QUEL BISOGNO DI LIBERTA’ A cinquant’anni dalla morte di Jan Palach

 

    Jan Palach

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà “

                                                                                                                      Jan Palach

Saluto con gioia il fatto che, in questa situazione di crescente pericolo, anche la cultura “mainstream”  e i media  stiano finalmente riscoprendo le questioni che veramente contano. Intanto, la domanda sull’ essenza della sovranità. Che va ben al di là della sovranità stessa, e, anzi, è la chiave interpretativa che ci permette di comprendere la sostanza del presente attraverso i parametri dell’assertività, dell’ideologia, della storia, della religione, della libertà.

E’ per la sovranità che gli Europei hanno combattuto a Berlino, Poznan, Budapest, Praga, Danzica, Vilnius…

Proprio dalla polemica martellante che l’”establishment” sta conducendo contro un diffuso, ma indefinibile, “sovranismo”, si capisce sempre più che, per essa, il nemico da battere è, non già “la sovranità”, bensì una cosa ben più ampia e profonda, “l’assertività” (quella che Heidegger chiamava “Selbstbehauptung”, Nietzsche “volontà di potenza” e, Bergson, “élan vital”). E’ questo il bersaglio nascosto che s’ intravvede fra le righe nei discorsi delle autorità e degli articoli degli opinionisti. Salvini, Orban e Kacynski sono soltanto un pretesto. Non si tratta, infatti, di un’avversione politica, bensì antropologica e teologica: quella fra coloro che, con Leibniz e Nietzsche,  pensano “che sia meglio esista qualcosa piuttosto che niente”, e coloro i quali, con Buddha e Schopenhauer, aspirano alla “decreazione” del mondo, alla finale entropia. Il nostro “establishment” rinunziatario e nichilista sta dalla parte di questi ultimi. Chi vuole che il mondo continui deve volere anche l’affermazione di se stesso, dei suoi prossimi, della sua discendenza, del suo popolo (il “gene egoista”, la “discendenza grande come i granelli del mare”). Solo chi non vuole che il mondo continui pensa che tutti gli uomini si equivalgano, e che per questo non valga la pena di avere eredi (al massimo eredi “virtuali” e anonimi come i robot e i software). Non per nulla, preveggentemente, Edgar Morin aveva scritto addirittura un “Plaidoyer pour l’Europe décadente”.

In altre parole, gli “identitari” esaltano la personalità, la differenza, i ceti sociali, le identità collettive, il genius loci, mentre i nichilisti amano la fluidità, le mode, l’egualitarismo, una mobilità fine a se stessa, la “Singularity”. La metafora più calzante di questa società autodistruttrice è contenuta nella tragedia “R.U.R.” del Ceco Karel Čapek (1923), in cui gli uomini, da quando esistono i robot (rectius, gli androidi) non si riproducono più: gli androidi sono gli uomini del futuro. Guarda caso, è proprio quanto sta succedendo ora in Europa, con il crollo del tasso di fecondità (e della stessa produzione di spermatozoi).

Non vi sarebbe alcun motivo per cui l’Europa debba identificarsi così con il  “cupio dissolvi” di Čapek, o addirittura divenirne la quintessenza. Invece, purtroppo, dalla decomposizione delle ideologie novecentesche è nata, all’inizio di questo secolo, una setta fanatica, che, proprio nel nome del “cupio dissolvi”, monopolizza tutte le posizioni di potere, rendendo l’Europa debole, noiosa e opprimente.Accusano tutti gli altri di essere dei fondamentalisti, ma i veri fondamentalisti sono loro. La retorica dell’Europa come antidoto all’ elemento “hard” della Storia (volgarmente detta “Pace Perpetua”), adottata da questa setta, è significativa della sua radice chiliastica, che l’apparenta addirittura, alle religioni di rinunzia (come il Jainismo, il Buddhismo Hinayana e il Catarismo), e, dall’ altro, alle escatologie immanentistiche (come il manicheismo, la “Filosofia della Causa Comune” russa e il trotzkismo).

La pretesa origine kantiana di questa retorica è un’ennesima “fake news”: Kant stesso soleva affermare che il marchio  “zur ewigen Friede” l’aveva letto sull’insegna di una locanda dove figurava l’immagine stilizzata di un cimitero.

D’altro lato, l’altro pilastro di questa retorica, i pretesi 70 anni di pace in Europa (per altro interrotti da continue guerre imperialistiche  nelle periferie europee, rivolte, repressioni, invasioni, attentati,guerriglia, terrorismo..) sono stati dovuti non già all’ Unione Europea (che, non avendo alcun compito militare, non può influenzare né la pace, né la guerra), bensì dalla fitta rete di basi militari americane e russe, dall’ equilibrio del terrore e soprattutto dall’ eccezionale prestazione del tenente colonnello  sovietico Stanislav Petrov, che, nel 1983, bloccò il procedimento automatico di risposta nuclearea un presunto attacco missilistico americano erroneamente rilevato dai computer. Popov fece per la pace molto più di 70 anni di Unione Europea, semplicemente impedendo, a suo rischio e pericolo, e mettendo in pericolo la stessa Unione Sovietica, la IIIa Guerra mondiale.

Perché non ci viene detta questa  verità? Perché quella Weltanschauung autolesionistica è paradossalmente funzionale al mantenimento all’attuale equilibrio geopolitico, che vede gli Europei eternamente subordinati all’ America. Infatti essa sostiene che, per dirla con Ezio Mauro,  i “fenomeni che ci sovrastano” sono “incontrollabili” , mentre, come vedremo, le crisi dell’ economia mondiale sono provocate  deliberatamente dall’ America, con sanzioni e dazi (come previsto fin dall’ inizio dal programma su cui Trump è stato eletto).Al contrario, cent’ anni fa, l’ Europa era, come scriveva Nietzsche “signora del mondo”, e poteva benissimo “controllare i fenomeni”, e, in particolare, i grandi flussi di ricchezza nel mondo, così come oggi fanno Trump e Xi Jinping. L’economia mondiale è così com’è non già perché lo impongano delle leggi bronzee del libero mercato, ma perché così vuole che sia chi ha il potere di manipolare tale mercato, attraverso l’ideologia, lo spionaggio e le leve amministrative. Un’ “Europe Puissance” (Giscard d’ Estaing) potrebbe anch’ essa influenzarla pesantemente, attraverso quella che, non a caso, Helmut Schmidt chiamava “Selbstbehauptung Europas”, vale a dire una diversa politica economica internazionale sotto l’influenza di uno Stato pan-europeo.

1953: guerriglia di strada davanti al Reichstag

1.Elite o setta?

Che l’establishment sia finalmente costretto a riconoscere il proprio carattere autodistruttivo è dimostrato dal magistrale articolo di Ezio Mauro su La Repubblica del 12 Gennaio (“Così l’ Uomo nuovo abbatte il sapere delle élite decadute”). Dove si incomincia finalmente a porre in questione la stessa qualifica di “élite” per le classi dirigenti, che originariamente, era positiva, e che oggi invece è ”nell’ inferno delle parole dannate”. Il punto è che questa pretesa “élite” non è decaduta: è sempre stata decadente.

Mauro usa questa terminologia in un senso molto diverso dal mio, sulla base di una diversa scelta valoriale. Per Mauro, “élite” sarebbe, paretianamente, una qualsiasi classe dirigente, mentre, per me, è tale solo una classe dirigente fornita di qualità positive. Per lui, poi, l’“aristocrazia” sarebbe una classe dirigente pietrificata e inutile, mentre, invece, secondo la definizione classica, era addirittura il governo dei migliori; infine, per lui, l’”establishment” sarebbe una classe dirigente conscia della sua missione, mentre invece, per me, è una classe dirigente la cui posizione è, come dice Mauro, “nuda, giustificata solo da se stessa”.

Quello che manca è proprio una vera aristocrazia, vale a dire una classe dirigente dotata di una superiore leadership etica, culturale e pragmatica, capace di strutturare il popolo europeo, così come i kalokagathoi greci, il ceto senatorio romano, i ceti feudali medievali o la vera borghesia otto-novecentesca di Goethe, di Mann, di Croce…..o  il Partito Comunista Cinese…

Il funzionamento del presente “establishment” è proprio quello di cui parla Mauro,”l’esercizio di un monopolio sull’ interpretazione del reale, sulla rappresentazione del contemporaneo.  “. Esso “diffonde modelli di società, piega alla sua lettura la storia e la interpreta, detta le mode, fissa le consuetudini , costruisce un paesaggio indicando i libri, i film, la musica,…” Insomma, il compito che, nei sistemi totalitari, è svolto dal partito unico. Il fatto che in Occidente non vi siano un Primo Segretario o un Duce non migliora, bensì peggiora, la situazione, perché toglie ai dominati perfino la possibilità di concentrare la critica e la lotta su un personaggio particolarmente rappresentativo, mentre la colpa delle decisioni resta diffusa e indefinita. E, nello svolgere questo compito, il nostro establishment segue comunque una sua linea settaria, che violenta l’intera storia culturale per farla combaciare con le proprie scelte, eccentriche rispetto alla cultura europea: Il decadentismo dei Sannyasin indiani contro la salute delle grandi civiltà antiche, come scriveva Nietzsche ne “La genealogia della morale”; le eresie contro San Paolo, Sant’Agostino e San Tommaso; l’Occidente tecnocratico moderno contro le grandi civiltà di tutto il mondo.

La cultura settaria minimizza le inesauribili fonti di sapienza delle società pre-alfabetiche, a cui dobbiamo la quasi totalità della nostra civiltà (Eisenstadt), a cominciare dalle lingue, la cui originaria sofisticazione, confrontata alla loro attuale povertà, non può denotare se non una perdita di qualità umane (Brague, Bettini, Gardini, Marcolongo). Si descrive la storia universale come se fosse la storia del solo Occidente, ignorando gli sviluppi paralleli ma indipendenti realizzati soprattutto in Asia e Nordafrica (Goody). Si nasconde il fatto che la stessa periodizzazione attuale della storia (antica, medievale, moderna), lungi dal descrivere un fatto obiettivo, è semplicemente il riflesso delle profezie di Cristoforo Colombo, che a sua volta si rifà all’apocalittico Gioacchino da Fiore; si soffocano le infinite voci autorevolissime levatesi nella Storia contro le vulgate razionalistiche e progressive: da Socrate a Confucio; da Senofonte a Tertulliano; da Pascal a Rousseau; da Leopardi a Foscolo; da Nietzsche a Heisenberg; da de Finetti a Simone Weil…

L’inganno principale è costituito dalla volgarizzazione del progetto baconiano del paradiso in terra (l’isola di Bensalem) da raggiungersi tramite la tecnica, un paradiso che l’inveramento sta trasformando in un inferno, di alienazione, di insensatezza, di conformismo, ma, soprattutto, di crisi e di decadenza. Soprattutto nel Secondo Dopoguerra, l’establishment aveva promesso agli Europei un paradiso di benessere, di pace e di libertà, che si è trasformato in un abisso di depauperamento, di disordine e di egemonia culturale. Questo problema non è certo limitato all’ Italia, ma si estende all’ intero “Occidente”. Anzi, esso rappresenta la natura stessa dell’Occidente (dove Bacone aveva collocato la sua isola). Finché ci considereremo parte di quest’ “Occidente”settario, non potremo far altro che subire la dittatura di quella setta. La quale è oggi paradossalmente la prima a lamentarsi, perché, non appena sono stati scalfiti i suoi privilegi, si accorge improvvisamente dell’ insostenibilità della società ch’essa stessa ha creato e ancora sostiene.

Non per nulla gli Egiziani consideravano l’Occidente (Imunet) la dimora dei morti, e quest’idea riviveva nella famosa lettera dell’imperatore giapponese a quello cinese (Sol Levante contro Sole Calante), come pure nell’idea hegeliana, e poi spengleriana, dell’Occidente come Tramonto: gli “Occidentali” sono, oggi come allora, i morti viventi, gli zombie, come i potenti italiani ,che secondo Pasolini, citato da Mauro,” agiscono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari, in quanto potenti essi sono già morti e il loro vivere è un sussultare burattinesco”.

Per tutto questo, come scrive Mauro, “la garanzia viene dal non sapere, dal non essere conformi al linguaggio degli esperti”. Questo, secondo mentalità dei populisti, ma però potrebbe aprire la strada a un’altra, più autentica, sapienza, dischiudendo i giacimenti incolti della conoscenza, celati nelle civiltà antiche e “orientali”, nelle culture demonizzate, come quelle dell’ Europa Orientale,  dei Gesuiti, dell’Illuminismo non “radicale”, nel decadentismo, nell’esperienza concreta dei mondi del lavoro e del management, nelle dottrine giuridiche ed economiche sacrificate, come la concezione istituzionale del diritto, il keynesismo militare….

ll generale Maleter, comandante supremo       dell’                         Esercito Ungherese, fucilato per l’insurrezione di Budapest

2.Sovranismo e “angelismo”

La pubblicistica “mainstream” designa dunque, con il termine “sovranismo”, cose fra loro diversissime: la riaffermazione, fatta da Trump, dell’egemonia americana sul mondo, e la sua negazione da parte di Putin; il rifiuto, da parte di Orban, dell’università ungherese di Soros, e la pretesa di Bannon d’imporre la propria “Accademia” agl’ Italiani, ecc…Cos’hanno in comune tutte queste cose? Appunto, una pretesa (seppur vaga) di”auto-affermazione”, l’atteggiamento, che un tempo era normale da parte di tutti, di voler affermare il proprio punto di vista contro quello di altri, quello che il poeta ungherese Vörösmarty chiamava essere ”orgogliosamente volti versi il mondo”. Erano assertivi, in questo senso, tutti gli eroi culturali delle antiche civiltà: Mosè e Achille,  Ulisse e Leonida, Augusto e Gregorio VII,  Machiavelli e Alfieri, Foscolo e Garibaldi,  Nietzsche e D’Annunzio, oltre che, ovviamente, i Grandi Dittatori, Gandhi, Spinelli, De Gaulle, Che Guevara, Papa Wojtyla, Gorbacev, Chavez . Soprattutto sono, oggi, assertivi tutti i capi di Stato del mondo, salvo quelli europei.

Perché mai gli Europei di oggi non sono, e non debbono, essere assertivi? Una spiegazione può essere quella tentata da Giovanni Orsina, che parla, nel suo articolo su “La Stampa” del 6 gennaio 2019, dell’ “illusione della fine del potere”. Gli Europei non hanno voluto essere assertivi perché sono stati educati a rinunziare (o a fingere di rinunziare) all’ autorità, all’ arbitrio e al potere. Quest’illusione è, al contempo, antichissima, nuova ed effimera. Antichissima perché risale ai movimenti ereticali medievali, come per esempio i cabalisti ebraici, i mussulmani karmati e gli Anabattisti, i quali ritenevano che, essendosi oramai compiuta l’opera, rispettivamente, della Shekhinà, del Corano e del Vangelo, non vigesse più nessuna legge, neppure la Torah, la Sharia o i Dieci Comandamenti. Nuova, perché mai come oggi quest’idea aveva assunto una posizione dominante, mentre essa è assurta, alla fine del XX secolo, al rango di “cultura mainstream”.  Effimera, perché essa ha prosperato solo per l’ “espace d’un matin”, nel breve intervallo che separa due opere di Fukuyama:  “La Fine della Storia e l’ Ultimo Uomo”(1989) e “Decay of America”(2008).

In una sola cosa hanno torto le “retoriche dell’ Idea di Europa”: quando affermano che questa cultura  autolesionistica è una reazione all’esasperazione dell’ “autoaffermazione” da parte dei regimi totalitari (il Discorso del Rettorato di Heidegger), colossali esplosioni di arrampicamento sociale e di narcisismo collettivo, e con la conseguente immane tragedia della IIa Guerra Mondiale. Come contraccolpo, la sconfitta dell’Asse si è conclusa con un’azione accelerata di “rieducazione” (e, ancor più, di camaleontismo) che ha finito per andare al di là di quanto inizialmente voluto dai suoi stessi promotori (l’eliminazione del “carattere autoritario” dii cui parlava Adorno): fino alla distruzione, non solo dell’ambizione, ma addirittura della voglia di vivere (l’”età delle passioni tristi”).

Ma, nonostante questi  effetti dell’occupazione militare dell’ Europa e della sua “rieducazione”,  L’Europa del 2° Dopoguerra  non si crogiolava ancora  nell’ illusione di fare a meno di autorità, arbitrio e potere,  nonostante che questa  vivesse già celata  nel cuore delle ideologie allora dominanti: progressismo, marxismo, democrazia cristiana, scientismo….In quell’ epoca, l’integrazione europea non veniva ancora motivata attraverso le recentissime retoriche dell’ Idea d’Europa, bensì per altre, più credibili, vie:  con l’esigenza di por fine alla lotta per l’eredità imperiale di Carlo Magno (cfr. “Vesta” di Fichte); come strumento per reintegrare nell’ Occidente la Germania sconfitta; come un’ utopia tecnocratica (funzionalismo)… Quella classe dirigente aveva ancora relativamente  chiare le esigenze della politica, quando dibatteva  sulla politica economica dell’ Europa o dell’Euro come di una scelta, non già di  un destino ineluttabile. Anche per gli Europei, come prima per i Sovietici e gli Americani, l’infatuazione per la Fine della Storia è stata un abbaglio temporaneo, anche se più tardivo e perciò più persistente che altrove.

Concordo con Orsina che l’origine di quell’ abbaglio è stata legata alla fine del blocco sovietico. La carica teologica di utopismo ch’ era implicita nel concetto marxiano di rivoluzione, per quanto repressa dalla burocrazia sovietica, ne costituiva, come diceva Benjamin, il motore occulto. Anche il marxismo occidentale viveva grazie a quel motore, che serviva anche perfettamente a giustificare, di fronte allo stesso Occidente, l’accettazione da parte degli Europei del comunismo sovietico nonostante il suo carattere totalitario. Esaurita ogni carica rivoluzionaria dell’Unione Sovietica, quella radice occulta ha trovato modo di trasferirsi qui da noi, e di perpetuarsi in questa interpretazione chiliastica dell’Europa:  l’Unione Europea quale estinzione dello Stato (o, come scriveva Bukovski, l’Europa come nuova Unione Sovietica). In tal modo, l’establishment hegeliano di sinistra, egemone nella cultura novecentesca, ha potuto sopravvivere indenne al proprio ennesimo “avatar”: dal “lungo viaggio attraverso il fascismo” allo stalinismo, di qui al sessantottismo e al gramscismo, e, da quest’ultimo, all’atlantismo, sempre mantenendo intatte le stesse inossidabili posizioni di potere che sono proprio quelle che, come osserva Mauro, oggi gli vengono finalmente contestate.

In effetti, la presunzione che oramai le regole del “mondo” siano superate è tipica dell’eresia perenne, che attraversa trasversalmente il Buddhismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam,  ed era stata respinta nel Concilio di Pataliputra e con l’ Arthashastra, denunziata da San Paolo nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, attaccata da Sant’Agostino come “manicheismo” e rifiutata da Maimonide parlando dell’Era Messianica.

Certo, vi è anche chi sostiene che il chiliasmo sia insito nell’ essenza del messaggio evangelico, e che il carattere violento, intrinseco nel Sacro, sia stato perciò cancellato dal messaggio sulla morte e resurrezione di Cristo (René Girard). Buona parte del dibattito culturale verte, da 2000 anni ,sul tentativo di chiarire questo punto, ma l’unica conclusione credibile mi sembra essere stata quella di Tertulliano: “credo quia absurdum”.

Comunque sia, che quell’eresia perenne costituisca l’anima dell’attuale cultura mainstream lo si percepisce quasi fisicamente nel pathos con cui quest’ultima esalta ogni forma di decostruzione, di amalgama, di indifferenziazione: l’arte astratta, l’ibridazione, le “villes tentaculaires”… Questo venire allo scoperto delle radici chiliastiche della Modernità costituisce l’estrema sortita ideologica dell’Occidente, parallela all’ azione politica ed economica di Trump, che vedendo l’ America  sopraffatta nella competizione mondiale, rifugge dalle manovre illusionistiche dei suoi predecessori,  ricondo alle parole e alle  azioni forti: “America First”, “muri”, “sanzioni”, “dazi”. Nello stesso modo, l’”establishment”cuulturale ha messo al bando tutti gl’infingimenti conciliatori volti a nascondere gli obiettivi finali della rivoluzione tecnocratica: basta con le differenze sociali, di genere come di status, di razza, di stipendio o anche solo di visione del mondo; basta con la “privacy”: le macchine debbono saper tutto di noi; non ci deve più essere alcuna distinzione fra Europa e non – Europa…In tal modo, si tenta di sterilizzare preventivamente le prevedibili sacche di ribellione, che, in questo vuoto, non saprebbero più su che cosa poggiare.

La statua di Imre Nàgy, primo ministro ungherese fucilato dai Sovietici, è stata rimossa dalla Piazza del Parlamento

3.Il ritorno all’ethos dell’Epoca Assiale

Certo, c’è stato un momento in cui sembrava che tutto il mondo credesse acriticamente in questo tipo di  chiliasmo, religioso o secolarizzato: dai tempi della Rivoluzione Culturale cinese a quelli della Teologia della Rivoluzione, della Fine della Storia, della politica di Internet, fino a quelli degli Hojjatiyyeh di Ahmadinejad. Sembrava che non vi fosse alcuna speranza per le forze della vita contro quelle dell’ autodistruzione.

Tuttavia, quello non è stato, fortunatamente,  che un breve momento: la Rivoluzione Culturale si è rivelata una sanguinosa lotta di potere, dimenticata dallo stesso establishment cinese; la Teologia della Rivoluzione si è infranta  contro la resilienza dell’ egemonia  Yanqui; la Storia non è finita, ma continua attraverso l’Islam politico, la Cooperazione di Shanghai, la Via della Seta; Internet si è rivelato essere quello che diceva Putin, un progetto speciale della CIA, e, infine, nel Levante non è arrivato il Mahdi, bensì l’Armata Russa.

Oggi, tutti nel mondo sono più convinti che mai, ciascuno a suo modo,  della necessità della propria assertività: gli Americani e i Cinesi, i Russi e gl’Indiani, i Turchi e gl’Israeliani, i teologi della liberazione e i teocon, gli sciiti e i sunniti, i teorici dell’ HIndutva e i sionisti…Tutti gli equilibri mondiali poggiano (instabilmente) su quest’ assertività universale: se gli Americani non fossero assertivi, la leadership mondiale passerebbe automaticamente ai Cinesi, ma anche se questi ultimi abbassassero per un momento la guardia, gli Americani deprimerebbero a tale punto l’economia cinese, da provocare rivolte che disgregherebbero lo Stato, facendolo tornare ai tempi dei Signori della Guerra. Se la Russia non fosse assertiva, le opposte fazioni tornerebbero ad affrontarsi armi in pugno al centro di Mosca e nel Caucaso come ai tempi di El’cin. Così, l’India deve battersi per non essere tagliata fuori dalla Via della Seta, la Turchia per non perdere il Kurdistan e gl’Israeliani la Cisgiordania; i teologi della Liberazione per non essere cancellati dal Vaticano, e così via…

Alla fine, scrive Orsina, tutti “ci chiediamo chi abbia mai il potere di difenderci dai pericoli globali e di riequilibrare quelle gerarchie surrettizie che l’ipocrita manto della neutralità rende ancora più insopportabili”. Peccato che nessuno dia, in Europa, la risposta giusta, vale a dire : il potere di difenderci e di abbattere le gerarchie immeritate e oppressive ce l’abbiamo soltanto noi. Non ci resta che prendercelo con le nostre stesse mani, come Ulisse quando appare armato di tutto punto sulla soglia del megaron occupato dai Proci.

Come ciò sia possibile lo ha mostrato una trasmissione messa in onda circa una settimana fa dalla rete greca RTE, in contemporanea da Pechino insieme alla televisione cinese CGTV e con le televisioni indiana ed egiziana: un dibattito fra gli ambasciatori dei quattro Paesi ed intellettuali degli stessi, sul “dialogo fra le civiltà”. Il senso della trasmissione era che i Paesi eredi delle grandi civiltà (europea, confuciana, indica e medio-orientale) dovrebbero coalizzarsi per risolvere i problemi mondiali, nello spirito di un mutuo riconoscimento e senza l’egemonia di nessuno, e sulla base di alcuni, pochi,  grandi principi comuni, e delle specificità dei diversi popoli. I valori comuni al mondo intero, o, almeno, agli eredi delle grandi civiltà del passato, quelli che Kueng chiama “spessi”, sono, a mio avviso, quelli che caratterizzavano l’Epoca Assiale di cui parlava Jaspers,  e di cui ha scritto recentemente Jan Assmann: senso della comunità; dimensione spirituale; differenza; riconoscimento reciproco, meritocrazia.

Non per nulla, dinanzi alla nuova stazione di Lanzhou, da cui partono per “Da Qin” i treni ad alta velocità della Via della Seta, sono stati costruiti una Sfinge, un Partenone e un Taj Mahal, come per chiarire, ai Cinesi che attraversano la Porta di Giada, che sono quelli gl’interlocutori che il Paese di Mezzo cerca nel Tian Xia (Ecumene).

La vittoria di Solidarnosc

4.Rovesciamento del senso dell’integrazione europea

Da quest’evoluzione culturale del clima politico mondiale emerge l’urgenza di un ennesimo capovolgimento del senso dell’integrazione europea. Nella loro prima fase, che va dalle Crociate agli “Stati Uniti d’ Europa” di Victor Hugo, i progetti d’integrazione europea (Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, St Pierre, Rousseau, Alessandro I) miravano a scavalcare Papato e Impero per affermare la sovranità dei principali Stati nazionali (Francia, Boemia, Polonia, Italia, Inghilterra, Russia…), oramai capaci di organizzare autonomamente la loro “politica estera e di difesa comune”, vale a dire le Crociate, e, poi, il colonialismo (Riccardo Cuor di Leone, Luigi XI, Baldovino di Fiandra, Bonifacio del Monferrato, Napoleone…). In una seconda   fase, essi avevano costituito uno degli stratagemmi delle vecchie élites aristocratiche e finanziarie per aggirare le nuove egemonie russa e americana e sventare, nello stesso tempo, la “ribellione delle masse” (Coudenhove-Kalergi). Nella terza, l’integrazione europea fu, come scrive Toni Negri, il frutto di un imbroglio per “vendere” il protettorato americano di cui parlava Brzezinski come se fosse l’espressione di una spontanea conversione dal nazionalismo all’utopismo, all’ internazionalismo e alla rinuncia all’ assertività, come catarsi della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah (Juenger, Spinelli, Monnet, Schuman). In tal modo  l’Europa poteva porsi come concorrente, quanto a progressismo, del comunismo sovietico, riuscendo perfino ad accaparrarsi l’eredità del trockismo e a presentarsi indirettamente come l’antemurale dell’ America.

Oggi, l’integrazione europea, in seguito al mutamento del contesto storico, politico e tecnologico,  non può che assumere un ancor diverso significato (la “trasmutazione di tutti i valori” di cui parlava Nietzsche). In seguito all’ impossibilità per l’Occidente di unire il mondo con il confronto militare, al centro della competizione mondiale troneggia la competizione digitale. La convergenza intorno all’ idea di progresso si sta liquefacendo, e la narrazione dell’Europa quale avanguardia dell’ estinzione dello Stato non has più alcuna presa, mentre incombono il depauperamento dovuto al gap tecnologico e il timore delle macchine intelligenti.  Gli Europei sono stanchi di essere i perdenti della Storia. La mancanza di un pensiero, di un progetto; la corruzione generalizzata; la debolezza dell’economia, derivano tutte dall’aver accettato di non poterci difendere da soli. L’attuale voglia di sovranità si alimenta dunque anche, oltre che da un naturale succedersi fra le generazioni, dall’inconscio sentimento che, a partire dalla Dottrina Monroe e fino al “Destino Manifesto”, dai “rent- lease agreements” ai 14 Punti di Wilson, dalla Carta Atlantica alla Nato, dalla Dottrina Brezhnev alle sanzioni alla Russia e all’ Iran, si è oramai consumata la completa “capitis deminutio” dell’ Europa, che ora occorre  ribaltare.

Oggi sta dunque finalmente tornando di moda anche in Europa, dopo Israele e l’Islam, la Russia e la Cina, l’ India e la Turchia,  il contrario dell’auto-negazione, vale a dire l’assertività su tutti i fronti: culturale, politico, di costume, tecnologico, economico e militare, così come hanno già fatto gli altri grandi popoli, e, in particolare, quelli eredi delle altre grandi civiltà, che stanno riconquistando tutti il loro posto centrale nel mondo. Perciò, per realizzare questa risurrezione dell’Europa, dovremmo studiare e copiare i punti di forza degli altri popoli: l’informatica degli Americani; il coordinamento dei Cinesi; lo spirito marziale dei Russi; la saggezza degli Indiani; la spiritualità degl’Islamici…

Poco importa che, per ora, quest’assertività riguardi soprattutto paesi alla periferia dell’ Europa (Russia, Turchia, Inghilterra, Ungheria, Polonia) e si esprima in un ritorno di fiamma dei piccoli nazionalismi  (Scozia, Catalogna). Ciò che conta è che si rifiuta l’idea che l’omologazione mondiale abbia comportato dei vantaggi per gli abitanti del nostro Continente, o per certe sue parti.

Giustamente il manifesto di Romano Prodi per la bandiera europea afferma che “di fronte alla potenza americana e alla crescita cinese nessun paese da solo può conservare ciò che è stato conquistato”. Però, l’Europa dei dazi e delle sanzioni, della recessione provocata ad arte, non può più accontentarsi di conservare, deve riconquistare ciò che ci è stato tolto. Giustamente, quello proposto da Prodi con la giornata della bandiera europea, non vuol essere un compito rivoluzionario, ma il nostro, invece, sì. Di conseguenza, sì all’orgoglio per la bandiera europea, ma non già come passaggio intermedio verso uno Stato tecnocratico mondiale, bensì quale roccaforte delle nostre identità contro il governo delle Macchine Intelligenti. Dave Eggers, autore del romanzo “L’opera struggente di un formidabile genio” e direttore della rivista letteraria americana  McSweeny’s, sta mettendo in guardia contro l’eliminazione di tutte le libertà individuali per via del controllo a tappeto realizzato da Internet, e i sistemi di organizzazione sociale che da esso derivano. In particolare, afferma che ” l’ascesa dell’intelligenza artificiale distruggerà l’essenza stessa dell’ essere umano.

Soprattutto, se pretendiamo di riappropriarci -contro le identità gerarchiche dell’ Oriente e contro il “rischio esistenziale” delle Big Five occidentali- del nostro ruolo tradizionale di portatori per antonomasia dello spirito di libertà (come ci legittimano a farlo le nostre tradizioni federali, laiche e cavalleresche), dobbiamo dimostrarci propositivi circa un nuovo modo di essere liberi nel XXI Secolo, che tenga conto della Società delle Macchine Intelligenti. Per riprendersi l’“intellectual leadership” del mondo intero, l’Europa deve essere la prima a dimostrare concretamente che si può vivere in un mondo automatizzato solo conservando le proprie libertà individuali e l’essenza stessa dell’essere umano, o almeno di quell’ umanità che abbiamo in comune con gli altri grandi popoli della Terra grazie all’ eredità dell’ Epoca Assiale.

Anche se non risolve certo questa fondamentale problematica, la legislazione informatica europea è la più avanzata del mondo, ma la sua attuazione pratica (sociale, tecnica, culturale, militare e legale) è resa impossibile dall’ integrazione fattuale dell’ Europa nel complesso informatico-militare occidentale. Proprio per fare dell’Europa il vero modello della libertà nel XXI Secolo, per realizzare una nostra autonoma cultura delle macchine, ispirata a personalità e libertà, e per attualizzarla senza l’invadente presenza della NSA e delle Big Five, dobbiamo riprenderci la nostra sovranità.

Il tenente-colonnello sovietico Vjaceslav Petrov, che ha salvato l’Umanità dall’ autodistruzione bloccando la guerra nucleare scatenata dai computer

5.Il messaggio di Jan Palach, nel 50° anniversario del suo sacrificio.

La nostra vecchia generazione ha perduto un’occasione eccezionale per ridestare, quando aveva vent’anni, questo spirito di libertà dell’ Europa, quando il nostro coetaneo Jan Palach si era immolato con il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica. Questa è la grande colpa del ’68. Palach non era, né uno sprovveduto, né un pacifista. Era uno studente di filosofia, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico della Univerzita Karlova. Era arrivato a Praga da Vstaty armato di una pistola Browning, con cui voleva sparare sulle truppe d’invasione ed  aveva desistito solamente in seguito alle preghiere dei suoi compagni, che avrebbero deciso insieme di immolarsi uno per uno, estraendo a sorte l’ordine delle successive immolazioni. Forse, quella decisione era stata ispirata dai gesti analoghi di patrioti polacchi e ucraini, suicidi con il fuoco per protesta contro il ruolo avuto dalle truppe polacche e ucraine nell’ invasione della Cecoslovacchia, e forse, in ultima analisi, da quella dei bonzi vietnamiti. I Cechi si erano forse vergognati di vedere confermata la loro fama, fra i popoli slavi, di popolo imbelle e servile. Jan Palach sarà infatti l’opposto di Karel Čapek e del “buon soldato Švejk”. Dopo cinque mesi dall’ invasione, si sarebbe suicidato, però sempre incitando fino all’ultimo momento, dal suo capezzale, a indire uno sciopero generale illimitato in Cecoslovacchia contro l’invasione sovietica. Altri sette lo seguirono.

Non ci furono, né lo sciopero generale in Cecoslovacchia, né mobilitazioni generali in nessuno Stato europeo, né all’ Est, né all’ Ovest, e questo in un momento in cui intere città (come Parigi, Torino o Reggio Calabria) venivano sconvolte da volente manifestazioni di piazza per motivi ben più futili. Le scarne reazioni contro l’invasione furono ovunque timide e partigiane. Nessuno si accorse che l’Europa stava perdendo qualunque dignità, come qualunque popolo che si lascia occupare da popoli stranieri senza reagire. Quei pochi che, come noi, se ne accorsero, tentando di raccogliere nelle nostre città il guanto lanciato da Palach, ebbero modo di vedere come questo messaggio cadesse nel vuoto, in una società autoreferenziale e fanatica, incapace, non solo di padroneggiare gli eventi, bensì perfino di comprenderli. Allora, chistava con Jan Palach era considerato un nemico.Ricordo solo che a Torino fummo inseguiti da una folla inferocita (compresi dei pubblici ufficiali) per avere esposto una bandiera cecoslovacca.

Di fronte a quest’ Europa decadente, il gesto di Palach e dei suoi, apparentemente nichilista, si era rivelato in realtà il massimo dell’autoaffermazione, elevando questo sacrificio a forma suprema di azione, come quelle di Leonida e soprattutto di Socrate, modello insuperato di filosofo secondo il maestro di Palach, Jan Patočka, il “Socrate praghese”, morto anch’egli in circostanze drammatiche come conseguenza degli interrogatori seguiti alla fondazione di Charta 77.

Uomini come Petrov, Palach e Patočka, degni eredi degli eroi dell’ antichità,  e non uomini politici opportunisti e da tavolino, dovrebbero essere commemorati degnamente dalle Istituzioni.

Se l’Europa Centrale e Orientale è oggi in fiamme non più contro l’Unione Sovietica, bensì contro quella europea, ciò è dovuto all’ “arroganza romano-germanica”, che, nonostante quegli anni, continua a disconoscere il ruolo centrale che i popoli dell’ Est, con la loro indomita tempra,  hanno avuto nella costruzione spirituale e politica dell’ Europa, per il quale essi meritano una posizione  centrale, non già periferica, nella direzione del nostro Continente..

2019 : “LA PICCOLA EUROPA E’ DIVENTATA UNA PREDA”

Mi piace utilizzare qui l’espressione usata da Carlos de Martin su “Affari e Finanza” per descrivere la situazione dell’economia e della società europee dinanzi alla guerra tecnologico-commerciale  e culturale in corso fra l’America e il resto del mondo. Essa è infatti particolarmente calzante per descrivere la situazione odierna dell’ Europa: spirituale, culturale, ideologica, sociale, tecnologica, politica, militare, economica…L’Europa, troppo piccola per fare alcunché, è sempre più vittima delle ambizioni altrui.

Questo è vero in tutti campi, ma soprattutto nella “politica della conoscenza” (cultura, informatica, ideologia, comunicazioni, religione, educazione, costume), che, nell’ attuale società, riveste un ruolo centrale.

E’ difficile nasconderlo quando le nostre elezioni (per esempio il referendum sulla Brexit), sono manipolate da Cambridge Analytica, quando non si riesce a tassare seriamente le big Five, quando praticamente tutte le grandi imprese europee hanno una maggioranza azionaria (o almeno una grande minoranza) di capitali extraeuropei (in Italia, più del 50% delle società quotate), quando invece non mi risulta che vi siano molte imprese americane, cinesi, russe o indiane controllate dall’ Europa.

1.La Certosa di Trisulti

In effetti, noi siamo dipendenti dall’ esterno perfino dal punto di vista culturale e religioso. Che la cultura costituisca un formidabile strumento di controllo politico è costituito dal plateale abbandono, da parte degli Stati Uniti, dell’UNESCO, abbandono motivato dalle scelte di politica culturale di quest’organizzazione, che rappresenta tutti i Paesi del mondo, e non può evidentemente riflettere solo i punti di vista degli stati Uniti, che rappresentano il 5% della popolazione mondiale.

Lo siamo, certamente, da moltissimo tempo, ma, fino a poco fa, ciò avveniva in modo impercettibile, con l’industria cinematografica le università americane la cultura pop, Internet. Oggi, invece, sono divenute praticamente la regola le invasioni di campo dirette, con la creazione in Europa di vere e proprie istituzioni culturali deliberatamente finanziate dall’ America per formare classi dirigenti europee americanizzate e quindi in conflitto con l’ambiente europeo circostante. Basti pensare alle precedenti iniziative in Est Europa di Soros, portatore di un liberalismo di sinistra d’impronta americana, e di Gülen, promotore in Turchia di un islamismo filo-occidentale partendo dalla sua casa-fortezza nel New Jersey.

Oggi, abbiamo la creazione vicino a Roma dell’istituto cattolico “Humanae Dignitatis”, creato con fondi americani per trasfondere alle giovani generazioni italiane “il pensiero di Steve Bannon”, contrastando così Soros, e, anche se non si dice, il Papa sudamericano.

Tutti costoro, per quanto fra di loro ostili, hanno in comune il fatto di rappresentare dei punti di vista ideologici particolari sul mondo partendo sempre dalla centralità dell’America. Ciò che è paradossale è che ciascuna di queste iniziative ha incontrato una resistenza da parte del territorio dove si sono istallate, anche se di segno molto diverso. Se Soros e Gülen sono nel mirino, rispettivamente, di Orban e di Erdogan, Bannon è nel mirino della sinistra italiana.

In effetti, nessuno può obiettare al fatto che in Europa si formino dei movimenti culturali, anche con legami all’ esterno, che interpretino in modo specifico e particolaristico certe tradizioni culturali: un cattolicesimo con caratteristiche europee, una socialdemocrazia con caratteristiche europee, un Islam con caratteristiche europee. Tuttavia, le tre iniziative di cui stiamo parlando si potrebbero definire, l’una, come un “cattolicesimo maccartista”, la seconda come un messianesimo secolarizzato, e, la terza un Islam politicizzato come il protestantismo americano. Quindi, l’imposizione, con la forza dei soldi, di punti di vista estranei alla nostra cultura, e il portare in Europa le lotte politiche americane.

Io capisco per altro tutti costoro, perché in Europa si è creato un vuoto culturale, e tutti i vuoti tendono ad essere riempiti.  In Europa, non esiste infatti un’Accademia dell’Identità Europea, volta a formare i futuri quadri dell’Europa secondo condizioni specifiche al nostro Continente (storia, lingue, filosofia, geografia, strategie, diritto, economia…), sulle orme di Erodoto, di Socrate, di Dante, di Matteo Ricci, di Grozio, di Clausewitz, di Kalecki…

Coloro che protestano contro le iniziative di Soros, di Gülen o di Bannon dovrebbero invece organizzare loro stessi una diversa Accademia Europea. Quest’ultima non  è oggi rappresentata, né dall’ Istituto Universitario di Studi Europei di Firenze, né dal Collegio di Bruges, nati a suo tempo con questa missione, ma che sono assolutamente muti e inattivi dinanzi alle grandi battaglie del nostro tempo per il futuro dell’Europa: pluralismo culturale; identità; missione storica; riforma delle istituzioni, crisi economica…, sulla falsariga dei “cantieri” che Alpina e l’Associazione Culturale Diàlexis stanno organizzando (“Baustellen Europas”).

Le nostre battaglie mirano anche a creare i presupposti per la nascita di una siffatta Accademia, premessa necessaria per la rinascita di una cultura europea e, di conseguenza, di un movimento politico veramente europeo. Una cultura dove le diverse tradizioni culturali dell’Europa possano essere rappresentate re confrontarsi

liberamente, senza pre-imposizioni ideologiche o teologiche.

2.Più del 50% delle azioni quotate in borsa in mani straniere

L’establishment continua a dire che non conta la proprietà delle imprese, bensì che queste investano nel Paese. Però, bisogna vedere che cosa tengono nel Paese: la cassaforte, la residenza degli azionisti, la sede fiscale, la holding finanziaria, i server, la residenza del management, i centri di ricerca, la direzione generale, gli uffici, le fabbriche o delle sedi commerciali. E’ ben difficile che la Microsoft, la Apple, Google o Facebook, invece di tenere i quartieri generali e i centri di ricerca nella Silicon Valley, li posizionino a Dublino o a Sophia Antipolis, come pure che la Huawei, la ZTE o Alibaba decidano di stabilire le loro centrali a Belfast, a Milano o a Monaco. Al contrario, la Fiat, dopo la fusione con la Chrysler, ha trasferito la sua direzione generale a Auburn Hill. E, tutto ciò, nonostante le varie agevolazioni fiscali che molti Paesi europei danno agl’investimenti esteri. Infatti, le cosa più importante è essere vicini al potere, sotto le cui ali si possono risolvere anche le vicende più disperate.

Questo ancor più nel caso delle imprese informatiche, che hanno in America (o in Cina) i loro uffici ideativi e i server dove sono immagazzinati i nostri dati, e in Europa hanno solo i commercialisti e i “call center”. Tant’è vero che America e Cina stanno penalizzando molto, ciascuna, le multinazionali con sede nell’ altro Paese, sostenendo (e giustamente), che queste svolgono un’opera di spionaggio a favore del proprio Paese d’origine. Invece, in Europa tutti fanno ciò che vogliono.

In queste condizioni, la ricerca spasmodica, da parte delle Autorità europee, di “investimenti esteri” si può leggere addirittura come una forma di tradimento verso l’Europa, poiché la maggior parte degli investimenti  rivela un carattere quasi coloniale: nella maggior parte dei casi, imprese che erano a loro volta delle multinazionali vengono declassate al ruolo di filiali locali e destinate a un progressivo svuotamento.

I problemi spesso evocati: la perdita di posti di lavoro, le delocalizzazioni, il furto di tecnologia, non sono che dei sintomi, delle conseguenze, dello spostamento del potere in corso a partire dalla 1° Guerra Mondiale.

Vediamo la situazione nei diversi settori dell’economia della conoscenza, dell’informatica e della difesa.

3.La lotta per il controllo digitale mondiale

Il tanto vituperato Trump si rende, in realtà, conto della realtà dell’economia mondiale realtà molto più dei politici europei e dei generali americani che si preoccupano tanto di qualche migliaio di soldati in Medio Oriente, mentre invece la vera posta in gioco in tutto il mondo è, oramai,  il controllo del sistema tecnologico e, in particolare, digitale, mondiale. Come ha dichiarato in una  a “Formiche” Ermano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss Guido Carli e consigliere scientifico di Limes, Trump“Sta solo passando ad una modalità di controllo ’ in remoto’ degli affari mondiali. Creare un comando indipendente per le forze ‘spaziali’ questo significa. Inoltre, visto che la condivisione consensuale dei costi e dei ruoli nel mantenimento della sicurezza internazionale non funziona – il famoso livello delle spese militari al 2 per cento del Pil in area Nato è più lontano che mai – Trump la impone per default. E in questo opera esattamente come il suo predecessore Barack Obama. In effetti, si tratta di due presidenze strettamente connesse. Quella di Trump è il secondo tempo di un cambio di paradigma che è iniziato sotto il predecessore. “

Ci stiamo finalmente rendendo conto di questi cambiamenti di paradigma solo grazie all’ antipatia viscerale che l’establishment nutre per Trump, antipatia che sta perfino realizzando (fortunatamente) il miracolo di far cadere, a uno a uno, i miti che fino a ora avevano occultato il reale stato della cultura e della politica dell’ Europa. Se l’esito catastrofico delle politiche “umanitarie” occidentali ha riportato a Roma gli ufficiali libici (che il premier Conte addirittura bacia e abbraccia come faceva Brezhnev con i suoi vassalli), dopo il breve intervallo in cui si era inneggiato al linciaggio del, già alleato, colonnello Gheddhafi; se, dopo parecchi decenni di immotivate ed autolesionistiche privatizzazioni, si ricomincia a pretendere che i servizi strategici facciano nuovamente capo allo Stato; se  ci si accorge perfino che Trump  non fa che ripresentare in modo plateale quell’egemonia che il “Deep State” persegue da sempre, non avremmo però sperato, almeno per ora, che, anche se per vie traverse,  Macron arrivasse addirittura a rivalutare  la teoria gollista della “force de frappe à tous les azimuts” (la difesa in tutte le direzioni), né a tassare le Big Five anche in assenza di un accordo a livello europeo (venendo subito imitato dal “Governo gialloverde” italiano).

Abbiamo invece sentito il presidente francese invocare addirittura un esercito europeo “anche contro gli Stati Uniti” (ma guarda caso, dopo pochi giorni si sono scatenati i “giubbotti gialli”). Quanto alla “web tax”, essa è rispuntata fuori, dopo la vergognosa marcia indietro della UE, grazie alla necessità, per Italia e Francia, di fare quadrare i conti dello Stato per mantenerli all’ interno dei “Parametri di Maastricht”. Con il che abbiamo avuto, “a contrario”, la prova che l’ininterrotta crisi economica dell’Europa deriva soltanto dal trasferimento occulto di risorse negli Stati Uniti, tramite i costi della NATO, le royalties, l’erosione fiscale e il trasferimento di dati. Basterebbe una politica più assertiva dell’Europa, che puntasse, non soltanto a riequilibrare parzialmente queste partite, bensì anche a recuperare le enormi risorse già trasferite negli ultimi 70 anni, e i famosi deficit di bilancio scomparirebbero come per incanto.

4.Macron come De Gaulle?

Insospettisce certamente, a questo proposito, il fatto che, non appena Macron ha lanciato questa sua nuova tendenza neo-gollista, siano spuntati i “gilets jaunes”. Come pure che, non appena l’Unione Europea ha approntato il suo “Special purpose vehicle” per aggirare le sanzioni all’ Iran, sia spuntato l’arresto di Meng Wanzhou, la figlia dell’azionista di riferimento della Huawei, accusata di aver fatto esattamente la stessa cosa. Come per ricordare a Heiko Maas, a Federica Mogherini, e perfino a Xi Jinping,  che ancor oggi, in tutto il mondo, comandano  sempre gli Stati Uniti, che hanno ancora le leve per rovinare la vita a qualunque loro oppositore, sia egli un blogger o un manager, un Australiano o una Cinese.

La stampa russa è fermamente convinta che la rivolta dei “gilets jaunes” altro non sia che l’ennesima “rivoluzione colorata” finanziata da Washington per destabilizzare un politico straniero non abbastanza succube. Questo giustificherebbe la voce, sparsa dai servizi segreti francesi, che la rivolta altro non sia che un tentativo di colpo di stato, così come il Maggio Francese era stato un tentativo, in parte riuscito, di abbattere De Gaulle, colpevole di aver creato la “force de Frappe” (1966, viaggio in Russia; agosto 1968: test nucleare programmato all’atollo di Muroroa).

Le voci su un intervento americano dietro i “gilets jaunes” sono avvalorate dai tweet di alcuni fedelissimi di Trump, che hanno asserito che, tanto nelle manifestazioni dei “gilets Jaunes”, quanto in quelle di Londra per la “Hard Brexit”, ci fosse gente che gridava “Vogliamo Trump”. D’altronde, Trump, Bannon e i loro simpatizzanti in Russia sostengono apertamente i “gilets jaunes”.

Comunque, oggi, l’Europa è più distante che mai dalla possibilità di dotarsi di una sua credibile forza nucleare, la quale presuppone la capacità di tenere sotto controllo in modo integrato l’intero “Sistema Paese”, così come fecero, durante la corsa alla bomba atomica, i Paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale, e come pretendono le più recenti dottrine militari degli USA e della Cina. La guerra nucleare essendo basata sulla sorpresa, uno Stato nucleare è per forza di cose uno Stato altamente militarizzato, in cui ogni attività viene controllata in modo ferreo, in un permanente “Stato di Eccezione”, per contrastare ogni minaccia. E’ per questo che, negli USA, ci sono ben 16 diverse agenzie d’intelligence in concorrenza fra di loro, e una parte non indifferente della popolazione americana è, direttamente o indirettamente, a libro paga del Department of Defence. E’ per questo che, fin dalla 1° Guerra Mondiale, è in vigore una legislazione postale che autorizza un’ampia violazione della corrispondenza da parte dei servizi segreti-una legislazione che svuota completamente di importanza la tanto lodata legislazione europea sulla privacy- .

L’Europa di oggi manca di tutto ciò che serve per poter gestire efficacemente in sicurezza un conflitto totale. Di un’ideologia olistica, come quelle americana, incentrata sulla missione salvifica della “casa sulla collina”, capace di mobilitare il popolo intorno verso obiettivi di vittoria; di una cultura nazionale ben radicata come quella iraniana; di un’oligarchia  nazionale coesa come quella russa; d’ industrie nazionali di alta tecnologia come quelle indiane; di un’intelligence operante sul piano globale come quella israeliana; di un’industria informatica indipendente come quella cinese…

E, infine, oggi è dubbio proprio se la Francia sarebbe disponibile a mettere la sua “force de frappe” al servizio dell’Europa, come si era discusso negli Anni 50, prima della creazione della stessa.

Paradossalmente, l’Italia non sarebbe poi neppure mal piazzata in questa corsa, perché Leonardo (ex Alenia) produce navicelle spaziali riusabili che sono agilmente convertibili in missili ipersonici.

5.La Web tax in Francia (e in Italia)?

Se la bomba atomica europea continua a latitare, qualcosa sembra muoversi (ma a livello nazionale, italiano e francese) sul fronte della tassazione dell’e-commerce.

Quanto all’ Italia, la Web tax è oramai già compresa nella Legge Finanziaria appena approvata.

Quanto alla Francia, Emmanuel Macron ha dichiarato: “Le grandi società che producono profitti [in Francia] devono pagare le tasse in Francia. Semplicemente è giusto così. Di fatto

, le grandi aziende digitali “pagano in media il 9% di tasse in Europa, mentre le società tradizionali pagano il 23%”, come denuncia regolarmente Pierre Moscovici, il commissario europeo che sta gestendo la questione a Bruxelles.

Prendiamo ad esempio il  meccanismo di Google, basato su una sede in Irlanda.I redditi che affluiscono a “Ireland Limited” sono assoggettati alla Corporate Income Tax

irlandese del 12,5%, ma la base imponibile viene abbattuta grazie alla notevole deduzione

della royalty che la società corrisponde a Google BV (olandese) per l’utilizzo della tecnologia.

Google BV, a sua volta, paga una royalty di quasi uguale importo a Ireland Holdings, che

per il sistema irlandese è residente alle Bermuda, dove non esiste imposta sul reddito delle società.

Se il pagamento della royalty avvenisse in maniera diretta da Ireland Limited a Ireland Holdings, sarebbe assoggettato a ritenuta alla fonte in Irlanda, ma i Paesi Bassi non applicano alcuna imposta sulle royalties in uscita, ed effettuano soltanto un piccolo prelievo sulla differenza tra la royalty che Google BV riceve e quella che paga a Ireland Holdings.

6.Una nuova cultura economica europea

Nel totale abbrutimento culturale che caratterizza la nostra società, è ovvio che anche la cultura economica sia oramai atrofizzata. I nostri professori, educati alla scuola liberista o a quella marxista, alla scuola neoliberale o a quella keynesiana, sono oramai totalmente avulsi dalla realtà.

Negli anni ’60, teorizzavano il salario come variabile indipendente; negli anni ’70, le “nuove classi emergenti”; negli anni ’80, le liberalizzazioni; negli anni 90, le privatizzazioni; nel primo decennio del XXI° secolo, l’equilibrio di bilancio, e, ora, il “deficit spending”. Ma, nonostante tutte le loro peregrinazioni ideologiche, non sono riusciti a prevedere, né lo choc petrolifero, né la crescita della Cina, né la crisi permanente dell’ Europa, né il ruolo dell’ informatica… E si capisce anche perché. Il loro ruolo è stato quello d’impedire agli Europei di rendersi conto del progetto occulto per ridimensionare eternamente l’ Europa, a favore dell’ America, dell’ URSS, dei Paesi afro-asiatici, e, ora, anche della Cina. Così, si trovava sempre un capro espiatorio diverso dal colpevole effettivo: le assurdità del consumismo venivano attribuite alle colpe dei capitalisti; la perdita di competitività, alla Guerra del Kippur; il decadimento culturale a vizi reconditi del carattere italiano; la crisi finanziaria a delle anomalie del mercato finanziario… Ovviamente, nessuno ha mai parlato del contingentamento dell’Europa da parte dell’ America, di cui discorreva già Trockij; della dipendenza delle nostre aziende…

Comunque, la verità si sta vendicando. Questa società neo-coloniale e amorfa non è capace di difendere gli Europei, di produrre un progetto di avvenire, di stimolare la nascita di nostre multinazionali (i cosiddetti fantomatici “campioni europei”, in particolare nel settore informatico…).

Sta ora a noi costruire una cultura economica europea di carattere olistico, che tenga conto non solo dei fatti materiali, ma anche di quelli cognitivi ed etici e consideri realisticamente il peso delle questioni di potere e militari, ecc..

 

 

 

 

LA LIBERTA’ DEI POSTMODERNI NELL’ERA DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Hannibal ad portas

Nonostante che buona parte delle questioni di attualità (dalla geopolitica a Internet, dalla sessualità ai monopoli) venga “venduta” dai media come un problema di libertà, in realtà il tema della libertà è uno dei tanti che oggi non viene affrontato in modo adeguato perché, a dispetto dell’impostazione storicistica della cultura contemporanea, ci si rifiuta poi di applicare quello stesso storicismo alle realtà di oggi. Anche perché, se lo si facesse, emergerebbero tante scomode verità.

Non è stato sempre così, perché, per esempio, nell’ Ottocento si era avuto un dibattito accanito circa la differenza fra la libertà degli antichi e quella dei moderni (Benjamin Constant).

E così, mentre non ci si stanca mai di ribadire che, dopo la rivoluzione digitale, nulla è più uguale nel mondo, poi, in realtà, si continua ad affrontare ciascun problema (in questo caso, quello della libertà), sotto l’angolo visuale del 20° secolo, dimenticandosi che, oramai, tutto è cambiato.

E’ pur vero che la libertà è uno di quei temi che sono attuali sempre, e, tuttavia, nessuno potrà dire che la libertà di un ominide sia la stessa cosa di quella di un cittadino greco, oppure di un cavaliere medievale, di un borghese ottocentesco o di un lavoratore del ‘900. Né che la libertà dei Texani sia la stessa cosa della libertà nel Sahara o in India.

Nello stesso modo, dopo la rivoluzione digitale, non valgono più, nel parlare di libertà, i criteri che valevano ancora vent’anni fa.

Se è vero, dunque, che, in astratto, la libertà resta sempre la stessa, essa è sempre stata, in realtà, non già un’essenza metafisica (come la vedeva, ad esempio, Croce), bensì “un fascio di concrete e storiche libertà”. La libertà ontologica (il “libero arbitrio) consiste nell’ idea che, all’agire umano, sia aperta una (seppur minima) libertà di scelta. La libertà morale consiste nell’ adeguarsi all’etica a dispetto di tutti i condizionamenti sociali: libertà vo cercando chè sì cara come sa chi per lei vita rifiuta. Le libertà civili sono a loro volta tante: si concretano nella possibilità d’ influenzare effettivamente la cosa pubblica (uno“jus activae civitatis”), che comprende anche l’autodeterminazione nazionale (sovranità);in quella di vivere anche in modo non conforme alla morale dominante (anticonformismo); in quella di esprimere le proprie convinzioni su temi sensibili (visibilità), in quella di trovare reali occasioni di utilizzare proficuamente i propri talenti (libertà economica)…

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Cincinnato

1.Levoluzione delle libertà, dal Dopoguerra a oggi

Tutte queste libertà incontrano, oggi, condizioni di sviluppo radicalmente diverse dal passato, e già soltanto da quelle del Secondo Dopoguerra.

In quel periodo, si temevano soprattutto i limiti alle libertà che si erano affermati in connessione con la Guerra Civile Europea: la coercizione , poliziesca e militare, dello Stato di Eccezione, che imponeva spesso comportamenti contrari alla morale comune, come la guerra stessa e la violenza sui  civili innocenti; la censura; le persecuzioni politiche e razziali…Perciò si esaltava soprattutto la Libertà dei Moderni, fondata su un diritto mite, che permettesse a tutti di occuparsi del “doux commerce, allontanando le sirene violente delle ideologie totalitarie. Si tendeva già allora a negare il “libero arbitrio” in nome di concezioni meccanicistiche dell’uomo e come reazione occulta alla divisione del mondo in blocchi (il condannati a essere liberidi Sartre).

Oggi, invece, la libertà viene coartata in modi assai diversi, proprio attraverso leccessiva cura per la stabilità del sistema sociale, tipica dell’economicismo e del “diritto mite”: con l’imposizione di un conformismo quasi assoluto (il Pensiero Unico), degno dei più estremi fondamentalismi (manicheismo, anabattismo, mahdismo, Taiping); con  il controllo elettronico capillare di qualunque seppur minimo aspetto della nostra vita (i Big Data); con lo svuotamento di tutti i ruoli sociali (la web democracy), e la trasformazione progressiva di tutti i cittadini in disoccupati tecnologici che dipendono dall’ assistenza pubblica, poco importa se nella forma di incentivi alle imprese (assistenzialismo), di sussidi di disoccupazione, di cassa integrazione e/o reddito di cittadinanza (populismo), ecc…

Fareed Zakaria e le democrazie  illiberali

2.Convergenza dei sistemi politici

Dal punto di vista dello svuotamento della libertà sostanziale, si nota una convergenza sempre più marcata fra le liberaldemocrazie occidentali e gli Stati gerarchici dell’Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina.

Questa convergenza si pone  su vari livelli:

a)concentrazione del potere in un unico centro direzionale (il complesso informatico-militare”), che fissa alla società, attraverso le nuove tecnologie, obiettivi di medio-lungo, che mirano al dominio mondiale;

b)la polarizzazione fra unarea del consenso, potenzialmente universale, che non mette in discussione il complesso informatico-militare, e unarea del dissenso, respinta sempre più verso la marginalità, lesclusione e il terrorismo;

c)la censura, da parte dei gatekeepers, di qualunque discorso politico concreto mirante messa sotto controllo della tecnica;

d)la semplificazione del dibattito politico-culturale attraverso schemi, quali quelli populismo-democrazia, che non hanno alcun nesso con le scelte concrete da adottarsi, e, quindi, non  permettono di formulare alcuna reale alternativa all’ipertrofia fuori controllo delle Macchine Intelligenti;

e)la riduzione  di qualunque dialettica storica al conflitto fra i complessi informatico-militare di quelle pochissime potenze che sono in grado di gestire un sistema digitale completo (USA e Cina; in prospettiva, forse, Russia, India e Israele).

In questa situazione, le libertà del cittadino europeo sono state praticamente annullate. Il Servo Arbitrio di Lutero ha trovato il proprio inveramento nella capacità di autoapprendimento dei “Big Data” (come diceva Asimov, “oramai lunica cosa inevitabile sono i robot”). Il diritto all autodeterminazione non esiste più, come dimostra il fatto che , ogniqualvolta si è compiuto un qualche tentativo di  cambiare il ruolo dell’ Europa nel mondo (per esempio con la Force de Frappe di De Gaulle, e. oggi, con l’esercito europeo di Macron), si è sempre scatenata in modo opaco una fulminea rivolta di piazza. La libertà di pensiero è distrutta dall autocensura, che impedisce che si tocchino i tabù del “progresso” della “pace” e della “differenza”. La libertà di comportamento è distrutta daglimperativi del politicamente corretto, delle politiche di genere, delle contrapposte emotività legate alle migrazioni. La privacy è completamente distrutta dal libero accesso, da parte del sistema informatico-militare, ai nostri più riposti segreti. La libertà economica è distrutta dal contingentamento dell Europa con pretese “questioni di sicurezza”, sanzioni e dazi, che, nel loro insieme, generano una crisi permanente dell’ economia europea, con i suoi corollari della debolezza delle imprese e della disoccupazione strutturale.

A loro volta, i  sistemi gerarchici dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina (e, in primo luogo, quello cinese) si sono formati sulla base di quella che, con René Girard,  potremmo chiamare rivalità mimetica.  Per dirla alla giapponese: “tecnica occidentale, cultura asiatica”. Basti pensare ai Taiping, miscuglio di San Jiao, messianesimo puritano e socialismo; all’ esercito del Kuomingtang addestrato dall’ Armata Rossa, al PCC clonato sulla falsariga del PCUS; ai grattacieli cinesi progettati dalle archistar occidentali, perfino alla Nuova Via della Seta, inventata da Hilary Clinton…

Oggi, se, e nella misura in cui, nel mondo contano solo le potenze che dispongano di un autonomo “complesso informatico militare”, il problema numero uno degli Orientali  è quello d’impedire al complesso informatico militare americano di penetrare nelle loro società, il che implica la necessità di creare un  loro proprio sistema informatico-militare, che riempia gl interstizi lasciati vuoti fra Oriente e Occidente.

Il “Firewall”

3.La Società del Controllo Totale

La “Nuova Muraglia Cinese” (the Great Chinese Firewall) nasce anch’essa da un’idea americana, tipica del sistema informatico-militare USA. A partire dagli ultimi decenni del 20° Secolo, veniva chiamato Chinese Walls un sistema contrattuale, giuridico, organizzativo e informatico che doveva permettere di mantenere un regime di assoluta segretezza perfino fra i dipendenti di uno stesso ufficio. Ipotizziamo che un fornitore strategico abbia rapporti con due clienti fra loro concorrenti. Ebbene, i due clienti vincolano il fornitore a instaurare, al proprio interno, un sistema di “Chinese Walls”, grazie a cui i dipendenti dello stesso ufficio che trattano i componenti destinati ai due clienti non possano parlare fra di loro di questo argomento. Addirittura, le rappresentanze tecniche dei due clienti presenti nello stesso stabilimento non possono incontrarsi neppure alla macchinetta del caffè. Orbene, questo è, in piccolo, ciò che ha incominciato a verificarsi in grande  nei rapporti virtuali fra USA e Cina, dove la stessa Google è stata costretta a inventare e manutenere un Firewall che permettesse di isolare la propria rete  cinese da quella internazionale.

Anche il sistema di profilazione totale e di “credito sociale” oggi sviluppato in Cina, tanto dal settore pubblico quanto quello privato, non è che una clonazione di quelli in uso da molto tempo in Occidente, e documentati ad abundantiam da Assange,  da Snowden e da Schrems.

Di converso, i principi americani assomigliano sempre più , anche nel senso del controllo politico, a quelli cinesi. Secondo quanto dichiarato da Obama per giustificare il rifiuto di firmare un No-Spy Agreement con l’ Unione Europea, “i servizi segreti sono stati fondamentali per gli Stati Uniti fin dalla loro fondazione(basti pensare ai ruoli di Franklin e  di Jefferson in Europa). La Sentenza Schrems della Corte di Giustizia della UE ha dimostrato che il diritto di accesso delle 16 agenzie di spionaggio americane alla corrispondenza elettronica di cittadini e stranieri  si riallaccia ad una  base giuridica, nella legislazione postale americana, che risale fino alla 1a Guerra Mondiale. Del resto, le Big Five avevano messo a disposizione di Obama (chiamato  anche“il Presidente 2.0”), un intero grattacielo pieno di informatici per la sua prima campagna elettorale. Per la seconda, egli aveva utilizzato i dati sensibili di 10.000.000 di cittadini americani trattenuti fin dalla prima, senza lasciarli “in eredità”, né alla Casa Bianca, né al Partito Democratico. E’noto che Bush è stato eletto anche grazie ai dati ceduti da Facebook a Cambridge Analytica, e la Merkel a quelli di Deutsche Post.

Nel futuro, questa convergenza si accrescerà progressivamente grazie all’ Intelligenza Artificiale. Temo che l’assetto prossimo del mondo sarà la nascita di sistemi in cui il sistema informatico dominerà la vita intellettuale, politica, militare ed economica, e l’Umanità fungerà solo più da miniera da cui prelevare dati per la costruzione dell’Uomo Artificiale.

Il caso Huawei

4. Il conflitto fra i Complessi Informatico-Militari

L’unico aspetto positivo in questo scenario è l’esistenza di più sistemi informatico-militari in conflitto fra di loro, cosa che può permette anche a soggetti marginali (Russia, India, Israele, domani, l’ Europa) di affermare un barlume d’indipendenza. L’irrilevanza dell’Europa e la crisi delle nostre economie nasce proprio dall’attuale indisponibilità e incapacità dei nostri sistemi a generare, nonostante l’esistenza di questi conflitti, un sistema informatico-militare europeo autonomo.

Molti si chiederanno se valga comunque la pena che l’Europa si tuffi anch’essa in questo immane conflitto, visto che farlo è così difficile, e che comunque le Macchine Intelligenti sono condannate a dominare il mondo, eliminando la privacy, il libero arbitrio e perfino l’ Umanità.

A mio avviso, proprio perché credo nel Libero Arbitrio, non è detta l’ultima parola. La competizione per il controllo dell’ Intelligenza Artificiale costituisce proprio quell’ “Ultima Grande Battaglia” di cui parlava Nietzsche, riecheggiando più che mai gli antichi testi apocalittici, una battaglia intorno al significato della libertà e anche della storia. Il futuro informatizzato potrà    anche essere un futuro umano e un futuro di libertà, purchè l’Umanità lo approcci con un adeguato orientamento culturale,  mantenendo vivi i valori dell’ Epoca Assiale (cfr. Jan Assmann, “Achsenzeit”).Che, contrariamente a quelli odierni, erano valori “polemici”.Proprio gl’ Israeliti, i Greci e  i Romani, a cui tutte le vulgate europee fanno riferimento, erano popoli guerrieri, per cui libertà significava lotta continua per la propria autodifesa e autoaffermazione: Giosuè, Sansone, Davide, Achille, Ulisse, Leonida, Alessandro, Cesare, Costantino… Oggi, la lotta non è tanto contro altri popoli, e non è neppure una guerra fisica, bensì è la lotta contro il sistema informatico militare, una guerra d’ intelligenze (Laurent Alexandre). Tuttavia, essa richiede quelle stesse caratteristiche di lucidità, di fermezza, di coraggio e di abnegazione che furono di  Ulisse, di Leonida, di Cesare, di Costantino.

Leonida

5.L’Europa della libertà digitale

E’ in questo senso che l’Europa potrà, e, secondo me, dovrebbe,  rivendicare un ruolo nel futuro mondo delle Macchine Intelligenti: affiancandosi alle altre Potenze Continentali con un proprio, diverso, Sistema Informatico Militare, che non pretenda di comandare all’Umanità nel nome del Servo Arbitrio  e dell’ ineluttabilità del progresso tecnologico, bensì prenda invece  ordini dall’ Umanità.

Questo nuovo modello di interazione fra la società e il sistema informatico-militare potrebbe, e, a mio avviso, dovrebbe, emergere da una lotta per la sovranità digitale europea, che qualche politico (per esempio, Macron e Marine Le Pen) ha per ora solo timidamente accennato, ma che, in sostanza, resta soltanto una nebulosa idea astratta.

Come sempre, non mancano i documenti cartacei, anzi, ce ne sono fin troppi. Cito soltanto.

-la Direttiva 95/46/CE , sulla Protezione dei dati e la Direttiva 2006/24/CE , sulla Conservazione dei dati;

-la Comunicazione della Commissione al  Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale  e il Comitato delle Regioni: A Digital Agenda For Europe, Brussels 9.05.2010 COM (2010), 245
– Europe´s Digital Competitiveness Report 2010, https://ec.europa.eu/digital-agenda/sites/digital-agenda/files/european_competitiveness_report_2010.pdf, del 12 Agosto 2015;
-la Comunicazione  dalla Commissione al Parlamento Europeo,al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale e al Comitato delle Regioni: A Digital Single Market Strategy for Europe, http://ec.europa.eu/priorities/digital-single-market/docs/dsm-communication_en.pdf

Tuttavia, il problema è che l’intero sistema di Internet, con la sola eccezione del web cinese e dei suoi operatori, sono localizzati fisicamente o virtualmente negli Stati Uniti, sicché la normativa europea, fondata sui principi OCSE, non viene di fatto adempiuta, perché in contrasto con la legislazione postale americana, che è sostanzialmente una legislazione per il tempo di guerra, e quindi prevede un diritto illimitato delle autorità della sicurezza nazionale (americana), di violare sistematicamente la corrispondenza. Orbene, l’intero web è “corrispondenza”. Ne consegue che, quale che sia il contenuto della normativa UE applicabile, essa si rivelerà sempre una sfrontata finzione finché il controllo effettivo sul web europeo e sui dati degli Europei non sarà sottratto alle autorità e alle imprese americane.

Attualmente, sono in corso di attuazione normative sulla nazionalizzazione dei dati in Russia e in India, grazie alle quali i dati dei Russi e, rispettivamente, degl’Indiani, saranno custoditi nei rispettivi Paesi. Nulla di tutto questo in Europa.

Ovviamente, le conseguenze pratiche della nazionalizzazione dei dati dipendono da quale sia la legislazione informatica di un Paese. L’Unione Europea si vanta di essere il Paese più avanzato nella tutela dei suoi cittadini sul web, in particolare per ciò che riguarda la protezione della privacy, l’antitrust e la legislazione fiscale. Peccato che, come dicevo, queste splendide normative siano solo carta straccia, perché l’Unione Europea non ha la forza di farle applicare.

Volendo, invece, il giorno in cui i dati degli Europei fossero nazionalizzati, i server in cui fossero immagazzinati i dati degli Europei potrebbero essere posti sotto il controllo diretto dell’ Autorità Europea per la Privacy, gestiti dall’Europol sotto il controllo della Corte di Giustizia e difesi dall’ Esercito Europeo e dall’ intelligence europea. Nel sistema operativo di quei server, dovrebbero essere inseriti algoritmi che garantiscano il rispetto delle varie normative europee sull’accessibilità, conservazione e utilizzo dei dati,sulla lotta ai monopoli, sulla fiscalità internazionale e sulla difesa della sicurezza dell’ Europa.

La Repubblica Romana

6. Libertà politiche e rappresentanza

Il rapporto fra libertà e rappresentanza si regge da sempre su un equilibrio instabile. Nei periodi di lotta internazionale, come quello che stiamo vivendo, la gestione della cosa pubblica tende ad essere accentrata. Non per nulla, già le antiche forme repubblicane, come quelle romana e germanica, si trasformavano in monarchiche (Dictatura, Heereskoenigstum), per garantire l’unità della catena di comando. Questo spiega il fenomeno, altrimenti non comprensibile, delle cosiddette “democrazie illiberali”, che sono sistemi di comando unipersonale sovrapposti a costituzioni di democrazia rappresentativa: esse servono ad esigenze di difesa verso l’esterno. Basti pensare alla nomina di Putin per fronteggiare la guerra cecena, o all’accentramento del potere di Erdogan dopo il fallito colpo di Stato….

L’Europa Occidentale difficilmente potrà sottrarsi a questa tendenza. Per fare fronte all’ attacco delle macchine intelligenti, ma anche solo alle sanzioni e ai dazi di Trump, non bastano certo le deboli leadership nazionali, né tanto meno le inesistenti autorità europee; ci vuole un “Commander -in-Chief” capace di reagire senza indugio a manovre sotterranee e a colpi di mano.

Questo non significa affatto che non debbano esistere istituzioni più forti di rappresentanza, anche con forme di rappresentanza  speciale e di democrazia diretta. Ma tutto ciò dev’essere subordinato all’ obiettivo di difesa della libertà europea contro gli attacchi esterni, come ai tempi delle Guerre Persiane o di Hannibal ad portas.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ATTUALITA’ DI NIETZSCHE. COMMENTO A GIAMMETTA

ATTUALITA’ DI NIETZSCHE. COMMENTO A SOSSIO GIAMMETTA

Nell’articolo di Sabato 10 novembre su “La Repubblica”, Sossio Giammetta, cultore appassionato e competente  di Nietzsche, riapre (a mio avviso molto opportunamente), la questione circa l’attualità o inattualità di quel filosofo, che, oggi, equivale sostanzialmente  a quella della sua utilizzabilità per il nostro presente e per il nostro futuro. In breve, secondo Giammetta, Nietzsche si sarebbe sbagliato nel ritenersi “inattuale”, cioè troppo avanti rispetto alla sua epoca, in quanto egli, al contrario, esprimeva benissimo proprio quella cultura della crisi che avrebbe voluto contestare.

Con tutto il rispetto per Giammetta, non condivido questa valutazione, in quanto, invece, il mondo contemporaneo mi appare dominato, proprio come previsto da Nietzsche, da un immane contesa   circa l’ eredità nietzscheana, considerata da tutti più preziosa che mai, quale punto di partenza per interpretare  i conflitti circa l’avvenire dell’ Umanità. Il misconoscimento di questo aspetto della post-modernità è uno dei sintomi dell’ incapacità dell’establishment di comprendere il nostro tempo.

  1. Le interpetazioni del Superuomo

Infatti, le grandi forze culturali e politiche che aspirano a configurare il nostro futuro, vale a dire  la lobby post-umanista che gravita intorno alle Big Five dell’ informatica, una parte delle Chiese, e, infine, perfino la Cina di Xi Jinping,  si muovono, in ultima analisi, intorno all’ interpretazione  di quell’eredità, filtrata, a seconda dei casi, dal messianesimo progressista o dai Classici Confuciani. Cosa che non può stupire perché la “Nietzsche-Manie” è arrivata un po’ dovunque, attraverso Toennies, Spengler, Buber, Mann, Wilde, Trotskij, Lu Xun, Heidegger, Gehlen,  e ancora, attraverso la Nietzsche-Renaissance…

Più precisamente, quelle forze operano oggi, anche inconsapevolmente, sulla scia di una determinata interpretazione del mito del Superuomo, quella che potremmo chiamare genericamente “democratica”, fatta propria in particolare da Gianni Vattimo, quando aveva reso “Uebermensch” con “Oltreuomo”, e da Umberto Eco, quando aveva parlato del “Superuomo di massa”. Questo ”Oltreuomo” è una sorta di nuova specie, che succederà all’ umanità quale noi la conosciamo, presentandosi come un qualcosa di unitario. La sua superiorità deriverà proprio dall’essere unitaria: l’Umanità come un grande individuo, idea affermata espressamente dall’inventore della missilistica,  Tsiolkowskij, e dal Commissario del Popolo Lev Trockij. La più plastica incarnazione di questa visione del Superuomo è rappresentata proprio da Jurij Gagarin, un mito moderno alimentato anche dalla sua morte prematura e misteriosa.

Secondo quest’interpretazione, oggi dominante, il Superuomo realizzerà le aspirazioni recondite dell’ Umanità: secondo Ray Kurzweil, perché, attraverso la tecnica, invererà l’aspirazione buddhistica al nulla; secondo Teilhard de Chardin e secondo gli Hojjatiyyeh sci’iti, perché, attraverso l’unità fra uomo e natura, scienza  tecnica, ricostituirà l’originaria unità dell’ Essere in un “Punto Omega” che rappresenterà la seconda, conclusiva, venuta di Gesù Cristo (e, nella variante islamica, anche del Mahdi); secondo Kang You Wei, l’ultimo ministro imperiale cinese, perché, attraverso una sorta di “socialismo con caratteristiche cinesi”, si sarebbe restaurato il  DaTong, la mitica Grande Armonia dell’ Impero Zhou.

Giammetta ha parzialmente ragione nel vedere in Nietzsche anche il punto di partenza della genesi filosofica delle culture dell’ Asse. Esse condividevano   infatti un secondo gruppo d’interpretazioni del nietzscheanesimo: quelle imperialistiche. Anche per queste, il Superuomo era un’entità collettiva, lo “Herrenvolk”, che, riportato all’ antica purezza dallo Stato Etico, potrà ricostituire la naturale gerarchia umana, ponendo così fine all’era della “décadence”.

A mio avviso, vi è ancora una quarta altra interpretazione, per ora minoritaria, del Superuomo, che chiameremo “eroica”: quella che lo vede proprio come un uomo in carne ed ossa, ma, tuttavia, come si dice oggi, “aumentato”. A oggi, quest’”aumento” (“Enhancement”) non è stato ancora inquadrato adeguatamente perché già soltanto il definirlo richiederebbe una buona dose di antropologia nietzscheana. Non si può dominare il mondo delle macchine aggiungendo, ai loro algoritmi, altri algoritmi, che esprimano il “governo delle regole” e la “Robo-ethics”, ma solo opponendo, alla ripetitività delle macchine, la libera creatività dell’ “uomo superiore”: “ein auf sich rollender Rad”. Quest’ultima interpretazione esigerebbe una sintesi fra le nuove tecnologie cibernetiche e le culture dell’epoca assiale, di cui quella classica e cristana europea non è che una parte. E’, in sostanza l’interpretazione data dal superomismo ebraico di Berdichewsky e Ahad ha-‘Am (lo Tsadiq come Superuomo) e, un secolo dopo, da Stanley Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”, la quale , non per nulla, si apre al suono dello Zarathustra di Strauss. Il protagonista di quel film completa il proprio cammino interiore quando, disattivato il  computer di bordo, sprofonda negli strati sconosciuti della propria coscienza, per “morire a se stesso” nella “camera di riflessione”, e, infine, grazie al mitile (la Ka’aba?) che presiede  alla sua morte iniziatica e alla sua resurrezione, per ritornare sulla terra, vero Messia tecnologico, nella veste di un bimbo – “das Kind”-,  protagonista della “terza metamorfosi” dello Zarathustra.

Del resto, questa scena si è già verificata nella realtà, quando il tenente colonnello Petrov ha disinnescato il grande computer “OKO”dell’ Armata Rossa (oh, quanto simile allo HAL di Kubrik!), arrestando, con un atto di suprema decisione e ribellione, la terza guerra mondiale.

2.Fine dell’ Occidente, fine dell’ Europa, o semplice eclisse?

Concordiamo con GIammetta sul fatto che l’opera e la vita di Nietzsche sono coincise con l’apogeo e la decadenza dell’ Occidente. Questo però solo nella misura in cui concepiamo l’Occidente come una realtà unitaria. In effetti, fino al 1885, (data della pubblicazione del Manifest Destiny di John Fiske), o fino al  1889 (data dell’ impazzimento di Nietzsche a Torino), poteva avere un senso considerare gli Stati Uniti, nonostante il loro ribellismo, come una parte di un’unica entità insieme all’ Europa. Tuttavia, a partire da “Manifest Destiny”, l’America si concepirà come un antagonista, che ha superato e sconfitto l’ Europa, e che si accinge ora a raccoglierne l’ eredità. Con  Kipling che, ne “il Fardello dell’ uomo bianco”, trasferisce letteralmente le consegne all’ America.

Questo trasferimento diverrà plasticamente evidente con la 1° Guerra Mondiale, i “rent-lease agreements” fra USA e Inghilterra, che sancirono il trasferimento del centro finanziario mondiale da Londra a New York, con i 14 Punti di Wilson, in cui si impegnavano gli Stati europei a cedere le colonie, e, infine, con l’impiantarsi in Europa di imprese americane e dell’industria culturale americana. Oggi, l’Occidente è nettamente diviso fra l’ America tecnocratica e neo-colonialista del Complesso -informatico-militare, e un’ Europa passiva, che conserva in sé le vestigia di molte antiche civiltà ma non è capace di attualizzarle.

Certamente, l’eredità culturale di Nietzsche, con la sua idea di unificare l’Europa per difenderla dal resto del mondo, ha continuato a ispirare vari aspetti della vita culturale e politica, a cominciare dall’ interpretazione aristocratica dell’ unificazione europea espressa da Coudenhove Kalergi, per continuare con la stessa concezione di una grande guerra per l’egemonia  sull’ Europa fra i “popoli di signori”, che Nietzsche identificava con i Tedeschi, i Russi e gli Ebrei, e  soprattutto l’ambizione di Spinelli di essere, per l’Europa, ciò che Machiavelli era stato per l’Italia.

Come noto, nessuna di queste ipotesi portò in realtà all’ unificazione dell’Europa, anzi, al contrario, tutte  portarono alla divisione di Yalta e alla perdita della sovranità europea. Soprattutto, il progetto spinelliano non ha retto all’assalto funzionalista sostenuto neanche troppo copertamente dalla globalizzazione tecnocratica del  complesso informatico-militare americano.

Giustamente, già Heidegger accusava implicitamente di non aver compreso che la Super-umanità che stava avanzando, più che la sublimazione dell’ individuo, avrebbe rappresentato la sublimazione dell’ Apparato e lo schiacciamento dell’ individualità.

E, nonostante tutto ciò, da un lato tutti continuano a muoversi nello spazio circoscritto da quelle ipotesi, e, dall’ altra, non è ancora stata abbandonata l’idea che l’Europa possa unificarsi e rivendicare un proprio ruolo nel mondo. L’Europa che potrebbe morire è l’”Europe Décadente” di Morin, non già l’”Europa Vivente” che si agita ancora confusamente oltre l’Elba e il Mare Adriatico.

3.Nietzsche oggi

Certamente, le due guerre mondiali costituirono il momento culminante della caduta dell’Europa, e la fine del suo dominio coloniale. L’ideologia della supremazia europea era però così radicata ovunque, nel bene e nel male, che la piena coscienza della realtà ha tardato quasi 100 anni a manifestarsi, fino ad oggi, quando è diventato veramente difficile nasconderla. D’altronde, Nietzsche già aveva profetizzato il grande conflitto interpretandolo come una crisi di crescita, e anticipando, così, la “Kriegsideologie”.

Uno dei motivi per cui quest’autocoscienza non nasce è che, nonostante che, fino dai tempi della guerra con la Spagna del 1898, l’America fosse diventata la nuova potenza coloniale, ed, oggi, essa sia oramai  il più grande impero della storia, essa ha continuato a presentarsi come la potenza anti-coloniale per eccellenza. Di converso,  gli Europei continuano ancor ora a credere di avere dei grandi privilegi verso il resto del mondo, mentre invece non contano più nulla. Perciò, essi, credendo di fare parte della metropoli imperiale, hanno parteggiato ancora sempre, sostanzialmente, per gli Stati Uniti contro il resto del mondo, senza rendersi conto che la loro situazione è oramai per molti versi simile a quella dell’America Latina o del Medio Oriente, ed è deteriore perfino rispetto a quella dell’India, della Russia e della Cina.

Nel frattempo, il post-umanesimo è divenuto la versione egemone del mito del Superuomo. Sa un lato, alcuni, rari, autori, come Alexandre e Benasayag, si stanno  sforzando di costruire una teoria della “paideia” postmoderna capace di coniugare l’”Enhancement” (l’incremento delle capacità umane), con le nuove tecnologie, che a sua volta  non potrà avere nessuno  sbocco  concreto se non attraverso una lettura attenta dell’antropologia nietzscheana. Dall’ altro, il tema del giorno è costituito dal potenziale di crisi bellica implicito nella crescita della Cina e nella resistenza degli USA (Graham Allison, “Destinati alla guerra”). Anche quest’idea di una guerra totale per il dominio della Terra (“l’Ultima Grande Battaglia”) era ben presente in Nietzsche, come dimostra il paragrafo zarathustriano intitolato “Profonda Mezzanotte”: “Chi saranno i signori della Terra?”.

4.Fuori  dal nichilismo

Certamente, la tentazione di attribuire a Nietzsche (per il suo preteso relativismo) la colpa della crisi dell’Europa è forte in tanti. E, anche su questo, ha ragione Giammetta, nell’ affermare che la crisi dell’Europa era in un certo senso inevitabile, in quanto crisi metastorica (Nietzsche quale “destino”). Questa concezione tipicamente nietzscheana  si riallaccia all’ idea della decadenza della civiltà occidentale per un effetto ritardato dell’ascetismo orientale (i “sannyasin”, Buddha), veicolato in Occidente dalla Bibbia e dal Platonismo, una tesi che ha un suo profondo fondo di verità, tant’è vero che è stata ripresa dal “pensiero unico” quale narrazione fondante della contrapposizione Progresso-Reazione, dove il Progresso nasce proprio dai Rinuncianti, dal messianesimo e dal razionalismo, e la Reazione s’identifica con lo spirito dionisiaco, la “bestia bionda” e le grandi personalità amate da Nietzsche, come il Duca Valentino o Napoleone.

Il compito che Nietzsche si era dato era appunto quello di ostacolare quella decadenza, interpretando la Storia (cioè gli ultimi 2500 anni) come un semplice istante di una storia più  ampia (l’Eterno Ritorno), in cui sarebbe stato possibile incastonare un momento di rinascita, sfruttando la stessa direzione di movimento della decadenza universale(il “Grande Meriggio”).

E’ l’idea, oggi attualissima,  di un “reincanto del mondo”, che sarebbe stato avviato proprio dagli eccessi della decadenza. Il “nichilismo” si sarebbe allora tramutato in “prospettivismo”, nell’ “amor fati”, nell’accettazione stoica dell’imperfezione del mondo, che è proprio quel pessimismo assertivo, che Nietzsche contrapponeva all’infondato ottimismo dei progressisti, ed oggi è condiviso da una parte importante della cultura mondiale.

Su questo tema, si sono cimentati molti autori nutriti di un denso background nietzscheano: da Heim a Mann, a Juenger, a Coudenhove-Kalergi, che non è il caso qui di approfondire, anche perché, personalmente, credo che nessuno sia stato capace di esprimere quest’idea fino in fondo, anche perché non c’è stato, fino ad ora, nessun esperimento integrale di “enhancement”.

Certamente, la cultura europea in particolare, e quella occidentale in generale, non sono in grado di rispondere da sole a questa domanda. L’entropia della scienza e della tecnica, che tende a svuotare l’umano per sostituirlo con il macchinico, è strettamente connaturato alla deriva distruttiva del messianesimo materialistico sempre latente nelle “Religioni del Libro” (manicheismo, carmatismo, anabattismo, puritanesimo, teologia della liberazione). Vedo il coraggio di contrapporsi frontalmente, e anche esistenziamente, alla deriva nirvanica  solamente in autori che, pur provenendo da una sofisticata formazione europea, sono stati sovraesposti anche alle culture e religioni orientali. Mi sembra esemplare, a questo proposito, il cosiddetto “Catechismo di Matteo Ricci” (il “Tianzhu Shiji”), opera in Cinese di carattere discorsivo e divulgativo, in cui per altro il dottissimo gesuita, nel prendere posizione a favore del Confucianesimo e contro il Buddhismo, riconosceva  chiaramente che la sua era una scelta affatto soggettiva. Ciò che, in sostanza, era anche la posizione di Nietzsche, il quale tra l’altro, un po’ come Kipling, pur essendo in fondo un imperialista europeo, aspirava a “pensare sovra-europeo”, ed ammirava, come in “East and West”, la forza creatrice dei giovani popoli dell’Oriente.

Soprattutto, Nietzsche si autodefiniva polacco, e non per nulla usava portare baffoni come quelli di Lech Walesa, che, come testimonia il Pan Tadeusz di Mickiewicz (appena tradotto in Italiano), erano caratteristici proprio della Szlachta polacca, da cui Nietzsche  si vantava di discendere. Anche in questo Nietzsche anticipava i tempi. I popoli dell’ Europa Centrale e Orientale, che ai suoi tempi non avevano voce nella competizione politica, ideologica e culturale, dell’ Europa, stanno rivendicando un loro posto in Europa, facendo leva proprio su quell’ eredità storica da cui Nietzsche era istintivamente attirato.

 

 

 

 

CONFLITTO, ESERCITO, EUROPA

                           Trump e Macron l’11 novembre

I problemi dell’Europa si accrescono a ritmo esponenziale, senza che nessuno vi ponga mano. Intanto, la letteratura specialistica affronta temi sempre più scottanti, che incrinano i pregiudizi consolidati, mentre finalmente, seppur controvoglia, neanche i leader istituzionali possono più esimersi, se non altro agli albori della campagna elettorale per  le Europee del 2019, dal tirar fuori dal cassetto questioni che per molti decenni si sono volute  “nascondere sotto il tappeto”.

 

“Europe en marche” non è un’invenzione

di Macron: è uno slogan di Vichy

1.L’esercito europeo

Intanto, finalmente, i vertici di grandi Stati, come Francia, Germania e Stati Uniti,  hanno preso pubblicamente posizione, nel corso dell’ ultima settimana, circa l’antico e sempre nascosto tema dell’ Esercito Europeo.

Se ne parla nientemeno che da 700 anni, vale a dire da quando, per primo, il consigliere del Re di Francia, Pierre Dubois, aveva scritto il “De Recuperatione Terrae Sanctae”, in cui aveva espresso il punto di vista che, per rimediare alle croniche sconfitte dei Crociati, si darebbe dovuto costituire una federazione fra i sovrani europei, co la missione di  dirigere un esercito comune. La struttura di questa federazione era poi rimasta sempre la stessa nei vari progetti elaborati dalle monarchie europee dl Medioevo e al Cinquecento, da  Podiebrad e da Sully, mentre, invece, nel Settecento in St. Pierre, Rousseau e Kant, la finalità bellica della federazione europea era stata temporaneamente silenziata, a favore della “Pace Perpetua”. Nell’ Ottocento, Fichte, St. Simon, Mazzini e Nietzsche erano sostanzialmente concordi nel dire: pace sì, ma solo fra gli Europei, per condurre più facilmente le guerre coloniali verso il resto del mondo.

La tanto decantata vicenda della Comunità Economica di Difesa va un poco demitizzata. Si trattava di poche divisioni, che, nel 1953, avrebbero dovuto essere messe a disposizione dell’ Europa, ma prive di  marina, aviazione, servizi segreti, e subordinate alla NATO (eravamo ai tempi di Stalin e del maccartismo). Che alla fine il parlamento francese l’avesse bocciata non stupisce. Essa avrebbe sancito il ruolo dei soldati europei come semplici “truppe ausiliarie” dell’ esercito americano, in posizione non dissimile da quello che le  “SS  straniere” erano state per l’esercito tedesco appena otto anni prima. Nello stesso modo, si sarebbe voluta cementare attraverso un esercito comune la compattezza ideologica degli Europei intorno alla nuova potenza egemone.

Da allora,  ogni qualche anno si è ripresentato il discorso sull’esercito europeo, ma, quasi inspiegabilmente, ogni volta, esso è stato subito affossato, nonostante che i promotori si fossero affrettati ogni volta a precisare che esso non sarebbe stato alternativo alla NATO.

Ora Macron, per rendere credibile  la sua idea del “sovranismo europeo”, ha dovuto parlare, proprio alla vigilia della visita di Trump, di  un esercito europeo “per difendere l’ Europa contro la Russia, la Cina e gli Stati Uniti”. La scarsa padronanza della materia  da parte di persone, come Macron, Trump e la Merkel, che non hanno mai fatto neppure il servizio militare, contribuisce a rendere sempre un po’ ridicole siffatte prese di posizione su questo tema.

Nel caso di Macron, però, bisogna ammettere che molti dei suoi obiettivi sono stati centrati, innanzitutto là dove ha posto teatralmente   in evidenza che non può esservi esercito europeo  che non sia autonomo e in competizione con quello americano. In particolare, è stata ben giocata la provocazione nei confronti di  Trump, , in quanto la reazione è stata sostanzialmente quella di affermare che la Francia deve obbedienza agli USA perché è stata liberata dagli Americani, e che gli Europei debbono continuare a pagare l’America affinché questa li difenda. In tal modo, Trump ha smentito 70 anni di ipocrisia puritana, chiarendo finalmente in modo inequivocabile che considera l’Europa come un protettorato dell’ America (tesi già esposta a suo tempo da Brzezinski, ma., ovviamente, di tutt’altro peso se affermata dal Presidente).

E che di ipocrisia si sia trattato lo dimostra che, già nel “testamento politico” dettato da Mitterrand prima di morire, era scritto che, fra Europa America, vi è una guerra occulta, ma non per questo meno mortale.

Giusto anche sollevare il problema dell’esercito europeo in connessione con la questione della cyberguerra, perché è proprio nel campo della cyberguerra che la subordinazione e l’arretratezza degli Europei risulta più schiacciante, come dimostra in modo impressionante il numero 10/2018 di Limes, “La rete a stelle e strisce”. Giusto infine precisare, in un’intervista, che la spesa militare europea non deve finanziare l’industria militare americana, bensì risollevare quella europea. Giusto infine rispolverare, con ciò, tutta la dottrina militare del Generale De Gaulle.

L’unica sbavatura è consistita nell’ approcciare la questione dell’esercito europeo come se fosse mirato contro qualcuno. Non tanto perché ciò è in stridente contrasto con il conclamato pacifismo dei vertici europei e con lo stesso “Forum della pace” inaugurato pochi giorni dopo da Macron. Né perché ha urtato inutilmente la Cina (che non ha neppure partecipato alle celebrazioni di Parigi) e la Russia (che vi ha tenuto giustamente un atteggiamento sprezzante). Ma soprattutto perché gli eserciti di oggi non servono tanto per essere concretamente usati contro qualcuno, bensì innanzitutto per accrescere il peso specifico del Paese che li possiede, certo, come deterrente propriamente militare, ma anche e soprattutto come fulcro di una rete d’influenza, veicolo di educazione popolare, fucina di tecnologie, supporto all’economia, strumento di spionaggio, ecc…

L’esercito americano non  è, propriamente, diretto contro la Russia, la Cina, l’ Iran,e neppure contro l’Europa: semplicemente sorveglia e influenza il mondo intero con la sua stessa esistenza.  VCosì fanno, in piccolo, anche  i suoi omologhi delle altre potenze.

E questo varrebbe soprattutto per un ipotetico esercito europeo che nascesse nelle particolari nuove condizioni  di oggi. A mio avviso,tale esercito dovrebbe, e potrebbe, essere molto meno guerrafondaio di tutti gli attuali eserciti occidentali che, come l’Italia, a parole “ripudiano la guerra”, ma in realtà la conducono ininterrottamente contro i Paesi non-occidentali, occupando indebitamente i loro territori insieme agli Stati Uniti, come in Afghanistan, Irak, Niger, ecc…

L’Esercito Europeo dovrebbe invece restarsene in Europa, e, semmai, di lì, influenzare silrenziosamente il mondo, con le sue scuole militari e la sua intelligence, i suoi riservisti e i suoi missili, i suoi satelliti, il suo web, le sue industrie militari, ecc…, per fare valere i suoi punti di vista sul pluricentrismo, sul governo delle tecnologie, sul controllo degli armamenti, sulle migrazioni, sul clima….Secondo il principio taoista della “non azione” (“wu wei”).

Se la politica è un parallelogramma delle forze, e la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, allora  un esercito culturalmente motivato, tecnicamente all’ avanguardia e integrato nella politica estera di uno Stato serve innanzitutto a contribuire ad allargare il parallelogramma di quello Stato, senza bisogno di uccidere nessuno, come ci ha insegnato SunZu.

Forse, questa è la volta buona in cui questo tema verrà esplorato un po’ più seriamente del solito. Ciò richiederebbe però che:

a)si avesse veramente il coraggio di dispiacere fortemente agli Stati Uniti;

b)si sgombrasse il campo dalle solite menzogne sul ripudio della guerra e sul carattere pacifico dell’ Occidente (quando proprio a Parigi Trump ha ribadito che gli USA hanno speso, l’anno scorso, e spenderanno anche quest’anno, per la difesa,  700 milioni di dollari, e gli Europei 300, contro i 200 della Cina e i 60 della Russia). Si noti: questi campioni occidentali della pace e della democrazia spendono in armamenti circa tre volte dei loro avversari, di cui dichiarano di avere tanto timore. Si sono mai chiesti quanto i Cinesi e i Russi debbano avere anch’essi paura dei mirabolanti eserciti occidentali, e quanto dei loro atteggiamenti apparentemente così ostili derivino in realtà da un’urgente necessità di difendersi?Un team di esperti del Governo americano ha appena licenziato alle stampe lo “Assessment and Recommendations of the National Defense Strategy Commission”, in cui, criticando lo stesso Dipartimento della Difesa, si afferma che le Forze Armate Americane stanno minando il presupposto stesso della politica degli Stati Uniti, fondata sulla superiorità militare assoluta sul resto del mondo, in modo da poter dominare gli sviluppi di quest’ultimo, orientandoli in un senso conforme agl’interessi degli Stati Uniti. Invece, dice il rapporto, se gli Stati Uniti combattessero oggi una guerra contemporaneamente con la Russia e la Cina, per esempio per il Baltico e per il Mar della Cina, potrebbero anche perderla. Anch’io lo credo, ma non vedo perché gli Europei dovrebbero sostenere queste guerre, sostenendone probabilmente i maggiori danni senza ricavarne alcun beneficio.

c)si possedesse una propria, autonoma, ideologia, che giustificasse e orientasse l’Esercito Europeo, rendendo così accettabile a tutti la cessione di sovranità in questo settore così delicato.

A mio avviso, tale dottrina militare dell’Europa deve partire dall’idea che, nella cultura europea, vige ancora, contrariamente che in quella americana, la priorità della persona sulla tecnica, una priorità in nome della quale l’Europa dovrà combattere le sue prossime battaglie- le “Guerre delle Intelligenze”, come le ha chiamate Laurent Alexandre-. Del resto, già nell’ Orlando Furioso era contenuta una violenta requisitoria contro le armi da fuoco, responsabili dell’imbarbarimento della guerra, da nobile tenzone quale essa era dall’Iliade ai tornei rinascimentali, ad anonimo e proditorio macello, Si pensi alla colubrina che uccise Giovanni dalle Bande Nere.

Per esempio, Daniel Kahneman, premio Nobel americano, crede che sia giusto che le grandi decisioni vengano prese dai robot, non dagli uomini, perché essi sono più saggi di noi (le nostre convinzioni sono radicate “nella nostra comunità, la nostra storia, i nostri affetti e le persone di cui ci siamo sempre fidati”) .

Quindi, la vera “minaccia” contro cui deve prepararsi l’esercito europeo, non sono, né la Russia, né la Cina, né gli USA, e neppure il terrorismo internazionale, bensì le macchine intelligenti che rischiano di sostituirsi all’ uomo, con tutti i loro alleati: le agenzie spionistiche che ci controllano; le multinazionali che ci condizionano; le imprese informatiche che ci colonizzano; l’accademia che le mitizza;  gli eserciti che le proteggono. E’ una guerra quotidiana e occulta, fatta di corsa alle nuove tecnologie, di spionaggio, di “covert operations”, di battaglie culturali ed economiche..

Sulla stessa lunghezza d’onda, l’insostituibile funzione culturale dell’esercito, quale centrale di pensiero strategico (pensiamo a Giulio Cesare, a MoZi, a Clausewitz), quale cinghia di trasmissione dell’ethos delle classi dirigenti, quale educatore del popolo, dovrà esercitarsi sui tema del rapporto uomo-macchina, della difesa contro lo cyberguerra , dell’  intelligence tecnologica…varrebbe anche e soprattutto per l’ Esercito Europeo, che deve riformare una nuova élite militare, un ambiente informatico autonomo,  un nuovo tipo di soldato digitale…

Un esercito siffatto non sarebbe in concorrenza, né con la NATO, né con gli eserciti nazionali, giacché farebbe tutte cose che quelli non fanno.

 

 

Per Eraclito, “polemos” è all’ origine di tutte le cose

2.Elogio del conflitto

Torna oggi quindi utilissimo poter fare ricorso a quella parte, certo minoritaria, del mondo intellettuale, che non ha mai cessato di deprecare la sconsideratezza dell’espungere, dallo scenario ideale dell’Umanità, la consapevolezza del conflitto Come scrive Benasayag, “Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato  come un’anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità , possa costruire le condizioni di un vivere comune malgrado il conflitto e anzi attraverso il conflitto, mettendo fine al sogno, o all’ incubo, di chi vorrebbe governare tutto ciò che vi è, in lui, d’ingovernabile”.

La repressione del conflitto comporta infatti innanzitutto la repressione della libertà: “Nonostante questi diffusi fantasmi di libertà, mai una società è stata più disciplinata della nostra. Non è più nemmeno necessaria la presenza di commissari politici, a garanzia della nostra obbedienza al diktat della norma dominante. Gl’individui ’liberi di scegliere’ lo sono soltanto nel loro immaginario.”

Non è un caso che tutti gli autori che avevano parlato dell’identità dell’ Europa, l’avessero sempre collegata con l’idea di conflitto: i classici, per i quali gli “Europaioi” erano dei guerrieri “autonomoi” che combattevano contro l’ Impero Persiano; gli autori cristiani, per cui gli “Europenses” erano i Germani che combatterono a Poitiers contro Carlo Martello; quelli medievali e romantici, che vedevano la federazione europea come l’ organo supremo dell’ esercito crociato; Federico Chabod, che sosteneva che non poteva esservi Europa senza “spirito polemico”…Oggi, questo “spirito polemico” deve esercitarsi innanzitutto nei confronti dell’ America e di questo “establishment” che, come ha scritto “Le Monde Diplomatique”, è stato “bibéronné dans les campus américains

 

 Visegrad

3.Il rapporto con i conflitti del passato

Non per nulla un altro aspetto che è venuto alla ribalta durante questo lungo e significativo week-end è stato il rapporto di memoria dell’ Europa con la 1° Guerra Mondiale, che, più ancora che non la seconda, riveste un carattere divisivo per gli Europei, soprattutto in questo anniversario secolare.

Intanto, è significativo della discordia sulla “memoria condivisa” il fatto che ciascuno abbia commemorato questo 11 Settembre a modo suo.

Così, ad esempio, mentre, per la Francia e per il Commonwealth, la data da ricordare è l’11 Novembre, l’Armistizio di Rethondes, per l’Italia è il 4 novembre, giorno della vittoria sull’ Austria-Ungheria.

Macron ha tentato, poi, di monopolizzare l’attenzione con il “suo” 11 novembre a Parigi, coronato dal “Forum della pace”.

Ma, mentre per la Francia, l’11 Novembre dovrebbe significare la riconciliazione con la Germania, per il  l’Inghilterra della Brexit esso  ha rappresentato una commemorazione del Commonwealth, e, per la Polonia, è stato il centenario dell’ Indipendenza Nazionale. Qui, questo 11 novembre 2018  ha dato la stura a un delirio di patriottismo, con tutte le città piene di una folla in estasi, con milioni di bandiere bianco-rosse e con l’ Aquila Bianca dei Piasti, con giovani e vecchi con divise d’epoca e su mezzi militari di tutti i tipi.

Il Presidente Duda ha arringato come El’cin la folla in piedi su un veicolo militare. E, in effetti, la Marsz Niepodloglosci, benché indirizzata sostanzialmente contro la Russia, ha paradossalmente uno stile sempre più russo, con la militarizzazione della folla che canta canzoni patriottiche  e una confusione totale fra Stato e  popolo, esercito e milizie: un caso esemplare di quella che René Girard ha chiamato “rivalità mimetica”.

In Polonia, la distinzione canonica fra “nazionalismo” e “patriottismo”, richiamata da Macron nel suo “Foro della pace”, sfuma e si rivela non calzante, in quanto pregiudizio occidentale. Per Macron, “patriottismo” sarebbe quello che non sfocia, come il nazionalismo, nell’ ostilità verso gli altri popoli. Ma, nel caso della Polonia, l’idea “estremista” di una “Grande Polonia” (“Wielka Polska”nelle frontiere del 1920) è più “cosmopolita” del “patriottismo” etno-nazionale di Dmowski, sottointendendo  essa, come voleva già il maresciallo Pilsudski, una federazione fra Polonia, Lituania, Bielorussia e Ucraina, se non addirittura l’”Intermarium”, una specie di anticipazione dei “4 di Visegrad”. Peccato che, nel contempo, anche in Ucraina si sia parlato dell’”Intermarium”, ma con capitale a Kiev.  D’altra parte, in Polacco, non si parla di “Patrioty” (termine troppo russo), né di “nazionalisti” (termine troppo occidentale), bensì di  “narodowie” (“popolari/nazional-popolari/populisti).

Certo, il rinascere di questo rigoglioso sentimento “narodowy” è in tutta l’ Europa Centrale e Orientale (Russia e Polonia, Ungheria e Turchia…), uno degli aspetti più innovativi, e quello che maggiormente turba l’”establishment”, non già per una  questione di “democrazia” (vale a dire perché minacci il sistema formale delle regole) -ché, anzi, i “narodowie” si richiamano, come i nostri populisti, alla volontà della maggioranza-, bensì per le implicite scelte antropologiche ch’esso sottende: pathos comunitario, autoaffermazione, mito, contro utilitarismo, omologazione e banalità quotidiana. Istintivamente, l’“establishment” europeo occidentale non può sopportare quei giovani esagitati che agitano bandiere cantando antiche canzoni: perciò, li delegittima per escluderli dalla scena pubblica e, così, per sfiancarli. L’”arroganza romano-germanica” denunziata da Trubeckoj, contro il romanticismo slavo.

E, in effetti, come scriveono Havlik e Pinkova nel loro “Populist Political Parties in East-Central Europe”, la maggior parte dei partiti dell’ Europa centro-orientale è, almeno parzialmente, populista. Buona parte di questi partiti si ispirano a movimenti  locali del secolo scorsosolo parziamente populisti, e, per il resto, nazionalisti, religiosi e sociali(“linke Leute von Rechts”), come quelli di Pilsudski, di Horthy, e, più tardi, i Soldati Maledetti, i Fratelli della Foresta, Pax, Solidarnosc, i Partiti Contadini e la stessa Solidarnosc, fino alle correnti nazionalistiche all’ interno dei fronti popolari e dei partiti comunisti.

L’”establishment” potrà peròincolpare solo se stesso se i giovani dell’ Europa Centro-Orientale si allontanano dall’ Unione Europea, e se quest’ultima non riesce più ad avere nessuno “slancio vitale”. La loro Unione Europea è astratta, esangue, nemica della vita: chiaramente, l’avvio e la prefigurazione di una società governata da macchine onnipotenti che si situano altrove e che non lasciano alcuno spazio all’umanità e all’ autenticità.

Come nel caso dell’esercito europeo, costituisce, a mio avviso, comunque  un passo in avanti il fatto che si sia rimesso all’ ordine del giorno il variegato pathos civile che sottostà alle varie identità europee, che hanno contribuito, tra l’altro, in modo decisivo (Polonia, Karabagh, Baltici, Jugoslavia, Russia, Romania, Ungheria, Germania Orientale)   al crollo del Muro di Berlino e alla riunificazione dell’ Europa. Tuttavia, occorre che il pensiero identitario, anch’esso anchilosato dall’ egemonia culturale progressista, riconquisti la sua ricchezza e pluralità: le infinite identità religiose, post-imperiali, quasi-continentali, nazionali, regionali, locali, cittadine, di cui, come volevano i “federalisti Integrali”, è composta la poliedrica identità dell’Europa. Non per nulla, nell’ ennesimo progetto di rilancio dell’integrazione, la “Repubblica Europea” di Menasse e Guérot, rivaluta le “piccole patrie” contrapponendole agli Stati membri quali essi esistono attualmente, e che, nella “Repubblica Europea” praticamente scomparirebbero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA RELAZIONE SULLO STATO DELL’ INTEGRAZIONE EUROPEA, UN’OCCASIONE PER FARE SENTIRE LA NOSTRA VOCE

 

E’ in discussione presso la Commissione Affari Costituzionali del Parlamrento Europeo il progetto di relazione in oggetto (2018/2094(INI)), Relatore: Ramón Jáuregui Atondo

A me sembra che, nonostante le vare forze politiche abbiano presentato 244 emendamenti, vi sia ancora un eccessivo grado di unanimismo, che non risponde affatto all’atteggiamento della maggioranza degli europei (i quali per lo più esprimono il loro malcontento non votando affatto alcuna delle forze presenti nel PE).

Il partito astensionista costituisce la maggiore forza politica in Europa, e il giorno che si trasformasse in un voto coerente con le tendenze profonde dell’ Identità Europea spazzerebbe le attuali forze che non le rappresentano.

Per semplicità, pubblichiamo qui di seguitosolo la motivazione  della bozza di risoluzione, con inseriti gli emendamenti a nostro avviso necessari.

 

La dichiarazione di Roma del 2017 ha concluso il processo di riflessione politica iniziato a Bratislava il 16 settembre 2016, seguito al referendum britannico e finalizzato a predisporre una visione congiunta e una tabella di marcia per gli anni a venire. Gli Stati membri si sono impegnati a lavorare per conseguire:

  • un’Europa sicura e protetta, in cui tutti i cittadini possano muoversi liberamente, con frontiere esterne protette e una politica migratoria efficace;
  • un’Europa prospera e sostenibile, che promuova la crescita sostenuta e sostenibile, con un mercato unico forte;
  • un’Europa sociale che combatta la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà;
  • un’Europa più forte sulla scena mondiale, che sviluppi i partenariati esistenti e ne istituisca di nuovi, impegnata a rafforzare la sicurezza e la difesa comuni.

Il mondo si muove e gli eventi, su tutti i piani, si succedono rapidamente. Tutto quanto accade ci riguarda: il mondo è connesso e sempre più interdipendente. L’Unione europea affronta pertanto nuove sfide che ci obbligano ad assumere decisioni con un sistema istituzionale una costituzione materiale non abbastanza efficace e rapida e che non è neppure commisurata alla portata e all’importanza dei problemi. Molte delle gravi criticità che hanno caratterizzato gli ultimi anni sono solo in via di risoluzione ma non ancora archiviate. Le migrazioni sono una realtà e rendono necessaria una nuova politica. La crisi dell’euro ha messo in evidenza l’urgenza della sua governance. revisione. La crisi economica richiede una maggiore convergenza e nuove politiche. Quanto alla Brexit, sono ancora in atto difficili negoziati. Sorgono altresì nuove sfide, quali, ad esempio, sostituzione degli uomini con le macchine, protezionismo,e “guerre commerciali”, sanzioni, politica internazionale e difesa in un “disordine multipolare”, sicurezza dinanzi a un terrorismo “a lungo termine”, protezione dei nostri dati e delle nostre democrazie dalle manipolazioni e dagli attacchi informatici.

Molte delle sfide che affrontiamo sono globali e le soluzioni alle stesse rendono necessaria un’azione sovranazionale che coinvolga gli organismi internazionali esistenti o da crearsi. La difesa dell’ Umano contro le macchine intelligenti è forse il migliore esempio dell’azione internazionale necessaria I cambiamenti climatici sono, nonostante il deplorevole abbandono dell’accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti. I  i fenomeni migratori, la sicurezza informatica, il commercio internazionale, le crisi umanitarie, le pandemie, i diritti umani, la cooperazione allo sviluppo, alla lotta all’evasione fiscale e i paradisi fiscali, ad esempio, sono tutti problemi che non possono essere affrontati da un solo paese, né dall’Europa da sola. È per questo che una grande maggioranza politica in Europa ci chiede di continuare a fare insieme ciò che oggi non riusciamo a fare bene, affrontando congiuntamente le grandi sfide che ci attendono in quanto europei.

Diversi rappresentanti ci hanno proposto di “ripensare l’Europa”. Sono costanti gli appelli degli europeisti a migliorare il nostro sistema istituzionale facendo fronte a molteplici incertezze e insicurezze. “Un’Europa che protegge” è uno degli slogan utilizzati per chiedere un’Europa che ritrovi la sua ragione d’essere e la sua funzione sociale offrendo un sistema di garanzie collettive e personali . “Siamo noi a dover decidere”, non gli eventi né gli altri. Questa è un’altra rivendicazione europeista, che si concretizza nella sovranità europea dinanzi al mondo, alla rivoluzione digitale, alle sfide energetiche, alla crisi democratica o al modello sociale o ancora al multilateralismo internazionale e agli equilibri geopolitici.

Non c’è dubbio che uno dei grandi dibattiti in corso sia quello tra la Nazione e l’Europa, tra le nostre realtà nazionali e la costruzione sovranazionale, come se le due cose fossero incompatibili. È un dibattito che attraversa aspetti tecnici (sussidiarietà, proporzionalità, distribuzione delle competenze ecc.) ma, negli ultimi anni, non solo. Un nuovo nazionalismo, molte volte apertamente anti-europeo, rivendica infatti lo Stato-Nazione quale unico spazio di democrazia e nega così la grandezza del progetto europeo e la stessa democrazia europea. Risulta necessario trovare un equilibrio tra l’esercizio delle nostre rispettive competenze, attribuendo all’Europa solo ciò che l’Unione deve fare e assicurando che possa farlo senza i limiti di un assetto intergovernativo paralizzante.

Occorre rafforzare l’europeismo costruendo un “demos” laòs europeo che la cultura, la politica e l’istruzione e dovranno promuovere. È necessario evitare la divisione europea nonché di indebolire la nostra Unione e di privare i nostri cittadini della tutela dai populismi nazionalisti che distruggono diritti e libertà. Risulta più che opportuno ricordare che l’Europa è una somma di identità e di popoli che attribuiscono un grande peso storico ai sentimenti, e che esacerbare o affrontare apertamente contrastare tale sensibilità sarebbe un atto costituisce il suicidio dell’ Europa.

Il fenomeno migratorio ha acquisito un’enorme importanza nel dibattito europeo. I nostri principi morali sono messi alla prova da quanto accade nel Mediterraneo. La nostra politica estera mostra enormi debolezze in scenari caratterizzati da forti conflitti come il Medio Oriente. Siamo incapaci di controllare efficacemente le nostre frontiere esterne, e le nostre decisioni a livello di Unione non sono state applicate a causa della palese inosservanza della ripartizione delle quote di migranti. La cosa peggiore è forse che in molte delle nostre società sorgono sentimenti di rifiuto e xenofobia contro gli immigrati. Sentimenti abilmente manipolati e utilizzati dall’estrema destra politica e dai populismi anti-europei. Per questo è essenziale e urgente ricomporre la politica migratoria europea. Si tratta di una delle grandi sfide dell’Europa non solo in ragione della sua demografia ma anche e soprattutto per il dovere di coerenza con i principi e i valori (articolo 2 del trattato) su cui si fonda la nostra Unione.

La chiave per la soluzione di questo e altri problemi è costituita da una rinnovata cultura europea, capace di ripristinare un equilibrio fra i valori universali di spiritualità, eccellenza, pietas, libertà, armonia, orgoglio e responsabilità.

L’esperienza della crisi economia e finanziaria e della sua gestione nel quadro dell’Unione economica e monetaria ci consente di trarre numerosi insegnamenti, avendo anche messo in luce molte inefficienze nel funzionamento istituzionale. Ciò riguarda non solo la politica monetaria ed economica. Sono diverse le relazioni del Parlamento europeo che hanno sottolineato come negli ultimi anni si siano concentrate in seno al Consiglio europeo la maggior parte delle decisioni politiche ed economiche a scapito delle altre istituzioni; come il sostegno democratico a molte decisioni sia stato indebolito dall’influenza nelle stesse di organismi tecnici non rappresentativi; come l’architettura istituzionale nella governance della zona euro sia insufficiente e richieda riforme importanti; come l’unanimità imposta dai trattati si stia rivelando un ostacolo quasi insormontabile in momenti e decisioni importanti; come la politica estera e di sicurezza dell’Unione richieda migliori processi decisionali e maggiori risorse, nonché l’unificazione della rappresentanza internazionale dell’Unione ecc. In generale, dette relazioni propongono importanti riforme che attengono al funzionamento istituzionale della Commissione, del Parlamento e del Consiglio al fine di migliorare la trasparenza e rafforzare l’efficacia e l’efficienza delle decisioni dell’Unione.

Molte delle riforme non ancora attuate e delle decisioni ancora da assumere per affrontare il futuro richiedono un’integrazione politica europea più profonda, specialmente nel contesto della governance economica e monetaria: è l’unico modo per conseguire questo obiettivo con legittimità democratica.

La modifica dei trattati potrebbe essere, in ultima istanza, la strada migliore verso detta integrazione. Tuttavia non sembra auspicabile in questo momento. Questa sarà una decisione che dovrà essere valutata ed eventualmente assunta nella prossima legislatura. Nel breve termine, tuttavia, e senza modificare i trattati, si possono e si devono realizzare molte riforme, come evidenziato dalla risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulla capacità di bilancio della zona euro. Le cooperazioni rafforzate continueranno a essere uno strumento utile, per esempio nel settore della difesa. Un’Europa a più velocità non deve però essere un’Europa “à la carte”.

L’integrazione politica ci impone anche di migliorare il rapporto tra i cittadini e le istituzioni europee. L’identità politica europea sovranazionale dei cittadini è debole. Non c’è fiducia in detto rapporto, e il nesso tra la volontà dei cittadini espressa nelle elezioni e gli orientamenti politici dell’Unione è molto debole. Il presidente Junker, i federalisti europei, i primi ministri e naturalmente il Parlamento europeo hanno proposto e deliberato su una migliore relazione tra i cittadini e le istituzioni dell’UE e un funzionamento della Commissione e del Parlamento più in linea con le regole dei sistemi parlamentari nazionali. In tal senso, è necessario affrontare temi quali la legge elettorale dell’Unione europea, riformata dal Parlamento europeo, l’unificazione di tutte le figure apicali in un Presidente dell’ Europa o in un Direttorio ristretto, la figura degli Spitzenkandidaten, il rafforzamento dei partiti politici europei, le maggioranze parlamentari che sostengono l’azione della Commissione, le funzioni di controllo del Parlamento europeo e i rapporti con i parlamenti nazionali e molte altre questioni analoghe, al fine di garantire una maggiore decisionalità, rappresentatività, trasparenza politica e un migliore rapporto con i cittadini dell’Unione.

Il dibattito sul futuro dell’Europa ha dunque acquisito continuità nel corso della presente legislatura, e più in particolare sul finire della stessa. Sulla base dei cinque scenari elaborati dalla Commissione nel primo semestre del 2017 sono stati apportati successivi contributi, sia dalle istituzioni che dai ricercatori e dagli esperti europei. Più specificamente, sono stati notevoli i contributi dei presidenti o dei primi ministri degli Stati membri, invitati dal Parlamento europeo a esporre i loro punti di vista sul futuro dell’Europa nel corso del 2018.

La presente relazione intende fornire una sintesi dei temi oggetto del dibattito sul futuro, nonché orientare e chiarire i percorsi dell’integrazione europea alla vigilia delle elezioni del 2019. In tal senso, è opportuno precisare che la presente relazione non intende decidere in merito alle diverse alternative bensì definire i problemi, descrivere le sfide e delineare i percorsi che la politica europea e i nuovi rappresentanti eletti dovranno affrontare.

Non è nemmeno intenzione della presente relazione sviluppare le tecniche e le riforme legislative a nostra disposizione per progredire sul cammino dell’integrazione, dal momento che questo compito è già stato assolto ampiamente dal Parlamento europeo con l’approvazione delle seguenti risoluzioni:

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulle evoluzioni e gli adeguamenti possibili dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea;

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona;

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulla capacità di bilancio della zona euro.

Queste relazioni, e le altre citate nei “considerando”, costituiscono le basi concrete delle riforme e delle misure ancora da adottare perché l’Europa possa far fronte alle sfide della governance per gli anni futuri.

Il vero obiettivo della presente relazione è fornire un aggiornamento, alla fine del 2018 e all’alba di un dibattito politico fondamentale che si terrà in occasione delle elezioni di maggio 2019, dei grandi temi per l’Europa, delle sfide e degli strumenti per farvi fronte. Non si definiscono le soluzioni per rispetto delle istituzioni che sorgeranno dal voto popolare e perché saranno gli eletti a decidere. La relazione intende soltanto delineare un programma politico europeo basato sui molti e ripetuti messaggi che ci giungono dal presente e sulle relazioni, dichiarazioni e proposte successive che le diverse istituzioni dell’UE e i massimi rappresentanti degli Stati membri hanno elaborato negli ultimi mesi e che, nel loro insieme, intendono fare dell’Europa una potenza geopolitica, culturale, tecnologica, militare, commerciale, climatica, economica, alimentare e diplomatica.

 

IL “FUNZIONALISMO”, Peccato originale dell’integrazione europea

Oggi non abbiamo più bisogno di fare una critica di principio al funzionalismo. Ci basta guardare come funzionano e cosa c’è dietro agli organi europei funzionali che si sono creati”.

(Altiero Spinelli)

Nel corso della diatriba, lunga oramai molti decenni (come dimostra la citazione di Spinelli), e divenuta col tempo addirittura stantia, sul perché l’Unione Europea non riesca a conseguire molti dei suoi conclamati obiettivi, e comunque stia perdendo il sostegno dei suoi cittadini, nessuno ha finora dato una risposta convincente. Infatti, tali non sono i più frequenti luoghi comuni, come per esempio:

-che l’Unione Europea è troppo burocratica;

-che essa è troppo accentratrice;

-che è troppo liberista;

– troppo socialista;

-troppo laica;

-che sarebbe una buona idea se non ci fosse l’ Euro…

Soprattutto, non si può seriamente sostenere (come fanno molti) che le Comunità Europee, quando furono create nel secondo dopoguerra, fossero perfette (magari perché i governi di allora erano conservatori), ma che poi i successivi governanti abbiano “tradito lo spirito originario”. Infatti, le Comunità Europee create negli anni ’50 (52-57) avevano già, in sé, in germe, tutti i vizi dell’ attuale Unione Europea: la subordinazione all’ America; l’ assenza di solide fondamenta culturali; le mistificazioni ideologiche; l’assenza di una strategia; l’economicismo; il meccanicismo. E proprio per questo, già allora, e più ancora che adesso, esse vivevano di occulte manovre politiche dietro le quinte, senza coinvolgere, senza voler coinvolgere, i cittadini.

Non che non ci sia, in tutte quelle risposte, un fondo di verità. Ne ho già scritto in precedenti post. Tuttavia, voglio tentare qui di trovare una spiegazione unitaria, ”filosofica”, che le racchiuda tutte, e, come tale, abbia già anche implicita in sé una soluzione. Nel fare ciò, mi riallaccerò al pensiero e all’ opera di Altiero Spinelli, il vero teorico dell’Europa postbellica, con le sue luci e le sue ombre, sulla cui vera posizione c’è un’enorme mistificazione, come su quella di tutti i protagonisti del 20° secolo, nonché alla recentissima conferenza su “Europa e Sovranità” del Professor Galli, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Francoforte, nell’ ambito della Buchmesse 2018..

Per conseguire questo risultato, occorre, a mio avviso, analizzare con attenzione la storia dell’integrazione europea, con particolare attenzione per gli anni della IIa Guerra Mondiale e all’ immediato dopoguerra, senza i paraocchi propagandistici adottati fino ad ora dalle opposte tifoserie, per obiettivi motivi di autolegittimazione. Di fatto, le grandi forze che spinsero in concreto verso l’integrazione furono:

-la volontà dell’ America: (i) di contrastare la nascita del COMECON, prima forma d’integrazione economica europea (il quale fu inventato per primo -fu fondato nel 1949, mentre la CECA fu fondata nel 1951 e la CEE nel 1957-); (ii) d’ imporre una gestione razionale al follow-up del Piano Marshall (“nato morto” per il rapido succedersi del maccartimo al New Deal e l’utilizzo distorto fatto dagli Europei dei fondi americani);(iii) di compattare gli Europei in vista della guerra di Corea (in corso fino al 1952); (iv)di riarmare la Germania Occidentale contro l’URSS;

la spinta, da parte dell’ establishment degli ex Paesi dell’ Asse (per esempio, Hallstein) a salvaguardare le obiettive forme d’integrazione economica già raggiunte nell’ambito della Grossraumwirtschaft (e anche, ovviamente, le posizioni di potere della Germania: esempio, l’integrazione del settore carbosiderurgico e i flussi migratori),come pure la parallela volontà espressa sul piano culturale attraverso il ravvicinamento ideologico di Jünger (“La Pace”), e di Schmitt (l’America come Katèchon), ai progetti occidentali-;

l’ideologia funzionalistica, che in realtà costituisce il vero filo conduttore occulto del “progetto incompiuto della Modernità”, che affonda le sue radici in varie tradizioni culturali, dal conservatorismo della Restaurazione, al positivismo, al pragmatismo, e troverà la sua espressione sintetica nella cosiddetta “Dichiarazione Schuman” (in realtà preparata da Jean Monnet con alcuni funzionari francesi e l’ ambasciatore americano).Si noti che tutte le “comunità” create nella prima fase dell’ integrazione (quella della CEE) europea erano “funzionalistiche”, cioè parziali (Unione Europea Occidentale, Comunità del Carbone e acciaio, Comunità economica europea, comunità europea dell’ Energia atomica, Associazione ACP-CEE, Banca Europea degl’Investimenti; Agenzia Spaziale Europea). Vi erano senz’altro ragioni obiettive: il rifiuto degli stati membri di effettuare repentinamente una cessione di sovranità che li avrebbe declassati, ma soprattutto il timore di Russi e Americani che si creasse “una nuova superpotenza” (come teorizzava invece Coudenhove Kalergi).

Il “funzionalismo” era dunque la vera bestia nera di Spinelli, che voleva che l’Europa ”clonasse” praticamente il sistema federale americano. Peccato che una siffatta “clonazione” (gli “Stati Uniti d’Europa”invocati nell’Ottocento da Victor Hugo), da un lato, destasse dei sospetti in America, perché rischiava di rafforzare troppo l’ Europa, e, dall’ altra, non sarebbe stata comunque adeguata alla situazone concreta e culturale dell’ Europa).

Anche la pretesa reazione degli Europei contro gli eccessi della guerra, appena sperimentati (sempre citata come motivazione principale dell’ integrazione europea) svolgeva in quell’ epoca un ruolo molto modesto (salvo che nelle opere di Jünger e nel Manifesto di Ventotene), soprattutto perché sarebbe stato grottesco parlare di un’ Europa pacifica mentre ben 7 nazioni europee (Gran Bretagna, Turchia, Paesi Bassi, Francia, Grecia, Belgio, Lussemburgo) stavano combattendo una guerra in un’area, la Corea, a cui erano totalmente estranee. Inoltre, come ho spesso scritto, e come ha coraggiosamente confermato il professor Galli, gli Europei non avrebbero potuto, e non possono, farsi la guerra solamente perché sono occupati da eserciti stranieri che glielo impedirebbero. Ricordiamoci poi anche che, a quell’ epoca, il esisteva un importantissimo movimento internazionale per la pace, organizzato e finanziato direttamente da apposito un organo del PCUS, e promosso dal compositore Rostropovich per ordine personale di Stalin, mentre i filo-occidentali erano ultra-militaristi (era l’era del maccartismo). Erano state organizzate tre conferenze per la pace, a New York, Breslavia e Parigi, fieramente osteggiate dal Governo americano di allora.

La pace fu “tirata fuori dal cappello” solo nella Dichiarazione Schuman (quando il movimento pacifista filosovietico incominciava a disgregarsi), facendo per altro espresso riferimento al “Piano Briand”, opera di Coudenhove-Kalergi fra le due guerre, non già alle guerre in corso contro i movimenti anti-colonialisti, né alla contrapposizione con il Patto di Varsavia. E solo molti anni dopo, con il crollo dell’Impero Sovietico e l’”occidentalizzazione” della sinistra, s’ incominciò a enfatizzare il ruolo pacifico dell’ Europa, nell’ottica di una “divisione dei compiti” fra Stati Uniti ed Europa, con gli Stati Uniti che conducevano le guerre umanitarie e gli Europei che aiutavano la “ricostruzione” dei Paesi conquistati, come l’ Afghanistan, l’ Iraq e la Libia (“gli Europei vengono da Venere, e gli Americani da Marte”). A questo punto, il messianesimo, l’egualitarismo, il pacifismo e il nichilismo dei reduci del ’68, opportunamente temperati dalla cultura “mainstream”, tornarono molto comodi alle strategie del Complesso Informatico-Militare, per forgiare un’inedita “Identità culturale europea” di sinistra che sostenesse una versione “soft” delle Guerre Umanitarie.

Anche il mito dei cosiddetti “Padri Fondatori del’ Europa” va ridimensionato, visto che nessuno di essi aveva dietro di sé, né una storia, né motivazioni, particolarmente europeistiche (De Gasperi aveva votato a favore del 1° Governo Mussolini, Schuman era stato sottosegretario di Pétain , Monnet aveva lavorato per l’ esercito americano, e Adenauer era definito “l’uomo degli Americani”). Lo stesso termine “Padri Fondatori” è confusorio, tratto sfacciatamente, com’è, dalla mitologia politica americana, e non corrispondente al loro ruolo in fondo marginale. In particolare, la causa di beatificazione a favore di Schuman, conclusasi positivamente presso l’Arcidiocesi di Metz, si sta trascinando in realtà da trent’anni, perché in Vaticano esistono ancora dei dubbi sul personaggio.

I veri “Padri Fondatori” concettuali dell’ integrazione europea sono stati in realtà gli autori classici (Ippocrate, Erodoto, e Aristotele), e illuministici (St. Pierre, Leibniz,Rousseu, Voltaire e Kant), e soprattutto Friedrich Nietzsche, che ha fornito le basi filosofiche a Coudenhove-Kalergi e Spinelli, gli unici due ad aver dedicato tutta la loro vita all’ obiettivo specifico dell’ unificazione europea. Tutti gli autori sopra citati erano comunque accomunati dal loro elitismo, ispirato vuoi dai cittadini-soldati delle poleis greche , vuoi dai sovrani illuminati, vuoi dagli “uomini superiori” nietscheani, vuoi dalle aristocrazie del sangue, del denaro o della rivoluzione. L’esatto contrario del “politicamente corretto” attuale, tutto orientato verso il “potere al popolo”.

Spinelli riteneva poi che tutti i membri del partito federalista avrebbero dovuto essere totalmente dediti alla ”rivoluzione europea”, come gl’iscritti al Partito Comunista o le unità di élite dei regimi nazionalisti: “Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell’organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continuità ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti”.

Contrariamente a quanto spesso affermato, l’integrazione europea quale fu effettivamente iniziata (vale a dire partendo da specifiche realizzazioni economiche) fu criticata fin da subito, oltre che dall’ estrema sinistra e dall’ estrema destra (i progenitori delle forze politiche che oggi si dicono “europeiste”: vedi p.es., Napolitano o Tajani), anche dal Movimento Federalista di Spinelli e da teologi cattolici come Przywara, precisamente per i motivi che sono stati dimostrati veri ed effettivi nel corso di questi 60 anni: ”..tali nazioni negozieranno, come mercanti, un equilibrio in base alla convergenza di interessi differentiAusgleich der Interessen-, in maniera tale che quest’alleanza di mercato sarà l’unica ‘città dell’ occidente’ con sempre nuove contrattazioni.”. Ad esempio, secondo Spinelli, l’approccio funzionalistico avrebbe dilazionato sine die il trasferimento della sovranità politica alle Comunità Europee, che non sarebbero mai divenute una vera federazione (cfr. citazione in exergo). Soprattutto, secondo Przywara, un’unione europea puramente economica avrebbe portato solo ad un passo in avanti verso la meccanizzazione del mondo.

Le Comunità Europee non rispondevano neppure alle esigenze culturali sollevate dai due veri eroi dell’integrazione, mancati proprio nel corso del loro impegno bellico: Duccio Galimberti e Simone Weil. Per Galimberti, la nuova costituzione italiana avrebbe dovuto essere scritta in modo speculare a quella europea; per Simone Weil, l’Europa unita avrebbe dovuto costituire una base per il rilancio della cultura europea contro la deculturazione portata con sé dall’ egemonia americana, e lo strumento per l’”enracinement”, il radicamento nella storia, nella terra e nelle tradizioni, il cui opposto, i “déracinés””, era stato denunziato da Barrès nel secolo precedente come il massimo problema della modernità..(quello che oggi viene chiamato “il reincanto del mondo”).

Alla luce di queste considerazioni, risulta evidente che le nascenti Comunità, affidate alla buona volontà dell’ America e degli Stati membri, senza un potere politico e culturale autonomo, con una classe dirigente raccogliticcia e poco motivata, senza neppure la conoscenza del pensiero degl’intellettuali europeisti, orientata solo all’integrazione economica, sarebbero andate sempre più alla deriva nel senso di una crescente integrazione, con un ruolo subordinato, nel sistema tecnocratico mondiale, con un conseguente declassamento culturale, politico ed economico e con il connesso deterioramento etico e sociale del nostro Continente.

Del resto, la nascente egemonia americana era stata denunziata proprio allora da autori così diversi fra di loro come Guido Gonella e Paul Valéry. Era ovvio infatti fin dal principio, per chiunque fosse in buona fede, che un’Europa non autonoma non avrebbe mai potuto essere se stessa, e quindi non avrebbe potuto eccellere in nessun campo: né culturale, né economico, né, tanto meno, militare. Rivelandosi così complementare alla “sindrome N.I.H.” dell’America: “Not Invented Here”): ciò che non è americano è comunque di seconda scelta.

A controprova di ciò, va notato che, mentre gli Europei si perdevano in interminabili querelles nominalistiche fra federazione e confederazione e tra liberisti e keynesiani, l’America organizzava le Conferenze Macy per sviluppare una società integrata sotto l’egida dell’ informatica, e il PCUS affidava a Gagarin il compito di creare il primato spaziale sovietico (coì come egli stesso aveva orgogliosamente proclamato sulla Piazza Rossa salutando militarmente Khrusciov). Nessuno voleva capire che il futuro dell’umanità stava (come profetizzato da Huxley) nel padroneggiare la scienza e la tecnica, e un’ Europa che non si poneva neppure questo problema nel giro di pochi anni non avrebbe semplicemente potuto sopravvivere.

Erich Przywara

1.Perché il funzionalismo costituisce un ostacolo così grande per un’autentica integrazione europea?

Il funzionalismo è un’ideologia poco nota ma universalmente presente nella vita moderna. Dal punto di vista politico, essa si riallaccia alla cultura sansimoniana che, reagendo proattivamente alle provocazioni di De Maistre, mirava a creare “una nuova società organica”, ma fondata non più sulla religione, bensì sulla scienza e sulla tecnica. Realizzazioni tipiche dell’ ideologia funzionalista: la Società dei Battelli del Reno, il Canale di Suez, il treno Mitropa. Attraverso la collaborazione economica internazionale di finanzieri, governi e tecnocrati (soprattutto nel campo delle infrastrutture e delle “grandi opere”), si sarebbe creata una “solidarietà di fatto” (come recita la “Dichiarazione Schuman”) fra popoli diversi, e si sarebbe andati verso l’integrazione mondiale, dove l’unificazione europea sarebbe stata solo un passo di quella mondiale.

I conservatori, accecati dal loro viscerale anti-socialismo, non si sono ancora resi conto che l’omologazione universale sta procedendo a passi da gigante non già attraverso i diktat dell’ Ufficio del Piano (che non c’è), bensì attraverso la pretesa collaborazione “pubblico-privato” nella realizzazione delle famose “infrastrutture” (in primo luogo finanziarie e informatiche), che non sono certo l’opera di forze sociali spontanee, bensì di centri di potere internazionali che, attraverso questi canali, hanno asservito a sé tutte le società del mondo.

Soprattutto, nella sua versione cibernetica, il funzionalismo sostiene che le funzioni psicologiche sono indipendenti dal soggetto in cui si manifestano, e che quindi esse sono trasferibili senza residui sulle macchine (quindi, sono degli algoritmi). Non v’è chi non veda che questa è la premessa fondamentale del progetto della trasformazione degli uomini in macchine, propria del post-umanesimo. Oggi si è giunti infatti a pensare che l’identità di ciascuno consista in un algoritmo, che si può “scaricare” da un corpo umano e trasferire su un qualsiasi supporto, fisico o virtuale, annullando così la personalità individuale.

E’certo inquietante che, sotto l’insegna del funzionalismo, convergano in un unico filone, da un lato, l’integrazione senza contrappesi dell’Europa nel mondo all’ insegna del liberismo, e, dall’ altra, la rivoluzione biopolitica che porta alla “singularity tecnologica”. E’ questa la ragione profonda dei fallimenti dell’ Europa e dei motivi d’insoddisfazione e di preoccupazione degli Europei. In modo subdolo, le classi dirigenti occidentali hanno sempre manovrato l’integrazione in modo da impedire all’ Europa di porsi come un centro di aggregazione culturale e politica capace d’influire sulle sorti del mondo, secondo la visione di Simon Weil, e usando la federazione di Spinelli come uno strumento di autoaffermazione del progetto. In tal modo, l’ Europa è divenuta invece un’ area informe, un soggetto passivo delle grandi forze omologanti, come la cibernetica e gli imperialismi universalistici.

Fredrich Nietzsche

2.Qual’è l’opposto del “funzionalismo”?

Per ottenere un’Europa diversa da quella funzionalistica che conosciamo, sarebbe occorso partire da un approccio diverso, anzi, opposto, a quello dei Trattati istitutivi.

La posizione filosofica opposta a quella funzionalistica è quella “personalistica”, che crede nel carattere irriducibile delle singole personalità. Tuttavia, nella sua versione più diffusa (quella di Maritain e Mounier), il personalismo è debole perché condivide, con il materialismo volgare, la fiducia nel mondo sensibile, che invece le filosofie contemporanee negano, sulla base delle più recenti acquisizioni delle scienze (come le geometrie non euclidee e la fisica quantistica), ponendo così le basi per la riduzione del mondo ad algoritmi. Un personalismo “forte” non può limitarsi a opporsi ciecamente e caso per caso, al nichilismo delle filosofie post-umanistiche, perché ne sarebbe travolto, bensì lo deve “digerire” e superare, vale a dire fondarsi sul “prospettivismo”, cioè sulla consapevolezza dell’incapacità della ragione umana a fornire una definizione univoca, completa e universale della realtà (“che, se possuto aveste saver tutto, mestier non era parturir Maria”, Dante, Divina Commedia). Il che significa, di converso, riallacciarsi a posizioni antiche: ai Veda, a Socrate, a Tertulliano, a Pascal e all’ “aggiustamento” gesuitico, che sottolineavano tutti l’estrema incertezza che circonda le verità ultime (il “Mistero”), e quindi la pluralità delle vie (“itineraria”,Dao) per la ricerca della verità.

L’idea di Papa Francesco sulla “poliedricità” è la più chiara espressione attuale di questo “prospettivismo”, così come la “dottrina del Signore del Cielo”(Tianzhujiao) di Matteo Ricci, il “silenzio del Buddha” del gesuita indiano Panikkar e la “teologia del pueblo” sudamericana. La Controversia dei Riti aveva infatti già dimostrato che, perfino all’ interno di un’unica confessione, quella cattolica, è impossibile pretendere una corrispondenza speculare fra termini come “Dio” e “Tian”, “Signore” e “Shangdi”, tant’è vero che Matteo Ricci li aveva tradotti con un terzo termine: “Tianzhu”. E del resto, che affinità vi è, all’ interno del Cristianesimo occidentale, fra Elohim, Jahvè, Adonai, El Shab’oth, El Shaddai, Theòs e Kyrios?

Un’ Europa Poliedrica sarebbe dunque un’Europa in cui non sarebbe possibile ridurre le persone ad algoritmi, perché non esisterebbe una base comune su cui appoggiarli, un “General Intellect” distinto dalle singole “persone”, e tanto meno distinto dalle diverse identità collettive in cui si articola la società umana. Il fatto che esistano principi universali ed etiche “situate” non nega questa circostanza, perché i principi si pongono sul piano del dover essere, non già su quello della concreta esistenza. Un’Europa “poliedrica” non sarebbe neppure un’ Europa individualistica, perché esistono le “identità collettive” dei “corpi intermedi”, che permettono l’interconnessione fra le diverse personalità.

Le rivolte dell’ Europa Orientale

3.Cosa avrebbero potuto fare di diverso i fondatori dell’ Unione Europea?

La storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, si potrebbe immaginare che l’Europa avrebbe potuto essere diversa se i vari tentativi di creare, a cavallo della fine della guerra, e poi fino ad oggi, una “terza via”, fossero stati condotti con maggior vigore. Ma, come ha precisato molto opportunamente il Professor Galli, le “sovranità non si affermano gratuitamente, si impongono”.In altre parole, ci sarebbe voluto ciò che Spinelli chiamava “la rivoluzione europea” “contro democratici e comunisti”, in concomitanza con la Liberazione, come scritto expressis verbis nel Manifesto di Ventotene:” Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.

Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica”.

Per esempio, seguendo il disegno del capo partigiano Bonfantini, che aveva dichiarato a “Il Giorno” ch’egli” desiderava ‘convincere i capi supremi della Guardia Nazionale Repubblicana che potevano avere salva la vita se ci passavano le armi’. Sognava di portare il loro arsenale sul Lago Maggiore per allargare la Repubblica dell’Ossola e costituire la Repubblica del Verbano, Cusio, Ossola”, Oppure, di converso, aiutando maggiormente gli eserciti irregolari che continuarono a combattere in tutta l’ Europa Orientale fino al 1956 (i Fratelli della Foresta), nei Paesi Baltici (il Fronte Attivistico), in Polonia (la Banda Lupaczko, i Soldati Maledetti), in Ungheria (gli Hídverők) e poi in Romania, in Grecia e in Albania, e infine gl’insorti di Berlino e di Budapest, per creare una zona neutrale al centro dell’ Europa. Ne sarebbe risultata probabilmente un’ulteriore prosecuzione della IIa Guerra Mondiale; certamente fu evitata una lunga fase di instabilità, simile a quella dell’ odierno Medio Oriente, ed è questo l’unico senso reale elle “scelta pacifica” effettuata allora dagli Europei. Di converso, un tentativo di “Rivoluzione Europea” avrebbe permesso di affermare, nella terra di nessuno così creatasi, e a ridosso dei molti stati europei allora neutrali (Svizzera, Jugoslavia, Albania, Turchia), il primo nucleo di un’autonoma identità europea.

Poi, se si fosse verificata, negli anni ’60-’70, una convergenza fra il gollismo e la sinistra seguendo le tesi di Servan-Schreiber, si sarebbe potuta canalizzare una parte dei movimenti sociali propri di quegli anni verso l’idea di un’Europa Centrale neutralista e con un sistema sociale cogestionario sul modello “renano” (come predicavano per esempio in Italia “Nuova Repubblica” e “L’ Orologio”).

O, infine, se, anziché frenare, si fosse accelerato il movimento gorbacioviano verso la Perestrojka, si sarebbe potuta formare quella Confederazione Europea ch’era stata caldeggiata da Mitterrand e Havel nella Conferenza di Praga del 1991.Anche se già lì si notava una netta divaricazione fra i Francesi, che volevano una nuova organizzazione indipendente da CEE e NATO, e i cecoslovacchi, che avevano invitato anche gli Americani.

Antoine de St.Exupéry

4.Ripartire dalla cultura

Soprattutto, si sarebbe dovuto seguire il famoso (ma quanto mai dubbio!) slogan di Monnet, secondo il quale, per fare l’ Europa, si sarebbe dovuto incominciare dalla cultura. Purtroppo, gli esperimenti tentati, come il Congresso per la Libertà della Cultura, film come l’italiano “Europa 1951” e l’ungherese “Valahol Europaban”, i libri di storia europea di Duroselle e il Consiglio dei Ministri ”Cultura” di Blois, furono tutti fallimentari per l’eccesso di settarismo, di censura e di nazionalismo con cui furono condotti.

Per avere una cultura europea, si sarebbe dovuta percorrere una via assai diversa da quella nei fatti percorsa, e, soprattutto, non mettere fra parentesi, nel dopoguerra, molte delle principali acquisizioni culturali dell’ Europa. Si sarebbe dovuto invece ripartire proprio dalle tradizioni classiche sull’ Europa (Ippocrate, Erodoto, Eschilo, Aristotele, Strabone); dalle considerazione di Leibniz e Voltaire circa il parallelismo fra Europa e Cina; dall’”Antica Costituzione Europea” di Tocqueville; dallo “spleen de Paris” di Baudelaire, dai “Buoni Europei” di Nietzsche, dalle riflessioni di Freud e di Jung sull’ Identità Europea; dalla ricerca, da parte di intellettuali come Saint-Exupéry, di un “impero interiore”, dalla critica impietosa di Huxley alla tecnocrazia, di Orwell alla ideocrazia e di Burgess al fariseismo puritano…

A monte, si sarebbe dovuto evitare di corrodere gli antichi ceti (intellettuali, ecclesiastici, militari), che garantivano la solidità della società europea, e, nello stesso tempo, generalizzare quegli istituti, come la cogestione, che miravano a perpetuare nei ceti lavoratori lo spirito solidale dell’antica società cetuale e della dottrina sociale della Chiesa.

Le difficoltà irrisolte della contemporaneità derivano dal mancato approfondimento di quei comuni “background” culturali, che permettevano di superare le apparenti contraddizioni, che non sono un difetto, bensì la linfa vitale di un popolo sano: fra messianesimo e conservazione, fra Est e Ovest…

Per comprendere il fallimento dell’Europa postbellica, occorre infatti riandare a quanto scritto da Josef Seifert nelle sue “Sette Idee Slave”, vale a dire che gl’ideali moderni di “Libertà, eguaglianza e fraternità” avrebbero voluto essere la versione moderna degl’ideali tradizionali dell’ Europa, e, in particolare, di quelli dell’aristocrazia, del clero e del popolo. Purtroppo, le ideologie, che avevano tentato di “spacchettare” questi ideali coniugandoli con le diverse versioni del mondo, aspiravano in fondo a rispondere a queste ancestrali domande di libertà, eguaglianza e fraternità, ma, in ultima analisi, non ci sono riuscite perché non avevano capito che la Modernità (in quanto “epoca critica”) era stata concepita fin dall’ inizio, non già per durare, bensì per lasciar spazio alla nuova “epoca organica”,ispirata al Programma Sistemico dell’ Idealismo (che oggi chiameremmo”Post-umanesimo”): essa era soltanto lo strumento di un “trasbordo ideologico inavvertito”. La promessa di libertà è così stata tradita dal controllo totale da parte del Complesso Informatico-Militare; quella di eguaglianza, dal prevalere della “Società dell’ 1%”;quella di fraternità, dalla distruzione del lavoro da parte delle macchine intelligenti.

E’ quindi inutile e dannoso che gli esponenti dell’ “establishment” culturale (per esempio Jan Zielonka o Ezio Mauro) continuino a cercare lontano un capro espiatorio per le due crisi -dell’Europa e della sinistra-, che, nelle loro menti, indebitamente si confondono: è la loro stessa narrativa ch’è un cumulo disorganico di meccanicismo, razionalismo, determinismo, nichilismo, tecnocrazia, omologazione, perbenismo, buonismo, falsa condiscendenza, conformismo, controllo totale attraverso il web e i servizi segreti, manipolazione della cultura e dell’ opinione pubblica, è concettualmente debolissima. Infatti, essa è priva di un filo conduttore logico (salvo il funzionalismo, che però essi si sforzano attentamente di mantenere occulto). Essa altro non è che l’insieme, messo su alla rinfusa, dei cascami delle ideologie sette-ottocentesche incapaci di comprendere il XXI° Secolo: il liberalismo ridotto a rispetto dei rituali costituzionali; il nazionalismo trasformato nelle rivendicazioni assistenzialistiche di un imbelle ceto medio; il socialismo divenuto pretesa di omologazione universale; la democrazia cristiana tradotta in buonismo ipocrita; il comunismo trasformato in un cybersoviet in cui le Big Fives sostituiscono il Vozhd, il Comitato Centrale e la Ceka, e la democrazia è vista come un’eterna “affirmative action” volta all’ obiettivo impossibile di eliminare ogni differenza, rendendo tutti egualmente soggetti al mercato e al web.

Simone Weil

5.Il nostro punto di riferimento non dev’essere il Miracolo Economico, bensì l’”Epoca Assiale”

Questa “impasse” sembra insuperabile solo perché si vorrebbe credere che, nella politica come nella cultura, l’unico termine di paragone accettabile (nel bene come nel male) sia il XX° secolo. Se qualcuno si lamenta della vita odierna, gli viene ricordato come si viveva male “cent’anni fa, quando non c’erano le medicine”. Quando si vuole denigrare una persona o un gruppo, lo si paragona ai movimenti totalitari del “Secolo Breve”. Quando si pensa a un’ “età dell’oro”, si fa sempre riferimento al Miracolo Economico. Quando si ricercano modelli virtuosi di comportamento, si parla di De Gasperi, Einaudi, Adenauer, Kennedy, Olivetti, Berlinguer, Falcone, Borsellino, perfino Gianni Agnelli. Quando si vuole fare capire che c’è un grosso problema, si minaccia che, andando di questo passo (con questa disoccupazione, con quest’inflazione…) “ritornerà il fascismo”. Sembrerebbe quasi che prima della generazione che ha visto la IIa Guerra Mondiale non fosse accaduto nulla, e che dopo di essa venga il diluvio. Si percepisce così’, anche se in modo confuso, che siamo in una fase di piena decadenza. Di qui il culto del “rétro”, in tutte le sue forme.

La storia dell’umanità è invece plurimillenaria, proprio come ipotizzavano le antiche religioni (i “44.444 Kalpas” che troviamo nei Veda): “fossilizzarsi” (è il caso di dirlo) sugli ultimi decenni è segno d’un’incredibile miopia.L’idea di una “stratigrafia delle identità”, personali e/o collettive, era stata formulata già da Carl Jung, che vi aveva dedicato anche uno schizzo, che ripercorreva gli schemi formali della stratigrafia in geologia. E, in effetti, anche gli strati della coscienza risalgono per Jung ad antiche ere, prima geologiche, poi biologiche, paleontologiche ed archeologiche.Una visione “poliedrica” della realtà ci dice che tutto dell’oggi (anche le cose più futuribili) ci viene da ieri. L’idea della “Singularity Tecnologica” non è altro che la “de-creazione” della Qabbalah; l’ideologia “gender” è un cascame dello schema mitologico ch’è alla base delle Metamorfosi di Ovidio; l’idea di Musk di popolare lo spazio è la “filosofia del compito comune” di Fiodorov; il “World Wide Web” non è altro che l’Intelletto Attivo di Aristotele, ecc…

Di fronte all’infinito succedersi delle ere della storia, è comprensibile e quasi automatico che il pensiero umano si perda. Però, se sono ammissibili ignoranza, semplificazione, partigianeria, non è ammissibile la volontaria miopia che impedisce, non dico di capire, bensì perfino d’intuire ciò che ci sta accadendo.Orbene, ciò che ci sta accadendo è che la Società delle Macchine Intelligenti sta sconvolgendo i presupposti, non già dell’ “Umano Eterno” (che forse non esiste), bensì dell’ Epoca Assiale, quella che incomincia (in una data su cui c’è oggi il massimo dibattito, vedi Jan Assmann) con la sedentarizzazione, con i pittogrammi, con le religioni politeistiche, con i “chieftains”, e che raggiunge il suo pieno fulgore nel Nuovo Impero egizio, nella Babilonia di Sargon, nell’Esodo, nell’impero cretese e in quello Zhou. Tutte queste civiltà (studiate per esempio da Eisenstadt), che hanno molto in comune fra di loro, costituiscono il substrato della nostra: una religione di salvezza, una nozione d’Impero, la centralità della famiglia, dei libri sacri….Non per nulla l’ideale di Confucio è quello restaurare l’impero dei Zhou anteriori, e quello delle religioni abramitiche il regno di Salomone.

Invece, la “Nuova Età Organica” che le macchine stanno costruendo è fondata su nuovi, diversi, presupposti: quelli del “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco” (sostituzione della religione con la scienza, nuova mitologia comune alle élites e al popolo, persecuzione delle religioni tradizionali) e sulla “Filosofia del Compito Comune” di Fiodorov (governo mondiale, risurrezione dei morti tramite la scienza. migrazione dell’uomo nello spazio). E’ ovvio ch’essa consideri superflui e superati la visione olistica delle religioni tradizionali, l’idea delle persone singole distinte dalla rete mondiale (“unplugged”) l’idea stessa di libero arbitrio o di libertà di coscienza, ogni forma di riproduzione e di famiglia naturale, ecc…Le vecchie ideologie non possono sopravvivere perché, come scriveva Böckenförde, “si basano su premesse che non possono mantenere”, vale a dire sull’ esistenza di soggetti autonomi, capaci di libera scelta; di famiglie che lavorino e risparmino per il proprio futuro; di popoli legati a una cultura e a un territorio. Se tutto ciò non esiste più, anche le ideologie della libertà, del diritto, della libertà, della solidarietà, non possono più esistere per la mancanza dei soggetti: le persone.

Per evitare dunque l’avvento d’una siffatta Società Organica, occorre colpire alla radice il funzionalismo, ponendo sotto controllo la tecnica dispiegata. Ma com’è possibile fare questo, se oggi è la tecnica che controlla noi? E’ evidente che, a questo punto, torna di attualità la politica di potenza, nel senso che i “senza potere” di cui parlava Havel (che sono oggi gli Europei) debbono “rovesciare il tavolo” ed assumere un ruolo sempre crescente in campo internazionale, per condizionare le scelte delle grandi potenze, oggi troppo sbilanciare a favore del “Progetto Incompiuto della Modernità”, e, in concreto, delle Big Five, che ne sono le “cinghie di trasmissione”. Come ha detto il Professor Galli, occorre por fine alla demonizzazione della “sovranità”. Aggiungerò che, contrariamente a quanto pensa Galli, a mio avviso la sovranità europea non è impossibile neppure oggi perché (come rilevano proprio le fonti più vicine all’ establishment, come l’Economist), i molti Stati ancora sovrani stanno facendo sempre più dell’ Europa un terreno di scontro contro l’egemonia americana, sì ch’ è ormai possibile, per gli Europei, fare leva su queste rivalità per affermare la loro autonoma sovranità.

 

 

DIBATTITO!

Vi segnaliamo una manifestazione che, in questi giorni, tratta degli argomenti su esposti:

La nuova Europa: Idee, Valori, Sfide

di Admin · 2 ottobre 2018

Invita la S.V. al convegno

LA NUOVA EUROPA: IDEE, VALORI E SFIDE

Sabato 13 ottobre 2018 – ore 09.00 Centro Studi San Carlo

Via Monte di Pietà, 1 – 10121 Torino

Presenta

Stefano Commodo (portavoce di Rinascimento Europeo)

 

TAVOLO DI LAVORO 1 Ore 9:15 – 11:15

 

Post Brexit: lo spirito dei Padri fondatori per dare una nuova anima all’Unione Europea. Che cosa avrebbero pensato dell’Europa odierna i padri nobili del grande progetto europeo? Dopo 60 anni, che cosa resta dello Spirito che animò i Trattati di Roma? Se da un lato l’integrazione economica ha permesso al Vecchio Continente di riconquistare un ruolo di primo piano dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo stesso non si può dire per il progetto dell’Unione politica: penalizzato dalla mancanza di un vero governo federale (o confederale), a rischio di ininfluenza negli scenari internazionali ed incerto nella tutela della sovranità..

Prof. Pier Giuseppe MONATERI Ordinario di Diritto Civile, Università degli Studi di Torino

ne parla con

Tiziana BEGHIN, Eurodeputata – Gruppo EFDD (Movimento 5 Stelle) Alberto CIRIO, Eurodeputato – Gruppo PPE (Forza Italia) Alessandro GIGLIO VIGNA, Deputato Lega – I Commissione (Affari Costituzionali) e XIV Commissione (Politiche dell’Unione Europea)

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Ore 11:15 – 11:30 Coffee Break

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TAVOLO DI LAVORO 2 Ore 11:30 – 13:00

 

Capitalismo: “turbo” o “sociale”? Tra sussidiarietà e corpi intermedi. Dal punto di vista economico il periodo attuale è caratterizzato dall’esistenza di un capitalismo che non è più minacciato da un’ideologia che ne nega la legittimità e non è più limitato nella sua azione dal frapporsi di frontiere. L’economista Luttwak definisce tale capitalismo globale come “turbocapitalismo” o terzo capitalismo, poiché segue il primo della rivoluzione industriale e il secondo del welfare State. Che ruolo hanno in tale contesto e nell’azione dell’Unione Europea i corpi intermedi, in particolare la loro capacità di mediazione tra “persona” e “politica”?

Andrea RINALDI Giornalista del Corriere della Sera

ne parla con

Ettore GOTTI TEDESCHI, Economista, ex Presidente dello IOR Luca RICOLFI, Sociologo, Giornalista e Presidente della Fondazione HUME

 

UNA SVOLTA GEOPOLITICA FONDAMENTALE: L’ACCORDO VATICANO-CINA

Roma e la Cina sono da sempre le due grandi realtà universali e speculari che condividono, ai due estremi della Via della Seta, la guida dell’“Isola del Mondo”, quell’ Eurasia che, secondo Mackinder, Gumilev e Brzezinski, è condannata ineluttabilmente a determinare le sorti del globo.

I momenti salienti di questo incontro storico erano stati:

-l’avvio formale dei commerci sulla Via della Seta, al tempo degl’imperatori Nerva e Han Wudi, quando fu introdotta nella lingua Cinese l’ espressione “Da Qin” (Grande Cina), per indicare Roma, l’ Italia e l’ Impero Romano (80-90 d.C.);

-la traduzione/adattamento in Cinese, da parte del Patriarca Rabban (Aluoben), delle Sacre Scritture (635 d.C.);

-il riconoscimento , da parte dell’ Imperatore Taizong,  del Nestorianesimo come religione dell’ Impero Cinese della dinastia Tang (638 d.C.);

-le conquiste di Cinggiz Khan, con l’acquisizione di un potere dominante della Chiesa nestoriana attraverso le Imperatrici della tribù karaita (1200);

-le missioni presso i Mongoli di Giovanni da Pian del Carpine (1245) e di Guglielmo di Roebroek (1254);

-l’arrivo a Pechino di Marco Polo (1265);

-la traduzione, da parte dell’Arcivescovo di Pechino, Giovanni da Montecorvino, delle Sacre Scritture nella lingua dei Mongoli (1305);

-l’arrivo a Pechino di Matteo Ricci (1601);

-la traduzione della Bibbia in Cinese e l’introduzione dei Riti Cinesi (17° Secolo)

-le opere di Athanasius Kircher(1670), Lecomte (1687)e Quesnais (1767) sulla Cina;

Dopo il fallimento dell’esperimento dei Riti Cinesi (1742), vi era stato un lungo periodo di gelo, corrispondente, prima, al periodo del colonialismo straniero in Cina, e, poi, all’ affermazione del potere comunista.

Per altro, forme di sincretismo erano rimaste vive in Cina, e il divieto, per gli ecclesiastici cattolici,  di partecipare ai “Riti Cinesi” fu abolito nel 1939 nei territori occupati dai Giapponesi.

Con l’avvento del regime comunista, i cattolici, come i fedeli di altre confessioni straniere, erano stati costretti ad aderire all’ associazione del Cristiani Patriottici, che decideva autonomamente sulla nomina dei vescovi.

Sotto la presidenza del Presidente Xi Jinping, si è assistito a un crescente interesse del Governo cinese per la religione, concepita anche come forma di educazione della comunità nazionale e come elemento di coesione sociale. Questo ha portato al pullulare d’iniziative religiose, tanto nell’ ambito delle Tre Scuole tradizionali cinesi, quanto della Religione Popolare, quanto, infine delle religioni straniere presenti tradizionalmente in Cina: Islam e Cristianesimo.

Questo rinnovamento non è avvenuto senza conflitti (come del resto lo erano stati l’ingresso del Nestorianesimo, la Controversia dei Riti, il tentativo di fusione fra Cristianesimo e Confucianesimo operato dai Taiping, e, infine, i concordati con il Manchukuo e i Giapponesi).

La questione è tutt’altro che irrilevante perché la “traduzione” delle sacre Scritture in Cinese ha comportato una vera e propria “prassi translinguistica”, inclusiva, da un lato, dell’individuazione di equivalenti cinesi di tutti i concetti biblici di origine medio-orientale o classica, e, dall’ altro, di una diversa strutturazione delle opere stesse secondo la forma del sutra (jing) buddhista.

Inoltre, una trasfusione meccanicistica dei concetti biblici nel contesto cinese, quale quella tentata dal Movimento Taiping aveva provocato una moltiplicazione dei contenuti messianici e polemici presenti in ambedue le tradizioni, e una conseguente deflagrazione politica e sociale che alla fine fu veicolo dell’occupazione straniera.

In particolare, nelle regioni con forti presenze islamiche o cristiane, si è assistito a un braccio di ferro tra chi esalta il ruolo delle comunità religiose prevalenti, e il Partito che tenta di limitarne le pretese. Questa controversia si è manifestata in particolare intorno all’ attività edificatoria di edifici di culto.

1.Aspetti geopolitici

In considerazione di queste premesse, credo che, per quanto grande sia l’importanza dell’accordo dal punto di  vista pastorale, il suo vero significato possa essere colto solamente tenendo conto  dei suoi aspetti geopolitici.

Infatti, l’ascesa della Cina a prima potenza mondiale (se non altro a pari merito con gli USA), pronosticata da vari Autori e divenuta ormai il programma ufficiale del Partito Comunista Cinese, implica una così profonda rivoluzione culturale, ideologica, geopolitica ed economica, che questo ulteriore passo, apparentemente marginale, è atto a impattare, con le sue onde concentriche, varie aree della vita del mondo intero: cultura, tecnologia, geopolitica, commercio internazionale…

Dal punto di vista culturale, il riconoscimento di un ruolo particolare della Cina per il Cristianesimo mondiale, sulla scia delle antiche missioni nestoriane e gesuitiche,  apre la strada all’ elaborazione di una teologia cattolica cinese, sulla falsariga di quella elaborata al suo tempo da Matteo Ricci (“Il vero significato del Signore del Cielo”);

Dal punto di vista tecnologico, l’incontro del Cristianesimo con l’univesro digitale asiatico apre la strada ad una riflessione approfondita sugli aspetti umanistici della rivoluzione informatica, con utili spunti anche per ciò che concerne un approccio europeo alla rivoluzione stessa(cfr. “La Civiltà Cattolica”);

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo rende più facile il dialogo fra l’ Europa e la Cina in un  momento, come questo, in cui la pressione del presidente Trump rende più necessario che mai un riorientamento verso l’ Eurasia degli scambi culturali ed economici dell’ Europa.

Dal punto di vista tecnico-giuridico, si tratta di un accordo provvisorio, siglato al livello dei due vice delle diplomazia cinese e, rispettivamente, vaticana. Esso è concentrato sulla procedura per la nomina dei vescovi, che, seguendo la falsariga delle procedure in vigore nell’ Ancien Régime, prevede una proposta dei nominativi da parte delle comunità ecclesiali (fra i quali è determinante, in Cina, l’ Associazione dei Cristiani Patriottici), e l’avallo, o meno, di queste scelte da parte del Pontefice. L’accordo non comprende alcun riferimento ai rapporti diplomatici fra Cina e Stato della Città del Vaticano. Si prevede tuttavia che esso costituisca il preludio al riconoscimento reciproco fra Repubblica Popolare Cinese e Vaticano.

L’accordo, poco pubblicizzato, è stato firmato nonostante l’opposizione aperta del vecchio Cardinale Zen, che si è fatto portavoce delle classiche critiche alle aperture alla Cina da poarte del mondo anglosassone. Critiche concentrate sulla libertà di religione e su un presunto dovere della Chiesa di promuovere valori e modi di vita occidentali.

La questione della supremazia dell’ Imperatore o del Papa era stato al centro dei rapporti fra Cina e Vaticano fin dalle prime ambasciate papali presso i Mongoli (popolo già parzialmente nestoriano e i coi sovrani erano addirittura imparentati con l’imperatore bizantino). Esemplare la risposta che l’Imperatore Küyük (sotto influenza cristiana, ma non cattolica, bensì nestoriana) aveva dato, nel 1245, alla lettera del Papa consegnatagli da Giovanni da Pian del Carpine:“Voi nazioni d’ Occidente , voi credete di essere i soli cristiani e disprezzate gli altri popoli. Come potete sapere a chi Dio si degna di usare misericordia? Noi che adoriamo Dio, con la forza di Dio abbiamo conquistato tutta la terra dall’ Oriente all’ Occidente”.

Si noti che anche oggi si pone un problema importante dei rapporti con altre confessioni cristiane (in particolare, quelle protestanti), molto più attive in Cina di quella cattolica, anche e soprattutto grazie al supporto dei sino-americani. Un fenomeno simile a quanto sta accadendo in America Latina, e soprattutto in Brasile, che ben s’inserisce nella rivalità fra Vaticano e Presidenza americana, che ha il suo nervo scoperto alla frontiera del Rio Grande.

Nello stesso modo, vi è anche un impressionante parallelismo fa questa mossa della diplomazia vaticana e la strategia di quella italiana, che, negli stessi giorni della sigla dell’accordo Vaticano-Cina, siglava, a sua volta, un protocollo per una politica comune in Africa.

Si allega gli articoli che illustrano l’accordo pubblicati su “l’Osservatore Romano”, come pure il comunicato, comparso contemporaneamente sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico

2.Articoli de “L’Osservatore Romano”

a)P. Sergianni su accordo Santa Sede-Cina: una crescita di fiducia che fa ben sperare

Un’assoluta continuità tra Francesco e i suoi predecessori, in particolare san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per quanto riguarda il dialogo con la Cina. Lo conferma padre Antonio Sergianni, grande esperto in materia. “Ora – dice – bisogna puntare sulla formazione”

Adriana Masotti – Città del Vaticano

 

Tutti in Cina sanno che tra la Santa Sede e il loro grande Paese è stato firmato un accordo e “da parte di tanti l’attesa era forte”: lo afferma a Vatican News, padre Antonio Sergianni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per 24 anni in Cina e, ai tempi della “Lettera ai cattolici cinesi” di Papa Benedetto XVI, membro della sezione cinese di Propaganda Fide.

Gli auspici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

Un accordo importante quello firmato il 22 settembre scorso, ma preparato da diverse tappe di avvicinamento tra la Santa Sede e la Cina. C’è dunque continuità tra Papa Francesco e l’orientamento dei Papi precedenti, in particolare, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…

  1. – Assolutamente sì. Questo accordo svela tutto il suo significato se ci rifacciamo alla Lettera alla Chiesa in Cina di Papa Benedetto del 2007, lettera in cui il Papa descrive la situazione della Chiesa in Cina, parla dell’unità della Chiesa, delle tensioni, della dottrina sull’episcopato. E parla apertamente di questo dialogo: fa riferimento addirittura al Concilio Vaticano II quando dice che il rispetto e l’amore devono estendersi anche a coloro che pensano e agiscono diversamente, perché questo facilita il dialogo con loro. Poi, per due volte, Papa Benedetto nella Lettera cita San Giovanni Paolo II che auspicava apertamente il dialogo con la Chiesa in Cina. “ Auspico – diceva Papa San Giovanni Paolo II – l’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese in cui superare le incomprensioni del passato”. E lo stesso Papa Benedetto nella Lettera, proprio parlando della nomina dei vescovi, riprendeva questo auspicio di dialogo e diceva: “Auspico che si trovi un accordo sulla nomina dei vescovi”.

Probabilmente lei avrà sentito in questi giorni qualche commento da parte cinese riguardo all’accordo. Qual è stata l’accoglienza in Cina, tra i fedeli, e in generale tra la gente? So che ne ha parlato anche la tv cinese…

  1. – Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli. Ho saputo che un vescovo perdonato dal Papa ha invitato i presbiteri della sua zona a celebrare l’evento, e sono stati contenti.  Certamente era tanta l’attesa. Due settimane fa ero in Cina, ho potuto incontrare delle persone – sacerdoti, vescovi e anche rappresentanti del governo -, e tutti mi dicevano che aspettavano con grande attesa questa firma; anche con qualche perplessità, però c’era una grande speranza e una grande attesa della Chiesa. Certo, ci sarà ancora da soffrire – dicevano loro – ma se rimane e aumenta un clima di fiducia, si potranno superare le difficoltà future.

La legittimazione dei vescovi nominati dal governo, la rottura con la situazione che vedeva due comunità in contrasto, fanno, secondo lei, giustizia delle sofferenze patite da tanti che hanno voluto mantenere sempre la comunione con Roma, spesso pagando di persona?

  1. – Tanti hanno sofferto per la Chiesa e per la fedeltà a Cristo. E la Lettera stessa di Benedetto lo riconosce e lo apprezza, e questo rimane:  il dolore di chi ha sofferto per Cristo nessuno può cancellarlo, rimane un tesoro prezioso. Certo, guardare avanti non vuol dire cancellare il passato. In una dinamica di fede la vita nasce dalla Croce: la Risurrezione è frutto della Croce. Cristo, risorgendo, non ha negato la sua morte, ma l’ha trasformata. E Papa Benedetto diceva, a proposito di questa sofferenza: “Esprimo la mia fraterna vicinanza. Intensa è la gioia per la vostra fedeltà a Cristo, fedeltà che avete manifestato a volte anche al prezzo di grandi sofferenze”. Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” dice il Papa, anche se al momento possono sembrare un fallimento. Chi ha sofferto per Cristo ne riceverà ricompensa. Anzi, io penso che questo accordo sia anche il frutto di quelle sofferenze.

Questo accordo, secondo lei, potrà favorire o permettere la crescita della Chiesa cattolica in Cina?

  1. – Io sono sicuro di sì. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. Prima di tutto, favorirà concretamente quel processo di riconciliazione che passa attraverso il perdono e aumenta un’autentica comunione. Esige un travagliato sforzo di riconciliazione. Però, con questo accordo, si tolgono tanti ostacoli a questo processo di riconciliazione e quindi aumenterà. Poi, se essere ottimisti o pessimisti di fronte al futuro…  Io mi ricordo soltanto che una volta Papa Benedetto a questa domanda mi rispose – perché rispose proprio a me – parlando della situazione della Chiesa in Cina, rispose che l’ottimismo e il pessimismo sono due categorie mentali, umane, troppo strette. Il cristiano – disse – ha la certezza che la storia è guidata da Dio e pertanto guarda alle situazioni, di fatto, con speranza. Se la Chiesa è arrivata, non con pochi travagli, a questo passo, c’è da sperare che giovi in futuro a tutti. Certamente aiuterà la crescita della Chiesa in Cina, certamente.

E si può ipotizzare anche una maggiore circolazione di notizie tra Roma e i fedeli cinesi?

  1. – Certamente. È una misura che aumenterà il clima di fiducia, la conoscenza reciproca, gli scambi di informazione, la circolazione dei vescovi. Questo sarà uno dei primi frutti che verrà da questa firma, perché della Cina si conosce poco in Europa: della situazione concreta, reale che vivono i nostri fratelli cinesi. Però, aumentando il clima di fiducia anche tra le autorità vaticane e quelle cinesi, ci sarà una maggiore circolazione di idee e di persone, di incontri, di iniziative, e piano piano tutto questo aiuterà. Non dall’oggi al domani: è un processo. Questa firma è un anello, un passo: è l’anello di una catena, di un processo, che poi deve svilupparsi piano piano.

Sappiamo che c’è una maggiore fiducia della Chiesa verso la Cina. C’è anche, immagino, un aumento reciproco di questa fiducia, altrimenti l’accordo non ci sarebbe stato …

  1. – Senz’altro. Se il governo accetta questo accordo che lascia l’ultima parola al Papa sulla nomina dei vescovi, vuol dire che gli dà fiducia. Ha accettato la costituzione di una nuova diocesi; ha accettato il perdono di questi vescovi; ha accettato che il Papa esercitasse la sua funzione di guida spirituale e gerarchica nella Chiesa cattolica in Cina. Se ha accettato questo, vuol dire che gli ha dato fiducia.

A proposito delle nomine dei vescovi, quale sarà ora la prassi? Quanto spazio ci sarà per la libertà di azione del Papa? I vescovi ordinati in passato, in comunione con Roma, saranno riconosciuti anche dal governo?

  1. – I dettagli dell’accordo non si conoscono. Certamente ci sono, sono stati studiati. Da quello che si sa, sarà una prassi condivisa. La Santa Sede accetta, come soluzione provvisoria – da vedere, da migliorare – che il processo di designazione dei candidati, dei vescovi, avvenga dal basso, dalle comunità ecclesiali, anche con un intervento degli organismi statali. Mentre il governo, da parte sua, accetta che la decisione finale, cioè se un candidato non è gradito, non è ritenuto all’altezza da parte del Papa, accetta la decisione finale, cioè si ricomincia da capo. Questo è quello che appare, però i dettagli non sono conosciuti. Tuttavia, c’è il fatto che accetta che l’ultima parola sulla nomina spetta al Pontefice; quindi la nomina dei vescovi viene lasciata al Successore di Pietro. Per quanto riguarda i vescovi ordinati da Roma e non riconosciuti dal governo, certamente ci sarà un processo di riconoscimento. Si andrà a vedere caso per caso, certamente questo è uno dei problemi da risolvere. Questa firma è una base, è una condizione per risolvere dei problemi che ancora sono sul tappeto, e sono tanti. Un’altra questione importante è quella della formazione. Adesso più che mai il punto fondamentale è la crescita e la qualità della fede; aiutare le coscienze dei fedeli a maturare nella fede, perché tutto è nell’ambito della fede. Non è un discorso politico: è un discorso pastorale, ecclesiale, di fede. Il problema è la formazione dei presbiteri che sono isolati,  il sostegno ai vescovi che sono isolati … Quindi sarà una sfida anche per il Vaticano, aumentando la capacità di contatti, di aiutarli nella formazione.

 

 

b)Santa Sede – Cina. L’Osservatore Romano: Una data nella storia

Un’intesa annunciata destinata ad entrare nella storia anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni. E’ la penna del direttore de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, a ripercorrere – nel giorno dell’accordo provvisorio tra Santa Sede e Pechino – storia e prospettive del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo risalgono ad una stele eretta nel 781 a Xi’an

Giovanni Maria Vian

È certo destinata a entrare nella storia la data del 22 settembre: per la firma, a Pechino, di un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra Cina e Santa Sede preparato da decenni di lunghe e pazienti trattative, mentre il Papa inizia la sua visita nei paesi baltici. Bergoglio è infatti arrivato in Lituania proprio nelle stesse ore in cui, a migliaia di chilometri di distanza, i suoi rappresentanti hanno raggiunto una tappa certo non conclusiva ma che già ora appare di grande importanza per la vita dei cattolici nel grande paese asiatico.

Un’intesa annunciata

L’intesa era annunciata e, anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni, la notizia è molto positiva e subito ha fatto il giro del mondo. Il Pontefice riconosce inoltre la piena comunione agli ultimi vescovi cinesi ordinati senza il mandato pontificio, con l’intento evidente di assicurare uno svolgimento normale della vita quotidiana di molte comunità cattoliche. Come conferma il provvedimento simultaneo che costituisce a nord della capitale una nuova diocesi, la prima dopo oltre settant’anni.

La stele eretta a Xi’an

Si tratta dunque di una tappa davvero importante nella storia del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo sono antichissime, attestate da una stele eretta nel 781 a Xi’an, nel cuore dell’enorme paese. Sul grande monumento, alto quasi tre metri e scoperto agli inizi del Seicento, si legge infatti il racconto in caratteri cinesi e siriaci dell’arrivo, già nel 635, sulla cosiddetta via della seta, di missionari cristiani giunti probabilmente dalla Persia. E i loro nomi sono incisi sulla roccia calcarea, insieme all’annuncio della “religione della luce”, con una sintesi delle vicende di questa minuscola comunità corredata da altre decine di nomi, e con un’esposizione della dottrina cristiana poi affidata a centinaia di libri tradotti e diffusi nei secoli seguenti.

Le missioni di francescani e gesuiti 

La storia di questa straordinaria tradizione si prolunga poi, oscillando tra fioriture inattese e persecuzioni, sino a incrociarsi con le missioni, soprattutto francescane, inviate da pontefici e da sovrani cristiani europei, a partire dalla seconda metà del Duecento, per circa un secolo. Agli inizi dell’età moderna è il nuovo ordine dei gesuiti, punta di diamante della Riforma cattolica, a divenire protagonista delle missioni in Cina, da Francesco Saverio a Matteo Ricci, per ricordare soltanto i nomi più noti di una serie che ha pochi paragoni nella storia della diffusione del Vangelo.

Irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti

Intromissioni politiche, irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti tra ordini religiosi complicano però notevolmente l’opera dei missionari. Questa viene ostacolata dalla disastrosa controversia sui riti cinesi trascinatasi fin verso la metà del Settecento, un secolo più tardi dai condizionamenti imposti dalle potenze coloniali, e infine da ripetute persecuzioni, anche nel corso del Novecento.

Nel 1926 i primi vescovi cinesi

Solo nel 1926 vengono ordinati dallo stesso Pio XI a Roma i primi vescovi cinesi, mentre vent’anni più tardi è il suo successore a stabilire la gerarchia cattolica nel paese. Questi “due fatti della storia religiosa della Cina”, definiti “simbolici e decisivi”, vengono ricordati il 6 gennaio 1967 nell’omelia per l’Epifania, appassionato elogio del paese, da Paolo VI, che poco più di un anno prima nel discorso alle Nazioni Unite aveva chiesto l’ammissione della Cina comunista nell’organizzazione. Ed è proprio Montini ad arrivare “per la prima volta nella storia”, durante le ore trascorse a Hong Kong (allora sotto il controllo britannico), in territorio cinese. “Per dire una sola parola: amore” esclama il Papa. E aggiunge, vedendo lontano: “La Chiesa non può tacere questa buona parola; amore, che resterà”.

 

3.Comunicato del MISE:

“La missione del Sottosegretario Michele Geraci in Cina si è conclusa con il raggiungimento dell’intesa sul testo del Memorandum of Understanding negoziato da MISE e dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme cinese, la NDRC, per la collaborazione tra Italia e Cina in Paesi terzi.

L’accordo è stato reso possibile solo grazie al costante dialogo condotto da MAECI, Ambasciata d’Italia in Cina e MISE, e rappresenta un primo importante risultato della neo-costituita Task Force Cina, voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Un primo esempio di come l’approccio sistemico porti a risultati concreti.

“Ringrazio – ha dichiarato Geraci – l’Ambasciatore Sequi e tutto il team dell’Ambasciata per aver assicurato la conclusione del negoziato, che prelude alla firma del Memorandum of Understanding da parte del Vice Presidente del Consiglio e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.”

In forza di tale Memorandum, Italia e Cina si impegnano a ricercare aree di cooperazione congiunta in Paesi terzi. Un primo obiettivo di questa nuova forma di collaborazione sarà l’Africa, il continente che è destinato, con la sua prorompente demografia e le sue prospettive di crescita economica, ad attirare sempre maggiore attenzione dei Paesi europei, e dell’Italia in particolare, sia per gestire il fenomeno migratorio, sia per aprire nuovi mercati al nostro sistema imprenditoriale nonché per condividere insieme ai paesi africani le sfide sulla strada dello sviluppo, della crescita economica e della sostenibilità.”

 

 

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.