THEOLOGIA EUROPAEA, “Religioni del Libro”, Europa.

La casa di Maimonide a Cordova

Commentando, nei suoi “Minima Cardiniana”, il libro di Aldo Schiavone dal titolo “Eguaglianza”, Franco Cardini ha contrapposto giustamente, alla concezione della “buona vita”  espressa dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, vale a dire quella  orientata  verso la “ricerca della felicità” e verso un’egualitarismo formale esasperato che coincide con il massimo della disuguaglianza effettiva, all’originaria concezione occidentale, fondata sulla filosofia classica e sulle “Religioni del Libro”, secondo cui la “buona vita” consegue al perseguimento delle virtù, nella necessaria differenza delle inclinazioni e di ruoli:“….gli europei debbano cessare di riconoscersi acriticamente come ‘occidentali’ e riscoprire le loro radici identitarie (radicate non già nell’astrattezza di un qualche atavismo genetico, bensì nella concretezza della storia) che, a dirla con Ferdinand Tönnies, debba fondarsi sulle comunità tradizionali della famiglia, del lavoro, del retaggio culturale che peraltro di continuo si rinnova, quindi sulle differenze che sono una ricchezza inalienabile, anziché sulle convenzioni contrattualistiche dalle quali sorgono le società con le loro astratte pretese egalitarie. Non è all’appiattimento egalitaristico che dobbiamo mirare, bensì alle vive differenze elaborate dalla natura, dall’ambiente, dalle tradizioni, dalla storia, e sostenute tuttavia da un vivo senso di equità anche sociopolitica e socioeconomica”.

Ad avviso di Cardini,il riconoscimento  di quest’ Identità Europea distinta da quella “occidentale” passa necessariamente attraverso una lettura congiunta delle “Religioni del Libro”:“Ma per giungere a costruire, com’è necessario se non vogliamo precipitare, un mondo libero sia dall’oligarchia di superstraricchi oggi imposta dal turbocapitalismo, sia dalle moltitudini di miserabili costretti a vivere non già al di sotto del livello di sopravvivenza bensì, ancor peggio, di quello del minimo di dignità al quale ogni essere umano ha diritto, è necessaria una guida. Non già quella della “Dichiarazione d’Indipendenza” degli Stati Uniti d’America, fondata sull’utopia della “ricerca della felicità”, bensì quella della Bibbia, del Vangelo e del Corano, fondata sulla Parola di Dio ch’è Giustizia e Pace.”

Certo, l’idea della “ricerca della felicità” degli utilitaristi del Settecento e delle Rivoluzioni Atlantiche, derivata dalle filosofie ellenistiche, pecca, come molte “idee moderne”, di semplicismo, in quanto, come aveva scritto Nietzsche, e com’è confermato perfino dalle scienze neurologiche, “la felicità viene solo se non voluta”, come ricompensa per una passione e uno sforzo. Tuttavia, anche un generico riferimento alle “Religioni del Libro” rischia di risultare riduttivo, perché in realtà la “ricerca della felicità” intesa nel senso della Dichiarazione d’ Indipendenza si situa all’interno di un processo complessivo di secolarizzazione che prende le mosse proprio da quelle religioni, all’interno delle quali si ritrovano praticamente tutte le grandi tendenze della storia culturale dell’Umanità. Per esempio, Lessing affermava espressamente che la religione cristiana aveva rappresentato una forma di educazione morale dell’Umanità, verso una visione del mondo senza religione, dove l’unica realtà sarebbe stata quella immanente.  Il bisogno di credere venne interpretato anch’esso, dalle filosofie dell’Ottocento, come una forma di ricerca della felicità, che, non potendo trovare sbocco in una visione trascendente, andava sostituita dal perseguimento dalla felicità pratica, resa possibile dallo sviluppo delle scienze e delle tecniche.  Quest’inveramento  della religione nella tecnica porterà, poi, secondo i post-umanisti (in primo luogo quelli “cristiani”, come il cosmista russo ortodosso Fiodorov  e il gesuita Teilhard de Chardin), all’irrilevanza della distinzione fra spirito e materia, e troverà compimento nella Singularity tecnologica di Kurzweil, un evidente avatar  del ritorno all’ Essere quale postulato dal neoplatonismo e dalla Qabbalah, ma anch’esso contrastato dalle teologie ortodosse:“Si tratta di una tendenza ben conosciuta nella storia della teologia e che dopo il medioevo costituisce quella che si è soliti chiamare ‘la posterità spirituale di Gioacchino da Fiore’. Questa tendenza è coltivata da alcuni teologi della liberazione, i quali insistono in modo tale sull’importanza di costruire il regno di Dio già dentro la nostra storia, che la salvezza trascendente la storia sembra passare in secondo piano. …. In tal senso, in quel sistema teologico, l’uomo ‘si pone nella prospettiva di un messianismo temporale, che è una delle espressioni più radicali della secolarizzazione del regno di Dio e del suo assorbimento nell’immanenza della storia umana’ (Commissione Teologica Internazionale, Problemi Attuali Di Escatologia,1990)

Oggi, il peso di quest’escatologia materialistica e collettiva (avversata a suo tempo non solo da Sant’Agostino, ma anche dal filosofo islamico al-Ghazzali e dal teologo ebraico Maimonide) è particolarmente forte in tutte le religioni occidentali (l’Americanismo, il Sionismo, la Teologia della Liberazione, gli Hojjatiyeh). Il fallimento storico del marxismo, lungi dall’ indebolire queste tendenze, le ha rafforzate perché esse, non potendo più mimetizzarsi nelle varie scuole marxiste, sono state costrette a venire allo scoperto.

Queste intime fratture all’ interno stesso delle varie religioni fanno sì che un generico richiamo alla religione, o anche alle “Religioni del Libro”, non possa costituire di per sé una “guida” per il comportamento umano, e si presti invece, da un lato, ad un’inconcludente retorica, e, dall’ altro, al mascheramento, sotto un manto di religione, e perfino di tradizione, del progetto della Società del Controllo Totale.

Scena sciamanica paleolitica

1.L’intima conflittualità interna a ciascuna religione

Secondo le ricostruzioni di alcuni paleontologi, una qualche forma di ritualità è all’origine di ogni tipo di cultura, sviluppatesi tutte attraverso riti della natura , del lavoro, della società…Questa coestensività della religione con l’insieme delle attività umane ha fatto sì che, all’ interno delle religioni stesse , fossero presenti, fino dai tempi più antichi, istituzioni diversissime, come l’ascetismo e l’esaltazione della vita, gli “hieroì gamoi” e  i sacrifici, la famiglia e la vita monastica, la poligamia e il voto di castità, le “Guerre del Signore” e la predicazione della pace, la codificazione delle leggi e l’esaltazione della spontaneità, …

Ogni concreta esperienza religiosa costituisce uno specifico tentativo d’imporre un equilibrio, hic et nunc, a queste realtà conflittuali. Per lo più, nel conseguirlo, questa contraddittorietà dà luogo all’ eterogenesi dei fini, come nel caso dell’attuale tendenza dell’escatologia materialistica, la quale vorrebbe utilizzare la religione come instrumentum regni per realizzare un’utopia utilitaristica, e invece, data l’irrealizzabilità di tale utopia, consegue, in realtà, la disgregazione della società sotto i colpi delle macchine intelligenti. Infatti, una società, come quella attuale, fatta per soddisfare i bisogni materiali dei singoli cittadini, in realtà li disabitua allo sforzo, alla ricerca, all’ impegno civile, rendendoli così succubi di meccanismi sociali impersonali, di cui il Complesso Informatico-Militare non è  che l’ultima incarnazione. In questo senso, la positivistica religione della scienza e della tecnica è il vero oppio dei popoli.

Per questi motivi, la visione dell’Apocalisse, presente sullo sfondo di tutte le religioni, svela l’essenza del mondo in cui viviamo. “Apocalisse” significa infatti semplicemente “rivelazione”: attraverso i suoi simbolismi, il libro dell’ Apocalisse (o i suoi omologhi, come lo “Zand-i Wahman Yasn” mazdeo) descrivono, in realtà, processi già in corso. Per esempio, secondo molti interpreti, lo scenario del Libro dell’Apocalisse era quello dell’Impero Romano al tempo delle persecuzioni, e il Millennio, i mille anni durante i quali l’Anticristo sarebbe stato “legato”, corrispondevano all’ era cristiana, a cui sarebbe succeduta la Parusìa. Le confuse vicende di quest’ultima sono descritte con più precisione nelle Hadith islamiche, dove, alla Fine della Storia, Gesù e Maometto sconfiggeranno l’Anticristo a Dabiq, cittadina del Kurdistan siriano attualmente contesa fra Curdi, Turchi, Siriani, Russi e Isis.

Il periodo storico che noi viviamo, l’”Ora ultima” (“as-Sa’at al -Akhira”), lungi dall’essere un periodo di Pace Perpetua, è il momento di una “lotta finale”, come del resto dice il testo dell’Internazionale”.

Non basta perciò richiamarsi genericamente allo spirito religioso, ma occorre anche approfondire dove ci porti la religione intesa quale filo rosso d’interpretazione della società, e, in particolare, della società contemporanea.

 

 

Petrov e OKO: la lotta contro l’ Anticristo

2.L ‘Anticristo oggi

Centrale a questo proposito risulta sempre la figura dell’Anticristo, che viene descritto da Dostojevskij e Soloviov come un governante mondialista apparentemente benigno, che instaurerà una qualche forma di temporanea pacificazione, ma che, in realtà, rappresenterà l’antitesi della salvezza finale promessa dalla religione. Egli – dice Soloviov – sarà un ‘convinto spiritualista’, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo. Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea «honoris causa» della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza».

Secondo Mc Luhan, l’Anticristo (“the Prince of the World”) s’identifica con i moderni mezzi di comunicazione di massa:” Electric information environments being utterly ethereal fosters the illusion of the world as spiritual substance. It is now a reasonable facsimile of the mystical body, a blatant manifestation of the Anti-Christ. After all, the Prince of this World is a very great electric engineer.

… the “Prince of this World” is a great P.R. man, a great salesman of new hardware and software, a great electrical engineer, and a great master of the media. It is His master stroke to be not only environmental but invisible, for the environment is invincibly persuasive when ignored.

… this could be the time of the Antichrist. When electricity allows for the simultaneity of all information for every human being, it is Lucifer’s moment. He is the greatest electrical engineer. Technically speaking, the age in which we live is certainly favourable to an Antichrist)”.

E, di fatto, il vero “rischio esistenziale” non è, oggi, costituito dal riscaldamento atmosferico, quanto, piuttosto, dall’inquinamento delle menti indotto dalla centralità dell’Intelligenza Artificiale, questo despota benigno che invade le nostre menti, inquinandole. Semmai, la crisi ecologica è uno dei vari aspetti e conseguenze dell’inquinamento mentale, quale quello che colpisce gli abitanti della Terra alla nascita dei “robot” in “R.O.U.R” di Capek; come la rivoluzione scatenata dall’androide nel film “Metropolis”; quello che si produce nel mondo di Asimov quando i robot, per governare meglio gli umani, decidono di fingersi fallibili, o, infine, quello indotto nella realtà, dagli ordini insensati di “Hair Trigger Alert” impartiti dal PCUS all’ Armata Rossa, e  programmati nel supercomputer “OKO”.

Attraverso l’apocalittica, le religioni ci forniscono dunque una chiave di lettura della postmodernità e “una guida” per uscirne, rimandandoci alle virtù dell’Epoca Assiale, quella in cui le religioni odierne sono nate e si sono sviluppate: virtù attive, che mal si conciliano con l’attuale quietismo, mirante a sopravvivere pur di sopravvivere, radice prima della nostra decadenza e della senescenza della nostra società.

Giacché le religioni hanno, nel loro seno, quest’inesauribile fonte di creatività culturale, si assiste ovunque, tranne che in Europa, a una rinascita della religiosità, spesso in Forme inedite e inattese (Pachamama, Lord Rama, Imperatore Giallo, Lady Shian), come forma di resistenza alla Società del Controllo Totale. Come scrive Andrea Riccardi su “Il Corriere della Sera”,  “La Chiesa è ovunque sollecitata a guardare con più attenzione alla nazione e all’identità.. a essere una riserva di legittimazione. “

Il sinodo sull’ Amazonia

3.Il ritardo della teologia europea

Solo in Europa questo fenomeno si manifesta con poca intensità a causa della non sovranità degli Europei, che impedisce la formazione di ogni fenomeno di autoaffermazione degli stessi, visto come opposizione al potere occidentale.

Inoltre, l’identità a cui pensa Riccardi e che preoccupa tutto il “mainstream” culturale, cattolico e laico, in Europa, è quella nazionale dei “sovranisti”, mentre quella che sarebbe richiesta dalla situazione, e a cui pensa Papa Bergoglio, fedele all’approccio sudamericano della Patria Grande,  è quella di una grande Patria Europea. Francesco la vede, come già Spinelli, come contrapposta alla tentazione del funzionalismo, espressamente condannato da Eric Przywara, citato nei discorsi di Strasburgo, come già nel sinodo sudamericano di Aparecida.

In Italia, ma sarebbe meglio dire in tutta Europa, la Chiesa Cattolica non ha svolto quell’opera di sviluppo “nazionale” della teologia che ha invece  svolto nelle due Americhe, e di cui Papa Francesco è un prodotto: un’opera caratterizzata da una netta demarcazione, anche nazionale, fra una teologia “liberale” al Nord, che mira ad assomigliare a quella protestante, e una “teologia del popolo” nel Sud, che confina, da un lato, con il sincretismo indigenista, e, dall’ altro, con un  socialismo nazionale. In effetti, come aveva preconizzato John Fiske nel suo arcinoto “Destino Manifesto”, la storia delle Americhe è stata concepita fin dall’ inizio come un “giudizio di Dio” fra l’etica protestante e il cattolicesimo iberico.

Come da noi più volte denunziato, ci sembra che l’Europa sia rimasta indietro nel recupero, in corso nel mondo intero, delle specifiche tradizioni religiose dei popoli, schiacciata com’essa è fra le due divergenti influenze teologiche americane: l’ Americanismo e la Teologia della Liberazione. “Quel che meraviglia è oggi la carenza di riflessione nella Chiesa su questo fenomeno”.(Riccardi).

Come abbiamo più volte rilevato, una volta arrivato al soglio pontificio, Papa Francesco (che, come è noto, è di origine italiana, anzi, è nato ed è stato battezzato proprio al centro di Torino), si era illuso di poter dare egli stesso la spinta iniziale a questa “theologia europaea”, con i suoi discorsi al Parlamento Europeo e al Consiglio d’ Europa. In quell’occasione, aveva parlato di un’”Europa poliedrica”, un’”Europa madre”, che sostituisse l’attuale “Europa nonna”, ritornando a essere “un punto di riferimento del mondo intero”. Purtroppo, le Chiese europee sono come le rispettive nazioni: svuotate dalle, per quanto contraddittorie, influenze delle due Americhe, divise fra un Paese e l’altro, autoflagellantisi al di là di ogni logica necessità. Soprattutto, vittime di pregiudizi nazionalistici e di “imperi sconosciuti”, hanno abbandonato l’invito, di Giovanni Paolo II, a “respirare con i due polmoni” dell’Europa, intestardendosi nella “colonizzazione culturale” dell’ Europa dell’ Est, che, alla fine, si è ribellata con i suoi “sovranismi”, e soprattutto con la rivendicazione delle sue diverse tradizioni (ortodossia, islam, sarmatismo, monarchia..), al mantra, tanto ossessivo quanto privo di significato, dei “nostri valori”.

Infatti, affermare che esista un elenco codificato e normativo di “valori europei”, o,, ancor peggio, “cristiani occidentali” stride con il fatto che, come tutte le espressioni della religiosità, anche i Vangeli, non essendo un testo di diritto, possano essere interpretati nei modi più disparati, e che tutta la storia del Cristianesimo è appunto costellata di controversie sui valori: “Esistono il Paradiso, l’Inferno, il Purgatorio? Che significato dare al Discorso della Montagna e, soprattutto, il Vecchio Testamento, l’opera più violenta della storia della letteratura mondiale?”

Anche per queste enormi oscillazioni è lodevolissimo il fatto che Cardini indichi, fra le fonti a cui abbeverarsi anche quelle ebraiche ed islamiche, uscendo così dall’autoreferenzialità che generalmente contraddistingue il dibattito sulla religione degli Europei. Credo infatti che un approccio comparatistico sia più che mai necessario per superare quella intrinseca contraddittorietà, anche perché il dibattito culturale intraeuropeo in senso stretto si è particolarmente insterilito, proprio a causa dell’egemonia culturale di un Cristianesimo secolarizzato secondo modelli americani. Mi sembrano utili punti di riferimento, come fonti di una rinnovata religiosità europea, l’Anatolico San Paolo, il Punico Agostino, gli Andalusi Averroè e Maimonide, i sudamericani Blas Valera e Bartolomé de Las Casas, l’Italo-Cinese Matteo Ricci,  l’Askhenazi Moses Mendelsohn, lo scandinavo Kierkegaard e l’ Italo-Argentino Papa Francesco.

Attraverso queste letture, emergerà, a mio avviso, una religiosità trasversale degli Europei, paragonabile, nel suo portato geopolitico, ai San Jiao sinici (Taoismo, Confucianesimo e Buddismo), che uniscono tutta l’Asia Orientale in un’unica ecumene culturale (il “Tian Xia”), pur senza in alcun modo appiattire la diversità culturale. Non per nulla, nella sua famosa intervista con il Professor Sisci sulla Cina, Papa Francesco aveva tentato anche di abbozzare una visione culturale e religiosa della Cina, facendo numerose allusioni alla situazione europea.

Tuttavia, nella stessa intenzione degli ultimi tre Pontefici, questo sforzo culturale va fatto, non già in modo centralizzato dal Vaticano, bensì dagli Europei, come parte integrante della loro necessaria ricerca, riscoperta, recupero, rivitalizzazione, ricostruzione, sviluppo e promozione di un’Identità Europea veramente “poliedrica”, attrezzata per svolgere un ruolo attivo e consapevole nel futuro del mondo nel momento decisivo della crisi tecnologica ed ecologica (attività che per altro gli Europei non stanno compiendo, e  per la quale noi vogliamo qui fornire uno stimolo).

 

 

 

DAL VERTICE NATO ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Il libro “La nuova guerra civile” dell’ anno scorso, tratta della distruzione dell’ Europa conseguente ai suoi dissidi interni

Come sempre, accolgo con interesse le iniziative del Professor Cardini, ultima fra le quali,  quella di concentrare, tramite il suo blog, sul rapporto con la NATO l’attenzione del pubblico, sollecitando i commenti dei lettori. Mi sembra infatti che il Presidente Macron, al di là delle sue contingenti prese di posizione, stia avviando proprio in questi giorni, con le sue esternazioni,  una vera e propria rivoluzione ideale sulla geopolitica dell’ Europa,  in termini che vale la pena di commentare testualmente: « J’essaie de comprendre le monde tel qu’il est, je ne fais la morale à personne. J’ai peut-être tort. »

A mio avviso Macron ha però torto almeno quando afferma che non si può rimproverare a qualcuno di non aver visto in passato ciò che si stava avvicinando ( « Peut-on reprocher à quiconque de ne pas l’avoir vu il y a cinq ou dix ans?)” .In effetti, le verità sulla NATO, sulla guerra informatica e commerciale e sulla società del controllo totale si potevano prevedere da almeno 20 anni, se non da 70, quando  noi ne avevamo appunto scritto. Cito solo alcune tappe fondamentali della rivoluzione esistenziale in corso:

-1941-1960: conferenze Macy sull’informatica;

-1968: “2001 , Space Odyssey” di Kubrick , realizzato insieme alla NASA;

-1993: conferenza alla NASA di Vernor Vinge sulla Singularity;

-2000: “The future does not need us”, di Bill Joy;

-2005, “The Singularity is near”, di Ray Kurzweil;

-2007: Prism;

-2011: “The Net Delusion”, di Evgeny Morozov;

-2013: fuga di Snowden.

Coloro che non hanno visto (o non hanno voluto vedere) queste realtà sono i leaders dei Paesi europei, che in teoria sarebbero pagati profumatamente per guidare il nostro Continente studiando il futuro, ma che invece hanno ben altre priorità.

Quanto ai cittadini europei, come scrive Cardini,”se la NATO bombarda da qualche parte tra Europa, Asia e Africa, ne siamo tutti responsabili. I nostri politici e i nostri media accettano la cosa come se fosse del tutto normale e ne parlano il meno possibile. Vorremmo impegnarci a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti. Magari a rimettere in causa anche le ragioni per le quali, in passato, tanti europei hanno riposto tanta fiducia e tanta speranza in quell’organismo. Lo meritava davvero, oltre settant’anni fa? Lo merita ancora, oggi? Chi decide al suo interno? Quanto ci costa? Quanto incide sulla nostra sovranità politica e territoriale? Tutti ne siamo corresponsabili, nessuno può tirarsi fuori: abbiamo coscienza di tutto ciò? O preferiamo seguire l’esempio di quanti, a proposito della Shoah, hanno detto ‘io non so, io non c’ero, io non ne sapevo nulla?’ ”

Perciò, raccogliendo l’invito di Cardini, dedichiamo anche noi questo post alla NATO e al Vertice di Londra di questa settimana.

La “Repubblica dei due Popoli”, vale a dire la Grande Polonia dei Secoli XVII e XVIII

1.L’”aurea libertà” dell’aristocrazia polacca e la distruzione dell’ Europa

Credo che la situazione attuale dell’Europa possa essere illustrata bene con l’esempio storico del declassamento e del crollo, nel XVIII Secolo, della “Repubblica Polacco-Lituana”, multinazionale e multiculturale, per due secoli il più grande Stato d’Europa, distrutto in duecento anni dalla fondazione per colpa della sua inadeguatezza istituzionale. Il Regno polacco, trasformatosi nel 1659 nella “Repubblica dei due Popoli” (comprendente anche Prussia, Paesi Baltici, Bielorussia, Ucraina, Moldova e un “Parlamento dei Quattro Paesi” ebraico), alla fine del XVII Secolo era retto dal principio del “Liberum Veto”, che prevedeva, per qualunque decisione, il consenso di tutti i membri della Dieta federale. Questo sistema, che assomigliava molto al sistema consensuale delle attuali Istituzioni europee, veniva definito apologeticamente come “Aurea Libertà”, perché garantiva un potere enorme ai ceti privilegiati; in realtà, esso condusse la “Repubblica”, nel giro di un secolo, alla sparizione e i suoi popoli all’ asservimento. Si diffuse in proposito un gioco di parole. Mentre i sostenitori dell’ Aurea Libertà avevano coniato il motto “Nie rządem Polska stoi, ale swobodami obywateli” (La Polonia prospera non per il suo governo, ma per le libertà cittadine), i critici ne leggevano l’incipit come “nierządem”, cioè ”disordine”: dunque, “La Polonia si regge sul disordine”. La stessa ambiguità vale per l’Unione Europea, dove viene oggi esaltato ogni genere di libertà, ma, in realtà, su qualunque argomento siamo condannati ad attuare semplicemente il volere di poteri esterni, che mirano al nostro asservimento e alla distruzione del nostro Continente, mentre chi ne trae profitto è soltanto una casta “bibéronnée dans les campus américains”(come scrive Le Monde Diplomatique), i cui lussi e i cui capricci vengono contrabbandati come “diritti umani” dall’ideologia del “liberalismo progressista”. Secondo Mearsheimer, infatti, lungi dal costituire una meritoria e disinteressata forma di impegno civile,  “l’egemonia liberale è una strategia di pieno impiego per l’establishment della politica estera”.

Un importante corollario del Liberum Veto era il divieto di riforme legislative senza l’unanimità dei notabili: “Nic nowego brzez nas” (“nulla di nuovo senza di noi(anche questo un possibile motto dell’Unione, dove gli stessi temi, e, in primis, la Politica Estera e di Difesa Comune, sono in discussione da ben 70 anni senza mai essere approdati a una qualche conclusione). Come si vede, la Polonia, lungi dal costituire un elemento estraneo nell’ Unione Europea, ne è  stata una sorta di anticipazione.

Il Liberum Veto spalancò ovviamente le porte alle potenze straniere, che corrompevano i nobili affinché esercitassero il loro voto contro le decisioni ad esse sgradite. In tal modo, la “Rzeczpospolita” divenne uno Stato a sovranità limitata, dove il re (in genere straniero) veniva scelto dall’ esterno, e, il più sovente, dallo zar di Russia. Quando però la Russia inviò proprie truppe in Polonia, il Re di Prussia reagì con un’avveniristica “covert operation”, immettendo sul mercato una gran quantità di monete polacche contraffatte, così provocando la crisi economica  che portò al crollo della “Rzeczpospolita”.Alla fine, Russia, Prussia e Austria invasero definitivamente la Polonia decidendo di cancellare completamente il Regno, e di dividersene i territori.

L’Unione Europea, sottoposta contemporaneamente al protettorato americano e all’influenza crescente di Russia e Cina, si trova oggi in una situazione molto simile a quella della Polonia del sei-settecento, in cui nessuno ha il diritto di agire tempestivamente in difesa della “ragion di Stato europea”. Ogni decisione viene bloccata dalla casta in nome di una pretesa “aurea libertà”, sicché è ovvio che le tre maggiori potenze mondiali, a cominciare dagli USA, per poi allargarsi ad altre, siano portate a ingerirsi nella vita politica interna dell’Europa attraverso influenze culturali e sociali e con la corruzione, che siano già passate dall’occupazione militare,  e si accingano ad arrivare ben presto alla spartizione (le cui linee iniziano ora a delinearsi). Ancor ora, questa situazione deteriorata viene esaltata come se fosse un’”aurea libertà”, ma non passerà molto tempo che se ne vedranno le incredibili conseguenze. Basti vedere che cosa è diventato il Medio Oriente grazie a un secolo di debolezza interna e di continue ingerenze esterne, senza nessuna potenza egemone interna che tenga fuori i guastafeste.

Rispetto alle due situazioni citate, quella dell’Europa di oggi si distingue però, come già detto, per il ruolo centrale dell’informatica (cfr par. 2, infra).

 

Jan Sobieski a Vienna, il sovrano che aveva portato la Grande Polonia al centro della politica europea

2.Finalmente parliamo di politiche estere “à tous les azimuts”

L’essenziale della riflessione di Macron è un brusco richiamo degli Europei al realismo sulla reale situazione geopolitica dell’ Europa :

«  l’Europe était guidée par une logique dont la primauté était économique, avec la conviction sous-jacente que l’économie de marché convient à tout le monde. Et ce n’est pas vrai ou plus. Nous devons tirer des conclusions: c’est le retour d’un agenda stratégique de la souveraineté. »

Un richiamo al realismo che trova un riscontro anche nella più recente politologia americana (per esempio, in John Mearsheimer).

Che bisogni tornare alla sovranità, è dimostrato innanzitutto dall’aggressione all’ Europa delle multinazionali del web: “Si nous n’agissons pas, dans cinq ans, je ne pourrai plus dire à mes concitoyens: ‘Vos données sont protégées’ »…Detto fatto, la Francia e l’Italia hanno finalmente introdotto una modesta web tax sui profitti delle multinazionali informatiche. Questo è bastato, a sua volta, a Trump per inasprire ulteriormente le sanzioni contro gli Europei, in primo luogo contro la Francia, ma il monito riguarda anche l’Italia, che, nella legge di Bilancio 2020, ha previsto un’aliquota del 3% per i colossi del web. Tuttavia, le ragioni vere del conflitto sono altre. Come hanno chiarito Evgeny Morozov, Shoshana Zuboff e Limes online, attraverso le “GAFA” l’America controlla globalmente le nostre società e le nostre economie. Una tassa del 3% non compensa affatto quest’ enorme drenaggio di cassa, e, soprattutto, di potere, che si potrebbe arginare solo “nazionalizzando i dati” degli Europei (cioè immagazzinandoli in Europa). Perciò, questa tassa, pur così osteggiata da Trump, è in realtà soltanto come il famoso “piatto di lenticchie” per il quale Esaù aveva rinunziato alla primogenitura.

Come si è potuti arrivare a questo punto? Per Macron, si sarebbe trattato di un colossale abbaglio ideologico, che aveva ingenerato una strana reticenza (io direi di censura) per tutta la problematica internazionale dell’ ITC, una reticenza che, sempre secondo Macron, è stata perfino “imposta”, da qualcuno (che Macron non nomina): « Je pense que l’agenda européen lui a été imposé pendant des années et des années. Nous étions trop lents sur de nombreuses questions. Nous avons discuté de ces questions. Mais ce n’était pas vraiment une question que nous voulions nous poser, car nous vivions dans un monde où les alliances étaient sécurisées et qui maximisait les échanges commerciaux ».

Si trattava in sostanza del mito della Fine della Storia, un’antichissima ideologia a cui si faceva finta di credere per compiacere l’America : » L’idéologie dominante avait une idée de la fin de l’histoire. Donc, il n’y aura plus de grandes guerres, la tragédie a quitté la scène, tout est merveilleux. L’agenda primordial est économique, non plus stratégique ni politique. En bref, l’idée sous-jacente est que si nous sommes tous liés par des entreprises, tout ira bien, nous ne nous ferons pas du mal. D’une certaine manière, l’ouverture indéfinie du commerce mondial est un élément de la paix.« Quello che il Papa ha chiamato “angelismo”: un’idea, quella del « doux commerce », nata per altro in Francia con Benjamin Constant e che ha avuto un lunga storia nel mondo anglosassone (l’ “internazionalismo liberale”).

Tuttavia, per dirla con Toni Negri,  si trattava di un imbroglio, ben presto scoperto : »Sauf que, dans quelques années, il est devenu évident que le monde était en train de se séparer, que la tragédie était revenue sur scène, que les alliances que nous pensions être indestructibles pouvaient être renversées, que les gens pouvaient décider de tourner le dos, que pourrait avoir des intérêts divergents. Et qu’à l’heure de la mondialisation, le garant ultime du commerce mondial pourrait devenir protectionniste. Les principaux acteurs du commerce mondial pourraient avoir un programme qui soit davantage un programme de souveraineté politique…. « 

Ingannati da quell’imbroglio, gli Europei  avevano dimenticato il ruolo direttivo della politica (tanto caro, per esempio, al Presidente De Gaulle):« D’une certaine manière, nous avons complètement abandonné ce qui était autrefois la ‘grammaire’ de la souveraineté, des questions d’intérêt général qui ne peuvent pas être gérées par les entreprises. » Quindi, Macron critica anche l’idea del « deperimento dello Stato », che, secondo l’ideologia mondialistica di fine ‘900, sarebbe stato sostituito dalle multinazionali : » Les entreprises peuvent être votre partenaire, mais c’est le rôle de l’État de gérer ces choses. »

Dunque, come per De Gaulle, «La politique d’abord, l’intendance suivra » . Sul piano delle politiche europee, quanto precede ha, come conseguenza, che si deve perseguire un sovranismo europeo, che sia comparabile a quelli americano e cinese. Infatti, meritano rispetto solo gli Stati che siano sovrani come l’ America e la Cina:« J’ai toujours dit à nos partenaires, qu’ils soient américains ou chinois: ‘Je vous respecte parce que vous êtes souverains’. Je pense donc que l’Europe ne sera respectée que si elle reconsidère sa propre souveraineté. »Dunque, con buona pace dei nostri « sovranisti », non può essere sovrano uno Stato che non abbia dimensioni comparabili a quelle di America e Cina, anche se la nostra classe dirigente, priva di un proprio orientamento culturale, non si muoverà in tal senso se non quando vi sarà portata da qualcun altro.

E, in effetti, la causa prima della debolezza, nel ‘700, della Polonia, e, ora, dell’Europa, è quella di non possedere al suo interno, come i suoi vicini, un soggetto politico forte (ieri, come le imperatrici di Austria e di Russia e il Re di Prussia, oggi, come  i presidenti americano e cinese), in grado di coniugare diplomazia, lobby e forza militare, senza essere intralciato nelle sue politiche estera e di difesa.

La corsa verso l’informatica proprio deriva dal fatto che l’America s’illude di poter realizzare artificialmente una “fine della Storia” a proprio favore attraverso il monopolio dell’ ICT(come dimostra l’isteria contro l’uso di tecnologie Huawei), attraversando così indenni questo momento sfavorevole (Caracciolo, Mearsheimer).

Infatti, la situazione è complicata dal fatto che la politica estera e di difesa è ormai  essenzialmente una questione cibernetica, e l’Europa, che non ha un potere digitale unitario, ma, anzi, è completamente immersa nel sistema digitale americano, non ha alcun margine di manovra, in nessun senso. Infatti, i dati dei nostri cittadini, delle nostre imprese e dei nostri eserciti, sono tutti immagazzinati nei server di Salt Lake City, che, come è stato confermato dalla sentenza Schrems, sono completamente disponibili alle 16 agenzie americane di intelligence, per effetto di leggi ormai secolari, che -Obama ha dichiarato- l’America non abrogherà mai. In una notte in cui, come nel 1983, qualcuno dovesse decidere, come il tenente colonnello Petrov, se schiacciare o no il pulsante della 3° Guerra Mondiale, quel qualcuno non saremo sicuramente noi, e la nostra posizione non sarà certamente considerata da nessuno, se non nel ruolo di bersagli (vedi testate nucleari americane permanentemente montate sui nostri bombardieri, come ricorda molto opportunamente Manlio Dinucci sul blog di Cardini).

Da questo problema fondamentale derivano tutti gli altri, per altro neppur essi irrilevanti. In una società completamente informatizzata, se non abbiamo la possibilità, ma neppure il diritto, di avere un’autonoma gestione dei nostri dati, non possiamo, né proteggere la nostra economia, basata sulla proprietà intellettuale, né avere una vita politica autentica, perché questa sarà sempre manovrata dai dossier segreti raccolti su di noi. E, se non possiamo avere, né un’economia autonoma, né una politica autentica, continuerà in eterno la nostra decadenza culturale, economica, politica e militare, fino al completo esaurimento di ogni nostra risorsa. E’ per questo che non siamo in grado di formulare i nostri progetti, né a breve, né a medio, né a lungo termine -perché intuiamo che, a meno di un miracolo, le cose non potranno se non peggiorare, e, comunque, la realizzazione dei nostri progetti non dipenderà da noi-. I nostri governanti possono solo fingere di governare.

In definitiva, per Macron la sovranità tecnologica europea dev’essere equidistante fra Cina e Stati Uniti« En ce qui concerne la 5G, nous nous référons principalement aux relations avec les fabricants chinois; en matière de données, nous parlons principalement de relations avec les plateformes américaines. »

Certo, quest’ obiettiva esigenza (intravvista, anche se a malincuore,  da tutti gli osservatori) è difficile da digerire per una classe dirigente nichilistica, che, formatasi nel XX secolo al marxismo e al sessantottismo, era riuscita con grande sforzo, per sopravvivere,  a  riconvertirsi al neo-liberismo occidentale, e ora si vede condannata allo sforzo di una  nuova migrazione intellettuale, per giunta  verso siti che nemmeno conosce.

La politica  mondiale è dominata da imperi assertivi, con cui l’ Europa non riesce a confrontarsi

3.L’Italia: scenario per eccellenza dell’ imbroglio “angelista”

Ciò che più assomiglia all’antica “Aurea Libertas” polacca è l’atteggiamento di sudditanza, al limite dell’alto tradimento (per usare un termine di Salvini), che i leader europei dimostrano verso quelli extraeuropei. Quando le varie fazioni americane vengono in Italia per farsi dare le prove pro o contro il Russiagate, Salvini preferisce dimettersi per non urtarsi con nessuno, soprattutto perché Trump ha appena officiato “Giuseppi”; e, tuttavia, per l’America Salvini non è ancora abbastanza allineato, sicché si fanno gli occhi dolci alla Meloni. Di Maio firma il memorandum sulla Via della Seta, ma, su richiesta degli USA, ne “sfronda” tutti i business più succosi, fino a far crollare le nostre esportazioni in Cina; poi, l’Ambasciatore cinese convoca a rapporto Beppe Grillo per una ramanzina, e l’Italia si astiene da commenti su Hong Kong, ma subito dopo permette a un oppositore anti-cinese di collegarsi via Skype con il nostro Parlamento. A questo punto, il Ministro degli Esteri cinese e l’ambasciata in Italia emettono una dura reprimenda. Siamo arrivati ad Arlecchino servo di due padroni. Non si era detto concordemente che tutti si devono astenere dalle ingerenze nella politica interna degli altri Stati, e che il commercio internazionale dev’essere libero? Giustamente, si afferma anche che quest’ultimo dovrebbe essere una competenza dell’Unione Europea. E, in effetti, ci sarebbero anche i “poteri impliciti” di quest’ultima Ma, quando pure ne avesse i poteri, essa sarebbe in grado di comportarsi in modo diverso dai leader italiani? La debolezza è degli Europei in generale, non solo dell’Italia o dell’Unione. Abbiamo una visione di quello che vogliamo essere fra 1, 5, 10, 20, 50, 100 anni, e di quali passi dobbiamo percorrere per arrivarci? Secondo Angelo Bolaffi, “ad oggi non c’è ancora un’idea precisa di quale possa essere questa ‘terza via’ e l’ Europa rischia per questo di essere schiacciata in una ‘global tech war’, nella guerra per il dominio globale della tecnologia”. Francamente, a me sembra di averla, questa idea, e di esprimerla. Tuttavia, sono i meccanismi viziati della comunicazione e del consenso che hanno, fino ad ora, reso impossibile la comunicazione dei contenuti genuinamente europei.

 

 

 

 

 

Arianespace, un’eredità gaullista

4.La  Conferenza fra funzionalismo e federalismo

Francia e Germania hanno proposto, forse tempestivamente, o forse già oltre il tempo massimo, di organizzare per il 2020 una “Conferenza sul futuro dell’ Europa”, in cui ci si ripromette di affrontare tutti i temi in sospeso. In particolare, Macron sembra intenzionato a porre la questione della difesa comune. Una volta tanto, concordo con il trafiletto di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”della scorsa domenica: “Viste le divisioni tra gli Stati membri, la Conferenza potrebbe finire per fare propria una visione continuista del futuro dell’ UE. Si tratta di un rischio perché non si esce dallo stallo in cui ci troviamo riscaldando la stessa minestra. Occorrerebbe invece cambiare il paradigma di riferimento dell’integrazione, riconoscendo con realismo l’insufficienza di quello fino ad ora predominante, il metodo funzionalista (basato sull’idea di un’integrazione continua) dovrebbe essere sostituito da un metodo federalista (basato invece sulla definizione costituzionale delle istituzioni e delle competenze dell’ UE)”.

Il problema è che nessuno si sofferma mai bene a vedere che cosa sono gli approcci, rispettivamente, “funzionalista” e “federalista”, di cui tanto si è parlato nell’ ambiente europeista. Il  funzionalismo è quella tendenza culturale, assolutamente attuale, che ritiene che tutte le realtà umane si possano ridurre a funzioni, traducibili in algoritmi, e trasferibili su altri “vettori”. Esso deriva dalla “religione della scienza” dei sansimoniani e prelude al transumanesimo. In politica, Mitrany lo usò per contraddire Spinelli, sostenendo invece la “Dichiarazione Schuman”, con l’idea che le collaborazioni su aspetti tecnici avrebbero sviluppato una “solidarietà di fatto” fra gli Europei. Questo significava pensare che gli uomini fossero uniti solo dall’economia, e non da motivazioni psicologiche, politiche o spirituali. Al contrario, il “federalismo” come lo concepiva originariamente Spinelli era un approccio rivoluzionario, con cui egli sperava di fare accettare, nella confusione postbellica, una federazione europea molto lontana dalle realtà di fatto dell’epoca. Spinelli si sbagliava, evidentemente perché, nel 1941 (al tempo del Patto Molotov-Ribbentrop), non si poteva ovviamente immaginare come sarebbe finita la IIa Guerra Mondiale, e, in particolare, che i pochissimi federalisti, come del resto buona parte dei leader antifascisti, non avrebbero avuto alcuna reale presa sugli aspetti militari, essendo tra l’altro la maggior parte restata in Svizzera, senza partecipare neppure alle operazioni partigiane. Il potere alla fine della guerra spettò pertanto agli Alleati, e, in piccola parte, alle burocrazie prebelliche, i quali appoggiarono, alla fine, almeno il progetto funzionalistico, ma con grandi tentennamenti, e non avrebbero comunque approvato il progetto federalistico di Spinelli, che mirava a togliere peso all’ apparato statale nazionale, alle lobby ad esso collegate e soprattutto alle potenze vincitrici.

Infatti, difficilmente una federazione viene creata pacificamente, come dimostrato dai casi degli USA, del Sudafrica,  dell’ URSS e dell’ India. Di qui il cosiddetto “machiavellismo” a cui furono costretti i padri fondatori delle Comunità Europee, e, in primis, di Spinelli, che tentarono di far passare comunque la loro impostazione, pur non avendo in mano delle grosse carte. Oggi, è escluso più che mai un colpo di mano di una parte di alcuni Europei nei confronti di altri, ma il temporaneo squilibrio di forza politica fra Macron, da un lato, la leadership tedesca azzoppata, dall’ altra, e, infine, quella degli altri Stati membri, è così ragguardevole, che Macron potrebbe anche tentare una forzatura, per esempio per ciò che concerne la politica estera e di difesa. Qui, Fabbrini, che pure teme, e giustamente, le solite rifritture, cade però anch’egli nel “déja vu”, quando paventa l’ipotesi che Macron “non la utilizzerà per avanzare la visione egemonica della Francia di De Gaulle”. Non capisco infatti in che altro modo si potrebbe fare avanzare una politica estera e di difesa europea in un mondo completamente digitalizzato, se non mettendo a disposizione dell’ Europa, attraverso un colpo di mano francese, un web autonomo da quello americano, così come De Gaulle aveva creato dal nulla (e messo a disposizione dell’ Europa), i missili balistici intercontinentali usati dall’ Ariane per i lanci civili e dall’Ente Spaziale Europeo e di Arianespace, i Treni ad Alta Velocità (TGV) per avviare le Reti Transeuropee, e, infine, l’ Airbus, per avviare un’industria europea aerospaziale e di difesa.

Per realizzare tutto ciò, Macron rilancia praticamente il decisionismo gollista : Je suis en faveur d’une efficacité accrue, d’une décision plus rapide et plus claire, d’un changement du dogme et de l’idéologie qui nous animent collectivement aujourd’hui.”Macron conta di utilizzare, a questo fine, i cosiddetti “poteri impliciti” della Commissione, in particolare attraverso le deleghe attribuite a Thierry Breton : « Sur bon nombre de ces sujets, la Commission européenne est compétente: le numérique, le marché unique et maintenant la défense dans le cadre d’une coopération renforcée. C’est d’ailleurs le portefeuille français de la prochaine Commission ».

Ricordiamo che, se non ci fosse stato De Gaulle, non avremmo neppure quello straccio d’integrazione “funzionalistica” che oggi abbiamo attraverso i “caMPIONI EUROPEI”, anche se, qualitativamente, non si discosta dalle soluzioni del XIX Secolo: la Società della Navigazione sul Reno, il Treno Mitropa e l’Orient Express, voluti dai Sansimoniani.

I Whistleblowers

  1. Un’occasione d’oro per dire la propria opinione

Certo, anche ora, nonostante la crisi dell’interventismo liberale,  neanche un’America “realista e nazionalista” come la vorrebbe Mearsheimer, potrà non “stare a guardare”, come dimostrato dalle rappresaglie sulla Web Tax, ma è questo il momento più propizio per l’ Europa per ingaggiar battaglia. Tutti coloro i quali, da 70 anni, non fanno che lamentarsi dell’Europa, vuoi perché troppo tecnocratica, vuoi perchè lontana dai cittadini, vuoi perché poco sociale, vuoi infine perché poco sovrana, non possono permettersi di restarsene inattivi dinanzi all’occasione fornita dalla Conferenza. Altrimenti, si rivelerebbe troppo chiaramente che le loro proteste sono meramente strumentali, per far sfogare la giusta rabbia degli Europei senza modificare lo status quo e non  attirarsi, così,  le ire dei poteri forti. Concordo però con Fabbrini sul pericolo che la Conferenza  si riveli un ennesimo giro a vuoto, anche perché già il documento preparatorio  elude i temi più scottanti.

Eppure, se la classe politica non ascolterà mai proteste motivate e vibrate dei cittadini, continuerà a comportarsi come Don Ferrante: “sopire, troncare, troncare, sopire”, fingendo di attivarsi e in realtà bloccando ogni tentativo di soluzione. Fattivamente, Cardini chiede a tutti di commentare sul suo blog i post sulla NATO, cosa che noi stiamo già facendo con questo articolo. Invito intanto tutti a partecipare a questo dibattito, tramite il blog di Cardini e/o il mio.

Certo che ci sono varie soluzioni alternative alla NATO, e sono precisamente quelle  di una difesa autonoma dell’Europa, come proposto, fra le righe, da Macron, e di una serie di  accordi con i Paesi vicini per la prevenzione dei casi di guerra, come accennato fin dall’ inizio da Putin e, all’ ultimo vertice, perfino da Stoltenberg.

Intanto, mentre l’America è un’”ideocrazia”, o , come diceva Chesterton, ”una nazione con l’anima di una Chiesa”, che ritiene suo dovere religioso quello di imporre a tutto il mondo, non soltanto l’adozione dei suoi sistemi economici e sociali, ma addirittura l’adesione ai suoi valori, e, perfino, alle sue idiosincrasie, l’Europa dice invece di credere nella diversità delle grandi tradizioni culturali del mondo, come testimoniato dai suoi grandi autori, come De Las Casas, Ricci, Goethe, Schopenhauer….

Secondo Mearsheimer, l’identità americana, al di là della prevalenza attuale del liberalismo progressismo, ha comportato sempre una qualche necessità d’ ingegnarsi nella vita di tutti i paesi del mondo, imponendo loro il proprio controllo -culturale, ideologico, giuridico, economico e militare-, mentre invece l’Europa non sente tradizionalmente questo bisogno, perché essa è, come dice il Papa, “poliedrica”. Ci sono in Europa Lapponi e Turchi, Irlandesi e Ebrei, Inglesi e Russi, ciascuno con sue tradizioni, religioni, culture, abitudini, esigenze e interessi diversi. Perché mai questi Europei dovrebbero andare in giro per il mondo, come pretenderebbe Stoltenberg, a bombardare, occupare, reprimere, indottrinare, per attuare gli ordini, le idee e gli interessi di qualcun altro? Non riesco a trovare argomenti validi  per contestare agl’Islamici le loro monarchie e repubbliche islamiche, così come noi abbiamo il Regno d’Inghilterra, con la Regina che è a capo, tanto della Chiesa ,quanto della Massoneria; né, ai Cinesi,  di organizzare il loro impero, di dimensioni uniche nel suo genere, con gli stessi criteri collaudati con cui l’hanno gestito con successo da cinquemila anni, e che assomigliano moltissimo a quelli della Chiesa Cattolica.

In secondo luogo, “America First” significa come minimo “Europe Second”. Ammesso che esista un “Occidente” e che i due popoli vogliano veramente coesistere, non si capisce perché trecento milioni di Americani pretendano di guidare in eterno almeno seicento milioni di Europei.

Ne deriva che le esigenze di difesa dell’Europa sono in ogni caso sostanzialmente più modeste di quelle americane, e possono essere soddisfatte con un minore costo e dispendio di energie, soprattutto se non fossimo più costretti a disperdere le nostre forze per obiettivi che non sono i nostri.Quindi, secondo Ezio Mauro, oggi manca proprio il collante storico politico, storico, culturale di un’ideologia comune alle due sponde dell’Atlantico, quello che fino ad ora era stato  costituito dalla fiducia nel progresso, che giustifichi la NATO: “L’alleanza è una pura, gigantesca sopravvivenza, che deve giustificare se sterssa in un mondo a-occidentale”.

Vorremmo impegnarci, come chiede Cardini, “a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti..” Nessuno s’illude che si tratti di un compito semplice. Come ha scritto Le temps, « bousculer la plus puissante coalition militaire mondiale ne suffit pas. Encore faut-il avoir un plan pour en modifier le cap. Et disposer des clés pour déverrouiller l’étreinte américaine”

Quello che i critici della NATO non fanno, e dovremmo o incominciare a fare noi, sarebbe proprio indicare dei punti di proposta alternativi, partendo dalla comprensione del ruolo della guerra nelle società del XXI Secolo, e, in particolare, del suo rapporto con i miti messianici come quelli del Progresso, dello Stato Mondiale e della Singularity. In secondo luogo, occorre effettuare uno studio dei possibili scenari geopolitici futuri, per comprendere quali siano le effettive esigenze di difesa dell’Europa nei prossimi decenni. Infine, occorre vedere quali strumenti esistano per fare fronte a queste esigenze. Solo allora si potrà effettuare un’analisi di dettaglio della NATO, nelle sue motivazioni, nella sua genesi, nel suo funzionamento. Infine, confrontando le esigenze dell’Europa con la realtà vera della NATO, occorrerà studiare una strategia per riuscire a svincolarsi dalla stessa, o a ridimensionarla, predisponendo per tempo un assetto alternativo che sia, nel contempo, possibile e necessario.

In sostanza, mettere in pratica la massima di Sun Zu “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”.

1923: L’Europa si sveglia

PUO’ UN CONSERVATORISMO EUROPEO DIFENDERE LA NOSTRA LIBERTA’?

I “Five Eyes”: la base tecnica della Società del Controllo Totale

All’evento “l’Italia dei Conservatori” di “Italia Futura” ,lo scrittore Mercelo Veneziani ha proposto di sostituire il termine “Cultura di destra”, con quello di “conservatori”. il sito Formiche.net ha intervistato Veneziani,  ponendogli la domanda: “A cosa servono i conservatori oggi?”

E’ ora che si incominci a prendere atto, da qualche parte, del fatto che le culture politiche sette-ottocentesche non funzionano più più nel XXI Secolo, dominato dalle Macchine Intelligenti, e che occorre perciò  domandarsi se le vecchie categorie abbiano ancora un senso.

Così come sono oramai obsolete le ideologie nazionaliste, liberali, comuniste, socialiste, cristiano sociali, neo-fasciste e ambientaliste, tutte ricche di motivazioni storiche, ma ormai ben lontane dalla realtà, così lo sono ovviamente anchele categorie di “destra” e di “sinistra”, che si riferivano alla collocazione dei deputati nei parlamenti eredi della Convenzione rivoluzionaria francese, e che servivano a “situare” quelle ideologie in un universo comprensibile.

Quindi la questione è: anche il conservatorismo rientra fra queste categorie obsolete, o si può salvare come concetto?

Lo Hair Trigger Alert è lo snodo fondamentale del controllo digitale

1.La pietra di paragone è la rivoluzione digitale

A mio avviso, la “Fine delle Grandi Narrazioni” non significa che non vi siano più contrapposizioni culturali e politiche, ma solo che (anche se possono conservare qualche reminescenza di quelle antiche), tali contrapposizioni sono comunque di tipo nuovo, perché si riferiscono, direttamente o indirettamente, al rapporto con le nuove tecnologie, che configura in modo nuovo tutti i rapporti umani. Infine,le nuove configurazioni sono diverse fra di loro tanto per ciò che riguarda le varie aree del mondo, quanto per ciò che riguarda il livello di osservazione a cui ci si riferiscono, quanto, infine, all’orizzonte temporale considerato, in quanto i  guru delle Macchine Intelligenti hanno già perfino fissat delle date per las Fine della Storia (la “Singularity tecnologica”).

Così,  la principale contrapposizione di oggi è fra chi – i “Tecno-entusiasti”-crede che, per evitare l’incombente presa di controllo sull’ uomo da parte delle macchine,  basti una programmazione delle stesse fondata sui valori “etici” (ma sono in realtà politici) contemporanei (qualcosa di simile alle “Leggi della Robotica” di Asimov), e chi, come noi, crede- i “tecno-umanisti” che occorra innanzitutto potenziare l’umano-, perché i principi politico-culturali attuali non sono idonei neppure a preservare la convivenza fra gli umani (vedi minacce nucleari, egemonia delle grandi potenze, crisi culturale, ecc…). Figuriamoci se ci permetterebbero di sostenere l’urto d’ Intelligenze super-umane! Del resto, tutta la sterminata  produzione fantascientifica di Asimov ha avuto come centro focale la dimostrazione in concreto del fatto che le “Tre Leggi della Robotica” non possono funzionare, per la loro intrinseca fallacia.

La contrapposizione fra i due diversi approcci è ben esemplificata dalla vicenda del Tenente Colonnello sovietico Viaceslav Petrov, che, nel 1983, aveva evitato la Terza Guerra Mondiale semplicemente bloccando “manualmente” il sistema automatico sovietico di risposta agli attacchi nucleari americani (“OKO”). In quell’ occasione, i Tecno-entusiasti (nel caso di specie il Presidium e l’ Armata Rossa) avrebbero fatto affidamento esclusivamente su una buona programmazione del sistema (con i risultati catastrofici che si videro); i tecno-umanisti mettono in rilievo che solo le eccezionali qualità tecniche, umane e di comando, del giovane ufficiale, avevano permesso di evitare la catastrofe provocata dall’automatismo del sistema elettronico e dalla rigidità del sistema sovietico di comando.

Se vogliamo, i primi erano i legittimi eredi della cultura “progressista”, che si era illusa che la nuda ragione potesse  costituire una guida sufficiente anche di fronte alle prove più severe, come il crollo del’ URSS; i secondi, con un atteggiamento tipicamente antimoderno, credono che, per sostenere l’urto di potenze ostili, ci vogliano innanzitutto le “robuste virtù”insegnate dalle culture antiche, come per esempio l’abnegazione, la cultura, l’onestà intellettuale, la fede, la fortezza, la competenza, l’autocontrollo, il senso della comunità,  il carisma, la solidarietà,  il coraggio, la magnanimità,  il senso di responsabilità….

In questo senso  si può ben affermare che, come confermato proprio   dall’ implosione del “socialismo reale”, vi sia oggi bisogno di potenziare il senso della “conservazione”: innanzitutto, la conservazione dell’Umano contro l’attacco, oggi in corso, da parte del Complesso Informatico-Militare, come avanguardia dell’ancor più nefasto potere delle Macchine Intelligenti. Questo attacco si volge contro tutti gli strati di ciò che nel corso dei millenni precedenti è divenuta l’Umanità (la “Civiltà Assiale”): corpo e spirito, articolato, quest’ultimo, in esperienza religiosa, pensiero, socialità, diritto, estetica, economia, affetti, ecc…Il Complesso Informatico-Militare attacca  l’Umano su tutti questi livelli, ledendo i valori cari a tutte le scuole di pensiero del passato: quelli liberali di libertà come quelli religiosi di coscienza e responsabilità; quelli popolari di socialità e di lavoro come quelli identitari di tradizione. Gl’iper-nodernisti che attaccano alla rinfusa l’insieme di questi valori sono appunto l’avanguardia inconsapevole delle Macchine Intelligenti, le quali,una volta  liquidato come “autoritario” il “governo degli uomini”, imporranno quello dei logaritmi.

Innanzitutto, come ben noto, le macchine intelligenti stanno sostituendo senza alternative il lavoro a tutti i livelli, non solo contrastando, ma addirittura vanificando, tutta la tradizione del diritto del lavoro occidentale. La gran massa dei cittadini, ex operai, ex impiegati, ma anche ex professionisti, imprenditori e managers, tutti precarizzati, stanno perdendo ogni controllo sui processi sociali, divengono dei “nuovi poveri” in balia della carità pubblica e privata, privi di contatti con il mondo reale e completamente succubi dei detentori del potere che  lesinano loro perfino il minimo necessario per vivere, e comunque li strumentalizzano.

Poi, le piattaforme informatiche, attraverso degli algoritmi che si basano sulle nostre scelte passate, decidono che contenuti offrirci senza doverci impegnare nello sforzo di cercarli o sceglierli, e imponendo le loro scelte perfino ai giudici, alle assicurazioni e alla prevideza sociale. Per esempio, negli USA, ma anche in vari altri Paesi, sono oramai  degli algoritmi a influenzare la decisione di togliere ai genitori i bambini, per maltrattamenti o carenze genitoriali, o di selezionare a chi riconoscere sussidi di povertà o disoccupazione. In Cina, la gestione della struttura meritocratica, tradizionalmente centrale per la vita  di quel Paese, viene delegata sempre più, anziché i concorsi per mandarini o al Partito Comunista, a un sistema onnipervasivo di “Credito Sociale” gestito elettronicamente.

La presunta neutralità delle macchine è un falso mito: gli algoritmi, per adesso, sono ancora un artefatto umano come la selezione di quali informazioni ritenere salienti. In questo, l’AI amplifica, per potenza di calcolo e capacità di pescaggio delle informazioni, i pregiudizi e gl’interessi degli attuali detentori del potere. Perciò, coloro che pretendono d’ insegnare l’etica ai robot (le Leggi della Robotica) hanno in realtà l’obiettivo di perpetuare, attraverso la robotica, il proprio modello di uomo, e, in particolare, l’attuale struttura di potere, basata su un mix di nichilismo, di tecnocrazia, di millenarismo e di mediocrità.  Nel caso estremo, l’Hair Trigger Alert che governa il sistema di reazione  delle Grandi Potenze a un attacco nucleare, la programmazione delle macchine ha l’obiettivo di rendere inaggirabili le scelte strategiche compiute dal vertice politico, incorporate nel sistema macchinico per impedire un’eventuale insubordinazione del personale militare, come nel caso di Petrov. Si tratta di eternare attraverso la violenza immagazzinata nelle macchine un sistema che non riesce più a mantenere la propria egemonia.

La soluzione all’ insieme dei problemi attuali non è dunque educare le macchine affinché siano più brave dell’uomo anche a compiere le scelte esistenziali su cui si gioca il nostro futuro, bensì nell’ educare gli uomini a resistere alle macchine, come seppe fare Petrov in quanto erede di una grande tradizione di cultura e di una buona  scuola di comando.

A ciò può, e forse deve, aggiungersi l’ “enhancement”, vale a dire il potenziamento, attraverso la medicina preventiva e la cibernetica, delle qualità naturali dell’ uomo, per contribuire così a sostenerlo ne confronto con le macchine.

                                      Monumento ai whistleblowers

2.Le vie continentali al conservatorismo

Certo, questo generico “conservatorismo esistenziale”, che dovrebbe accomunare tutti gli umani in questo momento di pericolo, si declina diversamente in ciascuna delle grandi aree del mondo: è il modo nuovo di concepire la  “missione delle nazioni”. E’ il motivo per cui, accanto a questo generico “patriottismo dell’ Umanità”, che ci unisce contro le Macchine (simboleggiato da Julian Assange e Chelsea Manning), vi sono e si consolidano dei patriottismi continentali, come quelli nord-americano, cinese o europeo, che, seppure in modi diversissimi fra di loro, puntano tutti a depotenziare il peso del Complesso Informatico-Militare, rendendo impossibile il conseguimento dell’obiettivo, dichiarato da Ray Kurzweil, direttore tecnico della Google, di pervenire al superamento dell’ uomo da parte delle macchine entro la metà del secolo. E’ questa l’unica giustificazione teorica oggi credibile del “principio di non ingerenza“: ogni continente deve ricercare con le proprie forze e in base alla propria cultura le vie per resistere al pericolo incombente.

Nell’ “anglosfera”, dove la presenza delle Macchine Intelligenti è più appariscente e invadente (attraverso il sistema dei “Five Eyes”), la resistenza ha preso la forma degli eroici whistleblowers che tentano di bloccare personalmente le azioni del Complesso Informatico-militare, in modo parallelo a quanto aveva fatto Petrov in URSS. Edward Snowden, che è anch’egli un ufficiale e figlio di ufficiali, spiega benissimo, nella sua autobiografia, come la sua ribellione sia dovuta al giuramento di fedeltà alla costituzione americana. Del resto era stato proprio il Generale Esenhower, il conservatore Presidente Generale, a denunziare ben 70 anni fa i pericoli del Complesso Informatico Militare.

Nei grandi Paesi eurasiatici, lo spirito di resistenza al Complesso Informatico-Militare occidentale porta i cittadini a sostenere i rispettivi Stati-civiltà, che mirano con alterno successo a crearsi nicchie e santuari di autonomia. Questi ultimi, pur essendo clonati su quelli americani, e quindi evidenziando le stesse criticità, hanno almeno l’obiettivo pregio di costituire un contrappeso al monopolio mondiale delle Big Fives e della Intelligence Community, così rallentando l’avanzata dello Stato mondiale delle Macchine Intelligenti, e dando il tempo a qualcun altro, per esempio all’Europa, di sviluppare una cultura veramente alternativa al Complesso Informatico-Militare. Infatti, l’esistenza di un concorrente per ciascuno dei sistemi di controllo informatico (Baidu contro Google, Alibaba contro Amazon, ecc…) rende per ora impossibile un controllo totalitario dell’intera Umanità. Ad esempio, la presenza di componenti elettronici cinesi nelle reti occidentali riduce la compatibilità fra i vari elementi, rendendone tecnicamente più difficile il controllo, ed è questo il vero motivo per cui il Presidente Trump vi si oppone così violentemente.

Un risultato analogo è stato ricercato con le leggi indiana e russa, che permettono a quegli Stati di separare, in caso di conflitto armato, la loro rete da quella occidentale.

In Europa, questa resistenza si sta declinando con una salutare critica culturale (Hawking, Reed, Morozov, Tegmark, Laurent) e giuridica (GDPR, Cause Schrems), che, data la debolezza dell’ Europa, non sta purtroppo dando risultati concreti, ed, anzi, viene addirittura irrisa dalle multinazionali del web, che continuano a prosperare nonostante il GDPR, l’antitrust e l’ Internet Tax, ma che potrebbe costituire un modello giuridico importantissimo per il mondo intero qualora l’ Europa raggiungesse almeno parzialmente la tanto sospirata sovranità digitale.

C’è bisogno anche, come propone Veneziani, di un conservatorismo tipicamente italiano? Certamente sì.

La lotta contro la macchinizzazione dell’uomo non può ovviamente essere condotta da uomini-macchine, come diventano sempre più, presi dalla loro competizione, Americani e Cinesi. C’è bisogno, a monte, di qualcuno che tenga vive le grandi fonti di cultura e di spiritualità, di nobiltà e bellezza, di filosofia e di arte, di storia e di politica, d’ ingegno e di creatività, per creare l’alternativa civilizzatoria al dominio delle  macchine. Quindi, dotato di una forte identità culturale. L’eredità di Omero e di Ippocrate, di Erodoto e di Archiloco, di Eschilo e di Socrate, di Fidia e di Platone, di Aristotele e Alessandro, di Salomone e Averroè, di Sant’Agostino e di Dante, di Michelangelo e di Shakespeare, di Goethe e di Mozart, non può essere soffocata sotto i “like” e l’acqua alta. Anche il Risorgimento si era potuto fare solo riscoprendo le radici classiche, con il loro culto della bellezza e dell’eroismo, ben sintetizzato ne “I Sepolcri” di Foscolo.

L’Europeo in generale dovrebbe essere per sua natura un combattente nella lotta contro la società del Controllo Totale. E, in effetti, europeo è stato l’eroe archetipo di questa lotta, il Tenente Colonnello Petrov. Non vi è alcuna contraddizione fra l’etica culturale e l’etica militare. Fin dal tempo dei Greci, la Kalokagathia è la caratteristica del guerriero-cittadino, conseguibile con la Paideia.Purtroppo, ufficiali come Petrov (o come il Generale De Gaulle, o il colonnello Stauffenberg) sono sempre più rari, proprio per effetto della tecnologia, che opera come a suo tempo l’invenzione delle armi da fuoco, ottundendo le qualità umane nel “mestiere delle armi” (per citare l’omonimo film di Olmi dedicato alla morte, per la ferita di una colubrina, di Giovanni dalle Bande Nere). La  resistenza culturale alla meccanizzazione della guerra era incominciata proprio dal Rinascimento: “Per te la militar gloria è distrutta/per te il mestier de l’arme è senza onore/per te è il valore e la virtù ridutta/che spesso par del buono il rio migliore” (Ludovico Ariosto, Orlando Furioso).Per reagire alla rivoluzione digitale, anche l’Europa deve oramai rovesciare la propria attuale scala di valori (la “Trasmutazione di Tutti i Valori”di Nietzsche), mettendo al primo posto la cultura, il paesaggio, l’armonia, l’eccellenza, al servizio di tutto il mondo. Non per nulla, nel cuore della Cina ultramoderna, la stessa impresa simbolo dell’ipermodernità, la Huawei, ha costruito i suoi quartieri generali imitando perfettamente dodici città storiche europee, di cui più d’una italiana, come per riaffermare questo ruolo di potenziale leadership intellettuale degli Europei.

Giustamente quindi ci si pone di tanto in tanto la questione di creare una cultura strategica europea (Martin Kutz, Petra Weyland,Zu den kuturellen Tiefdiemensionen von Militaer, Sicherheitspolitik und innenpolitischen Problemlagen in Europa), che oggi  non esiste, e questo costituisce il maggiore ostacolo alla nascita di una Politica Estera e di Difesa Comune. Se gli ufficiali cinesi hanno potuto scrivere il loro “Guerra Senza Limiti”, è perché si sono potuti basare su Sun Zu. Ma noi,oggi, possiamo ancora basarci su Eraclito, Ippocrate, Clausewitz?

L’Europa ufficiale ha fatto finora pochissimo in questa direzione. Nella nuova Commissione, una parte importante di questi compiti dovrebbe rientrare nelle deleghe di Margaritis Schinas, Commissario per “la promozione del modello di vita europeo” Secondo la “mission  Letter“ al neo-commissario,

You will coordinate the work on making the European Education Area a reality…

We need to take further bold steps in the next five years towards a genuine European Security Union. You will coordinate the Commission’s work in this area and ensure the coherence of all security-related policies…”

Tuttavia, fra i commissari europei, non ce n’è nessuno dedicato specificamente, né alla cultura, né alla scuola, né vi è menzione della necessità di creare una cultura militare comune attraverso un’Accademia Europea di Studi Strategici.Intanto, gli studi classici vengono sempre più sacrificati, e l’eredità classica, cristiana e della cultura alta non fa parte del discorso pubblico europeo. Nessun Europeo conosce le grandi migrazioni preistoriche e protostoriche verso il nostro Continente, l’influenza delle culture ebraica e islamica, i rapporti strettissimi con il Medio Oriente e la Cina, i Paesi “periferici”, come quelli slavi, baltici e uralo-altaici, ma  neppure la storia dell’integrazione europea…

Le città europee ricostruite a Dongguan

3.Un conservatorismo italiano?

I “conservatori europei”, e, in particolare, quelli italiani, dovrebbero in primo luogo occuparsi di queste cose (come un tempo si occupavano della formazione culturale e militare dei cittadini), che non sono certo un lusso marginale che non possiamo permetterci, bensì l’essenza stessa del nuovo secolo, soprattutto per noi Italiani ed Europei. Ora che non abbiamo più colonie, orgoglio nazionale, miracoli economici né terze vie, e neppure la garanzia di un Papa italiano, nessuna eccellenza può garantirci un ruolo nel mondo e nell’ Europa se non la nostra cultura, la nostra storia, la nostra raffinatezza, la nostra centralità nell’universo cristiano, dove per altro non siamo neanche i più numerosi. Anche qui, l’Europa e l’Italia stanno dando un’inaccettabile prova di pochezza, non avendo saputo accettare la sfida degli ultimi tre pontefici, che, con l’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa” e con le omelie dinanzi alle Istituzioni di Strasburgo, li hanno provocati a creare una teologia europea, così come i sud e i nord americani hanno creato le loro. Tornando alla lotta contro la Società del Controllo Totale, il Papa ci ha richiamato, con le sue omelie al Consiglio di Europa e al Parlamento Europeo, alla lotta contro gl’Imperi Sconosciuti. Ma noi che cosa stiamo facendo? I Gesuiti sono stati giustamente definiti come l’ Esercito del Papa, tenendo anche conto del fatto che furono fondati da degli ufficiali spagnoli e che anche in seguito non disdegnarono ruoli militari, come in Sud America e sul Fiume Azzurro. Anche la Compagnia del Gesù possiede una formidabile tradizione di educazione, che può costituire un antidoto alla meccanizzazione del mondo. Gli Esercizi Spirituali sono un altro modo per rafforzare l’Umano nella loro lotta contro lo strapotere delle Macchine Intelligenti. Non c’è però anche il rischio che la stessa Chiesa si accodi al conformismo tecnocratico del messianesimo delle macchine?

Quanto poi all’ Italia, la sua incapacità di far fronte alle difficoltà pratiche del XXI secolo derivano in gran parte dall’ assenza di una narrativa che valorizzi appieno le nostre eccellenze, anche in campo digitale, viste le vicende di Olivetti e di Chu. Nonostante le delusioni del mainstream progressista nella cultura alta, nelle vicende politiche, nell’insuccesso economico, la narrazione dominante è ancora quella di uno sviluppo che coincide con l’affrancamento dall’eredità politeistica e poi cristiana, con la  critica al primato del politico e della cultura, con una sintesi infausta fra liberismo economico e populismo sociale, senza alcun realismo politico ed economico. La nostra forza, che sono l’eredità greco-romana, le lingue classiche, il cattolicesimo, l’arte, le grandi famiglie aristocratiche e imprenditoriali, viene conseguentemente nascosta, a vantaggio di una visione ideologizzata e messianica  della nostra storia, della subordinazione culturale alle rivoluzioni atlantiche e di un egualitarismo in netta contraddizione con le nostre tradizioni elitarie.

Per questo motivo non riusciamo ad attirare abbastanza interesse in un mondo che riscopre sempre più le antiche radici, di cui quelle italiane sono fra le più apprezzate. Basti pensare alle Nuove Vie della Seta, tutte basate sulle reminescenze degli Han e dei Romani, dei Mongoli e di Marco Polo, di Akbar e dei Gesuiti, e perfino sulla rivalutazione della concessione italiana di Tianjin, ribattezzata “Italian Style Town”.

La realtà e che un vero conservatorismo politico in Italia non è mai esistito, e addirittura, nella patria stessa del conservatorismo, l’Inghilterra, John Gray ha denunziato da tempo la deriva dei Tories, al contempo liberista e plebea, sfociata oggi nel populismo di Johnson. I pretesi conservatori italiani non hanno mai accettato questa denominazione, perchè, di fatto, conservatori non erano, bensì progressisti, o moderati, in incognito. Pensiamo a De Maistre, che, dopo tutte le sue intemperanze reazionarie come intellettuale, nella politica concreta non voleva la controrivoluzione e assecondava il nazionalismo borghese; a Cavour, erede di una famiglia arricchitasi con gli “espropri rivoluzionari” dell’età napoleonica, e che, per fare l’unità d’ Italia, fondò una loggia massonica. Oppure a Giolitti, non conservatore, bensì trasformista, o a Mussolini, che si autodefiniva “relativista per eccellenza”, oppure a De Gasperi, che battezzò la DC come “un partito di centro che guarda a sinistra”, o, infine, Berlusconi, che nasce come seguace di Craxi.

Con il passare del tempo, queste parentele molto strette con il progressismo hanno premiato il mimetismo, facendo sì che la “destra” italiana scivolasse sempre più verso l’affarismo craxiano e la demagogia degli ex comunisti della Lega, per trovare infine la propria apoteosi nella sguaiatezza dell’attuale società del web. Se si vuole veramente creare, come si sente dire da varie parti, un conservatorismo italiano, occorrerà ripartire dallo spirito e dalla cultura, ricreando un nocciolo duro pensante che vada alla ricerca delle tradizioni di stile e di carattere, di sapienza e di raffinatezza, che furono dei dotti umanisti, dei signori rinascimentali, degli artisti e dei letterati, del clero, dell’aristocrazia e dell’autentica borghesia, e che si situano agli antipodi dei non valori dell’ attuale becero ceto medio di “déracinés”, di cui è vano cercare i favori, perché la loro demagogia ci porterà ad affondare sempre più negli attuali errori di prospettiva, e nell’ininterrotta perdita di senso, e, infine, nella rovina economica e sociale.

In questo campo, c’è ben poco da conservare.

Invece, in campo culturale vi sarebbe moltissimo da rileggere, tanto sul piano europeo, quanto su quello italiano. Fra i più famosi e misconosciuti conservatori intesi in senso alto, vi sono Leibniz, Goethe, Kierkegaard, Croce,  Burzio, Tomasi di Lampedusa, McLuhan, Burgess, di cui si ricordano invece solo le rare prese di posizione di segno opposto…

In particolare, vi è tutto un “Italian Thought”, riscoperto da Roberto Esposito, che aveva criticato con grande preveggenza il nascente dogmatismo culturale che, alla lunga, ha portato al prevalere delle macchine sull’uomo. Mi riferisco a Mosca, Michels, Pareto, Tilgher, Rensi, Pirandello, De Finetti…E’ significativo constatare quanti di questi personaggi, pur avendo palesemente ispirato il primo Mussolini, finiranno poi per animare il Manifesto degl’Intellettuali Antifascisti.

La “Scuola di Atene”, esaltazione della filosofia europea

4.La costruzione  dell’élite tecno-umanistica

Buona parte della storia culturale europea degli ultimi secoli può essere scritta come la ricerca di un nuovo tipo di élite: dall’ alchimista faustiano, al cittadino repubblicano di Saint-Just e Mazzini, all’ingegnere mistico dei Sansimoniani, all’ uomo superiore nietzscheano, al rivoluzionario di professione marxista-leninista, all’ operaio jungeriano, al soldato politico nazista, all’imprenditore schumpeteriano. Tuttavia, a mio avviso, i pessimi risultati ottenuti con tutti questi esperimenti dimostrano che non si è riusciti a superare le tradizioni educative antiche, che avevano risposto a questa domanda in modi adeguati agli orizzonti del tempo: la paideia classica, l’educazione gesuitica, la meditazione e le arti marziali delle tradizioni orientali, ma perfino il Liceo Classico di tradizioni liberali e guglielmine. Per esempio, l’India sta sviluppando un’enorme attenzione per lo Yoga, a cui è dedicato perfino un dicastero del Governo dell’Unione (quello dell’ “AYUS”). E’ anche noto come il Taiqiquan costituisca una pratica quotidiana per gran parte dei Cinesi, nella Repubblica Popolare e nella Diaspora. Inutile parlare di quanto le arti marziali contino in Giappone.

Il nostro compito in Europa dovrebbe essere proprio quello di sviluppare delle pratiche europee che, riallacciandosi all’ antico “gymnazein kai philosophein”e all’ “akesis” cristiana, perseguano gli stessi fini educativi delle antiche scuole asiatiche, opponendo, alla meccanizzazione dell’ uomo, un’invalicabile barriera di carattere.

A questo fine, occorre, da un lato, non già ridurre o abolire gli studi umanistici, filologici e filosofici, bensì svilupparli, e, dall’ altro, sgomberare il campo dall’ equivoco secondo cui una politica di resistenza alle Macchine Intelligenti sia una politica “anti-industriale” (ma non dell’industria si sta qui parlando, bensì del potere digitale, che è innanzitutto un potere culturale e militare). L’industria è già stata portata alla rovina, per vie diverse, dalla ignavia dell’attuale classe dirigente e dall’onnipervasività delle Big Five. La nuova élite italiana ed europea dovrà essere, al contempo, filosofica, industriale e marziale, per tenere testa alle tre anime del Complesso Informatico-Militare.

          “Arancia Meccanica”, metafora dell’Europa “angelista”

5.La libertà nell’ era delle Macchine Intelligenti

Un altro assai diffuso equivoco vorrebbe che le critiche all’attuale società occidentale costituiscano un attacco allo spirito di libertà. Nulla di tutto ciò. Al contrario, nelle società occidentali contemporanee, le libertà vengono ristrette progressivamente da ben altre forze (potere economico e lobbies culturali), e l’ultimo passo, il più decisivo, ma solo l’ultimo, è costituito dalla rivoluzione informatica.

Il primo elemento distruttivo è costituito da quella che Israel chiama “Democrazia Radicale”, e Onfray “Illuminismo estremo”, vale a dire i “liberals” in senso americano (che nulla hanno a che vedere con i “liberali” europei), e che si dovrebbe tradurre piuttosto con “gauchistes”, mentre i “radicals” sono semplicemente gli estremisti di sinistra. La loro intolleranza ha origini lontane: già Alexandre Hamilton lamentava la “mobocracy” della società americana delle origini, e Tocqueville la “tirannide della maggioranza”. Pierluigi Battista inizia così il suo libro “roghi di libri”:

“Nel tempio accademico di Cambridge hanno proposto di cancellare il Tuto Andronico di William Shakespeare dai piani di studio: troppa violenza, dicono, scene disgustose che descrivono con compiacimento uno stupro….” Battista cita l’insieme delle opere censurate in tutto l’ Occidente: Amleto, Le Baccanti, Le Supplici, le Metamorfosi, il Grande Gatsby, Cappuccetto Rosso, Lolita,Schiele, Balthus, Botero, Warterhouse, Woody Allen, Polanski,Bizet…

Come scrive Amos Oz, “il fanatico è ansioso di sostituire il prima possibile questo mondo malvagio con ‘un mondo fatto tutto di bene’, il ‘mondo a venire” (in Ebraico, “haOlam haBa”(che è semplicementeil REgno Messianico). “E quindi ogni fase del passato, fino alla tragedia greca se necessario, è potenzialmente da purgare, ogni parola è da sorvegliare, ogni museo è da chiudere sotto chiave, ogni libro potrebbe essere meritevole di un falò purificatore.” Questo rifiuto del conflitto, della società, delle identità, è generato da un misticismo autodistruttivo, come quello del Buddhismo Hinayana o della Qabbalah, e può trovare uno sbocco concreto solo nell’ autoannientamento tecnologico perseguito da Kurzweil (la Singularity).

La censura culturale dell’attuale “angelismo” è stata efficacemente messa in scena dal famoso romamzo “L’arancia meccanica” di Burgess e nell’ ancor più famoso film omionimo di Kubrick. Attraverso l’imposizione della fruizione di spettacoli violenti, si induce artificialmente, in un giovane assassino, il disgusto fisico per la violenza. Il risultato pratico è che egli diviene oggetto della vendetta di tutte le sue vittime, a cui è impossibilitato a rispondere adeguatamente, fino a che non si dedica alla politica, attraverso la quale può difendersi e offendere con l’ipocrisia.

La prima fonte d’ illibertà è dunque costituita dal conformismo, che porta al condizionamento della persona e all’ autocensura. Questo condizionamento pavloviano e orwelliano, attraverso la ripetizione all’ infinito di slogan stereotipati (il “politichese”), porta a una vera e propria impossibilità di articolare pensieri alternativi. Pensiamo a frasi fatte come “diseguaglianze”, “liberaldemocrazia”, “società aperta”, che contengono impliciti giudizi di valore che, se esplicitati, dimostrerebbero le proprie intime contraddizioni. Non si capisce infatti come sia possibile favorire le differenze e nel contempo ridurre le diseguaglianze; conseguire più libertà in presenza di un più forte potere sociale; “aprire” la società mentre si cristallizza un potere conquistato decenni fa. Il conformismo si è accresciuto a dismisura in seguito al fatto che, anche a causa dei “social media”, si è realizzata veramente nei fatti quella “rivoluzione dal basso” che tutti invocavano (e continuano a invocare), ma di cui nessuno aveva previsto il risvolto demagogico.

La seconda fonte d’illibertà è l’assoluta mancanza di privacy, derivante dal fatto che, come rivelato “espressis verbis” da Snowden, e confermato dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee e dallo stesso Obama, i 16 servizi segreti esistenti negli Stati Uniti posseggono i mezzi, tecnici e giuridici, per accedere ai files di tutti i cittadini del mondo (oltre che dei loro stati e delle loro imprese), potendo, così, contrastarne le attività indesiderate, boicottarli e ricattarli.

La terza fonte sono i meccanismi fortemente selettivi di visibilità, tanto sui mezzi di comunicazione di massa quanto sul web, ambedue presidiati dai cosiddetti “doorkeeepers”, vale a dire personaggi con forti poteri nella politica, nella finanza, nel giornalismo e nell’ editoria, che “filtrano” i contenuti a seconda dei disegni del Potere. Un esempio per tutti, Giorgio Debenedetti, che rivendicava apertamente, con la proprietà de La Stampa, il compito d’influenzare l’opinione pubblica, se necessario contro i desiderata dello stesso Valletta, che avrebbe dovuto, a suo dire, limitarsi a occuparsi di automobili. Anch’io, avendo avuto a che fare, nel mio piccolo, con Debenedetti, posso confermare questo suo atteggiamento.

La quarta fonte è la mancanza di una vera libertà economica, dovuta all’impossibilità per un’impresa, in Europa come in America, di una sopravvivenza che non si basi su rapporti ambigui con la politica. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, gli aiuti di Stato dati alle grandi imprese, prima, ma anche dopo l’entrata in vigore delle normative UE. Ricordiamo le ben note vicende dell’Airbus (ma anche della Boeing), dell’industria informatica americana e quella parallela dell’Olivetti, i casi Alitalia, ILVA, FIAT Chrysler e Renault-Toyota, ecc…Ma, ancor peggio, le legislazioni fiscale e, soprattutto, antitrust, che vengono applicate in modo inauditamente selettivo. Basti pensare che le multinazionali dell’informatica, grazie ai “tax rulings” pagano aliquote del 3%, mentre un ipotetico“new entrant” europeo dovrebbe pagare (se ne avesse) 43% sugli utili. Quanto all’ antitrust (americano o europeo che sia), non si capisce perché si sia fatto uno “spezzatino” della Standard Oil e della SKF, e si sia impedito alla Genera Electric di acquisire la Honeywell, mentre invece si lasciano prosperare da molti anni ben 5 monopoli mondiali nei settori economici oggi più strategici.

Il recupero della cultura classica come

antidoto alla dittatura delle macchine

  1. Come difendere la libertà?

Una libertà di pensiero, di parola, di espressione, di associazione, d’impresa, esistette in Europa nel periodo che va dalla metà dell’ Ottocento al ’68.

In quel periodo, il potere centrale non  era più sufficientemente forte, e quelli popolare e plutocratico ancora deboli. In quell’ interstizio, potevano vivere personaggi di eccezione, come Kierkegaaard, Baudelaire, Nietzsche, d’Annunzio, De Finetti, Burgess, Voegelin, ecc.., oppure Daimler, Agnelli, Marconi, che poterono sfidare il conformismo dilagante e costruire qualcosa di nuovo, alternativo all’esistente.

Una delle condizioni per questa libertà era un forte potere individuale, che, in quel periodo, era dato dal denaro o dall’ appartenenza a una forte consorteria.

Oggi, queste condizioni non esistono più, perché le grandi organizzazioni sono divenute troppo più forti dei più forti fra i privati. Tutti ci diranno che, in cambio, esistono delle leggi molto sofisticate. Tuttavia, o queste leggi sono già costruite in ossequio al modello moralistico e conformistico (come le leggi memoriali), oppure a favore dei monopoli (come le attuali leggi antitrust e sulla sicurezza militare) oppure sono inapplicate (come quelle fiscali o sulla privacy).

Oggi uno stato forte, come lo vogliono i conservatori, è necessario proprio per imporre i principi dello Stato di Diritto a dei poteri sociali troppo forti, come i servizi segreti stranieri, le Big Five e le lobbies intellettuali millenaristiche.

Le ricette ci sono già, ma nessuno ne parla neppure, proprio per non contrariare i poteri forti. Occorrerebbe

che i nostri dati fossero immagazzinati in Europa, in base al GDPR e sotto il controllo della Corte di Giustizia e di un contingente militare e poliziesco europeo;

che la Commissione emettesse, nei confronti delle Big Five, quello stesso tipo di “orders to divest” emessi, a suon tempo, contro la Standard Oil, la SKF e la General Electric;

che gli esistenti Fondi Europei finanziassero imprese europee del web comparabili alle Big Five;

-che le Istituzioni Europee approvassero la Internet Tax.

 

30 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO: UN PO’ PIÙ DI CORAGGIO!

 

 

“L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
L’ultima volta al fraterno convito
Ti chiama il barbarico coro!”

Aleksandr Blok,

Gli Sciti

1.L’intervista di Macron al Financial Times.

Le parole di Macron nella famosa intervista della scorsa settimana, in cui ha decretato lamorte cerebrale della NATO, hannoun peso che va ben oltre il contesto a cui il Presidente ha inteso espressamente riferirsi, in quanto egli è anche l’unico leader europeo il quale (seppure con tanti limiti) abbia tentato in modo efficace di trarre un bilancio da questi trent’anni di “riunificazione dell’ Europa”. Siccome questo bilancio è, oramai, indispensabile, cerchiamo d’interpretare e sviluppare le sue parole:

“Se l’Europa non si ripensa come una potenza politica in questo mondo, potrebbe scomparire.” Con queste parole, il Presidente francese ha, non soltanto rilanciato, come già altre volte, l’aspirazione, ch’era stata già di Coudenhove Kalergi e di Giscard d’Estaing, di fare, dell’Europa, una grande potenza, bensì anche, implicitamente, condannato la mitologia “angelistica” (per dirla con il Papa), secondo cui l’ Europa sarebbe stata il primo esempio  storico di una realtà geopolitica che  rinunzi unilateralmente ad affermare la propria identità nel mondo (la “Selbstbehauptung Europas” di Joschka Fischer). Mitologia europea che, nei fatti, costituisce l’espressione di un vassallaggio nei confronti del sovrano americano, a cui avremmo “delegato” buona parte delle decisioni che contano, e, dal punto di vista teologico, costituisce la confessione dell’adesione dell’“establishment” all’eresia millenaristica (non solo cristiana, ma anche ebraica e  iranica ), secondo la quale sarebbe possibile costruire in terra un paradiso esente da conflitti (la “Fine della Storia”). Per questo mito, l’egemonia americana costituirebbe una “provvida sventura”, come a suo tempo l’Impero Romano, che aveva permesso la diffusione del Cristianesimo (Baget Bozzo)

Fortunatamente, è sempre più largo il numero di quanti prendono atto dell’impossibilità di questa parusìa materialistica attesa da così tanti nostri contemporanei, anche se ancora non ne hanno tratte tutte le conseguenze.

Almeno secondo questa sua recente intervista, Macron non sarebbe dunque, intanto, contrariamente a buona parte dei suoi colleghi, né a libro paga dell’ America, né un credente, sulle orme di Lessing, di Hoelderlin, di Hegel, di Schelling e di Fiodorov, di quella  “religione” materialistica della Modernità. Il che è già un grande passo in avanti.

Religione materialistica chiaramente falsificata, non soltanto dalle infinite guerre (non dichiarate)  dell’Occidente, alcune delle quali in Europa, ma anche, e soprattutto, dalla distruzione dell’umano operata dalle Big Five del Web, e dall’ atteggiamento da capriccioso padrone che Trump ha assunto nei confronti di tutto il mondo, ma, soprattutto, degli Europei, ch’ egli aborre molto più dei Russi, dei Cinesi e dei Nordcoereani.

L’estraneità di Macron a tutto ciò  costituisce già, dicevo, un suo grande merito , perché solo da una simile prospettiva  è possibile progettare seriamente il  futuro . Esprimendo l’auspicio di “ripensare l’ Europa, egli ha ammesso  anche, implicitamente, la necessità di una rivoluzione culturale dell’ Europa, ripensandola come una potenza geopolitica in questo mondo”, perchè viviamo in un mondo concreto dominato dalle politiche di potenza, e  anche all’ Europa non resta che agire di conseguenza.

La paleontologa Boehme

2.Danuvius Guggenmosi (alias Udo) :il primo uomo è nato in Baviera, e il primo Indo-Europeo, nel Donbass?

Le posizioni di Macron s’inseriscono in una serie di novità culturali che toccano tanto l’etnografia dell’ Europa (par. 2), quanto gli orientamenti dell’ elettorato (par.9).

Non so se le recenti scoperte dell’uomo di 12 milioni di anni fa (in Baviera) e della Cultura di Jamnaja (in Russia), siano casuali, o siano state pubblicizzate per rovesciare una serie di luoghi comuni di significato, più che scientifico, simbolico e politico (il “political correct”). Anche perché quella del primo bipede è di 4 anni fa, e solo ora la stampa la sta pubblicizzando, sottolineando che quel reperto solleva grossi dubbi sulla teoria, ormai “mainstream” dell’“Out of Africa” (vale a dire della provenienza di tutta l’Umanità da un’unica coppia, localizzata in Africa, 8 milioni di anni fa). Secondo la scienziata tedesca Böhme “Questo è un momento luminoso e un cambio di paradigma per la paleoantropologia ….Il fatto che il processo di deambulazione eretta si sia sviluppato in Europa sconvolge le fondamenta stesse della paleontropologia…Stupefacentemente, queste ossa assomigliano più ad ossa umane che a quelle dei pitecantropi.”

Quest’ ominide è stato chiamato così dal suo essere stato scoperto non lontano dal Danubio (Danuvius)  e dal nome di Sigulf Guggenmoos, lo scopritore. Quanto al nomignolo “Udo”, esso deriva dal cantante Udo Lindenberg.  Danuvius s’inserisce in una serie di altre scoperte recenti della paleontologia europea, che , soprattutto grazie al metodo del carbonio, al sequenziamento dei geni e all’intelligenza artificiale, ci stanno permettendo, nel giro di pochi mesi,  di volgere uno sguardo ben più approfondito e attendibile verso la nostra “preistoria” (Reich, Zakaridis, Fu, Anthony, Quiles). Attraverso questo nuovo sguardo, appaiono confermate alcune ipotesi, che avevano avuto notevole successo in passato, ma poi scartate essenzialmente per motivi politici. Innanzitutto, il poligenismo, che pare confermato  sia  dal ritrovamento del pitecantropo bavarese, sia per la scoperta di ibridazioni fra l’Homo Sapiens e altri tipi di ominidi. In secondo luogo, l’ipotesi di un lignaggio paleo-indo-europeo proveniente da un’area della Russia posta fra gli Urali e i bacini del Don (Donbass) e del Volga: “Gl’Indoeuropei sono stati considerati come un ramo degli Indo-Uralici trasformatosi sotto l’influenza di un substrato caucasico…” (Quiles) Questi paleo-indoeuropei, corrispondenti alla tipologia dei “Maennerbunde” guerrieri, corrispondono sorprendentemente allo stereotipo della “bestia bionda” che, secondo Nietzsche, avrebbe conquistato l’Asia e l’ Europa, assoggettando i popoli pre-esistenti. Un esempio molto evidente di questa nuova società gerarchica è costituito dalla necropoli di Varna, dove si può vedere l’ibridazione fra le capacità artigianali della preesistente civiltà “danubiana” e il carattere articolato della nuova società “kurganica”.

Queste scoperte confermano, a mio avviso, che (come d’altronde evidenziato dalle mappe elaborate da Cavalli-Sforza), l’area centrale europea presenta un’antichissima omogeneità genetica, che corrisponde all’ egemonia delle lingue indoeuropee (uno “Heartland” europeo). Un altro  risultato è  che è confermata la corrispondenza fra il patrimonio genetico e quello linguistico, conferendo così forza all’idea di un forte substrato etno-culturale dell’ identità europea.

La città neolitica di Tripollye

3.Attacco  all’ Europa n.1:Fabbri

La fattibilità della rivoluzione culturale europea auspicata da Macron è condizionata, a mio avviso, a una presa d’atto obiettiva e autocritica che esistono oramai, sul mercato delle idee, delle analisi molto severe  delle retoriche dell’ idea di Europa, a cui occorre rispondere in modo pertinente. Ad esempio, quelle apparse sull’ ultimo numero di Limes (“Il muro portante”). Innanzitutto,  quella a firma di Dario Fabbri, il quale ripercorre, inaspettatamente,  l’intera teoria nazionalsocialista delle identità, per dimostrarci che l’ Europa unita  non potrebbe nascere perché “soltanto attraverso la crudeltà , applicata e subita, la presenza sul territorio di uno specifico ceppo si fa emozionale, la coabitazione si trasforma in legame ancestrale, le vessazioni ricevute in una pedagogica sindrome di Stoccolma”:la nascita di qualunque nuovo soggetto politico non potrebbe non essere legata a un fatto cruento di estrema violenza. Se Fabbri avesse ragione, la sua  costituirebbe l’unica vera ed efficace apologia del fascismo, perché l’unico modo di creare quell’Europa unita di cui gli uomini (e le donne) più avvertiti (da Nicola 1° a Victor Hugo, da Mazzini a Nietzsche, da Agnelli a Einaudi, da Mussolini, a Coudenhove Kalergi, da Benda a Drieu la Rochelle, da Simone Weil a Galimberti, da Juenger a Spinelli) sentivano l’urgenza  sarebbe allora  stato proprio quello di ricreare l’antica genuina “razza ariana occidentale”(“die Westarier”), massacrando le “razze” concorrenti in Europa e isolando quella  nordica come si fa con quelle canine, in modo da ottenere un unico popolo dominante e con l’adeguato “pedigree”.

Peccato che proprio la scienza genetica, tanto amata da Hitler, dimostri che questa “fusione con il ferro e con il fuoco”(per usare un termine di Bismarck) fosse  già stata realizzata dai nostri lontani antenati della “cultura di Jamnaja”, fra il 4000 e il 2000 a.C., attraverso la cruenta conquista, prima dell’ Ucraina e della Romania (culture di Tripollye e Cucuteni), poi dell’ Europa Centrale (culture della ceramica cordata e dei vasi campaniformi), e, infine, dell’ Europa Occidentale, con le culture di Hallstatt e La Tène. Ad abundantiam, i popoli migratori dell’Asia Centrale avevano poi ulteriormente unificato etnicamente l’ Europa attraverso le migrazioni degli Unni, degli Avari, dei Germani, dei Bulgari, dei Magiari, degli Ottomani e dei Mongolo/Tartari,  come narrato da Tacito, Jordanes ed  Ekkehardus e dal Canto dei Nibelunghi. Questa “fusione con il ferro e con il sangue” degli Europei era stata quindi realizzata nello stesso modo e negli stessi tempi in cui le popolazioni proto-siniche si erano fuse con quelle australonesiane, tocariche e uralo-altaiche (formando il cosiddetto “Popolo Han”), e gli “Arya” si erano fusi con  popoli Munda e dravidici, formando l’ Aryavarta nella pianura gangetica, poi ulteriormente estesosi grazie alla “sanscritizzazione” e alle invasioni provenienti dall’ Asia Centrale oggi, Hindi Belt, Hindi Heartland o Hindi Patti).

Infatti, l’Europa non va confrontata con un concetto astratto di “nazione” (cioè  con gli Stati-nazione borghesi creati dalle Rivoluzioni Atlantiche),con il loro violento “nation building” recente, bensì  con gli “Stati-Civiltà”, quali l’ India e la Cina, eredi di una tradizione imperiale millenaria (in Cina, il “Tian Ming”; in Europa, la “Translatio Imperii”).

Certo, come scriveva Kissinger,in Europa “l’ordine è derivato dall’ equilibrio, e l’identità dalla resistenza europea all’ autorità universale”. E, in effetti, ancor oggi c’è bisogno di questa “resistenza all’ autorità universale”: oggi, quest’ultima è costituita dal Complesso Informatico-Militare americano, e viene sostenuta, per ora, dalle forze identitarie degli altri Stati-Civiltà: Cina, Islam, India, Sudamerica, fra le quali manca l’Europa.

E’ vero, anche all’interno dell’ Europa abbiamo sempre avuto (come dentro gli altri Stati-Civiltà), una dialettica vivacissima: fra Roma e Costantinopoli; fra Vienna e Istanbul; fra Parigi e San Pietroburgo; fra Washington e Mosca. Ma ciò in nulla si distingue dalle dialettiche fra l’Imperatore Giallo e l’Imperatore Rosso; fra gli  Han e gli Hiung-Nu, fra i Song del Sud e  quelli del Nord, fra i Mancesi e gli Han, fra il PCC e il Kuomingtang. Oppure, fra gli Aria e gli Shishna Devatas, fra i Pandava e i Kaurava, fra Rama e Ravana, fra gl’ Indù e gl’Islamici. Questa dialettica fra vari “poli” etno-culturali è poi quella che ha generato identità “poliedriche” sempre più particolari, ma comunque coerenti e solidali con l’unitaria “identità europea” (la “Europaeische Leitkultur”).

Comunque, a discolpa dei tanti inventori di “retoriche dell’ idea di Europa”, va detto che non è vero che, come asserisce invece Fabbri, essi ignorino il lato “sacrificale” del “nation building”. Infatti, possono rifarsi, consciamente  meno, all’ idea juengeriana della Guerra Civile Europea intesa come catarsi (espressa nell’ operetta“La Pace”, secondo la quale questo tipo di violenza e di sacrificio propiziatorio della nuova Europa c’è stato, eccome, ed è questo che ha motivato l’avanzamento del progetto pacifico dell’ Unione).Tutto il lavoro  di Aleida Assmann è ora concentrato su questo aspetto della memoria culturale europea.

E, tuttavia, in  questo ragionamento mancano ancora due passaggi: il  collegamento, evidenziato da René Girard, con  l’esaurimento, per effetto della redenzione cristiana, del tema sacrificale, e quello del superamento, grazie alle macchine intelligenti, dello scenario classico della dialettica servo-padrone in  Aristotele, Hegel e Nietzsche ( argomenti determinanti per il superamento delle nostalgie premoderne).

Hindi Belt, o Hindi Patti

4.Attacco all’ Europa  n. 2: Florio

L’attacco di Fabbri è ripreso nell’ articolo successivo, che contiene una critica, parzialmente fondata,alla costruzione europea, di un certo “John Florio”, il quale va, però, troppo oltre quando afferma che “i veri architetti dell’ Unità dell’ Europa non furono affatto gli europei: furono gli americani”. Noto en passant che John Florio fu in realtà un umanista seicentesco «Italus ore, Anglus pectore».

In base ai documenti a oggi disponibili,  gli Americani, pur avendo dibattuto per anni su che cosa fare dell’Europa dopo la guerra (perché il controllo del Continente era comunque  il loro generico obiettivo), si trovarono parzialmente spiazzati, e divisi fra coloro i quali volevano ritirarsi dal Continente  e coloro che volevano, invece, distruggerlo per non avere a che fare, in futuro, con una potenza ostile (il “Piano Morgenthau”).

A quel punto era intervenuto Coudenhove Kalergi, il grande profeta dell’unità europea, il quale aveva tentato, attraverso il senatore Fulbright, di convincere il Senato americano a farsi banditore della vecchia idea della sua Paneuropa Bewegung.  Infatti, in una situazione come quella post-bellica, Coudenhove-Kalergi, che si trovava in America, non aveva evidentemente potuto rivolgersi alle sue tradizionali “constituencies” aristocratiche ed ebraiche. Siccome il Congresso non ha mai saputo cogliere le più genuine opportunità, ci pensò allora, come al solito, la Cia, anche per il tramite di  Winston Churchill e di Jean Monnet, a mettere in moto il movimento d’integrazione. Tuttavia, il ruolo di Coudenhove Kalergi e lo scacco di Fulbright dimostrano che l’idea dell’integrazione europea non fu degli Americani, bensì del nobiluomo austro-ungarico che si riallacciava, da un lato, ai progetti medievali di Europa, e, dall’ altro, al mito nietzscheano dei “Gute Europaer”.Solo con un certo sforzo questo messaggio era penetrato nel mondo politico americano.

Un altro capolavoro di “covert operation” della CIA (una vera e propria “quadratura del cerchio”) fu, allora, quello di appropriarsi  dei progetti nazisti di Comunità Economica Europea, nello stesso modo in cui gli Americani si erano appropriati, con von Braun, dei progetti nucleari e missilistici tedeschi. Come von Braun era stato portato  a viva forza in America e convinto, con le buone o con le cattive, a realizzare i programmi missilistici americani, così Hallstein fu portato in un’isola del Nord Atlantico e convinto a realizzare, con la CECA, quello che la struttura di Speer aveva già cominciato a fare attraverso i Ministeri del Reich, che avevano battezzato il loro progetto “Comunità Ecnomica Europea”.  Florio continua anche qui a muoversi all’ interno di un universo concettuale ereditato dal nazismo: “la solidarietà-l’ unica moneta di cui l’Ue ha drammaticamente bisogno – non è infatti un prodotto ma il presupposto di una comunità di destino” (una “Schicksalsgemeinschaft” , che consiste nel fatto che, al suo interno, vige la solidarietà: “Gemeinnutz geht vor Eigennutz”=”l’interesse collettivo prevale su quello individuale”, com’era  scritto nel programma politico della NSDAP).

Alla fine, Florio ci invita a “guardare al XIX secolo, quando l’esistenza di un ‘concerto di nazioni’ che avvertivano di condividere fondamentali concetti comuni seppe tradursi nella messa in opera di istituzioni leggere e flessibili…”.Tuttavia, che io sappia, l’unica “istituzione leggera e flessibile” messa in opera nell’ Europa nel XIX secolo era stata  la Santa Alleanza sotto l’egida dei ministri russi Czartoryski e Novosiltsev, che Alessandro I, l’ “Imperatore degli Europei”, aveva definito proprio come “Europa, nazione cristiana”, realizzando, così, gli auspici espressi da Novalis con il suo “Christenheit oder Europa”. In effetti,si sta oggi realizzando  proprio quanto l’anonimo che si cela sotto lo pseudonimo di “John Florio” auspica , ma non nella direzione ch’ egli probabilmente desidererebbe, perché si tratta, né più né meno,del programma di Unione Eurasiatica  di Vladimir Putin,   non per nulla denominato (siamo sempre agli pseudonimi) “lo Zar”.

Non è neppure del tutto vero che le idee funzionalistiche su cui si è basata di fatto (nonostante le veementi proteste di Spinelli) l’integrazione europea, siano completamente americane. Il funzionalismo, che è oggi in realtà l’ideologia dominante in psicologia, sociologia e antropologia in quanto erede storico del messianesimo della scienza e della tecnica tipico di St. Simon, Comte, Enfantin e Fiodorov, nasce in Europa ed è fiorito  dai due lati dell’Oceano, generando, alla lunga, il post-umanesimo e l’attuale tirannide delle macchine intelligenti. In particolare, il teorico anti-federalista Mitrany era un rumeno di origini ebraiche naturalizzato in Gran Bretagna. Per i funzionalisti, la vita non è altro che una funzione, che, in quanto tale, può essere espressa con un algoritmo e trasferita dall’uomo alla macchina. Nel campo sociale, le funzioni (i trasporti a lunga distanza, i servizi pubblici, la legislazione), possono essere clonate ed espanse, e retroagiscono sui sistemi circostanti (“la funzione crea l’organo”). Per i funzionalisti, il telos del Progresso è l’unificazione dell’Umanità intorno alla scienza e alla tecnica. L’ Europa costituirebbe perciò solo una fase intermedia di questa unificazione, da avviare, prima, intorno al consorzio carbo-siderurgico (la CECA), poi nucleare (l’Euratom), e, successivamente, intorno al Mercato Unico, a una corte di giustizia, a una banca, ecc…

Non si può unificare l’ Europa senza una riflessione approfonfita sulla sua storia e sulla sua cultura.

  1. Il tradimento dell’89

Macron si è espresso recentemente contro l’adesione all’ Unione Europea di Macedonia e Albania, per rispettare il vecchio principio francese che suona “prima l’approfondimento, poi l’allargamento”. Tuttavia, con questo principio, non si tiene conto del fatto che Il motivo per cui l’Est Europa sta partorendo fenomeni politici assolutamente inattesi (la rinascita delle potenze turca e russa, le “democrazie illiberali”, il sovranismo tedesco-orientale), incomprensibili e inaccettabili per l’intellighenzia “mainstream”, è che i moti che avevano portato alla fusione fra Europa Centrale e Orientale e Europa Occidentale furono traditi, nelle idee prima che nei fatti, dagli Europei occidentali e dalle Istituzioni europee.

Infatti, gli Europei occidentali (a cominciare dai Francesi e dai Tedeschi) si considerano gli unici titolari del “marchio Europa”, dimenticando che i primi Europei venivano dalla Turchia e dalla Russia; che la prima civiltà europea è stata quella greca, e che è stato Sobieski (con il Principe Eugenio) a salvare Vienna, ma non certo la Francia, alleata della Turchia.  Nel pantheon degli eroi dell’identità europea, i primi  sono  Leonida e Socrate(greci), Alessandro Magno, Costantino e Giustiniano (macedoni),e gli ultimi Caterina II, Dostojevskij (russi)e Nietzsche (tedesco orientale)– e non vi sono  presumibilmente  Bacone, Payne o Condorcet, e comunque certamente non  Washington, Jefferson, Emerson e Whitman-.  Come può dunque l’Europa  esprimere la propria identità e contare nel mondo senza la Russia, la Turchia, la Grecia, la Polonia, l’Ungheria, dove sono nati e hanno operato tanti protagonisti dell’ identità europea?

L’Europa Orientale concepisce  se stessa, da sempre, in alternativa a quella occidentale, come la vera erede della “Translatio Imperii” biblica, attraverso l’Ebraismo, il Cristianesimo orientale, gli Herrenvoelker scitici, gli Slavi, gl’Imperi Centrali. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli Europei Orientali (Stalin, l’Armia Krajowa, i Sionisti, perfino gli Junker prussiani) si concepivano come i veri combattenti contro il nazismo. Molti  avevano continuato a combattere contro l’Armata Rossa, in media per altri 10 anni, senza che nessuno li avesse mai neppure riconosciuti (l’UPA ucraina,i “Soldati Proscritti ”polacchi, i “Fratelli della Foresta” baltici e rumeni, le rivolte di Berlino e di Budapest).

Ancor oggi, nonostante i meriti dei combattenti anticomunisti,  le “marce” in Europa Orientale con le divise dei partigiani  dell’ Armia Krajowa e simili continuano ad essere etichettate come folklore nazifascista. Nello stesso modo, le opere dei grandi intellettuali est-europei, come Lem, Gumilev, Kalecki, Milosz, Solzhenicin, Kolakowski,Wolf, che avevano  difeso efficacemente la cultura europea ai tempi del socialismo reale, non vengono lette, e, se lo sono, non vengono capite. Costoro  aspiravano, infatti, non già a prendere partito, in una contesa che non li riguardava,   a favore,  o dell’ americana “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, o  di una fondamentalistica  ortodossia marxista sulla falsariga di Lukàcs, bensì a costruire (com’ebbero a dichiarare Walesa e Shevarnadze) un mondo, come quello che sta in effetti nascendo ora,  posto al di là dei due opposti materialismi dei tempi della Guerra Fredda.

Certo, anche la cultura, e, in particolare, quella  dell’ Europa Orientale, ha le sue responsabilità. La Russia ha un solo intellettuale “eurasiatista” convinto, Sokurov, il quale pone al centro della scena l’unità sostanziale delle culture russa ed europea, quale  espressa egregiamente in film come l’Arca Russa, Faust e Francofonia. Gli altri “eurasiatisti” sono piuttosto eccentrici rispetto alla definizione stessa del concetto. L’ effettivo eurasiatismo di Tiutchev (poeta ambasciatore presso il Regno di Sardegna) significava in pratica egemonia russa sull’Eurasia;in  Trubeckoj, prevaleva l’ orgoglio del rapporto con il mondo turanico;Gumilev si preoccupava di collocare la Russia une suo contesto più vasto, sulla scia delle lezioni di Mackinder, von Richthofen e Murakami, ma vedeva Russia ed Europa come due mondi separati. Perfino Dugin, promotore ufficiale del “Projekt Evrazija”, e considerato a torto il prototipo dell’eurasiatista, è soprattutto un nazionalista russo.

Alla fine dei conti, gli unici veri eurasiatisti sono Putin e Erdogan,  i quali, dovendo governare due Paesi che sono a mezza strada fra l’Europa e l’Asia, non possono evidentemente fare a meno di appoggiarsi su un’ identità mista: Cosacchi e Ermitage; Sultanahmet e Ueskuedar

 

Le culture neolitiche hanno creato un ampio melting pot al centro dell’ Europa

6.Interpretare Macron

Infine, Macron ha richiamato anche il vecchio concetto di “Comunità Europea”, che esprimeva una comune identità più che non l’attuale termine “Unione”, tratto dalle esperienze costituzionali inglese, americana e sovietica. Ambedue i termini hanno molti e sorprendenti precedenti nella politica degli Anni ’30 e ’40.

Oggi,. i termini “comunità” e “Unione” vengono usati “in mancanza di meglio”, per indicare una “patria”, ma di tali enormi dimensioni, non poter essere chiamata “Heimat”, e nemmeno “Vaterland”, o “Mat’Rodina”, bensì  meglio qualificabile  come uno“Stato-Civiltà”(文明国家  ,Wénmíng guójiā), come la Cina e l’ India. Non per nulla, già gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa “Da Qin”, termine che, agli inizi, aveva denotato uno dei loro primi imperi(cfr. il nostro libro DA QIN).

Secondo la Merkel,  che ha reagito immediatamente,  le affermazioni contenute nell’ intervista di Macron  sarebbero “troppo estremistiche”: secondo me , invece, esse sono equilibrate e appropriate, ma fin troppo caute e volutamente criptiche; temo soprattutto ch’ egli non vi dia alcun seguito, date appunto le repliche  di stretta osservanza atlantica espresse subito dopo dalla Merkel, da Stoltenberg, da Zingaretti e da Tajani, e data, soprattutto, l’abitudine dei Presidenti francesi di dare poco seguito alle loro roboanti promesse sovraniste.

Il discorso di Macron non è dunque, per me, un punto d’ arrivo, bensì di partenza.

Quell’ Europa  grande potenza che Macron giustamente auspica e la Merkel teme  non può farsi, per la natura tecnologica della geopolitica dei grandi Stati continentali odierni, se non attraverso un potere centrale fortemente personalizzato, cosa che non può ovviamente essere garantita dal potere collegiale di 27 Stati, ma richiede invece  un “quartier generale” ristrettissimo e potentissimo. E qui casca l’asino della banale polemica sul “deficit di democrazia”.Una cosa è infatti gestire l’arredo urbano, gli asili nido o le licenze edilizie, i piani regolatori, i tribunali o le infrastrutture, le leggi finanziarie, i curricula universitari e i finanziamenti agevolati, un’altra i dazi con l’America, l’Intelligenza Artificiale o la Via della Seta. Trump, Putin e Xi Jinping mettono e tolgono dazi, mandano e ritirano truppe (anche le nostre), trasformano le regole del web. Non chiedono il parere della società civile, né del Parlamento o del Partito Comunista, ma non tanto perché, come si dice, siano dei dittatori (anche se i Romani avevano inventato proprio per queste cose la figura del “dictator”), bensì perché, se esponessero simili decisioni in un dibattito pubblico, esse non potrebbero mai essere adottate, e comunque se ne avvantaggerebbero prima di tutto gli avversari dei rispettivi Paesi. Nei rapporti geopolitici, bisogna essere imprevedibili, altrimenti non si può vincere. L’esercito israeliano, l’imbattibile Tsahal, chiama questa tattica “siamo impazziti”. Tant’è vero che, in Israele, visto che il sistema parlamentare è diventato, anche lì, ingestibile, stanno nominando primo ministro l’ex capo di Stato maggiore (Ramatkal).

Quindi, o Macron riesce a diventare il Presidente dell’Europa, e a farsi attribuire poteri comparabili a quelli di Trump, Xi Jinping, di Putin e di Ganz (o almeno quelli di Modi o del Consiglio Federale svizzero), o i suoi progetti saranno irrealizzabili.

 

Secondo Tiutcev e Sokurov, con l’ Ermitage, Caterina II ha creato un'”arca” che custodisce nei secoli l’eredità culturale dell’ Europa, difesa dal popolo russo.

7.La Russia è europea.

Non mi ha convinto  il, seppur lodevole, accenno alla Russia, con la quale Macron auspica, giustamente,rapporti più stretti. Rapporti che costituiscono certamente  una leva importante per dare all’ Europa più autonomia (ma  che da soli non bastano). Occorre essere più chiari circa la  Russia. Non è vero che, come ha detto Macron,  Putin abbia “sviluppato un progetto anti-europeo dovuto al suo conservatorismo”: al contrario. Infatti:

a)nel 2017, in occasione dei 50 anni del Trattato di Roma, aveva pubblicato sui giornali di tutta Europa, il più vibrante fra i messaggi europeistici, affermando, tra l’altro, che, in quanto pietroburghese, egli era a tutti gli effetti un Europeo,e che l’Unione Europea costituiva la più grande realizzazione politica del XX Secolo;

b)dinanzi al Bundestag e alla Confindustria tedesca, si era proposto come motore dell’ integrazione europea, paragonando se stesso a Helmut Kohl, conservatore europeista;

c)in occasione dell’ incontro con Romano Prodi, aveva criticato la formula della collaborazione Russia-Europa “tutto tranne le istituzioni” come dettata dalla paura degli Europei per la grandezza della Russia, che non le permette di  far parte dell’ Europa se non con un ruolo centrale (i Russi sono 140 milioni, i Tedeschi 90).

E’ stato appunto l’ostracismo alla Russia perchè  è il più grande fra gli Stati d’ Europa  a generare  la russofobia degli Europei (e, ancor di più, degli Americani). Eppure, non si può non prendere atto del fatto che, in un momento  in cui si richiedono grandi agglomerati continentali, le uniche due “regioni” dell’ Europa che posseggono una massa critica sufficiente per tener testa all’ America sono,  non già quella francofona o quella germanica (né tanto meno quella polacco-baltica), bensì quella degli Slavi dell’Est (aggregata intorno alla Russia), e quella dell’ Euroislam e dei Balcani (aggregata intorno alla Turchia). Dire che non si vogliono in Europa quei due Paesi equivale perciò ad affermare che l’”Europa grande potenza” di cui parla Macron non si farà mai. Il preteso carattere autoritario di quei due Stati (che, tra l’altro, sono i più democratici che si siano visti nella storia dei due Paesi) deriva unicamente dai continui tentativi fatti dall’ Occidente per disgregarli, rimpicciolendoli, in modo da poterli assorbire più facilmente. Di questo tentativo fanno parte le guerre cecene, l’aggressione all’ Ossezia, la guerriglia curda e i vari tentativi di colpo di Stato in Turchia, che hanno obiettivamente reso necessaria una sorta di “stato d’assedio permanente” come in Israele.

In questo contesto, Putin ha svolto e svolge un ruolo di assoluta moderazione. Basti vedere le posizioni sul rapporto con l’Occidente dei partiti russi di opposizione  e degli alleati minori di Russia Unita (neo-comunisti, liberal-democratici e neo-eurasiatisti), che considerano Putin “un liberale”. Ha ragione Macron, l’ideologia di Putin è il “Russkij konservatizm”, che costituisce il “mainstram” della cultura russa (Tiutchev, Stolypin,Witte, Solzhenitsin), ma questo non lo porta certo a un programma anti-europeo, bensì a concepire “un’altra Europa”, liberata, grazie alla Russia, dal mito del progresso, e anche al sicuro , sulla scia di Dostojevskij e di Blok, da un’egemonia americana o cinese. Il Russkij Konservatizm è stato giustamente equiparato alla Democrazia Cristiana di Guido Gonella o del Soester Programm, una forza egemone di carattere nazional-religioso, ma ampiamente tollerante delle diversità. Se non ci fossero Putin e Erdogan, ci sarebbero due governi militari.

Le oscure circostanze della morte di Adriano Olivetti e di Mario Chou, oltre che della vendita della divisione elettronica dell’ Olivetti, costituiscono un monito per chi voglia creare una vera industria digitale europea.

8.La “souveraineté numérique européenne”

Infine, e giustamente, Macron ha contestato il limite del 3% all’ indebitamento, sintesi dei cosiddetti “Criteri di Maastricht”, che impedisce all’ Europa di condurre  una politica espansiva attraverso nuovi investimenti. E qui pensa sicuramente anche alla “souveraineté numérique”, quell’ “uovo di Colombo” che tanti scoprono qua e là come per caso ma che, poi, mai nessuno tenta seriamente di realizzare. Dato che la Cina è riuscita a realizzare la piena sovranità digitale, che include una propria cultura digitale, una propria intelligence digitale, una propria rete, propri providers e proprie imprese nei settori dell’e.commerce e dell’ intelligenza digitale, non si capisce perchè non possano farlo anche gli altri grandi blocchi continentali, e soprattutto l’ Europa, visto che tanto la Russia quanto l’ India hanno già compiuto dei passi intermedi.

I sostenitori della NATO affermano sostanzialmente (come, nel suo recente libro, Maurizio Molinari), che  dobbiamo sempre e comunque stare dalla parte degli Stati Uniti,così  come i comunisti e i loro alleati “fedeli alla linea” sostenevano che bisognava sempre e comunque stare dalla parte dell’URSS, perché quella era la “patria del socialismo”. Nello stesso modo, quelle stesse persone affermano ora che bisogna stare oggi con gli Stati Uniti perché sono “la patria della democrazia”. Nessuno ci ha ancora spiegato che cosa sia in sostanza questa “democrazia occidentale”, nata fra il commercio degli schiavi e il genocidio degli Indiani, la sottrazione violenta al Messico di metà del territorio, i bombardamenti di Dresda, Montecassino, Hiroshima e Nagasaki, e un’infinità di guerre di occupazione in tutto il mondo, come ieri quelle di Corea e Vietnam e oggi quelle del Golfo e dell’Afganistan, e che condiziona tutta l’Umanità, come mai prima avvenuto nella storia, attraverso la rete e il “Pensiero Unico”. Non parliamo del fatto che perfino le Nazioni Unite stanno esprimendo la loro preoccupazione contro le limitazioni in Germania dei diritti di opinione, di riunione e di associazione, con particolare riferimento al movimento filopalestinese “Boykott, Disinvest and Sanctions”, ma si potrebbe allargare il discorso al controllo a tappeto ben descritto da Snowden nel suo ultimo libro, come pure al proliferare di leggi censorie.

Quanto poi, all’ ultimo fatto di cronaca, il ferimento di nostri militari nel territorio curdo, dove non avrebbero avuto nessuna ragione giuridica per esserci, ha fatto esplodere la questione dell’uso di nostre truppe al di fuori della Costituzione e dei mandati del Parlamento e delle Nazioni Unite, sotto comando americano e semplicemente  dietro  richiesta americana rivolta direttamente ai nostri primi ministri (Prodi, d’ Alema o Renzi ch’essi fossero). A questo punto, è ovvio che, sulle questioni che veramente contano, come la guerra e la pace, la vita e la morte, il popolo italiano non solo non può incidere in alcun modo, ma vengono bypassate perfino tutte le istituzioni legali, l’unico soggetto abilitato a decidere essendo il Presidente degli Stati Uniti. In questa situazione, si capisce benissimo perché i cittadini abbiano reazioni così ostili alle classi politiche degli Stati membri e dell’ Unione. Quei politici, come Macron, che pretendono di portare avanti veramente (ma, dopo 70 anni, si può avere qualche dubbio) una Politica Estera e di Difesa Comune, dovrebbero dirci come faranno a risolvere questo problema.

 

Il Partito Comunista Italiano aveva approvato le stragi dell’ Armata Rossa in Ungheria. Oggi invece la sinistra condanna le operazioni difensive dei Russi e e delle minoranze etniche con essi alleate

9. Non dover più parteggiare per nessuno

Problema che risulta ancor più scottante alla luce della recente indagine demoscopica dello European Council for Foreign Relations, che, riassumendo il pensiero degli elettori europei, afferma “l’Europa non dovrà più essere alla mercè di una potenza straniera. Gli elettori sono più preveggenti dell’élite della Politica Estera e di Difesa Comune, ….Parecchi pubblicisti, come Molinari o Rampini, hanno sostenuto (riprendendo integralmente le parole dell’ amministrazione americana), che gli Europei dovrebbero decidere “da che parte stare”. Però, su questo punto, gli elettori si sono già espressi in modo inequivocabile. In un conflitto fra gli Stati Uniti e la Russia, o fra gli Stati Uniti e la Cina, ovunque l’enorme maggioranza vorrebbe che l’Europa rimanesse neutrale. In Slovacchia, in Grecia e in Austria, è addirittura superiore il numero di elettori che vorrebbero che l’Europa combattesse accanto alla Russia contro l’America che non viceversa.

In queste condizioni, è veramente sconvolgente che  la maggior parte dei vertici istituzionali (a cominciare dalla Merkel e da Mattarella), anziché condividere la posizione di Macron e della maggioranza degli elettori, continuino a difendere incondizionatamente l’Alleanza Atlantica.

La similitudine fra il socialismo reale e l’ortodossia atlantica è agghiacciante:

-la filosofia di base è il determinismo economicistico che ispira una fede messianica nel Progresso;

-l’ideologia politica è la stessa mitizzazione dell’uomo medio, che spinge a emarginare e reprimere ogni eccentricità;

-lo stesso è il linguaggio, basato su slogan pieni di presunzione e di odio: “dittatori, autocrati, despoti”, che tenterebbero di “infiltrare” le loro “false verità” per indebolire il libero Occidente. Poco importa che l’“Occidente” da loro tanto esaltato consista solo nel Nordamerica, l’Europa Occidentale e il Giappone, vale a dire al massimo 800-900 milioni di persone, mentre l’insieme dei BRICS, del Sudamerica, dell’Africa e dell’Islam comprende 6 miliardi di persone, cioè sette volte di più. Possibile che questi 800-900 milioni siano gli unici detentori della verità, mentre tutti gli altri vivono nell’ oppressione e nell’ errore? Non ci si accorge che quei Paesi sono appena usciti, con sforzi sovraumani, dall’asfissiante tutela dell’Occidente, e da allora stanno prosperando, così come prosperavano prima dell’arrivo degli “Occidentali” (vedi imperi Ching e Mughal, che coprivano quasi la metà del mondo )?

-come giustamente ha rilevato la Stampa, sul fondamentalismo atlantico vi è anche un unanimismo bipartisan, come (dico io) nella DDR c’era un unanimismo filosovietico fra il comunista Honecker e il “democristiano” de Maizière (sponsor  della Merkel): “Oggi capita che il segretario Pd Nicola Zingaretti e il Vice-Presidente di Forza Italia parlino praticamente la stessa lingua, quando si trovano a discutere del nuovo ordine mondiale e delle sfide che pone all’ Italia e all’ Occidente”.

 

Il “maggiore Lupaszko”, comandante dei “Soldati Proscritti”, fucilato dai Sovietici.

10.Conclusione

Commemorare la caduta del Muro di Berlino significa innanzitutto  rievocare lo spirito eroico di coloro che si sono battuti per l’unità dell’Europa dell’Est e dell’ Ovest, dai difensori, nel 1956, di Budapest, a de Gaulle che creò la Force de Frappe “à tous les azimuts” per un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali, a Giovanni Paolo II, che, riprendendola Ivanov, aveva lanciato l’idea dei “due polmoni dell’ Europa”; infine, a Gorbacev, che aveva rilanciato, quella di Enea Silvio Piccolomini, di una “Casa Comune Europea”….

La Brexit non contraddice l’esigenza dell’unificazione di tutta l’ Europa. Ovviamente, chi, come il Regno Unito, vuole andarsene, è libero di farlo, ma l’Europa dovrà ragionare sempre come rappresentante di tutti gli Europei.

L’unico modo per completare l’unificazione dell’Europa è evidentemente associarvi tutti i Paesi Europei che lo vogliano (per esempio, l’Albania e la Macedonia, ma anche  la Scozia  e l’Irlanda del Nord,  la Russia e la Turchia, senza dimenticare l’Islanda e la Groenlandia), dando così all’ Europa stessa  gli strumenti per affermare autorevolmente sulla scena mondiale i nostri punti di vista sulle scelte più scottanti per l’Umanità, come sono, oggi, il rapporto uomo-macchina e la difesa delle identità.

 

SE IL LAVORO NON CONTA PIU’

GRAFIK Börsenkurse der Woche / KW 2/2019 / Produktion

 Recessione in Germania

di fronte al crollo dell’economia, uno Statuto dei Lavoratori europeo

Finalmente, anche nella pubblicistica mainstream si sta facendo strada la verità sulla crisi senza ritorno del nostro sistema produttivo, nonché sulle performances deludenti anche del sistema europeo, con l’esclusione, forse, dei Paesi di Visegrad.

Cito come esempio l’articolo pubblicato da Massimo Giannini su “La Repubblica” di Venerdì 25 ottobre, intitolato “Se il lavoro non conta più”. L’autore riporta giustamente una sfilza impressionante di dati sull’interminabile crisi italiana: 82.000 famiglie mese sul lastrico dalle decisioni sull’ ILVA, 18 milioni di ore lavorate in meno rispetto al 2008, 50.000 disoccupati “avviati al lavoro” con il reddito di cittadinanza, su 982.000 richiedenti (che comunque sono solo una parte infinitesimale dei disoccupati).

Cita anche (implicitamente criticandola) l’idea lanciata  dal CNEL, di un nuovo Statuto dei Lavoratori.

Quanto alla situazione piemontese, ricordo invece l’articolo, sempre su “La Repubblica”, ma di sabato, di Salvatore Tropea, intitolato “Se il Piemonte diventa un pezzo del Sud depresso”, che cita, come casi emblematici di una totale incuria della politica, quelli di Embraco, Comital, Mahle, Pernigotti, Olisistyem, Lear, Blutec e della stessa  FCA

1.Ma come creare nuovo lavoro?

Tuttavia, quello che né Giannini, né Tropea (ma neanche nessun altro), dicono è come si dovrebbe fare per arginare la disoccupazione, quando, come oggi, non c’è, in Italia, alcun’ attività (salvo la droga, la prostituzione e le tangenti) che sia veramente redditizia, e, di conseguenza, nessuno che intenda investire nelle imprese italiane, siano esse delle pizzerie o delle fabbriche di missili, salvo i Cinesi, che, però, vengono rifiutati perché accusati di farlo con oscure motivazioni politiche.

Perfino gli Americani, i Russi, gl’Indiani, i Francesi, i Tedeschi e gl’Israeliani, che avevano fatto qualche timido tentativo negli anni passati, si stanno sfilando. Qui non c’è, né il potere, né un ceto imprenditoriale potente, né lo Stato partner e imprenditore, né la demografia, né il mercato. A chi vendere? Come conquistare i mercati mondiali? Come difendersi dalle ingerenze straniere?

In effetti, se i nuovi posti di lavoro “buoni” si creano tutti in Cina, nei Paesi in via di sviluppo, in Europa Orientale o, al massimo, in America, è proprio perché la creazione di nuove “vere” imprese è un compito eminentemente politico, che presuppone una politica di difesa degl’interessi nazionali. Le nuove aziende sono nate nei “garages” solo  perché sostenute dal DARPA, espressione del Pentagono, o dal Partito Comunista Cinese. Indosuez è nata come banca d’emissione dell’Indocina francese, e la Volkswagen come un progetto personale di Hitler, finanziato con i soldi dei sindacati nazisti. Ma anche le imprese italiane, dalla FIAT all’IRI all’ENI, all’ ENEL, non sarebbero nate, né si sarebbero sviluppate, se non ci fossero state alla base solide motivazioni e azioni politiche: dal trasferimento a Firenze della capitale, alle guerre italo-turca e mondiale, alla crisi del ‘29, alla politica “Terra, Mare, Cielo”, alle Partecipazioni Statali, al Centro-sinistra. Anche la loro decadenza deriva da nuove e opposte politiche: l’integrazione europea ed euroatlantica, l’aiuto allo sviluppo, le delocalizzazioni, le privatizzazioni….

E, infatti, le imprese italiane, come la Olivetti, che non furono favorite, bensì osteggiate, dal potere politico, nacquero morte, proprio quando, per i grandi concorrenti internazionali come la IBM, si apriva un’epoca d’oro.

Orbene, se si capisce benissimo come faccia la Cina a creare ogni anno 50 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno (cioè finanziando lo sviluppo accelerato di nuove tecnologie, di regioni periferiche e di Paesi amici, svalutando lo Yuan, costruendo nuove città prima ancora che esistano gli abitanti, forzando i nuovi consumi), e come faccia l’America (finanziando il militare, mettendo dazi e sanzioni, obbligando le imprese nazionali a rilocalizzarsi), non si capisce come possa creare nuovi posti di lavoro  un’ Europa che finanzia pochissimo le proprie nuove imprese, che difende (almeno fino ad oggi) il corso dell’ Euro anche quando gli altri svalutano, tassa pesantemente il patrimonio immobiliare e il lavoro, ma non le multinazionali del web, accetta tutte le imposizioni americane in materia tariffaria, doganale e tecnologica, non ha né“partecipazioni statali”, né un esercito comune,  e  neppure potere coercitivo sulle proprie imprese…

Soprattutto, come insdiste Evgeny Morozov, il cuore pulsante dell’ economia di un Paese non è più né la sua industria, né la sua finanza, bensì il suo ”ecosistema digitale”. E’ questo che raccoglie e coordina i dati, dirige la politica (vedi campagna di Obama, Casaleggio,Cambridge Analytics, Fake News…), gestisce le transazioni finanziarie, prende il controllo dei media e delle imprese, coopera con i servizi, garantisce l’allarme atomico, automatizza  e terziarizza i posti di lavoro, distrugge il commercio tradizionale, stravolge l’educazione e la security… Chi non controlla l’ecosistema digitale non controlla la propria economia, ed è quindi destinato a scivolare fra i paesi in via di sviluppo. Questo, e non altre risibili cause, come l’eccesso di burocrazia, o l’instabilità politica, o l’immigrazione, è la vera causa della interminabile crisi italòiana (ed europea)

Evgeny Morozov

  1. Questo destino di decrescita era prevedibile

Così, da 40 anni, si  continuano a spendere somme astronomiche per mantenere in piedi dei puri simulacri d’impresa, come per esempio l’ Embraco di Riva di Chieri che avevamo venduto 25 anni fa perché già allora non aveva prospettive (ed è passata dagli Americani, ai Brasiliani, agl’ Israeliani, senza alcun miglioramento, anzi, peggiorando costantemente), mentre, con gl’ importi erogati dallo Stato, si sarebbero potute creare nuove  imprese informatiche o spaziali, oppure finanziare il reinserimento di imprenditori, managers, tecnici e operai come finanzieri, commercianti, albergatori o  comunque operatori turistici, o addirittura un loro tentativo di ricollocarsi altrove. Si noti che, sul piano mondiale, il 5% dei nuovi posti di lavoro sono creati nel settore del turismo, che è tradizionalmente il fiore all’ occhiello dell’Italia, e in cui esistono enormi margini di miglioramento.

Avendo lavorato per 30 anni per l’industria italiana, e, in particolare, piemontese, posso testimoniare circa  il fatto che l’idea che quest’ultima non avesse futuro aleggiava fra i decisori, politici e soprattutto industriali, fino dagli anni ’70, come emerso dagli archivi dei servizi segreti americani e riportato da storici inglesi. Già dagl’ incontri durante la IIa Guerra Mondiale fra i vertici della FIAT e i ministeri economici americani era risultato evidente che l’Italia sconfitta avrebbe dovuto puntare su produzioni a basso valore aggiunto, basandosi sulla mano d’opera a basso costo resa disponibile dalla smobilitazione e dall’emigrazione. Per questo, già all’inizio degli anni ’70, era diffusa negli ambienti industriali l’opinione che, dopo l’“Autunno Caldo”,  occorresse smobilitare gl’investimenti industriali in Italia, che sarebbero divenuti non competitivi. Di qui la fuga di capitali e le vendite a tappeto di aziende: dalla Olivetti alla RIV, dalla Way Assauto al Nuovo Pignone, dalla Lancia all’ Alfa Romeo….

Le aziende venivano vendute soprattutto dalle proprietà familiari, che, in mancanza di compratori esteri, cedevano ai grandi gruppi, che subito dopo incominciavano subito a rivendere.

Anche le delocalizzazioni venivano fatte in uno spirito sbagliato. Anziché delocalizzare la produzione mantenendo il controllo (familiare, finanziario, politico, giuridico, manageriale, tecnologico), come prima cosa si spostava la sede all’ estero, per poter manovrare senza controlli, tanto lo Stato italiano forniva il proprio supporto ai gruppi estero-vestiti anche se non pagavano le tasse in Italia, né rispondevano politicamente al nostro governo. Basti pensare agli   stabilimenti già della Crvena Zastava in Serbia.

Così, filiere che erano squisitamente italiane, come l’auto, l’informatica,  i pneumatici, la moda, sono passate sotto controllo straniero, facendo perdere al nostro Paese i vantaggi derivanti dalla proprietà, dalla fiscalità, dalla cultura aziendale e di management….

Invece di contrastare queste tendenze, si è fatto ricorso al neo-malthusianesimo (diminuzione della natalità), grazie a cui, pur diminuendo il Prodotto Nazionale Lordo, aumenta il Reddito Pro Capite. Tuttavia, anche così non si può andare avanti all’ infinito, perché (i) si alimentano i conflitti etnici catalogati oggi come “populismo”e “xenofobia”; (ii)gl’immigrati assumono presto le stesse abitudini dei nazionali, oppure emigrano nuovamente (come sta accadendo), non dando comunque alcun contributo positivo all’ equilibrio demografico.

 

 

Mark Zuckerberg

4.Come contrastare questo declino?

Arrivati a questo punto, “risalire la china” è veramente difficile.

Intanto, occorre sgomberare il campo da un grande numero di falsi miti e di ideologie che hanno dominato il campo negli ultimi decenni.

L’alternativa non è fra un aprioristico industrialismo e una decrescita “a prescindere”. L’industria è stata da sempre solo una  fra le tante attività umane: ha conosciuto un incremento a metà del XX secolo, e ora sta stagnando, e trasferendosi in altri Paesi. Questa vicenda è influenzabile solo in parte, perché una parte di essa è ormai irreversibile. Inoltre, alla preoccupazione per l’industria nazionale, e perfino per l’economia, da sempre si sono affiancate, giustamente, altre preoccupazioni: quelle per la sopravvivenza della popolazione, per i valori di una civiltà, per la libertà e l’indipendenza nazionale, per uno sviluppo armonioso, per la continuità di una cultura, ecc…Oggi, ci sono anche e soprattutto quelle per l’avvento delle macchine intelligenti e per il surriscaldamento atmosferico.

Tutto ciò detto, se non difendiamo almeno un pezzo di economia europea, non avremo neppure più quel minimo di strumenti che servono alla sopravvivenza della nostra popolazione e della sua cultura, alla sua difesa e indipendenza. Si noti che, secondo qualificate stime internazionali, fra 10 anni nessun’economia europea sarà fra le prime 7 del mondo, e saremo scavalcati da Indonesia, Egitto e Brasile, senza parlare, ovviamente, di Russia e Turchia. A ciò si aggiunga che in tutte le società industrialmente avanzate si prevede un crollo (intorno al 50%) dei posti di lavoro per effetto della disoccupazione tecnologica nel giro dei prossimi 10 anni.

Nonostante quanto precede, l’ingente apparato esistente in Europa, non solo industriale, ma infrastrutturale (Stato, eserciti, servizi, trasporti) dovrà essere come minimo fatto funzionare, manutenuto e aggiornato; il livello di vita dovrà essere mantenuto a un livello comparabile con quello delle altre grandi aree del mondo; i nostri politici e i nostri tecnici dovranno potersi interfacciare dignitosamente là dove si discute del futuro dell’Umanità. Ciò comporterebbe  il mantenimento di un livello almeno minimo di natalità, di scolarizzazione, di organizzazione e di sviluppo. Inoltre, se vogliamo che il consenso politico non scenda al di sotto di un certo livello, con i bei risultati che si stanno vedendo in America Latina e in Medio Oriente, occorre anche che gli Europei possano almeno intravvedere una qualche prospettiva di sviluppo personale non in contrasto con le nostre tradizioni di civiltà.

Ma già solo per conseguire questi obiettivi minimi occorrerebbe una vera rivoluzione, che potrebbe essere portata avanti solo a livello europeo.

Thierry Breton

5.Le sfide scottanti della nuova Commissione

Le difficoltà con cui si sta pervenendo alla formazione della nuova Commissione dimostrano chiaramente  che anche la politica europea è molto titubante sul da farsi. L’enorme peso del dicastero riservato alla Francia “a prescindere” (in contrasto con la retorica dell’eguaglianza fra gli Stati membri), e la clamorosa bocciatura di un candidato “pesante” come Sylvie Goulard, dimostrano che impresa, tecnologia e digitale sono i campi in cui l’Europa potrebbe dimostrare la  propria utilità, oppure squalificarsi definitivamente.

La nuova candidatura francese, quella di  Thierry Breton, già ministro francese delle Finanze e presidente-amministratore delegato delle principali imprese tecnologiche francesi, dimostra che la Francia e l’Europa sono oramai costrette a gettare sul tavolo tutte le carte. Il pretesto usuale per non fare nulla, quello secondo cui non esisterebbero lobbies che spingano per la creazione di un’industria tecnologica europea autonoma, non può più reggere. Breton rappresenta giustamente, in modo diretto, le lobbies europee delle alte tecnologie (e sarebbe autolesionistico se gli Europarlamentari non dovessero accettarlo proprio per questo). Se neppure lui facesse qualcosa di decisivo per colmare il dislivello che ci separa dall’America e dalla Cina, vorrebbe dire che l’Europa ufficiale ha implicitamente accettato di essere eternamente al di fuori dei veri giochi della nuova economia, e così di avviarsi deliberatamente al sottosviluppo (appunto dietro all’India, all’Indonesia e all’Egitto).

Come, poi, un’eventuale, e auspicabile, azione dell’Europa nel settore delle nuove tecnologie  potrebbe aiutare l’Italia nella lotta alla disoccupazione è tutto da vedere. Infatti, in Italia si è consolidata nei decenni una retorica autodistruttiva secondo cui la politica deve occuparsi, per l’appunto,  delle lobbies già esistenti, e non di creare nuove formazioni sociali (come la Cina ha fatto con Baidu, Alibaba, Huawei e TikTok); sicché:  le imprese italiane dovrebbero rimanere in eterno dei “followers” di quelle americane; i laureati dovrebbero essere modesti e conformisti, non già avere l’ambizione di essere veramente classe dirigente; gl’imprenditori dovrebbero essere poco più che degli operai di successo, e i lavoratori dovrebbero restare più ignoranti possibili, per non fare ombra, né ai padroni, né ai sindacalisti. Con queste premesse, il problema della disoccupazione viene liquidato da tutti con la frase: “ciascuno può fare solo quel che sa fare”. Ma se è così, quando, come ora, l’economia mondiale cambia radicalmente, che facciamo? Ci mettiamo tutti in disoccupazione e pretendiamo tutti (politici, imprenditori, managers o lavoratori), un vitalizio, un sussidio o un reddito di cittadinanza? Non c’è la possibilità di imparare delle cose nuove? Come hanno fatto i Cinesi e gl’Indiani a trasformare in una sola generazione un miliardo di contadini in operai, commercianti, tecnici, managers, imprenditori, scienziati e finanzieri?

I “fondi europei” dovevano servire proprio a questo: a organizzare una colossale operazione per riconvertire (con i metodi “energici” propri di consorzi di guerra, di cui tanto Monnet quanto Hallstein erano degli esperti) l’enorme apparato carbosiderurgico ereditato dall’ Asse; per reinserire in altre funzioni, con i Fondi Sociali, la mano d’opera così resasi inutilizzabile, per reindustrializzare con i Fondi Strutturali le regioni depauperate dal calo programmato delle produzioni e dallo smantellamento delle “pseudo-economie” create dal sistema doganale.

Non basta oramai nemmeno l’”Industria 4.0”, oggi, quando i Paesi leaders del mondo si dedicano all’intelligenza artificiale, ai computer quantici e ai 5G.

Perciò, in netto contrasto con quanto si sta ora facendo (o meglio non facendo), l’azione per contrastare la disoccupazione dovrebbe consistere in un’energica ristrutturazione in senso digitale delle filiere  dell’economia in senso lato, e in un generalizzato “upgrading” delle competenze dei nostri concittadini, attraverso una maggiore selettività, azioni di formazione permanente e d’incremento della partecipazione. Il bello è che tutto questo sarebbe già finanziato, per esempio, dai fondi europei, ma la gestione timida  da parte di Autorità timorose di urtare l’ignavia dei cittadini e l’occhiuta sorveglianza dei concorrenti internazionali porta al non utilizzo dei fondi e, anzi, alla loro dilapidazione.

Tutto ciò presupporrebbe inoltre un radicale incremento delle capacità di previsione, progettazione e intervento dei settori “pubblico” e “sociale”, intendendo sotto questi termini Unione, classe politica, Stati membri, Regioni, Enti locali e associazionismo.

Luca Ricolfi

  1. Il nuovo Statuto dei Lavoratori

Ci compiacciamo con Tiziano Treu, che avevamo invitato quest’anno al Salone del Libro di Torino, per aver organizzato presso il CNEL una serie di convegni sullo Statuto dei Lavoratori e sulla sua attualità oggi. Noi, come Alpina e come Associazione  Culturale Diàlexis,  abbiamo pubblicato due studi sull’ argomento: “Modello sociale europeo e pensiero cristiano” e “Il ruolo dei Lavoratori nell’ era dell’ intelligenza artificiale”, presentato al Salone del Libro di Torino del 2019.Quest’ultima opera caldeggiava l’attualizzazione del diritto del lavoro in Europa alla luce delle nuove realtà. Infatti, un nuovo diritto del lavoro può essere soltanto europeo, così come sono europee le principali novità legislative oggi vigenti.

Inoltre, non ha senso modificare le norme senza modificare la struttura economica sottostante. Occorre trovare un compito per tutti anche nella società delle macchine intelligenti. Per questo, avevamo inviato, nel 2014, al Presidente Juncker, il nostro ”Quaderno di Azione Europeista” intitolato “Re-statring Eu Economy via Technology-intensive industries”).  L’”upgrading” del lavoro comporta un progressivo passaggio dal lavoro fisico a quello intellettuale, dall’ intellettuale al direttivo, dal direttivo al politico, dal politico allo spirituale. Se le macchine sono nate per sostituire il lavoro degli schiavi, dei servi, degli operai e dei burocrati, gli unici “posti di lavoro” che resteranno disponibili saranno quelli al di sopra delle macchine, vale a dire attività d’ ideazione, di direzione, di progettazione e di comando. Quanto più le macchine saranno capaci di fare tutto, tanto più ci sarà bisogno di personalità che investighino sui fini, disputino sulle alternative, impersonino divergenze di opinione, prevedano, orientino (chierici, governanti, politici, intellettuali, gestori, teorici, educatori…). Quello che Luca Ricolfi ha chiamato “Società signorile di massa”, che oggi è una stortura dell’Italia decadente, dovrebbe diventare la regola, e l’unico modo di realizzare quella che era l’idea di “democrazia” all’inizio della Modernità, espresso in concreto nel “Machinenfragment” di Marx.

Contrariamente a quanto si pensa normalmente, il lavoro non mancherà per nessuno neanche nella Società delle Macchine Intelligenti.Resterà solamente da stabilire come ripartire i redditi prodotti dalle macchine. Ma la situazione non sarà molto diversa da oggi (o meglio da ieri), perché “macchina” sarà un campo come un ministero, una scuola come un esercito, una città come un ospedale. Anche queste avranno dei “padroni”, siano essi lo Stato o delle società, dei “capitalisti” o degli “enti senza fini di lucro”, delle cooperative o delle famiglie. Bisognerà solo contrastare (se ancora possibile) l’espansione incontrollata delle “Big Five”, le quali, grazie alla connivenza dell’ ARPA e dei politicanti, si sono appropriate in pochi anni (ma sono oramai 50) di tutti i principali centri di potere.

Organizzare tutto questo sarà il compito del nuovo “diritto del lavoro” europeo. Ma presupposto di tutto sarà che questo complesso sia in grado di produrre ricchezza sufficiente per mantenere gli Europei. Perciò, il nostro “complesso macchinico” dovrà essere competitivo con quello dei grandi Paesi tecnologici (oggi, gli USA e la Cina, domani l’India, la Russia, ecc…). Oggi, non stiamo andando affatto in quella direzione -na,anzi, nella direzione opposta-.

C i ripromettiamo di pubblicare al più presto un’opera che condensi le riflessioni oramai necessarie circa le basi culturali per siffatta rivoluzione culturale europea, e ancor più circa concreti progetti legislativi volti ad unificare e coordinare tutte le attività europee nel campo del digitale.

Cgliamo l’occasione per segnalare un’importante iniziativa su questo argomento

DECODE SYMPOSIUM 2019

Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society

DECODE is an ambitious EU project with 14 high level partners that aims to advance the cause of decentralised, rights-preserving and privacy-enhancing digital infrastructures that put individuals in control of their data while enabling them to share it for the common good. DECODE focuses
its research and development effort on novel notions of digital sovereignty and data commons, aspiring to see them implemented in new EU policies.

The theme of the 2019 DECODE Symposium is Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society. It will focus on constructing viable democratic alternatives to the Big Tech. The Symposium will discuss the benefit of decentralized and privacy preserving technologies as alternatives against the digital economy’s tendencies towards centralization and monopolization. After reviewing the most promising and impactful of such technologies on Day 1, the symposium will dedicate Day 2 to discussing how such projects could fit into the broader context of Europe’s efforts to protect fundamental rights of its citizens and restore its economic and technological sovereignty. The event will discuss issues that range from antitrust, competition law, the geopolitics of Finth, democratic control
over AI and platforms, and also how a Smart Green New Deal would look like today.

Amongst the main speakers of this year’s symposium the writer Evgeny Morozov, former CTO of Barcelona and founder of the DECODE project Francesca Bria, Nesta CEO Geoff Mulgan, the author of best selling book Postcapitalism Paul Mason, the artist and founder of DIEM25 with Yanis Varoufakis Brian Eno, Ann Pettifor, the main economic advisor to the UK about party and author of The Green New Deal, Harvard Law Professor Roberto Unger; Jen Robinson the main lawyer of Julian Assange, Robert Kockett, the main advisor to Alexandria-Ocasio Cortez on the Green New Deal….

 

This event is curated by Francesca Bria and Evgeny Morozov, and is brought to you by the City of Turin, the Festival of Tecnologia, Lavazza, New Institut and TopIX. Workshops are being curated by Dyne.

Conference Program

Day One: November 5th 2019

TECHNOLOGIES FOR A DECENTRALISED DIGITAL FUTURE: BUILDING THE EUROPEAN ECOSYSTEM

8.30 – 9.30

Registration and refreshments: Main chair for the day: Geoff Mulgan, Nesta

9.30 – 9.45

Welcome and opening:

  • Francesca Bria, DECODE
  • Olivier Bringer, European Commission
  • Paola Pisano, Italian Minister of Innovation
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Marco Zappalorto, Nesta
    Italia

9.45 – 10.00

Blockchains for Social Good: First results from the EU prize and related initiatives:

  • Fabrizio Sestini, European Commission

13.30 – 14.15

Panel: Blockchains, DLTs and Privacy-Enhancing Technology for the Common Good:

  • Olivier Bringer, European Commission
  • Marco Bellezza, Presidency
    of the Italian Council of Ministers
  • Denis Roio, Dyne.org
  • Irene Lopez de Vallejo, Ocean
    Protocol
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Chair: Anna Masera, La Stampa

11.00 – 11.15

The DECODE Ecosystem – Tools for Citizens’ Data Sovereignty

  • Denis Roio Dyne.org
  • Oleguer Sagarra, Dribia
  • Pablo Aragon, Eurecat

11.15 – 11.30

DLTs and Blockchain-based EU Project Pitches

11.30 – 12.00

Refreshments, networking and exploring the showcase

12.00 – 13.30

A New Deal on Data: Towards Viable Solutions:

  • Regis Chatellier, Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés
  • Maria Savona, Sussex University Lorena
  • Jaume-Palasi, Algorithm Watch Neil Lawrence, University of Sheffield
  • Mara Balestrini, Ideas for Change
  • Chair: Javier Ruiz, Open Rights Group

13.30 – 15.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

15.00 – 16.00

The Role of STARTS (Science, Tech and the Arts) for a Human-centric Digital Future

  • Holly Herndon, Musician
  • Mar Santamaria, 300000 kms (winner STARTS Prize 2019)
  • Ciro Cattuto, ISI Foundation
  • Christopher Roth, Film-maker
  • Chair: Ralph Dum, European Commission

16.00 – 17.00

Europe’s Digital Sovereignty: How Do We Get There?

  • Rob van Kranenburg, Founder of Internet of Things Council
  • Dan Hill, Vinnova
  • Andrea Fumagalli, Università di Pavia
  • Yasmine Fage, Entrepreneur Goggo Network
  • Caroline Nevejan, City of Amsterdam
  • Chair: Katja Bego, Nesta

17.00 – 18.00

Networking and exploring the showcase

18.00 – 19.30

The Evening Debate: The Future of Press Freedom

  • Jen Robinson, Human Rights Lawyer
  • Joseph Farrel, Centre for Investigative Journalism, Wikileaks Ambassador
  • Stefania Maurizi, Journalist Repubblica
  • Geoffroy de Lagasnerie, Philosopher
  • Chair: Renata Avila, Fundación Ciudadanía Inteligente

Day Two: November 6th 2019

RADICAL TECH FOR A DEMOCRATIC DIGITAL FUTURE

09.00 – 10.00

Registration and breakfast

  • Main Chair for the day: Barbara Carfagna, RAI

10.00 – 10.15

Welcoming remarks

10.15 – 10.30

Setting the Scene: Our Technological Future Beyond Techno-Nationalism and Techno- Globalism

  • Evgeny Morozov, Author

10.30 – 12.00

Democratizing Money vs. Centralizing Control: The Geopolitics of Fintech

  • Izabella Kaminska, Financial Times
  • Brett Scott, Author Hacking the Future of Money
  • Kevin Donovan, University of Edinburgh
  • Massimo Amato, Bocconi University
  • Rohan Grey, Digital Fiat Currency Institute
  • Chair: Barbara Carfagna, Journalist RAI TV

12.00 – 14.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

14.00 – 15.30

Big Tech in Crisis: Policy Responses on Competition and Data Sovereignty

  • Paul Nemitz, European Commission, DG Justice
  • Paolo Ciocca, Consob
  • Tommaso Valletti, Imperial College, Chief Economist DG Competition
  • Alexey Ivanov, Skolkovo-HSE Institute for Law and Development
  • James Meadway, Economist
  • Chair: Francesca Bria, DECODE

15.30 – 16.00

Reconquering digital sovereignty: DECODE and beyond

16.00 – 17.30

Putting Data, Platforms and AI under Democratic Control

  • Paul Mason, Journalist and Author
  • Geoff Mulgan, CEO Nesta
  • Bruce Sterling, Writer
  • Amelia Andersdotter, Article19 (former EU MEPs)
  • Juan Carlos de Martin, Nexa-Politecnico di Torino
  • Edoardo Reviglio, Chief economist Cassa Depositi e Prestiti
  • Chair: Luca De Biase, Sole 24 Ore

17.00 – 18.00

Refreshments and networking

18.00 – 19.30

Democratizing the Knowledge Economy in the Times of the Green New Deal
An interview with: Roberto Unger, Harvard University

Panelists:

  • Robert C. Hockett, Cornell University, Advisor of Alexandria Ocasio-Cortez on the Green New Deal
  • Ann Pettifor, Author of The Green New Deal
  • Brian Eno, Artist
  • Francesca Bria, DECODE
  • Evgeny Morozov, Author
  • Chair: John Thornhill, Financial Times

19.30 – 20.00

Networking

 

 

 

STORIA D’ ITALIA E IDENTITA’ ITALIANA

 

Commenti a margine del libro di Marcello Croce

MARTEDÌ 24 SETTEMBRE 2019
ORE 18:00

___________

CENTRO STUDI SAN CARLO – VIA MONTE DI PIETÀ 1 – TORINO

R.S.V.P. comunicazioni@rinascimentoeuropeo.org

 

24 Settembre, ore 18

Saluto con estremo favore la decisione dell’associazione culturale Rinascimento Europeo di presentare, il 24/9/2019, presso il Centro Studi san Carlo , il  libro “La storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce, che, per i motivi che illustro qui di seguito,  ritengo particolarmente attuale in un momento in cui la storia culturale delle nazioni europee è divenuta, finalmente, uno dei temi più caldi del dibattito politico e culturale.

Come ho avuto modo di illustrare in un precedente post e di esprimere personalmente allo stesso Autore, il libro di Croce ha, a mio avviso, fra gli altri, due fondamentali meriti: l’assenza di “partiti presi” settari, così diffusi nella storiografia attuale, e la critica, anche se solo accennata, alla concezione ristretta della storia d’Italia come storia dello Stato italiano.

Cercherò qui di inserire questa positiva valutazione nel contesto più ampio del dibattito sull’identità italiana.

1.Una storia non settaria

Ricordo che il modo in cui viene oggi affrontata la storia d’Italia (come tutte le questioni culturali con forti risvolti di attualità), è improntato a un settarismo di tipo copertamente religioso, che offusca, sotto “grandi semplificazioni”, la realtà concreta del tema in esame. La cosiddetta “memoria condivisa” non è infatti altro, a mio avviso, che un’applicazione al fatto nazionale di un generalizzato fondamentalismo nichilistico. Fra questi partiti presi di carattere settario c’è innanzitutto la svalutazione delle tradizioni intese senso generale (in questo caso, le tradizioni storiche dell’Italia) , sì che ciò che conta resterebbero soltanto “gli ultimi 5 minuti” della storia occidentale, quelli che hanno preceduto l’avvento dell’attuale sistema socio-politico. A questo settarismo fanno da contraltare alcuni settarismi minoritari e alternativi, come quelli che prendono in considerazione solo particolari fasi storiche o determinati ambiti geografici (il paganesimo, il Medioevo, la storia della borghesia o del movimento operaio, il fascismo, l’antifascismo, ecc…).

Il settarismo “mainstream” vorrebbe che siano gli Stati che fanno le nazioni, non già viceversa (tesi tra l’altro, cara già a Mussolini e di Gentile).Quindi, nel caso delle “nazioni europee”, esse sarebbero figlie degli Stati assoluti e delle conseguenti rivoluzioni liberali, non già la risultanza di processi storici di lunga durata. Nel caso dell’ Italia, essa  sarebbe stata il risultato di un processo di “nation building” dell’ intellighentija risorgimentale, proseguita dalla classe dirigente liberale, fascista e poi democratica, non già di un processo formativo iniziato con le migrazioni dell’ antico Mediterraneo, rafforzatosi con il mondo greco-romano, consolidatosi con le “guerre sociali”, rinnovatosi con il ruolo del Pontificato e le Crociate, e poi saldatosi, attraverso la cultura classicistica, con il nascente “Nation Building” risorgimentale.

Il libro di Croce prende chiaramente e coraggiosamente posizione contro questa “grande narrazione”, e descrive giustamente la storia d’Italia come un continuum, da cui non si possono in alcun modo escludere le preponderanti influenze della Romanità e del Cattolicesimo, né la vocazione ad un ruolo centrale all’ interno dell’Europa. Più in generale, “ci si trova di fronte a un modello di “storia totale”, che va dall’analisi delle vicende politiche, vero asse portante della narrazione, agli aspetti di natura economica, dallo scenario internazionale all’attenta lettura dei fenomeni di costume e culturali, dalla originale analisi del ruolo della Chiesa nella storia italiana agli aspetti più politologici quali la trasformazione, fino al loro annullamento, dei concetti di rappresentanza politica e di sovranità nazionale”.

Dunque, prima  conclusione da trarsi dal libro: la storia d’Italia non si riduce alla storia dell’ Italia Unita. Seconda: la storia d’Italia non è concepibile senza la storia dell’ Europa.

2.Critica e rinascita delle identità

L’approccio settario alla storia delle nazioni europee è legato alla missione, che buona parte degl’intellettuali si sono auto-attribuiti, di decostruire le (obiettivamente lacunose) narrazioni ufficiali circa l’ identità europea. Dibattito che giustamente non si è mai sopito, tanto che esso, per la casa editrice Alpina e per l Associazione Culturale Diàlexis, costituisce addirittura  il cuore dell’attività e dell’ impegno civile.

Un esempio di questo decostruzionismo a senso unico  (Einaudi, 2019) è costituito dal recente libro di Cristian Raimo “Contro l’ Identità Italiana”, incentrato sulla vecchia critica di principio a tutte le identità, in quanto foriere di nefaste conseguenze sociali, che ha avuto ampio corso nella saggistica di fine ‘900. Non per nulla, Raimo si riallaccia alle varie opere di Remotti su questo tema (che per altro, a mio avviso, nonostante i loro titoli, non hanno certo distrutto la realtà e l’utilità delle identità, bensì ne hanno solo precisato meglio il senso).Attraverso queste e simili vie, per altro assai tortuose (le “enge Gassen” di Nietzsche), ci si sta fortunatamente avvicinando al nocciolo di problemi, da cui, nel Secondo Dopoguerra, eravamo rimasti abissalmente lontani; ho tuttavia  il timore che questo processo tortuoso di avvicinamento proceda troppo a rilento rispetto ai ritmi e alle esigenze della storia contemporanea.

Alla fine, i pretesi  “anti-identitari”non negano affatto il concetto di identità, ma tentano solo di temperarlo, per esempio, con quello di “simiglianze”. Il che è assolutamente appropriato, ma insufficiente. Ad esempio, Raimo giunge, dopo una meritoria carrellata attraverso la letteratura (oramai vastissima) circa l’identità italiana, alla conclusione (giusta ma generica), che condivide con l’ultimo Remotti, che il difetto fondamentale dell’idea di “identità” che si è diffusa in recentemente sia ch’essa è troppo rigida (“essenzialistica”, come si dice), e non possa , per questo, cogliere le sfumature. Ma questo, più che un difetto dell’identità, è un difetto della civiltà occidentale nel suo complesso, che non è capace della polisemicità, per esempio, della lingua Cinese, unica in grado di esprimere in modo sintetico, proprio perché impreciso, la complessità della realtà, tanto che le frasi di Confucio possono restare attuali dopo 2500 anni, perché indeterminate (e quindi generalissime). Del resto, l’inventore della “Logica Fuzzy” era un  persiano ( Lotfi Zadeh), che aveva tentato di rendere questa indeterminatezza in Inglese, e perfino nel linguaggio informatico, ma, esprimendosi in lingue indoeuropee, si era trovato in seria difficoltà (Bart Kosko, Il Fuzzy-pensiero, Teoria e applicazioni della logica fuzzy; Baldini e Castoldi,1993).

Al di là della questione della lingua, è chiaro che esprimere realtà umane con la logica matematica (“identità” significherebbe “A =A”),è impossibile, anche se oggi si cerca di creare dei “sistemi neurali” che imitino l’uomo al 100%. Infatti, l’uomo è per definizione, come dice Gehlen, l’”animale imperfetto”, che è se stesso proprio perché “erra”, e, “errando” crea sempre qualcosa di nuovo (come scriveva Goethe, “es irrt der Mensch solange er strebt”).

3.Identità personali e identità collettive

Tornando alle identità collettive, il fatto stesso che tutti oggi si affannino a studiarle (la “hindutva”, l’”americanismo”, l’”identità cristiana”,la “cultura gesuitica”, l’”identità europea”, lo “European Way of Life”, il “Russkyj Mir”, l’”identité nationale”, l’” italianità”, l’ “identità padana”, la “napoletanità”, lo “spirito sabaudo”,l’”identità della sinistra”…).,  costituisce la dimostrazione che esse oggi costituiscono una forza motrice della cultura, della politica e persino dell’economia, e, anzi, più la tecnocrazia, la cultura e la politica si  sforzano di  cancellarle attraverso l’informatica, la globalizzazione, l’omologazione e il livellamento, più cresce il bisogno di attaccarsi alla propria identità, personale o collettiva che sia.

Contrariamente a quanto normalmente si afferma, queste due identità non sono infatti contrapposte, bensì complementari. L’identità personale nasce dall’ ovvia considerazione che la coscienza individuale è l’evidente fonte primaria di ogni percezione del mondo, sicché attraverso di essa l’uomo  ritrova il mondo intero, e dà a questo una forma. L’identità personale non avrebbe contenuto se non fosse “riempita” dal mondo esterno. Dall’interazione fra il soggetto e la “parte umana” del “mondo esterno” nasce il “linguaggio”, e questo è, a sua volta, il modo in cui si riordina la realtà inorganica della coscienza individuale. La forma specifica di ordine che l’interazione con il mondo esterno imprime alla coscienza individuale costituisce l’”identità collettiva”, che unisce la coscienza individuale al mondo umano. Quest’ultimo è, a sua volta, variegato, e, perciò, “poliedrico”. La persona umana interagisce con modalità varie con parti diverse del “mondo umano”. Queste interazioni sono le diverse identità collettive a cui l’uomo partecipa. Il fatto ch’esse siano tante, e su tanti piani diversi, non significa certo ch’esse non esistano.

4.Storia italiana e storia europea.

Come emerge chiaramente dal libro di Croce, per comprendere la storia dell’Italia Unita occorre situarla, dunque, all’ interno della storia dell’identità italiana quale prodotto del ruolo unico che l’Italia ebbe nella Romanità e che ancora ha nella Chiesa e in Europa. La nascita dell’Italia quale Stato unitario è parallela almeno a quella della Germania, anch’essa già parte centrale del Sacro Romano Impero, dove essa rivestiva un ruolo di leadership laica, mentre all’ Italia spettava quella ecclesiastica. Anche il declino di quei due Stati nazionali è stato parallelo, in quanto i due Paesi, alleati nella Seconda Guerra Mondiale, hanno “bruciato” entrambi, nei rispettivi  esiti totalitari, un esperimento di sintesi fra tradizioni e modernità che andava comunque tentato. Sotto questo punto di vista, la grande narrazione junghiana e spinelliana della guerra come catarsi del nazionalismo regge ancora, purché venga letta in modo ben più profondo di quanto non facciano le attuali “retoriche dell’idea di Europa”. Lo scacco ai nazionalismi europei è la dimostrazione palmare dell’insostenibilità, nella modernità, ma ancor più nella postmodernità,  degli Stati “piccolo-nazionali”, che non possono “tecnicamente” neppure  essere dilatati ad libitum fino a fonderli in un nuovo imperialismo europeo. Infatti, per la loro stessa, natura, essi hanno rifiutano un significato, ma anche un’ambizione, universale (“Mediterraneo contro spirito nordico….”). Perciò, essi non sono stati capaci allora, né, a fortiori, sono capaci oggi, di esprimere una forma sensata di “missione delle nazioni”. Questo perché hanno interiorizzato la narrazione “occidentale” in cui le nazioni avrebbero costituito una tappa necessaria sulla via del “progresso”(Herder, Fichte, Mickiewicz, Mazzini). Ma, come oramai la maggioranza dei commentatori ha potuto constatare, non stiamo andando verso il progresso, bensì addirittura  verso la fine dell’umano (Horckheimer e Adorno, Dialektik der Aufklaerung, Querido, 1948;Pierre-André TaguieffTaguieff, Le sens du progrès, Flammarion,2004).

Oggi, la missione delle nazioni, o, meglio, dei vecchi e nuovi imperi subcontinentali, è quella di porre sotto controllo il “progresso”. L’Europa, data la sua tradizione umanistica, e ancor più l’Italia, proprio per quell’”arrière-pensée” antimoderno di cui tutti la incolpano , costituisce forse, ancor più che la stessa Russia (che pure se ne dichiara oggi la rappresentante), il vero Katèchon, quello capace di domare l’espansione senza limiti del Complesso Informatico-Militare.

Ma, per poter fare ciò, l’Italia deve liberarsi di una zavorra oramai insopportabile di luoghi comuni, di diktat culturali e di tabù, che ne paralizzano le energie in tutti campi, con operazioni culturali intelligenti e coraggiose come il libro di Croce.

 

 

HUAWEI E EUROPA : ACQUISTIAMO LA TECNOLOGIA DEi 5G PER UN’AGENZIA DIGITALE EUROPEA!

L’Olivetti ELEA , il primo personal, era italiano, e fu progettato dall’ italo-cinese Mario Chou.

Il nuovo campus della Huawei, a Dong Guang, e al centro della nascente città metropolitana sul Fiume delle Perle, grande come la Germania,  ospiterà gli Enti centrali del gruppo Huawei. Esso consiste delle riproduzioni integrali a grandezza naturale dei centri storici di 12 città europee, scelte in  modo non banale ed evitando le localizzazioni più commercializzate, come la Torre di Pisa o Piazza San Marco, e andando  invece  alla ricerca di perle nascoste della cultura europea, da Verona al castello di Heidelberg, fino all’ Alhambra di Granada (e inoltr Parigi, la Borgogna, Friburgo, Cesky Krumlov, Budapest…), che spesso neppure gli Europei conoscono.Questa “città ideale” costruita sui modelli di Pienza, Sabbioneta, Palmanova, Zamosc e San Pietroburgo, costituisce di per sé una ben congegnata provocazione nei confronti dell’inesistenza , a oggi, di una cultura europea dell’informatica.

Essa costituisce anche l’ esempio più recente dello spirito con cui la Cina, o parte di essa, sta affrontando le sfide della post-modernità è chiaramente tradizionale, o, per usare un termine più appropriato, “assiale” (cioè dell’era delle grandi civiltà, cfr. Jaspers, Eisenstadt, Cojève, Assmann). Questo è reso evidente dalle citazioni sempre più ossessive delle antichità cinesi ed europee. A partire dall’esercito di terracotta e dalla Grande Muraglia, senza parlare del movimento Hanfu, per giungere alla frenesia con cui vengono clonati un po’ ovunque tutti i monumenti dell’Occidente, con un’attenzione e una cura che in Europa certamente non abbiamo.

Mario Chou era stato segnalato a Olivetti da Enrico Fermi

1.L’offerta di Reng Zhenfei

Anche l’offerta di Reng Zhenfei, Amministratore delegato della Huawei, di vendere  (o, più precisamente, di licenziare), a un concorrente estero la sua tecnologia, rientra certamente in quello spirito “perennialista”. Secondo l’“arte della guerra” di Sun Zu, l’obiettivo di un condottiero è quello di “conquistare il Tian Xia senza uccidere nessuno”. Già in questo possiamo apprezzare la differenza con Google. Infatti, nell’ opera “The New Digital Age”, due membri del Consiglio di Amministrazione di Google, Schmidt e Cohen, raccontavano di aver elaborato insieme, nella Baghdad distrutta dalle bombe americane, la nuova strategia di Google, che sarebbe quella di “sostituire la Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo”. Pare che anche…avrebbe incitato i suoi azionisti-soci-collaboratori a muovere alla conquista del mondo, però non ha associato questa conquista ad una strategia bellica.

Si è detto che anche Ren avrebbe esortato i propri azionisti-collaboratori a marciare alla conquista del mondo. Tuttavia, non ha legato questo programma a un programma militare o ideologico, ma, a quanto pare, a una visione culturale.

In un certo senso, ha ragione il Presidente Trump nel ritenere che l’attuale “sorpasso” della Cina sugli Stati Uniti nei campi economico e tecnologico, sia dovuto all’ abilità dei Cinesi nel copiare l’Occidente. Infatti, tutte le civiltà che hanno progredito e vinto hanno copiato massicciamente quelle precedenti (Babilonia, l’ Assiria, la Persia, la Macedonia, Roma…). Tutti i Paesi extra-europei (America, Russia, Turchia, Giappone, India), a partire dal colonialismo, hanno copiato massicciamente l’Europa, a cominciare dalla religione (il Brahmo-Samaj, i Bahai, i Taiping), per passare all’ ideologia (il nazionalismo, la monarchia, il liberalismo, il marxismo, il fascismo), e continuare con l’ economia (libero mercato, socialismo), fino alla tecnologia (informatica, alta velocità, ecologia, spazio). Se questo è un “furto”, esso è costitutivo dell’idea stessa di “storia”, e gli Stati Uniti sono il caso più flagrante di “furto”, avendo “rubato” la terra agl’Indiani, la libertà agli Africani, il territorio agli Europei, le idee a Inglesi e Iberici, la cultura e la tecnologia a Tedeschi ed Ebrei…

L’idea di una “Nuova Europa” in Cina rappresenta una risposta alle idee di Hegel sulla “Fine della Storia”in Europa e a quelle dei Neo-hegeliani  circa l’ America quale “vera” fine della Storia. Se lo Spirito del Mondo segue il corso del sole verso Occidente,. Allora, esso, dopo l’ America, illuminerà nuovamnte la Cina (e l’ Eurasia).

Adriano Olivetti, l’imprenditore piemontese che realizzò l’ELEA

2.La lotta fra Trump per frenare la Cina

Comunque, nessuno aveva mai spinto quella tendenza emulatoria così   avanti come ha fatto la Cina degli ultimi 30 anni, giungendo addirittura a emulare la stessa ragion d’essere occulta della modernità occidentale, la rivoluzione delle macchine intelligenti.  Se la Cina riesce là dove l’America non può arrivare è perché la Cina, da sola, racchiude in sé, sotto un’unica guida, un universo grande quanto l’intero Occidente, un universo in cui  coesistono le più avanzate tecnologie e società ancora primitive, una vasta borghesia colta e un vastissimo sottoproletariato, un grande ceto medio burocratico e manageriale e una miriade di piccole e medie imprese: l’”unità nella diversità”, tanto esaltata da tutti, ma che non può essere realizzata là dove c’è invece una grande omogeneità. La Cina ha potuto così giocare su tutti i tavoli, dal comunismo di guerra al laissez-faire più sfrenato, dallo stalinismo alla finanza internazionale, dal libero mercato al “keynesismo militare”. Essa continua a poter mobilitare in modo differenziato centinaia di milioni di migranti e di funzionari, d’imprenditori e di professionisti, su tutti gli scacchieri e su tutti i varabili scenari economici mondiali (dalla guerra fredda alla lotta al sottosviluppo, dalle delocalizzazioni alla rivoluzione digitale…).In questo modo, essa è riuscita fino ad ora ad evitare l’”impasse” di una linea di sviluppo monocorde, sia essa la programmazione sovietica o il neo-liberismo anglo-americano.

Trump , avendo abbandonato (finalmente) l’ipocrisia dei presidenti precedenti, ha anche le sue ragioni, in quanto difensore degli Stati Uniti, nel tentare palesemente di arginare questa tumultuosa crescita della Cina, ma ne è ostacolato dalle limitate dimensioni del suo Paese e dai seppur modesti “check and balances” che, in Occidente, limitano ancora la sua libertà di manovra, a cominciare dall’ esistenza dell’ Unione Europea (ch’egli considera infatti come la sua peggiore nemica). Non per nulla egli sta facendo di tutto per imitare la Cina, a cominciare dalla concentrazione del potere sulla sua persona e dal tentativo di ridurre ulteriormente i margini di manovra degli Europei. E’ anche normale, nell’ottica della lotta fra grandi potenze, che la crescita della Cina e il conseguente benessere del resto del mondo vengano in qualche modo frenati dall’ azione di Trump, ma non è probabile un suo sostanzioso successo.

Sono, infatti, 4000 anni che l’ Oriente trasferisce tecnologia in Occidente (agricoltura, scrittura, papiro, porpora, strategia, seta, porcellana, vetro, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), come 500 che l’Occidente ritrasferisce la tecnologia in Oriente (cannoni, motori a vapore e a scoppio, giornali, automobili, radio, cinema, energia atomica, televisione, spazio, informatica).Vi è cioè una sorta di “principio dei vasi comunicanti”. Il tipo di rapporto contrattuale potrà variare ad libitum, ma, nella sostanza, non è (ancora) ammissibile, fintantoché le Macchine Intelligenti non imponessero un proprio impero mondiale, che esista nel mondo un unico fornitore dei beni più essenziali. Una situazione del genere sfocerebbe senz’altro in una guerra per l’appropriazione “manu militari” delle nuove tecnologie.La Cina ha già sventato un siffatto colpo di mano da parte di Google, Microsoft, Apple, Facebook e Amazon, resistendo alle spinte disgregatrici sullev sue province periferiche e creando, come ha fatto, omologhi cinesi per le “Big Fives” (Baidoo, Alibaba, Tencent).

 

Mario Chou con Adriano Olivetti

3.Fine del monopolio della Silicon Valley

Avendo costituito un’ alternativa alla Silicon Valley, la Cina sta offrendo al resto del mondo l’opportunità di una reale concorrenza, creando due ecosistemi digitali paralleli, non limitati al territorio di ciascun blocco, bensì a livello mondiale. Una concorrenza che, paradossalmente, costituisce una delle rivendicazioni tradizionali  delle retoriche del libero mercato, e una delle basi delle politiche della concorrenza, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa.A tutela della quale non si era esitato, neln XX Secolo,  ad emettere i cosiddetti “orders to divest” contro la Standard Oil, la SKF e la General Electric. Orbene, visto che nessuno nel mondo ha oggi più il coraggio di emettere un “order to divest” (giustificato quant’altri mai) nei confronti delle Big Five, perché queste dispongono ovunque di un potere assoluto, , è lo stesso Ren  a emettere  (contro se stesso) un “oder to divest”, dando, così, un esempio che potrà avere un impatto dirompente in tutto il mondo. Se la Huawei si è sentita obbligata a spezzare il proprio stesso monopolio, perché non dovrebbero farlo anche le Big Five?

In questo scenario, si capisce anche che è impossibile impedire che le tecnologie sviluppate in Cina possano essere applicate nel resto del mondo, anche se ciò costituisce un vulnus inaccettabile al dogma hegeliano e weberiano che lo sviluppo economico della modernità è una conseguenza diretta e inscindibile della rivoluzione puritana (americana).Questo dogma, invocato a suo tempo da Marx a giustificazione dello schiavismo in America  e da Rostow per la sua “teoria dello sviluppo”, costituisce il motore occulto della potenza americana, così come la teologia costituiva, per Benjamin, la forza occulta del Marxismo.S e cadesse questo dogma, si sfalderebbero non solo l’Occidente, ma la modernità, e gli stessi Stati Uniti.

La famiglia Chou

4.La mossa di Huawei

In questo breve lasso di tempo, sono state formulate, sulla mossa cinese,  le ipotesi più svariate, per lo più ispirate a immarcescibili  pregiudizi anticinesi, soprattutto quella che si tratterebbe solo di una mossa tattica, di un trucco, oppure che essa sarebbe la prova  che la Huawei è disperata per non poter più vendere abbastanza telefonini e materiale logistico in Occidente.

La verità è che la vita stessa delle tecnologie moderne è fondata sulla contrattualistica della proprietà industriale : nessuno è mai riuscito a sfruttare per sempre un’invenzione in regime di monopolio; da sempre ci sono stati l’”esaurimento dei diritti” , il “trickle down effect”, le licenze, i trasferimenti di know-how. Questi trasferimenti per via contrattuale e commerciale hanno costituito da sempre la forma fisiologica delle collaborazioni tecnologiche internazionali, anche se non sono sconosciuti casi “patologici” di trasferimento forzoso di tecnologia, come quello realizzato manu militari dopo la Seconda Guerra Mondiale, arrestando e trasferendo a forza von Braun e Antonov. La Cina sta cercando proprio di evitare che si arrivi a tentativi di questo tipo.

Inoltre, le trasformazioni in corso nell’economia mondiale sono così rapide, che il ruolo della Cina , in quanto parte oramai centrale di questa economia, è condannata a mutare continuamente. Ciò che era vero fino a ieri non lo è più oggi. Se, per volontà  delle multinazionali americane, che, negli Anni 90 vi avevano delocalizzato il grosso delle loro produzioni, essa era divenuta la “manifattura del mondo”, oggi essa  sta diventando, sempre in simbiosi con gli ambienti economici occidentali, il “cervello del mondo”. In questa situazione, non è essenziale produrre in Cina, ma neanche all’ interno dell’universo Huawei, tutto il materiale telefonico. L’importante è controllare la filiera internazionale, per imporsi quale partner qualificato di coloro che vi operano. Così come fanno Google, Facebook, Amazon e Alibaba, che in pratica gestiscono le attività di altri.

La licenza della tecnologia 5G, per quanto offerta nei termini più liberali, non arresterà dunque l’“intellectual leadership”di Huawei, la cui forza consiste proprio nell’innovazione continua. Il campus” di Dong Guan servirà proprio per coltivare innovazione per tutto il mondo. Il fatto che esso sia costruito “copiando” le roccaforti della cultura europea (e non di quella americana, russa, islamica o indiana), dimostra che il modello e il partner elettivo di questi sviluppi è l’Europa. Questo per due motivi, l’uno storico, perché DA QIN ha costituito da sempre il polo speculare delle Vie della Seta, al quale la Cina ha guardato sin dal tempo degli Han Anteriori, e l’altro, geopolitico, perché l’Europa è, oggi, speculare e quindi complementare nei campi culturale, politico, tecnologico ed economico, alla Cina.

Il Minitel, il primo Internet, era europeo

5.Sfidiamo l’arretratezza culturale e tecnologica dell’ Europa

Dal punto di vista tecnologico, l’Europa appare, all’alba della Società delle Macchine Intelligenti, come un paese sottosviluppato:
“Se è vero che l’ Europa ha nel commercio extra-UE un saldo positivo dell’industria manifatturiera nel suo complesso, registra però un deficit nei prodotti ad alta intensità tecnologica. Nel 2015, il disavanzo europeo è stato di 63,5 miliardi di euro, soprattutto verso la Cina, ma non solo: anche Stati Uniti, Corea, Giappone e persino Vietnam e Thailandia hanno segnato un più nello scambio di prodotti high tech con l’ Unione Europea….”(Francesca e Luca Balestrieri, “Guerra Digitale”). Come scrivono gli autori citati, “La discontinuità che segna l’inizio della seconda fase della rivoluzione digitale offrirebbe sulla carta all’ Europa l’opportunità di un cambio di marcia: nel nuovo mix di tecnologie convergenti, l’eccellenza europea in settori come la robotica, l’automazione e -in generale -la manifattura 4.0 potrebbe portare alla nascita di nuovi campioni globali, questa volta radicati in Europa. Il fattore critico è però la capacità di elaborare un’efficace politica industriale a dimensione europea. “

L’assenza dell’ Europa dai settori di punta delle nuove tecnologie deriva dall’ assenza di un ambiente geopolitico ed intellettuale complessivamente favorevole (di innovatori motivati e all’ avanguardia come a suo tempo von Braun,Turing, Olivetti, Chou, o, in America, Wiener, von Neumann, Esfandiari, Kurzweil…; d’ iniziative come quelle del Minitel e di Programma 101; di un  centro decisionale militare autonomo come il DARPA americano, che finanzia l’industria digitale in quanto tipicamente “duale”; di reti d’intelligence capaci d’impedire il furto delle tecnologie).Forse anche da accordi segreti con l’ America.

Tuttavia, se, nel XX° secolo, i Paesi europei potevano ancora sperare di mantenere il loro “European life style” restando dei semplici “followers” dell’ America, essi non possono più nutrire questa speranza dopo l’avvento dell’ economia digitale, dominata dalla Silicon Valley, da Dong Guan, Xiong’an, Bangalore, dai providers di Internet, dai Big Data, dai computers quantici e dai 5G.

In Europa non si è ancora capito che le società attuali hanno oramai abbandonato, non solo  le logiche della società assiale, ma anche quelle della Modernità, fondate su religione, umanesimo, razionalità, diritto, personalità, libertà, Stato, industria, società. Oggi, quegli elementi sono oramai stati sostituiti dall’ informatica, dal macchinismo, dai “big data”, dall’”hair trigger alert”, dai “social media”, dalle “Big Five”, dall’uomo virtuale. Chi non è in grado di padroneggiare questo complesso mondo mondo decade rapidamente a suddito, a cavia, a mero reperto archeologico da cui ricavare le nuove realtà (come il campo di Dong Huang).

Oggi, USA, Cina, Russia, India, Israele, Iran, hanno i loro Big Data, i loro sistemi di intelligence, i loro guru dell’ informatica, le loro OTTs, ecc…Noi no. Per questo abbiamo già perduto ogni rilevanza geopolitica e stiamo perdendo addirittura la capacità di sopravvivere economicamente e culturalmente.

Uscire da questa spirale discendente richiede una scossa culturale e nuove tecnologie. Ambedue le cose potrebbero venirci da Dong Guan: da un lato, il rilancio dell’orgoglio di appartenere a “Da Qin”, l’altro grande polo, insieme all’ Asia, della civiltà umana, e, dall’ altro,  l’utilizzo delle tecnologie 5G, che rappresentano l’informatica del futuro. Per tutte e due queste cose, abbiamo bisogno della Cina.

Come scrivono Francesca e Luca Balestrieri, “Nello scenario dei prossimi anni vi sono dunque troppe variabili perché si debba considerare il bipolarismo come un destino, in cui restare schiacciati nella logica della nuova guerra fredda: anche se al momento la scena è occupata da Stati Uniti e Cina, la seconda fase della rivoluzione digitale è tuttora aperta a una possibile più larga distribuzione del potere industriale e a più complessi assetti geopolitici”.

Con quest’obiettivo e con questa strategia, l’Europa dovrebbe organizzare un pacchetto negoziale con Huawei, a cui possano partecipare, ma non solo, le multinazionali europee dell’informatica, ma anche altri soggetti, primo fra i quali l’Unione Europea, addirittura in quanto tale. Non si vede perché, come esiste un’Agenzia Spaziale Europea, non possa esistere anche un’ Agenzia Digitale Europea, la quale si ponga, direttamente o attraverso società-veicolo (come Arianespace), come attore sul mercato dei prodotti e servizi digitali, acquisendo tecnologia di punta là dove essa è disponibile e creando le nuove (oggi inesistenti) classi dirigenti della società digitale europea, così come, per la progettazione del “Programma 101”, l’Ing. Olivetti aveva reclutato (su raccomandazione di Enrico Fermi) ,l’italo-cinese Ing. Chou.

Dopo trent’anni di delusioni dalle retoriche neo-liberistiche e post-umanistiche, sta prendendo piede ovunque un atteggiamento altamente interventistico delle Grandi Potenze nei confronti dell’ universo digitale, sulla falsariga del DARPA americano e del Comitato cinese per l’Unificazione del Civile e del Militare. Orbene, se di questo hanno bisogno addirittura le due Grandi Potenze che si contendono il controllo tecnologico del mondo, figuriamoci se non ne abbiamo bisogno noi Europei, ormai ridotti a dei “primitivi digitali” a causa del più spettacolare “fallimento del mercato” che la storia ricordi!

Anche noi dobbiamo costruire il nostro campus umanistico-digitale, comprendente e le migliori tradizioni di tutte le fasi della storia europea, e un’antologia selettiva di tutte le culture del mondo.

LA “STORIA” DI MARCELLO CROCE: UN MODELLO ECCELLENTE E UNO STIMOLO ALL’ APPROFONDIMENTO

La “Giovine Europa” di Mazzini

Con il precedente post in questo sito, avevo avuto l’occasione di formulare una serie di commenti sull’articolo di Franco Cardini del 9 maggio sulla questione del perchè serve oggi scrivere di storia.

Ora, avendo avuto l’occasione di rileggere attentamente, durante una breve vacanza, la Storia dell’Italia Unita di Marcello Croce, pubblicata dalla Casa Editrice ITACA, vorrei soffermarmi a considerare in base a un esempio concreto come si possa oggi scrivere appropriatamente di storia. In particolare, trattandosi di una storia d’Italia, mi sembra che possano e debbano applicarsi i criteri tipici della storia particolare e popolare, che ha una sua logica, politica e divulgativa, non già quelli della storia universale ed accademica.

Ricordo che, nel precedente post, affermavo che la storia “popolare” dovrebbe essere, oggi, essenzialmente subcontinentale e volta alla formazione di un’opinione pubblica su base territoriale, attraverso il sistema culturale ed educativo ed attraverso i media. Questi requisiti sono soddisfatti, almeno parzialmente, dalla Storia d’Italia di Croce, la quale, pur nella sua programmatica auto-delimitazione alla storia della Penisola, di fatto inserisce brillantemente quest’ultima nella storia europea, facendo leva su  quella che è proprio la caratteristica specifica della “nazione” italiana: l’essere essa sede della Chiesa di Roma, e, quindi, qualcosa che ha trasceso sempre, da un lato, il fatto territoriale, e, dall’ altro, l’orizzonte temporale delle nazioni “moderne”.

La struttura dell’ Italia

è stata inventata da Augusto

1.Alla storia d’Italia “sta stretta” la Modernità

La nascita, lo sviluppo e la dissoluzione dell’Italia in quanto “nazione moderna” non coincide perciò con la vicenda della realtà “Italia, la quale, per esempio, già per Dante si sarebbe dovuta riferire già all’immigrazione troiana, e che, per i Romani, nasceva comunque con la Guerra Sociale e la concessione della cittadinanza romana a tutta la Penisola, che diventava, così, “il Giardin dell’Impero”, cioè la provincia dominante, come erano state l’Eranshahr per i Persiani e il Zhongguo per i Cinesi.

E, in effetti, durante l’intero arco della storia premoderna, i popoli extraeuropei identificarono Roma, l’Italia, l’Europa, l’Impero e il Cristianesimo (he Basileia ton Rhomaion; Rum; Rum Millet; Hromaig; Da Qin…).

Dunque, l’Italia “nazione moderna” come tentativo sempre esperito e sempre frustrato. Nel ripercorrere le tappe di questa vicenda, l’Autore segue le pieghe anche più segrete del pensiero politico e delle vicende storiche italiane, mettendo a nudo, “sine ira et studio” le molte aree oscure della storiografia ufficiale: dalle radici pre-moderne di tutti i grandi problemi dell’ Italia (rapporto Stato-Chiesa, regioni- Italia, Italia-Europa, sovranità-universalità), alle contiguità fra risorgimento, fascismo e antifascismo, alla costruzione dell’ideologia “occidentale” contemporanea.

L’analisi, originalissima, nonostante la sua meticolosità e le dimensioni notevoli del libro (quattrocento pagine circa), non può ovviamente andare fino in fondo a ciascuno dei temi evidenziati, relativamente ai quali non vi sono state fino a qui adeguate ricerche, come per esempio:

a)i possibili sbocchi e prospettive del progetto neoguelfo di federazione italiana;

b)la contiguità fra le diverse anime del fascismo e i singoli filoni della cultura politica italiana (neoguelfismo, liberalismo, mazzinianesimo, socialismo, azionismo);

c)le modalità concrete dell’esercizio sotterraneo della sovranità sull’Italia (condominio) da parte degli Stati Uniti e, parzialmente, dell’Unione Sovietica.

Boleslaw Piasecki, fra fascismo e  stalinismo

2.Storia d’Italia e storia europea.

Come detto sopra, anche in relazione con il precedente post, a mio avviso, la storia “divulgativa”, per l’insegnamento, anche superiore, e per il pubblico colto, dovrebbe avere un respiro almeno europeo. Questo vale anche per le storie nazionale, regionale, e, perfino, locale.

Il libro di Croce soddisfa egregiamente questa condizione, in quanto mette opportunamente in relazione le vicende italiane con il mondo circostante, in particolare con quelle del mondo atlantico e protestante, con la rivoluzione sovietica, con gli Alleati, durante e dopo la II Guerra Mondiale.

Certo, anche sotto questo punto di vista, non mancano  gli spunti per  ulteriori approfondimenti, come, per esempio:

a)la connessione fra le idee mazziniane e giobertiane della “missione delle nazioni” e i discorsi paralleli svolti da Fichte, Herder e Hegel;

b)il fascismo come fatto prioritariamente italiano, ma anche e soprattutto pan-europeo;

c)la relazione tutt’altro che pacifica fra il federalismo europeo di marca italiana e il funzionalismo francese, tedesco e perfino inglese;

d)la sostanziale connivenza fra URSS e America nella gestione dell’Europa di Yalta;

e)le carenze del sistema economico  della I Repubblica rispetto al contemporaneo “capitalismo renano”.

Saremmo lieti di poter sostenere uno sforzo ulteriore di approfondimenti su questi temi prendendo spunto, appunto, dall’ opera di Croce, a cui va comunque il nostro riconoscimento per lo sforzo compiuto nell’ interesse di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUALI STORIE PER IL XXI SECOLO? RISPOSTA A FRANCO CARDINI

L'”ipotesi dei Kurgan”

Commento, seppure in ritardo, il post del 9 giugno, di Franco Cardini (http://francocardini.it, che a sua volta rimanda a MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA? . ) dedicato alla questione “A che serve la storia?”- questione che, dal mio punto di vista (non di storico, ma di cittadino ed editore), costituisce un  necessario punto di partenza per ri-fondare una, oggi latitante, cultura europea-.

Per rispondere a quella domanda, occorre, a mio avviso, innanzitutto “porsi nella testa” dei fruitori della storia stessa,ma, prima ancora, definire quali siano i fruitori presi in considerazione per ciascun tipo di opera storica. Infatti, che la storia abbia mutato continuamente, nel tempo, il proprio angolo di visuale, deriva innanzitutto dal fatto ch’essa è stata scritta, di volta in volta, giustamente per rispondere alle esigenze di soggetti diversi: una dinastia, una casta sacerdotale, un’élite cittadina, un impero, una Chiesa, un regno, una nazione, una classe, un partito, una lobby. Oggi, il prof. Cardini  si riferisce alla costruzione di una “nuova società civile” internazionale. Ma siamo sicuri che anche oggi non sia più necessario che mai, se si vuole conseguire un qualche risultato concreto(storiografico e sociale), rivolgersi in modo differenziato almeno a due gruppi sociali distinti: da un lato, una ristretta élite colta, che è oggi più che mai “parte attiva” nella creazione di cultura, e, dall’ altra, un “ceto medio” (o meglio, ai diversi “ceti medi”, americano, europeo, medio-orientale, indiano, cinese), fruitore della cultura creata dall’ élite di cui sopra (quella che Cardini  chiama “onesta divulgazione”)? Il tipo di storia che si richiede ai due livelli è, infatti, a mio avviso, anch’esso differenziato. Credo infatti, in controtendenza rispetto alle retoriche dominanti che  la confusione fra cultura alta e cultura bassa, che si manifesta nella nuova categoria del “midbrow”, costituisca una delle ragioni fondamentali dell’inefficacia, a oggi, di qualunque forma di pensiero, perché nessuno viene posto, in tal modo, in grado  di esprimere ciò di cui sarebbe veramente capace.

Lingue e storie colte e popolari

1.Storia colta e storia popolare

Così come ci sono una lingua colta e una lingua popolare (cfr. “Es patrìda gaian”), ci sono  infatti a mio avviso una storia come scienza, destinata alle élites accademiche internazionali, e una storia come forma di educazione popolare e di formazione politica, che ha, invece, un carattere “locale” (oggi, sub-continentale). Un esempio di biforcazione fra storia elevata di carattere universale e storie locali può essere dato dalla distinzione fra la riflessione storico-teologica, di carattere universale, che ha caratterizzato tradizionalmente tutte le Chiese, e le grandi narrazioni “nazionali”, per definizione etnocentriche, tipiche delle scuole “nazionali”, soprattutto moderne.

A mio avviso, il carattere “locale” non può/deve oggi manifestarsi più a livello “nazionale”, bensì a quello delle “nazioni civiltà”(per dirla alla cinese), come gli USA,  l’India, la Cina e l’Europa. La frase “la Cina è uno Stato-civiltà” apre normalmente i libri di scuola nella Repubblica cinese.

Anche nel caso del nostro sub-continente, nonostante che, da parte di molti, si asserisca che un’identità europea non esiste, poi di fatto l’”establishment” europeo cerca incessantemente d’imporre, nel discorso pubblico, nei media e nelle scuole, una visione del mondo monolitica (il “patriottismo della costituzione”), ch’essa pretende essere universale, ma, invece, nei fatti, è solamente europea (o meglio, atlantica), e di cui poi, di nuovo contraddittoriamente, l’ establishment europeo si vanta come se fosse sua propria (i cosiddetti “nostri valori”). Un “pensiero unico” così contraddittorio che pretende di comprendere la critica dell’obiettivismo e l’esaltazione del metodo scientifico, la fine delle grandi narrazioni e la religione del progresso, la santificazione dell’Occidente e la pretesa multiculturale…A causa di queste sue contraddizioni, essa non è in grado di fungere, né da storia universale e scientifica, né da “grande narrazione” dell’Identità Europea. Uno dei principali obiettivi del dibattito sulla storia dev’essere appunto la negazione dell’idea che la storia di un subcontinente possa identificarsi con una sola narrazione esclusivistica.

Nel decidere sul modo di fare storia, si compie comunque, che lo si voglia o no, un’operazione eminentemente politica: un passo importante nella definizione della struttura di potere che si vorrebbe domini nella successiva fase storica, perché con essa innanzitutto si formano le élites, e, in secondo luogo, si influenzano i popoli. Oggi, nel 2019, le nuove élites mondiali, per potersi orientare nelle questioni radicali poste dalla prospettiva della “singularity”, perseguita dalle multinazionali dell’informatica, hanno bisogno di una nuova cultura (etica, teologica, filosofica, scientifica, politica, economica), molto ampia. Questo tipo di storia è chiamata a contribuire a rispondere a una precisa, impegnativa, domanda: come gestire il mondo globalizzato nella fase di transizione verso le macchine intelligenti? Essa non può pertanto essere scritta prescindendo da una domanda sul senso della tecnica nella vicenda dell’ Umanità. Inoltre, affinché ci possa essere un dibattito significativo nell’ ambito dei consessi a ciò delegati (come oggi è il G20), occorre che questa comprensione universale della storia da parte delle élites sia in grado di trasformarsi anche in un fattore politico, capace intanto d’influenzare le decisioni e degli orientamenti dei Governi che partecipano all’elaborazione dei progetti, e poi in generale la cultura dei partiti, delle Amministrazioni e delle diplomazie:  quella ristretta élite che, nonostante l’omologazione, la crisi economica, la dittatura delle macchine intelligenti e del pensiero unico, può ancora permettersi di affrontare questioni culturali complesse.

La “storia universale dovrebbe incorprare

anche tematiche “esotiche”

2.Orientamenti  fondamentali per una  “storia alta” universale.

Per ciò che riguarda la parte storica della “cultura alta” per il XXI secolo, occorrerebbe a mio avviso, seguire quattro direttive fondamentali:

a.Appoggiarsi su una base filosofica comparatistica. Infatti, come bene scriveva Rosemberg, lo sviluppo delle tecnologie ha sminuito la fiducia per la cosiddetta “teoria della mente”, secondo la quale possiamo ricostruire i fenomeni sociali partendo dalla supposizione di una “mente” comune fra gli uomini, ricalcata sulla conoscenza introspettiva della nostra stessa psiche. Occorre pertanto individuare, anche se in modo empirico, un metodo alternativo per fondare comunque un discorso, come per altro avevano saputo fare, seppure a sprazzi, le culture  alte dell’antichità (per esempio la Bibbia, i  Veda o Confucio) proprio grazie alla loro indeterminatezza (si pensi al biblico “anì eyè ashèr eyè”). Dunque, abbandonare, intanto, la finzione moderna delle “idee chiare e distinte”.

Proprio per il carattere episodico con cui ci si presentano le risposte delle filosofie “alte”, nessuna di esse può riempire da sola il vuoto di senso della post-modernità. Per questo occorre fare appello a tutte le grandi culture contemporaneamente.

Ciò è possibile perché anche e soprattutto i concetti occidentali che a noi appaiono “unici”, e, quindi, inaggirabili,  come quello di tempo lineare, di salvezza, di “rivoluzione”, di “età dell’oro”, di “élite”, di “moderazione”, di “democrazia”, di “diritti”, si possono comprendere veramente solo in un’ottica comparatistica. Ad esempio, la “storia lineare”, lungi dal costituire l’elemento di unicità dell’ “Occidente”,  è un semplice impoverimento dell’idea primordiale degli “Eoni”, impoverimento che, in un’ottica comparatistica, si può benissimo seguire nelle sue varie fasi: gl’infiniti “kalpas”degl’Indù, gli eoni finiti per gli zoroastriani, la duplice storia sacra del Talmud, l’unica Storia degli Occidentali. Per altro, come aveva accennato Toynbee, questa “Storia Lineare” occidentale non è incompatibile con la credenza nell’infinità di universi paralleli.

Anche la “salvezza” c’è in tutte le culture dell’ Epoca Assiale, dalla “moksa” indù all’immortalità taoista, al Salvatore mazdeo.  La “Rivoluzione” è la forma naturale di passaggio da una dinastia all’ altra nell’ Impero Cinese. L”Età dell’ Oro” è un concetto tipicamente vedico, e in Confucio si identifica con il buon governo dei Zhou Occidentali (il “Dadong”).

L’idea di “élite”, lungi dall’ essere un’invenzione di Moasca, Michels e Pareto, costituisce il nocciolo duro del confucianesimo, il quale contrappone il “gentlemamn” (junzi) all’uomo volgare (xiao ren).

Il “governo misto” esaltato da Aristotele, Cicerone, San Tommaso, Montesquieu,  Saint Simon,  la Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato è quello che in Cina si chiama “Società moderatamente prospera” e costituisce oggi l’obiettivo del programma del PCC.

Anche la “democrazia” c’è in tutte le culture, ma, per lo più, come concetto negativo. Essa equivale, nelle culture classiche occidentali, ma anche in altre, come quella egizia o persiana, a periodi storici ”di torbidi” (come quello di Clistene), che preludono all’intolleranza (il processo a Socrate), alla tirannide (come quella  di Pericle,”protos anèr”), oltre che a catastrofi come la spedizione in Sicilia e a crimini come la strage dei Meli. Nel Confucianesimo, essa s’identifica con le fasi rivoluzionarie, che scandiscono il passaggio da una dinastia all’ altra.

Per tutti i motivi che precedono, gli storici del futuro potranno  comprendere  pienamente il loro tempo solo grazie a una cultura decisamente comparatistica, fondata sulla filologia generale e comparata, sullo studio delle lingue classiche come il Greco e il Latino, l’ Arabo e il Persiano, ma anche l’ Egizio, l’ Accadico, il Sanscrito, il Persiano antico, medio e moderno, il Cinese e il Giapponese classici – e, in particolare, con una storia sincronica come quella proposta a suo tempo da Toynbee e da Eisenstadt.

b.Per comprendere la continuità e contiguità delle diverse memorie culturali, un valore fondamentale assume l’”Epoca Assiale” (Jaspers, Eisenstadt, Kojève) , che ci permette di vedere i tratti comuni a tutte le grandi civiltà “storiche”. Ciò che viene chiamato tradizionalmente “tradizione” è racchiuso in questo patrimonio comune dell’ “Achsenzeit” (cfr. l’omonima, recente, opera di Jan Assmann).

c.Utilizzare non solo concetti storico-filosofici occidentali, come “religione” o “progresso”, ”Oriente” o “Occidente”, ma anche concetti propri di altri ambiti e fasi culturali, come “kalpas”, “bu”, “bun”,“dao”, “jiao”, “Tian Xia”, “Da Qin”….. Tra l’altro, non è vero che la storia sia necessariamente etnocentrica, perché gli storici eurasiatisti, come  Murakami, Mackinder, Gumiliov, e, oggi, anche Frankopan, sono riusciti a intravvedere un filo conduttore della storia dell’ intera Eurasia, ricondotto sulla funzione unificatrice dei popoli delle steppe (“kiba minzoku”), che sono promiscuamente indo-arii (indiani, persiani, greci, italici, celti, germani, baltici  e slavi),  Uralo-altaici (unni, turchi, tartari, mongoli….), semiti (amorrei, ebrei, arabi, caraiti).

In questo modo, si potrebbero finalmente esaminare in modo scientifico i nessi fra progressismo e apocalittica persiana; le evoluzioni delle idee centrali del Cristianesimo fra l’Impero Romano, le eresie e le religioni politiche attuali; il sorgere, tardivo, contrastato e contraddittorio, dell’ossimoro “liberalismo e democrazia”….

e.Inserire trasversalmente, in qualunque opera di carattere storico, anche i corrispondenti  aspetti di storia delle  tecnologie dell’informazione, della registrazione, della comunicazione, dell’organizzazione, della manipolazione biologica e psicologica, dall’arte della guerra, fino dalle antiche monarchie  sacrali e dalle antiche vie commerciali internazionali   (ad esempio, la storia delle lingue,  della scrittura, degli archivi, delle forme letterarie, del diritto, dell’ economia, della scuola, dei riti, degli eserciti);

f)considerare la “storia alta” come eminentemente “revisionistica” -cioè  libera dai tabù religiosi, moralistici, accademici e politici (la pretesa “tolleranza” naturale fra le religioni; l’obbligo della “condanna” delle brutture del passato; il rispetto  per i “mostri sacri” e dei “verdetti del tribunale della storia”…).

 

Gli  antichi popoli “tribali” e “federali” d’Europa

3.La storia popolare europea

Nel caso dell’Europa, la storia “divulgativa” dovrebbe fornire le competenze minime per poter essere cittadini europei. Purtroppo, anche in questo campo c’è una totale carenza, da un lato per una serie di scelte politiche sbagliate, ma, dall’ altro, per un’obiettiva difficoltà d’insegnare la storia a un popolo (o a un fascio di popoli), quando non la si è capita neppure noi. Basti dire che tutti gli Europei (anche colti) sanno pochissimo della storia europea (cosa sono Çatal Hüjük, Lepenski Vir, i Kurgan, il Regnum Bospori, i Khazari, la Rzeczpospolita, il cosmismo, i “Fratelli della Foresta”, il “funzionalismo”,….?). Eppure, tutti questi fenomeni hanno influenzato profondamente l’arrivo dell’ agricoltura, l’avvento delle aristocrazie, il rapporto fra Oriente e Occidente, l’identità europea, la post-modernità, l’”Europa di Visegràd”, l’integrazione europea in generale…

Quindi:

  1. a) innanzitutto, nessuna paura di cadere nel “nozionismo”. Un po’ di nozioni sull’ Europa ci vuole.Basta con i miti trasferiti pedissequamente dalla contro-riforma Bottai, al sessantottismo, alle recenti “riforme ministeriali”(cfr. Galli della Loggia, “L’aula vuota”). Pensiamo che in Cina e in Giappone gli allievi dedicano tre anni praticamente solo a apprendere i “caratteri cinesi”, ma, poi, il loro rendimento scolastico e lavorativo, anche in materie come la matematica e le scienze, risulta nettamente superiore a quello di giovani Occidentali.

      b)non credo che la storia europea, anche quella popolare       debba      essere scritta e insegnata con lo stesso spirito settario (la “Bible du Peuple”di Michelet) con cui era stata scritta (e ancora viene scritta) la storia italiana, prima concentrata su una mitologia ghibellina, sabauda e anticlericale, poi rivisitata in chiave nazional-fascista, e, infine, divenuta tutta un preteso precorrimento dell’alleanza antifascista. Se non altro perché l’Europa è molto più grande e più varia dell’Italia, la storia dell’Europa, anche quella popolare e divulgativa, dovrà tener conto almeno delle storie atlantica, euro-orientale, medio-orientale ed asiatica, dei politeismi, delle tradizioni monoteistiche, della modernità ma anche della pre-modernità e della post-modernità.

Riassumendo:

Vi è un’impressionante continuità di concetti nella storia e nella cultura politica di tutti i Paesi del Mondo, che dev’essere sfruttata oggi per avere un punto di appoggio nell’affrontare una situazione imprevista, in cui sono venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Tra l’altro, è falso che la nuova società delle macchine intelligenti con cui ci stiamo confrontando sia un prodotto esclusivo dell’Occidente. L’ossessione per gli automi era condivisa dalla Cina imperiale, dall’ Oriente ellenistico e dalla Qabbalah ebraica. Le ricerche sui computer sono partite contemporaneamente in Europa, in America, in Cina e in Israele; molte idee sui robot sono di origine shintoista o ebraica; oggi, i computer più potenti, e in particolare quelli quantici, sono cinesi…Ma già la post-modernità traeva le sue radici da fenomeni premoderni e trasversali, come la storia sacra, la “comunità dei credenti,” le comunità di lavoro di carattere comunitario e corporativo, l’ermeneutica sacra…

In particolare,  gli studiosi di storia (ma anche quelli di filologia, filosofia, letteratura, arti, scienze umane), hanno una responsabilità e un ruolo enormi nel gettare le basi teoriche per affrontare gli spinosi, e oramai improrogabili, temi del controllo culturale sulla rivoluzione digitale e del coronamento, nell’autonomia culturale, politica e militare, dell’integrazione dell’Europa.