impero e la Chiesa Cattolica, non mai potuto nascondere questo profondo frazionismo, superato, ma solo dal punto di vista concettuale, dal mito (tutt’ora vivo) della “Translatio Imperii”( Macedoni, Romani, Germani, Spagnoli, Francesi, Inglesi, Russi, Americani…).

Il fatto che i Ministeri della Pubblica Istruzione abbiano bandito dai programmi scolastici questi così importanti precedenti dimostra una buona dose di falsa coscienza.

  1. Urge una “rettifica dei nomi”

Oggi, nella pubblicistica corrente, si sta facendo, della ”governance” europea,  una questione di “democrazia” o meno, ma impropriamente, perché, in tempo di guerra,come siamo oggi, la distinzione fra democrazie e “autocrazie” tende automaticamente a svanire, perché ovunque vige lo “stato di eccezione”, vale a dire la militarizzazione della società, come andiamo qui di seguito a dimostrare. Dopo la caduta del Muro di Berlino, stiamo vivendo la “Guerra Mondiale a Pezzi”(per dirla con il Papa), o la “Guerra Senza Limiti” (per dirla con gli ufficiali cinesi), vale a dire una guerra di posizione fra grandi e medie potenze, con la corsa agli armamenti, l’infiltrazione ideologica, la guerra economica, le “fake news”, il dispieganento strategico di forze armate e armi, la censura, la propaganda di guerra, ecc… Questa è la ragione di fondo del successo delle cosiddette “democrazie illiberali”. L’America e l’Inghilterra ai tempi di Roosevelt, Truman e Churchill – che avevano certo poteri non meno dittatoriali di quelli di Trump, Putin o Erdogan, perché erano i capi supremi dell’esercito, così come lo sono Trump per l’Afghanistan e l’ Irak, Putin per l’Ossetia,  il Donbass e la Siria, Erdogan per il Kurdistan- erano “democrazie illiberali” ante litteram. Il capo del Governo deve avere pieni poteri, per colpire tempestivamente il nemico. Noi non sentiamo quest’esigenza perché intanto obbediamo al Comandante in Capo di un altro Stato, che, proprio perché più lontano meno visibile, non suscita tanta animosità quanta ne susciterebbe uno nostrano.

Oltre tutto, vi è una totale mancanza di precisione nell’uso di terminologie riprese di peso dal dibattito americano, violentando la classica semantica europea. Le “democrazie illiberali” inventate da Fareed Zakaria sono così diventate così sinonimo di “totalitarismo”, mentre invece erano destinate ad indicare una cosa molto diversa. Il “totalitarismo”, termine  coniato da Calamandrei e da Mussolini, stava a indicare l’ideale sansimoniano di una “nuova società organica” fondata sul progresso e l’”identità fra i governati e i governanti”, mentre il termine “democrazia illiberale” stava a  indicare per Zakaria quei sistemi politici (soprattutto asiatici, come  India, Pakistan, Singapore o Filippine), organizzati secondo i canoni formali della democrazia rappresentativa occidentale (la “democracy” all’americana), ma che non perseguono una politica sostanziale “liberal”, cioè di sinistra (cioè egualitaria). In Europa, invece, i classici partiti “liberali” (per esempio, il PLI, l’FPOE) erano elitari, e quindi agli antipodi dei “democratici” egualitari (p.es., il Partito Radicale). Mi ricordo ancora di un volantino del PLI, ai tempi di Filippo Burzio, che, tocquevillianamente, ammoniva i Torinesi contro i pericoli della democrazia. “Totalitario” per eccellenza era il sistema sovietico, che organizzava ogni cosa dall’interno del binomio Stato-Partito, mentre invece il termine “democrazia illiberale” è stato fatto proprio da Viktor Orbàn per designare una ben diversa politica nazional-religiosa e moderatamente autoritaria (quale per altro tradizionalmente già perseguivano i partiti liberali europei, fa cui anche l’originaria FIDESZ di Orban, tutt’altro che “totalitaria”-anzi, “liberàlis és radikàlis”-, e che si riallacciava semmai al “liberalismo aristocratico” di Déak e alla fase della Reggenza di Horthy). Al sistema totalitario sovietico (o anche nazista) assomiglia molto di più l’attuale Europa “liberal”, dove partiti e società civile tutti eguali e addomesticati dai GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple), quando non finanziati direttamente dall’ AT&T o da Soros, ripetono ossessivamente slogan orwelliani in totale antitesi con la realtà effettuale da essi stessi sostenuta se non provocata (“privacy”, “sovranità”, “cittadinanza attiva”, “empowerment”, “crescita”…).

Forse l’espressione “democrazia illiberale” si può applicare pienamente solo ai  “populisti” o “sovranisti” italiani, che sono semplicemente gli estremi cantori del mito della democrazia assoluta, dove “identità” significa, come scriveva Rousseau,  “identità fra governanti e governati”, e quindi egemonia dell’incultura generalizzata.

 

2.Onnipresenza del rischio bellico

Quanto sopra vale soprattutto in una situazione, come quella attuale, in cui si può provocare una guerra mondiale mentre si gioca in un campo da golf, oppure per l’errore di un’antiaerea, e quindi, come dimostrano i recenti casi iraniani, è pericoloso disseminare troppo il potere di sparare. E ciò soprattutto grazie all’informatica, che rende la guerra molto simile a un delicatissimo videogioco.

Orbene, se  è vero che, senza un comando unico, non si può fare altro che perdere su tutti i fronti, come l’ Europa sta continuando a perdere, da almeno trent’anni, questa guerra non dichiarata che l’avvolge, dal Donbass  alla Libia, è altrettanto vero che non si può confidare a un comando unico la conduzione della pace e della guerra se non si ha una straordinaria fiducia nel comandante (e/o dell’organizzazione che sta alle sue spalle, con la sua storia, la sua cultura e la sua umanità).

Se i “teorici del sospetto” hanno sostenuto che le “culture nazionali” sono state inventate per rendere tollerabile ai cittadini-soldati un’obbedienza suprema che giunge fino al sacrificio della vita, orbene, il “patriottismo europeo”, da tanti invocato, dovrebbe servire proprio a garantire quella fiducia nei confronti di un futuro comando europeo unitario (come quello ipotizzato a suo tempo per la CED). Eppure, sono 1000 anni che non ci si riesce. Non già perché, come si dice, gli Europei siano troppo diversi gli uni dagli altri per avere un patriottismo comune (anche negli altri Continenti i  vari popoli lo sono), bensì perchè sono sempre stati troppo divisi circa gli obiettivi ultimi della loro convivenza sociale, e, quindi, anche della loro difesa: chi, come i Gesuiti, voleva la monarchia universale del Papa; chi creare un “colonialismo” delle  varie monarchie europee; chi fare, dell’ America, il “santuario” del cattolicesimo, chi del puritanesimo; chi combattere a fianco della Germania, chi dell’ America, chi della Russia; chi voleva un’ Europa anarchica, chi monarchica; chi creare uno “Stato nazionale del lavoro”, chi restaurare la società tradizionale di marca agricola; chi instaurare una collaborazione fra industriali e lavoratori, chi una solidarietà  mondiale di classe…

Fortunatamente, il passaggio dalla cultura della modernità a quella della post-modernità permetterebbe di acquisire, superando quelle contraddizioni, un’inedita unità d’intenti intorno ai pochi, ma chiari, problemi dell’oggi.

 

3.Il Patriottismo Europeo nell’ Era delle Macchine Intelligenti

Nella situazione attuale, infatti, quelle antiche ambizioni degli Europei non hanno più ragion d’essere, perché, perduta la centralità dell’Europa, sono oramai divenute tutte parimenti irrealizzabili. Oggi, invece, il problema comune a tutti  è quello delle macchine intelligenti, che disumanizzano l’uomo, governano al posto suo, eliminano il lavoro, ecc…Se gli Europei (o almeno una parte di essi) non comprendono finalmente cosa stanno facendoci le macchine intelligenti, e non si mettono d’accordo su come gestirle, è impossibile ch’essi possano avere anche una qualche idea sensata su come trattare con gli Stati Uniti e con la Cina, dove  è localizzata  la maggior parte di queste macchine, e neanche  che ci si possa mettere d’accordo su che cosa fare delle “nostre” poche macchine (siano  queste le nostre reti, dove si sta installando il 5G, oppure i nostri aerei e missili, che vengono impiegati in modo letale in Niger e in Ciad, in Libano, in Irak e in Afganistan, oppure le testate nucleari americane installate sui nostri aerei).

Invece di dedicarsi a questo urgentissimo compito, si disquisisce all’ infinito se sia meglio la democrazia liberale o quella illiberale, l’internazionalismo o il sovranismo, e non ci si accorge che tutti questi sono oramai concetti vuoti, che coprono soltanto la facciata della dominazione mondiale del complesso informatico-militare, nelle sue varie articolazioni. Dominati dalle macchine intelligenti da cui dipendiamo per ogni nostro bisogno, e che controllano ogni nostra pulsione, non siamo più, né liberi, né indipendenti, né sicuri, né benestanti, né politicamente autonomi. Basti vedere la diffusione di opposti, ma quanto simili, conformismi, le ingerenze sfacciate delle grandi potenze, le crisi economiche ininterrotte, le aspettative decrescenti, l’evanescenza della dialettica democratica…

Non se ne possono neppure incolpare soltanto  i nostri politici, che viaggiano come delle trottole da una capitale all’ altra rimanendo, con ciò, assolutamente irrilevanti, mentre, nel frattempo, l’America ha creato il più colossale sistema integrato di controllo automatizzato del pianeta, di spionaggio capillare mondiale, pubblico e privato, e di armi di distruzione di massa, e mentre la Cina e la Russia hanno “clonato” su scala minore questa macchina infernale, applicandola nei rispettivi territori, con semplici correttivi corrispondenti alle diverse realtà. L’Europa è al confine della “mega-macchina” dominata dal sistema americano, ma di tanto in tanto vi fanno apparizione anche brandelli di quelli russo e cinese.

In effetti, è tutta la società europea che non riesce ad avere una visione di se stessa nella nuova società tecnologica. Eppure, solo una siffatta visione dell’Europa, non già un “patriottismo costituzionale” impossibile se non c’è una Costituzione Europea, potrebbe costituire la base della dedizione degli Europei all’ Europa, e quindi, tra l’altro, anche di una cultura europea di difesa e di un comando militare unico.

4.La “Guerra Mondiale a Pezzi”

Intanto, tutt’ intorno all’Europa, dalla Prussia Orientale alla Moldova, dalla Bosnia alla Libia, le potenze mondiali, grandi e piccole, conducono un’ininterrotta “guerra mondiale a pezzi ” per spartirsi i territori. In vista di che cosa? Forse di una guerra mondiale generalizzata, che, come si è visto ogni giorno a partire dalla Crisi di Cuba e dalla notte del 1983 del Tenente Colonnello Petrov, potrebbe partire in qualunque momento, scatenata, oggi più che mai, dalle “macchine intelligenti”, come avrebbe fatto, impazzito, il sistema sovietico “OKO”, se Petrov non lo avesse disattivato per tempo, come il computer HAL del film “Odissea nello spazio”.

Del resto, con la sequenza dell’uccisione di Soleimani, della risposta iraniana e dell’abbattimento dell’aereo ucraino, abbiamo sfiorato nuovamente lo scatenamento accidentale dello “hair trigger alert”. Il missile iraniano è partito perché l’ufficiale di guardia ha applicato alla lettera, al contrario di Petrov, il regolamento militare, che gl’imponeva di non fermare la risposta automatica del sistema a meno di ottenere un’autorizzazione telefonica dal superiore.

Credo si possa dire che l’Europa sia stata, e resti, impreparata a questa, assolutamente realistica, emergenza, fino dalla II guerra mondiale, quando, come chiarito inequivocabilmente da Stalin a Togliatti, Nenni e Djilas, le Grandi Potenze avevano tolto questa possibilità di decisione ai loro “satelliti”. Soprattutto perché non si confrontano mai, come invece si dovrebbe, le strutture militari degli Stati Europei (ma anche della NATO), con le prassi effettive della “guerra al tempo delle macchine intelligenti”).

 

 

5.Il mito dell’Articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico

Innanzitutto, si è ripetuto fino alla nausea che, tanto, alla difesa dell’Europa ci pensano gli Stati Uniti, sicché gli Europei risulterebbero comunque protetti, senza bisogno di compiere particolari sforzi. A mio avviso, quest’ affermazione non è mai stata vera, come finalmente il comportamento di Trump sta dimostrando platealmente, togliendo a tutti le loro residue illusioni (e/o pretesti).

Il primo compito di una vera Politica Estera e di Difesa Comune sarebbe quello di prendere atto di questa realtà e di escogitare una strategia rimediale.

Non c’è dunque, nell’ alleanza occidentale, nessun meccanismo, né tecnico, né giuridico, né di fatto, atto a tutelare gl’interessi europei (in primis, quello alla sopravvivenza fisica). Intanto, già Truman, con una brutalità pari a quella di Stalin, aveva chiarito, in una riunione dei leaders della neonata alleanza, tenuta deliberatamente segreta, che, nel caso di occupazione del territorio di un alleato da parte delle truppe sovietiche, l’alleato in questione sarebbe stato soggetto a un bombardamento atomico, da parte degli USA, uccidendo contemporaneamente le truppe occupanti e i civili del Paese occupato. Per esempio, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista di avere partecipato a un’esercitazione che simulava il bombardamento atomico del Friuli da parte delle truppe occidentali (con 600.000 morti).

In secondo luogo, l’applicazione dell’art. 5 non è automatica, essendo gli Stati Uniti liberi di applicarlo o non applicarlo secondo i propri interessi, come ha fatto molto chiaramente capire Trump, anche perché lo Stato membro un attacco potrebbe esserselo “meritato”, attaccando a sua volta uno Stato terzo (vedi guerra greco-turca, Kurdistan, uccisione di Soleimani).

Inoltre, nel caso di guerra atomica totale, non ci sarebbero  i tempi  materiali per concertare fra gli alleati, né un attacco, né una difesa (dato che tutto si risolve in mezz’ora), sicché chi deciderebbe sarebbe unicamente il complesso informatico-digitale americano, attraverso gli algoritmi segreti del loro “Hair Trigger Alert” (l’equivalente americano di “OKO”), che non permetterebbero neppure il coinvolgimento del Presidente (per non dire degli alleati).

Invece, in un caso di attacco limitato, le prime basi a essere colpite sarebbero ovviamente quelle europee (e italiane) dove sono stazionate le testate nucleari americane. Questi Paesi verrebbero così automaticamente distrutti per primi, prima che la NATO potesse reagire (anche perché il sistema della “doppia chiave” rende impossibile rispondere a un attacco a sorpresa). Gli unici che potrebbero rispondere con i loro modesti missili sarebbero i Francesi: ben magra soddisfazione, perché, finiti i primi 200 missili, anche la Francia rimarrebbe indifesa.

Per tutti questi motivi, Trump ostenta la più grande indifferenza, tanto per la NATO, quanto per gli alleati, quanto, soprattutto, per l’ art. 5, che, a questo punto, è come se non esistesse, e anche per questo stesso motivo nessuno ha mai veramente contestato le decisioni dell’America sulla pace e della guerra.

Poi, anche culturalmente e psicologicamente, gli Europei sono stati educati dal dopoguerra al pacifismo e alla mitezza, in modo da impedire alla radice il sorgere di politiche assertive, mentre gli Americani sono stati educati a un’aggressività da “uomini superiori”, come facevano la Hitlerjugend e i Balilla. Basti penare all’opera di una serie di psicologi e sociologi ingaggiati nel dopoguerra dall’ esercito americano, come in Giappone Ruth Benedict e negli USA, Eric Erickson, un ebreo danese naturalizzato americano con il nome dello scopritore vichingo dell’America,  chiamato  a educare  i soldati americani alla durezza.

Infine, qualunque politica estera e di difesa europea, anche la più innocua, sarebbe evidentemente sempre in concorrenza con gli Stati Uniti. E oggi, con il ritorno delle “politiche d’influenza”, basta un nonnulla (una dichiarazione, un tweet), per segnare una differenza. Di conseguenza, quale capo di Stato europeo ha mai preso veramente le distanze da una qualche posizione essenziale per gl’”interessi strategici” americani? La loro “fedeltà alla linea” è ben superiore a quelle che furono di Gomulka o Ceausescu all’ interno del blocco sovietico. D’altronde, avrebbero forse tutti il tempo di rispondere con una trentina di tweet a quelli notturni di Trump?

Come conseguenza di tutto quanto precede, manca totalmente in Europa una cultura geopolitica che non sia quella americana, e, soprattutto, una cultura militare propria, adeguata alla “Guerra nell’ Era delle Macchine Intelligenti” (de Landa).

 

 

6.Le “democrazie illiberali”: figlie naturali degli errori dell’ Occidente

Nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino, non era affatto detto che il mondo si sarebbe avviato, come poi è avvenuto, verso la “Guerra Mondiale a Pezzi” e le “Democrazie Illiberali”.

La “Guerra Mondiale a Pezzi” ha i suoi precedenti nella destabilizzazione da parte degli USA dell’Afghanistan e nella guerra irano-irakena. Fu avviata da Bush padre con la trappola tesa all’Irak, facendogli balenare l’idea che, come indennizzo per l’enorme sacrificio della guerra con l’Iran, combattuta per procura dell’Occidente, avrebbe potuto riprendersi il Kuwait, considerato come una sua provincia. Le guerre della Slovenia, della Croazia e della Bosnia furono provocate da Germania e Vaticano, ansiose di assorbire le repubbliche ex-jugoslave nella UE e nella NATO, mentre, quella del Kossovo, dagli Stati Uniti, che da un lato avevano incoraggiato il nazionalismo  serbo, e, dall’ altro, quello kossovaro. La guerra dell’Afghanistan era stata scatenata con il pretesto di chiedere la consegna di Bin Laden (che per altro fu trovato invece in Pakistan), e la seconda guerra del Golfo con quello di distruggere le armi chimiche di Saddam (che non furono mai trovate). Le guerre di Cecenia, Ossetia, Libia, di Siria e Donbass furono provocate dall’invasione di elementi stranieri: europei, sunniti, georgiani e americani.

C’è da stupirsi se in questi 29 anni, in tutti i Paesi dell’area siano emerse leadership di tipo militare, che ben poco spazio possono obiettivamente lasciare al dissenso interno, se vogliono condurre con efficacia le loro guerre di difesa contro le aggressioni e ingerenze straniere?

 

a)Turchia e Russia

Addirittura, alla caduta del Muro di Berlino, ambedue i Paesi aspiravano ad entrare, in un modo o nell’ altro, a fare parte dell’Europa, accettandone apparentemente perfino istituzioni e ideologia. Infatti, esse sono, rispettivamente, la prima e la terza nazione d’Europa.

Per ciò che concerne la Turchia, essa aveva già percorso addirittura gran parte della strada verso l’ammissione:

-Il 14 aprile 1987, aveva presentato la propria candidatura per entrare nella CEE;

-Il 1º gennaio 1996, era entrata in vigore l’unione doganale;

-Il 10-11 dicembre 1999, il Consiglio Europeo, riunito a Helsinki, aveva ed accettato la Turchia come paese candidato;

-Il 6 ottobre 2004, la Commissione aveva suggerito al Consiglio  di dare inizio ai negoziati per l’ingresso della Turchia;

-Il 29 ottobre 2004, i membri del Consiglio UE avevano firmato a Roma il Trattato che promulgava una Costituzione europea, il cui progetto era stato approvato il precedente 18 giugno; Erdoğan aveva firmato in rappresentanza della Turchia;

-Il 17 dicembre 2004, il consiglio UE aveva concordato d’ iniziare i negoziati per l’adesione della Turchia a partire dal 3 ottobre 2005;

-Il 3 ottobre 2005, con le riserve di Austria e Cipro, si era dato inizio ai negoziati di adesione, condizionati al riconoscimento da parte turca della repubblica cipriota, all’abbandono dell’occupazione militare della parte settentrionale dell’isola e alla continuazione nel processo di riforme nel campo del diritto e delle libertà civili;

-Il 2 febbraio 2013,il ministro francese  Fabius aveva annunciato che la Francia aveva rimosso il veto sul capitolo 22 “Politica regionale/Coordinamento degli strumenti strutturali” e ne aveva approvato l’apertura;

-Il 10 giugno 2015, il Parlamento europeo ammetteva lo stallo di buona parte dei negoziati, in una risoluzione sul «Progress Report 2014» della Commissione per l’Allargamento. Le trattative per l’ingresso nell’Unione europea si sono praticamente – anche se non formalmente – arenate (in undici anni sono stati aperti solo 16 capitoli negoziali su 33, mentre uno soltanto è stato chiuso.

Dopo questi 20 anni di sforzi, nell’ agosto 2016, unità dell’esercito turco, sobillate dal predicatore islamista Guelen, che vive negli Stati Uniti, e aiutati da aerei militari americani levatisi dalla base NATO di Incirlik, avevano tentano un colpo di Stato contro Erdogan, colpo di Stato che non è mai stato condannato dai politici europei, che invece hanno condannato Erdogan per la successiva repressione. In seguito a un’eroica difesa da parte del popolo di Istanbul, sceso in piazza contro i golpisti, il governo legittimo aveva ripreso il controllo ed avviato una dura repressione dei militari e di altri funzionari, mentre, con un referendum, la Turchia si trasformava, da repubblica parlamentare, in repubblica presidenziale.

Per parte sua, la Russia di Gorbaciov aveva attivamente provocato la caduta del muro di Berlino, sabotando i regimi comunisti ortodossi della Germania Est e della Romania, e dando il proprio consenso, contro il parere dei Francesi e degl’Inglesi, alla riunificazione tedesca. Gorbaciov, con la sua idea della “Casa Comune Europea”, apriva così un discorso sull’ingresso della Russia in Europa, che Jelcin e Putin avrebbero continuato. Jelcin aveva cercato di perorare la causa dell’adesione della Russia all’ Unione Europea, ma, nella sua visita a Strasburgo, gli era stato addirittura impedito di parlare al Parlamento Europeo.

Così Putin, che, all’ inizio del suo mandato, aveva esaltato l’Unione Europea e si era proposto quale successore di Kohl, dinanzi alle resistenze di Prodi,che non voleva permettere l’accesso della Russia alle istituzioni europee. In seguito all’attacco georgiano ai caschi blu in Ossezia e Abkhasia, alla presenza nella rivolta di Piazza Maidan, di diplomatici americani, alle sanzioni per la Crimea, la Russia ha gradualmente indurito le sue posizioni, prima verso l’ Occidente in generale, poi anche contro l’Unione Europea, facendosi continuatore di una critica culturale anticipata a suo tempo da Dostojevskij, Soloviov e Blok: l’Europa Occidentale si allontana dagli antichi valori europei, custoditi dall’ “arca Russa”, che un giorno interverrà in soccorso degli Europei stessi, travolti dalla Modernità.

Inoltre, la Russia ha creato la propria Unione Eurasiatica, speculare all’ Unione Europea, e ha intrapreso grandiosi scambi commerciali con la Cina, che la mettono al riparo dalle sanzioni occidentali.

 

 

 

b)Libia

Infine, la Libia, balcone dei popoli del deserto sul Mediterraneo, Paese petrolifero e patria del Colonnello Gheddafi, aveva appena appianato, nel 2011, gli strascichi del colonialismo, con clausole riguardanti finanza, commerci, controllo dell’immigrazione e soprattutto patto di non aggressione, quando una coalizione anglo-franco-americana appoggiata dall’ ONU aveva imposto all’ Italia di concedere, in violazione del patto, le proprie basi per bombardare la Libia, sostenendo i ribelli anti-Gheddafi e trucidando quest’ultimo. Oggi, dopo 9 anni, la guerra civile è ancora in corso fra l’esercito di Haftar, con base in Cirenaica e l’appoggio russo, e quello di Sarraj, con base a Tripoli e l’appoggio turco. Nel frattempo, la Libia in guerra è rimasta paradossalmente il luogo d’imbarco preferito dei clandestini diretti in Italia, e Tripoli, conquistata con grande retorica dagli Italiani nel 1911, è tornata oggi alla Turchia con lo sbarco del contingente turco. Con grande smacco di Italiani e Europei occidentali, che erano venuti 9 anni fa a portare a Tripoli con le bombe la libertà e la democrazia. La loro attuale rabbia dimostra non tanto e soltanto che Italiani (ed Europei) sono “invertebrati”, come ha scritto su “La Verità” Marcello Veneziani, bensì soprattutto che, lungi dall’essere animati, come affermano, da lodevoli sentimenti pacifisti, in realtà sarebbero ben lieti di tornare a svolgere l’originario ruolo colonialistico, ma sono impossibilitati a farlo  dalla totale trasformazione del mondo, e sono ridotti ad accusare Russia e Turchia (anche loro due ex potenze coloniali europee, le uniche che siano sopravvissute) di riuscire a fare quello che essi vorrebbero fare, ma hanno dimostrato di non saper fare.

Manifesto di propaganda che celebra la conquista di Tripoli da parte delle forze italiane

  1. Un’accademia digitale e un’accademia militare europea.

I cittadini debbono avere una qualche nozione degli argomenti su cui sono chiamati a votare, le Autorità debbono sapere molto bene di che cosa stanno discutendo, e, in particolare, le Autorità militari debbono avere uno straordinario senso etico, per assumersi responsabilità come quella assuntasi a suo tempo dal Tenente Colonnello Petrov, e non provocare disastri come ha fatto la contraerea di Teheran.

Queste consapevolezze oggi non esistono, almeno in Europa, dove non è chiaro a nessuno a che cosa servano, né la NATO, né le forze nazionali, e dove i vertici militari, cresciuti fra l’America e delle beghe politiche nazionali, non hanno, né una generale cultura storica, filosofica e scientifica, né una visione aggiornata delle poste in gioco nella guerra all’epoca delle macchine intelligenti. Non possiamo fare una politica estera e di difesa perché non abbiamo, né obiettivi, né criteri d’azione, precisi.

Per questo, in controtendenza rispetto al “mainstream”, ritengo sia assolutamente prioritaria l’immediata creazione di un centro unitario europeo di ricerca e di formazione, da un lato, sul mondo digitale, inteso come un ecosistema olistico, comprendente teologia e business, filosofia ed economia, strategia e società, politica e cultura, e, dall’ altro, sulle nuove esigenze della difesa, che comprendono non soltanto quella contro eserciti o organizzazioni ostili, ma anche quella di difesa contro agenti autonomi (big data, intelligenze artificiali, computer, automi, androidi, droni, nanomacchine), governati o meno da esseri umani.

Questo centro dovrebbe occuparsi della concezione della guerra nelle diverse tradizioni culturali, delle relazioni fra informatica ed economia mondiale, della filosofia del digitale, dell’importanza geopolitica della cultura, della cibernetica, dei grandi sistemi digitali, della neurobiologia, dell’ingegneria genetica…

Solo dopo una siffatta opera di formazione sui due fronti, i vertici degli Stati e dell’Unione saranno in grado di decidere sui grandi temi di oggi, come l’interfacciamento uomo-macchina, gli andamenti demografici mondiali, i conflitti fra le grandi potenze, l’esaurimento delle risorse del pianeta, le identità subcontinentali e il ruolo dei diversi ceti sociali di fronte alla società automatizzata. Solo così i vertici del costituendo Esercito Europeo sarebbero in grado di preparare l’Europa alla difesa contro gli attacchi del futuro. E solo così potremo avere un vertice europeo, comunque configurato, all’ altezza, non solo d’interfacciarsi senza complessi con Trump e Xi Jinping, con Putin, Erdogan e Khamenei, bensì anche con i guru dell’informatica che, attraverso le GAFA, stanno assumendo il reale controllo del mondo.

Ovviamente, saranno necessarie altre infinite riforme della governance dell’Europa, della sua economia, dei suoi eserciti, ma queste non saranno mai attuate se i vertici di tutte le istituzioni continueranno a ragionare secondo i paradigmi del XX, se non addirittura del XIX o del XVIII!

Il centro di studi sul digitale e l’accademia militare europea dovrebbero essere collegati con un’intelligence europea, che dovrebbe costituire la prima unità del futuro Esercito Europeo. Se, infatti, la Guerra al Tempo delle Macchine Intelligenti  coincide con l’arte della guerra cinese (Sunzu, Mozi), vale a dire quella basata sulla riflessione, gli stratagemmi e la programmazione, allora la parte più preziosa sarà l’Intelligence, intorno alla quale sarà possibile costituire uno Stato Maggiore, un Ente di ricerca per il Duale (come il DARPA), una sede di basi segrete per i Big Data, e unità di cyberguerra e di guerra spaziale, all’ altezza di quelli americani e cinesi. Solo allora si potrà pensare di mettere insieme anche le armi speciali, mentre le forze convenzionali, le milizie territoriali, le forze di sicurezza, potrebbero rimanere anche indefinitamente, nazionali (o regionali). Un discorso a parte meriterebbe la difesa nucleare, fonte d’indubbi problemi, ma che, nella guerra attuale, potrebbe essere perfino superata dai missili ipersonici e dai droni.

Tutto ciò presuppone però che gli Europei si facciano “reinstallare il cervello” che, come scrive Alexander Rahr, è stato loro asportato.

 

 

 

 

 

 

 

 

RINASCIMENTO EUROPEO E DESTRA

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L’associazione culturale “Rinascimento Europeo”  ha promosso molto opportunamente, per il 21 gennaioalle 18  , presso l’Hotel Golden Palace a Torino    (cfr. infra) un interessante dibattito sulle “anime della destra”. Premesso che non credo che i termini “destra” e “sinistra” siano di molto aiuto nell’affrontare i problemi del XXI secolo, dato che non esistono più i suoi refernti storici,- né lo Stato “nazionale”, né quello del Leviatano, né una vera “società civile” degna di essere conservata-, tuttavia, constato che, presa in senso “metastorico” e “metapolitico”, questa distinzione possa avere un senso permanente. Affermava ad esempio Mao Tze Tung che Destra e Sinistra esisteranno sempre, rivelando così il suo sostanziale Taoismo (lo Yin contro lo Yang), in contrasto con le idee, occidentale, di “Fine della Storia”,e confuciana, di “Datong”.

Nell’ affermare l’eternità dello Yang e dello Ying, Mao si qualificava dunque sostanzialmente come un conservatore,o addirittura come un “perennialista”, mettendo implicitamente in evidenza che il ruolo dei conservatori è quello di preservare le contraddizioni che vivificano la realtà (Máodùn=),contro coloro che le vorrebbero abolirle: in termini occidentali,  il “Katèchon” contro il chiliasmo (il messianesimo immanentistico tipico degli eretici, degl’integralisti e dei modernisti). Non per nulla, “maodun” dignifica “lancia-scudo”, come esemplificato da Hanfeizi  nell’aneddoto sulle lance invincibili che non possono attraversare scudi infrangibili. In questo senso, ha pienamente senso parlare di “destra” come “preservazione del mondo” contro i “fanatici dell’Apocalisse”.

 

  1. Il “Rinascimento Europeo” di Macron

Nella sua “lettera ai cittadini europei” alla vigilia delle elezioni, Emmanuel Macron aveva utilizzato l’espressione “Rinascimento Europeo”: ”Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma.È il momento del Rinascimento europeo.

Dal contesto della lettera, si capisce che “reinvenzione” significa ritrovamento di qualcosa che già c’era, cioè il “Rinascimento Europeo”. Ma già anche il “Rinascimento” era il ritrovamento di qualcosa di passato, vale a dire l’antichità classica, che, a sua volta, si presentava come un “Ritorno dell’Età dell’Oro” (pensiamo alla Teogonia di Esiodo: «un’aurea stirpe di uomini mortali», che «crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano»).

Quindi, una continua “Reformatio Imperii”, che, dalla più remota antichità, giunge al XXI Secolo. Non per nulla Macron viene dipinto con ambizioni napoleoniche.

Certo, siffatte citazioni storiche rischiano di rimanere puramente retoriche se non si incarnano nell’analisi puntuale dei fatti -quelli culturali confrontati seriamente con quelli antropologici e tecnologici-, e in una conseguente presa di posizione.

Coerentemente con quanto sopra, ho già esposto in passato il convincimento circa il  fatto che, visto nella luce della continuità con l’intera “Epoca Assiale”, una forma di conservatorismo “globale” e “umanistico”, contrapposto al Postumanesimo, abbia oggi una sua legittimità storica.

La Renovatio Imperii da parte degli Ottoni

2.Liberalismo e populismo

Qualche affinità ci sarebbe anche con il liberalismo inteso nel senso classico, “europeo”, di ideologia sviluppata dall’ aristocrazia per resistere all’ ascesa delle monarchie assolute, ideologia che è stata poi coniugata da Montesquieu come “monarchia limitata”, e da Tocqueville e Croce come “democrazia limitata”. Più difficile trovare punti di collegamento con il “liberalism” all’ americana, oggi prevalente, che altro non è se non la denominazione in inglese della “sinistra”, che perde di vista la questione urgente della la difesa della libertà contro il Complesso Informatico Militare, per dirottare invece l’attenzione su problemi reali, come i nuovi diritti e il clima, che però non richiedono quell’impegno totale che invece s’impone contro la “Singularity”.

In questa sua funzione di “arma di distrazione di massa”, il “liberalism” costituisce un alleato obiettivo delle Macchine Intelligenti nella loro lotta per l’egemonia sul mondo.

Ancor più difficile trovare collegamenti fra conservatorisno e  “Populismo”. Certamente, nella misura in cui il ribellismo medievale rivendicava, da un lato, il Cristianesimo delle origini, e, dall’ altro, le radici germaniche e slave dei popoli mitteleuropei, esso aveva anche un significato lato sensu conservatore, ma, a mano a mano che esso si è sposato con il chiliasmo delle eresie, e, poi, con il mito russoviano dell’identità fra governanti e governati, è divenuto obiettivamente un elemento di disordine, che ha poi preparato gli eccessi delle rivoluzioni e l’imbarbarimento della cultura. Oggi, il modo demenziale in cui predica un “Sovranismo” per ciascuno dei 26 staterelli europei, prostrandosi nel contempo apertamente a Trump e alle lobby americane, gli toglie gran parte della credibilità, rivelandolo come uno strumento del “divide et impera” americano.

Pertanto, il recupero, da parte di un conservatorismo rettamente inteso, dei valori metastorici di libertà e di sovranità, sarebbe possibile solo se portato sul piano appropriato: quello filosofico, o addirittura teologico.La Paideia

2.Il superamento della Società della Macchine Intelligenti con un Umanesimo Digitale europeo.

In sintesi: l’intera storia della cultura europea ci aveva portato, dalla nascita della “techne” fino alla “Singularity”, a postulare la realizzazione terrena delle promesse delle religioni. L’”eterogenesi dei fini” ci ha poi spinti  a rinchiuderci, in questo esercizio, nella weberiana “gabbia d’acciaio”, che soffoca la nostra umanità; la “trasfusione senza spargimento di sangue” delle nostre identità nel “Sistema Informatico-militare” ha innescato un processo (la “Singularity”) destinato a scatenare, in un primo momento, la superiorità delle macchine sull’ uomo, e, in un secondo, la cancellazione in un software indistinto dell’ intero mondo delle macchine intelligenti. Ne consegue che l’unica politica attiva che si possa oggi condurre è quella di difesa dell’umano contro il sopravvento della Singularity. Infatti, i fautori della Singularity coincidono con quelli del superamento della politica nella “post-histoire” tecnocratica, e sono, in realtà, dei figuranti della politica, che eseguono semplicemente gli ordini del complesso informatico-militare.

I politici veri di oggi non hanno altra scelta che quella di competere fra di loro nel determinare la strategia migliore per il contenimento delle Macchine Intelligenti. In questo consiste oggi la vera “Missione delle Nazioni”. Coerentemente con le loro specifiche “ identità”, le varie aree del mondo stanno affrontando questo problema, ciascuno a modo suo: l’ America, con i whistleblowers e i think tanks, la Cina creandosi un proprio ecosistema digitale nazionale, la Russia e l’ India aprendosi la possibilità di staccarsi dal world wide web in un caso di conflitto.

L’Europa, in questo come in tutti gli altri campi, ha costruito un enorme marchingegno giuridico, grazie al quale essa tenta di dimostrare di essere all’ avanguardia (“un punto di riferimento per il mondo intero”, come aveva detto il Papa a Strasburgo), ma, in realtà, non aggredendo mai con la dovuta energia le radici stesse del male (insegnando l’etica alle macchine anziché potenziare l’educazione degli umani; acquistando tecnologia in America anziché costruire la propria; applicando l’”antitrust” a effetti marginali, non già alla totale monopolizzazione del mercato; conciliando piccole sanzioni invece di esigere l’intera tassa evasa; approvando una pazzesca legislazione sulla “privacy” ma accettando che tutti i nostri dati siano immagazzinati in America e controllati dai servizi segreti americani…)

Il compito di un movimento veramente conservatore sarebbe quello di affrontare di petto la questione della conservazione dell’umano, almeno con i seguenti provvedimenti:

-un’accademia europea del digitale, che coniughi la formazione di una classe dirigente umanistica con lo studio e il controllo dell’Intelligenza Artificiale;

-un’Intelligence europea, che supporti il vertice europeo nella riforma tecnologica dell’ Europa;

un esercito europeo altamente tecnicizzato;

-un’Agenzia Europea del Digitale, che presieda alla R&S, alla programmazione, al finanziamento e alla realizzazione di un’industria digitale europea, e partecipi alle attività internazionali per la regolamentazione del digitale.

Queste rivendicazioni, che paiono marginali nel vasto panorama delle scelte politiche dei legislatori, in realtà potrebbero, e anzi dovrebbero, divenire il filo conduttore delle politiche costituzionali, sulla scuola, sui diritti civili, sulla ricerca scientifica, sul lavoro, sulla difesa, sull’economia, sulla finanza, sulla politica estera e di difesa…

Una “cultura di destra” che volesse essere tale e condizionare la politica – non importa se di destra, di sinistra o di centro-, non potrebbe ignorare l’esistenza di questa problematica che, a rigor di logica, le appartiene.

Un’associazione culturale che si denomina “Rinascimento europeo” non può ignorare, né la Lettera di Macron, né questa missione dell’Europa, che sembrerebbe avere in sé un appello specifico per ciò che resta della destra storica.

 

Allegato:

 

 

2020: CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Ursula von der Leyen

La Conferenza sul Futuro dell’Europa è una consultazione lanciata dalla nuova Commissione per raccogliere le idee degli Europei in vista dei gravi problemi irrisolti della Unione Europea.

Un’ iniziativa simile (la “Convenzione sull’ avvenire dell’ Europa”) era stata varata nel 2001 per preparare la prevista Costituzione Europea, approvata dai parlamenti, ma bocciata dagli elettori francesi e olandesi nel 2005, e, da allora, abbandonata. Essa era stata l’ultima di una serie di “conferenze sul futuro dell’ Europa”, a partire dal Concilio di Basilea- Ferrara-Firenze-, del 1431-1439, per passare alle Conferenze di Osnabrueck e Muenster, al Congresso di Vienna, ai congressi federalistici di Montreux e di Amsterdam…

La Conferenza lanciata ora è più vaga Convenzione che l’ha preceduta, in quanto non pretende di pervenire a una Costituzione, ma, anzi, vorrebbe giungere a realizzare molte iniziative senza neppure modificare, se possibile, i Trattati. Cosa a mio parere per altro tecnicamente possibile, anche se forse non auspicabile. Tuttavia, il  vero problema non è giuridico, bensì politico: qualunque sia la soluzione tecnica prescelta, se non si vuole che l’economia europea venga distrutta, che gli Europei si estinguano senza eredi e le Grandi Potenze facciano dell’ Europa il loro campo di battaglia come hanno fatto in Medio Oriente, la cultura, la società e la geopolitica dell’ Europa debbono cambiare rapidamente, lasciando spazio a una classe dirigente al contempo molto più europeista e molto più sovranista, capace di adottare politiche rigorose, e non demagogiche, in materia tecnologica, economica e di difesa.

Concordo con il giudizio negativo del Movimento Europeo circa  il “Non Paper” dei Governi francese e tedesco, che, come implica la sua stessa paradossale denominazione, non è sufficiente per impostare la Conferenza, anche perché quest’ultima, pur essendo più che mai necessaria, arriva appena in tempo, se non fuori del tempo massimo, in relazione alla tumultuosa evoluzione storica in corso (l’”Accelerazione della Storia”), dalla quale l’Europa è tagliata fuori, caratterizzata:

1)dall’affermarsi dell’Intelligenza Artificiale (-“AI”-, intesa in senso lato, dai Big Data ai robot, al web, alla società del controllo totale, al G5 e G6, ai computer quantici, all’ Industria 4.0 e 5.0, e alla cyberguerra). L’AI ha già svuotato di sostanza le istituzioni sociali classiche, dalle religioni agli Stati, dalla cultura agli eserciti, nel contesto delle quali era stata concepita l’integrazione europea, e informa di sé sempre più comportamenti, tanto pubblici quanto privati. Particolarmente svantaggiata risulta esserne l’Europa, la quale, non controllando, né i big data, né operatori rilevanti sul web, né una difesa digitale, si è vista esclusa dai principali flussi di conoscenza, di potere e di reddito della nuova era, compromettendo così la sua cultura, la sua libertà la sua economia;

2)dalla concorrenza fra, da un lato, il complesso informatico-militare occidentale, e, dall’ altro, quelli delle grandi potenze eurasiatiche (vedi casi ZTE, Huawei, Siria, Libia);

3)dalla transizione in corso negli Stati Uniti, dal neo-liberalismo internazionalista al protezionismo;

4)dalla conseguente stagnazione, in corso in particolare in Italia e in Germania.

  • Per questo, fra le priorità, porrei al primo posto “le implicazioni umane ed etiche dell’Intelligenza Artificiale” e “il ruolo dell’Unione Europea nel mondo globalizzato, vale a dire una vera politica estera e di difesa comune”, le quali influenzano pesantemente la comprensione di tutti gli altri temi.

Tenendo conto che gli effetti della Conferenza potranno incominciare a farsi sentire solo a partire dal 2022, buona parte degli eventi decisivi sui diversi fronti di cui sopra potrebbero già perfino essersi nel frattempo verificati, senza la possibilità di qualsivoglia reazione da parte dell’Europa, ridotta a soggetto passivo della storia. In ogni caso, la successiva legislatura 2024-2029 costituirà, come affermato nel primo hearing dalla commissaria Šuica,”l’ultima occasione per la politica”, vale a dire il termine ultimo per darsi finalmente un sistema culturale comune, un ecosistema digitale autonomo, una classe dirigente coerente, un esercito europeo e un compiuto diritto costituzionale (l’”Unione sempre più Stretta”), prima che, nel corso dei prossimi decenni, sopraggiungano crisi di portata inimmaginabile (il “Rischio Esistenziale”: per esempio, la III Guerra Mondiale, una catastrofe ecologica, il sopravvento delle Macchine Intelligenti ), tali da frustrare ogni progetto europeo (“Finis Europae”).

La Costituzione del 2005 fu bocciata dal referendum francese

1.La Conferenza come strumento di lotta

Occorre innanzitutto approfittare dell’eccezionale occasione offerta, all’europeismo, dall’ipotesi di rendere permanente la Conferenza, la quale diverrebbe così l’anello di congiunzione fra le Istituzioni e il mondo politico e sociale: un ruolo essenziale per formare la classe dirigente europea dei prossimi anni, capace di far compiere al nostro Continente quel “passo in avanti” verso l’“Unione sempre più stretta”, che è ormai improrogabile. Come affermato sempre dalla Commissaria Šuica, il dialogo con i cittadini dovrà essere veramente inclusivo, comprendendo tutti i segmenti della cittadinanza europea e della società civile, anche e soprattutto le voci anticonformistiche e dissenzienti, e (aggiungiamo noi) anche gli Europei che vivono fuori dell’Unione (come gl’Inglesi e i cittadini dell’ Europa Orientale), perché,  se “il futuro dell’ Europa” fosse costruito solo sulla base di una minoranza della società (dal punto di vista numerico, ma anche ideologico, etnico o geografico), esso resterebbe debole e indifendibile.

Occorre in secondo luogo, come indicato da Ulrike Guérot, evitare una “democrazia simulata”, e, quindi:

-permettere l’accesso al dibattito a tutte le voci rilevanti, comprese quelle fino ad ora escluse;

-tentare di giungere a conclusioni veramente impegnative per le Autorità e per il popolo europeo;

-ammettere anche interventi in forma autonoma e strutturata.

Le conferenze di Osnabrueck e di Muenster prepararono la Pace di Westfalia

2.Interconnessione fra le diverse tematiche della Conferenza

L’organizzazione della Conferenza dovrebbe provvedere a che i temi indicati vadano affrontati con un approccio sistematico e poliedrico, inquadrandoli in modo interdisciplinare e interculturale nel mondo digitalizzato, ma profondamente territorializzato (“geortet”), del XXI secolo. In particolare:

-La preminenza imprenditoriale dell’Europa in campo ambientale, che Ursula von der Leyen ha collocato, ambiziosamente, al primo posto, implica il gravoso compito d’inventarci un ecosistema digitale/culturale autonomo, perché, per gestire il “Green New Deal” (vale a dire l’ottimizzazione di tutti i dispositivi meccanici collocati  sullo sterminato territorio europeo) è indispensabile l’”Internet delle Cose”, che, a sua volta, presuppone il controllo sui Big Data e sulle tecnologie di comunicazione 5G e 6G (oltre che, presumibilmente, anche sulla computazione quantica);

-Anche il ruolo dell’ Europa nel mondo quale potenza continentale  costituisce un semplice  risvolto fisico della necessaria sovranità tecnologica, che richiederebbe molto campioni europei (sul modello dell’ Arianespace e dell’ Airbus) in tutti i settori strategici, e l’”enhancement” dei cittadini-soldati, così come la realizzazione del pilastro sociale non può prescindere dall’inserimento del modello sociale europeo in un sistema di “upskilling” generalizzato delle nostre società, che rivaluti la partecipazione di lavoratori e imprenditori, che, in un’economia integralmente automatizzata, diverranno tutti degli “operatori digitali”;

-L’eccellenza europea in campo ambientale e sociale presuppone anche una nuova forma di educazione dei cittadini e un rapporto attivo con l’AI (l’”ecologia della mente”), fondato sulla cultura, da rivalutarsi all’ interno delle Istituzioni europee,  che salvaguardi la preminenza dell’Umano, la “European Way of Life” e  la  concreta coercibilità, da parte delle Autorità europee, dei tradizionali diritti civili e sociali, da completarsi con i nuovi diritti digitali (cfr. casi Assange e Schrems), in modo che l’ Europa possa veramente tornare a essere, come richiesto dal Papa, un non retorico “punto di riferimento per il mondo intero”.

L’organizzazione del mondo in grandi organismi continentali (gli “Stati-civiltà”) all’ interno delle organizzazioni internazionali, costituisce lo scenario inaggirabile della costituzionalizzazione della “multilevel governance” europea, fondata su una realizzazione coordinata delle identità europea, macroregionali, nazionali, euro-regionali, locali e cittadine, sulla base della cultura, dell’amore per la libertà, dei diritti civili e sociali, del legame con i territori, come ai punti precedenti. In particolare, si debbono porre in grado le figure apicali europee di mettere effettivamente in essere le politiche di cui sopra, grazie soprattutto a uno status non deteriore rispetto ai loro omologhi delle Grandi Potenze.

La Commissaria Dubravka Suica, responsabile della Conferenza

  1. La Conferenza quale “road map” dell’integrazione europea

 

In considerazione dell’incalzare degli eventi esogeni di cui sopra (“Singularity”, Europa campo di battaglia fra Superpotenze), la Conferenza dovrà stabilire una tempistica strettissima per le necessarie azioni, sia di carattere ordinario (politiche delle Istituzioni), sia di carattere straordinario (attività costituenti, da parte della società civile, della cultura, degli Stati membri e delle Istituzioni), mobilitando tutte le energie disponibili.

 

Fintantoché non sarà stata concordata e approvata una Costituzione Europea in senso formale, non sarà logicamente possibile far leva su un “patriottismo costituzionale” europeo. Sotto una costituzione puramente “materiale”, come quella sottostante a un sistema di trattati, l’europeismo dei cittadini e della società civile si regge su altri aspetti delle identità collettive del nostro Continente: di carattere psicologico (p.es.: Freud, Jung), culturale (p.es.: Weil, Chabod) e religioso (p.es.: Novalis, Dawson), da cui non potrà comunque prescindere neppure l’auspicabile costituzione formale.