EDUCAZIONE CIVICA E SOCIETA’ DIGITALE:COMMENTO A PAOLA MASTROCOLA

I Balilla cominciavano a 6 anni

Paola Mastrocola ha giustamente “letto” taluni aspetti inquietanti del Piano Scuola 2020 alla luce dell’ avanzata dell’ Intelligenza Artificiale. In sintesi, l’introduzione dell’educazione civica fino dal terzo atto di età le appare (giustamente) come una distopia totalitaria, che supera l’irreggimentazione dei Balilla e dei Pionieri (che per altro incominciavano ad essere inquadrati a 6, e, rispettivamente, 9 anni, non a 3): “Il secondo pensiero, triste, è che ci vogliano pilotare, programmare, indottrinare, fino dalla più tenera età”


Horkheimer e Adorno: anche la tecnocrazia occidentale è totalitaria

1.Congedo dal pensiero critico

Giustamente, l’ Autrice mette in rilievo l’abbandono dell’ obiettivo principale di un tempo, quello di “agevolare la nascita di un pensiero critico….Desiderano fare di noi, quasi appena nati, dei soldatini obbedienti  al sistema, asserviti all’ ideologia dominante (un misto di pensiero green, politicamente corretto e idolatria digitale) in vista di quella democrazia digitale per cui staremo tutti ordinatamente davanti a un computer, tutti lanciati su piattaforme virtuali dove – temo- ci chiederanno fin da bambini di esprimere preferenze, opinioni, voti, punteggi, chissà su chi e su che cosa.”

In effetti, il richiamo al pensiero critico aveva senso nello Stato liberale, dove si fronteggiavano le culture e le ideologie maturate in epoca illuministica e romantica: il cristianesimo scolastico dell’educazione gesuitica e l’anarchismo romantico alla Proudhon; le nostalgie demestriane per l’ Ancien Régime e le varie scuole marxiste; la fedeltà alla monarchia risorgimentale e il socialismo umanistico; il liberalismo borghese e il cristianesimo sociale; il nazionalismo e la tecnocrazia positivistica. I giovani erano chiamati a scegliere fra le varie opzioni esistenti sul mercato. La loro “cittadinanza attiva” aveva oggetto il confronto fra le diverse opzioni.

Certo, questa libertà scelta non è stata eliminata dalla scuola, bensì dall’ evoluzione della società, perché, nell’omologazione generale,  non c’è più  opzione  fra trono e altare da una parte e rivoluzione dall’ altra; fra fideismo e ateismo; fra militarismo e renitenza; fra Stato e mercato. E, tuttavia, non è che l’umanità non sia più confrontata a delle scelte, come quella fra il fanatismo tecnocratico alla Kurzweil e la critica della tecnologia di Joy; fra l’omologazione del “politicamente corretto” e le varie forme d’identitarismo; fra l’ideologia LGTB e i difensori della famiglia tradizionale; i cantori dell’Occidente e gli appassionai di Terzo Mondo, d’ Islam o di Oriente. I legislatori sembrano dare per scontato che ai giovani d’oggi non possa aprirsi nessuna scelta, ma che, invece, vi sia una strada obbligata, quella stabilita dalle autorità.

La formazione che veniva offerta nella scuola del secolo scorso, con tutte le sue limitazioni, era un’educazione “liberale” nel senso più pieno, cioè di ”afthonos” (magnanima, senza invidia): un’edicazione storicistica, che comprendeva lo spirito tragico dell’ Ellade arcaica e la”paideia” dell’ Atene classica; la rigidità morale di Cicerone e l’acutezza politica e militare di Cesare; il messianismo imperiale e quello giudaico-cristiano; il tomismo di Dante e il realismo di Machiavelli; il disincanto di Leopardi e  l’insegnamento concordatario della religione….

Per altro, buona parte delle cose previste dalla Direttiva europea sulla Cittadinanza attiva, dalla legge italiana e dal piano scuola che ne deriva, ci venivano insegnate anche allora, come conseguenza spontanea della ricchezza della società, senza bisogno di direttive, leggi, direttive e allegati: l’”Inno e la bandiera nazionale”, che cantavamo inquadrati in forma quasi militare; l’Unione Europea, di cui i Giovani Federalisti ci proiettavano le filmine; l’”educazione alla salute, alla tutela del’ ambiente, il rispetto per gli animali e i beni comuni, la protezione civile”, attraverso la Festa degli Alberi, la visita allo zoo e ai parchi cittadini, la Società di San Vincenzo. Tuttavia, non vi era lo sforzo pedagogico di creare una “memoria condivisa” Come scrive giustamente l’Autrice,”Tutto il resto è ideologia e indottrinamento, più o meno sotterraneo”.

I Pioniri Jugoslavi

2.Pensiero unico e informatica

L’accenno contenuto all’inizio dell’articolo al conformismo digitale è tutt’altro che casuale. Essa si accompagna infatti a uno sforzo veramente notevole delle istituzioni, ivi compresa la Chiesa, per dimostrare che, con un’adeguata impostazione razionale, l’avanzata inarrestabile dell’ informatica non costituisce una minaccia per l’ Umanità, A mio avviso, essa non è solo una minaccia, bensì è già un depauperamento dell’Umanità. Come rilevavano già Hoelderlin e Max Weber, già lo sforzo della teologia di inquadrare la religione, nonché quello dello Stato di limitare la violenza avevano prodotto il “disincanto del mondo”, racchiudendo l’uomo in una gabbia d’acciaio, e togliendogli la capacità di “viverre poeticamente”. Il “governo delle regole” è in realtà una spersonalizzazione e un’alienazione. Quando, poi, le  decisioni fondamentali dell’ Umanità, quelle sulla guerra nucleare, sono state delegate a un sistema informatico deliberatamente non controllabile dall’ uomo, quest’ultimo ha già perduto la “sovranità”, cioè il “potere di decidere sullo stato di eccezione” .

Questo non significa avallare il “Determinismo tecnologico”, bensì chiarire quanto sia difficile la battaglia contro di esso. La questione fondamentale diviene quella di ricercare una sorgente di forza per combattere questa battaglia:”Inventiamoci al più presto un’alternativa, una zattera di salvataggio dove mettere un bel po’ di libri, le favole col lupo cattivo, la principessa sul pisello e Pollicino, e poi a seguire la letteratura, l’arte, la bellezza.”

La soluzione del Principe Mishkin: “Mir spasiòt krasotà”.

Tutto vero, ma non basta. Infatti, la generazione che dovrà affrontare le Macchine Intelligenti dovrà essere una generazione non solo appassionata, ma anche dotta e combattente.  Dovrà conoscere la cultura del proprio Paese, ma sapere moltyo di Europa e qualcosa anche degli altri Continenti; dovrà padroneggiare completamente la tecnica per poterla guidare.

Su questo fabbisogno enorme di cultura, di formazione e di conoscenza, purtroppo, direttive, leggi e direttive tacciono prepotentemente. Sarebbe ora di rifare il “Processo di Bologna”, rivedendo radicalmente il quadro delle competenze necessarie “ai  cari Europei di oggi e di domani” a cui Nietzsche aveva dedicato i pensieri consegnati alla signora Roeder-Wiederhold.

La casa dove Nietzsche dettò gli appunti sui “cari Europei di oggi e di domani”

UN RUOLO PER L’EUROPA DEL DOPO PANDEMIA:LETTERA APERTA A SERGIO FABBRINI

Il nome Chang’an, la capitale cinese di Qin Shi HuangDi e dell’ Esercito di Terracotta, significa “Pace Perpetua”

Tutta la nostra attività, per gli ultimi 14 anni, ha ruotato intorno al ruolo dell’Europa nel III millennio (“Il ruolo del’ Europa nel mondo”; “DA QIN”; “L’Europa sulle Vie della Seta”). Per questo motivo, non possiamo, ovviamente, lasciare senza commento un articolo, come quello di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore” del 14/6/2020, dedicato all’ attualizzazione di questo fondamentale tema.

1.Ambiguità della “Pace Perpetua”

Il ruolo dell’ Europa nel mondo era stato definito, dai Padri Fondatori (Spinelli, Schuman)  in modo adeguato, ma equivoco,  a causa della divisione dell’Europa fra due grandi blocchi,  citando l’ideale millenario e universale della Pace Perpetua (Chang’An, Pax Aeterna, Dar al-Islam, Ewiger Landfrid, Paix Perpetuelle), da un lato quale implicita protesta contro la violenza delle Grandi Potenze vincitrici e della loro divisione dell’ Europa (Horkheimer e Adorno), e, dall’ altra, quale sommessa rivendicazione, per l’ Europa, di un ruolo mondiale, alternativo a quello delle stesse (Spinelli), e, infine, di giustificazione e riabilitazione della Germania (Juenger). Da un lato, l’Europa, appropriandosi di quell’ancestrale slogan monarchico, lasciato cadere dai nuovi imperi laici e democratici, e riappropriato solo dalla filosofia (Kant, Jaspers), tentava di porsi in concorrenza con le Grandi potenze almeno sul terreno etico (l’unico ancora concesso all’ Europa), e, dall’ altro, di aprirsi nuovi campi di manovra in politica internazionale (dalla Ostpolitik alla geopolitica vaticana).

Tutto ciò s’inseriva nel cosiddetto “multilateralismo”, un eufemismo per designare una benigna accondiscendenza degli Stati Uniti a concedere a tutti i suoi partners e soggetti una quasi-parità formale.

A causa del carattere imperfetto di quell’asserita parità, già per poter sostenere quella rivendicazione della Pace Perpetua, con il suo carattere controfattuale, l’intelligencija europea era stata costretta a crearsi un intero universo culturale artificiale, che negava allo stesso tempo, per rendere credibile un nostro preteso pacifismo, il carattere profondamente conflittuale dell’identità europea (che contraddice una pretesa vocazione dell’Europa per la pace) e il nesso inscindibile fra Pace Perpetua e imperialismo, espresso  già dagli epitafi degli Achemenidi, da Orazio, da  Tacito, per arrivare fino a Hitler –“das Tausendjaehrige Reich”-(il che rendeva semmai più credibili, come vessilliferi della pace perpetua, più che l’Europa, i due imperi extraeuropei).

2. Il dileguarsi di un mito

Quest’ inevitabile mistificazione della storia europea risultava evidente fin dall’ inizio a chi avesse un minimo di onestà intellettuale (basti pensare a De Gaulle), ma è divenuta più che mai riconoscibile in questo terzo millennio, da un lato attraverso l’” imperialismo democratico” di Clinton, della Albright, dei Bush, di Blair e di Obama, e, dall’ altra, con l’intensificarsi delle guerre occidentali (Jugoslavia, URSS, Medio Oriente), e dei più recenti  preparativi di guerra mondiale (denunzia dei trattati nucleari, militarizzazione dello spazio). Lo stesso Fukuyama ha dovuto constatare che la “Fine della Storia” da lui profetizzata come conclusione dello Scontro di Civiltà previsto da Huntington non si è poi realizzata. Certo, all’ Europa è ancora possibile esibire  un altro mito, quello della sua pretesa sua dalle avventure e disavventure americane, ma si tratta di un mito oramai consunto, dal massiccio sostegno dell’ Europa al dispiegamento bellico internazionale dell’ America, dalle guerre interne all’ Europa stessa e dalle infinite “guerre umanitarie” a cui abbiamo partecipato in giro per il mondo.

In realtà, dai tempi più antichi tutti gl’imperi giustificano le loro guerre di conquista con la necessità di por fine alle guerre. Più passano i secoli, meno questo progetto risulta credibile. E’ proprio dal carattere ingannatore di siffatte promesse ch’è nata la figura dell’ Anticriso.

Con la rinascita della Russia e della Cina e la presidenza Trump, la realizzabilità, entro tempi misurabili, di un mondo realmente pacifico (perché definitivamente assoggettato all’ Occidente), è divenuta ancor meno credibile, sì che l’Europa ha dovuto prendere atto che la pace perpetua, proposta da 80 anni, a partire da Juenger, Spinelli e Schuman, quale ragion d’essere dell’ integrazione europea, è anch’essa irraggiungibile, almeno con lo strumento fino ad allora utilizzato -la cooperazione  utilitaristica fra Stati Nazionali su base funzionalistica-. Intanto, perché l’Europa è divenuta nel frattempo  (anche grazie a quelle politiche) assolutamente irrilevante su tutte le grandi questioni mondiali (scelta del modello socio-economico; rapporto con la tecnica; diritto internazionale; guerra e pace); in secondo luogo, perché l’ America, anziché continuare ad ammantare le sue prevaricazioni con ipocrite giustificazioni teologiche, etiche e giuridiche (che legittimavano parzialmente anche le “Retoriche dell’ Idea di Europa”),  coltiva oramai in maniera sfacciata la propria smisurata volontà di potenza (eliminare ogni concorrente;  mantenere un monopolio universale; conquistare militarmente il mondo intero; controllare tutta l’umanità attraverso l’informatica). Questo cambio di registro è dovuto non solo alla natura arrogante di Trump, bensì anche e soprattutto al fatto che la retorica umanitaria non era servita in tanti anni a ingannare, né alleati, né avversari, sicché era divenuta, per l’America, soltanto un impaccio nella difesa dei propri privilegi contro l’ascesa delle molte potenze cosiddette “sfidanti”.

A mio avviso, contrariamente a quanto ritiene Fabbrini, l’America non aveva mai veramente garantito, né la sicurezza, né il benessere dell’Europa, innanzitutto perché, come hanno dimostrato studi storici di tutte le correnti, Stalin, da politico realista qual era, temendo soprattutto l’”overstretching”, lungi dal voler spostare la Cortina di Ferro,  faceva di tutto perconvincere Churchill e Togliatti, Tito e Tarle, Dimitrov e Vargas, Nenni e Tito, a rispettare l’equilibrio di Yalta, e,  in secondo luogo, come hanno spiegato Milward e Eichengreen, le “Trente Glorieuses” furono dovute essenzialmente, non già all’ERP o al Piano Marshall, bensì alla conversione al civile dell’ingente parco industriale europeo nato con le due guerre mondiali.

Oggi, poi, quando non c’è più lo spettro di un movimento omogeneo come quello comunista, desideroso di cambiare il mondo sul modello sovietico, non si può più in alcun modo sostenere che il preteso (ma anch’esso indimostrabile) “ombrello americano” serva contro una qualche concreta minaccia. Anche perchè, quando la Russia ha voluto o dovuto intervenire fuori dei suoi confini (ma ben lungi da quelli della UE), lo ha fatto senz’alcuna reazione da parte degli USA o della NATO. E certo la Cina non ha nessuna intenzione (ma neppure la possibilità, data la distanza) di minacciare militarmente l’Europa Occidentale. Semmai, è l’Unione Europea che, sulla scia degli Stati Uniti, minaccia, e spesso addirittura organizza, un “régime change” o perfino un’invasione della Russia o delle sue province ed alleati (Daghestan, Inguscezia,Transnistria, Abkhasia, Ossetia, “Euromaidan”).

Dal punto di vista economico, il trasferimento forzato in America, dopo la IIa Guerra Mondiale, di missilistica, nucleare, motoristica avio e informatica tedeschi, polacchi, ungheresi e perfino italiani, oltre  alla connivenza con gli abusi delle multinazionali e ai vincoli al commercio con quasi tutti gli Stati del mondo (quello che Trockij aveva chiamato “contingentamento del capitalismo europeo”) sono la causa prima, evidente ma da tutti sottaciuta, della continua decadenza dell’ economia europea rispetto al resto del mondo.

Dunque, non resta alla fine altro argomento, contro il progetto di una maggiore autonomia dall’America stessa, che il timore delle sue eventuali reazioni, nonché quello che, senza il poliziotto americano, possano emergere in Europa nuove forze politiche che eventualmente scalzino, nel consenso popolare, quelle oggi al potere.

Anche per questo, di fronte all’ arroganza e alla rozzezza di Trump, un’eventuale insistenza dell’Unione Europea a voler trattare questioni internazionali di interesse esclusivo dell’Occidente da un preteso punto di vista del bene di tutta l’Umanità (come si continua a fare in certi documenti programmatici) sarebbe non soltanto non più credibile, ma, addirittura, data la nostra precaria situazione, la prova provata di essere delle semplici marionette dell’America.

Di qui, la generalizzata recente presa di distanza dall’America di tutta una classe dirigente ( vedi in particolare Macron e Borrell) fino ad oggi succube, anche verbalmente, dei diktat americani, la  quale ostenta ora, per giustificare un’ inedita sostanziale equidistanza fra USA e Cina,  una pretesa sorpresa e delusione per gli attuali atteggiamenti di Trump, che, invece, sono  sostanzialmentevla continuazione di quelli dei presidenti precedenti, ma solo  non sono più coperti da un velo d’ipocrisia.

3.Una geopolitica più realistica

Per altro, quella presa di distanza, dall’ America di Trump, di alcuni politici europei, è ancora reticente -rivolta, com’è, più alle conseguenze che alle cause prime-.  Ad esempio, è incredibile che la recentissima  idea di Trump di spostare 9500 militari dalla Germania sia stata accolta da Angela Merkel con sdegno. Non si era mai visto un Paese occupato che si offenda perché l’occupante vuole rimpatriare una parte (per altro modestissima) delle sue truppe.

Come afferma giustamente Fabbrini, gli USA “continuano ad essere l’unica potenza globale esistente”, nel senso ch’essi ancora stanno imponendo in tutto il mondo i loro temi di discussione (l’agenda del discorso politico), controllano tutti gli abitanti del globo con l’informatica e avvolgono il mondo intero con una rete di spie, d’ investimenti, di basi militari, di consulenti, di satelliti artificiali, di sistemi d’arma. La novità, osserva Fabbrini, “piuttosto che il declino degli USA, è stata l’ascesa di altre grandi potenze (Cina, in particolare) che ha condotto alla ridefinizione dei rapporti di potere internazionali.”(cfr. i nostri studi “Da Qin” e “L’Europa sulle Vie della Seta”).In soldoni, anziché detenere, come nel 2000, il 100% del potere mondiale, oggi, dopo la Cecenia,  le Torri Gemelle, Tskhinval, la Via della Seta, l’Ucraina, le sconfitte medio-orientali e il Coronavirus, gli Stati Uniti ne controllano  ancora circa la metà, essendo il resto ripartito fra Cina, Chiesa Cattolica, Russia, Israele, India e Unione Europea. Non è per altro vero che “nessuno di costoro voglia collaborare con gli altri”, perché sono sempre e solo gli Stati Uniti a negare la loro collaborazione, rifiutandosi sostanzialmente di riconoscere l’ Unione Europea, spostando truppe e i missili a pochi chilometri da San Pietroburgo, denunziando i trattati nucleari, “scardinando le filiere produttive” delle proprie stesse imprese pur di danneggiare la Russia, la Cina, l’Iran, ma anche l’ Europa, boicottando le organizzazioni internazionali…Invece, tutti gli altri soggetti internazionali non fanno altro che profferire, fra di loro e con l’ America, sempre nuove offerte di collaborazione. E’ chiaro ch’esse finiranno per continuare a collaborare fra di loro senza gli Stati Uniti, come per l’Iran, la Via della Seta, il WTO, l’OMS, il Tribunale Penale Internazionale…Sarà l’America a rimanere isolata.

4.La PESC e la “Guerra nell’era delle macchine intelligenti”

Secondo Fabbrini, la reazione europea all’attuale atteggiamento dell’America dev’essere quello di potenziare la Politica Estera e di Difesa Comune, facendo, così, delle provocazioni trumpiane, un’ottima opportunità da cogliere per l’Europa.

Cosa su cui concordo pienamente, con una sola, ma fondamentale, precisazione:  nel III millennio, la sola politica estera e di difesa che conti è quella tecnologica (comprensiva della biopolitica, la cyber-intelligence, la cyberguerra, lo Hair Trigger Alert, gli Hacker patriottici, i trolls, le fake news, la battaglia di narrative, la prevenzione delle pandemie, lo European Medical Command, la borsa e la valute elettroniche, la Web Tax). Le nuove tecnologie condizionano infatti la sopravvivenza stessa dell’Umanità, e, quindi, la guerra nucleare, la politica nazionale e internazionale, la biologia, lo sviluppo economico, la politica familiare e demografica, i diritti civili, la costituzione, il lavoro, la partecipazione…

Senza un ecosistema digitale autonomo non si può fare una politica internazionale degna di questo nome, perché si è soggetti allo spionaggio altrui; non si può avere un’industria all’altezza dei concorrenti, perché non si può proteggere, né la propria proprietà intellettuale, né i propri interessi in giudizio; non si possono difendere i diritti dei nostri cittadini, perché gli strumenti fisici di questa difesa (big data, cavi intercontinentali) sono in mano a potenze straniere; non si può fare nessuna politica economica, perché gli utili e il gettito fiscale sono dirottati dalle OTTs fuori dell’Europa. Meno che mai si può fare una politica di difesa, quando “la minaccia alla pace” maggiore proviene proprio dai nostri Alleati, che hanno fomentato guerre con la Russia, con la Cina, con l’ Afghanistan.., spingono verso la corsa agli armamenti, boicottano le nostre economie, penalizzano le nostre aziende e ci sottraggono il nostro “know how”.

Rimandiamo a questo proposito al nostro volume ”European Technology Agency”, da noi inviato a tutte le Istituzioni europee, e in particolare alle proposte ivi contenute di unificare tutte le politiche tecnologiche europee sotto un’unica autorevole guida.

Infine, la “guerra senza limiti” oggi in corso implica anche che non si possa condurre una politica estera e di difesa comune, né tanto meno una politica tecnologica europea, senza partire dalla cultura, in tutti i suoi aspetti. Infatti, come diceva Heidegger, “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, sicché presuppone una qualità umana e culturale superiore, una pedagogia adeguata, scelte politiche adeguate e una formazione continua dei cittadini, e, a sua volta, costituisce la forma più potente di difesa dell’indipendenza nazionale (basti pensare a Israele, a Solidarnosc e alla difesa dell’Arabo Classico e dei caratteri cinesi).

Come funziona la NSA

5.Un reale dibattito sulla Politica Estera e di Difesa Comune

Come conseguenza, tutte le iniziative citate, non solo da Fabbrini, ma anche da Macron e dai documenti dell’Unione, per una maggiore autonomia dell’Europa, sono sicuramente utili e necessarie, ma non hanno alcun senso se non collocate all’ interno di una strategia globale che parta dalla cultura e dalla tecnologia, dando da subito all’ Europa  gli strumenti fattuali per poter costruire in tempi rapidi questa difficile autonomia.

Il livello di consapevolezza attualmente esistente su questi temi nei mondi culturale, politico, amministrativo, accademico, industriale, militare, è assolutamente insufficiente, e va innanzitutto elevato.

Occorre quindi, nell’ambito dei movimenti europeisti e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, un reale dibattito culturale sulla natura della tecnica, sulla Società delle Macchine Intelligenti,  sulla difesa dell’ Umano dal Postumano, sull’Economia della Sorveglianza, sulla Cyberguerra, sugl’insegnamenti concreti di Echelon, Wikileaks, Prism e delle cause Schrems, su una nuova pedagogia tecnico-umanistica, sull’upgrading tecnologico della società europea

Solo sulla base dell’esito di questo dibattito sarà possibile abbordare le questioni dell’interscambio fra le culture circa il rapporto con la tecnica; del rapporto informatica-industria-scuola-difesa; di una nuova forma di cyber-intelligenza e cybersecurity;  del controllo sui rapporti tecnologici extraeuropei; dell’ innalzamento del livello tecnologico dell’industria e degli eserciti  europei; del tipo di formazione, civile e militare, degli Europei; della reale situazione dei costi della difesa e del loro fallout tecnologico e commerciale; del rapporto con le altre parti del mondo.

E, di converso, solo in base all’ esito di queste attività progettuali sarà possibile una chiara definizione delle minacce alla “European Way of Life” di cui parla Ursula von der Leyen; gli obiettivi della Politica Estera e di Difesa Comune, al di fuori dei luoghi comuni, dell’abitudinarietà e delle influenze extraeuropee; la ridisegnazione dell’intero settore.

Concordo con Fabbrini anche sul fatto che “non si tratta di sottrarre sovranità militare agli Stati membri, ma di creare una sovranità militare  della Ue, limitata ma indipendente dai suoi Stati Membri”. Infatti, gli Stati Membri non hanno adeguato, né i loro eserciti, né le loro diplomazie, né i loro sistemi educativi, né le loro società, alla “Guerra senza Limiti”: non hanno sistemi d’ intelligence attivi in tutto il mondo, né computers e satelliti quantici, né missili ipersonici; non proteggono dal punto tecnico, giudiziario, militare e poliziesco i dati delle loro imprese e dei loro cittadini. Tutte queste cose potranno (e dovranno) essere svolte da un piccolo (ma efficientissimo) Esercito Europeo, che supplirà alle colossali lacune di tutti gli eserciti europei esistenti (e anche dei sistemi europei di soft power e di advocacy delle nostre imprese).

Senza voler anticipare gli esiti di questo dibattito, credo che dovrebbero essere presi in considerazione, come minimo, fin da subito, i punti seguenti:

-il pericolo costituito dal controllo, sull’equilibrio strategico, ma innanzitutto, nucleare, del complesso Informatico-Digitale (Hair Trigger Alert, Perimetr’, NSA, OTTs);

-il nesso inestricabile esistente fra III Guerra Mondiale e superamento dell’uomo da parte del “phylum macchinico” (De Landa), oramai determinante per le sorti della guerra tecnologica, e l’unico capace di sopravvivere, come anticipato dal Covid-19, a una guerra mondiale al contempo nucleare e chimico batteriologica (NCBR);

la spesa militare abnorme (soprattutto per un continente che si pretende  pacifico, e che invece spende per il militare -compresi i contributi in natura alla NATO)-, più di Russia e Cina messe insieme;

-l’urgenza di un’Accademia Tecnologica, di un’Accademia Militare europea e del rifacimento completo dei curricula scolastici, per inserirvi competenze tecnologico-umanistiche e di difesa civile, nonché il volontariato nel Servizio Europeo di Solidarietà, proposte nel nostro libro “European Technology Agency”;

-la creazione di un seppur modesto servizio di Cyber-intelligence e di Cyberguerra, indipendente dalla NATO;

il rovesciamento, invocato da Maximilian Schrems, dell’attuale atteggiamento delle Istituzioni, di tolleranza della totale disapplicazione del GDPR da parte delle OTTs;

-il chiarimento dei meccanismi decisionali NATO, da 70 anni completamente in mano agli stessi Stati Uniti, e che, anche solo per un motivo di equità, dovrebbero essere invertiti e resi trasparenti;

-un riesame critico dei cosiddetti “valori europei”, con una visione comparatistica della filosofia, dell’arte, della storia, capace di fondare un autentico dialogo paritario fra tutte le culture del mondo.

La guerra futura sarà una guerra di droni

6.I politici europei come gamberi

Non condivido la retorica sulla CED corrente negli ambienti europeistici. Le decine di divisioni eruropee ivi previste, senza marina, aviazione, e, tanto meno, arma atomica, sotto un comando NATO, sarebbero assomigliati più a degli ascari, alla Legione Straniera, o, addirittura, alle SS straniere, che non a un esercito veramente europeo.

Tuttavia, dopo la CED, ci sono stati tanti altri tentativi:  l’atomica europea, la Force de Frappe francese, la proposta francese di mettere questa al servizio dell’Europa, la richiesta polacca di farlo veramente, l’Agenzia Europea degli Armamenti, il corpo d’intervento rapido, la Cellula di Riflessione dell’ Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa, lo European Defence Fund, la Military Mobility, lo European Medical Command, il Corpo Europeo di Solidarietà. Si sentono ripetere, da una quarantina di anni, sempre gli stessi slogan senza che mai si giunga ai fatti.

Fabbrini afferma giustamente “a tali dichiarazioni non sembrano seguire scelte conseguenti” e conclude: “La nostra sicurezza, economica e militare, oltre che dal sistema di valori che ci caratterizza, è nelle nostre mani”.Per questo, se, come scrive qualche riga prima, i politici procedono a ritroso come i gamberi, spetta ai cittadini mobilitarsi, affinché, in occasione della preparazione del quadro pluriennale 2021-2027, nonché della Conferenza sul Futuro d’ Europa, si affronti veramente un dibattito a tutto tondo e senza pregiudizi come quello sopra preconizzato.

Gli Stati Generali dell’Economia potrebbero costituire un modello, a condizione che il nuovo consesso fosse aperto a tutti coloro che hanno qualcosa da dire, e che i lavori  fossero pubblici. Invitiamo il Professor Fabbrini, il Movimento Europeo, e tutti gl’intellettuali che si occupano  di queste cose, a sollecitare le Istituzioni ad aprire un siffatto dibattito, secondo il meccanismo delle lettere aperte, da noi inaugurato con la proposta dell’Agenzia Tecnologica Europea (cfr. “Technologies for Europe”).

“E’ L’ORA DELL’ EUROPA”

ANCHE SENZA UN ECOSISTEMA DIGITALE SOVRANO?

Tratta atlantica e Trail of Tears, il peccato originale del puritanesimo americano

Certo oggi è, come ha affermato Ursula von der Leyen, l’ora dell’Europa, perché, essendosi incrinata, grazie anche al Coronavirus,  la maggior parte dei vecchi miti su cui si è retto il sistema geopolitico degli ultimi 75 anni, l’Europa sta forse riuscendo a intravvedere senza paraocchi ideologici la realtà vera del mondo d’oggi e a pensare realistiche vie d’uscita dalla propria decadenza.

Tutte cose che, fino a pochi giorni fa, erano perfino inimmaginabili, perché ancora vigevano le “retoriche dell’idea d’Europa”, e, in particolare: il disdegno per le identità, la UE area più florida del mondo, il progresso continuo, lo “scudo atlantico”, il “diritto mite” dell’Occidente, il “piccolo è bello”, l’inefficienza del settore pubblico, il divieto d’ indebitamento della UE, e così via…

La battaglia fra Kowloon e Victoria, nel cuore di Hong Kong

1.La realtà svelata

Intanto, il Parlamento Europeo, nel suo studio “Thinking about the future of Europe” ha riconosciuto che l’integrazione europea non può procedere senza l’Identità Europea, e si è riproposto addirittura di promuoverla, pur senza fare troppi riferimenti ai miopi schemi pedagogici del passato. Questo cambio di passo è stato reso per altro inaggirabile dalla smentita, da parte della realtà, delle costruzioni ideologiche che avvolgevano finora il discorso pubblico. L’Europa, che fino a un paio di mesi fa si baloccava con l’eufemismo di un’asserita “stagnazione”, è stata costretta a riconoscere la realtà di una secca decrescita dell’Occidente, che non è una “fake news” di Mosca o di Pechino, ma una realtà comprovata dai numeri, di cui il Coronavirus costituisce in un certo senso solo un capro espiatorio. Poi, al progresso continuo della Scienza, dopo i balbettii dei virologhi di tutto il mondo e le fosse comuni in America e Brasile, non crede più nessuno. Quanto al preteso “scudo nucleare atlantico”, i dubbi di Trump sull’articolo 5, il rifiuto degli Europei di aumentare la spesa militare, il fallimento di Defender Europe 2020, la denunzia dei trattati nucleari, la militarizzazione dello spazio, i nuovi missili mare-terra, il ritiro delle truppe dalla Germania, i sondaggi pro-Cina e pro- Russia e il conflitto fra Trump e il Pentagono, è ovvio che esso semplicemente non esiste (se mai è esistito), mentre, in suo luogo, c’è invece una corsa senza limiti agli armamenti, che gli Europei non condividono ma a cui non  riescono ad opporsi. Il coprifuoco in America  supera di gran lunga quello di Hong Kong, e soprattutto ci ricorda che gli Stati attuali  hanno tutti, in un modo o nell’altro,  sulle spalle i colossali crimini del colonialismo  su cui si è fondata la Modernità e da cui soprattutto l’anglosfera non può uscire: nei due casi specifici, lo sterminio dei nativi americani, la tratta atlantica e le Guerre dell’Oppio (iniziata nel 1839 dalla più grande operazione antidroga della storia, quando gl’Inglesi, per difendere i narcotrafficanti, fecero fuoco, nella baia di Hong Kong, contro i battelli dell’ esercito imperiale cinese).   Il Coronavirus si è incaricato poi di dimostrare la debolezza strutturale di milioni e milioni d’imprese europee sub-marginali e tecnologicamente arretrate, che vivacchiano da decenni per inerzia, mentre Amazon, Facebook, Google, Tesla, Alibaba e Wechat (come ha riconosciuto la Commissaria Vestager che da tempo le avrebbe dovute contrastare)  sono uscite dalla pandemia ulteriormente rafforzate. Grandi imprese europee come Lufthansa e Alitalia debbono essere ricapitalizzate con la benedizione dell’ antitrust; gli eurobond sono in pratica già quasi realtà.

Unione e Stati Membri si stanno rendendo conto, seppure malvolentieri, di questo crollo dei vecchi miti, adottando qualche, seppur modesto, provvedimento nella giusta direzione, e, in tal modo, mettendo “un tampone” (è il caso di dirlo) sulle falle più evidenti, che potrà prolungare la nostra agonia, ma non impedire il decesso. Certo, sarebbe tragico se non facessero neppure questo, ma l’interminabile trattativa e le argomentazioni utilizzate dagli Stati membri sviliscono i seppur apprezzabili risultati raggiunti. Basti pensare alle assurde accuse degli Olandesi all’ Europa Meridionale (anche se non senza ragioni: il “bonus vacanze”), quando l’Olanda, con la sua connivenza con le multinazionali e con gli Stati Uniti sui “tax rulings”, è (insieme al Lussemburgo, all’Irlanda e al Regno Unito) fra le cause prime della decadenza dell’Europa, e, perciò, quasi responsabile di alto tradimento. O come quella dell’Ungheria, che lamenta che i “paesi ricchi” (ma quali sono?) vengano aiutati dai Paesi poveri.

Ma soprattutto risulta sfatata la pretesa che la solidarietà sia un valore precipuamente europeo (e perché non africano, islamico e cinese?), mentre invece, di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, non si è ancora riusciti, dopo 4 mesi, ad approvare neppure la sostanzialmente neutra comunitarizzazione del debito.  Che cosa ha fatto per il Coronavirus il Corpo Europeo di Solidarietà?

Il problema è che la cultura mainstream, ostaggio di ideologie che hanno, come minimo, 50 anni, non possiede neppure le basi minime necessarie per il  dibattito sul XXX millennio, quale espresso in America, per esempio,  da Asimov, von Neumann, Esfandiari, Kubrick, Joy, Kurzweil, De Landa, Schmidt e Cohen, dove le tecnologie digitali non sono solo un orpello per discorsi della domenica, bensì il  cuore pulsante di un apocalittico progetto globale. I rari Europei che vi ci sono cimentati, come Hawking, Rees, Bostroem, Tegmark, Ferrando, Laurent, Floridi, Nida-Ruemelin sono rimasti al livello di studi accademico, senza aspetti propositivi.

Ne consegue che tutto il grande agitarsi intorno all’”Altra Europa” ha appena scalfito la superficie dei problemi di oggi, perché non ha fatto i conti con i veri convitati di pietra:  l’”algoritmo decisivo”, la “Macchina Mondiale”,  gli squilibri  nucleari, Prism, ecc…

L’esecuzione dei leaders dei Sepoys a cannonate da parte delle truppe inglesi

2.Perchè non ci stiamo ancora muovendo?

Il problema principale è quello del timing. Le positive  tendenze che stanno emergendo (constatazione della “fragilità” di tutti noi Europei, sospetto  verso i “consulenti” tecnici o economici dei Governi, equidistanza fra USA e Cina, interesse per le grandi imprese e i campioni europei, rivalutazione di funzioni pubbliche come la sanità e i fondi sovrani, perfino la faticosa nascita degli Eurobond), arrivano dopo che i nostri principali concorrenti (Cina e USA) sono già andati molto più avanti su queste strade, con sussidi pubblici immediati alle vittime della pandemia, gestione della crisi in prima persona da parte dei Presidenti, investimenti colossali  nelle nuove tecnologie, valute digitali, “advocacy” sfacciata a favore dei propri colossi, militarizzazione della sanità, applicazione del diritto economico di guerra, scavalcamento delle autorità locali in base allo stato di eccezione).

Come non ci stanchiamo d’insistere, l’area in cui il sorpasso sull’Europa è più evidente è quello delle nuove tecnologie, in cui tutti i Paesi del mondo continuano ad avanzare a tappe forzate, e di cui, in Europa, tutti rifiutano perfino di parlare. E’uscito recentemente un eccellente libro di Simone Pieranni, “Lo specchio rosso”, in cui quest’ autore ci illustra in modo competentissimo, dettagliato ma chiaro, come tutte le innovazioni sociali sognate e tentate dall’utopismo tecnologico californiano abbiano già trovato attuazione in Cina, in modo che, estrapolando comparativamente gli scenari dei due Paesi, possiamo comprendere quale sarà il prossimo futuro del mondo. Un futuro certo difficilissimo per gl’individui amanti della libertà, e dove l’Europa sarà un soggetto puramente passivo, in quanto tutti i suoi dati continueranno ad essere detenuti “in ostaggio” dalle Superpotenze, e l’Europa stessa mancherà di qualunque strumento -concettuale, umano, tecnologico, militare- per influenzare in qualche modo l’avvenire antropologico del mondo. Quindi, il contrario dell’auspicata “esemplarità”.A meno di prendere la situazione di petto hic et nunc, molto più di petto di quanto non si stia facendo adesso. Come scrive Dario Fabbri su Limes, “Così oggi miliardi di cittadini – attraverso post, mail, blog – affidano i loro pensieri più intimi alle società della californiana Silicon Valley, più Microsoft e Amazon che hanno sede a Seattle. Di fatto, l’80% della popolazione connessa nel pianeta, che offre agli americani la più grande quantità di informazioni della storia”.

A partire da Crucé, per passare a Kant e Coudenhove-Kalergi, per arrivare a Spinelli e a Papa Francesco, l’Europa ha sempre preteso di costituire un modello per il mondo grazie alla sua ambizione di costruire un ordine mondiale di carattere consensuale, sia esso di carattere etico o di carattere istituzionale. La definizione dell’ Europa quale “Trendsetter”, contenuta nel pacchetto digitale della Commissione, si riallaccia a questa pretesa con un termine nuovo. Tuttavia, come noto, tutti i grandi Stati subcontinentali hanno questa pretesa di esemplarità, a cominciare dalla dal Tian Ming cinese, per passare al “Patto” di Israele,alla “Hvarenah” achemenide,  alla “Hierotate Chora” dei Tolomei, alla Pax Augusta, al Califfato, al Tercio Imperio portoghese, alla “Casa sulla collina” dei Puritani, all’ “internazionalismo proletario”. Questa pretesa universalistica traduce semplicemente una legittima ambizione di “leadership”, espressamente riconosciuta come benefica per esempio dal Corano. Tuttavia, essa, per essere credibile, deve tradursi in fatti concreti, ché, altrimenti, si traduce nella copertura ideologica di altri interessi.

Purtroppo, nel momento stesso in cui l’Europa avanza questa pretesa,  la situazione effettiva dei diritti degli Europei è la più grave in tutto il mondo, perchè le nostre Autorità, a dispetto dell’ enorme produzione cartacea (cfr. i Quaderni  di Azione Europeista “Habeas Corpus Digitale” e “Corpus Iuris Technologici” dell’ Associazione Culturale Diàlexis) , non hanno fatto ancora nulla sul piano tecnico per difendere i cittadini contro la colonizzazione culturale denunziata dal Papa, come dimostrato per acta dalla causa Schrems. In base alle risultanze processuali e ai documenti di Snowden pubblicati da Wikileaks,  i nostri dati  sono già stati trasferiti, e continuano ad essere trasferiti,  nonostante il DGPR e addirittura grazie al Privacy Shield e alle Standard Contractual Clauses, nei server delle OTTs e della NSA, mentre, a detta di quest’ultima, l’intelligence cinese starebbe hackerando tutti i database americani, cosicché i nostri dati, militari, tecnologici, economici e personali sono in pratica disponibili a tutti tranne che all’Unione Europea, ai nostri Governi, alle nostre imprese e ai nostri eserciti (i quali tutti avrebbero pure diritto, a mio avviso, alle condizioni del GDPR, di poterne fruire, e di negare invece tale fruizione ai soggetti extraeuropei, come fanno, appunto, USA e Cina, ma, in gran parte, anche India e Israele).

L’iniziativa Gaia-X, di un cloud europeo (un consorzio di dodici piccole realtà esistenti), inaugurata il 9 maggio dai ministri francesi e tedeschi, costituisce, nonostante le roboanti promesse di sconfiggere gli OTTs, l’ennesimo pannicello caldo, perché è solo sperimentale, si riferisce solo ai dati delle imprese, e non quelli dei cittadini, è comunque parziale e non protetta contro lo spionaggio delle Grandi potenze. Nel 2018, gli Stati Uniti avevano  approvato il cosiddetto Cloud act: una legge federale che – fra le altre cose – permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa dati e informazioni sensibili anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense. Compresi quindi i server fisicamente in Europa, zeppi di dati di cittadini europei, ma di aziende Usa. Una misura che si scontra in pieno con gli articoli del GDPR sulla tutela dei dati dei cittadini europei, ed ha provocato molte cause e sanzioni contro imprese europee.

Questa situazione permette  agli Americani di pilotare la politica, la tecnologia e l’economia mondiali, e, soprattutto, europee, facendo in modo soprattutto che non si formi mai, in Europa, un agglomerato di forze capaci di “sfidare”  come dicono gli Americani, le Grandi potenze. Questo è valido in primo luogo in campo economico, dove i profitti di Google, Amazon e Facebook, realizzati con l’utilizzazione economica dei nostri dati e scontando, grazie ai “tax rulings”, imposizioni irrisorie, costituisce, come ha spiegato Evgeny Morozov, una vera imposta sull’ economia reale, i cui utili vengono reinvestiti fuori dell’Europa per espandere ai nostri danni un impero tecnologico mondiale dei cui frutti non godiamo. Come scrive Pieranni, “per l’ Europa, poi, il destino potrebbe apparire inesorabilmente legato alla seguente domanda: preferiremo che i nostri dati siano in mano cinese o in mano americana?”

Pensando all’enormità del valore sottratto all’ Europa e al gettito evaso, è facile capire il perché del deficit cronico delle nostre economie, “potate” dagli OTTs di una bella fetta del PIL, e continuerà ad esserlo anche dopo la (ancora ipotetica) web tax.

Ma perfino nel campo della lotta alle malattie, ogni forma di progresso avviene esclusivamente all’ interno delle strutture per la “Guerra Senza Limiti” fra le Grandi Potenze.  Mentre nel 2018, il Commissario Moedas aveva risposto a Macron che l’ Europa non vuole creare la propria DARPA, Obama  creava la BARDA (“Biological Advanced Research and Development Authority”), ricalcata esattamente sul DARPA, per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Visto che la BARDA sta facendo vistosamente cilecca, e il Coronavirus sta provocando all’ America più danni della guerra del Vietnam, Trump ha  lanciato l’ “Operation Warp Speed”, che richiama al contempo la tsiolkovskiana Warp Speed di Star Trek e il Project Manhattan di Hiroshima e Nagasaki, ponendo alla sua testa un generale. Anche in Israele, l’Istituto per la ricerca biologica di Nes Tsiona è legato al Ministero della Difesa. Infine, anche  in Cina, la ricerca del vaccino è diretta Maggiore Generale Chen Wen, ufficiale medico   in servizio permanente effettivo.

3.Uno strano silenzio

Dunque, senza un web europeo e agenzie europee per la tecnologia, le pur meritorie azioni di Corte di Giustizia, Commissione, Parlamento e Consiglio, sul GDPR, sull’antitrust, sulla Web Tax, rischiano di rimanere puramente simboliche, come dimostrano i casi Echelon, Wikileaks, Prism e Schrems, visto che il GDPR, a causa delle leggi americane, non viene rispettato dalle OTTs, la Commissione riscuote qua e là qualche multa, ma non colpisce la monopolizzazione in sé, la Web Tax continua a non essere riscossa mentre dovremmo chiedere anche gli arretrati, Obama aveva rifiutato di firmare un no-Spy Agreeement, Assange e Manning restano in carcere senz’alcuna protesta da parte UE, Schrems sta tentando da 12 anni di vedere riconosciuto dalla Corte di Giustizia il suo diritto alla privacy e i cittadini di Hong Kong che avevano aiutato Snowden a fuggire dagli USA hanno dovuto a loro volta fuggire in Canada.

Non per nulla Zuckerberg e Pichai, che avevano fatto visita alla Commissione nei giorni immediatamente precedente la pubblicazione del pacchetto digitale europeo, ne sono usciti raggianti, mentre altri guru digitali americani firmavano addirittura un protocollo in Vaticano.

Commenta Colliot da Limes: “Nonostante le ambizioni, però, l’Europa rischia di fermarsi a metà del guado sul digitale: un ambito in cui per ora sembra giocare di sponda, accettando l’egemonia statunitense e cercando al massimo di regolarne gli eccessi. Malgrado gli sforzi e le dichiarazioni, l’UE non appare ancora capace di sviluppare un equivalente di Google o di Facebook: delle 200 principali aziende digitali del mondo, solo 8 sono europee.”

Non è vero che non sia possibile scalzare l’assoluto monopolio delle OTTs, perché la Cina ci è riuscita brillantemente in una ventina di anni, creando delle equivalenti di Google, Facebook e Amazon (in concorrenza fra di loro sul mercato cinese). Ed è questa la chiave di lettura centrale dello scontro USA-Cina: mentre Schmidt e Cohen avevano teorizzato che Google avrebbe sostituito Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo, ora un’azione analoga la starebbe compiendo Huawei a favore della Cina.

Tuttavia, poiché gli Stati Uniti hanno impiegato più di 20 anni per passare dall’ invenzione di Internet da parte delle forze armate fino al suo lancio commerciale, forse solo se l’Europa partisse adesso con la prima fase, quella “segreta”, riuscirebbe ad arrivare sul mercato prima del “sorpasso” delle macchine sull’uomo, o della guerra fra superpotenze, ambedue probabili sbocchi fatali provocati dalla corsa generalizzata verso la cyberguerra.

E questo sarebbe il momento ideale per farlo, perché  perfino Elon Musk sta proponendo all’autorità antitrust americana, proprio per uno scrupolo di libertà di pensiero,  il “break-up” di Amazon, di cui la creazione di un campione europeo potrebbe essere il logico “pendant” in Europa.

Se l’Europa vuole proporsi veramente come il “trendsetter” in campo digitale contro il progetto apocalittico degli OTTs, e pertanto costringere le Grandi Potenze a sedersi intorno a un tavolo per stipulare un accordo sul digitale come quelli sul nucleare, non può presentarsi al tavolo delle trattative come semplice un mercato da colonizzare, bensì deve già avere un proprio web, sul quale sperimentare e dimostrare la validità del suo “umanesimo digitale” di Nida-Ruemelin, e comunque sottraendo i suoi cittadini al controllo di potenze extraeuropee. Come hanno detto Trump e Macron e in netto contrasto con la retorica “angelistica” (come la chiama Papa Francesco), in queste cose vengono rispettati solo i soggetti forti e autonomi. Questo vale tra l’altro anche in campo nucleare.

Le Istituzioni (compreso soprattutto l’onnipotente Consiglio) debbono spiegare agli Europei perché non si stia facendo nulla in questo campo, e neppure se ne discuta. Non ci si dica che non esistono le competenze giuridiche europee, perché lo stesso Parlamento, con lo Studio dell’ EPRS intitolato “Unlocking the potential of the EU Treaties”, ha chiarito che  si può utilizzare a questo proposito l’art. 171 TFEU.

Notiamo con preoccupazione che nessuno dei documenti pubblicati dalla Commissione e dal Parlamento sul digitale fa alcun riferimento a un’azione concreta relativa alla sovranità digitale europea, invocata invece a gran voce da Macron e dal Senato francese. C’è un accordo segreto? Le visite alla Commissione di Zuckerberg e Pichai lo fanno pensare. I due sono molto bravi a fare credere a Europei e Cinesi di essere indipendenti dallo Stato americano, ma, se ciò veramente fosse, i loro rispettivi business non esisterebbero neppure, come dimostrano Cambridge Analytica e la “precettazione” di Google in base al War Production Act per combattere al crollo del valore dei bitcoins.

I medici albanesi in Lombardia

4.I voti  del Parlamento Europeo in materia digitale.

Per tutti questi motivi, avevamo indirizzato nelle scorse settimane una serie di lettere con cui pregavamo la Commissione ITRE del Parlamento di non votare il rinnovo “tels quels” per il prossimo settennio, delle circa 40 agenzie della Commissione, per lo più di carattere tecnico, tutte basate sull’ idea di “congelare” il mercato tecnologico europeo, come pure di tutti i programmi e strumenti tecnologici europei esistenti, senza invece l’obiettivo di un vero “ecosistema digitale sovrano europeo”, indipendente dalle OTTs (obiettivo conclamato, ma mai perseguito). Purtroppo, a parte una cortese e.mail del Presidente Sassoli, non abbiamo ricevuto alcuna reazione sulla sostanza della questione, per cui presumiamo che si procederà alla conferma del pregresso, così bloccando un dibattito che, invece, in pendenza del nuovo quadro settennale e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, dovrebbe restare aperto, proprio per fare salvo il principale obiettivo di sostanza: il web europeo.

In generale, si può dire che, non solo per ciò che riguarda queste agenzie, ma in generale per tutto ciò che concerne le politiche tecnologiche dell’Unione, le Istituzioni stiano già “blindando” il prossimo settennio, escludendo che in questo periodo si possa concretamente perseguire la sovranità digitale (e salvaguardando così gl’interessi, non solo degli OTTs, ma anche di molti  Enti di sottogoverno la cui utilità è dubbia, e che, a nostro avviso dovrebbero essere sostituiti da un potente DARPA europeo).

Confidiamo nella Sessione Plenaria del Parlamento per un intervento correttivo, che lasci alle Istituzioni e alla Conferenza il margine necessario per lanciare l’Ecosistema Digitale Autonomo (al limite con strumenti finanziari, ma soprattutto normativi, a oggi non esistenti).

Torneremo ovviamente, e abbondantemente, su questi argomenti.

Abbiamo girato intanto lettera, opportunamente aggiornata, anche ai presidenti dei gruppi politici del Parlamento, sperando che facciano qualcosa (cfr. “Technologies for Europe”). Poi, come aveva scritto Carlo Marx alla fine della Critica al Programma di Gotha,  dovremo dire: “Scripsi, et salvavi animam meam”.

L’arresto di Assange, una vergogna per l’Inghilterra e per l’ Europa

CHE FINE HA FATTO LA STRATEGIA INDUSTRIALE EUROPEA?

Jean-Jacques Servan Schreiber

Pubblichiamo qui di seguito, con una breve premessa, la versione italiana del post di “Technologies for Europe”, in cui si è relazionato sulle lettere aperte inviate, dall’ Associazione Culturale Diàlexis, a Parlamento, Consiglio e Commissione.

1.Breve storia della politica economica e industriale dell’ Europa.

Qui vogliamo mettere in evidenza soprattutto che, come risulta dallo screenshot, allegato, del sito della Commissione, quest’ultima aveva previsto l’ambiziosissima tappa di una “Strategia Industriale Europea” come inserita (per marzo 2020), nel percorso per pervenire al “Green New Deal”. Orbene, senza una strategia industriale non è possibile nessun’altra strategia. Anche perché, oggi, i confini fra industria, da una parte, e cultura, geopolitica, biopolitica..,sono divenuti evanescenti.

A parte il Coronavirus, i rapporti fra strategia industriale e Unione Europea sono stati sempre difficili, perché, nonostante che Jean Monnet fosse stato il più importante pianificatore (nel senso sovietico del termine ), che mai abbia avuto l’ Europa Occidentale (era il “Commissaire Général au Plan), e nonostante che la CECA fosse praticamente un cartello, i Trattati furono redatti con il supporto determinante di giuristi americani, legati nello stesso tempo alle banche d’affari e all’ Amministrazione Americana. Si legge per esempio testualmente nel suosito della sede di Bruxelles che  “Cleary Gottlieb’s Brussels office was established in 1960 as a direct consequence of the close relationship between French political and economic adviser Jean Monnet and former U.S. Under-Secretary of State, George Ball, one of the firm’s founding partners and legal advisor to Monnet on the implementation of the Marshall Plan and the drafting of the Treaties of the European Communities.”

Per questo motivo, i Trattati sono stati ispirati all’ideologia liberistica, e mirano soprattutto ad evitare la formazione di forti cartelli europei (i “Campioni Europei”, capaci di competere con i colossi americani.

Anche l’idea di una programmazione, amatissima dall’Amministrazione americana nell’ immediato Dopoguerra in quanto erede dell’economia di guerra (il Piano Marshall), divenne presto tabù.

Per questo motivo, né l’Unione Europea, né gli Stati Membri, avrebbero dovuto avere una politica industriale. Né, d’altro canto, una politica industriale ufficiale avrebbero gli Stati Uniti, dove, come brillantemente intuito da Kalecki, la politica industriale la fanno le forze Armate (per il tramite del DARPA).Perfino la Francia ha dovuto smorzare negli anni la sua politica indstriale, declassando il Commissariat Général au Plan al rango di un’ “Agency”:France Stratégie. Cosa che in epoca di neo-liberismo internazionale era capitato un po’ dovunque, dal Giappone alla Cina.

I pericoli di questa situazione erano stati giustamente posti in luce, nel 1968, da Jean-Jacques Servan-Schreiber, e, nel 1983, da Glotz, Lutz Suessmuth, ma senz’alcun risultato; anzi, l’ Europa subiva, nel 1973, la cisi petrolifera, e, negli anni successivo, l’aggravarsi del technological gap, restando esclusa (casi Olivetti e Minitel) dall’ informatica, per poi venire travolta dalle crisi delle Torri Gemelle, dei subprimes, delle sanzioni, delle guerre commerciali e del Coronavirus..

Le stesse cose le scrive ora, anch’essa con scarsi risultati, Mariana Mazzucato.

Solo l’anno scorso, con enorme fatica, il Ministro tedesco Altmaier era riuscito, scusandosi mille volte, a fare accettare l’idea di una “politica industriale per la Germania e per l’Europa”, ma, dopo consultazioni con l’industria tedesca e con i Francesi, si era accontentato di una versione edulcorata, che sarebbe forse stata fatta propria da Bruxelles se non fosse sopravvenuto il Coronavirus.

Alla fine di Febbraio, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate, e la maggiore preoccupazione di Altmaier era stata quella di farsi autorizzare da Bruxelles a nazionalizzare le grandi imprese in crisi. La Commissaria Vestager faceva ancora di più: non solo concedeva l’autorizzazione, ma poneva anche il vincolo che l’intervento fosse provvisorio e che gli Stati Membri non richiedessero poteri nelle società “nazionalizzate”. Con il solito risultato di pubblicizzare le perdite e privatizzare gli utili.

Quindi, tutto il lavoro fatto sulla Strategia Industriale è oggi da rifare, e certo non lo si rifarà in tempo per progettare il budget 2021-2027.

In questo periodo, quando tutte le principali decisioni sono sospese in attesa che la pandemia prima o poi si attenui, non si può per altro perdere altro tempo nel decidere il futuro che vogliamo per l’Europa.I processi decisionali europei sono stati paralizzati  addirittura per due anni: prima, a causa delle Elezioni Europee, poi, per l’onerosa procedura necessaria per formare la nuova Commissione, e, finalmente, dallo stato di eccezione dovuto alla pandemia.

Ma già prima di allora si andava accumulando una gran massa di problemi irrisolti: l’incertezza nei rapporti con il resto del mondo, così come l’incessante decadenza demografica, culturale, politica, economica e tecnologica, rispetto agli altri Continenti.

Peter Glotz

2.Un muro di gomma contro la realtà

“Consapevole di questi pericoli, l’Associazione Culturale Diàlexis non si è mai stancata di sollecitare tutti i soggetti responsabili a farsi carico di quest’emergenza, facendola rientrare fra le priorità dell’Europa. Rendiamo conto sistematicamente, tramite questo sito, dei passi compiuti verso le varie Istituzioni. Per ora, solo alcune di esse hanno reagito.

Quando, parecchi decenni orsono, incitavamo di non cedere ad ideologie irrealistiche, nessuno ci ascoltava; quando tentavamo d’indirizzare gli Italiani verso lo studio del sistema sociale mitteleuropeo per trarne degl’insegnamenti, nessuno era interessato; quando viaggiavamo per tutto il mondo per promuovere una forma di globalizzazione che potesse essere feconda, al contempo, per l’Italia, l’ Europa e i Paesi terzi, tutti ci boicottavano; quando ammonivamo contro l’indifferenza verso l’assenza di un’identità europea, si negava perfino che ciò costituisse un problema; quando precisavamo che, con un tasso annuale di crescita del 4,5%, l’ Europa e l’ Italia si sarebbero trovate in una situazione di continua recessione, questo scenario sembrava impossibile. Ora, però, i dati circa il posizionamento dell’Europa nell’ economia mondiale negli ultimi 40 anni sono acquisiti e non possono essere smentiti. Se ad essi aggiungiamo gli effetti del Coronavirus, che sono, sì, imprevisti, ma però prevedibili, il giudizio sulle classi dirigenti di questi decenni non può essere che negativo.

Oggi, ammoniamo sul gap tecnologico ancora accresciuto fra l’ Europa, da una parte, e la Cina, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e Israele, dall’ altra. Ancor oggi, i più tentano di distorcere il senso di quest’ammonimento, come se “nuove tecnologie” significasse solo Industria 4.0, auto elettriche, centrali solari e G5, mentre il mondo sta oramai viaggiando verso la Sorveglianza Totale, la concentrazione dei Big Data, i computer quantici e la corsa allo spazio.  Così, l’Europa rimarrà ancora più arretrata di quanto già lo sia, e sarà obbligata ad accettare, di fatto, le soluzioni ideologiche ed economiche che saranno scelte per noi dalle superpotenze tecnologiche.

Abbiamo già pubblicato le lettere inviate alla Commissione ITRE del Parlamento Europeo. Con questo post, riferiamo ora circa quelle indirizzate ai membri del Consiglio e della Commissione.

Fino ad ora, la sola Autorità che ha  si è espressa è stato il Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli.

Konrad Seitz

Torino, 22 Maggio 2020

Signore e Signori,

Abbiamo inviato ai membri del Consiglio Europeo (e alla Presidentessa Ursula von der Leyen) la seguente lettera, che ora inviamo anche a Voi per le specifiche competenze di ciascuno.

Cogliamo l’occasione per notare che, sul sito della Commissione, la pagina dedicata alla “Strategia Industriale Europea”, che farebbe parte della tabella temporale dello “European Green Deal, risulta mancante.

Capiamo che, nel mese di Marzo, all’apice della crisi del Coronavirus, sarebbe stato difficile decidere una Strategia Industriale Europea. Tuttavia, senza tale Strategia Industriale, nessun Piano di Rilancio avrebbe senso, specie se legato al budget settennale 2021-2027. Il nostro libro e la proposta, ad esso allegata, per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, costituiscono un tentativo di colmare questa lacuna con la creazione di un nuovo soggetto dedicato a una parte decisiva di queste funzioni: le nuove tecnologie.  L’idea sottostante è che, nella terza decade del Terzo Millennio, nessuno dei problemi dell’Umanità (ambiente, pace, cultura, equità, salute), per non parlare dell’Europa, potrà essere risolto senza dominare le nuove tecnologie, e, innanzitutto, i Big Data, Internet, la cyber-intelligence, l’Intelligenza Artificiale, la finanza digitale. Fintanto che l’Europa rinuncerà ad avere le proprie Alte Tecnologie, la sua decadenza proseguirà all’ infinito.

Questo decennio sarà decisivo per i destini dell’Europa e del mondo.L’Europa non può rimanere lo spettatore passivo di una rivoluzione tecnologica  in contrasto con l’ “European Way of Life” e con gl’interessi legittimi degli Europei.

Confidiamo che le Istituzioni affronteranno questa contraddizione, operando sul bilancio settennale e strutturando adeguatamente la Conferenza sul Futuro dell’Europa. Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi i nostri studi e i nostri dibattiti su quest’urgente materia.

RingraziandoVi per l’attenzione,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala.

Associazione Culturale Diàlexis, Via Bernardino Galliari 32  10125 Torino,  tel 0039011660004  00393357761536  website: http://www.alpinasrl.com

Rita SŸuessmuth

Torino, 14/5/2020

Ai membri del Consiglio Europeo

 Signori e Signore,

Ci eravamo rivolti ai relatori della Commissione “Industria, Ricerca ed Energia” del Parlamento Europeo nella sessione del 28 Aprile per la discussione (e la possibile approvazione in prima lettura) di due proposte, riguardanti una revisione della regolamentazione dello IET, e il suo rifinanziamento per l’esercizio 2021-2027.

In quella lettera, sottolineavamo che, dopo la crisi del Coronavirus, tutto nel mondo è cambiato, cosicché le politiche preesistenti dovranno essere in ogni caso modificate. Come ha affermato la Presidentessa Ursula von der Leyen”…giacché  questa crisi è diversa da qualunque altra, il nostro prossimo budget settennale dovrà essere diverso da quanto abbiamo conosciuto. Avremmo bisogno di anticiparlo, in modo da poter sorreggere gl’investimenti in questi primi determinanti anni di rilancio”.

Avevamo inviato ai relatori la versione finale del libro “A European Technology Agency”, che inviamo anche a ciascuno di Voi, con allegata una proposta, dell’Associazione Culturale Diàlexis, di ristrutturazione globale della politica tecnologica europea in base alle priorità della Commissione, e, in particolare, la sua Strategia Digitale, profondamente rivista in base alle esigenze di rilancio dopo la crisi economica sempre più grave e il Coronavirus.

Notiamo intanto che l’Alta Autorità per il Carbone e l’ Acciaio, di cui il 9 maggio ricorreva l’anniversario, era in fin dei conti un’agenzia europea per la gestione di un consorzio europeo, che, all’ epoca, rappresentava il nocciolo duro delle industrie essenziali. Nello stesso modo, proponiamo ora di porre sotto un controllo europeo comune le industrie europee più sensibili: quelle delle nuove tecnologie. Così come le industrie del carbone e dell’acciaio erano state condivise perchè esse costituivano la base della mobilitazione industriale bellica, così oggi lo sono Internet, i Campioni Europei, l’Intelligenza Artificiale, le Divise Digitali, le tecnologie ambientali, l’industria biomedica.

L’approccio adottato fino ad ora, in base al quale le nuove tecnologie della difesa, dell’aerospazio, dell’informatica, della biotecnologia, dei trasporti, dell’ambiente, delle comunicazioni, dell’organizzazione, sono talmente disperse da risultare inefficaci, va riconsiderato radicalmente, con l’idea di un unico organismo di programmazione, comune alla Banca Europea d’Investimento, alla Commissione, al Consiglio, agli Stati Membri, alle Regioni, alle Imprese e alle Città, il quale potrà concentrare l’immane sforzo dei prossimi anni, per sfidare, da un lato, il DARPA, e, dall’ altro, “made in China 2025” e “gli “Standard Cinesi 2035”.

Ricordiamo anche che Jean Monnet, prima di essere nominato primo Presidente dell’Alta Autorità, era stato il Commissaire Général au Plan della Francia, e, prima ancora, aveva lavorato per un consorzio militare delle Forze Alleate.

Basti dire che, come risulta dalle carte con cui si sta confrontando ora il Parlamento per la rendicontazione, le Agenzie e le Entità miste pubblico-private della Commissione (per lo più con elevate responsabilità in campo tecnologico) sono circa una quarantina, a cui bisogna aggiungere Enti importanti come l’ ESA Sarebbe molto più ragionevole avere un unico grande Ente, come il MITI o il DARPA, con una visione globale di quanto sta accadendo in tutte le branche della tecnologia, e avente la capacità di reagire immediatamente.

Avevamo inviato il libro e le proposte a membri del Parlamento e ai Commissari competenti, sollecitandoli a considerare quanto ivi articolato e proposto. Infine, stiamo anche preparando un secondo libro, dedicato al dibattito fra intellettuali, politici, Movimenti europei e società civile, sull’umanesimo tecnologico in Europa dopo il Coronavirus. Speriamo di ricevere contributi da parte di tutti in tempo utile per influenzare i dibattiti in corso. Ovviamente, pensiamo in primo luogo ai destinatari di questa comunicazione.

L’idea di fondo è che, già prima della crisi del Coronavirus, gli autorevoli studi eseguiti dal Senato francese (Rapport Longuet) e dal Governo tedesco (Nationale Industriestrategie) avevano preso atto del fatto che l’ Europa non aveva alcuna speranza di riprendere in tempi ragionevoli le precedenti posizioni nei settori del web, dei Campioni Europei, della cyber-intelligence, dell’Intelligenza artificiale, della computazione quantica, della cyber-guerra, delle divise digitali, delle biotecnologie, entro il termine proposto, il 2030, e che il Manifesto Congiunto Franco-Tedesco era già superato dagli avvenimenti degli ultimi anni.

Di conseguenza, la posizione dell’ Europa è condannata a deteriorarsi continuamente, dal punto di vista dei risultati economici complessivi (Mazzucato, Morozov, Zuboff), da quello della sicurezza militare (De Landa, Dinucci, Mini), della crisi ambientale (Greta Thunberg, “laudato Sì”, “Querida Amazonia”) e della protezione dei diritti dei cittadini (Assange, Snowden, Greenwald)., a meno che l’Unione non intraprenda una strategia globale di riflessione, di dibattito politico, di riforme istituzionali, culminante in una nuova era di Umanesimo Digitale, alternativa a quella delle Superpotenze.

Per le ragioni sopra esposte, durante il dibattito sul budget settennale 2021-2027, che dovrebbe cominciare ora, come pure in quelle che dovranno precedere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, è ineludibile la questione della ristrutturazione globale (filosofica, concettuale, geo-politica, istituzionale, tecnologica e finanziaria) dell’orientamento della società europea.

Per quanto precede, si pone preliminarmente la questione del se l’IET abbia ancora un senso, oppure non debba essere fuso con l’ESA e altri Enti.

Ricordiamo ancora alcune questioni fondamentali irrisolte, da affrontarsi prima che sia troppo tardi:

-l’assenza di una classe dirigente digitale e umanistica;

-gli abusi del complesso informatico-digitale nelle aree dell’immagazzinamento dei dati, dell’evasione fiscale e dell’antitrust;

-l’”upgrading” della società europea, da una società industriale,  a una società delle macchine intelligenti;

-l’Europa quale campo di battaglia ideale fra le grandi potenze in tutte le aree possibili della vita umana: la guerra economica, la battaglia delle narrazioni, la guerra nucleare, chimica e batteriologica, la destabilizzazione politica…

Il nostro libro, e la nostra proposta formale per la Conferenza, nutrono l’ambizione di suggerire le grandi linee di tale risposta globale a quelle domande irrisolte.

Il Presidente Sassoli ci ha risposto molto gentilmente, suggerendoci di rivolgerci a tutti i membri della Commissione  ITRE che sono, in ultima istanza, , insieme al Consiglio responsabili per la decisione (vedi infra).

Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi ulteriormente la proposta, nonché per collaborare con i Vostri servizi per perseguire risultati più concreti. Nello stesso tempo, stiamo rivolgendo il nostro appello anche alla Commissione, per evitare che l’Europa perda questa cruciale occasione.

Saremmo onorati di ricevere una qualche reazione da parte Vostra, dichiarandoci disponibili a qualunque forma di collaborazione.

RingraziandoVi per l’ attenzione,

Distinti saluti

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari 32

10125 Torino

Tel: 00390116690004

00393357761536

RELAZIONE DI FERRANTE DE BENEDICTIS PER IL 9 MAGGIO

Il Ratto di Europa: una profezia?

Dopo la relazione di Matteucci, la sintesi degl’interventi di Lala, e i contributi di Merchionnee Cardini, pubblichiamo l’intervento, alla videoconference del 9 maggio, di Ferrante De Benedictis. Interventi diversi per taglio, contenuto, posizioni culturali, ma accomunate dall’ obiettivo di fare ripartire un dibattito costruttivo sull’ Europa in un momento che, come scrive De Benedictis, è pieno di rischi, ma anche di opportunità.

Questi interventi verranno pubblicati, insieme a quelli che seguiranno nel corso dell’ estate, in un unico contesto sotto l’egida dei Cantieri d’ Europa 2020.

Il documento di De Benedictis, sintesi di un intervento più articolato, è dedicato ai quattro tre poli, della politica, della sovranità,dell’Europa e della nazione, visti non come antitetici, bensì come complementari e integrantisi reciprocamente.

Spesso si ha invece l’impressione chei vari politologi e i vari leader politici, per motivi strumentali, tendano a privilegiare solo uno di questi aspetti, squilibrando tutto l’insieme e rendendo possibile quegli abusi che tutti deunziano, ma nessuno riesce ad evitare.

In particolare, l’abdicazione della politica nei confronti dell’ economia e soprattutto della tecnica, l’incomprensione del carattere sfuggente della sovranità, sospesa fra il divino e l’umano, l’immiserimento tanto dell’identità europea che di quelle nazionali al livello della cosiddetta “memoria condivisa” o del folclore “turistico” o cerimoniale, hanno resi invisi un pò a tutti, e la politica, e la sovranità, e l’Europa, e la nazione.

Giustissimo, quindi, l’invito di De Benedictis ad una restaurazione di un equilibrio, in modo da poter fare nascere una nuova Europa.

Ferrante De Benedictis

Relazione congressuale

Convegno promosso dal dott. Riccardo Lala 2500 anni dalle Termopili, 70 anni dalle dichiarazione di Schuman

Torino, 09 maggio 2020

Quello dell’Europa è un tema di assoluta centralità nel dibattito politico odierno, un dibattito fortemente condizionato dalla pandemia che ha colpito il mondo intero.

Il covid-19 rappresenta uno di quei fatti in grado da solo di cambiare il corso della storia, un incidente della storia, una discontinuità in grado di catalizzare improvvisamente i processi storici e politici.

Così davanti ad un’epidemia, come altre ce ne sono state nel corso della storia, sono tanti i processi di grande cambiamento in atto, nostro compito provare a comprendere questi processi, nella consapevolezza che dietro ogni rischio si cela sempre una opportunità.

L’opportunità, però non può essere considerata solo unilateralmente, ma ciascuno secondo le proprie mire cercherà di coglierne la propria, così se da un lato la pandemia potrebbe determinare la fine della globalizzazione, da un altro punto di osservazione potrebbe invece significare il potenziamento di un modello globalista ed il concretizzarsi di un governo mondiale sulla spinta della tutela della salute pubblica mondiale.

Ricordiamoci che da quando l’economista americano Milton Friedman teorizzò le nuove idee neoliberiste, di cui la globalizzazione ha rappresentato e rappresenta lo strumento più potente ed efficace per la sua progressiva affermazione, il modello neoliberista ha sempre saputo cogliere i momenti di crisi per accrescere il suo dominio.

A tal proposito Ricorderete le parole di Mario Monti nel Febbraio del 2011

“ non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono cessioni di parti delle sovranità nazionali…”

È chiaro che lui si riferisse a quello che in psicologia delle masse si chiama la teoria dello shock, di cui la comunicazione mainstream si serve con grande abilità oggi.

Per fortuna potrebbe esserci anche un’altra ipotesi da considerare, ossia quella  che la pandemia possa al contrario rappresentare il parricidio della globalizzazione, perché il parricidio perché non vi è dubbio che questa particolare crisi sanitaria  sia figlia della globalizzazione e che abbia allo stesso tempo messo in luce i tanti limiti della stessa.

  1. Sul piano economico l’aver spinto sempre di più verso un sistema economico che vedeva nella Cina la fabbrica del mondo
  2. UE drammaticamente inefficace nel risolvere e gestire la crisi dimostrando un scarsa o totale assenza di solidarietà;
  3. Riacutizzarsi del modello bipolare, quando pensavamo di essere entrati nell’epoca del multilateralismo

LO SCONTRIO TRA I 2 BLOCCHI (serve più Europa)

In tutto questo l’Europa rischia da un lato di vedersi schiacciata dai due blocchi per via di spinte centripete e dall’altro di essere disarticolata da spinte centrifughe che vengono dai suoi stati membri (vedi sentenza di Karsrhue) Brexit e una sempre meno sopita insoddisfazione dei principali Stati dell’Unione che continuano ad essere contributori così detti Netti dell’UE (Germania, Italia e Francia).

L’Italia è tra i primi 3 contributori del bilancio EU, ma anche tra quelli che ricevono meno, nell’ultimo bilancio l’Italia ha versato 13,94 miliardi di € ricevendone sotto varie forme di contributi 11,59 miliardi di € e questo a partire dal 2002 fino ad oggi abbiamo sempre contribuito più di quanto ci è stato ridistribuito.

A questo punto occorre però fare una doverosa premessa, già emersa nel corso degli interventi che mi hanno preceduto, esiste una sostanziale e netta distinzione tra Unione Europea ed Europa, aggiungendo che l’esperienza della prima come molti ormai concordano è destinata a chiudersi definitivamente ed a quel punto toccherà agli Stati Europei ricostruire un’Europa pre-Maastricht fondata sulla condivisione dei valori nel pieno rispetto delle singole sovranità.

IL TEMA DELLA SOVRANITA’

Quando si parla di sovranità in primis dovremmo interrogarci sul significato e sul valore profondo del termine, questo non solo come interessante esercizio semantico, ma come atto di comprensione di un processo politico in grado di riconquistare e di affermare uno spazio culturale e  identitario, che con la globalizzazione  e l’affermazione del pensiero unico è stato non solo neutralizzato ma anche deriso.

Affermare che questa Europa non convince, non è sufficiente, è necessario andare oltre la critica e spiegare, scevri da una preconcetta contrapposizione tra Euroscettici ed Europeisti convinti, che idea si propone per il futuro del vecchio continente.

Le Nazioni Europee dovranno a mio modesto parere ritrovare la loro sovranità a difesa delle loro identità e dei legittimi interessi nazionali e così condividendo strategie e valori potranno dar vita ad un’autentica Europa degli Stati, tanto auspicata dai padri fondatori, e non una vacua entità economica dominata da potentati  e interessi sovrannazionali come è attualmente. Ecco perché ritengo che Europa e Sovranità non solo non siano termini confliggenti, ma possano essere l’uno il corollario dell’altro.

Il rivendicare la propria sovranità significa ridare ossigeno alla democrazia e ristabilire i normali equilibri tra economia e politica, tra economia reale e finanza, tra capitale e lavoro, tra capitale e territorio, perché una concezione sana dell’economia distingue il calcolo mercantile del profitto dall’economia sostanziale, riservando a quest’ultima la funzione primaria e vitale di riproduzione delle merci necessarie alla sussistenza umana.

Economia che torni a rispondere ai bisogni e alle necessità del cittadino grazie ad una politica capace di riscoprire il suo ruolo di moderatore dei fenomeni socio-economici, ruolo che può concretizzarsi solo in uno Stato realmente sovrano, mentre oggi assistiamo ad una politica che è stata relegata a cortiletto del potere, completamente piegata alle logiche tecnocratiche della finanza creativa, o meglio distruttiva.

Alcuni dati

Solo per citare alcuni numeri Euro + crisi hanno significato per il nostro Paese -30% di capacità produttiva, che si sono tradotti in un -77’000 € di unità monetaria procapite in 20 anni, se non bastasse il confronto tra i due periodi pre e post Euro è impietoso

Tra il 1985 ed il 2001 il PIL italiano cresceva del +44% che equivalevano a circa 482 miliardi di €, contro il periodo 2020-2017 il PIL è cresciuto del solo 2% ossia 31 miliardi di €.

Andiamo alla voce export, da molti euroinomani considerato il vantaggio più importante del essere in UE, e scopriamo che questo vantaggio è stato solo ipotetico ma molto diverso dalla realtà,

1985-2001 export italiano +136,3%

2002-2017 +40,9 %

È chiaro che qualcosa nel processo di integrazione non abbia funzionato, ledendo in modo evidente gli interessi nazionali dell’Italia in questo caso.

La nuova Europa

Ma quale idea abbiamo di  Europa? Quale futuro auspichiamo per il vecchio Continente? Una strada  possibile è quella confederativa, quella di un’Europa che affondi le sue radici nel mondo greco romano e nella cultura cristiana, e che diventi garanzia di pluralità e non teatro di omologazione.

È bene però ricordare che nessun progetto politico potrà mai concretizzarsi senza la riscoperta di un senso di comunità da contrapporsi ad un pericoloso individualismo, comunità che si cementa attorno al concetto  di Patria, ossia terra di condivisione di un comune destino.

Il nostro sforzo deve essere quello di ricostruire sull’esempio di Enea la terra dei padri, dove ciascun europeo si possa riconoscere e confrontare con gli altri.

COMMENTO DI FRANCO CARDINI ALL’ANNIVERSARIO DEL 9 MAGGIO

Accolgo l’invito contenuto al termine del blog di Franco Cardini (minima Cardiniana n.282/2) a fare “circolare artigianalmente” il suo commento sul 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, che ben si inserisce nel filone del dibattito sull’ Europa che l’ Associazione Culturale Diàlexis ha inaugurato con i suoi Cantieri d’ Europa Virtuali 2020.

Premetto che la nostra circolazione è tutt’altro che artigianale, e in particolare che noi raggiungiamo tutti gli Europarlamentari italiani, oltre che molti altri vertici dell’ Unione.

L’intervento di Cardini si situa, come il nostro, nell’ alveo di una seria revisione dei miti dei “Padri Fondatori”, mirante a salvare la direzione di marcia, ma sfrondando le “fake news”, soprattutto quando sono già state demolite sotto vari punti di vista (ricordiamo il libro di Philippe de Villers).

-carattere ultra-elitario della CECA;

scarso merito della Francia;

-carattere poco innovativo, visto che il cartello europeo del Carbone e dell’ Acciaio esisteva già dagli Anni 30, e il dsuo carattere pubblicistico era stato garantito prima dall’organizzazione di Speer, e, poi, dall’ occupazione degli Alleati.

Cardini non dice espressamente, ma lascia intuire, che, a suo avviso, i “padri fondatori” , oltre ad avere motivazioni discrepanti, non fossero neppure, ciascuno per motivi diversi, troppo in buona fede nei loro propositi europeistici e umanitari, come egli fa capire con la citazione di De Gasperi, che parla appunto di “comuni esperienze” europee fra soggetti caratterizzati, invece, da percorsi politici quanto mai ondivaghi.

Come abbiamo scritto in un precedente post, anche noi nutriamo dubbi di questo genere, soprattutto per ciò che concerne l’obiettivo altruistico attribuito a Monnet e Schuman, mentre è noto che, prima del “Piano Schuman”, c’era stato un “Piano Monnet” avente come obiettivo una vera e propria dominazione della Francia sulla Germania attraverso l’annessione o la satellizzazione dell’ intera area renana (parallelo e aggiuntivo rispetto al piano olandese per annettersi gran parte della Bassa Sassonia).

L’obiettivo di Monnet era di modernizzare l’economia francese in modo tale da renderla competitiva a livello internazionale, in particolare per quanto riguardava le esportazioni verso la Germania, e la Germania fu vista come uno strumento necessario per la loro attuazione.

Personalmente, non posso fargliene una colpa, perchè i rari personaggi che tentarono in in qualche modo di creare in Europa una terza forza furono clamorosamente battuti (basti pensare a Stauffenberg, a Von Schirach, a De Gaulle, a Galimberti, a Nagy, a Maleter, a Dubcek). I “padri Fondatori”, che cercarono di conciliare il progetto europeo con la ealtà di un’Europa sconfitta e divisa, erano uomini politici (anche molto abili); gli altri erano degli eroi.

Ben conscio di questo, non ho mai creduto che il fondamento della nostra millenaria civiltà potesse essere una conferenza stampa di 70 anni fa,quando invece abbiamo Catal Hueyuek, Tripollye , Stonehenge, Skara Brae, che risalgono a 5000-7000 anni fa, e eventi storici di 2500 anni fa, come le Termopili e Salamina, che, attraverso Ippocrate, Erodoto, Eschilo e Socrate hanno influenzato tutta la nostra storia, e, infine, abbiamo, a cominciare da 700 anni fa, Dubois, Podiebrad, Sully, Crucé, St. Pierre, Rousseau, Kant, Nietzsche, Simone Weil,Galimberti, Juenger, Spinelli, Chabod, che hanno continuato a definire i progetti europei?

Infine, visto lo scarso entusiasmo perfino delle Istituzioni nel commemorare il 9 maggio, e le critiche implicite che anch’ esse oramai vi dedicano, noi, pur continuando imperterriti a celebrare il 9 maggio come facciamo da15 anni, perchè è la sola “Festa dell’ Europa”, cerchiamo anche altre ricorrenze europee significative.

Quest’anno, i 2500 anni dalla Battaglia delle Termopili ce ne offrono un’ottima occasione.

Il Plan Monnet per la disgregazione della Germania.

1.Le contraddizioni dell’ integrazione europea.

Cardini lascia anche correttamente intendere che, quando si parla di un’involuzione dell’ Unione Europea, dal suo originale carattere comunitario (le Comunità Europee), a quello di globalizzazione occidentale (l’Unione Europea) si accenna a un fatto reale, ma non si usano i termini appropriati, perchè, in realtà, l’impostazione data dai Padri Fondatori, cioè come un sottoinsieme dell’ impero occidentale, portava all’ incapacità di concepire un autonomo progetto di civiltà, e, quindi, la decadenza, e, infine, la dissoluzione.

A nostro avviso, nella prima parte della sua integrazione, l’ Europa Occidentale era ancora profondamente imbevuta di valori pre-moderni, preesistenti agli stessi totalitarismi: ruralismo, religiosità diffusa, culto dell’ eccellenza, supremazia della politica sull’ economia, attaccamento alle tradizioni, collaborazione fra le classi. Tutto ciò è andato perdendosi a cominciare dal 1985, quando, con il Papa polacco, Solidarnosc, la Casa Comune Europea, i revivals zarista e ottomano, sarebbe stato particolarmente facile sottolineare gli aspetti tradizionalmente europei. Invece, nessuno s’impegnò a fondo in questo senso, e quindi, di ogni fenomeno, prevalsero sempre gli aspetti più simili a quelli degli Stati Uniti, facendo perdere di vista la specificità europea.

Di qui, l’evidenziarsi delle contraddizioni di fondo della costruzione europea, e, prima di tutto, dall’ essere essa dominata da due fazioni, nessuna delle quali crede nell’ Identità Europea: quella dei fautori della globalizzazione occidentale, e quella dei “sovranisti” , per la quale Cardini rimanda, molto appropriatamente, al libro Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016):

Jusqu’à aujourd’hui, l’impasse dans laquelle se trouve la supranationalité a deux origines. D’abord ses partisans, quand ils s’en proclament, sont en même temps des cosmopolites. Ils sont donc incapables de convaincre l’opinion des peuples européens de la nécessité de l’État européen, étant donné qu’eux-mêmes en conçoivent fort mal la finalité. Ils s’interdisent de raisonner en termes de puissance, d’indépendance ou d’autonomie, et de compétition internationale. Ils se complaisent à penser un monde sans ennemis dans lequel les valeurs occidentales diffusent lentement, mais sûrement, parce qu’il a été préétabli qu’il ne pouvait en être autrement. Ils confondent cette vision téléologique avec l’inéluctabilité du marché planétaire qui pourtant ravage les sociétés européennes. Le caractère vital et éminemment politique de l’État européen (en tant qu’instrument au service des citoyens européens) leur échappe complètement. Ils ne l’imaginent même pas, puisque dans leurs esprits la supranationalité n’est qu’un ajustement institutionnel à la mondialité marchande. Ensuite, à l’opposé, les ethnocentrismes nationaux, qui sont légitimes au regard de l’histoire, et qui s’expliquent par la diversité des cultures et des traditions, engendrent une mauvaise appréciation de la souveraineté. Car il ne suffit que cette dernière soit proclamée ou qu’elle soit juridiquement reconnue ; sa réalité se mesure à l’aune des capacités de l’État et de sa société. C’est ce qui explique le caractère souvent incantatoire du discours souverainiste (partagé, même si prononcé à demi-mots, par la plupart des dirigeants européens) en raison du décalage entre les faiblesses des nations et les intentions affichées. Il se limite à être un discours du refus, sans solution. Pire encore, en interdisant à l’Europe d’accéder aux moyens de la puissance, il confine les différents États dans la dépendance par rapport aux ÉtatsUnis, que les souverainistes se complaisent pourtant à dénoncer, ou, de façon plus réaliste, au marché mondial

La raison est, qu’en dépit des souffrances qu’elle impose, la mondialisation satisfait leurs aspirations cosmopolites et téléologiques (l’espoir chez elles, qu’elle mettra fin à l’histoire politique et qu’elle générera une société mondiale pacifiée). En outre, l’interprétation mécaniste et évolutionniste de l’Histoire qui prévaut aujourd’hui, laisse à penser que la mondialisation en est une étape inéluctable, alors même qu’elle n’est que le produit d’une décision stratégique.

2.Cogliere il Kairos

Nonostante quella Cardini chiama “delusione”, che invece per noi è sempre stata la lucida coscienza della differenza fra “Identità Europea”, Ideologie europee e integrazione europea (cfr. il I° Volume di “10.000 anni d’Identità Europea”), egli c’invita a continuare insieme quella ch’egli correttamente chiama “Fatica di Sisifo”.A me sembra di non essere mai venuto meno neppure un istante a questo compito.

Oggi, vi sono almeno 5 fenomeni storici incombenti a cui intellettuali del calibro di Cardini possono, se vogliono, dare un loro utilissimo contributo:

1)la commemorazione delle battaglie dell Termopili e di Salamina;

2)la riorganizzazione dell’impianto delle politiche europee della tecnologia;

3)l’impostazione del bilancio settennale 2021-2027;

4)il Trattato Europa-Cina sulla protezione degl’Investimenti;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Ciascuno di questi appuntamenti, che si presenta “prima facie” come la solita questione tecnocratica , nasconde invece in sé fondamentali problematiche culturali e politiche:

1)la commemorazione delle Termopili e di Salamina sarebbe la buona occasione per ricordare a tutti che l’ Europa non nasce ieri;

2)la riorganizzazione delle politiche tecnologiche costituisce, come le Termopili, l’occasione per fermare le OTTs prima ch’essse dilaghino, come diceva Serse ne “I Persiani” di Eschilo,“in tutta Europa, in modo; che il nostro regno confini con il Cielo”;

3)il bilancio settennale, essendo coevo alle più grandi trasformazioni in corso nel mondo, quali la Via della Seta e la conquista dello spazio, condizionerà il ruolo dell’ Europa nel mondo per il futuro, e la sua stessa sopravvivenza;

4)il Trattato Europa-Cina che, a Settembre, anticiperà probabilmente ogni possibile accordo con gli Stati Uniti, segnerà un riorientamento dell’ Europa verso l’ Eurasia;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che avrebbe dovuto iniziare l’anno scorso, poi il 9 maggio, inizierà presumibilmente sempre a Settembre, in concomitanza con il Trattato Europa-Cina. Avrebbe dovuto risolversi in un esercizio minimalistico e autoreferenziale, ma le enormi trasformazioni in corso non permetteranno certo ch’esso si esaurisca così.

Per tutte e cinque queste scadenze, l’ Associazione Culturale Diàlexis sta predisonendo manifestazioni e libri, sui quali Vi abbiamo già relazionato, e sul cui programma Vi saremo più precisi. Il tutto tenendo in mente i saloni di Torino e Francoforte.

Crediamo che un canale privilegiato per fare valere le nostre istanze sia costituito dal Movimento Europeo, che era nato proprio come stimolo alla società civile e alle istituzioni per la costruzione dell’ Europa, ma che anch’esso rischia, se non sostenuto da un’ondata forte di riflessione da parte di tutta la società, e innanzitutto dell’ Intelligentija, rischia di ridursi a una cassa di risonanza della “Politique Politicienne”.

Siamo in attesa dei contributi di tutti, e, ovviamente, innanzitutto di quelli del Professor Cardini.

EDITORIALE
EUROPA: UN SETTANTENARIO FRAINTESO E DISATTESO

Ricordiamo quella “falsa partenza”, quell’inganno: fu un seme gettato tra mille fraintendimenti, ma l’intenzione di molti che vi contribuirono era buona. Non sprechiamo quell’occasione, mettiamola a frutto correggendone gli aspetti vani e rimediando a quelli negativi.

Confesso che avrei dovuto parlarne prima: francamente però non sono stato abbastanza tempestivo nel cogliere la perfidia politica e mediatica di una manovra che sul momento mi aveva molto favorevolmente impressionato.
Nulla è mai casuale, specie e soprattutto in politica. Stiamo uscendo dal Coronavirus, a meno che la “seconda ondata” non ci rimandi al punto di partenza o quasi: il che è possibile, ma non si pecca di eccessivo ottimismo ritenendolo improbabile (ansie legittime a parte). Ed è arrivata puntuale qualche giorno fa, il 9 maggio scorso, alla vigilia del settantesimo anniversario della cosiddetta “Dichiarazione Schuman” sulla comunità del carbone e dell’acciaio come primo passo verso l’integrazione unificazione europea – il 9 maggio 1950 –, l’allocuzione del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel il quale ha citato e sottolineato con insistenza un magistrale discorso tenuto  alcuni mesi dopo quella data, il 10 dicembre del 1951, da Alcide De Gasperi a proposito del progetto di unione europea. Ho definito “magistrale” questo discorso: e lo ribadisco. Stavo per aggiungere “nobilissimo”: ma non ne ho fatto di nulla. Fu uno splendido discorso tattico in una direzione che non mancava di malafede. Ed è ohimè per quanto che Michel ha preferito obliterare Schuman, autentico protagonista della ricorrenza, e proporre al proscenio De Gasperi.
Il leader democristiano trentino tesseva in quella sede un elogio commosso alla “condivisione delle nostre esperienze” europee che poteva sembrare un richiamo patetico e quasi ingenuo: ma che, al contrario, non aveva nulla del commovente candore che a suo tempo qualcuno gli attribuì. Era al contrario fine, sottile, quasi tagliente.
Si è parlato e si continua a parlare dell’unità d’intenti tra Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, la triade dei “fondatori dell’Europa unita e democratica”: anche se si preferisce tenere nell’ombra il nome del “grande regista” di tutto, Jean Monnet, e attutire i dissensi se non le linee d’implicita frattura che fra i protagonisti di quell’iniziativa si andarono quasi subito delineando. Si continua ancora a dire che quello fu “il primo passo verso l’edificazione dell’Europa unita”. Qui sta un primo equivoco dal quale bisogna liberarsi.
In realtà il mondo aveva in quel momento due padroni, i due veri e soli vincitori della guerra 1939-45: e, secondo lo “spirito di Yalta”, né Stati Uniti né Unione Sovietica erano disposti ad assistere tranquillamente alla nascita d’un’Europa come realtà politica federale o confederale che avrebbe potuto essere e che col tempo si sarebbe fatalmente imposta come nuova potenza fra loro. Eppure, in quella fase d’incipiente scontro che avrebbe potuto anche condurre a un conflitto, proprio di una potenza mediatrice vi sarebbe stato bisogno. Magari non solo mediatrice diplomatica e geopolitica bensì anche sociopolitica: la protagonista di una terza via, non liberista e non collettivista, certo non comunista bensì comunitaria e solidaristica. In Francia come in Germania come in Italia esistevano potenzialità di questo tipo: sia nelle tendenze socialdemocratiche le quali si andavano rafforzando, sia in quelle cristiano-democratiche ispirate alla dottrina della Chiesa e, in Germania, dal magistero di Ferdinand Tönnies o, nel nostro paese, a quello di Giuseppe Toniolo. Alcuni giovani esponenti di quella che sarebbe poi stata la “sinistra” democristiana, provenienti dalle file dell’antifascismo cattolico quali Enrico Mattei o dal corporativismo fascista come Amintore Fanfani, guardavano già fiduciosi a una rinascita italiana basata sulla compartecipazione tra un moderato dirigismo statale e un “capitalismo civico” illuminato.
Ma la musica scritta a Yalta dal presidente Roosevelt e dal generalissimo Stalin, con la benevola e del resto ormai semimpotente complicità di Winston Churchill, era un’altra: e si basava su una massima che potremmo definire, parafrasando il principe di Metternich, nella massima secondo la quale l’Europa era “un’espressione geografica”, che non avrebbe mai dovuto diventare politica per non far ombra alle due potenze avversarie sì, ma in ciò concordi e complementari. Non di mediazione si sarebbe mai dovuto parlare, bensì di affrontamento, di duello: condizione essenziale al mantenimento della bipolarità impedendo la nascita di terzi incomodi. Il derby “guareschiano” che ne derivò, tra un anticomunismo viscerale da una parte e un “antifascismo democratico” monopolizzato dal PCI dall’altra, era funzionale a questo disegno che sia Washington sia Mosca sostenevano con grande dispendio di mezzi. Le elezioni del ’48 furono il teatro di quello scontro che buona parte dell’opinione pubblica italiana interpretò – a partire dagli ambienti ecclesiastici di Pio XII – come epico ed escatologico mentre a livello internazionale i giochi erano già stati fatti. Forse, i retroscena politici e diplomatici della sconfitta del “Fronte popolare” sarebbero tutti da reindagare e da riscrivere. Dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, comunque, De Gasperi aveva una gran bella cambiale da onorare nei confronti dei suoi creditori d’Oltreoceano: e aveva cominciato con lo stringere ulteriormente i suoi legami con gli Stati Uniti d’America collegandosi con i suoi successivi governi dal ’48 al ’53 con le forze del centro-destra e del centro-sinistra “laico” (gli allora derisi “partitini” liberale, repubblicano e socialdemocratico) e il manovrare con accortezza in modo da selezionare anche quelli. Fino a liberarsi, in quanto presidente del consiglio con il rimpasto governativo del luglio ’51, sei mesi prima della sua allocuzione del 10 dicembre, degli stessi socialdemocratici. Restavano con lui i soli repubblicani di La Malfa, fieramente e visceralmente anticomunisti.
Frattanto, sul piano internazionale, qualcosa di nuovo e di straordinariamente importante era successo: qualcosa che riguardava in pieno l’Italia e che, formalmente, la rendeva anzi coprotagonista di scelte che si sarebbero rivelate fino ad oggi fondamentali e – nonostante qualche momento di turbolenza (penso a Enrico Mattei e magari a Bettino Craxi) – irreversibili.
Fino dal 1947 il segretario di stato statunitense generale George Catlett Marshall aveva varato con l’assenso pieno del presidente Truman quell’ERP (European Recovery Program) scopo del quale era facilitare il processo di ricostruzione dei paesi europei ma che si era andato drammaticamente – e, in apparenza, fatalmente – intrecciando con le vicende politiche internazionali e l’inizio della “Guerra Fredda” che vedeva l’Italia in prima linea, a fronteggiare il blocco avversario che incombeva dalla Venezia Giulia e dalla costa adriatica. Il 4 aprile del 1949 era stata firmata a Washington l’alleanza detta North Atlantic Treaty Organization (NATO) della quale Italia e Francia facevano parte: per quanto nel nostro paese un’opposizione durissima e gigantesca – che vedeva allineati, con differenti motivazioni, il PCI e la giovane gracilissima forza di estrema destra, il Movimento Sociale Italiano – avesse opposto alla firma di quell’accordo una muraglia di argomentazioni fondate (alla luce della stessa costituzione repubblicana) ed efficaci. De Gasperi lo sapeva benissimo, come sapeva che il suo amico e collega nella battaglia europeistica, il francese Robert Schuman – interessato anzitutto all’intesa intereuropea e alla piena e totale pacificazione tra Francia e Germania: pétainista nel ’40 e oggi Servo di Dio, in attesa del processo di beatificazione – mordeva il freno rispetto alla prospettiva d’una totale egemonia statunitense nella compagine della difesa euro-occidentale. Fino dal maggio del ’50, con la sua celebre “Dichiarazione”, egli aveva difatti proposto di “porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’alta autorità comune nell’àmbito di un’organizzazione aperta a tutti i paesi europei” e aperto un negoziato che dalla successiva conferenza di Parigi condusse a porre nel ’52 le basi della costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio” (CECA). Era davvero l’estinzione storica di una delle basi della pluridecennale rivalità franco-tedesca, datante dalla guerra del 1870. Ma c’era di più: carbone e acciaio erano due delle principali materie prime dello sviluppo industriale (la terza era il petrolio). Un’autonomia europea quasi totale in quest’àmbito suonava minacciosa oltreoceano: e si sapeva bene che Schuman puntava a un’autodifesa totalmente europea nell’àmbito di quella futura unione politica continentale ch’era il suo sogno (sarebbe stato presidente del movimento europeo nel ’55 e del parlamento di Strasburgo fra ’58 e ’60).
Ora – e De Gasperi l’aveva ben presente – era proprio la questione dell’autodifesa del continente, di un “esercito europeo”, quella sul tappeto. E la “Comunità Europea di Difesa” (CED), invisa al Cremlino che aveva subito bollato il progetto come un atto di revanscismo neonazista, era non meno malvista dalla Casa Bianca che però era in grado di aggirare il problema con maggior eleganza.
D’altronde, i dollari americani previsti come erogazione all’Europa occidentale nel suo complesso ammontavano a 14.000 milioni di dollari, ed era stata tempestivamente costituita una Commissione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) per l’immediato coordinamento delle necessità e la ripartizione degli aiuti. L’Italia aveva adottato fino dal ’47 una politica deflazionistica per ridurre il disavanzo del bilancio statale e accrescere le riserve valutarie; d’altronde, dopo il ’48 e visti gli esiti delle elezioni, anche proprio grazie ai fondi del “piano Marshall” (oltre 1150 milioni di dollari, una fetta enorme rispetto ad altri paesi europei), ebbe luogo quel che fu definito enfaticamente “miracolo italiano”, col prezzo del pane diminuito del 20% alla fine del ’49 e il consolidamento del valore della lira. Ma non erano tutti rose e fiori; quei miliardi non erano affatto regalati, in parte erano prestati sia pur a un tasso vantaggioso e il resto veniva pagato in sonante moneta politica, con la perdita della sovranità militare travestita da misura di difesa. La NATO significava questo: non tutti lo capirono subito, ma De Gasperi lo sapeva benissimo; come lo sapeva perfettamente – e lo approvava – il Vaticano DI Pio XII. D’altro canto, la pioggia di dollari caduta sull’Italia era stata in gran parte deviata o assorbita da altre spese e non ebbe i risultati che si speravano.
Queste cose, chi invoca oggi un “nuovo piano Marshall” per l’Italia, le sa bene (forse), ma le ignora o finge di dimenticarle. E le sa bene anche monsieur Michel, che ha presente il recentissimo braccio di ferro tra Italia e UE e non ignora che se i malumori antieuropeistici nel nostro paese crescessero o trovassero un’efficace espressione politica, ciò farebbe tremare anche Bruxelles e Strasburgo.
Ne scaturisce, per chi ancora difende l’ormai vecchia, logora e sospetta impalcatura dell’Unione Europea, un’implicita indicazione politica: ripartire dall’indicazione degasperiana sulla solidarietà e sulla collaborazione, obliterando la lezione di Schuman che alla fine della sua carriera politica era profondamente disincantato e amareggiato. È quindi “giusto” e “corretto” che, rendendogli formalmente omaggio nel settantennale della “Dichiarazione” che condusse alla CECA, i vertici della compagine europeistica ufficiale preferiscano rendere omaggio alle formalmente parlando nobili parole di De Gasperi, che nel dicembre del ’51 tendevano in realtà a indirizzar le cose esattamente nel senso che presero. Il progetto della CED, la creazione di un esercito europeo – formalmente non incompatibile con il patto della NATO, sostanzialmente ad esso alternativo –, fallì nel 1954 in quanto non venne ratificato dal parlamento francese: il medesimo che anni dopo, insieme con quello olandese, avrebbe affossato la proposta del preambolo alla costituzione europea.
L’indignazione che quel voto del “suo” parlamento provocò in Schuman e il suo successivo ritiro dalla vita politica – ragioni di età a parte – non erano ingiustificati. Europa e Italia, che nel ’45 avevano perduto la guerra (perché tutta l’Europa l’aveva perduta: non solo la Germania e l’Italia), nei settant’anni da quel lontano 1951 a oggi segnati in gran parte – specie di recente – dalle politiche neoliberiste e dalla subordinazione alla grande finanza internazionale, hanno perduto anche la sfida della pace: poiché in ogni pace è insita una sfida. E l’Unione Europea, che per decenni ha ingannato molti di noi che speravamo fosse la porta d’ingresso verso l’integrazione politica del continente, si è confermata invece quella che del resto era e che evidentemente – anche se molti dei suoi sostenitori pensavano il contrario – intendeva rimanere: il trattato di Maastricht del 1° novembre parla chiaro e non dà adito a speranze di “naturale” evoluzione dalla collaborazione economica, finanziaria, tecnologica e amministrativa all’integrazione politica. Si può continuare così o azzerare tutto. A meno di un salto di qualità autenticamente politico.
E allora, eccoci al punto. Per i vecchi e impenitenti europeisti come me, quelli che si commuovono e si mettono in posizione di “attenti” alle note dell’Inno alla gioia della IX di Beethoven – anche se esso manca di parole adeguate ad esprimere quanto vorrebbe significare –, il segnale positivo è venuto dalle molte voci che ormai dalla crisi balcanica degli anni Novanta (quasi trent’anni fa!) si sono levate segnalando la necessità di un vero autentico esercito esclusivamente europeo; quello negativo dal crescere ormai consistente delle istanze e dei malumori (non dirò delle idee) delle varie forme di neo-micronazionalismo che ormai si autodefinisce “sovranismo” ma che, per ovviare al fallimento del progetto europeistico finora attuato, non sanno fare molto d’altro che rispolverare il ferrovecchio dello stato nazionale. Un ferrovecchio condannato dalla storia dopo il 1945 così come il liberal-liberismo classico, purtroppo artificialmente tenuto in vita, era già uscito morto e condannato dal 1917-18 (e di questa morte, di questa condanna, i totalitarismi degli anni Venti-Cinquanta e successivi sbiaditi epigoni come peronismo, nasserismo e castrismo furono il frutto, sia pure avvelenato). Peraltro, associandomi a una delle ultime battute del mio vecchio, compianto amico Giulietto Chiesa, sarei tentato di dichiarare agli amici sovranisti che io non sto con loro perché mi senta loro avversario, ma perché essi non sono sovranisti abbastanza. Chiedere la sovranità monetaria in un paese che manca tragicamente di quella politica, diplomatica e militare – il paese del Cermis e dei missili a testata nucleare installati contro la lettera e lo spirito della Costituzione – è peggio che grottesco: è patetico.
Antidoti? Quando si perde una battaglia, le alternative sono due: o ci si arrende o si ripete con i ragazzi del joli mai del Sessantotto_ “Ça n’était q’un début: continuons le combat”. Chi intenda proseguire la lotta per l’unità e la libertà della patria europea, chi abbia nonostante tutto ancora voglia di proseguire nell’impegno affinché almeno i suoi figli possano davvero fregiarsi di quella qualifica di “cittadini europei” che per noi è stata solo un’etichetta beffarda, se non getta la spugna deve rimboccarsi le maniche. Ma come?
Confesso che per molti versi Bettino Craxi mi è stato e mi resta simpatico e che ammiro molto l’intelligenza controcorrente di Alain de Benoist: e francamente non me ne frega nulla se queste due dichiarazioni possono far storcere il naso o – come ha scritto l’amico Alessandro Barbero nel suo finissimo e coraggioso Invito alla lettura dell’ultima edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale (il Mulino, 2014) – “far sollevare più di un sopracciglio”: e che mutatis mutandis il mio europeismo ha molti contatti con quelli, differenti, dei due personaggi ciati. Né intendo comprimere in un’affrettata paginetta conclusiva un discorso che più diffusamente ho portato avanti altrove nell’ultimo mezzo secolo (ebbene, sì!).
Comincerei allora da una ricetta pratica e certo imperfetta, quindi perfettibile: dal libretto di un politologo dell’Università dei Bordeaux che in Italia è stato diffuso da una piccola casa editrice e che quindi è ancor meno di un “libro di nicchia”. Alludo a Fondare lo stato europeo. Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana del bravissimo Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016). Intendiamoci: non intenderlo assumerlo come Bibbia, tantomeno come Vangelo: e in fondo nemmeno come Bignami. Ci sono diverse cose che non condivido in quelle pagine: ad esempio la globale valutazione sia storica sia politica del ruolo dell’Islam, molto più complesso e per troppi versi differente da com’egli lo presenta. Ci sono molte cose sulle quali sarei profondamente d’accordo, ma che restano suscettibili d’infinite precisazioni: quali, essenzialmente, il tema dei rapporti fra una possibile Europa futura e la Russia, al di sotto del quale pulsa e preme l’immenso Minotauro eurasiatico. Poi c’è il tema dello “shock sistemico”, intravisto qua e là in questi mesi di segregazione e di disorientamento. Dussouy lo ritiene sistematico e direi che lo auspichi; io per un verso lo temo eppure per altri lo auspicherei. Infine, last but not least (e una volta tanto non è un modo di dire) il tema dell’assetto istituzionale: e qui mi trovo, io che nei miei vent’anni ho aderito profondamente all’abbozzo di progetto (mai chiarito e precisato) di un’“Europa-Nazione” proposto da Jean Thiriart, dall’alto dei miei quasi ottanta di militanza europeistica e di vita personale e professionale da cittadino d’Europa, a dover dichiarare con notevole (non assoluta, né irreversibile) convinzione che un assetto – a dirla in termini molto schematici, quindi imprecisi – “confederale” alla svizzera sarebbe più adatto e realisticamente praticabile per l’“arcipelago Europa” di un assetto “federale” alla tedesca o alla statunitense: ma queste cose le lascio umilmente agli specialisti, agli esperti costituzionalisti e agli scienziati della politica.
Una Res Publica Europensis è comunque necessaria. Com’è necessario – gli esiti della crisi del Coronavirus lo dimostrano – un ritorno al primato della politica inteso come primato della ricerca del Bonum commune. Non ci serve il duplice lussuoso e costoso parlamento di Strasburgo-Bruxelles che decida sulla lunghezza della coda dei merluzzi pescabili e sul tasso di pasta di nocciole da legittimamente miscelare al cacao per ottenere un cioccolato DOC mentre, per le decisioni importanti, gli europarlamentari si affidano ai suggerimenti dei Chief Executive Officiers, vale a dire dei commessi viaggiatori delle lobbies multinazionali. Ci serve un’Europa sovranazionale libera dall’incubo tecnocratico, mondialista e turbofinanziario che gli attuali Padroni del Mondo hanno finora imposto. Un’Europa in grado di opporsi – anche se sarà un David contro un Golia – a quello ch’è stato definito “lo Stato Profondo” adeguatamente descritto nel bel libro che reca appunto questo titolo e che Germana Leoni von Dohnanyi ha pubblicato nel 2017 per l’editrice Imprimatur di Reggio Emilia.
Ricominciamo dunque la nostra fatica di Sisifo. Com’è stato detto e scritto, chi ha poco è gravato da troppi padroni, ma chi non ha nulla è perfettamente libero. Dice Nietzsche: “Ribellarsi: questa è la dignità dello schiavo”. Sarebbe bello inviare a tutti gli europarlamentari una copia di questa modesta missiva e chiedere il piccolo sforzo di un loro spassionato parere. Magari, cominciando da una microcircolazione artigianale di queste righe e mettendo insieme i nostri sforzi, potremmo farcela”.

VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

UNA LEZIONE SUL RUOLO DELL’ EUROPA FRA I VARI CONTINENTI

Facendo seguito all’appello lanciato da questo sito a contribuire al dibattito sull’Europa nell’ambito dei nostri “Cantieri d’ Europa”, pubblichiamo con piacere, dopo quello di Roberto Matteucci, il contributo, scarno ma eccezionale, di Giuseppina Merchionne, una sinologa che, come risulta già dai riferimenti autobiografici contenuti nell’articolo, rappresenta quasi un simbolo dei rapporti culturali italo-cinesi, essendo stata una dei pochissimi giovani studiosi italiani recatisi in Cina in base al primo accordo culturale, firmato nel 1950, all’ inizio dei rapporti diplomatici italo-cinese, ed avendo trascorso in Cina (ivi comprese Hong Kong e Taiwan) molta parte della sua vita, compresi anni tumuiltuosi come quelli della Rivoluzione Culturale.

Sulla base di quest’esperienza unica nel suo genere (oltre che di un periodo di studi superiori alla Columbia University), Giuseppina Merchionne affronta qui la questione del ruolo storico dei diversi Continenti, finalmente nel modo corretto, vale a dire sulla base della loro diversa identità culturale. Con questo approccio diventano finalmente intelleggibili le radici e il futuro dell’ Europa.

Tutto questo dovrà fare oggetto di un ampio dibattito, in generale, all’interno dei Cantieri d’ Europa, e, nello specifico, sul rapporto Europa-Cina, particolarmente “caldo” in vista della prevista firma, nel mese di Settembre, di un fondamentale Trattato sulla Protezione degl’Investimenti

Nel frattempo, pubblicheremo la versione della lettera sull’ Agenzia Europea di Tecnologia da noi inviata, su undicazione del Presidente Sassoli, ai singoli Europarlamentari e ai membri del Consiglio Europeo.

In una prossima occasione pubblicheremo per esteso l’ articolo pubblicato da Franco Cardini sulla Dichiarazione Schuman e il contributo di Ferrante Debenedictis sullo stesso argomento nella videoconference di “Cantieri d’ Europa” .

La crisi del Coronavirus ha accelerato lo smottamento, prima impercettibile, dello stantio equilibrio geopolitico mondiale ostile all’ Europa.E’ un momento in cui i dibattiti, e anche le proposte, hanno una loro forte ragion d’essere.Perciò, continuiamo imperterriti con i Cantieri d’ Europa.

E veniamo all’ aticolo di Giuseppina Merchionne.

Il ritratto dell’imperatore cinese Qianlong nelle vesti di Buddha Manjusri,
dipinto dal gesuita milanese Giuseppe Castiglione

RIFLESSIONI SULL’EUROPA ED ALTRI CONTINENTI

                                                      Giuseppina Merchionne

Premessa

 Prima di esprimere, molto immodestamente, il mio parere sulla natura attuale e il futuro dell’Europa e del mondo che la circonda, vorrei fornire alcune precisazioni sulla mia formazione culturale che ritengo necessarie per una maggiore comprensione dello stesso.

Napoletana di origine, mi sono trovata, per ragioni famigliari, a dover percorrere l’intero corso di formazione scolastica, dalla prima elementare all’ultimo anno del liceo, a Ferrara, dove tutti i giorni attraversavo la ‘addizione erculea’, voluta da Ercole I d’Este, esempio esplicito della grandezza dell’Italia rinascimentale. 

Dopo la maturità, sono  stata assorbita da quel turbine di lingue e culture rappresentato dall’ Istituto Universitario Orientale di Napoli, dove era possibile studiare la maggior parte degli idiomi, vivi e morti, presenti su questa terra, compreso il mancese già d’allora scomparso nella stessa Cina.

Non ancora laureata, nell’agosto del 1973, dopo un breve periodo di studi nella britannica Hong Kong, mi sono ritrovata a Beijing, come parte del primo gruppo di studenti italiani ammessi nella Repubblica Popolare dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche, in seguito ad accordi di scambi culturali tra i due paesi. In realtà si trattava di un nutrito gruppo di studenti dall’Europa, da alcuni paesi del terzo mondo e da paesi non precisamente definiti quali Canada e Australia, che, oltre a studiare, si ritrovarono a partecipare, insieme ai cinesi, agli ultimi strali della rivoluzione culturale. In nome di questa, la critica agli elementi reazionari nello stesso gruppo dirigente della RPC veniva condotta attraverso la dissacrazione delle opere di Confucio e dei suoi un tempo venerati discepoli, con grande dispendio di citazioni classiche di difficile interpretazione per la maggior parte di noi e con buona pace della lotta ai vecchiumi della cultura tradizionale.

In quella Beijing University ,culla di tutti i movimenti rivoluzionari della Cina prima e dopo la liberazione, dopo tre anni di lezioni di linguistica pura su testi di critica al confucianesimo, di esaltazione del legismo e del suo eminente filosofo Han Feizi; di incredibili viaggi in tutta la Cina organizzati dal nostro Istituto e dopo esclusive ed irripetibili esperienze di vita in comuni popolari e acciaierie, in ottemperanza al programma governativo della ‘scuola a porta aperte’ anche per stranieri ,sono finalmente tornata a casa. Un cammino di ritorno durato undici giorni, da Beijing a Roma, con la allora sicurissima ferrovia transmongolica,  attraverso le sterminate praterie della Mongolia e le steppe della Siberia.

Dopo poco però mi sono ritrovata a Taipei, invitata dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Cina a frequentare, unica occidentale, il corso di Master presso un esclusivo e accuratamente controllato Istituto di Ricerche sulla Cina comunista e l’Unione Sovietica.

Nei tre anni occorsi al conseguimento del Master of Arts, ho avuto modo di studiare le posizioni del Guomindang durante la guerra civile con il Partito Comunista, di sentire dalla viva voce di ex- ufficiali dell’esercito Popolare di Liberazione passati ai nazionalisti, le narrazioni delle ‘atrocità’ commesse dai comunisti verso la popolazione, mentre l’esercito di Jiang Jieshi (Chiang Kaishek) era impegnato nella lotta contro l’invasore giapponese.

Fuori dalle aule dell’Istituto, ho incontrato il terzo protagonista della recente storia di questa parte del mondo, onnipresente in tutte le manifestazioni politiche e culturali e le aspirazioni di evasione della maggior parte dei giovani taiwanesi , quegli Stati Uniti d’America che i cinesi dell’isola guardavano come loro salvatori e guardie del corpo, contro la minaccia dell’occupazione  da parte dei comunisti,  rivendicata come veicolo legittimo per raggiungere la riunificazione del paese. E proprio grazie a questa terza presenza ho imparato che, per sopravvivere in quella parte del mondo, la lingua inglese valeva molto più di quella cinese, per non parlare delle altre lingue europee, poco o nulla confacenti con le esigenze economiche della regione.

Forse proprio grazie agli studi compiuti nelle due Cine e ai relativi diplomi conseguiti, dopo qualche anno sono stata ammessa al Ph.D course in Asian Studies della Columbia University di New York, con il beneficio di esenzione dal pagamento dell’ improponibile retta scolastica e l’attribuzione di una borsa di studio che mi consentiva di pagare un alloggio e mangiare almeno una volta al giorno. Era il 1985. Fuori da quel tempio incredibile della cultura e dello studio di tutto lo scibile umano, documentato nei suoi dipartimenti e nella faraonica Library, che si apriva su quella Broadway cuore della città più aperta dell’Impero, si trascinava un’ umanità di derelitti homeless, in prevalenza neri ed hispanicos, dal cui assalto Columbia cercava di difenderci, oltre che con un nutrito corpo di vigilantes, anche con un decalogo di norme di comportamento per la sicurezza ,a cui gli studenti, in particolare quelli stranieri, dovevano attenersi per non cadere vittima di furti e violenze fisiche. Veniva fornito persino un ‘accompagnamento’ alle ragazze dal campus agli alloggi fuori di esso, condotto da due ragazzotti americani dalle spalle erculee, oltre ad un servizio di shuttle bus gratuito che dalle  otto di sera alle due di notte funzionava come mezzo di trasporto nel quartiere per chi volesse muoversi all’interno di esso in tutta sicurezza.

Terminato il biennio propedeutico al passaggio ai corsi di dottorato, il cui conseguimento si profilava dopo almeno altri cinque anni, nonostante il miraggio di una brillante futura carriera   prospettatami dai miei docenti, optai per un difficile ritorno in patria, in risposta al patriottico impulso di ‘insegnare alla propria gente’. In buona parte così è stato, grazie anche ad un incremento esponenziale, anno dopo anno, degli studenti iscritti ai corsi di lingua e cultura cinese, nella speranza di espugnare con questo mezzo gli impenetrabili bastioni del mondo del lavoro.

Nonostante le diverse connotazioni culturali e politiche di queste tre parti del mondo in cui mi è capitato di vivere, per ciascuna di esse ho dovuto constatare la validità funzionale di un fattore altamente proficuo: la mia innata condizione di europea dalla pelle bianca.

Il ratto d’Europa de pittore russo Serov

1. La necessità di sostenere l’Unione Europea

In primo luogo ritengo che, proprio in questo momento così difficile, non sia opportuno nemmeno mettere in discussione la necessità della Unione Europea, prospettando per di più la sciagurata ipotesi di una sua ‘estinzione’. L’esistenza di una entità unica europea deve essere affermata, come conseguenza di un naturale processo storico evolutivo, così come è accaduto a Cina, Russia e Stati Uniti. E questa affermazione dell’esistente, nonostante possa sembrare una forzatura politica, se non addirittura un artificio intellettuale, si rende necessaria in un momento in cui dare spazio a dubbi può recare danni peggiori. Penso a quanto sia stato necessario sostenere a tutti i costi e a danno di qualsiasi apertura democratica, la nascita della Repubblica Popolare Cinese e ,nel caso di vicende nostrane, persino della Repubblica Italiana.

Papa Francesco a Strasburgo

2. La funzione dell’Europa

Quanto alla funzione dell’Europa, essa  potrebbe essere quella di dare una dimensione coesa e direi quasi unitaria alle varie nazionalità che la compongono, perché non c’è dubbio che la forza di una nazione molto deve alla sua unità e anche in questo caso il pensiero ritorna all’esperienza di Cina, USA e forse anche Russia. Tale unità non è solo opera di un governo forte, volendo anche accentratore, esplicitamente repressivo, è anche il risultato della consapevolezza popolare di appartenere ad un paese, una cultura, una unità geografica, elementi che nel loro insieme connotano la dimensione nazionale.  Tale senso di appartenenza nazionale è quanto avverto con maggiore intensità in Cina, in una popolazione che mantiene una coesione culturale pure nella differenziazione di numerose etnie ed altrettante incalcolabili parlate locali. Persino dalla mia posizione di distaccata estraneità, io ravviso nei tanti cittadini della RPC che ho la ventura di incontrare, un’unità culturale , etnica, comportamentale che travalica ogni differenziazione regionale. E con il tempo e l’approfondimento della conoscenza, è parso chiaro anche a me dall’esterno che tale unità è data da un’incancellabile e ancora attuale impronta culturale atavica la cui innegabile presenza sopravvive e si conserva da diversi millenni.

Anche l’ Europa avrebbe, come scrive Giuseppina Merchionne, un’identità atavica, che però gli Europei di oggi non sanno riconoscere

3. Il cammino per il raggiungimento dell’unità europea

In considerazione di quanto detto sopra, ritengo che per costituire una ‘unità europea’, al contrario di quanto comunemente asserito, sia necessario smussare le diversità culturali nazionali, tentare di costruire e se è il caso anche di imporre, una omogeneità di pensiero e di comportamenti in forza della quale i diversi cittadini europei siano in grado di difendere, in caso di necessità, la propria ‘europeicità’ .Equivarrebbe a costituire la ‘nazione europea’, così come in Cina hanno costituito la ‘nazione cinese’ e in America quella ‘americana’, sia al nord che al sud. Infatti la consapevolezza di appartenenza alla ‘nazione americana’ sia tra i cittadini degli USA che tra quelli dell’America Latina, è quanto mi è sovente capitato di avvertire al cospetto di persone che, pure nella loro innegabile eterogeneità, erano in certo modo accumunate dalla sensazione, spesso inespressa, di appartenere ad un’unica dimensione geografica, l’America appunto.

Sulla Via della Seta, vi era un passaggio impercettibile da una civiltà all’ altra

4. Il superamento della ‘logica dei blocchi’

Le vicende di questi ultimi giorni caratterizzati dalla diatriba sull’ origine del virus tra Cina e USA non hanno la parvenza della solita pantomima di qua e di là degli oceani, probabilmente il mondo è davvero cambiato dopo questa iattura universale e indubbiamente non in meglio. E forse anche l’Europa è cambiata, incamminata verso una condizione di maggiore disunione e quindi di debolezza, dove le forze politiche di ciascun paese ci spingono obbligatoriamente verso la scelta di una sola direzione. In questa dimensione di un mondo diviso in ‘blocchi’, può esistere anche la visione di un ‘blocco europeo’? Diversamente, chi ci salverà dall’inevitabile assedio degli’ altri’? E’ davvero così ineludibile il nostro destino di lacerazione dalla scelta imposta dall’esterno tra Cina e USA, con qualche digressione verso la Russia? Dobbiamo davvero scegliere se morire cinesi, nord-americani o russi?  Ci sarà dato di poter morire semplicemente ‘europei’?

Quest’anno ricorrono i2500 anni della battaglia delle Termopili.

5. La riaffermazione dell’Europa come continente

E se invece della dimensione dei ‘blocchi’ noi europei portassimo avanti la ben più reale e legittima dimensione ‘continentale’, che ci ricorda che l’Europa è forse l’unico ‘blocco’ ad essere contemporaneamente anche un intero continente? Ricordiamoci che gli Stati Uniti prima di essere una potenza più o meno in odore di perdita di primato mondiale sono innanzitutto una parte del continente americano e che la Cina prima di essere la potenza emergente da battere è solo una parte dell’immenso continente asiatico e che persino la sterminata Russia è anch’essa parte del continente Europa. Se coltivassimo la nostra destinazione di continente unico, non avremmo forse maggiori possibilità non solo di salvarci ma anche di costruire un futuro di prosperità e stabilità, a beneficio delle genti ‘europee’ come di quelle di tutti gli altri continenti di questo nostro martoriato pianeta?

La cultura europea sta e cade con il concettoi di continuità della memoria culturale.

6. La cultura come strumento della costruzione europea

In questa ottica, la mia illusione è ancora quella di giocare la carta ‘culturale’, di fare leva sul nostro patrimonio ‘ europeo’, non soltanto italiano, di arte, cultura, pensiero, tradizioni, allo scopo di renderci prede meno vulnerabili e meno convincibili. Forse è solo una illusione da intellettuale, vincolata dal fascino immortale della bellezza artistica che la memoria di quella ‘addizione erculea’ della mia adolescenza ha reso parte integrante del mio essere e del mio agire, ma, da erede di una cultura ‘positiva’ di costruzione di una società più equa, mi sforzo di conservare ancora quel mitico equilibrio tra ‘ ottimismo della volontà’ e ‘pessimismo dell’intelligenza’ che abbiamo ricevuto in eredità dal pensiero di giganti moderni come Gramsci. E non è poco, se ricordo che persino presso il Dipartimento di italianistica della Columbia University, tempio di formazione della cultura positivistica americana, le letture italiane più frequentemente studiate erano rispettivamente ‘I quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci e le ‘Confessioni’ di Sant’Agostino. E forse questo potrebbe voler dire ancora qualcosa anche da noi.

7. Il futuro dell’Europa

Il futuro dell’ Europa sta nell’ Umanesimo Digitale, un progetto ancora inesistente che va conquistato, come stanno facendo alcuni isolati combattenti, per ora non europei.

Quanto al futuro dell’Europa, da docente non posso non pensare che esso è nelle mani delle giovani generazioni che vengono da noi formate e che per effetto di quei ‘social’ veicoli di scambi di informazioni e messaggi univoci, passati tra i vari continenti attraverso piattaforme di comunicazione universali, riescono ad azzerare ogni differenziazione di censo, sesso, nazionalità, pelle ed educazione, dando forma ad una visione del mondo ‘globale’ ,di cui noi delle generazioni passate spesso e volentieri diffidiamo catalogandola come ‘univoca’, ‘omologante’, ‘standardizzata’, in definitiva da vero ‘Grande Fratello’. 

Eppure proprio questa ‘cultura dei social’ ha raggiunto il traguardo che noi fautori dell’Europa unita non siamo ancora stati capaci di raggiungere: la capacità di comunicare in tutto il mondo usando una sola lingua, quell’inglese che in questo modo ridimensiona la sua funzione di lingua di convincimento dell’economia globalizzata imposta dalle onnivore multinazionali, per diventare voce narrante per miliardi di individui che finalmente si capiscono a tutte le latitudini e in tutte le condizioni geografiche.

Nonostante i distinguo provenienti da più parti sulla necessità di mantenere il variegato patrimonio della babele linguistica, considerata a ragione parte integrante della nostra identità europea, rallegriamoci di questa omologazione verbale, perché è attraverso di essa in primo luogo che può passare il messaggio di unità, eguaglianza e giustizia per tutti gli esseri umani, messaggio che, a dispetto di ogni ostacolo, dobbiamo continuare a considerare il segno distintivo più eclatante della nostra civiltà europea.

SINTESI DEGL’INTERVENTI DI RICCARDO LALA NELLA TELECONFERENCE DEL 9 MAGGIO

La Zollverein-Zeche a Essen, monumento dell’ era del carbone e dell’ acciaio

“Ze słów dwuznacznych uczyń swoją broń,

Słowa jasne pogrążaj w ciemność encyklopedii.

Żadnych słów nie osądzaj, zanim urzędnicy

Nie sprawdzą w kartotece kto mówi te słowa.

Delle parole ambigue fa’ la tua arma,

Le parole chiare sprofondale nel buio delle enciclopedie.

Non giudicare nessuna parola prima che i funzionari

Controllino nello schedario da chi sono state dette”.

(Czeslaw Milosc, Figlio d’ Europa)

Come promesso, il punto di vista adottato in questi interventi come moderatore dell’ evento sarà alieno da ogni retorica o partito preso, cercando di concentrarmi sugli aspetti concettuali più rilevanti. Proprio per questo, esso sarà particolarmente critico, perché non potrà esimersi dal mostrare quali enormi, implicite, contraddizioni sottostiano alla costruzione europea così com’essa s’è evoluta, e come esse stiano rendendo sempre più difficili le vite degli Europei.

Alla fine della guerra, l’Olanda voleva raddoppiare
a spese della Germania

1.Il vero contesto della Dichiarazione Schuman: un freno all’ espansionismo francese

Comunque si interpretino i fatti, il Piano Schuman fu certo qualcosa di determinante, molto più di quanto ci dicano gli attuali  discorsi ufficiali, ma anche molto diverso da questi ultimi.

Intanto Schuman presentava la Dichiarazione come un gesto disinteressato della Francia a favore dell’Europa, ma in realtà era stato una sorta di resa della Francia stessa alle pressioni occidentali (soprattutto americane),in seguito alla nascita del Comecon,  che la costrinsero ad abbandonare il suo piano  di smembramento della Germania non meno aggressivo di quello dei Sovietici e dei Polacchi.

Essa costituiva così una soluzione di compromesso fra la Francia, che mirava a annettere la Renania occupata  e la Ruhr (come de resto anche il Piemonte e la Valle d’ Aosta) e a smantellare l’industria tedesca, e gli Anglosassoni. Le precedenti proposte francesi prevedevano la trasformazione della Renania in un nuovo stato, dotato di una propria valuta e politica e posto sotto il controllo di un’autorità internazionale che avrebbe incluso gli Stati Uniti e la Francia. Si noti che anche il Belgio e il Lussemburgo, ma soprattutto l’Olanda, avevano piani annessionistici verso la Germania in proporzione ancora più aggressivi.

Intanto, nel 1947,  la Francia aveva già separato dalla Germania la regione della Saar, ricca di carbone, e creato  unilateralmente un protettorato sotto il controllo francese. La zona sarebbe ritornata sotto l’amministrazione della Germania solo il 1 gennaio 1957, ma la Francia avrà il diritto di sfruttare le sue miniere di carbone fino al 1981. Adenauer aveva affermato: «Il nome ‘protettorato’ potrebbe non essere quello più adatto. Piuttosto, sarebbe meglio parlare di ‘colonia’, ma non lo farò.»

Lo smantellamento industriale della Ruhr era  continuato nel 1949, con i lavoratori tedeschi che  si barricavano nelle fabbriche per non smantellarle. Negli anni successivi, la Germania avrebbe socializzato gl’impianti carbosiderurgici (inventando la cogestione) per non cederne la proprietà a USA e Inghilterra.

La sede del COMECON a Mosca. Aveva anicipato la CECA di un paio d’anni

2.Dirigismo e liberalizzazione

La “Dichiarazione Schuman”(“Piano Schuman”),  era il progetto industriale di una sorta di cartello di guerra franco-tedesco, successore della “Rohstahlgemeinschaft” esistente nell’ anteguerra fra le grandi imprese francesi tedesche e lussemburghesi e sotto la guida dell’ ARBED,  e  di quello creato da Speer sotto il III° Reich, e simile a molto simile  alle joint-ventures internazionali del Comecon. Aveva veramente poco a che fare con la “federazione europea” a cui probabilmente Monnet pensava, ma (come dimostrano le 9 bozze successive della dichiarazione), gli era “rimasta nella penna”.

Rileggendo il testo del Piano, ci ho ritrovato tra l’altro un’interessante anticipazione del mio progetto per un’Agenzia Europea della Tecnologia. In effetti, si trattava non già di creare un soggetto politico, bensì di porre l’”industria di punta” di quel  tempo sotto il controllo di un Ente pubblico, che non lo gestiva, ma lo governava, così come poi anche Arianespace è oggi sostanziamente dipendente dalle politiche dell’ ESA e come, nella mia visione, i futuri “Campioni europei” dovrebbero essere posti sotto il controllo dell’ Agenzia Europea della Tecnologia.

Solo che oggi lo scenario generale è cambiato, il che richiederebbe un livello molto più elevato di controllo politico paneuropeo (almeno su tutti i campioni europei, cosa che paradossalmente allora avrebbero voluto i dirigenti americani del Piano Marshall).

Il guaio è che, dopo l’industria carbosiderurgica e, parzialmente, quella aerospaziale, non si è poi fatto null’ altro.

Spinelli avrebbe voluto creare una frderazione europea mediante il Congresso del Popolo Europeo

3.Democrazia o verticismo? Autonomia o protettorato?

Nel celebrare i 70 anni della Dichiarazione Schuman, non possiamo certo dimenticare che la Dichiarazione fu, come tantissimi ormai hanno scritto (buon ultimo,l’ex ministro Philippe De Villiers), la  massima espressione possibile del verticismo, un vero e proprio “complotto” fra Monnet (dalla sua villa di campagna) e il segretario di Stato americano Dean Acheson, piombato inaspettatamente a Parigi l’8 maggio, e subito associato alle discussioni con Schuman, con un coinvolgimento “0” dell’opinione pubblica e della politica, infinitesimo del Quai d’Orsay presieduto da Schuman (che fu informato  anch’egli da Monnet solo il 6, alla stazione mentre andava a Metz, e di Adenauer, e bassissimo comunque dello stesso Schuman, che non scrisse lui la dichiarazione, e, anzi,  lasciò in sala il solo Monnet (che non era ministro, bensì “Commisssaire au Plan”,titolo pienamente sovietico),  a rispondere ai giornalisti. Il Governo francese fu informato freettolosamente e dette un O.K. formale.

Il che, a me, non disturba, perché l’ “Italian Thought” (Mosca, Michels, Pareto) ci ha insegnato da più di un secolo che qualunque organizzazione politica, anche quella che si pretende più democratica, è intrinsecamente verticistica, ma disturba, e danneggia, l’ideologia “mainstream”, secondo cui l’integrazione europea rappresenterebbe l’estremo traguardo della democrazia. Non ha semplicemente senso che tutti (euroentusiasti ed euroscettici) si straccino quotidianamente le vesti per il “deficit di democrazia” della UE, quando la decisione di creare l’Unione Europea fu adottato da una decina di persone, di cui praticamente nessuna eletta, e tutte, tranne Schuman,dei semplici funzionari. Senza parlare che neppure la concessione delle basi alla NATO fece oggetto di discussione nei Parlamenti, al punto che De Gasperi la fece firmare da un sottosegretario.

Si noti che, quando c’è stata la possibilità per i popoli di esprimere il loro parere, essi hanno sempre bocciato  le decisioni verticistiche di questi “fanatici della democrazia”. Bastino per ultimi i sondaggi secondo cui la maggior parte dei cittadini vorrebbero un’alleanza con Russia e Cina, o, al massimo, la neutralità, ma non certo l’attuale alleanza con l’America.

La “politica dei due forni”, unica via d’uscita nell’incertezza dell’ Europa

3.Una soluzione “meno peggio”

Certo, la costruzione europea “funzionalista” prevista da Monnet era  congegnata appositamente per muoversi con una lentezza esasperante, per dare tutto l’agio ad America e Unione Sovietica di rimodellare l’Europa a loro immagine e somiglianza, e togliendo alla futura creatura ogni capacità di muoversi autonomamente (come ha dichiarato, fra la costernazione generale, il politologo Alexander Rahr: “gli Americani ci hanno asportato il cervello”).Inoltre, la Dichiarazione ignorava in modo incredibilmente arrogante tutto ciò che, di male come di bene, era accaduto e stava accadendo all’ Est (la rinascita dell’ Asia, la  creazione del Comecon, le lotte della guerriglia anticomunista nel Baltico, nei Carpazi e in Ucraina), dimostrando  indifferenza per la gran parte d’Europa  (e del mondo), e ponendo le premesse per l’attuale nuova rottura con il nostro Est (interno ed esterno all’ Unione), che si è sempre sentito ignorato e disprezzato dalle lobby moderniste dell’ Occidente (l’”arroganza romano-germanica”).

Tutto ciò detto, dopo gli errori, gli orrori, i fallimenti e le catastrofi della Società delle Nazioni, del Piano Briand, della “Festung Europa”, delle Gladio rosse e nere e dei “Fratelli della Foresta”, questo era, un, seppur modesto, punto di ripartenza, che aveva almeno il vantaggio di non implicare una nuova guerra totale. Qualunque altra soluzione sarebbe stata probabilmente più aleatoria e più dolorosa. Oggi, però, i difetti d’ impostazione allora accettati, dovuti alla debolezza delle classi politiche e delle élites europeiste, agli strascichi della guerra e alla divisione dell’Europa, si sono incancreniti e sono emersi in tutta la loro gravità, al punto da non essere più tollerabili.

Ma, almeno, ai tempi delle Comunità Europea (cioè fino al 1989), molti era consapevoli della dolorosità di quello “Stato di Necessità” (visto che già allora la maggioranza, per i più svariati motivi,  non amava l’ America), e tentavano almeno di ovviarvi in attesa di tempi migliori; da allora, invece, nell’ “establishment” regna un trionfalismo ipocrita e sempre più surreale.

Il Comandante Lupaczko, leader
della resistenza antisovietica polacca

4.Mancanza di un “pathos” europeo

Ricordo che, quando ero bambino, la Gioventù Europea andava nelle piazze a proiettare filmine sulla CEE, creando nella nuova generazione così una forma di “patriottismo europeo”. Senza di questo, nessuna unione può funzionare. Oggi, invece, questo “pathos” è andato perduto, sostituito dal generico e ipocrita “umanitarismo” delle “fondazioni” espresse dalle multinazionali, dalle ONG sostenute dal Governo americano, dai finanzieri  e dalle grandi famiglie. Tutte quelle persone che sono state invitate il 9 maggio al Parlamento Europeo invece di storici, filosofi, costituzionalisti, strateghi ed economisti che si occupino del “Futuro d’ Europa”.

Ad esempio, se c’è un argomento su cui, in una Nazione, ma anche in una Confederazione o in una semplice alleanza, non si può transigere, è che, quando un partner è in difficoltà mortale, lo si deve aiutare “whatever it takes”. Quando ci sono catastrofi naturali, non si fanno prestiti alle vittime: le si aiuta e basta, come quando si “dava oro alla Patria”. Orbene, l’Europa latina (Italia, Spagna, Francia e Belgio) è in difficoltà mortale visto che, con 170 milioni di abitanti, ha avuto altrettante vittime quanto gli Stati Uniti. L’hanno aiutata tutti, chi più chi meno, dalla Russia alla Turchia, da Cuba all’Albania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia (tranne che i suoi più stretti partners, che continuano a volerci speculare sopra).

Il risultato è che tutti i recenti sondaggi rivelano che la per maggioranza degli italiani, Cina e Russia sono più popolari dei Paesi occidentali. E alla domanda “in futuro con chi si deve alleare l’Italia”, il 36 per cento risponde ha risposto “la Cina” e soltanto il 30 per cento ha indicato gli Usa.  Cosa che Alessandro Dibattista ha proposto di fare senza indugio.

Oggi, a queste evidenti falle dell’establishment occidentale si tenta di porre rimedio con misure sfacciatamente dittatoriali, richieste personalmente, per esempio, al Ministro della Difesa Guerini, dal segretario di Stato americano Esper: cacciare i medici russi che stanno curando i malati su richiesta del Governatore lombardo, reprimendo la giornalista Botteri, rea di “avere fatto l’apologia della Cina” , creando un’unità di guerra psicologica dell’Unione Europea (euvsdisinfo.eu).

Infine, ancor oggi, calcolando la “bottom line” degli aiuti (tramite i vari strumenti) dopo il Coronavirus, risulta che tali aiuti vanno per il 50% alla Germania, e solo in minima parte all’ Italia, ch’è la più danneggiata. Inoltre, la Commissaria Vestager ha precisato che gli aiuti di Stato potranno essere dati solo ad imprese che non fossero in difficoltà prima del Coronavirus. Orbene, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate proprio alla fine di febbraio, perché lì il Coronavirus era incominciato qualche settimana dopo l’Italia. Mentre, in passato, era totalmente falso che i meccanismi UE favorissero deliberatamente la Germania (perché si limitavano giustamente a premiare i Paesi più virtuosi), adesso il trucco filo-tedesco è scoperto, e senz’ alcuna logica giustificazione (perché il crollo dell’economia tedesca a cavallo di Capodanno è colpa proprio delle irrazionali fissazioni liberistiche e monetaristiche della politica tedesca, che, sotto questo punto di vista, non è virtuosa, bensì puramente incapace). Si tratta del peggiore gioco delle tre carte, di cui la burocrazia brussellese diviene schermo e pretesto. Quello che Toni Negri aveva chiamato “l’imbroglio”.

Come se ciò tutto ciò non bastasse, la Corte Costituzionale tedesca boicotta apertamente l’unico provvedimento serio dell’Europa, il “Quantitative Easing”, perché non garantirebbe a lei l’ultima parola, e, alla Germania, un “giusto ritorno” per l’avallo che dà alla BCE. Anche per la Corte Costituzionale tedesca, il richiamo fanatico alla necessità di un “controllo democratico” degli Stati Membri sulla BCE è fuori luogo da parte di un organo imposto dalle truppe di occupazione americane e creato con procedure segrete dal comitato di burocrati di  Herrenchimsee.

La cosa è tanto scoperta che perfino Ursula von der Leyen, tedesca e vicinissima alla Cancelliera, sta meditando un ricorso contro la Germania per violazione dei Trattati.

E’ chiaro che, in questa situazione, è ben difficile difendere l’Unione Europea, perché la maggiore resistenza agli aiuti veramente necessari ai Paesi più colpiti proviene proprio da coloro i quali, senz’alcuna seria giustificazione, pretendono poi anche di monopolizzare il concetto di “Europa”.

L’Europa, un continente vecchio, è la maggiore vittima del Coronavirus

6. Figli d’ Europa, “vivete senza menzogna” (Sol’zhenicyn)

Per salvare l’Europa, occorre dunque dire la verità su tutto questo, al di là della diplomazia, dei tecnicismi e dei tatticismi, e non fare come i ”funzionari politici” e gl’”intellettuali organici” che si comportano come i burocrati comunisti polacchi della poesia di Milosc, censurando idee e parole in base a quale sia la “parrocchia” dove sono state “inventate”.

Innanzitutto, occorre  riconoscere che questa situazione insostenibile conferma che il grado di decisionalità richiesto dal mondo contemporaneo, molto più elevato che non ai tempi del Dopoguerra, richiede un corrispondente livello di lealtà di tutti i cittadini verso la cosa pubblica, poi, che ci vuole, tra l’altro, anche una struttura istituzionale diversa, che incarni “ das Politische” dell’ Europa in un modo reattivo alle realtà del XXI secolo (dominate dalla “Singularity” americana, dalla “Via della Seta” cinese, dalla “Russia sovrana”, dal “governo della Torah”, dalla “Hindutva”, ecc…). Altro che lamentarsi con il Governo Conte per i decreti d’urgenza. Se i decreti d’urgenza non si adottano ora, quando mai? Basti vedere i numeri della pandemia, i quali, indipendentemente dalla “questione della colpa”, si chiudono con un bilancio schiacciante a sfavore dell’Occidente lacerato da polemiche strumentali, mentre non solo la Cina, ma tutti i “paesi in via di sviluppo” se la sono cavata egregiamente nonostante tutti i loro problemi.

Nessuno vuole spiegarci perché il virus colpisce soprattutto gli Stati Uniti e l’Europa Occidentale, e non l’Africa, l’America Latina o l’ India? (senza parlare dell’eccellente prova della Cina, che ha avuto meno vittime del Piemonte). Il Covid-19 è forse un “malanno della civiltà”?

La Cina ha impiegato troppe settimane a prendere provvedimenti contro il virus? Ma quante ne stanno impiegando i Paesi occidentali? Una volta, quando capiterà, racconterò con quale solerzia, quando viaggiavo ininterrottamente per i Paesi in Via di Sviluppo, mi avevano visitato, febbricitante, all’Amedeo di Savoia di Torino. Nel frattempo, avrei potuto tranquillamente infettare tutta l’Europa.

Ma, per potersi dare una strategia  adeguata a una situazione siffatta, gli Europei debbono innanzitutto liberarsi dall’universo di falsità filosofiche, storiche, economiche e politiche in cui sono stati avviluppati da cent’anni dai “poteri forti”: così come scriveva Milosc in “Dece Europy” .Infatti, vigevano, e ancora sopravvivono, da noi, ideologie apparentemente contrapposte ma egualmente inaffidabili: la negazione delle costanti della nostra storia; la repressione degli autori autentici, i ponti d’oro  per i conformisti; la propaganda martellante su qualunque seppur minimo evento, sulla base dell’idea che è lecito, anzi normale, mentire spudoratamente per sostenere le ragioni di chi finanzia il nostro giornale, la nostra casa editrice o la nostra televisione.

Basti dire che lo stesso pontefice emerito Joseph Ratzinger , come già, a suo tempo, Aleksandr’ Sol’zhenitsin, accusa oramai apertamente una forma di dittatura culturale di   voler zittire perfino lui.

A quando il sovranismo europeo?

4.America First o Europe First?

Questa situazione abnorme non è senza rapporto con la sudditanza dell’Europa nei confronti dell’ America.

Infatti, l’Unione Europea, in quanto fenomeno della modernità, non può (per sua sfortuna) concettualmente sottrarsi alla competizione ideologica con gli altri modernismi (con “il comunismo”, con la “democrazia illiberale”, ma anche con l’ “American Creed”). Infatti, tutte le ideologie moderniste, per sopravvivere, debbono pretendere di costituire il traguardo ultimo del progresso (la “Fine della Storia”), sostitutivo della salvezza in senso religioso. Tuttavia, purtroppo per i modernisti europei,  questa pretesa dell’Europa è smentita ogni giorno (già prima di Trump) dai diktat americani, che ricordano  continuamente a tutti che, per  l’Europa cosiddetta “alleata”,  qualunque cosa che le permettesse di  recuperare il primo posto davanti agli Stati Uniti in  qualunque campo (cultura, tecnologia, politica, economia, difesa),costituirebbe  una “slealtà”, perché l’ America dev’essere sempre la prima (“America First”). Si tratta, come a detto giustamente Putin, della lealtà del vassallo nei confronti del suo “Sovrano” (altro che “sovranismo!”)

E’ un fenomeno unico nella storia che le autorità americane possano ingerirsi ancora senza pudore, dopo 75 anni, nella vita politica europea e nelle scelte dell’Europa sul proprio futuro, in modo schiacciantemente parallelo alla vecchia “dottrina Brezhnev”. Basti pensare ai diktat che Pompeo ed Esper stanno scagliando sul governo italiano, reo di avere accettato aiuti di emergenza da una serie di Paesi ostili agli Stati Uniti (e adesso la mediazione di Erdogan per la liberazione della Marino). Avremmo dovuto rispedire indietro mascherine e ventilatori o fare uccidere la nostra cooperante per non far fare brutta figura ai nostri inumani partners?

Adesso sono riusciti perfino a farci cacciare i medici russi che stavano innocuamente ma provvidenzialmente disinfettando le RSA (e quanto ce n’è ancora bisogno”!).

Su questo atteggiamento di obbedienza, “pronta, ilare e assoluta”, come quella dei Gesuiti, lascio la parola a Franco Cardini:“ E su ciò i nostri governi europei sono peggio che ambigui: tacciono. Ostinatamente e spudoratamente. E magari, sotto sotto, danno una manina e tanti soldini a bravi e seri opinion makers i quali definiscono fake news tutte le notizie che non fanno loro comodo e definiscono ‘complottisti’ e magari ‘sovversivi’ (gran bella parole che ci arriva fresca fresca dal lessico politico di cent’anni fa ma che da secolare squallore è stata a vita nuova restituita) chi le propone……”.

Per l’Unione Europea, ultimo, esile, baluardo della libertà degli Europei, questa contraddizione di fondo  costituisce dunque un ostacolo insormontabile per la realizzazione di ognuno dei suoi obiettivi (a cominciare da quello di suscitare l’ammirazione degli Europeisti) e le fa perdere sempre più credibilità, perfino di fronte a quei pochi che ancora non hanno capito il meccanismo dell’ imbroglio, ma semplicemente lo intuiscono:

-l’Unione pretendeva, con la “Strategia di Lisbona” di divenire nel 2010 l’”area più competitiva del pianeta”, e, invece, non solo è rimasta al di sotto degli Stati Uniti, ma adesso è sotto anche alla Cina;

-l’Unione pretende di difendere “the European Way of Life” (che io identificherei nella Classicità, nell’ Umanesimo, nella ricerca dell’eccellenza), ma invece, dei raffinati aristocratici come von der Leyen o Gentiloni sono costretti a prendere ordini da personaggi come Trump, mentre da noi imperversano demagoghi finanziati da Bannon e Soros che si fanno un vanto della loro rozzezza, e grazie a questo volano nei sondaggi : questa è l’ “American Way of Life!”;

-l’Unione pretende, oggi, di essere “il trendsetter” del dibattito sul digitale, ma, invece, tutto, del digitale europeo, a cominciare dai nostri dati, è in mano agli OTTs americani (Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft), né nessuno sta facendo nulla per modificare la situazione (come potremmo benissimo riuscire a fare, vale a dire integrando le nostre, modestissime, capacità digitali attraverso licenze e joint ventures con Cina, Russia, India, Corea, Israele, per autonomizzarci finalmente dagli OTTs come ha fatto la Cina).

Come si può pretendere che, in una siffatta situazione, qualsivoglia organismo, sia esso europeo o nazionale, possa fare una politica, non dico nell’ interesse degli Europei, ma, almeno, coerente e sensata?

Del resto, già nel 1947, il fior fiore della politica e dell’intelligentija italiana si era schierato in Parlamento, contro il trattato di pace. Bastino per tutti le parole di Vittorio Emanuele Orlando. Approvarlo sarebbe stato una “abiezione fatta per cupidigia di servilità”. Eppure, quella era stata solo l’ultima fiammata di orgoglio, prima di un servilismo generalizzato e oramai pluridecennale. Chi si era azzardato a qualche guizzo d’indipendenza, come Olivetti, Mattei, De Gaulle, Craxi, Di Maio, Di Battista o la Botteri, viene subito punito.

Come dicevo, nel 1950 non si sarebbe potuto fare diversamente da quanto fecero in effetti i cosiddetti “Padri Fondatori” (e da quanto, nel 1949, avevano dovuto fare i loro colleghi fondatori del Comecon, organizzazione -si ricordi- ben più vasta e precedente nel tempo), ma oggi, se qualche raro individuo fornito delle necessarie qualità fosse disponibile a proporsi contro questa situazione, sarebbe almeno possibile cominciare ragionare più pacatamente e motivatamente sugli obiettivi a breve, medio e lungo termine dell’Europa (che non possono essere fissati a priori come un dogma indiscutibile, ma che bisognerà comunque prima o poi definire in modo più credibile di quanto non si faccia oggi).

A cominciare dall’ abbandono della pretesa  messianica di essere il “traguardo più avanzato della civiltà”, che ci mette automaticamente in conflitto con tutti, e, dato il  nostro status effettivo di “protettorato”, ci ridicolizza perfino. Nel  XXI come hanno dimostrato, nel tempo Horkheimer e Adorno, Martin Rees, la “Laudato sì”, Greta e “Querida Amazonia”, l’eccellenza non è essere l”avanguardia (‘trendsetter’, per usare un termine della Commissione) del progresso”, bensì, come aveva scritto Pietro Barcellona, essere capaci di padroneggiarlo (al limite, di frenarlo: “il Katèchon”).

Dal punto di vista politico, tutto ciò si traduce nel vecchio “consilium coercendi intra terminos imperii” che, secondo Tacito, Augusto aveva dato a Tiberio. Questo è ciò che aveva permesso una coesistenza rispettosa fra Roma, Persia, India e Cina, e aveva favorito il seppure effimero trattato della “Pax Aeterna”fra Eraclio e Cosroe, da cui derivano in ultima analisi il multipolarismo  le organizzazioni internazionali, attraverso l’”’Aqd” islamico, la “trewa Dei” germanica , l’ “Ewiger Landfrid” imperiale,e, alla fine, lo slogan della “Pace perpetua” di St.Pierre, Rousseau e Kant.

Questo è il messaggio che l’Europa dovrebbe lanciare nuovamente agli altri Stati continentali che si contendono la primazia nel mondo. Solo Stati-civiltà che, come quelli antichi, siano consapevoli che non si può “restaurare l’età dell’oro”, e, quindi un unico impero universale, possono accettarsi a vicenda su un piede di parità  (il Multipolarismo fondato sul Multiculturalismo, o, nei termini del pensiero politico Han,  Qin, Da Qin, Juandu e Anxi).

E’ con questi intenti che, approfittando di questa fase di “krisis” (crisi, ma anche decisione), abbiamo lanciato questo dibattito politico-culturale a tutto tondo, innanzitutto sul significato delle scelte di 70 anni fa che ci condizionano ancor oggi.

Spinelli con Einaudi:quando si tratta di dire come sarà l’ Europa unita, “le lingue balbettano”

5.Una conclusione federalista.

In termini federalistici, tutto ciò ci riporta alla contrapposizione programmatica fra Spinelli e Schuman.

Come aveva ben intuito Spinelli, il funzionalismo mirava ad adattare, a un’Europa passiva e depoliticizzata, le prassi tecnocratiche inaugurate dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, solo apparentemente indipendenti, ma sempre sotto ricatto da parte dell’ America (come si vede ora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità). D’altronde, David Mitrany, la figura-chiave del funzionalismo nella scienza dell’integrazione internazionale, pur essendo di origine rumena e cittadino inglese, visse ed operò negli Stati Uniti, criticando,  da lì, tanto Coudenhove Kalergi  quanto Spinelli, e, in particolare, accusandoli di non avere capito che cosa fosse veramente il federalismo (che per lui, ovviamente, sarebbe stato solo quello americano).

Invece, secondo il federalismo europeo delle origini (quello del Manifesto di Ventotene), se non si fosse costituito un vero potere europeo come contraltare agli Stati Membri, delle Istituzioni senza nerbo sarebbero state in balia delle lobby solo apparentemente “internazionaliste” che li circondano. E, in un mondo moderno livellato ed economicistico, il potere (economico o dello Stato), è perfettamente in grado (come scrive Cardini) d’influenzare gli “opinion makers”.

Oltre tutto, il tipo di funzionalismo ch’ è stato di fatto adottato dall’Unione a partire dal 1989 è stato uno pseudo-funzionalismo distruttivo, che, con il pretesto del liberismo, impedisce proprio di realizzare i migliori progetti funzionali, i quali, pur non essendo il toccasana di tutti i mali, sono comunque meglio di niente. Basti pensare a quanto realizzato invece al tempo delle Comunità Europee: all’ ESA, all’ Arianespace, a Airbus, a Galileo…e basta. Questi progetti non sono, né liberisti, né keynesiani, bensì una forma d’interventismo pluralistico e internazionale, che sarebbe il momento di moltiplicare all’ infinito.

Come scriveva Spinelli, il suo messaggio era« estraneo alla cultura politica, alle consuetudini, al linguaggio politico corrente di tutti gli statisti, di tutti i parlamentari, di tutti i giornalisti d’Europa. È assai facile dire che si è per gli Stati Uniti d’Europa, per un governo europeo, ma non appena da queste formule astratte si deve scendere a precisare una qualche azione politica diretta a realizzare quell’obiettivo, le lingue balbettano, le menti si offuscano, la volontà vacilla, perché si tratta di cosa troppo radicalmente nuova e perciò non solo seducente ma anche inquietante».

Non essendo oggi neppure in grado di realizzare i già banali progetti funzionalistici delle Comunità Europee, l’Unione Europea è rimasta priva di un esercito, di un’industria culturale, di un’ industria digitale, perfino di un coordinamento contro le catastrofi. Ed è chiaro quanto questo ci costi in termini di spese per mantenere la NATO (spendiamo più di Russia e Cina messe insieme); d’inadeguatezza della classe dirigente (assenza di un’identità europea); di sottrazione al nostro Continente, da parte degli OTTs, di tutti i generi di risorse e competenze; d’impossibilità di perseguire obiettivi di valore etico o culturale “alto” al di sopra della banale quotidianità. La crisi dell’Europa è tutta qui.

6. Per “salvare l’Europa”, come tutti chiedono, occorre semplicemente fare l’Europa sul serio (e non per finta, come vuole l’ America), con tutta la franchezza, la durezza e i sacrifici che ne conseguono.

Oggi, le conseguenze pratiche del funzionalismo pseudo-liberistico e inefficace “alla Mitrany” sono di fronte a tutti:

-la decadenza dell’Europa;

-l’insoddisfazione della popolazione;

-la perdita di credibilità delle classi dirigenti;

-la discordia generalizzata fra i popoli d’Europa;

-la possibile fine dell’integrazione europea.

Ora che i termini del problema sono evidenti, è il momento di affrontarli alla radice. E’ vero che alcuni demagoghi, difensori dello status quo, per non riconoscere la verità dell’ analisi sviluppata qui sopra, si ostinano a spiegare questi fenomeni in base a ideologie obsolete, ma  l’insostenibilità dei loro miti internazionalistici (l’America egemone benigno e disinteressato, il neo-liberismo quale rimedio a tutti i mali, la superiorità del sistema occidentale su tutti gli altri sistemi del mondo, il continuo progresso, la stabilità e la sicurezza di quest’ordine internazionale),  è oramai palese, così come lo era diventata trent’anni fa  l’obsolescenza della visione dei fatti e della storia fondata sulla lotta di classe fra gli operai (che non esistono praticamente più) e gl’imprenditori (che sono sull’ orlo del fallimento).

Commemorare la Dichiarazione Schuman vuol dire dunque ricavarne tutti gl’ insegnamenti positivi, rifiutandone nel contempo i molti lati oscuri, indirizzandoci, come scriveva Spinelli a «tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù. A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà».

Quindi:

 sì:

-all’ “acquis communautaire » ;

– al gradualismo;

– alla concretezza;

– ai progetti europei;

no:

-al funzionalismo;

-alla “Singularity”;

-alle ingerenze americane;

-alla repressione dell’identità culturale europea (che implica anche quella delle etnie, delle religioni, dei popoli, delle Nazioni, degli Stati, dei ceti, delle lingue, delle culture, delle regioni, delle città, delle famiglie, delle personalità degli Europei).

Come ha scritto Giulio Saputo in Eurobull, “Spinelli si mette in moto; quando non lo offre, ritorna alla riflessione e aspetta che si crei una situazione che permetta di agire. (…) non pensa che fare l’Europa dipenda solo dalla propria azione, ma ritiene piuttosto che il suo ruolo stia nel tentare di cogliere le opportunità che il processo storico, attraverso il mutare delle situazioni di potere, offre».Oggi, la situazione di potere caratterizzata (per riconoscimento unanime) dall’ incrinarsi della leadership americana del movimento globalizzatore ha aperto la strada alla riscoperta della “European Way of Life” quale alternativa all’ ipermodernità occidentale, e, quindi,  ha aperto canali di dialogo fra gli Europei e il resto del mondo. Attraverso questo dialogo, si stanno allentando le catene di comando (culturali, personali, lobbistiche, ideologiche, tecnologiche, istituzionali, militari, sociali) attraverso le quali il sistema informatico-militare ha paralizzato la dinamica storica dell’Europa per aprire la strada alla Singularity.

Attraverso questo allentamento del politicamente corretto, possono formarsi momenti di riflessione obiettiva sulla condizione postmoderna, che possono influenzare alcune strutture di potere in Europa e nel resto del mondo, al fine d’intensificare la de-costruzione di un’architettura internazionale fondata sulla divisione e subordinazione dell’Europa.

Dalla rinata consapevolezza della unitarietà della tradizione europea e della potenziale forza di un movimento europeo assertivo potrebbe nascere una corrente trasversale più vasta, in tutte le aree geografiche e in tutti i segmenti della società europea, che miri alla costruzione di una vera Europa, con una sua cultura, una sua società, una sua economia, un suo esercito, distinti da quelli dell’Occidente e a questo non subordinati. Solo allora  acquisterà il suo pieno significato la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

INTERVENTO DI ROBERTO MATTEUCCI PER LA VIDEO-CONFERENZA DEl 9 MAGGIO SUI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

Iniziamo con Roberto Matteucci la serie degl’intervento alla teleconference organizzata il 9 maggio da Alpina-Diàlexis, e che certo non ha nulla da invidiare alle molte che sono state organizzate da molti soggetti prestigiosi in quella storica giornata.

Certo, come al solito, è mancato un serio approfondimento da parte di quelle Istituzioni che si considerano le eredi della CECA fondata da Schuman e Monnet, le quali, in linea con i tempi, hanno preferito una sorta di “spot” pubblicitario, senza dare alcun seguito (per ora) alla prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Relatori di grande cultura che hanno toccato da un lato tematiche storiche e filosofiche di grande importanza ma anche aspetti di funzionalità del Sistema Europa; ambedue appunti e spunti per capire e poter dissertare con cognizione di causa sulle evidenti e complesse criticità in cui versa oggi la nostra Europa.

La mia cultura ed esperienza lavorativa in campo ingegneristico europeo ed internazionale mi vedono più affine alle tematiche affrontate dal secondo gruppo.

Già agli inizi degli anni 60 si notavano tangibilmente gli effetti collaterali della CECA nata dalla visione prospettica di Schuman: fermenti di sviluppi industriali, grande spinta all’innovazione tecnologica ma soprattutto il concetto che lavorando insieme si poteva fare di più.

Nascevano associazioni industriali nazionali ed europee per confrontarsi su esperienze e capacità tecnologiche, governi ed industrie avevano compreso a fondo la validità e il valore aggiunto nel finanziare congiuntamente progetti innovativi nei settori emergenti dell’elettronica, dell’automazione, dei mezzi di trasporto e della semplificazione dei processi industriali, nonché il fascino della conquista dello Spazio.

L’appartenenza alla NATO ha dato un grande contributo offrendo una guida di metodo, aprendo al confronto le strutture delle Difese Nazionali, coinvolgendo le industrie per contributi di capacità e innovazione, armonizzando requisiti operativi per una migliore gestione logistica e supporto tecnologico.

Valori aggiunti che progressivamente hanno permeato le attività “Civili” con grandi vantaggi per opportunità di lavoro, benessere, crescita e sviluppo. Opportunità di cui l’Italia ha enormemente beneficiato per la sua innata capacità di promuovere idee e proposte, doti della cultura storica, preparazione classica e scientifica e della capacità di accettare rischi calcolati nell’innovare.

Poi fu l’Unione Europea

Nata sulla base di una spinta visionaria lungimirante ma in un contesto di crescenti disuguaglianze tra le nazioni coinvolte e all’interno delle singole, in conseguenza del precedente rapido sviluppo industriale, ha sùbito evidenziato aspetti limitativi resi poi ancor più critici da carenze nelle rappresentanze politiche schierate dalle varie nazioni.

Alla valenza di una moneta comune non hanno corrisposto l’impegno e la funzionalità del Council e tantomeno una chiaramente definita funzione di Politica Estera comune. Funzioni gestite da rappresentanti della politica dei singoli Paesi non tutti all’altezza dei ruoli e con approcci nazionalistici più che unionistici.

Carenze che sono emerse evidenti con la crisi del 2008-12 dove invece di serrare i ranghi a vantaggio dell’Unione si sono privilegiati interessi nazionali con discutibili pretese di “Sovranità” (altri relatori hanno ampiamente dissertato su questo tema), mancanza di condivisione delle rappresentatività in varie aree geopolitiche, con conseguenza di competizioni fratricide (e colpi bassi…) per assicurarsi grandi forniture e collaborazioni strategiche in quelle aree.

Rimediare a questa carenza richiederà tempo e un lavoro paziente di persone capaci non molto disposte a farsi avanti in questi momenti di incertezze.

Anche se toccato da altri relatori, vorrei esprimere qualche considerazione in merito alla mia esperienza con i fondi UE di investimento nei vari settori di sviluppo, industriali, culturali e sociali.

Lamentiamo una carenza di acquisizioni di quote per il nostro Paese ma il dito va messo sulla piaga del nostro modo di approccio agli stessi. Pur avendo punte di eccellenze e successi da parte di industrie e istituti nazionali, le più a livelli regionali, e il supporto di una struttura pubblica (APRE) che offre gratuitamente tutto il supporto necessario ad affrontare con serietà e quindi con successo la partecipazione ai bandi, continuiamo (in generale) a prediligere scorciatoie di dubbia efficacia, se non spesso truffaldine, che inevitabilmente portano le parti coinvolte e le regioni che le sostengono a dover restituire gli anticipi e i fondi ottenuti.

Un relatore ha dato indicazioni di ritorni nazionali sul versato dell’Italia all’Europa vicino all’80% (prego convalidare) ma ai miei tempi (2012-16) giravano cifre del 50-60 %

In conclusione, sottoscrivo interamente il richiamo fatto da altri relatori sull’importanza della cultura: Cultura con la “C” maiuscola, cultura dell’innovazione, cultura per meglio affrontare il nuovo mondo del lavoro e delle tecnologie emergenti secondo proprie disposizioni, salvaguardia dell’ambiente come habitat e speci, del risparmio delle risorse e dell’attenzione ai fattori inquinanti. Cultura della convivenza e del vivere civile da insegnare già negli asili nido.

Ringrazio ed estendo i miei complimenti per la proposta e organizzazione di questo incontro, di ampia portata e con ottimi e capaci relatori.

Sottoscrivo senz’altro l’idea di proseguire con altri eventi sul tema focalizzando, come proposto, di volta in volta il tema su aree singole o specifiche.

A questo proposito mi permetto infine di proporre, se di interesse, di considerare l’opportunità di collaborazione/confronto con un gruppo che sostengo in sede nazionale su iniziative per il rilancio dell’Italia a valle della crisi COVID dal titolo RICOSTRUIRE iniziativa apolitica creata con un gruppo di liberi professionisti, imprenditori, ed accademici per far ripartire, gradualmente e in sicurezza, l’Italia. Struttura che ci stiamo proponendo di replicare anche in Regione Piemonte e di cui potete avere maggiori dettagli sul sito www.ricostruireitalia.it

Roberto Matteucci: Cell 335 640 2066;    e-mail: robertomatt.40@gmail.com.