“E’ L’ORA DELL’ EUROPA”

ANCHE SENZA UN ECOSISTEMA DIGITALE SOVRANO?

Tratta atlantica e Trail of Tears, il peccato originale del puritanesimo americano

Certo oggi è, come ha affermato Ursula von der Leyen, l’ora dell’Europa, perché, essendosi incrinata, grazie anche al Coronavirus,  la maggior parte dei vecchi miti su cui si è retto il sistema geopolitico degli ultimi 75 anni, l’Europa sta forse riuscendo a intravvedere senza paraocchi ideologici la realtà vera del mondo d’oggi e a pensare realistiche vie d’uscita dalla propria decadenza.

Tutte cose che, fino a pochi giorni fa, erano perfino inimmaginabili, perché ancora vigevano le “retoriche dell’idea d’Europa”, e, in particolare: il disdegno per le identità, la UE area più florida del mondo, il progresso continuo, lo “scudo atlantico”, il “diritto mite” dell’Occidente, il “piccolo è bello”, l’inefficienza del settore pubblico, il divieto d’ indebitamento della UE, e così via…

La battaglia fra Kowloon e Victoria, nel cuore di Hong Kong

1.La realtà svelata

Intanto, il Parlamento Europeo, nel suo studio “Thinking about the future of Europe” ha riconosciuto che l’integrazione europea non può procedere senza l’Identità Europea, e si è riproposto addirittura di promuoverla, pur senza fare troppi riferimenti ai miopi schemi pedagogici del passato. Questo cambio di passo è stato reso per altro inaggirabile dalla smentita, da parte della realtà, delle costruzioni ideologiche che avvolgevano finora il discorso pubblico. L’Europa, che fino a un paio di mesi fa si baloccava con l’eufemismo di un’asserita “stagnazione”, è stata costretta a riconoscere la realtà di una secca decrescita dell’Occidente, che non è una “fake news” di Mosca o di Pechino, ma una realtà comprovata dai numeri, di cui il Coronavirus costituisce in un certo senso solo un capro espiatorio. Poi, al progresso continuo della Scienza, dopo i balbettii dei virologhi di tutto il mondo e le fosse comuni in America e Brasile, non crede più nessuno. Quanto al preteso “scudo nucleare atlantico”, i dubbi di Trump sull’articolo 5, il rifiuto degli Europei di aumentare la spesa militare, il fallimento di Defender Europe 2020, la denunzia dei trattati nucleari, la militarizzazione dello spazio, i nuovi missili mare-terra, il ritiro delle truppe dalla Germania, i sondaggi pro-Cina e pro- Russia e il conflitto fra Trump e il Pentagono, è ovvio che esso semplicemente non esiste (se mai è esistito), mentre, in suo luogo, c’è invece una corsa senza limiti agli armamenti, che gli Europei non condividono ma a cui non  riescono ad opporsi. Il coprifuoco in America  supera di gran lunga quello di Hong Kong, e soprattutto ci ricorda che gli Stati attuali  hanno tutti, in un modo o nell’altro,  sulle spalle i colossali crimini del colonialismo  su cui si è fondata la Modernità e da cui soprattutto l’anglosfera non può uscire: nei due casi specifici, lo sterminio dei nativi americani, la tratta atlantica e le Guerre dell’Oppio (iniziata nel 1839 dalla più grande operazione antidroga della storia, quando gl’Inglesi, per difendere i narcotrafficanti, fecero fuoco, nella baia di Hong Kong, contro i battelli dell’ esercito imperiale cinese).   Il Coronavirus si è incaricato poi di dimostrare la debolezza strutturale di milioni e milioni d’imprese europee sub-marginali e tecnologicamente arretrate, che vivacchiano da decenni per inerzia, mentre Amazon, Facebook, Google, Tesla, Alibaba e Wechat (come ha riconosciuto la Commissaria Vestager che da tempo le avrebbe dovute contrastare)  sono uscite dalla pandemia ulteriormente rafforzate. Grandi imprese europee come Lufthansa e Alitalia debbono essere ricapitalizzate con la benedizione dell’ antitrust; gli eurobond sono in pratica già quasi realtà.

Unione e Stati Membri si stanno rendendo conto, seppure malvolentieri, di questo crollo dei vecchi miti, adottando qualche, seppur modesto, provvedimento nella giusta direzione, e, in tal modo, mettendo “un tampone” (è il caso di dirlo) sulle falle più evidenti, che potrà prolungare la nostra agonia, ma non impedire il decesso. Certo, sarebbe tragico se non facessero neppure questo, ma l’interminabile trattativa e le argomentazioni utilizzate dagli Stati membri sviliscono i seppur apprezzabili risultati raggiunti. Basti pensare alle assurde accuse degli Olandesi all’ Europa Meridionale (anche se non senza ragioni: il “bonus vacanze”), quando l’Olanda, con la sua connivenza con le multinazionali e con gli Stati Uniti sui “tax rulings”, è (insieme al Lussemburgo, all’Irlanda e al Regno Unito) fra le cause prime della decadenza dell’Europa, e, perciò, quasi responsabile di alto tradimento. O come quella dell’Ungheria, che lamenta che i “paesi ricchi” (ma quali sono?) vengano aiutati dai Paesi poveri.

Ma soprattutto risulta sfatata la pretesa che la solidarietà sia un valore precipuamente europeo (e perché non africano, islamico e cinese?), mentre invece, di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, non si è ancora riusciti, dopo 4 mesi, ad approvare neppure la sostanzialmente neutra comunitarizzazione del debito.  Che cosa ha fatto per il Coronavirus il Corpo Europeo di Solidarietà?

Il problema è che la cultura mainstream, ostaggio di ideologie che hanno, come minimo, 50 anni, non possiede neppure le basi minime necessarie per il  dibattito sul XXX millennio, quale espresso in America, per esempio,  da Asimov, von Neumann, Esfandiari, Kubrick, Joy, Kurzweil, De Landa, Schmidt e Cohen, dove le tecnologie digitali non sono solo un orpello per discorsi della domenica, bensì il  cuore pulsante di un apocalittico progetto globale. I rari Europei che vi ci sono cimentati, come Hawking, Rees, Bostroem, Tegmark, Ferrando, Laurent, Floridi, Nida-Ruemelin sono rimasti al livello di studi accademico, senza aspetti propositivi.

Ne consegue che tutto il grande agitarsi intorno all’”Altra Europa” ha appena scalfito la superficie dei problemi di oggi, perché non ha fatto i conti con i veri convitati di pietra:  l’”algoritmo decisivo”, la “Macchina Mondiale”,  gli squilibri  nucleari, Prism, ecc…

L’esecuzione dei leaders dei Sepoys a cannonate da parte delle truppe inglesi

2.Perchè non ci stiamo ancora muovendo?

Il problema principale è quello del timing. Le positive  tendenze che stanno emergendo (constatazione della “fragilità” di tutti noi Europei, sospetto  verso i “consulenti” tecnici o economici dei Governi, equidistanza fra USA e Cina, interesse per le grandi imprese e i campioni europei, rivalutazione di funzioni pubbliche come la sanità e i fondi sovrani, perfino la faticosa nascita degli Eurobond), arrivano dopo che i nostri principali concorrenti (Cina e USA) sono già andati molto più avanti su queste strade, con sussidi pubblici immediati alle vittime della pandemia, gestione della crisi in prima persona da parte dei Presidenti, investimenti colossali  nelle nuove tecnologie, valute digitali, “advocacy” sfacciata a favore dei propri colossi, militarizzazione della sanità, applicazione del diritto economico di guerra, scavalcamento delle autorità locali in base allo stato di eccezione).

Come non ci stanchiamo d’insistere, l’area in cui il sorpasso sull’Europa è più evidente è quello delle nuove tecnologie, in cui tutti i Paesi del mondo continuano ad avanzare a tappe forzate, e di cui, in Europa, tutti rifiutano perfino di parlare. E’uscito recentemente un eccellente libro di Simone Pieranni, “Lo specchio rosso”, in cui quest’ autore ci illustra in modo competentissimo, dettagliato ma chiaro, come tutte le innovazioni sociali sognate e tentate dall’utopismo tecnologico californiano abbiano già trovato attuazione in Cina, in modo che, estrapolando comparativamente gli scenari dei due Paesi, possiamo comprendere quale sarà il prossimo futuro del mondo. Un futuro certo difficilissimo per gl’individui amanti della libertà, e dove l’Europa sarà un soggetto puramente passivo, in quanto tutti i suoi dati continueranno ad essere detenuti “in ostaggio” dalle Superpotenze, e l’Europa stessa mancherà di qualunque strumento -concettuale, umano, tecnologico, militare- per influenzare in qualche modo l’avvenire antropologico del mondo. Quindi, il contrario dell’auspicata “esemplarità”.A meno di prendere la situazione di petto hic et nunc, molto più di petto di quanto non si stia facendo adesso. Come scrive Dario Fabbri su Limes, “Così oggi miliardi di cittadini – attraverso post, mail, blog – affidano i loro pensieri più intimi alle società della californiana Silicon Valley, più Microsoft e Amazon che hanno sede a Seattle. Di fatto, l’80% della popolazione connessa nel pianeta, che offre agli americani la più grande quantità di informazioni della storia”.

A partire da Crucé, per passare a Kant e Coudenhove-Kalergi, per arrivare a Spinelli e a Papa Francesco, l’Europa ha sempre preteso di costituire un modello per il mondo grazie alla sua ambizione di costruire un ordine mondiale di carattere consensuale, sia esso di carattere etico o di carattere istituzionale. La definizione dell’ Europa quale “Trendsetter”, contenuta nel pacchetto digitale della Commissione, si riallaccia a questa pretesa con un termine nuovo. Tuttavia, come noto, tutti i grandi Stati subcontinentali hanno questa pretesa di esemplarità, a cominciare dalla dal Tian Ming cinese, per passare al “Patto” di Israele,alla “Hvarenah” achemenide,  alla “Hierotate Chora” dei Tolomei, alla Pax Augusta, al Califfato, al Tercio Imperio portoghese, alla “Casa sulla collina” dei Puritani, all’ “internazionalismo proletario”. Questa pretesa universalistica traduce semplicemente una legittima ambizione di “leadership”, espressamente riconosciuta come benefica per esempio dal Corano. Tuttavia, essa, per essere credibile, deve tradursi in fatti concreti, ché, altrimenti, si traduce nella copertura ideologica di altri interessi.

Purtroppo, nel momento stesso in cui l’Europa avanza questa pretesa,  la situazione effettiva dei diritti degli Europei è la più grave in tutto il mondo, perchè le nostre Autorità, a dispetto dell’ enorme produzione cartacea (cfr. i Quaderni  di Azione Europeista “Habeas Corpus Digitale” e “Corpus Iuris Technologici” dell’ Associazione Culturale Diàlexis) , non hanno fatto ancora nulla sul piano tecnico per difendere i cittadini contro la colonizzazione culturale denunziata dal Papa, come dimostrato per acta dalla causa Schrems. In base alle risultanze processuali e ai documenti di Snowden pubblicati da Wikileaks,  i nostri dati  sono già stati trasferiti, e continuano ad essere trasferiti,  nonostante il DGPR e addirittura grazie al Privacy Shield e alle Standard Contractual Clauses, nei server delle OTTs e della NSA, mentre, a detta di quest’ultima, l’intelligence cinese starebbe hackerando tutti i database americani, cosicché i nostri dati, militari, tecnologici, economici e personali sono in pratica disponibili a tutti tranne che all’Unione Europea, ai nostri Governi, alle nostre imprese e ai nostri eserciti (i quali tutti avrebbero pure diritto, a mio avviso, alle condizioni del GDPR, di poterne fruire, e di negare invece tale fruizione ai soggetti extraeuropei, come fanno, appunto, USA e Cina, ma, in gran parte, anche India e Israele).

L’iniziativa Gaia-X, di un cloud europeo (un consorzio di dodici piccole realtà esistenti), inaugurata il 9 maggio dai ministri francesi e tedeschi, costituisce, nonostante le roboanti promesse di sconfiggere gli OTTs, l’ennesimo pannicello caldo, perché è solo sperimentale, si riferisce solo ai dati delle imprese, e non quelli dei cittadini, è comunque parziale e non protetta contro lo spionaggio delle Grandi potenze. Nel 2018, gli Stati Uniti avevano  approvato il cosiddetto Cloud act: una legge federale che – fra le altre cose – permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa dati e informazioni sensibili anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense. Compresi quindi i server fisicamente in Europa, zeppi di dati di cittadini europei, ma di aziende Usa. Una misura che si scontra in pieno con gli articoli del GDPR sulla tutela dei dati dei cittadini europei, ed ha provocato molte cause e sanzioni contro imprese europee.

Questa situazione permette  agli Americani di pilotare la politica, la tecnologia e l’economia mondiali, e, soprattutto, europee, facendo in modo soprattutto che non si formi mai, in Europa, un agglomerato di forze capaci di “sfidare”  come dicono gli Americani, le Grandi potenze. Questo è valido in primo luogo in campo economico, dove i profitti di Google, Amazon e Facebook, realizzati con l’utilizzazione economica dei nostri dati e scontando, grazie ai “tax rulings”, imposizioni irrisorie, costituisce, come ha spiegato Evgeny Morozov, una vera imposta sull’ economia reale, i cui utili vengono reinvestiti fuori dell’Europa per espandere ai nostri danni un impero tecnologico mondiale dei cui frutti non godiamo. Come scrive Pieranni, “per l’ Europa, poi, il destino potrebbe apparire inesorabilmente legato alla seguente domanda: preferiremo che i nostri dati siano in mano cinese o in mano americana?”

Pensando all’enormità del valore sottratto all’ Europa e al gettito evaso, è facile capire il perché del deficit cronico delle nostre economie, “potate” dagli OTTs di una bella fetta del PIL, e continuerà ad esserlo anche dopo la (ancora ipotetica) web tax.

Ma perfino nel campo della lotta alle malattie, ogni forma di progresso avviene esclusivamente all’ interno delle strutture per la “Guerra Senza Limiti” fra le Grandi Potenze.  Mentre nel 2018, il Commissario Moedas aveva risposto a Macron che l’ Europa non vuole creare la propria DARPA, Obama  creava la BARDA (“Biological Advanced Research and Development Authority”), ricalcata esattamente sul DARPA, per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Visto che la BARDA sta facendo vistosamente cilecca, e il Coronavirus sta provocando all’ America più danni della guerra del Vietnam, Trump ha  lanciato l’ “Operation Warp Speed”, che richiama al contempo la tsiolkovskiana Warp Speed di Star Trek e il Project Manhattan di Hiroshima e Nagasaki, ponendo alla sua testa un generale. Anche in Israele, l’Istituto per la ricerca biologica di Nes Tsiona è legato al Ministero della Difesa. Infine, anche  in Cina, la ricerca del vaccino è diretta Maggiore Generale Chen Wen, ufficiale medico   in servizio permanente effettivo.

3.Uno strano silenzio

Dunque, senza un web europeo e agenzie europee per la tecnologia, le pur meritorie azioni di Corte di Giustizia, Commissione, Parlamento e Consiglio, sul GDPR, sull’antitrust, sulla Web Tax, rischiano di rimanere puramente simboliche, come dimostrano i casi Echelon, Wikileaks, Prism e Schrems, visto che il GDPR, a causa delle leggi americane, non viene rispettato dalle OTTs, la Commissione riscuote qua e là qualche multa, ma non colpisce la monopolizzazione in sé, la Web Tax continua a non essere riscossa mentre dovremmo chiedere anche gli arretrati, Obama aveva rifiutato di firmare un no-Spy Agreeement, Assange e Manning restano in carcere senz’alcuna protesta da parte UE, Schrems sta tentando da 12 anni di vedere riconosciuto dalla Corte di Giustizia il suo diritto alla privacy e i cittadini di Hong Kong che avevano aiutato Snowden a fuggire dagli USA hanno dovuto a loro volta fuggire in Canada.

Non per nulla Zuckerberg e Pichai, che avevano fatto visita alla Commissione nei giorni immediatamente precedente la pubblicazione del pacchetto digitale europeo, ne sono usciti raggianti, mentre altri guru digitali americani firmavano addirittura un protocollo in Vaticano.

Commenta Colliot da Limes: “Nonostante le ambizioni, però, l’Europa rischia di fermarsi a metà del guado sul digitale: un ambito in cui per ora sembra giocare di sponda, accettando l’egemonia statunitense e cercando al massimo di regolarne gli eccessi. Malgrado gli sforzi e le dichiarazioni, l’UE non appare ancora capace di sviluppare un equivalente di Google o di Facebook: delle 200 principali aziende digitali del mondo, solo 8 sono europee.”

Non è vero che non sia possibile scalzare l’assoluto monopolio delle OTTs, perché la Cina ci è riuscita brillantemente in una ventina di anni, creando delle equivalenti di Google, Facebook e Amazon (in concorrenza fra di loro sul mercato cinese). Ed è questa la chiave di lettura centrale dello scontro USA-Cina: mentre Schmidt e Cohen avevano teorizzato che Google avrebbe sostituito Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo, ora un’azione analoga la starebbe compiendo Huawei a favore della Cina.

Tuttavia, poiché gli Stati Uniti hanno impiegato più di 20 anni per passare dall’ invenzione di Internet da parte delle forze armate fino al suo lancio commerciale, forse solo se l’Europa partisse adesso con la prima fase, quella “segreta”, riuscirebbe ad arrivare sul mercato prima del “sorpasso” delle macchine sull’uomo, o della guerra fra superpotenze, ambedue probabili sbocchi fatali provocati dalla corsa generalizzata verso la cyberguerra.

E questo sarebbe il momento ideale per farlo, perché  perfino Elon Musk sta proponendo all’autorità antitrust americana, proprio per uno scrupolo di libertà di pensiero,  il “break-up” di Amazon, di cui la creazione di un campione europeo potrebbe essere il logico “pendant” in Europa.

Se l’Europa vuole proporsi veramente come il “trendsetter” in campo digitale contro il progetto apocalittico degli OTTs, e pertanto costringere le Grandi Potenze a sedersi intorno a un tavolo per stipulare un accordo sul digitale come quelli sul nucleare, non può presentarsi al tavolo delle trattative come semplice un mercato da colonizzare, bensì deve già avere un proprio web, sul quale sperimentare e dimostrare la validità del suo “umanesimo digitale” di Nida-Ruemelin, e comunque sottraendo i suoi cittadini al controllo di potenze extraeuropee. Come hanno detto Trump e Macron e in netto contrasto con la retorica “angelistica” (come la chiama Papa Francesco), in queste cose vengono rispettati solo i soggetti forti e autonomi. Questo vale tra l’altro anche in campo nucleare.

Le Istituzioni (compreso soprattutto l’onnipotente Consiglio) debbono spiegare agli Europei perché non si stia facendo nulla in questo campo, e neppure se ne discuta. Non ci si dica che non esistono le competenze giuridiche europee, perché lo stesso Parlamento, con lo Studio dell’ EPRS intitolato “Unlocking the potential of the EU Treaties”, ha chiarito che  si può utilizzare a questo proposito l’art. 171 TFEU.

Notiamo con preoccupazione che nessuno dei documenti pubblicati dalla Commissione e dal Parlamento sul digitale fa alcun riferimento a un’azione concreta relativa alla sovranità digitale europea, invocata invece a gran voce da Macron e dal Senato francese. C’è un accordo segreto? Le visite alla Commissione di Zuckerberg e Pichai lo fanno pensare. I due sono molto bravi a fare credere a Europei e Cinesi di essere indipendenti dallo Stato americano, ma, se ciò veramente fosse, i loro rispettivi business non esisterebbero neppure, come dimostrano Cambridge Analytica e la “precettazione” di Google in base al War Production Act per combattere al crollo del valore dei bitcoins.

I medici albanesi in Lombardia

4.I voti  del Parlamento Europeo in materia digitale.

Per tutti questi motivi, avevamo indirizzato nelle scorse settimane una serie di lettere con cui pregavamo la Commissione ITRE del Parlamento di non votare il rinnovo “tels quels” per il prossimo settennio, delle circa 40 agenzie della Commissione, per lo più di carattere tecnico, tutte basate sull’ idea di “congelare” il mercato tecnologico europeo, come pure di tutti i programmi e strumenti tecnologici europei esistenti, senza invece l’obiettivo di un vero “ecosistema digitale sovrano europeo”, indipendente dalle OTTs (obiettivo conclamato, ma mai perseguito). Purtroppo, a parte una cortese e.mail del Presidente Sassoli, non abbiamo ricevuto alcuna reazione sulla sostanza della questione, per cui presumiamo che si procederà alla conferma del pregresso, così bloccando un dibattito che, invece, in pendenza del nuovo quadro settennale e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, dovrebbe restare aperto, proprio per fare salvo il principale obiettivo di sostanza: il web europeo.

In generale, si può dire che, non solo per ciò che riguarda queste agenzie, ma in generale per tutto ciò che concerne le politiche tecnologiche dell’Unione, le Istituzioni stiano già “blindando” il prossimo settennio, escludendo che in questo periodo si possa concretamente perseguire la sovranità digitale (e salvaguardando così gl’interessi, non solo degli OTTs, ma anche di molti  Enti di sottogoverno la cui utilità è dubbia, e che, a nostro avviso dovrebbero essere sostituiti da un potente DARPA europeo).

Confidiamo nella Sessione Plenaria del Parlamento per un intervento correttivo, che lasci alle Istituzioni e alla Conferenza il margine necessario per lanciare l’Ecosistema Digitale Autonomo (al limite con strumenti finanziari, ma soprattutto normativi, a oggi non esistenti).

Torneremo ovviamente, e abbondantemente, su questi argomenti.

Abbiamo girato intanto lettera, opportunamente aggiornata, anche ai presidenti dei gruppi politici del Parlamento, sperando che facciano qualcosa (cfr. “Technologies for Europe”). Poi, come aveva scritto Carlo Marx alla fine della Critica al Programma di Gotha,  dovremo dire: “Scripsi, et salvavi animam meam”.

L’arresto di Assange, una vergogna per l’Inghilterra e per l’ Europa

OLD-NEW FINANCIAL APPROACHES FOR EUROPE

Walther Rathenau, the author of “The New Economy”

When people say that, after Coronavirus, nothing will remain the same, they refer first of all to economy.According to us, this must go much further, first of all inb the financial sector.

Indeed, we seealready now, in many directions, some signs of change, though balanced by the eternal conservatism of our establishments. From one side, digital currencies are altering already now several aspects of traditional economies, especially as concerns digital payments in China, where digital has become, within the framework of the new web economy of the “BATX”, the prevailing means of payment. Their role has been powerfully enhanced by Coronavirus, because the digital network of Alipay has become the key instrument of virus tracking, and digital payments, not involving the physical handling of money, have been a powerful means of prevention, so to become mandatory in high risk situations like the one of Wuhan.

From another point of view, the whole structure of the economic philosophy underpinning the Euro has been eroded, first of all by Quantitative Easing, then by the ongoing generalized economic crisis, already present before Coronavirus, but worsened by the same. This has brought about the need to find out new thinking modes, which we will outline here, and on which we will revert in the forthcoming publications of Associazione Culturale Diàlexis.

The new Chinese Central Banl Digital Currency: a model worldwide

1.Central Banks Digital Currencies

On May 23, Partha Ray and  Santanu Paul have written, in the Indian newspaper “The Hindu”, a detailed article highlighting the crucial, and revolutionary, features of the new Chinese digital currency.

It is worth wile going through this report, for picking up information and ideas which would be useful also, and especially, for Europe:“While the world is grappling with the fallout of COVID-19 and speculating on how far China can be blamed for the pandemic, a silent digital revolution is taking place in China. On April 29, 2020, the People’s Bank of China (PBoC), the country’s central bank, issued a cryptic press release to the general effect: ‘In order to implement the FinTech Development Plan (2019-2021), the People’s Bank of China has explored approaches to designing an inclusive, prudent and flexible trial-and-error mechanism. In December 2019, a pilot programme was launched in Beijing. To intensively advance the trial work of fintech innovation regulation, the PBoC supports the expansion of the pilot program to cover the cities of Shanghai, Chongqing, Shenzhen, Hangzhou, Suzhou, as well as Xiong’an New Area of Hebei, by guiding licensed financial institutions and tech companies to apply for an innovation test.’ “

In media reports, in the recent past, China has emerged as the capital of the crypto ecosystem, accounting for nearly 90% of trading volumes and hosting two-thirds of bitcoin mining operations. The People’s Bank of China tried hard to curtail this exuberance but achieved limited success.

The benefits of Central Banks Digital Currencies (CBDC) are:

-paper money comes with high handling charges and eats up 1% to 2% of GDP, which can be spared;

-by acting as an antidote for tax evasion, money laundering and terror financing, CBDCs can boost tax revenues while improving financial compliance and national security;

-as a tool of financial inclusion, direct benefit transfers can be instantly delivered by state authorities deep into rural areas, directly into the mobile wallets of citizens who need them

-CBDCs can provide central banks an uncluttered view and powerful insights into purchasing patterns at the citizen scale

A digital currency would be beneficial especially for Europe, which has a dramatical need to increase is own cash creation power without borrowing on international markets. The expertise of the PBoC could be transferred through cooperation within the framework of the new Investment Treaty, whose scope should be enlarged to various aspects of economic cooperation, alongside the path of the Italian Silk Road MOU.

An investigation carried out by the Bank for International Settlements shows that most Central Banks are working out hypotheses of digital currencies, but China is the pioneer, as in all other social innovations and technologies..

Rudolf Hilferding, the theorist of the State-monopoly capital

2.An inversion of attitudes between Europe and USA about strong and weak currrencies

The stress since the start of the Euro had been on the idea of “stability”, -whilst, on the contrary, the monetary policies of the FED and of the Bank of China were stigmatized as politicized and volatile-. Such stress has been reversed by the most recent attitudes of European Institutions.

The ECB had already had recourse, against its natural inclination, to Quantitative Easing, after that Abe and Obama had already made massive use of this instrument following to the Subprime crisis, so rendering it “politically correct”. At the occasion of the Coronavirus crisis, the ECB has made recourse again, more than before, to this instrument, so resulting to be the major source of emergency liquidity in favor of Member States. Now we have a further panoply of emergency and recovery funds, which do not comply any more with the preceding monetary orthodoxy, and that could, and should, open the way to the total reversal of past policies .

Now, it is US president Trump, that, for the sake of preserving the role of the dollar as the reserve currency by excellence, is extolling the virtues of stability, as compared with the weakness of Euro and of Yuan .

This necessitated abrupt change of the European financial policy, though maintained, uo to now, within a strict political and ideological control, cannot avoid to shadeimportant doubts on the traditional metapolitical grand narrative of Euro.

According such narrative, this currency was a cornerstone of the European integration because it embodied to the utmost extent the stability goal attainable by the preeminence of economy over politics, which purportedly was the civilizational achievement of the European Union, rendering it superior to any other political form in history (including the United States). This hegemony of economics corresponded to the ideal of “Douce Commerce” expressed by Benjamin Constant as the landmark of representative constitutionalism, which, by this way, was supposed to set the concrete bases for the “Eternal Peace”, which, according to Kant, would have been grounded on the preeminence of merchant values on the ones of glory a and honour, typical of old monarchies.

Europe could have achieved such goal of “Douce Commerce” because, as stated eventually by Juenger and Schuman, WWII would have shown to Europeans the necessity of avoiding wars, and, therefore, to find a peaceful organization of Europe. Such peaceful Europe would have required giving up strong national identities, and the related cultural atmosphere oriented towards war. This was even the characteristic which distinguished Europe from U.S. (for Kagan, “Europe coming from Venus, US from Mars”). According to this narrative, US hegemony constituted even a blessing, avoiding to Europe the burdens of war and allowing to it to carry out that historical experiment.

Following to a mix of marxist determinism and Rostow’s Development Theory, mainstream Euro ideology maintained that wars are a by-product of economic contradictions. In particular WWII would have been the outcome of Weimar inflation and Great Depression, which, by disenfranchising the German middle-classes, had created the psychological background for Nazi revisionism. By contrast, the new stability policies of the Federal Republic would have been the main instrument for preventing the falling back of Europe, and especially of Germany, into the “cultural atmosphere” of the Thirties (the “Destruction of Reason” described by Lukàcs), which had rendered the Axis possible.

The problem for these theorists is now that the present fall of the economic background set up with the Euro could make possible a disenfranchisement of middle classes parallel to the one of the Thirties and their orientation towards populism, which, at its turn, could make possible the rebirth of violent forms of empowerment (“Selbstbehauptung”).

Albeit the ideological Byzantinism of the above narrative is self-evident, there is something true in its reasoning. The end of the illusion of an unprecedented richness of Europeans, which has been so well cultivated in post-WWII Europe – by the ERP, by the mythologies of neo-realism and of dolce-vita, of welfare State and Occidentalism, had been seriously set in doubt by the 1973 Oil Crisis, by the crises of the Twin Towers and of Subprimes and by the comparative reduction of Europe’s GNP as compared with China and developing countries. The higher growth rate of such countries not having given up to their sovereignty and to a realistic orientation of their ruling classes have shown that Rostow’s Development Theory is not apt to explain the real economic trends of the world.

The need, by European Institutions, to follow , for salvaging European economy, paths alternative to monetarist orthodoxy, such as Quantitative Easing, monetization of debt, deficit spending, State aids, shows that there is no unavoidable trend in world economy, and that Europeans are free again to choose their economic destiny.

According to me, the case of Italy is the most perspicuous. Italy’s economy had grown at a very fast pace before and during the two world wars because the ambitions of the unified State had led it automatically towards expansionism and militarism. Eventually, the huge industrial structures and widespread industrial culture created for the needs of war had purposefully not been destroyed by the Allies because they would have resulted to be too useful after the war. The conversion of Europe from a war economy to a consumption society had brought about the so-called “Italian Miracle”. Unfortunately, since it was just an epiphenomenon of wars, such “Economic Miracle” finished less than 30 years after the war (in 1973, with the Oil Crisis), even if this abrupt end was masked by the increased salaries,inflation , the extension to middle classes of social benefits already accrued to blue collars, and a large dose of propaganda, by State, media, enterprises and trade unions.

Michal Kalecki, the inventor of “Military Keynesism”

3.A further step forward

Presently, the need for a realistic approach to the management of economy is felt more than ever.

At knowledge level, it must result clear that economy is a human science, and, as such, it is not an exact science. As a consequence, all of its theories, stories, approaches, solutions, are always very subjective.

Second, at meta-political level, the fact that war has not appeared, at least in Europe since WWII, in the traditional forms of direct and massive violence, does not impede that a “war without limits” is carried out every day under our eyes, with propaganda,mafia, excellent murders, military expenses, ethnic wars, terrorism, espionage, extraordinary renditions, humanitarian wars. A State which gives up to counter this kinds of violence carried out by other States or organizations against itself, its territory, its citizens, its economy, is damned to disappear within a short period of time.

At political level, this situation is opening up the possibility to discuss concretely each specific issue on a solid basis, showing which have been the mystifications and the mistakes of the past, the political distortions influencing still now a correct strategical approach, and in any case proposing alternative paths, apt to reverse the structural weaknesses of European economies.

It is loughly is that, when thinking of the “necessary reforms” of our economies, everybody thinks of the reduction of employment and social benefits, as well as a further minimization of the role of States.

Unfortunately, these processes, which have been the most evident causes of acceleration of Europe’s decline, are not the ones apt to reverse it. On the contrary, a serious “reform” should start from a thorough study (now possible thanks to Big Data), of what Europeans are really doing and of what the market really need.

There will be many great surprises.

Such study would bring us to ascertain that, today, the largest part of Europeans is not present on the labor market (because many women work at home, the number of pensioners is growing exponentially, young people do not start working before 20 years, there is a lot of unemployed and under-employed workers, sick persons and prisoners. Secondly, most people who are employed are producing things which are relatively not useful for European societies (such as the huge amount of commercial businesses, which now are almost bankrupt, or the production of luxury cars, which have no market, or military bureaucracy, deriving from the existence of 40 different armies), whilst, on the contrary, products and services which are badly needed, either for homeconsumption (such as education, research, industrial restructuring services, maintenance of territories), are not produced by anybody.

Today, the European market, left to itself, is not able to match society’s needs with workforce availability. Europe must set up, first of all, the Big Data which will be able to map this situation and provide for a general plan for the next 7 years, during which people will be trained, financing will be provided, enterprises will be restructured, employees will be hired, in such way that all necessary activities will be carried out by somebody, and that everybody finds an occupation corresponding to his skills.

All this has not very much to do with Keynesianism, which is just one of the options within the prevailing American- type liberalism. We cannot call it “corporatism”, nor “State command economy”, both having resulted, in the government practices of the XX century, to be just two alternatives compatible with Western globalization, all of them falling within the Aristotelian definition of “Chrematistiké”.

That “good government”should be an application, in practice, of the ideas of Aristoteles about “oikonomìa” as alternative to “chrematistiké”, or, in a more recent application, of the ones of Hilfereding, about “Staatsmonopolistischer Kapitalismus” or of Kalecki, about “military Keynesism”.

The overall scheme of tEuropean recovery interventions

4. A European NATO-like Emergency Service

The problem of the European post-Coronavirus interventions is that the very complex structure of the European Union renders its intervention slow, ineffective and not transparent.

In fact:

1)each action has to go through:

-a proposal phase (through Member States, and Commission);

-a decision-making phase (ECB, Council, Parliament)

-an implementing phase (Financial markets, Governments and Parliaments)

-an administrative phase (Ministries, Regions, banks);

-a jurisdictional control.

b)Each phase imply lengthy negotiations with egoistic interests, which hinder emergency interventions (Member States, Central Banks, political parties, Ministers, enterprises, professions, regions, cities):

-disputes about the nature of the aids;

-US interferences;

-instrumental polemics;

-media manipulations;

-personal ambitions;

-organised crime;

-unconscionable citizens’attitudes;

c)it is impossible to understand really what happens (Byzantinism of European regulations; uncomplete nature of compromise regulations; need of national implementing activities;fraudulent implementation):

-the swinging attitudes of financial markets;

-the upredictable impact of the financial compact;

-the ever changing decisions of parliaments, goverments, regions and mayors.

The EU authorities would have liked to be able (as Josep Borrell dreamed), to send armored convoys with European flags to bring first aid to victim popuilations. On the contrary, whilst Chinese, Russian, Cuban and Albanian aid arrrived physically and officially within a few days from the requests of the relevant governments, European aid has nort yet arrived, and will never arrived with military medica and with European flags.

Under these conditions,how to be surprised that most Italians consider China as the most friendly country?

This constitutes an objactive drawback of the European system. Ursula von der Leyen, David Sassoli,Josep Borrell, Paolo Gentiloni and Dubravka Suica must work harder on that, creating a complete system of European enìmergency intervention, if necessary as a joint intergovermment project, like NATO, with own dotations, own personnel, equipment, stock, commandment, without being bound to discuss everything with everybody.

CHE FINE HA FATTO LA STRATEGIA INDUSTRIALE EUROPEA?

Jean-Jacques Servan Schreiber

Pubblichiamo qui di seguito, con una breve premessa, la versione italiana del post di “Technologies for Europe”, in cui si è relazionato sulle lettere aperte inviate, dall’ Associazione Culturale Diàlexis, a Parlamento, Consiglio e Commissione.

1.Breve storia della politica economica e industriale dell’ Europa.

Qui vogliamo mettere in evidenza soprattutto che, come risulta dallo screenshot, allegato, del sito della Commissione, quest’ultima aveva previsto l’ambiziosissima tappa di una “Strategia Industriale Europea” come inserita (per marzo 2020), nel percorso per pervenire al “Green New Deal”. Orbene, senza una strategia industriale non è possibile nessun’altra strategia. Anche perché, oggi, i confini fra industria, da una parte, e cultura, geopolitica, biopolitica..,sono divenuti evanescenti.

A parte il Coronavirus, i rapporti fra strategia industriale e Unione Europea sono stati sempre difficili, perché, nonostante che Jean Monnet fosse stato il più importante pianificatore (nel senso sovietico del termine ), che mai abbia avuto l’ Europa Occidentale (era il “Commissaire Général au Plan), e nonostante che la CECA fosse praticamente un cartello, i Trattati furono redatti con il supporto determinante di giuristi americani, legati nello stesso tempo alle banche d’affari e all’ Amministrazione Americana. Si legge per esempio testualmente nel suosito della sede di Bruxelles che  “Cleary Gottlieb’s Brussels office was established in 1960 as a direct consequence of the close relationship between French political and economic adviser Jean Monnet and former U.S. Under-Secretary of State, George Ball, one of the firm’s founding partners and legal advisor to Monnet on the implementation of the Marshall Plan and the drafting of the Treaties of the European Communities.”

Per questo motivo, i Trattati sono stati ispirati all’ideologia liberistica, e mirano soprattutto ad evitare la formazione di forti cartelli europei (i “Campioni Europei”, capaci di competere con i colossi americani.

Anche l’idea di una programmazione, amatissima dall’Amministrazione americana nell’ immediato Dopoguerra in quanto erede dell’economia di guerra (il Piano Marshall), divenne presto tabù.

Per questo motivo, né l’Unione Europea, né gli Stati Membri, avrebbero dovuto avere una politica industriale. Né, d’altro canto, una politica industriale ufficiale avrebbero gli Stati Uniti, dove, come brillantemente intuito da Kalecki, la politica industriale la fanno le forze Armate (per il tramite del DARPA).Perfino la Francia ha dovuto smorzare negli anni la sua politica indstriale, declassando il Commissariat Général au Plan al rango di un’ “Agency”:France Stratégie. Cosa che in epoca di neo-liberismo internazionale era capitato un po’ dovunque, dal Giappone alla Cina.

I pericoli di questa situazione erano stati giustamente posti in luce, nel 1968, da Jean-Jacques Servan-Schreiber, e, nel 1983, da Glotz, Lutz Suessmuth, ma senz’alcun risultato; anzi, l’ Europa subiva, nel 1973, la cisi petrolifera, e, negli anni successivo, l’aggravarsi del technological gap, restando esclusa (casi Olivetti e Minitel) dall’ informatica, per poi venire travolta dalle crisi delle Torri Gemelle, dei subprimes, delle sanzioni, delle guerre commerciali e del Coronavirus..

Le stesse cose le scrive ora, anch’essa con scarsi risultati, Mariana Mazzucato.

Solo l’anno scorso, con enorme fatica, il Ministro tedesco Altmaier era riuscito, scusandosi mille volte, a fare accettare l’idea di una “politica industriale per la Germania e per l’Europa”, ma, dopo consultazioni con l’industria tedesca e con i Francesi, si era accontentato di una versione edulcorata, che sarebbe forse stata fatta propria da Bruxelles se non fosse sopravvenuto il Coronavirus.

Alla fine di Febbraio, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate, e la maggiore preoccupazione di Altmaier era stata quella di farsi autorizzare da Bruxelles a nazionalizzare le grandi imprese in crisi. La Commissaria Vestager faceva ancora di più: non solo concedeva l’autorizzazione, ma poneva anche il vincolo che l’intervento fosse provvisorio e che gli Stati Membri non richiedessero poteri nelle società “nazionalizzate”. Con il solito risultato di pubblicizzare le perdite e privatizzare gli utili.

Quindi, tutto il lavoro fatto sulla Strategia Industriale è oggi da rifare, e certo non lo si rifarà in tempo per progettare il budget 2021-2027.

In questo periodo, quando tutte le principali decisioni sono sospese in attesa che la pandemia prima o poi si attenui, non si può per altro perdere altro tempo nel decidere il futuro che vogliamo per l’Europa.I processi decisionali europei sono stati paralizzati  addirittura per due anni: prima, a causa delle Elezioni Europee, poi, per l’onerosa procedura necessaria per formare la nuova Commissione, e, finalmente, dallo stato di eccezione dovuto alla pandemia.

Ma già prima di allora si andava accumulando una gran massa di problemi irrisolti: l’incertezza nei rapporti con il resto del mondo, così come l’incessante decadenza demografica, culturale, politica, economica e tecnologica, rispetto agli altri Continenti.

Peter Glotz

2.Un muro di gomma contro la realtà

“Consapevole di questi pericoli, l’Associazione Culturale Diàlexis non si è mai stancata di sollecitare tutti i soggetti responsabili a farsi carico di quest’emergenza, facendola rientrare fra le priorità dell’Europa. Rendiamo conto sistematicamente, tramite questo sito, dei passi compiuti verso le varie Istituzioni. Per ora, solo alcune di esse hanno reagito.

Quando, parecchi decenni orsono, incitavamo di non cedere ad ideologie irrealistiche, nessuno ci ascoltava; quando tentavamo d’indirizzare gli Italiani verso lo studio del sistema sociale mitteleuropeo per trarne degl’insegnamenti, nessuno era interessato; quando viaggiavamo per tutto il mondo per promuovere una forma di globalizzazione che potesse essere feconda, al contempo, per l’Italia, l’ Europa e i Paesi terzi, tutti ci boicottavano; quando ammonivamo contro l’indifferenza verso l’assenza di un’identità europea, si negava perfino che ciò costituisse un problema; quando precisavamo che, con un tasso annuale di crescita del 4,5%, l’ Europa e l’ Italia si sarebbero trovate in una situazione di continua recessione, questo scenario sembrava impossibile. Ora, però, i dati circa il posizionamento dell’Europa nell’ economia mondiale negli ultimi 40 anni sono acquisiti e non possono essere smentiti. Se ad essi aggiungiamo gli effetti del Coronavirus, che sono, sì, imprevisti, ma però prevedibili, il giudizio sulle classi dirigenti di questi decenni non può essere che negativo.

Oggi, ammoniamo sul gap tecnologico ancora accresciuto fra l’ Europa, da una parte, e la Cina, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e Israele, dall’ altra. Ancor oggi, i più tentano di distorcere il senso di quest’ammonimento, come se “nuove tecnologie” significasse solo Industria 4.0, auto elettriche, centrali solari e G5, mentre il mondo sta oramai viaggiando verso la Sorveglianza Totale, la concentrazione dei Big Data, i computer quantici e la corsa allo spazio.  Così, l’Europa rimarrà ancora più arretrata di quanto già lo sia, e sarà obbligata ad accettare, di fatto, le soluzioni ideologiche ed economiche che saranno scelte per noi dalle superpotenze tecnologiche.

Abbiamo già pubblicato le lettere inviate alla Commissione ITRE del Parlamento Europeo. Con questo post, riferiamo ora circa quelle indirizzate ai membri del Consiglio e della Commissione.

Fino ad ora, la sola Autorità che ha  si è espressa è stato il Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli.

Konrad Seitz

Torino, 22 Maggio 2020

Signore e Signori,

Abbiamo inviato ai membri del Consiglio Europeo (e alla Presidentessa Ursula von der Leyen) la seguente lettera, che ora inviamo anche a Voi per le specifiche competenze di ciascuno.

Cogliamo l’occasione per notare che, sul sito della Commissione, la pagina dedicata alla “Strategia Industriale Europea”, che farebbe parte della tabella temporale dello “European Green Deal, risulta mancante.

Capiamo che, nel mese di Marzo, all’apice della crisi del Coronavirus, sarebbe stato difficile decidere una Strategia Industriale Europea. Tuttavia, senza tale Strategia Industriale, nessun Piano di Rilancio avrebbe senso, specie se legato al budget settennale 2021-2027. Il nostro libro e la proposta, ad esso allegata, per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, costituiscono un tentativo di colmare questa lacuna con la creazione di un nuovo soggetto dedicato a una parte decisiva di queste funzioni: le nuove tecnologie.  L’idea sottostante è che, nella terza decade del Terzo Millennio, nessuno dei problemi dell’Umanità (ambiente, pace, cultura, equità, salute), per non parlare dell’Europa, potrà essere risolto senza dominare le nuove tecnologie, e, innanzitutto, i Big Data, Internet, la cyber-intelligence, l’Intelligenza Artificiale, la finanza digitale. Fintanto che l’Europa rinuncerà ad avere le proprie Alte Tecnologie, la sua decadenza proseguirà all’ infinito.

Questo decennio sarà decisivo per i destini dell’Europa e del mondo.L’Europa non può rimanere lo spettatore passivo di una rivoluzione tecnologica  in contrasto con l’ “European Way of Life” e con gl’interessi legittimi degli Europei.

Confidiamo che le Istituzioni affronteranno questa contraddizione, operando sul bilancio settennale e strutturando adeguatamente la Conferenza sul Futuro dell’Europa. Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi i nostri studi e i nostri dibattiti su quest’urgente materia.

RingraziandoVi per l’attenzione,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala.

Associazione Culturale Diàlexis, Via Bernardino Galliari 32  10125 Torino,  tel 0039011660004  00393357761536  website: http://www.alpinasrl.com

Rita SŸuessmuth

Torino, 14/5/2020

Ai membri del Consiglio Europeo

 Signori e Signore,

Ci eravamo rivolti ai relatori della Commissione “Industria, Ricerca ed Energia” del Parlamento Europeo nella sessione del 28 Aprile per la discussione (e la possibile approvazione in prima lettura) di due proposte, riguardanti una revisione della regolamentazione dello IET, e il suo rifinanziamento per l’esercizio 2021-2027.

In quella lettera, sottolineavamo che, dopo la crisi del Coronavirus, tutto nel mondo è cambiato, cosicché le politiche preesistenti dovranno essere in ogni caso modificate. Come ha affermato la Presidentessa Ursula von der Leyen”…giacché  questa crisi è diversa da qualunque altra, il nostro prossimo budget settennale dovrà essere diverso da quanto abbiamo conosciuto. Avremmo bisogno di anticiparlo, in modo da poter sorreggere gl’investimenti in questi primi determinanti anni di rilancio”.

Avevamo inviato ai relatori la versione finale del libro “A European Technology Agency”, che inviamo anche a ciascuno di Voi, con allegata una proposta, dell’Associazione Culturale Diàlexis, di ristrutturazione globale della politica tecnologica europea in base alle priorità della Commissione, e, in particolare, la sua Strategia Digitale, profondamente rivista in base alle esigenze di rilancio dopo la crisi economica sempre più grave e il Coronavirus.

Notiamo intanto che l’Alta Autorità per il Carbone e l’ Acciaio, di cui il 9 maggio ricorreva l’anniversario, era in fin dei conti un’agenzia europea per la gestione di un consorzio europeo, che, all’ epoca, rappresentava il nocciolo duro delle industrie essenziali. Nello stesso modo, proponiamo ora di porre sotto un controllo europeo comune le industrie europee più sensibili: quelle delle nuove tecnologie. Così come le industrie del carbone e dell’acciaio erano state condivise perchè esse costituivano la base della mobilitazione industriale bellica, così oggi lo sono Internet, i Campioni Europei, l’Intelligenza Artificiale, le Divise Digitali, le tecnologie ambientali, l’industria biomedica.

L’approccio adottato fino ad ora, in base al quale le nuove tecnologie della difesa, dell’aerospazio, dell’informatica, della biotecnologia, dei trasporti, dell’ambiente, delle comunicazioni, dell’organizzazione, sono talmente disperse da risultare inefficaci, va riconsiderato radicalmente, con l’idea di un unico organismo di programmazione, comune alla Banca Europea d’Investimento, alla Commissione, al Consiglio, agli Stati Membri, alle Regioni, alle Imprese e alle Città, il quale potrà concentrare l’immane sforzo dei prossimi anni, per sfidare, da un lato, il DARPA, e, dall’ altro, “made in China 2025” e “gli “Standard Cinesi 2035”.

Ricordiamo anche che Jean Monnet, prima di essere nominato primo Presidente dell’Alta Autorità, era stato il Commissaire Général au Plan della Francia, e, prima ancora, aveva lavorato per un consorzio militare delle Forze Alleate.

Basti dire che, come risulta dalle carte con cui si sta confrontando ora il Parlamento per la rendicontazione, le Agenzie e le Entità miste pubblico-private della Commissione (per lo più con elevate responsabilità in campo tecnologico) sono circa una quarantina, a cui bisogna aggiungere Enti importanti come l’ ESA Sarebbe molto più ragionevole avere un unico grande Ente, come il MITI o il DARPA, con una visione globale di quanto sta accadendo in tutte le branche della tecnologia, e avente la capacità di reagire immediatamente.

Avevamo inviato il libro e le proposte a membri del Parlamento e ai Commissari competenti, sollecitandoli a considerare quanto ivi articolato e proposto. Infine, stiamo anche preparando un secondo libro, dedicato al dibattito fra intellettuali, politici, Movimenti europei e società civile, sull’umanesimo tecnologico in Europa dopo il Coronavirus. Speriamo di ricevere contributi da parte di tutti in tempo utile per influenzare i dibattiti in corso. Ovviamente, pensiamo in primo luogo ai destinatari di questa comunicazione.

L’idea di fondo è che, già prima della crisi del Coronavirus, gli autorevoli studi eseguiti dal Senato francese (Rapport Longuet) e dal Governo tedesco (Nationale Industriestrategie) avevano preso atto del fatto che l’ Europa non aveva alcuna speranza di riprendere in tempi ragionevoli le precedenti posizioni nei settori del web, dei Campioni Europei, della cyber-intelligence, dell’Intelligenza artificiale, della computazione quantica, della cyber-guerra, delle divise digitali, delle biotecnologie, entro il termine proposto, il 2030, e che il Manifesto Congiunto Franco-Tedesco era già superato dagli avvenimenti degli ultimi anni.

Di conseguenza, la posizione dell’ Europa è condannata a deteriorarsi continuamente, dal punto di vista dei risultati economici complessivi (Mazzucato, Morozov, Zuboff), da quello della sicurezza militare (De Landa, Dinucci, Mini), della crisi ambientale (Greta Thunberg, “laudato Sì”, “Querida Amazonia”) e della protezione dei diritti dei cittadini (Assange, Snowden, Greenwald)., a meno che l’Unione non intraprenda una strategia globale di riflessione, di dibattito politico, di riforme istituzionali, culminante in una nuova era di Umanesimo Digitale, alternativa a quella delle Superpotenze.

Per le ragioni sopra esposte, durante il dibattito sul budget settennale 2021-2027, che dovrebbe cominciare ora, come pure in quelle che dovranno precedere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, è ineludibile la questione della ristrutturazione globale (filosofica, concettuale, geo-politica, istituzionale, tecnologica e finanziaria) dell’orientamento della società europea.

Per quanto precede, si pone preliminarmente la questione del se l’IET abbia ancora un senso, oppure non debba essere fuso con l’ESA e altri Enti.

Ricordiamo ancora alcune questioni fondamentali irrisolte, da affrontarsi prima che sia troppo tardi:

-l’assenza di una classe dirigente digitale e umanistica;

-gli abusi del complesso informatico-digitale nelle aree dell’immagazzinamento dei dati, dell’evasione fiscale e dell’antitrust;

-l’”upgrading” della società europea, da una società industriale,  a una società delle macchine intelligenti;

-l’Europa quale campo di battaglia ideale fra le grandi potenze in tutte le aree possibili della vita umana: la guerra economica, la battaglia delle narrazioni, la guerra nucleare, chimica e batteriologica, la destabilizzazione politica…

Il nostro libro, e la nostra proposta formale per la Conferenza, nutrono l’ambizione di suggerire le grandi linee di tale risposta globale a quelle domande irrisolte.

Il Presidente Sassoli ci ha risposto molto gentilmente, suggerendoci di rivolgerci a tutti i membri della Commissione  ITRE che sono, in ultima istanza, , insieme al Consiglio responsabili per la decisione (vedi infra).

Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi ulteriormente la proposta, nonché per collaborare con i Vostri servizi per perseguire risultati più concreti. Nello stesso tempo, stiamo rivolgendo il nostro appello anche alla Commissione, per evitare che l’Europa perda questa cruciale occasione.

Saremmo onorati di ricevere una qualche reazione da parte Vostra, dichiarandoci disponibili a qualunque forma di collaborazione.

RingraziandoVi per l’ attenzione,

Distinti saluti

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari 32

10125 Torino

Tel: 00390116690004

00393357761536

VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

UNA LEZIONE SUL RUOLO DELL’ EUROPA FRA I VARI CONTINENTI

Facendo seguito all’appello lanciato da questo sito a contribuire al dibattito sull’Europa nell’ambito dei nostri “Cantieri d’ Europa”, pubblichiamo con piacere, dopo quello di Roberto Matteucci, il contributo, scarno ma eccezionale, di Giuseppina Merchionne, una sinologa che, come risulta già dai riferimenti autobiografici contenuti nell’articolo, rappresenta quasi un simbolo dei rapporti culturali italo-cinesi, essendo stata una dei pochissimi giovani studiosi italiani recatisi in Cina in base al primo accordo culturale, firmato nel 1950, all’ inizio dei rapporti diplomatici italo-cinese, ed avendo trascorso in Cina (ivi comprese Hong Kong e Taiwan) molta parte della sua vita, compresi anni tumuiltuosi come quelli della Rivoluzione Culturale.

Sulla base di quest’esperienza unica nel suo genere (oltre che di un periodo di studi superiori alla Columbia University), Giuseppina Merchionne affronta qui la questione del ruolo storico dei diversi Continenti, finalmente nel modo corretto, vale a dire sulla base della loro diversa identità culturale. Con questo approccio diventano finalmente intelleggibili le radici e il futuro dell’ Europa.

Tutto questo dovrà fare oggetto di un ampio dibattito, in generale, all’interno dei Cantieri d’ Europa, e, nello specifico, sul rapporto Europa-Cina, particolarmente “caldo” in vista della prevista firma, nel mese di Settembre, di un fondamentale Trattato sulla Protezione degl’Investimenti

Nel frattempo, pubblicheremo la versione della lettera sull’ Agenzia Europea di Tecnologia da noi inviata, su undicazione del Presidente Sassoli, ai singoli Europarlamentari e ai membri del Consiglio Europeo.

In una prossima occasione pubblicheremo per esteso l’ articolo pubblicato da Franco Cardini sulla Dichiarazione Schuman e il contributo di Ferrante Debenedictis sullo stesso argomento nella videoconference di “Cantieri d’ Europa” .

La crisi del Coronavirus ha accelerato lo smottamento, prima impercettibile, dello stantio equilibrio geopolitico mondiale ostile all’ Europa.E’ un momento in cui i dibattiti, e anche le proposte, hanno una loro forte ragion d’essere.Perciò, continuiamo imperterriti con i Cantieri d’ Europa.

E veniamo all’ aticolo di Giuseppina Merchionne.

Il ritratto dell’imperatore cinese Qianlong nelle vesti di Buddha Manjusri,
dipinto dal gesuita milanese Giuseppe Castiglione

RIFLESSIONI SULL’EUROPA ED ALTRI CONTINENTI

                                                      Giuseppina Merchionne

Premessa

 Prima di esprimere, molto immodestamente, il mio parere sulla natura attuale e il futuro dell’Europa e del mondo che la circonda, vorrei fornire alcune precisazioni sulla mia formazione culturale che ritengo necessarie per una maggiore comprensione dello stesso.

Napoletana di origine, mi sono trovata, per ragioni famigliari, a dover percorrere l’intero corso di formazione scolastica, dalla prima elementare all’ultimo anno del liceo, a Ferrara, dove tutti i giorni attraversavo la ‘addizione erculea’, voluta da Ercole I d’Este, esempio esplicito della grandezza dell’Italia rinascimentale. 

Dopo la maturità, sono  stata assorbita da quel turbine di lingue e culture rappresentato dall’ Istituto Universitario Orientale di Napoli, dove era possibile studiare la maggior parte degli idiomi, vivi e morti, presenti su questa terra, compreso il mancese già d’allora scomparso nella stessa Cina.

Non ancora laureata, nell’agosto del 1973, dopo un breve periodo di studi nella britannica Hong Kong, mi sono ritrovata a Beijing, come parte del primo gruppo di studenti italiani ammessi nella Repubblica Popolare dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche, in seguito ad accordi di scambi culturali tra i due paesi. In realtà si trattava di un nutrito gruppo di studenti dall’Europa, da alcuni paesi del terzo mondo e da paesi non precisamente definiti quali Canada e Australia, che, oltre a studiare, si ritrovarono a partecipare, insieme ai cinesi, agli ultimi strali della rivoluzione culturale. In nome di questa, la critica agli elementi reazionari nello stesso gruppo dirigente della RPC veniva condotta attraverso la dissacrazione delle opere di Confucio e dei suoi un tempo venerati discepoli, con grande dispendio di citazioni classiche di difficile interpretazione per la maggior parte di noi e con buona pace della lotta ai vecchiumi della cultura tradizionale.

In quella Beijing University ,culla di tutti i movimenti rivoluzionari della Cina prima e dopo la liberazione, dopo tre anni di lezioni di linguistica pura su testi di critica al confucianesimo, di esaltazione del legismo e del suo eminente filosofo Han Feizi; di incredibili viaggi in tutta la Cina organizzati dal nostro Istituto e dopo esclusive ed irripetibili esperienze di vita in comuni popolari e acciaierie, in ottemperanza al programma governativo della ‘scuola a porta aperte’ anche per stranieri ,sono finalmente tornata a casa. Un cammino di ritorno durato undici giorni, da Beijing a Roma, con la allora sicurissima ferrovia transmongolica,  attraverso le sterminate praterie della Mongolia e le steppe della Siberia.

Dopo poco però mi sono ritrovata a Taipei, invitata dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Cina a frequentare, unica occidentale, il corso di Master presso un esclusivo e accuratamente controllato Istituto di Ricerche sulla Cina comunista e l’Unione Sovietica.

Nei tre anni occorsi al conseguimento del Master of Arts, ho avuto modo di studiare le posizioni del Guomindang durante la guerra civile con il Partito Comunista, di sentire dalla viva voce di ex- ufficiali dell’esercito Popolare di Liberazione passati ai nazionalisti, le narrazioni delle ‘atrocità’ commesse dai comunisti verso la popolazione, mentre l’esercito di Jiang Jieshi (Chiang Kaishek) era impegnato nella lotta contro l’invasore giapponese.

Fuori dalle aule dell’Istituto, ho incontrato il terzo protagonista della recente storia di questa parte del mondo, onnipresente in tutte le manifestazioni politiche e culturali e le aspirazioni di evasione della maggior parte dei giovani taiwanesi , quegli Stati Uniti d’America che i cinesi dell’isola guardavano come loro salvatori e guardie del corpo, contro la minaccia dell’occupazione  da parte dei comunisti,  rivendicata come veicolo legittimo per raggiungere la riunificazione del paese. E proprio grazie a questa terza presenza ho imparato che, per sopravvivere in quella parte del mondo, la lingua inglese valeva molto più di quella cinese, per non parlare delle altre lingue europee, poco o nulla confacenti con le esigenze economiche della regione.

Forse proprio grazie agli studi compiuti nelle due Cine e ai relativi diplomi conseguiti, dopo qualche anno sono stata ammessa al Ph.D course in Asian Studies della Columbia University di New York, con il beneficio di esenzione dal pagamento dell’ improponibile retta scolastica e l’attribuzione di una borsa di studio che mi consentiva di pagare un alloggio e mangiare almeno una volta al giorno. Era il 1985. Fuori da quel tempio incredibile della cultura e dello studio di tutto lo scibile umano, documentato nei suoi dipartimenti e nella faraonica Library, che si apriva su quella Broadway cuore della città più aperta dell’Impero, si trascinava un’ umanità di derelitti homeless, in prevalenza neri ed hispanicos, dal cui assalto Columbia cercava di difenderci, oltre che con un nutrito corpo di vigilantes, anche con un decalogo di norme di comportamento per la sicurezza ,a cui gli studenti, in particolare quelli stranieri, dovevano attenersi per non cadere vittima di furti e violenze fisiche. Veniva fornito persino un ‘accompagnamento’ alle ragazze dal campus agli alloggi fuori di esso, condotto da due ragazzotti americani dalle spalle erculee, oltre ad un servizio di shuttle bus gratuito che dalle  otto di sera alle due di notte funzionava come mezzo di trasporto nel quartiere per chi volesse muoversi all’interno di esso in tutta sicurezza.

Terminato il biennio propedeutico al passaggio ai corsi di dottorato, il cui conseguimento si profilava dopo almeno altri cinque anni, nonostante il miraggio di una brillante futura carriera   prospettatami dai miei docenti, optai per un difficile ritorno in patria, in risposta al patriottico impulso di ‘insegnare alla propria gente’. In buona parte così è stato, grazie anche ad un incremento esponenziale, anno dopo anno, degli studenti iscritti ai corsi di lingua e cultura cinese, nella speranza di espugnare con questo mezzo gli impenetrabili bastioni del mondo del lavoro.

Nonostante le diverse connotazioni culturali e politiche di queste tre parti del mondo in cui mi è capitato di vivere, per ciascuna di esse ho dovuto constatare la validità funzionale di un fattore altamente proficuo: la mia innata condizione di europea dalla pelle bianca.

Il ratto d’Europa de pittore russo Serov

1. La necessità di sostenere l’Unione Europea

In primo luogo ritengo che, proprio in questo momento così difficile, non sia opportuno nemmeno mettere in discussione la necessità della Unione Europea, prospettando per di più la sciagurata ipotesi di una sua ‘estinzione’. L’esistenza di una entità unica europea deve essere affermata, come conseguenza di un naturale processo storico evolutivo, così come è accaduto a Cina, Russia e Stati Uniti. E questa affermazione dell’esistente, nonostante possa sembrare una forzatura politica, se non addirittura un artificio intellettuale, si rende necessaria in un momento in cui dare spazio a dubbi può recare danni peggiori. Penso a quanto sia stato necessario sostenere a tutti i costi e a danno di qualsiasi apertura democratica, la nascita della Repubblica Popolare Cinese e ,nel caso di vicende nostrane, persino della Repubblica Italiana.

Papa Francesco a Strasburgo

2. La funzione dell’Europa

Quanto alla funzione dell’Europa, essa  potrebbe essere quella di dare una dimensione coesa e direi quasi unitaria alle varie nazionalità che la compongono, perché non c’è dubbio che la forza di una nazione molto deve alla sua unità e anche in questo caso il pensiero ritorna all’esperienza di Cina, USA e forse anche Russia. Tale unità non è solo opera di un governo forte, volendo anche accentratore, esplicitamente repressivo, è anche il risultato della consapevolezza popolare di appartenere ad un paese, una cultura, una unità geografica, elementi che nel loro insieme connotano la dimensione nazionale.  Tale senso di appartenenza nazionale è quanto avverto con maggiore intensità in Cina, in una popolazione che mantiene una coesione culturale pure nella differenziazione di numerose etnie ed altrettante incalcolabili parlate locali. Persino dalla mia posizione di distaccata estraneità, io ravviso nei tanti cittadini della RPC che ho la ventura di incontrare, un’unità culturale , etnica, comportamentale che travalica ogni differenziazione regionale. E con il tempo e l’approfondimento della conoscenza, è parso chiaro anche a me dall’esterno che tale unità è data da un’incancellabile e ancora attuale impronta culturale atavica la cui innegabile presenza sopravvive e si conserva da diversi millenni.

Anche l’ Europa avrebbe, come scrive Giuseppina Merchionne, un’identità atavica, che però gli Europei di oggi non sanno riconoscere

3. Il cammino per il raggiungimento dell’unità europea

In considerazione di quanto detto sopra, ritengo che per costituire una ‘unità europea’, al contrario di quanto comunemente asserito, sia necessario smussare le diversità culturali nazionali, tentare di costruire e se è il caso anche di imporre, una omogeneità di pensiero e di comportamenti in forza della quale i diversi cittadini europei siano in grado di difendere, in caso di necessità, la propria ‘europeicità’ .Equivarrebbe a costituire la ‘nazione europea’, così come in Cina hanno costituito la ‘nazione cinese’ e in America quella ‘americana’, sia al nord che al sud. Infatti la consapevolezza di appartenenza alla ‘nazione americana’ sia tra i cittadini degli USA che tra quelli dell’America Latina, è quanto mi è sovente capitato di avvertire al cospetto di persone che, pure nella loro innegabile eterogeneità, erano in certo modo accumunate dalla sensazione, spesso inespressa, di appartenere ad un’unica dimensione geografica, l’America appunto.

Sulla Via della Seta, vi era un passaggio impercettibile da una civiltà all’ altra

4. Il superamento della ‘logica dei blocchi’

Le vicende di questi ultimi giorni caratterizzati dalla diatriba sull’ origine del virus tra Cina e USA non hanno la parvenza della solita pantomima di qua e di là degli oceani, probabilmente il mondo è davvero cambiato dopo questa iattura universale e indubbiamente non in meglio. E forse anche l’Europa è cambiata, incamminata verso una condizione di maggiore disunione e quindi di debolezza, dove le forze politiche di ciascun paese ci spingono obbligatoriamente verso la scelta di una sola direzione. In questa dimensione di un mondo diviso in ‘blocchi’, può esistere anche la visione di un ‘blocco europeo’? Diversamente, chi ci salverà dall’inevitabile assedio degli’ altri’? E’ davvero così ineludibile il nostro destino di lacerazione dalla scelta imposta dall’esterno tra Cina e USA, con qualche digressione verso la Russia? Dobbiamo davvero scegliere se morire cinesi, nord-americani o russi?  Ci sarà dato di poter morire semplicemente ‘europei’?

Quest’anno ricorrono i2500 anni della battaglia delle Termopili.

5. La riaffermazione dell’Europa come continente

E se invece della dimensione dei ‘blocchi’ noi europei portassimo avanti la ben più reale e legittima dimensione ‘continentale’, che ci ricorda che l’Europa è forse l’unico ‘blocco’ ad essere contemporaneamente anche un intero continente? Ricordiamoci che gli Stati Uniti prima di essere una potenza più o meno in odore di perdita di primato mondiale sono innanzitutto una parte del continente americano e che la Cina prima di essere la potenza emergente da battere è solo una parte dell’immenso continente asiatico e che persino la sterminata Russia è anch’essa parte del continente Europa. Se coltivassimo la nostra destinazione di continente unico, non avremmo forse maggiori possibilità non solo di salvarci ma anche di costruire un futuro di prosperità e stabilità, a beneficio delle genti ‘europee’ come di quelle di tutti gli altri continenti di questo nostro martoriato pianeta?

La cultura europea sta e cade con il concettoi di continuità della memoria culturale.

6. La cultura come strumento della costruzione europea

In questa ottica, la mia illusione è ancora quella di giocare la carta ‘culturale’, di fare leva sul nostro patrimonio ‘ europeo’, non soltanto italiano, di arte, cultura, pensiero, tradizioni, allo scopo di renderci prede meno vulnerabili e meno convincibili. Forse è solo una illusione da intellettuale, vincolata dal fascino immortale della bellezza artistica che la memoria di quella ‘addizione erculea’ della mia adolescenza ha reso parte integrante del mio essere e del mio agire, ma, da erede di una cultura ‘positiva’ di costruzione di una società più equa, mi sforzo di conservare ancora quel mitico equilibrio tra ‘ ottimismo della volontà’ e ‘pessimismo dell’intelligenza’ che abbiamo ricevuto in eredità dal pensiero di giganti moderni come Gramsci. E non è poco, se ricordo che persino presso il Dipartimento di italianistica della Columbia University, tempio di formazione della cultura positivistica americana, le letture italiane più frequentemente studiate erano rispettivamente ‘I quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci e le ‘Confessioni’ di Sant’Agostino. E forse questo potrebbe voler dire ancora qualcosa anche da noi.

7. Il futuro dell’Europa

Il futuro dell’ Europa sta nell’ Umanesimo Digitale, un progetto ancora inesistente che va conquistato, come stanno facendo alcuni isolati combattenti, per ora non europei.

Quanto al futuro dell’Europa, da docente non posso non pensare che esso è nelle mani delle giovani generazioni che vengono da noi formate e che per effetto di quei ‘social’ veicoli di scambi di informazioni e messaggi univoci, passati tra i vari continenti attraverso piattaforme di comunicazione universali, riescono ad azzerare ogni differenziazione di censo, sesso, nazionalità, pelle ed educazione, dando forma ad una visione del mondo ‘globale’ ,di cui noi delle generazioni passate spesso e volentieri diffidiamo catalogandola come ‘univoca’, ‘omologante’, ‘standardizzata’, in definitiva da vero ‘Grande Fratello’. 

Eppure proprio questa ‘cultura dei social’ ha raggiunto il traguardo che noi fautori dell’Europa unita non siamo ancora stati capaci di raggiungere: la capacità di comunicare in tutto il mondo usando una sola lingua, quell’inglese che in questo modo ridimensiona la sua funzione di lingua di convincimento dell’economia globalizzata imposta dalle onnivore multinazionali, per diventare voce narrante per miliardi di individui che finalmente si capiscono a tutte le latitudini e in tutte le condizioni geografiche.

Nonostante i distinguo provenienti da più parti sulla necessità di mantenere il variegato patrimonio della babele linguistica, considerata a ragione parte integrante della nostra identità europea, rallegriamoci di questa omologazione verbale, perché è attraverso di essa in primo luogo che può passare il messaggio di unità, eguaglianza e giustizia per tutti gli esseri umani, messaggio che, a dispetto di ogni ostacolo, dobbiamo continuare a considerare il segno distintivo più eclatante della nostra civiltà europea.

EUROPA: 2500 ANNI DALLE TERMOPILI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

In questi giorni,  i giornalisti si sono scatenati (ma mai abbastanza) nel denunziare la mancanza di solidarietà dall’ Europa Occidentale verso l’Italia, sia per ciò che concerne le vitali forniture di materiale sanitario, sia per ciò che riguarda i fondi per superare la crisi. Tuttavia, nessuno ha svolto un’indagine più a fondo del perché queste cose si siano verificate.

Come ha scritto anche l’autorevole rivista americana Foreign Policy, l’Italia è stata abbandonata dai Paesi europei nel momento del bisogno. “Si potrebbe pensare che i paesi membri dell’Unione Europea inviino ai loro amici italiani alcuni rifornimenti vitali, soprattutto perché gli italiani lo hanno chiesto. Non hanno inviato nulla” sottolinea Foreign Policy. “La vergognosa mancanza di solidarietà dei paesi dell’Ue con gli italiani indica un problema più grande: cosa farebbero i paesi europei se uno di loro dovesse affrontare una crisi ancora più grave?”. Pensiamo soprattutto a una guerra.

Ancor oggi nessun singolo stato membro dell’Ue ha inviato all’Italia le forniture necessarie, e anche gli aiuti, tanto della UE, quanto degli USA, sono stati esclusivamente “proforma”(deliberatamente perché i politici temono le reazioni negative dei loro elettori, preoccupati per se stessi). D’altro canto, l’Italia aveva già avuto un assaggio della totale mancanza di solidarietà europea. “Durante la crisi dei rifugiati del 2015 – scrive Foreign Policy -circa 1,7 milioni di persone sono arrivate sul territorio dell’UE, principalmente in Italia e in Grecia (con Germania e Svezia le destinazioni più comuni), ma nel 2017 alcuni Stati membri dell’UE si stavano ancora rifiutando di accettarle nell’ambito di un programma di solidarietà”.

Basti ricordare che, anche se il nostro è il Paese più colpito dall’epidemia di Covid-19, nella classifica dei Paesi beneficiari di queste risorse stanziate dalla Commissione europea l’Italia è solamente terza.

Ciò che salta all’ occhio maggiormente è che la maggior preoccupazione di tutti è che quest’assenza dell’Europa (ma ancor più dell’America) è messa in clamorosa evidenza dell’opposto atteggiamento di apertura di Russia e Cina, che la UE ha saputo solo denunziare come propaganda, al punto da aver creato un ufficio solo per la contropropaganda. Ma, indipendentemente dalla questione della reale consistenza degli aiuti degli uni e degli altri, è  l’interpretazione degli aiuti che rivela la pochezza umana dei politici europei e delle loro opinioni pubbliche, che non sono istintivamente capaci di articolare nessun comportamento che non sia del più gretto egoismo.

Dopo tante elucubrazioni sull’aiutare o meno l’Italia, è poi saltata fuori la verità vera: applicando congiuntamente i complessi meccanismi dei 4 fondi di emergenza concordati, il maggiore beneficiario risulta essere la Germania, che otterrebbe un trasferimento netto del 50% dei fondi, con i quali risanare, a spese dello Stato, le proprie industrie, mentre l’Italia otterrebbe solo il 10% (quindi, con un trasferimento netto negativo). L’esatto ancor più, di un “patriottismo europeo”, in cui ci dovrebbe essere una gara per aiutare la Patria europea e i fratelli europei in difficoltà (come quando si dava l’oro alla Patria). Che d’altronde è quello che si è visto nell’Hubei con l’aiuto delle altre province della Cina.

In questo modo, né si fa l’Europa, né si salva l’economia, neppure quella tedesca. Qui ciascuno vuole solo consolidare l’esistente. Ma è proprio questo “esistente” che non va bene, perché è basato sull’idea che saremo gli eterni “followers” degli Stati Uniti (“America First” per sempre, eventualmente dopo la Cina), e che pertanto ci dovremo beccare in eterno fra di noi come “i capponi di Renzo”, in un eterno declassamento.

In concreto, poi, da parte di Bruxelles, non c’è alcuna iniezione di “denaro fresco”: si tratta, in realtà, di “fondi dormienti” già presenti nei bilanci, che, certo, servono a tamponare una situazione di crisi, ma non  certo a ribaltarla. Quindi, il contrario di quello che stanno facendo USA e Cina, che stanno creando denaro fresco per rinforzare le loro economie. E, nel caso della Cina, per trasformare il colpo del Coronavirus in una vittoria su molti fronti. L’unico modo, per quanto obliquo, per creare denaro fresco è stato il “Quantitative Easing”, una forma d’interventismo provvidenziale, ma attuata obtorto collo dalla BCE più che altro per imitazione delle altre Banche Centrali (“se lo fa la FED, lo possiamo fare anche noi”).

Infine, non va bene neppure quest’incredibile alchimia finanziaria che sta alla base dell’Unione, in base alla quale, come si vede, non si capisce neppure chi paga e chi ci guadagna, chi rischia e chi è garantito. Come si può pensare che i cittadini, non dico si entusiasmino, ma, almeno, che si fidino?

E poi, perché tutto questo? In nome di un mito dell’ “esaurimento dello Stato” di origine anarchica e para-marxista, trapiantato in Germania, a difesa(quale eterogenesi dei fini!), con il plauso di tutti i partiti, dello status quo finanziario.

Questa non è una costruzione giuridica casualmente sbagliata. È una civiltà che ha scelto di auto-distruggersi facendo delle cose insensate.

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Il risultato concreto delle politiche di grettezza: la rovina dell’ economia europea

1.  Ecco a che cosa serve l’Identità Europea.

Quando tutti, nel 2006, avevano guardato con scetticismo alle tesi contenute nel primo volume del mio libro “10.000 anni d’identità europea”, pensando evidentemente che, in un siffatto mondo dominato dall’interesse materiale d’ individui e territori, ceti e corporazioni, imprese e lobby, l’identità di un popolo costituisca soltanto un bell’esercizio retorico, non avevano pensato che l’Europa potesse mai trovarsi di fronte a catastrofi che richiedessero invece un immane sforzo collettivo, e una diversa etica.

Ecco dunque che ora l’ Identità Europea non solo risulta essere una cosa utile, ma addirittura l’asso nella manica per salvare l’ Europa dall’autodistruzione.

Infatti, è purtroppo proprio in questa direzione che stiamo andando (anche se non siamo ancora giunti al fondo del precipizio). L’appello rivolto, dal Papa e dalle Organizzazioni Internazionali, a una maggiore collaborazione internazionale, ha sortito prevedibilmente anch’esso ben pochi risultati pratici. Questo è, a mio avviso, naturale, perché, oggi, il vero motore della solidarietà internazionale non sono realtà internazionali, come la Chiesa e l’ ONU, troppo generici per riuscire a incidere sull’animus dei cittadini di tutti i continenti e sugli interessi dei politici, bensì solo gli “Stati-civiltà” (per dirla alla Cinese), che riuniscono  vaste aree (semi-continenti) nella comune adesione a una civiltà condivisa (il “patriottismo continentale”). L’abbiamo visto soprattutto nel caso della Cina, ma “mutatis mutandis” potrebbe applicarsi anche agli Stati Uniti e all’ India.

Orbene, diamo pure per scontato che l’Identità Europea non è forte come l’identità cinese. I motivi sono diversi, non riducendosi al fatto politico, e riallacciandosi invece proprio alle radici delle due identità. L’identità cinese è segnata, per dirla con Marx, dalla sua nascita dalla “civiltà idraulica”. Secondo gli Annali di Sima Qian, il mitico fondatore della Dinastia Xia, Yu, avrebbe salvato la Cina da una sorta di diluvio universale, scavando per 13 anni canali dalla valle del Fiume Giallo fino al mare. In tal modo, egli aveva stabilìto il principio del “Mandato del Cielo”, che, dalla capacità di fronteggiare le catastrofi, desume la trasmissione del diritto dinastico. Con ciò, Yu aveva anche instaurato la prima dinastia (fra il 2070 and 1600 BC), cioè ai tempi dei nuraghes, degli Ittiti e di Minosse.

Secondo il Corpus Hippocraticum, di mille anni più recente,  gli abitanti dell’ Europa si distinguevano da quelli dell’ Asia perché essi vivevano  in un territorio impervio e frastagliato, che li rendeva più indipendenti, più bellicosi, e quindi “autonomi” dai re e dagl’imperatori. Questa teoria fu ripresa poi da Aristotele, Machiavelli e  Montesquieu, e costituisce la radice prima, in tutte le sue possibili variazioni, della narrazione sugli Europei amanti della libertà. Che costituisce il substrato della tesi, piuttosto diversa e non così convincente, di un’istintiva propensione degli europei verso “la democrazia”.

Certamente, i Cinesi sono storicamente portati a valorizzare soprattutto la civiltà sincretica del loro territorio (i “San Yao”), e la disciplina delle grandi pianure coltivate(il Zhong Guo 中国 , che è un recinto con dentro della terra, una bocca e un’alabarda, preceduto dal segno del centro), mentre gli Europei sono stati portati, dalla loro storia e geografia, a valorizzare piuttosto le tradizioni localistiche e il pluralismo territoriale (il federalismo), che sconfina facilmente in guerra civile. Esempi: Atene e Sparta, i rapporti “federali” all’ interno dell’Impero Romano, del Sacro Romano Impero e delle monarchie nazionali; l’anarchia feudale; nel campo religioso,  Ortodossia, Monofisismo, Nestorianesimo, Arianesimo, Cattolicesimo, Luteranesimo, Calvinismo, Puritanesimo…

E che Ippocrate non avesse tutti i torti è dimostrato dal fatto che effettivamente gl’Islandesi, che vivono fra ghiacciai e vulcani, sono lunatici e imprevedibili, mentre i Greci, che si muovono continuamente fra le isole con i loro battelli sono svelti e intraprendenti; gli Svedesi, fra i loro boschi, sono cupi e flemmatici, mentre i Siciliani, fra l’esuberanza della natura, sono fantasiosi e geniali, ecc…

E, per altro, il fatto di aver usato spesso le metafore dell’ Est e dell’ Ovest e quella della Translatio Imperii  (Impero Romano d’Oriente e di Occidente; Prima, Seconda e Terza Roma) denota che il senso di un’ unità nel tempo e nello spazio,  pure nella diversità, è sempre stato presente, anche, e soprattutto, nei momenti di massima frattura. Vale a dire che, anche scomposta in parti, l’ Europa si era pur sempre vista come un impero, o come una sua parte. Non per nulla i Turchi ce l’hanno ancora con la filosofia greca, gl’Inglesi studiano il Latino, i Russi parlano di Terza Roma….

In questo senso, l’Europa è per altro simile soprattutto all’ India, dove la molteplicità di popoli, Stati, lingue, culti e alfabeti, come pure la conflittualità fra ariani e dravidi, fra  hindu e mussulmani, è veramente impressionante, eppure vi à un forte senso di un’identità culturale comune (sanscritismo, sincretismo, forte spirito religioso e cetuale, derivante da intermittenti, ma decisive, tradizioni unitarie:  Gupta;Maurya; Mughal;impero Anglo-indiano; Ashoka, Candragupta, Kebir, Akbar…).

La tradizione identitaria europea (come quelle cinese e indiana) è, prima di tutto, una tradizione culturale”alta”: la cultura greco-romana (Cesare e Marco Aurelio preferivano, al Latino, il raffinato Greco), lo spirito “cortese”, le società segrete, il cosmopolitismo delle corti illuministiche, i progetti di unificazione europea fra il Medioevo e la contemporaneità.

Purtroppo,  nella presente fase storica caratterizzata dal “populismo” (vale a dire  da un’ interpretazione estremistica della democrazia, dove la “tirannide della maggioranza” -Tocqueville- non si limita alla scelta dei rappresentanti e alle decisioni concrete, ma si traduce anche nella volgarizzazione dello “stile”), è molto difficile che  la politica sia ancora guidata dagli insegnamenti di Socrate, di Leonida, di Marco Aurelio, di Federico II, di Dante, di Goethe o di Simone Weil (che nessuno più conosce, neppure fra gli Europei cosiddetti “colti”, a causa del deliberato imbarbarimento della vita intellettuale). Ed è  logico che questi “populisti” sono anche “euroscettici”.

Il primo passo sarebbe quindi poter uscire da questa “tirannide”, lasciando nuovamente spazio, com’è sempre stato nel nostro Continente, ai canali educativi tradizionali: la religione, la filosofia, l’arte, la filologia, sottolineandovi gli elementi comuni fra gli Europei: le condivise origini culturali ed etniche, la religione, unitaria pur nelle diversità, la continuità della memoria culturale, i progetti comuni di durata plurisecolare: il popolo dei kurgan, la classicità, il monoteismo, la cultura “alta”, i progetti di crociata e di pace perpetua.

Se almeno i vertici delle società europee, siano essi i governanti degli Stati europei, siano essi esponenti delle Chiese in Europa, siano essi intellettuali o manager, si sentissero innanzitutto, come accadeva nell’ antichità, nel Medioevo e fino al Settecento, i depositari di questa comune cultura e destino, si comporterebbero probabilmente in modo diverso.

Sarebbero pronti a fare dei sacrifici per gli altri Europei, perché in tal modo rafforzerebbero anche se stessi. Soprattutto se questi Europei sono, come i Mediterranei, gli eredi di Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Cesare, Augusto, Costantino, Giustiniano, Averroè, Dante, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo, Cervantes, Verdi, Puccini…

In un certo senso è la modernità, con la sua idea, da un lato, di universalità del progresso, e, dall’ altra, delle nazioni monoculturali, ad aver tolto apparentemente spazio, “in alto” e “in basso”, all’identità europea. Tuttavia, come sosteneva la psicanalisi, l’identità europea sopravvive nell’inconscio collettivo; con il passaggio alla post-modernità, essa può nuovamente emergere.

10.000 anni d’identità europea: una trilogia in via di completamento

2. “10.000 anni d’identità europea”

Perciò, nel commemorare quest’anno, nello stesso tempo, i 2500 anni della battaglia delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman, vorremmo sottolineare questa continuità culturale fortissima, che non può essere compresa appieno se non tenendo anche conto contemporaneamente dei radicali mutamenti storici intervenuti nel passato e in corso oggi.

A mio avviso, le razionalizzazioni che tentiamo di applicare alla storia (e alla realtà tutta intera) sono uno sforzo, forse addirittura inutile, ma (come si afferma appunto nei “Sepolcri” di Foscolo citati in exergo), indispensabile, per la sopravvivenza del genere umano. Quest’ aleatorietà non va sottaciuta, bensì messa in evidenza: ed è proprio questa precarietà, l’”ansia esistenziale”, che dà, all’ umanità, per reazione, la forza di sopravvivere.

Alla luce di tutto quanto precede, considero  necessario, pur con le sue enormi difficoltà,  portare a termine l’opera iniziata con la pubblicazione del primo volume di “10.000 anni d’identità europea” (-“Patrios politeia”- dedicata al periodo antico e medievale), attraverso il secondo volume (dedicato al periodo moderno), e il terzo (dedicato alla contemporaneità e alle prospettive dell’avvenire).

Il periodo di “lockdown” per Coronavirus  e lo slittamento a tempo indeterminato delle date del Salone del Libro ci  offre l’insperata  possibilità (ma ci obbliga anche), a inaugurare nuove modalità di divulgazione, attraverso la celebrazione telematica del 9 maggio, la presentazione telematica delle novità 2019, la messa online a puntate del magazzino (la “coda lunga”), la presentazione telematica dei contributi dell’ Associazione Culturale Diàlexis alle attività della Conferenza sul Futuro dell’ Europa (anch’essa slittata).

Ciascuno di questi aspetti sarà sviscerato nel merito proprio, senza essere sviati dall’ occasionalismo a cui tradizionalmente ci condannano le modalità delle specifiche presentazioni.

I questo contesto, ritengo intanto indispensabile come prima cosa rilanciare “Patrios Politeia”, sia attraverso la sua riedizione come “e-book”, sia attraverso una sua pubblicazione “a puntate”.

“Udo”, un “europeo” di 212 milioni di anni fa

3. Una stupefacente continuità

In quest’ottica millenaria, l’integrazione europea ci appare dunque fare oggetto di un’incredibile, per quanto sotterranea, continuità: l’esatto contrario della decisione adottata oramai molti anni fa, a Blois, dai Ministri della Cultura e della Pubblica Istruzione, quando si era deciso che, dell’integrazione europea, si dovesse parlare solo con riferimento al Secondo Dopoguerra (ponendoci con ciò in  una paradossale posizione di debolezza nei confronti degli altri Stati Continentali, che vantano, chi 500 anni, chi 1000, chi 2000, chi,3000, e chi, come la Cina, addirittura 5000.

Gli sviluppi degli studi storici stanno ridicolizzando quest’atteggiamento della politica culturale ufficiale. Intanto, gli studio paleoetnologici ci dimostrano una presenza “europea” fino dai primordi della storia dell’Umanità, con il ritrovamento, vicino a Monaco, dei resti di una scimmia bipede di dodici milioni (Udo)  di anni fa, cioè sette milioni di anni prima di Lucy; la scoperta, negli Europei di oggi, di geni dell’ Uomo di Neanderthal; la ricostruzione genetica, paleo-linguistica e archeologico-culturale della vita di tutti i popoli europei a partire dal Neolitico.

In particolare, una serie di giovani archeologi ha rielaborato la “teoria kurganica” ideata da Maria Gimbutas, secondo cui i popoli europei derivano da popoli migranti (il “popolo dei kurgan”), corrispondente ai “popoli a cavallo” quelli studiati per l’estremo Oriente da Shiratori Murakami e Emori Emio). Secondo questi archeologi, fra cui in primo luogo la scuola danese di Kristian Kristiansen, poi  gli americani Anthony e Reich  e il professore spagnolo Quiles, vi sarebbe un’origine etnica comune agli antichi europei nell’ antica “cultura Yamnaya”, nata fra il Donbass e il Kazakhstan nel 5° Millennio a.c.(gli antenati dei Cosacchi), che avrebbe fornito il prototipo dei popoli indoeuropei pastori e guerrieri che si spostavano a cavallo (animale da essi addomesticato), assoggettando i popoli preesistenti.

Questo tipo di popolazione presenta notevoli affinità con le società stanziali ittitica e micenea, e poi con quelle che popoleranno il “Barbaricum” nell’ Europa nord-orientale (Sciti, Sarmati, Ugro-finni, Uralo-Altaici, Balto-Slavi, Germani, Celti).

I Greci, posti in contatto, per la loro posizione, con Creta, il Levante e l’Anatolia (posizione intermedia posta in rilievo da Aristotele), avrebbero traferito una quantità enorme di elementi antropologici, religiosi, materiali, sociali, politici e linguistici medio-orientali nel substrato etnico indo-europeo. Non per nulla Aristotele considerava l’Europa un mondo intermedio fra l’Asia e l’ Europa.

Di qui la nascita del modello “europeo” descritto da Ippocrate, ben simboleggiato dal comportamento di Leonida alle Termopili. Questo modello viene ripreso, ampliato e sviluppato nella Grecia classica (Socrate, Platone, Aristotele: la “Paideia”), e nella Roma repubblicana (il “mos maiorum”).

L’Impero Romano costituisce un primo, e ineguagliato, esempio, di grande Stato europeo, a cui tutte le realtà politiche e religiose successive s’ispireranno. Attraverso la Tetrarchia, l’allargamento della cittadinanza e il Cristianesimo, l’Impero Romano fonda le basi della memoria culturale europea.

Nonostante che tanto la Chiesa, quanto l’Impero, si pretendano universali (Dante), non possono realizzare di fatto questa loro universalità a causa della presenza dell’ Islam, che avanza una pretesa speculare (Dar al-Islam contro Dar al-Harb). Di qui gli appelli alla crociata (San Bernardo, Dubois, Podebrad e Sully), che sono già anche progetti politici europei relativamente completi, e progressivamente integrantisi. Un esercito comune (La “Laudatio Novae Militiae”,la “Regula” dei Templari), un patto fondativo (quello di Podiebrad, conservato negli archivi di Praga), un Consiglio dei Capi di Stato, un’assemblea, una tesoreria, una Corte arbitrale, una capitale itinerante, la spartizione dei territori degl’Infedeli. Fa parte integrande dell’Idea di Crociata anche la ricerca del contatto con i grandi imperi d’Oriente, mongolo e cinese, quale necessario contraltare all’ Islam (la lettera del Prete Gianni, Giovanni da Pian del Carpine. Marco Polo, Giovanni da Monte Corvino, Colombo, Magellano, i Gesuiti).

Per quanto nato con le Crociate, il colonialismo segna però l’abbandono del modello imperiale europeo, ripercorrendo piuttosto, già a partire dagli Stati crociati, la logica delle colonie d’oltremare secondo il  modello greco antico.

Le lotte di religione riportano in primo piano l’esigenza dell’unità del mondo cristiano, che trova posto nei piani di riconciliazione ecumenica (Grozio, Pufendorf, Leibniz, De Maistre) e di “pace perpetua”(“Pax Dei”,“Ewiger Landfrid”),  eredità della tradizione persiana e imperiale medievale (St Pierre, Kant).

I romantici tedeschi (Fichte, Herder) cercano di conciliare l’aspirazione alla pace perpetua con l’egemonia romano- germanica erede del Sacro Romano Impero (la “pace del Paese” complementare alle guerre coloniali -cosa ripresa poi da Nietzsche-), mentre Alessandro I lancia l’idea massonica di un’”Europa Nazione Cristiana”al di là delle single confessioni, garantita paternalisticamente da  una coalizione di sovrani illuminati. All’ Europa dei Popoli e dei Sovrani della Santa Alleanza, Mazzini oppone un’Europa dei popoli e dei movimenti rivoluzionari democratici: la Giovine Italia, che però ha una vita stentata: i rivoluzionari dei singoli Paesi vanno per la loro strada, senza ricercare l’unità europea. Proudhon vede molto lucidamente questa deriva, e si oppone all’unità d’ Italia, proponendo come modello una federazione dei vari “pays”, le attuali Regioni, Laender, Macroregioni, ecc….(vedi il libro di Ulrike Guérot “Europaeische Republik”).

Nietzsche ha l’idea di un’Europa già unita da una comune cultura elitaria, che, durante la 1° guerra mondiale, verrà  tenuta in piedi da Thomas Mann (“La Montagna Incantata”), da Romain Rolland (“Jean-Christophe”) e da Drieu a Rochelle (“L’ Europe contre les patries”).

Dopo la 1° Guerra Mondiale, Coudenhove-Kalergi fonda il movimento Paneuropa, che riesce a persuadere Aristide Briand a sottoporre alla Società delle Nazioni, oramai rimasta, dopo il ”forfait” americano,  quasi solo europea, un piano d’integrazione continentale che trova una sua rudimentale attuazione nel “patto a Quattro” fra Francia, Germania, Italia e Inghilterra, tuttavia boicottato fin da subito dal nazismo appena affermatosi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre le forze dell’Asse realizzano nei fatti un grande blocco militare ed economico europeo, a cui Hitler rifiuta espressamente di dare una qualsivoglia forma giuridica, alcuni resistenti, soprattutto italiani, come Spinelli e Galimberti, formulano dei progetti per un’Europa unita postbellica, fra cui il più articolato, noto e importante, è il Manifesto di Ventotene.

Dopo la guerra, si pone la questione di ricostruzione, non solo materiale, ma anche spirituale, dell’Europa, di cui tratta l’opera “La Pace” di Ernst Juenger. In questo contesto, con grande difficoltà, Jean Monnet e Robert Schuman lanciano, con la cosiddetta “Dichiarazione Schuman”, l’idea di un processo politico gradualistico e funzionalistico d’integrazione continentale, basato su progetti concreti, destinato a partire dalla concretissima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio,  finalizzata alla soluzione dei problemi ormai incancreniti del patrimonio carbosiderurgico delle regioni renane, uno dei principali pomi della discordia fra Francia e Germania.

Nei prossimi post vedremo partitamente il significato storico e concettuale della Dichiarazione Schuman (9 maggio), e, sullo sfondo,  quello della Battaglia delle Termopili (fine Agosto).

Celebreremo i due anniversari che, miracolosamente, concorrono contemporaneamente nello stesso anno, attraverso diversi strumenti:

1)la celebrazione, per videoconference e attraverso il dialogo telematico, del 9 maggio alle ore 10 (contattare la redazione attraverso il sito info@alpinasrl.com o il numero 0116690004);

2)la pubblicazione, nei blog Da Qin, Tecnologies for Europe e Turandot, delle novità librarie “a puntate” “10.000 anni” 2 “Tecnologies for Europe” come e.books;

3)la celebrazione (a data da determinarsi fra la fine di Agosto e l’inizio di Settembre), dell’anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina.

Intanto, abbiamo lanciato, attraverso una robusta campagna di pubbliche relazioni e di stampa, il nuovo libro “European Technology Agency”, che apre un fronte fondamentale di combattimento per l’indipendenza e la salvezza dell’ Europa nell’era delle Macchine Intelligenti. A nostro avviso, infatti, l’Identità Europea, che vive nel nostro inconscio collettivo e nella nostra cultura “alta”, avrà modo di emergere e di vivere in quella che sarà la battaglia del XXI° secolo, quella della libertà contro il sistema del controllo totale.

Nel frattempo, rilanceremo, anche attraverso un’edizione a dispense, il primo volume di “10.000 anni d’identità europea”, quello che tratta della fase più antica della nostra storia, dalle civiltà neolitiche fino alla scoperta dell’America. Una storia che, lungi da ciò che viene oggi detto e insegnato, è tutt’altro che finita, con i popoli guerrieri fra il Don e il Danubio, antenati della repubblica del Donbass, la civiltà femministica dei Balcani cara a Marija Gimbutas, la lotta fra Serse e Leonida eternata dal  film “300”, l’impero di Traiano e Adriano, che  ha lasciato vestigia dalla Selva di Teutoburgo alla Serbia, dal Donbass a Cartagine, dall’Inghilterra all’ Hijaz; con le Crociate, le eresie, i ghetti e le moschee.

Questo libro potrà essere per noi un’abbondante fonte di riflessione soprattutto a Settembre, quando abborderemo l’ardua sfida della commemorazione delle Termopili.

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LETTER TO MEMBER STATES

Torino, 24/4/2020

Al Ministro degli Esteri

Luigi di Maio

Signor  Ministro,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera (all.1), la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca ed Energia del  Parlamento Europeo (la nuova  regolamentazione dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia di Budapest) , relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (cfr. l’ordine del giorno https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html). Le ragioni della mia critica sono esposte nel libro allegato sub 1.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come  questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo la Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al  cosiddetto “Piano Marshall”.

Ciò detto, non credo  spetti, in linea di principio, al Governo intromettersi nell’ iter di  lavori così avanzati del Parlamento Europeo, sicché mi sono già rivolto al Presidente Sassoli e al Commissario Gentiloni,  tuttavia penso che  la situazione attuale sia così straordinaria, che qualunque cittadino abbia il diritto e il dovere di sostenere la tesi contenuta nel libro, secondo cui si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Tra l’altro, proprio uno studio diffuso recentemente dallo stesso Parlamento Europeo (allegato 2), rivela che fin dal 2013 la Cina ha superato l’Europa quanto a investimenti in Ricerca e Sviluppo. Come pensiamo di superare questo gap sempre crescente? Quindi, a rigore, domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, essendo sostituito da qualcosa di più solido e di più efficace.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare, a questo proposito, che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo stroncata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Credo comunque che il Governo italiano sia perfettamente intitolato, nell’ambito delle discussioni in corso sulle misure per uscire dalla crisi, a chiedere una totale rivisitazione di tutti gli aspetti del bilancio europeo, per approntare, nell’ambito del bilancio pluriennale 2021-2027, una revisione totale delle politiche economiche europee, mirante a rovesciare l’attuale situazione di decadenza del nostro Continente, e dell’Italia in particolare. Un rovesciamento che non sarà certamente conseguito con mezze misure volte esclusivamente a ripristinare lo status quo.

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a completa disposizione Sua e del Governo per approfondire questi temi.

RingraziandoLa per l’attenzione,

Voglia gradire la nostra più alta considerazione

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente,

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004    +39 335. 7761536   www.alpinasrl.com  

Turin, 25/4/2020

Au Président de la République Française,

Emmanuel Macron

Une proposition pour la Conférence pour l’avenir de l’Europe : une Agence Européenne pour les Technologies.

Monsieur le Président,

nous sommes en train de vous envoyer par courrier exprès l’ouvrage « European Technology Agency , a Sovereign Digital Ecosystem »  que Associazione Culturale Diàlexis vient de publier. Comme, à cause du lockdown, le livre existe seulement en format numérique, et en Italie c’est une fête nationale, si quelque votre collaborateur nous indique un numéro d’e.mail, nos vous enverrons immédiatement une copie numérique.

Cet ouvrage a l’ambition d’aborder, dans un moment si difficile pour l’Europe, la question de la lutte pour la souveraineté technologique. Un objectif que vous avez porté justement à l’attention de toutes les instances, nationales et internationales, mais qui risque à tout moment d’être caché par des thèmes qui s’imposent de temps en temps à l’opinion publique: le terrorisme, les immigrés, la crise économique, les populismes, les guerres commerciales,  le Coronavirus.

A’ l’heure actuelle, le risque majeur est que, une fois résolue la question du sauvetage des économies européennes des conséquences du lockdown, le nouveau budget pluriannuel soit dédié au consolidement de ce qui déjà existe, tandis que, si nous voulons résoudre la question de la souveraineté, il faut nous donner, avant qu’une véritable guerre parmi les grandes puissances et les géants du web débute sur  notre territoire, ce qui encore n’existe pas: une culture stratégique européenne, un web européen, un cloud européen, une intelligence européenne. La crise du Coronavirus devrait constituer un levier qui nous permette di dépasser les dogmes du XXe siècle qui ont paralysé la refonte numérique de l’Europe.

Ce risque est confirmé par le fait que, tandis que les sommets de l’Union et des Etats membres sont occupés è discuter du SURE, du MES, du Recovery Plan, des Eurobonds et des Coronabonds, le Parlement Européen continue à travailler tranquillement de la réorganisation et du refinancement (pur les prochains sept ans) de l’ EIT, un institut minuscule qui devrait s’occuper de technologie en Europe, mais qui, jusqu’à présent, n’a abouti a rien (voir l’Ordre du Jour de la séance du Comité   Industrie, Recherche et Energie du Parlement Européen du 28 Avril, https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_FR.html).

Le problème est que, au cours du prochain septennat du budget Européen 2021-2027, on devrait, au contraire, créer tout ce qui n’existe pas, avec les mèmes critères d’urgence avec lesquels on avait abordé la question de la préparation industrielle militaire lors des deux guerres mondiales et on est en train de récupérer une mobilisation sanitaire lors de la crise du Coronavirus. Afin que cela soit possible, il faut que d’abord il y ait un seul cerveau qui photographie l’état de l’art, qui prévoit les évolutions, qui invente des solutions, qui attribue des tâches, qui assure le suivi, comme c’était en France le cas du Commissariat Général du Plan aux temps de Jean Monnet, le MITI au Japon après la guerre, le DARPA en Amérique et aujourd’hui le Comité pour l’ Union du Civil et du Militaire en Chine..

A’ l’heure actuelle, ce cerveau européen n’existe pas, et l’EIT c’est seulement une parodie de ce qu’une véritable Agence Européenne des Technologies devrait être. Les initiatives partent (si elles partent) des grandes entreprises (s’il y en a), des associations professionnelles, des Ministères, de la Commission, de l’ESA, d’Arianespace, mais sans aucune coordination, ni parmi les secteurs, ni parmi les pays. Surtout, personne ne songe à contraster les privilèges des GAFAs. Au contraire, on les utilise souvent comme des « conseillers du prince ».

L’idée que notre livre propose, et qui devrait représenter le centre de la discussion, soit pour le budget 2021-2027, soit de la Conférence sur l’Avenir de l’ Europe, est celle de créer un tel cerveau, l’Agence Européenne de la Technologie, avec le rôle qui l’ESA a dans le secteur de l’espace, mais élargie à toutes nouvelles technologies : étudier, débattre, proposer, organiser, contrôler, gérer tout ce qui bouge (et surtout ce qui ne bouge pas) en Europe dans le secteur des nouvelles technologiques : réflexion culturelle et futurologique ; recherche de base et appliquée ; formation et compétences ; dual use ; géopolitique et diplomatie ; cryptomonnaies et finance numérique ; web economy et big data ; cyber threat intelligence et cyberguerre ; 4.0, 5.0, 5 G, 6G ; ordinateurs quantiques et fusées hypersoniques ;avions de 6e génération ;  véhicules et armements autonomes, étique et droit des technologies). Aujourd’hui, il n’existe en Europe aucune personne, ni aucune institution, qui soient familières avec l’ensemble de ces disciplines.

Au contraire, Made in China 2025 a défini même quelles seront les entreprises chinoises dominantes sur les différents marchés mondiaux dans les prochaines cinq ans ; M. Trump proclame que l’Amérique doit rester (ou redevenir) la première en tout e M. Kurzweil, le Directeur Technique de Google, a même écrit bien de livres pour expliquer comment et par quelles étapes il va atteindre, dans quelques décennies, le dépassement de l’homme par la machine et ensuite l’indépendance du logiciel des ordinateurs (la « Singularité »).Il est évident que, pour l’agence que nous proposons, le travail ne manquerait pas pour tous les prochains ans.

J’espère que le livre que nous vous proposons puisse constituer une contribution valable pour les discussions au sommet qui ne devraient pas cesser dans les prochains mois sur les thèmes abordés ci-dessus, et tout d’abord à propos des démarches en cours pour la refonde de l’EIT. Nous sommes en train d’élaborer un autre livre, parallèle, sur la nécessité que l’Europe, en abordant sa renaissance numérique, développe un Humanisme Numérique, qui soit l’actualisation de sa civilisation millénaire . Nous ne manquerons pas de vous tenir au courant des évolutions de ce nouvel effort.

En vous remerciant d’abord pour votre attention,

Veuillez agréer, M. le Président, l’expression de ma plus haute considération,

Pour Associazione Culturale Diàlexis,

Le Président

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004 
  +39 335. 7761536 
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Turin, 24/4/2020

Betr.: “Neuer Marshallplan und Technologie” : Sitzung 28 April des EP um EIT

Herr Minister,

Wir wünschen Sie hierbei über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sehen Sie  die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden.

In der  gleichzeitig mit der Koronawirus Pandemie erschienenen Nationalen Industriestrategie 2030,Strategische Leitlinien für eine deutsche und europäische Industriepolitik, schrieben Sie, unter anderem:

“………Weltweit erfolgreiche Internetunternehmen der Plattformökonomie entstehen derzeit noch fast ausschließlich in den USA und in China. Nicht hingegen in Deutschland und den meisten Ländern der EU. Eine Änderung dieses Zustands ist bislang nicht in Sicht. Hier besteht Handlungsbedarf.…..Jedenfalls durch die vorgehende US-Administration wurde diese Entwicklung umfassend begleitet und unterstützt..………..Ein industriepolitisch besonders erfolgreiches Land ist die Volksrepublik China, die 2015 die Agenda „Made in China 2025“ beschlossen hat. Durch aktive Industriepolitik sollen dort Schlüsseltechnologien in zehn Sektoren gestärkt werden. Dazu gehören u. a. die Informationstechnik, High-End-Robotics, Luft-und Raumfahrt, Maritime Industrie, Elektromobilität, Transport und Eisenbahn, Biopharmazeutika, Medizintechnik. 2017 kündigte China an, im Bereich der Künstlichen Intelligenz bis 2030 zum weltweiten Spitzenreiter werden zu wollen. Der chinesische Staatskonzern CMG beschloss im Juli 2018, einen 15 Milliarden US-Dollar umfassenden Technologiefonds zu gründen (China New Era Technology Fund). …….”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa (wie diejenige des EITs) machen kann, die noch vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo, richten. Wie Sie feststellt haben, waren die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird. Die neuen Technologien haben genau diesen Charakter:

-erstens, weil sie heute in Europa nicht bestehen;

-zweitens, weil heute die OTTs aus Europa so viele Ressourcen auspumpen, dass die Nationalen Steuerkapazitäten seit vielen Jahren schwer gemindert wurden.

Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber unsere Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen. Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir hoffen auch, daß diese Tätigkeit den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenige  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht mehr die “planlosen Eliten” bleiben, die schon vor 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004 
  +39 335. 7761536 
info@@alpinasrl.com

DAL VERTICE NATO ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Il libro “La nuova guerra civile” dell’ anno scorso, tratta della distruzione dell’ Europa conseguente ai suoi dissidi interni

Come sempre, accolgo con interesse le iniziative del Professor Cardini, ultima fra le quali,  quella di concentrare, tramite il suo blog, sul rapporto con la NATO l’attenzione del pubblico, sollecitando i commenti dei lettori. Mi sembra infatti che il Presidente Macron, al di là delle sue contingenti prese di posizione, stia avviando proprio in questi giorni, con le sue esternazioni,  una vera e propria rivoluzione ideale sulla geopolitica dell’ Europa,  in termini che vale la pena di commentare testualmente: « J’essaie de comprendre le monde tel qu’il est, je ne fais la morale à personne. J’ai peut-être tort. »

A mio avviso Macron ha però torto almeno quando afferma che non si può rimproverare a qualcuno di non aver visto in passato ciò che si stava avvicinando ( « Peut-on reprocher à quiconque de ne pas l’avoir vu il y a cinq ou dix ans?)” .In effetti, le verità sulla NATO, sulla guerra informatica e commerciale e sulla società del controllo totale si potevano prevedere da almeno 20 anni, se non da 70, quando  noi ne avevamo appunto scritto. Cito solo alcune tappe fondamentali della rivoluzione esistenziale in corso:

-1941-1960: conferenze Macy sull’informatica;

-1968: “2001 , Space Odyssey” di Kubrick , realizzato insieme alla NASA;

-1993: conferenza alla NASA di Vernor Vinge sulla Singularity;

-2000: “The future does not need us”, di Bill Joy;

-2005, “The Singularity is near”, di Ray Kurzweil;

-2007: Prism;

-2011: “The Net Delusion”, di Evgeny Morozov;

-2013: fuga di Snowden.

Coloro che non hanno visto (o non hanno voluto vedere) queste realtà sono i leaders dei Paesi europei, che in teoria sarebbero pagati profumatamente per guidare il nostro Continente studiando il futuro, ma che invece hanno ben altre priorità.

Quanto ai cittadini europei, come scrive Cardini,”se la NATO bombarda da qualche parte tra Europa, Asia e Africa, ne siamo tutti responsabili. I nostri politici e i nostri media accettano la cosa come se fosse del tutto normale e ne parlano il meno possibile. Vorremmo impegnarci a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti. Magari a rimettere in causa anche le ragioni per le quali, in passato, tanti europei hanno riposto tanta fiducia e tanta speranza in quell’organismo. Lo meritava davvero, oltre settant’anni fa? Lo merita ancora, oggi? Chi decide al suo interno? Quanto ci costa? Quanto incide sulla nostra sovranità politica e territoriale? Tutti ne siamo corresponsabili, nessuno può tirarsi fuori: abbiamo coscienza di tutto ciò? O preferiamo seguire l’esempio di quanti, a proposito della Shoah, hanno detto ‘io non so, io non c’ero, io non ne sapevo nulla?’ ”

Perciò, raccogliendo l’invito di Cardini, dedichiamo anche noi questo post alla NATO e al Vertice di Londra di questa settimana.

La “Repubblica dei due Popoli”, vale a dire la Grande Polonia dei Secoli XVII e XVIII

1.L’”aurea libertà” dell’aristocrazia polacca e la distruzione dell’ Europa

Credo che la situazione attuale dell’Europa possa essere illustrata bene con l’esempio storico del declassamento e del crollo, nel XVIII Secolo, della “Repubblica Polacco-Lituana”, multinazionale e multiculturale, per due secoli il più grande Stato d’Europa, distrutto in duecento anni dalla fondazione per colpa della sua inadeguatezza istituzionale. Il Regno polacco, trasformatosi nel 1659 nella “Repubblica dei due Popoli” (comprendente anche Prussia, Paesi Baltici, Bielorussia, Ucraina, Moldova e un “Parlamento dei Quattro Paesi” ebraico), alla fine del XVII Secolo era retto dal principio del “Liberum Veto”, che prevedeva, per qualunque decisione, il consenso di tutti i membri della Dieta federale. Questo sistema, che assomigliava molto al sistema consensuale delle attuali Istituzioni europee, veniva definito apologeticamente come “Aurea Libertà”, perché garantiva un potere enorme ai ceti privilegiati; in realtà, esso condusse la “Repubblica”, nel giro di un secolo, alla sparizione e i suoi popoli all’ asservimento. Si diffuse in proposito un gioco di parole. Mentre i sostenitori dell’ Aurea Libertà avevano coniato il motto “Nie rządem Polska stoi, ale swobodami obywateli” (La Polonia prospera non per il suo governo, ma per le libertà cittadine), i critici ne leggevano l’incipit come “nierządem”, cioè ”disordine”: dunque, “La Polonia si regge sul disordine”. La stessa ambiguità vale per l’Unione Europea, dove viene oggi esaltato ogni genere di libertà, ma, in realtà, su qualunque argomento siamo condannati ad attuare semplicemente il volere di poteri esterni, che mirano al nostro asservimento e alla distruzione del nostro Continente, mentre chi ne trae profitto è soltanto una casta “bibéronnée dans les campus américains”(come scrive Le Monde Diplomatique), i cui lussi e i cui capricci vengono contrabbandati come “diritti umani” dall’ideologia del “liberalismo progressista”. Secondo Mearsheimer, infatti, lungi dal costituire una meritoria e disinteressata forma di impegno civile,  “l’egemonia liberale è una strategia di pieno impiego per l’establishment della politica estera”.

Un importante corollario del Liberum Veto era il divieto di riforme legislative senza l’unanimità dei notabili: “Nic nowego brzez nas” (“nulla di nuovo senza di noi(anche questo un possibile motto dell’Unione, dove gli stessi temi, e, in primis, la Politica Estera e di Difesa Comune, sono in discussione da ben 70 anni senza mai essere approdati a una qualche conclusione). Come si vede, la Polonia, lungi dal costituire un elemento estraneo nell’ Unione Europea, ne è  stata una sorta di anticipazione.

Il Liberum Veto spalancò ovviamente le porte alle potenze straniere, che corrompevano i nobili affinché esercitassero il loro voto contro le decisioni ad esse sgradite. In tal modo, la “Rzeczpospolita” divenne uno Stato a sovranità limitata, dove il re (in genere straniero) veniva scelto dall’ esterno, e, il più sovente, dallo zar di Russia. Quando però la Russia inviò proprie truppe in Polonia, il Re di Prussia reagì con un’avveniristica “covert operation”, immettendo sul mercato una gran quantità di monete polacche contraffatte, così provocando la crisi economica  che portò al crollo della “Rzeczpospolita”.Alla fine, Russia, Prussia e Austria invasero definitivamente la Polonia decidendo di cancellare completamente il Regno, e di dividersene i territori.

L’Unione Europea, sottoposta contemporaneamente al protettorato americano e all’influenza crescente di Russia e Cina, si trova oggi in una situazione molto simile a quella della Polonia del sei-settecento, in cui nessuno ha il diritto di agire tempestivamente in difesa della “ragion di Stato europea”. Ogni decisione viene bloccata dalla casta in nome di una pretesa “aurea libertà”, sicché è ovvio che le tre maggiori potenze mondiali, a cominciare dagli USA, per poi allargarsi ad altre, siano portate a ingerirsi nella vita politica interna dell’Europa attraverso influenze culturali e sociali e con la corruzione, che siano già passate dall’occupazione militare,  e si accingano ad arrivare ben presto alla spartizione (le cui linee iniziano ora a delinearsi). Ancor ora, questa situazione deteriorata viene esaltata come se fosse un’”aurea libertà”, ma non passerà molto tempo che se ne vedranno le incredibili conseguenze. Basti vedere che cosa è diventato il Medio Oriente grazie a un secolo di debolezza interna e di continue ingerenze esterne, senza nessuna potenza egemone interna che tenga fuori i guastafeste.

Rispetto alle due situazioni citate, quella dell’Europa di oggi si distingue però, come già detto, per il ruolo centrale dell’informatica (cfr par. 2, infra).

 

Jan Sobieski a Vienna, il sovrano che aveva portato la Grande Polonia al centro della politica europea

2.Finalmente parliamo di politiche estere “à tous les azimuts”

L’essenziale della riflessione di Macron è un brusco richiamo degli Europei al realismo sulla reale situazione geopolitica dell’ Europa :

«  l’Europe était guidée par une logique dont la primauté était économique, avec la conviction sous-jacente que l’économie de marché convient à tout le monde. Et ce n’est pas vrai ou plus. Nous devons tirer des conclusions: c’est le retour d’un agenda stratégique de la souveraineté. »

Un richiamo al realismo che trova un riscontro anche nella più recente politologia americana (per esempio, in John Mearsheimer).

Che bisogni tornare alla sovranità, è dimostrato innanzitutto dall’aggressione all’ Europa delle multinazionali del web: “Si nous n’agissons pas, dans cinq ans, je ne pourrai plus dire à mes concitoyens: ‘Vos données sont protégées’ »…Detto fatto, la Francia e l’Italia hanno finalmente introdotto una modesta web tax sui profitti delle multinazionali informatiche. Questo è bastato, a sua volta, a Trump per inasprire ulteriormente le sanzioni contro gli Europei, in primo luogo contro la Francia, ma il monito riguarda anche l’Italia, che, nella legge di Bilancio 2020, ha previsto un’aliquota del 3% per i colossi del web. Tuttavia, le ragioni vere del conflitto sono altre. Come hanno chiarito Evgeny Morozov, Shoshana Zuboff e Limes online, attraverso le “GAFA” l’America controlla globalmente le nostre società e le nostre economie. Una tassa del 3% non compensa affatto quest’ enorme drenaggio di cassa, e, soprattutto, di potere, che si potrebbe arginare solo “nazionalizzando i dati” degli Europei (cioè immagazzinandoli in Europa). Perciò, questa tassa, pur così osteggiata da Trump, è in realtà soltanto come il famoso “piatto di lenticchie” per il quale Esaù aveva rinunziato alla primogenitura.

Come si è potuti arrivare a questo punto? Per Macron, si sarebbe trattato di un colossale abbaglio ideologico, che aveva ingenerato una strana reticenza (io direi di censura) per tutta la problematica internazionale dell’ ITC, una reticenza che, sempre secondo Macron, è stata perfino “imposta”, da qualcuno (che Macron non nomina): « Je pense que l’agenda européen lui a été imposé pendant des années et des années. Nous étions trop lents sur de nombreuses questions. Nous avons discuté de ces questions. Mais ce n’était pas vraiment une question que nous voulions nous poser, car nous vivions dans un monde où les alliances étaient sécurisées et qui maximisait les échanges commerciaux ».

Si trattava in sostanza del mito della Fine della Storia, un’antichissima ideologia a cui si faceva finta di credere per compiacere l’America : » L’idéologie dominante avait une idée de la fin de l’histoire. Donc, il n’y aura plus de grandes guerres, la tragédie a quitté la scène, tout est merveilleux. L’agenda primordial est économique, non plus stratégique ni politique. En bref, l’idée sous-jacente est que si nous sommes tous liés par des entreprises, tout ira bien, nous ne nous ferons pas du mal. D’une certaine manière, l’ouverture indéfinie du commerce mondial est un élément de la paix.« Quello che il Papa ha chiamato “angelismo”: un’idea, quella del « doux commerce », nata per altro in Francia con Benjamin Constant e che ha avuto un lunga storia nel mondo anglosassone (l’ “internazionalismo liberale”).

Tuttavia, per dirla con Toni Negri,  si trattava di un imbroglio, ben presto scoperto : »Sauf que, dans quelques années, il est devenu évident que le monde était en train de se séparer, que la tragédie était revenue sur scène, que les alliances que nous pensions être indestructibles pouvaient être renversées, que les gens pouvaient décider de tourner le dos, que pourrait avoir des intérêts divergents. Et qu’à l’heure de la mondialisation, le garant ultime du commerce mondial pourrait devenir protectionniste. Les principaux acteurs du commerce mondial pourraient avoir un programme qui soit davantage un programme de souveraineté politique…. « 

Ingannati da quell’imbroglio, gli Europei  avevano dimenticato il ruolo direttivo della politica (tanto caro, per esempio, al Presidente De Gaulle):« D’une certaine manière, nous avons complètement abandonné ce qui était autrefois la ‘grammaire’ de la souveraineté, des questions d’intérêt général qui ne peuvent pas être gérées par les entreprises. » Quindi, Macron critica anche l’idea del « deperimento dello Stato », che, secondo l’ideologia mondialistica di fine ‘900, sarebbe stato sostituito dalle multinazionali : » Les entreprises peuvent être votre partenaire, mais c’est le rôle de l’État de gérer ces choses. »

Dunque, come per De Gaulle, «La politique d’abord, l’intendance suivra » . Sul piano delle politiche europee, quanto precede ha, come conseguenza, che si deve perseguire un sovranismo europeo, che sia comparabile a quelli americano e cinese. Infatti, meritano rispetto solo gli Stati che siano sovrani come l’ America e la Cina:« J’ai toujours dit à nos partenaires, qu’ils soient américains ou chinois: ‘Je vous respecte parce que vous êtes souverains’. Je pense donc que l’Europe ne sera respectée que si elle reconsidère sa propre souveraineté. »Dunque, con buona pace dei nostri « sovranisti », non può essere sovrano uno Stato che non abbia dimensioni comparabili a quelle di America e Cina, anche se la nostra classe dirigente, priva di un proprio orientamento culturale, non si muoverà in tal senso se non quando vi sarà portata da qualcun altro.

E, in effetti, la causa prima della debolezza, nel ‘700, della Polonia, e, ora, dell’Europa, è quella di non possedere al suo interno, come i suoi vicini, un soggetto politico forte (ieri, come le imperatrici di Austria e di Russia e il Re di Prussia, oggi, come  i presidenti americano e cinese), in grado di coniugare diplomazia, lobby e forza militare, senza essere intralciato nelle sue politiche estera e di difesa.

La corsa verso l’informatica proprio deriva dal fatto che l’America s’illude di poter realizzare artificialmente una “fine della Storia” a proprio favore attraverso il monopolio dell’ ICT(come dimostra l’isteria contro l’uso di tecnologie Huawei), attraversando così indenni questo momento sfavorevole (Caracciolo, Mearsheimer).

Infatti, la situazione è complicata dal fatto che la politica estera e di difesa è ormai  essenzialmente una questione cibernetica, e l’Europa, che non ha un potere digitale unitario, ma, anzi, è completamente immersa nel sistema digitale americano, non ha alcun margine di manovra, in nessun senso. Infatti, i dati dei nostri cittadini, delle nostre imprese e dei nostri eserciti, sono tutti immagazzinati nei server di Salt Lake City, che, come è stato confermato dalla sentenza Schrems, sono completamente disponibili alle 16 agenzie americane di intelligence, per effetto di leggi ormai secolari, che -Obama ha dichiarato- l’America non abrogherà mai. In una notte in cui, come nel 1983, qualcuno dovesse decidere, come il tenente colonnello Petrov, se schiacciare o no il pulsante della 3° Guerra Mondiale, quel qualcuno non saremo sicuramente noi, e la nostra posizione non sarà certamente considerata da nessuno, se non nel ruolo di bersagli (vedi testate nucleari americane permanentemente montate sui nostri bombardieri, come ricorda molto opportunamente Manlio Dinucci sul blog di Cardini).

Da questo problema fondamentale derivano tutti gli altri, per altro neppur essi irrilevanti. In una società completamente informatizzata, se non abbiamo la possibilità, ma neppure il diritto, di avere un’autonoma gestione dei nostri dati, non possiamo, né proteggere la nostra economia, basata sulla proprietà intellettuale, né avere una vita politica autentica, perché questa sarà sempre manovrata dai dossier segreti raccolti su di noi. E, se non possiamo avere, né un’economia autonoma, né una politica autentica, continuerà in eterno la nostra decadenza culturale, economica, politica e militare, fino al completo esaurimento di ogni nostra risorsa. E’ per questo che non siamo in grado di formulare i nostri progetti, né a breve, né a medio, né a lungo termine -perché intuiamo che, a meno di un miracolo, le cose non potranno se non peggiorare, e, comunque, la realizzazione dei nostri progetti non dipenderà da noi-. I nostri governanti possono solo fingere di governare.

In definitiva, per Macron la sovranità tecnologica europea dev’essere equidistante fra Cina e Stati Uniti« En ce qui concerne la 5G, nous nous référons principalement aux relations avec les fabricants chinois; en matière de données, nous parlons principalement de relations avec les plateformes américaines. »

Certo, quest’ obiettiva esigenza (intravvista, anche se a malincuore,  da tutti gli osservatori) è difficile da digerire per una classe dirigente nichilistica, che, formatasi nel XX secolo al marxismo e al sessantottismo, era riuscita con grande sforzo, per sopravvivere,  a  riconvertirsi al neo-liberismo occidentale, e ora si vede condannata allo sforzo di una  nuova migrazione intellettuale, per giunta  verso siti che nemmeno conosce.

La politica  mondiale è dominata da imperi assertivi, con cui l’ Europa non riesce a confrontarsi

3.L’Italia: scenario per eccellenza dell’ imbroglio “angelista”

Ciò che più assomiglia all’antica “Aurea Libertas” polacca è l’atteggiamento di sudditanza, al limite dell’alto tradimento (per usare un termine di Salvini), che i leader europei dimostrano verso quelli extraeuropei. Quando le varie fazioni americane vengono in Italia per farsi dare le prove pro o contro il Russiagate, Salvini preferisce dimettersi per non urtarsi con nessuno, soprattutto perché Trump ha appena officiato “Giuseppi”; e, tuttavia, per l’America Salvini non è ancora abbastanza allineato, sicché si fanno gli occhi dolci alla Meloni. Di Maio firma il memorandum sulla Via della Seta, ma, su richiesta degli USA, ne “sfronda” tutti i business più succosi, fino a far crollare le nostre esportazioni in Cina; poi, l’Ambasciatore cinese convoca a rapporto Beppe Grillo per una ramanzina, e l’Italia si astiene da commenti su Hong Kong, ma subito dopo permette a un oppositore anti-cinese di collegarsi via Skype con il nostro Parlamento. A questo punto, il Ministro degli Esteri cinese e l’ambasciata in Italia emettono una dura reprimenda. Siamo arrivati ad Arlecchino servo di due padroni. Non si era detto concordemente che tutti si devono astenere dalle ingerenze nella politica interna degli altri Stati, e che il commercio internazionale dev’essere libero? Giustamente, si afferma anche che quest’ultimo dovrebbe essere una competenza dell’Unione Europea. E, in effetti, ci sarebbero anche i “poteri impliciti” di quest’ultima Ma, quando pure ne avesse i poteri, essa sarebbe in grado di comportarsi in modo diverso dai leader italiani? La debolezza è degli Europei in generale, non solo dell’Italia o dell’Unione. Abbiamo una visione di quello che vogliamo essere fra 1, 5, 10, 20, 50, 100 anni, e di quali passi dobbiamo percorrere per arrivarci? Secondo Angelo Bolaffi, “ad oggi non c’è ancora un’idea precisa di quale possa essere questa ‘terza via’ e l’ Europa rischia per questo di essere schiacciata in una ‘global tech war’, nella guerra per il dominio globale della tecnologia”. Francamente, a me sembra di averla, questa idea, e di esprimerla. Tuttavia, sono i meccanismi viziati della comunicazione e del consenso che hanno, fino ad ora, reso impossibile la comunicazione dei contenuti genuinamente europei.

 

 

 

 

 

Arianespace, un’eredità gaullista

4.La  Conferenza fra funzionalismo e federalismo

Francia e Germania hanno proposto, forse tempestivamente, o forse già oltre il tempo massimo, di organizzare per il 2020 una “Conferenza sul futuro dell’ Europa”, in cui ci si ripromette di affrontare tutti i temi in sospeso. In particolare, Macron sembra intenzionato a porre la questione della difesa comune. Una volta tanto, concordo con il trafiletto di Sergio Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”della scorsa domenica: “Viste le divisioni tra gli Stati membri, la Conferenza potrebbe finire per fare propria una visione continuista del futuro dell’ UE. Si tratta di un rischio perché non si esce dallo stallo in cui ci troviamo riscaldando la stessa minestra. Occorrerebbe invece cambiare il paradigma di riferimento dell’integrazione, riconoscendo con realismo l’insufficienza di quello fino ad ora predominante, il metodo funzionalista (basato sull’idea di un’integrazione continua) dovrebbe essere sostituito da un metodo federalista (basato invece sulla definizione costituzionale delle istituzioni e delle competenze dell’ UE)”.

Il problema è che nessuno si sofferma mai bene a vedere che cosa sono gli approcci, rispettivamente, “funzionalista” e “federalista”, di cui tanto si è parlato nell’ ambiente europeista. Il  funzionalismo è quella tendenza culturale, assolutamente attuale, che ritiene che tutte le realtà umane si possano ridurre a funzioni, traducibili in algoritmi, e trasferibili su altri “vettori”. Esso deriva dalla “religione della scienza” dei sansimoniani e prelude al transumanesimo. In politica, Mitrany lo usò per contraddire Spinelli, sostenendo invece la “Dichiarazione Schuman”, con l’idea che le collaborazioni su aspetti tecnici avrebbero sviluppato una “solidarietà di fatto” fra gli Europei. Questo significava pensare che gli uomini fossero uniti solo dall’economia, e non da motivazioni psicologiche, politiche o spirituali. Al contrario, il “federalismo” come lo concepiva originariamente Spinelli era un approccio rivoluzionario, con cui egli sperava di fare accettare, nella confusione postbellica, una federazione europea molto lontana dalle realtà di fatto dell’epoca. Spinelli si sbagliava, evidentemente perché, nel 1941 (al tempo del Patto Molotov-Ribbentrop), non si poteva ovviamente immaginare come sarebbe finita la IIa Guerra Mondiale, e, in particolare, che i pochissimi federalisti, come del resto buona parte dei leader antifascisti, non avrebbero avuto alcuna reale presa sugli aspetti militari, essendo tra l’altro la maggior parte restata in Svizzera, senza partecipare neppure alle operazioni partigiane. Il potere alla fine della guerra spettò pertanto agli Alleati, e, in piccola parte, alle burocrazie prebelliche, i quali appoggiarono, alla fine, almeno il progetto funzionalistico, ma con grandi tentennamenti, e non avrebbero comunque approvato il progetto federalistico di Spinelli, che mirava a togliere peso all’ apparato statale nazionale, alle lobby ad esso collegate e soprattutto alle potenze vincitrici.

Infatti, difficilmente una federazione viene creata pacificamente, come dimostrato dai casi degli USA, del Sudafrica,  dell’ URSS e dell’ India. Di qui il cosiddetto “machiavellismo” a cui furono costretti i padri fondatori delle Comunità Europee, e, in primis, di Spinelli, che tentarono di far passare comunque la loro impostazione, pur non avendo in mano delle grosse carte. Oggi, è escluso più che mai un colpo di mano di una parte di alcuni Europei nei confronti di altri, ma il temporaneo squilibrio di forza politica fra Macron, da un lato, la leadership tedesca azzoppata, dall’ altra, e, infine, quella degli altri Stati membri, è così ragguardevole, che Macron potrebbe anche tentare una forzatura, per esempio per ciò che concerne la politica estera e di difesa. Qui, Fabbrini, che pure teme, e giustamente, le solite rifritture, cade però anch’egli nel “déja vu”, quando paventa l’ipotesi che Macron “non la utilizzerà per avanzare la visione egemonica della Francia di De Gaulle”. Non capisco infatti in che altro modo si potrebbe fare avanzare una politica estera e di difesa europea in un mondo completamente digitalizzato, se non mettendo a disposizione dell’ Europa, attraverso un colpo di mano francese, un web autonomo da quello americano, così come De Gaulle aveva creato dal nulla (e messo a disposizione dell’ Europa), i missili balistici intercontinentali usati dall’ Ariane per i lanci civili e dall’Ente Spaziale Europeo e di Arianespace, i Treni ad Alta Velocità (TGV) per avviare le Reti Transeuropee, e, infine, l’ Airbus, per avviare un’industria europea aerospaziale e di difesa.

Per realizzare tutto ciò, Macron rilancia praticamente il decisionismo gollista : Je suis en faveur d’une efficacité accrue, d’une décision plus rapide et plus claire, d’un changement du dogme et de l’idéologie qui nous animent collectivement aujourd’hui.”Macron conta di utilizzare, a questo fine, i cosiddetti “poteri impliciti” della Commissione, in particolare attraverso le deleghe attribuite a Thierry Breton : « Sur bon nombre de ces sujets, la Commission européenne est compétente: le numérique, le marché unique et maintenant la défense dans le cadre d’une coopération renforcée. C’est d’ailleurs le portefeuille français de la prochaine Commission ».

Ricordiamo che, se non ci fosse stato De Gaulle, non avremmo neppure quello straccio d’integrazione “funzionalistica” che oggi abbiamo attraverso i “caMPIONI EUROPEI”, anche se, qualitativamente, non si discosta dalle soluzioni del XIX Secolo: la Società della Navigazione sul Reno, il Treno Mitropa e l’Orient Express, voluti dai Sansimoniani.

I Whistleblowers

  1. Un’occasione d’oro per dire la propria opinione

Certo, anche ora, nonostante la crisi dell’interventismo liberale,  neanche un’America “realista e nazionalista” come la vorrebbe Mearsheimer, potrà non “stare a guardare”, come dimostrato dalle rappresaglie sulla Web Tax, ma è questo il momento più propizio per l’ Europa per ingaggiar battaglia. Tutti coloro i quali, da 70 anni, non fanno che lamentarsi dell’Europa, vuoi perché troppo tecnocratica, vuoi perchè lontana dai cittadini, vuoi perché poco sociale, vuoi infine perché poco sovrana, non possono permettersi di restarsene inattivi dinanzi all’occasione fornita dalla Conferenza. Altrimenti, si rivelerebbe troppo chiaramente che le loro proteste sono meramente strumentali, per far sfogare la giusta rabbia degli Europei senza modificare lo status quo e non  attirarsi, così,  le ire dei poteri forti. Concordo però con Fabbrini sul pericolo che la Conferenza  si riveli un ennesimo giro a vuoto, anche perché già il documento preparatorio  elude i temi più scottanti.

Eppure, se la classe politica non ascolterà mai proteste motivate e vibrate dei cittadini, continuerà a comportarsi come Don Ferrante: “sopire, troncare, troncare, sopire”, fingendo di attivarsi e in realtà bloccando ogni tentativo di soluzione. Fattivamente, Cardini chiede a tutti di commentare sul suo blog i post sulla NATO, cosa che noi stiamo già facendo con questo articolo. Invito intanto tutti a partecipare a questo dibattito, tramite il blog di Cardini e/o il mio.

Certo che ci sono varie soluzioni alternative alla NATO, e sono precisamente quelle  di una difesa autonoma dell’Europa, come proposto, fra le righe, da Macron, e di una serie di  accordi con i Paesi vicini per la prevenzione dei casi di guerra, come accennato fin dall’ inizio da Putin e, all’ ultimo vertice, perfino da Stoltenberg.

Intanto, mentre l’America è un’”ideocrazia”, o , come diceva Chesterton, ”una nazione con l’anima di una Chiesa”, che ritiene suo dovere religioso quello di imporre a tutto il mondo, non soltanto l’adozione dei suoi sistemi economici e sociali, ma addirittura l’adesione ai suoi valori, e, perfino, alle sue idiosincrasie, l’Europa dice invece di credere nella diversità delle grandi tradizioni culturali del mondo, come testimoniato dai suoi grandi autori, come De Las Casas, Ricci, Goethe, Schopenhauer….

Secondo Mearsheimer, l’identità americana, al di là della prevalenza attuale del liberalismo progressismo, ha comportato sempre una qualche necessità d’ ingegnarsi nella vita di tutti i paesi del mondo, imponendo loro il proprio controllo -culturale, ideologico, giuridico, economico e militare-, mentre invece l’Europa non sente tradizionalmente questo bisogno, perché essa è, come dice il Papa, “poliedrica”. Ci sono in Europa Lapponi e Turchi, Irlandesi e Ebrei, Inglesi e Russi, ciascuno con sue tradizioni, religioni, culture, abitudini, esigenze e interessi diversi. Perché mai questi Europei dovrebbero andare in giro per il mondo, come pretenderebbe Stoltenberg, a bombardare, occupare, reprimere, indottrinare, per attuare gli ordini, le idee e gli interessi di qualcun altro? Non riesco a trovare argomenti validi  per contestare agl’Islamici le loro monarchie e repubbliche islamiche, così come noi abbiamo il Regno d’Inghilterra, con la Regina che è a capo, tanto della Chiesa ,quanto della Massoneria; né, ai Cinesi,  di organizzare il loro impero, di dimensioni uniche nel suo genere, con gli stessi criteri collaudati con cui l’hanno gestito con successo da cinquemila anni, e che assomigliano moltissimo a quelli della Chiesa Cattolica.

In secondo luogo, “America First” significa come minimo “Europe Second”. Ammesso che esista un “Occidente” e che i due popoli vogliano veramente coesistere, non si capisce perché trecento milioni di Americani pretendano di guidare in eterno almeno seicento milioni di Europei.

Ne deriva che le esigenze di difesa dell’Europa sono in ogni caso sostanzialmente più modeste di quelle americane, e possono essere soddisfatte con un minore costo e dispendio di energie, soprattutto se non fossimo più costretti a disperdere le nostre forze per obiettivi che non sono i nostri.Quindi, secondo Ezio Mauro, oggi manca proprio il collante storico politico, storico, culturale di un’ideologia comune alle due sponde dell’Atlantico, quello che fino ad ora era stato  costituito dalla fiducia nel progresso, che giustifichi la NATO: “L’alleanza è una pura, gigantesca sopravvivenza, che deve giustificare se sterssa in un mondo a-occidentale”.

Vorremmo impegnarci, come chiede Cardini, “a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presenti..” Nessuno s’illude che si tratti di un compito semplice. Come ha scritto Le temps, « bousculer la plus puissante coalition militaire mondiale ne suffit pas. Encore faut-il avoir un plan pour en modifier le cap. Et disposer des clés pour déverrouiller l’étreinte américaine”

Quello che i critici della NATO non fanno, e dovremmo o incominciare a fare noi, sarebbe proprio indicare dei punti di proposta alternativi, partendo dalla comprensione del ruolo della guerra nelle società del XXI Secolo, e, in particolare, del suo rapporto con i miti messianici come quelli del Progresso, dello Stato Mondiale e della Singularity. In secondo luogo, occorre effettuare uno studio dei possibili scenari geopolitici futuri, per comprendere quali siano le effettive esigenze di difesa dell’Europa nei prossimi decenni. Infine, occorre vedere quali strumenti esistano per fare fronte a queste esigenze. Solo allora si potrà effettuare un’analisi di dettaglio della NATO, nelle sue motivazioni, nella sua genesi, nel suo funzionamento. Infine, confrontando le esigenze dell’Europa con la realtà vera della NATO, occorrerà studiare una strategia per riuscire a svincolarsi dalla stessa, o a ridimensionarla, predisponendo per tempo un assetto alternativo che sia, nel contempo, possibile e necessario.

In sostanza, mettere in pratica la massima di Sun Zu “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”.

1923: L’Europa si sveglia

SALONE 2019: RINGRAZIAMENTI

Il Salone 2019 ha rappresentato, per la nostra Casa Editrice, una tappa importante, che s’iscrive con precisione nel percorso che ci eravamo assegnati fin dall’ inizio.

Infatti, è ben dal 2006 che, solo 6 mesi dalla nostra fondazione, eravamo stati in grado di presentare i nostri libri di lingue e il nostro Catalogo 2006. Fino da allora ambivamo ad allargare la nostra presenza, per costituire un punto di riferimento per quei visitatori e quegli editori che s’interessano di Europa.

Erano alcuni anni che insistevamo presso la direzione del Salone affinché un’intera edizione fosse dedicata all’ Europa.

Quest’anno, anno di elezioni europee, sembrava inevitabile che qualcosa sarebbe stato fatto. In effetti, la direzione del Salone ha accolto con interesse le proposte di Alpina, e ci ha concesso non solamente di affittare tre sale, bensì ci ha concesso anche l’uso gratuito della Sala Internazionale, riservata alla Direzione.

Grazie a questo abbiamo potuto organizzare un programma molto ambizioso, con ben 8 manifestazioni e la presentazione di  10 libri, di cui 4 di Alpina e 6 di altri editori. Abbiamo fatto parlare circa 50 oratori, fra Istituzioni, autori, intellettuali, politici, testimonials, esperti. Abbiamo disseminato conoscenze sull’ unione Europea e sulle prossime elezioni.

A questo punto, l’opera non può non continuare, anche se s’impone una severa riflessione sulla sua fattibilità, sulle risorse, sulle finalità, sui target e sulle partnership, riflessione che è in corso già fin d’ora.

 

Non possiamo infatti permetterci di sprecare le nostre forze in direzioni sbagliate.

Intanto, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti:

Abdullat Anwar

ADD

Aracne

Balbi Adelaide

Belotti Marcello

Blumenhagen Annemarie

Borgna Grazia

Bradanini Alberto

Brague Rémi

Chen Ming

Commodo Stefano

Cottone Catia

Cresta Stefania

Dastoli Corrado

Dastoli Virgilio

Direzione del Salone del Libro

EGEA

Epifani Michele

Fontana Alessandro

Gaudina Maurizio

Giachino Mino

Gianaria Fulvio

Giordano Giovanna

Gobbo Federico

Gregorio Andrea

Guérot Ulrike

Hunklinger Michael

Icaria Editorial

Icaria Editorial

Il Mulino

Il Mulino

Isagor

Lagioia Antonio

Lenotti Luciano

Levi Lucio

Mastrocinque Franco

Mastromarino Anna

Mattiello Davide

Mattina Enzo

Merchionne Giuseppina

Movimento Europeo in Italia

Noce Paolo

Officine Grandi Riparazioni

Palea Roberto

Palici di Suni Elisabetta

Papadakis Alfredo

Pautasso Marco

Piano Stefano

Polo del Novecento

Priovolou Stella

Rappresentanza della Commissione Europea a Milano

Rocco Chiara

Rubbettino

Santaniello Roberto

Schick Irvin Cemil

Spinelli Italo

Tosi Dario Elia

Treu Tiziano

Ullstein Buchverlage GmbH

Vieilledent Catherine

Wenand Karin

Zendrini Roberta

 

 

“CANTIERI D’ EUROPA”: PROGRAMMA CORRETTO

 

 

 

Giovedì 9 maggio :GIORNATA DELL’ EUROPA

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00 All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 2

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

 

 

Venerdì 10 maggio: GIORNATA SU TECNOLOGIA E LAVORO

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

 

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo

 

 

 

 

Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00*

*L’ora indicata nella precedente comunicazione era sbagliata

 

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina, Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

 

 

 

Domenica 12 maggio: EUROPA E CINA

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

 

 

 

 

 

 

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio: LINGUE        

 

Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Le lingue per un ritorno all’ Europa” (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano,  Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

 

Con il rimescolamento seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

 

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00: INFRASTRUTTURE

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

 

Modera Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

 

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

 

 

Contatti:  Tel. 3357761536     www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com