SPENDERE BENE I SOLDI DELL’ EUROPA

Jean-Jacques Servan-Schreiber

Di fronte alle sempre più evidenti incertezze, tanto a livello europeo, quanto a livello nazionale, sulla natura, le finalità, la destinazione e l’impatto dei fondi messi a disposizione degli Stati Membri dopo il “lockdown”, s’infittiscono gl’interventi  sulla stampa (Beltrame, Cottarelli,Bastasin…),  preoccupati  del se i mezzi comunque messi a disposizione saranno utilizzati, come da tutti auspicato, non solo in funzione anticiclica, per compensare l’imprevista caduta del PIL, bensì in funzione di un rilancio strutturale.

Infatti, accedendo ad una tesi che noi abbiamo da sempre sostenuta, molti esperti stanno affermando, finalmente, che:

-la crisi italiana ed europea non è nata con il coronavirus, sì che è inutile voler riportare la situazione a Gennaio, vale a dire ad un punto già molto caldo della crisi preesistente;

-i fondi dovrebbero essere spesi per l’innovazione (in particolare, digitale), non già per sostenere i settori “tradizionali” in crisi.

1.Quali obiettivi di fondo perseguire?

Fino a qui, tutti d’accordo. Peccato che quest’analisi non vada mai sufficientemente alle radici del problema.

Innanzitutto, la conciliazione fra il progresso economico e l’equilibrio dell’Umanità con se stessa e con la natura è una questione antica, soprattutto in Oriente (pensiamo che lo slogan giapponese “wakon yosai” -tecnica “occidentale”, cioè cinese,  e cultura giapponese- risale addirittura al XII secolo, al Genji Monogatari), ma mai affrontata nella sua interezza. Che cosa significa infatti “umanesimo digitale” per l’ Europa del III° Millennio? Sembra incredibile, ma, in un momento in cui quest’endiadi “va per la maggiore”, incontriamo, come Diàlexis, serie difficoltà a provocare un confronto intellettuale su questo tema.

Orbene, se non è chiaro quali obiettivi perseguiamo con la tecnica, come possiamo decidere sull’ orientamento che vogliamo dare all’ economia? E, in particolare, che cosa l’economia ha significato, significa e potrà significare per l’Europa (nelle sue varie articolazioni), e per i singoli Stati membri?

Per esempio, l’Italia era stata, prima della Rivoluzione Industriale, fra i Paesi più ricchi, se non il più ricco del mondo (grazie alla posizione geografica e geopolitica, alla cultura classica, all’Impero Romano, alla Chiesa, alle Crociate, ecc…).Basti pensare alle migliaia e migliaia di nuraghes che riempiono letteralmente, non soltanto il territorio, ma lo stesso sottosuolo, della Sardegna; alle imponenti rovine di Roma, Siracusa, Agrigento, Selinunte, Pompei; alle opere d’arte che riempiono letteralmente tutte le città italiane…

Il carattere di potenza industriale dell’Italia si era potuto (e dovuto) costruire  con lo Stato unitario grazie alle sue eredità millenarie, ma anche  a un secolo di guerre ininterrotte (d’Indipendenza, al brigantaggio, coloniali, mondiali), che avevano reso improrogabile  la creazioni di un esercito, di una flotta, e, quindi, di un’industria metalmeccanica, chimica, navale, aeronautica, trasformatesi poi in industrie civili.

Ciò detto, la vocazione profonda dell’ Italia non è mai stata industriale, bensì piuttosto culturale, politica, agricola, commerciale, finanziaria. Essa ha avuto difficoltà ben maggiori degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania, ad affermarsi come potenza industriale, e, anche quando lo ha fatto, si è trascinata dietro una gran quantità di “problemi irrisolti” (familismo, individualismo, esterofilia, statofobia), che fin dall’ inizio avrebbero dovuto costituire un segnale contro un’egemonia dell’industria, non sinergica alle nostre naturali inclinazioni.

Dopo il cosiddetto “Miracolo Economico”, trainato dalle grandi imprese eredi dell’epoca autarchica (le banche d’interesse nazionale, FIAT, Finmeccanica, Montedison, ENI, Ferrovie dello Stato, Alitalia), lo sviluppo abnorme della piccola e media impresa era stato favorito, quando non generato, dalle stesse grandi imprese. Con l’indebolirsi, se non l’esaurirsi, di queste ultime per il venir meno delle ambizioni da grande potenza, anche le piccole e medie, spesso nate come effetto, diretto o indiretto, dell’indotto, sono state ridimensionate, senza essere sostituite da imprese più innovative.

Quei settori, come il turismo, le vetture sportive, la moda e l’agroalimentare, che vengono citati come esempi imbattibili dell’eccellenza italiana, sono oramai surclassati, quando non acquisiti, dai concorrenti americani, tedeschi, giapponesi e cinesi  , portando profitti, più che a Venezia, Firenze, Maranello, Milano o Verona, a Madrid, a Wolfsburg, a Tokyo o a Shanghai.

L’Italia soffre anche di un eccesso di corporativismo, concezione senz’altro sana e tipicamente europea e italiana, ma che, nella sua versione paternalistica teorizzata per esempio da Fanfani, ha portato alla dittatura dell’esistente, sicché la politica economica viene delineata  non già per  soddisfare gl’interessi generali e a lungo termine del Paese, bensì per accontentare i diversi gruppi di pressione che di volta in volta si presentano: per permettere alla grande impresa di delocalizzarsi a costo “0”; ai sindacati di mantenere una base di iscritti; alle microimprese di sopravvivere senza rinnovarsi pur essendo negate per l’economia attuale; agli operatori turistici di mantenere la loro struttura disaggregata; ai gruppi dirigenti delle banche di mantenere a spese dello Stato il  lucrativo controllo sulle stesse…

La Lancia Aurelia, simbolo di opulenza nell’ Italia del Miracolo economico

3.Operare fra le rovine

Purtroppo, mentre, dopo la IIa Guerra Mondiale, si era vissuti nell’ illusione di poter mantenere a lungo senza combattere le nostre posizioni relativamente privilegiate grazie alla concorrenza fra Est e Ovest, anche  l’insieme di queste realtà fattualmente esistenti è stato talmente indebolito dalle dissennate politiche di anarchia di mercato, di assistenzialismo, di subordinazione alle multinazionali, di privatizzazioni inutili e dannose, che, se lasciato andare ulteriormente per la sua strada, non può andare che verso una bancarotta generalizzata e la trasformazione di ciò che resta in filiali locali di multinazionali americane, inglesi, cinesi, giapponesi, indiane, coreane o russe. Il che significa la cancellazione dei finanzieri europei, il radicale declassamento dei nostri industriali, la pauperizzazione dei nostri managers, la proletarizzazione dei nostri commercianti e la disoccupazione dei nostri lavoratori. La cosiddetta “politica dei due forni”, condotta oggi soprattutto dalla Germania, costituisce solo un debole palliativo a quest’ incresciosa situazione.

Purtroppo è ben difficile che i Governi europei, e soprattutto italiani, la cui sopravvivenza dipende dal benvolere delle lobbies internazionali, del Presidente americano e delle multinazionali, abbiano il coraggio di affrontare di petto anche quest’”Armata Brancaleone” di  grandi gruppi europei in difficoltà, di “campioni nazionali” controllati dall’estero, di piccole realtà locali e di miriadi di microimprese allo sbando, per dire loro chiaramente che, se continuano così, andranno tutti al fallimento, e che, quindi devono loro malgrado, in contrasto stridente con ciò che si è fatto fino ad ora, inserirsi in un disegno politico-economico complessivo (Europa S.E./ Italia SpA/Deutschland AG/ France S.A), accettando, per essere aiutate dall’ Europa a sopravvivere, di divenire le disciplinate pedine del loro Sistema-Paese. Google, Amazon, Facebook e Lockheed sono pedine del gioco americano e Huawei, ZTE, Alibaba e TIKTOK sono pedine di quello cinese. E’ questo il “nazionalismo economico” inaugurato da Trump e copiato da Xi Jinping e Macron.

Certo,  in Europa, la situazione è molto difficile, perché nei settori che trainano l’intera economia nel XXX secolo (informatica, biomedicale, spazio, ecologia, telecomunicazioni) non c’è (più) nessun colosso europeo, né tanto meno italiano. Bisogna ricostruirli partendo da “0”, così come il DARPA aveva costruito da “0” i colossi americani dell’ informatica e i fondatori delle multinazionali cinesi delle reti sono ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione. Del resto, anche la Volkswagen, la multinazionale europea di maggior successo, era stata fondata con un atto d’imperio del III Reich, e rifondata d’autorità dal governatore militare inglese della Bassa Sassonia, e l’ENI e l’ENEL con atti d’imperio delle Autorità italiane.

Huawei: un esempio di quello che noi patremmo essere

4.Un percorso dalla cultura all’impresa

Tutto ciò per dire che, per “spendere bene” i fondi europei nell’innovazione, occorrerebbe un processo politico e industriale complesso, che, partendo da un’analisi seria e senza pregiudizi della situazione attuale, smantellasse le retoriche del mercato autosufficiente,  elaborando un piano d’intervento in tutte le direzioni, individuando  una leadership adeguata e ponendo a sua disposizione le risorse, con una serie di precisi traguardi e tempistiche, come nel programma “Made in China 2025”.

Il caso Huawei è emblematico. La questione sembra essere se scontentare gli USA collaborando con Huawei, che è l’unica a padroneggiare la nuova tecnologia, o condannare le imprese europee all’arretratezza rinunziando alla tecnologia di cui hanno bisogno solo per non ingelosire gli Americani.

In realtà, la situazione è ben più articolata. Dopo il 5G c’è ormai in uno stato molto avanzato anche il 6G, a cui la Huawei sta dedicandosi prioritariamente, al punto da aver offerto l’intero pacchetto di tecnologia G5 a un concorrente di qualunque Paese, per potersi dedicare liberamente al G6. Ma nessuno ha accettato. Nel frattempo, la Huawei è divenuta la maggiore depositante di brevetti all’ Ufficio Europeo Brevetti, sì che risulta difficile immaginare come le imprese europee di telecomunicazioni potranno sviluppare le proprie tecnologie senza accordi tecnologici con la Huawei.

Alla luce di tutto ciò, non si vede perché, se gli Europei sono così preoccupati per questa crescente egemonia Huawei, anziché frapporre ostacoli allo sviluppo della stessa in Europa, non creano, finalmente, il campione  europeo Nokia-Erickson, di cui tanto si è parlato, a cui Huawei licenzierebbe volentieri gran parte della sua tecnologia, permettendo così al nuovo colosso di crescere rendendosi sempre più autonomo, magari con l’aggiunta di tecnologie russe, indiane e israeliane.

La realtà è che l’unica preoccupazione degli Europei è quella di non scontentare gli USA, ma, per questo, non basta neppure contenere l’egemonia di Huawei: occorre anche che non sorga alcun colosso europeo capace di fare ombra agli Stati Uniti come “leader dell’ Occidente”. Infatti, che leader sarebbe un leader che non riuscisse neppure, dal punto di vista tecnico, a controllare le reti di telecomunicazione europee, cioè a spiare gli Europei? Non è, cioè, che si voglia impedire ai Cinesi di spiare gli Europei. Si vuole evitare che,  montando sulle reti materiale non prodotto dagli Stati Uniti, questi ultimi perdano il controllo completo sull’ Europa. Infatti, come ha dichiarato recentemente Edgar Snowden, gli Stati Uniti hanno spiato gli Europei con il G2, con il G3 e con il G4, e si preoccupano soltanto di non poter continuare a spiare con il G5 e il G6. Non ne va della nostra sicurezza, bensì del loro potere (su di noi).

E’ ricominciata la corsa allo spazio.

6.Come spendere, dunque, i soldi europei?

Intanto, occorre tenere ben distinto il programma di recupero dal coronavirus dal Quadro Pluriennale 2021-2027. Anche se vi è una notevole confusione al riguardo, il primo dovrebbe essere dedicato a rimediare con urgenza agli effetti della pandemia, e il secondo alla gestione del decisivo periodo successivo (“Next Generation”). Nel primo caso, non vi è evidentemente alcuna speranza che si possano realizzare, nell’emergenza, sensate politiche strutturali. Nel secondo caso, invece, sarebbe veramente grave se tali politiche non si tentassero, perché è proprio in quel periodo che la competizione fra America e Cina produrrà uno sviluppo strepitoso delle nuove tecnologie, capaci di rivoluzionare la vita sulla terra, e si rischia uno scontro globale, a cui l’ Europa è impreparata. Chi non padroneggerà quelle nuove tecnologie sarà escluso da qualunque influenza sull’avvenire del Pianeta, e sarà condannato a subire le scelte altrui, prima fra le quali quella circa l’allocazione delle risorse fra i vari Continenti.

Alla luce di quanto precede, la cosa più urgente da fare è studiare, dibattere, proporre, in vista dell’ elaborazione del Quadro  Pluriennale. E’ vero che i documenti elaborati nell’ultimo anno dalle Istituzioni dimostrano una modestissima, anche se crescente, consapevolezza di queste urgenze. Tuttavia, negli ultimi giorni, si è assistito anche a una sorta di risveglio, di cui testimonia, fra l’altro, il recente  studio ufficioso “Digital Sovereignty for Europe” dello European Parliament Research Service, secondo cui: “there is a growing concern that the citizens, businesses and Member States of the European Union (EU) are gradually losing control over their data, over their capacity for innovation, and over their ability  to shape and enforce legislation in the digital environment.” “This would require the Union to update and adapt a number of current legal, regulatory and financial instruments, and to promote more actively European values and principles in areas such as data protection, cybersecurity and ethically designed artificial intelligence (AI)”

Confidiamo, perciò, che le Istituzioni prenderanno in considerazione le osservazioni contenute nei due libri “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, da noi inviati in bozza alle  Istituzioni e che stiamo per editare.

Si aggiunga  lo smacco della Commissione in generale, nella causa Commissione contro Apple, dove la Corte di Giustizia ha deciso i prima istanza che l’enorme multa comminata dalla Commissione era illegale perché la Commissione stessa non era riuscita a dimostrare che il trattamento fiscale ultra-favorevole  riservato alla Apple dall’Irlanda (meno dell’1% sui profitti) concretasse un aiuto di Stato e danneggiasse la concorrenza e nella Causa Schrems II, in cui la Corte non solo ha dichiarato illecito il Privacy Shield negoziato dalla Commissione con gli Stati Uniti, ma ha criticato espressamente la Commissione per la sua arrendevolezza in spregio del diritto europeo e delle prepotenze americane (il CLOUD Act).

Per difender l’ Europa digitale ci vuiole più grinta.

7.Che fare in Italia?

Quanto all’ Italia, valgono, “a fortiori”, gli stessi ragionamenti. Se l’economia europea è in seria difficoltà, quella italiana è sull’ orlo del disastro. Già prima del Coronavirus, il 60% degl’Italiani era fuori del mercato del lavoro; le sole grandi imprese italiane sono rimaste le banche, le assicurazioni e il vecchio parastato: Eni, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane e Fincantieri,

Sarebbe ora che l’Italia riscoprisse sul serio le proprie vocazioni tradizionali, rivisitandole per attualizzarle. Intanto, le proprie tradizionali eccellenze culturali, che oggi vuol dire innanzitutto informatiche:

a)Visto e considerato che l’Europa non sta realizzando le accademie digitale e militare dell’Europa, auspicate dal Parlamento Europeo e da Macron,  perché l’ Italia non le realizza autonomamente, così come La Pira aveva creato egli stesso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze? Perché non dividere l’Istituto in tre facoltà, di cui una (a Firenze) rimanga quella attuale di scienze umane e le altre due (per esempio a Torino e Ivrea) vengano dedicate alle Scienze Strategiche e alle Tecnologie Digitali?

b)Poi, le tradizioni turistiche, dove ci sarebbe moltissimo da fare per capitalizzare sulle esperienze del lockdown, optando su un turismo sostenibile perché programmato, decentrato e selettivo?L’Italia possiede milioni di località turistiche non sfruttate, dai siti archeologici ai castelli, dai borghi ai parchi naturali. Occorrerebbe riorientare drasticamente il turismo verso quelle destinazioni, lasciando quelle più note alle grandi manifestazioni culturali, al turismo scolastico e  residenziale. Occorrerebbe introdurre un sistema generalizzato di permessi, prenotazioni, biglietti, autorizzazioni, per sfoltire le presenze nelle destinazioni più “gettonate” e  studiare vocazioni differenziate per i  diversi territori.

c)L’attore pubblico dovrebbe intervenire per diffondere l’immagine di marca unitaria del Paese, basata sulla diffusione della sua cultura, per supportare le aggregazioni di operatori e di enti locali, per fornire il supporto formativo e digitale. E’ gravissimo che  nel mondo siano pressoché sconosciuti tesori come Selinunte, Aosta, la Maremma, le dimore sabaude, l’archeologia industriale, i percorsi letterari internazionali…;

d)Infine, l’industria digitale, nata, con l’Olivetti, proprio in Italia, e abbandonata per pressioni politiche. Qui si dovrebbero costruire un Web provider, un costruttore di apps, un social network europeo e una società di web marketing. Sfiderei chiunque a dimostrare che in tal modo l’ Italia non spenderebbe bene i fondi europei, in un momento in cui nessuno vuole fare queste cose innovative ed essenziali per l’ Europa, e che l’ Europa non vuole fare.

Alleghiamo il progetto, che stiamo diffondendo, relativo alla realizzazione in Piemonte di alcune di queste iniziative, che confidiamo d’inserire perfino nel dibattito elettorale.

La Scuola di Applicazione, possibile base dell’Accademia Strategica Europea.

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari n. 32, 10125 Torino, Tel 0116690004

PROGETTO DI UN DISTRETTO CULTURALE E DIGITALE  EUROPEO IN PIEMONTE

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei di cui si sta discutendo in questi giorni, e, dall’ altro, alle prossimi elezioni amministrative di Torino, l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia, e, in modo speciale, il Piemonte, con punte massime a Torino.

Basti considerare il numero di abitanti della nostra città dall’ unificazione d’ Italia a oggi:

1861: 173.000

1871: 211.000

1881: 251.000

1901: 330.000

1911: 416.000

1921: 500.000

1931: 591.000

1936: 629.000

1951: 719.000

1961: 1.026.000

1971: 1.168.000

1981: 1.117.000

1991: 963.000

2001: 865.000

2011: 872.000

I numeri ufficiali per il  PIL e l’ occupazione non sono oggi più affidabili a causa della pandemia in corso, anche se si sa che, rispetto alla Lombardia, siamo incredibilmente indietro (27.000 Euro medi annui circa contro 38.000).

E, del resto, come potrebbe essere altrimenti se il Gruppo FIAT, che, negli anni ‘70 e ’80, dava lavoro, attraverso le sue holding, le sue controllate e i suoi fornitori di 1°, 2°, 3° e 4° livello, a circa la metà degli abitanti della città, è ora sostanzialmente assente (nel suo avatar FCA/Stellantis) da Torino?

L’idea di sostituire la cultura all’industria, perseguita dalla giunta Castellani, sarebbe stata eccellente se la si fosse perseguita per davvero, con una cultura veramente innovativa, non succube di miti industrialistici e operaistici, ovviamente non più applicabili nella nuova realtà. Oggi, in effetti, abbiamo una situazione abnorme, in cui la prima ad essere penalizzata a Torino è proprio la cultura, che ha perduto la sua colonna portante, l’editoria. A questo punto, sorge spontanea la domanda: come si dovrebbero mantenere  i (seppur molto meno numerosi) abitanti di Torino, visto che sono venute meno tutte le loro attività più lucrative?

Una situazione simile Torino l’aveva incontrata quando, nel 1864, con un’incredibile operazione verticistica, a Torino era stato sottratto, per un’imposizione della Francia,  il ruolo di capitale del Regno d’Italia, provocando un’insurrezione che costò alla città una sessantina di morti. In quell’occasione, il sindaco di allora, Luserna di Rorà, aveva lanciato un grandioso piano di agevolazioni per le imprese che decidessero di delocalizzarsi a Torino (una specie di “Cassa per il Mezzogiorno” a rovescio, o di “Zona economica speciale” alla cinese).

Fu così che si trasferirono a Torino imprenditori come Leumann e Loescher, e nacque la vocazione industriale della città.

Oggi, si tratterebbe di realizzare un ennesimo cambio di orientamento, sfruttando i fondi che l’ Europa sembrerebbe disponibile a investire nella digitalizzazione. Ma, per fare ciò,occorrerebbe una grande  lucidità storica ed economica, politica e imprenditoriale, che ci proponiamo di suscitatre con la nostra iniziativa.

La RIV, un’antica eccellenza torinese

1. L’attività trainante del XXI secolo: il digitale

Ciò che è da sempre alla base dello sviluppo economico è la vicinanza con il potere. Questo crea le motivazioni ideali per investire, copre le inevitabili sfortune, permette i regimi di favore, fornisce le esternalità e fondamentali commesse pubbliche. La storia di Torino ne costituisce un esempio inequivocabile. Le grandi fasi dello sviluppo di Torino furono legate alla conquista delle Gallie (l’ accampamento legionario di Giulio Cesare) , alla scelta italiana di Emanuele Filiberto (il primo allestimento del Palazzo Reale), all’unità d’Italia (Torino, prima capitale), alla presenza dell’ aristocrazia e dell’ esercito (industria militare),alla centralità della vita sindacale (l’accordo sindacale del 1920 sulle 8 ore).

Oggi, la forza a cui Torino si dovrebbe agganciare è l’Europa, alla quale, sulla scia di Galimberti e Olivetti, Torino potrebbe imprimere un piglio più “garibaldino”, in luogo di quello “contabile” che va oggi per la maggiore, in particolare per ciò che concerne una cultura e un’industria di avanguardia e autonoma dalle multinazionali. Oggi più che mai l’interconnessione fra digitale e cultura domina il panorama mondiale, in quanto la capacità delle nuove tecnologie di  trasformare radicalmente l’umano ha aperto il dibattito culturale, politico, e perfino religioso, più radicale della storia.

Attualmente, il digitale è al centro dell’economia mondiale, data la centralità dei dati nelle decisioni politiche, economiche e militari e l’influenza del web sulla cultura, la comunicazione, la politica, il commercio e la finanza.

Torino, al centro del dibattito culturale europeo

2.Arretratezza europea

In seguito allo sviluppo vorticoso del mondo digitale nella Silicon Valley, e, a seguire, in Cina e in India, anche le istituzioni europee si vedono ora costrette a occuparsi intensamente del digitale, com’ è accaduto con l’indagine del Parlamento Europeo su Echelon, con il GDPR, con la Causa Schrems, con la Digital Tax e con il pacchetto digitale approvato quest’inverno dalla Commissione.

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le “Conferenze Macy sulla cibernetica” subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ “Ideologia Californiana”. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’ Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Francia e Germania hanno tentato di ovviare all’assenza di campioni nazionali mediante tre iniziativa pubblico-privato , Qwant, per i motori di ricerca, JEDI, per il finanziamento del digitale, e Gaia-X per il cloud, ma, fino ad oggi, i loro sforzi si sono rivelati velleitari. I libri di Diàlexis sull’ argomento indicano la necessità di un’azione sistematica ad ampio raggio per colmare queste lacune, sfruttando i numerosi fondi messi a disposizione dall’ Europa per l’innovazione. In allegato al libro “European Technology Agency” si trovano 5 proposte per la futura Conferenza sul Futuro dell’ Europa, dedicate al settore digitale.

Inserire le nuove tecnologie nel dibattito sul futuro dell’ Europa.

3.Iniziative per il Piemonte

Fra le lacune evidenziate nel dibattito politico e che l’Europa non sembra in grado di colmare, ve ne sono tre in cui il Piemonte avrebbe degli atout di realizzare delle iniziative significative, sfruttando le proprie tradizioni, tecnologiche e culturali.

Intanto, il Parlamento Europeo ha più volte patrocinato la nascita di un’Accademia Digitale Europea, mentre il Presidente francese Macron ha invocato la nascita di una Cultura Strategica comune degli Europei. Il Piemonte ha delle tradizioni molto radicate nei settori della cultura digitale e di quella strategica. Per ciò che riguarda la prima, è stata inaugurata a Ivrea l’ ICO Valley, l’acceleratore per startup digitali dell’ex area Olivetti. Per ciò che riguarda la seconda, esiste a Torino il Comando per la formazione e Scuola di applicazione dell’Esercito, che svolge, su una base essenzialmente nazionale, proprio la funzione di una scuola di formazione strategica. Ambedue i contesti sarebbero estremamente favorevoli ad essere sviluppati nella direzione di un’Accademia Digitale Europea e di un’Accademia Strategica Europea. I programmi che potrebbero essere svolti in queste accademie sono illustrati al punto I, b (i)e II, 4 del libro “European Technology Agency”.

Un’altra iniziativa, di cui la Vicepresidente di Confindustria, Beltrame, ha segnalato l’urgenza, è costituita da una piattaforma europea, e, innanzitutto, italiana, di e.commerce, sulla falsariga di Amazon e di Alibaba. Quest’iniziativa potrebbe nascere a Torino o Ivrea partendo dalle due iniziative culturali di cui sopra, utilizzando, come materia prima, la digitalizzazione delle risorse culturali nell’ ambito di Europeana. La Commissione sta svolgendo proprio ora una consultazione pubblica su questo tema.

Così come Francia e Germania stanno tentando di realizzare, con i fondi europei e capitale pubblico-privato,  Qwant nel campo dei motori di ricerca, JEDI nel campo del Digital Financing e Gaia-X nel campo del cloud, L’Italia, e, in particolare, Torino, potrebbe realizzare, magari con altri partner europei e con i fondi europei, un’accademia digitale europea ( come la Singularity University o l’accademia russa di Skolkovo), un’accademia  strategica europea (civile-militare, sul modello del comitato cinese per l’unione del civile e del militare), e, infine, una piattaforma culturale e commerciale europea (sul modello dei social network americani e cinesi), che unifichino, alla promozione della cultura, della produzione e del turismo, italiani ed europei, lo sviluppo di una cultura digitale  e di una comunità d’interessi paneuropei.

PROMEMORIA: DOMANI CANTIERI VIRTUALI D’EUROPA 2020-TELECONFERENCE 4 LUGLIO (ORE10):RAPPORTI EUROPA-CINA

“Ren”:l'”altro”

Contributo personale di Riccardo Lala: La Cina: Partner/concorrente/rivale?

Continuiamo con la serie di manifestazioni in preparazione del Salone del Libro di Torino e della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Nell’ ambito delle priorità rese note per il prossimo semestre dalla presidenza tedesca, figura anche l’accordo sugli investimenti con la Cina, a cui Angela Merkel attribuisce una particolare importanza, e al quale von der Leyen, Michel,Borrell, Xi Jinping, Li Keqiang e Yi Wang hanno dedicato importanti teleconferences preparatorie.

Quanto alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa, essa sarà ulteriormente spostata in attesa che la fine della pandemia permetta manifestazioni dal vivo. Essa dovrebbe perciò potere anche tener conto dell’esito delle trattative con la Cina. La pubblicazione di vari documenti delle Istituzioni ci permette di comprendere quale sforzo queste stiamo facendo per passare da un originario atteggiamento di disinteresse (soprattutto se confrontato con il peso enorme che aveva, ancora nella “Dottrina Solana” il dialogo transatlantico), a questo nuovo atteggiamento di sostanziale equilibrio e di maggior interesse rispetto agli USA (i quali oggi deliberatamente perseguono un atteggiamento di confronto e di chiusura tanto verso l’ Europa, quanto verso la Cina).

Quest’equilibrio si trova espresso nei tre ruoli che la nuova dottrina europea attribuisce alla Cina:

-partner strategico;

-concorrente;

-rivale sistemico.

La partnership è riferita soprattutto alla convergenza sui grandi temi del dibattito internazionale, come multilateralismo, riforma delle istituzioni internazionali, Green New Deal e contenimento delle pandemie. La concorrenza si esplica a livello commerciale, anche se si dovrebbe parlare soprattutto di complementarietà, perché le specializzazioni dell’Europa sono diverse da quelle della Cina,  anche e soprattutto ora che questa ha deciso di concentrarsi alte tecnologie, nella connettività e nella finanza (che invece l’ Europa sta  trascurando). Quanto alla rivalità sistemica, si tratta dell’aspetto più sofferto di questo rapporto. Infatti, l’Europa aveva rinunziato, almeno formalmente, a “esportare la democrazia”, sicché sembra improbabile che i due sistemi entrino in conflitto su questo punto (anche a causa della debolezza dell’ Europa). Anche perché non fa parte della logica della Cina “fare proselitismo”. La sua è deliberatamente una “via nazionale al socialismo”. Come tale, essa vuole avere “caratteristiche cinesi”, che non si pretende siano comuni ad altri Paesi. Ciò che disturba i vertici europei non è perciò tanto un preteso proselitismo internazionale del Governo cinese, quanto l’esistenza di una sempre nutrita schiera d’intellettuali internazionali (p.es., Jacques, Frankopan, Bell, Zhang Weiwei, Zakaria, Khanna e Zhao), i quali non mancano di esaltare i vantaggi dei “sistemi confuciani” rispetto a quello occidentali. Ma, di tutto ciò, non è responsabile il Governo cinese, bensì la crisi della cultura “occidentale” e la conseguente esigenza di ricercare  modelli diversi, che risale già ai Gesuiti, a Schopenhauer, a Fenollosa, a Pound….

L’Europa si differenzia certamente dalla Cina per il fatto di respingere, sia concettualmente (in opposizione agli USA), sia nei fatti (in opposizione alla Cina), l’approccio che Aresu ha chiamato “capitalismo politico”, vale a dire un sistema che, pur nel rispetto formale dell’ economia di mercato e dello Stato di diritto, privilegia in economia l’affermazione di un’agenda politica dello Stato, chi invocando in tutte le circostanza la sicurezza nazionale (Patriot Act, Subversion Act, War Production Act, Trading with the Enemy Act, CLOUD Act), chi la tradizione culturale e politica nazionale (la Costruzione del Socialismo, la Grande Armonia, l’Ecumene), chi, infine, i Campioni Nazionali (gli OTTs e i BATX). Il “Capitalismo politico” ha poco a che fate con la pretesa provvidenzialità del mercato a cui si ispirano ancora gli Stati e le Istituzioni in Europa.

Contro questo atteggiamento pratico delle due Superpotenze, l’Europa rivendica, nel perseguimento del proprio ideale di “Stato neutrale”, un ruolo di “Trendsetter”, quel “riferimento per tutto il mondo”  che richiama le indicazioni fornite a Strasburgo dal Sommo Pontefice. Si tratta paradossalmente di una riedizione aggiornata della concezione del “Wu Wei” (in Sankrit, “ahimsa”, “Satyagraha”=agire senza agire) tipico del Saggio (Imperatore), che però nel XXI secolo va aggiornata, a causa dell’ingerenza totalitaria dell’ informatica in qualsivoglia vicenda umana (gli “Imperi Sconosciuti” di cui parla sempre Francesco), che non permette a nessuno di comportarsi come nei secoli precedenti.

Vi sono perciò due dubbi sulla sostenibilità delle posizioni delle Istituzioni:

-da un lato,  questa dottrina (erede storica del compromesso democristiano-socialdemocratico) è in contrasto con la tradizionale lettura  europea e cattolica della laicità, espressa già nel Vangelo (Dio e Cesare), e poi in Dante (i Due soli) e nel cattolicesimo liberale, secondo il quale vi dev’essere una netta distinzione fra la funzione spirituale del Sacro e quella politica dello Stato. Lo Stato non può avocare a sé il magistero etico (la difesa del “politically correct”), senza fare violenza all’ autonomia della coscienza (un’inedito “Stato Etico” puritano a difesa della modernità, “una nazione con l’anima di una Chiesa”);

-dall’ altra, anche la vecchia dottrina, di lontana origine giapponese, della “cultura orientale+tecnica occidentale(Wakon yosai”,“Zhongti Xiyong”) si è rivelata superata nei fatti  dal fallimento delle “tigri asiatiche”. Infatti, oggi è impossibile distinguere la cultura dalla tecnica, sicché si pone la questione di un umanesimo digitale, che non può più essere indifferente alla politica. L’informatica modifica l’umano, sì che l’”Imperatore Saggio” non può più limitarsi a presiedere ai Riti, bensì deve anche essere al cuore della tecnica (sia essa costituita dai big data, dai social, dalle comunicazioni o dalla cyberguerra). La “guerra pacifica” di Mozi e di Sunzu è divenuta impercettibilmente la Guerra Senza Limiti di Qiao Liang e Wang Wensui. Questa è la ragione profonda tanto del superamento dei richiami impliciti al “wu wei”,  quanto della critica  che Alessandro Aresu muove alle politiche dell’Unione. L’attuale pacchetto europeo di misure  in materia di alte tecnologie continua a soffrire di un peccato di “angelismo” (per dirla con il Papa): l’Europa non può essere un “trendsetter” se non sperimenta prima su di sé in concreto, in tutta la sua asperità,  una nuova cultura del digitale, un “ecosistema sovrano”, veramente indipendente e diverso rispetto al Complesso Informatico-Digitale, e non un sottoprodotto dello stesso come quello espresso dal Privacy Shield, delle Standard Contractual Clauses, da Qwant e perfino del “Rome Call for an Ethical AI”.

Un confronto culturale e scientifico serrato con la Cina dovrebbe servire, a nostro avviso, a comprendere questo snodo essenziale ed esoterico della post-modernità, che l’Asia ha vissuto così intensamente,  e anche, possibilmente, a ricercare insieme delle vie  per il “Ringiovanimento” delle rispettive nazioni.

I relatori del nostro prossimo webinar parleranno essenzialmente di Italia e Cina. Quest’orientamento ha il merito della concretezza. A nostro avviso, contrariamente a quanto i più sembrano credere, l’Italia può intervenire nel contesto del confronto euro-cinese in pieno svolgimento in modo particolarmente autorevole per più di una ragione, Intanto, farebbe parte proprio del “Primato Morale e Civile degl’Italiani”(Gioberti) rivendicare  quel ruolo di “riferimento” nel mondo che Papa Francesco ha additato al mondo. Quindi, proprio la “specializzazione” naturale degl’Italiani nella cultura, nell’ arte, nella comunicazione e nel turismo fa sì ch’ essi possano svolgere una funzione centrale nel dialogo fra Est e Ovest, sulle tracce, innanzitutto, di Marco Polo, ma anche e soprattutto dei Gesuiti, che hanno vissuto il loro rapporto con la Cina come un modo per rinnovare la stessa cultura europea (il dibattito sul nichilismo nel”Vero Significato del Signore del Cielo”, lo “Stato Minimo”, la “Prisca Philosophia”). Senza dimenticare la Butterfly, la Turandot di Puccini e i “Pisan Cantos” di Pound, scritti in gran parte in Italiano e in Cinese.

Tutto questo ha trovato un principio di attuazione nell’ MOU sulla Via della Seta. Come nell’ uso linguistico antico, non vi era nessuna distinzione fra Roma, l’Italia, l’Impero Romano, l’ Europa e il Cristianesimo (tutti designati come “Da Qin”), così anche oggi occorre elaborare una concezione  “italiana” del rapporto con la Cina, che sia valida e proponibile all’ intera Europa. Una Concezione che parta dalla “Humanitas” classica, tanto simile alla “Ren” delle San Jiao siniche, e che oggi si dovrebbe declinare come “umanesimo digitale”. Un umanesimo che, sotto la dominazione del Complesso Informatico-Militare”, è tutt’altro che acquisito in concreto, e va ricercato con lo studio, il dibattito, la ricerca tecnico-scientifica, lo “Stato Innovatore” e una nuova classe dirigente. Tutto ciò può essere acquisito solo se, lungi dal rinchiudersi  nel provincialismo dei “followers”, gl’Italiani egli Europei sapranno guardare senza pregiudizi a tutto ciò che sta accadendo nel mondo, e, in primo luogo, in Asia. Solo così potranno divenire dei “trendsetters” come auspicato da Ursula von der Leyen.

Da Xue: un link fra Cina, America ed Europa

WEBINAR 4 LUGLIO, ORE 10,00

VERSO IL TRATTATO PER LA PROTEZIONE DEGL’INVESTIMENTI :

XI JINPING RICONOSCE IL RUOLO DELL’ UNIONE EUROPEA

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino all’attuale posizione  all’avanguardia mondiale nella tecnologia e nell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare la propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina e l’ Europa devono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “ricco di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, “un ruolo di riferimento a livello mondiale”, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, come quelle sinica e classico-cristiana (“Da Qin”), la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea (la “Sovranità Digitale Europea”).

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti soltanto pensare che oggi il 50% dei brevetti depositati presso l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio concreto che, senza dirlo,  ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione, un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con il consenso a che la Volkswagen  sia divenuta  azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti.

Confucio: una base per scrivere oggi

PROGRAMMA  DEFINITIVO

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department: Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano:  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis

Ricostruzione del Mercato Occidentale di Xian, punto di partenza della Via della Seta

 

MODALITA’ TECNICHE

Ricordiamo le credenziali necessarie per partecipare alla video conferenza:

CREDENZIALI

Il link ( https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 )

e la coppia meetingID+password

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https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09

Meeting ID: 896 2825 2000
Password: EUROPA

sono equivalenti tra loro.Il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Chi – eventualmente – dovesse ricevere la mail su un computer e volesse connettersi con un altro.


In quel caso invece di ricopiare il link a mano, può utilizzare i codici.

Nel caso di problemi, telefonare a 3357761536 o a 0116690004

A domani.

WEBINAR DEL 4 LUGLIO SUI RAPPORTI FRA UE E CINA

Segnaliamo intanto una breve, ma appropriata, nota del blog “Rinascimento Europeo” sull’intensificarsi di segnali di tensione su tutti gli scacchieri internazionali, che ci pare costituire un’ulteriore conferma dell’attualità del Webinar del 4 luglio sui rapporti italo-cinesi:

Redazione – Le notizie delle ultime settimane non sono incoraggianti. Mentre il coronavirus continua a mietere vittime e la situazione economica sta iniziando appena a generare ripercussioni di natura geopolitica, preoccupano le novità, che arrivano dalla Cina.

Tutti avremmo bisogno di pace, maggiore stabilità e cooperazione. Invece, tra informazioni vaghe e incomplete, la preoccupazione per una maggiore instabilità cresce sempre di più. Al di là delle notizie odierne date su Hong Kong, che, per i loro contenuti e toni, non possono che generare domande, arrivano quotidianamente novità sulle tensioni tra Cina ed India, dove, in seguito a recenti scontri al confine tra i due Paesi, sono morti 20 soldati indiani e dove stanno convergendo gli eserciti.

Le prove muscolari non si limitano a quel confine. Infatti, oltre alle risposte di natura economica, provenienti sia dall’India sia dagli Stati Uniti, si aggiungono le esercitazioni navali congiunte tra India e Giappone. Inoltre, è in corso una disputa tra Cina e Giappone sull’appartenenza di un’isola.

Che posizioni prende l’Europa? Mentre stiamo decidendo se aprire i confini alla Cina, mentre li teniamo chiusi agli Stati Uniti, arrivano in Germania 600 soldati USA per la missione NATO ‘Defender Europe 20’. Si tratterebbe della più grande missione degli ultimi 25 anni, secondo quanto viene dichiarato dalla stampa.

Debolezza politica ed economica non sono, nel contesto detto sopra, i migliori ingredienti. Giacché i maggiori flussi economici sono quelli asiatici, per non parlare delle risorse e delle competenze tecnologiche, sarebbe bene che ci svegliassimo. In fretta. Divisi e senza bussola rischiamo troppo facilmente di essere preda o di essere usati come strumento di divisione, facendo interessi non nostri. Purtroppo, non è chiaro se i nostri politici lo abbiano capito o meno.”

Tutto giusto, con la precisazione che non si può certo fare carico agli attuali politici italiani, che in gran parte stanno dedicandosi alla cosa pubblica da non più di 10 anni, di non avere risolto questioni intorno alle quali l’intera società europea si dibatte da secoli.

Non dimentichiamo i conflitti sorti parecchi secoli fa, circa i rapporti con gli altri Continenti, per esempio fra de las Casas e Sepùlveda, fra Antonio Vieira e conquistadores, fra i Gesuiti e l’establishment dell’ Ancien Régime, fra i rivoluzionari americani e il Re d’Inghiterra, fra la Compagnia delle Indie e la Corona, fra il “mainstream” progressista e colonialista e l’intellighencija anticonformista , da  Leibniz a Voltaire, da Schopenhauer a Guénon, da Pound a Simon Weil, da Evola a Béjart, a Panikkar.

Ancor oggi, l’identità dell’Europa e dell’Italia è combattuta fra l’ideologia occidentalistica e il ricordo delle comunalità dell’ Europa con le antiche civiltà dell’ Eurasia, sulla scia di Erodoto, Wolfram von Eschenbach, Jehuda haLevi, Marco Polo, Matteo  Ricci…

Fedeli al compito che ci siamo assegnati, di fornire l’informazione più ampia e più obiettiva possibile, abbiamo riunito, in questo momento così cruciale, un nucleo di relatori che rappresentano tutto lo spettro delle competenze necessarie per inquadrare questi scottanti temi, dall’esperienza viva dell’azione di Spinelli e delle Istituzioni europee,  a quella dell’ ambasciata italiana a Pechino, al mondo dei sinologi impegnati in prima persona nel dialogo interculturale, fino  al giornalismo italo-cinese.

Quanto al sottoscritto, vorrei solo ricordare che, quando mi ero recato nel 1978 a Canton per spianare la strada alle prime collaborazioni industriali, la Cina che avevo potuto vedere non aveva nulla in comune con quella postmoderna che si manifesta oggi attraverso lo Yuan digitale, i 35.000 chilometri di treni ad alta velocità e i 6G, e tuttavia già allora si poneva una questione di rapporti con la Cina. A conferma del fatto che le relazioni euro-asiatiche, a dispetto delle transeunti vicissitudini politiche ed economiche, sono strutturalmente e permanentemente inaggirabili, in quanto Qin e Da Qin sono stati da sempre complementari.

PROGRAMMA DEFINITIVO

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department: Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano,  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis

ATTENZIONE!

Per evitare i problemi tecnici evidenziatesi nel Webinar del 9 maggio, il 4 Luglio si userà la collaudatissima piattaforma Zoom.

Le coordinate  ZOOM della manifestazione sono: Join Zoom Meeting
https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09

Meeting ID: 896 2825 2000
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Il link (https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 ) e la coppia meetingID+password sono equivalenti tra loro.Nel senso che il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

CANTIERI D’EUROPA

WEBINAR DEL 4 LUGLIO SUI RAPPORTI FRA UE E CINA


XI-VON DER LEYEN: “IL DIALOGO PIU’IMPORTANTE PER LA UE DAL PUNTO DI VISTA STRATEGICO E IL PIU’CARICO DI SFIDE”

Il secondo webinar della serie “Cantieri d’ Europa Virtuali” sta suscitando più interesse del previsto a causa dei concomitanti sviluppi del dialogo fra UE e Cina.

La teleconference fra Xi e Von der Leyen, nonostante le apparenti ripetizioni di scene già viste, ha rappresentato un sostanziale passo in avanti, perché, da parte cinese, si è data una spinta senza precedenti al ruolo dell’Europa nel mondo, accettando un dialogo alla pari fra UE e Cina, che è una grande potenza, mentre, da parte europea, si è giunti ad affermare che “il dialogo con la Cina è il più importante, tanto dal punto di vista strategico, quanto da quello delle sfide”.

Ambedue i concetti sono assolutamente nuovi. Intanto, né America, né Cina, avevano mai accettato di trattare la UE come loro pari, preferendo sempre il dialogo con gli Stati membri, Dall’altro, gli Europei avevano sempre sostenuto che, per quanto importante possa essere il dialogo con Cina e Russia, quello veramente importante resta quello con l’America. Oggi, quando Trump chiama l’Europa e la Germania “delinquent” e minaccia dazi su tutti i nostri prodotti, il dialogo con la Cina è oramai una pura e semplice necessità. Certo non dovrà essere condotto  con un atteggiamento d’ inferiorità, bensì, come sta per altro già avvenendo, su un piede di parità. Se nel chiuso del summit il presidente cinese non ha dato garanzie chiare, ricordando anche l’importanza della posizione europea nei negoziati sullo status di Pechino al Wto, poco dopo l’agenzia di Stato Xinhua ha scritto che Cina e Ue si sono impegnate a concludere sugli investimenti entro la fine del 2020. Tuttavia, per pressare la Cina, durante il vertice è stata evocata la possibilità di una video conferenza a settembre tra von der Leyen, Michel, Merkel e Xi. Utile anche a verificare se sarà possibile recuperare il summit di Lipsia con tutti i leader europei destinato alla firma dell’intesa al momento rinviato causa pandemia.

E’ stata superata anche la barriera ideologica, quella che ha fatto affermare in passato che “la Cina è un rivale sistemico” e a Borrell che ”oramai è chiaro che abbiamo valori diversi”. Ma è proprio per questo che il dialogo s’impone più che in altri campi. Il nocciolo duro del dialogo interculturale sta proprio  nel confronto fra i diversi valori nel pieno rispetto delle diversità. Se Europa e Cina hanno diversi valori è perché le stesse loro logiche sono diverse. Concetti come “Datong”, “Taiping”, “Tianxia”, “Li” e “Fa” sono semplicemente intraducibili nelle lingue europee. Ma, se si vuole coesistere e collaborare, bisogna sforzarsi di capire gli altri,  se necessario anche studiando i caratteri cinesi, la mitologia indù e giapponese, le teologie ebraica e islamica.

D’altronde, questo fa parte delle migliori tradizioni europee, come nella Luminosa Dottrina di Da Qin sulla Stele di Xi’An, nel “Trattato sull’ amicizia” o nel “Vero Significato del Signore del Cielo” di Matteo Ricci, nel “Du despotisme de la Chine” di Bouvais, nei “Novissima Sinica” di Leibniz, nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, nel “Westoestlicher Diwan” di Goethe, nella “Ballad of East and West” di Kipling, nell’ “Hadji Murad” di Tol’stoj, nella “Butterfly” di Puccini,  nella “Shagané” di Esenin, nel “Siddharta” di Hesse, nei “Pisan Cantos” di Pound, nella “Turandot” di Puccini…

Anche qui, come in ogni altro campo, siamo di fronte a un enorme gap culturale, che  l’Asia, ma, soprattutto, l’Europa, dovranno colmare al più presto per poter essere in grado di fronteggiare, su adeguate basi, le difficilissime sfide che, come ha affermato Ursula von der Leyen caratterizzano il rapporto con la Cina.

Non per nulla abbiamo chiamato questo blog “DaQin”, che, in Cinese antico e classico, significava “Roma”, “Italia”, “Impero Romano” o “Cristianesimo”, e un altro blog, su questo stesso sito, “Turandot”. Invitiamo perciò i nostri lettori a seguire ulteriori approfondimenti su “Turandot” (e anche su “Technologies for Europe”).

Sarebbe ora che, nel formulare i nuovi progetti scolastici italiani ed europei (“Piano Scuola”, “Educazione alla Cittadinanza”), si tenesse finalmente conto di questo gap, e si ricalibrassero corrispondentemente i programmi.

ATTENZIONE!

Per evitare i problemi tecnici evidenziatesi nel Webinar del 9 maggio, il 4 Luglio si userà la collaudatissima piattaforma Zoom.

Le coordinate  ZOOM della manifestazione sono:

Il link (https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 ) e la coppia meetingID+password sono equivalenti tra loro.Nel senso che il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Ecco il programma:

PROGRAMMA (PROVVISORIO)

CANTIERI VIRTUALI D’ EUROPA 2020

Webinar 4 luglio, ore 10 :

Verso il Trattato per la protezione degl’investimenti :

Xi Jinping riconosce il ruolo dell’ Unione Europea

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino a una posizione  all’avanguardia mondiale della tecnologia e dell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare l’evoluzione della propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina possono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “colmo di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, un ruolo di riferimento a livello mondiale, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente  al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea.

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti pensare anche, che oggi il 50% dei brevetti depositasti presso l’Organizzazione della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio che ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione,  un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’ economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con l’accordo a permettere alla Volkswagen di divenire azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department, Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano,  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

(Ore 12,00  Giovanni Cubeddu, Direttore di Cinitalia, Il giornalismo come strumento di dialogo fra Italia e Cina?)

Ore 13,00 Domande e Dibattito

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’Associazione Culturale Diàlexis

EDUCAZIONE CIVICA E SOCIETA’ DIGITALE:COMMENTO A PAOLA MASTROCOLA

I Balilla cominciavano a 6 anni

Paola Mastrocola ha giustamente “letto” taluni aspetti inquietanti del Piano Scuola 2020 alla luce dell’ avanzata dell’ Intelligenza Artificiale. In sintesi, l’introduzione dell’educazione civica fino dal terzo atto di età le appare (giustamente) come una distopia totalitaria, che supera l’irreggimentazione dei Balilla e dei Pionieri (che per altro incominciavano ad essere inquadrati a 6, e, rispettivamente, 9 anni, non a 3): “Il secondo pensiero, triste, è che ci vogliano pilotare, programmare, indottrinare, fino dalla più tenera età”


Horkheimer e Adorno: anche la tecnocrazia occidentale è totalitaria

1.Congedo dal pensiero critico

Giustamente, l’ Autrice mette in rilievo l’abbandono dell’ obiettivo principale di un tempo, quello di “agevolare la nascita di un pensiero critico….Desiderano fare di noi, quasi appena nati, dei soldatini obbedienti  al sistema, asserviti all’ ideologia dominante (un misto di pensiero green, politicamente corretto e idolatria digitale) in vista di quella democrazia digitale per cui staremo tutti ordinatamente davanti a un computer, tutti lanciati su piattaforme virtuali dove – temo- ci chiederanno fin da bambini di esprimere preferenze, opinioni, voti, punteggi, chissà su chi e su che cosa.”

In effetti, il richiamo al pensiero critico aveva senso nello Stato liberale, dove si fronteggiavano le culture e le ideologie maturate in epoca illuministica e romantica: il cristianesimo scolastico dell’educazione gesuitica e l’anarchismo romantico alla Proudhon; le nostalgie demestriane per l’ Ancien Régime e le varie scuole marxiste; la fedeltà alla monarchia risorgimentale e il socialismo umanistico; il liberalismo borghese e il cristianesimo sociale; il nazionalismo e la tecnocrazia positivistica. I giovani erano chiamati a scegliere fra le varie opzioni esistenti sul mercato. La loro “cittadinanza attiva” aveva oggetto il confronto fra le diverse opzioni.

Certo, questa libertà scelta non è stata eliminata dalla scuola, bensì dall’ evoluzione della società, perché, nell’omologazione generale,  non c’è più  opzione  fra trono e altare da una parte e rivoluzione dall’ altra; fra fideismo e ateismo; fra militarismo e renitenza; fra Stato e mercato. E, tuttavia, non è che l’umanità non sia più confrontata a delle scelte, come quella fra il fanatismo tecnocratico alla Kurzweil e la critica della tecnologia di Joy; fra l’omologazione del “politicamente corretto” e le varie forme d’identitarismo; fra l’ideologia LGTB e i difensori della famiglia tradizionale; i cantori dell’Occidente e gli appassionai di Terzo Mondo, d’ Islam o di Oriente. I legislatori sembrano dare per scontato che ai giovani d’oggi non possa aprirsi nessuna scelta, ma che, invece, vi sia una strada obbligata, quella stabilita dalle autorità.

La formazione che veniva offerta nella scuola del secolo scorso, con tutte le sue limitazioni, era un’educazione “liberale” nel senso più pieno, cioè di ”afthonos” (magnanima, senza invidia): un’edicazione storicistica, che comprendeva lo spirito tragico dell’ Ellade arcaica e la”paideia” dell’ Atene classica; la rigidità morale di Cicerone e l’acutezza politica e militare di Cesare; il messianismo imperiale e quello giudaico-cristiano; il tomismo di Dante e il realismo di Machiavelli; il disincanto di Leopardi e  l’insegnamento concordatario della religione….

Per altro, buona parte delle cose previste dalla Direttiva europea sulla Cittadinanza attiva, dalla legge italiana e dal piano scuola che ne deriva, ci venivano insegnate anche allora, come conseguenza spontanea della ricchezza della società, senza bisogno di direttive, leggi, direttive e allegati: l’”Inno e la bandiera nazionale”, che cantavamo inquadrati in forma quasi militare; l’Unione Europea, di cui i Giovani Federalisti ci proiettavano le filmine; l’”educazione alla salute, alla tutela del’ ambiente, il rispetto per gli animali e i beni comuni, la protezione civile”, attraverso la Festa degli Alberi, la visita allo zoo e ai parchi cittadini, la Società di San Vincenzo. Tuttavia, non vi era lo sforzo pedagogico di creare una “memoria condivisa” Come scrive giustamente l’Autrice,”Tutto il resto è ideologia e indottrinamento, più o meno sotterraneo”.

I Pioniri Jugoslavi

2.Pensiero unico e informatica

L’accenno contenuto all’inizio dell’articolo al conformismo digitale è tutt’altro che casuale. Essa si accompagna infatti a uno sforzo veramente notevole delle istituzioni, ivi compresa la Chiesa, per dimostrare che, con un’adeguata impostazione razionale, l’avanzata inarrestabile dell’ informatica non costituisce una minaccia per l’ Umanità, A mio avviso, essa non è solo una minaccia, bensì è già un depauperamento dell’Umanità. Come rilevavano già Hoelderlin e Max Weber, già lo sforzo della teologia di inquadrare la religione, nonché quello dello Stato di limitare la violenza avevano prodotto il “disincanto del mondo”, racchiudendo l’uomo in una gabbia d’acciaio, e togliendogli la capacità di “viverre poeticamente”. Il “governo delle regole” è in realtà una spersonalizzazione e un’alienazione. Quando, poi, le  decisioni fondamentali dell’ Umanità, quelle sulla guerra nucleare, sono state delegate a un sistema informatico deliberatamente non controllabile dall’ uomo, quest’ultimo ha già perduto la “sovranità”, cioè il “potere di decidere sullo stato di eccezione” .

Questo non significa avallare il “Determinismo tecnologico”, bensì chiarire quanto sia difficile la battaglia contro di esso. La questione fondamentale diviene quella di ricercare una sorgente di forza per combattere questa battaglia:”Inventiamoci al più presto un’alternativa, una zattera di salvataggio dove mettere un bel po’ di libri, le favole col lupo cattivo, la principessa sul pisello e Pollicino, e poi a seguire la letteratura, l’arte, la bellezza.”

La soluzione del Principe Mishkin: “Mir spasiòt krasotà”.

Tutto vero, ma non basta. Infatti, la generazione che dovrà affrontare le Macchine Intelligenti dovrà essere una generazione non solo appassionata, ma anche dotta e combattente.  Dovrà conoscere la cultura del proprio Paese, ma sapere moltyo di Europa e qualcosa anche degli altri Continenti; dovrà padroneggiare completamente la tecnica per poterla guidare.

Su questo fabbisogno enorme di cultura, di formazione e di conoscenza, purtroppo, direttive, leggi e direttive tacciono prepotentemente. Sarebbe ora di rifare il “Processo di Bologna”, rivedendo radicalmente il quadro delle competenze necessarie “ai  cari Europei di oggi e di domani” a cui Nietzsche aveva dedicato i pensieri consegnati alla signora Roeder-Wiederhold.

La casa dove Nietzsche dettò gli appunti sui “cari Europei di oggi e di domani”

UN RUOLO PER L’EUROPA DEL DOPO PANDEMIA:LETTERA APERTA A SERGIO FABBRINI

Il nome Chang’an, la capitale cinese di Qin Shi HuangDi e dell’ Esercito di Terracotta, significa “Pace Perpetua”

Tutta la nostra attività, per gli ultimi 14 anni, ha ruotato intorno al ruolo dell’Europa nel III millennio (“Il ruolo del’ Europa nel mondo”; “DA QIN”; “L’Europa sulle Vie della Seta”). Per questo motivo, non possiamo, ovviamente, lasciare senza commento un articolo, come quello di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore” del 14/6/2020, dedicato all’ attualizzazione di questo fondamentale tema.

1.Ambiguità della “Pace Perpetua”

Il ruolo dell’ Europa nel mondo era stato definito, dai Padri Fondatori (Spinelli, Schuman)  in modo adeguato, ma equivoco,  a causa della divisione dell’Europa fra due grandi blocchi,  citando l’ideale millenario e universale della Pace Perpetua (Chang’An, Pax Aeterna, Dar al-Islam, Ewiger Landfrid, Paix Perpetuelle), da un lato quale implicita protesta contro la violenza delle Grandi Potenze vincitrici e della loro divisione dell’ Europa (Horkheimer e Adorno), e, dall’ altra, quale sommessa rivendicazione, per l’ Europa, di un ruolo mondiale, alternativo a quello delle stesse (Spinelli), e, infine, di giustificazione e riabilitazione della Germania (Juenger). Da un lato, l’Europa, appropriandosi di quell’ancestrale slogan monarchico, lasciato cadere dai nuovi imperi laici e democratici, e riappropriato solo dalla filosofia (Kant, Jaspers), tentava di porsi in concorrenza con le Grandi potenze almeno sul terreno etico (l’unico ancora concesso all’ Europa), e, dall’ altro, di aprirsi nuovi campi di manovra in politica internazionale (dalla Ostpolitik alla geopolitica vaticana).

Tutto ciò s’inseriva nel cosiddetto “multilateralismo”, un eufemismo per designare una benigna accondiscendenza degli Stati Uniti a concedere a tutti i suoi partners e soggetti una quasi-parità formale.

A causa del carattere imperfetto di quell’asserita parità, già per poter sostenere quella rivendicazione della Pace Perpetua, con il suo carattere controfattuale, l’intelligencija europea era stata costretta a crearsi un intero universo culturale artificiale, che negava allo stesso tempo, per rendere credibile un nostro preteso pacifismo, il carattere profondamente conflittuale dell’identità europea (che contraddice una pretesa vocazione dell’Europa per la pace) e il nesso inscindibile fra Pace Perpetua e imperialismo, espresso  già dagli epitafi degli Achemenidi, da Orazio, da  Tacito, per arrivare fino a Hitler –“das Tausendjaehrige Reich”-(il che rendeva semmai più credibili, come vessilliferi della pace perpetua, più che l’Europa, i due imperi extraeuropei).

2. Il dileguarsi di un mito

Quest’ inevitabile mistificazione della storia europea risultava evidente fin dall’ inizio a chi avesse un minimo di onestà intellettuale (basti pensare a De Gaulle), ma è divenuta più che mai riconoscibile in questo terzo millennio, da un lato attraverso l’” imperialismo democratico” di Clinton, della Albright, dei Bush, di Blair e di Obama, e, dall’ altra, con l’intensificarsi delle guerre occidentali (Jugoslavia, URSS, Medio Oriente), e dei più recenti  preparativi di guerra mondiale (denunzia dei trattati nucleari, militarizzazione dello spazio). Lo stesso Fukuyama ha dovuto constatare che la “Fine della Storia” da lui profetizzata come conclusione dello Scontro di Civiltà previsto da Huntington non si è poi realizzata. Certo, all’ Europa è ancora possibile esibire  un altro mito, quello della sua pretesa sua dalle avventure e disavventure americane, ma si tratta di un mito oramai consunto, dal massiccio sostegno dell’ Europa al dispiegamento bellico internazionale dell’ America, dalle guerre interne all’ Europa stessa e dalle infinite “guerre umanitarie” a cui abbiamo partecipato in giro per il mondo.

In realtà, dai tempi più antichi tutti gl’imperi giustificano le loro guerre di conquista con la necessità di por fine alle guerre. Più passano i secoli, meno questo progetto risulta credibile. E’ proprio dal carattere ingannatore di siffatte promesse ch’è nata la figura dell’ Anticriso.

Con la rinascita della Russia e della Cina e la presidenza Trump, la realizzabilità, entro tempi misurabili, di un mondo realmente pacifico (perché definitivamente assoggettato all’ Occidente), è divenuta ancor meno credibile, sì che l’Europa ha dovuto prendere atto che la pace perpetua, proposta da 80 anni, a partire da Juenger, Spinelli e Schuman, quale ragion d’essere dell’ integrazione europea, è anch’essa irraggiungibile, almeno con lo strumento fino ad allora utilizzato -la cooperazione  utilitaristica fra Stati Nazionali su base funzionalistica-. Intanto, perché l’Europa è divenuta nel frattempo  (anche grazie a quelle politiche) assolutamente irrilevante su tutte le grandi questioni mondiali (scelta del modello socio-economico; rapporto con la tecnica; diritto internazionale; guerra e pace); in secondo luogo, perché l’ America, anziché continuare ad ammantare le sue prevaricazioni con ipocrite giustificazioni teologiche, etiche e giuridiche (che legittimavano parzialmente anche le “Retoriche dell’ Idea di Europa”),  coltiva oramai in maniera sfacciata la propria smisurata volontà di potenza (eliminare ogni concorrente;  mantenere un monopolio universale; conquistare militarmente il mondo intero; controllare tutta l’umanità attraverso l’informatica). Questo cambio di registro è dovuto non solo alla natura arrogante di Trump, bensì anche e soprattutto al fatto che la retorica umanitaria non era servita in tanti anni a ingannare, né alleati, né avversari, sicché era divenuta, per l’America, soltanto un impaccio nella difesa dei propri privilegi contro l’ascesa delle molte potenze cosiddette “sfidanti”.

A mio avviso, contrariamente a quanto ritiene Fabbrini, l’America non aveva mai veramente garantito, né la sicurezza, né il benessere dell’Europa, innanzitutto perché, come hanno dimostrato studi storici di tutte le correnti, Stalin, da politico realista qual era, temendo soprattutto l’”overstretching”, lungi dal voler spostare la Cortina di Ferro,  faceva di tutto perconvincere Churchill e Togliatti, Tito e Tarle, Dimitrov e Vargas, Nenni e Tito, a rispettare l’equilibrio di Yalta, e,  in secondo luogo, come hanno spiegato Milward e Eichengreen, le “Trente Glorieuses” furono dovute essenzialmente, non già all’ERP o al Piano Marshall, bensì alla conversione al civile dell’ingente parco industriale europeo nato con le due guerre mondiali.

Oggi, poi, quando non c’è più lo spettro di un movimento omogeneo come quello comunista, desideroso di cambiare il mondo sul modello sovietico, non si può più in alcun modo sostenere che il preteso (ma anch’esso indimostrabile) “ombrello americano” serva contro una qualche concreta minaccia. Anche perchè, quando la Russia ha voluto o dovuto intervenire fuori dei suoi confini (ma ben lungi da quelli della UE), lo ha fatto senz’alcuna reazione da parte degli USA o della NATO. E certo la Cina non ha nessuna intenzione (ma neppure la possibilità, data la distanza) di minacciare militarmente l’Europa Occidentale. Semmai, è l’Unione Europea che, sulla scia degli Stati Uniti, minaccia, e spesso addirittura organizza, un “régime change” o perfino un’invasione della Russia o delle sue province ed alleati (Daghestan, Inguscezia,Transnistria, Abkhasia, Ossetia, “Euromaidan”).

Dal punto di vista economico, il trasferimento forzato in America, dopo la IIa Guerra Mondiale, di missilistica, nucleare, motoristica avio e informatica tedeschi, polacchi, ungheresi e perfino italiani, oltre  alla connivenza con gli abusi delle multinazionali e ai vincoli al commercio con quasi tutti gli Stati del mondo (quello che Trockij aveva chiamato “contingentamento del capitalismo europeo”) sono la causa prima, evidente ma da tutti sottaciuta, della continua decadenza dell’ economia europea rispetto al resto del mondo.

Dunque, non resta alla fine altro argomento, contro il progetto di una maggiore autonomia dall’America stessa, che il timore delle sue eventuali reazioni, nonché quello che, senza il poliziotto americano, possano emergere in Europa nuove forze politiche che eventualmente scalzino, nel consenso popolare, quelle oggi al potere.

Anche per questo, di fronte all’ arroganza e alla rozzezza di Trump, un’eventuale insistenza dell’Unione Europea a voler trattare questioni internazionali di interesse esclusivo dell’Occidente da un preteso punto di vista del bene di tutta l’Umanità (come si continua a fare in certi documenti programmatici) sarebbe non soltanto non più credibile, ma, addirittura, data la nostra precaria situazione, la prova provata di essere delle semplici marionette dell’America.

Di qui, la generalizzata recente presa di distanza dall’America di tutta una classe dirigente ( vedi in particolare Macron e Borrell) fino ad oggi succube, anche verbalmente, dei diktat americani, la  quale ostenta ora, per giustificare un’ inedita sostanziale equidistanza fra USA e Cina,  una pretesa sorpresa e delusione per gli attuali atteggiamenti di Trump, che, invece, sono  sostanzialmentevla continuazione di quelli dei presidenti precedenti, ma solo  non sono più coperti da un velo d’ipocrisia.

3.Una geopolitica più realistica

Per altro, quella presa di distanza, dall’ America di Trump, di alcuni politici europei, è ancora reticente -rivolta, com’è, più alle conseguenze che alle cause prime-.  Ad esempio, è incredibile che la recentissima  idea di Trump di spostare 9500 militari dalla Germania sia stata accolta da Angela Merkel con sdegno. Non si era mai visto un Paese occupato che si offenda perché l’occupante vuole rimpatriare una parte (per altro modestissima) delle sue truppe.

Come afferma giustamente Fabbrini, gli USA “continuano ad essere l’unica potenza globale esistente”, nel senso ch’essi ancora stanno imponendo in tutto il mondo i loro temi di discussione (l’agenda del discorso politico), controllano tutti gli abitanti del globo con l’informatica e avvolgono il mondo intero con una rete di spie, d’ investimenti, di basi militari, di consulenti, di satelliti artificiali, di sistemi d’arma. La novità, osserva Fabbrini, “piuttosto che il declino degli USA, è stata l’ascesa di altre grandi potenze (Cina, in particolare) che ha condotto alla ridefinizione dei rapporti di potere internazionali.”(cfr. i nostri studi “Da Qin” e “L’Europa sulle Vie della Seta”).In soldoni, anziché detenere, come nel 2000, il 100% del potere mondiale, oggi, dopo la Cecenia,  le Torri Gemelle, Tskhinval, la Via della Seta, l’Ucraina, le sconfitte medio-orientali e il Coronavirus, gli Stati Uniti ne controllano  ancora circa la metà, essendo il resto ripartito fra Cina, Chiesa Cattolica, Russia, Israele, India e Unione Europea. Non è per altro vero che “nessuno di costoro voglia collaborare con gli altri”, perché sono sempre e solo gli Stati Uniti a negare la loro collaborazione, rifiutandosi sostanzialmente di riconoscere l’ Unione Europea, spostando truppe e i missili a pochi chilometri da San Pietroburgo, denunziando i trattati nucleari, “scardinando le filiere produttive” delle proprie stesse imprese pur di danneggiare la Russia, la Cina, l’Iran, ma anche l’ Europa, boicottando le organizzazioni internazionali…Invece, tutti gli altri soggetti internazionali non fanno altro che profferire, fra di loro e con l’ America, sempre nuove offerte di collaborazione. E’ chiaro ch’esse finiranno per continuare a collaborare fra di loro senza gli Stati Uniti, come per l’Iran, la Via della Seta, il WTO, l’OMS, il Tribunale Penale Internazionale…Sarà l’America a rimanere isolata.

4.La PESC e la “Guerra nell’era delle macchine intelligenti”

Secondo Fabbrini, la reazione europea all’attuale atteggiamento dell’America dev’essere quello di potenziare la Politica Estera e di Difesa Comune, facendo, così, delle provocazioni trumpiane, un’ottima opportunità da cogliere per l’Europa.

Cosa su cui concordo pienamente, con una sola, ma fondamentale, precisazione:  nel III millennio, la sola politica estera e di difesa che conti è quella tecnologica (comprensiva della biopolitica, la cyber-intelligence, la cyberguerra, lo Hair Trigger Alert, gli Hacker patriottici, i trolls, le fake news, la battaglia di narrative, la prevenzione delle pandemie, lo European Medical Command, la borsa e la valute elettroniche, la Web Tax). Le nuove tecnologie condizionano infatti la sopravvivenza stessa dell’Umanità, e, quindi, la guerra nucleare, la politica nazionale e internazionale, la biologia, lo sviluppo economico, la politica familiare e demografica, i diritti civili, la costituzione, il lavoro, la partecipazione…

Senza un ecosistema digitale autonomo non si può fare una politica internazionale degna di questo nome, perché si è soggetti allo spionaggio altrui; non si può avere un’industria all’altezza dei concorrenti, perché non si può proteggere, né la propria proprietà intellettuale, né i propri interessi in giudizio; non si possono difendere i diritti dei nostri cittadini, perché gli strumenti fisici di questa difesa (big data, cavi intercontinentali) sono in mano a potenze straniere; non si può fare nessuna politica economica, perché gli utili e il gettito fiscale sono dirottati dalle OTTs fuori dell’Europa. Meno che mai si può fare una politica di difesa, quando “la minaccia alla pace” maggiore proviene proprio dai nostri Alleati, che hanno fomentato guerre con la Russia, con la Cina, con l’ Afghanistan.., spingono verso la corsa agli armamenti, boicottano le nostre economie, penalizzano le nostre aziende e ci sottraggono il nostro “know how”.

Rimandiamo a questo proposito al nostro volume ”European Technology Agency”, da noi inviato a tutte le Istituzioni europee, e in particolare alle proposte ivi contenute di unificare tutte le politiche tecnologiche europee sotto un’unica autorevole guida.

Infine, la “guerra senza limiti” oggi in corso implica anche che non si possa condurre una politica estera e di difesa comune, né tanto meno una politica tecnologica europea, senza partire dalla cultura, in tutti i suoi aspetti. Infatti, come diceva Heidegger, “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, sicché presuppone una qualità umana e culturale superiore, una pedagogia adeguata, scelte politiche adeguate e una formazione continua dei cittadini, e, a sua volta, costituisce la forma più potente di difesa dell’indipendenza nazionale (basti pensare a Israele, a Solidarnosc e alla difesa dell’Arabo Classico e dei caratteri cinesi).

Come funziona la NSA

5.Un reale dibattito sulla Politica Estera e di Difesa Comune

Come conseguenza, tutte le iniziative citate, non solo da Fabbrini, ma anche da Macron e dai documenti dell’Unione, per una maggiore autonomia dell’Europa, sono sicuramente utili e necessarie, ma non hanno alcun senso se non collocate all’ interno di una strategia globale che parta dalla cultura e dalla tecnologia, dando da subito all’ Europa  gli strumenti fattuali per poter costruire in tempi rapidi questa difficile autonomia.

Il livello di consapevolezza attualmente esistente su questi temi nei mondi culturale, politico, amministrativo, accademico, industriale, militare, è assolutamente insufficiente, e va innanzitutto elevato.

Occorre quindi, nell’ambito dei movimenti europeisti e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, un reale dibattito culturale sulla natura della tecnica, sulla Società delle Macchine Intelligenti,  sulla difesa dell’ Umano dal Postumano, sull’Economia della Sorveglianza, sulla Cyberguerra, sugl’insegnamenti concreti di Echelon, Wikileaks, Prism e delle cause Schrems, su una nuova pedagogia tecnico-umanistica, sull’upgrading tecnologico della società europea

Solo sulla base dell’esito di questo dibattito sarà possibile abbordare le questioni dell’interscambio fra le culture circa il rapporto con la tecnica; del rapporto informatica-industria-scuola-difesa; di una nuova forma di cyber-intelligenza e cybersecurity;  del controllo sui rapporti tecnologici extraeuropei; dell’ innalzamento del livello tecnologico dell’industria e degli eserciti  europei; del tipo di formazione, civile e militare, degli Europei; della reale situazione dei costi della difesa e del loro fallout tecnologico e commerciale; del rapporto con le altre parti del mondo.

E, di converso, solo in base all’ esito di queste attività progettuali sarà possibile una chiara definizione delle minacce alla “European Way of Life” di cui parla Ursula von der Leyen; gli obiettivi della Politica Estera e di Difesa Comune, al di fuori dei luoghi comuni, dell’abitudinarietà e delle influenze extraeuropee; la ridisegnazione dell’intero settore.

Concordo con Fabbrini anche sul fatto che “non si tratta di sottrarre sovranità militare agli Stati membri, ma di creare una sovranità militare  della Ue, limitata ma indipendente dai suoi Stati Membri”. Infatti, gli Stati Membri non hanno adeguato, né i loro eserciti, né le loro diplomazie, né i loro sistemi educativi, né le loro società, alla “Guerra senza Limiti”: non hanno sistemi d’ intelligence attivi in tutto il mondo, né computers e satelliti quantici, né missili ipersonici; non proteggono dal punto tecnico, giudiziario, militare e poliziesco i dati delle loro imprese e dei loro cittadini. Tutte queste cose potranno (e dovranno) essere svolte da un piccolo (ma efficientissimo) Esercito Europeo, che supplirà alle colossali lacune di tutti gli eserciti europei esistenti (e anche dei sistemi europei di soft power e di advocacy delle nostre imprese).

Senza voler anticipare gli esiti di questo dibattito, credo che dovrebbero essere presi in considerazione, come minimo, fin da subito, i punti seguenti:

-il pericolo costituito dal controllo, sull’equilibrio strategico, ma innanzitutto, nucleare, del complesso Informatico-Digitale (Hair Trigger Alert, Perimetr’, NSA, OTTs);

-il nesso inestricabile esistente fra III Guerra Mondiale e superamento dell’uomo da parte del “phylum macchinico” (De Landa), oramai determinante per le sorti della guerra tecnologica, e l’unico capace di sopravvivere, come anticipato dal Covid-19, a una guerra mondiale al contempo nucleare e chimico batteriologica (NCBR);

la spesa militare abnorme (soprattutto per un continente che si pretende  pacifico, e che invece spende per il militare -compresi i contributi in natura alla NATO)-, più di Russia e Cina messe insieme;

-l’urgenza di un’Accademia Tecnologica, di un’Accademia Militare europea e del rifacimento completo dei curricula scolastici, per inserirvi competenze tecnologico-umanistiche e di difesa civile, nonché il volontariato nel Servizio Europeo di Solidarietà, proposte nel nostro libro “European Technology Agency”;

-la creazione di un seppur modesto servizio di Cyber-intelligence e di Cyberguerra, indipendente dalla NATO;

il rovesciamento, invocato da Maximilian Schrems, dell’attuale atteggiamento delle Istituzioni, di tolleranza della totale disapplicazione del GDPR da parte delle OTTs;

-il chiarimento dei meccanismi decisionali NATO, da 70 anni completamente in mano agli stessi Stati Uniti, e che, anche solo per un motivo di equità, dovrebbero essere invertiti e resi trasparenti;

-un riesame critico dei cosiddetti “valori europei”, con una visione comparatistica della filosofia, dell’arte, della storia, capace di fondare un autentico dialogo paritario fra tutte le culture del mondo.

La guerra futura sarà una guerra di droni

6.I politici europei come gamberi

Non condivido la retorica sulla CED corrente negli ambienti europeistici. Le decine di divisioni eruropee ivi previste, senza marina, aviazione, e, tanto meno, arma atomica, sotto un comando NATO, sarebbero assomigliati più a degli ascari, alla Legione Straniera, o, addirittura, alle SS straniere, che non a un esercito veramente europeo.

Tuttavia, dopo la CED, ci sono stati tanti altri tentativi:  l’atomica europea, la Force de Frappe francese, la proposta francese di mettere questa al servizio dell’Europa, la richiesta polacca di farlo veramente, l’Agenzia Europea degli Armamenti, il corpo d’intervento rapido, la Cellula di Riflessione dell’ Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa, lo European Defence Fund, la Military Mobility, lo European Medical Command, il Corpo Europeo di Solidarietà. Si sentono ripetere, da una quarantina di anni, sempre gli stessi slogan senza che mai si giunga ai fatti.

Fabbrini afferma giustamente “a tali dichiarazioni non sembrano seguire scelte conseguenti” e conclude: “La nostra sicurezza, economica e militare, oltre che dal sistema di valori che ci caratterizza, è nelle nostre mani”.Per questo, se, come scrive qualche riga prima, i politici procedono a ritroso come i gamberi, spetta ai cittadini mobilitarsi, affinché, in occasione della preparazione del quadro pluriennale 2021-2027, nonché della Conferenza sul Futuro d’ Europa, si affronti veramente un dibattito a tutto tondo e senza pregiudizi come quello sopra preconizzato.

Gli Stati Generali dell’Economia potrebbero costituire un modello, a condizione che il nuovo consesso fosse aperto a tutti coloro che hanno qualcosa da dire, e che i lavori  fossero pubblici. Invitiamo il Professor Fabbrini, il Movimento Europeo, e tutti gl’intellettuali che si occupano  di queste cose, a sollecitare le Istituzioni ad aprire un siffatto dibattito, secondo il meccanismo delle lettere aperte, da noi inaugurato con la proposta dell’Agenzia Tecnologica Europea (cfr. “Technologies for Europe”).

“E’ L’ORA DELL’ EUROPA”

ANCHE SENZA UN ECOSISTEMA DIGITALE SOVRANO?

Tratta atlantica e Trail of Tears, il peccato originale del puritanesimo americano

Certo oggi è, come ha affermato Ursula von der Leyen, l’ora dell’Europa, perché, essendosi incrinata, grazie anche al Coronavirus,  la maggior parte dei vecchi miti su cui si è retto il sistema geopolitico degli ultimi 75 anni, l’Europa sta forse riuscendo a intravvedere senza paraocchi ideologici la realtà vera del mondo d’oggi e a pensare realistiche vie d’uscita dalla propria decadenza.

Tutte cose che, fino a pochi giorni fa, erano perfino inimmaginabili, perché ancora vigevano le “retoriche dell’idea d’Europa”, e, in particolare: il disdegno per le identità, la UE area più florida del mondo, il progresso continuo, lo “scudo atlantico”, il “diritto mite” dell’Occidente, il “piccolo è bello”, l’inefficienza del settore pubblico, il divieto d’ indebitamento della UE, e così via…

La battaglia fra Kowloon e Victoria, nel cuore di Hong Kong

1.La realtà svelata

Intanto, il Parlamento Europeo, nel suo studio “Thinking about the future of Europe” ha riconosciuto che l’integrazione europea non può procedere senza l’Identità Europea, e si è riproposto addirittura di promuoverla, pur senza fare troppi riferimenti ai miopi schemi pedagogici del passato. Questo cambio di passo è stato reso per altro inaggirabile dalla smentita, da parte della realtà, delle costruzioni ideologiche che avvolgevano finora il discorso pubblico. L’Europa, che fino a un paio di mesi fa si baloccava con l’eufemismo di un’asserita “stagnazione”, è stata costretta a riconoscere la realtà di una secca decrescita dell’Occidente, che non è una “fake news” di Mosca o di Pechino, ma una realtà comprovata dai numeri, di cui il Coronavirus costituisce in un certo senso solo un capro espiatorio. Poi, al progresso continuo della Scienza, dopo i balbettii dei virologhi di tutto il mondo e le fosse comuni in America e Brasile, non crede più nessuno. Quanto al preteso “scudo nucleare atlantico”, i dubbi di Trump sull’articolo 5, il rifiuto degli Europei di aumentare la spesa militare, il fallimento di Defender Europe 2020, la denunzia dei trattati nucleari, la militarizzazione dello spazio, i nuovi missili mare-terra, il ritiro delle truppe dalla Germania, i sondaggi pro-Cina e pro- Russia e il conflitto fra Trump e il Pentagono, è ovvio che esso semplicemente non esiste (se mai è esistito), mentre, in suo luogo, c’è invece una corsa senza limiti agli armamenti, che gli Europei non condividono ma a cui non  riescono ad opporsi. Il coprifuoco in America  supera di gran lunga quello di Hong Kong, e soprattutto ci ricorda che gli Stati attuali  hanno tutti, in un modo o nell’altro,  sulle spalle i colossali crimini del colonialismo  su cui si è fondata la Modernità e da cui soprattutto l’anglosfera non può uscire: nei due casi specifici, lo sterminio dei nativi americani, la tratta atlantica e le Guerre dell’Oppio (iniziata nel 1839 dalla più grande operazione antidroga della storia, quando gl’Inglesi, per difendere i narcotrafficanti, fecero fuoco, nella baia di Hong Kong, contro i battelli dell’ esercito imperiale cinese).   Il Coronavirus si è incaricato poi di dimostrare la debolezza strutturale di milioni e milioni d’imprese europee sub-marginali e tecnologicamente arretrate, che vivacchiano da decenni per inerzia, mentre Amazon, Facebook, Google, Tesla, Alibaba e Wechat (come ha riconosciuto la Commissaria Vestager che da tempo le avrebbe dovute contrastare)  sono uscite dalla pandemia ulteriormente rafforzate. Grandi imprese europee come Lufthansa e Alitalia debbono essere ricapitalizzate con la benedizione dell’ antitrust; gli eurobond sono in pratica già quasi realtà.

Unione e Stati Membri si stanno rendendo conto, seppure malvolentieri, di questo crollo dei vecchi miti, adottando qualche, seppur modesto, provvedimento nella giusta direzione, e, in tal modo, mettendo “un tampone” (è il caso di dirlo) sulle falle più evidenti, che potrà prolungare la nostra agonia, ma non impedire il decesso. Certo, sarebbe tragico se non facessero neppure questo, ma l’interminabile trattativa e le argomentazioni utilizzate dagli Stati membri sviliscono i seppur apprezzabili risultati raggiunti. Basti pensare alle assurde accuse degli Olandesi all’ Europa Meridionale (anche se non senza ragioni: il “bonus vacanze”), quando l’Olanda, con la sua connivenza con le multinazionali e con gli Stati Uniti sui “tax rulings”, è (insieme al Lussemburgo, all’Irlanda e al Regno Unito) fra le cause prime della decadenza dell’Europa, e, perciò, quasi responsabile di alto tradimento. O come quella dell’Ungheria, che lamenta che i “paesi ricchi” (ma quali sono?) vengano aiutati dai Paesi poveri.

Ma soprattutto risulta sfatata la pretesa che la solidarietà sia un valore precipuamente europeo (e perché non africano, islamico e cinese?), mentre invece, di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, non si è ancora riusciti, dopo 4 mesi, ad approvare neppure la sostanzialmente neutra comunitarizzazione del debito.  Che cosa ha fatto per il Coronavirus il Corpo Europeo di Solidarietà?

Il problema è che la cultura mainstream, ostaggio di ideologie che hanno, come minimo, 50 anni, non possiede neppure le basi minime necessarie per il  dibattito sul XXX millennio, quale espresso in America, per esempio,  da Asimov, von Neumann, Esfandiari, Kubrick, Joy, Kurzweil, De Landa, Schmidt e Cohen, dove le tecnologie digitali non sono solo un orpello per discorsi della domenica, bensì il  cuore pulsante di un apocalittico progetto globale. I rari Europei che vi ci sono cimentati, come Hawking, Rees, Bostroem, Tegmark, Ferrando, Laurent, Floridi, Nida-Ruemelin sono rimasti al livello di studi accademico, senza aspetti propositivi.

Ne consegue che tutto il grande agitarsi intorno all’”Altra Europa” ha appena scalfito la superficie dei problemi di oggi, perché non ha fatto i conti con i veri convitati di pietra:  l’”algoritmo decisivo”, la “Macchina Mondiale”,  gli squilibri  nucleari, Prism, ecc…

L’esecuzione dei leaders dei Sepoys a cannonate da parte delle truppe inglesi

2.Perchè non ci stiamo ancora muovendo?

Il problema principale è quello del timing. Le positive  tendenze che stanno emergendo (constatazione della “fragilità” di tutti noi Europei, sospetto  verso i “consulenti” tecnici o economici dei Governi, equidistanza fra USA e Cina, interesse per le grandi imprese e i campioni europei, rivalutazione di funzioni pubbliche come la sanità e i fondi sovrani, perfino la faticosa nascita degli Eurobond), arrivano dopo che i nostri principali concorrenti (Cina e USA) sono già andati molto più avanti su queste strade, con sussidi pubblici immediati alle vittime della pandemia, gestione della crisi in prima persona da parte dei Presidenti, investimenti colossali  nelle nuove tecnologie, valute digitali, “advocacy” sfacciata a favore dei propri colossi, militarizzazione della sanità, applicazione del diritto economico di guerra, scavalcamento delle autorità locali in base allo stato di eccezione).

Come non ci stanchiamo d’insistere, l’area in cui il sorpasso sull’Europa è più evidente è quello delle nuove tecnologie, in cui tutti i Paesi del mondo continuano ad avanzare a tappe forzate, e di cui, in Europa, tutti rifiutano perfino di parlare. E’uscito recentemente un eccellente libro di Simone Pieranni, “Lo specchio rosso”, in cui quest’ autore ci illustra in modo competentissimo, dettagliato ma chiaro, come tutte le innovazioni sociali sognate e tentate dall’utopismo tecnologico californiano abbiano già trovato attuazione in Cina, in modo che, estrapolando comparativamente gli scenari dei due Paesi, possiamo comprendere quale sarà il prossimo futuro del mondo. Un futuro certo difficilissimo per gl’individui amanti della libertà, e dove l’Europa sarà un soggetto puramente passivo, in quanto tutti i suoi dati continueranno ad essere detenuti “in ostaggio” dalle Superpotenze, e l’Europa stessa mancherà di qualunque strumento -concettuale, umano, tecnologico, militare- per influenzare in qualche modo l’avvenire antropologico del mondo. Quindi, il contrario dell’auspicata “esemplarità”.A meno di prendere la situazione di petto hic et nunc, molto più di petto di quanto non si stia facendo adesso. Come scrive Dario Fabbri su Limes, “Così oggi miliardi di cittadini – attraverso post, mail, blog – affidano i loro pensieri più intimi alle società della californiana Silicon Valley, più Microsoft e Amazon che hanno sede a Seattle. Di fatto, l’80% della popolazione connessa nel pianeta, che offre agli americani la più grande quantità di informazioni della storia”.

A partire da Crucé, per passare a Kant e Coudenhove-Kalergi, per arrivare a Spinelli e a Papa Francesco, l’Europa ha sempre preteso di costituire un modello per il mondo grazie alla sua ambizione di costruire un ordine mondiale di carattere consensuale, sia esso di carattere etico o di carattere istituzionale. La definizione dell’ Europa quale “Trendsetter”, contenuta nel pacchetto digitale della Commissione, si riallaccia a questa pretesa con un termine nuovo. Tuttavia, come noto, tutti i grandi Stati subcontinentali hanno questa pretesa di esemplarità, a cominciare dalla dal Tian Ming cinese, per passare al “Patto” di Israele,alla “Hvarenah” achemenide,  alla “Hierotate Chora” dei Tolomei, alla Pax Augusta, al Califfato, al Tercio Imperio portoghese, alla “Casa sulla collina” dei Puritani, all’ “internazionalismo proletario”. Questa pretesa universalistica traduce semplicemente una legittima ambizione di “leadership”, espressamente riconosciuta come benefica per esempio dal Corano. Tuttavia, essa, per essere credibile, deve tradursi in fatti concreti, ché, altrimenti, si traduce nella copertura ideologica di altri interessi.

Purtroppo, nel momento stesso in cui l’Europa avanza questa pretesa,  la situazione effettiva dei diritti degli Europei è la più grave in tutto il mondo, perchè le nostre Autorità, a dispetto dell’ enorme produzione cartacea (cfr. i Quaderni  di Azione Europeista “Habeas Corpus Digitale” e “Corpus Iuris Technologici” dell’ Associazione Culturale Diàlexis) , non hanno fatto ancora nulla sul piano tecnico per difendere i cittadini contro la colonizzazione culturale denunziata dal Papa, come dimostrato per acta dalla causa Schrems. In base alle risultanze processuali e ai documenti di Snowden pubblicati da Wikileaks,  i nostri dati  sono già stati trasferiti, e continuano ad essere trasferiti,  nonostante il DGPR e addirittura grazie al Privacy Shield e alle Standard Contractual Clauses, nei server delle OTTs e della NSA, mentre, a detta di quest’ultima, l’intelligence cinese starebbe hackerando tutti i database americani, cosicché i nostri dati, militari, tecnologici, economici e personali sono in pratica disponibili a tutti tranne che all’Unione Europea, ai nostri Governi, alle nostre imprese e ai nostri eserciti (i quali tutti avrebbero pure diritto, a mio avviso, alle condizioni del GDPR, di poterne fruire, e di negare invece tale fruizione ai soggetti extraeuropei, come fanno, appunto, USA e Cina, ma, in gran parte, anche India e Israele).

L’iniziativa Gaia-X, di un cloud europeo (un consorzio di dodici piccole realtà esistenti), inaugurata il 9 maggio dai ministri francesi e tedeschi, costituisce, nonostante le roboanti promesse di sconfiggere gli OTTs, l’ennesimo pannicello caldo, perché è solo sperimentale, si riferisce solo ai dati delle imprese, e non quelli dei cittadini, è comunque parziale e non protetta contro lo spionaggio delle Grandi potenze. Nel 2018, gli Stati Uniti avevano  approvato il cosiddetto Cloud act: una legge federale che – fra le altre cose – permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa dati e informazioni sensibili anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense. Compresi quindi i server fisicamente in Europa, zeppi di dati di cittadini europei, ma di aziende Usa. Una misura che si scontra in pieno con gli articoli del GDPR sulla tutela dei dati dei cittadini europei, ed ha provocato molte cause e sanzioni contro imprese europee.

Questa situazione permette  agli Americani di pilotare la politica, la tecnologia e l’economia mondiali, e, soprattutto, europee, facendo in modo soprattutto che non si formi mai, in Europa, un agglomerato di forze capaci di “sfidare”  come dicono gli Americani, le Grandi potenze. Questo è valido in primo luogo in campo economico, dove i profitti di Google, Amazon e Facebook, realizzati con l’utilizzazione economica dei nostri dati e scontando, grazie ai “tax rulings”, imposizioni irrisorie, costituisce, come ha spiegato Evgeny Morozov, una vera imposta sull’ economia reale, i cui utili vengono reinvestiti fuori dell’Europa per espandere ai nostri danni un impero tecnologico mondiale dei cui frutti non godiamo. Come scrive Pieranni, “per l’ Europa, poi, il destino potrebbe apparire inesorabilmente legato alla seguente domanda: preferiremo che i nostri dati siano in mano cinese o in mano americana?”

Pensando all’enormità del valore sottratto all’ Europa e al gettito evaso, è facile capire il perché del deficit cronico delle nostre economie, “potate” dagli OTTs di una bella fetta del PIL, e continuerà ad esserlo anche dopo la (ancora ipotetica) web tax.

Ma perfino nel campo della lotta alle malattie, ogni forma di progresso avviene esclusivamente all’ interno delle strutture per la “Guerra Senza Limiti” fra le Grandi Potenze.  Mentre nel 2018, il Commissario Moedas aveva risposto a Macron che l’ Europa non vuole creare la propria DARPA, Obama  creava la BARDA (“Biological Advanced Research and Development Authority”), ricalcata esattamente sul DARPA, per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Visto che la BARDA sta facendo vistosamente cilecca, e il Coronavirus sta provocando all’ America più danni della guerra del Vietnam, Trump ha  lanciato l’ “Operation Warp Speed”, che richiama al contempo la tsiolkovskiana Warp Speed di Star Trek e il Project Manhattan di Hiroshima e Nagasaki, ponendo alla sua testa un generale. Anche in Israele, l’Istituto per la ricerca biologica di Nes Tsiona è legato al Ministero della Difesa. Infine, anche  in Cina, la ricerca del vaccino è diretta Maggiore Generale Chen Wen, ufficiale medico   in servizio permanente effettivo.

3.Uno strano silenzio

Dunque, senza un web europeo e agenzie europee per la tecnologia, le pur meritorie azioni di Corte di Giustizia, Commissione, Parlamento e Consiglio, sul GDPR, sull’antitrust, sulla Web Tax, rischiano di rimanere puramente simboliche, come dimostrano i casi Echelon, Wikileaks, Prism e Schrems, visto che il GDPR, a causa delle leggi americane, non viene rispettato dalle OTTs, la Commissione riscuote qua e là qualche multa, ma non colpisce la monopolizzazione in sé, la Web Tax continua a non essere riscossa mentre dovremmo chiedere anche gli arretrati, Obama aveva rifiutato di firmare un no-Spy Agreeement, Assange e Manning restano in carcere senz’alcuna protesta da parte UE, Schrems sta tentando da 12 anni di vedere riconosciuto dalla Corte di Giustizia il suo diritto alla privacy e i cittadini di Hong Kong che avevano aiutato Snowden a fuggire dagli USA hanno dovuto a loro volta fuggire in Canada.

Non per nulla Zuckerberg e Pichai, che avevano fatto visita alla Commissione nei giorni immediatamente precedente la pubblicazione del pacchetto digitale europeo, ne sono usciti raggianti, mentre altri guru digitali americani firmavano addirittura un protocollo in Vaticano.

Commenta Colliot da Limes: “Nonostante le ambizioni, però, l’Europa rischia di fermarsi a metà del guado sul digitale: un ambito in cui per ora sembra giocare di sponda, accettando l’egemonia statunitense e cercando al massimo di regolarne gli eccessi. Malgrado gli sforzi e le dichiarazioni, l’UE non appare ancora capace di sviluppare un equivalente di Google o di Facebook: delle 200 principali aziende digitali del mondo, solo 8 sono europee.”

Non è vero che non sia possibile scalzare l’assoluto monopolio delle OTTs, perché la Cina ci è riuscita brillantemente in una ventina di anni, creando delle equivalenti di Google, Facebook e Amazon (in concorrenza fra di loro sul mercato cinese). Ed è questa la chiave di lettura centrale dello scontro USA-Cina: mentre Schmidt e Cohen avevano teorizzato che Google avrebbe sostituito Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo, ora un’azione analoga la starebbe compiendo Huawei a favore della Cina.

Tuttavia, poiché gli Stati Uniti hanno impiegato più di 20 anni per passare dall’ invenzione di Internet da parte delle forze armate fino al suo lancio commerciale, forse solo se l’Europa partisse adesso con la prima fase, quella “segreta”, riuscirebbe ad arrivare sul mercato prima del “sorpasso” delle macchine sull’uomo, o della guerra fra superpotenze, ambedue probabili sbocchi fatali provocati dalla corsa generalizzata verso la cyberguerra.

E questo sarebbe il momento ideale per farlo, perché  perfino Elon Musk sta proponendo all’autorità antitrust americana, proprio per uno scrupolo di libertà di pensiero,  il “break-up” di Amazon, di cui la creazione di un campione europeo potrebbe essere il logico “pendant” in Europa.

Se l’Europa vuole proporsi veramente come il “trendsetter” in campo digitale contro il progetto apocalittico degli OTTs, e pertanto costringere le Grandi Potenze a sedersi intorno a un tavolo per stipulare un accordo sul digitale come quelli sul nucleare, non può presentarsi al tavolo delle trattative come semplice un mercato da colonizzare, bensì deve già avere un proprio web, sul quale sperimentare e dimostrare la validità del suo “umanesimo digitale” di Nida-Ruemelin, e comunque sottraendo i suoi cittadini al controllo di potenze extraeuropee. Come hanno detto Trump e Macron e in netto contrasto con la retorica “angelistica” (come la chiama Papa Francesco), in queste cose vengono rispettati solo i soggetti forti e autonomi. Questo vale tra l’altro anche in campo nucleare.

Le Istituzioni (compreso soprattutto l’onnipotente Consiglio) debbono spiegare agli Europei perché non si stia facendo nulla in questo campo, e neppure se ne discuta. Non ci si dica che non esistono le competenze giuridiche europee, perché lo stesso Parlamento, con lo Studio dell’ EPRS intitolato “Unlocking the potential of the EU Treaties”, ha chiarito che  si può utilizzare a questo proposito l’art. 171 TFEU.

Notiamo con preoccupazione che nessuno dei documenti pubblicati dalla Commissione e dal Parlamento sul digitale fa alcun riferimento a un’azione concreta relativa alla sovranità digitale europea, invocata invece a gran voce da Macron e dal Senato francese. C’è un accordo segreto? Le visite alla Commissione di Zuckerberg e Pichai lo fanno pensare. I due sono molto bravi a fare credere a Europei e Cinesi di essere indipendenti dallo Stato americano, ma, se ciò veramente fosse, i loro rispettivi business non esisterebbero neppure, come dimostrano Cambridge Analytica e la “precettazione” di Google in base al War Production Act per combattere al crollo del valore dei bitcoins.

I medici albanesi in Lombardia

4.I voti  del Parlamento Europeo in materia digitale.

Per tutti questi motivi, avevamo indirizzato nelle scorse settimane una serie di lettere con cui pregavamo la Commissione ITRE del Parlamento di non votare il rinnovo “tels quels” per il prossimo settennio, delle circa 40 agenzie della Commissione, per lo più di carattere tecnico, tutte basate sull’ idea di “congelare” il mercato tecnologico europeo, come pure di tutti i programmi e strumenti tecnologici europei esistenti, senza invece l’obiettivo di un vero “ecosistema digitale sovrano europeo”, indipendente dalle OTTs (obiettivo conclamato, ma mai perseguito). Purtroppo, a parte una cortese e.mail del Presidente Sassoli, non abbiamo ricevuto alcuna reazione sulla sostanza della questione, per cui presumiamo che si procederà alla conferma del pregresso, così bloccando un dibattito che, invece, in pendenza del nuovo quadro settennale e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, dovrebbe restare aperto, proprio per fare salvo il principale obiettivo di sostanza: il web europeo.

In generale, si può dire che, non solo per ciò che riguarda queste agenzie, ma in generale per tutto ciò che concerne le politiche tecnologiche dell’Unione, le Istituzioni stiano già “blindando” il prossimo settennio, escludendo che in questo periodo si possa concretamente perseguire la sovranità digitale (e salvaguardando così gl’interessi, non solo degli OTTs, ma anche di molti  Enti di sottogoverno la cui utilità è dubbia, e che, a nostro avviso dovrebbero essere sostituiti da un potente DARPA europeo).

Confidiamo nella Sessione Plenaria del Parlamento per un intervento correttivo, che lasci alle Istituzioni e alla Conferenza il margine necessario per lanciare l’Ecosistema Digitale Autonomo (al limite con strumenti finanziari, ma soprattutto normativi, a oggi non esistenti).

Torneremo ovviamente, e abbondantemente, su questi argomenti.

Abbiamo girato intanto lettera, opportunamente aggiornata, anche ai presidenti dei gruppi politici del Parlamento, sperando che facciano qualcosa (cfr. “Technologies for Europe”). Poi, come aveva scritto Carlo Marx alla fine della Critica al Programma di Gotha,  dovremo dire: “Scripsi, et salvavi animam meam”.

L’arresto di Assange, una vergogna per l’Inghilterra e per l’ Europa

CHE FINE HA FATTO LA STRATEGIA INDUSTRIALE EUROPEA?

Jean-Jacques Servan Schreiber

Pubblichiamo qui di seguito, con una breve premessa, la versione italiana del post di “Technologies for Europe”, in cui si è relazionato sulle lettere aperte inviate, dall’ Associazione Culturale Diàlexis, a Parlamento, Consiglio e Commissione.

1.Breve storia della politica economica e industriale dell’ Europa.

Qui vogliamo mettere in evidenza soprattutto che, come risulta dallo screenshot, allegato, del sito della Commissione, quest’ultima aveva previsto l’ambiziosissima tappa di una “Strategia Industriale Europea” come inserita (per marzo 2020), nel percorso per pervenire al “Green New Deal”. Orbene, senza una strategia industriale non è possibile nessun’altra strategia. Anche perché, oggi, i confini fra industria, da una parte, e cultura, geopolitica, biopolitica..,sono divenuti evanescenti.

A parte il Coronavirus, i rapporti fra strategia industriale e Unione Europea sono stati sempre difficili, perché, nonostante che Jean Monnet fosse stato il più importante pianificatore (nel senso sovietico del termine ), che mai abbia avuto l’ Europa Occidentale (era il “Commissaire Général au Plan), e nonostante che la CECA fosse praticamente un cartello, i Trattati furono redatti con il supporto determinante di giuristi americani, legati nello stesso tempo alle banche d’affari e all’ Amministrazione Americana. Si legge per esempio testualmente nel suosito della sede di Bruxelles che  “Cleary Gottlieb’s Brussels office was established in 1960 as a direct consequence of the close relationship between French political and economic adviser Jean Monnet and former U.S. Under-Secretary of State, George Ball, one of the firm’s founding partners and legal advisor to Monnet on the implementation of the Marshall Plan and the drafting of the Treaties of the European Communities.”

Per questo motivo, i Trattati sono stati ispirati all’ideologia liberistica, e mirano soprattutto ad evitare la formazione di forti cartelli europei (i “Campioni Europei”, capaci di competere con i colossi americani.

Anche l’idea di una programmazione, amatissima dall’Amministrazione americana nell’ immediato Dopoguerra in quanto erede dell’economia di guerra (il Piano Marshall), divenne presto tabù.

Per questo motivo, né l’Unione Europea, né gli Stati Membri, avrebbero dovuto avere una politica industriale. Né, d’altro canto, una politica industriale ufficiale avrebbero gli Stati Uniti, dove, come brillantemente intuito da Kalecki, la politica industriale la fanno le forze Armate (per il tramite del DARPA).Perfino la Francia ha dovuto smorzare negli anni la sua politica indstriale, declassando il Commissariat Général au Plan al rango di un’ “Agency”:France Stratégie. Cosa che in epoca di neo-liberismo internazionale era capitato un po’ dovunque, dal Giappone alla Cina.

I pericoli di questa situazione erano stati giustamente posti in luce, nel 1968, da Jean-Jacques Servan-Schreiber, e, nel 1983, da Glotz, Lutz Suessmuth, ma senz’alcun risultato; anzi, l’ Europa subiva, nel 1973, la cisi petrolifera, e, negli anni successivo, l’aggravarsi del technological gap, restando esclusa (casi Olivetti e Minitel) dall’ informatica, per poi venire travolta dalle crisi delle Torri Gemelle, dei subprimes, delle sanzioni, delle guerre commerciali e del Coronavirus..

Le stesse cose le scrive ora, anch’essa con scarsi risultati, Mariana Mazzucato.

Solo l’anno scorso, con enorme fatica, il Ministro tedesco Altmaier era riuscito, scusandosi mille volte, a fare accettare l’idea di una “politica industriale per la Germania e per l’Europa”, ma, dopo consultazioni con l’industria tedesca e con i Francesi, si era accontentato di una versione edulcorata, che sarebbe forse stata fatta propria da Bruxelles se non fosse sopravvenuto il Coronavirus.

Alla fine di Febbraio, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate, e la maggiore preoccupazione di Altmaier era stata quella di farsi autorizzare da Bruxelles a nazionalizzare le grandi imprese in crisi. La Commissaria Vestager faceva ancora di più: non solo concedeva l’autorizzazione, ma poneva anche il vincolo che l’intervento fosse provvisorio e che gli Stati Membri non richiedessero poteri nelle società “nazionalizzate”. Con il solito risultato di pubblicizzare le perdite e privatizzare gli utili.

Quindi, tutto il lavoro fatto sulla Strategia Industriale è oggi da rifare, e certo non lo si rifarà in tempo per progettare il budget 2021-2027.

In questo periodo, quando tutte le principali decisioni sono sospese in attesa che la pandemia prima o poi si attenui, non si può per altro perdere altro tempo nel decidere il futuro che vogliamo per l’Europa.I processi decisionali europei sono stati paralizzati  addirittura per due anni: prima, a causa delle Elezioni Europee, poi, per l’onerosa procedura necessaria per formare la nuova Commissione, e, finalmente, dallo stato di eccezione dovuto alla pandemia.

Ma già prima di allora si andava accumulando una gran massa di problemi irrisolti: l’incertezza nei rapporti con il resto del mondo, così come l’incessante decadenza demografica, culturale, politica, economica e tecnologica, rispetto agli altri Continenti.

Peter Glotz

2.Un muro di gomma contro la realtà

“Consapevole di questi pericoli, l’Associazione Culturale Diàlexis non si è mai stancata di sollecitare tutti i soggetti responsabili a farsi carico di quest’emergenza, facendola rientrare fra le priorità dell’Europa. Rendiamo conto sistematicamente, tramite questo sito, dei passi compiuti verso le varie Istituzioni. Per ora, solo alcune di esse hanno reagito.

Quando, parecchi decenni orsono, incitavamo di non cedere ad ideologie irrealistiche, nessuno ci ascoltava; quando tentavamo d’indirizzare gli Italiani verso lo studio del sistema sociale mitteleuropeo per trarne degl’insegnamenti, nessuno era interessato; quando viaggiavamo per tutto il mondo per promuovere una forma di globalizzazione che potesse essere feconda, al contempo, per l’Italia, l’ Europa e i Paesi terzi, tutti ci boicottavano; quando ammonivamo contro l’indifferenza verso l’assenza di un’identità europea, si negava perfino che ciò costituisse un problema; quando precisavamo che, con un tasso annuale di crescita del 4,5%, l’ Europa e l’ Italia si sarebbero trovate in una situazione di continua recessione, questo scenario sembrava impossibile. Ora, però, i dati circa il posizionamento dell’Europa nell’ economia mondiale negli ultimi 40 anni sono acquisiti e non possono essere smentiti. Se ad essi aggiungiamo gli effetti del Coronavirus, che sono, sì, imprevisti, ma però prevedibili, il giudizio sulle classi dirigenti di questi decenni non può essere che negativo.

Oggi, ammoniamo sul gap tecnologico ancora accresciuto fra l’ Europa, da una parte, e la Cina, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e Israele, dall’ altra. Ancor oggi, i più tentano di distorcere il senso di quest’ammonimento, come se “nuove tecnologie” significasse solo Industria 4.0, auto elettriche, centrali solari e G5, mentre il mondo sta oramai viaggiando verso la Sorveglianza Totale, la concentrazione dei Big Data, i computer quantici e la corsa allo spazio.  Così, l’Europa rimarrà ancora più arretrata di quanto già lo sia, e sarà obbligata ad accettare, di fatto, le soluzioni ideologiche ed economiche che saranno scelte per noi dalle superpotenze tecnologiche.

Abbiamo già pubblicato le lettere inviate alla Commissione ITRE del Parlamento Europeo. Con questo post, riferiamo ora circa quelle indirizzate ai membri del Consiglio e della Commissione.

Fino ad ora, la sola Autorità che ha  si è espressa è stato il Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli.

Konrad Seitz

Torino, 22 Maggio 2020

Signore e Signori,

Abbiamo inviato ai membri del Consiglio Europeo (e alla Presidentessa Ursula von der Leyen) la seguente lettera, che ora inviamo anche a Voi per le specifiche competenze di ciascuno.

Cogliamo l’occasione per notare che, sul sito della Commissione, la pagina dedicata alla “Strategia Industriale Europea”, che farebbe parte della tabella temporale dello “European Green Deal, risulta mancante.

Capiamo che, nel mese di Marzo, all’apice della crisi del Coronavirus, sarebbe stato difficile decidere una Strategia Industriale Europea. Tuttavia, senza tale Strategia Industriale, nessun Piano di Rilancio avrebbe senso, specie se legato al budget settennale 2021-2027. Il nostro libro e la proposta, ad esso allegata, per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, costituiscono un tentativo di colmare questa lacuna con la creazione di un nuovo soggetto dedicato a una parte decisiva di queste funzioni: le nuove tecnologie.  L’idea sottostante è che, nella terza decade del Terzo Millennio, nessuno dei problemi dell’Umanità (ambiente, pace, cultura, equità, salute), per non parlare dell’Europa, potrà essere risolto senza dominare le nuove tecnologie, e, innanzitutto, i Big Data, Internet, la cyber-intelligence, l’Intelligenza Artificiale, la finanza digitale. Fintanto che l’Europa rinuncerà ad avere le proprie Alte Tecnologie, la sua decadenza proseguirà all’ infinito.

Questo decennio sarà decisivo per i destini dell’Europa e del mondo.L’Europa non può rimanere lo spettatore passivo di una rivoluzione tecnologica  in contrasto con l’ “European Way of Life” e con gl’interessi legittimi degli Europei.

Confidiamo che le Istituzioni affronteranno questa contraddizione, operando sul bilancio settennale e strutturando adeguatamente la Conferenza sul Futuro dell’Europa. Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi i nostri studi e i nostri dibattiti su quest’urgente materia.

RingraziandoVi per l’attenzione,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala.

Associazione Culturale Diàlexis, Via Bernardino Galliari 32  10125 Torino,  tel 0039011660004  00393357761536  website: http://www.alpinasrl.com

Rita SŸuessmuth

Torino, 14/5/2020

Ai membri del Consiglio Europeo

 Signori e Signore,

Ci eravamo rivolti ai relatori della Commissione “Industria, Ricerca ed Energia” del Parlamento Europeo nella sessione del 28 Aprile per la discussione (e la possibile approvazione in prima lettura) di due proposte, riguardanti una revisione della regolamentazione dello IET, e il suo rifinanziamento per l’esercizio 2021-2027.

In quella lettera, sottolineavamo che, dopo la crisi del Coronavirus, tutto nel mondo è cambiato, cosicché le politiche preesistenti dovranno essere in ogni caso modificate. Come ha affermato la Presidentessa Ursula von der Leyen”…giacché  questa crisi è diversa da qualunque altra, il nostro prossimo budget settennale dovrà essere diverso da quanto abbiamo conosciuto. Avremmo bisogno di anticiparlo, in modo da poter sorreggere gl’investimenti in questi primi determinanti anni di rilancio”.

Avevamo inviato ai relatori la versione finale del libro “A European Technology Agency”, che inviamo anche a ciascuno di Voi, con allegata una proposta, dell’Associazione Culturale Diàlexis, di ristrutturazione globale della politica tecnologica europea in base alle priorità della Commissione, e, in particolare, la sua Strategia Digitale, profondamente rivista in base alle esigenze di rilancio dopo la crisi economica sempre più grave e il Coronavirus.

Notiamo intanto che l’Alta Autorità per il Carbone e l’ Acciaio, di cui il 9 maggio ricorreva l’anniversario, era in fin dei conti un’agenzia europea per la gestione di un consorzio europeo, che, all’ epoca, rappresentava il nocciolo duro delle industrie essenziali. Nello stesso modo, proponiamo ora di porre sotto un controllo europeo comune le industrie europee più sensibili: quelle delle nuove tecnologie. Così come le industrie del carbone e dell’acciaio erano state condivise perchè esse costituivano la base della mobilitazione industriale bellica, così oggi lo sono Internet, i Campioni Europei, l’Intelligenza Artificiale, le Divise Digitali, le tecnologie ambientali, l’industria biomedica.

L’approccio adottato fino ad ora, in base al quale le nuove tecnologie della difesa, dell’aerospazio, dell’informatica, della biotecnologia, dei trasporti, dell’ambiente, delle comunicazioni, dell’organizzazione, sono talmente disperse da risultare inefficaci, va riconsiderato radicalmente, con l’idea di un unico organismo di programmazione, comune alla Banca Europea d’Investimento, alla Commissione, al Consiglio, agli Stati Membri, alle Regioni, alle Imprese e alle Città, il quale potrà concentrare l’immane sforzo dei prossimi anni, per sfidare, da un lato, il DARPA, e, dall’ altro, “made in China 2025” e “gli “Standard Cinesi 2035”.

Ricordiamo anche che Jean Monnet, prima di essere nominato primo Presidente dell’Alta Autorità, era stato il Commissaire Général au Plan della Francia, e, prima ancora, aveva lavorato per un consorzio militare delle Forze Alleate.

Basti dire che, come risulta dalle carte con cui si sta confrontando ora il Parlamento per la rendicontazione, le Agenzie e le Entità miste pubblico-private della Commissione (per lo più con elevate responsabilità in campo tecnologico) sono circa una quarantina, a cui bisogna aggiungere Enti importanti come l’ ESA Sarebbe molto più ragionevole avere un unico grande Ente, come il MITI o il DARPA, con una visione globale di quanto sta accadendo in tutte le branche della tecnologia, e avente la capacità di reagire immediatamente.

Avevamo inviato il libro e le proposte a membri del Parlamento e ai Commissari competenti, sollecitandoli a considerare quanto ivi articolato e proposto. Infine, stiamo anche preparando un secondo libro, dedicato al dibattito fra intellettuali, politici, Movimenti europei e società civile, sull’umanesimo tecnologico in Europa dopo il Coronavirus. Speriamo di ricevere contributi da parte di tutti in tempo utile per influenzare i dibattiti in corso. Ovviamente, pensiamo in primo luogo ai destinatari di questa comunicazione.

L’idea di fondo è che, già prima della crisi del Coronavirus, gli autorevoli studi eseguiti dal Senato francese (Rapport Longuet) e dal Governo tedesco (Nationale Industriestrategie) avevano preso atto del fatto che l’ Europa non aveva alcuna speranza di riprendere in tempi ragionevoli le precedenti posizioni nei settori del web, dei Campioni Europei, della cyber-intelligence, dell’Intelligenza artificiale, della computazione quantica, della cyber-guerra, delle divise digitali, delle biotecnologie, entro il termine proposto, il 2030, e che il Manifesto Congiunto Franco-Tedesco era già superato dagli avvenimenti degli ultimi anni.

Di conseguenza, la posizione dell’ Europa è condannata a deteriorarsi continuamente, dal punto di vista dei risultati economici complessivi (Mazzucato, Morozov, Zuboff), da quello della sicurezza militare (De Landa, Dinucci, Mini), della crisi ambientale (Greta Thunberg, “laudato Sì”, “Querida Amazonia”) e della protezione dei diritti dei cittadini (Assange, Snowden, Greenwald)., a meno che l’Unione non intraprenda una strategia globale di riflessione, di dibattito politico, di riforme istituzionali, culminante in una nuova era di Umanesimo Digitale, alternativa a quella delle Superpotenze.

Per le ragioni sopra esposte, durante il dibattito sul budget settennale 2021-2027, che dovrebbe cominciare ora, come pure in quelle che dovranno precedere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, è ineludibile la questione della ristrutturazione globale (filosofica, concettuale, geo-politica, istituzionale, tecnologica e finanziaria) dell’orientamento della società europea.

Per quanto precede, si pone preliminarmente la questione del se l’IET abbia ancora un senso, oppure non debba essere fuso con l’ESA e altri Enti.

Ricordiamo ancora alcune questioni fondamentali irrisolte, da affrontarsi prima che sia troppo tardi:

-l’assenza di una classe dirigente digitale e umanistica;

-gli abusi del complesso informatico-digitale nelle aree dell’immagazzinamento dei dati, dell’evasione fiscale e dell’antitrust;

-l’”upgrading” della società europea, da una società industriale,  a una società delle macchine intelligenti;

-l’Europa quale campo di battaglia ideale fra le grandi potenze in tutte le aree possibili della vita umana: la guerra economica, la battaglia delle narrazioni, la guerra nucleare, chimica e batteriologica, la destabilizzazione politica…

Il nostro libro, e la nostra proposta formale per la Conferenza, nutrono l’ambizione di suggerire le grandi linee di tale risposta globale a quelle domande irrisolte.

Il Presidente Sassoli ci ha risposto molto gentilmente, suggerendoci di rivolgerci a tutti i membri della Commissione  ITRE che sono, in ultima istanza, , insieme al Consiglio responsabili per la decisione (vedi infra).

Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi ulteriormente la proposta, nonché per collaborare con i Vostri servizi per perseguire risultati più concreti. Nello stesso tempo, stiamo rivolgendo il nostro appello anche alla Commissione, per evitare che l’Europa perda questa cruciale occasione.

Saremmo onorati di ricevere una qualche reazione da parte Vostra, dichiarandoci disponibili a qualunque forma di collaborazione.

RingraziandoVi per l’ attenzione,

Distinti saluti

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari 32

10125 Torino

Tel: 00390116690004

00393357761536

RELAZIONE DI FERRANTE DE BENEDICTIS PER IL 9 MAGGIO

Il Ratto di Europa: una profezia?

Dopo la relazione di Matteucci, la sintesi degl’interventi di Lala, e i contributi di Merchionnee Cardini, pubblichiamo l’intervento, alla videoconference del 9 maggio, di Ferrante De Benedictis. Interventi diversi per taglio, contenuto, posizioni culturali, ma accomunate dall’ obiettivo di fare ripartire un dibattito costruttivo sull’ Europa in un momento che, come scrive De Benedictis, è pieno di rischi, ma anche di opportunità.

Questi interventi verranno pubblicati, insieme a quelli che seguiranno nel corso dell’ estate, in un unico contesto sotto l’egida dei Cantieri d’ Europa 2020.

Il documento di De Benedictis, sintesi di un intervento più articolato, è dedicato ai quattro tre poli, della politica, della sovranità,dell’Europa e della nazione, visti non come antitetici, bensì come complementari e integrantisi reciprocamente.

Spesso si ha invece l’impressione chei vari politologi e i vari leader politici, per motivi strumentali, tendano a privilegiare solo uno di questi aspetti, squilibrando tutto l’insieme e rendendo possibile quegli abusi che tutti deunziano, ma nessuno riesce ad evitare.

In particolare, l’abdicazione della politica nei confronti dell’ economia e soprattutto della tecnica, l’incomprensione del carattere sfuggente della sovranità, sospesa fra il divino e l’umano, l’immiserimento tanto dell’identità europea che di quelle nazionali al livello della cosiddetta “memoria condivisa” o del folclore “turistico” o cerimoniale, hanno resi invisi un pò a tutti, e la politica, e la sovranità, e l’Europa, e la nazione.

Giustissimo, quindi, l’invito di De Benedictis ad una restaurazione di un equilibrio, in modo da poter fare nascere una nuova Europa.

Ferrante De Benedictis

Relazione congressuale

Convegno promosso dal dott. Riccardo Lala 2500 anni dalle Termopili, 70 anni dalle dichiarazione di Schuman

Torino, 09 maggio 2020

Quello dell’Europa è un tema di assoluta centralità nel dibattito politico odierno, un dibattito fortemente condizionato dalla pandemia che ha colpito il mondo intero.

Il covid-19 rappresenta uno di quei fatti in grado da solo di cambiare il corso della storia, un incidente della storia, una discontinuità in grado di catalizzare improvvisamente i processi storici e politici.

Così davanti ad un’epidemia, come altre ce ne sono state nel corso della storia, sono tanti i processi di grande cambiamento in atto, nostro compito provare a comprendere questi processi, nella consapevolezza che dietro ogni rischio si cela sempre una opportunità.

L’opportunità, però non può essere considerata solo unilateralmente, ma ciascuno secondo le proprie mire cercherà di coglierne la propria, così se da un lato la pandemia potrebbe determinare la fine della globalizzazione, da un altro punto di osservazione potrebbe invece significare il potenziamento di un modello globalista ed il concretizzarsi di un governo mondiale sulla spinta della tutela della salute pubblica mondiale.

Ricordiamoci che da quando l’economista americano Milton Friedman teorizzò le nuove idee neoliberiste, di cui la globalizzazione ha rappresentato e rappresenta lo strumento più potente ed efficace per la sua progressiva affermazione, il modello neoliberista ha sempre saputo cogliere i momenti di crisi per accrescere il suo dominio.

A tal proposito Ricorderete le parole di Mario Monti nel Febbraio del 2011

“ non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono cessioni di parti delle sovranità nazionali…”

È chiaro che lui si riferisse a quello che in psicologia delle masse si chiama la teoria dello shock, di cui la comunicazione mainstream si serve con grande abilità oggi.

Per fortuna potrebbe esserci anche un’altra ipotesi da considerare, ossia quella  che la pandemia possa al contrario rappresentare il parricidio della globalizzazione, perché il parricidio perché non vi è dubbio che questa particolare crisi sanitaria  sia figlia della globalizzazione e che abbia allo stesso tempo messo in luce i tanti limiti della stessa.

  1. Sul piano economico l’aver spinto sempre di più verso un sistema economico che vedeva nella Cina la fabbrica del mondo
  2. UE drammaticamente inefficace nel risolvere e gestire la crisi dimostrando un scarsa o totale assenza di solidarietà;
  3. Riacutizzarsi del modello bipolare, quando pensavamo di essere entrati nell’epoca del multilateralismo

LO SCONTRIO TRA I 2 BLOCCHI (serve più Europa)

In tutto questo l’Europa rischia da un lato di vedersi schiacciata dai due blocchi per via di spinte centripete e dall’altro di essere disarticolata da spinte centrifughe che vengono dai suoi stati membri (vedi sentenza di Karsrhue) Brexit e una sempre meno sopita insoddisfazione dei principali Stati dell’Unione che continuano ad essere contributori così detti Netti dell’UE (Germania, Italia e Francia).

L’Italia è tra i primi 3 contributori del bilancio EU, ma anche tra quelli che ricevono meno, nell’ultimo bilancio l’Italia ha versato 13,94 miliardi di € ricevendone sotto varie forme di contributi 11,59 miliardi di € e questo a partire dal 2002 fino ad oggi abbiamo sempre contribuito più di quanto ci è stato ridistribuito.

A questo punto occorre però fare una doverosa premessa, già emersa nel corso degli interventi che mi hanno preceduto, esiste una sostanziale e netta distinzione tra Unione Europea ed Europa, aggiungendo che l’esperienza della prima come molti ormai concordano è destinata a chiudersi definitivamente ed a quel punto toccherà agli Stati Europei ricostruire un’Europa pre-Maastricht fondata sulla condivisione dei valori nel pieno rispetto delle singole sovranità.

IL TEMA DELLA SOVRANITA’

Quando si parla di sovranità in primis dovremmo interrogarci sul significato e sul valore profondo del termine, questo non solo come interessante esercizio semantico, ma come atto di comprensione di un processo politico in grado di riconquistare e di affermare uno spazio culturale e  identitario, che con la globalizzazione  e l’affermazione del pensiero unico è stato non solo neutralizzato ma anche deriso.

Affermare che questa Europa non convince, non è sufficiente, è necessario andare oltre la critica e spiegare, scevri da una preconcetta contrapposizione tra Euroscettici ed Europeisti convinti, che idea si propone per il futuro del vecchio continente.

Le Nazioni Europee dovranno a mio modesto parere ritrovare la loro sovranità a difesa delle loro identità e dei legittimi interessi nazionali e così condividendo strategie e valori potranno dar vita ad un’autentica Europa degli Stati, tanto auspicata dai padri fondatori, e non una vacua entità economica dominata da potentati  e interessi sovrannazionali come è attualmente. Ecco perché ritengo che Europa e Sovranità non solo non siano termini confliggenti, ma possano essere l’uno il corollario dell’altro.

Il rivendicare la propria sovranità significa ridare ossigeno alla democrazia e ristabilire i normali equilibri tra economia e politica, tra economia reale e finanza, tra capitale e lavoro, tra capitale e territorio, perché una concezione sana dell’economia distingue il calcolo mercantile del profitto dall’economia sostanziale, riservando a quest’ultima la funzione primaria e vitale di riproduzione delle merci necessarie alla sussistenza umana.

Economia che torni a rispondere ai bisogni e alle necessità del cittadino grazie ad una politica capace di riscoprire il suo ruolo di moderatore dei fenomeni socio-economici, ruolo che può concretizzarsi solo in uno Stato realmente sovrano, mentre oggi assistiamo ad una politica che è stata relegata a cortiletto del potere, completamente piegata alle logiche tecnocratiche della finanza creativa, o meglio distruttiva.

Alcuni dati

Solo per citare alcuni numeri Euro + crisi hanno significato per il nostro Paese -30% di capacità produttiva, che si sono tradotti in un -77’000 € di unità monetaria procapite in 20 anni, se non bastasse il confronto tra i due periodi pre e post Euro è impietoso

Tra il 1985 ed il 2001 il PIL italiano cresceva del +44% che equivalevano a circa 482 miliardi di €, contro il periodo 2020-2017 il PIL è cresciuto del solo 2% ossia 31 miliardi di €.

Andiamo alla voce export, da molti euroinomani considerato il vantaggio più importante del essere in UE, e scopriamo che questo vantaggio è stato solo ipotetico ma molto diverso dalla realtà,

1985-2001 export italiano +136,3%

2002-2017 +40,9 %

È chiaro che qualcosa nel processo di integrazione non abbia funzionato, ledendo in modo evidente gli interessi nazionali dell’Italia in questo caso.

La nuova Europa

Ma quale idea abbiamo di  Europa? Quale futuro auspichiamo per il vecchio Continente? Una strada  possibile è quella confederativa, quella di un’Europa che affondi le sue radici nel mondo greco romano e nella cultura cristiana, e che diventi garanzia di pluralità e non teatro di omologazione.

È bene però ricordare che nessun progetto politico potrà mai concretizzarsi senza la riscoperta di un senso di comunità da contrapporsi ad un pericoloso individualismo, comunità che si cementa attorno al concetto  di Patria, ossia terra di condivisione di un comune destino.

Il nostro sforzo deve essere quello di ricostruire sull’esempio di Enea la terra dei padri, dove ciascun europeo si possa riconoscere e confrontare con gli altri.

COMMENTO DI FRANCO CARDINI ALL’ANNIVERSARIO DEL 9 MAGGIO

Accolgo l’invito contenuto al termine del blog di Franco Cardini (minima Cardiniana n.282/2) a fare “circolare artigianalmente” il suo commento sul 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, che ben si inserisce nel filone del dibattito sull’ Europa che l’ Associazione Culturale Diàlexis ha inaugurato con i suoi Cantieri d’ Europa Virtuali 2020.

Premetto che la nostra circolazione è tutt’altro che artigianale, e in particolare che noi raggiungiamo tutti gli Europarlamentari italiani, oltre che molti altri vertici dell’ Unione.

L’intervento di Cardini si situa, come il nostro, nell’ alveo di una seria revisione dei miti dei “Padri Fondatori”, mirante a salvare la direzione di marcia, ma sfrondando le “fake news”, soprattutto quando sono già state demolite sotto vari punti di vista (ricordiamo il libro di Philippe de Villers).

-carattere ultra-elitario della CECA;

scarso merito della Francia;

-carattere poco innovativo, visto che il cartello europeo del Carbone e dell’ Acciaio esisteva già dagli Anni 30, e il dsuo carattere pubblicistico era stato garantito prima dall’organizzazione di Speer, e, poi, dall’ occupazione degli Alleati.

Cardini non dice espressamente, ma lascia intuire, che, a suo avviso, i “padri fondatori” , oltre ad avere motivazioni discrepanti, non fossero neppure, ciascuno per motivi diversi, troppo in buona fede nei loro propositi europeistici e umanitari, come egli fa capire con la citazione di De Gasperi, che parla appunto di “comuni esperienze” europee fra soggetti caratterizzati, invece, da percorsi politici quanto mai ondivaghi.

Come abbiamo scritto in un precedente post, anche noi nutriamo dubbi di questo genere, soprattutto per ciò che concerne l’obiettivo altruistico attribuito a Monnet e Schuman, mentre è noto che, prima del “Piano Schuman”, c’era stato un “Piano Monnet” avente come obiettivo una vera e propria dominazione della Francia sulla Germania attraverso l’annessione o la satellizzazione dell’ intera area renana (parallelo e aggiuntivo rispetto al piano olandese per annettersi gran parte della Bassa Sassonia).

L’obiettivo di Monnet era di modernizzare l’economia francese in modo tale da renderla competitiva a livello internazionale, in particolare per quanto riguardava le esportazioni verso la Germania, e la Germania fu vista come uno strumento necessario per la loro attuazione.

Personalmente, non posso fargliene una colpa, perchè i rari personaggi che tentarono in in qualche modo di creare in Europa una terza forza furono clamorosamente battuti (basti pensare a Stauffenberg, a Von Schirach, a De Gaulle, a Galimberti, a Nagy, a Maleter, a Dubcek). I “padri Fondatori”, che cercarono di conciliare il progetto europeo con la ealtà di un’Europa sconfitta e divisa, erano uomini politici (anche molto abili); gli altri erano degli eroi.

Ben conscio di questo, non ho mai creduto che il fondamento della nostra millenaria civiltà potesse essere una conferenza stampa di 70 anni fa,quando invece abbiamo Catal Hueyuek, Tripollye , Stonehenge, Skara Brae, che risalgono a 5000-7000 anni fa, e eventi storici di 2500 anni fa, come le Termopili e Salamina, che, attraverso Ippocrate, Erodoto, Eschilo e Socrate hanno influenzato tutta la nostra storia, e, infine, abbiamo, a cominciare da 700 anni fa, Dubois, Podiebrad, Sully, Crucé, St. Pierre, Rousseau, Kant, Nietzsche, Simone Weil,Galimberti, Juenger, Spinelli, Chabod, che hanno continuato a definire i progetti europei?

Infine, visto lo scarso entusiasmo perfino delle Istituzioni nel commemorare il 9 maggio, e le critiche implicite che anch’ esse oramai vi dedicano, noi, pur continuando imperterriti a celebrare il 9 maggio come facciamo da15 anni, perchè è la sola “Festa dell’ Europa”, cerchiamo anche altre ricorrenze europee significative.

Quest’anno, i 2500 anni dalla Battaglia delle Termopili ce ne offrono un’ottima occasione.

Il Plan Monnet per la disgregazione della Germania.

1.Le contraddizioni dell’ integrazione europea.

Cardini lascia anche correttamente intendere che, quando si parla di un’involuzione dell’ Unione Europea, dal suo originale carattere comunitario (le Comunità Europee), a quello di globalizzazione occidentale (l’Unione Europea) si accenna a un fatto reale, ma non si usano i termini appropriati, perchè, in realtà, l’impostazione data dai Padri Fondatori, cioè come un sottoinsieme dell’ impero occidentale, portava all’ incapacità di concepire un autonomo progetto di civiltà, e, quindi, la decadenza, e, infine, la dissoluzione.

A nostro avviso, nella prima parte della sua integrazione, l’ Europa Occidentale era ancora profondamente imbevuta di valori pre-moderni, preesistenti agli stessi totalitarismi: ruralismo, religiosità diffusa, culto dell’ eccellenza, supremazia della politica sull’ economia, attaccamento alle tradizioni, collaborazione fra le classi. Tutto ciò è andato perdendosi a cominciare dal 1985, quando, con il Papa polacco, Solidarnosc, la Casa Comune Europea, i revivals zarista e ottomano, sarebbe stato particolarmente facile sottolineare gli aspetti tradizionalmente europei. Invece, nessuno s’impegnò a fondo in questo senso, e quindi, di ogni fenomeno, prevalsero sempre gli aspetti più simili a quelli degli Stati Uniti, facendo perdere di vista la specificità europea.

Di qui, l’evidenziarsi delle contraddizioni di fondo della costruzione europea, e, prima di tutto, dall’ essere essa dominata da due fazioni, nessuna delle quali crede nell’ Identità Europea: quella dei fautori della globalizzazione occidentale, e quella dei “sovranisti” , per la quale Cardini rimanda, molto appropriatamente, al libro Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016):

Jusqu’à aujourd’hui, l’impasse dans laquelle se trouve la supranationalité a deux origines. D’abord ses partisans, quand ils s’en proclament, sont en même temps des cosmopolites. Ils sont donc incapables de convaincre l’opinion des peuples européens de la nécessité de l’État européen, étant donné qu’eux-mêmes en conçoivent fort mal la finalité. Ils s’interdisent de raisonner en termes de puissance, d’indépendance ou d’autonomie, et de compétition internationale. Ils se complaisent à penser un monde sans ennemis dans lequel les valeurs occidentales diffusent lentement, mais sûrement, parce qu’il a été préétabli qu’il ne pouvait en être autrement. Ils confondent cette vision téléologique avec l’inéluctabilité du marché planétaire qui pourtant ravage les sociétés européennes. Le caractère vital et éminemment politique de l’État européen (en tant qu’instrument au service des citoyens européens) leur échappe complètement. Ils ne l’imaginent même pas, puisque dans leurs esprits la supranationalité n’est qu’un ajustement institutionnel à la mondialité marchande. Ensuite, à l’opposé, les ethnocentrismes nationaux, qui sont légitimes au regard de l’histoire, et qui s’expliquent par la diversité des cultures et des traditions, engendrent une mauvaise appréciation de la souveraineté. Car il ne suffit que cette dernière soit proclamée ou qu’elle soit juridiquement reconnue ; sa réalité se mesure à l’aune des capacités de l’État et de sa société. C’est ce qui explique le caractère souvent incantatoire du discours souverainiste (partagé, même si prononcé à demi-mots, par la plupart des dirigeants européens) en raison du décalage entre les faiblesses des nations et les intentions affichées. Il se limite à être un discours du refus, sans solution. Pire encore, en interdisant à l’Europe d’accéder aux moyens de la puissance, il confine les différents États dans la dépendance par rapport aux ÉtatsUnis, que les souverainistes se complaisent pourtant à dénoncer, ou, de façon plus réaliste, au marché mondial

La raison est, qu’en dépit des souffrances qu’elle impose, la mondialisation satisfait leurs aspirations cosmopolites et téléologiques (l’espoir chez elles, qu’elle mettra fin à l’histoire politique et qu’elle générera une société mondiale pacifiée). En outre, l’interprétation mécaniste et évolutionniste de l’Histoire qui prévaut aujourd’hui, laisse à penser que la mondialisation en est une étape inéluctable, alors même qu’elle n’est que le produit d’une décision stratégique.

2.Cogliere il Kairos

Nonostante quella Cardini chiama “delusione”, che invece per noi è sempre stata la lucida coscienza della differenza fra “Identità Europea”, Ideologie europee e integrazione europea (cfr. il I° Volume di “10.000 anni d’Identità Europea”), egli c’invita a continuare insieme quella ch’egli correttamente chiama “Fatica di Sisifo”.A me sembra di non essere mai venuto meno neppure un istante a questo compito.

Oggi, vi sono almeno 5 fenomeni storici incombenti a cui intellettuali del calibro di Cardini possono, se vogliono, dare un loro utilissimo contributo:

1)la commemorazione delle battaglie dell Termopili e di Salamina;

2)la riorganizzazione dell’impianto delle politiche europee della tecnologia;

3)l’impostazione del bilancio settennale 2021-2027;

4)il Trattato Europa-Cina sulla protezione degl’Investimenti;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Ciascuno di questi appuntamenti, che si presenta “prima facie” come la solita questione tecnocratica , nasconde invece in sé fondamentali problematiche culturali e politiche:

1)la commemorazione delle Termopili e di Salamina sarebbe la buona occasione per ricordare a tutti che l’ Europa non nasce ieri;

2)la riorganizzazione delle politiche tecnologiche costituisce, come le Termopili, l’occasione per fermare le OTTs prima ch’essse dilaghino, come diceva Serse ne “I Persiani” di Eschilo,“in tutta Europa, in modo; che il nostro regno confini con il Cielo”;

3)il bilancio settennale, essendo coevo alle più grandi trasformazioni in corso nel mondo, quali la Via della Seta e la conquista dello spazio, condizionerà il ruolo dell’ Europa nel mondo per il futuro, e la sua stessa sopravvivenza;

4)il Trattato Europa-Cina che, a Settembre, anticiperà probabilmente ogni possibile accordo con gli Stati Uniti, segnerà un riorientamento dell’ Europa verso l’ Eurasia;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che avrebbe dovuto iniziare l’anno scorso, poi il 9 maggio, inizierà presumibilmente sempre a Settembre, in concomitanza con il Trattato Europa-Cina. Avrebbe dovuto risolversi in un esercizio minimalistico e autoreferenziale, ma le enormi trasformazioni in corso non permetteranno certo ch’esso si esaurisca così.

Per tutte e cinque queste scadenze, l’ Associazione Culturale Diàlexis sta predisonendo manifestazioni e libri, sui quali Vi abbiamo già relazionato, e sul cui programma Vi saremo più precisi. Il tutto tenendo in mente i saloni di Torino e Francoforte.

Crediamo che un canale privilegiato per fare valere le nostre istanze sia costituito dal Movimento Europeo, che era nato proprio come stimolo alla società civile e alle istituzioni per la costruzione dell’ Europa, ma che anch’esso rischia, se non sostenuto da un’ondata forte di riflessione da parte di tutta la società, e innanzitutto dell’ Intelligentija, rischia di ridursi a una cassa di risonanza della “Politique Politicienne”.

Siamo in attesa dei contributi di tutti, e, ovviamente, innanzitutto di quelli del Professor Cardini.

EDITORIALE
EUROPA: UN SETTANTENARIO FRAINTESO E DISATTESO

Ricordiamo quella “falsa partenza”, quell’inganno: fu un seme gettato tra mille fraintendimenti, ma l’intenzione di molti che vi contribuirono era buona. Non sprechiamo quell’occasione, mettiamola a frutto correggendone gli aspetti vani e rimediando a quelli negativi.

Confesso che avrei dovuto parlarne prima: francamente però non sono stato abbastanza tempestivo nel cogliere la perfidia politica e mediatica di una manovra che sul momento mi aveva molto favorevolmente impressionato.
Nulla è mai casuale, specie e soprattutto in politica. Stiamo uscendo dal Coronavirus, a meno che la “seconda ondata” non ci rimandi al punto di partenza o quasi: il che è possibile, ma non si pecca di eccessivo ottimismo ritenendolo improbabile (ansie legittime a parte). Ed è arrivata puntuale qualche giorno fa, il 9 maggio scorso, alla vigilia del settantesimo anniversario della cosiddetta “Dichiarazione Schuman” sulla comunità del carbone e dell’acciaio come primo passo verso l’integrazione unificazione europea – il 9 maggio 1950 –, l’allocuzione del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel il quale ha citato e sottolineato con insistenza un magistrale discorso tenuto  alcuni mesi dopo quella data, il 10 dicembre del 1951, da Alcide De Gasperi a proposito del progetto di unione europea. Ho definito “magistrale” questo discorso: e lo ribadisco. Stavo per aggiungere “nobilissimo”: ma non ne ho fatto di nulla. Fu uno splendido discorso tattico in una direzione che non mancava di malafede. Ed è ohimè per quanto che Michel ha preferito obliterare Schuman, autentico protagonista della ricorrenza, e proporre al proscenio De Gasperi.
Il leader democristiano trentino tesseva in quella sede un elogio commosso alla “condivisione delle nostre esperienze” europee che poteva sembrare un richiamo patetico e quasi ingenuo: ma che, al contrario, non aveva nulla del commovente candore che a suo tempo qualcuno gli attribuì. Era al contrario fine, sottile, quasi tagliente.
Si è parlato e si continua a parlare dell’unità d’intenti tra Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, la triade dei “fondatori dell’Europa unita e democratica”: anche se si preferisce tenere nell’ombra il nome del “grande regista” di tutto, Jean Monnet, e attutire i dissensi se non le linee d’implicita frattura che fra i protagonisti di quell’iniziativa si andarono quasi subito delineando. Si continua ancora a dire che quello fu “il primo passo verso l’edificazione dell’Europa unita”. Qui sta un primo equivoco dal quale bisogna liberarsi.
In realtà il mondo aveva in quel momento due padroni, i due veri e soli vincitori della guerra 1939-45: e, secondo lo “spirito di Yalta”, né Stati Uniti né Unione Sovietica erano disposti ad assistere tranquillamente alla nascita d’un’Europa come realtà politica federale o confederale che avrebbe potuto essere e che col tempo si sarebbe fatalmente imposta come nuova potenza fra loro. Eppure, in quella fase d’incipiente scontro che avrebbe potuto anche condurre a un conflitto, proprio di una potenza mediatrice vi sarebbe stato bisogno. Magari non solo mediatrice diplomatica e geopolitica bensì anche sociopolitica: la protagonista di una terza via, non liberista e non collettivista, certo non comunista bensì comunitaria e solidaristica. In Francia come in Germania come in Italia esistevano potenzialità di questo tipo: sia nelle tendenze socialdemocratiche le quali si andavano rafforzando, sia in quelle cristiano-democratiche ispirate alla dottrina della Chiesa e, in Germania, dal magistero di Ferdinand Tönnies o, nel nostro paese, a quello di Giuseppe Toniolo. Alcuni giovani esponenti di quella che sarebbe poi stata la “sinistra” democristiana, provenienti dalle file dell’antifascismo cattolico quali Enrico Mattei o dal corporativismo fascista come Amintore Fanfani, guardavano già fiduciosi a una rinascita italiana basata sulla compartecipazione tra un moderato dirigismo statale e un “capitalismo civico” illuminato.
Ma la musica scritta a Yalta dal presidente Roosevelt e dal generalissimo Stalin, con la benevola e del resto ormai semimpotente complicità di Winston Churchill, era un’altra: e si basava su una massima che potremmo definire, parafrasando il principe di Metternich, nella massima secondo la quale l’Europa era “un’espressione geografica”, che non avrebbe mai dovuto diventare politica per non far ombra alle due potenze avversarie sì, ma in ciò concordi e complementari. Non di mediazione si sarebbe mai dovuto parlare, bensì di affrontamento, di duello: condizione essenziale al mantenimento della bipolarità impedendo la nascita di terzi incomodi. Il derby “guareschiano” che ne derivò, tra un anticomunismo viscerale da una parte e un “antifascismo democratico” monopolizzato dal PCI dall’altra, era funzionale a questo disegno che sia Washington sia Mosca sostenevano con grande dispendio di mezzi. Le elezioni del ’48 furono il teatro di quello scontro che buona parte dell’opinione pubblica italiana interpretò – a partire dagli ambienti ecclesiastici di Pio XII – come epico ed escatologico mentre a livello internazionale i giochi erano già stati fatti. Forse, i retroscena politici e diplomatici della sconfitta del “Fronte popolare” sarebbero tutti da reindagare e da riscrivere. Dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, comunque, De Gasperi aveva una gran bella cambiale da onorare nei confronti dei suoi creditori d’Oltreoceano: e aveva cominciato con lo stringere ulteriormente i suoi legami con gli Stati Uniti d’America collegandosi con i suoi successivi governi dal ’48 al ’53 con le forze del centro-destra e del centro-sinistra “laico” (gli allora derisi “partitini” liberale, repubblicano e socialdemocratico) e il manovrare con accortezza in modo da selezionare anche quelli. Fino a liberarsi, in quanto presidente del consiglio con il rimpasto governativo del luglio ’51, sei mesi prima della sua allocuzione del 10 dicembre, degli stessi socialdemocratici. Restavano con lui i soli repubblicani di La Malfa, fieramente e visceralmente anticomunisti.
Frattanto, sul piano internazionale, qualcosa di nuovo e di straordinariamente importante era successo: qualcosa che riguardava in pieno l’Italia e che, formalmente, la rendeva anzi coprotagonista di scelte che si sarebbero rivelate fino ad oggi fondamentali e – nonostante qualche momento di turbolenza (penso a Enrico Mattei e magari a Bettino Craxi) – irreversibili.
Fino dal 1947 il segretario di stato statunitense generale George Catlett Marshall aveva varato con l’assenso pieno del presidente Truman quell’ERP (European Recovery Program) scopo del quale era facilitare il processo di ricostruzione dei paesi europei ma che si era andato drammaticamente – e, in apparenza, fatalmente – intrecciando con le vicende politiche internazionali e l’inizio della “Guerra Fredda” che vedeva l’Italia in prima linea, a fronteggiare il blocco avversario che incombeva dalla Venezia Giulia e dalla costa adriatica. Il 4 aprile del 1949 era stata firmata a Washington l’alleanza detta North Atlantic Treaty Organization (NATO) della quale Italia e Francia facevano parte: per quanto nel nostro paese un’opposizione durissima e gigantesca – che vedeva allineati, con differenti motivazioni, il PCI e la giovane gracilissima forza di estrema destra, il Movimento Sociale Italiano – avesse opposto alla firma di quell’accordo una muraglia di argomentazioni fondate (alla luce della stessa costituzione repubblicana) ed efficaci. De Gasperi lo sapeva benissimo, come sapeva che il suo amico e collega nella battaglia europeistica, il francese Robert Schuman – interessato anzitutto all’intesa intereuropea e alla piena e totale pacificazione tra Francia e Germania: pétainista nel ’40 e oggi Servo di Dio, in attesa del processo di beatificazione – mordeva il freno rispetto alla prospettiva d’una totale egemonia statunitense nella compagine della difesa euro-occidentale. Fino dal maggio del ’50, con la sua celebre “Dichiarazione”, egli aveva difatti proposto di “porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’alta autorità comune nell’àmbito di un’organizzazione aperta a tutti i paesi europei” e aperto un negoziato che dalla successiva conferenza di Parigi condusse a porre nel ’52 le basi della costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio” (CECA). Era davvero l’estinzione storica di una delle basi della pluridecennale rivalità franco-tedesca, datante dalla guerra del 1870. Ma c’era di più: carbone e acciaio erano due delle principali materie prime dello sviluppo industriale (la terza era il petrolio). Un’autonomia europea quasi totale in quest’àmbito suonava minacciosa oltreoceano: e si sapeva bene che Schuman puntava a un’autodifesa totalmente europea nell’àmbito di quella futura unione politica continentale ch’era il suo sogno (sarebbe stato presidente del movimento europeo nel ’55 e del parlamento di Strasburgo fra ’58 e ’60).
Ora – e De Gasperi l’aveva ben presente – era proprio la questione dell’autodifesa del continente, di un “esercito europeo”, quella sul tappeto. E la “Comunità Europea di Difesa” (CED), invisa al Cremlino che aveva subito bollato il progetto come un atto di revanscismo neonazista, era non meno malvista dalla Casa Bianca che però era in grado di aggirare il problema con maggior eleganza.
D’altronde, i dollari americani previsti come erogazione all’Europa occidentale nel suo complesso ammontavano a 14.000 milioni di dollari, ed era stata tempestivamente costituita una Commissione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) per l’immediato coordinamento delle necessità e la ripartizione degli aiuti. L’Italia aveva adottato fino dal ’47 una politica deflazionistica per ridurre il disavanzo del bilancio statale e accrescere le riserve valutarie; d’altronde, dopo il ’48 e visti gli esiti delle elezioni, anche proprio grazie ai fondi del “piano Marshall” (oltre 1150 milioni di dollari, una fetta enorme rispetto ad altri paesi europei), ebbe luogo quel che fu definito enfaticamente “miracolo italiano”, col prezzo del pane diminuito del 20% alla fine del ’49 e il consolidamento del valore della lira. Ma non erano tutti rose e fiori; quei miliardi non erano affatto regalati, in parte erano prestati sia pur a un tasso vantaggioso e il resto veniva pagato in sonante moneta politica, con la perdita della sovranità militare travestita da misura di difesa. La NATO significava questo: non tutti lo capirono subito, ma De Gasperi lo sapeva benissimo; come lo sapeva perfettamente – e lo approvava – il Vaticano DI Pio XII. D’altro canto, la pioggia di dollari caduta sull’Italia era stata in gran parte deviata o assorbita da altre spese e non ebbe i risultati che si speravano.
Queste cose, chi invoca oggi un “nuovo piano Marshall” per l’Italia, le sa bene (forse), ma le ignora o finge di dimenticarle. E le sa bene anche monsieur Michel, che ha presente il recentissimo braccio di ferro tra Italia e UE e non ignora che se i malumori antieuropeistici nel nostro paese crescessero o trovassero un’efficace espressione politica, ciò farebbe tremare anche Bruxelles e Strasburgo.
Ne scaturisce, per chi ancora difende l’ormai vecchia, logora e sospetta impalcatura dell’Unione Europea, un’implicita indicazione politica: ripartire dall’indicazione degasperiana sulla solidarietà e sulla collaborazione, obliterando la lezione di Schuman che alla fine della sua carriera politica era profondamente disincantato e amareggiato. È quindi “giusto” e “corretto” che, rendendogli formalmente omaggio nel settantennale della “Dichiarazione” che condusse alla CECA, i vertici della compagine europeistica ufficiale preferiscano rendere omaggio alle formalmente parlando nobili parole di De Gasperi, che nel dicembre del ’51 tendevano in realtà a indirizzar le cose esattamente nel senso che presero. Il progetto della CED, la creazione di un esercito europeo – formalmente non incompatibile con il patto della NATO, sostanzialmente ad esso alternativo –, fallì nel 1954 in quanto non venne ratificato dal parlamento francese: il medesimo che anni dopo, insieme con quello olandese, avrebbe affossato la proposta del preambolo alla costituzione europea.
L’indignazione che quel voto del “suo” parlamento provocò in Schuman e il suo successivo ritiro dalla vita politica – ragioni di età a parte – non erano ingiustificati. Europa e Italia, che nel ’45 avevano perduto la guerra (perché tutta l’Europa l’aveva perduta: non solo la Germania e l’Italia), nei settant’anni da quel lontano 1951 a oggi segnati in gran parte – specie di recente – dalle politiche neoliberiste e dalla subordinazione alla grande finanza internazionale, hanno perduto anche la sfida della pace: poiché in ogni pace è insita una sfida. E l’Unione Europea, che per decenni ha ingannato molti di noi che speravamo fosse la porta d’ingresso verso l’integrazione politica del continente, si è confermata invece quella che del resto era e che evidentemente – anche se molti dei suoi sostenitori pensavano il contrario – intendeva rimanere: il trattato di Maastricht del 1° novembre parla chiaro e non dà adito a speranze di “naturale” evoluzione dalla collaborazione economica, finanziaria, tecnologica e amministrativa all’integrazione politica. Si può continuare così o azzerare tutto. A meno di un salto di qualità autenticamente politico.
E allora, eccoci al punto. Per i vecchi e impenitenti europeisti come me, quelli che si commuovono e si mettono in posizione di “attenti” alle note dell’Inno alla gioia della IX di Beethoven – anche se esso manca di parole adeguate ad esprimere quanto vorrebbe significare –, il segnale positivo è venuto dalle molte voci che ormai dalla crisi balcanica degli anni Novanta (quasi trent’anni fa!) si sono levate segnalando la necessità di un vero autentico esercito esclusivamente europeo; quello negativo dal crescere ormai consistente delle istanze e dei malumori (non dirò delle idee) delle varie forme di neo-micronazionalismo che ormai si autodefinisce “sovranismo” ma che, per ovviare al fallimento del progetto europeistico finora attuato, non sanno fare molto d’altro che rispolverare il ferrovecchio dello stato nazionale. Un ferrovecchio condannato dalla storia dopo il 1945 così come il liberal-liberismo classico, purtroppo artificialmente tenuto in vita, era già uscito morto e condannato dal 1917-18 (e di questa morte, di questa condanna, i totalitarismi degli anni Venti-Cinquanta e successivi sbiaditi epigoni come peronismo, nasserismo e castrismo furono il frutto, sia pure avvelenato). Peraltro, associandomi a una delle ultime battute del mio vecchio, compianto amico Giulietto Chiesa, sarei tentato di dichiarare agli amici sovranisti che io non sto con loro perché mi senta loro avversario, ma perché essi non sono sovranisti abbastanza. Chiedere la sovranità monetaria in un paese che manca tragicamente di quella politica, diplomatica e militare – il paese del Cermis e dei missili a testata nucleare installati contro la lettera e lo spirito della Costituzione – è peggio che grottesco: è patetico.
Antidoti? Quando si perde una battaglia, le alternative sono due: o ci si arrende o si ripete con i ragazzi del joli mai del Sessantotto_ “Ça n’était q’un début: continuons le combat”. Chi intenda proseguire la lotta per l’unità e la libertà della patria europea, chi abbia nonostante tutto ancora voglia di proseguire nell’impegno affinché almeno i suoi figli possano davvero fregiarsi di quella qualifica di “cittadini europei” che per noi è stata solo un’etichetta beffarda, se non getta la spugna deve rimboccarsi le maniche. Ma come?
Confesso che per molti versi Bettino Craxi mi è stato e mi resta simpatico e che ammiro molto l’intelligenza controcorrente di Alain de Benoist: e francamente non me ne frega nulla se queste due dichiarazioni possono far storcere il naso o – come ha scritto l’amico Alessandro Barbero nel suo finissimo e coraggioso Invito alla lettura dell’ultima edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale (il Mulino, 2014) – “far sollevare più di un sopracciglio”: e che mutatis mutandis il mio europeismo ha molti contatti con quelli, differenti, dei due personaggi ciati. Né intendo comprimere in un’affrettata paginetta conclusiva un discorso che più diffusamente ho portato avanti altrove nell’ultimo mezzo secolo (ebbene, sì!).
Comincerei allora da una ricetta pratica e certo imperfetta, quindi perfettibile: dal libretto di un politologo dell’Università dei Bordeaux che in Italia è stato diffuso da una piccola casa editrice e che quindi è ancor meno di un “libro di nicchia”. Alludo a Fondare lo stato europeo. Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana del bravissimo Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016). Intendiamoci: non intenderlo assumerlo come Bibbia, tantomeno come Vangelo: e in fondo nemmeno come Bignami. Ci sono diverse cose che non condivido in quelle pagine: ad esempio la globale valutazione sia storica sia politica del ruolo dell’Islam, molto più complesso e per troppi versi differente da com’egli lo presenta. Ci sono molte cose sulle quali sarei profondamente d’accordo, ma che restano suscettibili d’infinite precisazioni: quali, essenzialmente, il tema dei rapporti fra una possibile Europa futura e la Russia, al di sotto del quale pulsa e preme l’immenso Minotauro eurasiatico. Poi c’è il tema dello “shock sistemico”, intravisto qua e là in questi mesi di segregazione e di disorientamento. Dussouy lo ritiene sistematico e direi che lo auspichi; io per un verso lo temo eppure per altri lo auspicherei. Infine, last but not least (e una volta tanto non è un modo di dire) il tema dell’assetto istituzionale: e qui mi trovo, io che nei miei vent’anni ho aderito profondamente all’abbozzo di progetto (mai chiarito e precisato) di un’“Europa-Nazione” proposto da Jean Thiriart, dall’alto dei miei quasi ottanta di militanza europeistica e di vita personale e professionale da cittadino d’Europa, a dover dichiarare con notevole (non assoluta, né irreversibile) convinzione che un assetto – a dirla in termini molto schematici, quindi imprecisi – “confederale” alla svizzera sarebbe più adatto e realisticamente praticabile per l’“arcipelago Europa” di un assetto “federale” alla tedesca o alla statunitense: ma queste cose le lascio umilmente agli specialisti, agli esperti costituzionalisti e agli scienziati della politica.
Una Res Publica Europensis è comunque necessaria. Com’è necessario – gli esiti della crisi del Coronavirus lo dimostrano – un ritorno al primato della politica inteso come primato della ricerca del Bonum commune. Non ci serve il duplice lussuoso e costoso parlamento di Strasburgo-Bruxelles che decida sulla lunghezza della coda dei merluzzi pescabili e sul tasso di pasta di nocciole da legittimamente miscelare al cacao per ottenere un cioccolato DOC mentre, per le decisioni importanti, gli europarlamentari si affidano ai suggerimenti dei Chief Executive Officiers, vale a dire dei commessi viaggiatori delle lobbies multinazionali. Ci serve un’Europa sovranazionale libera dall’incubo tecnocratico, mondialista e turbofinanziario che gli attuali Padroni del Mondo hanno finora imposto. Un’Europa in grado di opporsi – anche se sarà un David contro un Golia – a quello ch’è stato definito “lo Stato Profondo” adeguatamente descritto nel bel libro che reca appunto questo titolo e che Germana Leoni von Dohnanyi ha pubblicato nel 2017 per l’editrice Imprimatur di Reggio Emilia.
Ricominciamo dunque la nostra fatica di Sisifo. Com’è stato detto e scritto, chi ha poco è gravato da troppi padroni, ma chi non ha nulla è perfettamente libero. Dice Nietzsche: “Ribellarsi: questa è la dignità dello schiavo”. Sarebbe bello inviare a tutti gli europarlamentari una copia di questa modesta missiva e chiedere il piccolo sforzo di un loro spassionato parere. Magari, cominciando da una microcircolazione artigianale di queste righe e mettendo insieme i nostri sforzi, potremmo farcela”.