SALONE 2019: RINGRAZIAMENTI

Il Salone 2019 ha rappresentato, per la nostra Casa Editrice, una tappa importante, che s’iscrive con precisione nel percorso che ci eravamo assegnati fin dall’ inizio.

Infatti, è ben dal 2006 che, solo 6 mesi dalla nostra fondazione, eravamo stati in grado di presentare i nostri libri di lingue e il nostro Catalogo 2006. Fino da allora ambivamo ad allargare la nostra presenza, per costituire un punto di riferimento per quei visitatori e quegli editori che s’interessano di Europa.

Erano alcuni anni che insistevamo presso la direzione del Salone affinché un’intera edizione fosse dedicata all’ Europa.

Quest’anno, anno di elezioni europee, sembrava inevitabile che qualcosa sarebbe stato fatto. In effetti, la direzione del Salone ha accolto con interesse le proposte di Alpina, e ci ha concesso non solamente di affittare tre sale, bensì ci ha concesso anche l’uso gratuito della Sala Internazionale, riservata alla Direzione.

Grazie a questo abbiamo potuto organizzare un programma molto ambizioso, con ben 8 manifestazioni e la presentazione di  10 libri, di cui 4 di Alpina e 6 di altri editori. Abbiamo fatto parlare circa 50 oratori, fra Istituzioni, autori, intellettuali, politici, testimonials, esperti. Abbiamo disseminato conoscenze sull’ unione Europea e sulle prossime elezioni.

A questo punto, l’opera non può non continuare, anche se s’impone una severa riflessione sulla sua fattibilità, sulle risorse, sulle finalità, sui target e sulle partnership, riflessione che è in corso già fin d’ora.

 

Non possiamo infatti permetterci di sprecare le nostre forze in direzioni sbagliate.

Intanto, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti:

Abdullat Anwar

ADD

Aracne

Balbi Adelaide

Belotti Marcello

Blumenhagen Annemarie

Borgna Grazia

Bradanini Alberto

Brague Rémi

Chen Ming

Commodo Stefano

Cottone Catia

Cresta Stefania

Dastoli Corrado

Dastoli Virgilio

Direzione del Salone del Libro

EGEA

Epifani Michele

Fontana Alessandro

Gaudina Maurizio

Giachino Mino

Gianaria Fulvio

Giordano Giovanna

Gobbo Federico

Gregorio Andrea

Guérot Ulrike

Hunklinger Michael

Icaria Editorial

Icaria Editorial

Il Mulino

Il Mulino

Isagor

Lagioia Antonio

Lenotti Luciano

Levi Lucio

Mastrocinque Franco

Mastromarino Anna

Mattiello Davide

Mattina Enzo

Merchionne Giuseppina

Movimento Europeo in Italia

Noce Paolo

Officine Grandi Riparazioni

Palea Roberto

Palici di Suni Elisabetta

Papadakis Alfredo

Pautasso Marco

Piano Stefano

Polo del Novecento

Priovolou Stella

Rappresentanza della Commissione Europea a Milano

Rocco Chiara

Rubbettino

Santaniello Roberto

Schick Irvin Cemil

Spinelli Italo

Tosi Dario Elia

Treu Tiziano

Ullstein Buchverlage GmbH

Vieilledent Catherine

Wenand Karin

Zendrini Roberta

 

 

“CANTIERI D’ EUROPA”: PROGRAMMA CORRETTO

 

 

 

Giovedì 9 maggio :GIORNATA DELL’ EUROPA

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00 All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 2

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

 

 

Venerdì 10 maggio: GIORNATA SU TECNOLOGIA E LAVORO

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

 

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo

 

 

 

 

Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00*

*L’ora indicata nella precedente comunicazione era sbagliata

 

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina, Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

 

 

 

Domenica 12 maggio: EUROPA E CINA

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

 

 

 

 

 

 

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio: LINGUE        

 

Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Le lingue per un ritorno all’ Europa” (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano,  Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

 

Con il rimescolamento seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

 

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00: INFRASTRUTTURE

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

 

Modera Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

 

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

 

 

Contatti:  Tel. 3357761536     www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com

 

ERRATA CORRIGE: Cantieri d’ Europa, Manifestazione di Venerdì 10 alle OGR

ATTENZIONE:

L’ORA DI INIZIO DELLA MANIFESTAZIONE ALLE OGR DI VENERDì 20 E’ SBAGLIATA.

L’ORA ESATTA E’ 15.00.

 

Riportiamo qui di seguito il programma corretto

Fino dalla sua fondazione,13 anni fa, Alpina ha sempre aspirato a costituire il nocciolo duro pensante di un pensiero entusiasta sull’ Europa, ma alternativo alla versione europea del pensiero unico, con le sue solo apparenti contrapposizioni….Da allora, il Salone del Libro di Torino, concreta manifestazione della vivacità culturale della nostra Regione, ha costituito lo scenario ideale della nostra azione. Già fin dal Salone del 2006, dedicato al concetto di “avventura”, avevamo presentato il nostro catalogo come “avventura dell’Europa” e “avventura delle lingue”.

Inoltre, praticamente unici fra tutti gli Enti, le Istituzioni, i movimenti, i partiti, abbiamo sempre celebrato, in tutti questi anni, con apposite giornate di approfondimento,  la Giornata dell’Europa del 9 maggio, mentre tutti sembrano averla semplicemente dimenticata.Con il passare del tempo, le nostre ipotesi di partenza si sono rivelate sempre più veritiere. Il rallentamento del processo  d’integrazione attraverso l’ Unione Europea, succeduta alle Comunità Europee di cui mi onoro di essere stato funzionario, allontanandosi dalle culture “alte” del nostro Continente, che ancora influenzavano i padri fondatori- classica, cristiana, rinascimentale, illuministica e romantica – ha perso progressivamente di mordente pratico, provocando, nel XXI secolo, una  stagnazione permanente dell’economia, e di appeal emotivo sui cittadini, lasciando spazio a discorsi qualunquistici impropriamente definiti sovranisti o populisti.

L’Europa ritornerà a fare presa sulla parte migliore dei suoi cittadini solo se saprà dare corpo alle loro più radicate domande esistenziali, quali espresse dalle pietre miliari rappresentative delle diverse culture europee, come, a titolo di puro esempio,   “Acque, arie e luoghi” di Ippocrate,  “le Storie” di Erodoto, “i Sepolcri” di  Foscolo, “Aut Aut” di Kierkegaard, “Les Fleurs du Mal” di Baudelaire,  lo “Zarathustra” di Nietzsche,  “Citadelle” di Saint Exupéry o “L’Enracinement” di  Simone Weil, e salvarli concretamente dall’ egemonia delle macchine intelligenti e dall’impotenza della nostra economia nelle lotte accanite in corso sui mercati internazionali.

Da almeno un paio di anni ci battevamo, insieme ad altri editori grandi e piccoli,  affinché un’edizione del Salone del Libro fosse dedicata interamente all’ Europa, ma la precedente gestione del Salone aveva opposto obiezioni di carattere economico. Quest’anno, ci è stato concesso di dedicare all’ Europa almeno un percorso, che stiamo realizzando in collaborazione con il Movimento Europeo in Italia, e abbiamo battezzato “Cantieri d’Europa”, da un lato italianizzando il nostro glorioso marchio “Baustellen Europas”, che si ispirava all’epoca pionieristica delle gru di Berlin-Mitte per ricostruire l’area devastata dal Muro, e, dall’ altra, all’urgenza d’ incominciare a ricostruire l’economia europea sfruttando l’occasione offertaci dalla Nuova Via della Seta.

Quest’anno, godiamo anche di due fortunate coincidenze:

-da un lato, il fatto che il Salone apre precisamente il 9 maggio, sicché possiamo  inaugurare “Cantieri d’Europa” celebrando nello stesso tempo la Giornata dell’ Europa.

-dall’altro, che le elezioni europee si terranno il 23-26 di maggio, e che pertanto il pubblico sarà preparato ad affrontare i temi più scottanti dell’Europa, quali quelli affrontati nelle nostre quattro novità librarie e nelle otto manifestazioni di “Cantieri d’ Europa” (strategie per il futuro, tecnologie e lavoro, Vie della Seta, regime linguistico.Anticipiamo così il programma dei “Cantieri d’ Europa”, che preciseremo ulteriormente in seguito.

I temi lato sensu europei stanno infiammando sempre più il mondo della comunicazione, della cultura e della politica: pro e contro la globalizzazione o l’immigrazione; la crisi; la disoccupazione tecnologica; l’avanzata pacifica della Cina; la difesa del patrimonio culturale e naturale. In un momento in cui gli Europei sono chiamati, con le elezioni del 2019, a esprimersi su questi temi, è un dovere civico, per la cultura, contribuire alla disseminazione consapevolezza di queste grandi questioni in gioco, per favorire una scelta informata e consapevole.Il metodo prescelto è quello dei “cantieri”, che allude alla volontà di costruire, ricostruendo  ciò che è andato distrutto: non imposizioni dogmatiche, bensì una ricerca in comune di qualcosa di autentico. Esso si salda con l’esigenza di formulare proposte costruttive, specie in relazione all’effetto trainante  delle innovazioni tecnologiche e della nuova Via della Seta.Questo metodo, che tentiamo d’inaugurare con il Salone di Torino 2019, potrebbe, e, a nostro avviso, dovrebbe, essere generalizzato a tutta la vita dell’Europa.

Calendario incontri e dibattiti:

Giovedì 9 maggio

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 16,30

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 1

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

Venerdì 10 maggio

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo

Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina,  Roberto Santaniello, Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

 

Domenica 12 maggio

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

     

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio   

 

Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Lingue per la patria europea (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano, Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

 

Con il rimescolamento generale seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

 

Modera Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

 

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

Lo stand

CANTIERI D’EUROPA

Padiglione 3, N. 131, ACCANTO ALLA SALA ARGENTO

accoglie i visitatori del Salone con le produzioni di Alpina e la documentazione del Movimento Europeo – Italia .

Inoltre, mette a disposizione di tutti una selezione delle produzioni librarie europee recenti su temi europei.

Tutti gli editori sono invitati a lasciarci in consegna, per consultazione, un esemplare dei loro libri sull’ Europa.

 

Le novità Alpina 2019 sono:

Ulrike Guérot, La nuova guerra civile, L’Europa aperta e i suoi nemici

Riccardo Lala, Il ruolo dei lavoratori nell’era dell’Intelligenza Artificiale: verso una nuova alleanza fra capitale e lavoro?

Associazione Culturale Diàlexis, L’Europa lungo le Vie della Seta, Documenti e riflessioni, con una prefazione di S.E.Alfredo Bradanini

Associazione Culturale Diàlexis, Es patrìda gaian, Lingue per la patria europea

 

 

Contatti:  Tel. 3357761536   0116690004  www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com

 

MANIFESTAZIONI DEL MESE DI FEBBRAIO

Per le prossime due settimane, abbiamo promosso con altre organizzazioni e associazioni due importanti manifestazioni, che trattano di due temi di un’ attualità scottante: il 16 febbraio, la questione delle infrastrutture per il commercio internazionale, e, il 23, quella dell’impatto, sul futuro del lavoro, delle nuove tecnologie, e, in particolare, dell’intelligenza artificiale.

In ambo i casi, si tratterà di un approccio radicalmente anticonformistico.

Nel primo ( PUNTO 1), il dibattito in corso circa la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione sarà inquadrato, da diplomatici, politici e specialisti, nel suo naturale contesto: quello dell’integrazione economica e culturale del continente eurasiatico. Nel secondo (Allegato 2), il discorso si sposterà, dalla sterile discussione, senza basi fattuali, circa i pretesi benefici o danni, per l’occupazione, della crescente automatizzazione, ad una concreta disamina delle modalità in cui i pubblici poteri, il mondo dell’ impresa e quello del lavoro, agendo di comune accordo, potranno porre sotto controllo la tecnica dispiegata, realizzando un incremento della capacità umane e del benessere e della libertà di tutti, incominciando dal Piemonte, dall’ Italia e dall’ Europa.

 

 1.  SABATO 16 FEBBRAIO, CENTRO STUDI SAN CARLO, VIA MONTE DI PIETA’ 1

ORE 9,30

L’Alta Velocità Torino – Lione è certamente uno dei temi caldi nel dibattito politico in vista delle elezioni regionali ed europee di maggio 2019: capace di incidere sul verdetto delle urne e recentemente oggetto di grandi manifestazioni di piazza. L’Italia, il Piemonte e soprattutto Torino ancora faticano, tuttavia, a capire la portata rivoluzionaria di tale opera, determinante per il ruolo e la prosperità dei sistemi locali e nazionali. In tale scenario si colloca la “Belt and Road Initiative” o nuova “Via della Seta” che prevede la realizzazione di una rete di infrastrutture ferroviarie e marittime atte a collegare Europa ed Oriente lungo sei corridoi transnazionali di cui la TAV rappresenterebbe l’anello mancante di congiunzione.  Un vero e proprio sistema, concepito per rilanciare la connettività infrastrutturale e commerciale della grande massa continentale eurasiatica ed edificare una nuova architettura economico-commerciale. L’Europa, compressa tra due superpotenze quali Stati Uniti e Cina, ha ormai ceduto da tempo il dominio delle infrastrutture tecnologiche più all’avanguardia e quelle fisiche procedono ad una lentezza esasperante in stridente contrasto, ad esempio, con la rapidità decisionale delle Ferrovie Cinesi che, avviate nel 2002 sono arrivate ormai alle soglie dell’Europa.

Introduce RICCARDO LALA (Alpina)

Modera STEFANO COMMODO (Rinascimento Europeo)

Partecipano:

Cesare Italo ROSSINI, Presidente Fondazione SLALA, Sistema Logistico Integrato del Nord-Ovest d’Italia

Riccardo GHIDELLA, Presidente Nazionale UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti) Bartolomeo

GIACHINO, Presidente “Sì Lavoro, Sì Tav”

S.E. Alberto BRADANINI, già Ambasciatore d’Italia a Pechino

Francesco BALOCCO, Assessore ai Trasporti, Infrastrutture e Opere Pubbliche Regione Piemonte

Maurizio MARRONE, Dirigente nazionale Fratelli d’Italia

MARZIA Casolati, Senatrice Lega e Segretaria 14a Commissione Permanente (Politiche dell’ Unione Europea)

Andrea Tronzano, Consigliere Regionale Forza Italia

 

2.  23 FEBBRAIO, UNIONE INDUSTRIALE, SALA PIEMONTE, VIA VELA 17

INDUSTRIA 4.0: PARTECIPAZIONE E COGESTIONE DEI LAVORATORI NELL’IMPRESA NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Il convegno vuole costituire uno stimolo per la società civile italiana, di cui Torino è stata città simbolo in molte fasi delle sua storia, nell’ affrontare il tema, oggi sempre più attuale, della sfida che l’intelligenza artificiale pone alle forme consolidate di modello sociale europeo e di partecipazione nell’ impresa.

In particolare, si tenterà d’individuare un ruolo attivo per il mondo del lavoro nelle nuove forme di organizzazione economica (Impresa 4.0, Industria 5.0), con particolare riferimento alle evoluzioni legislative in Italia e in Europa e al ruolo delle parti sociali e dei pubblici poteri nel rispondere a queste sfide sui vari piani: culturale, legislativo e contrattuale.

L’attenzione su questi temi è stata riproposta anche dall’ enciclica “Laudato sì”, ultimo anello del corpus della Dottrina Sociale della Chiesa, sollecitando ulteriori riflessioni sull’Intelligenza artificiale e sulla inclusione del mondo del lavoro nell’economia informatizzata.

Sabato 23 febbraio 2019 – ore 8.30, Sala Piemonte

Centro Congressi dell’Unione Industriale, Via Vela 17, Torino

Programma

Ore 8.30 Accoglienza e registrazione partecipanti

Ore 9.00 Saluti:

Massimo Richetti, responsabile Servizio Sindacale dell’Unione Industriale di Torino

Alberto Sacco, Assessore al Lavoro Comune di Torino

Gianna Pentenero, Assessore al Lavoro Regione Piemonte

Relazioni introduttive:

Ore 9.30 Alberto Acquaviva, presidente dell’associazione Europa Nazione Cristiana:

Cenni storici sulla Dottrina Sociale della Chiesa

Ore 9.45 dott. Riccardo Lala, manager ed editore: Panorama legislativo, tecnico e giuridico, nazionale ed europeo

Ore 10.15 prof. Ezio Sciarra, ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali, Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara: Soluzioni per salvare il lavoro al tempo della robotica

Ore 10.45 dott. Riccardo Ghidella, presidente nazionale dell’UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti): UCID e la priorità per lo sviluppo in Italia

Ore 11.15 Tavola rotonda con i rappresentanti del mondo dell’impresa e del sindacato:

Erminio Renato Goria, presidente regionale dell’UCID Piemonte

Alberto Carpinetti, presidente dell’UCID Torino

Alessandro Svaluto Ferro, direttore Pastorale Sociale e del Lavoro dell’Arcidiocesi di Torino

CGIL: Cinzia Maiolini, responsabile nazionale Ufficio Progetto Industria 4.0 – CISL: Antonio Sansone, segretario regionale Fim Piemonte – UIL: Dario Basso, Segreteria con delega Industria 4.0 – UGL: Francesco Paolo Capone, segretario generale

Ore 12.30 Intervento del Sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali,  on. Claudio Durigon

Ore 13.00 Chiusura del lavori

Modera: dott. Ezio Ercole, vicepresidente dell’ Ordine dei Giornalisti del Piemonte

INTERVENITE NUMEROSI!

 

 

LA LIBERTA’ DEI POSTMODERNI NELL’ERA DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Hannibal ad portas

Nonostante che buona parte delle questioni di attualità (dalla geopolitica a Internet, dalla sessualità ai monopoli) venga “venduta” dai media come un problema di libertà, in realtà il tema della libertà è uno dei tanti che oggi non viene affrontato in modo adeguato perché, a dispetto dell’impostazione storicistica della cultura contemporanea, ci si rifiuta poi di applicare quello stesso storicismo alle realtà di oggi. Anche perché, se lo si facesse, emergerebbero tante scomode verità.

Non è stato sempre così, perché, per esempio, nell’ Ottocento si era avuto un dibattito accanito circa la differenza fra la libertà degli antichi e quella dei moderni (Benjamin Constant).

E così, mentre non ci si stanca mai di ribadire che, dopo la rivoluzione digitale, nulla è più uguale nel mondo, poi, in realtà, si continua ad affrontare ciascun problema (in questo caso, quello della libertà), sotto l’angolo visuale del 20° secolo, dimenticandosi che, oramai, tutto è cambiato.

E’ pur vero che la libertà è uno di quei temi che sono attuali sempre, e, tuttavia, nessuno potrà dire che la libertà di un ominide sia la stessa cosa di quella di un cittadino greco, oppure di un cavaliere medievale, di un borghese ottocentesco o di un lavoratore del ‘900. Né che la libertà dei Texani sia la stessa cosa della libertà nel Sahara o in India.

Nello stesso modo, dopo la rivoluzione digitale, non valgono più, nel parlare di libertà, i criteri che valevano ancora vent’anni fa.

Se è vero, dunque, che, in astratto, la libertà resta sempre la stessa, essa è sempre stata, in realtà, non già un’essenza metafisica (come la vedeva, ad esempio, Croce), bensì “un fascio di concrete e storiche libertà”. La libertà ontologica (il “libero arbitrio) consiste nell’ idea che, all’agire umano, sia aperta una (seppur minima) libertà di scelta. La libertà morale consiste nell’ adeguarsi all’etica a dispetto di tutti i condizionamenti sociali: libertà vo cercando chè sì cara come sa chi per lei vita rifiuta. Le libertà civili sono a loro volta tante: si concretano nella possibilità d’ influenzare effettivamente la cosa pubblica (uno“jus activae civitatis”), che comprende anche l’autodeterminazione nazionale (sovranità);in quella di vivere anche in modo non conforme alla morale dominante (anticonformismo); in quella di esprimere le proprie convinzioni su temi sensibili (visibilità), in quella di trovare reali occasioni di utilizzare proficuamente i propri talenti (libertà economica)…

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Cincinnato

1.Levoluzione delle libertà, dal Dopoguerra a oggi

Tutte queste libertà incontrano, oggi, condizioni di sviluppo radicalmente diverse dal passato, e già soltanto da quelle del Secondo Dopoguerra.

In quel periodo, si temevano soprattutto i limiti alle libertà che si erano affermati in connessione con la Guerra Civile Europea: la coercizione , poliziesca e militare, dello Stato di Eccezione, che imponeva spesso comportamenti contrari alla morale comune, come la guerra stessa e la violenza sui  civili innocenti; la censura; le persecuzioni politiche e razziali…Perciò si esaltava soprattutto la Libertà dei Moderni, fondata su un diritto mite, che permettesse a tutti di occuparsi del “doux commerce, allontanando le sirene violente delle ideologie totalitarie. Si tendeva già allora a negare il “libero arbitrio” in nome di concezioni meccanicistiche dell’uomo e come reazione occulta alla divisione del mondo in blocchi (il condannati a essere liberidi Sartre).

Oggi, invece, la libertà viene coartata in modi assai diversi, proprio attraverso leccessiva cura per la stabilità del sistema sociale, tipica dell’economicismo e del “diritto mite”: con l’imposizione di un conformismo quasi assoluto (il Pensiero Unico), degno dei più estremi fondamentalismi (manicheismo, anabattismo, mahdismo, Taiping); con  il controllo elettronico capillare di qualunque seppur minimo aspetto della nostra vita (i Big Data); con lo svuotamento di tutti i ruoli sociali (la web democracy), e la trasformazione progressiva di tutti i cittadini in disoccupati tecnologici che dipendono dall’ assistenza pubblica, poco importa se nella forma di incentivi alle imprese (assistenzialismo), di sussidi di disoccupazione, di cassa integrazione e/o reddito di cittadinanza (populismo), ecc…

Fareed Zakaria e le democrazie  illiberali

2.Convergenza dei sistemi politici

Dal punto di vista dello svuotamento della libertà sostanziale, si nota una convergenza sempre più marcata fra le liberaldemocrazie occidentali e gli Stati gerarchici dell’Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina.

Questa convergenza si pone  su vari livelli:

a)concentrazione del potere in un unico centro direzionale (il complesso informatico-militare”), che fissa alla società, attraverso le nuove tecnologie, obiettivi di medio-lungo, che mirano al dominio mondiale;

b)la polarizzazione fra unarea del consenso, potenzialmente universale, che non mette in discussione il complesso informatico-militare, e unarea del dissenso, respinta sempre più verso la marginalità, lesclusione e il terrorismo;

c)la censura, da parte dei gatekeepers, di qualunque discorso politico concreto mirante messa sotto controllo della tecnica;

d)la semplificazione del dibattito politico-culturale attraverso schemi, quali quelli populismo-democrazia, che non hanno alcun nesso con le scelte concrete da adottarsi, e, quindi, non  permettono di formulare alcuna reale alternativa all’ipertrofia fuori controllo delle Macchine Intelligenti;

e)la riduzione  di qualunque dialettica storica al conflitto fra i complessi informatico-militare di quelle pochissime potenze che sono in grado di gestire un sistema digitale completo (USA e Cina; in prospettiva, forse, Russia, India e Israele).

In questa situazione, le libertà del cittadino europeo sono state praticamente annullate. Il Servo Arbitrio di Lutero ha trovato il proprio inveramento nella capacità di autoapprendimento dei “Big Data” (come diceva Asimov, “oramai lunica cosa inevitabile sono i robot”). Il diritto all autodeterminazione non esiste più, come dimostra il fatto che , ogniqualvolta si è compiuto un qualche tentativo di  cambiare il ruolo dell’ Europa nel mondo (per esempio con la Force de Frappe di De Gaulle, e. oggi, con l’esercito europeo di Macron), si è sempre scatenata in modo opaco una fulminea rivolta di piazza. La libertà di pensiero è distrutta dall autocensura, che impedisce che si tocchino i tabù del “progresso” della “pace” e della “differenza”. La libertà di comportamento è distrutta daglimperativi del politicamente corretto, delle politiche di genere, delle contrapposte emotività legate alle migrazioni. La privacy è completamente distrutta dal libero accesso, da parte del sistema informatico-militare, ai nostri più riposti segreti. La libertà economica è distrutta dal contingentamento dell Europa con pretese “questioni di sicurezza”, sanzioni e dazi, che, nel loro insieme, generano una crisi permanente dell’ economia europea, con i suoi corollari della debolezza delle imprese e della disoccupazione strutturale.

A loro volta, i  sistemi gerarchici dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina (e, in primo luogo, quello cinese) si sono formati sulla base di quella che, con René Girard,  potremmo chiamare rivalità mimetica.  Per dirla alla giapponese: “tecnica occidentale, cultura asiatica”. Basti pensare ai Taiping, miscuglio di San Jiao, messianesimo puritano e socialismo; all’ esercito del Kuomingtang addestrato dall’ Armata Rossa, al PCC clonato sulla falsariga del PCUS; ai grattacieli cinesi progettati dalle archistar occidentali, perfino alla Nuova Via della Seta, inventata da Hilary Clinton…

Oggi, se, e nella misura in cui, nel mondo contano solo le potenze che dispongano di un autonomo “complesso informatico militare”, il problema numero uno degli Orientali  è quello d’impedire al complesso informatico militare americano di penetrare nelle loro società, il che implica la necessità di creare un  loro proprio sistema informatico-militare, che riempia gl interstizi lasciati vuoti fra Oriente e Occidente.

Il “Firewall”

3.La Società del Controllo Totale

La “Nuova Muraglia Cinese” (the Great Chinese Firewall) nasce anch’essa da un’idea americana, tipica del sistema informatico-militare USA. A partire dagli ultimi decenni del 20° Secolo, veniva chiamato Chinese Walls un sistema contrattuale, giuridico, organizzativo e informatico che doveva permettere di mantenere un regime di assoluta segretezza perfino fra i dipendenti di uno stesso ufficio. Ipotizziamo che un fornitore strategico abbia rapporti con due clienti fra loro concorrenti. Ebbene, i due clienti vincolano il fornitore a instaurare, al proprio interno, un sistema di “Chinese Walls”, grazie a cui i dipendenti dello stesso ufficio che trattano i componenti destinati ai due clienti non possano parlare fra di loro di questo argomento. Addirittura, le rappresentanze tecniche dei due clienti presenti nello stesso stabilimento non possono incontrarsi neppure alla macchinetta del caffè. Orbene, questo è, in piccolo, ciò che ha incominciato a verificarsi in grande  nei rapporti virtuali fra USA e Cina, dove la stessa Google è stata costretta a inventare e manutenere un Firewall che permettesse di isolare la propria rete  cinese da quella internazionale.

Anche il sistema di profilazione totale e di “credito sociale” oggi sviluppato in Cina, tanto dal settore pubblico quanto quello privato, non è che una clonazione di quelli in uso da molto tempo in Occidente, e documentati ad abundantiam da Assange,  da Snowden e da Schrems.

Di converso, i principi americani assomigliano sempre più , anche nel senso del controllo politico, a quelli cinesi. Secondo quanto dichiarato da Obama per giustificare il rifiuto di firmare un No-Spy Agreement con l’ Unione Europea, “i servizi segreti sono stati fondamentali per gli Stati Uniti fin dalla loro fondazione(basti pensare ai ruoli di Franklin e  di Jefferson in Europa). La Sentenza Schrems della Corte di Giustizia della UE ha dimostrato che il diritto di accesso delle 16 agenzie di spionaggio americane alla corrispondenza elettronica di cittadini e stranieri  si riallaccia ad una  base giuridica, nella legislazione postale americana, che risale fino alla 1a Guerra Mondiale. Del resto, le Big Five avevano messo a disposizione di Obama (chiamato  anche“il Presidente 2.0”), un intero grattacielo pieno di informatici per la sua prima campagna elettorale. Per la seconda, egli aveva utilizzato i dati sensibili di 10.000.000 di cittadini americani trattenuti fin dalla prima, senza lasciarli “in eredità”, né alla Casa Bianca, né al Partito Democratico. E’noto che Bush è stato eletto anche grazie ai dati ceduti da Facebook a Cambridge Analytica, e la Merkel a quelli di Deutsche Post.

Nel futuro, questa convergenza si accrescerà progressivamente grazie all’ Intelligenza Artificiale. Temo che l’assetto prossimo del mondo sarà la nascita di sistemi in cui il sistema informatico dominerà la vita intellettuale, politica, militare ed economica, e l’Umanità fungerà solo più da miniera da cui prelevare dati per la costruzione dell’Uomo Artificiale.

Il caso Huawei

4. Il conflitto fra i Complessi Informatico-Militari

L’unico aspetto positivo in questo scenario è l’esistenza di più sistemi informatico-militari in conflitto fra di loro, cosa che può permette anche a soggetti marginali (Russia, India, Israele, domani, l’ Europa) di affermare un barlume d’indipendenza. L’irrilevanza dell’Europa e la crisi delle nostre economie nasce proprio dall’attuale indisponibilità e incapacità dei nostri sistemi a generare, nonostante l’esistenza di questi conflitti, un sistema informatico-militare europeo autonomo.

Molti si chiederanno se valga comunque la pena che l’Europa si tuffi anch’essa in questo immane conflitto, visto che farlo è così difficile, e che comunque le Macchine Intelligenti sono condannate a dominare il mondo, eliminando la privacy, il libero arbitrio e perfino l’ Umanità.

A mio avviso, proprio perché credo nel Libero Arbitrio, non è detta l’ultima parola. La competizione per il controllo dell’ Intelligenza Artificiale costituisce proprio quell’ “Ultima Grande Battaglia” di cui parlava Nietzsche, riecheggiando più che mai gli antichi testi apocalittici, una battaglia intorno al significato della libertà e anche della storia. Il futuro informatizzato potrà    anche essere un futuro umano e un futuro di libertà, purchè l’Umanità lo approcci con un adeguato orientamento culturale,  mantenendo vivi i valori dell’ Epoca Assiale (cfr. Jan Assmann, “Achsenzeit”).Che, contrariamente a quelli odierni, erano valori “polemici”.Proprio gl’ Israeliti, i Greci e  i Romani, a cui tutte le vulgate europee fanno riferimento, erano popoli guerrieri, per cui libertà significava lotta continua per la propria autodifesa e autoaffermazione: Giosuè, Sansone, Davide, Achille, Ulisse, Leonida, Alessandro, Cesare, Costantino… Oggi, la lotta non è tanto contro altri popoli, e non è neppure una guerra fisica, bensì è la lotta contro il sistema informatico militare, una guerra d’ intelligenze (Laurent Alexandre). Tuttavia, essa richiede quelle stesse caratteristiche di lucidità, di fermezza, di coraggio e di abnegazione che furono di  Ulisse, di Leonida, di Cesare, di Costantino.

Leonida

5.L’Europa della libertà digitale

E’ in questo senso che l’Europa potrà, e, secondo me, dovrebbe,  rivendicare un ruolo nel futuro mondo delle Macchine Intelligenti: affiancandosi alle altre Potenze Continentali con un proprio, diverso, Sistema Informatico Militare, che non pretenda di comandare all’Umanità nel nome del Servo Arbitrio  e dell’ ineluttabilità del progresso tecnologico, bensì prenda invece  ordini dall’ Umanità.

Questo nuovo modello di interazione fra la società e il sistema informatico-militare potrebbe, e, a mio avviso, dovrebbe, emergere da una lotta per la sovranità digitale europea, che qualche politico (per esempio, Macron e Marine Le Pen) ha per ora solo timidamente accennato, ma che, in sostanza, resta soltanto una nebulosa idea astratta.

Come sempre, non mancano i documenti cartacei, anzi, ce ne sono fin troppi. Cito soltanto.

-la Direttiva 95/46/CE , sulla Protezione dei dati e la Direttiva 2006/24/CE , sulla Conservazione dei dati;

-la Comunicazione della Commissione al  Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale  e il Comitato delle Regioni: A Digital Agenda For Europe, Brussels 9.05.2010 COM (2010), 245
– Europe´s Digital Competitiveness Report 2010, https://ec.europa.eu/digital-agenda/sites/digital-agenda/files/european_competitiveness_report_2010.pdf, del 12 Agosto 2015;
-la Comunicazione  dalla Commissione al Parlamento Europeo,al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale e al Comitato delle Regioni: A Digital Single Market Strategy for Europe, http://ec.europa.eu/priorities/digital-single-market/docs/dsm-communication_en.pdf

Tuttavia, il problema è che l’intero sistema di Internet, con la sola eccezione del web cinese e dei suoi operatori, sono localizzati fisicamente o virtualmente negli Stati Uniti, sicché la normativa europea, fondata sui principi OCSE, non viene di fatto adempiuta, perché in contrasto con la legislazione postale americana, che è sostanzialmente una legislazione per il tempo di guerra, e quindi prevede un diritto illimitato delle autorità della sicurezza nazionale (americana), di violare sistematicamente la corrispondenza. Orbene, l’intero web è “corrispondenza”. Ne consegue che, quale che sia il contenuto della normativa UE applicabile, essa si rivelerà sempre una sfrontata finzione finché il controllo effettivo sul web europeo e sui dati degli Europei non sarà sottratto alle autorità e alle imprese americane.

Attualmente, sono in corso di attuazione normative sulla nazionalizzazione dei dati in Russia e in India, grazie alle quali i dati dei Russi e, rispettivamente, degl’Indiani, saranno custoditi nei rispettivi Paesi. Nulla di tutto questo in Europa.

Ovviamente, le conseguenze pratiche della nazionalizzazione dei dati dipendono da quale sia la legislazione informatica di un Paese. L’Unione Europea si vanta di essere il Paese più avanzato nella tutela dei suoi cittadini sul web, in particolare per ciò che riguarda la protezione della privacy, l’antitrust e la legislazione fiscale. Peccato che, come dicevo, queste splendide normative siano solo carta straccia, perché l’Unione Europea non ha la forza di farle applicare.

Volendo, invece, il giorno in cui i dati degli Europei fossero nazionalizzati, i server in cui fossero immagazzinati i dati degli Europei potrebbero essere posti sotto il controllo diretto dell’ Autorità Europea per la Privacy, gestiti dall’Europol sotto il controllo della Corte di Giustizia e difesi dall’ Esercito Europeo e dall’ intelligence europea. Nel sistema operativo di quei server, dovrebbero essere inseriti algoritmi che garantiscano il rispetto delle varie normative europee sull’accessibilità, conservazione e utilizzo dei dati,sulla lotta ai monopoli, sulla fiscalità internazionale e sulla difesa della sicurezza dell’ Europa.

La Repubblica Romana

6. Libertà politiche e rappresentanza

Il rapporto fra libertà e rappresentanza si regge da sempre su un equilibrio instabile. Nei periodi di lotta internazionale, come quello che stiamo vivendo, la gestione della cosa pubblica tende ad essere accentrata. Non per nulla, già le antiche forme repubblicane, come quelle romana e germanica, si trasformavano in monarchiche (Dictatura, Heereskoenigstum), per garantire l’unità della catena di comando. Questo spiega il fenomeno, altrimenti non comprensibile, delle cosiddette “democrazie illiberali”, che sono sistemi di comando unipersonale sovrapposti a costituzioni di democrazia rappresentativa: esse servono ad esigenze di difesa verso l’esterno. Basti pensare alla nomina di Putin per fronteggiare la guerra cecena, o all’accentramento del potere di Erdogan dopo il fallito colpo di Stato….

L’Europa Occidentale difficilmente potrà sottrarsi a questa tendenza. Per fare fronte all’ attacco delle macchine intelligenti, ma anche solo alle sanzioni e ai dazi di Trump, non bastano certo le deboli leadership nazionali, né tanto meno le inesistenti autorità europee; ci vuole un “Commander -in-Chief” capace di reagire senza indugio a manovre sotterranee e a colpi di mano.

Questo non significa affatto che non debbano esistere istituzioni più forti di rappresentanza, anche con forme di rappresentanza  speciale e di democrazia diretta. Ma tutto ciò dev’essere subordinato all’ obiettivo di difesa della libertà europea contro gli attacchi esterni, come ai tempi delle Guerre Persiane o di Hannibal ad portas.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI “EUROENTUSIASTI”:UNA TERZA FORZA PER L’EUROPA

 

La polemica fra gli “Europeisti” e i “Sovranisti”( o meglio, fra gli “euroconformisti”  e i “piccolo-nazionalisti”) rischia di essere, come un tempo quella fra “destra” e “sinistra”, puramente strumentale. I maggiori schieramenti non hanno mai voluto affrontare i reali problemi dell’ Europa, ed è per questo che l’ Europa è irrilevante, viene svuotata di idee, informazioni e risorse dalle multinazionali dell’ informatica, cresce meno di Cina, Africa e America, non ha più creatività, e neppure capacità riproduttiva.

Siccome ripetere questo all’ infinito sta divenendo noioso, riassumo con una semplice tabella un confronto fra le due posizioni, e fra queste e una visione corretta dell’Europa (che chiamerò “Euroentusiasta”), che si rifà ad una serie di autori di tutte le epoche (Ippocrate, Erodoto, Aristotele, Strabone, Eckhard di San Gallo,Enea Silvio Piccolomini, Leibniz, Alessandro I, Nietzsche, Blok, Coudenhove-Kalergi, Simone Weil, Duccio Galimberti, Czeslaw Milosz…) .

 

Euroconformisti Euroscettici Euroentusiasti
Motivazione culturale “cupio dissolvi”in filosofia, arte, tecnologia,politica ed economia Miopia provinciale,  che impedisce di vedere i veri problemi Volontà di controllare la rivoluzione digitale attraverso la cultura, la politica e l’educazione
Filosofia Materialismo volgare Anticulturalismo Prospettivismo poliedrico e multipolare
Ideologia Millenarismo tecnocratico Conservatorismo senza prospettive Tecno-umanesimo, fondato sulla pluralità delle identità e sulla ricerca dell’ eccellenza
Rapporto con l’America

 

Subordinazione culturale Subordinazione di fatto Alternativa esistenziale, in nome dei valori dell’ Epoca Assiale
Difesa PESC all’ interno della NATO “Politica dei due forni” fra America e Russia Difesa tecnologica. Equidistanza dai grandi blocchi
Economia Rendere stabile il declino abbinando liberismo, monetarismo  e keynesismo Accelerare il declino abolendo ogni coordinamento e con l’assistenzialismo Coordinamento a monte delle strategie di Unione, Stati e imprese,

civile e militare

Cultura Cultura politicizzata e conformista di imitazione americana Rifiuto della cultura, lasciandola agli Euroconformisti Politica ed economia al servizio della cultura classica europea

 

SOVRANITÀ EUROPEA: COME E PERCHÈ

 

Come da noi spesso ripetuto, a prima vista si potrebbe pensare che essere europeisti ed essere sovranisti siano la stessa cosa. In un mondo normale, chi vuole che ci sia un soggetto politico europeo dovrebbe volere anche che questo soggetto sia autonomo, perché possa perseguire gli obiettivi specifici degli Europei. Invece, ci troviamo in una fase storica di schizofrenia culturale e politica, in cui, lancia in resta, i sedicenti “sovranisti” europei si raccolgono intorno a una fondazione americana (“the Movement”) che promette idee e quattrini a partiti perseguitati dai giudici, e in cui, dall’ altra sponda, si chiamano a raccolta gli “europeisti” contro i “sovranisti”, accusati, come di una colpa, di volere la sovranità dei loro rispettivi popoli. Mi sembra perciò il caso di soffermarci ulteriormente, ai fini della decisione e dell’ azione,  sulla definizione storica e concettuale dell’ idea stessa di sovranità.

Idea che è  originariamente consustanziale a quella d’Impero, come riassunto nei versi di Orazio: “Regum timendorum in proprios greges, Reges in ipsos imperium est Jovis, Clari giganteo triumpho cuncta supercilio moventis”.La sovranità    era, ed è, circondata da un’aura di sacralità: Giove, signore dell’ universo dopo la sconfitta dei Giganti, comunica ai popoli la propria volontà attraverso i re. La “sovranità” consiste dunque nel non essere soggetti a nessuno salvo che al dio supremo. Tradizionalmente, “sovrani” erano i re, che ricevevano quest’investitura direttamente dal dio, ma “più sovrano” di tutti era l’ Imperatore (romano, cinese, persiano…): “Tu regere imperio populos, Romane, memento”. Il “vero” sovrano era dunque solo un Imperatore , che non solo aveva  ricevuto il mandato celeste (il “Tian Ming” dei Cinesi), ma il cui mandato investiva in realtà l’intera umanità (l’”Ecumene”, il “Tian Xia”). Non per nulla anche oggi oggi sono veramente “sovrani” solo gl’imperi americano, russo e cinese, che hanno un respiro e delle  pretese mondiali.

Vi è dunque stata sempre un’ambiguità del concetto di sovranità: da un lato, quella “relativa” dei singoli sovrani; dall’ altro, quella universale, dell’unico Imperatore a cui veramente spetti il “Mandato del Cielo”,  e a cui i singoli “sovrani”  sono  subordinati con un rapporto di tipo “feudale” feudale. Il rapporto fra l’ Imperatore “universale” e i re “parziali” era espresso chiaramente nella massima confuciana: “L’Imperatore faccia l’ Imperatore, e i re si comportino da  re.”Di fatto però, già nell’ antichità, coesistevano vari imperi universali (Roma, Persia, Israele, Maurya, Cina, Califfato), i quali tutti rivendicavano un mandato universale, ma di cui nessuno, tuttavia, riusciva, di fatto, a realizzarlo, per limiti geografici, militari e logistici. Situazione ben poco mutata anche oggi. Gl’imperatori persiani che, istigati dai ceti sacerdotali, pretendevano di realizzare questa missione nella loro qualità di “Shaoshants”, cioè di reincarnazioni di Zarathustra, furono sconfitti dai Greci e dai Macedoni, a cui passò il “ mandato celeste” (realizzando così la “Translatio Imperii” profetizzata nel Libro di Daniele).

L’ obiettivo  di quel mandato era quello di far trionfare il dio del Bene contro il dio del Male – obiettivo che fu poi ripreso, in un quadro monoteistico, dagl’imperatori cristiani e dai califfi, i quali avevano in comune il compito di estendere l’area della “vera” religione (dilatatio Imperii, Jihad), per preparare l’Umanità al Giudizio Finale-. Per questo loro carattere sacrale, vi fu sempre,nelle monarchie monoteistiche (Israele, Roma, Sacro Romano Impero), una tensione  fra la sovranità imperiale e quella sacerdotale, che l’ Islam risolse nella figura del Califfo e Dante con la metafora dei “Due Soli”.

La pretesa delle “monarchie nazionali” di avere anch’esse una propria “sovranità”, cioè di non riconoscere alcun’autorità ad esse superiore, è resa plasticamente in quei mosaici delle chiese di Palermo in cui Guglielmo II di Altavilla riceve, come il basileus bizantino , la corona di Sicilia direttamente da un Cristo che ha le sue stesse fattezze. Con le Monarchie Nazionali nasce così l’idea di un mandato celeste per tutti i re, un’idea che s’innesta nell’ idea cristiana della “Missione delle Nazioni”, la quale  sostituisce quella, unica, d’ Israele. Le Crociate, i conflitti fra gli eredi di Carlo Magno e fra le varie dinastie califfali, e, infine,  le guerre di religione,  misero in evidenza il carattere conflittuale di queste pretese generalizzate  di  universalità, anticipando così quello che oggi viene chiamato impropriamente “nazionalismo”.

Luigi XIV  si era opposto a questa proliferazione delle sovranità, tentando di realizzare  quella monarchia universale in Europa di cui avrebbero poi parlato Montesquieu e Jouffray.

L’idea della “sovranità monarchica” era un’eredità dei grandi Stati dell’ Asia.I popoli tribali  delle selve e dei deserti (Indoeuropei, Semiti e Uralo-Altaici) avevano avuto, almeno alle origini,  un’ idea diversa di sovranità, una sovranità diffusa, che aveva  trovato espressione nel Vecchio Testamento, con le Tribù d’Israele, e, poi, nel mondo greco-romano, con l’idea di “autonomia”, tipica dell’aristocrazia guerriera che non ha un re, perché, in sostanza, ciascun “pater familias” è come un piccolo re (Ippocrate). Da quest’idea greco-romana prende avvio  tutta la mitologia “repubblicana”, che, negli ultimi 50 anni, si è convenuto (abusivamente) di chiamare “democratica”.

Nell’Impero Romano, nel Sacro Romano Impero, in Inghilterra e in Polonia, la sovranità monarchica e l’”autonomia” aristocratica vissero un equilibrio instabile (il repubblicanesimo di Tacito e di Seneca, le Diete, le Leghe, la  Magna Charta, l’ “Aurea Libertas” polacca).

Con il passare del tempo, la “sovranità” si è sempre più democratizzata: dalla “nazione”, al “popolo”, al “proletariato”, alla “gente”.In definitiva, la “sovranità” non è altro che la possibilità concreta di far valere la legittima aspirazione, di un popolo “orgogliosamente volto al mondo” (Miklos Vörösmarty), all’ autoaffermazione a livello internazionale. Autoaffermazione che, nella sua forma più alta, coincide con la richiesta al resto del mondo di tenere in conto le proprie istanze fondanti. Ad esempio, nel suo discorso al Parlamento Europeo, Orban ha definito l’identità dell’ Ungheria con riferimento ai concetti di  “antemurale della Cristianità” (che difende i confini dell’ Europa), e di “democrazia anticomunista”, che ha riscattato  con il sangue la libertà dell’ Europa. Per quanto opportuna sia l’esistenza di un’ autorità comune degli Europei, questa non potrà mai cancellare queste caratteristiche fondanti dei popoli.

Come l’America ha legato indissolubilmente la propria pretesa al controllo sul mondo alla propria esigenza di far avanzare ovunque  la modernizzazione (compito riconosciuto loro già perfino da Marx e teorizzato poi da Rostow), così la Cina sta rivendicando il proprio progetto di Nuova Via della Seta come espressione della propria  volontà di affermare a livello mondiale l’ ideale di “armonia”                 condiviso dalle “Tre Scuole” siniche (Confucianesimo, Taoismo e Buddhismo). Nel tentativo di superare gli Stati Uniti sulla via della modernizzazione, la stessa Unione Europea aveva  voluto estendere la sovranità popolare proprio a tutti, compresi gli stranieri,  fino al punto di diluirla, e, infine, di negarla. Neppure i “sovranisti” sono riusciti a rimediare a questa situazione, perché accettano nei fatti di essere diretti da un “movement” che è esterno, non solo all’ Europa, ma, ovviamente, anche agli Stati Membri.

Certo, gli antichi Imperi riuscivano ad essere veramente multietnici e multiculturali, ma questo perché non erano democratici. Anche il Regno d’Ungheria (una “nazione aristocratica”) poteva mantenere elevato il ruolo degli  stranieri (per esempio, l’aristocrazia croata), o di minoranze etniche (per esempio, gli Ebrei), perché era una monarchia, che non pretendeva, come l’Ungheria attuale, di dare il potere al popolo.

Questa incapacità, degli attuali Europei, di pensare veramente  la sovranità, è particolarmente funesta in un momento, come questo, in cui l’ Europa avrebbe un contributo fondamentale da dare all’ Umanità. Essa ha  infatti sviluppato, prima d’ ogni altro continente (Rousseau, De Maistre, Huxley, Anders, Jonas, Bahro), la consapevolezza dei pericoli del progresso, e avrebbe tutto l’interesse a (e, addirittura, il dovere di), portare avanti con decisione e autonomia la battaglia mondiale contro il dominio delle multinazionali del Web, già avviata con i dossier Google, Amazon, Facebook, e in corso circa il Copyright. Tuttavia, essa, priva, com’è, di una propria sovranità, è impedita a manifestare questa sua primaria esigenza, come comprovato dal sostanziale blocco imposto, da parte delle lobby filo-americane, a tutte le  diverse iniziative in quel campo della Corte di Giustizia, della Commissione e del Parlamento. E’ significativo che l’adesione di Salvini a “the Movement” avvenga proprio nei giorni in cui si è discusso, al Parlamento Europeo, la nuova direttiva sul Copyright (contro la quale hanno votato Lega e 5 Stelle).

 

1.La sovranità universale dell’Impero Americano

 

Con la sconfitta del progetto di Luigi XIV di monarchia universale, la “Missione delle Nazioni” era  trapassata, con Cristoforo Colombo e i Puritani, nella “Missione dell’ America” ( la “Casa sulla    Collina”). Questa missione consiste nell’imporre a tutto il mondo l’etica protestante, nella sua specifica variante puritana, che ingloba, da un lato, l’egualitarismo dei Diggers e dei Levellers, e, dall’ altro, la tecnocrazia del “Progetto Baconiano”.             Non  dimentichiamo  che  Francis  Bacon,  fondatore  della  colonia nordamericana di Terranova, è anche il profeta dell’innovazione tecnologica nella “Nuova Atlantide”, l’isola di Bensalem (in Ebraico, il “figlio della Pace”). La vittoria contestuale dell’ etica puritana e della tecnologia realizzeranno la Fine della Storia.  A partire da Giorgio Washington, da Emerson e da Whitman, gli Stati Uniti hanno dunque sempre concepito se stessi come “l’unica nazione necessaria”, in quanto “legislatori dell’ Umanità” e suoi educatori. La sovranità apparterrà d’ora in avanti al nuovo popolo eletto, che l’eserciterà attraverso istituzioni oligarchiche, nazionali e sovrannazionali (i “Poteri Forti”), accomunate dalla volontà di conquista e rigenerazione del mondo intero: “One Nation under God”.

Questo è il senso della “leadership” americana. Leadership che, a partire dalla         Seconda Guerra Mondiale, si è espressa attraverso la creazione delle Organizzazioni Internazionali, destinate a costituire come delle “longa manus” specialistiche per quest’azione americana di guida del mondo: le Nazioni Unite per dirigere  la politica mondiale , la NATO per coordinare le truppe  degli Europei, la Banca Mondiale e Wall Street per dirigere l’economia mondiale, ecc…

Anche le Comunità Europee furono promosse dal Movimento Europeo, nonostante l’opposizione di Marc e di Spinelli, con fondi provenienti dalla CIA di Donovan, dal Fulbright Program e delle fondazioni familiari dei grandi finanzieri americani. La creazione delle Comunità Europee fu deliberata per la prima volta al Congresso Americano (sempre per iniziativa di Fulbright). Sotto questo punto di vista, l’Europa postbellica era stata concepita fin dall’ inizio, per usare le parole di Brzezinski, come “un protettorato americano”. Ancor oggi, le fila delle politiche europee sono tirate da elemosinieri americani come Soros e Bannon.

Gli Stati Uniti mantengono in Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, decine di basi militari, 64.000 soldati e 150 testate nucleari, di cui la maggior parte in Germania, Italia e Inghilterra, mentre il Generale De Gaulle li aveva fatti partire dalla Francia. I servizi segreti americani possono spiare in Europa, ma quelli europei non possono spiare in America. I dati degli Europei sono custoditi da imprese americane in server sotto il controllo delle Autorità militari americane, realizzano i loro profitti in Europa ma rimpatriano i profitti esentasse. A tutti sembra normale che gli Ambasciatori Americani intrattengano stretti rapporti con i leader dei partiti europei, o che una fondazione americana s’installi a Bruxelles per coordinare i movimenti anti-UE.In queste condizioni, parlare di “sovranità” delle nazioni europee, con o senza UE, non ha semplicemente senso. E altrettanto assurdo è che, a incitare gli Europei a una maggiore sovranità mazionale, sia un sostenitore , come Bannon, dell’ “America First”. Essere “sovranisti” americani significa dirigere l’impero mondiale, mentre essere “sovranisti” italiani (o tedeschi, francesi, ecc…) sembra oggi significare, paradossalmente, voler essere comandati dall’ America.

E’ anche significativo che gli stessi  teorici ufficiali dell’Unità Europea abbiano sempre dimostrato una notevole reticenza verso il concetto di sovranità. Mentre reclamano un “trasferimento di sovranità” verso l’ Unione Europea, sono restii a permettere che quest’ultima abbia infine una propria  sovranità. L’Unione sarebbe dunque null’ altro che “un’organizzazione internazionale”, e come tale costituirebbe (come pensavano Benda, Jünger e Albertini) una semplice fase del trasferimento della sovranità a una federazione mondiale, ritenuta un positivo passo in avanti verso la Pace Perpetua, e molto simile a una presa di controllo sul mondo da parte degli Stati Uniti. Non per nulla, già Papa Wojtyla aveva ammonito a non confondere il ruolo delle Nazioni Unite con quello degli Stati Uniti. Infatti, così facendo, i teorici dell’ integrazione mondiale finivano per esaltare, indirettamente ,     la sovranità degli Stati Uniti sull’ Europa e sul modo intero, letta come un provvidenziale strumento di messa sotto controllo di Europei (e di altri popoli), giudicati incapaci di governarsi.

L’idea stessa che l’ Europa abbia “delegato” (oramai da 70 anni!) la sua difesa all’ America fa pensare che la vera sovranità sull’ Europa spetti all’ America. Ma, in realtà, le cose stanno ancor peggio: non è neppure ver che gli Europei non vogliano occuparsi della loro difesa. Essi spendono infatti per la difesa più di Russia e Cina messe insieme, e hanno più soldati degli Americani; solamente,sono costretti a  lasciare  sempre il comando, e le relative ricadute economiche e politiche, all’ America. Essi hanno quindi lo “status” che, nell’ Impero Romano, avevano i “socii” (Batavi, Mauritani, Germani, Numidi, Sarmati, Arabi, Armeni), che erano obbligati a mantenere le legioni romane che li occupavano, e, in più, dovevano fornire legioni ausiliarie che combattevano sotto il comando romano(cfr. Edward Luttwak, La grande strategia dell’ Impero Romano).

Come scriveva correttamente Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Se, né gli Stati Membri, né l’Unione, hanno la sovranità, chi deciderà dunque  sullo stato di eccezione? In realtà, mai nessun Europeo (salvo Stalin), dalla fine  della Seconda Guerra Mondiale, ha mai deciso nulla d’importante  in campo militare. Guerre importanti come quelle in Irak, in Bosnia, in Kossovo, in Irak, in Afghanistan, in Libia, a cui hanno partecipato truppe di molti Paesi  d’Europa (i massimi esempi di uno  “Stato d’ eccezione”), sono state decise unilateralmente dal Presidente americano, senza alcun dibattito nei parlamenti degli Stati. In questo senso, è perfettamente corretta l’asserzione di Putin, secondo la quale gli Europei, lungi dall’ essere degli alleati degli Americani, ne sono, in realtà, i vassalli. IE, in effetti, le schermaglie politiche europee si sono sempre mosse, e ancor oggi si muovono, nel cerchio chiuso della politica americana, con la destra europea che si ispira ai Repubblicani, la sinistra ai Democratici e, oggi, i “sovranisti”, a Trump.

 

2.Il sovranismo in Russia, in Turchia e nella UE.

Alla luce di quanto precede, risulta chiaro che la Russia e la Turchia sono invece, autenticamente “sovraniste”.  Tanto l’Impero Russo, quanto quello ottomano, avevano fin dall’ inizio una propria missione provvidenziale, in quanto eredi degl’Imperi Romano e Bizantino, la Seconda e la Terza Roma: quella di fermare l’ avvento dell’ Anticristo (nell’ Islam,”ad-Dajjal”), che oggi è celato (come scriveva McLuhan) fra le pieghe del mondo  della comunicazione. Ma c’è di più: in quanto discendenti dei popoli delle steppe, essi sono i veri depositari dello spirito tribale dell’ “autonomia” (Ippocrate, Ibn Haldun, Gumilev). La loro missione è dunque quella di fermare (come un  novello Katèchon), l’espansione dell’impero occidentale, millenaristico, tecnocratico ed omologatore (cfr. von Bader, Barcellona, Dugin…).

Ben diversa è la situazione dei singoli Paesi d’Europa, le cui asserite specifiche  “missioni” si sono rivelate ben poca cosa, squagliandosi come neve al sole (con l’ 8 settembre,con il referendum di De Gaulle ….). In effetti, anche la loro sovranità, che, secondo i “sovranisti”, sarebbe stata trasferita all’ Unione Europea, lo è stata invece all’ America. Di conseguenza, negli Stati Europei non vi è una reale libertà di pensiero, in quanto nessuno può mettere in dubbio l’ideologia americana (il “pensiero unico”); né libertà di scelta, poiché si è sempre rivelato impossibile realizzare, in quest’ Europa ”americana”, un qualsivoglia sistema economico-sociale diverso da quello USA (vedi il tentativo della Grecia) ; non ha libertà geopolitica, perché nessuno Stato è mai riuscito a uscire dalla NATO (“NATexit”), né a far fare alla NATO qualcosa di diverso da ciò che volevano gli USA, mentre invece l’ URSS riconosceva il  “diritto di secessione” delle Repubbliche, che è stato poi in ultima analisi rispettato; non ha libertà economica, perché le scelte strategichedegli Stati europei sono state sempre orientate dagli USA mediante la FED,  il cambio del dollaro, le sanzioni, i dazi, ecc…

A questo punto, che cosa vogliano di preciso i sovranisti non è per nulla chiaro. Quando fossero cessate del tutto (come possibile) le immigrazioni vero l’ Europa Occidentale, e , anzi, con il ritorno in patria (dopo la presa di Idlib) dei profughi siriani, il saldo migratorio fosse divenuto addirittura negativo (visto che già oggi la popolazione europea è stazionaria), quale sarebbe il loro prossimo passo? Qualora, come molti temono,  essi occupassero una parte importante delle istituzioni europee, come utilizzerebbero il loro nuovo potere? Per riequilibrare i poteri fra Europa e Usa, oppure per fare ulteriori regali agli USA e alle Big Five, in termini di basi militari, truppe per le guerre umanitarie, abbuoni fiscali, sanzioni contro chi non piace agli USA?

In quest’ottica, il fatto, tanto deprecato da taluni, ch’essi disgreghino l’attuale Unione Europea sarebbe il minore dei loro danni, perché l’assenza di un centro coordinatore europeo provocherebbe in automatico una vivace competizione per la formazione di un nuovo soggetto politico, probabilmente migliore dell’ attuale Unione, con meccanismi analoghi a quelli manifestatisi nella transizione fra l’Unione Sovietica e Unione Eurasiatica.

Né i sovranisti, né i loro avversari, sono stati in grado di fornire  un seppur minima definizione del “sovranismo”. Ci sta tentando Bannon, il quale per altro tiene discorsi molto diversi in Europa e in America. In Europa, egli esalta i nazionalismi dei singoli Stati Europei, ma, in America, dichiara apertamente che il suo obiettivo è quello di scompigliare le attuali filiere produttive dell’ Eurasia, tentando d’ isolare la Cina, attualmente al centro del commercio internazionale, dicendo apertamente ciò che Trump sta facendo surrettiziamente fingendo confusione mentale. Per l’Europa, un siffatto progetto significherebbe limitare ulteriormente la nostra libertà di commercio, e quindi peggiorare ulteriormente il nostro distacco rispetto i tassi di crescita, dalla Cina, e, ora, anche dell’ America.

Solo Wilders riconosce francamente  che il suo euroscetticismo è dovuto in realtà a una preferenza per l’ America, tant’ è vero che  il suo programma prevede addirittura l’uscita dell’Olanda dal Mercato Unico  e la sua adesione al trattato nordamericano NAFTA.

3.Perchè gli “europeisti”,  con tutte le loro posizioni di potere, non sono in grado di  entusiasmare gli elettori?

La pubblicistica vicina all’ “establishment” qualifica i “sovranisti” come “di destra”. A parte che, a mio avviso, le etichette legate alle ideologie sette-ottocentesche hanno perduto ogni senso da almeno mezzo secolo, resta il fatto che gli attuali sovranisti sarebbero, invece, piuttosto,un sottoprodotto delle culture della sinistra. Basti guardare alla Lega ( nata a loro tempo in ambienti gauchisti , cfr. Formentini, Bossi, Maroni, Farassino, Castelli), e ai Cinque Stelle, nati su temi “di sinistra”, come l’acqua pubblica e il reddito di cittadinanza), tutti comunque  animati da un culto feticistico del  “popolo” ( in quanto opposto alla ricerca aristocratica dell’eccellenza, che accomunava conservatori come Stuart Mill e Tocqueville, Mosca, Michels, Pareto, Croce e Gentile) e dell'”identità fra i governanti e i governati” cara a Rousseau.

Né i sovranisti, né gli ”europeisti”, hanno fatto i conti con quelli che giustamente Cacciari denunzia come un cumulo di errori della sinistra, e che io identifico innanzitutto nella complicità con la  spartizione di Jalta, nel rifiuto delle giuste critiche, da parte della Scuola di Francoforte, del concetto di “Progresso”, nell’  arrogante sottovalutazione del “socialismo con caratteristiche cinesi”, e, infine, nella riduzione dell’integrazione europea agli strumentali miti jüngeriani della Pace, dello Stato Mondiale e dell’Anarca.

E’vero che la Storia d’Europa, dalla Pax Romana all’ Apocalittica, alla “Tregua del Re”, al Progetto di Saint Pierre, al Manifesto di Ventotene, è percorsa trasversalmente  dall’idea della Pace Perpetua. Tuttavia, essa non lo è più di quanto non lo siano il filone sinico del DaGong, o l’idea stessa di “Islam”. Dunque, l’idea della Pace Perpetua non può costituire l’elemento qualificante dell’ identità europea, perché non ha quel carattere distintivo che, come scriveva Chabod, deve animare ogni identità collettiva.

E, nello stesso tempo, tutte le grandi culture (compresa, per Chabod, l’ Identità Europea)  sono percorse nello stesso modo anche da una concezione metafisica del conflitto: dai guerrieri greci “autonomoi”, allo spirito legionario dei Romani, alla figura del cavaliere medievale, agli Stati Combattenti, al Signore di Shan, a SunZu, a Cinggis Khan, al Jihad, alla Ghazwa, a Ibn Khaldun, ecc.. Infatti, ogni grande civiltà è per sua natura-come dice Papa Francesco- “poliedrica”: essa, per durare, deve contemperare opposte tendenze dell’ animo umano. Del resto, anche i classici del pensiero socialista, lungi dal fossilizzarsi, come giustificazione del comunismo, sull’ idea di Pace Perpetua, avevano posto, al centro dei loro interess,i l’aspetto conflittuale della storia: la Rivoluzione, la Lotta di Classe, la Guerra Patriottica, la lotta partigiana, le lotte di liberazione nazionale, ecc…:la Rivoluzione non è, né un ballo di gala, né una passeggiata nel parco. Come scrive Salvadori nella sua Storia del pensiero comunista, soprattutto Mao  aveva concepito la rivoluzione come fine, in quanto “la lotta è il principio fondamentale, insopprimibile, positivo della vita”,che troverà il proprio sbocco concettuale nel libroGuerra senza limiti” di Qian Liang e Wang Xiangsui.

La sinistra, sposando una visione acritica della Pace Perpetua, ha indebolito la tempra degli Europei, togliendo questo  senso della poliedricità, e rendendoli, così, indifesi nei confronti dell’ipocrisia puritana, che proclama la fine degl’imperi, mentre realizza il proprio; che afferma l’eguaglianza di tutti gli uomini, ma nel contempo deruba e stermina gl’Indiani d’America, schiavizza gli Afroamericani e contingenta gli Europei; abolisce la schiavitù formale solo per generalizzare nel mondo la schiavitù dei “call centers” e del precariato, del “politically correct” e della sorveglianza di massa.

La più calzante metafora del carattere autolesionistico della cultura “mainstream” europea è costituita dal romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, convertito nel celeberrimo libro di Kubrik: un teppista assassino viene “recuperato” alla legge e alla moralità con un’ energica cura psicologica che inibisce la sua volontà di potenza. Da quel momento, diviene la vittima di tutti, perché la violenza, formalmente repressa dall’ ideologia perbenistica, è in realtà capillarmente diffusa in tutta la società, anche quella postmoderna.

La sinistra europea (quella che, nello slang dei nerds cinesi, è chiamata sprezzantemente “baizuo”=”sinistra bianca”) “ossessionata dalla correttezza politica” per “soddisfare la propria presunzione di superiorità morale”” motivata da un’ “ignorante e arrogante” concezione del mondo occidentalistica, che “compiange il resto del mondo, rappresentandosi come la sua salvatrice“, ha così abbandonato tutti i temi classici della sinistra (le idee della rivoluzione sociale, della socializzazione dell’ economia, della programmazione economica, della difesa dei Paesi in via di sviluppo, della lotta anti-imperialista), proprio nel momento in cui queste sono divenute realistiche e vittoriose (come dimostrano il grande sviluppo della Cina, con le sue imprese autogestite come Huawei e Huaxi, la crescita del PIL di India e Africa, le vittorie di Iran, Afghanistan e Siria contro tutti i tentativi di destabilizzarle), o più necessarie (a causa dello smantellamento del ruolo del lavoro e dei diritti sociali in Europa, della crisi economica endemica, del sempre più palese “contingentamento dell’ Europa” da parte degli USA).

Soprattutto, la sinistra europea ha dato, di Marx, un’interpretazione abnorme (come scrive Cantaro, “un antimarxismo senza superamento”). Non è vero che Marx non abbia azzeccato le sue previsioni: il Manifesto dei Comunisti, scritto a metà dell’ Ottocento, ha previsto, e accelerato, la sostituzione, in corso fino ad oggi, del  “socialismo” (controllo centralizzato dell’ economia tramite organizzazioni internazionali, banche politicizzate, complesso informatico-militare, Big Five), al capitalismo industriale classico, così come il socialismo reale ha accompagnato un’ ulteriore parallela transizione  a tale controllo, che, nonostante le apparenze, è tuttora fortissimo ovunque. Che non si sia ancora passati da questo “socialismo” al “comunismo” in quanto “abolizione dello Stato” (la Singularity Tecnologica”) è ancora da vedere. Come scrive Cantaro citando Del Noce, “il marxismo andava in crisi non perché arcaico, ma perché moderno”. In altre parole, l’opera di Marx, un secolo e mezzo fa, non poteva certo prevedere la post-modernità del 21° Secolo, e, quindi, era rimasto fermo alla società industriale. Non poteva rendersi conto che l’avvento del macchinismo, di un’unica “classe generale” e del “General Intellect”, lungi dall’inverare la “kalokagathia” dell’antichità classica o la “parusìa” cristiana, avrebbe portato, se non governato  dalla cultura, semplicemente al dominio delle macchine e alla sparizione dell’Umanità. La missione dell’umanità post-moderna non è quindi più quella di accelerare il progresso, bensì di porlo sotto controllo.  Accettando che la Singularity Tecnologica costituisca di fatto la Fine della Storia, i “progressisti” stanno perdendo la loro grande occasione di antagonismo, quella di porre nuovamente al centro il primato della cultura e della politica grazie a un  “Moderno Principe”(Gramsci), in grado di opporsi vittoriosamente al Grande Fratello informatico che sta (per dirla con Alexander Rahr), “asportandoci il cervello”

Quindi, se i sovranisti sono dei demagoghi dichiaratamente amici di Trump e delle lobby americane, i pretesi “europeisti” della “sinistra”, con il loro “adeguamento” alla globalizzazione americana avevano già spianato loro la strada, palesemente sabotando la costruzione dell’Europa: boicottando la cultura alta europea, la nascita di una programmazione europea, dei campioni europei e di una classe dirigente europea,  smantellando le nostre grandi imprese e le tutele del lavoro, e aprendo la strada al dominio delle multinazionali e dei robot.

L’opinione pubblica “sente”, seppur confusamente, che loro è la responsabilità di quest’Europa invertebrata, che, non volendo battersi, sprofonda in una decadenza senza fine.

4.L’India e la Russia reagiscono alla colonizzazione digitale

Questa situazione ha, e avrà sempre più, effetti catastrofici sulla libertà, sulla cultura, sulla politica, sull’economia e sull’ occupazione. L’economia del  web esercita oggi un potere trainante straordinario su tutte le attività umane: sulla creazione di nuova cultura, non solo tecnico-scientifica, ma anche filosofica, politica, sociale, economica; sul posizionamento geopolitico nel mondo; come potenza economica; come intelligence; come “soft power”, come cyberguerra; sul PIL (gli enormi proventi delle Big Five sul mercato europeo non sul figurano, oggi, né nel PIL, né nella base imponibile degli Stati europei); sull’ insieme dei mercati (informatica, editoria, aerospazio, educazione, comunicazione, difesa, finanza, meccanica…); sulla politica (manipolazione di campagne e elettorali, fake news), sugli equilibri strategici (sorveglianza di massa, “hair trigger alert”, droni), ecc…

Il fatto che, in Europa, nessuna forza politica (tranne,  forse, il Rassemblement National di Marine Le Pen) si stia occupando veramente del problema, la dice lunga sulle politiche reali dell’ establishment europeo e sulla credibilità, tanto dei “sovranisti”, quanto degli “europeisti”.

In India e in Russia, invece, il rischio della colonizzazione digitale da parte delle Big Five americane è molto sentito. Come scrive Osama Manzar, “Secondo le definizioni (di “colonia” e di “colonialismo”), né l’India, né le sue regioni, sarebbero delle colonie. Neppure la nazione indiana è   più definibile in base alla sua semplice fisicità. Viviamo le nostre vite  fra i confini geografici dell’ India ed e quelli virtuali di Facebook, di Twitter, di Instagram, di Google, di Airbnb, di Uber e di altre centinaia di apps.”Perciò, “oggi colonizzare il  paese non richiede più un’invasione militare, ma può ottenersi anche soltanto controllando la sua vita  con un semplice click, attraverso le sue reti e i suoi dati”.Analogamente, gli Europei, e, in particolare, gl’Inglesi, erano pervenuti a dominare l’ India, partendo da società private come la East India Company,“che inizialmente erano arrivate nelle future colonie con un obiettivo puramente commerciale. Solo gradualmente queste avevano  ampliato i loro originari obiettivi, cominciando a occuparsi di politica, e assumendo infine il controllo totale”.

In base a queste e analoghe considerazioni, l Governo indiano sta approntando un disegno di legge che impone la nazionalizzazione dei dati dei consumatori indiani e favorisce la nascita di colossi indiani del web, secondo i modelli cinesi di Baidu, Alibaba e Tencent. Lo stesso tipo di ragionamenti sta inducendo la Russia a potenziare il suo motore di ricerca Yandex .

In tal modo, l’ Europa è rimasta l’unica area importante del mondo  priva di una propria industra del web, e che fa totale affidamento sulle Big Five, rinunziando a loro vantaggio a tutti i benefici dell’ industria digitale, depauperado così gli Europei di risorse finanziarie e culturali enormi, e aggravando c il crescente divario fra il nostro PIL e qyuello delle altre aree del mondo.

5.Immigrati, surriscaldamento atmosferico e robot.

Prima di giungere a una conclusione, vorrei fare una piccola digressione sui temi dell’immigrazione e dell’ ambiente, che dimostrano come, per effetto del carattere demagogico dell’ attuale sistema,  il dibattito politico aggiri deliberatamente i temi reali, per concentrarsi su pretesti e capri espiatori, come quello dell’ immigrazione. Quest’ultima, così come gl’imperi, l’apocalittica e la guerra, sono sempre esistiti. La teoria più accreditata sull’origine della specie umana è quella chiamata “Out of Africa”, che parla di un’enorme migrazione che interessò la Terra intera. Anche successivamente, abbiamo le migrazioni degli Indo-Europei, dei Fenici, dei Germani, degli Slavi, dei popoli uralo-altaici e ugro-finnici, quelle verso l’America e l’ Oceania…

Eliminare le migrazioni è impossibile; quello che tutti hanno sempre fatto è stato cercare di ri-orientarle secondo le proprie concezioni del mondo e i propri interessi geopolitici: gli Assiri deportavano i popoli sottomessi per togliere loro l’identità; i  Romani insediavano nelle province  i propri legionari; i Germani venivano nell’ Impero Romano per fare fortuna; il Jund mussulmano girava il mondo portandovi l’ Islam, così come i conquistadores portavano ovunque  la fede cristiana; gli Arabi e gli Europei rifornivano di mano d’opera schiavile Medio Oriente e Americhe; gli Stati Uniti lottizzavano le terre degl’Indiani per distribuirle quasi gratis ai coloni; la Cina costruisce ex novo intere metropoli per ospitarvi milioni di contadini inurbati…

Oggi, il fenomeno migratorio interessa prioritariamente i Paesi più grandi e più ricchi, come  la Cina e gli USA, ed, ora come allora, è retta da ferree regole di potere: selezione etnica in America, in Russia e in Israele; gravi limitazioni dei diritti dei migranti in Cina e in  Medio Oriente, ecc…Anche l’Europa ha sempre operato in questo campo con criteri selettivi fissati legislativamente: illimitato favore alla colonizzazione da parte degli Europei; limitato diritto d’immigrazione per i sudditi coloniali; divieto di immigrazione da imperi concorrenti; accordi specifici con ex sudditi; privilegi per i cittadini dei Paesi ACP e dei Paesi “associati”; libera circolazione per i cittadini comunitari; priorità ai “rifugiati”…

Per questo, le  politiche suggerite dai “sovranisti” non hanno nulla di nuovo, ma sono semplicemente l’applicazione dei principi tradizionali. Quello che cambia è la retorica: una retorica xenofoba al posto della retorica messianica tipica della cultura “mainstream”. Se i governanti fino ad ora inquadravano l’approccio all’ immigrazione  entro i concetti, tutt’altro che appropriati, di “accoglienza” e di “integrazione”, i nuovi venuti parlano piuttosto di “sostituzione etnica” e di “sicurezza”. Nessuno di questi concetti è, a mio avviso,  adeguato. Qui non si tratta, né di accogliere degli sfollati (che tali non sono persone che pagano migliaia di Euro per un lungo viaggio, certo non comodo né sicuro, ma comunque dispendioso), né di educare dei barbari (ché gl’immigrati in Europa hanno un livello culturale medio superiore agli stessi Europei). Ma non è neppure in atto quella forma di “sostituzione etnica”ch’era stata auspicata da Coudenhove Kalergi per garantire il predominio delle vecchie  élites europee, giacché l’immigrato medio (sia egli islamico o ortodosso, medio-orientale o cinese) è certamente meno succube della “Società dell’ 1%” di quanto non lo sia la piccola borghesia europea. Anzi, proprio l’estraneità dei migranti ai valori “occidentali” ne può fare un alleato perfetto del “sovranismo”.

Infine, l’immigrazione attuale è numericamente poco rilevante, se si pensa che la popolazionedella UE, nel 2017, mostrava un saldo positivo si sole 500.000 unità. La realtà vera è che l’immigrazione attuale è soprattutto un  sintomo palese dei problemi veri dell’ Europa, a cui si vuole offrire un capro espiatorio per dirottare l’odio sociale derivante dalla crisi verso obiettivi diversi dal vero responsabile, il sistema occidentale dominante, che c’impedisce di rimediare alla decadenza culturale ed economica, all’avvento delle macchine intelligenti e ai  cambiamenti climatici, che provocheranno ben presto altri, ancor più profondi, sconvolgimenti.

Anche per ciò che riguarda il clima, siamo di fronte a due opposte mistificazioni. Certo non è vero che, come afferma Trump, il problema climatico non esista. Tuttavia, esso è un problema relativo, perché esso è un fenomeno ciclico delle ere interglaciali, e il previsto innalzamento di 3 gradi della temperatura media non eccede quello delle precedenti ere . Addirittura, Vernadskij e Gumilev hanno ricondotto la nascita di tutte le grandi civiltà alle trasformazioni climatiche del continente eurasiatico, e alle conseguenti migrazioni (indoeuropee, barbariche, centrasiatiche…) durante le fasi più acute del surriscaldamento.Le ultime due, quella fra il 4000 e il 2000 a.C. e quella medievale, hanno coinciso con due fasi di grande sviluppo della civiltà: la prima, con quelle dell’Egitto,della Mesopotamia e della Cina; la seconda, con le Crociate,l’ economia comunale e la “pax mongolica”.

Oggi, il surriscaldamento atmosferico colpisce aoprattutto gli Stati Uniti, il Sahel, l’Oceano Indiano e il Mar della Cina, provocando potenziali migrazioni soprattutto verso il Canada, la Russia e la Groenlandia, destinati a uno sviluppo straordinario proprio grazie all’evoluzione del loro  clima, che diverrà temperato – permettendo, con lo sfruttamento di nuove risorse,  di un mantenere anche un miliardo di persone. Che ciò sia realistico è confermato dal fatto che, secondo le sacre scritture persiane, gli antichi Ariani  avrebbero vissuto, durante un intervallo interglaciale, nel Circolo Polare Artico, e che la Groenlandia fu chiamata così nel Medioevo per la sua natura verdeggiante.

Purtroppo, una strategia per il controllo politico di questo fenomeno non è sancora emersa. I rapporti (di sinergia o di conflitto) in funzione di quelle previste “migrazioni di popoli”, fra Russi, Cinesi e Islamici,  fra franco-canadesi, anglo-canadesi e immigrati, e  fra Inuit, Danimarca, UE, Cina e America in Groenlandia, sono ancora allo stato fluido, anche se le colossali esercitazioni russo-cinesi in corso in Siberia ci fanno sospettare che qualcosa si stia muovendo.

Infine, paradossalmente si discute senza tenere alcun conto del fenomeno fondamentale che sta sconvolgendo la storia dell’ Umanità: la sostituzione degli uomini con le Macchine Intelligenti, questa, sì, vera “politica di sostituzione etnica”, che metterà in ombra le polemiche postume dei sovranisti sul “Piano Kalergi”.

5. 2019:costruire “l’ Europa come Katèchon”

E’ certamente giusto che, in vista delle elezioni europee del 2019, i vari schieramenti politici si confrontino con l’obiettivo di raggruppare le forze nel Parlamento Europeo,  per trasformare quest’ultimo, da insignificante punto d’incontro di miriadi di partitini provinciali, qual’esso è oggi, in un luogo dove si scontrano le grandi visioni dell’ Europa. Peccato, tuttavia, che il bassissimo livello della riflessione politica dei principali schieramenti renda particolarmente difficile raggiungere questo obiettivo. Molti dei  libri  di Alpina sono stati dedicati precisamente ai temi sopra esposti. Essi si rivelano, oggi, non solamente attuali, ma, addirittura, profetici e inaggirabili. Basti pensare a “10.000 anni d’Identità Europea”, che ricostruisce con un approccio anti-ideologico l’origine della nostra memoria storica;  “La Fine delle Egemonie”, che anticipa la fine dell’egemonia americana; “100 idee per l’ Europa”, che avviava, in relazione alle Elezioni Europee del 2014,  il metodo comparativo nello studio dei programmi dei partiti politici europei; “Re-Starting EU economy via Knowledge Intensive Industries”, che affronta il problema dell’ assenza di giganti europei del web; “DA QIN”, che “legge” l’integrazione europea alla luce della Belt and Road Initiative, e, infine, “Modello sociale europeo e pensiero cristiano”, che punta al rilancio del carattere sociale dell’integrazione europea.

A parziale rettifica delle posizioni sostenute in questa nostra  ormai ricca bibliografia, ho l’impressione che neppure per queste elezioni si potrà realizzare l’obiettivo bi-partisan di un’alleanza generale per l’ Europa pur nel rispetto delle differenze antropologiche, culturali, etniche e religiose. Troppo forte è la volontà d’inscenare un’ennesima polemica fittizia per distrarre l’attenzione degli elettori dai problemi reali.Siamo comunque sulla buona strada, perché i dibattiti al Parlamento, come quello del 12 settembre passato, si stanno gradualmente avvicinando, seppure controvoglia, ai  problemi reali degli Europei (rapporti con le Big Five, definizione dell’Identità Europea e di quelle dei singoli popoli d’ Europa).

Per questo, mi sembrerebbe oggi un obiettivo più realistico quello di ricercare una “terza via”, autonoma dai due principali schieramenti che si stanno formando: una terza via fondata sulla decostruzione delle narrative, tanto dei “sovranisti”, quanto  degli “europeisti”, sul recupero della cultura “alta” europea e di una storia culturale non mistificata, sull’ autonomia dagli Stati Uniti e sull’ edificazione di un potere digitale europeo avente la forza di dirottare il presente “trend” verso il dominio delle  Macchine Intelligenti.

NE’ CON SOROS, NE’ CON BANNON, MA CON L’EUROPA Contributo a una “rettifica dei nomi” dei nuovi schieramenti europei.


Un tempo si diceva che, con l’avvento della democrazia, era finita la diplomazia segreta, e ci si avviava verso un’epoca di trasparenza. Tutto ciò sarà anche parzialmente vero, però oggi stiamo assistendo a un’altra, non meno grave, forma di opacità: la politica trasformata in sceneggiata, che non ci permette più di capire che cosa sia vero e che cosa sia falso nelle grandi questioni che riguardano l’Umanità (la questione delle “fake news”, ma portata all’ ennesima potenza). In questo modo, si impedisce che il tanto decantato processo democratico possa mai portare a una qualsivoglia decisione concreta, e, questo, in un mondo in cui decisioni drammatiche debbono essere assunte in ogni momento, e quindi vengono prese in un modo assolutamente opaco da alcuni individui, spesso occulti.

Il caso più preoccupante è quello del Presidente Trump, che, prova, qua e là, a realizzare  (giuste  o  sbagliate  che  fossero)  le  promesse fatte agli elettori, per essere poi rimbeccato e violentemente contestato da tutto l’ “establishment”, e, quindi, rimangiarsi (almeno formalmente), tutto quanto detto e fatto fino al giorno prima. Sicché, tutti insieme, gli Americani riescono a occultare, con quella che Nixon chiamava “tattica del pazzo” (quello che ora Trump chiama ‘l’elemento sorpresa’), quali siano le reali intenzioni dell’America: « È importante che ‘i pianificatori non siano troppo razionali nel determinare […] quali siano gli obiettivi che contano di più per l’oppositore”, che vanno comunque tutti colpiti. “Non è bene dare di noi stessi un’immagine troppo razionale o imperturbabile”. “Il fatto che gli USA possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte dell’immagine che diamo in quanto nazione.” È “giovevole” per la nostra condotta strategica che “alcuni elementi possano sembrare fuori controllo”. »

Ricordiamo solo alcune delle prese di posizione di questa Presidenza: introduzione di dazi commerciali contro tutti i principali Paesi del mondo; cancellazione dei trattati sul clima e con l’ Iran; spostamento dell’ ambasciata in Israele, da Tel Aviv, a Gerusalemme; la definizione dell’Europa come “nemico”; la minaccia di ritirare 35.000 soldati dalla Germania se gli Europei non aumentano le spese militari al 4% del PIL(800 miliardi di dollari) l’anno; la proposta a Macron di lasciare la Unione Europea; l’invito a Theresa May a farle causa, e, all’ Europa stessa, di abbandonarla….Dietro di esse c’è certamente una logica, e questa è che gli USA resteranno ancora per poco tempo così forti da  potersi imporre con le minacce e con i ricatti, perché dopo comincerà un’era veramente multipolare in cui la voce degli altri Paesi del mondo li sovrasterà.

La “politica come sceneggiata” rende comunque  difficile non farsi travolgere dai riflessi condizionati deliberatamente provocati dai potenti e dai sistemi di comunicazione di massa. A mio avviso, il modo migliore per opporvisi è fare, di tempo in tempo, un’opera di chiarificazione dei concetti: quella che Soctate chiamava “maieutica”, e Confucio “Rettificazione dei nomi”. Mi avvarrò, nel fare questo, di riferimenti incrociati ad articoli pubblicati in questi giorni da autorevoli giornalisti su vari giornali italiani.

 

 

1.Gl’irreali schieramenti attuali

 

 

Non più affidabilmente di quella americana si comporta  anche la classe dirigente italiana (vecchia e nuova), divisa nei tre improbabili partiti dei “sovranisti”, degli “europeisti” e degli “antiamericani”:

 

 

-i pretesi “sovranisti” affermano di voler riaffermare la sovranità nazionale (cioè degli spesso improbabili Stati nazionali sette-ottocenteschi), ma, paradossalmente, se la prendono, come capro espiatorio, proprio con quell’Unione Europea, che è la principale stampella su cui si appoggiano tali obsoleti Stati, e non, invece, con gli Stati Uniti, che da 70 anni occupano proprio tali Stati -esemplificazione eclatante della loro  “non sovranità” – ( Steve Bannon, come già Zbygniew Brzezinski, la chiama, senza mezzi termini, “protettorato”-), e ora si permettono addirittura di dichiarare l’Europa come “loro nemico” , nonostante la cieca obbedienza a i loro ordini per tutti questi anni. Ora che Bannon si propone espressamente di orientare, finanziare e inquadrare i movimenti “sovranisti” europei nello stesso Parlamento europeo, i “sovranisti” ci dovranno spiegare di chi essi difendono la sovranità: dell’ Europa o dell’ America?;

 

 

-i pretesi “europeisti”, che si limitano (come ci ricorda, su “Il Sole 24 Ore”, Sergio Fabbrini), a ripetere all’ infinito i presunti meriti delle Comunità Europee e dell’Unione Europea, ma senza avanzare alcun programma concreto, e   (aggiunge Rumiz su “La Repubblica”), con “uno spaventoso vuoto narrativo”. Infine, essi sembrano difendere più   l’”Occidente” che non l’ Europa,  vista la loro “totale assenza di passione per l’ Europa”(Rumiz). Molti di costoro hanno inizialmente sostenuto l’internazionalismo comunista, poi quello gauchista, poi ancora quello delle multinazionali e della Rete, e ancora oggi tifano per la Clinton, per Obama e per Soros;

 

 

-i pretesi “antiamericani”, che, prima delle elezioni, erano diventati numerosissimi, a sinistra come a destra, perchè inseguivano gli umori della maggioranza degli elettori,  e, dopo le elezioni, sono letteralmente scomparsi, con gli scongiuri di non voler mettere in discussione la NATO (mentre la può mettere in discussione lo stesso Presidente degli Stati Uniti), con i loro precipitosi viaggi a Washingron, con gli applausi a Steve Bannon, ennesimo “avatar” dell’egemonia americana, questa volta teorizzata dalla destra di Trump per “americanizzare”, infine, dopo il centro e la sinistra, anche i “sovranisti”.

 

 

In realtà, dietro a tutti questi gruppi si vedono sempre all’opera le eterne lobbies americane e filo-americane, che si  sono da sempre travestite nei  modi più svariati  per orientare meglio gli Europei: ieri Lafayette, Dupont de Nemour, Talleyrand, Mazzini, Trockij, la Banca Schroeder, i “servizi deviati”; oggi, “le cancellerie”, , le holding editoriali, i “think tanks” trasversali. Non per nulla, Bannon parla di “riorientare” (cioè mettere in riga) “i Paesi amanti della libertà”(cioè i passivi alleati degli USA), vale a dire di consolidare con mezzi diversi un ”Occidente” che le politiche dei globalisti americani hanno ormai screditato e polverizzato.

 

 

Un esempio tipico dei discorsi di queste lobbies è fornito dall’articolo su “La Stampa” dell’ Ambasciatore Massolo, che incitava, come sempre, gl’Italiani alla “politica dei due forni”, attaccandosi, ora alla greppia americana, ora alla greppia russa, senza rivendicare mai  un’ autonoma missione civile, e svalutando, per questo, il  ruolo dell’ Europa.   La quale ultima è oggi invece  indispensabile, seppure in forme radicalmente nuove, almeno per sopravvivere nello scontro fra le grandi potenze, a cui non possono opporsi solo calcoli opportunistici: si può lottare solo se si ha una diversa visione di se stessi e dell’ Umanità.

 

 

2.L’Europa autentica

 

 

Oggi più che mai, nessuno si prende veramente cura dell’Europa, intesa quale insieme di popoli concreti, con le loro terre, le loro culture, le loro ambizioni, le loro rivendicazioni, in leale, ma ferma, competizione, con il resto del mondo, senza pretese colonialistiche ma anche senz’ alcuna tolleranza per i “diktat” da parte di chicchessia.

 

Nel fondo della loro anima, questi nostri popoli non s’identificano, né con il mitizzato, ma fortunatamente inesistente, “ceto medio”, che si pretenderebbe decerebrato e facile preda della demagogia, né con l’ipocrita retorica millenaristica e puritana, che ha predicato per secoli libertà, fraternità ed eguaglianza, per tendere possibili, in realtà, un generalizzato razzismo, la Tratta Atlantica, il Trail of Tears, il terrore rivoluzionario e la bomba atomica, né, infine con le smargiassate dei tanti pseudo-rivoluzionari, che, da sinistra o da destra, hanno esaltato per decenni le lotte di liberazione di tutti i popoli del mondo, ma non ne hanno avviata neppure una, che sarebbe spettata proprio a loro: quella dell’ Europa.

 

Ma qual’ è l’”anima” del nostro Continente?

 

 

Rumiz vorrebbe che si “narrasse con l’anima” il nostro Continente. Ma siamo sicuri che quei pochi che, come lui, stanno cercando di farlo, stiano raccontandoci l’Europa vera, quella che emerge chiaramente dalle nostre culture e dai nostri monumenti, e non il, ben diverso, “Occidente”? Già Freud lamentava che “la coscienza europea” occultasse l’ “identità Europea”:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 il radicamento dell’ Europa nelle religioni monoteistiche, nella tecnica o nella sintesi liberal-democratica volutamente non definisce l’ Europa nella sua essenza, bensì si limita ad enumerare dei fenomeni comuni a vari Continenti. Come tale, esso non serve per guidare il comportamento degli Europei così come l’“American creed” guida quello degli Americani.

 

Vogliamo invece parlare qualche volta d’Ippocrate, di Leonida, di Dante, di Podiebrad, del “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, della “finlandizzazione” di   Czartoryski, dei “Buoni Europei” di Nietzsche, della “Religione della Libertà” di Croce,  della Costituzione Europea di Galimberti, della “Sfida Americana” di Servan-Schreiber? Questi sono i rari personaggi, momenti e passaggi in cui l’Europa è stata evocata apertamente e specificamente, secondo l’ insegnamento di Chabod, come alternativa ad altri modelli: gli “Europaioi” definiti come liberi nel senso di “autonomoi”, l’Italia come “giardin dell’ Impero”; il patto pacifico fra i sovrani, seguendo l’esempio unitario della Cina; la “Nazione Cristiana” di Novalis e di Alessandro I; la “Force de Frappe” gaulliana. Tutte cose cancellate invece dalla memoria collettiva attraverso scelte politiche ufficiose dei Governi tenute praticamente segrete, come quella operata dai Ministri della Cultura di Blois, consistente precisamente nell’ignorare la storia dell’ Europa prima del 1945.

 

Secondo  questa cosiddetta “memoria condivisa”, l’ integrazione europea nascerebbe all’ improvviso, come per miracolo, per il solo effetto dello spavento per le atrocità della II Guerra Mondiale. L’identità europea sarebbe quindi soltanto la sommatoria delle ideologie che si sono imposte a partire da quella.  Ma, a quel punto, come fare a dare delle  priorità al governo dell’ Europa,

 

 

3.Prepararsi al peggio


Al di là di ogni considerazione europea, questa “tattica del pazzo” costituisce un pericolo permanente per la sopravvivenza dell’ Umanità, perché la drammatizzazione artificiale di ogni trattativa, tipica dei negoziati finanziari o forensi, trasposta in campo geopolitico, può portare fino alla guerra totale.

 

Ma anche a prescindere da Trump, scrive Roberto Castaldi su “L’Espresso”, oggi “l’Europa è un vuoto di potere, una bassa pressione, intorno a cui si concentrano crisi geopolitiche”, e questo costituisce un ulteriore pericolo. Tuttavia, c’è da chiedersi se i vetusti suggerimenti proposti da  Castaldi, come la comunitarizzazione della “Force de Frappe” (che pure sarebbe da se sola una rivoluzione), siano sufficienti in un momento dominato, come il nostro, dalla cyberguerra e dalle guerre asimmetriche, di fronte alle quali i pochi missili nucleari francesi, contrariamente che ai tempi di De Gaulle (quando erano “à tous les azimuts”, cioè puntati anche contro gli USA), sono oramai ben poca cosa.

 

Infatti, come scrive su “La Stampa” Gianni Vernetti, il declino dell’egemonia americana porterà a un conflitto per il controllo del nostro Continente, a cui gli Europei devono essere preparati, per non subirlo passivamente, bensì per divenirne, al contrario, i vittoriosi protagonisti. Dunque, è forse un problema già il fatto che Trump sia molto titubante a tener fede alla clausola (per altro puramente cartacea) dell’ art. 5 del Trattato NATO, che impegna i firmatari alla difesa reciproca contro attacchi di terzi, ma ben  più grave è che Trump abbia qualificato gli Europei come “dei nemici”. Chi, infatti, dopo De Gaulle, ha approntato strumenti di difesa “à tous les azimuths”, vale a dire anche contro un’eventuale aggressione americana (che sarebbe coerente con certi atteggiamenti di Trump)?

 

Speriamo che tutto possa risolversi pacificamente, con l’accettazione di quel naturale riorentamento progressivo dell’ Europa verso l’Eurasia, tanto aborrito da Brzezinski e da Bannon, che permetterà  in primo luogo di rovesciare pacificamente l’innaturale rapporto di forze all’ interno dell’ Occidente. Segnaliamo per altro anche l’interessante scelta, da parte di due intellettuali belgi, di arruolarsi come volontari nelle truppe del loro Paese, col deliberato proposito di acquisire quelle competenze militari che forse saranno purtroppo necessarie agli Europei in quel frangente: “si vis pacem, para bellum”. Basti pensare a come è stato facile destabilizzare, con le “primavere arabe”, cinque importantissimi Stati a noi vicini, provocando una micidiale guerra internazionale, più lunga della Seconda Guerra Mondiale.

 

4.Le elezioni del 2019

 

 

Visto che tanto i “sovranisti”, quanto gli “europeisti”, si stanno preparando a presentarsi come coalizioni possibilmente coerenti alle prossime Elezioni Europee, spero che tanto gli uni, quanto gli altri, porgano orecchio a questi nostri argomenti. Né gli uni, né gli altri, devono dimenticare che se, insieme, essi coprono la totalità del Parlamento Europeo, invece, l’enorme maggioranza degli Europei non è rappresentata da nessuno dei loro uomini : alcuni, perchè appartenenti a Paesi Europei non facenti parte della UE; gli altri, perchè, pur potendo votare per il PE, si rifiutano maggioritariamente di farlo, essendo contrari alle politiche di tutti gli attuali partiti organizzati, tutti egualmente indifferenti alle vere sorti dell’ Europa e mossi da ben altri interessi.

 

 

A queste centinaia di milioni di Europei, occorrerà proporre, come afferma l’omonimo manifesto firmato da molti intellettuali europei tra cui Rémi Brague e Chantal Delsol, “Un’Europa a cui possiamo credere”.

PER RISOLVERE I PROBLEMI DELL’EUROPA, decostruire ordoliberalismo e keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità  Europea all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano, improvvisamente dichiaratosi paladino dell’ Europa.

Per questo riproponiamo le tesi di quel Quaderno subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane contro l’ Europa, e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.

1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

Perciò, le spiegazioni riproposte da tutti circa trent’anni senz’alcun riscontro pratico non solo sono  false, ma mi sono divenute addirittura fisicamente insopportabili: burocrazia, assistenzialismo, pansindacalismo, ecc…(come se queste cose non ci fossero dovunque, anche nei Paesi con le migliori “performances”).

Per capire i problemi dell’ Europa, occorre risalire piuttosto lontano, vale a dire almeno alla corsa, avviata fin dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente”, che era stata la conseguenza diretta  della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo. Ancor oggi questo nesso è facilmente discernibile quando si giustifica l'”esportazione della democrazia” con la nostra superiore civiltà, che sarebbe dimostrata dall’assenza di guerre fra i Paesi della NATO (ma non con gli altri).

Tuttavia, nonostante gli appelli all’unione fra gli Europei per salvaguardare i propri privilegi, dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi ultimi  si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali a carico degli Stati europei.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’attribuzione,  alle potenze ex coloniali, dell’ incarico di amministrare fiduciariamente pro- tempore  le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

2.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese dei paesi belligeranti, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Questo fu  il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia europee (vedi problemi per Renault, Olivetti, Porsche, ENI, Volkswagen e BMW).

Al contrario, negli USA, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico  con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Dopo quarant’anni, come noto,   le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle. Ne deriva un’insopportabile concorrenza sleale ai danni dei potenziali concorrenti europei, che nessuno osa reprimere secondo i principi antitrust e fiscali generalmente applicabili. Soltanto Orban aveva provato ad introdurre in Ungheria una Internet Tax, ma era stato prontamente privato del potere da una (spontanea?) rivolta popolare.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

3.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-infine, lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta  a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce affatto  il suo ininterrotto declino (tra l’altro tempestivamente ed efficacemente profetizzato da Spengler). La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (superiorità teorizzata già  da Winthrop, Mather,  Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza con l’ America, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del “federatore esterno” americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese, fondati su una pacificazione dei rapporti commerciali?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche (che, infatti, ha teorizzato sotto l’etichetta dell’ “ordoliberalismo” di Walther Eucken). Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro canto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca, impedisca alla Germania, e, quindi, agli Europei, di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla obiettiva centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal suo modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Giacché non si crea nessun’organizzazione statuale senza egemonia, se non si vuole l’egemonia della Germania  né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un “movimento sovranista europeo” che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa, e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla infondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri, smitizzando le stesse ragioni del contendere fra i pretesi “sovranisti” e l'”establishment” continentale.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati (Membri o non membri), rendendoli tutti incapaci di reagire adeguatamente alle ingerenze americane e, per ultimo, agli attacchi di Trump.Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando questa realtà fondamentale, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo, per costruire una nuova egemonia euroentusiastica . Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.

 

PER UNA CRESCITA TRANQUILLA DELL’EUROPA (欧洲 和平发展), senza ordoliberalismo né keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità Informatica all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano.

Per questo le riproponiamo subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

La corsa, dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente” è stata la conseguenza della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo.

Dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’incarico, alle potenze ex coloniali, di amministrare pro tempore fiduciariamente le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

1.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Fu il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia (vedi problemi per Renault, Porsche, Volkswagen, BMW).

Al contrario, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico negli USA con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Oggi, oramai, le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’ Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

2.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta in Italia a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce il suo ininterrotto declino. La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (teorizzata da Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del federatore esterno americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche. Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro conto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca impedoisca agli Europei di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Se non si vuole l’egemonia della Germania, né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un movimento sovranista europeo che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla fondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati Membri, rendendoli incapaci di reagire adeguatamente, per ultimo, agli attacchi di Trump.

Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando le questioni fondamentali, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo. Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.