SOVRANISMO E DAZI/SANZIONI: RISPOSTA A STEVE BANNON

 

Nel suo recente viaggio in Italia, Steve Bannon, già consigliere e stratega del Presidente Trump, poi “licenziato” per il suo eccesso di zelo, ha affermato che la vittoria dei sovranisti è inevitabile in tutto il mondo, e, in particolare, in Europa, e che, pertanto, l’Unione Europea ha i giorni contati. E certamente, come pensa anche Trump, il sovranismo va bene  per gli Stati Uniti perché questi sono i soli ad essere veramente” sovrani”, cosicché, se cade, a livello internazionale, ma in Europa,, stante la nostra “Kleinstaaterei”, avrebbe un effetto micidialmente autdistruttivo.

Tuttavia, paradossalmente, l’attesa vittoria degli attuali “sovranisti”  (più propriamente, “populisti”) potrebbe essere  sabotata proprio dai comportamenti di Trump, il quale, minacciando l’intera Europa,  metterà sempre più  in evidenza l’esigenza di un “sovranismo europeo”.

Come reagire, infatti, ai nuovi dazi di Trump (e/o a quel che ne segue), se non a livello europeo?

Una volta caduto il  tabù circa l’utilizzo discrezionale  del potere sovrano, da un lato, gli USA avranno  più chances di continuare a disciplinare gli alleati sotto il loro potere “sovrano”, e, dall’ altro, potranno   esasperare  più facilmente un clima  conflittuale con Cina e Russia, così rallentando il progetto d’integrazione eurasiatica che si muove intorno al progetto della Nuova Via della Seta. e danneggiando ancora una volta l’ Europa, che già oggi non può  commerciare con la Russia e l’Iran  a causa delle sanzioni, e avrà sempre più difficoltà a commerciare con l’ America (e magari la Cina).

1.Il nuovo “nazionalismo”: l’ultima trovata tattica dell’ America per non “mollare la presa”

Indubbiamente, l’amministrazione Obama, con le sue ambiguità, un mix di pacifismo e di interventismo, non era riuscita a rallentare ia ritirata dell’ America dal mondo, fallendo le  sue manovre più spettacolari, come il TTIP, il TTP,  l’Ucraina, la Libia e la Siria.

Tuttavia, l’idea di essere “il legislatore del mondo”(Whitman) è talmente alla radice dell’ identità americana, da aver costituito  da sempre il “leitmotiv” della politica degli USA, sotto i più diversi presidenti. Infatti, come continuare a pretendere un ruolo egemone “per diritto divino” (i “leaders del mondo libero”), se non attraverso la diuturna  dimostrazione dell’invincibilità, segno da sempre della Grazia divina? Già Jefferson scriveva disperatamente ai rivoluzionari francesi ch’essi dovevano semplicemente copiare la costituzione americana;  Emerson esaltava la “razza sassone imperatoria” che avrebbe disciplinato, allo stesso tempo, i selvaggi americani e i litigiosi europei; Fiske e Wilkie pensavano che gli Stati Uniti avrebbero annesso tutto il mondo; Wilson aveva fondato la Società delle Nazioni, ma poi gli USA non vi erano entrati, restando con le mani libere mentre tutti gli altri risultavano vincolati.

La classe dirigente americana, come sempre, non demorde da questo suo progetto di conquista mondiale nonostante gli ostacoli via via incontrati, e ogni  volta “tira fuori dal cappello” una tattica nuova, apparentemente opposta. Come dopo Roosvelt venne Truman, dopo Clinton, Bush, dopo Bush, Obama, dopo Obama, Trump. Tuttavia, il risultato non cambia. L’obiettivo è sempre stato  quello di tenere disciplinati gli alleati e, contemporaneamente, destabilizzare tutti gli Stati rimasti veramente sovrani.

Il punto è proprio  questo. Quanti Stati sono oggi veramente sovrani? Chi non è controllato dallo spionaggio elettronico delle superpotenze? Chi è al di fuori della Weltanschauung  modernistica dell’ America? Chi non ha basi americane? Chi  non è dominato dalle Big Five? Questi Stati si contano sulla punta delle dita. Solo questi hanno la possibilità pratica di essere “sovranisti”

Infatti, è vero quello che dicono i “globalisti”,  che cioè oggi , è impossibile assumere decisioni veramente autonome. Ma questo non già perché gli Stati si siano liquefatti dinanzi ai mercati, bensì perché c’è uno Stato che, grazie  alle posizioni acquisite, condiziona tutti gli altri. in  realtà, chi fosse sinceramente  ” sovranista” dovrebbe, come prima cosa, crearsi  un proprio Complesso Informatico-Militare nazionale, sganciato da quello “occidentale”. Solo così potrebbe assumere una qualsivoglia decisione autonoma.

Oggi, un’indipendenza dagli USA ce l’hanno solo la Russia e la Cina, mentre India e Israele, per quanto potenti, non possono fare a meno d’interagire continuamente con gli Stati Uniti.

L’ Unione Europea, poi,  è, in realtà, ad di sotto del limite necessario per poter esercitare poteri sovrani.Figuriamoci gli Stati membri!Durante i primi sessant’anni di vita delle Comunità Europee, le classi politiche ufficiali hanno dedicato i loro massimi  sforzi a convincere i cittadini che, attraverso l’integrazione, l’ Europa stesse diventando anche meno dipendente dagli Stati Uniti: più ricca, più grande, più sociale…Peccato che vi fosse fin dall’ inizio l’ “arrière-pensée” che, oltre a un cero limite, né di indipendenza, né di autonomia, non si potesse andare ( “America First” significa soprattutto che, per un’ esigenza ideologica, l’America dev’ essere il “Leader”, e gli altri, i “Followers”).

Si è visto così, anno dopo anno, che, sotto l’illusione del “miracolo economico” ,si celava un’inaudita debolezza strutturale; sotto lo stile di vita consumistico, la dilapidazione delle risorse; sotto l’immagine della libertà, un inedito controllo da parte della cultura mainstream e  del Complesso Informatico-militare :insomma un declassamento e un impoverimento senza fine. E’ naturale perciò che, alla fine, molti stiano perdendo la pazienza, anche se non ne hanno ancora compreso il  perché, e cerchino di scrollarsi di dosso quello che sembra un inspiegabile incantesimo maligno.

Per questo, come dice Franco Cardini, i populisti dei vari stati europei non sono affatto sovranisti, perché non rivendicano affatto l’indipendenza dall’America, ma, al massimo, vogliono continuare  come hanno sempre fatto i vari Moro, Strauss, Craxi, Brandt, Chirac, Schmidt ; la “politica dei due forni”, per cui di tanto in tanto si va a Mosca per fare ingelosire l’America, ma poi si torna sempre tutti  all’ ovile.

2.Gli Europei si rendono conto delle loro ridicole dimensioni?

Un altro motivo per cui un “sovranismo” dei singoli Stati europei non è semplicemente fattibile sono le loro infime dimensioni. Come noto, Carl Schmidt  diceva che “Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Oggi, sullo “stato di eccezione” possono decidere solo i Paesi che, come gli USA, la Cina, la Russia, Israele e l’India, hanno un proprio Complesso Informatico-Militare, che guida tutte le attività del Paese in funzione della sua forza: ideologica, culturale, conomica, politica e militare (come espresso esplicitamente dalla nuova dottrina militare americana). 

Non certo, comunque, Stati, come la Germania, la Francia, o l’Italia, che hanno una popolazione comparabile a quella di una provincia  cinese o addirittura di un distretto indiano.

Vorrei solo ricordare, a chi non se ne fosse ancora accorto, le dimensioni  di alcuni Stati indiani o province della Cina, confrontandole con quelle dei maggiori Paesi  europei (a cominciare da Russia,  Germania e Turchia):

Uttar Pradesh      (Benares) 207 milioni

Federazione Russa                  144

Maharashtra  (Mumbai)       112

Guangdong    (Canton)           104

Bihar (Patna)                                103

Bengala (Calcutta)                        91

Germania                                           84

Madya Pradesh (Bhopal)           72

Tamil Nadu (Chennai)                  72

Turchia                                                  71

Ovviamente, regno Unito, Italia, Francia, Spagna, Polonia, ecc…, sono ancora più piccole.

Un ulteriore  problema è che, mentre la Cina, l’India e la Russia, grazie a una guida unitaria, non fanno che crescere, economicamente e politicamente, l’ Europa cresce (quando cresce), a una velocità che è che pari a meno della a metà di quella della Cina.

Quindi, non c’è scampo: se l’Europa vuole contare di più, l’unico “sovranismo” possibile è quello europeo, quello che (a parole) vorrebbe Macron, il quale però si guarda bene dal rievocare anche solo blandamente le idee formulate  a questo proposito 50 anni fa da De Gaulle e da Servan Schreiber. Come ha detto Varufakis, si tratta solo di “una mano di bianco” E’ tenendo a mente questa situazione  che ho  scritto il libro Da Qin, che parte dall’ idea, espressa  da Zhang Weiwei, secondo cui “l’Impero Romano, se fosse rimasto unito, oggi sarebbe come la Cina”. Quindi, l’Europa, per essere all’ altezza delle sfide di oggi,  deve tornare ad essere ameno quello che era l’Impero Romano: appunto, “la Grande Cina.”

3.Basta con l'”Imbroglio” europeo

In effetti, come scriveva Toni Negri, proprio i più convinti europeisti hanno dovuto convincersi, loro malgrado, che l’Europa come è stata costruita è stata un imbroglio. Un imbroglio, per dirla con Franz Josef Strauss, “for keeping the Germans down, the Americans in and the Russians out”.

Già Freud aveva sostenuto che la cosiddetta “Coscienza Europea” (cioè un  buonismo come quello che prevale nell’ attuale Unione), celava la vera identità Europea. Dopo ’70 anni trascorsi sotto queste classi dirigenti, che predicano la “negazione di se stessi”, in tutti i campi: in quello  culturale (ironia, informalità, individualismo piccolo borghese), in campo economico (apertura unilaterale, no alle guerre economiche), in campo politico (no a un'”ideologia europea”), l’Unione Europea ha dimostrato di non essere all’ altezza di rappresentare adeguatamente nel mondo il nostro Continente . Manca una visione culturale specifica che, come quella confuciana,  ragioni  sulla base dei millenni; un movimento politico come quello sionista, con progetti che  vanno avanti per almeno un secolo , una struttura politica, come quella russa,  capace di operare in  profondità per almeno alcuni decenni; uomini politici capaci almeno, come Modi, di fare comunque dei programmi; imprenditori, come Jack Ma, che non siano affetti, come i nostri, da provincialismo ; intellettuali con una visione mondiale com’erano stati, ai loro tempi, un Leibniz o un Toynbee.

La nostra mutevole classe dirigente, con il suo eterno camaleontismo, finge dunque di sposare le sempre cangianti mode politiche occidentali (oggi, il “populismo”) solo per continuare a non fare nulla di concreto contro la subordinazione dell’ Europa. Ad esempio, contro le sanzioni di Trump per acciaio e alluminio si discute di colpire…le arachidi e i jeans!

4.Le esigenze della difesa

Non si considera che, se si vuole spaventare l’ America, occorre colpire l’industria militare, informatica e culturale, che sono quelle grazie alle quali l’ America domina l’ Europa. Non per nulla, per i suoi dazi, che sono in realtà delle sanzioni politico-militari, Trump ha invocato una precisa clausola del WTO, quella sulle esigenze della difesa.Sempre nella stessa occasione, il presidente  ha citato, come motivazione, anche il tema delle spese per la NATO.  In pratica, si vuole colpire l’ Europa perché non obbedisce ciecamente agli USA per le politiche militarì.

Certo, l'”unilateralismo”  di questa posizione americana è sbalorditivo. Perché mai l’ Europa, che da sola spende per la Difesa più di Russia e Cina messe insieme senza poter avere una “sua” difesa, dovrebbe aumentare ancora questa spesa per allinearsi agli USA, che spendono da sole più di tutti i Paesi del mondo, ma solo perché vogliono occupare tutto il mondo? Tra l’altro, se l’Europa potesse spendere per conto suo tutti quei soldi, li spenderebbe molto meglio, in cose che servano veramente. Visto che gli USA occupano l’Europa con un esercito grande quasi come quello stanziato  negli USA, i pagamenti che servono a mantenere le basi NATO sono un vero e proprio tributo, come il terzo dei raccolti,  che le province romane pagavano per il mantenimento delle legioni romane nel loro territorio. Infine, l’Europa finge  solo per timore reverenziale  di condividere gli obiettivi americani (come quello di  tenere permanentemente occupati  Afghanistan  e Iraq), ma non ne ha affatto un interesse vitale; pertanto, non si capisce perché debba contribuire anche a quei costi.

4.I dazi/sanzioni

In realtà, vi è una profonda verità nella tesi di Trump: le sue preoccupazioni  sono anche e soprattutto  di carattere militare. Trump ha interiorizzato completamente le tesi degli autori cinesi di “Guerra Senza Limiti” e del Comitato cinese per l’ Unificazione del Civile e del Militare: oggi più che mai vale il concetto di SunZu e di Clausewitz, che vi sia una continuità fra guerra e pace. Concetto espresso ufficialmente nella nuova dottrina americana della difesa. La leadership ideologica americana non sarebbe mai nata se gl’Inglesi non avessero sconfitto i francesi nel Canada; quella culturale  se i rivoluzionari non avessero sconfitto gl’ Inglesi, quella politica, senza la Guerra con il Messico, e quella economica senza quella  di secessione. L’America non sarebbe divenuta una potenza mondiale senza la guerra contro la Spagna, né il leader mondiale senza la Seconda Guerra Mondiale. Non sarebbe potuta nascere la religione tecnologica senza il Progetto Manhattan, né quella di internet senza il DARPA.

Per sopravvivere come Stato ideologico, gli Stati Uniti debbono mantenere la leadership, al  contempo economica e militare. Altrimenti, temono di fare la fine dell’ altra grande potenza ideologica, l’ URSS, che nessuno più seguiva perché tutti amano  i forti,  non già i perdenti.

Quindi, Trump vuole effettivamente riportare in America le produzioni di metalli, non solo perché glielo chiede il suo elettorato, ma anche  perché effettivamente non esclude, come tutti i Presidenti americani, e come egli in particolare ama ripetere,  una Terza Guerra Mondiale, in preparazione della quale occorre che l’ America si doti di un’ampia base industriale autarchica, per poter sostenere l’urto di avversari sempre più agguerriti.  E’ in quest’ottica che le minacce e i ricatti debbono essere rivolti innanzitutto agli alleati, perché sono questi che, con un atteggiamento sempre meno risoluto, potrebbero determinare la sconfitta degli USA.

Ma, di converso, se Trump dichiarando di essere costretto (ai sensi delle norme WTO) a rinazionalizzare le produzioni di acciaio e alluminio prodotti in Canada, Brasile e Europa, riconosce con ciò implicitamente che non conta di averli al suo fianco in un’ipotetica guerra mondiale, o che, come Hitler  per l’ Italia, non se ne fida, al punto di non volerli in guerra al suo fianco.

Infine, l’atteggiamento di Trump ufficializza l’adozione, della dottrina del “Keynesismo militare” dell’ economista polacco Kalecki, che, per quanto ampiamente adottata  (dalla Germania Nazista, dagli USA e dalla stessa UE), e teorizzata recentemente  dal generale lettone Alekss Tiltins, era stata fino ad ora tenuta nascosta. Si tratta, cioè, di utilizzare la spesa militare, e ancor più la preparazione militare bellica, come “leva” per fare crescere l’economia in tempi di recessione.

in realtà, proprio la vicenda dei dazi finirà per rendere difficile il compito  dei “sovranisti” europei. Se diventa evidente che chi vuole deliberatamente rovinare l’economia europea per mantenere un primato americano (“America First”) sono proprio gli USA, e in particolare Trump, non già gl’immigrati, né i burocrati di Bruxelles, né l’Organizzazione di Shanghai (che forse non aiutano, ma non sono certo la causa principale), diventerà difficile per i diversi “sovranisti” non schierarsi a favore di molto probabili contro-sanzioni, o, addirittura, contro il Presidente americano e dei suoi sostenitori.

L’unica intesa a lungo termine  fra Europa e USA  sarebbe quella fondata sulla rinunzia, da parte dell’ America, alla sua “priorità”, accettando essa di essere, per l’ Europa,  un partner come tutti gli altri. Certo,  tale intesa sarebbe più facile con un’ America integralmente “sovranista” che con un’America ispirata ad un  messianesimo “idealistico” puritano come quella di Obama  .Sarà questo possibile? Gli USA, con qualunque tipo di governo, accetteranno mai di non essere, come diceva Madeleine Albright, “la sola nazione necessaria”? All’ inizio della campagna elettorale, sembrava che questa fosse l’intenzione di Trump; però, un paio di anni dopo, dobbiamo osservare ch’egli si è piegato ai diktat del Complesso Informatico-Militare, per il quale un mondo veramente multipolare  significherebbe l’inizio della disoccupazione per generali, spie, finanzieri, lobbisti, amministratori delegati, hackers, fornitori e contractors (cioè il contrario del “keynesismo militare”).

Comunque sia, questa battaglia dei dazi è, per gli Europei, un’occasione imperdibile per aprire gli occhi a molti e costringere tutti i pretesi “sovranisti” a diventarlo davvero.

IL SENSO DEL NON VOTO:UNA NECESSARIA TRANSIZIONE

I risultati del 4 marzo hanno confermato quanto previsto dai pronostici, che, cioè, il maggiore partito, in Italia e in Europa, è quello del non-voto. Basti dire che  ha votato solo il 73% degli aventi diritto, sicché il numero dei non votanti è superiore a quello degli elettori del primo partito (il Movimento Cinque Stelle). Se poi si guarda al numero totale dei cittadini, il numero dei votanti è pari a meno della metà,ma di questo nessuno parla nei dibattiti post-elettorali, perché va a disdoro non già di certi determinati partiti, bensì dell’ intera classe politica.

Ciò non costituisce affatto un’eccezione, bensì la regola in tutti i  Paesi del mondo. Ovunque, ma soprattutto in Europa, il tasso di partecipazione è bassissimo. se si confronta il numero di schede valide con il numero degli abitanti. Inoltre, la media mondiale sta scendendo drasticamente, proprio per effetto della disaffezione degli Europei.

1,Obsolescenza delle proposte politiche

Per spiegare questa disaffezione, sono state avanzate le più diverse teorie.

Non manco certo d’informarmi , attraverso libri, media e web, né di frequentare assiduamente le manifestazioni illustrative dei diversi partiti e movimenti, ma non ho trovato molte risposte convincenti. Alla fine dei conti, a me sembra che la spiegazione numero uno sia che la cosiddetta “democrazia rappresentativa”, in realtà, non è  affatto rappresentativa. I candidati alle elezioni, lungi dal  proporre programmi convincenti per il proprio mandato, si limitano a ripetere slogan confezionati appositamente per le elezioni stesse, di cui si sa già che non hanno nessuna intenzione di realizzare, neanche potendolo,  neppure una minima parte. Come se ciò non bastasse, la stessa cultura delle forze politiche è, non solo lontana da quella dei cittadini, molti dei quali si sentono non rappresentati, ma, addirittura, antiquata di parecchi decenni rispetto all’ evoluzione del mondo. Infine, essa è filtrata dai “gatekeepers” (come lobbies segrete, ambasciate straniere, finanziatori, giornali ed accademia), che hanno il compito  specifico di bloccare certi tipi di proposta, e  di inculcare il gradimento per altre. Infine, il livello di conoscenze necessario per valutare le questioni che veramente contano (nuove tecnologie, equilibri geopolitici, politiche economiche e culturali) è troppo elevato per gli stessi vertici politici e amministrativi, per non dire dei semplici cittadini.

Si può dire poi che moltissime culture politiche che pure esistono nella società non trovano nessuno che le voglia rappresentare, perché i poteri forti, che controllano le elites e i media, non permettono ad esse alcun accesso.

In particolare, per ciò che concerne l’ Europa, mentre ci troviamo di fronte a un indubbio declino del nostro ruolo nel mondo, della nostra cultura e della nostra economia, nonché di fronte alla sfida di un’informatizzazione che non controlliamo e che sta distruggendo i nostri posti di lavoro, i nostri politici continuano a parlare di una presunta “crescita” (pari appena all’ inflazione programmata), di tagli alle tasse e di reddito di cittadinanza, senza neanche accennare a come fare rinascere, o nascere, delle vere attività produttive ( in particolare nel settore informatico), né a come garantire la nostra sicurezza in un mondo dominato dalla corsa ai nuovi armamenti e dal controllo totale da parte del Complesso Informatico-militare (cfr. il nostro Quaderno “Re-starting EU Economy via Knowledge-Intensive Industries“).

Le ricette dell’ “establishment” (liberalizzazioni, investimenti esteri, misure anticicliche,  sostegno alle piccole e medie imprese, “spending review”) risalgono concettualmente alla metà del 20° Secolo, mentre America e Cina, le due potenze leader, stanno  percorrendo vie molto diverse, come la centralizzazione e militarizzazione delle proprie industrie di alta tecnologia e dei media, il sostegno ai propri campioni nazionali e il protezionismo.

2.Acquiescenza al predominio americano

Questa situazione era prevedibile, e, in effetti, era stata prevista da molti.

Lev Trotskij, già durante la Prima Guerra Mondiale, aveva scritto  che “dopo la guerra, l’America contingenterà il capitalismo europeo”. Si riferiva evidentemente ai cosiddetti “Lease-Rent Agreements”, in forza dei quali gli USA prestavano all’ Inghilterra gli armamenti, di modo che questa, alla fine della guerra, si trovò indebitata fino al collo, e la City cedette lo scettro della finanza mondiale a Wall Street.

L’economista inglese Milband riferiva poi che, come svelato dai documenti desegretati dell’Amministrazione Americana, nel 1944, Giancarlo  Camerana, vicepresidente  della FIAT, aveva incontrato a Berna Allen Dulles, direttore dei Servizi Segreti USA per l’ Europa, chiedendogli quale avrebbe potuto essere il ruolo della FIAT dopo la guerra.  La risposta era stata che l’Italia avrebbe avuto abbondante mano d’opera a basso costo, sì che avrebbe potuto produrre utilitarie per i Paesi mediterranei e est-europei., lasciando agli Americani la fabbricazione di vetture di grossa cilindrata. E’ chiaro che se, nel frattempo, non si fosse modificata la struttura tecnologica italiana, finito il periodo post-bellico, una siffatta industria, basata solo sui bassi costi, non avrebbe potuto sopravvivere.

Nel 1968,  Jean-Jacques Servan-Schreiber, candidato socialista alla direttore de “L’Express”, aveva scritto, nella sua nota “Sfida Americana”, che il Mercato Comune Europeo era servito unicamente a permettere alle multinazionali americane di muoversi liberamente in Europa, e che, se questa non avesse effettuato urgentemente pesanti investimenti nelle nuove tecnologie, sarebbe divenuta un paese sottosviluppato.

Tutti sono d’accordo sul fatto che, quando vi è una carenza del mercato, è comunque indispensabile un energico intervento pubblico. Ad esempio, in America l’industria cinematografica è stata sostenuta fin dalla prima Guerra Mondiale con trattati internazionali per aprire i mercati a Hollywood; l’industria spaziale è stata creata in gran parte tramite i prigionieri di guerra tedeschi, come von Braun, e quella informatica attraverso progetti militari come AA Predictor, le Conferenze Macey e ARPANET. Perfino l’arte astratta era stata trasferita a New York, e propagandata nel mondo, dal Governo Americano attraverso la CIA e le fondazioni delle grandi famiglie americane. Oggi, l’industria petrolifera viene sostenuta con le sanzioni contro Russia e Iran, e la delocalizzazione nel NAFTA e in Cina viene combattuta convarie forme di  protezionismo. Infine, la nuova dottrina americana di difesa prevede il coordinamento di tutte le energie (culturali, governative, militari e imprenditoriali), a fini di difesa,

In Europa, nessuna forza politica, dopo il Generale  De Gaulle, ha mai neppure accennato, nei propri programmi, a questi problemi. Non diciamo tentare di risolverli. E ancor meno, nessuno si sogna neppure lontanamente di proporre programmi di lungo termine, culturali, politici, istituzionali,  militari, per ovviare alle debolezze politiche dell’ Europa, che potrebbero gettare le basi per una diversa politica economica e sociale. L'”Europa Sovrana” di Macron è appena un po’ più sovranista del “sovranismo di ripiego” dei populisti, deprecati da Macron stesso.

Non parliamo poi delle modalità con cui l’Unione Europea sta affrontando la questione del post-umanesimo. E’ vero che essa è l’unica struttura geopolitica che abbia parlato  ufficialmente di questo tema, con finanziamenti europei alle ricerche sull’ interfaccia uomo-macchina e del motore di ricerca Qwant, con le indagini sullo spionaggio elettronico, con le direttive sulla privacy, con le procedue contro l’evasione fiscale delle Big Five e l’ abuso di posizione dominante di Google, e con la Causa Schrems contro Facebook. Ma essa è anche l’unico complesso geopolitico che non abbia sviluppato, né un proprio sistema di spionaggio elettronico, né propri motori di ricerca o propri providers di servizi online, sì che non fa che subuire le attività delle Big Five, senza trarne alcun vantaggio. Ovvio che essa reagisca in un qualche modo, con gli scarsi strumenti a sua disposizione.

Tuttavia, sono proprio gli strumenti a disposizione che sono pochi: essa non ha, né un sistema di imprese strategiche, né campioni europei, né un autonomo sistema di acquisti della difesa, né una legislazione ad hoc sul coordinamento fiscale, sulla monopolizzazione del web e sulle nuove tecnologie. Non ha senso affermare che la colpa è degli Stati Membri”. La classe politica e culturale degli Stati Membri è composta dalle stesse persone che poi inviano i loro rappresentanti a Bruxelles e vi prendono le decisioni. Non vedo che cosa i populisti potrebbero fare di peggio .

3.Una censura invisibile ma onnipotente

Certamente, la gran massa dei cittadini non si rende pienamente conto di questa situazione agghiacciante, anche perché i sistemi accademici, culturali, politici e mediatici, fanno di tutto per nasconderla. Questi sono per lo più infeudati alle Big Five e al Complesso Informatico-Militare, da cui ricevono incarichi e prebende, e che hanno addirittura cooptato in ruoli di governance, delegando loro importanti programmi nella riforma della pubblica amministrazione. Di conseguenza, i cittadini europei, dopo decenni d’indottrinamento, di conformismo e di disgregazione e impoverimento  delle classi dirigenti, non sono più capaci, non solo di comprendere la grande politica, ma neppure di ragionare su se stessi e i propri valori e interessi.

I cittadini vedono però almeno i risultati pratici di questa situazione: fuga dei cervelli; crescita costantemente  infinitamente inferiore alla media mondiale (Italia 1,5%, Europa 2,5%, contro una media mondiale  del 3,5% e il 6.9% della Cina); sorpasso da parte della Cina; disoccupazione generalizzata a tutti i livelli; decrescita demografica; perdita delle attività più strategiche, come l’Olivetti, il Concorde, Minitel; delocalizzazioni; acquisizione delle nostre imprese più prestigiose, dalla Leyland alla Jaguar, alla Volvo alla Pirelli; diminuzione dei consumi…

Si dice che pesi molto la questione dell’ immigrazione. A mio avviso, non è tanto l’immigrazione in sé, non molto rilevante rispetto alla media mondiale, bensì il senso di abbandono e di mistificazione che la circonda.

Infatti, paradossalmente, a un esame attento, risulta che le migrazioni verso l’ Europa non sono certo più drammatiche di quelle fra la Cina interna e le province costiere (250 milioni), di quella verso gli USA o verso i Paesi medio-orientali , o, infine, della permanente migrazione interafricana(in totale, 500 milioni di persone). La differenza è che quei flussi, ben più ampi di quelli verso l’ Europa, vengono gestiti dai grandi Stati con una lucida regia demografica a lungo termine, secondo criteri chiaramente definiti, e con una capacità decisionale continua dei vertici politici. In Europa, invece, poche centinaia di migliaia di migranti all’ anno provocano crisi geopolitiche, interventi papali, nascita di nuovi partiti, smottamenti elettorali, crisi di governo, sanzioni contro Stati europei, formazione di milizie, scontri di piazza. Il tutto dà un senso di confusione, di incompetenza e di inefficacia, mascherato malamente dal generico “buonismo” dei Governi e delle Ciese e dal generico “cattivismo” dei populisti. Nessuno poi ricorda che è alle Nazioni Unite che si stanno  discutendo le regole sulle migrazioni internazionali, ed è lì che gli Europei dovrebbero far sentire la loro voce, per imporre regole chiare e eguali per tutti..

Dopo decenni d’insuccessi, come si può pretendere che i cittadini siano entusiasti di questa classe politica?

4.L’astenzionismo serve a qualcosa?

L’astensionismo serve a far comprendere che una  via puramente parlamentare verso una soluzione dei problemi dell’ Europa ci è preclusa. Le situazioni che hanno permesso all’ America, alla Cina e all’ India, di avere delle società e dei Governi affidabili sono state  delle lunghe lotte di liberazione nazionale (America, 1765-1783; Cina, 1900-1945;  India, 1885-1947), non già dei “ludi cartacei”.  Esse sono state precedute da travagli culturali e politici, che hanno permesso l’emergere di classi politiche sub-continentali preparate a gestire questi grandi complessi geopolitici anche nelle condizioni attuali, caratterizzate dalla globalizzazione, dalle nuove tecnologie, dalla competizione culturale transcontinentale.

5.Che fare?

Come conseguenza di quanto sopra, l’attività oggi prioritaria  è quella culturale, volta ad individuare una  cultura europea per il 21° secolo, con una propria individualità rispetto al post-Umanesimo della West Coast, al Nuovo Confucianesimo e all’ Hindutva. Solo sulla base di questa nuova cultura sarà possibile creare dei gruppi di lavoro capaci di elaborare programmi strategici europei per i vari ambiti dell’ agire umano: cultura, scienza, tecnica, finanza, difesa, media, scuola, impresa, ecc…

E solo quando questo lavoro sarà compiuto sarà possibile sviluppare un movimento politico capace di comprendere e padroneggiare la società attuale, radicandosi  a tutti i livelli e lavorando per una trasformazione delle Istituzioni. A quel punto avrà senso elaborare programmi elettorali alternativi da realizzarsi attraverso le istituzioni, internazionali, europee, nazionali, locali e della società civile.

Nel frattempo, nulla vieta di dialogare con quelle forze culturali e politiche che siano anche solo parzialmente disponibili ad accettare questo tipo di prospettive.

Non dimentichiamo che non vi è stato forse momento migliore per una ripartenza dell’opera della ricostruzione culturale e morale dell’ Europa. E’ per questo che stiamo rilanciando i nostri Quaderni di Azione Europeista, che ripartiranno ben presto  con nuovi titoli e manifestazioni.

 

 

 

 

FASCISMO ETERNO?

Nel periodo pre-elettorale, come sempre e ovunque da settant’anni, ferve sui media il dibattito su “fascismo e antifascismo”. cosa assai singolare se si pensa al lungo lasso di tempo ormai trascorso dal 1945, e visto anche che non c’è, né c’è mai stato,  un  dibattito simile per esempio pro e contro la monarchia o pro e contro l’ Austria Ungheria.

Ciò dimostra di per se che, nonostante tutte le ironie che si possono fare, il fenomeno “fascista” ha lasciato un segno molto forte nella memoria europea. Ed è veramente singolare che, nonostante i milioni di libri già scritti sull’ argomento da politici, politologi, storici, teologi, psicologi, antropologi ed economisti, un’immagine chiara del fascismo non sia ancora emersa, neppure per ciò che concerne la sua definizione.

1.Una ridda di definizioni

Per taluni il fascismo fu soltanto quel preciso movimento politico  che portava questo nome, durato, in Italia, dal 1919 al 1943. Per altri, esso dovrebbe designare anche i movimenti analoghi e alleati  dello stesso periodo fuori dell’ Europa (sostanzialmente, quelli dell’ Asse). Per altri, esso comprenderebbe anche movimenti estranei all’ Asse, come quelli iberici o sudamericani. Altri vi aggiungono gl’immediati predecessori, come la Legione Fiumana e i Freikorps, e i postfascisti dichiarati, come MSI, Ordine Nuovo o  Fuerza Nueva.

Molti tendono a chiamare “fascisti” tutti i movimenti moderni che contestano globalmente l’idea del progresso, a partire da De Maistre, per passare a Guénon ed Evola, fino al fondamentalismo islamico. Ma la frenesia di allargare l’ambito del fascismo si estende perfino a Napoleone, a Nietzsche, a Sorel, e perfino al Janata Party.

Ricordo poi che moltissimi hanno fatto, del termine “fascismo”, un uso spregiativo, chiamando “fascisti” i socialdemocratici (i “socialfascisti”), gli stalinisti (i “fascisti rossi”), le istituzioni dello Stato democratico (“polizia fascista”),oggi perfino dei moderati conservatori come Berlusconi o Orban, o dei generici movimenti  qualunquisti come il Front National o la Lega, o, infine, perfino i rari partiti comunisti che abbiano mantenuto un minimo di continuità con il loro passato.

Umberto Eco era giunto a creare la categoria del “fascismo eterno”, a cui si riallaccia  Massimo Recalcati  nel suo articolo su La Repubblica del 1° marzo, un concetto che  comprenderebbe tutte quelle tendenze che vanno contro il mito del progresso. Quest’accezione viene appunto  ricapitolata da Recalcati : “il fascismo come rinunzia al pensiero critico, massificazione, irreggimentazione, soppressione sacrificale del singolare”. 

Questa definizione del “fascismo” appare veramente un po’ troppo estensiva, e forse neppure tanto azzeccata, se si tiene conto che, come pensava già Pasolini, il vero  “fascismo” di oggi non ha a che fare con le organizzazioni fasciste, bensì con “il potere di plasmazione delle vite e delle coscienze che il nuovo sistema del consumo era riuscito a produrre dagli anni Sessanta in avanti” . Certo, ciascuno è libero di chiamare le cose con i nomi che preferisce, però a un certo punto si impone quello che Confucio chiamava “la rettifica dei nomi”, ché, altrimenti, ogni discorso sensato diventa impossibile.

E, infatti, molti, eccelsi, studiosi, della materia, hanno rovesciato il ragionamento, facendo presente che, in ultima analisi, i fascismi miravano proprio ad evitare questa “plasmazione delle vite e delle coscienze”, ch’ essi, non del tutto erroneamente, attribuivano alla Modernità, fosse essa rappresentata dal puritanesimo o  dal giacobinismo, dalla società industriale, dal comunismo o dall’ “American Way of Life”. Non per nulla i primi sentori del fascismo si possono rintracciare  nelle critiche culturalistiche rivolte alla Modernità da Baudelaire, Nietzsche , Sorel e Marinetti. Questi opponevano, all’omologazione culturale dell’accademia, il gesto iconoclasta, alla statolatria ottocentesca, il culto dell’ individuo di eccezione, al conformismo moralistico l’immoralismo dannunziano, ecc.. Secondo Nolte, la critica “fascista” alla Modernità potrebbe quindi definirsi come  “il rifiuto della trascendenza pratica”, vale a dire del Progresso inteso come surrogato materialistico della Salvezza religiosa. 

Se c’è qualcuno che, come dice Recalcati, è “aspirato dal sogno perverso di un’unità compatta, identitaria, indivisa” è proprio l’attuale classe dirigente occidentale, che reclama perentoriamente  la difesa dell’ Occidente contro gli “islamofascisti”, gli “zar”, i “sultani” e gl'”imperatori”; che pretende d’ ingessare l’Europa in un mitico “illuminismo” dogmatico che non è mai esistito, e nella NATO e nell’ Unione Europea attuali, considerati come istituzioni  intangibili e insuperabili.

2.Radici chiliastiche del “pan-fascismo”intellettualistico

L’uso estensivo del termine “fascismo” denunzia  in effetti una mentalità inauditamente settaria, che porta a considerare negativamente, e di conseguenza a bollare come “fascisti”, tutti coloro che non siano allineati al 100% sull’ideologia dei poteri dominanti dell’ Occidente – vale a dire, fortunatamente, la maggior parte dell’ Umanità-. Il bello è che questa critica generalizzata non è rivolta solo all’ oggi, ma anche al passato, sicché diventano, praticamente, dei “fascisti” tutti i personaggi-chiave della storia mondiale, siano essi mitici come Gilgamesh, Ulisse o Mosè, o storici, come Augusto o Machiavelli, i quali tutti presentavano livelli elevatissimi di elitismo, spirito gerarchico, bellicismo,  autoritarismo, maschilismo, identitarismo, ecc…(quindi, di “fascismo”!)

Questi  pochi Illuminati di oggi giudicano, dall’ alto del loro potere, come già facevano i Puritani,  quale “massa damnationis” l’insieme dell’ Umanità presente, passata (e, forse, anche futura), mentre solo pochi eletti sono indenni dall'”immortale desiderio del fascismo”. Addirittura, questi moti pulsionali dell’ anima “non riguardano solo una parte politica, ma ciascuno di noi nella sua intimità più propria”. Si tratta dunque di un segreto peccato che accomuna tutta l’ Umanità: -anzi, l’unica qualità che sia veramente universale-: il Peccato Originale.

Ma, a questo punto, qualcuno dovrebbe spiegarci perché, se questo desiderio è così generalizzato, perché i popoli non potrebbero  assecondarlo  in modo “laico” e disinibito, senza che gl’Illuminati  vengano a “liberarli” con “un’impresa culturale ed etica di lungo periodo“. In ultima analisi , il “fascismo” inteso come fa Recalcati corrisponde a quello che San Paolo, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, chiamava “il Katechon”, vale a dire quella forza che si oppone al- l’avvento dell’ Anticristo, ritardando,  quindi, l’ Apocalisse.  Tutte cose da cui solo Cristo dovrebbe , alla fine, liberarci.

In definitiva, l’uso a tappeto del termine “fascismo” non serve certo a spiegare il fascismo, e tanto meno il periodo storico che va dalla fondazione del fascismo fino ad oggi. Né, ancor  meno, a capire il futuro, bensì solo a comprendere i meccanismi occulti dell’ ideologia dell’ “establishment”.

Il segreto di tutte queste controversie è che del nostro futuro  si tratta. Il “totalitarismo”  (vale a dire una lettura inquisitoriale del pluralismo delle società dell’ Epoca Assiale, visto come peccato) è   la direzione  generale verso cui va la Modernità, che procede, lentamente ma inesorabilmente  dall’Inquisizione alle Società Segrete, dal Puritanesimo al Giacobinismo, dalla Tratta Atlantica al manchesterismo, dalla razionalizzazione industriale alle ideologie, dalle Istituzioni concentrazionarie ai mezzi di comunicazione di massa, dal Word Wide Web ai Social Network, dalla Memoria Condivisa alla Società del Controllo Totale, dalla Religione di Internet alla “stabilizzazione”, dalla politica di Internet all’ossessione dell’ “integrazione”, dai “Big Data” fino alla “Singularity tecnologica”.

Quello che Recalcati chiama “fascismo eterno” è in effetti  una generale reazione di tutte le parti dell’ Umanità contro questo progetto di trasformazione dell’ Uomo in macchina, un progetto  che gradualmente toglie all’uomo tutte le sue caratteristiche, per riprodurle in modo fittizio nel sistema macchinico: da un lato, rendendo l’Uomo superfluo, e, dall’ altro, creando un mondo meccanico privo di creatività, e, dunque, destinato ben presto ad arrestarsi.

3. I tre totalitarismi.

Si è detto giustamente che il Novecento è  stato il secolo dei totalitarismi:  nazifascista, certo, e comunista, ma, prima di tutto, come ci ha insegnato Voegelin, occidentale. L’idea di atomizzare gli individui e di  riaggregarli in un’unica  Volontà Collettiva; quella di unire il mondo, come teorizzato da Fiske e Wilkie, in un solo Stato, o, come dice ora Bostrom, in “un  Singleton”, un unico essere informatizzato, costituisce il primo germe  di Stato ultra-totalitario, ispirato al “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, secondo cui “l’Uomo si sarebbe salvato da solo con una scienza di nuovo tipo”. E’ per “rivalità mimetica” con il totalitarismo occidentale che comunismo e nazifascismo hanno tentato, senza riuscirvi,  di inventare modelli autonomi di sviluppo della Modernità. Questi modelli sono falliti perché restavano nel cerchio ristretto delle idee proprie all’ Occidente, che già stavano  portando  al “Totalitarismo Invertito” denunziato da Wolin.

Non per nulla, Horkheimer e Adorno, partiti per gli Stati Uniti per sviluppare  la loro critica della “personalità totalitaria”, che  aveva molto in comune con il “fascismo eterno”, ne tornarono esprimendo chiaramente, nella loro “Dialettica dell’ Illuminismo”, la convinzione che il vero totalitarismo fosse quello occidentale, a cui tutti gli altri si ispiravano.

La rivincita dei popoli afro-asiatici e aborigeni, portando alla ribalta nuovi concetti meno rigidi e deterministici di quelli “occidentali”, dovrebbe permetterci una fuoriuscita più autentica dal “Progetto Incompiuto della Modernità”. Costituisce, a mio avviso, una sfida fondamentale per la cultura contemporanea, e, in particolare, per quella europea, l’elaborazione di una proposta culturale alternativa, fondata su una prospettiva non eurocentrica, come ho tentato di fare nel mio ultimo libro, DA QIN.

GLI ALTRI ’68

Quest’anno, in occasione del 50° anniversario dei moti studenteschi del ’68, numerose sono state, e ancora saranno,le celebrazioni di quel periodo, che, coerentemente con il conformismo che caratterizza l’attuale discorso pubblico, hanno in comune il difetto fondamentale dell’ uniformità, dell’edulcorazione e del provincialismo.

In quanto spettatore qualificato di quell’epoca, ritengo utile e doveroso fornire un  mio contributo, storico e politico, per quanto possibile obiettivo, per chiarire la complessità del  periodo e il suo impatto sulla nostra vita di oggi.

1.Poliedricità  dei movimenti  studenteschi

Quanto all’ uniformità ideologica, i media  “mainstream” danno  ora per scontato che il movimento studentesco sia stato  unitario e maggioritario, blandamente marxista ma soprattutto “nuovista” e antiautoritario, anticipatore, quindi, della “Religione dei Diritti Umani” propria dell’attuale  generico progressismo  occidentale. Visto che la storia la scrivono i vincitori,  secondo la logica della  “memoria condivisa”, anche quel periodo (come tutti gli altri) dev’ essere obbligatoriamente letto  secondo i canoni  del conformismo ufficiale, in modo, cioè, tale da  giustificare l'”iter” politico deil’ attuale classe dirigente, composta per una  quota non irrilevante di “ex-giovani” che, durante il 1968, avevano ricoperto  (anche con funzioni apicali) ruoli di contestazione violenta, che oggi non si ritiene più utile rivangare. Basti per tutti il caso del Primo Ministro Gentiloni, oggi considerato (e giustamente) come l’archetipo di un “gran signore” intrinsecamente centrista, ma, nella sua giovinezza, agguerrito rivoluzionario dell’ entourage di Mario Capanna. Tuttavia, egli non è certo il solo, perché anche Rutelli, Mieli, Lerner e Mentana (oppure, fuori d’ Italia, Barroso, Joschka Fischer e Daniel Cohn-Bendit) avevano seguito lo stesso percorso. Perfino all’ estrema destra, l’ex sindaco di Roma Alemanno da giovane era stato arrestato per aver organizzato una manifestazione anti-americana.

Dunque, i Sessantottini era ben lontani  dal buonismo genericamente modernista che emerge dalle attuali rievocazioni; anzi, in gran parte, essi erano animati da una veemente pretesa rivoluzionaria di marca marxista di sinistra, comprensiva di una non indifferente dose di ostilità per il PCI (che li ricambiava cordialmente). Inoltre, il Movimento Studentesco era tutt’altro che monolitico al suo interno, con nette divisioni fra maoisti, operaisti, gruppuscoli, movimentisti, ecc..

Intorno al Movimento Studentesco si muovevano, poi,  altre forze, certo non così importanti, ma che hanno  contribuito anch’esse notevolmente al successivo sviluppo della cultura e della politica italiane (per esempio con riviste come “I Quaderni Piacentini”). Intanto, quegli ambienti di sinistra che, pur rifuggendo dagli eccessi rivoluzionari del Movimento Studentesco, non se la sentivano di dichiararsi ad esso completamente estranei. Come per esempio molti intellettuali  vicini al PSI (allora molto influente).Poi,  tre relativamente importanti movimenti di destra: il FUAN-Caravella di Roma, fra i gruppi fondatori dell’ omonimo movimento giovanile del MSI, il “Movimento Studentesco Europeo”, emanazione studentesca della nazional-comunista Giovane Europa, e la “Primula Universitaria”, prolungamento  studentesco dei pacciardiani di “Nuova Repubblica”, secessionisti dal Partito Repubblicano. Anch’essi, oltre che avere partecipato, come tutti sanno, alla “Battaglia di Valle Giulia” e all’ occupazione della Facoltà di Giurisprudenza,  esprimevano pretenziose riviste culturali, come “l’Orologio”, ed occupavano spesso e volentieri delle università, come appunto la Facoltà di Giurisprudenza di Roma e le Università di Reggio Calabria e di Messina,

Un peso notevole nel mondo giovanile esercitavano le varie forme assunte dal   cattolicesimo dissidente post-conciliare (la Scuola di Barbiana, l’ Isolotto, “Testimonianze”…), nonché  la nascente Comunione e Liberazione e, su posizioni nettamente antagonistiche, le organizzazioni giovanili dell’ MSI, FUAN e Giovane Italia.

“Last but not least”, la maggioranza degli studenti si riconosceva, non già nel Movimento Studentesco, nelle giovanili dei Partiti o in altri movimenti altamente politicizzati, bensì  in movimenti spontanei di carattere locale, come soprattutto la Confederazione Studentesca, presente in forze a Torino, Milano, Pavia, in Emilia, a Firenze, Pisa, Roma e Napoli. Ad esempio, la Commissione di Coordinamento, organizzazione torinese della Confederazione Studentesca, aveva vinto proprio nel Maggio 68  le elezioni  per il Pre-Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza, e organizzato, con un’inattesa affluenza di circa 2000  giovani, la commemorazione dello studente ceco Jan Palach, bruciatosi per protestare contro l’ occupazione sovietica.

2.Lo scenario internazionale

Soprattutto, manca, come sempre, in queste rievocazioni, un  respiro europeo e internazionale.

Purtroppo, invece,  il ’68 non può essere compreso senza considerare almeno anche lo stato di sviluppo del confronto geopolitico mondiale, l’azione di potenti lobbies internazionali e i paralleli movimenti sviluppatisi in tutti i Paesi del mondo.

Dal punto di vista  geopolitico, il ’68 va  situato nel contesto della “Coesistenza Pacifica” fra USA e URSS, succeduta alla costruzione del Muro di Berlino e alla crisi dei missili cubani. Ad eccezione  di scacchieri allora periferici, come Cuba e Vietnam, lo sforzo prioritario   di  ambedue i contendenti era diretto al  consolidamento delle  conquiste realizzate nella IIa Guerra Mondiale, allo sviluppo economico e tecnologico interno e, solo secondariamente,alla destabilizzazione sotterranea dell’ altro blocco. Questa competizione lasciava un certo spazio di manovra ai movimenti terzaforzisti dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina (Cina, Sud-Est Asiatico, India, Medio Oriente, Sudamerica). Tutto ciò favoriva, proprio come elementi di de-stabilizzazione dell’ avversario, anche i movimenti radicali “spontanei” (per la pace, contro la Guerra nel Vietnam, le rivolte di Berkeley, Belino, Tokyo), anche, seppure con caratteristiche diverse, in vari Paesi socialisti (le Guardie Rosse, la Primavera di Praga, i primi spunti del sindacalismo autonomo polacco).E, soprattutto, la Rivoluzione Culturale Cinese.

Quanto alle lobbies che agivano sotterraneamente, oltre alle ovviamente onnipresenti CIA e KGB, è il  caso di ricordare le reti trockiste, il movimentismo cubano (il “Campamento Cinco de Mayo”, in cui si preparavano i quadri rivoluzionari di mezzo mondo) e i governi   arabi rivoluzionari.

3.Il ’68 nel mondo

Il 68 nel mondo è anche e soprattutto una conseguenza della vittoria della Rivoluzione Cubana e della guerra del Vietnam. Un’ala del movimento comunista cubano vittorioso, quella di Che Guevara, dopo la fallita invasione della Baia dei Porci e la crisi dei missili sovietici, decide di proseguire la lotta esportando la rivoluzione fuori da Cuba. Che Guevara sarà ucciso in Bolivia nel 1967 nel tentativo di organizzare una sollevazione in quel Paese.

Intanto, veniva  ucciso anche  il Presidente Kennedy, e il Presidente Johnson intensificava l’escalation in Vietnam, cosa che portava a una vera e propria rivolta dei giovani americani richiamati per il fronte. Su quest’insoddisfazione faceva leva il Movimento per la Libertà di Parola dell’ Università californiana di Berkeley, capeggiato dall’italo-americano Savio.

Al movimento di Berkeley si ispirano quasi pedissequamente i movimenti studenteschi di Berlino e di Tokyo. I “Quaderni Piacentini” contengono dotte illustrazioni del modello di Berkeley, Belino e Tokyo. I movimenti europei copieranno  questo modello.

Già nella primavera del 1967, un movimento  strutturato secondo  lo schema  di Berkeley, Berlino e Tokyo viene avviato a Pisa.  A Torino, nel settembre 1967, parte il movimento di protesta contro il nuovo campus de “La Mandria”, che sfocerà nell’ occupazione di Palazzo Campana.

Contemporaneamente, in Cina si sviluppa il più appariscente fra i movimenti studenteschi: quello delle Guardie Rosse. Senz’altro, una “rivoluzione dall’ alto”. Infatti, il movimento non avrebbe potuto svilupparsi, dopo i primi tentativi, data la forza dei suoi stessi senza l’appoggio del Presidente Mao, data la forza dei suoi avversari, presenti anche fra gli studenti, sotto la forma dei cosiddetti “Gruppi di Lavoro”. Le Guardie Rosse,  grazie anche all’ appoggio del vertice del Partito, portarono alle estreme conseguenze il carattere intrinsecamente violento dei  movimenti studenteschi dell’ epoca, sviluppando  una prassi di vandalismo generalizzato contro le vestigia della millenaria civiltà cinese, di linciaggi e pubblici processi contro intellettuali, funzionari e dirigenti del Partito. Alla fine, fu lo stesso Presidente Mao a dissolvere il movimento, inviando gli studenti a rieducarsi nelle zone rurali del Paese. Tuttavia, ricalcando  il triplice modello -cubano, cinese e occidentale-, il movimento continuerà  ad espandersi in tutto il mondo per un intero decennio.

Una sorte simile alle Guardie Rossi toccò al movimento studentesco polacco, stroncato dalla contemporanea ascesa al vertice del potere  comunista della corrente detta “dei Partigiani”, capeggiata dal Generale Moczar, i quali avevano per motto “Studenci do nauki”(“gli studenti a scuola”), e a quello argentino, che finirà con la lotta armata dei Montoneros e con i Desaparecidos assassinati sotto la dittatura di Videla.

Sono quelli anche gli anni in cui Sol’zhenitsyn completa “Arcipelago Gulag” nonostante il boicottaggio del KGB.

 

5.Il movimento studentesco e l’ Europa

 

Un altro Paese in cui il Movimento ebbe un notevole peso  fu la Cecoslovacchia, dove gli studenti parteciparono attivamente alla “Primavera di Praga”, che aspirava ad un “comunismo dal volto umano”, Molti studenti, oltre a Jan Palach,  si bruciarono in seguito all’ intervento dei carri armati sovietici.

Il massimo della notorietà lo raggiunse, però, il movimento studentesco francese, non soltanto per il coinvolgimento di larghe masse studentesche, ma anche perché esso corrispondeva alle aspirazioni nascoste delle lobbies filo-occidentali contrarie alle politiche indipendentiste del Generale De Gaulle, che si erano intensificate proprio in quegli anni, con la creazione di una Force de Frappe indipendente e con il ravvicinamento tanto alla Germania quanto alla Russia.

Alcuni avevano sperato che, grazie alla politica autonoma della Francia e alla Primavera di Praga, si sarebbe potuto creare un’area trasversale paneuropea, indipendente dai blocchi, a cui avrebbero potuto aderire anche molti altri Paesi. Tuttavia, con l’invasione della Cecoslovacchia e le dimissioni di De Gaulle, questo progetto si allontanava sempre più nel tempo.

6. L’eredità del Movimento Studentesco 

In campo filosofico, l’eredità del Movimento Studentesco consiste nella legittimazione politica di una rilettura non convenzionale, in particolare  del “mainstream” marxista, e, più in generale, delle scienze umane . Attraverso questa strada tortuosa, una serie di intellettuali di sinistra, come Gianni Vattimo e Massimo Cacciari, poté “leggere” il Nietzsche di Heidegger come un’interpretazione “progressista” del filosofo tedesco (l’ “oltreuomo” anziché il “superuomo”: la “Nietzsche-Renaissance”), mentre l’intelligenzia di destra recuperava lo spiritualismo orientaleggiante  e l’antropologia culturale (la “Rinascita del Mito”).

Dal punto di vista geopolitico, il ’68 ha fornito un modello tuttora insuperato alle  politiche di destabilizzazione attraverso movimenti giovanili, che abbiamo visto all’  opera più tardi e fino ad oggi  in Est Europa e in Medio Oriente. Dal punto di vista strettamente politico, esso  ha portato all’ ordine del giorno temi nuovi  tutt’ora oggetto di controversie: l’antiautoritarismo, il femminismo, l’ecologia, il terzomondismo. Dal punto di vista sociale, esso dev’ essere visto anche come il momento di avvio   dell’Autunno Caldo,  della rivoluzione sessuale, della “società liquida”, del declino economico dell’ Occidente e dell’ avanzata dei Paesi afro-asiatici.

Si discute se il ’68 abbia qualcosa a che fare con il terrorismo. Certamente, sì. La sua predicazione e la sua prassi furono  indirizzate essenzialmente verso la preparazione della rivoluzione. Perciò, dovrebbe stupire addirittura il contrario: che, cioè, essa abbia dato luogo a così poca rivoluzione e a così tante riforme (spesso contrarie a quelle predicate dai Sessantottini). Ciò è dovuto, a mio avviso, prevalentemente al suo carattere di “rivoluzione dall’ alto”, che aveva reso questo movimento  particolarmente insincero e, di conseguenza, debole, o, come diceva Pasolini, al suo carattere essenzialmente borghese. E, io preciserei, espressione di classe dei “parvenus” piccolo-borghesi.

A mio avviso, la vera eredità del ’68 è costituita dall’ emersione dei Paesi in Via di Sviluppo come protagonisti della storia mondiale, mentre gli Stati Uniti si sono visti per la prima volta negare  la legittimità della pretesa di guidare il mondo, l’ Unione Sovietica è stata travolta dalle rivolte di destra e di sinistra, e l’ Europa è rimasta preda di un’interminabile destabilizzazione anarchica e nichilistica.

Paradossalmente, proprio come veniva  a suo tempo previsto da molti, seppure in modo piuttosto approssimativo, il vincitore del ’68 resta il Presidente Mao, la cui costruzione  politica, pur con profondi cambiamenti di rotta, è  l’unica che sia tutt’ora in piena fioritura ed espansione. Paradossalmente, si tratta di un maoismo riletto non già secondo i parametri materialistici ed egualitari delle Guardie Rosse, bensì attraverso quelli della “Storia di Lunga Durata”, della tradizione e dell’identità, che, per la Cina, significano rivendicazione dell’ Impero, del Confucianesimo e dei “Valori Asiatici”.

Nonostante il totale fallimento dell’ Europa di questi ultimi 50 anni,   restano anche nel nostro continente  alcune conseguenze positive del 68,   come la liberazione della Russia dall’ involucro sovietico secondo i desiderata di Sol’zhenitsyn, l’andata al potere in Polonia degli uomini (e delle donne)di Solidarnosc e la piena rivalutazione storica e politica delle rivolte di Praga e Budapest, nonché la ripresa di almeno alcuni temi gaulliani da parte tanto di Macron quanto di Marine Le Pen.

Infine, resta l’idea che, attraverso una gestione adeguata dei movimenti di base, si possano conseguire trasformazioni anche profonde, come quelle di cui l’ Europa avrebbe bisogno ora più che mai.

 

 

 

 

1 – È USCITA LA NUOVA EDIZIONE DEL LIBRO “DA QIN, l’Europa Sovrana in un mondo multipolare”

L’evoluzione dei rapporti internazionali, e, in particolare, il rapido avvicinamento fra i grandi Paesi asiatici e l’ Unione Europea conseguente alle politiche protezionistiche del Presidente Trump, hanno sottolineato la stringente attualità di una “lettura” eurasiatica dei processi d’integrazione europea, abbozzata l’anno scorso con la prima edizione del volumetto DA QIN, che ha inaugurato la collana AVRASYA della Casa Editrice Alpina.

In seguito al successo di quell’ edizione, che affrontava in modo sintetico i problemi più urgenti dell’ Europa inquadrandoli nell’evoluzione in corso dell’ economia e della politica mondiali, abbiamo prodotto una nuova edizione che, seppur mantenendo sostanzialmente la stessa struttura, chiarisce meglio le innumerevoli connessioni che fanno, della Nuova Via della Seta, un vero e proprio cambio di paradigma nella storia mondiale, rendendo sempre più necessario, per l’ Europa, ripensare a se stessa nell’ ottica di questo mondo radicalmente mutato. In questi mesi, tra l’altro, vi è stato tutto un fiorire d’iniziative editoriali e culturali, in Europa come in Cina, in India come in America, volte a studiare e a fare conoscere la Nuova Via della Seta. La nostra nuova edizione di “DA QIN” è risultata, così, praticamente raddoppiata rispetto a quella del 2017, anche grazie alla ricchissima e aggiornatissima bibliografia.

Sono state poste in particolare evidenza le questioni culturali derivanti, per la Europa, dall’affermarsi del modello cinese, dall’emergere di tutta una generazione di autori, o asiatici, come Zhang Weiwei o Gayatri Cakravorti Spivak, oppure di radici culturali asiatiche, come Parag Khanna e Fareed Zakaria, o, infine, cultori dei “valori asiatici”, come Francois Jullien e Daniel Bell.

Mercanti sogdiani: protagonisti della Via della Seta

1. La riscoperta di un'”Identità Eurasiatica”

Innanzitutto, come hanno precisato le Autorità cinesi nell’ ultima versione del “Iniziativa della Via della Seta”, quest’ultima non va intesa soltanto come un’iniziativa economica, logistica, e/o geo-politica: essa ha fatto, infatti, riemergere una vera e propria identità comune delle “coraggiose e operose genti dell’ Eurasia”, come le definisce il documento. Nella nuova edizione di Da Qin, si mettono in evidenza vari aspetti di quest’identità culturale comune, che vanno dalla filologia (la comparazione delle radici delle parole cinesi e indoeuropee), alla storia delle religioni (la parola “Dio”, il sincretismo buddista-taoista-cristiano), a quella della letteratura e della musica (la sofferta vicenda della “Turandot”…).

La Nuova Via della Seta, lasciandosi alle spalle il modello teo-tecnocratico “occidentale”, che pretendeva di assoggettare tutto il mondo a un’uniforme “Teoria dello Sviluppo” di carattere materialistico, va verso la riscoperta della comunanza e della continuità storica fra le diverse tradizioni delle antiche civiltà -dal mito edenico, coniugato anche come “Età dell’ Oro” o “Da Gong”, al monoteismo primitivo; dai culti degli antenati, alle grandi filosofie dell’ Epoca Assiale; dagl’imperi provvidenziali, all’universalismo delle religioni di salvezza; dalla conservazione e rinnovamento delle diverse tradizioni “classiche”, alla loro reciproca interazione-.

2. Origini occidentali del concetto

Per quanto paia che il vero iniziatore della “Via della Seta” fosse stato addirittura lo impero assiro, e sia certo che, come scriveva Erodoto, la maggior parte della stessa (chiamata “Via Regia”) fosse stata materialmente costruita dall’ Impero Persiano, il suo nome attuale deriva da uno slogan del Secondo Reich, che ambiva a occupare un proprio posto, accanto agli imperi inglese e russo, sui mercati cinese. La “Seidentrasse”, così battezzata dal geografo von Richthofen, si poneva in concorrenza con le immagini fascinose della Transiberiana e dell’ Impero Anglo-Indiano (il “Grande Gioco”). Secondo il celeberrimo teorico geo-politico Mackinder, il controllo dell’ Asia Centrale (il cosiddetto “Pivot”) sarebbe coinciso con quello dell’ Eurasia (l’”Isola del Mondo”), e, quest’ultimo, con l’egemonia sul mondo intero. Mackinder, Shmitt e Shiratori avevano contrapposto, in questo “Grande Gioco”, le “potenze di terra” (Russia e Cina), a quelle marittime (Inghilterra e Giappone).

Zbygniew Brzezinski, erede, allo stesso tempo. della tradizione geopolitica anglosassone e di quella del “sarmatismo” polacco, aveva impostato, come consigliere presidenziale in USA, tutta la strategia americana sull’idea della frantumazione del blocco ex socialista attraverso la penetrazione nell’ Asia Centrale, cominciando da Afghanistan e Polonia, per continuare con Irak e Tibet…La Nuova Via della Seta era nata dunque, negli anni 2011-2012, con il significativo titolo di “Pivot to Asia”, come idea dell’Amministrazione americana (in particolare, di Hilary Clinton), dopo che gli USA, in seguito alla guerra contro al-Qaida, avevano collocato proprie basi in Asia Centrale. Essa doveva servire per collegare, come un cuneo, fra la Russia, il mondo islamico e la Cina, una serie di Paesi che si sperava sarebbero divenuti filo-occidentali.

3. “Una Strada, Una Via”

Tuttavia, l’impegno profuso in quest’impresa dall’ America era stato modesto, e comunque controbilanciato dalle resistenze locali, che avevano portato al fallimento delle “Primavere colorate” e delle “Primavere arabe”. La dirigenza cinese non si èlasciata sfuggire l’occasione. Contrariamente che per l’ America, la Nuova Via della Seta (ribattezzata “Una Via, Una Strada”) costituisce, per la Cina, “il progetto perfetto”.Innanzitutto, essa serve a sostituire, o, almeno, aggiornare, l’ideologia “dello sviluppo”, che costituisce un surrogato debole della tradizione ideologica maoista. Infatti, la Via della Seta, oltre a costituire una risposta concreta a una serie di esigenze della Cina, fornisce anche una suggestione emotiva -“il marchio giallo”, capace di sostenere la “concorrenza ideologica” delle due “grandi narrazioni” che si contendono l’area euro-asiatica: la “religione di Internet” delle Big Five americane, e il mito pan-islamico del Califfato-.

La Via della Seta, come tale, non è mai esistita. Ciò che esisteva effettivamente erano le vie carovaniere e marittime che, dai tempi degli Assiri e fino ad oggi, hanno collegato le varie parti dell’ Eurasia, rendendole molto più connesse di quanto ora si creda. Tant’è vero che, attraverso questa via, sono passati i caratteri cuneiformi e aramaici, le religioni di salvezza, le invenzioni tecnico-scientifiche, il colonialismo occidentale….. Orbene, se è vero che queste vie costituivano una rete molto articolata (Roma, Bisanzio, Alessandria, Damasco, Baghdad, Delhi, Samarcanda, Chennai, Xi’an, Malacca, Pechino, Canton…), è pur vero che il loro maggiore centro di gravità era sempre stato costituito dalla Cina, la quale, infatti si era autodefinita fin dall’ inizio come “il Paese Centrale”(il “Regno di Mezzo”), all’ interno di un’indefinita “Ecumene”.

La Via della Seta diviene oggi, perciò, la metafora di un multipolarismo esteso, con al centro la cultura sincretica cinese: certo, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, però anche le “Tre Scuole” (confucianesimo, taoismo e buddhismo), e, infine, anche cattolicesimo, protestantesimo e Islam, dove la pretesa di egemonia sull’ Ecumene, rimasta sempre vaga in età imperiale, si può finalmente concretizzare nella sua sfera euro-asiatica.

Il trasbordo in Occidente dell’ideologia imperiale cinese: Laozi, i Gesuiti e gl’Illuministi

4. Wei wu wei

L’Imperatore Saggio – trasfusione in termini politici, come il “Filosofo Re” di Platone, dell’ ideale filosofico della saggezza – governava il mondo attraverso l’esempio (“agiva senza agire”). Così, anche la Nuova Cina aspira a influenzare il continente eurasiatico attraverso un’enorme “ragnatela” di rapporti bilaterali, dove finanza e politica, tecnologia e cultura, commercio e informatica, si rafforzano a vicenda. Il tutto come un’immagine speculare, ma rovesciata, dell’”America Mondo” teorizzata vent’anni fa da Antonio Valladão. Al punto che sono ora la Cina e l’ India a riprendere, a modo loro, i grandi temi della globalizzazione, come la libertà di commercio e l’ecologia, che l’ America non può più permettersi, e che non per nulla sono divenuti la “bestia nera” del Presidente Trump. Si ripete quello scambio di ruoli fra Inghilterra e America che aveva caratterizzato, secondo Friedrich List, l’ Ottocento: l’Inghilterra, dopo aver conseguito il dominio del commercio internazionale, predicava il liberismo internazionale per “togliere la scala su cui essa era salita così in alto”. Dopo di che, era stato il turno dell’ America, e, ora, quello dell’ Asia.

Il concetto taoista del “Wei wu wei” (che poi è sostanzialmente la “ahimsa”, la “non-violenza” di Gandhi) traduce perfettamente l’idea del “soft power” anche perché quest’ultimo era entrato nell’armamentario culturale occidentale proprio arrivando dalla Cina nel ‘600, attraverso i Gesuiti, l’economista Quesnais, medico di corte dei Borbone, e, infine, Adam Smith, seguace di Quesnais e teorizzatore dello “Stato Minimo”.

Infine, la Nuova Via della Seta si addice perfettamente alle attuali strategie cinesi perché il rallentamento del ritmo della crescita interno dovuto a un relativo miglioramento del tenore di vita in Cina ha reso disponibili, da un lato, enormi capacità industriali, e, dall’altro, un ingente “surplus” finanziario ereditato da decenni precedenti di risparmio portato all’estremo. Tutte queste energie possono essere oggi “scaricate” sul resto dell’ Asia, che costituisce il prolungamento naturale dell’ Occidente cinese (“Huaxi”), oramai già coperto dalla rete più fitta esistente a livello mondiale d’infrastrutture di altissima tecnologia. Huaxi, sfavorito dal clima inclemente e con una popolazione scarsa e in gran parte di etnie non siniche, sta riuscendo a riavvicinarsi alle province costiere altamente sviluppate grazie a massicci investimenti governativi, ma anche al suo ruolo di transito per La Via della Seta.

La crescita demografica conseguente alla “Politica del Secondo Figlio” fornirà la spinta per un rinnovamento continuo di nuove generazioni di manager, di tecnici, di commercianti, di lavoratori, ma anche di consumatori e di turisti, che basteranno da soli a far vivere l’insieme delle reti che si stanno ora creando. Se si tiene presente che, già con la “Politica di un Solo Figlio”, la Cina è giunta a rappresentare più di 1/5 della popolazione mondiale, con la nuova politica demografica la sua quota della alla popolazione mondiale, considerando la “Terraferma” e i Cinesi della Diaspora, è destinata ad aumentare, sicché questa massa di Cinesi altamente istruiti e ben inquadrati da imprese ed Enti pubblici costituirà, di fatto, sempre più il nocciolo duro dell’ economia mondiale.

Quando la Cina, riprendendo anche qui un vecchio slogan americano, afferma che il progetto della Via della Seta è “Win-Win”, intende dire che l’esistenza stessa di un popolo così vasto, attivo e ordinato, costituisce, come minimo, una garanzia della continuità dell’ economia mondiale, di cui i Cinesi costituiscono un naturale volano.

La Sfinge e il Partenone salutano a Lanzhou i Cinesi che partono verso Occidente

5. Per l’Europa: una sfida e un’opportunità

Con il crescente protezionismo americano, che sembra colpirà presto, oltre alla Cina e alla Corea, anche la UE, l’interscambio internazionale tenderà a concentrarsi all’interno dell’ Eurasia. Se l’Europa saprà creare sinergie con la Cina innanzitutto nella gestione della Via della Seta,e, poi, nella creazione d’ imprese comuni in settori innovativi, e, infine, come si è cominciato a fare nel Forum di Venezia, avviando un’iniziativa apposita per fare, dell’ Europa, una destinazione turistica unitaria per i turisti cinesi, quelle sfide potranno diventare un’opportunità per uscire da un tunnel di decadenza su cui siamo avviati da ormai lungo tempo.

La possibilità di cogliere quest’opportunità dipende anche e soprattutto da uno sforzo per permettere alla nostra cultura e alla nostra società di trarre profitto da quelle della Asia per affrontare i temi oggi più urgenti e irrisolti: la formazione dell’ uomo in un’era di post-umanismo; la ricostruzione del senso dell’ identità e dell’ eccellenza, distrutti dall’omologazione universale; la coesistenza fra etnie, culture e modelli sociali diversi, senza l’imposizione di percorsi predefiniti.

In questo senso si è mossa per esempio, a Dicembre, la rivista “La Civiltà Cattolica”, presentando, con la partecipazione del Primo Ministro Gentiloni e del Professor Prodi, un’opera collettiva dedicata alla cultura e alla teologia cinesi, diretta e curata dal Cardinale Antonio Spadaro, direttore della rivista: “Nell’ anima della Cina”.

Il nostro libro (DA QIN) s’ inserisce in questo panorama con un profilo che potrebbe sembrare fin troppo ardito. Partendo dall’ intuizione di Federico Chabod, che l’idea di Europa potesse formarsi solo attraverso il confronto con altri Paesi sub-continentali, il progetto europeo viene visto, nel nostro libro, come speculare alla millenaria unificazione di Cina e India, le quali amano definirsi “Continenti-Civiltà”. Questo confronto permette di capire meglio l’idea di “identità poliedrica” formulata dal Papa a Strasburgo, come pure le esigenze di politica demografica e linguistica dell’ Europa, i modelli politici di lotta per la sua unità e indipendenza, e, infine, il ruolo che l’Europa può e deve occupare nel mondo.

Da questo confronto deriva anche la risposta a dodici domande fondamentali per la vita dell’ Europa, che costituiscono l’ossatura del libro e sfociano nella delineazione di una nuova strategia d’integrazione, volta a portare l’Europa, senza inficiare il suo carattere “poliedrico”, allo stesso livello di efficienza e di assertività degli altri sub-continenti dell’ Eurasia. Questo sarà possibile, a nostro avviso, attraverso un ricorso non retorico al “Principio di Sussidiarietà”, che ci invita a fare tesoro delle esperienze federali tipicamente europee, e, in primo luogo, del federalismo della Svizzera, Paese europeo multiculturale e assolutamente indipendente.

6. Le nostre iniziative

La nuova edizione di DA QIN vuol costituire anch’essa un contributo a questa ricerca. Alpina/Diàlexis sta rafforzando quest’iniziativa con il lancio di 4 Blog:

  • l’uno, in Italiano (“DA QIN”), in cui saranno inserite le nuove newsletter di carattere generale, che, d’ora in avanti, non potranno prescindere dalla tematica dell’ integrazione eurasiatica;
  • l’altro, in Inglese (“Turandot”), dedicato a un’illustrazione di carattere generale degli scenari posti in essere dalla Nuova Via della Seta;
  • il terzo (“100 tesi per l’Europa”), che tratterà della transizione dai temi delle Elezioni Europee dal 2014 al 2019;
  • il quarto ( “Technologies for Europe”), che parlerà del ruolo centrale delle tecnologie (e del loro controllo), nel progetto europeo;

DA QIN, L’Europa Sovrana in un mondo multipolare, Dodici ipotesi di studio per un federalismo europeo del XXI secolo, Nuova edizione riveduta e ampliata, Alpina, Torino, 2018, pag. 340, Euro 6,99; disponibile anche come e.book (Euro 2,99).

 


La nuova edizione di “Da Qin” verrà presentata il 24 maggio 2018 presso Il Laboratorio in via Carisio 12 a Torino. Il programma dettagliato verrà pubblicato successivamente su questa newsletter.