10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

 

ALPINA/DIALEXIS AL SALONE OFF DI TORINO

Come noto, nelle elezioni regionali del Molise, e, soprattutto, del Friuli, la partecipazione popolare ha raggiunto livelli bassissimi. Nel Friuli, si è rimasti al di sotto del 50% degli aventi diritto. Questo è solo l’ultimo esempio di come i cittadini siano disamorati dalla cosa pubblica, che, semplicemente, non è gestita, forse perché è divenuta letteralmente ingestibile.

Non v’ è il minimo dubbio, quindi,  sul fatto che il comportamento tenuto dai partiti subito prima e subito dopo le elezioni, basato solamente su considerazioni di potere e senz’alcun nesso con problemi reali o programmi effettivi, abbia esasperato una trend assenteistico in atto già da tempo. Quando il Movimento 5 Stelle, a pochi giorni dal voto, è corso a Washington per garantire un drastico cambiamento di politica internazionale; poi, addirittura, ha cambiato surrettiziamente online, senza avvertire nessuno, il programma elettorale approvato dalla base fra mille bizantinismi informatici, la fiducia degl’Italiani anche verso l’ultimo movimento che si pretendeva “diverso” e “antisistema” è caduta a picco in pochi giorni.

Ma in realtà, tutti hanno seguito lo stesso copione: non sbilanciarsi, lanciando sistematicamente ad altri le patate bollenti.

La teoria dell’ “Ignoranza razionale”

D’altra parte, la recentissima traduzione in Italiano del libro di Jason Brennan, “Contro la democrazia”, ci insegna che lo stesso fenomeno è in corso anche negli USA, dove, addirittura, è stata lanciata la teoria dell’”ignoranza razionale”: visto che il voto del singolo cittadino non conta nulla,  è razionale, anzi, diremmo noi, obbligato,  l’atteggiamento di quegli elettori che non spendono il loro scarsissimo tempo e danaro, non diciamo per fare politica, ma neppure per informarsi sulla cosa pubblica.

In questa situazione, insistere, come noi facciamo, a voler informare i cittadini, loro malgrado, su tematiche estremamente complesse, come la politica europea, i rapporti geopolitici in Eurasia o il modello sociale europeo, può sembrare una follia. In realtà, ci ispiriamo al verso di Hoelderlin, secondo cui, “quando il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva”.

Secondo le previsioni degli organismi internazionali, il nostro PIL ha smesso di crescere da aprile, e comunque, nei prossimi anni, crescerà addirittura meno del malandato PIL europeo; non per nulla, siamo stati sorpassati perfino dalla Spagna…

Che fare?

In realtà, non è vero che non si possa far niente per ovviare allo sfacelo.

Il crollo economico dell’ Europa (che tutti gli organismi internazionali hanno evidenziato ancora una volta qualche giorno fa, abbassando le previsioni di crescita da 2,5% a 1,4-1,9%); i dazi  di Trump decretati in violazione degli accordi promossi e sottoscritti dagli USA; le pagliacciate a livello europeo, con le minacce di sanzioni salatissime contro le Big Five che poi sono state immotivatamente del tutto abbandonate; l’approvazione di una legge sulla tutela dei dati che danneggia le imprese europee, ma non le Big Five; la bocciatura della seppur modesta proposta di Macron sulle liste transnazionali, dimostrano che, per migliorare, in un qualche modo, la nostra situazione, occorrerebbe operare energicamente sul piano europeo, non già su quello nazionale..

Ne consegue che il Governo italiano, da chiunque sarà composto, non potrà fare assolutamente nulla per arginare la catastrofica caduta della nostra economia, che prosegue più violenta che mai, salvo se si decidesse a battersi per una drastica modifica delle politiche europee verso il resto del mondo e verso le nuove tecnologie.Ma gli organi competenti (partiti, Stati nazionali, Commissione, Parlamento) sono troppo pusillanimi per farlo. È per questo che i partiti non hanno nessuna fretta di governare, sapendo che, facendolo, si prenderebbero delle grandi responsabilità e una ulteriore  dose d’impopolarità.

A questo punto, l’unica cosa che resta da fare a noi cittadini è la cultura, intesa, non già come una presuntuosa evasione in paradisi artificiali (siano essi snobistici, esoterici, ideologici o estetizzanti), bensì come doveroso studio di quanto sta accadendo intorno a noi, per modificarlo, preparando una riscossa.

Ri-educare gli Europei

Il deliberato non-governo in cui viviamo da almeno mezzo secolo  si fonda infatti sulla totale disinformazione: sulla storia della cultura europea; sulla geo-politica mondiale; sulle dialettiche intrinseche della modernità e della postmodernità…Con i nostri libri sull’Europa, sulla Cina, sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ecc…, miriamo semplicemente a colmare almeno in parte queste lacune, in modo che almeno qualcuno dei nostri concittadini, comprendendo la reale natura e importanza delle poste in gioco, sia preso dall’interesse, e, diremmo, dal senso del dovere verso la cosa pubblica, e si associ a noi in quest’opera di approfondimento e di dibattito.

È in questo spirito che partecipiamo al Salone Off, che ci offre l’opportunità di inserire, nei programma del Salone, manifestazioni dedicate a due temi che ci sembrano scottanti e improrogabili, ma sono da tutti negletti: il confronto fra Europa e Cina e il futuro del lavoro nella Società delle macchine intelligenti.

Nella prima delle due manifestazioni, quella del 10 Maggio, discuteremo su 13 questioni scottanti dell’ Europa alla luce delle soluzioni adottate dalle altre grandi realtà subcontinentali, e, in particolare, dalla Cina, l’enfant prodige dell’ economia mondiale, la quale, partita dopo la Seconda Guerra Mondiale completamente distrutta dall’invasione giapponese, appare oggi come il Paese più ricco e potente del mondo.

Nella seconda, quella del 14 maggio, considereremo come il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano forniscano indicazioni su come fronteggiare il rischio che le macchine intelligenti si sostituiscano agli uomini, non soltanto nel lavoro di fabbrica, bensì in tutte le funzioni sociali, comprese le più delicate, come quelle della riproduzione, della guerra e della pace e dello stesso governo. A questo proposito, si terrà particolarmente conto delle esperienze dell’Europa Centrale, e, soprattutto, della Germania.

Vi trasmettiamo qui di seguito una sintesi dei rispettivi programmi, riservandoci di comunicarVi ulteriori dettagli.

PROGRAMMA ALPINA/DIALEXIS PER IL SALONE OFF

Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontri con gli autori

 

Giovedì 10 maggio, ore 18

Prendersi cura dell’ Europa…con un occhio alla Cina

In occasione della pubblicazione del libro  DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

 

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione  Nuova  Generazione  Italo-cinese-, Movimento Federalista Europeo.

 

Chi, come ha fatto il Presidente Macron,  invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in una realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti  verso i loro compiti autentici: della scuola verso una cultura alta, dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate verso tecnologie autonome, dell’Unione verso le nostre antiche tradizioni costituzionali, delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia” , delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’ Europa come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano  l’ Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’ Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche  l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione,  di treni, autostrade e porti- , costituisce una fondamentale  speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’ Italia e dell’ Europa, travolte da un’interminabile decadenza.

Ne discutono, con l’ Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’ Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen , segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

 

Torino, 14 maggio 2018,ore 18.

Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti

In occasione della pubblicazione di “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’Enciclica ‘Laudato sì’”, di Alberto Acquaviva e Riccardo Lala

 

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis e Rinascimento Europeo.

 

La disoccupazione tecnologica richiede, oramai,  il controllo, da parte degli “stakeholders”, sui rapporti uomo-macchina, attraverso approcci nuovi, tanto rispetto alla vecchia contrapposizione lavoro-capitale, quanto nei confronti delle concezioni puramente formalistiche della partecipazione dei lavoratori, sempre più travolte dalle nuove forme di organizzazione del lavoro.

 

Il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, spregiati e negletti negli ultimi decenni, potrebbero  fornire, più ancora che non i paradigmi pragmatistici e post-umanistici oggi in voga, idee innovative, fondate sul rinnovamento e il potenziamento dell’ umano a partire dall’ irriducibile libertà e imprevedibilità della persona. La critica, da parte dell’Enciclica “Laudato sì”, delle “colonizzazioni culturali”, e le sperimentate ricette della partecipazione nell’ impresa, collaudate in Europa Centrale, forniscono una base sperimentale da cui partire.

 

Ne discutono con gli autori l’avvocato Stefano Commodo, animatore del movimento della società civile “Rinascimento Europeo”, Riccardo Ghidella, Presidente dell’Associazione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, e Ezio Ercole, Vice-presidente dell’ Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

 

L’EUROPA E GL’IMPERI DOPO LE ELEZIONI RUSSE

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese e  le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

4.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai 5ome una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia