UNA LEZIONE SUL RUOLO DELL’ EUROPA FRA I VARI CONTINENTI

Facendo seguito all’appello lanciato da questo sito a contribuire al dibattito sull’Europa nell’ambito dei nostri “Cantieri d’ Europa”, pubblichiamo con piacere, dopo quello di Roberto Matteucci, il contributo, scarno ma eccezionale, di Giuseppina Merchionne, una sinologa che, come risulta già dai riferimenti autobiografici contenuti nell’articolo, rappresenta quasi un simbolo dei rapporti culturali italo-cinesi, essendo stata una dei pochissimi giovani studiosi italiani recatisi in Cina in base al primo accordo culturale, firmato nel 1950, all’ inizio dei rapporti diplomatici italo-cinese, ed avendo trascorso in Cina (ivi comprese Hong Kong e Taiwan) molta parte della sua vita, compresi anni tumuiltuosi come quelli della Rivoluzione Culturale.

Sulla base di quest’esperienza unica nel suo genere (oltre che di un periodo di studi superiori alla Columbia University), Giuseppina Merchionne affronta qui la questione del ruolo storico dei diversi Continenti, finalmente nel modo corretto, vale a dire sulla base della loro diversa identità culturale. Con questo approccio diventano finalmente intelleggibili le radici e il futuro dell’ Europa.

Tutto questo dovrà fare oggetto di un ampio dibattito, in generale, all’interno dei Cantieri d’ Europa, e, nello specifico, sul rapporto Europa-Cina, particolarmente “caldo” in vista della prevista firma, nel mese di Settembre, di un fondamentale Trattato sulla Protezione degl’Investimenti

Nel frattempo, pubblicheremo la versione della lettera sull’ Agenzia Europea di Tecnologia da noi inviata, su undicazione del Presidente Sassoli, ai singoli Europarlamentari e ai membri del Consiglio Europeo.

In una prossima occasione pubblicheremo per esteso l’ articolo pubblicato da Franco Cardini sulla Dichiarazione Schuman e il contributo di Ferrante Debenedictis sullo stesso argomento nella videoconference di “Cantieri d’ Europa” .

La crisi del Coronavirus ha accelerato lo smottamento, prima impercettibile, dello stantio equilibrio geopolitico mondiale ostile all’ Europa.E’ un momento in cui i dibattiti, e anche le proposte, hanno una loro forte ragion d’essere.Perciò, continuiamo imperterriti con i Cantieri d’ Europa.

E veniamo all’ aticolo di Giuseppina Merchionne.

Il ritratto dell’imperatore cinese Qianlong nelle vesti di Buddha Manjusri,
dipinto dal gesuita milanese Giuseppe Castiglione

RIFLESSIONI SULL’EUROPA ED ALTRI CONTINENTI

                                                      Giuseppina Merchionne

Premessa

 Prima di esprimere, molto immodestamente, il mio parere sulla natura attuale e il futuro dell’Europa e del mondo che la circonda, vorrei fornire alcune precisazioni sulla mia formazione culturale che ritengo necessarie per una maggiore comprensione dello stesso.

Napoletana di origine, mi sono trovata, per ragioni famigliari, a dover percorrere l’intero corso di formazione scolastica, dalla prima elementare all’ultimo anno del liceo, a Ferrara, dove tutti i giorni attraversavo la ‘addizione erculea’, voluta da Ercole I d’Este, esempio esplicito della grandezza dell’Italia rinascimentale. 

Dopo la maturità, sono  stata assorbita da quel turbine di lingue e culture rappresentato dall’ Istituto Universitario Orientale di Napoli, dove era possibile studiare la maggior parte degli idiomi, vivi e morti, presenti su questa terra, compreso il mancese già d’allora scomparso nella stessa Cina.

Non ancora laureata, nell’agosto del 1973, dopo un breve periodo di studi nella britannica Hong Kong, mi sono ritrovata a Beijing, come parte del primo gruppo di studenti italiani ammessi nella Repubblica Popolare dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche, in seguito ad accordi di scambi culturali tra i due paesi. In realtà si trattava di un nutrito gruppo di studenti dall’Europa, da alcuni paesi del terzo mondo e da paesi non precisamente definiti quali Canada e Australia, che, oltre a studiare, si ritrovarono a partecipare, insieme ai cinesi, agli ultimi strali della rivoluzione culturale. In nome di questa, la critica agli elementi reazionari nello stesso gruppo dirigente della RPC veniva condotta attraverso la dissacrazione delle opere di Confucio e dei suoi un tempo venerati discepoli, con grande dispendio di citazioni classiche di difficile interpretazione per la maggior parte di noi e con buona pace della lotta ai vecchiumi della cultura tradizionale.

In quella Beijing University ,culla di tutti i movimenti rivoluzionari della Cina prima e dopo la liberazione, dopo tre anni di lezioni di linguistica pura su testi di critica al confucianesimo, di esaltazione del legismo e del suo eminente filosofo Han Feizi; di incredibili viaggi in tutta la Cina organizzati dal nostro Istituto e dopo esclusive ed irripetibili esperienze di vita in comuni popolari e acciaierie, in ottemperanza al programma governativo della ‘scuola a porta aperte’ anche per stranieri ,sono finalmente tornata a casa. Un cammino di ritorno durato undici giorni, da Beijing a Roma, con la allora sicurissima ferrovia transmongolica,  attraverso le sterminate praterie della Mongolia e le steppe della Siberia.

Dopo poco però mi sono ritrovata a Taipei, invitata dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Cina a frequentare, unica occidentale, il corso di Master presso un esclusivo e accuratamente controllato Istituto di Ricerche sulla Cina comunista e l’Unione Sovietica.

Nei tre anni occorsi al conseguimento del Master of Arts, ho avuto modo di studiare le posizioni del Guomindang durante la guerra civile con il Partito Comunista, di sentire dalla viva voce di ex- ufficiali dell’esercito Popolare di Liberazione passati ai nazionalisti, le narrazioni delle ‘atrocità’ commesse dai comunisti verso la popolazione, mentre l’esercito di Jiang Jieshi (Chiang Kaishek) era impegnato nella lotta contro l’invasore giapponese.

Fuori dalle aule dell’Istituto, ho incontrato il terzo protagonista della recente storia di questa parte del mondo, onnipresente in tutte le manifestazioni politiche e culturali e le aspirazioni di evasione della maggior parte dei giovani taiwanesi , quegli Stati Uniti d’America che i cinesi dell’isola guardavano come loro salvatori e guardie del corpo, contro la minaccia dell’occupazione  da parte dei comunisti,  rivendicata come veicolo legittimo per raggiungere la riunificazione del paese. E proprio grazie a questa terza presenza ho imparato che, per sopravvivere in quella parte del mondo, la lingua inglese valeva molto più di quella cinese, per non parlare delle altre lingue europee, poco o nulla confacenti con le esigenze economiche della regione.

Forse proprio grazie agli studi compiuti nelle due Cine e ai relativi diplomi conseguiti, dopo qualche anno sono stata ammessa al Ph.D course in Asian Studies della Columbia University di New York, con il beneficio di esenzione dal pagamento dell’ improponibile retta scolastica e l’attribuzione di una borsa di studio che mi consentiva di pagare un alloggio e mangiare almeno una volta al giorno. Era il 1985. Fuori da quel tempio incredibile della cultura e dello studio di tutto lo scibile umano, documentato nei suoi dipartimenti e nella faraonica Library, che si apriva su quella Broadway cuore della città più aperta dell’Impero, si trascinava un’ umanità di derelitti homeless, in prevalenza neri ed hispanicos, dal cui assalto Columbia cercava di difenderci, oltre che con un nutrito corpo di vigilantes, anche con un decalogo di norme di comportamento per la sicurezza ,a cui gli studenti, in particolare quelli stranieri, dovevano attenersi per non cadere vittima di furti e violenze fisiche. Veniva fornito persino un ‘accompagnamento’ alle ragazze dal campus agli alloggi fuori di esso, condotto da due ragazzotti americani dalle spalle erculee, oltre ad un servizio di shuttle bus gratuito che dalle  otto di sera alle due di notte funzionava come mezzo di trasporto nel quartiere per chi volesse muoversi all’interno di esso in tutta sicurezza.

Terminato il biennio propedeutico al passaggio ai corsi di dottorato, il cui conseguimento si profilava dopo almeno altri cinque anni, nonostante il miraggio di una brillante futura carriera   prospettatami dai miei docenti, optai per un difficile ritorno in patria, in risposta al patriottico impulso di ‘insegnare alla propria gente’. In buona parte così è stato, grazie anche ad un incremento esponenziale, anno dopo anno, degli studenti iscritti ai corsi di lingua e cultura cinese, nella speranza di espugnare con questo mezzo gli impenetrabili bastioni del mondo del lavoro.

Nonostante le diverse connotazioni culturali e politiche di queste tre parti del mondo in cui mi è capitato di vivere, per ciascuna di esse ho dovuto constatare la validità funzionale di un fattore altamente proficuo: la mia innata condizione di europea dalla pelle bianca.

Il ratto d’Europa de pittore russo Serov

1. La necessità di sostenere l’Unione Europea

In primo luogo ritengo che, proprio in questo momento così difficile, non sia opportuno nemmeno mettere in discussione la necessità della Unione Europea, prospettando per di più la sciagurata ipotesi di una sua ‘estinzione’. L’esistenza di una entità unica europea deve essere affermata, come conseguenza di un naturale processo storico evolutivo, così come è accaduto a Cina, Russia e Stati Uniti. E questa affermazione dell’esistente, nonostante possa sembrare una forzatura politica, se non addirittura un artificio intellettuale, si rende necessaria in un momento in cui dare spazio a dubbi può recare danni peggiori. Penso a quanto sia stato necessario sostenere a tutti i costi e a danno di qualsiasi apertura democratica, la nascita della Repubblica Popolare Cinese e ,nel caso di vicende nostrane, persino della Repubblica Italiana.

Papa Francesco a Strasburgo

2. La funzione dell’Europa

Quanto alla funzione dell’Europa, essa  potrebbe essere quella di dare una dimensione coesa e direi quasi unitaria alle varie nazionalità che la compongono, perché non c’è dubbio che la forza di una nazione molto deve alla sua unità e anche in questo caso il pensiero ritorna all’esperienza di Cina, USA e forse anche Russia. Tale unità non è solo opera di un governo forte, volendo anche accentratore, esplicitamente repressivo, è anche il risultato della consapevolezza popolare di appartenere ad un paese, una cultura, una unità geografica, elementi che nel loro insieme connotano la dimensione nazionale.  Tale senso di appartenenza nazionale è quanto avverto con maggiore intensità in Cina, in una popolazione che mantiene una coesione culturale pure nella differenziazione di numerose etnie ed altrettante incalcolabili parlate locali. Persino dalla mia posizione di distaccata estraneità, io ravviso nei tanti cittadini della RPC che ho la ventura di incontrare, un’unità culturale , etnica, comportamentale che travalica ogni differenziazione regionale. E con il tempo e l’approfondimento della conoscenza, è parso chiaro anche a me dall’esterno che tale unità è data da un’incancellabile e ancora attuale impronta culturale atavica la cui innegabile presenza sopravvive e si conserva da diversi millenni.

Anche l’ Europa avrebbe, come scrive Giuseppina Merchionne, un’identità atavica, che però gli Europei di oggi non sanno riconoscere

3. Il cammino per il raggiungimento dell’unità europea

In considerazione di quanto detto sopra, ritengo che per costituire una ‘unità europea’, al contrario di quanto comunemente asserito, sia necessario smussare le diversità culturali nazionali, tentare di costruire e se è il caso anche di imporre, una omogeneità di pensiero e di comportamenti in forza della quale i diversi cittadini europei siano in grado di difendere, in caso di necessità, la propria ‘europeicità’ .Equivarrebbe a costituire la ‘nazione europea’, così come in Cina hanno costituito la ‘nazione cinese’ e in America quella ‘americana’, sia al nord che al sud. Infatti la consapevolezza di appartenenza alla ‘nazione americana’ sia tra i cittadini degli USA che tra quelli dell’America Latina, è quanto mi è sovente capitato di avvertire al cospetto di persone che, pure nella loro innegabile eterogeneità, erano in certo modo accumunate dalla sensazione, spesso inespressa, di appartenere ad un’unica dimensione geografica, l’America appunto.

Sulla Via della Seta, vi era un passaggio impercettibile da una civiltà all’ altra

4. Il superamento della ‘logica dei blocchi’

Le vicende di questi ultimi giorni caratterizzati dalla diatriba sull’ origine del virus tra Cina e USA non hanno la parvenza della solita pantomima di qua e di là degli oceani, probabilmente il mondo è davvero cambiato dopo questa iattura universale e indubbiamente non in meglio. E forse anche l’Europa è cambiata, incamminata verso una condizione di maggiore disunione e quindi di debolezza, dove le forze politiche di ciascun paese ci spingono obbligatoriamente verso la scelta di una sola direzione. In questa dimensione di un mondo diviso in ‘blocchi’, può esistere anche la visione di un ‘blocco europeo’? Diversamente, chi ci salverà dall’inevitabile assedio degli’ altri’? E’ davvero così ineludibile il nostro destino di lacerazione dalla scelta imposta dall’esterno tra Cina e USA, con qualche digressione verso la Russia? Dobbiamo davvero scegliere se morire cinesi, nord-americani o russi?  Ci sarà dato di poter morire semplicemente ‘europei’?

Quest’anno ricorrono i2500 anni della battaglia delle Termopili.

5. La riaffermazione dell’Europa come continente

E se invece della dimensione dei ‘blocchi’ noi europei portassimo avanti la ben più reale e legittima dimensione ‘continentale’, che ci ricorda che l’Europa è forse l’unico ‘blocco’ ad essere contemporaneamente anche un intero continente? Ricordiamoci che gli Stati Uniti prima di essere una potenza più o meno in odore di perdita di primato mondiale sono innanzitutto una parte del continente americano e che la Cina prima di essere la potenza emergente da battere è solo una parte dell’immenso continente asiatico e che persino la sterminata Russia è anch’essa parte del continente Europa. Se coltivassimo la nostra destinazione di continente unico, non avremmo forse maggiori possibilità non solo di salvarci ma anche di costruire un futuro di prosperità e stabilità, a beneficio delle genti ‘europee’ come di quelle di tutti gli altri continenti di questo nostro martoriato pianeta?

La cultura europea sta e cade con il concettoi di continuità della memoria culturale.

6. La cultura come strumento della costruzione europea

In questa ottica, la mia illusione è ancora quella di giocare la carta ‘culturale’, di fare leva sul nostro patrimonio ‘ europeo’, non soltanto italiano, di arte, cultura, pensiero, tradizioni, allo scopo di renderci prede meno vulnerabili e meno convincibili. Forse è solo una illusione da intellettuale, vincolata dal fascino immortale della bellezza artistica che la memoria di quella ‘addizione erculea’ della mia adolescenza ha reso parte integrante del mio essere e del mio agire, ma, da erede di una cultura ‘positiva’ di costruzione di una società più equa, mi sforzo di conservare ancora quel mitico equilibrio tra ‘ ottimismo della volontà’ e ‘pessimismo dell’intelligenza’ che abbiamo ricevuto in eredità dal pensiero di giganti moderni come Gramsci. E non è poco, se ricordo che persino presso il Dipartimento di italianistica della Columbia University, tempio di formazione della cultura positivistica americana, le letture italiane più frequentemente studiate erano rispettivamente ‘I quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci e le ‘Confessioni’ di Sant’Agostino. E forse questo potrebbe voler dire ancora qualcosa anche da noi.

7. Il futuro dell’Europa

Il futuro dell’ Europa sta nell’ Umanesimo Digitale, un progetto ancora inesistente che va conquistato, come stanno facendo alcuni isolati combattenti, per ora non europei.

Quanto al futuro dell’Europa, da docente non posso non pensare che esso è nelle mani delle giovani generazioni che vengono da noi formate e che per effetto di quei ‘social’ veicoli di scambi di informazioni e messaggi univoci, passati tra i vari continenti attraverso piattaforme di comunicazione universali, riescono ad azzerare ogni differenziazione di censo, sesso, nazionalità, pelle ed educazione, dando forma ad una visione del mondo ‘globale’ ,di cui noi delle generazioni passate spesso e volentieri diffidiamo catalogandola come ‘univoca’, ‘omologante’, ‘standardizzata’, in definitiva da vero ‘Grande Fratello’. 

Eppure proprio questa ‘cultura dei social’ ha raggiunto il traguardo che noi fautori dell’Europa unita non siamo ancora stati capaci di raggiungere: la capacità di comunicare in tutto il mondo usando una sola lingua, quell’inglese che in questo modo ridimensiona la sua funzione di lingua di convincimento dell’economia globalizzata imposta dalle onnivore multinazionali, per diventare voce narrante per miliardi di individui che finalmente si capiscono a tutte le latitudini e in tutte le condizioni geografiche.

Nonostante i distinguo provenienti da più parti sulla necessità di mantenere il variegato patrimonio della babele linguistica, considerata a ragione parte integrante della nostra identità europea, rallegriamoci di questa omologazione verbale, perché è attraverso di essa in primo luogo che può passare il messaggio di unità, eguaglianza e giustizia per tutti gli esseri umani, messaggio che, a dispetto di ogni ostacolo, dobbiamo continuare a considerare il segno distintivo più eclatante della nostra civiltà europea.

SINTESI DEGL’INTERVENTI DI RICCARDO LALA NELLA TELECONFERENCE DEL 9 MAGGIO

La Zollverein-Zeche a Essen, monumento dell’ era del carbone e dell’ acciaio

“Ze słów dwuznacznych uczyń swoją broń,

Słowa jasne pogrążaj w ciemność encyklopedii.

Żadnych słów nie osądzaj, zanim urzędnicy

Nie sprawdzą w kartotece kto mówi te słowa.

Delle parole ambigue fa’ la tua arma,

Le parole chiare sprofondale nel buio delle enciclopedie.

Non giudicare nessuna parola prima che i funzionari

Controllino nello schedario da chi sono state dette”.

(Czeslaw Milosc, Figlio d’ Europa)

Come promesso, il punto di vista adottato in questi interventi come moderatore dell’ evento sarà alieno da ogni retorica o partito preso, cercando di concentrarmi sugli aspetti concettuali più rilevanti. Proprio per questo, esso sarà particolarmente critico, perché non potrà esimersi dal mostrare quali enormi, implicite, contraddizioni sottostiano alla costruzione europea così com’essa s’è evoluta, e come esse stiano rendendo sempre più difficili le vite degli Europei.

Alla fine della guerra, l’Olanda voleva raddoppiare
a spese della Germania

1.Il vero contesto della Dichiarazione Schuman: un freno all’ espansionismo francese

Comunque si interpretino i fatti, il Piano Schuman fu certo qualcosa di determinante, molto più di quanto ci dicano gli attuali  discorsi ufficiali, ma anche molto diverso da questi ultimi.

Intanto Schuman presentava la Dichiarazione come un gesto disinteressato della Francia a favore dell’Europa, ma in realtà era stato una sorta di resa della Francia stessa alle pressioni occidentali (soprattutto americane),in seguito alla nascita del Comecon,  che la costrinsero ad abbandonare il suo piano  di smembramento della Germania non meno aggressivo di quello dei Sovietici e dei Polacchi.

Essa costituiva così una soluzione di compromesso fra la Francia, che mirava a annettere la Renania occupata  e la Ruhr (come de resto anche il Piemonte e la Valle d’ Aosta) e a smantellare l’industria tedesca, e gli Anglosassoni. Le precedenti proposte francesi prevedevano la trasformazione della Renania in un nuovo stato, dotato di una propria valuta e politica e posto sotto il controllo di un’autorità internazionale che avrebbe incluso gli Stati Uniti e la Francia. Si noti che anche il Belgio e il Lussemburgo, ma soprattutto l’Olanda, avevano piani annessionistici verso la Germania in proporzione ancora più aggressivi.

Intanto, nel 1947,  la Francia aveva già separato dalla Germania la regione della Saar, ricca di carbone, e creato  unilateralmente un protettorato sotto il controllo francese. La zona sarebbe ritornata sotto l’amministrazione della Germania solo il 1 gennaio 1957, ma la Francia avrà il diritto di sfruttare le sue miniere di carbone fino al 1981. Adenauer aveva affermato: «Il nome ‘protettorato’ potrebbe non essere quello più adatto. Piuttosto, sarebbe meglio parlare di ‘colonia’, ma non lo farò.»

Lo smantellamento industriale della Ruhr era  continuato nel 1949, con i lavoratori tedeschi che  si barricavano nelle fabbriche per non smantellarle. Negli anni successivi, la Germania avrebbe socializzato gl’impianti carbosiderurgici (inventando la cogestione) per non cederne la proprietà a USA e Inghilterra.

La sede del COMECON a Mosca. Aveva anicipato la CECA di un paio d’anni

2.Dirigismo e liberalizzazione

La “Dichiarazione Schuman”(“Piano Schuman”),  era il progetto industriale di una sorta di cartello di guerra franco-tedesco, successore della “Rohstahlgemeinschaft” esistente nell’ anteguerra fra le grandi imprese francesi tedesche e lussemburghesi e sotto la guida dell’ ARBED,  e  di quello creato da Speer sotto il III° Reich, e simile a molto simile  alle joint-ventures internazionali del Comecon. Aveva veramente poco a che fare con la “federazione europea” a cui probabilmente Monnet pensava, ma (come dimostrano le 9 bozze successive della dichiarazione), gli era “rimasta nella penna”.

Rileggendo il testo del Piano, ci ho ritrovato tra l’altro un’interessante anticipazione del mio progetto per un’Agenzia Europea della Tecnologia. In effetti, si trattava non già di creare un soggetto politico, bensì di porre l’”industria di punta” di quel  tempo sotto il controllo di un Ente pubblico, che non lo gestiva, ma lo governava, così come poi anche Arianespace è oggi sostanziamente dipendente dalle politiche dell’ ESA e come, nella mia visione, i futuri “Campioni europei” dovrebbero essere posti sotto il controllo dell’ Agenzia Europea della Tecnologia.

Solo che oggi lo scenario generale è cambiato, il che richiederebbe un livello molto più elevato di controllo politico paneuropeo (almeno su tutti i campioni europei, cosa che paradossalmente allora avrebbero voluto i dirigenti americani del Piano Marshall).

Il guaio è che, dopo l’industria carbosiderurgica e, parzialmente, quella aerospaziale, non si è poi fatto null’ altro.

Spinelli avrebbe voluto creare una frderazione europea mediante il Congresso del Popolo Europeo

3.Democrazia o verticismo? Autonomia o protettorato?

Nel celebrare i 70 anni della Dichiarazione Schuman, non possiamo certo dimenticare che la Dichiarazione fu, come tantissimi ormai hanno scritto (buon ultimo,l’ex ministro Philippe De Villiers), la  massima espressione possibile del verticismo, un vero e proprio “complotto” fra Monnet (dalla sua villa di campagna) e il segretario di Stato americano Dean Acheson, piombato inaspettatamente a Parigi l’8 maggio, e subito associato alle discussioni con Schuman, con un coinvolgimento “0” dell’opinione pubblica e della politica, infinitesimo del Quai d’Orsay presieduto da Schuman (che fu informato  anch’egli da Monnet solo il 6, alla stazione mentre andava a Metz, e di Adenauer, e bassissimo comunque dello stesso Schuman, che non scrisse lui la dichiarazione, e, anzi,  lasciò in sala il solo Monnet (che non era ministro, bensì “Commisssaire au Plan”,titolo pienamente sovietico),  a rispondere ai giornalisti. Il Governo francese fu informato freettolosamente e dette un O.K. formale.

Il che, a me, non disturba, perché l’ “Italian Thought” (Mosca, Michels, Pareto) ci ha insegnato da più di un secolo che qualunque organizzazione politica, anche quella che si pretende più democratica, è intrinsecamente verticistica, ma disturba, e danneggia, l’ideologia “mainstream”, secondo cui l’integrazione europea rappresenterebbe l’estremo traguardo della democrazia. Non ha semplicemente senso che tutti (euroentusiasti ed euroscettici) si straccino quotidianamente le vesti per il “deficit di democrazia” della UE, quando la decisione di creare l’Unione Europea fu adottato da una decina di persone, di cui praticamente nessuna eletta, e tutte, tranne Schuman,dei semplici funzionari. Senza parlare che neppure la concessione delle basi alla NATO fece oggetto di discussione nei Parlamenti, al punto che De Gasperi la fece firmare da un sottosegretario.

Si noti che, quando c’è stata la possibilità per i popoli di esprimere il loro parere, essi hanno sempre bocciato  le decisioni verticistiche di questi “fanatici della democrazia”. Bastino per ultimi i sondaggi secondo cui la maggior parte dei cittadini vorrebbero un’alleanza con Russia e Cina, o, al massimo, la neutralità, ma non certo l’attuale alleanza con l’America.

La “politica dei due forni”, unica via d’uscita nell’incertezza dell’ Europa

3.Una soluzione “meno peggio”

Certo, la costruzione europea “funzionalista” prevista da Monnet era  congegnata appositamente per muoversi con una lentezza esasperante, per dare tutto l’agio ad America e Unione Sovietica di rimodellare l’Europa a loro immagine e somiglianza, e togliendo alla futura creatura ogni capacità di muoversi autonomamente (come ha dichiarato, fra la costernazione generale, il politologo Alexander Rahr: “gli Americani ci hanno asportato il cervello”).Inoltre, la Dichiarazione ignorava in modo incredibilmente arrogante tutto ciò che, di male come di bene, era accaduto e stava accadendo all’ Est (la rinascita dell’ Asia, la  creazione del Comecon, le lotte della guerriglia anticomunista nel Baltico, nei Carpazi e in Ucraina), dimostrando  indifferenza per la gran parte d’Europa  (e del mondo), e ponendo le premesse per l’attuale nuova rottura con il nostro Est (interno ed esterno all’ Unione), che si è sempre sentito ignorato e disprezzato dalle lobby moderniste dell’ Occidente (l’”arroganza romano-germanica”).

Tutto ciò detto, dopo gli errori, gli orrori, i fallimenti e le catastrofi della Società delle Nazioni, del Piano Briand, della “Festung Europa”, delle Gladio rosse e nere e dei “Fratelli della Foresta”, questo era, un, seppur modesto, punto di ripartenza, che aveva almeno il vantaggio di non implicare una nuova guerra totale. Qualunque altra soluzione sarebbe stata probabilmente più aleatoria e più dolorosa. Oggi, però, i difetti d’ impostazione allora accettati, dovuti alla debolezza delle classi politiche e delle élites europeiste, agli strascichi della guerra e alla divisione dell’Europa, si sono incancreniti e sono emersi in tutta la loro gravità, al punto da non essere più tollerabili.

Ma, almeno, ai tempi delle Comunità Europea (cioè fino al 1989), molti era consapevoli della dolorosità di quello “Stato di Necessità” (visto che già allora la maggioranza, per i più svariati motivi,  non amava l’ America), e tentavano almeno di ovviarvi in attesa di tempi migliori; da allora, invece, nell’ “establishment” regna un trionfalismo ipocrita e sempre più surreale.

Il Comandante Lupaczko, leader
della resistenza antisovietica polacca

4.Mancanza di un “pathos” europeo

Ricordo che, quando ero bambino, la Gioventù Europea andava nelle piazze a proiettare filmine sulla CEE, creando nella nuova generazione così una forma di “patriottismo europeo”. Senza di questo, nessuna unione può funzionare. Oggi, invece, questo “pathos” è andato perduto, sostituito dal generico e ipocrita “umanitarismo” delle “fondazioni” espresse dalle multinazionali, dalle ONG sostenute dal Governo americano, dai finanzieri  e dalle grandi famiglie. Tutte quelle persone che sono state invitate il 9 maggio al Parlamento Europeo invece di storici, filosofi, costituzionalisti, strateghi ed economisti che si occupino del “Futuro d’ Europa”.

Ad esempio, se c’è un argomento su cui, in una Nazione, ma anche in una Confederazione o in una semplice alleanza, non si può transigere, è che, quando un partner è in difficoltà mortale, lo si deve aiutare “whatever it takes”. Quando ci sono catastrofi naturali, non si fanno prestiti alle vittime: le si aiuta e basta, come quando si “dava oro alla Patria”. Orbene, l’Europa latina (Italia, Spagna, Francia e Belgio) è in difficoltà mortale visto che, con 170 milioni di abitanti, ha avuto altrettante vittime quanto gli Stati Uniti. L’hanno aiutata tutti, chi più chi meno, dalla Russia alla Turchia, da Cuba all’Albania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia (tranne che i suoi più stretti partners, che continuano a volerci speculare sopra).

Il risultato è che tutti i recenti sondaggi rivelano che la per maggioranza degli italiani, Cina e Russia sono più popolari dei Paesi occidentali. E alla domanda “in futuro con chi si deve alleare l’Italia”, il 36 per cento risponde ha risposto “la Cina” e soltanto il 30 per cento ha indicato gli Usa.  Cosa che Alessandro Dibattista ha proposto di fare senza indugio.

Oggi, a queste evidenti falle dell’establishment occidentale si tenta di porre rimedio con misure sfacciatamente dittatoriali, richieste personalmente, per esempio, al Ministro della Difesa Guerini, dal segretario di Stato americano Esper: cacciare i medici russi che stanno curando i malati su richiesta del Governatore lombardo, reprimendo la giornalista Botteri, rea di “avere fatto l’apologia della Cina” , creando un’unità di guerra psicologica dell’Unione Europea (euvsdisinfo.eu).

Infine, ancor oggi, calcolando la “bottom line” degli aiuti (tramite i vari strumenti) dopo il Coronavirus, risulta che tali aiuti vanno per il 50% alla Germania, e solo in minima parte all’ Italia, ch’è la più danneggiata. Inoltre, la Commissaria Vestager ha precisato che gli aiuti di Stato potranno essere dati solo ad imprese che non fossero in difficoltà prima del Coronavirus. Orbene, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate proprio alla fine di febbraio, perché lì il Coronavirus era incominciato qualche settimana dopo l’Italia. Mentre, in passato, era totalmente falso che i meccanismi UE favorissero deliberatamente la Germania (perché si limitavano giustamente a premiare i Paesi più virtuosi), adesso il trucco filo-tedesco è scoperto, e senz’ alcuna logica giustificazione (perché il crollo dell’economia tedesca a cavallo di Capodanno è colpa proprio delle irrazionali fissazioni liberistiche e monetaristiche della politica tedesca, che, sotto questo punto di vista, non è virtuosa, bensì puramente incapace). Si tratta del peggiore gioco delle tre carte, di cui la burocrazia brussellese diviene schermo e pretesto. Quello che Toni Negri aveva chiamato “l’imbroglio”.

Come se ciò tutto ciò non bastasse, la Corte Costituzionale tedesca boicotta apertamente l’unico provvedimento serio dell’Europa, il “Quantitative Easing”, perché non garantirebbe a lei l’ultima parola, e, alla Germania, un “giusto ritorno” per l’avallo che dà alla BCE. Anche per la Corte Costituzionale tedesca, il richiamo fanatico alla necessità di un “controllo democratico” degli Stati Membri sulla BCE è fuori luogo da parte di un organo imposto dalle truppe di occupazione americane e creato con procedure segrete dal comitato di burocrati di  Herrenchimsee.

La cosa è tanto scoperta che perfino Ursula von der Leyen, tedesca e vicinissima alla Cancelliera, sta meditando un ricorso contro la Germania per violazione dei Trattati.

E’ chiaro che, in questa situazione, è ben difficile difendere l’Unione Europea, perché la maggiore resistenza agli aiuti veramente necessari ai Paesi più colpiti proviene proprio da coloro i quali, senz’alcuna seria giustificazione, pretendono poi anche di monopolizzare il concetto di “Europa”.

L’Europa, un continente vecchio, è la maggiore vittima del Coronavirus

6. Figli d’ Europa, “vivete senza menzogna” (Sol’zhenicyn)

Per salvare l’Europa, occorre dunque dire la verità su tutto questo, al di là della diplomazia, dei tecnicismi e dei tatticismi, e non fare come i ”funzionari politici” e gl’”intellettuali organici” che si comportano come i burocrati comunisti polacchi della poesia di Milosc, censurando idee e parole in base a quale sia la “parrocchia” dove sono state “inventate”.

Innanzitutto, occorre  riconoscere che questa situazione insostenibile conferma che il grado di decisionalità richiesto dal mondo contemporaneo, molto più elevato che non ai tempi del Dopoguerra, richiede un corrispondente livello di lealtà di tutti i cittadini verso la cosa pubblica, poi, che ci vuole, tra l’altro, anche una struttura istituzionale diversa, che incarni “ das Politische” dell’ Europa in un modo reattivo alle realtà del XXI secolo (dominate dalla “Singularity” americana, dalla “Via della Seta” cinese, dalla “Russia sovrana”, dal “governo della Torah”, dalla “Hindutva”, ecc…). Altro che lamentarsi con il Governo Conte per i decreti d’urgenza. Se i decreti d’urgenza non si adottano ora, quando mai? Basti vedere i numeri della pandemia, i quali, indipendentemente dalla “questione della colpa”, si chiudono con un bilancio schiacciante a sfavore dell’Occidente lacerato da polemiche strumentali, mentre non solo la Cina, ma tutti i “paesi in via di sviluppo” se la sono cavata egregiamente nonostante tutti i loro problemi.

Nessuno vuole spiegarci perché il virus colpisce soprattutto gli Stati Uniti e l’Europa Occidentale, e non l’Africa, l’America Latina o l’ India? (senza parlare dell’eccellente prova della Cina, che ha avuto meno vittime del Piemonte). Il Covid-19 è forse un “malanno della civiltà”?

La Cina ha impiegato troppe settimane a prendere provvedimenti contro il virus? Ma quante ne stanno impiegando i Paesi occidentali? Una volta, quando capiterà, racconterò con quale solerzia, quando viaggiavo ininterrottamente per i Paesi in Via di Sviluppo, mi avevano visitato, febbricitante, all’Amedeo di Savoia di Torino. Nel frattempo, avrei potuto tranquillamente infettare tutta l’Europa.

Ma, per potersi dare una strategia  adeguata a una situazione siffatta, gli Europei debbono innanzitutto liberarsi dall’universo di falsità filosofiche, storiche, economiche e politiche in cui sono stati avviluppati da cent’anni dai “poteri forti”: così come scriveva Milosc in “Dece Europy” .Infatti, vigevano, e ancora sopravvivono, da noi, ideologie apparentemente contrapposte ma egualmente inaffidabili: la negazione delle costanti della nostra storia; la repressione degli autori autentici, i ponti d’oro  per i conformisti; la propaganda martellante su qualunque seppur minimo evento, sulla base dell’idea che è lecito, anzi normale, mentire spudoratamente per sostenere le ragioni di chi finanzia il nostro giornale, la nostra casa editrice o la nostra televisione.

Basti dire che lo stesso pontefice emerito Joseph Ratzinger , come già, a suo tempo, Aleksandr’ Sol’zhenitsin, accusa oramai apertamente una forma di dittatura culturale di   voler zittire perfino lui.

A quando il sovranismo europeo?

4.America First o Europe First?

Questa situazione abnorme non è senza rapporto con la sudditanza dell’Europa nei confronti dell’ America.

Infatti, l’Unione Europea, in quanto fenomeno della modernità, non può (per sua sfortuna) concettualmente sottrarsi alla competizione ideologica con gli altri modernismi (con “il comunismo”, con la “democrazia illiberale”, ma anche con l’ “American Creed”). Infatti, tutte le ideologie moderniste, per sopravvivere, debbono pretendere di costituire il traguardo ultimo del progresso (la “Fine della Storia”), sostitutivo della salvezza in senso religioso. Tuttavia, purtroppo per i modernisti europei,  questa pretesa dell’Europa è smentita ogni giorno (già prima di Trump) dai diktat americani, che ricordano  continuamente a tutti che, per  l’Europa cosiddetta “alleata”,  qualunque cosa che le permettesse di  recuperare il primo posto davanti agli Stati Uniti in  qualunque campo (cultura, tecnologia, politica, economia, difesa),costituirebbe  una “slealtà”, perché l’ America dev’essere sempre la prima (“America First”). Si tratta, come a detto giustamente Putin, della lealtà del vassallo nei confronti del suo “Sovrano” (altro che “sovranismo!”)

E’ un fenomeno unico nella storia che le autorità americane possano ingerirsi ancora senza pudore, dopo 75 anni, nella vita politica europea e nelle scelte dell’Europa sul proprio futuro, in modo schiacciantemente parallelo alla vecchia “dottrina Brezhnev”. Basti pensare ai diktat che Pompeo ed Esper stanno scagliando sul governo italiano, reo di avere accettato aiuti di emergenza da una serie di Paesi ostili agli Stati Uniti (e adesso la mediazione di Erdogan per la liberazione della Marino). Avremmo dovuto rispedire indietro mascherine e ventilatori o fare uccidere la nostra cooperante per non far fare brutta figura ai nostri inumani partners?

Adesso sono riusciti perfino a farci cacciare i medici russi che stavano innocuamente ma provvidenzialmente disinfettando le RSA (e quanto ce n’è ancora bisogno”!).

Su questo atteggiamento di obbedienza, “pronta, ilare e assoluta”, come quella dei Gesuiti, lascio la parola a Franco Cardini:“ E su ciò i nostri governi europei sono peggio che ambigui: tacciono. Ostinatamente e spudoratamente. E magari, sotto sotto, danno una manina e tanti soldini a bravi e seri opinion makers i quali definiscono fake news tutte le notizie che non fanno loro comodo e definiscono ‘complottisti’ e magari ‘sovversivi’ (gran bella parole che ci arriva fresca fresca dal lessico politico di cent’anni fa ma che da secolare squallore è stata a vita nuova restituita) chi le propone……”.

Per l’Unione Europea, ultimo, esile, baluardo della libertà degli Europei, questa contraddizione di fondo  costituisce dunque un ostacolo insormontabile per la realizzazione di ognuno dei suoi obiettivi (a cominciare da quello di suscitare l’ammirazione degli Europeisti) e le fa perdere sempre più credibilità, perfino di fronte a quei pochi che ancora non hanno capito il meccanismo dell’ imbroglio, ma semplicemente lo intuiscono:

-l’Unione pretendeva, con la “Strategia di Lisbona” di divenire nel 2010 l’”area più competitiva del pianeta”, e, invece, non solo è rimasta al di sotto degli Stati Uniti, ma adesso è sotto anche alla Cina;

-l’Unione pretende di difendere “the European Way of Life” (che io identificherei nella Classicità, nell’ Umanesimo, nella ricerca dell’eccellenza), ma invece, dei raffinati aristocratici come von der Leyen o Gentiloni sono costretti a prendere ordini da personaggi come Trump, mentre da noi imperversano demagoghi finanziati da Bannon e Soros che si fanno un vanto della loro rozzezza, e grazie a questo volano nei sondaggi : questa è l’ “American Way of Life!”;

-l’Unione pretende, oggi, di essere “il trendsetter” del dibattito sul digitale, ma, invece, tutto, del digitale europeo, a cominciare dai nostri dati, è in mano agli OTTs americani (Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft), né nessuno sta facendo nulla per modificare la situazione (come potremmo benissimo riuscire a fare, vale a dire integrando le nostre, modestissime, capacità digitali attraverso licenze e joint ventures con Cina, Russia, India, Corea, Israele, per autonomizzarci finalmente dagli OTTs come ha fatto la Cina).

Come si può pretendere che, in una siffatta situazione, qualsivoglia organismo, sia esso europeo o nazionale, possa fare una politica, non dico nell’ interesse degli Europei, ma, almeno, coerente e sensata?

Del resto, già nel 1947, il fior fiore della politica e dell’intelligentija italiana si era schierato in Parlamento, contro il trattato di pace. Bastino per tutti le parole di Vittorio Emanuele Orlando. Approvarlo sarebbe stato una “abiezione fatta per cupidigia di servilità”. Eppure, quella era stata solo l’ultima fiammata di orgoglio, prima di un servilismo generalizzato e oramai pluridecennale. Chi si era azzardato a qualche guizzo d’indipendenza, come Olivetti, Mattei, De Gaulle, Craxi, Di Maio, Di Battista o la Botteri, viene subito punito.

Come dicevo, nel 1950 non si sarebbe potuto fare diversamente da quanto fecero in effetti i cosiddetti “Padri Fondatori” (e da quanto, nel 1949, avevano dovuto fare i loro colleghi fondatori del Comecon, organizzazione -si ricordi- ben più vasta e precedente nel tempo), ma oggi, se qualche raro individuo fornito delle necessarie qualità fosse disponibile a proporsi contro questa situazione, sarebbe almeno possibile cominciare ragionare più pacatamente e motivatamente sugli obiettivi a breve, medio e lungo termine dell’Europa (che non possono essere fissati a priori come un dogma indiscutibile, ma che bisognerà comunque prima o poi definire in modo più credibile di quanto non si faccia oggi).

A cominciare dall’ abbandono della pretesa  messianica di essere il “traguardo più avanzato della civiltà”, che ci mette automaticamente in conflitto con tutti, e, dato il  nostro status effettivo di “protettorato”, ci ridicolizza perfino. Nel  XXI come hanno dimostrato, nel tempo Horkheimer e Adorno, Martin Rees, la “Laudato sì”, Greta e “Querida Amazonia”, l’eccellenza non è essere l”avanguardia (‘trendsetter’, per usare un termine della Commissione) del progresso”, bensì, come aveva scritto Pietro Barcellona, essere capaci di padroneggiarlo (al limite, di frenarlo: “il Katèchon”).

Dal punto di vista politico, tutto ciò si traduce nel vecchio “consilium coercendi intra terminos imperii” che, secondo Tacito, Augusto aveva dato a Tiberio. Questo è ciò che aveva permesso una coesistenza rispettosa fra Roma, Persia, India e Cina, e aveva favorito il seppure effimero trattato della “Pax Aeterna”fra Eraclio e Cosroe, da cui derivano in ultima analisi il multipolarismo  le organizzazioni internazionali, attraverso l’”’Aqd” islamico, la “trewa Dei” germanica , l’ “Ewiger Landfrid” imperiale,e, alla fine, lo slogan della “Pace perpetua” di St.Pierre, Rousseau e Kant.

Questo è il messaggio che l’Europa dovrebbe lanciare nuovamente agli altri Stati continentali che si contendono la primazia nel mondo. Solo Stati-civiltà che, come quelli antichi, siano consapevoli che non si può “restaurare l’età dell’oro”, e, quindi un unico impero universale, possono accettarsi a vicenda su un piede di parità  (il Multipolarismo fondato sul Multiculturalismo, o, nei termini del pensiero politico Han,  Qin, Da Qin, Juandu e Anxi).

E’ con questi intenti che, approfittando di questa fase di “krisis” (crisi, ma anche decisione), abbiamo lanciato questo dibattito politico-culturale a tutto tondo, innanzitutto sul significato delle scelte di 70 anni fa che ci condizionano ancor oggi.

Spinelli con Einaudi:quando si tratta di dire come sarà l’ Europa unita, “le lingue balbettano”

5.Una conclusione federalista.

In termini federalistici, tutto ciò ci riporta alla contrapposizione programmatica fra Spinelli e Schuman.

Come aveva ben intuito Spinelli, il funzionalismo mirava ad adattare, a un’Europa passiva e depoliticizzata, le prassi tecnocratiche inaugurate dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, solo apparentemente indipendenti, ma sempre sotto ricatto da parte dell’ America (come si vede ora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità). D’altronde, David Mitrany, la figura-chiave del funzionalismo nella scienza dell’integrazione internazionale, pur essendo di origine rumena e cittadino inglese, visse ed operò negli Stati Uniti, criticando,  da lì, tanto Coudenhove Kalergi  quanto Spinelli, e, in particolare, accusandoli di non avere capito che cosa fosse veramente il federalismo (che per lui, ovviamente, sarebbe stato solo quello americano).

Invece, secondo il federalismo europeo delle origini (quello del Manifesto di Ventotene), se non si fosse costituito un vero potere europeo come contraltare agli Stati Membri, delle Istituzioni senza nerbo sarebbero state in balia delle lobby solo apparentemente “internazionaliste” che li circondano. E, in un mondo moderno livellato ed economicistico, il potere (economico o dello Stato), è perfettamente in grado (come scrive Cardini) d’influenzare gli “opinion makers”.

Oltre tutto, il tipo di funzionalismo ch’ è stato di fatto adottato dall’Unione a partire dal 1989 è stato uno pseudo-funzionalismo distruttivo, che, con il pretesto del liberismo, impedisce proprio di realizzare i migliori progetti funzionali, i quali, pur non essendo il toccasana di tutti i mali, sono comunque meglio di niente. Basti pensare a quanto realizzato invece al tempo delle Comunità Europee: all’ ESA, all’ Arianespace, a Airbus, a Galileo…e basta. Questi progetti non sono, né liberisti, né keynesiani, bensì una forma d’interventismo pluralistico e internazionale, che sarebbe il momento di moltiplicare all’ infinito.

Come scriveva Spinelli, il suo messaggio era« estraneo alla cultura politica, alle consuetudini, al linguaggio politico corrente di tutti gli statisti, di tutti i parlamentari, di tutti i giornalisti d’Europa. È assai facile dire che si è per gli Stati Uniti d’Europa, per un governo europeo, ma non appena da queste formule astratte si deve scendere a precisare una qualche azione politica diretta a realizzare quell’obiettivo, le lingue balbettano, le menti si offuscano, la volontà vacilla, perché si tratta di cosa troppo radicalmente nuova e perciò non solo seducente ma anche inquietante».

Non essendo oggi neppure in grado di realizzare i già banali progetti funzionalistici delle Comunità Europee, l’Unione Europea è rimasta priva di un esercito, di un’industria culturale, di un’ industria digitale, perfino di un coordinamento contro le catastrofi. Ed è chiaro quanto questo ci costi in termini di spese per mantenere la NATO (spendiamo più di Russia e Cina messe insieme); d’inadeguatezza della classe dirigente (assenza di un’identità europea); di sottrazione al nostro Continente, da parte degli OTTs, di tutti i generi di risorse e competenze; d’impossibilità di perseguire obiettivi di valore etico o culturale “alto” al di sopra della banale quotidianità. La crisi dell’Europa è tutta qui.

6. Per “salvare l’Europa”, come tutti chiedono, occorre semplicemente fare l’Europa sul serio (e non per finta, come vuole l’ America), con tutta la franchezza, la durezza e i sacrifici che ne conseguono.

Oggi, le conseguenze pratiche del funzionalismo pseudo-liberistico e inefficace “alla Mitrany” sono di fronte a tutti:

-la decadenza dell’Europa;

-l’insoddisfazione della popolazione;

-la perdita di credibilità delle classi dirigenti;

-la discordia generalizzata fra i popoli d’Europa;

-la possibile fine dell’integrazione europea.

Ora che i termini del problema sono evidenti, è il momento di affrontarli alla radice. E’ vero che alcuni demagoghi, difensori dello status quo, per non riconoscere la verità dell’ analisi sviluppata qui sopra, si ostinano a spiegare questi fenomeni in base a ideologie obsolete, ma  l’insostenibilità dei loro miti internazionalistici (l’America egemone benigno e disinteressato, il neo-liberismo quale rimedio a tutti i mali, la superiorità del sistema occidentale su tutti gli altri sistemi del mondo, il continuo progresso, la stabilità e la sicurezza di quest’ordine internazionale),  è oramai palese, così come lo era diventata trent’anni fa  l’obsolescenza della visione dei fatti e della storia fondata sulla lotta di classe fra gli operai (che non esistono praticamente più) e gl’imprenditori (che sono sull’ orlo del fallimento).

Commemorare la Dichiarazione Schuman vuol dire dunque ricavarne tutti gl’ insegnamenti positivi, rifiutandone nel contempo i molti lati oscuri, indirizzandoci, come scriveva Spinelli a «tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù. A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà».

Quindi:

 sì:

-all’ “acquis communautaire » ;

– al gradualismo;

– alla concretezza;

– ai progetti europei;

no:

-al funzionalismo;

-alla “Singularity”;

-alle ingerenze americane;

-alla repressione dell’identità culturale europea (che implica anche quella delle etnie, delle religioni, dei popoli, delle Nazioni, degli Stati, dei ceti, delle lingue, delle culture, delle regioni, delle città, delle famiglie, delle personalità degli Europei).

Come ha scritto Giulio Saputo in Eurobull, “Spinelli si mette in moto; quando non lo offre, ritorna alla riflessione e aspetta che si crei una situazione che permetta di agire. (…) non pensa che fare l’Europa dipenda solo dalla propria azione, ma ritiene piuttosto che il suo ruolo stia nel tentare di cogliere le opportunità che il processo storico, attraverso il mutare delle situazioni di potere, offre».Oggi, la situazione di potere caratterizzata (per riconoscimento unanime) dall’ incrinarsi della leadership americana del movimento globalizzatore ha aperto la strada alla riscoperta della “European Way of Life” quale alternativa all’ ipermodernità occidentale, e, quindi,  ha aperto canali di dialogo fra gli Europei e il resto del mondo. Attraverso questo dialogo, si stanno allentando le catene di comando (culturali, personali, lobbistiche, ideologiche, tecnologiche, istituzionali, militari, sociali) attraverso le quali il sistema informatico-militare ha paralizzato la dinamica storica dell’Europa per aprire la strada alla Singularity.

Attraverso questo allentamento del politicamente corretto, possono formarsi momenti di riflessione obiettiva sulla condizione postmoderna, che possono influenzare alcune strutture di potere in Europa e nel resto del mondo, al fine d’intensificare la de-costruzione di un’architettura internazionale fondata sulla divisione e subordinazione dell’Europa.

Dalla rinata consapevolezza della unitarietà della tradizione europea e della potenziale forza di un movimento europeo assertivo potrebbe nascere una corrente trasversale più vasta, in tutte le aree geografiche e in tutti i segmenti della società europea, che miri alla costruzione di una vera Europa, con una sua cultura, una sua società, una sua economia, un suo esercito, distinti da quelli dell’Occidente e a questo non subordinati. Solo allora  acquisterà il suo pieno significato la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

INTERVENTO DI ROBERTO MATTEUCCI PER LA VIDEO-CONFERENZA DEl 9 MAGGIO SUI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

Iniziamo con Roberto Matteucci la serie degl’intervento alla teleconference organizzata il 9 maggio da Alpina-Diàlexis, e che certo non ha nulla da invidiare alle molte che sono state organizzate da molti soggetti prestigiosi in quella storica giornata.

Certo, come al solito, è mancato un serio approfondimento da parte di quelle Istituzioni che si considerano le eredi della CECA fondata da Schuman e Monnet, le quali, in linea con i tempi, hanno preferito una sorta di “spot” pubblicitario, senza dare alcun seguito (per ora) alla prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Relatori di grande cultura che hanno toccato da un lato tematiche storiche e filosofiche di grande importanza ma anche aspetti di funzionalità del Sistema Europa; ambedue appunti e spunti per capire e poter dissertare con cognizione di causa sulle evidenti e complesse criticità in cui versa oggi la nostra Europa.

La mia cultura ed esperienza lavorativa in campo ingegneristico europeo ed internazionale mi vedono più affine alle tematiche affrontate dal secondo gruppo.

Già agli inizi degli anni 60 si notavano tangibilmente gli effetti collaterali della CECA nata dalla visione prospettica di Schuman: fermenti di sviluppi industriali, grande spinta all’innovazione tecnologica ma soprattutto il concetto che lavorando insieme si poteva fare di più.

Nascevano associazioni industriali nazionali ed europee per confrontarsi su esperienze e capacità tecnologiche, governi ed industrie avevano compreso a fondo la validità e il valore aggiunto nel finanziare congiuntamente progetti innovativi nei settori emergenti dell’elettronica, dell’automazione, dei mezzi di trasporto e della semplificazione dei processi industriali, nonché il fascino della conquista dello Spazio.

L’appartenenza alla NATO ha dato un grande contributo offrendo una guida di metodo, aprendo al confronto le strutture delle Difese Nazionali, coinvolgendo le industrie per contributi di capacità e innovazione, armonizzando requisiti operativi per una migliore gestione logistica e supporto tecnologico.

Valori aggiunti che progressivamente hanno permeato le attività “Civili” con grandi vantaggi per opportunità di lavoro, benessere, crescita e sviluppo. Opportunità di cui l’Italia ha enormemente beneficiato per la sua innata capacità di promuovere idee e proposte, doti della cultura storica, preparazione classica e scientifica e della capacità di accettare rischi calcolati nell’innovare.

Poi fu l’Unione Europea

Nata sulla base di una spinta visionaria lungimirante ma in un contesto di crescenti disuguaglianze tra le nazioni coinvolte e all’interno delle singole, in conseguenza del precedente rapido sviluppo industriale, ha sùbito evidenziato aspetti limitativi resi poi ancor più critici da carenze nelle rappresentanze politiche schierate dalle varie nazioni.

Alla valenza di una moneta comune non hanno corrisposto l’impegno e la funzionalità del Council e tantomeno una chiaramente definita funzione di Politica Estera comune. Funzioni gestite da rappresentanti della politica dei singoli Paesi non tutti all’altezza dei ruoli e con approcci nazionalistici più che unionistici.

Carenze che sono emerse evidenti con la crisi del 2008-12 dove invece di serrare i ranghi a vantaggio dell’Unione si sono privilegiati interessi nazionali con discutibili pretese di “Sovranità” (altri relatori hanno ampiamente dissertato su questo tema), mancanza di condivisione delle rappresentatività in varie aree geopolitiche, con conseguenza di competizioni fratricide (e colpi bassi…) per assicurarsi grandi forniture e collaborazioni strategiche in quelle aree.

Rimediare a questa carenza richiederà tempo e un lavoro paziente di persone capaci non molto disposte a farsi avanti in questi momenti di incertezze.

Anche se toccato da altri relatori, vorrei esprimere qualche considerazione in merito alla mia esperienza con i fondi UE di investimento nei vari settori di sviluppo, industriali, culturali e sociali.

Lamentiamo una carenza di acquisizioni di quote per il nostro Paese ma il dito va messo sulla piaga del nostro modo di approccio agli stessi. Pur avendo punte di eccellenze e successi da parte di industrie e istituti nazionali, le più a livelli regionali, e il supporto di una struttura pubblica (APRE) che offre gratuitamente tutto il supporto necessario ad affrontare con serietà e quindi con successo la partecipazione ai bandi, continuiamo (in generale) a prediligere scorciatoie di dubbia efficacia, se non spesso truffaldine, che inevitabilmente portano le parti coinvolte e le regioni che le sostengono a dover restituire gli anticipi e i fondi ottenuti.

Un relatore ha dato indicazioni di ritorni nazionali sul versato dell’Italia all’Europa vicino all’80% (prego convalidare) ma ai miei tempi (2012-16) giravano cifre del 50-60 %

In conclusione, sottoscrivo interamente il richiamo fatto da altri relatori sull’importanza della cultura: Cultura con la “C” maiuscola, cultura dell’innovazione, cultura per meglio affrontare il nuovo mondo del lavoro e delle tecnologie emergenti secondo proprie disposizioni, salvaguardia dell’ambiente come habitat e speci, del risparmio delle risorse e dell’attenzione ai fattori inquinanti. Cultura della convivenza e del vivere civile da insegnare già negli asili nido.

Ringrazio ed estendo i miei complimenti per la proposta e organizzazione di questo incontro, di ampia portata e con ottimi e capaci relatori.

Sottoscrivo senz’altro l’idea di proseguire con altri eventi sul tema focalizzando, come proposto, di volta in volta il tema su aree singole o specifiche.

A questo proposito mi permetto infine di proporre, se di interesse, di considerare l’opportunità di collaborazione/confronto con un gruppo che sostengo in sede nazionale su iniziative per il rilancio dell’Italia a valle della crisi COVID dal titolo RICOSTRUIRE iniziativa apolitica creata con un gruppo di liberi professionisti, imprenditori, ed accademici per far ripartire, gradualmente e in sicurezza, l’Italia. Struttura che ci stiamo proponendo di replicare anche in Regione Piemonte e di cui potete avere maggiori dettagli sul sito www.ricostruireitalia.it

Roberto Matteucci: Cell 335 640 2066;    e-mail: robertomatt.40@gmail.com.

DOMANI 9 MAGGIO: WEBINAR 70 ANNI DICHIARAZIONE SCHUMAN; 2500 ANNI TERMOPILI

La storia dell’ integrazione europea comincia nel 480 a.c. (Erodoto, Eschilo, Socrate)
La Commissaria Dubravka Suica, responsabile per la Conferenza sul Futuro d’ Europa

PROGRAMMA

Ore 9,00 Prove tecniche

Ore 9,15 Apertura dei lavori (Modera – e riceve le domande per i relatori-Riccardo Lala, info@alpinasrl.com)

Ore 9,30

Relazione introduttiva

Prof. Pier Virgilio Dastoli:

Lo stato di avanzamento della Conferenza sul Futuro d’ Europa

Ore 10,00

Prof. Marcello Croce

Quale spazio per la cultura nel dibattito sull’ Europa?

Ore 10,15

Ing. Roberto Matteucci

Dove sta l’ Europa  nelle industrie tecnologiche?

Ore 10,30

Dott. Bruno Labate

C’è posto per i lavoratori nell’ Europa del futuro?

Ore 10,45

Avv.to Ennio Galasso

Che fine ha fatto la tradizione giuridica europea?

Ore 11,00

Ing. Ferrante Debenedictis

Europa e nazioni oggi

Ore 11,15

Domande e dibattito

Chi desidera partecipare alla manifestazione, dovrà collegarsi, a partire dalle ore 9,00 del 9 maggio, al seguente link: https://www.alpinasrl.com/dibattito-online/, segnalando eventuali difficoltà a:

info@alpinasrl.com, o ai seguenti numeri di telefono:Lo stesso vale per fare domande ai relatori e comunque per intervenire.

00390116690004 00393357776 1536.

L’Europa è destinata a uscire dalla storia se non si darà, entro il prossimo decennio, un proprio sistema tecnologico completo, autonomo e competitivo con quello degli altri Continenti

ALLEGATI

DOCUMENTO COMMENTATO DEL MOVIMENTO EUROPEO SULLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Nostri commenti, in particolare sul  Fondo europeo per la ricostruzione:

– sia affidato alla gestione della stessa Commissione, attraverso l’Agenzia Europea della Tecnologia,  sotto il controllo del Parlamento europeo, secondo criteri privatistici, ma in base a un Piano Settennale di Trasformazione della Società Europea, con una precisa Roadmap temporale, calibrata su quelle dei nostri concorrenti, e coinvolgente:

il sistema educativo europeo;

il web europeo;

l’intelligence europea;

i campioni europei;

l’esercito europeo;

il servizio civile europeo;

la formazione permanente europea.

-sia aperto alla possibilità di:

creazione “greenfield” di nuove imprese, nel settore del web, dell’e.commerce, del software e dell’ industria culturale, sul modello di Arianespace;

un intervento temporaneo europeo nella ricapitalizzazione e nella governance di grandi complessi industriali strategici continentali per realizzare campioni europei nei settori dell’aerospazio, delle reti, dei trasporti e dell’industria biomedica.

MOVIMENTO EUROPEO

CONSIGLIO ITALIANO

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______________________________________________________________________________________________

00186 ROMA – VIA ANGELO BRUNETTI, 60 – TEL.: 06-36001705 – FAX: 06-87755731

e-mail: segreteria@movimentoeuropeo.it – sito: www.movimentoeuropeo.it

UN PROGRAMMA PER L’EUROPA

Dichiarazione del Movimento europeo in Italia

L’Europa non è in guerra ma le conseguenze della pandemia saranno egualmente devastanti per l’insieme

della società europea soprattutto sul sistema produttivo, fra le lavoratrici e i lavoratori e sulle categorie più

deboli nelle nostre comunità.

Pensiamo in particolare al vuoto fisico e culturale causato dalla strage di persone anziane e alle difficoltà

pedagogiche ed educative che si stanno creando dove gli studenti non possono seguire i corsi online nelle

scuole di ogni ordine e grado e nelle università, corsi fruibili grazie al diffuso sforzo dei docenti, degli altri

operatori del settore e delle famiglie.

1. IL FONDO EUROPEO PER LA RICOSTRUZIONE

Tenendo conto degli strumenti già adottati o su cui sono stati raggiunti accordi senza precedenti nell’Unione

europea e più specificatamente nel Consiglio europeo del 23 aprile (BCE, BEI, SURE e linea di credito

senza condizionalità del MES), noi riteniamo che la Commissione europea debba proporre al Parlamento

europeo e al Consiglio che il Fondo europeo per la ricostruzione:

– sia dotato di strumenti finanziari adeguati per mettere in moto consistenti risorse pubbliche e private

necessarie per l’opera di ricostruzione, sia attraverso trasferimenti (grants) che prestiti (loans),

– sia operativo già nel 2020,

– sia fondato su debito pubblico europeo e su emissione di titoli irredimibili o a lunga durata con

immediati aiuti per la liquidità di un’economia in grave sofferenza,

– sia affidato alla gestione della stessa Commissione sotto il controllo del Parlamento europeo,

– sia aperto alla possibilità di un intervento temporaneo europeo nella ricapitalizzazione e nella

governance di grandi complessi industriali strategici continentali incoraggiando fusioni laddove

sia utile per la competizione a livello globale.

2. BILANCIO E FISCALITA’ EUROPEA PER UNA PROSPERITA’ CONDIVISA

Il Fondo deve essere garantito da un ambizioso bilancio europeo sempre più finanziato da risorse proprie

che, per essere rapidamente disponibili, devono essere introdotte direttamente nel quadro della capacità

fiscale dell’Unione europea come quelle già suggerite dalla Commissione europea nella proposta di

regolamento MFF del 2 maggio 2018 ma anche e soprattutto una tassa alle frontiere europee sui prodotti a

contenuto di carbonio (border carbon adjustment) o altre risorse i cui tempi di realizzazione tuttavia

sarebbero inevitabilmente più lunghi sia dal punto di vista della politica commerciale che dal punto di vista

giuridico come un’imposta sulle grandi multinazionali del web e il recupero dell’elusione fiscale o ancor

di più l‘armonizzazione delle imposte dirette sulle società affinché una quota di esse sia attribuita al

bilancio europeo come avviene per l’IVA.

Se il bilancio europeo dovesse rimanere incatenato all’1% del PIL europeo, il costo del progetto di un Piano

europeo – che proponiamo di chiamare “per una prosperità condivisa” – rischierà di incidere

negativamente sul Patto Verde Europeo e sulle altre linee di bilancio come la PAC, le spese

finanziariamente più modeste dell’Europa per cittadini, linfa vitale per le attività non-profit e di

volontariato, la coesione economica, sociale e territoriale, la ricerca e lo sviluppo tecnologico, il fondo

sociale europeo, la cultura e l’educazione, le azioni esterne ivi compresa la sicurezza comune anche

attraverso il “Fondo europeo per la difesa”.

Il Piano europeo dovrà dunque essere aggiuntivo e non sostitutivo delle spese attualmente previste,

rappresentando un’occasione unica per indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso lo sviluppo

sostenibile e diventando così una nuova parte del Patto Verde europeo.

Per questa ragione noi chiediamo un ammontare complessivo quinquennale 2021-2025 di almeno 2000

miliardi di Euro e cioè di due trilioni di Euro.

In questo quadro è importante che l’azione dell’Unione europea sia coerente con l’Agenda 2030 proprio nel

momento in cui si è deciso di rinviare a data da destinarsi la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima

(COP26) con il rischio di rinviare ancora una volta ogni impegno sulla lotta al cambiamento climatico.

3. UN PROGETTO PER L’EUROPA

Insieme al Piano europeo, il Parlamento europeo e la Commissione europea devono avere l’ambizione e il

coraggio di elaborare e di adottare un “progetto per l’Europa“ in una prospettiva di medio periodo

secondo una roadmap condivisa fra l’assemblea rappresentativa delle cittadine e dei cittadini europei e

l’esecutivo che solo da essa trae la sua legittimità democratica.

Le conseguenze della pandemia devono sollecitare l’avvio di una nuova fase dell’integrazione europea

centrata sui valori condivisi da tutti gli Europei.

Si deve avviare un dibattito pubblico su una trasformazione delle strutture economiche e sociali nel quadro

di una più ampia condivisione della sovranità a livello europeo attraverso competenze federali con

elementi programmatici legati ad un eco-sistema fondato sull’obiettivo della piena occupazione creando

nuovo lavoro e contrastando la precarietà.

Queste trasformazioni riguardano l’uguaglianza delle opportunità, la lotta alle diseguaglianze e allo stato

di indigenza, la politica di inclusione, la riorganizzazione dello spazio e il ruolo delle città,

l’organizzazione della mobilità, la redistribuzione del tempo, il ricambio generazionale e la parità di

genere, le forme della partecipazione civile, la democrazia economica, una rinnovata strategia per le

PMI e per il sistema cooperativo, la formazione permanente e lo sviluppo della comunicazione e del

pluralismo dell’informazione.

Queste trasformazioni non possono prescindere dal quadro geo-politico internazionale in un mondo

globalizzato dove l’Unione europea deve essere protagonista di un’azione a sostegno del multilateralismo,

della riforma delle Nazioni Unite e delle relazioni speciali con il Mediterraneo e con il continente

africano.

4. DEMOCRAZIA E STATO DI DIRITTO

E’ evidente che un progetto siffatto pone la questione ineludibile delle conseguenze per il sistema

democratico europeo e per le democrazie nazionali all’interno del nostro modello di una comunità europea

di diritto che siamo tutti chiamati a valorizzare e a difendere nella giornata in cui si celebra in Italia la

vittoria contro il fascismo e il nazismo.

Allontanandosi da questo modello oggi ì cardini dello stato di diritto vengono pericolosamente messi in

discussione in alcuni paesi dell’Unione europea come la Polonia e l’Ungheria con gravi violazioni dei

principi della divisione dei poteri e delle libertà dei cittadini e alle nostre frontiere nei confronti dei

richiedenti asilo come sta avvenendo fra Grecia e Turchia.

MOVIMENTO EUROPEO

CONSIGLIO ITALIANO

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RIELABORAZIONE DELLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

CON AGENZIA TECNOLOGICA EUROPEA

A DECLARATION FOR THE CREATION OF A EUROPEAN FEDERATION VIA AN AUTONOMOUS DIGITAL ECOSYSTEM.

The survival of Humankind is at stake more than in any other moment of history because the development of deployed technique has lead to the control, by machines, of essential processes of human society, and, in particular, intelligence and nuclear warfare. As a consequence, putting under international political control  Artificial Intelligence and nuclear warfare  represents the utmost priority.

The contribution which an organized and living Europe can bring to this priority is important.

Europe is on the making since 2500 years  according to a plan which has evolved at an imperceptible pace, from the Persian Wars up to now. A unified Europe will be built by European culture, which alone can create a de facto solidarity, because the coming together of our peoples requires the elimination of  the obsolete notion of  nation States.

We propose that all European activities concerning new technologies are put under the control of  a European Technology Agency, an organization open to the participation of  all countries of Europe. The pooling of  high technology activities should immediately provide for the setting up of common foundations for economic development as a first step in the federation of Europe, and will change the destinies of those social coaches whose survival is threatened by technological obsolescence, tax erosion and foreign multinationals.

The solidarity in intelligence, research, teaching, production, finance, work, commerce thus established will make it plain that any war among Europeans, of the West and the East, becomes not merely unthinkable, but materially impossible. The setting up of this powerful digital ecosystem, open to all countries willing to take part and bound ultimately to provide all the member with the basic elements of  economic life, will lay a true foundation for their economic unification.

This ecosystem will be offered to the world as a whole without distinction or exception, with the aim of contributing to raising  the stamina of Mankind, so impeding the taking over by machines. With increased resources Europe will be able to pursue the achievement of one of its essential tasks, namely, the re-skilling of the entire society, for avoiding the entropy of a mechanised world. In this way, there will be realised simply and speedily that fusion of interest which is indispensable to the establishment of a common economic system; it may be the leaven from which may grow a wider and deeper community between countries of Western and Eastern Europe.

By pooling the Digital Ecosystem and by instituting a new Agency, whose decisions will bind  the European Union and other member countries, this proposal will lead to the realization of the first concrete foundation of a European federation indispensable to the preservation of Mankind.

To promote the realization of the objectives defined, the European Union is ready to open negotiations on the following bases.

The task with which this common Agency will be charged will be that of securing in the shortest possible time the creation of a full-fledged European Digital Ecosystem including research, education, Big Data, biotechnologies, web industries, software,  intelligence, communications., cyberwar, transportation, cultural industries, aerospace, the development in common of exports to other countries,  the upskilling of the whole European society.

To achieve these objectives, starting from the very poor conditions in which member countries are at present situated, it is proposed that certain transitional measures should be instituted, such as the application of a production and investment plan, the establishment of military-civil organisations, and the creation of a European sovereign fund to create brand-new branches of industries. The carrying out of digital activities in, to and from member countries will immediately be subject to uniform taxation and antitrust, privacy and cybersecurity rules. Conditions will gradually be created which will spontaneously provide for the level of effectiveness and innovation at the highest level worldwide.

In contrast to the digital multinationals, which are imposing on Europeans  restrictive practices on national and international markets, and to export outside Europe data and profits, the organization will ensure the creation of a European industry and its defence, with the storage of data, the taxation of profits and the localisation of decision-making centres in Europe.

The essential principles and undertakings defined above will be the subject of a treaty signed between the States and submitted for the ratification of their parliaments.

The common Agency entrusted with the management of the scheme will be composed of motivated and competent persons appointed by the governments, giving equal representation. A chairman will be chosen by common agreement between the governments. The  Agency’s decisions will be enforceable in whole Europe.

A representative of the United Nations will be accredited to the Agency , and will be instructed to make a public report to the United Nations twice yearly, giving an account of the working of the new organization, particularly as concerns the safeguarding of its objectives and the possible extension of the same methods  worldwide. The Agency will negotiate on behalf of Europe with foreign States, corporations and international organisation the establishment of treties for the limitations of new technologies and the enhancement of the human element.

In the exercise of its functions, the Agency will restructure rules, ownerships, management and financing of the European technology industries, with the aim to render them the most advanced worldwide and to support a humanistic society, able to counter the pre-eminence pretentions of the machinic world.

Altri webinar oggi e domani

“Plans for transforming our Europe”,

Care amiche e cari amici,

ho il piacere di invitarvi a partecipare ad una iniziativa che si svolgerà venerdì 8 maggio, a partire dalle ore 15:00, dell’alleanza Europe Ambition 2030, composta da una serie di importanti organizzazioni della società civile europea di cui fa parte anche il Movimento Europeo. L’alleanza promuove il Webinar dal titolo “Plans for transforming our Europe”, quale contributo al 70° anniversario della Dichiarazione Schuman.

L’incontro sarà suddiviso in due sessioni: la prima, dalle 15:00 alle 16:00, affronterà il tema “The Future of Europe and a European Social Compact” e la seconda, dalle 16:00 alle 17:00, tratterà di “Economic Recovery plan or Transformation Plans”.

La lingua di lavoro sarà l’inglese.

L’evento si svolgerà online sulla piattaforma Zoom. Di seguito troverete il link utile per l’iscrizione:

Join Zoom Meeting

https://us02web.zoom.us/j/81598189658?pwd=ai9hc1c0RVpRSnB6M0VVU2MrSjZRQT09

Meeting ID: 815 9818 9658

Password: 489524

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+3225884188,,81598189658#,,1#,489524# Belgium

+3227880172,,81598189658#,,1#,489524# Belgium

Dial by your location

+32 2 588 4188 Belgium

+32 2 788 0172 Belgium

+32 2 788 0173 Belgium

+32 1579 5132 Belgium

+32 2 290 9360 Belgium

+1 646 558 8656 US (New York)

+1 669 900 9128 US (San Jose)

+1 253 215 8782 US (Tacoma)

+1 301 715 8592 US (Germantown)

+1 312 626 6799 US (Chicago)

+1 346 248 7799 US (Houston)

Meeting ID: 815 9818 9658

Password: 489524

Find your local number: https://us02web.zoom.us/u/kdWUUSOyQS

Vi allego il programma completo e la dichiarazione approvata dall’Assemblea del Movimento Europeo lo scorso 23 aprile che costituirà un’utile base ai fini della nostra discussione.

Nella speranza di poter contare sulla vostra partecipazione, vi ringrazio e saluto cordialmente.

Pier Virgilio Dastoli

PRESIDENTE

———————————

Movimento Europeo Italia

Via Angelo Brunetti, 60

00186 Roma (Italia)

Tel. +39 0636001705

Fax. 0687755731

www.movimentoeuropeo.it

EUROPEANA

Participants who have registered for our webinar via Eventbrite will receive a message via Eventbrite later today with the link of the Zoom webinar. They will need to click on the link in order to attend the webinar. 

I hope this answered your question, but please let me know if you have other questions. 

Best, 

Tamara 

Care amiche e cari amici,

ho il piacere di segnalarvi l’iniziativa che il Movimento europeo Italia, il Movimento Federalista europeo, la Gioventù Federalista europea e l’AICCRE organizzano per la giornata di sabato 9 maggio in occasione della Festa dell’Europa che quest’anno, come sapete, coincide con il 70mo anniversario della Dichiarazione Schuman.

L’iniziativa si svolgerà sabato dalle 14:30 alle 16:30 sulla piattaforma Zoom.

Per partecipare all’evento, sarà necessario compilare un semplice form online: https://forms.gle/MWrqMFzMFFiZEQnq7

Una volta iscritti, si riceveranno le indicazioni e il link per il collegamento Zoom.

N.B.: le iscrizioni verranno accettate fino ad esaurimento posti (max 100).

Per tutti coloro che non riusciranno ad iscriversi, segnaliamo che sarà possibile seguire l’evento live su Facebook direttamente dalla pagina del Movimento Federalista europeo  (https://www.facebook.com/MovimentoFederalistaEuropeo/)   

Parteciperanno al dibattito esponenti politici, parlamentari europei e rappresentanti delle istituzioni, come da programma allegato.

Per vostra memoria, vi accludo la dichiarazione congiunta adottata da Movimento Europeo, MFE, GFE e AICCRE in occasione di questo anniversario.

Nella speranza di poter contare sulla vostra partecipazione, vi ringrazio e saluto cordialmente.

Pier Virgilio Dastoli

PRESIDENTE

———————————

Movimento Europeo Italia

Via Angelo Brunetti, 60

00186 Roma (Italia)

Tel. +39 0636001705

Fax. 0687755731

www.movimentoeuropeo.it  

https://www.touteleurope.eu/actualite/declaration-schuman-le-texte-integral-et-la-video.html

WEBINAR 9 MAGGIO: 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN, 2500 ANNI DALLE TERMOPILI

Sabato 9 maggio, ore 9,00

Webinar sul tema:

2020,

-2500 ANNI DI EUROPA

-70 ANNI DAL PIANO SCHUMAN

-AVVIO DELLA CONFERENZA SUL FUTURO D’EUROPA

Che quest’anno sia cruciale per il futuro del mondo, e soprattutto dell’ Europa, lo dimostra non soltanto l’incidenza eccezionale della pandemia su modi di pensare, culture, ideologie, organizzazioni, rapporti geopolitici, abitudini ed economie, ma anche la coincidenza fra molte scadenze fondamentali per l’identità europea.

Durante questo lungo periodo che ci separa dal ritorno alla normalità e all’esercizio ordinario dell’attività editoriale (sintetizzata dall’apertura dei saloni del libro di Torino e di Francoforte), Alpina Dialexis sta sviluppando un intenso dialogo con i suoi lettori, con le Istituzioni, con il Movimento Europeo, con il mondo intellettuale, per fare chiarezza sull’ identità europea, sulla sua storia, sulla sfida tecnologica e sulle strategie da seguire per sfuggire all’entropia generalizzata delle società contemporanee, ritornando a quelle posizioni di leadership che, oramai da molti anni, costituiscono solamente più un wishful thinking degli oratori della domenica.

Questo primo webinar ha carattere introduttivo, essendo dedicato alla ricognizione dei temi che sono sul tavolo. Ad esso faranno seguito la presentazione delle novità librarie 2020, la pubblicazione di anteprime delle stesse, la discussione delle proposte per la Conferenza per il Futuro dell’ Europa, e, infine, la commemorazione delle battaglie di Salamina e delle Termopili, con il loro impatto eccezionale sulla memoria collettiva degli Europei.

PROGRAMMA

Ore 9,00 Prove tecniche

Ore 9,15 Apertura dei lavori (Modera Riccardo Lala, info@alpinasrl.com)

Ore 9,30

Relazione introduttiva

Prof. Pier Virgilio Dastoli:

Lo stato di avanzamento della Conferenza sul Futuro d’ Europa

Ore 10,00

Prof. Marcello Croce

Quale spazio per la cultura nel dibattito sull’ Europa?

Ore 10,15

Ing. Roberto Matteucci

Dove sta l’ Europa  nelle industrie tecnologiche?

Ore 10,30

Dott. Bruno Labate

C’è posto per i lavoratori nell’ Europa del futuro?

Ore 10,45

Avv.to Ennio Galasso

Che fine ha fatto la tradizione giuridica europea?

Ore 11,00

Ing. Ferrante Debenedictis

Europa e nazioni oggi

Ore 11,15

Domande e dibattito

Alle 12, sarà possibile collegarsi con il museo digitale europeo Europeana per un dibattito sul ruolo del patrimonio culturale nell’ integrazione europea.

Chi desidera partecipare alla manifestazione, dovrà collegarsi, a partire dalle ore 9,00 del 9 maggio, al seguente link: https://www.alpinasrl.com/dibattito-online/, segnalando eventuali difficoltà a:

info@alpinasrl.com, o ai seguenti numeri di telefono:Lo stesso vale per fare domande ai relatori e comunque per intervenire.

00390116690004 00393357776 1536.

Per rompere il ghiaccio, il Dott. Lala ha già anticipato il suo personale intervento, mediante il post sul sito Alpina Diàlexis https://www.alpinasrl.com/europa-2500-anni-dalle-termopili-70-anni-dalla-dichiarazione-schuman/.

Per facilitare il compito dei relatori, abbiamo raccolto una ventina di domande e risposte che, scelte da ciascuno,  potranno costituire  degli spunti per gl’ interventi dei relatori, orali e/o anticipati per iscritto, e si possono consultare con il seguente link:https://www.alpinasrl.com/dibattito-online.

Abbiamo già iricevuto il contributo della sinologa Giuseppina Merchionne.

Se avremo abbastanza interventi per iscritto, essi potranno fare oggetto di un e.book che metteremo online.

Se questa prima giornata funziona, lo schema potrebbe essere ripreso per la celebrazione delle Termopili all’inizio di Settembre.

ISTRUZIONI PER I RELATORI

I RELATORI debbono digitare  https://www.alpinasrl.com/dibattito-online-relatori.php

Prima delle 9,00, la pagina comunica solo le informazioni su COME partecipare.

Alle 9,00, permette di accedere alla videoconferenza in sé.

La videoconferenza si farà utilizzando il sistema 8×8 basato su Jitsi Meet.

Il sistema è compatibile con tutti i browser più aggiornati, ma consigliamo di utilizzare Google Chrome.

Per chi si connette tramite computer, non è necessario il download di alcun software.

Per chi si connette tramite smartphone, è disponibile un’app scaricabile dai rispettivi app store di Android ed iOS:

I relatori possono anche provare il sistema in autonomia, prima dell’evento, per assicurarsi che webcam e microfono funzionino correttamente. Per effettuare un test bisogna andare su https://app.8×8.vc/ scegliere l’opzione “Partecipa/avvia un meeting come ospite” e inserire un nome casuale per avviare una videoconferenza di test.

Come per qualsiasi conferenza online, consigliamo di accertarsi già un giorno o due prima di avere una connessione stabile e sufficientemente veloce. Al più tardi, questa verifica va fatta alle 9,00 del 9 maggio. Durante la videoconferenza, è preferibile che sul dispositivo non siano in esecuzione altri programmi che possono utilizzare grandi quantità di dati, come altri programmi di videoconferenza, aggiornamenti di sistema o altro.

Inoltre, consigliamo di disattivare sempre il proprio microfono quando non si deve intervenire, per evitare che rumori di fondo o altri suoni disturbino la teleconferenza

ISTRUZIONI  PER IL PUBBLICO:

Il link per gli spettatori è:

PER FARE DOMANDE AI RELATORI, INVIARE UN’e.mail AL MODERATORE riccardo.lala@alpinasrl.com, o telefonargli al numero 3357761536

Il video YouTube è già attivo.

1° MAGGIO 2020:CHI SI OCCUPA ANCORA DEL LAVORATORI?

1.Il XX° secolo è stato il secolo del lavoro.

All’inizio di quel secolo incominciavano a formarsi le grandi agglomerazioni industriali (come l’industria siderurgica americana in cui lavorava Taylor), e i primi importanti sindacati (con la liberalizzazione, in Germania, delle attività sindacali); con la prima guerra mondiale, grandi masse venivano addestrate a operare insieme su oggetti meccanici, come artiglieria, navi, ferrovie, veicoli. Dopo la guerra, i totalitarismi acceleravano la “Grande Trasformazione” dall’ agricoltura all’ industria (per esempio, con grandi complessi come quello intorno alla diga sul Dniepr), e la Seconda Guerra Mondiale l’avvento delle moderne forme di organizzazione sociale (come per esempio la produzione in serie).

Il 2° dopoguerra vedeva l’apogeo della partecipazione dei lavoratori (in svariate forme, dai Comitati di gestione, all’autonomia delle parti sociali, all’ autogestione, la contrattazione collettiva), mentre, dopo il ‘68, l’operaismo diveniva quasi un’ideologia ufficiale, o, almeno, una moda.

Nella “società dell’informazione” degli anni ’80 e ‘90, i privilegi conquistati dagli operai vennero estesi ai “colletti bianchi”, ai lavoratori autonomi e ai dirigenti, sì che l’intera società si modellava secondo lo schema del lavoro subordinato (cfr., p.es. il libro di Joschka Schmitt, “Sein Name sei Europa”).

2.L’inversione del percorso

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1989, era  iniziato però un processo di direzione  inversa, venendo meno la massima fonte dei miti operaistici, tanto che anche la forza, sotto svariate forme, dei sindacati e di altri strumenti di partecipazione delle categorie produttive, venne messa in discussione.

All’ inizio del 21° secolo, i partiti e i sindacati sembravano oramai interessati piuttosto ai privilegi delle “borghesie rosse” che non ai “lavoratori”, e lo stesso PCC elaborava la “teoria delle 3 rappresentanze”, per includere nel Partito Comunisti anche gl’imprenditori. Oggi, quando l’industria rappresenta ovunque una quota minima dell’occupazione, l’interesse per i lavoratori, specie se manuali, è ancora ulteriormente diminuito.

Questa situazione  non è nuova, perché, fra le varie attività umane, il lavoro produttivo non era mai sembrato particolarmente centrale. Solo nella società medievale, Adalberone di Laon aveva individuato tre ceti, di cui quello dei “laboratores” era il meno importante. Situazione analoga a quella della società indù, mentre, in quella greco-romana, i lavoratori, i “banausoi”, erano stati collocati ad un livello ancora più basso, dove non si distingueva neppure fra servi e schiavi.

Tuttavia, la situazione attuale si distingue nettamente da quelle pre-moderne per un fatto fondamentale: la centralità, non più dei clero e dei guerrieri, bensì delle macchine. Entrate di soppiatto nel mondo della produzione all’ inizio dell’Ottocento, un secolo dopo esse erano già al centro delle grandi fabbriche tayloriste, per poi generalizzarsi nell’ uso sociale e domestico come conseguenza delle guerre mondiali (elettricità, acqua corrente, radio,cinema, telefoni, macchine fotografiche). Nella seconda metà del XX secolo, le macchine erano già entrate nella vita di tutti i giorni (veicoli, televisori,elettrodomestici, computer) , tanto che, a cavallo fra i due secoli, l’Umanità stessa, grazie all’egemonia occidentale e all’ informatica, poteva   già considerarsi come una Grande Macchina, tenuta insieme dal Complesso Informatico-militare, e i lavori più ripetitivi potevano già essere automatizzati (catene di montaggio, bancomat). All’inizio del secondo decennio, si automatizzavano anche alcuni processi con un seppur limitato livello di creatività (come il controllo sulle armi di distruzione di massa, la statistica, la finanza, la progettazione ingegneristica), mentre, in questi ultimi anni, l’informatizzazione è entrata anche nelle attività di programmazione e di comunicazione (AI, Big Data).Dopo il Coronavirus, il lavoro telematico è diventato addirittura la regola, e, quello umano, l’eccezione.

In queste condizioni, è ovvio che abbiamo assistito alla sparizione del “Lavoratore” marxiano o juengeriano, quale figura centrale che assommava in sé la forza ancestrale del guerriero e dello schiavo, quella arcaica del leader e del cittadino e quella moderna del rivoluzionario e del leader carismatico.

3.La società delle Macchine Intelligenti

La centralità del lavoro si è ritirata dalle fabbriche, dagli uffici, dalla politica, e quel che ne rimane nell’automazione, nel telelavoro e nella comunicazione diviene marginale rispetto all’ Intelligenza Artificiale, ai Big Data e, in generale, al Complesso Informatico-Militare.

La crisi del Coronavirus, con la disoccupazione di massa, con i sussidi a tappeto e la generalizzazione del telelavoro, ha segnato il congedo definitivo dalla concezione tradizionale del lavoro. Il grosso delle attività sociali tradizionali (politica, difesa, intelligenza, organizzazione, comunicazione, finanza, commercio), è oramai svolto dalle macchine, mentre l’assoluta maggioranza della popolazione è uscita dai processi produttivi. Se l’uomo non sarà capace di disegnarsi un ruolo all’interno di questo scenario, sarà destinato a scomparire.

E’ ovvio che, in questa situazione, i tradizionali discorsi di classe non abbiano più ragion d’essere. Oggi, vi sono delle classi totalmente nuove: la “Società dell’ 1%” di redditieri, teologi, lobbisti e sottogoverno, che controlla il complesso informatico-militare mondiale; la tecnostruttura di politici e funzionari che gestisce per loro conto gli Stati continentali; il sottobosco dei faccendieri che controllano gli Stati nazionali e le società multinazionali; i precari del management e delle libere professioni, che sono quelli che fanno andare avanti le funzioni chiave della tecnostruttura; gli specialisti in nero dell’ informatica e dell’ artigianato, novelli lavoratori manuali; i pensionati, nuovi redditieri di seconda classe; gli eterni “stagiaires”, che corrispondono agli schiavi di un tempo; i  precari, gl’immigrati,  e i “sans papiers”, che sono i moderni paria.

La politica farebbe bene ad abbandonare totalmente la cura delle classi tradizionali, divenute una pura finzione (basti pensare che l’assoluta maggioranza degl’iscritti ai sindacati sono pensionati), e preoccuparsi d’immaginare una società totalmente nuova, tanto nella produzione, quanto nella distribuzione, del reddito. Una società concentrata sui due poli, da un lato della megamacchina informatica, e, dall’ altra, l’attività onnicomprensiva dell’autocoscienza  sociale.

Affinché il mondo macchinico funzioni a favore dell’Umanità, e non contro, occorre ch’esso sia ideato, messo a punto, gestito e manutenuto. Ma, affinché questo possa avvenire, occorre che vi siano una filosofia e una pedagogia dell’umano che tengano vivo il senso della società; un pensiero e un’azione politica capaci di dare regole al mondo macchinico e ai suoi gestori; dei leaders capaci di tenere insieme intellettuali e gestori, e, sopra tutti, uno strato di “chierici” che studi, approfondisca e rinnovi il mondo dei significati e dei valori, motivando e orientando gli stessi leaders, in modo ch’essi possano esercitare finalmente la loro funzione di guida in un  modo sensato.

Solo con una siffatta complessa organizzazione sarà possibile evitare che il mondo macchinico ci sfugga di mano, o anche solo che il mondo umano collassi sotto il peso d’ una vita insensata come quella attuale.

Tutto ciò presupporrà dei nuovi rapporti sociali e un nuovo diritto -costituzionale, economico, ma anche industriale, commerciale e del lavoro-. Essi non saranno, evidentemente, eguali a quelli oggi vigenti, perché il diritto costituzionale dovrà preoccuparsi anche sul piano internazionale del rapporto fra macchine e umanità (p.es., standard per l’AI e i big data; territorialità dei clouds e cyberintelligence..), così pure come quello economico dovrà occuparsi della sicurezza dei dati e del controllo pubblico sulle reti; quello commerciale, dei rapporti fra Stato e impresa privata nell’utilizzo delle risorse informatiche.

Il diritto del lavoro si occuperà dei rapporti fra i funzionari e lo Stato,  e fra i dirigenti e le imprese, mentre un nuovo diritto della para-subordinazione regolerà i rapporti fra grandi gruppi, finanziatori pubblici e lavoratori-imprenditori.

Proprio questi lavoratori-imprenditori, che gestiranno, con una loro forma di  responsabilizzazione, parchi macchine continuamente rinnovantisi (come fanno oggi i trasportatori per conto di Amazon o i gestori di grandi copisterie) costituiranno i veri “lavoratori” di domani, e il loro “diritto del lavoro” sarà qualcosa di simile a quello degli agenti di commercio o a quello dei consulenti dei grandi studi professionali.

Tutto ciò comporterà automaticamente anche una forma di rivendicazionismo del mondo dei tecnici, che, a mio avviso, avrà qualcosa di simile alla situazione di partecipazione nelle imprese cogestite tedesche, dove i lavoratori partecipano alle decisioni tanto sulle macchine, quanto sul destino delle grandi organizzazioni da cui essi dipendono.

4. Il libro “Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”

Alpina/Diàlexis non hanno mai  smesso di occuparsi dei problemi del lavoro nella società automatizzata.

L’anno scorso, avevamo pubblicato due libri sull’ argomento:

-“Modello sociale europeo e pensiero sociale cristiano dopo l’ enciclica laudato sì”,realizzato insieme a Alberto Acquaviva, e  presentato a un convegno all’ Unione Industriale di Torino dallo stesso titolo;

-“Il ruolo dei lavoratorinell’ era dell’ intelligenza artificiale, Verso un’ alleanza strategica fra lavoro e capitale? ”, di Riccardo Lala,presentato al Salone del Libro 2019 insieme a Pier Virgilio Dastoli.

Il primo mirava a mostrare come il modello sociale europeo, tanto esaltato dal mondo politico verso la fine del XX° secolo, e oggi caduto un po’ in desuetudine, sia tributario del pensiero sociale cristiano, che trae le sue prime origini da Aristotele e da San Tommaso, per poi svilupparsi attraverso il pensiero del XIX° secolo e le encicliche sociali.  Il secondo mirava ad attualizzare il modello, da un lato, attraverso lo studio della sua genesi, evoluzione e diffusione in tutto il Continente, e, dall’ altro, attraverso il suo controverso rapporto con l’automazione.

Certo, dopo la crisi del Coronavirus, il modello sociale europeo tende a subire un’ulteriore evoluzione, a causa del peso crescente dell’intervento pubblico e dell’assistenza diretta ai lavoratori, rispetto alla partecipazione nell’ impresa.

Sta di fatto che le questioni inerenti al ruolo dei lavoratori, anche in un mutato contesto, possono e debbono svolgere un ruolo determinante nella dialettica politica del XXI° secolo, costituendo tra l’altro anche uno degli elementi che caratterizzano il sistema sociale europeo rispetto a quello di altri Continenti.

Tra l’altro, la crisi mondiale della democrazia rappresentativa porta con sé anche una rinnovata esigenza di nuove forme di rappresentanza.

Poiché lo sforzo per contrastare la presa di controllo, sull’ Umanità, da parte delle macchine Intelligenti, passa necessariamente attraverso una profonda riqualificazione della società tutt’ intera , da un lato nella direzione di una padronanza assoluta delle nuove tecnologie, e, dall’ altra, verso una visione sempre più umanistica delle stesse, la partecipazione dei lavoratori alla gestione del sistema produttivo può e deve costituire un mezzo per un coinvolgimento di tipo adeguato di larghe fasce di popolazione a decisioni di una grande complessità, che, senza questa partecipazione diffusa, sarebbe impossibile.

Occorre pensare e organizzare nuove forme di incontro e di dibattito fra movimenti sociali, imprese, lavoratori autonomi, parasubordinati e subordinati, su nuove forme d’interazione capaci di rilanciare, allo stesso tempo, il senso della comunità e la sua proiezione  economica e culturale sul mondo circostante.

EUROPA: 2500 ANNI DALLE TERMOPILI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

In questi giorni,  i giornalisti si sono scatenati (ma mai abbastanza) nel denunziare la mancanza di solidarietà dall’ Europa Occidentale verso l’Italia, sia per ciò che concerne le vitali forniture di materiale sanitario, sia per ciò che riguarda i fondi per superare la crisi. Tuttavia, nessuno ha svolto un’indagine più a fondo del perché queste cose si siano verificate.

Come ha scritto anche l’autorevole rivista americana Foreign Policy, l’Italia è stata abbandonata dai Paesi europei nel momento del bisogno. “Si potrebbe pensare che i paesi membri dell’Unione Europea inviino ai loro amici italiani alcuni rifornimenti vitali, soprattutto perché gli italiani lo hanno chiesto. Non hanno inviato nulla” sottolinea Foreign Policy. “La vergognosa mancanza di solidarietà dei paesi dell’Ue con gli italiani indica un problema più grande: cosa farebbero i paesi europei se uno di loro dovesse affrontare una crisi ancora più grave?”. Pensiamo soprattutto a una guerra.

Ancor oggi nessun singolo stato membro dell’Ue ha inviato all’Italia le forniture necessarie, e anche gli aiuti, tanto della UE, quanto degli USA, sono stati esclusivamente “proforma”(deliberatamente perché i politici temono le reazioni negative dei loro elettori, preoccupati per se stessi). D’altro canto, l’Italia aveva già avuto un assaggio della totale mancanza di solidarietà europea. “Durante la crisi dei rifugiati del 2015 – scrive Foreign Policy -circa 1,7 milioni di persone sono arrivate sul territorio dell’UE, principalmente in Italia e in Grecia (con Germania e Svezia le destinazioni più comuni), ma nel 2017 alcuni Stati membri dell’UE si stavano ancora rifiutando di accettarle nell’ambito di un programma di solidarietà”.

Basti ricordare che, anche se il nostro è il Paese più colpito dall’epidemia di Covid-19, nella classifica dei Paesi beneficiari di queste risorse stanziate dalla Commissione europea l’Italia è solamente terza.

Ciò che salta all’ occhio maggiormente è che la maggior preoccupazione di tutti è che quest’assenza dell’Europa (ma ancor più dell’America) è messa in clamorosa evidenza dell’opposto atteggiamento di apertura di Russia e Cina, che la UE ha saputo solo denunziare come propaganda, al punto da aver creato un ufficio solo per la contropropaganda. Ma, indipendentemente dalla questione della reale consistenza degli aiuti degli uni e degli altri, è  l’interpretazione degli aiuti che rivela la pochezza umana dei politici europei e delle loro opinioni pubbliche, che non sono istintivamente capaci di articolare nessun comportamento che non sia del più gretto egoismo.

Dopo tante elucubrazioni sull’aiutare o meno l’Italia, è poi saltata fuori la verità vera: applicando congiuntamente i complessi meccanismi dei 4 fondi di emergenza concordati, il maggiore beneficiario risulta essere la Germania, che otterrebbe un trasferimento netto del 50% dei fondi, con i quali risanare, a spese dello Stato, le proprie industrie, mentre l’Italia otterrebbe solo il 10% (quindi, con un trasferimento netto negativo). L’esatto ancor più, di un “patriottismo europeo”, in cui ci dovrebbe essere una gara per aiutare la Patria europea e i fratelli europei in difficoltà (come quando si dava l’oro alla Patria). Che d’altronde è quello che si è visto nell’Hubei con l’aiuto delle altre province della Cina.

In questo modo, né si fa l’Europa, né si salva l’economia, neppure quella tedesca. Qui ciascuno vuole solo consolidare l’esistente. Ma è proprio questo “esistente” che non va bene, perché è basato sull’idea che saremo gli eterni “followers” degli Stati Uniti (“America First” per sempre, eventualmente dopo la Cina), e che pertanto ci dovremo beccare in eterno fra di noi come “i capponi di Renzo”, in un eterno declassamento.

In concreto, poi, da parte di Bruxelles, non c’è alcuna iniezione di “denaro fresco”: si tratta, in realtà, di “fondi dormienti” già presenti nei bilanci, che, certo, servono a tamponare una situazione di crisi, ma non  certo a ribaltarla. Quindi, il contrario di quello che stanno facendo USA e Cina, che stanno creando denaro fresco per rinforzare le loro economie. E, nel caso della Cina, per trasformare il colpo del Coronavirus in una vittoria su molti fronti. L’unico modo, per quanto obliquo, per creare denaro fresco è stato il “Quantitative Easing”, una forma d’interventismo provvidenziale, ma attuata obtorto collo dalla BCE più che altro per imitazione delle altre Banche Centrali (“se lo fa la FED, lo possiamo fare anche noi”).

Infine, non va bene neppure quest’incredibile alchimia finanziaria che sta alla base dell’Unione, in base alla quale, come si vede, non si capisce neppure chi paga e chi ci guadagna, chi rischia e chi è garantito. Come si può pensare che i cittadini, non dico si entusiasmino, ma, almeno, che si fidino?

E poi, perché tutto questo? In nome di un mito dell’ “esaurimento dello Stato” di origine anarchica e para-marxista, trapiantato in Germania, a difesa(quale eterogenesi dei fini!), con il plauso di tutti i partiti, dello status quo finanziario.

Questa non è una costruzione giuridica casualmente sbagliata. È una civiltà che ha scelto di auto-distruggersi facendo delle cose insensate.

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Il risultato concreto delle politiche di grettezza: la rovina dell’ economia europea

1.  Ecco a che cosa serve l’Identità Europea.

Quando tutti, nel 2006, avevano guardato con scetticismo alle tesi contenute nel primo volume del mio libro “10.000 anni d’identità europea”, pensando evidentemente che, in un siffatto mondo dominato dall’interesse materiale d’ individui e territori, ceti e corporazioni, imprese e lobby, l’identità di un popolo costituisca soltanto un bell’esercizio retorico, non avevano pensato che l’Europa potesse mai trovarsi di fronte a catastrofi che richiedessero invece un immane sforzo collettivo, e una diversa etica.

Ecco dunque che ora l’ Identità Europea non solo risulta essere una cosa utile, ma addirittura l’asso nella manica per salvare l’ Europa dall’autodistruzione.

Infatti, è purtroppo proprio in questa direzione che stiamo andando (anche se non siamo ancora giunti al fondo del precipizio). L’appello rivolto, dal Papa e dalle Organizzazioni Internazionali, a una maggiore collaborazione internazionale, ha sortito prevedibilmente anch’esso ben pochi risultati pratici. Questo è, a mio avviso, naturale, perché, oggi, il vero motore della solidarietà internazionale non sono realtà internazionali, come la Chiesa e l’ ONU, troppo generici per riuscire a incidere sull’animus dei cittadini di tutti i continenti e sugli interessi dei politici, bensì solo gli “Stati-civiltà” (per dirla alla Cinese), che riuniscono  vaste aree (semi-continenti) nella comune adesione a una civiltà condivisa (il “patriottismo continentale”). L’abbiamo visto soprattutto nel caso della Cina, ma “mutatis mutandis” potrebbe applicarsi anche agli Stati Uniti e all’ India.

Orbene, diamo pure per scontato che l’Identità Europea non è forte come l’identità cinese. I motivi sono diversi, non riducendosi al fatto politico, e riallacciandosi invece proprio alle radici delle due identità. L’identità cinese è segnata, per dirla con Marx, dalla sua nascita dalla “civiltà idraulica”. Secondo gli Annali di Sima Qian, il mitico fondatore della Dinastia Xia, Yu, avrebbe salvato la Cina da una sorta di diluvio universale, scavando per 13 anni canali dalla valle del Fiume Giallo fino al mare. In tal modo, egli aveva stabilìto il principio del “Mandato del Cielo”, che, dalla capacità di fronteggiare le catastrofi, desume la trasmissione del diritto dinastico. Con ciò, Yu aveva anche instaurato la prima dinastia (fra il 2070 and 1600 BC), cioè ai tempi dei nuraghes, degli Ittiti e di Minosse.

Secondo il Corpus Hippocraticum, di mille anni più recente,  gli abitanti dell’ Europa si distinguevano da quelli dell’ Asia perché essi vivevano  in un territorio impervio e frastagliato, che li rendeva più indipendenti, più bellicosi, e quindi “autonomi” dai re e dagl’imperatori. Questa teoria fu ripresa poi da Aristotele, Machiavelli e  Montesquieu, e costituisce la radice prima, in tutte le sue possibili variazioni, della narrazione sugli Europei amanti della libertà. Che costituisce il substrato della tesi, piuttosto diversa e non così convincente, di un’istintiva propensione degli europei verso “la democrazia”.

Certamente, i Cinesi sono storicamente portati a valorizzare soprattutto la civiltà sincretica del loro territorio (i “San Yao”), e la disciplina delle grandi pianure coltivate(il Zhong Guo 中国 , che è un recinto con dentro della terra, una bocca e un’alabarda, preceduto dal segno del centro), mentre gli Europei sono stati portati, dalla loro storia e geografia, a valorizzare piuttosto le tradizioni localistiche e il pluralismo territoriale (il federalismo), che sconfina facilmente in guerra civile. Esempi: Atene e Sparta, i rapporti “federali” all’ interno dell’Impero Romano, del Sacro Romano Impero e delle monarchie nazionali; l’anarchia feudale; nel campo religioso,  Ortodossia, Monofisismo, Nestorianesimo, Arianesimo, Cattolicesimo, Luteranesimo, Calvinismo, Puritanesimo…

E che Ippocrate non avesse tutti i torti è dimostrato dal fatto che effettivamente gl’Islandesi, che vivono fra ghiacciai e vulcani, sono lunatici e imprevedibili, mentre i Greci, che si muovono continuamente fra le isole con i loro battelli sono svelti e intraprendenti; gli Svedesi, fra i loro boschi, sono cupi e flemmatici, mentre i Siciliani, fra l’esuberanza della natura, sono fantasiosi e geniali, ecc…

E, per altro, il fatto di aver usato spesso le metafore dell’ Est e dell’ Ovest e quella della Translatio Imperii  (Impero Romano d’Oriente e di Occidente; Prima, Seconda e Terza Roma) denota che il senso di un’ unità nel tempo e nello spazio,  pure nella diversità, è sempre stato presente, anche, e soprattutto, nei momenti di massima frattura. Vale a dire che, anche scomposta in parti, l’ Europa si era pur sempre vista come un impero, o come una sua parte. Non per nulla i Turchi ce l’hanno ancora con la filosofia greca, gl’Inglesi studiano il Latino, i Russi parlano di Terza Roma….

In questo senso, l’Europa è per altro simile soprattutto all’ India, dove la molteplicità di popoli, Stati, lingue, culti e alfabeti, come pure la conflittualità fra ariani e dravidi, fra  hindu e mussulmani, è veramente impressionante, eppure vi à un forte senso di un’identità culturale comune (sanscritismo, sincretismo, forte spirito religioso e cetuale, derivante da intermittenti, ma decisive, tradizioni unitarie:  Gupta;Maurya; Mughal;impero Anglo-indiano; Ashoka, Candragupta, Kebir, Akbar…).

La tradizione identitaria europea (come quelle cinese e indiana) è, prima di tutto, una tradizione culturale”alta”: la cultura greco-romana (Cesare e Marco Aurelio preferivano, al Latino, il raffinato Greco), lo spirito “cortese”, le società segrete, il cosmopolitismo delle corti illuministiche, i progetti di unificazione europea fra il Medioevo e la contemporaneità.

Purtroppo,  nella presente fase storica caratterizzata dal “populismo” (vale a dire  da un’ interpretazione estremistica della democrazia, dove la “tirannide della maggioranza” -Tocqueville- non si limita alla scelta dei rappresentanti e alle decisioni concrete, ma si traduce anche nella volgarizzazione dello “stile”), è molto difficile che  la politica sia ancora guidata dagli insegnamenti di Socrate, di Leonida, di Marco Aurelio, di Federico II, di Dante, di Goethe o di Simone Weil (che nessuno più conosce, neppure fra gli Europei cosiddetti “colti”, a causa del deliberato imbarbarimento della vita intellettuale). Ed è  logico che questi “populisti” sono anche “euroscettici”.

Il primo passo sarebbe quindi poter uscire da questa “tirannide”, lasciando nuovamente spazio, com’è sempre stato nel nostro Continente, ai canali educativi tradizionali: la religione, la filosofia, l’arte, la filologia, sottolineandovi gli elementi comuni fra gli Europei: le condivise origini culturali ed etniche, la religione, unitaria pur nelle diversità, la continuità della memoria culturale, i progetti comuni di durata plurisecolare: il popolo dei kurgan, la classicità, il monoteismo, la cultura “alta”, i progetti di crociata e di pace perpetua.

Se almeno i vertici delle società europee, siano essi i governanti degli Stati europei, siano essi esponenti delle Chiese in Europa, siano essi intellettuali o manager, si sentissero innanzitutto, come accadeva nell’ antichità, nel Medioevo e fino al Settecento, i depositari di questa comune cultura e destino, si comporterebbero probabilmente in modo diverso.

Sarebbero pronti a fare dei sacrifici per gli altri Europei, perché in tal modo rafforzerebbero anche se stessi. Soprattutto se questi Europei sono, come i Mediterranei, gli eredi di Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Cesare, Augusto, Costantino, Giustiniano, Averroè, Dante, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo, Cervantes, Verdi, Puccini…

In un certo senso è la modernità, con la sua idea, da un lato, di universalità del progresso, e, dall’ altra, delle nazioni monoculturali, ad aver tolto apparentemente spazio, “in alto” e “in basso”, all’identità europea. Tuttavia, come sosteneva la psicanalisi, l’identità europea sopravvive nell’inconscio collettivo; con il passaggio alla post-modernità, essa può nuovamente emergere.

10.000 anni d’identità europea: una trilogia in via di completamento

2. “10.000 anni d’identità europea”

Perciò, nel commemorare quest’anno, nello stesso tempo, i 2500 anni della battaglia delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman, vorremmo sottolineare questa continuità culturale fortissima, che non può essere compresa appieno se non tenendo anche conto contemporaneamente dei radicali mutamenti storici intervenuti nel passato e in corso oggi.

A mio avviso, le razionalizzazioni che tentiamo di applicare alla storia (e alla realtà tutta intera) sono uno sforzo, forse addirittura inutile, ma (come si afferma appunto nei “Sepolcri” di Foscolo citati in exergo), indispensabile, per la sopravvivenza del genere umano. Quest’ aleatorietà non va sottaciuta, bensì messa in evidenza: ed è proprio questa precarietà, l’”ansia esistenziale”, che dà, all’ umanità, per reazione, la forza di sopravvivere.

Alla luce di tutto quanto precede, considero  necessario, pur con le sue enormi difficoltà,  portare a termine l’opera iniziata con la pubblicazione del primo volume di “10.000 anni d’identità europea” (-“Patrios politeia”- dedicata al periodo antico e medievale), attraverso il secondo volume (dedicato al periodo moderno), e il terzo (dedicato alla contemporaneità e alle prospettive dell’avvenire).

Il periodo di “lockdown” per Coronavirus  e lo slittamento a tempo indeterminato delle date del Salone del Libro ci  offre l’insperata  possibilità (ma ci obbliga anche), a inaugurare nuove modalità di divulgazione, attraverso la celebrazione telematica del 9 maggio, la presentazione telematica delle novità 2019, la messa online a puntate del magazzino (la “coda lunga”), la presentazione telematica dei contributi dell’ Associazione Culturale Diàlexis alle attività della Conferenza sul Futuro dell’ Europa (anch’essa slittata).

Ciascuno di questi aspetti sarà sviscerato nel merito proprio, senza essere sviati dall’ occasionalismo a cui tradizionalmente ci condannano le modalità delle specifiche presentazioni.

I questo contesto, ritengo intanto indispensabile come prima cosa rilanciare “Patrios Politeia”, sia attraverso la sua riedizione come “e-book”, sia attraverso una sua pubblicazione “a puntate”.

“Udo”, un “europeo” di 212 milioni di anni fa

3. Una stupefacente continuità

In quest’ottica millenaria, l’integrazione europea ci appare dunque fare oggetto di un’incredibile, per quanto sotterranea, continuità: l’esatto contrario della decisione adottata oramai molti anni fa, a Blois, dai Ministri della Cultura e della Pubblica Istruzione, quando si era deciso che, dell’integrazione europea, si dovesse parlare solo con riferimento al Secondo Dopoguerra (ponendoci con ciò in  una paradossale posizione di debolezza nei confronti degli altri Stati Continentali, che vantano, chi 500 anni, chi 1000, chi 2000, chi,3000, e chi, come la Cina, addirittura 5000.

Gli sviluppi degli studi storici stanno ridicolizzando quest’atteggiamento della politica culturale ufficiale. Intanto, gli studio paleoetnologici ci dimostrano una presenza “europea” fino dai primordi della storia dell’Umanità, con il ritrovamento, vicino a Monaco, dei resti di una scimmia bipede di dodici milioni (Udo)  di anni fa, cioè sette milioni di anni prima di Lucy; la scoperta, negli Europei di oggi, di geni dell’ Uomo di Neanderthal; la ricostruzione genetica, paleo-linguistica e archeologico-culturale della vita di tutti i popoli europei a partire dal Neolitico.

In particolare, una serie di giovani archeologi ha rielaborato la “teoria kurganica” ideata da Maria Gimbutas, secondo cui i popoli europei derivano da popoli migranti (il “popolo dei kurgan”), corrispondente ai “popoli a cavallo” quelli studiati per l’estremo Oriente da Shiratori Murakami e Emori Emio). Secondo questi archeologi, fra cui in primo luogo la scuola danese di Kristian Kristiansen, poi  gli americani Anthony e Reich  e il professore spagnolo Quiles, vi sarebbe un’origine etnica comune agli antichi europei nell’ antica “cultura Yamnaya”, nata fra il Donbass e il Kazakhstan nel 5° Millennio a.c.(gli antenati dei Cosacchi), che avrebbe fornito il prototipo dei popoli indoeuropei pastori e guerrieri che si spostavano a cavallo (animale da essi addomesticato), assoggettando i popoli preesistenti.

Questo tipo di popolazione presenta notevoli affinità con le società stanziali ittitica e micenea, e poi con quelle che popoleranno il “Barbaricum” nell’ Europa nord-orientale (Sciti, Sarmati, Ugro-finni, Uralo-Altaici, Balto-Slavi, Germani, Celti).

I Greci, posti in contatto, per la loro posizione, con Creta, il Levante e l’Anatolia (posizione intermedia posta in rilievo da Aristotele), avrebbero traferito una quantità enorme di elementi antropologici, religiosi, materiali, sociali, politici e linguistici medio-orientali nel substrato etnico indo-europeo. Non per nulla Aristotele considerava l’Europa un mondo intermedio fra l’Asia e l’ Europa.

Di qui la nascita del modello “europeo” descritto da Ippocrate, ben simboleggiato dal comportamento di Leonida alle Termopili. Questo modello viene ripreso, ampliato e sviluppato nella Grecia classica (Socrate, Platone, Aristotele: la “Paideia”), e nella Roma repubblicana (il “mos maiorum”).

L’Impero Romano costituisce un primo, e ineguagliato, esempio, di grande Stato europeo, a cui tutte le realtà politiche e religiose successive s’ispireranno. Attraverso la Tetrarchia, l’allargamento della cittadinanza e il Cristianesimo, l’Impero Romano fonda le basi della memoria culturale europea.

Nonostante che tanto la Chiesa, quanto l’Impero, si pretendano universali (Dante), non possono realizzare di fatto questa loro universalità a causa della presenza dell’ Islam, che avanza una pretesa speculare (Dar al-Islam contro Dar al-Harb). Di qui gli appelli alla crociata (San Bernardo, Dubois, Podebrad e Sully), che sono già anche progetti politici europei relativamente completi, e progressivamente integrantisi. Un esercito comune (La “Laudatio Novae Militiae”,la “Regula” dei Templari), un patto fondativo (quello di Podiebrad, conservato negli archivi di Praga), un Consiglio dei Capi di Stato, un’assemblea, una tesoreria, una Corte arbitrale, una capitale itinerante, la spartizione dei territori degl’Infedeli. Fa parte integrande dell’Idea di Crociata anche la ricerca del contatto con i grandi imperi d’Oriente, mongolo e cinese, quale necessario contraltare all’ Islam (la lettera del Prete Gianni, Giovanni da Pian del Carpine. Marco Polo, Giovanni da Monte Corvino, Colombo, Magellano, i Gesuiti).

Per quanto nato con le Crociate, il colonialismo segna però l’abbandono del modello imperiale europeo, ripercorrendo piuttosto, già a partire dagli Stati crociati, la logica delle colonie d’oltremare secondo il  modello greco antico.

Le lotte di religione riportano in primo piano l’esigenza dell’unità del mondo cristiano, che trova posto nei piani di riconciliazione ecumenica (Grozio, Pufendorf, Leibniz, De Maistre) e di “pace perpetua”(“Pax Dei”,“Ewiger Landfrid”),  eredità della tradizione persiana e imperiale medievale (St Pierre, Kant).

I romantici tedeschi (Fichte, Herder) cercano di conciliare l’aspirazione alla pace perpetua con l’egemonia romano- germanica erede del Sacro Romano Impero (la “pace del Paese” complementare alle guerre coloniali -cosa ripresa poi da Nietzsche-), mentre Alessandro I lancia l’idea massonica di un’”Europa Nazione Cristiana”al di là delle single confessioni, garantita paternalisticamente da  una coalizione di sovrani illuminati. All’ Europa dei Popoli e dei Sovrani della Santa Alleanza, Mazzini oppone un’Europa dei popoli e dei movimenti rivoluzionari democratici: la Giovine Italia, che però ha una vita stentata: i rivoluzionari dei singoli Paesi vanno per la loro strada, senza ricercare l’unità europea. Proudhon vede molto lucidamente questa deriva, e si oppone all’unità d’ Italia, proponendo come modello una federazione dei vari “pays”, le attuali Regioni, Laender, Macroregioni, ecc….(vedi il libro di Ulrike Guérot “Europaeische Republik”).

Nietzsche ha l’idea di un’Europa già unita da una comune cultura elitaria, che, durante la 1° guerra mondiale, verrà  tenuta in piedi da Thomas Mann (“La Montagna Incantata”), da Romain Rolland (“Jean-Christophe”) e da Drieu a Rochelle (“L’ Europe contre les patries”).

Dopo la 1° Guerra Mondiale, Coudenhove-Kalergi fonda il movimento Paneuropa, che riesce a persuadere Aristide Briand a sottoporre alla Società delle Nazioni, oramai rimasta, dopo il ”forfait” americano,  quasi solo europea, un piano d’integrazione continentale che trova una sua rudimentale attuazione nel “patto a Quattro” fra Francia, Germania, Italia e Inghilterra, tuttavia boicottato fin da subito dal nazismo appena affermatosi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre le forze dell’Asse realizzano nei fatti un grande blocco militare ed economico europeo, a cui Hitler rifiuta espressamente di dare una qualsivoglia forma giuridica, alcuni resistenti, soprattutto italiani, come Spinelli e Galimberti, formulano dei progetti per un’Europa unita postbellica, fra cui il più articolato, noto e importante, è il Manifesto di Ventotene.

Dopo la guerra, si pone la questione di ricostruzione, non solo materiale, ma anche spirituale, dell’Europa, di cui tratta l’opera “La Pace” di Ernst Juenger. In questo contesto, con grande difficoltà, Jean Monnet e Robert Schuman lanciano, con la cosiddetta “Dichiarazione Schuman”, l’idea di un processo politico gradualistico e funzionalistico d’integrazione continentale, basato su progetti concreti, destinato a partire dalla concretissima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio,  finalizzata alla soluzione dei problemi ormai incancreniti del patrimonio carbosiderurgico delle regioni renane, uno dei principali pomi della discordia fra Francia e Germania.

Nei prossimi post vedremo partitamente il significato storico e concettuale della Dichiarazione Schuman (9 maggio), e, sullo sfondo,  quello della Battaglia delle Termopili (fine Agosto).

Celebreremo i due anniversari che, miracolosamente, concorrono contemporaneamente nello stesso anno, attraverso diversi strumenti:

1)la celebrazione, per videoconference e attraverso il dialogo telematico, del 9 maggio alle ore 10 (contattare la redazione attraverso il sito info@alpinasrl.com o il numero 0116690004);

2)la pubblicazione, nei blog Da Qin, Tecnologies for Europe e Turandot, delle novità librarie “a puntate” “10.000 anni” 2 “Tecnologies for Europe” come e.books;

3)la celebrazione (a data da determinarsi fra la fine di Agosto e l’inizio di Settembre), dell’anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina.

Intanto, abbiamo lanciato, attraverso una robusta campagna di pubbliche relazioni e di stampa, il nuovo libro “European Technology Agency”, che apre un fronte fondamentale di combattimento per l’indipendenza e la salvezza dell’ Europa nell’era delle Macchine Intelligenti. A nostro avviso, infatti, l’Identità Europea, che vive nel nostro inconscio collettivo e nella nostra cultura “alta”, avrà modo di emergere e di vivere in quella che sarà la battaglia del XXI° secolo, quella della libertà contro il sistema del controllo totale.

Nel frattempo, rilanceremo, anche attraverso un’edizione a dispense, il primo volume di “10.000 anni d’identità europea”, quello che tratta della fase più antica della nostra storia, dalle civiltà neolitiche fino alla scoperta dell’America. Una storia che, lungi da ciò che viene oggi detto e insegnato, è tutt’altro che finita, con i popoli guerrieri fra il Don e il Danubio, antenati della repubblica del Donbass, la civiltà femministica dei Balcani cara a Marija Gimbutas, la lotta fra Serse e Leonida eternata dal  film “300”, l’impero di Traiano e Adriano, che  ha lasciato vestigia dalla Selva di Teutoburgo alla Serbia, dal Donbass a Cartagine, dall’Inghilterra all’ Hijaz; con le Crociate, le eresie, i ghetti e le moschee.

Questo libro potrà essere per noi un’abbondante fonte di riflessione soprattutto a Settembre, quando abborderemo l’ardua sfida della commemorazione delle Termopili.

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LETTER TO MEMBER STATES

Torino, 24/4/2020

Al Ministro degli Esteri

Luigi di Maio

Signor  Ministro,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera (all.1), la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca ed Energia del  Parlamento Europeo (la nuova  regolamentazione dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia di Budapest) , relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (cfr. l’ordine del giorno https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html). Le ragioni della mia critica sono esposte nel libro allegato sub 1.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come  questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo la Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al  cosiddetto “Piano Marshall”.

Ciò detto, non credo  spetti, in linea di principio, al Governo intromettersi nell’ iter di  lavori così avanzati del Parlamento Europeo, sicché mi sono già rivolto al Presidente Sassoli e al Commissario Gentiloni,  tuttavia penso che  la situazione attuale sia così straordinaria, che qualunque cittadino abbia il diritto e il dovere di sostenere la tesi contenuta nel libro, secondo cui si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Tra l’altro, proprio uno studio diffuso recentemente dallo stesso Parlamento Europeo (allegato 2), rivela che fin dal 2013 la Cina ha superato l’Europa quanto a investimenti in Ricerca e Sviluppo. Come pensiamo di superare questo gap sempre crescente? Quindi, a rigore, domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, essendo sostituito da qualcosa di più solido e di più efficace.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare, a questo proposito, che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo stroncata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Credo comunque che il Governo italiano sia perfettamente intitolato, nell’ambito delle discussioni in corso sulle misure per uscire dalla crisi, a chiedere una totale rivisitazione di tutti gli aspetti del bilancio europeo, per approntare, nell’ambito del bilancio pluriennale 2021-2027, una revisione totale delle politiche economiche europee, mirante a rovesciare l’attuale situazione di decadenza del nostro Continente, e dell’Italia in particolare. Un rovesciamento che non sarà certamente conseguito con mezze misure volte esclusivamente a ripristinare lo status quo.

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a completa disposizione Sua e del Governo per approfondire questi temi.

RingraziandoLa per l’attenzione,

Voglia gradire la nostra più alta considerazione

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente,

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004    +39 335. 7761536   www.alpinasrl.com  

Turin, 25/4/2020

Au Président de la République Française,

Emmanuel Macron

Une proposition pour la Conférence pour l’avenir de l’Europe : une Agence Européenne pour les Technologies.

Monsieur le Président,

nous sommes en train de vous envoyer par courrier exprès l’ouvrage « European Technology Agency , a Sovereign Digital Ecosystem »  que Associazione Culturale Diàlexis vient de publier. Comme, à cause du lockdown, le livre existe seulement en format numérique, et en Italie c’est une fête nationale, si quelque votre collaborateur nous indique un numéro d’e.mail, nos vous enverrons immédiatement une copie numérique.

Cet ouvrage a l’ambition d’aborder, dans un moment si difficile pour l’Europe, la question de la lutte pour la souveraineté technologique. Un objectif que vous avez porté justement à l’attention de toutes les instances, nationales et internationales, mais qui risque à tout moment d’être caché par des thèmes qui s’imposent de temps en temps à l’opinion publique: le terrorisme, les immigrés, la crise économique, les populismes, les guerres commerciales,  le Coronavirus.

A’ l’heure actuelle, le risque majeur est que, une fois résolue la question du sauvetage des économies européennes des conséquences du lockdown, le nouveau budget pluriannuel soit dédié au consolidement de ce qui déjà existe, tandis que, si nous voulons résoudre la question de la souveraineté, il faut nous donner, avant qu’une véritable guerre parmi les grandes puissances et les géants du web débute sur  notre territoire, ce qui encore n’existe pas: une culture stratégique européenne, un web européen, un cloud européen, une intelligence européenne. La crise du Coronavirus devrait constituer un levier qui nous permette di dépasser les dogmes du XXe siècle qui ont paralysé la refonte numérique de l’Europe.

Ce risque est confirmé par le fait que, tandis que les sommets de l’Union et des Etats membres sont occupés è discuter du SURE, du MES, du Recovery Plan, des Eurobonds et des Coronabonds, le Parlement Européen continue à travailler tranquillement de la réorganisation et du refinancement (pur les prochains sept ans) de l’ EIT, un institut minuscule qui devrait s’occuper de technologie en Europe, mais qui, jusqu’à présent, n’a abouti a rien (voir l’Ordre du Jour de la séance du Comité   Industrie, Recherche et Energie du Parlement Européen du 28 Avril, https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_FR.html).

Le problème est que, au cours du prochain septennat du budget Européen 2021-2027, on devrait, au contraire, créer tout ce qui n’existe pas, avec les mèmes critères d’urgence avec lesquels on avait abordé la question de la préparation industrielle militaire lors des deux guerres mondiales et on est en train de récupérer une mobilisation sanitaire lors de la crise du Coronavirus. Afin que cela soit possible, il faut que d’abord il y ait un seul cerveau qui photographie l’état de l’art, qui prévoit les évolutions, qui invente des solutions, qui attribue des tâches, qui assure le suivi, comme c’était en France le cas du Commissariat Général du Plan aux temps de Jean Monnet, le MITI au Japon après la guerre, le DARPA en Amérique et aujourd’hui le Comité pour l’ Union du Civil et du Militaire en Chine..

A’ l’heure actuelle, ce cerveau européen n’existe pas, et l’EIT c’est seulement une parodie de ce qu’une véritable Agence Européenne des Technologies devrait être. Les initiatives partent (si elles partent) des grandes entreprises (s’il y en a), des associations professionnelles, des Ministères, de la Commission, de l’ESA, d’Arianespace, mais sans aucune coordination, ni parmi les secteurs, ni parmi les pays. Surtout, personne ne songe à contraster les privilèges des GAFAs. Au contraire, on les utilise souvent comme des « conseillers du prince ».

L’idée que notre livre propose, et qui devrait représenter le centre de la discussion, soit pour le budget 2021-2027, soit de la Conférence sur l’Avenir de l’ Europe, est celle de créer un tel cerveau, l’Agence Européenne de la Technologie, avec le rôle qui l’ESA a dans le secteur de l’espace, mais élargie à toutes nouvelles technologies : étudier, débattre, proposer, organiser, contrôler, gérer tout ce qui bouge (et surtout ce qui ne bouge pas) en Europe dans le secteur des nouvelles technologiques : réflexion culturelle et futurologique ; recherche de base et appliquée ; formation et compétences ; dual use ; géopolitique et diplomatie ; cryptomonnaies et finance numérique ; web economy et big data ; cyber threat intelligence et cyberguerre ; 4.0, 5.0, 5 G, 6G ; ordinateurs quantiques et fusées hypersoniques ;avions de 6e génération ;  véhicules et armements autonomes, étique et droit des technologies). Aujourd’hui, il n’existe en Europe aucune personne, ni aucune institution, qui soient familières avec l’ensemble de ces disciplines.

Au contraire, Made in China 2025 a défini même quelles seront les entreprises chinoises dominantes sur les différents marchés mondiaux dans les prochaines cinq ans ; M. Trump proclame que l’Amérique doit rester (ou redevenir) la première en tout e M. Kurzweil, le Directeur Technique de Google, a même écrit bien de livres pour expliquer comment et par quelles étapes il va atteindre, dans quelques décennies, le dépassement de l’homme par la machine et ensuite l’indépendance du logiciel des ordinateurs (la « Singularité »).Il est évident que, pour l’agence que nous proposons, le travail ne manquerait pas pour tous les prochains ans.

J’espère que le livre que nous vous proposons puisse constituer une contribution valable pour les discussions au sommet qui ne devraient pas cesser dans les prochains mois sur les thèmes abordés ci-dessus, et tout d’abord à propos des démarches en cours pour la refonde de l’EIT. Nous sommes en train d’élaborer un autre livre, parallèle, sur la nécessité que l’Europe, en abordant sa renaissance numérique, développe un Humanisme Numérique, qui soit l’actualisation de sa civilisation millénaire . Nous ne manquerons pas de vous tenir au courant des évolutions de ce nouvel effort.

En vous remerciant d’abord pour votre attention,

Veuillez agréer, M. le Président, l’expression de ma plus haute considération,

Pour Associazione Culturale Diàlexis,

Le Président

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004 
  +39 335. 7761536 
 www.alpinasrl.com

Turin, 24/4/2020

Betr.: “Neuer Marshallplan und Technologie” : Sitzung 28 April des EP um EIT

Herr Minister,

Wir wünschen Sie hierbei über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sehen Sie  die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden.

In der  gleichzeitig mit der Koronawirus Pandemie erschienenen Nationalen Industriestrategie 2030,Strategische Leitlinien für eine deutsche und europäische Industriepolitik, schrieben Sie, unter anderem:

“………Weltweit erfolgreiche Internetunternehmen der Plattformökonomie entstehen derzeit noch fast ausschließlich in den USA und in China. Nicht hingegen in Deutschland und den meisten Ländern der EU. Eine Änderung dieses Zustands ist bislang nicht in Sicht. Hier besteht Handlungsbedarf.…..Jedenfalls durch die vorgehende US-Administration wurde diese Entwicklung umfassend begleitet und unterstützt..………..Ein industriepolitisch besonders erfolgreiches Land ist die Volksrepublik China, die 2015 die Agenda „Made in China 2025“ beschlossen hat. Durch aktive Industriepolitik sollen dort Schlüsseltechnologien in zehn Sektoren gestärkt werden. Dazu gehören u. a. die Informationstechnik, High-End-Robotics, Luft-und Raumfahrt, Maritime Industrie, Elektromobilität, Transport und Eisenbahn, Biopharmazeutika, Medizintechnik. 2017 kündigte China an, im Bereich der Künstlichen Intelligenz bis 2030 zum weltweiten Spitzenreiter werden zu wollen. Der chinesische Staatskonzern CMG beschloss im Juli 2018, einen 15 Milliarden US-Dollar umfassenden Technologiefonds zu gründen (China New Era Technology Fund). …….”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa (wie diejenige des EITs) machen kann, die noch vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo, richten. Wie Sie feststellt haben, waren die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird. Die neuen Technologien haben genau diesen Charakter:

-erstens, weil sie heute in Europa nicht bestehen;

-zweitens, weil heute die OTTs aus Europa so viele Ressourcen auspumpen, dass die Nationalen Steuerkapazitäten seit vielen Jahren schwer gemindert wurden.

Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber unsere Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen. Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir hoffen auch, daß diese Tätigkeit den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenige  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht mehr die “planlosen Eliten” bleiben, die schon vor 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004 
  +39 335. 7761536 
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LETTERE AD AUTORITA’ SU ITER EIT: SESSIONE DELLA COMMISSIONE “ITRE” DEL PARLAMENTO EUROPEO DEL 28 APRILE ALLE ORE 10,30

Olivetti: la creatività tecnologica italiana ed europea stroncata sul nascere

Questa mattina, la Commissione “ITRE” del Parlamento Europeo ha discusso la revisione del regolamento dell’Istituto Europeo per l’Innovazione e la Tecnologia EIT, soggetto per il passato a critiche d’inefficacia da parte di varie Istituzioni, e il cui finanziiamento sta comunque per fnire, data la fine del bilancio pluriennale 2014-2020. A mio avviso, questa discussione è prematura e intempestiva, non già perchè non creda che ci voglia un Istitto Europeo per la tecnologia, bensì per la ragione radicalmente opposta. che, nel periodo di bilancio 2021-2027, in cui si stanno verificando cose epocali, come il crollo degli ordini dell’ industria europea,il lancio nello spazio del missile privato della Tesla, la crisi del Coronavirus, l’introduzione di sistemi di tracciamento a tappeto, il lancio dei nuovi standard cinesi e dello Yuan digitale, l’ Europa non possa certo permettersi di avere un modestissimo istituto di tecnologia, ma sia obbligata dagli eventi di dotarsi di un potente organismo tecnologico, come il DARPA o il MITI. Per questo motivo, abbiamo pubblicato il librto “European TEchnology Agency”, che abbiamo inviato a tutti i principali soggetti politici, europei e nazionali, con lettere di accompagnamento che pubblicheremo progressivamente sui blog Da Qin, Technologies for Europe e Turandot, tenendo al corrente i nostri lettori sulle successive evoluzioni.

Vorrei sottolineare soprattutto un fatto. Tutti i principali attori hanno affermato che il futurro economico, sociale, ma anche geopolitico e culturale, dell’ Europa, si giocherà su un piano europeo di rilancio dopo il Coronavirus (la “Fase 3”), che dovrebbe coincidere con il nuovo bilancio settennale. Orbene, le discussioni sul bilancio settennale dovrebbero incominciare fra un mese, ma non si può arrivare a quell’ appuntamento senza idde. E’ per questo che noi utilizzeremo proprio questi mesi (la “Fase 2”) per fare agitazione su questo tema, anche in concomitanza con la commemorazione dei 50 anni della Dichiarazione Schuman e i 2500 delle battagie delle Termopili e di Salamina (dal 9 maggio al 1° Settembre).

Il presidente del Prlamento Europeo, David Sassoli

Lettera al Presidente Sassoli

Torino, 24/4/2020

Al Presidente del Parlamento Europeo

David Sassoli

Signor Presidente,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera, la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca e  Energia del  Parlamento (il nuovo regolamento e la nuova agenda dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia), relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html).

Le ragioni della mia critica sono contenute nel sito nel libro allegato “European Technology Agency”.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo le Sue affermazioni e quelle della Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al cosiddetto “Piano Marshall”.

Ma c’è di più: secondo la tesi contenuta nel libro, si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Si noti che, secondo il recentissimo studio pubblicato proprio dal Parlamento (allegato), la Cina ha oramai superato l’ Europa fin dal 2013 quanto a spese di ricerca e sviluppo. Domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, o, meglio, essere sostituito da qualcosa di molto più solido ed efficiente. Non possiamo compromettere il futuro approvando alla chetichella una soluzione stralcio..

Infine, la vergognosa vicenda di Immuni (copia pura e semplice dell’ Ant di Alipay, contratto segreto, abbandono del consorzio europeo,  indecisione sulle soluzioni tecniche, interferenze di Google e Apple, boicottaggio delle Regioni), dimostra che, prima che di soldi, abbiamo bisogno di idee e di potere. Il Parlamento deve bloccare Immuni e tutte le iniziative analoghe degli altri Paesi, e finanziare direttamente, con i soldi destinati all’ EIT, una sola soluzione e europea, obbligatoria dovunque, e messa a disposizione dalla Commissione Se necessario, occorrerà acquistare da Alipay una versione  modificabile, in cui inserire  tutte le regole del GDPR, e immagazzinare i dati in un server europeo, sotto il controllo della Corte di Giustizia e dell’ Europol.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare a questo proposito che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo spezzata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, con cui ho avuto l’onore di collaborare: l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Spero che apprezzerà la mia franchezza e che vorrà dare seguito, almeno parzialmente, a questi miei suggerimenti, intanto chiedendo una pausa di riflessione nell’iter approvativo del nuovo regolamento e dell’ agenda dell’EIT, e, poi, richiedendo anche un ampio dibattito sul bilancio pluriennale 2021-2027 per ciò che riguarda le nuove tecnologie. Mi sembra infatti che ci sia molta attenzione per le spese straordinarie per ovviare ai costi della crisi (non solo quella del Coronavirus, ma anche e soprattutto quella preesistente, e sottaciuta, dell’ economia), che non per gl’investimenti volti a creare nuove aree di attività (web economy, computers quantici, comunicazione digitale), e, quindi, nuove imprese, nuovo export, nuovi mercati, nuovi profitti, nuovi posti di lavoro, nuovi redditi.

Questo è particolarmente grave per un Paese come l’Italia, che, in passato (Olivetti), ma anche nel presente (Alenia Thales, Avio) ha enormi competenze tecnologiche non sfruttate, mentre infuria la disoccupazione, e, in particolare, quella intellettuale. Il miglior aiuto che l’ Europa potrebbe dare all’ Italia (e ai Paesi del Mediterraneo) sarebbe creare, intorno ad Enti Europei (come l’ESA, Arianespace e Galileo), delle nuove Silicon Valley (delle nuove Hanzhou e Shenzhen), per esempio in Alto Lazio (Frascati-Colleferro), e in Piemonte (Torino-Ivrea), per fare concorrenza, per esempio, al DARPA e a Elon Musk (come spiegato dettagliatamente nel libro allegato).

Ma, ora, il problema numero uno è bloccare prima di martedì prossimo (il 28) l’intempestiva approvazione delle proposte sull’ EIT da parete della Vostra Commissione Industria, Ricerca e Innovazione..

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a Sua completa disposizione per approfondire questi temi. Tra l’altro, avvicinandosi la celebrazione del 9 maggio, saremmo lieti di avere una Sua partecipazione digitale (scritta o filmata) alle nostre manifestazioni. Invieremo al Suo staff i necessari link

RingraziandoLa per l’attenzione,

Buon lavoro,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala

Il Commissario all’ Economia, Paolo Gentiloni

Lettera al Commissario Gentiloni

Signor Commissario,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera (all.1), la quale tratta (in modo radicalmente alternativo) di un tema attualmente in discussione dinanzi al Parlamento Europeo (la nuova regolamentazione dell’Istituto Europeo d’Innovazione e Tecnologia), relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento  (prossima riunione martedì prossimo, 28 aprile, cfr. l’Ordine del Giorno in https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_EN.html-Istituto europeo di innovazione e tecnologia).

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e  le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come  questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo la Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al  cosiddetto “Piano Marshall”.

Ma c’è di più: secondo la tesi contenuta nel libro, si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme

l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze(ammesso che la si voglia fare). Tra parentesi, da uno studio appena pubblicato dallo stesso Parlamento Europeo (all.2) dimostra che, fino dal 2013, la Cina veva superato l’ Europa quanto a investimenti di ricerca e sviluppo. A rigor di logica, domani l’ EIT potrebbe non esserci neppure più, sostituito (auspicabilmente) da qualcosa di ben più solido ed efficace.

Infine, la vergognosa vicenda di “Immuni” (copia pura e semplice dell’ Ant di Alipay, contratto segreto, abbandono del consorzio europeo,  indecisione sulle soluzioni tecniche, interferenze di Google e Apple, boicottaggio delle Regioni), dimostra che, prima che di soldi, abbiamo bisogno di idee e di potere. La Commissione deve bloccare Immuni e tutte le iniziative analoghe degli altri Paesi, e finanziare direttamente, con i soldi destinati all’ EIT, una sola soluzione e europea, obbligatoria dovunque, e messa a disposizione dalla Commissione. Se necessario, occorrerà acquistare da Alipay una versione  modificabile, in cui inserire  i principi  del GDPR, e immagazzinare i dati in un server europeo, sotto il controllo della Corte di Giustizia  e dell’ Europol.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare a questo proposito che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo stroncata sul nascere) del settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Spero che apprezzerà la mia franchezza e che vorrà dare seguito, almeno parzialmente, a questi miei suggerimenti, intanto chiedendo una pausa di riflessione nell’iter approvativo del nuovo regolamento e agenda dell’EIT, e, poi, richiedendo, nella Sua qualità di Commissario responsabile dell’Economia, un ampio dibattito sul bilancio pluriennale 2021-2027 per ciò che riguarda le nuove tecnologie.

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a Sua completa disposizione per approfondire questi temi.

RingraziandoLa per l’attenzione,

Voglia gradire la nostra più alta considerazione

Per l’Associazione Culturale Diàlexis

Il Presidente

Riccardo Lala

Il Presidente Conte con Ursula von der Leyen

Lettera al Primo Ministro Conte

Torino, 24/4/2020

Al Presidente del Consiglio

Giuseppe Conte

Signor Presidente,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera (all.1), la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca ed Energia del  Parlamento Europeo (la nuova  regolamentazione dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia di Budapest, , relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (cfr. l’ordine del giorno https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html). Le ragioni della mia critica sono esposte nel libro allegato sub 1.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come  questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo la Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al  cosiddetto “Piano Marshall”.

Ciò detto, non credo  spetti, in linea di principio, al Governo intromettersi nell’ iter di  lavori così avanzati del Parlamento Europeo, sicché mi sono già rivolto al Presidente Sassoli e al Commissario Gentiloni,  tuttavia penso che  la situazione attuale sia così straordinaria, che qualunque cittadino abbia il diritto e il dovere di sostenere la tesi contenuta nel libro, secondo cui si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Quindi, a rigore, domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, essendo sostituito da qualcosa di più solido e di più efficace.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare, a questo proposito, che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo stroncata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Credo comunque che il Governo italiano sia perfettamente intitolato, nell’ambito delle discussioni in corso sulle misure per uscire dalla crisi, a chiedere una totale rivisitazione di tutti gli aspetti del bilancio europeo, per approntare, nell’ambito del bilancio pluriennale 2021-2027, una revisione totale delle politiche economiche europee, mirante a rovesciare l’attuale situazione di decadenza del nostro Continente, e dell’Italia in particolare. Un rovesciamento che non sarà certamente conseguito con mezze misure volte esclusivamente a ripristinare lo status quo.

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a completa disposizione Sua e del Governo per approfondire questi temi.

RingraziandoLa per l’attenzione,

Voglia gradire la nostra più alta considerazione

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente,

Riccardo Lala


 

Lettera autorità piemontesi

Al Presidente della Regione Piemonte

Alberto Cirio

Regione Piemonte

Piazza Castello 165, 10122 Torino

Alla Sindaca di Torino

Chiara Appendino

Piazza Palazzo di Città 1,10122 Torino

Al sindaco di Ivrea

Stefano Sertoli

Via Vittorio Emanuele, 1, 10015 Ivrea TO

Al Magnifico  Rettore

del Politecnico di Torino

Guido Saracco

Corso Duca degli Abruzzi, 24,10129 Torino TO

Al Magnifico Rettore

dell’Università degli Studi di Torino

Stefano Geuna

Via Giuseppe Verdi 8,10124 Torino

Oggetto: Nuovi distretti tecnologici nella “FASE 3” del contrasto al Coronavirus

Con la presente, Vi segnalo che il sottoscritto, presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis e autore del libro “European Technology Agency”(allegato), nel presentare, la scorsa settimana,  il libro stesso alle autorità europee e ai governi italiano, francese e tedesco, ha anche segnalato che, a suo avviso, fra i compiti  dell’Agenzia di cui si patrocina la creazione, vi dovrebbe essere anche quello di creare nuovi distretti tecnologici, intorno a nuove imprese di alta tecnologia, per rilanciare, dopo la crisi da Coronavirus, l’economia europea con nuovi prodotti, capaci di conquistare nuovi mercati, generando nuovi profitti e nuovi redditi.

Si noti che il documento “Manufacturing in China 2025” indica tempi, modi e nomi d’imprese cinesi che dovrebbero assumere la leadership dei vari mercati. Così stando le cose, visti i monopoli già consolidati di Google, Facebook, Amazon, Microsoft e Apple, quali spazi resteranno alle imprese europee, e, di conseguenza, quali attività saremo in grado di offrire agli imprenditori, professionisti, studiosi, manager, ricercatori, dottorandi  e tecnici che formiamo a milioni nei nostri istituti di formazione superiore, ma che sono troppo qualificati per le industrie e le amministrazioni europei, e soprattutto per quelli piemontesi?

Nella presentazione del documento, ho anche fatto presenti, da un lato, la tradizione informatica del Piemonte, che ha, a nostro parere, anche una valenza prima di tutto culturale e politica, e, dall’ altra, le competenze spaziali del territorio, che trovano espressione, per esempio, nel vicolo di rientro ivx della Thales Alenia Spazio, portato nello spazio dal lanciatore Vega, altro prodotto italiano di eccellenza.

Credo che, se l’Unione, finalmente consapevole delle difficoltà in cui l’Europa meridionale si sta trovando, non per colpa sua, dopo la crisi del Coronavirus, intende veramente aiutarla, più che fare dell’assistenzialismo, dovrebbe investire in nuove tecnologie (la “Fase 3”). Orbene, il Nord Ovest d’Italia, e la Provincia di Torino in particolare,  in base alla sua popolazione, è l’area più colpita, più della stessa Lombardia, che ha 10 milioni di abitanti. Inoltre, essa era già la più danneggiata, prima  del Coronavirus, dalla crisi industriale e demografica.

E’ ora che tutte le forze politiche e intellettuali si manifestino su questo tema con le Autorità nazionali ed europee. La Silicon Valley, il Polygone d’ Aquitaine, Sophia Antipolis, Hangzhou e Shenzhen, non sono nati per merito proprio o per miracolosi investimenti privati, bensì per una precisa volontà degli Stati, rispettivamente, americano, francese e cinese.

Neanche Torino tornerà mai ad essere un polo veramente innovativo senza una forte volontà politica. Ma, di fronte ai colossi mondiali, l’unico soggetto politico che possegga un minimo di forza è ancora l’Unione Europea. E’ dunque lì che devono muoversi anche le Autorità locali.

Che tutti si stiano già muovendo in questa direzione è dimostrato innanzitutto dalla convocazione per domani della Commissione Industria, Ricerca ed Energia del Parlamento per decidere circa il rifinanziamento pe 7 anni del fantomatico Istituto Europeo per l’Innovazione e la Tecnologia, anticipando e vanificando lo sforzo dei vertici europei per concentrare nel bilancio 2021-2027 il vero piano di rilancio dell’ economia europea (la “Fase 3”-cfr https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html ).

Vi chiederemmo di prendere anche Voi posizione su questo argomento.

Siamo a Vostra completa disposizione per illustrarVi il documento e il progetto, nonché per sviluppare con Voi progetti paralleli, e per metterVi a parte delle nostre attività di studio e di relazioni istituzionali.

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

il Presidente,

Riccardo Lala

IN MEMORIA DI GIULIETTO CHIESA

Non sono un giornalista, e perciò preferisco non aggiungermi in modo autonomo e inopportuno alle molte, e ottime, commemorazioni fatte dai suoi colleghi.

Mi limiterò perciò, intanto, a citare la breve commemorazione di Franco Cardini sul suo blog di ieri, riportando anche parte dell’intervento di Chiesa al convegno via internet del 25 Aprile “Liberiamoci dal virus della guerra”, citato dallo stesso Cardini,  per poi passare all’illustrazione del tema che negli ultimi tempi più ha preoccupato Chiesa: l’avanzare della preparazione della IIIa Guerra Mondiale:

1.Commemorazione di Franco Cardini

Giulietto Chiesa – cittadino, uomo politico, parlamentare, scrittore, giornalista, polemista – era anzitutto tre cose: era buono, onesto e coraggioso. Forse in vita sua ha commesso molti sbagli: come tutti. Forse non tutte le sue idee erano sottoscrivibili: come quelle di ciascuno di noi. Ma è uno che non ha mai abbandonato il combattimento in prima linea per i valori nei quali credeva; uno che ad essi non ha mai anteposto nulla, compresi – e soprattutto – la sua immagine e il suo personale interesse.
Noi tutti che lo abbiamo apprezzato, che gli siamo stati amici, che abbiamo condiviso le sue battaglia, siamo certi che non lo scorderemo“,Minima Cardiniana 279/0)

2.Estratto dell’ intervento di Giulietto Chiesa:

“Vi ricordate l’articolo 21 della Costituzione italiana? C’è scritto ‘tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione’.

Ma 60 milioni di italiani sono costretti ad ascoltare un solo megafono che urla da tutti i 7 canali televisivi del potere, sempre con le stesse facce, non so se vi siete accorti, sempre le stesse facce: sono due-tre anni che vediamo solo loro, una voce unica, monotona, sistematica, che quando ritiene opportuno urla e crea allarme e quando ritiene opportuno invece chiude tutti gli spazi e li riserva solo a loro, a una trentina di persone che decidono ciò che devono ascoltare 60 milioni di italiani.

Come esercitare il nostro diritto? In queste condizioni è impossibile esercitarlo mentre la rete, i social network, i giornali sono di fatto censurati come si è visto in modo subdolo e palese, senza possibilità di appello.

Ecco perché Julian Assange è un simbolo, è una bandiera, per questa ragione: perché la rappresenta, l’ha rappresentata in modo plastico e il silenzio che circonda il suo processo è la prova provata di come la censura può agire non solo raccontandoci bugie, ma tacendo ciò che per loro non deve essere noto.

Ma Assange ci può servire, anche come un invito alla riscossa, al risveglio prima che sia troppo tardi anche per noi, noi dovremmo capire che è indispensabile unire le forze, quelle che abbiamo che non sono neanche tanto piccole ma che hanno un difetto fondamentale: quello di essere frazionate divise, incapaci di parlare con una voce unica, e io invece ritengo che occorra creare o cominciare a creare una risposta coordinata, un megafono alternativo, uno strumento che sia capace di parlare ai milioni di spettatori ma soprattutto di cittadini che vogliono sapere.

E per difendersi devono sapere, e per difendersi devono organizzarsi.

I mesi a venire, credo che tutti ormai lo abbiamo capito, saranno una successione di colpi, di terremoti, di attentati alla nostra libertà.

Se milioni di pecore spaurite ascolteranno e vedranno solo ciò che suona il pifferaio magico allora andremo tutti in schiavitù molto velocemente.”

(Giulietto Guerra, Dall’ intervento “liberiamoci dal virus della guerra”)

3.Perchè la IIIa Guerra Mondiale?

Conoscevo però la persona, e ho sempre seguito con interesse le sue pubblicazioni e le sue battaglie. Vorrei perciò soffermarmi brevemente sulle qualità umane e civili di un uomo pubblico capace e coraggioso che, caso quasi unico nel suo ambiente, si è fatto portatore per decenni, senza peli sulla lingua,  di un punto di vista oggi aborrito da quasi tutti i membri della sua professione: quello di una critica senza sconti e al di là delle ideologie al progetto mondiale portato avanti, indipendentemente dal susseguirsi dei presidenti, degli Stati Uniti, almeno nell’ ultimo secolo. Non per nulla, nelle commemorazioni di tanti ex colleghi che lavorano ancora per i grandi giornali dell’ “establishment”, le lodi per  la sua lunga ed eccezionale carriera sono accoppiate a una critica molto chiara per l’ultima parte della sua vita, in cui, essendosi reso, a suo rischio e pericolo, indipendente da tutti i poteri forti, non solo editoriali, ma anche partitici e finanziari, si era lanciato in campagne che il “mainstream” definirebbe (e definisce) come “complottistiche”.

Non entrerò neppure nelle sofisticate analisi di politica internazionale del compianto Autore, limitandomi a un aspetto, che a me è sempre sembrato straordinariamente importante: la preparazione in corso della IIIa Guerra Mondiale,  su cui Chiesa ha avuto il coraggio d’ insistere senza timore di essere criticato, e neanche di infastidire i suoi stessi lettori.

L’”equilibrio del terrore”, sotto il quale abbiamo vissuto tutta la nostra vita, e che ha garantito questi 70 anni di relativa “pace”, aveva quale presupposto l’equilibrio strategico delle forze nucleari, rinforzato, negli ultimi 50, dal cosiddetto “hair trigger alert”, vale a dire l’allarme automatico del sistema missilistico nucleare di USA e URSS, tale da permettere di rispondere, con un “second strike”, a qualunque attacco avversario entro i tempi tecnici richiesti (circa mezz’ora). In tal modo, si garantiva la “Mutual Assured Destruction”, cioè la distruzione totale di ambedue i contendenti, che costituiva il migliore deterrente contro una guerra nucleare.

A causa di varie modifiche dello scenario strategico (missili acqua-terra, società del controllo totale, episodio del tenente-colonnello Petrov, crollo del blocco sovietico,  allargamento della NATO, militarizzazione dello spazio, numero crescente di potenze nucleari), il sistema tradizionale di mutua distruzione assicurata è venuto meno, sì che oggi gli Stati Uniti nutrirebbero più che mai (come sosteneva Chiesa) la speranza di costruire un sistema complesso che sfugga ai controlli della Russia (e anche della Cina), che permetta loro, vuoi di annientare in mezz’ora i propri avversari, vuoi di piegarli preliminarmente alle loro imposizioni. Ciò che Reagan aveva cercato di fare con lo SDI, che poi era rimasto incompleto a causa degli accordi con Gorbaciov e con Eltzin. La supposizione di una corsa agli armamenti nucleari guidata dagli USA, così’ argomentava Chiesa, è avvalorata dalla denunzia unilaterale, da parte degli Stati Uniti, di due importanti accordi internazionali, vale a dire:

-nel 2002, l’Anti-Ballistic Missile Treaty (ABM Treaty or ABMT) (1972—2002), firmato nel 1972;

-nel 2019, l’ Intermediate-range and Shorter-range Missiles (INF Treaty), firmato nel 1987 da Reagan e Gorbaciov.

Inoltre, è stato svuotato nei fatti, dall’intensificarsi delle attività militari nello spazio, il Treaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space, including the Moon and Other Celestial Bodies, firmato nel 1967.

Con Giulietto Chiesa è dunque venuto meno un uomo prezioso per contrastare questi inquietati sviluppi, che, essendo per loro natura basati sull’ intelligenza artificiale, costituiscono tra l’altro il principale veicolo per l’estensione del controllo delle macchine sull’ uomo. Il tema di studio, di dibattito e di lotta a nostro avviso più attuale e più urgente del XXI secolo.