EUROPEAN DEMOCRACY ACTION PLAN ,PARTE II:UNA NECESSARIA AUTOCRITICA

Visto che si parla sempre dei diritti umani dei rifugiati:
che fine hanno fatto gli esuli serbi della Krajina croata?

E’ positivo il punto di partenza del documento del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights” :

“the EU has so far been unable to comprehensively tackle violations of EU values through its ordinary monitoring and enforcement activities”.

I motivi di questa incapacità non vengono per altro investigati. Essi sono legati al fatto che, nel XXI Secolo, anche  nell’ Unione Europea, sotto l’etichetta “democrazia” s’intendono “far passare” concetti e principi assolutamente eterogenei, il cui unico punto in comune è costituito dall’ essere essi tutti il frutto della  presunzione millenaristica ereditata dal “Sogno di Serse”  descritto da Erodoto (“conquistare tutta l’ Europa affinché l’Impero raggiunga il confine del regno degli Dei”, oggi “rendere il mondo sicuro per la democrazia”), con la conseguente “eterogenesi dei fini” (cfr. post precedente).

In sintesi, il fascicoletto cita come essenziali per il concetto europeo di “democrazia”:

-i “valori comuni degli Stati membri”;

-la cosiddetta “Rule of Law” (che tradurrei come ”principio di legalità”);

-i diritti fondamentali, ivi compresi quelli delle minoranze.

Questi tre elementi, che sono alcuni di  quelli citati nella lettera di missione di Vera Jourova,non mi sembrano minimamente appropriati quali elementi qualificanti dell’attuale regime europeo.

Da otto anni Schrems chiede giustizia alla Corte di Giustizia e ai tribunali nazionali, ma Google e Facebook continuano a trasferire illegalmente in America i nostri dati

1.La “Rettifica dei Nomi”

Intanto, i “valori comuni degli Stati membri” sono meno numerosi e meno chiari di quanto possa sembrare: basti pensare alla cogestione tedesca(p.es., la “Volkswagengesetz”) nei suoi rapporti, con l’”autonomia delle parti sociali” degl’Italiani; la teocrazia polacca nei confronti della “laicité à la Francaise”(per esempio, il divieto del velo); il comunitarismo belga in confronto con il centralismo spagnolo (cfr. la repressione in Catalogna).

Anche il principio di legalità  (“the Rule of Law”) è assolutamente ambiguo. Intanto, non riuscendo l’Unione Europea a legiferare fin dall’ inizio in relazione all’ impressionante turbinio di esigenze sociali che si pongono oggi in uno spazio semi-continentale come quello dell’Europa Occidentale, la Corte di Giustizia ha sempre adottato una giurisprudenza altamente creativa, “pescando” appunto liberamente nei principi giuridici comuni degli Stati Membri (l’ “Europa dei Giudici”, di cui la Corte si vantava quando ero funzionario della stessa). Orbene, questo è il metodo legislativo tipico degli antichi regimi feudali, come l’Impero Romano, quello germanico e il Regno d’Inghilterra.

Oggi, poi, assistiamo in Europa a un grado elevatissimo di disapplicazione del diritto: da un lato, del diritto internazionale e europeo, e, dall’ altro, degli stessi diritti nazionali. Basti ricordare l’opposizione degli Stati europei al Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari, disapplicato dalla maggiorana degli Stati membri; la partecipazione a campagne militari, come quella alla 2° Guerra del Golfo,  non coperte da una risoluzione delle Nazioni Unite; lo status di “non cittadini” di una parte considerevole degli abitanti dei Paesi Baltici; l’esilio, da più di 30 anni, di 350.000 Serbi della Krajina;  la detenzione ancora non finita dopo anni di buona parte del Governo catalano; la sentenza della Corte di Giustizia Tedesca che rifiuta di assoggettarsi alla giurisdizione della Corte di Giustizia delle Comunità Europee; l’inottemperanza, alla sentenza Schrems II, di tutte le autorità nazionali per la tutela della privacy, i reati di opinione diffusi in tutti i Paesi membri…

Tutta l’area dei rapporti con il Complesso Informatico-militare è informato al principio di coprire, con un apparente  rigore, una assoluta sudditanza ai GAFAM, tanto che l’ Europa è l’unica area del mondo a non avere le proprie piattaforme, e a confidare esclusivamente su quella americana perfino per l’ intelligence, la guida dei missili nucleari, i collegamenti satellitari, ecc…Dopo 10 anni di sforzi giudiziari, la Commissione e l’ anti trust europei non sono ancora riusciti a “incastrare” Google, nello stesso modo in cui la magistratura e la polizia italiane non sono riuscite a catturare Messina Denaro. Invece, proprio ora il Ministro della Giustizia degli Stati Uniti, insieme a quelli di molti Stati, ha depositato, davanti al District Court del District of Columbia un atto d’accusa con cui si chiede la cessazione dei comportamenti anti-concorrenziali di Google.

Il rapporto del Parlamento Europeo cita poi giustamente il caso eclatante delle Extraordinary Renditions, per le quali, né gli agenti della CIA, né i funzionari nazionali conniventi, hanno subito alcuna sostanziale condanna, così pure come nessuno dei funzionari americani responsabili dello spionaggio ai danni degli Europei  nei casi Echelon e Prism. Ma ricordiamoci anche che non si è ancora fatto chiarezza su vicende fondamentali come l’ attentato a Giovanni Paolo II, le uccisioni di Herrhausen e di Moro, le stragi di Portella della Ginestra, Ustica, Piazza Fontana, Bologna, oltre che sulla misteriosa fioritura delle mafie in tutti gli Stati membri nonostante gli apparenti sforzi per sradicarle…

Non parliamo poi del rifiuto degli Stati Uniti di sottostare, tanto alle corti europee, quanto a quelle internazionali (congiunta alla loro pretesa di applicare extraterritorialmente il loro diritto anche in Europa),  nonché la creazione di corti speciali corti post factum come la corte Penale Internazionale per la ex-Yugoslavia, che violano grossolanamente i il principio del “giudice naturale” e dell’ indipendenza, nonché la pretesa espressa in più occasioni da parte dei vertici americani di esercitare lo spionaggio in Europa senza che gli Stati europei abbiano il diritto di fare altrettanto negli Stati Uniti. Al punto ch’è stato detto che “in Deutschland gilt nicht deutsches Recht“.

In tutta Europa è esistito fino almeno al 1990, senza essere attaccato in giudizio ,
un esercito segreto al servizio della NATO.

2.La “Rule of Law Review”

Anche la più recente “Rule of Law Review Cycle”, citata dal Parlamento Europeo,  tocca vari punti, in cui per altro si vedono sempre e soltanto le colpe di alcuni Stati membri, ma non quelle generalizzate in tutta l’ Unione:

1)l’indipendenza dei giudici, certamente discutibile in Spagna, in Francia e in Italia (vedi i casi Catalogna, Dieudonné e Abu Omar);

2)l’anti-corruzione, totalmente fallimentare ovunque (vedi i casi Messina Denaro, Tangentopoli, Chirac, Kohl, Juan Carlos…), è comunque frustrata dall’egemonia sociale della mafia, che si sta espandendo, dall’ Italia, ad altri Paesi d’ Europa;

3)il pluralismo dei media, assolutamente discutibile ovunque, data l’egemonia culturale del mainstream, l’enorme concentrazione della proprietà delle testate e delle case editrici e l’assurda legislazione contro le “fake news” che colpisce, in pratica, solo le notizie non mainstream. E’ stato ristampato proprio ora il libro di Bernays, il fondatore delle tecniche  propaganda, in cui egli dimostrava testualmente che la propaganda è lo strumento con cui i poteri occulti inevitabilmente plasmano le democrazie;

4)la mancanza di un vero “equilibrio dei poteri” che garantisca le minoranze, non solo di genere, etniche o politiche, ma soprattutto culturali (p.es, islamiche, siniche, antimoderne).

Se questo è lo “Stato di Diritto”, allora, come sarebbe uno “Stato arbitrario”?

Alla stregua del nuovo regolamento in discussione al Parlamento Europeo, le sanzioni dovrebbero essere applicate, anziché a Paesi extraeuropei o a quelli di Visegrad, anche e soprattutto all’ Italia (mafia, disapplicazione delle norme, concentrazione delle testate), alla Francia (islamofobia, dittatura del politically correct), ai Paesi Baltici (i “non cittadini”), alla Spagna (la detenzione del governo catalano)…Tutte violazioni talmente macroscopiche del principio di legalità da inficiare la legittimità stessa di questi Stati. Come accertare che (come insinuato per esempio da Rutte), visto che lo Stato italiano, che ha condannato più volte all’ergastolo Messina Denaro per una serie infinita di reati gravissimi, l’abbia poi lasciato continuare a dirigere la mafia per decenni senza mai arrestarlo, non sia una copertura della mafia i fondi europei non siano distolti dalla criminalità organizzata? E che dire del Regno di Spagna, che tiene in galera e anni il governo della sua regione più evoluta per avere osato votare per l’indipendenza? O dei Paesi Baltici, che non cedono il diritto di voto alle minoranze russofone perché in tal caso i futuri parlamenti decreterebbero probabilmente il passaggio all’ Unione Eurasiatica?

Di converso, risulta anche assai discutibile che Ungheria e Polonia costituiscano il modello per eccellenza della violazione dei diritti civili europei. Per esempio, le nuove leggi di quei paesi riguardanti i giornali non sembrano, né particolarmente liberticide, né molto diverse da quelle dell’Unione Europea e degli Stati membri. Il divieto delle concentrazioni giornalistiche perseguito  in Polonia è coerente con l’ antitrust europeo e anche italiano, così pure come i limiti al controllo estero sui giornali fa parte proprio delle normative recentemente introdotte sulla “golden share” sugl’ investimenti strategici. Si noti anche che la proprietà estera di quotidiani si giustifica male dal punto di vista concorrenziale, perché,  visto che l’ editoria è sempre in perdita, l’ unico scopo di acquistare dei giornali all’ estero sembra essere il  condizionamento dell’opinione pubblica. D’ altra parte, non si capisce neanche perchè tutti i giornali in Polonia e in Ungheria debbano essere posseduti da Americani e Tedeschi, non già da Polacchi e Ungheresi (o, al limite, altri cittadini dell’Unione), né mi risulta che Polacchi e Ungheresi posseggano giornali in America o in Germania.

In realtà, l’insistenza nell’attaccare Polonia e Ungheria deriva più dai loro miti culturali (la Szlachta, la Repubblica nobiliare, i “soldati maledetti”, il  Pannonismo, il ’56, la Chiesa militante), che vengono considerati incompatibili con l’ “ethos” cosiddetto post-ideologico della cultura  “mainstream”. Ed è rafforzata dal fatto che esse hanno combattuto molto più convintamente ed efficacemente, contro nazismo e comunismo, dei Paesi dell’ Europa Occidentale (Insurrezioni di Varsavia, rifiuto di Horthy di consegnare gli Ebrei, rivolte di Budapest, Poznan’, Danzica.., mentre abbiamo avuto l’Asse,le Legi Razziali, la Shoah, il drole de guerre, il Vel d’Hiv, la consegna all’URSS di cosacchi e baltici…).

Secondo punto: siamo sicuri che il principio di legalità costituisca la massima espressione della civiltà giuridica? Tutte le civiltà hanno conosciuto una contrapposizione fra le “leggi scritte” (”engraphoi nomoi”) , e “leggi non scritte”(“agraphoi nomoi”), fra “fas e Jus”, fra “Li” e “Fa”. Orbene, secondo Euripide e Confucio, le leggi non scritte  (quelle dell’ etica) sono superiori a quelle scritte, tant’è vero che alcuni diritti, come l’ Halakhà ebraica, la Shari’a islamica e la Common Law, non ammettono in linea di principio una legge scritta che deroghi a quella tradizionale (pensiamo ad Antigone, all’ invocazione della Torà e del Corano nelle costituzioni medio-orientali e al rifiuto di una Costituzione scritta da parte del Regno Unito).

Quanto, infine, ai cosiddetti “diritti fondamentali”, l’Unione Europea non è ancora riuscita neppure a definire chiaramente quali sono i “diritti civili” che spettano ai cittadini dell’Unione Europea, e, quindi, ai cittadini degli Stati Membri, e quali i “Diritti umani”, che spettano a tutta l’Umanità (basti vedere la confusione che c’è sui migranti). In tal modo, è molto vaga anche la delimitazione dei diritti azionabili davanti alla Corte di Giustizia e alla Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

E’ paradossale che si attacchi, per violazione di diritti di libertà, proprio la Polonia, che prima di ogni altro Paese Europeo si era data costituzioni a tutela dell’ “Aurea Libertas”

3.La ”Battle of Narratives”

Un argomento sul quale queste valutazioni hanno avuto un impatto determinante è il confronto fra Occidente e Cina nella gestione del Covid-19, che, a mio avviso, dimostra il grado di totalitarismo raggiunto dall’ Occidente. La gestione della pandemia è stata sotto ogni punto di vista più efficace in Cina che non in Occidente, tant’è vero che, in Cina, su 1.400.000 abitanti, ci sono stati circa 1000 morti, mentre, negli Stati Uniti, su 350 milioni di abitanti, ci sono già stati 220.000 morti, e l’epidemia non soltanto non accenna a diminuire, ma addirittura sta ancora aumentando. Questo dovrebbe bastare da solo a tutti per concluderne che, almeno sulle questioni sanitarie, il sistema cinese è infinitamente più efficace, come minimo, di quello americano. Ciò costituisce però anche una schiacciante confutazione della propaganda costante, da almeno 75 anni, da parte del “mainstream”, secondo cui il sistema “liberaldemocratico” americano sarebbe non soltanto il più giusto, ma anche il più efficace, sicché tutte le cosiddette “riforme” introdotte o da introdursi mirano in sostanza a copiare gli Stati Uniti (dagli aiuti condizionali al deficit spending, dal federalismo all’ antitrust, dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni…).

Ecco allora scatenarsi la propaganda a tutti i livelli, da quello culturale a quello politico, da quello giornalistico ai social networks, per mascherare o contestare quell’ ovvio paragone. Perfino fonti amiche alla Cina Popolare (come il South China Morning Post) invitano costantemente i Cinesi a non parlare troppo della lotta contro il virus (i “lupi guerrieri”) perché questo indispettirebbe inutilmente gli Occidentali, venendo interpretato come un’odiosa vanteria. Punto su cui, almeno  sul piano dello “stile”, concordo. Il punto è che in effetti il confronto lo fanno non già i Cinesi, bensì alcuni studiosi occidentali, che stanno valutando la questione in modo obiettivo, come Brennan e Bell, o giornalisti provetti come Giovanna Bottero, che suscitano infatti le ire dell’“establishment”. Tant’è vero che Khanna, additato come il vessillifero dell’autocrazia neo-confuciana, si è ora premurato di precisare che non è “la Cina”, bensì “l’Asia” quella che ha resistito così bene al Covid 19. Poco importa, perché, secondo le teorie di Khanna, la vera forza dell’Asia sarebbe la tecnocrazia confuciana, sia essa quella di Singapore o della Corea), che, come brillantemente spiega Bell, valorizza “le giuste gerarchie”.

Se l’Occidente non fosse così presuntuoso da rasentare la cecità, tutto ciò non potrebbe non farlo riflettere. E, in realtà, finalmente ci sta riflettendo, eccome! (basti pensare agl’interventi giornalistici che ho citato), solo che ha deciso di fingere di non farlo, pur di mantenere un’aura di sacralità intorno all’attuale sistema occidentale. Questa situazione è stata ben sintetizzata da  Alex Lo sul South China Morning Post, “Once, when Christians thought their religion was the one and only true faith, they didn’t need to learn from other religions because they were all false. If you think democracy, without even bothering to define it, is the best, any other non-democratic government is, a priori, inferior. If you know China and its government are bad, there is no need to actually study them in depth. You can spread democracy, peacefully or by force, just like Christians did before…And how can a Western democracy not be better at dealing with a pandemic than a communist state?Like it or not, the Chinese Communist Party and the state it runs have very high-functioning bureaucratic capacities. You need to know what your enemy is capable of if you want to predict more realistic outcomes.”

Inoltre, sempre con riferimento alla prevenzione della pandemia, l’ Occidente sta dimostrando anche la totale incongruenza dei propri valori. La prevenzione del Covid è dettata dalla sacrosanta esigenza di salvare delle vite umane (che dovrebbe essere uno dei primi obiettivi di una politica umanitaria), e invece viene “venduta” da molti come un odioso attacco al sacrosanto “tran-tran” dei bamboccioni, e una minaccia sovversiva contro l’abnorme settore commerciale della ristorazione e del turismo -quindi, un’insopportabile limitazione della libertà-.

Quand’anche si ritenga che i vantaggi del modo di vita occidentale siano tali da soverchiare quello, fondamentale, dell’insuperata resilienza di quello cinese, resterebbe ancora da chiedersi: come fare a non essere scavalcati da un sistema tanto più efficiente del nostro? Invece, s’ inventano storie che semmai scalfiscono in misura minima, quando addirittura non ingigantiscono, la superiorità cinese, e ne accelerano l’avvento. La Cina avrebbe inventato il virus per distruggere l’Occidente? Bene, allora, c’è riuscita: tanto di cappello al “rivale sistemico”, altro che commissioni d’ inchiesta! La Cina avrebbe impiegato qualche mese a riconoscere la pandemia e per combatterla? Bene, gli Stati Uniti non ci sono riusciti neppure adesso, dopo un anno. In ogni caso, il risultato di tutto ciò è che ora i cittadini cinesi sono liberi dal virus e l’economia cinese sale del 4,9% distanziando mediamente quelle del resto del mondo di 15 punti.

Fareed Zakaria, inventore dell’ espressione “Democrazia Illiberale”

4. Uno Stato del XXI secolo rispecchiante veramente l’Identità Europea.

Una delle tante accuse rivolte alla Cina è quella di voler esportare il proprio sistema. In realtà, se c’è qualcuno che, da duecentocinquant’anni, sta cercando di esportare il proprio, questi sono proprio gli Stati Uniti. Forse, parzialmente, lo erano stati l’ Unione Sovietica, e, ancor più parzialmente, gli Stati islamici, ma non certo la Cina, la quale, pure all’ epoca delle Guardie Rosse, si atteneva sostanzialmente alla massima di  Mao: Scavate profonde trincee e non aspirate mai. all’ egemonia.” Nessuno (salvo forse il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista) ha mai teorizzato l’applicazione del sistema cinese ad altri Paesi, tant’è vero che il “socialismo con caratteristiche cinesi” viene definito come “unico”. Si noti tra l’altro che “caratteristiche cinesi” è un-espressione inventata dai missionari protestanti per condannare la presunta “identità  cinese” (servilismo, formalismo, falsità) , ma che, negli ultimi decenni, da quando la Cina è ridivenuta una grande potenza, è stata ripresa con orgoglio dalla dirigenza del paese.

Ne consegue anche, di converso, che il percorso da adottarsi, per evitare di essere cancellati dalla Storia dal preteso “sistema cinese”, non sono neppure l’imitazione servile di quel sistema, così come non ha certo risolto i problemi dell’ Europa l’imitazione servile di quello americano.

Al contrario, come dicevamo, il nostro sistema era  stato, nell’ antichità, la “Patrios Politeia” di Aristotrele, e, nel Medioevo, l’”Antica Costituzione Europea” di Montesquieu e Tocqueville, un sistema con quattro-cinque livelli di governo, forniti di logiche e meccanismi diversi. Nello stesso modo dovremmo ora affrontare i problemi del 21° secolo. Com’ è pensabile che un manovale immigrato o un anziano in una casa di riposo si appassioni ai trattati contro la proliferazione nucleare o al Recovery Fund? Come credere che il Presidente del Consiglio Europeo possa interessarsi delle discariche di Napoli, o che il Presidente della Valle d’ Aosta abbia proposte pertinenti sulla cyberguerra?

Polacchi e Ungheresi hanno celebrato insieme le battaglie del ’56

5.Il centralismo è inevitabile, ma può essere controllato

A mio avviso, il generale “trend” verso una maggiore centralizzazione del potere deriva, non già da cause politiche, bensì innanzitutto dalla concorrenza fra le macchine e l’uomo. Contro la situazione di fatto del dominio delle macchine  (e, attualmente, ancora dei GAFAM che, per un poco, le dirigono), s’impone il rafforzamento del “governo degli uomini”, nei suoi due aspetti, delle strutture e delle culture. Ciascun continente sta tentando di risolvere il problema a modo proprio: l’ America, attraverso la rivalutazione della sua storia e il dialogo diretto fra il Presidente e il popolo; la Cina, attraverso la riabilitazione della classicità cinese e la guida della politica (del Partito) sullo sviluppo tecnologico; la Russia, attraverso lo sganciamento progressivo dal World Wide Web, la figura del Presidente/zar, la rivalutazione della cultura popolare russa e della religione ortodossa.

L’Europa si concentra sulle due idee, potenzialmente confliggenti, della “diversità” e delle regole. Per trovare una sintesi fra questi due poli, un sistema politico veramente europeo non può essere l’imitazione, né della costituzione americana, né di quella cinese (e neppure di quella russa), bensì dev’essere in grado di rispondere al particolare tipo di problemi dell’ Europa nella particolare epoca storica della transizione alla società delle macchine intelligenti. Nel fare ciò, deve prendere in considerazione i diversi punti di vista, e il diverso grado di competenza,  delle famiglie, delle imprese, dei quartieri, delle Università, dei Comuni, delle metropoli, delle Province (Contee, Dipartimenti, Kreise), delle Regioni (Laender), degli Stati Nazionali, delle Macroregioni, del’ Europa e del mondo, attraverso un sistema costituzionale efficace.

Il centralismo, che impone al Commander in Chief di stare sempre con gli occhi puntati sulle nuove ricerche tecnologiche, sullo “Hair Trigger Alert”, sulla “Battle of Narratives”, sulle “covert operations” (proprie e. soprattutto, altrui), può e deve valere solo per i poteri subcontinentali. Alle Macroregioni europee (atlantica, mitteleuropea, mediterranea, baltica, pontica, orientale..)spetterebbero  i non meno importanti compiti delle politiche economiche e culturali, della Difesa, del Diritto Costituzionale. Agli Stati Membri, io lascerei la legislazione ordinaria e i curricula di formazione; alle Regioni le scuole e le imprese. Alle metropoli, i tribunali e la microeconomia; ai Comuni, la programmazione territoriale e la piccola e media impresa; ai quartieri l’urbanistica e l’arredo urbano.

Per tutto ciò, è urgente che la Conferenza sul Futuro dell’ Europa parta immediatamente e possa affrontare tutti i temi: Umanità e tecnica; identità dell’ Europa e ruolo dell’ Europa nel mondo; natura e ruolo dell’ organo apicale europeo, che non può rimanere, come oggi, un coacervo disordinato di NATO, Consiglio Europeo, Commissione e Parlamento.  

EUROPEAN DEMOCRACY PLAN, PARTE I: UN MECCANISMO CHE FUNZIONI

Un dovere tradito dell’ Europa: difendere i Whistleblowers

Una delle priorità della Commissione von der Leyen e della futura Conferenza sul Futuro dell’Europa era costituita dalla promozione di una “democrazia europea”, fondata su  resilienza,sul pluralismo dei media, sulla trasparenza del processo legislativo, sulla Convenzione Europea dei Diritti Umani, sull’ identità europea, sulla cittadinanza europea,  sul dialogo con le Chiese , su un partenariato strategico con il Regno Unito… L’incarico di monitorare tutto ciò era stato affidato a Vera Jourova, la quale è tenuta a presentare annualmente un “Rule of Law Report”, che è simile, nella sostanza, ad analoghi documenti presentati con eguale cadenza dall’”Integrity Manager” nelle imprese europee, i quali (lo dico per esperienza diretta), essendo membro dello staff dirigenziale, non può fare altro che sfornare, anche se controvoglia,la certificazione di una  fittizia  regolarità..

Dopo più di un anno, la pandemia ha messo a nudo le debolezze dell’ intero impianto costituzionale europeo, dimostrando anche la gravità dell’ errore di aver ritardato sine die la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’unica istanza in cui il richiamo diretto ai cittadini potrebbe forse controbilanciare l’inconcludenza dell’ establishment, costituendo un forte elemento di discontinuità, quale richiesta dalla situazione.

L’incapacità dell’Europa di bloccare la “seconda ondata” del virus ( mentre l’ Asia ci è riuscita brillantemente), l’omologazione delle grandi testate, l’inestricabile complicazione dei processi di approvazione del bilancio 2021-2027 quando più ce ne sarebbe stato bisogno, l’assenza di un dibattito a tutto tondo sulle identità e sul pluricentrismo dell’ Europa sono sfociati nel ritardo di un anno nell’ approvare il Recovery fund (che avrebbe dovuto costituire un provvedimento d’urgenza) e nel “No Deal” con la Gran Bretagna.

Il Parlamento vota contro il Consiglio, i Paesi nordici bloccano gli aiuti a quelli del Sud, mentre quelli dell’ Ovest pretendono di sanzionare quelli dell’ Est, e infine il partito di maggioranza, il PPE,a cui appartiene la Presidentessa,  blocca i lavori del Parlamento

Addirittura, le Istituzioni,  invece di risolvere tutti questi  problemi della UE,  si stanno ora preoccupando di un meccanismo per sanzionare Polonia e Ungheria, e di un regolamento generale per disciplinare le sanzioni extra-UE, pretendendo d’impartire una lezione al resto del mondo.

I Governi nazionali e locali non sono da meno, con il loro continuo up and down di provvedimenti sanitari inconcludenti dimostrano di non sapere assolutamente che fare, anche in quei casi (come quello italiano), in cui erano stati tempestivamente ammaestrati dagli esperti cinesi reduci dalla “Battaglia di Wuhan”.

Non per nulla, Cesare de Seta intitola l’editoriale de L’Espresso, testata assolutamente pro-establishment, con “Fallimento”.

Alla luce degli sviluppi della situazione attuale, viene spontaneo chiedersi se gli Europei abbiano ancora  chiaro che cosa essi vogliano e, in particolare, come intendano riformare nell’ ambito della prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa, una democrazia europea così fallimentare.

Intanto, se è vero che la parola “democrazia” fu inventata in Europa duemilacinquecento anni fa  (tant’è vero che è difficile tradurla in molte lingue extraeuropee), è anche vero ch’essa ha cambiato mille volte di significato, tanto da non averne oggi più praticamente nessuno. Poi, al di fuori dell’ Unione Europea, la “democrazia” non sembra più essere una priorità per nessuno. Non che nessuno le sia ostile, ma tutti pensano, e non del tutto a torto,  che vi sia qualcosa di più urgente: chi la difesa dei propri privilegi, chi la lotta per la supremazia, chi la difesa della patria, chi la religione…, e la stessa democrazia  diventa addiruittura una sorta di metafora, per “anglosfera”, “nazionalismo”,  “antiglobalismo”,“teologia del pueblo”..

In effetti, tutti, amici e nemici, parlano piuttosto, ed appropriatamente di un “Impero Americano” (“nascosto”, per citare  Immerwahr),  per taluni da temere, per altri da mantenere, per altri ancora, da abbattere. Anche entro questi limiti, il termine  “democrazia” sembrerebbe comunque inappropriato a descrivere l’attuale società occidentale dominata dai GAFAM, dalle 16 agenzie americane d’”intelligence”, dai capricci di Trump e dall’inconcludenza burocratica europea, vale a dire un mix casuale senza alcun chiaro principio ispiratore – un mix di esoterismo, tecnocrazia, informatica, costituzionalismo, mafie, razzismo, messianismo, capitalismo, servizi segreti, elettoralismo, propaganda, politicamente corretto, che fanno tutti capo, in un modo o nell’ altro, agli Stati Uniti-. Sembra perciò preliminarmente necessaria una previa chiarificazione del concetto di “democrazia”, Per dirla con Confucio, una “rettifica dei nomi”.

L’aeropago di Atene, là dove Eschilo colloca la nascita divina della polis

1.Per una storia controcorrente della democrazia

L’espressione era nata (in Erodoto) con una connotazione senz’altro negativa, ch’è stata certo lentamente mitigata nel corso dei millenni, ma solo recentemente ha assunto un significato neutro, e solo da pochissimi anni un senso assolutamente positivo. Ma anche in tutto il corso della sua storia il termine ha avuto per lo più un significato ambiguo, quando non controfattuale, sicché c’è da chiedersi se non vi sia una profonda verità nascosta sotto l’espressione secondo cui la democrazia è fragile”:ch’essa è innaturale, e quindi, per mantenerne almeno l’apparenza, si sia continuamente costretti a inventare una gran quantità di artifici. Si sia costretti a “far diventare gli uomini eguali”, mentre in realtà non lo sono, e tenderanno sempre a diversificarsi.

Erodoto, cittadino della Ionia, o più precisamente della Caria (Alicarnasso), e quindi suddito persiano, ne parlava a proposito del dibattito svoltosi in Persia quando era stata sventata la congiura del “falso Smerdi”. In quell’ occasione, Otane aveva proposto d’introdurre in Persia la “democrazia” (presumibilmente, il sistema tribale degli antichi Indoeuropei), ma la sua proposta era stata rifiutata perché avrebbe minato la solidità dell’Impero. Al suo posto, fu instaurata invece la monarchia achemenide. Lo stesso Erodoto dice poi (ironizzando sulla mitologia “democratica” cara agli Ateniesi),  che fu sempre un Persiano, vale a dire il generale Mardonio, a imporre la democrazia agli Ioni assoggettati, dopo avere crocifisso alcuni “tiranni”, per impedire che gli Ioni si ribellassero nuovamente, perché i regimi democratici non sono così gelosi della loro indipendenza quanto quelli monarchici, come si vide poi con il comportamento alle Termopili del re Leonida di Sparta, mirabilmente descritto sempre da Erodoto. Quando si vede che Sparta fu considerata (per esempio da Rousseau, St.Just) come il massimo modello di “democrazia”, allora si capisce in che modo le idee su questo termine siano state sempre quanto meno confuse. Premesso che la vicenda delle Termopili dimostra che il Re di Sparta aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, con una consultazione assai blanda degli stessi Efori, resta poi anche il fatto che, a Sparta, i pochissimi cittadini optimo jure avevano una posizione di assoluto privilegio su tutti gli altri ceti, e, anzi, erano tenuti ad effettuare omicidi gratuiti fra i sudditi per mantenere il massimo della distanza dai sottoposti. Il carattere assertivamente “democratico” di Sparta veniva visto, dai giacobini”, per reazione all’ aristocrazia settecentesca, essenzialmente nella frugalità dei costumi e nel patriottismo, caratteristiche proprie piuttosto della borghesia nella sua fase iniziale, mentre, in quella successiva, di consolidamento, Constant la vedeva, al contrario, come uno strumento delle classi abbienti per godersi senza fastidi le loro ricchezze..

Tornando ai Greci, Socrate e Platone erano palesemente elitari, e furono perseguitati proprio per questo; Aristotile, loro discepolo e maestro di Alessandro Magno, indicava la “democrazia”, insieme alla tirannide e all’ oligarchia, fra i regimi degenerati deviati (parekbaseis), in quanto viola i principi dell’«utilità comune» (koinei sympheron), contrapposti a quelli retti: la monarchia, l’aristocrazia e la “repubblica” (quest’ultima, il sistema cetuale ancestrale) essendo la versione “buona” della democrazia.

Certo, gli Ateniesi dei tempi di Socrate e Platone avevano introdotto, con Clistene,  “un regime chiamato democrazia”, che era comunque anch’esso un sistema incredibilmente elitario, che coinvolgeva qualche migliaio di “cittadini” contro i milioni di sudditi di Atene, ed era diretta da un “Protos Anèr”, un “Principe”: Pericle. Nonostante questo, i teorici romani e medievali si attennero alle valutazioni negative dei classici greci, rendendole ancor più severe, considerando addirittura la democrazia ateniese come la causa del crollo della Grecia antica.

Anche le “repubbliche” premoderne e rivoluzionarie erano tutt’altro che “democratiche”: schiavitù, ceti, censo, dittatori, terrore. Saint Just e Mazzini preconizzavano un regime militarizzato e punitivo di ogni deviazione (basti leggere in originale gli scritti politici dei due autori, che propugnano, tra l’altro, l’adozione di un’uniforme per tutti i cittadini, l’uccisione dei politici con un programma “antinazionale” e il dominio mondiale delle “razze vediche”).Ma lo stesso Montesquieu sosteneva che la democrazia era applicabile solo in piccole città, ed impossibile negli Stati di grandi dimensioni. Frase ripresa di peso, da Caterina di Russia nelle istruzioni alla Commissione Legislativa,  per giustificare il proprio dispotismo illuminato.

Non casualmente il dibattito  sulla democrazia si era sviluppato soprattutto nelle effimere repubbliche (Cisalpina,Cispadana) create in Italia dalle armate napoleoniche (quando fu inventata la bandiera italiana sul calco di quella francese), e che si trasformarono in pochissimi anni in Regno d’Italia. Infatti, l’imposizione, da parte di un impero della creazione di “democrazie” negli Stati tributari costituisce, fin dai tempi dei Persiani, la prima fase del processo di subordinazione dei territori conquistati al nuovo impero in espansione,

Non solo le rivoluzioni atlantiche, ma anche il ’48 e la Comune del ’70 (nonché le relative repressioni) furono regimi di terrore (tant’è vero che Nietzsche trasse le sue convinzioni antidemocratiche dagli articoli sulla devastazione del Louvre da parte dei Comunardi).  

L’entrata in vigore del suffragio universale (per altro in un più vasto contesto autoritario) spianò poi la strada alle vittorie elettorali dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, in Italia, in Russia, Italia e Germania, e, con ciò, all’ avvento dei totalitarismi. I Bolscevichi andarono al potere con  lo slogan “tutto il potere ai soviet” Soviet; Mussolini con una coalizione trasversale di larghe intese maggioritaria in Parlamento e con l’investitura del Re; Hitler con una coalizione coni nazional-tedeschi dopo avere stravinto ben due elezioni e dopo essere stato investito dal Presidente e finanziato da banche americane e tedesche…

Quanto ai regimi post-seconda guerra mondiale, essi furono definiti molto correttamente (da Duverger, da Sartori) come “partitocratici. I partiti del CLN si appropriarono “pro quota” delle istituzioni di massa del Partito Fascista e delle sue pratiche verticistiche, e non applicarono mai le disposizioni “democratiche” della Costituzione (come quelle sull’ organizzazione democratica dei partiti, sulla partecipazione dei lavoratori e sull’ equo salario). L’organizzazione interna, basata sui, “migliori” i “cavalli di razza”, i “signori delle tessere”, “Gladio”, “Gladio Rossa”, ecc…, era semplicemente la moltiplicazione per 9 delle strutture dei partiti totalitari, con i Segretari Generali, i Comitati Centrali, il “centralismo democratico”, la gioventù (magari chiamata “Pionieri” come in Unione Sovietica), i sindacati “cinghie di trasmissione”, ecc….

Solo con l’egemonia democristiana il termine “democrazia” aveva acquisito un certo significato affermativo, venendo visto come sinonimo del partito di maggioranza relativa, anche se si trattava di nuovo di una “democrazia bloccata”, che escludeva una vera alternanza, sostituita (ed era già un miracolo), dall’ alternanza delle correnti democristiane alleate con i 9 partiti del Parlamento. Nel gergo popolare, si parlava di “democrazia” contro “comunismo”. Un sistema in ultima analisi non troppo distante da quello della Germania Est, dove un amplissimo pluralismo politico e partitico formale non riusciva certo a celare la ferrea egemonia della SED, il partito “socialista unificato” filosovietico.

Il Sessantotto portò con sé un nuovo significato della parola, divenuto sinonimo di assemblearismo e antiautoritarismo; di fatto, nel Movimento Studentesco, nei “gruppuscoli” e, poi, nel terrorismo, vigevano il culto del capo, il fanatismo assembleare, l’intolleranza verso gli avversari.

L’affermarsi di una valutazione positiva del concetto democratico portò con sé anche il risultato dell’“eterogenesi dei fini”, per cui, più la democrazia si sforzava di beneficiare il popolo e di coinvolgerlo, più si allungavano le ombre sul suo operato, con i misteri della mafia, l’intolleranza estremistica, i cadaveri eccellenti, le stragi, le “conventiones ad excludendum”, gli anni di piombo, Tangentopoli, la mafia.

“Tutto il potere ai soviet” : la parola d’ordine più democratica fonda il potere più autocratico

2.L’ossessione democratica

La vera e propria ossessione per il termine “democrazia” cominciò poi solo con la caduta del Muro di Berlino, anche per effetto della “lunga marcia attraverso le istituzioni” compiuta dai sessantottini (Cohn-Bendit, Fischer, Barroso), quando “democrazia” divenne sinonimo di “Occidente”, per la trasmigrazione degli ex marxisti “disoccupati” nell’ estremismo democratico, e anche per lo sfiancamento delle tradizionali retoriche conservatrici e socialiste. Basti vedere che, in prima linea nelle manifestazioni in Est Europa contro le cosiddette “autocrazie” spiccano sempre manifestanti con il pugno chiuso, il che dimostra che si tratta di una sorta di rivincita contro il rovesciamento delle culture politiche di quei Paesi dopo l’ ‘89.

Quel termine venne attribuito da allora sostanzialmente solo ai Paesi che fossero alleati degli Stati Uniti ed avessero una costituzione comparabile a quella degli stessi (con quello che Canfora chiama il democratometro”). Questa situazione di fatto ha messo in evidenza una ridda di contraddizioni dell’ideologia democratica. Basta il venir meno di una delle due caratteristiche, e il Paese non è più “democratico”. In Venezuela si vota, ma il Paese è anti-americano: quindi, non è democratico. L’Arabia Saudita è filo-americana, ma non si vota, quindi è antidemocratica. Fin qui tutto bene, ma  con quale logica preferire una Unione Sovietica stalinista a una Russia presidenzialista, una monarchia assoluta islamica, come l’Arabia Saudita, a una repubblica islamica, come l’Iran, o addirittura una crudele dittatura militare, come quella egiziana, ai Fratelli Mussulmani eletti democraticamente?

Il bello è che i Paesi “anti-democratici” sono normalmente soggetti a sanzioni, delle Nazioni Unite, americane, europee o di tutti questi Paesi insieme. Adesso, il Parlamento Europeo vorrebbe introdurre norme generali sulle sanzioni, per farle divenire, per così dire, un “fatto strutturale”. Non è chiaro con quale diritto, e neppure con quale logica, visto che le sanzioni rafforzano inevitabilmente i regimi che ne sono colpiti, poiché questi sono costretti, da un lato, a compattarsi, commerciando fra di loro, e, dall’ altro, a sviluppare la sostituzione delle esportazioni, divenendo temibili concorrenti di quelli che li hanno sanzionati. Forse la logica vera è quella di colpire, attraverso la Cina, la Russia, l’Iran, la Bielorussia, i loro partners europei perché non si arricchiscano troppo, superando gli Stati Uniti. Infatti, le sanzioni sono state sempre un autogoal per gli Europei, i quali, a causa della loro scomoda posizione internazionale, possono sopravvivere solo grazie alla cosiddetta “politica dei due forni”, commerciando al contempo con gli Stati Uniti e i loro avversari, mentre il “muro contro muro” con gli Stati anti-americani non fa che affrettare il loro comunque prevedibile collasso.

Il fascismo andò al potere con una maggioranza parlamentare trasversale e con l’incarico del Re a formare il Governo, e fu confermato da elezioni e plebisciti

3.La “tentazione autocratica”

Oggi, il confine fra le “democrazie” e gli “altri” (che, in mancanza di meglio, vengono definiti, assai incongruamente, “autocrazie”) sono sempre più labili. Questa constatazione viene considerato tabù poiché l’”autocrazia” (sia essa quella orientale, quella antica, quella “totalitaria” o quella ”autoritaria”), costituisce, per la “religione civile” dei Moderni, il “Male Assoluto”, su cui non si può discutere, ma che va solo esorcizzato (o sterminato).

Le singolari vicende del concetto di “autocrazia” nel mondo contemporaneo solo analizzate magistralmente nel dossier della rivista francese  “Books” dell’ Ottobre 2020, che ha introdotto , la distinzione  fra le cosiddette “autocrazie chiuse”, che “non accettano di essere contestate”(Cina, 1 miliardo e 400milioni;  Corea del Nord, 25 milioni; Vietnam, 100.000 milioni, Egitto, 100 milioni, Arabia Saudita,33 milioni, per un  totale di circa due miliardi) e i “regimi misti” (che “riguardano più della metà del Pianeta”).

Ora, sembrerebbe  già strano che il regime “normale” fosse quello adottato da una piccola minoranza, mentre un altro, diverso, regime fosse invece stato adottato dalla maggioranza. Sembrerebbe anche che sarebbe quest’ultimo a dover essere invece considerato “normale”. A parte che il “regime misto” era quello prediletto dalla maggior parte dei grandi autori, da Aristotile a san Tommaso a Montesquieu, il fatto che tante precedenti “democrazie formali” vadano verso un modello di “democrazia illiberale” sembrerebbe indicare che si tratta di una forma di necessario adattamento alle condizioni particolarmente aspre dell’attuale periodo storico, dominato dallo “stato di eccezione” (nucleare, terroristico, sanitario, digitale).

Come scrive Cacciari su l’ Espresso dell’11 ottobre, “Trump è l’’immagine’ di un sistema in cui imprese multinazionali, burocrazia militare, élites politiche, sempre più strategicamente in simbiosi, intendono decidere su tutte le questioni davvero rilevanti della nostra esistenza, superando, per  quanto possibile, regole e procedure della ‘antica’ democrazia. Una campagna a tutto campo sulle impotenze, i freni, i ritardi che quest’ ultima comporterebbe, è condizione indispensabile per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di avviarne il ‘superamento’”.

E’ un fenomeno mondiale, indotto soprattutto dalla centralizzazione informatizzata della “Mutual Assured Destruction” nucleare (MAD), e dalla conseguente esigenza, da parte dei vertici delle Grandi Potenze, di controllare capillarmente il proprio “blocco” in previsione di uno scontro totale e istantaneo basato su colpi micidiali, segreti e rapidissimi, che occorre prevedere anche da indizi infinitesimali (il famoso “first strike”). Sono quelli che hanno ispirato documenti come il “Trading with the enemy act”, il  “Patriot ACT” e il “CLOUD Act”, che hanno codificato negli Stati Uniti uno stato permanente di emergenza.

Tutto ciò impone certamente di riconsiderare le idee degli Europei sulla democrazia, ed è ciò che tenta di fare appunto il recentissimo opuscoletto dell’ Ufficio Studi del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights.”

Il quale per altro non poteva tener conto dello spettacolo sconcertante di un’ Europa (e dei suoi Stati Membri), che, dopo 9 mesi di pandemia, non solo non riescono a frenarla, ma non riescono neppure ad adottare elementari provvedimenti finanziari per finanziare i sistemi sanitari e sostenere l’economia.

DIBATTITO SU SITUAZIONE ECONOMICA POST-COVID

Si è svolta il 16 ottobre all’ Istituto San Carlo di Torino ,Via Monte di Pietà 1, la manifestazione “IMPRESE e TERRITORIO: LE SFIDE POST COVID-19”, organizzata congiuntamente da Rinascimento Europeo e da DAI IMPRESA.

Hanno partecipato gli assessori regionali Andrea TRONZANO (Bilancio,Sviluppo delle attività  produttive e delle PMI)e Maurizio MARRONE. (Rapporti con il Consiglio Regionale e Affari Legali)

Il Prof. Carlo MANACORDA,Docente di Economia Pubblica, esperto di bilanci dello Stato ha parlato su EMERGENZA ECONOMICA E AIUTI PUBBLICI:RISCHIO CAPITALISMO DI STATO?

Il sottoscritto è intervenuto su L’AGENZIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: OPPORTUNITÀ PER IMPRESE E PROFESSIONISTI.

MODERATORE, Marco MARGRITA,Giornalista

Il tema del colloquio era estremamente vasto, e, forse, perfino prematuro, visto che l’epidemia di Covid-19 sta riprendendo più vigorosa che mai, e anche il Recovery Fund arriverà solo a metà 2021. Tuttavia, l’incontro ha avuto comunque il pregio di porre sul tavolo diverse prospettive e di ascoltare il punto di vista della Regione.

1.L’intervento del Prof. Manacorda

L’oggetto dell’ intervento del Professor Manacorda erano le preoccupazioni per le partecipazioni di Invitalia rese necessarie dalla crisio da Covid. Il Professore   si è chiesto se gl’interventi pubblici richiesti dalla crisi da Covid, in particolare in Italia, per quanto obiettivamente indispensabili, possano assumere un carattere permanente, in quanto non si riesca, o non si voglia, salvare in breve tempo le imprese in difficoltà. Si noti che questa preoccupazione, lungi dall’essere un’opinione solo del Professor Manacorda o di una parte dell’accademia e del mondo politico, costituisce la politica ufficiale dell’Unione Europea. La Commissaria Vestager, che, essendo responsabile per la Concorrenza, è chiamata anche a limitare gli aiuti di Stato alle imprese, hadichiarato che, se è vero che la Commissione staconcedendo  agli Stati ampie esenzioni dal divieto per contrastare la crisi da Coronavirus, queste esenzioni saranno molto ben delimitate.

Personalmente credo che la Commissaria Vestager rappresenti una visione “vecchio stile” del diritto della concorrenza, che non tiene conto della realtà economica e politica del nostro secolo, dove non si contrappongono più tanto Stato e mercato, bensì la linea politica delle Grandi Potenze definita brillantemente a suo tempo dal Kalecki come “Keynesismo militare”, in cui le esigenze economiche teoriche vengono subordinate a quelle militari, che a loro volta  vengono trasformate in stimoli per il PIL nazionale,  e quella definita allora da Fanfani come “corporativismo democratico”, adottata in fondo poi dall’ Unione Europea, secondo la quale il potere pubblico si fa portatore degl’interessi costituiti più forti o meglio rappresentati, senza l’ambizione di una precisa strategia.

Quest’orientamento da parte dell’Unione sta producendo, a mio avviso, effetti sempre più dannosi per l’Europa, come dimostrato dall’ incredibile mancanza di tempestività e di resilienza  a cui sono stati dovuti la lentezza del processo di formazione della nuova Commissione, la farraginosità dei programmi economici, il continuo slittamento della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’incredibile lentezza, rispetto ai Paesi asiatici, nel contrastare la pandemia, e, infine, l’ incapacità di adottare, in otto mesi, non soltanto i “provvedimenti urgenti”, che dovrebbero rilanciare l’economia, ma, addirittura, il Quadro Finanziario Pluriennale (cioè il bilancio) 2021-2027, che, secondo precedenti esternazioni della Commissione, avrebbe dovuto sostenere il raggiungimento, da parte dell’ Unione, di una posizione di leadership mondiale.

2.Il ruolo centrale dell’ intelligenza artificiale

Nel mio intervento, ho ricordato come sia difficile separare l’intelligenza artificiale, non solo dagli altri settori dell’informatica, bensì da tutti gli ambiti di attività della vita moderna, che si tratti di strategia, di politica, di scienze, di didattica, di medicina, di amministrazione, di comunicazione, di produzione, di economia. L’Intelligenza Artificiale costituisce uno degli elementi fondamentali nella costruzione delle società contemporanee, e per questo motivo le Grandi Potenze, a partire dagli Stati Uniti, ne hanno fatto (e ne fanno sempre più) una questione strategica per la sicurezza nazionale. Per questo l’informatica e l’intelligenza artificiale sono state favorire, e, anzi, addirittura create, con i fondi di un Ente Statale responsabile per lo sviluppo delle tecnologie militari, il DARPA. Sulla falsariga degli Stati Uniti, quasi tutti i Paesi del mondo si stanno dotando di un organismo simile al DARPA, che, in Cina, si chiama, significativamente, “Comitato per l’ Unione fra il Civile e il Militare”. In ambo i Paesi, lo Stato detta i percorsi che le aziende del settore, che sono prevalentemente private, (GAFAM e BATX) debbono seguire per fornire al Paese le adeguate competenze.

3.La situazione in Europa

In Europa, prevale la tutela degl’interessi costituiti, sicché, non essendoci forti gruppi economici operanti nel settore, vi sono poche pressioni per favorirlo. Ciò detto, l’Unione ha, e continua a perseguire, anch’essa,  proprie politiche di sviluppo del digitale, adottando documenti programmatici (come il pacchetto presentato il 28 febbraio), e sponsorizzando iniziative del settore privato, ma con molto meno energia dei suoi concorrenti. Inoltre, il “pacchetto” finanziario che avrebbe dovuto sostenere un deciso “salto” del digitale europeo è in ritardo di un anno a causa dei disaccordi sulle linee programmatiche secondo cui supportare le economie colpite dal Coronavirus, sicché i fondi dedicati a questo tema sono stati drasticamente ridotti, non se ne conosce l’importo definitivo, e saranno comunque disponibili solo a partire dall’estate prossima.

Vi sono varie iniziative in fieri, che procedono a bassa intensità oppure sono ancora latenti, ed attendono una decisione sui finanziamenti italiani, che verranno presumibilmente sbloccati solo quando si saprà di quelli europei.

Il paradosso è che, giacché il Recovery Fund, come pure i corrispondenti finanziamenti italiani, erano stati concepiti come provvedimenti d’urgenza, il lavoro di programmazione è ,non solo iniziato, ma in certi casi è già perfino finito anche se non è chiaro se le misure previste saranno poi quelle effettivamente finanziate.

Comunque sia, ci troviamo di fronte a una pletora di documenti che definiscono, in termini estremamente vaghi, ciò che dovrebbe essere fatto, ma si tratta di programmi non adeguatamente “sgrossati”, di cui si sa fin dall’ inizio che solo una parte potrà essere realizzata.

4. L’Istituto

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale fa parte della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Il Governo attende, per la fine del mese, commenti, che l’Associazione Culturale Diàlexis sta finalizzando. Comunque, le cose che interessano di più la maggioranza, cioè sede ed assunzioni, si faranno nel 2021 (quando, si spera, ci saranno i soldi).

Purtroppo, quest’incertezza sull’Istituto deriva da una generale incertezza sulle politiche dell’Unione. Manca una precisa strategia. A questo problema ho dedicato un libro, inviato a tutti i vertici dell’Unione, in cui propongo che, invece di creare 27 istituti nazionali di tecnologia e 27 istituti nazionali per la proprietà intellettuale, se ne crea uno solo (European Technology Agency, EIT). A Bruxelles, mi rispondono che ne esiste già uno, l’ Istituto Europeo per la Tecnologia, con sede a Budapest, la cui disciplina è stata rivista a Luglio perché la Corte dei Conti aveva trovato delle magagne. Ho scritto a tutti i membri della Commissione del Parlamento Europeo, in seguito ad una lettera di Sassoli, di non votare il rifinanziamento dell’ EIT fino a che non si sia fatta chiarezza su una strategia unitaria. Ho inviato a tutti una copia del libro sull’Agenzia Europea per la Tecnologia, invitandoli a fare, dell’Istituto Europeo, una vera agenzia centrale con competenza su tutti gli sviluppi tecnologici europei. Di fatto, il Parlamento sta rifiutando l’intero pacchetto finanziario tra l’altro perché non c’è un’adeguata copertura delle spese tecnologiche.

Nel frattempo, l’unica cosa utile per territori, istituzioni e imprese, è continuare a fare progetti e a cercare di farsi sentire dalle diverse Autorità (Commissione, Governo, APRE, Enti locali) che si stanno occupando della questione.

L’Associazione Culturale Diàlexis si propone come tramite dei suggerimenti di tutti e organizzerà al più presto un momento di confronto. Visto che siamo in un mezzo lockdown, si tratterà quasi sicuramente di un webinar.

5.Le ricadute sul Territorio

In particolare, per ciò che riguarda l’Istituto, la preoccupazione maggiore è quella che, come al solito, esso si traduca solo in una riallocazione di fondi fra i soggetti che già ne fruiscono, come l’Università e il Politecnico, senza che il territorio ne tragga alcun giovamento.

Ricordiamo che il nostro territorio versa in una crisi gravissima, che la politica e i media tendono a sottovalutare, o ad annegare in nella generica crisi da Coronavirus, mentre invece si tratta di una crisi torinese immersa  in una crisi italiana che fa parte di una crisi europea, che richiederebbe una strategia specifica, la quale invece non c’è. Occorrerebbe finalmente dirci tutta la verità sul perché di questa crisi (fine degli strascichi del “keynesismo militare”, fine della presenza della FIAT Holding, della capogruppo di Fiat Auto e di buona parte dell’ indotto, insufficienza delle politiche culturali..)

Soprattutto in questo momento, in cui tutto viene trasformato in uno strumento di potere, o almeno di concorrenza economica, vale più che mai l’idea che la ricerca debba avere una ricaduta pratica, economica, e, perché no, anche politica, Altrimenti, a che cosa servirebbe la proprietà intellettuale? Orbene, l’idea che non sia previsto un utilizzo concreto della ricerca, né che ci siano vincoli al suo utilizzo fuori del territorio, mi sembra veramente suicida.

Un esempio tipico di come un istituto di ricerca possa sganciato da una ricaduta pratica per il territorio mi sembra l’Istituito Italiano di Tecnologia di Genova (a cui per altro le Autorità sembrano ispirarsi). Non mi sembra che il livello culturale, l’occupazione o il reddito di Genova siano stati sostenuti in qualche modo percettibile dalla presenza dell’ Istituto.

In realtà, come evidenziato nel mio libro, ci sono qui enormi lacune, sia nel campo della ricerca accademica e della cultura, che in quello della ricerca applicata: anche se molti vi si sono cimentati ed esiste una pletora di documenti ufficiali, mancano studi adeguati sull’ etica dell’intelligenza artificiale e sulle strategie delle industrie del web in Europa. Mancano piattaforme in concorrenza con i GAFAM americani e i BAATX cinesi, in particolare per ciò che riguarda la promozione dei territori e il web marketing.  Manca soprattutto una strategia precisa per l’upskilling digitale a tutti i livelli, che potrebbe eventualmente fare rinascere una competenza tradizionale torinese, quella dell’ISVOR.

Soprattutto, visto che l’Istituto per l’Intelligenza Artificiale è a Torino, e non lontano dall’ Istituto Italiano di Tecnologia, e non esiste, né in Italia, né in Europa, alcun altro centro delegato a studiare le future strategie digitali per l’Europa, sarebbe il caso che l’Istituto avesse, tra l’altro, il compito di fare proprio questo: studiare e proporre strategie (teoriche e pratiche) per il digitale, da poi proporre (e/o vendere) altrove (all’ Unione Europea, agli altri Stati membri, alle Autorità, alla finanza, alle imprese.

Il dibattito che si dovrebbe aprire intorno all’ intelligenza artificiale può essere un punto di partenza per un dibattito più ampio sull’informatica nella società del XXI secolo, sfatando quei molti luoghi comuni che impediscono di darci una strategia seria.

In conclusione, abbiamo una serie di scadenze;

1)formulare proposte per il Governo, le Istituzioni, la Commissione…

2)costituire un luogo di dibattito e di aggregazione del territorio intorno alla questione delle strategie di digitalizzazione, in modo da creare una massa critica;

3)stabilire  un trait d’Union con la proposta del Comune di candidare Torino come Capitale Europea della Cultura;

4)preparare iniziative editoriali specifiche (come databases interattivi);

5)finalizzare e distribuzione dei libri già pronti;

6)fare un webinar entro dicembre con tutti gl’interessati

CRISTIANESIMO-CINA: un rapporto che prosegue da più di 1000 anni

Riportiamo qui di seguito il comunicato pubblicato  dell’ Osservatore Romano che annuncia il rinnovo dell’ accordo del 2018 sulla nomina dei vescovi, venuto a scadenza ed osteggiato violentemente dal Governo americano.

Premetteriamo una nota di carattere storico, in modo da permettere ai “nostri quattro lettori” di meglio comprendere il significato di lungo termine dell’ evento, che trascende le polemiche sollevate, per esempio, dal Segretario di Stato americano, Pompeo.

Infatti, il Cristianesimo si auto-concepisce come “universale”. e “cattolico” significa precisamente questo, tant’è vero che l’espressione “cattolico” è anteriore allo scisma d’Occidente. Di fatto, la Chiesa cattolica è l’unica organizzazione religiosa mondiale presente da più di 2000 anni, e il Cristianesimo in generale è nato in Asia, si è sviluppato lungo le Vie della Seta ed è presente fin dal suo inizio nel Mediterraneo, Caucaso, Persia, India, e, da più di un millennio, in Asia Centrale e Cina (in pratica, tutta l’ Eurasia),

Di converso, lo “Stato-civiltà” cinese esiste da 5000 anni (pensiamo all’ Imperatore Giallo), e ha occupato una parte importante dell’ Asia, irradiandovi la sua civiltà. Sarebbe stato così impossibile che quei due soggetti storici non si incontrassero, e, particolare, che non partecipassero, ciascuno a modo proprio, alla Belt and Road Initiative, che costituiscono l’attualizzazione delle antiche Vioe della Seta lungo le quaali il Cristianesimo si è diffuso.

Ovviamente, in tutti questi anni,  i rapporti fra Cristianesimo e Cina, fra diverse confessioni cristiane e non, fra l’ Europa e la Cina, ecc.., hanno subito incessanti trasformazioni, con alti e bassi, ma l’importante è che essi continuino, nell’ ottica di contribuire a una migliore comprensione, non soltanto fra diverse civiltà e comunità, ma anche in generale degli uomini nei confronti di se stessi, della propria ragion d’essere e dei propri problemi

La stele nestoriana, di epoca Tang

1.Il Cristianesimo sulle Vie della Seta

La storia del Cristianesimo si svolge, fino al Medioevo, esclusivamente lungo le Vie della Seta. Già nel vecchio Testamento, Abramo proveniva da Ur dei Caldei e si trasferiva ad Harran (quindi, percorreva l’antica Via Regia degli Assiri), mentre gli altri Patriarchi si recavano in Egitto, per poi tornare, con Mosè, in Galilea, e unirsi, con la Regina di Saba, ai Sabei e agli Etiopi (dome narra il Debra Nagast).  Dopo di che, la Vita di Gesù, preannunziata dalla venuta dall’ Oriente dei Magi, e preceduta dalla Fuga in Egitto,  si svolge in Palestina. Paolo di Tarso è anatolico; egli e San Pietro vengono martirizzati a Roma, Sant’Andrea in Russia e San Tommaso a Chennai, lungo la Via delle Spezie.

I primi regni cristiani furono quelli della Cappadocia, del Caucaso, dell’ Egitto e dell’ Etipia, dove si tradusse la Bibbia in aramaico, in copto e gheez. L’apocalisse fu scritta a Patmos, di fronte le coste anatoliche, ibncorporandio le tradizioni apocalittiche persiane ed ebraiche,  e destinata alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, ove si svolsero i primi concili. La Chiesa Orientale trae origine da Costantinopoli. Il più grande concilio nestoriano fu quello di Ctesifonte, con cui l’imperatore persiano assegnò ai Nestoriani le diocesi dell’ Asia.

L’Islam nasce nell’ Higiaz con influenze cristiane orientali. Partendo dalla Sogdiana, i Nestoriani fecero proselitismo fra i regnanti cinesi, turcofoni e mongoli, fino ad essere riconosciuti come una religione dell’ impero Tang, stabilendo la propria sede patriarcale a Xian, traducendo la Bibbia e producendo i Sutra di Gesù.

Quando i Tang smisero di riconoscere le “religioni straniere”, i nestoriani si trasferirono in Mongolia.

Il trasbordo in Occidente dell’ideologia imperiale cinese: Laozi, i Gesuiti e gl’Illuministi

2.Le missioni cattoliche

Nel 1245, in seguito alle conquiste in Europa del Khan Ögödei, Papa Innocenzo IV aveva inviato, a partire dal 1245, presso il suo successore, per proporre un accordo, diversi religiosi, tra cui   il francescano Giovanni da Pian del Carpine, ch’erano, però,   tornati  in Italia nel 1247 senza risultati politici, ma  lasciandoci invece il suo libro “Historia Mongalorum”, una delle prime opere medievali su quell’impero. Grazie a un’altra di queste opere, il “Milione”, le missioni in Cina della famiglia Matteo, Niccolò e Marco Polo sono divenute   le più famose, e la Cina aveva acquisito il fascino che la caratterizza ancor oggi, legato alla dimensione unica della sua civiltà.  Il Gran Khan aveva richiesto al Pontefice, attraverso i Polo, l’invio di un’ importante missione, richiesta  però sostanzialmente non soddisfatta dalla seconda missione, quella di Marco.

Nel 1288, mentre Marco Polo era ancora attivo in Cina,  papa Nicola IV  aveva affidato  a Giovanni da Montecorvino il compito di fondare missioni nell’Estremo Oriente, fra cui quella in Cina. Nel 1299 fra’ Giovanni aveva dunque costruito la prima chiesa di Khān Bālīq (Pechino),  traducendo poi  anche il Nuovo Testamento ed il Libro dei Salmi. Clemente V  aveva inviato poi altri sette frati francescani (molto meno di quanto desiderato dal Gran Khan) con compito di aiutarlo e di consacrarlo arcivescovo di  Pechino e “sommo vescovo” di tutta la Cina.

Buddha-Gesù

3.Il ruolo dei Gesuiti

Era stata poi la volta dei gesuiti Michele Ruggieri e Matteo Ricci, arrivati in Cina nel 1582. Ricci, che   si era stabilito a Pechino nel 1601,
scrisse numerose opere in Cinese per promuovere e presentare la religione cristiana, ma anche l’Europa in generale e la sua cultura tecnica e umanistica, pubblicando tra l’altro  il primo mappamondo di tipo occidentale scritto in Cinese. Fu anche l’iniziatore del primo progetto di dizionario cinese-latino, il cosiddetto «dizionario Ricci», che costituì la base concettuale dei “Riti Cinesi”.

Per più di cent’anni, la missione gesuitica svolse una fondamentale funzione di collegamento fra le culture cinese e occidentale, diffondendo in Cina la cultura matematica, astronomica ed artistica  europea (in particolare, Giovanni Castiglione fu pittore e architetto di corte), e,  in Europa, quella linguistica, filosofica e artistica cinese. Grazie a loro si diffuse in Europa lo stile cinesizzante, e i “philosophes” illuministi -in particolare Leibniz, Voltaire e Fresnais-, diffusero il mito della Cina, presentata, nelle loro opere, come un modello per le monarchie illuminate, in particolare per quelle di Luigi XIV e Federico II di Prussia. La “Controversia dei Riti”, con cui parti della Chiesa contestavano ai Gesuiti, tra l’altro, la traduzione della Bibbia e il culto degli antenati, si estese ben oltre il mondo ecclesiale, coinvolgendo tutta la cultura europea fra il ‘600 e il ‘700, su tutti i grandi temi -della filosofia, della teologia, della storia, della politica e della linguistica-, avendo per conseguenza la chiusura della missione dei Gesuiti in Cina e contribuendo addirittura allo scioglimento dell’ Ordine.

Le attuali Vie della Seta

4.Altre missioni

La chiusura della missione gesuitica non escluse nell’Ottocento e Novecento la presenza di altre missioni, cattoliche e protestanti, che influenzarono, nel bene come nel male, i rapporti fra la Cina e il Cristianesimo. Basti pensare alla forte influenza protestante sui Taping e sul Kuomingtang-, come pure al ritiro della condanna dei Riti Cinesi per le pressioni, su quello italiano, dell’ allora Governo collaborazionista.

Dopo il 1949, il Cattolicesimo,come tutte le religioni, poté operale solo sotto il controllo dell’Amministrazione degli Affari religiosi  e all’ interno dell’ Associazione del Cattolici Patriottici, che mira alla “sinicizzazione” della Chiesa Cattolica (sulla falsariga di quanto era avvenuto con la Chiesa nestoriana e quanto avviene con le Chiese protestanti). Sinicizzazione che prende di mira, più  che gli aspetti propriamente religiosi, quelli lato sensu culturali, come lo stile esotico dei luoghi di culto (chiese o moschee), l’ uso dell’ Arabo e di abiti islamici, e  questioni di prestigio (dimensione di templi, minareti o croci …).

L’attuale accordo costituisce finalmente una ripresa  delle antiche relazioni, grazie anche al fatto che Francesco è il primo papa gesuita. Per i motivi che precedono, sarebbe sviante ricondurre le discussioni  attualmente  in corso in Occidente sul nuovo accordo, a circoscritte questioni di carattere contingente, dovendo vedersi in esse invece il portato di una problematica di lungo periodo, che incide sull’idea stessa che i vari popoli hanno delle civiltà e della loro coesistenza.

Le Vie della Seta antiche

Da “l’Osservatore Romano” del 16/20/2020

Rinnovato per due anni l’Accordo Provvisorio tra Santa Sede e Cina

L’annuncio in un comunicato diffuso dalla Sala Stampa: “L’avvio è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le parti”. Pubblichiamo un articolo che esce su L’Osservatore Romano di oggi per spiegare le ragioni della decisione

L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, è stato firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Entrato in vigore un mese dopo, con la durata di due anni ad experimentum, l’Accordo, dunque, scade oggi. In prossimità di tale data, le due Parti, hanno valutato vari aspetti della sua applicazione, e hanno concordato, tramite lo scambio ufficiale di Note Verbali, di prolungarne la validità per altri due anni, fino al 22 ottobre 2022. Il rinnovo, quindi, dell’Accordo Provvisorio sembra essere un’occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi.

Lo scopo principale dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa. I motivi principali, infatti, che hanno guidato la Santa Sede in questo processo, in dialogo con le Autorità del Paese, sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale. La questione della nomina dei Vescovi riveste vitale importanza per la vita della Chiesa, sia a livello locale che a livello universale. Al riguardo, il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, afferma che “Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20,21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione”. (Lumen Gentium, 18).

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03/10/2020

Parolin: quello con la Cina è un accordo cercato da tutti gli ultimi Papi

Questo insegnamento fondamentale, che riguarda il ruolo peculiare del Sommo Pontefice all’interno del Collegio Episcopale e nella stessa nomina dei Vescovi, ha ispirato le trattative ed è stato di riferimento nella stesura del testo dell’Accordo. Ciò assicurerà, poco a poco, cammino facendo, sia l’unità di fede e di comunione tra i Vescovi sia il pieno servizio a favore della comunità cattolica in Cina. Già oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con il Vescovo di Roma e, grazie all’implementazione dell’Accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime.

Bisogna tuttavia rilevare che con l’Accordo non sono state affrontate tutte le questioni aperte o le situazioni che suscitano ancora preoccupazione per la Chiesa, ma esclusivamente l’argomento delle nomine episcopali, decisivo e imprescindibile per garantire la vita ordinaria della Chiesa, in Cina come in tutte le parti del mondo. Recentemente, l’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, intervenendo su “La Chiesa cattolica in Cina tra passato e presente” al Convegno svoltosi a Milano il 3 c.m., in occasione del 150° anniversario dell’arrivo dei missionari del Pime in Henan, ha fatto presente che sull’Accordo Provvisorio sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi sono nati dall’attribuzione all’Accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’Accordo stesso. Ricordando che l’Accordo concerne esclusivamente la nomina dei Vescovi, il Cardinale Parolin si è detto consapevole dell’esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell’impossibilità di affrontarli tutti insieme.

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29/09/2020

Santa Sede e Cina, le ragioni di un Accordo sulla nomina dei vescovi

La stipulazione dell’Accordo, dunque, costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino intrapreso dalla Santa Sede e dalla Repubblica Popolare Cinese, ma è anche e soprattutto il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese. L’Accordo Provvisorio, il cui testo, data la sua natura sperimentale, è stato consensualmente mantenuto riservato, è frutto di un dialogo aperto e costruttivo. Tale atteggiamento dialogante, nutrito di rispetto e amicizia, è fortemente voluto e promosso dal Santo Padre. Papa Francesco è ben cosciente delle ferite recate alla comunione della Chiesa nel passato, e dopo anni di lunghi negoziati, iniziati e portati avanti dai suoi Predecessori e in una indubbia continuità di pensiero con loro, ha ristabilito la piena comunione con i Vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e ha autorizzato la firma dell’Accordo sulla nomina dei Vescovi, la cui bozza peraltro era stata già approvata da Papa Benedetto XVI.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’attuale dialogo tra Santa Sede e Cina ha radici antiche ed è la continuazione di un cammino iniziato molto tempo fa. Gli ultimi Pontefici, infatti, hanno cercato ciò che Papa Benedetto XVI ha indicato come il superamento di una “pesante situazione di malintesi e di incomprensione”, che “non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina”. Citando il suo predecessore Giovanni Paolo II, scriveva nel 2007: “Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e – credo – a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo” (Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, N. 4).

Da parte di alcuni settori della politica internazionale si è cercato di analizzare l’operato della Santa Sede prevalentemente secondo un’ermeneutica geopolitica. Nel caso della stipula dell’Accordo Provvisorio, invece, per la Santa Sede si tratta di una questione profondamente ecclesiologica, in conformità a due principi così esplicitati: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Sant’Ambrogio) e “Ubi episcopus, ibi Ecclesia” (Sant’Ignazio di Antiochia). Inoltre, c’è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale.

Proprio con questi intendimenti, l’Arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il Sig. Wang Yi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel pomeriggio del 14 febbraio 2020, a Monaco di Baviera, a margine della 56^ edizione della Conferenza sulla Sicurezza, anche se di fatto, il loro primo incontro personale, benché non ufficiale, era avvenuto in occasione di una Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York.  Occorre notare che ambedue gli incontri hanno avuto luogo nel contesto della diplomazia multilaterale che agisce in favore della pace e della sicurezza globale, cercando di cogliere ogni segnale, anche minimo, che permetta di sostenere la cultura dell’incontro e del dialogo.

Come reso pubblico dalla Santa Sede, nel corso del colloquio svoltosi in Germania sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo. In tale occasione, poi, si è rinnovata la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese. Si è auspicata, inoltre, maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani. In particolare, è stata evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, ora prorogato, con l’auspicio che i suoi frutti siano sempre maggiori, in base all’esperienza maturata nei primi due anni della sua applicazione.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, sulla base del quadro normativo stabilito dall’Accordo, sono stati nominati due Vescovi (S.E. Mons. Antonio Yao Shun, di Jining, Regione autonoma della Mongolia Interna, e S.E. Mons. Stefano Xu Hongwei, a Hanzhong, Provincia di Shaanxi), mentre diversi altri processi per le nuove nomine episcopali sono in corso, alcuni in fase iniziale altri in fase avanzata. Anche se, statisticamente, questo può non sembrare un grande risultato, esso rappresenta, tuttavia, un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive. Non è possibile trascurare il fatto che negli ultimi mesi il mondo intero è stato quasi paralizzato dall’emergenza sanitaria, che ha influenzato la vita e l’attività, in quasi tutti i settori della vita pubblica e privata. Il medesimo fenomeno ha influito, ovviamente, anche sui contatti regolari tra la Santa Sede e il Governo cinese e sulla stessa attuazione dell’Accordo Provvisorio.

L’applicazione dell’Accordo, con l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’Episcopato cinese, dunque, sta avendo una grande importanza per la vita della Chiesa cattolica in Cina e, di riflesso, per la Chiesa universale. In tale contesto, si colloca anche l’obiettivo pastorale della Santa Sede, di aiutare i cattolici cinesi, a lungo divisi, a dare segnali di riconciliazione, di collaborazione e di unità per un rinnovato e più efficace annuncio del Vangelo in Cina. Alla comunità cattolica in Cina – ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli – il Papa ha affidato in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di amore fraterno, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni, testimoniando la propria fede e un genuino amore. É doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza. La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del Governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà.

La Santa Sede, con piena fiducia nel Signore della storia, che guida indefettibilmente la sua Chiesa, e nella materna intercessione della Ss.ma Vergine Maria, Madonna di Sheshan, affida al sostegno cordiale e, soprattutto, alla preghiera di tutti i cattolici questo passaggio delicato e importante, auspicando che i contatti e il dialogo con la Repubblica Popolare Cinese, che hanno maturato un primo frutto nella firma dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi e la proroga di oggi, contribuiscano alla soluzione delle questioni di comune interesse ancora aperte, con particolare riferimento alla vita delle comunità cattoliche in Cina, nonché alla promozione di un orizzonte internazionale di pace, in un momento in cui stiamo sperimentando numerose tensioni a livello mondiale 22 ottobre 2020, 12:00.”

FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI O SCONTRO FRA NUOVE NARRAZIONI?

L’obiettivo del Postumanesimo è l’ Apocalisse

La gravità dello stallo dell’integrazione europea è dimostrata dal fatto che perfino il Movimento Europeo lo denunzia oramai continuamente , non lesinando critiche ai vertici dell’ Unione (vedi newsletter allegata).

Anche autori sostanzialmente allineati con il Mainstream, come Massimo Cacciari, sparano oramai a zero sull’ “establishment”.

L’11 settembre, Cacciari aveva pubblicato su “La Repubblica” un articolo dal o titolo “L’ Europa non pensa più”. Titolo significativo, che documenta il disorientamento gravissimo in cui versa l’establishment europeo fino dalla caduta del Muro di Berlino.  A mio avviso, non è esatto che l’Europa non pensi più: è, piuttosto, che l’establishment non può più utilizzare oltre il tempo massimo gli stereotipi inventati callidamente alla caduta del Muro di Berlino per frenare la naturale rivincita del potere europeo (l’”Europe Puissance” di Giscard d’ Estaing) in seguito alla caduta del ricatto bipolare , e, non avendone saputi costruire altri credibili, si rivolge al pubblico europeo con discorsi palesemente incoerenti, basati su puri giochi linguistici, che vengono giustamente assimilati allo stop cerebrale denunziato da Macron nella NATO.

Ulrike Guérot vede il futuro come molto conflittuale

1.Dalle ideologie sette-ottocentesche al comunitarismo

Il crollo del  socialismo reale aveva implicato altresì la destabilizzazione del sistema occidentale, che, nella specularità con il blocco socialista, trovava una ragion d’essere e una legittimazione nella comune adesione al messianesimo immanentistico, chiudendo così la porta ad altre alternative storiche.

In questa luce, on risulta comprensibile anche la radicalizzazione l’esplosione dei comunitarismi americani: i fanatici dell’”American Creed” come Trump contro gli Afrocentristi. Infatti, la decadenza dell’ America come baluardo contro il comunismo ha fatto perdere agli Americani la fede messianica nel Destino Manifesto, come pure il senso di sicurezza derivante dall’ appartenenza a un popolo eletto. Ciascuno cerca, dunque, ora rifugio nella propria identità ancestrale: WASPS e sino-americani, latinos e afro-americani…

I primi, chiedono, con il Presidente Trump, che, nelle scuole, si cambino i programmi di storia per esaltare il contributo dato all’ America al progresso della Modernità; i secondi sono trincerati dietro il “Progetto 1619”, che mira a porre in luce quanto, della storia americana, sia contrassegnato dalla conquista, dallo schiavismo, dalla spoliazione, dalla discriminazione e dall’ ipocrisia.

Con il comunitarismo degli anni ‘80,la “Gemeinschaft” di Toennies vinceva su tutti i fronti contro la “Gesellschaft” hegeliana. Il caso più eclatante era però quello delle “Comunità Europee” che vsvano fatto di tutta l’ Europa un fascio di comunità. Già erano nati (e/o rinascevanono) infatti ovunque, in omaggio al principio della “Différence” derridiana, nuovi pensieri politici (come il “Novij Russkyi Konzervatizm” e lo “Jeni Osmancilik”), non più eredi della Rivoluzione Francese come erano state le vecchie, strumentali, “Ideologie” criticate già sul nascere, come astratte e parziali, da Napoleone e da Carlo Marx. Un esito certo non previsto da molti, e traumatico a causa del carattere religioso (direi anzi fideistico) di quelle ideologie, ben messo in evidenza ancora recentemente dal Nelson, un carattere che le rende rigide (come si suol dire con un orribile neologismo, “non negoziabili”).

Che i diversi nuovi comunitarismi, dall’ortodossia ebraica all’islam politico, da Solidarnosc al neo-ottomanismo,  costituissero anche un’ implicita sfida alla egemonia “occidentale” (perché negavano l’universalità dei suoi valori) era del tutto prevedibile (e compreso perfettamente  per esempio da coloro che avevano osteggiato Gorbaciov, Walesa e Jelcin, per non ammettere delle “via nazionali” slave verso l’Europa).Il comunitarismo aveva, già in quegli anni, influenti seguaci in tutte le latitudini, da Israele al mondo islamico e indico, per poi porsi alla base di Solidarnosc e dei regionalismi europei. Perfino le Repubbliche post-sovietiche si erano autoproclamate, per “rivalità mimetica”, “Comunità di Stati Indipendenti”.

Solo l’Europa, muovendo in controtendenza, aveva chiamato, con il Trattato di Lisbona, la propria organizzazione “Unione Europea”, eliminando il glorioso nome di Comunità Europee. Ciò era avvenuto in gran parte per un’espressa domanda della Gran Bretagna, che aveva obbligato ad espungere addirittura dal Trattato inno e bandiera, per togliere all’ Unione ogni carattere identitario. Il punto era, ed è, che l’unico comunitarismo ammesso è quello americano, sì che forme diverse di comunitarismo non sono ammissibili, perchè farebbero ombra all’ identità americana. Tuttavia, ora, dopo la Brexit, il comunitarismo europeo dovrebbe prendersi la sua rivincita.

Ciò ha portato a un’ovvia debolezza dell’ identità europea, che per le sue origini e caratteristiche è distinta da quella americana,  delegittimando in particolare  le radici eurasiatiche dell’ Europa a favore di quelle occidentali, e di mantenendo gli Europei centro-orientali in uno stato di minorità.

Oggi ci si lamenta della rivolta del Donbass, dell’annessione della Crimea, dell’ appoggio della Turchia a Serraj, dell’estremismo religioso di Kaczynski e della guerra di Orban contro Soros, ma si dimentica quanto il rifiuto di legittimare la Perestrojka, l’Europa Orientale e la Turchia Europea abbia a contribuito ad esacerbare tutti i nostri partner, inizialmente sostenitori quasi fanatici dell’ integrazione europea. Basti pensare all’ articolo di Putin sulla prima pagina de “La Stampa” di Torino per il 50° anniversario dell’Unione Europea,

Da allora, sono iniziati l’attacco all’Ossezia, la denigrazione della Russia, il boicottaggio delle trattative di adesione della Turchia e via discorrendo.

La Russia starebbe destabilizzando l’ Europa, Semmai, quella che oggi è destabilizzata è l’America, e l’ Europa non può trarne che un vantaggio.

In “Paneuropa”, Coudenhove Kalergi aveva già lanciato un progetto molto chiaro di federalismo mondiale

2. Borrell: “Multipolarismo senza consenso”? o “Multipolarismo multuculturale”?

Le recenti prese di posizione dell’Alto Rappresentante Borrell circa l’”autonomia strategica dell’ Europa” ci spingono a un’ulteriore, anche se breve, riflessione su questo cruciale passaggio della nostra identità culturale.

Secondo Borrell,  si assiste al“l’emergere di un mondo multipolare con sempre più attori ma senza che ci sia un vero consenso intorno ad essi”. Ricordiamo che l’ Europa si era sempre schierata a favore di un mondo multipolare, ma con l’arrière pensée ch’esso sarebbe  stato anche monoculturale, cioè copertamente occidentale. Invece, oggi un consenso culturale c’è, eccome, ma sta proprio (ovunque, anche in America) nell’opposizione contro l’egemonia occidentale ammantata dall’ ideologia del progresso (il cosiddetto “Washington Consensus”). È ciò che Borrell definisce “un mondo multipolare senza multilateralismo”, ma.che,in realtà, è un mondo al contempo multipolare e multiculturale. Che altro infatti è il multiculturalismo se non il tanto deprecato relativismo culturale, che ritiene che possano, e debbano, partecipare, alla configurazione del mondo, non soltanto i messianesimi occidentali, ma anche le filosofie orientali e i popoli pre-alfabetici, l’ Islam e il politeismo dell’ Asia Meridionale e del Giappone. Le Nazioni Unite debbono essere il foro in cui si confrontano le diverse visioni del mondo.

Borrell dimentica anche di precisare che l’attuale segmentazione del mondo in centri di potere sempre più confliggenti fra di loro deriva esclusivamente dalla volontà dell’ America, che, per evitare i vincoli posti al suo messianesimo dalle Nazioni Unite, ha lanciato le “guerre umanitarie” (Irak, Afghanistan, Libia) senza l’avallo delle stesse, fondandosi invece solo sulle “coalitions of the Willing”, vale a dire fasci di accordi bilaterali minoritari. Con ciò prima legittimando, poi promuovendo attivamente, una politica di “giri di Walzer” simile a quella che aveva portato alla Ia e alla IIa Guerra Mondiale. A questo punto, come stupirsi se gl’interlocutori degli Stati Uniti si sono visti spinti in tutti i modi a far leva ciascuno sulla propria specifica identità per contare di più nel mondo multipolare?

Di fronte a questa obiettiva realtà mondiale, l’obiettivo dichiarato da Borrell (“livellare il campo di gioco tra gli Stati, dar vita a norme e standard applicabili allo stesso modo per tutti gli attori globali in modo da rendere più eque le loro relazioni commerciali, economiche”)è, a nostro avviso, al contempo, troppo poco ambizioso, troppo astratto, e, comunque, ampiamente mistificante. Durante tutti questi 70 anni, “livellare il campo di gioco” ha significato in realtà aprire la strada ai poteri forti (concentrazioni editoriali e cinematografiche, industrie del web, servizi segreti, grandi famiglie, eserciti delle grandi potenze),  in modo che potessero  occupare sempre più interstizi in tutte le società, impedendo ai diversi popoli e alle diverse culture di dare i proprio contributo al futuro del mondo attraverso un’equa partecipazione ideologica, professionale, economica e politica. Abbiamo avuto così il pensiero unico, i GAFAM, Echelon, Prism, la Società dell’ 1%, la perpetuazione dell’ occupazione dell’ Europa…Perché mai dovremmo spianare la strada ai GAFAM che sono allo stesso tempo sette, chiese, servizi segreti, Stati nello Stato?

In particolare, in Europa, “livellare il campo da gioco”  è stato solo un paravento evitare la nascita di Campioni Europei, lasciando libero il campo ai giganti americani (Ford, General Motors, General Electric, Boeing, Lockheed, IBM, i GAFAM), per ritardare sine die la nascita di una cultura europea e di un esercito europeo..

In realtà, l’Unione si è resa complice, con la sua politica fiscale, antitrust e di outsourcing, del predominio tirannico dei GAFAM, e, con la sua critica ossessiva delle politiche dei Pasi extraeuropei, delle effettive forme di repressione esistenti nel nostro Continente: dalle leggi memoriali al capitalismo della sorveglianza, dalla negazione della cittadinanza alle minoranze nel Baltico alla detenzione sine die del Governo catalano e di Assange.

Fra i vecchi imperi ci sono anche quelli che hanno fatto la storia d’Europa

3.La rivincita dei vecchi imperi

“Il ritorno dei vecchi imperi” che Borrell vorrebbe scongiurare altro non è che l’espressione più appariscente   di quella resistenza delle altre parti del mondo contro la manovra livellatrice dell’ “Impero nascosto” di cui parla Immerwahr, quella in esito della quale nel 2001 lo slogan corrente era “siamo tutti americani”.

Infatti:

a)il solo vero impero, erede del “sogno di Serse” di conquistare l’Europa per essere pasri agli Dei,  è oggi più che mai quello americano;

b)gli altri “Stati civiltà” di cui si parla in Cina, vale a dire gli Stati semi-continentali capaci di esprimere le specificità di una propria cultura, possono ovviamente sorgere più facilmente dove in passato sono esistiti degl’imperi, intendendo, con questo termine, degli Stati sovrannazionali che s’identificavano, anziché con un’etnia, con un modello di umanità, ma non devono necessariamente identificarsi con la hybris achemenide;

c)anche l’idea originaria del federalismo europeo era quella di attribuire un qualche carattere imperiale, nell’ambito di una  “Translatio Imperii” biblica e classica, all’ Unione Europea, sulla scia di Voltaire, di Coudenhove Kalergi e dello stesso Spinelli, ma questo storico obiettivo era stato travolto dall’ideologia “angelistica” affermatasi dopo la caduta del Muro di Berlino, secondo cui l’Unione Europea sarebbe stata, come dice Borrell, “il rifiuto del potere”;

d)multilateralismo significa la possibilità di tutti i popoli di operare a livello mondiale su un piede di parità, e questo è appunto il primo obiettivo dell’Unione europea, ma ciò non è mai avvenuto in pratica perché tutte le grandi decisioni sul piano mondiale sono state sempre determinate dai soli Stati Uniti, anche per l’autolesionistico “rifiuto del potere” da parte degli Europei;

e)L’Unione Europea, soggetto nuovo che però ha dietro di sé una storia antichissima, ha oggi esattamente lo stesso problema di tutti gli altri Stati-Civiltà: come fare sentire la propria voce sui futuri assetti del mondo a dispetto del debordante potere dell’unico “Impero Nascosto”. E il primo a saperlo dovrebbe essere, per la sua carica, proprio Borrell, il quale si trova tutti i giorni confrontato all’impossibilità, per le Istituzioni europee, di creare, come tutti invece si aspetterebbero,  una loro “civiltà digitale”, alternativa a quella, imperante, della “Singularity” e della sorveglianza , e che vedono le proprie iniziative, come quelle sul clima o in Iran, cassate brutalmente dagli Stati Uniti;

f) la cosiddetta “rivincita dei vecchi imperi”  costituisce anche l’abbozzo del tentativo concreto  di superare un’altra difficoltà denunziata da Borrell, quella del “proliferare degli Stati sovrani”, che rende impossibile un dialogo coerente a livello mondiale. La creazione di grandi Stati-Civiltà, uniti ciascuno dal fatto di rappresentare una determinata tradizione culturale (esempi tipici, gli USA e la Cina), permette un dibattito trasparente e alla pari, fra soggetti dotati di adeguata forza, competenza e motivazione;

g) alcuni dei “Vecchi imperi” (Turchia, Russia) sono in realtà delle sub-sezioni dell’Europa, che, nel corso dei millenni, avevano  rivendicato per sé la translatio imperii biblica e romana (la “seconda e la terza roma”), così come Song e Jin avevano rivendicato quella sinica, e abbassidi e fatimidi quella islamica. Ma anche Spagna, Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia e Ungheria sono resti di vecchi imperi, ed è per questo ch’essi rivendicano ancor oggi una qualche forma “sovranità internazionale” (vedi la repressione dell’indipendenza catalana e scozzese, la “francofonia”, le bandiere della Rzeczpospolita a Minsk…). L’Europa non può tener conto solo dei suoi sedicenti “Stati Membri” (che comunque sono anch’essi troppo numerosi), ma deve dare un ruolo effettivo nella governance  e distinto alle sue grandi Regioni storiche, alle microregioni e alle città, che corrispondono alle vecchie Monarchie, Corone, Stati e Città.

h)Come spiega Immerwahr nel suo “Impero Nascosto”, la “creazione di principi e ruoli universali” è stato il capolavoro del Presidente americano Hoover, che, attraverso la standardizzazione, ha assoggettato il mondo. Tuttavia, il rendere tutto standardizzato elimina l’umano, che è imperfezione e soggettività, a favore della macchina, che è tutta logica e principi.

L’Europa senza potere è un’Europa dove il potere ce l’hanno gli altri

4.Il “rifiuto del potere”: causa prima dell’anarchia europea

L’intervento di Borrell parte, come del resto interventi simili da parte di altri esponenti europei, dalla convinzione che il motore primo dell’ Unione Europea sia stato il rifiuto del potere.

Quest’affermazione è, intanto, poco credibile, perché qualunque uomo politico, e qualunque organizzazione politica, non può che ricercare il potere, altrimenti non esisterebbe, né si guadagnerebbe da vivere.

In secondo luogo, essa è in netto contrasto con i grandi fautori dell’ integrazione europea, da Dubois a Podiebrad, da Sully a Saint Pierre, da Voltaire  Nietzsche a Spinelli, da Giscard d’ Estaing a Joschka Fischer. In particolare,  Spinelli rivendicava l’amore per il potere quale motivazione prima del suo impegno politico, Giscard rivendicava l’ “Europe Puissance” e Fischer la ”Selbstbehauptung Europas”.

In realtà, il “rifiuto del potere” (emerso nel discorso europeo solo dopo la trasformazione in “Unione”) costituisce sostanzialmente  da sempre il programma del movimento anarchico, e dunque è normale che, da quando esso è divenuto anche quello dominante nell’ Unione Europea, noi viviamo ora nel caos che vediamo ogni giorno, con il Complesso Informatico-Militare che spadroneggia impunito (come testimoniano le sentenze Assange, Schrems e Apple), con la Turchia e la Grecia che si minacciano di guerra e l’Italia che partecipa alle manovre navali su ambedue i fronti, con un Recovery Fund che non è ancora stato approvato dal Parlamento Europeo, mentre intanto i ministeri degli Stati Membri affastellano milioni di progetti irrealizzabili, anziché presentare i pochissimi utili.

Che i vertici europei rifiutino di esercitare il loro potere è un regalo eccezionale ai nemici dell’Europa, un regalo troppo bello per essere casuale.

L’Europa dovrebbe difendere l’umano contro il complesso informatico-militare

5. Un’ Europa che rifiuta il potere tradisce la sua missione

In un precedente blog, avevamo scritto: “All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica ‘missione’ prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la ‘prassi liberante’ propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’’intelligenza collettiva’ e del ‘lavoratore’, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di ‘rovesciare il tavolo’. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori ‘assiali” della saggezza, della filosofia, ‘dell’’humanitas’, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al ‘banauson ergon’ (quel ‘lavoro bruto’ che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’ orizzonte).”

Quando Cacciari scrive che “ l’ Europa non pensa più”, cioè non è più in grado di definire adeguatamente  se stessa,  è proprio perché, a partire dalla sua trasformazione in Unione Europea, avvenuta con il Trattato di Lisbona, essa aveva tentato impropriamente  di assumere, quale propria ideologia, precisamente quella del “Rifiuto del Potere”, un fine, cioè,  che non era, né quello proprio  della tradizione europea, né quello ch’era stato  enunziato all’inizio alle Comunità Europee, né, infine, quello che si richiederebbe ora, nel XXI secolo, di fronte alle sfide della Transizione Digitale, bensì un fine eterodiretto, rientrante in ultima analisi nel progetto della modernità americana: l’omologazione mondiale. Se gli Europei rifiutano il potere, ma in sostanza sostengono il potere americano, quest’ultimo riuscirà a domare anche i popoli più cocciuti, e ci sarà veramente la Fine della Storia, cioè la sottomissione dell’uomo alla macchina (la Singularity).

Oggi, non essendo  completato neppure ancora il controllo dell’Europa, le forze che avevano patrocinato la “rinunzia al potere” sono rimaste disorientate, e non hanno ancora trovato  una propria linea difensiva, mentre neppure il resto (maggioritario) dell’ Europa, diseducato da quel periodo di egemonia conformistica, è riuscito ancora a far emergere una sua adeguata classe dirigente.

Coincidenza fra l’Europa senza potere e l’ideologia californiana

6.Da dove viene  questo rifiuto?

L’idea della Fine della Storia ha un’origine antichissima, da ricercarsi presumibilmente nell’ apocalisse zoroastriana (“Frasho Kereti”), ed è trasmigrata in modo carsico, nel corso dei  millenni, fra l’apocalittica ebraica, le eresie cristiane e  islamiche e il chiliasmo materialista moderno di Lessing  e postmoderno di Kurzweil.

Essa si era nuovamente concretizzata per la prima volta come vero e proprio progetto politico, dopo la sfortunata spedizione di Serse in Grecia, sotto la forma dell’ “American Creed” di Friske (il “Destino Manifesto”), sboccato infine nel postumanesimo dell’ Ideologia Californiana. Quest’ ultima è poi andata in crisi all’ inizio del XXI secolo di fronte alla resistenza opposta dall’ Islam politico e del sovranismo russo (i cui esiti si vedono ancor oggi in Afghanistan, in Turchia e in Ucraina), sì che l’establishment americano era stato costretto ad escogitare nuove strategie per permettere la sopravvivenza del progetto. Così, mentre Fukuyama “si rimangiava” la sua tesi, secondo cui la Fine della Storia sarebbe oramai avvenuta, Samuel Huntington teorizzava lo scontro di civiltà. Sono venuti poi il TTIP e il TTP, e, infine, l’ “America First”. Fin dall’ inizio l’Europa  il ruolo in quel progetto, pilotato dall’ America,  è stato  passivo: dalle Rivoluzioni Atlantiche, al taylorismo e fordismo, fino alla Guerra Civile Europea e all’ordine di Yalta. Cacciari scrive che “Vi fu chi comprese che la fine del tragico Novecento offriva all’ Europa una grande e irripetibile occasione per affermare una propria nuova, originale ‘centralità’.”.  In particolare, l’Unione Europea, rimasta sconcertata dalle politiche dei due Bush e di Clinton, aveva tentato d’inserirsi in quei tentativi di revisione dell’ideologia occidentale “Anche riscoprendo una sua ’storia segreta’, voci inascoltate della sua tradizione”, vale a dire  riprendendo  a proprio vantaggio la retorica americana dell’ “esportazione della democrazia”, descrivendo se stessa quale l’ultimo vero erede della tradizione chiliastica occidentale,  e spacciando abusivamente la propria storia come una “success story” sul cammino della pace universale (trascurando così Suez, la guerra greco-turca, l’IRA, l’Afghanistan, la Transnistria, la ex Yugoslavia, Tskhinval, l’Irak,la Libia). In particolare, Jeremy Rifkin aveva teorizzato la “translatio” del Sogno Americano nel Sogno Europeo. Quindi, una riedizione aggiornata dell’ idea “funzionalistica”, secondo cui l’integrazione parziale dell’ Europa avrebbe aperto la strada all’ integrazione mondiale, secondo la logica deterministica della “Teoria della Sviluppo”di Rostow.

L’idea attuale della Commissione, quella di essere un “Trendsetter nell’ elaborazione delle norme”  vorrebbe forse riprendere quella tentazione. Si tratterebbe quindi, ben lungi dal preteso “utopismo” dei federalisti,  di un rifiuto del loro realismo politico, tentando invece di rimettere in circolo il chiliasmo dei “funzionalisti”, che assomiglia oggi molto al postumanesimo dell’ideologia californiana (a cui l’accomuna la stessa matrice filosofica).

La Fine della Storia è la vittoria del Sogno di Serse

7. La via non percorsa: quella del Federalismo Integrale

Il richiamo indiretto fatto negli anni 80 e 90, per rivitalizzare l’Europeismo reso esangue dal funzionalismo,  al “federalismo integrale” di Grotius, Althusius, Tocqueville, De Rougemont, Marc e Olivetti e a quello politico spinelliano,   avvenne   purtroppo in un modo estremamente reticente (Michel Albert), perché questi erano  già stati sconfitti dal funzionalismo sotto la spinta degli Stati Membri, di Monnet e di Schuman.

L’informatica, era divenuta in quegli anni la nuova frontiera della terza guerra mondiale (la “giustizia infinita” lanciata da Bush e descritta più appropriatamente dagli strateghi cinesi come “guerra senza limiti”, e dal Papa come “terza guerra mondiale a pezzi”), come  avevano dimostrato Stux, Echelon e Prism. Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google,  aveva precisato che l’essenza  della Fine della Storia era la “Singularity Tecnologica”, cioè  il ritorno dell’ Universo all’ Uno  grazie alle tecnologie informatiche ( l’”Unus Sumus”  di cui parla Cacciari): un’idea  che trova i suoi precedenti nel Buddismo e nella Qabbalà. In quella fase, Schidt e Cohen (membri del Consiglio di Amministrazione della stessa società), scrivevano, sulle rovine della Baghdad ingiustamente bombardata e conquistata, che oramai Google aveva sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo (The New Digital Age).Veniva così dichiarato pubblicamente che la Fine della Storia, ovvero la Pace Perpetua, era il progetto dei GAFAM, e che tutti coloro  -fossero essi Saddam o Assange, Gheddafi o Manning, Morales o Snowden-, dovevano oramai essere eliminati o resi inoffensivi (cfr. caso Olivetti).

Anche  la pretesa dell’Unione d’ incarnare l’”autentico” Sogno Americano veniva  messa i ombra dal progetto dei GAFAM. Comunque, questi avevano trovato ben presto il modo di convivere con le Istituzioni europee (non diversamente che con il Partito Comunista Cinese). A maggior ragione, in questo contesto, trovava difficoltà a materializzarsi un ruolo specifico per gli Europei  perché l’Unione Europea era stata esclusa deliberatamente dalla civiltà digitale, e le Istituzioni, contrariamente al Governo cinese, non facevano nulla per rialzare il  suo profilo in questo campo.

Inoltre, mentre il “funzionalismo” tradizionale dell’Unione Europea era  già un embrionale esempio di “governo delle regole”, e quindi predisposto verso il  “Governo delle Macchine” oggetto della Singularity, il  federalismo integrale tradizionale dell’ Europa  costituisce una forma altamente sofisticata di “governo degli uomini sugli uomini”, e, come tale, incominciava già allora a stridere con il progetto americano di globalizzazione tecnocratica. Basti pensare all’approvazione del GDPR da parte delle Istituzioni europee, una vera bomba a orologeria per i rapporti euro-atlantici, di cui solo ora si incomincia a percepire la portata.

L’Europa è riuscita ad essere il “trendsetter del dibattito mondiale”?

8.Al di la del conflitto con la Cina, il federalismo mondiale

Negli stessi anni, l’inaudito sviluppo della Cina  portava allo scavalcamento dell’America in molte fondamentali  tecnologie, quali i computer quantici, le valute elettroniche, i social network, l’ingegneria medicale, i social networks, i treni ad alta velocità. Questo  provocava  di riflesso a sua volta una frenata nello sviluppo sul piano mondiale della Società del Controllo Totale americana (con esiti diversi per la Cina, la Russia, l’India e Israele). Oggi è la Cina a rivendicare l’eredità del “sogno Americano” (“Zhongguo Meng”), anche se le sue tradizioni culturali le rendono impossibile realizzarlo con la stessa radicalità.

In questo scenario sovraffollato, l’Europa non sa più quale spazio occupare, né dal punto di vista fattuale, né da quello concettuale. Dal punto di vista fattuale, il mondo è dominato dalla nuova guerra fredda voluta da Trump (che ora si ritorce contro l’ America). Da quello concettuale, si contrappongono un nuovo maccartismo americanocentrico e il progetto eurasiatico della Via della Seta, che sfocia nella negazione di un ruolo provvidenziale degli Stati Uniti (“la sola nazione indispensabile”), mirando addirittura a  ridimensionare gli stessi fino al livello di uno qualunque fra i grandi Stati-civiltà che si contendono il ruolo di comprimari nel mondo.

Il vecchio federalismo europeo “funzionalistico” era sempre stato favorito in quanto indeboliva l’ Europa, impedendole di divenire un soggetto politico forte, e, quindi, capace di dialogare alla pari con le grandi potenze. Dal punto di vista del multiculturalismo eurasiatico, un “federalismo integrale” europeo forte costituirebbe il parallelo del federalismo mondiale veramente multiculturale come era stato concepito da De las Casas e Coudenhove Kalergi, e a cui aspirano oggi Cina e Russia. Questo tipo di federalismo era sempre stato al centro della storia dell’identità europea: dal tribalismo dei popoli dei Kurgan e medio-orientali, al cetualismo delle poleis, alle leghe, agl’imperi occidentali, delle “repubbliche aristocratiche”, ai progetti premoderni e moderni di federazione. Il Federalismo Mondiale non può sussistere senza Stati che vogliano e possano federarsi; degli “Stati-Civiltàche accettino il pluralismo delle culture. Oggi, l’unico Stato che sia, e si senta, tale, è la Cina, e non è un caso ch’essa svolga un ruolo così centrale nel mondo di oggi. Gli altri quattro Stati-civiltà che aspirano a questo ruolo, presentano ciascuno dei notevoli inconvenienti. L’America vorrebbe  rappresentare l’unico impero mondiale pur continuando a mantenendo il potere entro la limitatissima “Società dell’1%” (WASP), vale a dire pochi milioni di persone. L’India non riesce ad avere una propria identità “forte” perché insanabilmente divisa fra religioni, etnie e caste. La Russia rappresenta adeguatamente l’eredità dei Popoli delle Steppe, ma, mancando di un’adeguata popolazione ed avendo confini indefiniti, è costretta, per sopravvivere, ad acettare la conflittualità impostale dall’ esterno. L’Europanon sa più , appunto, ciò che vuole, non è uno Stato ed è in completa balia degli Stati Uniti dal punto di vista culturale, militare e politico.

Il federatore dev’essere il popolo europeo

 9.Quale  “federatore”?

Cacciari individua, fra le carenze dell’integrazione europea attuale,  l’assenza di un federatore.  A mio avviso, questo federatore c’è. Anzi, il termine “federatore” era  stato coniato (precisamente dal Generale De Gaulle), per designare questo “federatore esterno”: gli Stati Uniti, vero motore dell’ integrazione europea, con il Senatore Fulbright, che aveva fatto approvare dal Senato una mozione a favore della Federazione Europea; con il direttore della CIA, Donovan, che finanziava il Movimento Europeo di Churchill;  con il Segretario di Stato, Dean Acheson, che, piombato inaspettatamente l’ 8 maggio a Parigi, aveva riscritto l’ultima versione della “Dichiarazione Schuman”;  con lo studio Cleary and Gottlieb, che aveva  scritto i Trattati Europei per conto di Jean Monnet; con  la NATO a cui hanno dovuto aderire i Paesi dell’ Est Europa prima di poter aderire all’ Unione Europea. Gli Stati Uniti non hanno invece mai tollerato la nascita di un “Federatore Interno”. Basti vedere i casi di De Gaulle e di Gorbaciov.

Inoltre, gli Stati Uniti non riconoscono l’ Unione Europea, con la quale nessun presidente americano ha mai dialogato, come un partner del loro stesso livello. Invece, il presidente Xi Jinping s’incontra periodicamente con i vertici europei, e il ministro degli esteri Wang Yi ha dichiarato a Roma, al termine dell’incontro con il Ministro di Maio, che la Cina vuole un’Unione Europea forte e unita. Infatti, aggiungiamo noi, solo un’Europa che abbia rapporti culturali, tecnologici ed economici intensi con tutto il mondo potrà alimentare concretamente il proprio federalismo integrale, e, come tale, costituirsi in soggetto solido e autonomo, alternativo, e comunque allo stesso livello, degli Stati Uniti. Per questo vi è tanta avversione, negli ambienti atlantici, contro il Papa gesuita, contro Huawei e contro il North Stream, che, attraverso rapporti trasversali, rafforzano la posizione negoziale dell’ Europa.

Barcellona vs. Cacciari: il Katechon contro “la Cosa Ultima”

10. L’Europa come Katechon

A mio avviso, sta proprio in questa situazione  di tensione generalizzata il lato positivo della transizione in corso nell’ Europa di oggi, la quale ultima, grazie ad essa, è passata in una decina di anni, dal più estremo fanatismo  per la Fine della Storia (“siamo tutti americani”), ad una prima, seppur timida,  messa in dubbio del “politicamente corretto” occidentale. L’evoluzione storica ha infatti dimostrato che l’unico senso concreto che poteva avere quel richiamo ossessivo all’ unità della “comunità internazionale” (oltre ad essere ovviamente in contrasto con il tanto conclamato pluralismo europeo) era quello della Singularity Tecnologica, l’unità fra uomo e macchina, che infatti, mai fu perseguita con tanta decisione come in quegli anni.

Nel suo articolo, Cacciari richiama ,fra gli altri, come possibile fonte culturale di un’ Europa culturalmente autonoma, lo scrittore settecentesco tedesco Efraim Lessing. Orbene, l’interpretazione lessinghiana delle radici cristiane dell’Europa come preparazione della Modernità in cui, secondo il Primo Programma Sistemico dell’Idealismo,  l’uomo si salverebbe da solo con” una nuova scienza”, porta implicitamente al governo mondiale da parte dei Big Data e dell’ Intelligenza Artificiale.

Concordo tuttavia che, per sostanziare il Federalismo Integrale, occorra un richiamo, come scrive Cacciari,  ad aspetti nascosti della tradizione culturale europea, ma mi rivolgo, per questo, in una direzione diversa da quella a cui Cacciari pensa citando Lessing e Goethe. A mio avviso, infatti, l’accademia. e la cultura ufficiale in generale hanno privilegiato indebitamente  (per quanto manipolandone i significati), solo certi autori, come Platone, Tucidide, l’ Apocalisse, Dante, De Maistre, Locke, Hegel, Marx, Tocqueville, Nietzsche, Popper, Rostow, Teilhard de Chardin,…, letteralmente oscurandone altri, pur centrali nella storia della cultura europea, come Sinliqiunnini, Socrate, Aristotele, i Padri della Chiesa, la Scolastica,  De Las Casas, Machiavelli,  i Gesuiti, Pascal, Montesquieu, Dostojevskyj,  l’ “Italian Thought” dell’ inizio del XX Secolo,  Burgess, Anders, St.Exupéry, McLuhan…. Secondo  questi autori, mentre la pretesa di unificare sacro e profano nell’unità finale suona addirittura anticristica (vedi “il Grande Inquisitore”), la Città di Dio e la Città dell’ Uomo debbono procedere in parallelo, per “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

Ricordiamo che il riconoscimento che la teologia della fine della storia porta alla Singularity tecnologica ha indotto alcuni autori recenti, e, in primis, il secondo Fukuyama e l’ultimo Barcellona, a ipotizzare la necessità di un Katèchon. Soprattutto Barcellona ha concepito l’ Europa come Katechon.  Costoro hanno visto la riduzione dell’utopia a ideale normativo non già come un’ inspiegabile rinunzia, bensì come la conseguenza logica della concezione europea della laicità.

I whistleblowers sono ancora perseguitati, e noi non li stiamo aiutando

 11.Dopo “Schrems 2”: dare ospitalità a Snowden e Assange

Come conseguenza di ciò che precede, mentre Cacciari ei vede la situazione attuale come la fine del pensiero dell’ Europa, io invece la vedo come il concreto avvio di una situazione nuova, in cui  questa incomincia a liberarsi dai lacci e lacciuoli -culturali, ideologici, tecnologici, politici e militari-  che la tenevano avvinta al progetto chiliastico americano, per avviarsi su un inedito cammino di riflessione culturale, di maturità politica e di autonomia storica. Come abbiamo visto, l’Europa ha dismesso anche l’immotivata presunzione di autodefinirsi come la patria della “modernità occidentale” cominciando a concepirsi, come dice la Commissione, solo più come come “il trendsetter del dibattito mondiale”. Un dibattito che deve evidentemente essere aperto a tutte le culture, senza preconcetti o primogeniture.

In questo senso, le sentenze della Corte di Giustizia nelle due cause Schrems, e i 101 ricorsi proposti dall’organizzazione di Schrems dinanzi alla autorità nazionali di tutela dei dati contemporaneamente alla Global Initiative for Data Protection proposta da Wang Yi costituiscono l’annunzio del tipo di battaglia che si apre dinanzi noi, proprio nell’ area sensibilissima dei dati, in cui i popoli del mondo non accettano più di essere soggetti passivi dell’ America e dei GAFAM, ma pretendono di godere di una reale parità di trattamento in quest’area, che è decisiva per l’avvenire del mondo.

Invece d’inventarsi ruoli astratti e mistificanti su temi superati dalla storia, l’Unione dovrebbe concentrarsi  sul dare attuazione pratica a quanto richiesto autorevolmente  dalla Corte di Giustizia con le sentenze Apple a Schrems: porsi alla testa di una lotta senza quartiere contro la dittatura antropologica e culturale, poliziesca e militare, ideologica, politica, sociale ed etica, del Complesso Informatico-Militare.

Primo passo: dare ospitalità ai Whistleblowers che tanto hanno patito, e ancora patiscono, per avere contestato la società della sorveglianza, e che hanno chiesto (inutilmente) di essere ospitati in Europa. E, in primo luogo, se sarà liberato, a Julian Assange, di cui non è ancora finita l’incredibile odissea poliziesca.

Virgilio Dastoli

ALLEGATO

Newsletter n.29/2020 del Movimento Europeo in Italia – Sfide interne ed esterne per l’Unione europea

I silenzi di Ursula von der Leyen

Dedichiamo una parte importante della newsletter al lungo discorso sullo stato dell’Unione  pronunciato davanti al Parlamento europeo a Bruxelles il 16 settembre dalla Presidente Ursula Von der Leyen.

Come per Eduardo De Filippo, se ci si consente il paragone, si potrebbe parlare del colore delle parole e della temperatura dei silenzi.

Vogliamo concentrarci qui sulla temperatura dei silenzi limitandoci a due aspetti essenziali del futuro dell’Unione europea: la dimensione sociale e la Conferenza sul futuro dell’Europa lasciando a Fabio Masini un’analisi critica sulle priorità in materia di politica estera..

Il primo aspetto concerne il pilastro sociale e cioè la lotta alle diseguaglianze che non può essere risolta solo dal fiume di danaro che dovrebbe scorrere dalla sorgente di Bruxelles verso i paesi membri e suddividersi in sette rami diversi in parte sotto forma di prestiti (la maggioranza), in parte sotto forma di sovvenzioni dirette ma in parte attraverso programmi europei la cui destinazione nazionale non è garantita in partenza.

La pandemia non ha avuto effetti solo sull’economia e sulle finanze dei nostri paesi ma sui modelli delle nostre società a cominciare dal ruolo del lavoro, la mobilità, il tempo libero, il gap generazionale, le pari opportunità, i rapporti tra le città e le aree interne, le politiche di inclusione, gli effetti della società digitale e dello sviluppo della robotica, l’uso di strumenti come il blockchain che è andato ben al di là della diffusione dei bitcoin e infine – last but not least – il tema della democrazia economica.

La temperatura del silenzio nel discorso sullo stato dell’Unione può essere rapidamente verificata sia perché il 14 ottobre si terrà il “vertice sociale tripartito” fra istituzioni europee e parti sociali (rappresentanti dei lavoratori e imprenditori) che, ai tempi di Jacques Delors, era l’occasione per mettere sul tavolo proposte precise della Commissione sulla dimensione sociale, sia perché l’attuale Commissione presieduta da Ursula von der Leyen (che è stata ministra del lavoro in Germania) si è per ora limitata a dire e a proporre un metodo di sviluppo del Pilastro Sociale – adottato “solennemente” a Göteborg nel novembre 2017 – fondato su “piani di azione” e non su strumenti giuridicamente vincolanti  o finalmente rispettosi della clausola sociale orizzontale introdotta all’art. 9 nel Trattato sul  funzionamento dell’Unione europea.

L’idea dei piani d’azione è stata lanciata dalla Commissione europea in una comunicazione pre-pandemia del gennaio 2020 su cui vi è stata un’ampia consultazione e ci si poteva immaginare che dalle parole si passasse ai fatti e cioè a proposte legislative.

Il silenzio del 16 settembre è stato invece assordante e, nella lettera di intenti per il 2021 inviata al Presidente del PE David Sassoli e alla cancelliera Angela Merkel, Ursula von der Leyen preannuncia ventisette iniziative legislative ma solo un altro piano di azione sul Pilastro Sociale, su una garanzia per l’infanzia, su una strategia per l’occupazione e per l’economia sociale.

La seconda temperatura del (quasi) silenzio riguarda la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’idea piuttosto vaga che fu lanciata da Emmanuel Macron il 4 marzo 2019 e che si sarebbe dovuta concludere alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi nella primavera del 2022.

Il Parlamento europeo ha considerato che la Conferenza potesse essere uno spazio per affermare la sua leadership e tentare di riaprire il cantiere dell’Unione europea chiedendo una riforma dei trattati a più di dieci anni dall’entrata in vigore di quello di Lisbona nel dicembre 2009.

Apparentemente bloccata dalla pandemia, la Conferenza non è partita perché sono molto distanti le posizioni fra il Parlamento europeo e i governi non solo sul principio della revisione dei trattati (che è condiviso per ora solo dal governo austriaco che vorrebbe ridare agli Stati delle competenze attribuite all’Unione) ma sulla governance (e cioè su chi deve presiederla), sui suoi tempi, sulle modalità del coinvolgimento della società civile e sul destino delle sue proposte.

Alla Conferenza Ursula von der Leyen ha dedicato trenta parole in quindici pagine dicendo che una delle sue missioni – “nobili e urgenti” – sarà la questione delle competenze in materia sanitaria. Non una parola sulla Conferenza è stata invece spesa in altre parti del discorso sul futuro dell’Unione che pur richiederebbero una riforma che potremmo chiamare costituzionale.

Possiamo immaginare che il solido pragmatismo tedesco abbia portato lentamente la Presidente della Commissione europea a riflettere sui rischi che una Conferenza promossa sulla base di un più che minimo comun denominatore fra Parlamento e governi possa diventare rapidamente uno spazio all’interno del quale scaricare tutte le questioni del “potere costituito” (e cioè delle decisioni che dovrebbero essere prese dalle istituzioni sulla base dei trattati e delle procedure attuali) lasciando da parte il “potere costituente” (e cioè tutto quel che deve essere fatto al di là dei trattati).

Le materie – “nobili e urgenti” – da sottoporre al potere costituente non mancano e sono state messe in evidenza in questi mesi di pandemia: la capacità fiscale dell’Unione europea e le risorse proprie (due parole chiave assenti nel discorso sullo stato dell’Unione), la governance dell’UEM per risolvere quella che Carlo Azeglio Ciampi chiamava la sua zoppìa, la paralisi nella politica estera e della sicurezza ivi compresa la dimensione della difesa per la prevalenza assoluta del metodo intergovernativo, l’integrazione differenziata e cioè il tema dell’Europa a due velocità, l’inadeguata ripartizione delle competenze e last but not least il tema della incompleta democrazia europea.

Speriamo che la temperatura del silenzio della presidente Ursula von der Leyen sulla Conferenza per il futuro dell’Europa preluda ad un suo atto di rottura dell’apparente pax  interistituzionale e degli inutili tri-dialoghi fra i presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio europeo e della Commissione europea.

Speriamo soprattutto che il Parlamento europeo comprenda rapidamente il tempo perso nella ricerca di un minimo comun denominatore con il Consiglio europeo e con il Consiglio e proponga alla Commissione una via alternativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa, infragilita anch’essa dalle conseguenze del COVID-19, un’alternativa che passi dall’incontro fra la democrazia rappresentativa e quella partecipativa affinché questa legislatura diventi finalmente costituente per costruire una “unione vitale in un mondo fragile”.

La Conferenza sul futuro d’ Europa dev’essere fatta dal popolo europeo

COMMEMORAZIONE DELLE TERMOPILI E SALAMINA (480 a.C.-2020 d.C.)

Ugo Foscolo nasce a Zacinto

“Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto”.

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)

2500 ANNI DALLE TERMOPILI:IL MODELLO IDEALE DI FOSCOLO

Quest’anno ricorre il 2500 anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina, che costituiscono una delle fonti più antiche dell’identità europea.

Purtroppo, a causa della recrudescenza del Coronavirus, in Grecia non è stato possibile organizzare le previste manifestazioni, sicché anche il previsto webinar del 29 è stato cancellato. Speriamo di poter riprendere il tutto dal vivo nel corso del Salone del Libro di Torino, che, secondo le ultime voci, si terrà in forma ibrida a cavallo dell’Immacolata Concezione dell’ 8 dicembre.

Contiamo di riunire tutte le attività dei Cantieri d’Europa Virtuali 2020 in quell’ occasione. Vi terremo informati.

Venendo alle Guerre Persiane, non per nulla, ne “I Sepolcri”, Foscolo cita le tombe erette di fronte all’Eubea ai caduti delle Termopili e di Maratona, come modello  per il culto degli eroi, al centro del pensiero suo e di molti autori romantici europei. È infatti innanzitutto a questo ch’egli, italo-greco, pensa come fonte d’ispirazione per la religione civile degl’Italiani (e, aggiungiamo noi,  degli Europei).

Gli fa eco Byron, che morì giovanissimo a Missolungi combattendo nella Guerra d’Indipendenza greca:

“the voices of the dead/Sound like a distant torrent’s fall,

And answer, ’Let one living head,/But one, arise,?we come, we come!’/’Tis but the living who are dumb.”(“Le voci dei morti risuonano come il lontano rimbombo d’un torrente, e rispondonoSorgerà un capo vivente, uno solo? Ma i vivi, sordi sono”).

E, di fatto, all’aristocratico guerriero, discendente di Eracle, fedele alla religione e alle leggi patrie, ricercante l’”apothéosis” attraverso la morte in battaglia, penseranno tutti i letterati europei, da Turoldo a Schiller, da Gogol’ a Herceg, fino alla Spigolatrice di Sapri(“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”).

Quanto all’ europeismo del secondo Dopoguerra, anche il comandante partigiano e storico dell’ identità europea Federico Chabod fa partire l’identità europea dalle Guerre Persiane. Il fatto che oggi la quasi totalità dei politici e degl’intellettuali in Europa sia invece fondamentalmente contraria all’etica eroica delle Termopili costituisce invece un obiettivo problema, perché, come dimostra la crisi del Coronavirus, il carattere tragico della vita e della storia è oggi più evidente che mai, e l’appello (anche solo retorico) all’ eroismo è inevitabile in situazioni come quella presente.

In definitiva, contrariamente a quanto pensava Brecht, non è felice il paese che non ha bisogno di eroi, perché l’eroismo ci vuole anche già soltanto per affrontare la vita di tutti i giorni. Ma, quando qualcuno evoca quest’etica eroica, ammesso che ci creda almeno lui, pochissimi lo seguono Questo anche perché si è fatto di tutto per cancellare negli Europei le tracce  di quell’etica. Le Istituzioni e l’ accademia lamentano costantemente l’assenza di un pathos patriottico negli Europei, ma dovrebbero riconoscere onestamente ch’essi sono alla radice di questa pretesa carenza dei cittadini, perché sono essi quelli che hanno negletto, criticato, svuotato e perfino attaccato lo spirito eroico degli Europei, chi in ossequio al quietismo di Constant, chi alla “cultura del sospetto”, chi al sociologismo pragmatista, chi al postumanesimo, ecc… Basti pensare al rapido abbandono, da parte della sinistra, del mito di Garibaldi. D’altra parte, quanti degli esaltatori della Resistenza avevano realmente combattuto, e quanti erano rimasti in Svizzera a discutere sugli assetti post-bellici, o avevano semplicemente continuato le loro occupazioni, per poi svegliarsi “resistenti”?

Già l’Ariosto aveva osservato indispettito che, con l’avvento delle armi da fuoco, l’eroismo dei “cavalieri antiqui” andava perso dinanzi alla callida premeditazione degli artificieri. Oggi, questo è niente rispetto alle auto-bombe nei mercati, alle bombe atomiche,  all’ “hair trigger alert”, ai droni assassini…Se poteva dirsi eroico un combattente individuale omerico, che, come Achille o Ulisse (o anche Stargaard o Cù Chùlainn), affrontava da solo decine o centinaia di nemici, non così si può dire di un operatore che, da una base di Stoccarda, stermina coi droni intere famiglie in Medio Oriente standosene tranquillamente seduto a una consolle.

Che non si tratti più (almeno nei Paesi altamente sviluppati) dello stesso tipo di eroismo che caratterizzava gli eroi classici (per esempio, in Medio Oriente, la situazione è ancora simile a quella di allora) non cambia molto circa le qualità umane necessarie per la sopravvivenza di una società in generale.

Lord Byron a Missolungi

1.L’eroismo oggi

Anche oggi, c’è un eroismo: quello giustamente esaltato dei medici, degl’infermieri e dei volontari, ma anche quello di chi, anche nel cuore dei meccanismi infernali ideati dalla tecnica, ha la determinatezza, le capacità e il coraggio di fermarle, come Vanunu, Petrov, Assange, Snowden e Manning.  Nessuno invece celebra questi moderni eroi, che, o muoiono abbandonati da tutti come Petrov, o passano lunghi anni di prigionia come Vanunu, Manning e Assange, o sono costretti all’ esilio come Snowden. Proprio in questi giorni assistiamo al silenzio assordante dei media sul processo ad Assange. Un eroismo forse più cerebrale, addirittura interiore, come la figura dell’ eroe in Jung.

Per questo, credo che l’Europa debba tornare a valorizzare molte fra le sue più importanti fonti culturali, come l’Iliade, l’Odissea,  il Beowulf, la Laudatio Novae Militiae, i poemi cavallereschi, i romanzi di Walter Scott e di Sienkiewicz, la Paideia di Jaeger;  le mura di Troia, i monumenti delle Termopili e di Maratona, il Limes, Santa Croce, Les Invalides, lo Hösök Tere, il monumento della Vittoria di Volgograd, la piazza delle croci a Vilnius, che ricordano tutti, sotto angolature diverse, le virtù guerriere degli Europei.

Gli Achei sotto Troia

2.  Il “vero” spirito dell’ Ellade antica

Nessuno è riuscito a definire in modo univoco e convincente la “natura” della grecità: una civiltà che, nell’ arco di 5.000 anni, ha espresso società estremamente diverse. Dalla pacifica civiltà egea all’ opulenta talassocrazia cretese; dai signori della guerra micenei all’ agreste Ellade di Esiodo; dalla corrusca Sparta alla raffinata Ionia; dalla repubblica ateniese alla tirannide siracusana; dell’ ideocrazia di Pitagora alla monarchia di Filippo; dall’impero universale di Alessandro ai regni greco-orientali dei Diadochi; dall’ellenofilia dei Romani alla patristica orientale; dall’ Impero d’Oriente all’apostolato degli Slavi; dalle guerre d’indipendenza alla monarchia; dai colonnelli all’Unione Europea.

Anche le “letture” che se ne diedero nell’ Europa Occidentale nel corso dei secoli furono le più svariate: dai “Graeculi” dei Romani ai “Rhomaioi” dei Bizantini; dal neo-platonismo fiorentino al biblismo protestante; dalla visione apollinea di Winckelmann a quella dionisiaca di Nietzsche; dalla Grecia “ariana” di Hitler  a quella “democratica” di oggi.

Pur non potendomi evidentemente qui addentrare in queste controversie (per la quale rimando alla versione online di “10.000 anni d’identità europea”, appena pubblicata), osservo che, a mio avviso, la visione più falsata è proprio la più recente. Credo infatti che la cultura greca sia, fra tutte, la più critica del principio democratico. Non si trova in tutta la storia della letteratura greca antica (ma nemmeno romana) neppure un autore che elogi apertamente la democrazia. Perfino il famoso discorso attribuito da Tucidide a Pericle in onore dei caduti nella Guerra del Peloponneso, e che Giscard d’Estaing avrebbe voluto citare in exergo alla Costituzione Europea, contiene, come ben messo in evidenza da Luciano Canfora, molti elementi di reticenza. Pericle non è stato il fondatore della democrazia, bensì sostanzialmente l’anticipatore di Augusto e dell’impero romano. “Princeps”, il titolo di Augusto, è la semplice traduzione del  “Protos anèr”, il “Primo uomo”: la prima fase dell’ evoluzione imperiale, e l’erede del contemporaneo termine greco “tyrannos”, che non era affatto dispregiativo, bensì la semplice traslitterazione del “seren” anatolico, che, a sua volta, altro non sarebbe se non una volgarizzazione dello “Šarru Šarrani”, il re assiro-babilonese. E, dopo Pericle, verrà Alessandro, che si credeva addirittura un faraone e un’incarnazione di Amon Ra.

L’antica costituzione europea

3. La Grecia antica, quintessenza dell’ Antichità

Certamente, il modo di vivere e di pensare degli Antichi era diverso dal nostro, e non sarebbe oggi accettabile. La distruzione di Troia, quale descritta ne “Le Troiane” è il prototipo della “debellatio” antica: dai costumi del primitivo popolo di Yamnaya alla distruzione di Cartagine: passare a fil di spada i maschi, anche bambini, e fare schiave le donne. Per altro, nelle “Guerre del Signore” della Bibbia si fa ancora di peggio. Gli eroi omerici ritengono normale spartirsi le prigioniere ridotte a schiave, in proporzione al loro rango dinastico; Ulisse bastona Tersite perché, non essendo re, ardisce esprimere opinioni personali in assemblea; Ulisse e Oreste, al ritorno in patria, fanno strage di loro concittadini ribelli; equanimemente, gli Spartani massacravano gl’iloti così come, gli Ateniesi, i Meli; gl’Israeliti, i Cananei, e, i Romani, i Galli.

Quanto poi alle diverse voci della cultura greca antica, nessuna ha preso radicalmente congedo da quel duro substrato arcaico: Ippocrate esalta gli “autonomoi”, vale a dire i guerrieri possidenti, non già il popolo; Erodoto (ionico) sostiene che la democrazia è stata imposta , agli Ioni, dai Persiani (che la respingono  come inadatta a se stessi), per  garantirsi la loro arrendevolezza; Socrate sostiene il governo degli esperti, e Platone quello del “re filosofo”; Aristotele pensa che gli uomini si distinguano per natura fra liberi e schiavi, che la schiavitù derivi dalla resa dei guerrieri vinti,  i quali così dimostrano la loro inferiorità morale. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.

Nonostante tutto questo, le Guerre Persiane sono state da sempre la vera base storica della cultura europea: per Eschilo e Federico Chabod sono l’inizio dell’idea di Europa; sono il momento dell’inizio della riflessioni filosofica e politica greca; sono la premessa storica per le guerre egemoniche fra i Greci e per la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro. Sono il modello della contrapposizione fra Roma e l’ Egitto di Cleopatra e per le Crociate, sulle cui esigenze furono ricalcati i progetti di integrazione europea di Dubois, Podiebrad, Saint Pierre, Mazzini e Coudenhove-Kalergi. Possiamo non condividere al 100% questa veneranda impostazione, ma non possiamo certo costruire l’ Europa di oggi sull’ignoranza della stessa.

Oggi, le Guerre Persiane vengono usate (a mio avviso abusivamente, come prototipo della lotta fra Est e Ovest, fra “autocrazia” e “Democrazia”, fra “laicità” e “fondamentalismo”, perfino fra Grecia e Turchia). Basti pensare al celeberrimo film americano ”Trecento”. La scottante realtà  è invece che buona parte delle idee della Modernità derivano più dall’ Impero Persiano che non dall’ antica Grecia. Dall’imposizione della democrazia alle città ioniche da parte del generale persiano Mardonio, all’idea mazdea ed achemenide della guerra santa fra il Dio del Bene e il Male Assoluto, per fondare un millennio di pace,  passando poi all’ idea del Salvatore, della “Fortuna Principis”, del potere sacerdotale, del regno universale, del libro sacro onnicomprensivo, fino all’ idea della “Quinta Monarchia” iberica e poi americana e della Fine della Storia. Questo non fa che confermare che le Guerre Persiane sono ancora al cuore dell’ identità europea; quindi, come minimo, non si può non parlarne. Soprattutto oggi, quando lo stesso Fukuyama ha riconosciuto la fine della Fine della Storia, e sostiene un regno di Fiducia per capace di contrastare il Post-Umanesimo.

Solo che, almeno a mio avviso, l’Identità Europea è tutt’altro che semplice, o, addirittura, manichea: essa s’identifica con la Dialettica dell’ Illuminismo, che è una dialettica dell’ ambiguità.

Le lingue classiche come lingue veicolari dell’ Europa

4.Pàtrios Politeia e Antica Costituzione Europea

La primitiva costituzione ateniese, chiamata “pàtrios politèia”, l’Europa l’ha sostanzialmente ereditata e conservata per tutta la sua storia, tant’è vero che ancora Tocqueville la chiama “l’Antica Costituzione Europea”, dalla cui decadenza egli vede tanti problemi. Di qui il concetto, irrealizzato ancor oggi, di una “Costituzione Europea”, ispirata al  “principio di sussidiarietà”, che è il più coerente con l’idea di una dialettica: ciascuno svolge, in una società complessa come quella europea, il ruolo per cui è vocato : e, come ci dimostra la nostra quotidianità,  è già tanto se riesce a svolgere almeno quello.

Questa impossibilità della Costituzione Europea dimostra la forza degli elementi che ad essa vi si oppongono.

Ciò che gli antichi autori difendevano con il termine “Politèia” (Res pubblica) era, in realtà un “regime misto”, in cui avrebbero dovuto prevalere i “cittadini” con patrimoni medi (oggi diremmo la “piccola aristocrazia”, i Romani “equites”, e nel Medioevo la “gentry”, la “Szlachta”), ostile tanto alla plutocrazia quanto alla demagogia popolare (oggi diremmo “populista”). La situazione ideale era quindi quella dell’impero (alessandrino, romano o germanico), che teneva a freno le ambizioni, tanto dei magnati, quanto della plebe.

Ismail kadaré:Eschilo l’eterno perdente

4.Grecia antica e Romeossìni

Per ciò che concerne l’oggi, l’antica Grecia dovrebbe dunque ricordarci l’importanza, per la Città, da un lato,  dell’eccellenza, nelle sue varie forme (solidità di carattere, coraggio civico, educazione familiare, dedizione alla cultura, virtù positive, patriottismo, sano spirito di competizione), e, dall’ altra, dell’equilibrio, necessario per governare una realtà plurinazionale complessa.

Tutto ciò premesso, l’ Europa dovrebbe guardarsi dai riflessi pavloviani della propaganda che abusa delle reminescenze classiche. Anche i popoli delle steppe e l’Euro-Islam costituiscono una parte integrante ed essenziale della storia dell’identità europea, e balcanica in particolare, e, di conseguenza, occorre evitare di opporvisi “a prescindere”.

D’altra parte, il grande musicista greco Theodoràkis, per indicare la sua identità nazionale, si riferiva non già alla Grecia, bensì alla grande comunità culturale bizantino-ottomana: “I romeossìni mu”.

Al Salone del Libro di Torino del 2019, la Casa Editrice Alpina e l’ Associazione Culturale Diàlexis avevano presentato, tra l’altro, l’opera collettiva Es Patrìda Gaian (a cui avevano collaborato luminari di tutta Europa, fra cui la  specialista dell’ Unione Europea Catherine Vieilledent Monfort, lo storico turco della cultura Irvin Şik  e la latinista, decana dell’ Università di Atene, Stella Priòvolu), in cui si dibatteva del ruolo delle lingue nel futuro dell’ Europa dopo la Brexit.

Come si prevedeva, l’Unione, dopo l’uscita dell’ Inghilterra, non solo non ha diminuito il ruolo dell’ Inglese quale lingua veicolare, ma addirittura l’ha accresciuto, con la Presidente della Commissione che, pur essendo tedesca e nata a Bruxelles, si esprime normalmente in Inglese, anziché in Francese o in Tedesco.

Questa prassi non ha alcuna base normativa nell’ Unione, perché tanto l’Irlanda, quanto Malta, hanno registrato nella UE, quale lingua ufficiale, la loro lingua nazionale, vale a dire, rispettivamente, il gaelico e il maltese. Capiamo benissimo che esistano potenti forze politiche per forzare la situazione, ma a queste forzature va opposto un discorso altrettanto politico: Brexit ha non soltanto tolto la base giuridica per l’uso dell’Inglese, ma ha anche squalificato l’egemonia dell’anglosfera sull’ Europa. Almeno a medio termine, avrebbe senso riesaminare l’uso moderno delle lingue classiche (sulla falsariga dell’Ebraico, dell’Arabo Classico e del Sanscrito), come alternativa all’ egemonia culturale dell’Inglese.

LETTERA APERTA A MARIO CALDERINI

L’istituto italiano per l’intelligenza artificiale deve divenire europeo

SULL’ISTITUTO ITALIANO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Professor Calderini,

Mi permetta di congratularmi per il fatto che finalmente qualcuno con un diritto di tribuna sulla grande stampa abbia finalmente avuto il coraggio di dire ciò che Lei ha detto nella sua intervista a La Repubblica sull’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che è totalmente in linea con quanto noi andiamo scrivendo da anni, e, con particolare insistenza negli ultimi mesi, nei nostri libri (All.1 e 2) e blog (All. 3 e 4; http://www.alpinasrl.com), e nella corrispondenza con i vertici dell’Unione Europea, del Governo , degli Enti Locali e della società civile .

Concordo innanzitutto con Lei sul fatto che un richiamo generico alla “Ricerca e Sviluppo” non costituisce una risposta adeguata alla decadenza economica, culturale e sociale dei nostri territori. L’unica differenza è che, a mio avviso, quest’equivoco esiste non soltanto a Torino, ma in tutta Italia e  nell’ Unione Europea.

Condivido, poi, il principio di base: “gli investimenti in ricerca e innovazione creano sviluppo, a certe condizioni”. Queste condizioni sono, a mio avviso:

-che si sappia quale sviluppo si vuole promuovere;

-che si ricerchino quelle conoscenze e risultati che servono per promuovere lo sviluppo di cui sopra;

-che le risorse scarse disponibli vengano razionalizzate e controllate;

-che esistano nel territorio soggetti atti a trasformare i risultati delle ricerche in concreti strumenti di “leverage”economico, di reddito e di benessere;

-che i risultati della ricerca siano gestiti in modo economico e legale, impedendone un abuso da parte dei concorrenti;

-che il regime di proprietà, di controllo e di distribuzione dei profitti sia coerente con il modello socio-politico perseguito.

Purtroppo, non solo a Torino, ma ovunque in Europa, queste condizioni mancano, sì che gl’investimenti in ricerca e sviluppo sono stati fino ad ora un semplice  spreco, come molti manager hanno addirittura teorizzato, spacciando per ricerca e sviluppo cose che con questa non c’entrano nulla, come per esempio la creazione di lucrative sinecure, oppure attività di disegnazione o ingegnerizzazione poi rivendute, in varie forme ,dirette o indirette, per fare cassa o acquisirsi meriti, ai concorrenti esteri. Nella mia lunga attività passata come manager torinese ed europeo, sono venuto in contatto in molti casi con quest’atteggiamento aberrante, a cui però, applicando rigorosamente le regole, ho dimostrato che  si può ovviare.

Per ora i fini della transizione digitale coincidono con la Singualarity di Ray Kurzweil

1.L’ignoranza circa i fini

Con la Sua intervista, Lei ha posto poi, giustamente, la questione d’individuare una strategia adeguata per fare, degl’investimenti in R&D, e, in particolare, dell’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, uno strumento per ottenere ricadute economiche sul territorio del Piemonte, e, in tal modo, per arrestare l’ormai pluridecennale decadenza.

Nell’ Italia del Dopoguerra, vi erano imprenditori (non molti, per la verità), come Olivetti e Mattei, che perseguivano obiettivi chiari, onesti e in linea con i tempi: uno sviluppo industriale armonioso in un contesto sociale e di sovranità nazione ed europea. Nello stesso tempo, il Governo aveva tentato, con il Piano Economico Nazionale, di imprimere una direzione unitaria ai nuovi investimenti, che allora si sarebbero dovuti concentrare sul Mezzogiorno, Sappiamo che fine hanno fatto Olivetti, Mattei e il Piano

Oggi, non basterebbero neppure più i programmi di Olivetti, Mattei e Saraceno, che, come Lei ha detto alla Repubblica, sembrerebbero comunque  più adatti agli Anni Ottanta che alle sfide del presente.

Oggi, infatti, l’economia mondiale è diretta dall’ informatica, come hanno rivendicato orgogliosamente Schmidt e Cohen nel loro “The New Digital Age”. Echelon. Prism e le intelligence dell’ Est permettono ai Big Data dell’ Intelligence Community di conoscere e orientare tutti i trend culturali, militari, politici, economici, tecnologici e sociali del mondo; i GAFAM e i BATX dirottano tutta la parte del PIL mondiale eccedente la mera manutenzione del capitale investito verso i paradisi fiscali, everso  una crescita interna dei GAFAM esponenziale che blocca l’ accesso a qualsiasi “new entrant”; prendono in appalto servizi pubblici essenziali come la difesa e la sanità; controllano Stati, organizzazioni internazionali e socoetà. Come hanno rilevato preoccupati la Commissaria Vestager e il Commissario Gentiloni, il controllo dei GAFAM sull’economia si è ancora rafforzato grazie al Covid e alle conseguenti crisi del lavoro in presenza, della ristorazione e della distribuzione tradizionale. Non è un caso che gli unici ad assumere, anche nella nostra Regione, siano oggi Apple, Google ed Amazon, ovviamente in ruoli ancillari delle loro strutture.

Il nostro lòibro “Torino, Capitale Europea dela Cultura”

2.Fare luce sul futuro

Chi non dispone di un proprio ecosistema  digitale autonomo non controlla la sua stessa economia.

Oggi, l’attività economica prioritaria in Europa, perché preliminare, è lo studio dei fini dell’economia. Delle imprese tradizionali  comedi quelle informatiche, ma anche e soprattutto delle imprese in generale. Cosa devono produrre: prodotti fisici, lavoro,  élites, cash, libertà, cultura? Oggi. un Paese altamente sviluppato produce innanzitutto servizi digitali (bitcoin, servizi sul web, cybrintelligence, cyberfinanza, cyberdifesa, bioingegneria), e teoricamente, potrebbe delocalizzare tutto il resto, come tentano di  fare soprattutto il Giappone, la Corea del Sud e Israele. Certo, per motivi di sicurezza o sociali, si potrebbe puntare a mantenere sul territorio una qualche produzione fisica (come vuol fare Trump), ma solo come fatto residuale. Certo, a questo ruolo di Paese altamente sviluppato, puntano in molti, sì che la concorrenza è feroce.

Inoltre, una città come Torino è evidentemente inserita in un “Sistema Europa” e in un “Sistema Italia”. Sembrerebbe illogico che Torino possedesse un ecosistema digitale che, né l’Italia, né l’Europa, posseggono. E, in effetti, sarebbe molto difficile che una qualsiasi città d’Europa pretendesse un monopolio sul digitale europeo, anche se vi sono casi di località che si avvicinano a quest’obiettivo nei rispettivi sistemi-paesi, come la Silicon Valley, Hangzhou, il Delta del Fiume delle Perle e Skolkovo.

Occorre tuttavia osservare che, come ampiamente illustrato nel libro ”European Digital Agency” (di cui Le trasmetto una versione digitale provvisoria), un tema centrale e complesso è costituito dalla strategia di avvicinamento al tanto decantato, ma ad oggi inesistente, Sistema Digitale Sovrano Europeo, di cui hanno parlato Macron e Breton. Infatti, occorre prima passare attraverso vari fasi, di ricerca, di dibattito, di lotta politica, di riforma istituzionale, di pianificazione indicativa e operativa. Queste fasi sono, anche se disordinatamente e inefficientemente, in corso. Cito come esempi:

.l’indagine Echelon;

-l’approvazione del GDPR;

-il caso  Snowden,

-Horizon 2020;

-gli IPCEI;

-Quero, Qwant, JEDI e Gaia-X;

-il Pacchetto digitale del 20 febbraio 2020 dell’Unione Europea;

-il Rome Call for AI Ethics del Vatcano ;

-le sentenze Apple e Schrems, I e II.

Julian Nida-Ruemelin, autore di “Umanesimo Digitale”

3.Una leadership italiana ed europea

Chi saprà navigare attraverso questa complessa materia acquisirà una qualche leadership (all’ inizio anche solo intellettuale) (come quelle che furono dei leaders del Risorgimento, dei fondatori delle grandi imprese piemontesi, di intellettuali legati a Torino, come Nietzsche, Gramsci, Galimberti e Olivetti, che hanno contribuito potentemente a definire i contorni di questa società  della tecnica dispiegata in cui stiamo vivendo ; cfr. libri “Torino Capitale Europea della Cultura” e “Intorno alle Alpi Occidentali”).

Torino dovrebbe aspirare proprio a questo ruolo, attraverso un’attività di studio e operativa che le permetta di creare un’élite di esperti non solo di AI, ma di Digital Economy in generale, capace di:

-sviluppare la nuova cultura umanistico-digitale;

-inserire questi temi nella dialettica politica italiana ed europea, e, in primo luogo, nella prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa;

-gettare le basi dei primi strumenti operativi per l’Ecosistema digitale sovrano dell’Europa, come l’ Accademia Digitale  Europea, l’Accademia Militare Europea, una Piattaforma Europea di e.Commerce;

-attirare a Torino coloro (intellettuali, finanzieri, politici, imprenditori, tecnici) che intendano partecipare al progetto.

Cantieri d’ Europa, il forum per discutere sul nostro futuro

4.Le iniziative di Diàlexis

Per svolgere il compito di cui al punto 3, stiamo sviluppando le seguenti iniziative:

-predisponiamo, con una serie d’intellettuali europei, un nuovo volume, dedicato all’Umanesimo digitale Europeo, di cui ha scritto Julian Nida Ruemelin;

-discutiamo, nell’ ambito dei “Cantieri Virtuali d’ Europa 2020”, queste tematiche (cfr All5).

Saremmo onorati se volesse partecipare alle nostre iniziative. A questo scopo, sarei lieto d’incontrarLa, per approfondire questa complessa materia.

La presente lettera aperta viene pubblicata sui blog “Da Qin” e “Technologies for Europe” nel sito http://Alpinasrl.com.

RingraziandoLa anticipatamente per l’attenzione,

Cordiali saluti,

Riccardo Lala

L’ISTITUTO ITALIANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: INSERIRE I CONTENUTI

Il Presidente Draghi ha invitato ad utilizzare utilmente i fondi europei

All’inizio di Agosto, al momento della candidatura di Torino a sede dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, avevamo scritto alle Autorità cittadine:

“In vista dell’attesa  Conferenza sul Futuro d’Europa, Diàlexis ha predisposto fin d’ora, come allegato al libro “European Technology Agency”, 5 proposte relative all’implementazione in senso ICT di 5 delle priorità della Commissione, da presentare nell’ambito del Movimento Europeo. Fra queste, rientrano anche un’ Agenzia Tecnologica Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’Accademia Strategica Europea e un  Distretto Digitale Italiano (All.5).Il tutto è già stato anticipato ai vertici di tutte le Istituzioni.

Con una proposta diffusa fra i soggetti coinvolti, e, in primo luogo, la Presidenza del Consiglio, abbiamo caldeggiato l’inserimento delle due Accademie fra i progetti italiani per il Recovery Fund e/o il Quadro Pluriennale 2021-2027, nell’ambito di un proposto Distretto Digitale Italiano. In particolare, stiamo sviluppando il progetto editoriale di un libro dedicato alla piattaforma europea, da collocarsi se possibile in Italia. Stiamo  anche per finalizzare un’opera collettiva dedicata all’Umanesimo Digitale.

I nostri progetti presentano un notevole grado di sinergia con il progetto d’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Digitale (raccomandazione n. 38), in particolare per ciò che concerne l’aspetto culturale dell’ intera operazione (Raccomandazione n. 3). E’ infatti nostra convinzione che il punto di partenza per una rinascita tecnologica, e, quindi, economica, dell’ Italia e dell’Europa, sia costituita da una generalizzata riqualificazione culturale (‘Up-skilling’, cfr. Raccomandazione n.16) delle nostre società, non solo dal punto della formazione professionale e della ricerca tecnologica, bensì anche da quello della riflessione culturale e della riorganizzazione della società, che ci faccia passare dall’attuale ruolo di ‘followers’ di USA e Cina, a quello di ‘trendsetters’, come auspicato dalla Commissione.

Le recentissime sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (di cui mi onoro di essere stato funzionario) nei casi C-311/18 (Schrems II) e T-778/16, e T-892/16, (Apple), dimostrano lo scollamento fra  quest’ambizione dell’ Europa di proporsi quale ‘trendsetter del dibattito globale’ e una realtà fattuale in cui le multinazionali tecnologiche possono violare impunemente tutti i sacrosanti principi ‘etici’ invocati dal diritto europeo e contenuti nell’ Appello di Roma per un’Intelligenza Artificiale Etica. Per evitare questo scollamento, occorre lavorare senza esitazioni a tutti i livelli (filosofico, politico, pedagogico, scientifico, politico, tecnologico, economico, industriale, sociale) per fare veramente dell’Europa, come promesso da tempo, ma mai realizzato, l’area tecnologicamente più avanzata, e il baluardo dei diritti digitali dei cittadini.

In questo contesto, il tema dell’ Intelligenza Artificiale,  oggetto del progetto in discussione, occupa senz’altro un ruolo centrale. Tuttavia, ogni azione in questo campo ha senso solo se collocata in un contesto internazionale (un Trattato Internazionale), una strategia europea (l’Agenzia Europea), una filosofia della scienza (Umanesimo Digitale), un sistema economico efficiente ed equo, tutte cose che oggi non si verificano, con le conseguenze che tutti vediamo, come autorevolmente certificato dalla Corte.”

Anche il Presidente Bonomi teme interventi a pioggia

a.La decisione del Governo

Ora, il Governo ha deciso. Torino sarà la sede dell’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A)  che si caratterizzerà per essere  un vero network e potrà contare  su un organico di un migliaio di persone e su un budget annuale di circa 80 milioni di euro. 

Un ruolo in questa partita l’ha giocato l’Arcidiocesi di Torino e in particolare don Luca Peyron che insegna teologia della trasformazione digitale a Milano e Torino e si occupa di “spiritualità” delle tecnologie, oltre a essere direttore della Pastorale universitaria.

Ha commentato Don Luca:“La grazia è fatta: Torino è capitale Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Un sogno, è diventata una profezia.
Ora è una promessa: una promessa al Governo che ha creduto in questo territorio, una promessa a noi stessi di essere all’altezza della nostra storia, una promessa all’Italia di essere traino per tutto il Paese e per l’Europa.

Siamo arrivati in meno di due mesi ad un risultato straordinario grazie ad un processo capace di includere, di ascoltare, di capire, di scommettere, di assumersi responsabilità.

La Vergine Maria ci doni l’umiltà necessaria per continuare a lavorare per il bene comune e mantenere queste promesse per le donne e gli uomini di oggi e di domani.

Ecco la Chiesa di Francesco, sta in mezzo alla gente, per il bene di tutti, generando processi…

Chi è rimasto alla finestra scenda in cortile a giocare con noi!”

A sua volta, la sindaca Chiara Appendino ha scritto su Facebook

“C’è lavoro. Tanto lavoro…Obiettivo dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A) – uno dei tasselli principali della strategia definita dal Ministero per lo sviluppo economico (MISE) in ambito AI – è quello di creare una struttura di ricerca e trasferimento tecnologico capace di attrarre talenti dal “mercato” internazionale e, contemporaneamente, diventare un punto di riferimento per lo sviluppo dell’AI in Italia, in connessione con i principali trend tecnologici (tra cui 5G, Industria 4.0, Cybersecurity).
I settori principalmente coinvolti saranno quelli della manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifoood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e digital humanities, aerospazio”

Don Luca Peyron, l’ideatore dell’ Istituto

b.Il nostro punto di vista

Avevamo comunicato alle Autorità il nostro, più articolato, punto di vista, e soprattutto, il timore che il nuovo Istituto si riveli essere l’ennesimo Ente inutile, attraverso un documento che rendiamo ora pubblico:

“PROGETTO: L’ITALIA QUALE AVANGUARDIA DIGITALE EUROPEA

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, ‘European Technology Agency’ e ‘European Digital Humanism’, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia.

1.Arretratezza europea

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le ‘Conferenze Macy sulla cibernetica’ subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ ‘Ideologia Californiana’. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Le Istituzioni hanno lanciato la parola d’ordine della ‘Sovranità digitale europea’, che, se presa sul serio, presupporrebbe che Stati e imprese si facessero parti zelanti per acquisire risorse (a valere innanzitutto sui fondi europei), per realizzare iniziative imprenditoriali  competitive con quelle dei GAFAM e dei BAATX. Il Presidente Macron e il Senato francese (Rapporto Longuet) avevano  sostenuto che la competenza per realizzare questi nuovi ‘Campioni Europei’ avrebbe dovuto essere comunitaria….. Purtroppo, l’ex commissario Moedas aveva  risposto che la Commissione non intendeva promuovere quelle attività, ma che, se la Francia e la Germania volevano, erano libere di farlo, e la presente Commissione non ha detto nulla di diverso. Ora, Francia e Germania si stanno sforzando di coprire, in ossequio a quell’ impostazione, con iniziative come Qwant, JEDI e Gaia-X, l’insieme di queste attività, con la speranza di farle diventare dei veri ‘campioni europei’, ma si tratta ancora d’iniziative modeste e parziali, senz’ alcuna ricaduta durevole, e senza una partecipazione italiana.

Di fronte a questa situazione, osservo che, già anche soltanto a tavolino, vi sono sufficienti spazi liberi da colmare, non ancora coperti, neppure parzialmente,  dalle iniziative franco-tedesche. In particolare, l’Italia potrebbe candidarsi per tre iniziative già auspicate dalle Istituzioni, e mai portate a termine: l’accademia digitale; l’accademia strategica; la piattaforma di e-commerce e/o di  web marketing. In ogni caso, visto l’attuale imponente dirottamento di profitti e d’imponibile fuori dell’Europa grazie al gioco congiunto dei GAFA e dei paradisi fiscali, si tratterebbe di una provvidenziale forma di ‘import substitution’, seppure  sui generis.

L’iniziativa potrebbe risultare  sinergica ad altre, altrettanto necessarie e urgenti, nel campo dell’ acquisizione di competenze e dell’ ‘upskilling’ dell’ intera società italiana, rilanciando la tradizione di Adriano Olivetti.

2.La svolta del 21 luglio 2020

Liberismo, politica della lesina, vincoli comunitari, hanno costituito fino ad oggi in Europa degli ottimi pretesti per non fare nulla d’impegnativo, in particolare nel settore digitale.

La  vicenda del Coronavirus e degli Eurobond, oltre che le sentenze della Corte di Giustizia nelle cause  ha segnato  tuttavia una svolta. Oggi è una ‘communis opinio’ bipartisan che:

-l’economia europea è ormai giunta al suo punto più basso;

-le politiche di austerità seguite fino ad ora non sono state soddisfacenti;

-occorre fare investimenti produttivi, capaci di generare profitti, redditi, posti di lavoro sempre più qualificati e di sconfiggere la concorrenza internazionale;

– la parola d’ordine è ‘spendere al meglio i fondi europei’.

Il progetto che proponiamo  è quello di fare  dell’ Italia un centro qualificato di sviluppo della cultura digitale europea, con un programma a medio termine (pari alla legislatura 2021-2027 e al coevo Quadro pluriennale dell’ Unione), partendo dalle fasi più urgenti e più semplici (2021-2023), per poi passare a una trasformazione complessiva della nostra società, basata sempre sul ‘reskilling’ digitale.

La distinzione fra fase di recupero dalla pandemia e fase di rilancio dell’economia qui non si può mantenere al 100%, in quanto vi è tutta una fase d’interiorizzazione delle competenze, che non presenta costi rilevanti, ma dev’essere superata subito.

(a)L’accademia digitale.

Come detto in molte sedi, il principio di base che governerà le politiche economiche in Europa nei prossimi anni sarà quello di spendere bene i fondi europei.  Cosa che non è affatto garantita, a causa delle molteplici contraddizioni delle nostre società, a cominciare dalla stessa costruzione europea.

L’economia, e, ancor di più, la geopolitica, si giocano oggi in gran parte sulla capacità di usare il digitale come strumento competitivo sui mercati mondiali: Google contro Baidu; Amazon contro Alibaba; Silicon Valley contro Shenzhen.

Orbene, la Commissione Europea sostiene che, grazie al GDPR, l’Unione Europea avrebbe creato un sistema digitale identitario europeo, che  dovrebbe costituire un modello per tutto il mondo. In realtà, come hanno messo in evidenza due recentissime sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (quella contro Apple e quella contro Facebook), l’enorme apparato burocratico posto in essere da una ventina di anni dall’ Unione Europea è un semplice castello di carte, che non serve a nulla salvo che a penalizzare le imprese europee rispetto alle loro concorrenti extraeuropee. Infatti, mentre noi in Europa siamo obbligati a circondare ogni trasmissione di dati sul web da una pletora di adempimenti burocratici che non sono richiesti ai nostri concorrenti (e che in realtà  non costituiscono alcuna protezione effettiva per i cittadini), poi l’insieme di questi dati viene trasmesso in tempo reale alle multinazionali , le quali sono tenute per la legge americana a metterli a disposizione senza indugio alle 16 agenzie d’intelligence. Che, in tal modo, hanno schedato tutti gli abitanti e le imprese europei, traendone enormi vantaggi tecnologici, politici e commerciali, oltre che militari, che rafforzano la nostra dipendenza. La Commissione si trova ora dinanzi all’ immane problema  d’immaginare una formula giuridica (diversa da quelle già bocciate dalla Corte di Giustizia) per  far rispettare il GDPR agli Americani e per tassare i profitti realizzati in Europa dai GAFAM….

La prova più schiacciante di quest’affermazione è costituita dal fatto che gli stessi documenti dell’ Unione che propugnano queste iniziative sono cosparsi di sconsolanti constatazioni circa la decadenza inarrestabile dell’ Europa (basti pensare alla strategia industriale del 2017 e allo studio del 2020 dell’ EPRS sulla sovranità digitale).

Di fronte a questa situazione, facciamo due osservazioni:

-già anche soltanto a tavolino, vi sono sufficienti spazi liberi da colmare, non coperti dalle iniziative franco-tedesche;

-uno dei principali motivi dei fallimenti franco-tedeschi è ch’ essi mancano di spessore teorico, in quanto, l’assenza settantennale dell’Europa dalle grandi tecnologie e la dipendenza tecnologica europea verso i GAFAM hanno annientato il ceto degli imprenditori digitali, e soprattutto l’ambiente dei pensatori originali e indipendenti.

Per questo motivo, l’Italia potrebbe candidarsi per tre iniziative già auspicate dalle Istituzioni, e mai portate in porto:

-l’accademia digitale;

-l’accademia strategica;

-la piattaforma di e-commerce e web marketing.

L’accademia digitale costituisce una premessa logica per le altre iniziative, perché dovrebbe permettere di riunire intorno a un progetto comune tutte le competenze, culturali e scientifiche, geopolitiche e sociologiche, economiche e tecnologiche, imprenditoriali e professionali, necessarie per la creazione di un ecosistema digitale europeo, ovviando così alla carenza di spessore culturale delle iniziative precedenti. Il meccanismo per la creazione dell’accademia dovrebbe essere quello usato a suo tempo da La Pira per la creazione dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e da Sariusz-Wolski per la creazione della sede di Natolin del Collegio d’Europa: le autorità locali sponsorizzano l’iniziativa, canalizzando fondi locali, nazionali ed europei.

Sono in corso discussioni per il distaccamento di corsi d’informatica del Politecnico di Torino presso l’ ICO VALLEY di Ivrea. La nostra proposta mirerebbe a fare di quest’iniziativa qualcosa di più ambizioso, mirante a conseguire due obiettivi:

-da un lato, allargare quella che già esercita il Politecnico, come strumento di cultura e di arricchimento del territorio con le vere e proprie attività accademiche e il loro indotto;

-dall’ altro, costituire una base concettuale su cui investitori, Istituzioni, Imprese, possano costruire iniziative più avanzate ed ambiziose, accedendo anche ai relativi fondi europei.

Soprattutto, i corsi e le attività di ricerca non dovrebbero indirizzarsi a una platea locale, bensì coinvolgere, come l’ IUE e il Collegio d’ Europa, tutti gli Europei.

(b)L’Accademia Strategica Europea

Anche dell’Accademia Strategica Europea si era parlato in varie occasioni , ma poi non se ne era fatto nulla, in assenza di una Politica Estera e di Difesa dell’ Europa. A questo punto, sarebbe probabilmente utile provare a invertire il processo logico, creando prima le competenze, per poi supportare il cammino ideativo della Politica Estera e di Difesa Comune. Infatti, come ha rilevato il Presidente Macron, esiste un gap concettuale, nel mondo politico europeo, circa le esigenze della politica di difesa, anche questa, delegata sostanzialmente agli USA, e perdendo, così, le competenze nel campo dell’analisi geopolitica, delle nuove tecnologie, dalla programmazione strategica, del rapporto civile-militare.

Occorrerebbe porre una molto maggiore attenzione alle culture di tutte le grandi aree del mondo, in cui rientrano scacchieri fondamentali come i Mari della Cina e il Medio Oriente, all’impatto di nuovi fattori come la militarizzazione dello spazio, i satelliti quantici e i missili ipersonici, i Big Data, la Cyberguerra, la concorrenza fra le grandi potenze per le tecnologie…

Un armamentario così complesso e sofisticato avrebbe senso solo per una platea più vasta del solo Esercito Italiano.

Anche qui varrebbero le stesse considerazioni fatte per l’Accademia Digitale Europea, con la quale vi sono molte sinergie. Altre sinergie, se non di più, vi sono con la Scuola di Applicazione, che potrebbe essere l’alveo entro cui collocare la nuova Accademia.

(c)Piattaforma europea di e.commerce e web marketing

Sempre in simbiosi con i due progetti di cui sopra, si potrebbe riprendere , come proposto dalla Vice-Presidente di Confindustria Beltrame, la creazione di una piattaforma dedicata all’e.commerce e al web marketing. La proposta nasce dalla constatazione dell’incongruenza, per un Paese esportatore come l’ Italia, di non disporre di una propria piattaforma web dedicata, specie in un momento, come quello presente, in cui, a causa della pandemia, il traffico dell’ e-commerce e del web marketing è aumentato a dismisura.

A parte il sospetto, che sempre c’è in questi casi, che questa carenza dai orchestrata dai concorrenti, vi è certo il problema che una piattaforma troppo specializzata è comunque debole, sicché, per poter disporre di un’utenza abbastanza vasta, occorre allargare l’operatività della piattaforma a materie confinanti. Per esempio, il marketing di tutti i prodotti europei, il marketing turistico e delle industrie culturali, la promozione del territorio, delle sue eccellenze e della sua cultura.

La piattaforma potrebbe crescere a latere dell’accademia del digitale, e costituire anche un ambito di sperimentazione per la stessa.

3. Le ricadute sul territorio

Secondo una leggenda metropolitana, l’industria digitale non creerebbe sufficiente occupazione, e, anzi, avrebbe effetti negativi sull’ ambiente sociale circostante. Sta succedendo in America nella West Coast, dove i pochi privilegiati venuti per lavorare nella Silicon Valley hanno reso la vita difficile agli abitanti originari, soprattutto a causa dell’aumento del costo della vita. Questo accade però se l’introduzione  dell’ industria digitale avviene senza un piano preordinato, e, soprattutto, se non si guarda all’ aspetto geopolitico.

Intanto, le grandi piattaforme americane e cinesi hanno da 30.000 a 100.000 dipendenti, che è già una bella cifra, a cui va aggiunto l’indotto, diretto e indiretto. Infatti, intorno a queste attività è destinato a svilupparsi tutto un mondo di piattaforme e servizi “satelliti”, e comunque il personale di questo tipo di aziende dispone di una capacità di spesa notevole, che non può non influenzare l’economia locale.

Ma, ciò che più conta, la nascita di vere e proprie grandi imprese digitali non avviene mai nel vuoto. Anzi, deve avvenire all’ interno di un intero processo di “upskilling”, nel corso del quale tutta la società viene accompagnata verso nuovi tipi, digitalizzati, di attività. Si incomincia con la cosiddetta “Industria 4.0”, nell’ambito della quale si dovrebbe realizzare una generalizzata trasformazione dei lavoratori in operatori digitali. Ma si dovrebbe continuare con trasformazioni capillari anche di attività tradizionalmente labour intensive o intellettuali.

Ma, soprattutto, l’introduzione di attività digitali avanzate va visto, nel nostro caso, come una forma di “import substitution”. Infatti, nella nostra situazione attuale non è che introdurremmo la digitalizzazione là dove essa non c’era. Al contrario, noi creeremmo imprese torinesi o italiane per svolgere un’attività che attualmente viene svolta da Amazon, E.bay o Alibaba, e i cui profitti non si riescono a tassare per la nota vicenda della web tax. Perciò. L’effetto positivo sarebbe costituito innanzitutto dal mancato trasferimento di utili e d’imponibile.

In ogni caso, il piano di finanziamenti appena approvato, dovrebbe servire proprio per finanziare nuove attività che permettano di rilanciare l’economia dei territori, non solamente recuperando il terreno perso per effetto della pandemia, bensì anche creando nuove opportunità di utili e di reddito. L’Italia  è chiamata  a  fare proposte e a richiedere fondi. Soprattutto in un contesto, come quello presente, in cui l’oculata utilizzazione farà oggetto di un controllo da parte dell’ Europa.Orbene, quale utilizzo più appropriato che non realizzare obiettivi conclamati dall’ Europa come propri? “

Abbiamo richiesto alle Autorità di essere ricevuti per discutere l’insieme di queste proposte.

Il Collegio d’Europa di Natolin, fermamente voluto dall’ Onorevole Sariusz-Wolski

c.Torino Capitale Europea della Cultura

Nel frattempo, la Sindaca Chiara Appendino ha deciso di candidare Torino a Capitale Europea della Cultura per il 2033. Un vecchio progetto, per il quale ci eravamo battuti per anni, tra l’altro con:

-la creazione del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Europea della Cultura;

-la pubblicazione di ben due libri per l’argomento.

 Ho perciò scritto alle Autorità cittadine:

“Nella mia veste di presidente dell’Associazione Culturale Diàlexis, e, in particolare, di coordinatore del Comitato della Società Civile per Torino Capitale Europea della Cultura (raggruppante una cinquantina di associazioni di Torino e provincia, che figurano nel frontespizio di “Torino snodo”), avevo supportato,  dal 2010 al 2012, la giunta Fassino, e, in particolare, l’Assessore Alfieri e il Dott. Bagnasco, nello studio preliminare della candidatura per il 2019,  facendomi parte zelante per l’organizzazione di:

-una bozza di atto di candidatura;

-alcune manifestazioni pubbliche, per lo più presso la sede del Comune, ma anche e soprattutto  presso il Circolo dei Lettori, dedicate a discutere con esperti e con la società civile i vari aspetti della candidatura.

Soprattutto, avevo pubblicato, presso la Casa Editrice Alpina, due studi sull’ argomento: ‘Torino Capitale Europea della Cultura?’ (2010) e ‘Torino, snodo della cultura europea, Piano di offerta culturale 2011-2021’, che Vi invio in allegato All. 1 e 2).

Inoltre, come già espresso in quell’occasione, credo che la candidatura di Torino non possa prescindere, a causa dell’emergere di sempre nuove problematiche, che, nel 2033, saranno divenute particolarmente acute:-dal riordino delle vocazioni culturali della Città, in particolare nella direzione  dell’umanesimo digitale, cosa di cui le Istituzioni stando dando atto con l’iniziativa relativa all’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale. Anche a questo proposito abbiamo diffuso  all’inizio di Agosto il libro ‘European Digital Agency’, che illustra le proposte già fatte alle Istituzioni europee e alla società civile per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, in particolare per ciò che concerne le iniziative che potrebbero essere localizzate a Torino…..

Al fine di non disperdere, e, anzi, di recuperare, a favore della nostra Città, gli enormi sforzi sostenuti in quell’ occasione, saremmo grati alla Sindaca e a tutti i destinatari della presente se potessero convocarci per ascoltare le nostre esperienze e proposte. Nel contempo, siamo a Vostra disposizione per fornirVi tutte le informazioni e la documentazione raccolta ed elaborata, nonché quella relativa a Fiume Capitale Europea della Cultura, manifestazione attualmente in corso.

Infine, saremmo lieti di organizzare, nell’ambito del Salone Virtuale del Libro 2020 (cfr. Allegato n 3), che stiamo mandando avanti a dispetto della pandemia, un webinar dedicato alla candidatura, a cui saremmo onorati se potessero partecipare le Autorità cittadine ed esponenti della società civile. Chi è interessato, è pregato di segnalarcelo, indicando anche la propria disponibilità a partecipare, e le date preferite.

Infine, va da sé che saremo sempre disponibili per mobilitare come allora un movimento indipendente di cittadini a sostegno della candidatura, da coordinarsi con le Autorità.”

Teilhard de Chardin, il controverso gesuita padre del postumanesimo

d. Non perdiamo un’occasione preziosa

Tutti   questi nostri interventi sono stati basati sulla preoccupazione che, come affermato da autorevoli personaggi fra i quali il Presidente Draghi e il Presidente Bonomi, tutti questi sforzi volontaristici non si traducano in un miglioramento concreto della situazione culturale, umana, politica, economica e sociale, né dell’ Europa, né dell’ Italia, né di Torino, tutte duramente colpite ormai da decenni da un declino generalizzato rispetto al resto del mondo. Manca, infatti, una strategia complessiva per arginare questo declino, che passi attraverso le sue ragioni storico-filosofiche, le carenze strutturali, la progettazione di un’alternativa, la concentrazione sulle priorità.

Abbiamo preso atto, anche in precedenti post, che si sta riscontrando un rapido avvicinamento delle posizioni ufficiali a quella che sarebbe una visione realistica del problema. Si  è passati, in un decennio, dall’apologia auto-referenziale di un presunto superiore benessere e giustizia sociale dell’Italia e dell’ Europa, a una seppur superata logica redistributiva per ovviare alle principali carenze, poi al riconoscimento della  necessità di sostenere le attività produttive, passando  per l’addolcimento, attraverso il Quantitative Easing, del dogma monetaristico che tanto male ha fatto all’ Europa, per poi giungere,  grazie al Covid-19, a una forma di neo-keynesismo, che va, attualmente, ancora  aprendosi a un’idea di ‘Stato Innovatore’, e che potrebbe perfino giungere  ad ammettere che la digitalizzazione è la chiave di volta per la rinascita delle nostre società.

Mancano però ancora alcuni passi importantissimi:

-il riconoscimento del carattere civilizzatorio (e drammatico) del dibattito sulla digitalizzazione;

-la necessità della centralizzazione a livello europeo, o, almeno, nazionale, delle vitali scelte in questa materia;

-l’urgenza  di un dibattito pluralistico e alla pari, che non dia per scontato l’oltranzismo post-umanistico di Teilhard de Chardin e di Kurzweil, ma permetta anche di esprimersi  a un Umanesimo Digitale critico sulla falsariga di MacLuhan e Nida-Ruemelin, e, concretamente, delle sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia delle Comunità Europee.

In una fase politica dominata, non solo in Italia, ma in Europa, da preoccupazioni elettorali, una classe politica che si pretende europeistica non sarà in grado di mobilitare le energie intellettuali e morali dell’Europa contro le tendenze disgregatrici se non facendo leva su quelle minoranze che sono concretamente impegnate nella ricerca e nel dibattito sulle soluzioni per superare l’attuale impasse. Se non dimostrerà un maggiore impegno in queste direzione e una maggiore indipendenza nei confronti dei GAFAM, non potrà essere presa sul serio, lasciando agli Euroscettici tutto lo spazio politico.

Mentre ribadiamo perciò ovviamente la richiesta di essere ricevuti per illustrare il complesso esito delle nostre più che decennali ricerche su questi temi e per proporre concreti contenuti, tanto per l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, quanto per la candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura, proseguiamo con i nostri “Cantieri Virtuali d’ Europa” per mantenere vivo l’interesse dell’ opinione pubblica su questi temi..

Se queste non diventeranno al più presto le priorità dell’ Europa, dell’ Italia e del Piemonte, questa classe dirigente dovrà assumersene l’intera responsabilità politica.

Marshall Mc Luhan, il teorico dellav società della comunicazione,critico della rivoluzione digitale

SENZA I PROPRI COLOSSI DEL WEB, NEL 2030 L’EUROPA SARA’ COME L’AFRICA

Invece di discutere tanto sulle forniture 5 G, perchè non compriamo la tecnologia Huawei?

SENZA I SUOI COLOSSI DIGITALI, L’EUROPA DEL 2030 SARA’ COME L’AFRICA

Sono oramai molti anni che condanniamo come suicida la scelta degli Europei di continuare indefinitamente a rappresentare se stessi come i “followers” degli Stati Uniti. Una scelta sbagliata già in passato, che, con l’accelerarsi della concorrenza internazionale, ci porterà in pochi anni al sottosviluppo e al caos. Certamente, questa scelta è stata in parte obbligata, date le continue pressioni fatte sugli Europei per evitare l’emergere di una programmazione europea e di campioni europei (basti pensare all’introduzione della legislazione antitrust attraverso lo studio legale Cleary and Gottlieb, alla cessione obbligata della Olivetti alla General Electric, all’Airbus militare, agli F35 e, oggi, all’ imposizione del fondo KKK per la rete unica italiana). Tuttavia, coloro che veramente aspiravano a ctrare un ecosistema tecnologico europeo, come l Generale de Galle, hanno comunque creato, in Francia e intorno alla Francia, realtà come la Force de Frappe,il sistema missilistico europeo, l’ ESA, Arianespace, Airbus e i treni ad alta velocità. Peccato che, dopo l’uscita di scena del Generale e l’entrata in forze della Cina, queste conquiste francesi e europee siano oramai divenute osolete, sopravanzate, come sono, non solo dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma anche dai nuovi aerei, missili e treni cinesi.

Vi sono tuttavia alcuni  segnali che questa consapevolezza si stia sviluppando in ambienti sempre più vasti. Intanto, e soprattutto, la Corte di Giustizia, di cui mi onoro di essere stato funzionario, ha cassato molti anni di sforzi della Commissione per salvare lo status quo con i colossi americani de web, dichiarando invalidi gli strumenti adottati fino ad ora per attuare questo compromesso: le multe per presunti aiuti di Stato, il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses. Per parte sua, il Presidente Sassoli ha preso posizione contro la scelta del Consiglio del 21 luglio di tagliare le spese di ricerca, schierandosi a fianco degli Europarlamentari che vogliono dare battaglia. Il Presidente Draghi e il Presidente Bonmi hanno ammonito l’ Italia (ma il monito vale anche per l’Europa), a non indebitarsi per misure assistenzialistiche, bensì a finanziare investimenti produttivi.

Riprendendo quasi letteralmente le parole dei nostri libri, il Commissario Breton ha annunziato su vari quotidiani europei, che, oramai, la sovranità digitale europea per i prossimi 20 anni costituisce la principale priorità della presente Commissione, prendendo finalmente atto che, nel mondo,“assistiamo a una vera e propria corsa all’ autonomia e al potere”, da cui l’Europa non può ragionevolmente astrarsi. Tuttavia, questo presupporrà innanzitutto che il Parlamento riesca veramente a rovesciare l’impostazione di bilancio data, dal Consiglio Straordinario del 21 luglio, al Quadro Pluriennale 2021-202, e, i secondo luogo, che venga condotto, dalle Istituzioni, dall’ Accademia, dalla Società Civile, e, soprattutto, nella Conferenza su Futuro d’ Europa, una trasformazione concettuale e politica dell’ Europa coerente con le parole di Breton, nel senso che:

-nel 21° secolo, senza il digitale, non è possibile nessuna politica, in nessun campo, e, in primo luogo, non nei campi per cui l’Unione si ritiene competente e che la Commissione ha indicato come proprie priorità: quindi, tutte le politiche europee debbono divenire digitali;

le sentenze della Corte di Giustizia Apple e Schrems dimostrano che l’Europa non è sovrana, bensì dipendente, nel settore digitale, come confermato dalle inaccettabili pressioni in corso da parte dell’ Ambasciata americana, sul Governo Italiano, per escludere dalla rete italiana l’unico tecnologo competenze esistente sul mercato e farvi entrare una società finanziaria avente il solo merito di essere americana;

-soprattutto, la disapplicazione generalizzata delle sentenze Schrems da parte delle Autorità nazionali della Privacy dimostra che il diritto europeo non viene preso sul serio dalle stesse Autorità, smentendo la pretesa, costantemente ripetuta dall’ “estalishment”, secondo cui l’ Europa eccellerebbe sugli altri continenti, ivi compresa l’ America, per il suo rispetto della cosiddetta “Rule of Law”, vale a dire per la sovranità del diritto;

-giacché, come scriveva Heidegger,  “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì è l’incarnazione più estrema della teologia politica occidentale, la sovranità digitale non potrà essere conseguita dagli Europei se essi non riusciranno a superare questa teologia attraverso un’intensa attività di studio e di dibattito, quale quella che stiamo promuovendo come associazione culturale europea.

Schrems è sempre più l’arcinemico di Zuckerberg

1 Ulteriori azioni di Schrems contro i GAFAM dopo “Schrems II”

“Una rapida analisi del codice sorgente HTML delle principali pagine web dell’UE mostra che molte aziende utilizzano ancora Google Analytics o Facebook Connect un mese dopo un’importante sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) – nonostante entrambe le aziende siano chiaramente soggette alle leggi di sorveglianza statunitensi, come la FISA 702. Né Facebook né Google sembrano avere una base giuridica per il trasferimento dei dati. Google sostiene ancora di fare affidamento sul “Privacy Shield” un mese dopo la sua invalidazione, mentre Facebook continua ad utilizzare gli “SCC”, nonostante la Corte abbia constatato che le leggi di sorveglianza statunitensi violano l’essenza dei diritti fondamentali dell’UE.

……Sono state presentate denunce in tutti i 30 Stati membri dell’UE e del SEE contro 101 aziende europee che trasmettono ancora i dati di ogni visitatore a Google e Facebook Le denunce vengono presentate anche contro Google e Facebook negli Stati Uniti, per aver continuato ad accettare questi trasferimenti di dati, nonostante essi siano in violazione del GDPR…..

……Le aziende statunitensi come Google, Facebook o Microsoft sono chiaramente soggette all’obbligo di fornire i dati personali delle persone nell’UE al governo statunitense in base a leggi come la FISA 702 o la EO 12.333. Essi sono addirittura menzionati nei documenti di Snowden. Nonostante la chiara sentenza della CGUE, essi sostengono ora che i trasferimenti di dati possono continuare secondo le cosiddette clausole contrattuali standard – e molte esportazioni di dati dell’UE sembrano più che disposte ad accettare questa falsa affermazione.”

…….Schrems: “Pur comprendendo che alcune cose potrebbero richiedere un certo tempo per riorganizzarsi, è inaccettabile che alcuni attori sembrino semplicemente ignorare la Corte suprema europea. Questo è ingiusto anche nei confronti dei concorrenti che rispettano queste regole. Gradualmente prenderemo provvedimenti contro i controllori e i processori che violano la GDPR e contro le autorità che non fanno rispettare la sentenza della Corte, ……

3.Che cosa vuol dire essere “followers”?

Servan-Schreiber avrebbe voluto un’industria europea alternativa a quella americana

I “followers” sono coloro che rinunziando ad effettuare ricerche in campi come il digitale, lo spazio, la bioingegneria…, accontentandosi di partecipare a progetti altrui, divengono  subfornitori dei “leaders” (come Leonardo verso la Boeing e la Lockheed). Oggi, per altro, i GAFAM retendono essersi sosituiti proprio alla Boeing e alla Lockheed nel loro rulo egmonico sull’ America e sul mondo (vedi Schmidt e Cohen, The New Digital Age).

Questa è la situazione della maggioranza degli Europei, in parte  successivamente alla II Guerra Mondiale, ma, parziamente, già nei due secoli precedenti, con la Rivoluzione Francese che ricalcava quella americana; Balbo, Goethe e List che dicevano d’imitare l’America; Meucci, Tesla, Fermi e Von Braun che si trasferivano in America e lì si facevano copiare le loro invenzioni; Mattè Trucco che si faceva consigliare da consulenti americani per imitare la Ford, e presentava la domanda di licenza edilizia per il Lingotto  facendovi espresso riferimento; l’Italia e la Germania che lanciavano la Balilla e il Maggiolino per non essere da meno della Ford T; la SNECMA (oggi SAFRAN) fondata con la General Electric per costruire i motori a reazione sul modello americano;  l’intera industria motoristica aereonautica europea e le società di revisione in mano agli USA…

La situazione è ancora peggiorata con l’informatica, da cui l’Europa è stata assente fin dall’ inizio dall’elaborazione dei concetti (le “Conferenze Macy sulla Cibernetica”); dalla ricerca militare del DARPA; dalla grande produzione dell’ IBM, della Hewlett Packard, di Apple e di Microsoft; dall’intelligence di Echelon e di Prism; dai provider di Internet; dai social networks; dai Big Data; dall’ Intelligenza Artificiale, dai calcolatori quantici; dal G5 e G6…

4.Le nuove arene competitive: dove sono gli Europei?

Le nuove taikonaute cinesi: noi abbiamo solo Samantha Cristoforetti, in rotta con l’ Itaia

In effetti, le posizioni di “leader” e di “followers” non sono fissate una volta per tutte. Nel 1500, gli Europei erano leaders rispetto agli indios e agli Africani; dal 1800, i “leaders” sono divenuti gli Stati Uniti, che sono ora in competizione con la  Cina e la Russia sulle nuove tecnologie, sullo spazio e sui social networks, mentre l’Europa non sa più dove posizionarsi.

I documenti sul digitale approvati  dalla Commissione a febbraio sono semplici parole, superati, come sono, dal Covid e dal nuovo Quadro Pluriennale 2021 e 2027, che, contrariamente a quanto affermato da Breton, non solo non aumenta, bensì riduce gli stanziamenti tecnologici. Come abbiamo visto, le sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia non forniscono una soluzione, bensì aprono semplicemente due enormi lacune giuridiche, che qualcuno dovrà colmare.

Secondo Schrems, l’unica strada percorribile sarebbe l’”unbundling” di Facebook, sulla falsariga di Standard Oil, AT&T ed SKF, che realizzerebbe anche una “regionalizzazione dei dati” degli Europei. Questa soluzione, che molti considerano estrema, è in realtà di compromesso, perché non eliminerebbe la portata extraterritoriale delle leggi americane sulla sorveglianza militare, ma, almeno, lancerebbe un chiaro messaggio politico, come hanno fatto i recenti trends parziali in India e in Russia. Infatti, le tre iniziative lanciate da Francia e Germania per rispondere alla risposta tranchant della vecchia Commissione, secondo la quale questa non intendeva farsi direttamente promotrice dei Campioni Europei dell’ informatica (JEDI, QWANT e Gaia-X) non hanno dato per ora l’impressione di erodere quote di mercato dei loro concorrenti: ARPA, Google e i servers di Salt Lake City, ma potrebbero decollare se divenisse impossibile il trasferimento puro e semplice dei dati in America.

Perfino Huawei, Baidu, Alibababa, TikTok e Tencent sono infinitamente più efficienti delle nostre imprese, non solo sul mercato nazionale, che dominano attualmente seppure in forma pluralistica e concorrenziale ma anche su quelli internazionali; tant’è vero che l’unico strumento rimasto a disposizione di Trump per contrastarli è costituito da puri e sempre ordini amministrativi in stile dirigistico, basati su considerazioni di tipo militare, ma che offrono il fianco a serie contestazioni anche dal punto di vista del diritto pubblico americano. D’altra parte, TikTok sta spostando i propri server in Europa, che potrebbe divenire gradualmente un centro di gravità alternativo agli Stati Uniti, e la Cina stesa sta ostacolando la cessione della TikTok americana, perché questa comporterebbe il rischio di un trasferimento di tecnologia riservata (precisamente l’accusa che gli USA rivolgevno alla Cina).

5.Un piano di riscossa civile, morale ed economica

Alpina e Diàlexis si battono, e non da ieri, per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa

Oramai, la classe dirigente europea non prova neppure più a nascondere una decadenza del nostro Continente sempre più evidente da un secolo, decennio dopo decennio. Oggi, le previsioni ufficiali sono che, mentre la Cina sta già nuovamente crescendo, noi recupereremo il PIL del 2017, se va bene, nel 2022. E dire che già nel 2017 il declino era impressionante.

Tutti invitano a pensare alle future generazioni, ma intanto nessuno investe nelle nuove tecnologie né nell’ “upskilling” della nostra società, né si ribella a dazi e sanzioni americani, per quanto tutti fingano di stupirsi per la mancanza di progetti in qualsivoglia campo, scaricando la rispettiva responsabilità gli uni sugli altri.

Quando Stati Uniti e Cina (le multinazionali del web e  forse anche Russia e India) avranno le loro colonie, e perfino i loro resorts turistici, su Marte, cosa faranno i nostri figli: i ristoratori e le badanti spaziali? Infatti, il motivo per cui i nostri (scarsi) laureati non trovano posto in patria è che oramai buona parte dei lavori intellettuali sono legati a filo doppio alla competizione ideologica, i nuovi programmi tecnologici, l’intelligence, la politica e la difesa, e quindi vengono attribuiti solo ai cittadini delle Grandi Potenze o ai loro fiduciari.

Oggi, è di moda definire la Cina come un “rivale sistemico”, ma il primo “rivale sistemico dell’ Europa sono gli Stati Uniti.

Molti, oramai, perfino fra i pochi Eurottimisti, sono oramai convinti che l’alleanza occidentale sia solo una modalità soft per spegnere la civiltà, non solo europea, bensì umanistica in generale, e guardano oramai a quest’entropia con lo stesso occhio nostalgico e impotenti del tardo impero romano, pregando solo il destino di risparmiare i loro ultimi anni da un brusco risveglio. Noi, invece, non ci siamo mai rassegnati. Tutto ciò che facciamo è in funzione della risposta alle nuove sfide concorrenziali. In sostanza, stiamo lavorando in controtendenza per costruire, come dice Breton, entro 20 anni,  la futura società digitale europea, con la sua Weltanschauung, le sue imprese e la sua élite. Come ha affermato il Ministro cinese Wang Yi in esito all’ incontro con Di Maio, la Cina sta pensando non già ai prossimi 10, bensì ai prossimi 50 anni di relazioni con l’ Europa, mentre questa guarda solo alla ripresa dell’ Autunno, al Recovery Fund e alle prossime elezioni. La preveggenza cinese viene scambiata, dagli Occidentali, per aggressività, quando essa è soltanto millenaria saggezza (che anche noi avevamo, ma abbiamo dimenticato).

Walther Rathenau: uno dei pochi politici e imprenditori visionari europei:
“Von den kommenden Dingen”

6.Un piano concreto di rinascita dell’ Europa

Contrariamente a quanto affermato anche dai migliori politici, non si tratta di un compito unidimensionale, riservato all’ establishment, bensì di un progetto poliedrico, che noi concepiamo come articolato in 10 fasi:

Prima fase: Riflettere come stiamo facendo ora), mettendo nero su bianco ciò che sappiamo della società tecnologica e dei suoi problemi esistenziali;

Seconda fase: stimolare, all’ interno di un ambito ristretto e qualificato, lo studio su tecnologia e valori (l’ “Umanesimo Digitale”);

Terza fase: progettare l’industria culturale europea attraverso un confronto sul futuro del mondo con tutta la società civile europea (sulla falsariga delle “Conferenze Macy”, ch’erano durate più di 20 anni);

Quarta fase: Dibattere, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, sul ruolo  di quest’ultima nel mondo tecnologizzato del prossimo decennio, ricercando la convergenza politica intorno a una forma di protagonismo culturale e tecnologico del nostro Continente;

Quinta Fase: Favorire, negli ambienti politici ed economici, la costruzione concreta di alcune ipotesi di scenari alternativi di sviluppo per i decenni successivi (scuole, movimenti, imprese);

Sesta fase: Avviare un movimento politico-culturale paneuropeo (un rinnovato Movimento Europeo) che prenda veramente in mano le strutture esistenti, gettando i semi dell’Europa umanistica e digitale

Sesta fase:  Fare, del Movimento Europeo, il motore di una ricerca, una industria, una struttura istituzionale e una difesa europei, veramente sovrani;

Settima fase: Creare veri campioni paneuropei nei settori dell’ industria culturale, del digitale, della difesa, della finanza, dell’ ambiente, dell’aerospaziale, dell’urbanistica, del turismo…

Ottava fase: cambiare la classe dirigente, sviluppare le imprese tecnologiche, affrontare la concorrenza internazionale

Nona fase: affermare la sovranità europea; partecipare al dibattito con il resto del mondo al futuro dell’ umanità digitale;

Decima fase: affermare il nuovo ethos umanistico-digitale; coordinare le imprese europee per il conseguimento degli obiettivi sociali conseguenti.

7.Le elezioni americane possono arrestare il nostro declino?

La donna del complesso informatico-militare

Le prossime elezioni americane non sono destinate a realizzare alcun’innovazione reale, né per ciò che riguarda la guerra tecnologica fra USA e Cina, né per ciò che riguarda la sovranità europea. Alcuni dei peggiori eventi per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa (come la cessione forzosa dell’ Olivetti, le guerre contro la Serbia e contro la Libia) sono avvenuti sotto presidenti democratici, che, come Clinton e Obama, credevano fermamente nella missione dell’ America d’imporre ovunque il proprio modello. Anche la vicepresidentessa in pectore Kamala Harris, prescelta da Biden, altro non è che la fiduciaria del Complesso Informatico-Militare (Hollywood, Wall Street, Silicon Valley) e dell’Ideologia Californiana (è stata la Procuratrice Generale della California), sì che, nel caso di vittoria di Biden,  le pressioni americane su Istituzioni e Governi sarebbero destinate ad aumentare. Esse sarebbero solamente più insidiose, perché gl’interlocutori americani sarebbero più graditi ai nostri governanti.

L’Europa potrà salvarsi solamente da sola, recuperando la consapevolezza della propria cultura e del proprio ruolo nel mondo, e fondando su questa la propria sovranità ed equidistanza dalle Superpotenze..

UN “CENTRO VITALE” PER L’EUROPA E L’ITALIA

Dopo 70 anni, ancora nessuna costituzione europea?

COMMENTO ALL’ ARTICOLO DI SERGIO FABBRINI SU “IL SOLE 24 ORE” DEL 9/8/2020

Come per fortuna avviene sempre più spesso negli ultimi tempi, anche i grandi giornali stanno prendendo atto, anche se con fatica e controvoglia, delle grandi verità del nostro tempo, e, in particolare, di quelle che concernono l’Europa.

In questo caso, si tratta dell’idea di un “Centro Vitale”, termine indicato a suo tempo  da Arthur Schlesinger, in relazione agli Stati Uniti,  per indicare una coesa forza politica centrale, tesa a sostenere  il proprio sistema-Paese, ma che assume, di giorno in giorno, un significato più profondo e più ampio.

Secondo Fabbrini (e  io  concordo), questo “centro vitale” non esisterebbe, oggi, né in Europa, né in Italia, ma andrebbe creato se si vuole proseguire il processo d’integrazione. L’occasione e l’urgenza per la nascita di questo “centro vitale” sarebbero costituite  dalle possibilità  di rinnovamento offerte dallo strumento finanziario pluriennale dell’ Unione post-coronavirus, cioè per l’esercizio 2021-2027. A nostro avviso, però, dato che, come vedremo ,le tanto esaltate decisioni del Consiglio Europeo Straordinario del 21 luglio sono state giudicate assolutamente negative, a questo proposito, in primo luogo proprio dalle stesse Istituzioni europee, sarà necessaria un’ulteriore mossa, che noi identifichiamo con la tanto attesa “Conferenza sul Futuro dell’ Europa”, in funzione ella quale ci stiamo organizzando

Il Mayflower Compact: un assegno in bianco, che “the Strangers” sulla nave rifiutarono di firmare
  1. Il Centro Vitale dell’ Europa  e quello dell’ America

Certamente, l’assenza di un siffatto “centro vitale” è una delle nostre massime carenze, che ci distingue dagli Stati Uniti. Essa è assolutamente spiegabile con l’opposta struttura e storia di America ed Europa. L’America è una “nazione di emigranti” creata deliberatamente intorno alle sette protestanti (in primis, la “Congregazione di Scrooby”), desiderose di “fare tabula rasa” della tradizione europea, fondando così, il vecchio progetto di Cristoforo Colombo e di Antonio Vieira: “un nuovo cielo e una nuova terra”, la “casa sulla collina” citata nella Bibbia, dove avrebbe albergato il “Popolo Eletto” ,per realizzare il Paradiso in Terra. Nel fare ciò, i Puritani volevano liberare la tensione messianica delle eresie, compressa dall’interpretazione paolina, agostiniana (ma anche halakhica e sunnita) della Bibbia, che aveva dominato il “Vecchio Mondo” da 1500 anni. Non è un caso che il movimento “fondamentalista”, che voleva tornare ai “fondamenti” del Cristianesimo come oggi i salafiti vogliono ritornare ai “Batin” dell’ Islam, sia stato esclusivamente americano.

Quell’altra era stata invece l’identità dominante dell’ Europa, durata 1500 anni, a cui avevano fatto riferimento Omero e Eschilo, Platone e Aristotele, San Paolo e Sant’Agostino,  Dante e Shakespeare, Leibniz e Voltaire, Goethe e Manzoni, Freud e Jung .L’Europa, infatti, si era creata, nel corso dei millenni, intorno a un coacervo di guerrieri, famiglie, clan, villaggi, tribù, signori e città, gelosi della loro diversità e indipendenza (gli “autonomoi” di Ippocrate), fieramente ostili all’ idea dei grandi Stati centralizzati e provvidenziali, di cui la Persia aveva costituito l’esempio paradigmatico, e della loro declinazione religiosa, il chiliasmo immanentistico. Anche gli Ebrei del Vecchio Testamento erano fautori di un modello politico tribale (le “Dodici Tribù”), e, quando, con Saul, si erano dati un re, lo avevano fatto malvolentieri, per autodifesa rispetto alle grandi monarchie del Medio Oriente. Prima della conquista persiana, non conoscevano neppure il messianesimo, dato che l’espressione Mashiah (l’Unto), fu usata in questo senso per identificare in Ebraico Ciro il Grande come uno Shaoshant, un avatar di Zoroastro.

E, dietro al chiliasmo mazdeo, manicheo, gioachimita, sebastianista, cabbalista, puritano e cosmista, si è stagliata da sempre l’ombra del Buddhismo Hinayana, come intuito da Matteo Ricci e da Nietzsche, l’antitesi per antonomasia di ’”Hygieia”, la Dea  invocata da Ippocrate. “Centro vitale” significa dunque anche un centro d’irradiazione culturale che si batte per la vita contro il “cupio dissolvi” che, dalla negazione del mondo, si estende  a quella  della società, e, infine, al superamento dell’ umano da parte delle macchine.

Gli Europei, quando avevano aderito all’ idea imperiale ereditata dai Persiani (Impero Romano, Sacro Romano Impero, Rus’ di Kiev, Rzeczpopolita polacca), avevano concepito l’Impero stesso come un “foedus” (in Ebraico, “Berith”) fra un’infinità di particolarismi (famiglie, gentes, città, tribù, feudi, regni, popoli): una federazione asimmetrica. Lungi dall’ essere “monistico” (“advaita”), il “centro vitale” dell’Europa è stato da sempre conflittuale e dialettico (Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam, Chiesa e Impero, Cattolici e Protestanti, Comunismo e Fascismo, NATO e Patto di Varsavia).Occorre   ricordare anche che il Libro dell’ Apocalisse, di chiara derivazione avestica, fu accettato dalla Chiesa nel canone biblico solo molto tardi e con difficoltà, perché i primi Cristiani diffidavano del provvidenzialismo orientale.

Per tradizione storica, il centro vitale dell’Europa non può essere neppur oggi monolitico e settario come quello americano (teo-tecnocrazia, egemonia WASP, ipocrisia ideologica); esso dev’essere per forza “poliedrico”(cultura, tecnica, religione, politica, etnicità, società), nello stesso modo  in cui  il Congresso del Popolo Indiano riuniva tutte le forze politiche che aspiravano al “Purna Swaraj”, l’Indipendenza Assoluta dell’ India (che noi chiameremmo “sovranità europea”). Per la stessa ragione, l’ Europa non può accettare neppure che centri decisionali fondamentali come i GAFAM, l’intelligence, Wall Street  e la NATO, che condizionano la vita e il destino di tutti gli Europei, mantengano in eterno il proprio baricentro in America.

Il mondo si è evoluto oramai, all’ inizio del Terzo Millennio,  in modo chiarissimo, nel senso indicato in passato dalla “Pax Aeterna” fra Eraclio e Cosroe, dall’atteggiamento di Carlo V verso gl’Incas, dai “Novissima Sinica” di  Leibniz, dal “Rescrit de l’Impereur de la Chine” di Voltaire e dalla Paneuropa di Coudenhove Kalergi, cioè verso una pluralità di Stati-Civiltà sub-continentali, anche se coordinati a livello mondiale. Ciascuno di essi tende ad organizzarsi intorno ad un proprio “centro vitale” (l’America intorno al suo establishment teo-tecnocratico, la Cina intorno al PCC, la Russia intorno alle sue forze armate, l’India intorno ai “Guru” esaltati dal Primo Ministro Modi, e quale   voleva essere anche Gandhi, anche se in un modo molto eccentrico e chiacchierato).

Il “centro vitale” americano si era formato deliberatamente in polemica diretta con l’Europa (contro i Re e le Chiese che , come scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza e nel testamento di Washington, proteggevano gli Indios e gli schiavi africani;  contro i Francesi e gli Spagnoli; contro tutti i movimenti politici europei, quindi non solo i totalitarismi , ma anche  le socialdemocrazie e le democrazie cristiane).Fintantoché l’establishment europeo s’identificherà con la cultura, la società, la storia, la politica, l’economia e l’esercito americani, non potrà perciò esistere un vero centro vitale dell’ Europa, ma solo una dépendance della “Società dell 1% americana.

Quando si paventa che, se l’ Europa uscisse dalla sua situazione attuale di “dependance” dell’ establishment americano, essa lo farebbe solo per passare a quello cinese, si dimenticano vari fatti basilari: il livello estremo dell’ attuale subordinazione; il brevissimo periodo ancora rimastoci prima della presa di controllo da parte delle macchine; l’azione di altri attori, quali Russia, Turchia, Israele, Islam e Sudamerica, che concorrono tutti a contrastare il predominio di una sola superpotenza (sicchè non si pone un “aut-aut” esclusivo fra America e Cina).

Il Ratto d’Europa da parte dell'”Occidente”

2.Il “centro vitale europeo” nell’era delle Macchine Intelligenti.

Oggi in Europa questo “centro vitale” non esiste anche per il ruolo  eccessivo che qui gli stati “nazionali” hanno assunto e mantenuto, ricalcato in vario modo, a partire dal Settecento, sul modello USA, intorno  a leaders americanizzati, come Lafayette, Saint Simon, Kosciusko, Balbo, List, Garibaldi, Trotskij (la “Grande Nation”, il Norddeutsches Bund, l’”Eroe dei Due Mondi” che fonda il Regno d’Italia, l’Unione Sovietica quale imitazione della federazione americana, il Grande Reich ariano ricalcante il Raj inglese e il razzismo americano). Oggi abbiamo perciò in Europa le aristocrazie atlantiche, gli “énarques” francesi, la “Selbstverantwortung der Gesellschaft” tedesca, le Chiese romana e ortodossa, ma non un’élite europea.

Una vera élite non potrà nascere fintantoché non si elimineranno a monte i blocchi che ne impediscono la nascita: intanto i luoghi comuni di carattere storico, e prima ancora l’assenza di un’adeguata cultura paneuropea.

Anche questi temi, che noi abbiamo affrontato fin dall’ inizio, emergono oramai faticosamente nel dibattito pubblico, per esempio con il recente libro di Benigno e Mineo “L’Italia come storia, primato, decadenza, eccezione”,  che demistifica i luoghi comuni dell’ “insufficienza” dell’Italia rispetto a un imprecisato modello normativo considerato obbligatorio. Nonostante che nessuno l’abbia mai detto chiaramente, il modello normativo implicito è stato costituito, per l’Italia come per gli altri Paesi d’ Europa, dall’ America, un grande Paese unificato con guerre continue, intrinsecamente coloniale, protestante e massonico, coniugante un’illimitata democrazia formale  e un’oligarchia plutocratica di fatto. Del resto, questo era l’obiettivo posto all’ Italia da Cesare Balbo ne “Le Speranze d’Italia” e da Mazzini nella sua lettera al Presidente americano. L’Italia sarebbe “arretrata” rispetto agli Stati Uniti (e agli Stati che li imitano: l’Inghilterra, oggi forse il Benelux e la Polonia) perché insufficientemente aggressiva, priva di colonie, troppo sincera con se stessa per credere veramente nei miti ipermodernistici di una parità sostanziale  fra gli uomini e di una “democrazia radicale” che altro non sono che un ulteriore fondamentalismo conformistico, che riunisce intorno a sé tanto i ”white suprematists”  quanto  i cultori del “politicamente corretto”.

Benigno e Mineo stigmatizzano giustamente la falsa dialettica italiana fra i pretesi radicali sostenitori di quell’ ineffabile modello “modernista” (per esempio, Mazzini, Vittorini, Montanelli, Pannella) e i difensori  della “stra-italianità” (come per esempio Maccari, Malaparte, Guareschi, oggi Vittoria Meloni ), una dialettica che serve solo per inscenare un’eterna, inconcludente, polemica, alimentando opposte tifoserie. Ma, aggiungiamo noi, questo atteggiamento non è diverso da quello del resto d’ Europa, messa dall’ America in una situazione impossibile – quella di essere posta ininterrottamente sotto accusa come “arretrata” (per il suo assistenzialismo, conservatorismo o pacifismo), per poi essere duramente boicottata quando si azzarda ad essere troppo pro-concorrenza, innovatrice o addirittura assertiva (facendo così concorrenza all’ America sul suo stesso terreno), secondo l’archetipo inaugurato da Esopo nella favola del lupo e dell’ agnello.

Per questo, giustamente Benigno e Mineo ritengono che la storia d’Italia potrà essere compresa in modo obiettivo solo quando sarà letta all’ interno della Storia d’ Europa. Ciò che per altro Federico Chabod già aveva fatto da ben ottant’anni con le parallele storie dell’Idea di Nazione e dell’idea di Europa. Che noi abbiamo ripreso e sintetizzato nella nostra storia dell’ identità europea (10.000 anni d’identità europea), e che ha trovato una recente espressione anche nella ”Storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce. Un “centro vitale” dell’ Europa potrà nascere solo quando si riuscirà a vedere l’intera storia del Continente, dal fondersi delle grandi correnti migratorie preistoriche alle Guerre Persiane, dal conflitto fra ortodossie ed eresie ai progetti d’integrazione, come un’unica grande vicenda che ci ha portato  ora alla Società del Controllo Totale e alla sua critica da parte dell’ Umanesimo Digitale: la grande sfida del 21°secolo e il grande compito dell’ Europa.

L’attuale distopia della società del controllo totale (Il “Totalitarismo Invertito” di Wolin, la “Fine della Storia” di Fukuyama) nasce nell’ America vincitrice post Seconda Guerra Mondiale, con la Singularity di von Neuman e di Kurzweil, trova un fertile  terreno di coltura nelle sedici agenzie dell’ Intelligence Community e nella Presidenza Imperiale, e sfocia in Echelon e Prism. La Cina, il più grande e antico impero del mondo, non poteva certo accettare di essere soffocata dal complesso informatico-militare americano, e, così come ha superato l’ America quanto a spazi geopolitici controllati , a successo economico ed a creatività sociale, non poteva non tentare di superarla anche in  questa sua capacità di controllo totale, con i BATX, il riconoscimento facciale e il credito sociale. Infatti, come non si stanca di ripetere l’Amministrazione americana, questa capacità è necessaria per sopravvivere nella “Guerra Senza Limiti” che si sta preparando (la “Trappola di Tucidide”). Chi rimanesse  indietro nella corsa alla digitalizzazione verrebbe distrutto dall’ avversario. E comunque, se ciò pure non fosse, come ha dichiarato Mearsheimer all’ Asahi Shimbun giapponese, l’ America non accetterà mai di condividere, neppure parzialmente,  il proprio potere. Il fatto che tutto, per Trump, dalla produzione di automobili a quella delle antenne ritrasmettitrici, dalle quote azionarie dei Cinesi in società estere  al corso dei Bitcoins, dalle leggi di pubblica sicurezza di Hong Kong agli Istituti Confucio, sia divenuto una questione di sicurezza militare degli Stati Uniti, che giustifica l’esercizio dei poteri di emergenza, dimostra che egli ha in mente una guerra totale per il dominio del mondo,  e ciò giustifica ovunque la militarizzazione di tutte le  società (in vista di ciò che il Presidente Xi ha definito come “una guerra prolungata”).

Da settant’anni i missili balistici nucleari sono in stato permanente di massima allerta

3.L’impatto delle sentenze Schrems II e Apple  della Corte di Giustizia.

L’Unione Europea  pretenderebbe giustamente, in un modo che  però non si capisce quanto sincero, di astrarsi da questa nuova guerra fredda capace di trasformarsi da un momento all’ altro in guerra guerreggiata. Per fare questo, essa sembra confidare nella riscoperta di una “terza via”, erede di alcune tradizioni europee (i Grundrisse di Marx, “Paneuropa”, il nazionalismo europeo, Simone Weil, la Mitbestimmung tedesca, la  politica italiana “dei due forni” :insomma,  il “Modello Europeo”).

Questa è, per noi, una novità positiva, ma dubitiamo possa funzionare, dato che questa progressiva divaricazione dal “consensus” occidentale risulta  troppo lenta rispetto all’ agenda tumultuosa imposta dall’avanzata della Società del Controllo Totale della Nuova Guerra Fredda.

L’esempio più drammatico di questa divaricazione è dato dal mondo informatico, dove la pretesa delle Istituzioni di fare dell’Unione il “trendsetter” del dibattito mondiale (riaffermata ancora a Febbraio) si è arenata a luglio contro la lotta mortale fra USA e Cina per il controllo del digitale, dichiarato apertamente da Trump come puro strumento della guerra totale.  Di qui il fallimento della presunzione di poter contrastare la “guerra senza limiti” che le grandi potenze si stanno conducendo attraverso Echelon, Prism, il CLOUD Act, the Great Chinese Firewall,  il riconoscimento facciale, il credito sociale, attraverso la semplice affermazione platonica dei principi della privacy e della concorrenza –fallimento sancito ufficialmente il 15 e 16 luglio di quest’anno  dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee- :

-con due sentenze del 15 luglio (“Apple”), la Corte ha sancito l’illiceità della richiesta della Commissione all’ Irlanda d’ imporre ad Apple il pagamento di imposte arretrate in base alla legislazione sugli aiuti di Stato;

-con la sentenza del 16/7/2020 (“Schrems II”), si è sancita per la seconda volta l’ invalidità dei diversi accordi con gli Stati Uniti e con le multinazionali che, secondo la Commissione, avrebbero reso lecito l’accaparramento, da parte di imprese americane, dei dati degli Europei in deroga alla normativa europea sulla privacy (DGPR).

Con le sentenze Apple, la Corte ha dimostrato l’inconsistenza della strategia della Commissione, di perseguire il suo obiettivo del “play level field” nella concorrenza digitale attraverso il logoro schema del divieto degli aiuti di Stato, quando tutto il mondo dell’ ICT altro non è che un colossale aiuto di Stato, da parte del sistema militare americano nei confronti dei GAFAM, e di quello cinese verso i BATX, e, infine, dei Governi inglese, irlandese, olandese e lussemburghese verso tutte le multinazionali. Con le due sentenze Schrems, la Corte ha giudicato che la legislazione americana a favore dell’Intelligence è così pervasiva che qualunque dato posto a disposizione di imprese americane  costituisce ipso facto, per l’ effetto congiunto di varie leggi americane (ultime fra le quali il Patriot Act e il CLOUD Act), una violazione della legislazione della legislazione europea (GDPR). Oggi si pone perciò  il problema di come sia possibile continuare il lavoro quotidiano dei GAFAM in Europa se ogni dato che noi mettiamo a loro disposizione in ogni momento dà luogo inevitabilmente ad un comportamento illecito per il nostro diritto: le imprese in buona fede dovrebbero quindi iniziare immediatamente a spostare i loro dati su server  rigorosamente europei (per esempio, Gaia- X), tenendosi pronte ad esibire precisi piani in questo senso. 

Se la Commissione non vuole perdere definitivamente la propria credibilità, dovrà affrontare senza indugio ambedue i temi alla radice. Nel primo caso, affrontando le multinazionali del web per quello che sono, vale a dire  un ibrido mostruoso fra Chiese, Stati, imprese e servizi segreti, che non si possono sconfiggere con le scartoffie, ma solo con una precisa azione legislativa, comprensiva di regole ben precise e coercibili, che includano anche lo smembramento (“unbundling”) dei GAFAM (come per Standard Oil, AT&T, SKF e GE-Honeywell), e, soprattutto, il sostegno alla nascita di un nuovo ecosistema autonomo europeo, preconizzato (ma in modo troppo insufficiente)dagli “IPCEI” (campioni nazionali),e, innanzitutto, da  QWANT, JEDI e Gaia-X. Nel secondo, avvicinandosi alla nazionalizzazione dei dati, sul modello cinese, russo e indiano (che le sentenze Schrems prefigurano sul piano legale, ma che nessuno ha il coraggio di attuare i modo concreto, attraverso la creazione di clouds e firewalls autenticamente europei). Vedremo presto se anche queste iniziative, come molte altre del passato, sono semplici bluff, o se si vuole fare sul serio e agire tempestivamente, supplendo alle aporie della legislazione semplicemente agevolando la concorrenza europea e creando un’intelligence europea.

Contrariamente a un mito che vedrebbe il Presidente Trump ostile alla Silicon Valley, ci sono precise minacce di rappresaglie da parte americana, nel campo dell’import export e dell’ intelligence, contro gli Europei,per difendere i GAFAM, e ciò dimostra che l’intera questione non è un problema i diritto, bensì di dominio economico e politico, che impegna , prima che le multinazionali, il potere statale americano, che continua ad avere facile gioco contro l’impotenza delle Istituzioni europee. E’ ovvio che ovunque il servizio segreto militare spii i cittadini con molta più libertà di manovra che non i servizi marketing delle imprese o della stessa polizia giudiziaria. Tuttavia, nella totalità dei casi, chi spia sono le Autorità militari del Paese, non quelle di un Paese terzo. Quello che le Autorità americane stanno facendo con la complicità delle loro multinazionali, ma anche di molte Autorità europee, è, invece, spiare i cittadini europei sulla base di leggi americane praticamente senza limiti, ispirate al principio dell’assoluta primazia dell’interesse nazionale americano. In queste condizioni, non si capisce come si faccia a negare il carattere totalitario del sistema occidentale nel suo complesso.

L’interpretazione data della sentenza Schrems dalla Commissaria Jourovà è ovviamente radicalmente diversa da quella data da Max Schrems: per l’una, le Standard Contractual Clauses continuano a valere come prima, per il secondo, esse non possono più servire, fin da ora, a permettere il trasferimento dei dati negli Stati Uniti. In questa confusione, la privacy degli Europei, così come quella di tutti i cittadini del mondo, continua, a dispetto del GDPR, a non esistere, con tutti gli effetti negativi che abbiano già evidenziato, sulla libertà personale, quelle di pensiero, di associazione e di parola, sulla concorrenza leale e perfino  sulla funzionalità delle istituzioni democratiche.

In una situazione come questa, Il “centro vitale” dell’ Europa non potrà dunque essere se non una forza di combattimento, disposta a sostenere l’urto, culturale, politico e militare, delle Grandi Potenze, per difendere gl’ideali europei di autonomia individuale e popolare, di libertà di giudizio e di  competizione leale, e perfino di “salute”, messe in forse, tanto dal carattere nichilistico del chiliasmo, quanto dall’entropia generalizzata  che il pensiero unico ha imposto come Leitmotiv degli attuali dibattiti.

Ideali, quelli,  comuni a tutte le vecchie tradizioni culturali e politiche e al quadro istituzionale europeo, che ora si dovrebbero riunire in uno sforzo supremo sotto una bandiera nuova, quella dell’ Umanesimo Digitale.

Julian Nida-Ruemelin e l’ umanesimo digitale europeo

4.Una terza via digitale

Il futuro dell’ Europa e del mondo si gioca sul digitale. Uno Stato senza un proprio ecosistema digitale autonomo sarà automaticamente indifeso in una guerra mondiale del 21° secolo, e condannato a subire  mutatis mutandis la sorte dell’ Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, o della Siria e della Libia oggi, percorse da una miriade di eserciti stranieri che si combattono sul territorio direttamente o per procura.

Innanzitutto perché il conflitto fra le grandi potenze, contrariamente a quanto crede Mearsheimer,  non potrà lasciare indenne l’Europa, al confine fra le sfere d’influenza americana, russa e islamica. Soprattutto ora che anche la Cina si affaccia sul Mediterraneo, per esempio con la vendita di missili e droni alla Serbia, mentre le potenze più dinamiche dell’area sono oramai la Russia e la Turchia.

In secondo  luogo, è proprio nel digitale che un’Europa diversa potrebbe e dovrebbe dispiegare il proprio ruolo di “trendsetter”, fornendo un esempio concreto di come sia possibile organizzare una società completamente informatizzata che comunque rispetti l’autonomia delle persone e delle comunità intermedie e la loro partecipazione organica alle decisioni comuni, a dispetto del Complesso informatico-militare.

Infine, l’Europa non può continuare, in attesa della prossima deflagrazione bellica profetizzata da molti, a subire passivamente la propria decadenza culturale, economica e politica, e, per questo, non può fare a meno di digitalizzarsi radicalmente. Solo così arresteremo la deculturazione e dequalificazione dei nostri giovani e la fuga dei cervelli verso le Grandi Potenze che dispongono di think tanks e intelligence, multinazionali del web e industrie aerospaziali, dove impiegare politologi ed economisti, professionisti e managers, ingegneri e astronauti…

Insomma, anche il “centro vitale” dell’Europa non potrebbe essere che strettamente intrecciato con il digitale. Come affermiamo nel nostro libro “European Digital Agency”, il punto di partenza di questo “centro vitale” europeo potrà essere soltanto un “ecosistema digitale sovrano”, al contempo culturale e tecnologico, politico e finanziario, sociale e militare, che promuova al contempo la riflessione, la sperimentazione, a riforma, l’organizzazione, l’imprenditorialità, la formazione e la difesa.

I molteplici popoli dell’ Italia preromana
  • 5.L’ Italia nella Rivoluzione Digitale Europea

L’identità di tutte le “nazioni storiche” dell’ Europa acquista senso solo in funzione dell’ Identità Europea. La Penisola Iberica è il ponte con l’Islam e con l’ America; l’Inghilterra è aristocrazia e talassocrazia; la Francia è la tribuna del dibattito culturale; la Germania il Paese di Mezzo; la Russia il ponte con il mondo delle steppe eurasiatiche, e, la Turchia, quello con l’ Islam.

Come dimostra perfino la paleontoogia, l’Italia riunisce in sé  le influenze di tutta l’ Europa: quelle iberiche nel Sud e nelle isole; quelle nordiche nella Pianura Padana; quello gallo-romane nel Nord-Ovest; quelle germaniche nelle Alpi; quelle slave nel Friuli-Venezia Giulia; quelle levantine lungo l’ Adriatico; quelle universali a Roma. Come tale, l’Italia, lungi dall’ essere un Paese eternamente arretrato, è un microcosmo che riunisce in sé tutte le tendenze dell’ Europa: anziché “le speranze d’ Italia” di Balbo, l’”Europa Vivente” di Malaparte.

Ciò che si realizza in Italia, è fatto per l’Europa intera. Basti pensare ai progetti europei di Spinelli, di Galimberti e di Chabod, unici in Europa per la loro completezza e concretezza,e  al discorso culturale sull’ Europa, che non è stato svolto da nessuno meglio che dagli ultimi tre Pontefici, che pure non sono italiani.

Perciò, noi pensiamo che l’Italia debba svolgere un ruolo proattivo anche nella rivoluzione digitale europea, che non è solo una questione di soldi,  bensì soprattutto d’ idee. Basti pensare che le Conferenze Macy sulla Cibernetica, che gettarono le basi, fra il 1941 e i 1961, tanto dell’ informatica, quanto dell’ ideologia funzionalistica da cui nacque la Dichiarazione Schuman, furono conferenze interdisciplinari fra scienziati, organizzate da una fondazione privata, seppure con fondi in gran parte della CIA.

Ecco, noi vorremmo innanzitutto organizzare in Italia (nei prossimi mesi) delle “conferenze”, aventi come scopo quello di porre le basi di un umanesimo digitale, alternativo al funzionalismo filosofico, antropologico e informatico uscito dalle Conferenze Macy. Certo, subito dopo le Conferenze, e sfruttandone gli esiti, occorrerebbe che qualcuno creasse un’Agenzia Digitale Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’ Accademia Strategica Europea, dei Campioni Digitali Europei. Tutto ciò potrebbe essere realizzato in un primo momento anche solo in Italia, per esempio espandendo il ruolo dell’ Istituto Universitario Europeo di Firenze, o sfruttando sinergie con altre iniziative in discussione, come il distretto digitale, la piattaforma di e-commerce e l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale.

Si richiederà, aihimé, un grande sforzo, perché, in Italia come in Europa, la politica è oramai infeudata ai GAFAM, tant’è vero che, sino ad ora, la cosiddetta “digitalizzazione” si è tradotta nel pagare a quelli per fare svolgere dagli stessi i lavori più delicati della Pubblica Amministrazione, cedendo loro  spudoratamente i dati degl’Italiani, in aperta violazione del GDPR e delle sentenze Schrems.

Non è per altro un caso che il Parlamento Europeo abbia preannunziato una dura opposizione al Quadro Pluriennale approvato al Consiglio, per la sua non corrispondenza alle priorità della Commissione, e, in particolare, per i tagli alle attività di ricerca, quando Cina, USA e Russia invece, accrescono le loro.

Con un siffatto Quadro Pluriennale, gli Stati Membri propongono in realtà un progetto di Europa che rimanga eternamente “follower”, e quindi abbia rinunziato ad essere, come invece prometteva Ursula von der Leyen, un “trendsetter”. Per fortuna dovrebbe iniziare fra breve la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, nella quale lo sforzo congiunto della società civile, della Commissione e del Parlamento, potrebbero rovesciare quest’impostazione, semplicemente cambiando i Trattati, e, inoltre, si avvicina una tornata elettorale in vari Paesi, in cui i rapporti di forza fra i partiti potrebbero cambiare.

In ogni caso, occorre combattere “hic et nunc” perché la Rivoluzione Digitale Europea, lungi dall’ essere cancellata, come vorrebbero gli Stati Membri, passi al primo posto dell’agenda europea. Per questo stiamo diffondendo a tutti i livelli, in Europa, in Italia e in Piemonte, le nostre pubblicazioni per influenzare il dibattito in corso, introducendo l’autonomia culturale e digitale europea fra i temi della lotta politica a tutti i livelli.