Disponibile da gennaio 2018
 
 
 

INCONTRO DEL 14 MAGGIO SUL RUOLO DEI LAVORATORI NELLA SOCIETA’ DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Il tema in discussione oggi, quello del ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti, può sembrare distante dall’ oggetto del libro che presentiamo. In realtà, esso ne costituisce una sorta di “punta dell’iceberg”, vale a dire l’implicazione conclusiva ed operativa di un libro forse troppo ambizioso e complesso, il n. 1-2018 dei Quaderni di Azione Europeista” dell’Associazione Culturale Diàlexis, intitolato “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’enciclica ‘Laudato sì’”.

Intanto, occorre precisare che, tanto “Macchine Intelligenti”, quanto “Macchine Spirituali”, quanto, infine, “Intelligenza Artificiale” sono tutti termini coniati dai guru dell’informatica e funzionali alla loro ideologia, o meglio, teologia politica, e quindi non hanno, secondo me, un riscontro obiettivo, per così dire, “ingegneristico”. Assomigliano piuttosto a termini come “proletariato”, oppure “razza ariana”, i quali, pur non avendo alcun significato tecnico, hanno avuto una potente forza ideologica e politica. Certamente, espressioni come “agenti autonomi” e “sistemi esperti” sarebbero più appropriate.

Il tema di questa sera si riferisce dunque a una questione urgente, presente concretamente già oggi, sotto i nostri occhi, nella cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”, ma che si aggraverà nella successiva fase, quella delle Macchine Intelligenti. La sua principale manifestazione è costituita dalla crescente disoccupazione, e, soprattutto, sottoccupazione, tecnologica, la quale si cumula, da un lato, a quella endemica nel nostro Paese e, dall’ altro, a quella provocata dalle altre gravi disfunzioni del sistema economico europeo, e italiano in particolare. È quindi difficile quantificare, tanto la disoccupazione e sottoccupazione tecnologica, quanto la disoccupazione non tecnologica, o dovuta a cause non tecnologiche. La disoccupazione non è in definitiva che una delle tante manifestazioni del declino dell’Europa, e, quindi, la sua soluzione non può essere trovata se non in un quadro più ampio, non solo industriale, ma tecnologico, giuridico, politico e, soprattutto, ideologico e culturale.

Pertanto, prima di illustrare il tema specifico della giornata, analizzerò brevemente in che modo le idee esposte nel libro circa il modello sociale europeo, il pensiero cristiano e l’Enciclica “Laudato si’”, possano influenzare la sua soluzione in una prospettiva di medio termine, vale a dire quella della transizione dalla società 4.0 alla Società delle Macchine Intelligenti, e nell’ambito dell’integrazione europea.

Premetto che, nelle vulgate sindacale, mediatica, accademica e politica, il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, ma, in generale, lo stesso il ruolo sociale  dei lavoratori, sembrerebbero destinati a ridimensionarsi  inevitabilmente per effetto della globalizzazione e dell’automazione. Semplificando, la disoccupazione tecnologica, che a troppi osservatori appare ineludibile, deriverebbe dal fatto che le macchine svolgono i compiti umani in modo progressivamente sempre più efficiente degli umani stessi, sicché la sostituzione dei secondi da parte delle prime costituirebbe una tendenza naturale della società. Dalla ricerca The Future of the Jobs presentata dal Boston Consulting Group al World Economic Forum, è emerso però che vi sarebbe invece, soprattutto in Italia, una sorta di bilanciamento fra perdita e creazione di posti di lavoro. Questa visione rassicurante deriva dal fatto che il Boston Consulting Group ignora gli aspetti geopolitici della questione, e il ruolo della divisione diseguale del lavoro in un mondo bipolare.   Io invece, seguendo in questo Erasmo contro Lutero, non credo esista, nella storia umana, alcuna tendenza naturale e inevitabile, poiché, grazie al libero arbitrio, è l’uomo stesso ad essere il fabbro della propria fortuna (e/o rovina). Il nostro è proprio uno di quei casi in cui un forte slancio volontaristico potrebbe alterare anche radicalmente il corso naturale dello sviluppo storico, e, in particolare, la configurazione attuale della globalizzazione.

Questo slancio non può venire, a mio avviso, se non da una chiara concezione europea delle politiche economiche e sociali, una concezione che prenda congedo dall’esaltazione acritica del mito del progresso alla luce degl’immani pericoli creati dall’incombere delle cosiddette Macchine Intelligenti.

Come scriveva Romano Guardini, di cui ricorre il 50° anniversario della morte: “l’interpretazione meccanicistica dell’ esistenza è fallita.”. Infatti, l’inveramento di questa interpretazione nella società industriale ha prodotto il gigantismo degli “Apparati” (razionali, sociali, economici, tecnici, informatici- Heidegger-), che imprigionano l’ uomo nella loro “gabbia d’ acciaio” (Max Weber): “Nasce il problema di governare la tecnica.”, che Guardini vedeva, come più tardi Pietro Barcellona, come la missione  specifica dell’ Europa nel mondo:”Ma la possibilità di governare la tecnica è subordinata alla ‘speranza che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle all’ ordine.’”

Infatti, l’umanità stanca del mondo si affida sempre più all’Apparato per effetto di un’abissale accidia, che le fa desiderare la dissoluzione di se stessa e di tutto il resto. In tal modo, l’Apparato si  raggruma intorno alla persona, paralizzandola, e togliendole la capacità di realizzare la propria missione. Seguendo il linguaggio delle Encicliche, il “Lavoro in senso oggettivo” si impone sul “Lavoro in senso Soggettivo”. Affinché una nuova umanità non macchinica divenga possibile, occorre invertire la direzione di marcia, fondata sull’egemonia del meccanicismo (nella politica, nella cultura, nell’economia), sull’irrisione del sublime, sull’omologazione totalitaria, sulla dissoluzione del soggetto, sulla pedagogia dell’indifferenziato. Si tratta di rafforzare la persona perché possa liberarsi dalla dittatura della banalità quotidiana: “Ma facciamo bene a convincerci che mai nulla è diventato grande senza ascesi e ciò di cui si tratta è qualche cosa di molto grande, anzi di decisivo. E’ il decidere se con il nostro lavoro vogliamo attuare la sovranità a noi affidata in modo che essa conduca alla libertà o all’ asservimento”.

E’ l’applicazione pratica dell’idea di Jaeger dell’ ascesi cristiana come attualizzazione della Paideia greca.

  1. GEOPOLITICA DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Per rifuggire dai luoghi comuni e dalle indebite generalizzazioni, occorre intanto intenderci sulle definizioni, evitando, innanzitutto, l’abusata equazione, di origine marxista, fra “lavoratori” e “operai” (tutti “Arbeiter”), e, in secondo luogo, quella fra la “globalizzazione” e l‘“americanizzazione”.  Intanto, già oggi gli operai costituiscono in Italia una quota modesta degli occupati (meno di 4 milioni di persone su 50 milioni, vale a dire meno del 10%), mentre, invece, i “lavoratori” in senso generale, o meglio “gli occupati” sono più di 25 milioni. Oltre tutto, gli operai non sono considerati “poveri” dall’ ISTAT, e, per esempio, non avrebbero diritto al reddito di cittadinanza. Per questo, il fatto che gli operai tendano a diminuire ulteriormente non costituirà certamente un problema insolubile. Piuttosto, secondo il Boston Consulting Group, ben più gravida di conseguenze sarà l’automatizzazione dei, ben più numerosi, lavori nel campo dei servizi e del terziario avanzato (esempi: le segretarie, i taxisti, i camionisti, i ferrovieri, i bancari, i camerieri, i militari…). Questo soprattutto quando l’automazione raggiungerà i livelli più elevati della gerarchia (secondo la nuova classificazione ISTAT, la “Classe dirigente”: pubblici funzionari, ufficiali, giornalisti, insegnanti, medici, avvocati…).

Il concentrarsi dell’attenzione di tutti  sulla “Quarta Rivoluzione Industriale”, cioè su qualcosa già attuato, falsa gravemente la prospettiva, perché i decisori che contano,  come il direttore tecnico delle Google e il presidente cinese, puntano dichiaratamente, come scadenza dei progetti d’Intelligenza Artificiale, alla quarta decade del XXI Secolo, vale a dire fra 30 anni. Orbene, su un tale arco di tempo, le trasformazioni perseguite dagli Stati e dalle multinazionali saranno ben superiori a quelle attuali. Si perverrà infatti a quella completa automazione di tutti i processi economici a cui ci ha oramai abituati da un secolo la fantascienza.

Dal punto di vista strettamente economico, il fatto che, a parità di output, l’aumento della produttività comporti la riduzione delle ore lavorate, o, a parità di ore lavorate, produca un maggiore output, non dovrebbe costituire un problema, perché ciò dovrebbe comportare anche un aumento dei margini operativi delle imprese. A questo punto, si potrebbe optare, teoricamente, a seconda delle esigenze del mercato, o per la riduzione delle ore lavorate a parità di salario, o per l’incremento della produzione e il mantenimento dell’orario. Tutto ciò si scontra però con il fatto che, come brillantemente illustrato da Evgeny Morozov, le grandi imprese informatiche americane riscuotono, attraverso il controllo dei dati degli Europei, una rendita di posizione, grazie alla quale realizzano in Europa, attraverso la pubblicità, la rivendita dei dati e la gestione di servizi, enormi profitti fuori del Continente, profitti che non possono essere tassati con i metodi tradizionali, perché non possono neppure essere contabilizzati in Europa, essendo anche i server fuori della sovranità europea, sicché diventa impossibile, come dimostra la vicenda della “Internet Tax”, realizzare i trasferimenti di risorse necessari per una divisione degli extra-profitti su tutto il sistema dell’ economia nazionale. L’ Unione Europea, pesantemente danneggiata, prima, dagl’incredibili privilegi fiscali delle Big Five, e, ora, dal cumularsi di una pluralità di “atti emulativi” degli Stati Uniti, non è ancora riuscita, dal 2014, quando il neo-presidente Juncker era finito sotto inchiesta per i Tax Rulings del Lussemburgo, a concordare una forma di tassazione adeguata per le attività delle Big Five in Europa. Eppure, questa sarebbe la precondizione per poter garantire i necessari trasferimenti di risorse all’interno dell’ Europa stessa. Cosa resa evidente dal fatto che, nelle trattative per la formazione del nuovo Governo italiano, la copertura del “reddito di cittadinanza” viene prevista non già, come sarebbe logico, attraverso la tassazione delle Big Five, bensì attraverso altre poste del bilancio dello Stato.

Il problema numero uno dell’ Italia -il blocco, da circa 30 anni, della crescita  del PIL -, non si può quindi certo rimediare con una politica di trasferimenti interni, comunque strutturata, bensì implica invece la necessità d’intervenire severamente sulla divisione internazionale del lavoro -sia contro le infinite forme di “contingentamento dell’Europa” (ultima fra le quali la richiesta di nuove sanzioni contro l’Iran), quanto contro il “fallimenti del mercato”, che hanno visto da decenni l’Italia e l’Europa cedere, senza colpo ferire, intere fette di mercato, interno e internazionale, a multinazionali extraeuropee-.

Prendo atto con soddisfazione che il ministro francese Lemaire ha finalmente affermato che, dinanzi alle misure anti-europee, l’Europa deve dotarsi di strumenti legislativi che le permettano di reagire. Si spera solo che non ci si limiti a imporre dazi contro dazi, ma si colpisca soprattutto ciò che veramente preme agli USA, come le sanzioni alla Russia e all’ Iran e le tasse delle multinazionali. Solo così, recuperando i moltissimi miliardi trasferiti in questi decenni fuori dell’ Europa, e soprattutto creando imprese competitive con le Big Five, si potrà evitare che si crei un gran numero di disoccupati cronici che basino la loro sussistenza sul reddito di cittadinanza (che per altro, nella configurazione proposta dalla coalizione Salvini-Di Maio, si deve definire più sobriamente come “sussidio di disoccupazione”).

 

 

2.I PROBLEMI SOCIALI

Una volta risolti, per ipotesi, il problema politico di un’adeguata tassazione dei reali profitti delle multinazionali e della creazione di campioni europei dell’ informatica, resterebbe comunque la non indifferente questione della ripartizione, fra i vari ceti, dei benefici e degli oneri dell’automazione.

E’ certo intanto che questa comporta, e comporterà sempre più, per la sua stessa natura:

(a)un incremento, a scapito delle attività manuali, di quelle intellettuali, e, in particolare:

-futurologi;

-esperti in cybersecurity;

-imprenditori informatici;

-studiosi d’informatica;

-gestori di fondi pubblici;

-operatori culturali;

-hackers…

(b)All’ interno stesso delle attività produttive e di servizi, il cosiddetto “upgrading” delle funzioni, grazie alle quali ogni lavoratore potrà gestire, tramite l’informatica, le attività prima svolte da un intero gruppo: l’operaio informatizzato, il lavoro di un’intera squadra; una segretaria informatizzata, il lavoro di un intero pool segretariale; un medico informatizzato, il lavoro di un’intera clinica, compreso il direttore; un avvocato informatizzato, il lavoro di un intero studio legale, ecc… Tutto questo non è fantascienza; anzi, viene già attuato in gran parte in molte realtà lavorative, anche italiane (pensiamo innanzitutto alle multinazionali della logistica, come per esempio Amazon, ma anche nel costruendo stabilimento Lamborghini di Bologna, e in Prima Industrie, dove già ora i “blue collars” sono inquadrati come operai ma hanno un diploma tecnico e uno stipendio da impiegati).

Personalmente, sono stato coinvolto da 35 anni in esperimenti diautomatizzazione del lavoro intellettuale, come per esempio, già nel 1978, nelle ricerche giurisprudenziali parzialmente automatizzate presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, e, dal 1982,  nella creazione standardizzata di atti giuridici nella gestione informatizzata di grandi quantità di contenzioso in grandi studi legali e uffici legali di multinazionali).

Lo studio del Boston Consulting Group è stracolmo di dati statistici e di esempi concreti, in base ai quali la transizione verso nuovi ruoli avrà effetti imprevedibili per il singolo, con la possibilità, a seconda dei casi, di migliorare o di peggiorare la propria situazione. Il rapporto non tiene però conto delle “politiche attive del lavoro”- per esempio, della ri-localizzazione negli USA imposta da Trump, oppure  di una seria politica di ristrutturazione europea più efficace, che potrebbe sostituire la cosiddetta “Industria.4”-.

 

5.LA NUOVA ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

Dallo studio di Boston Consulting emerge che l’”Industria 4.0” si incentra sull’adozione di alcune tecnologie definite come “abilitanti”, per altro non tutte innovative. Ricordiamo:

Le “Advanced manufacturing solutions”: sistemi avanzati di produzione, ovvero sistemi interconnessi e modulari che permettono flessibilità e performance. Fra queste tecnologie rientrano i sistemi di movimentazione automatica dei materiali e la robotica avanzata, che oggi entra sul mercato con i robot collaborativi o cobot;

Le “Big Data Analytics”: tecniche di gestione di grandissime quantità di dati attraverso sistemi aperti che permettono previsioni o predizioni.

 

Tuttavia, la caratteristica principale dell’ Industria 4.0 è quella di modificare l’organizzazione del lavoro, eliminando la funzione dell’ operaio specializzato, confondendola con quella del tecnico di produzione, e permettendo un flusso più aperto d’informazioni e di semilavorati fra imprese indipendenti. Senza entrare nei dettagli, si può dire che l’insieme di queste attività implicherà una più forte responsabilizzazione di tutti gli elementi della catena produttiva, che saranno sempre più coinvolti nelle scelte imprenditoriali a mano a mano ch’esso potranno gestire autonomamente un segmento più ampio del processo.

Queste tendenze si sposano perciò egregiamente con l’avanzata travolgente in tutta Europa di forme di partecipazione dei lavoratori, secondo la falsariga delineata già dalla fine dell’Ottocento dal pensiero sociale cristiano (Vogelsang, Toniolo), e ribadito durante tutto il Novecento, da un lato, dalle Encicliche sociali, e, dall’altro, dalla legislazione sociale dei Paesi Europei, con particolare riguardo alla Costituzione italiana e alla legislazione tedesca sulla cogestione.

Questo trend è stato favorito dalla spinta data dalla legislazione europea (con particolare riguardo a quella sui diritti d’informazione dei lavoratori e sul sistema duale di governance societaria), e dall’ influenza del modello tedesco. Introdotta in Germania dopo la IIa Guerra Mondiale soprattutto per impedire l’appropriazione dei grandi gruppi da parte degli occupanti anglo-americani, ha costituito, e ancora costituisce, la miglior protezione contro quella svendita delle imprese nazionali che tanto spaventa la Merkel e il legislatore europeo. Basti pensare ai casi della Continental e della Chrysler.  L’impressionante tabella che si trova a pagina 207 del libro dimostra che la quasi totalità dei Paesi dell’Unione a 27 possiede istituti di cogestione, con la rimarchevole assenza dell’Italia, del Belgio, di Cipro e di Malta.

Esso dimostra, a mio avviso, ed eloquentemente, che il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano sono tutt’altro che obsoleti, anzi stanno esplicitando proprio ora tutta la loro forza, costituendo uno degli elementi fondamentali che fanno della Germania il leader dell’ Unione.

  1. COGESTIONE TEDESCA E INDUSTRIA 4.0

E’ impressionante come tutti in Europa, e, soprattutto, in Italia,  abbiano da sempre predicato la necessità della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, e, poi, di fatto, abbiano sempre mantenuto in piedi un’organizzazione estremamente accentratrice. Dall’idea di Lenin “tutto il potere ai soviet” alla Carta del Lavoro (la socializzazione), dalla Costituzione italiana al Movimento Comunità, dalle Encicliche Sociali alla Legge Fornero, non si è mai vista, almeno in Italia, una qualsivoglia realizzazione pratica. Anzi, spesso i più accaniti fautori della partecipazione, come per esempio Adriano Olivetti, si erano rivelati poi in pratica degl’imprenditori assolutamente autocratici.

Paradossalmente, in Germania la cogestione, che si è rivelata così provvidenziale per il successo delle imprese tedesche, si è affermata quasi per caso, per un’intrinseca esigenza del popolo tedesco, da sempre incline al comunitarismo e allo spirito organizzativo. Basti pensare ch’essa nacque subito dopo la guerra, quando perfino gl’industriali dell’industria carbosiderurgica la vedevano con favore, come strumento per evitare il controllo delle potenze occupanti

Vi sono praticamente 3 tipi di cogestione: paritetica; 1/3-2/3; modello Volkswagen.

Nel 1947 era creata, dunque, la prima cogestione paritaria, su base contrattuale. Con la Legge del 1951, tutte le industrie del settore carbosiderurgico avevano ottenuto la cogestione paritetica. Dal 1952, si introdusse nelle altre imprese una cogestione1/3-2/3.

La Volkswagen, che è la maggiore impresa mondiale del settore automobilistico, è retta da una legge speciale (la Volkwagengesetz), approvata nel 1960, in occasione della privatizzazione dell’azienda. In base a tale legge, nessun azionista può esercitare, indipendentemente dalle quote possedute, più del 20% dei diritti di voto, in modo tale che l’azionista di riferimento resti sempre il Land della Bassa Sassonia (una forma di Golden Share).

Nel 1976, Helmut Schmidt introduceva la cogestione paritetica in tutte le grandi imprese tedesche.

Oggi, dopo l’avvio dell’iniziativa Industria 4.0, vi è in Germania tutta un’attività, da parte di studiosi, sindacalisti, manager e consulenti aziendali, volte a trovare sistemi di raccordo fra la normativa sulla cogestione e le nuove tecnologie. In effetti, da un lato, la configurazione del posto di lavoro costituisce uno dei primi contenuti della cogestione; dall’ altra, le nuove tecniche, in particolare con i robot collaborativi, richiedono inevitabilmente un coinvolgimento attivo dei lavoratori, che, anziché essere vincolati ai processi della macchina, la possono utilizzare in modo flessibile, come un tempo i singoli utensili.

 

3.I I COMPITI  DEL LEGISLATORE

Il legislatore (europeo e nazionale) ha ora almeno tre compiti:

(a)quello di riqualificare tutti i lavoratori attraverso la modifica dei curricula e la formazione permanente;

(b)quello di garantire un’equa ripartizione, fra i vari “stakeholders”, dei benefici (e/o degli oneri) del sistema;

(c)quello di riorganizzare lo Stato e le imprese in modo da essere compatibili con questa nuova realtà

Ne conseguono, per il legislatore, tre nuove attività:

a)la definizione di nuovi curricula scolastici e di formazione permanente, erogando i corrispondenti finanziamenti;

b)la definizione legislativa degl’incentivi all’ innovazione e dei carichi fiscali sugl’incrementi di redditività;

c)la riforma della pubblica amministrazione e del diritto economico, per incorporare e trasformare   queste novità.

I Governi e le istituzioni europei hanno iniziato da alcuni anni a occuparsi  della questione (con molto ritardo sui concorrenti americani e cinesi), con l’ iniziativa “Industria 4.0”, la quale tuttavia affronta ancora la questione in un’ottica parziale, in quanto interpreta le trasformazioni in corso come fatti prevalentemente ingegneristici, non già come fenomeni politici e soprattutto culturali, in una visione che, pur non sottovalutando il ruolo indiscutibile della tecnica e della tecnologia, rimetta al centro della riflessione il ruolo dei popoli e della persona –della persona che lavora – nei nuovi processi di produzione. Che l’Unione giochi sempre di rimessa, rispetto alle iniziative di USA e Cina è dimostrato dal fatto che:

a)tanto l’iniziativa “Industria 4.0” quanto quella per l’ Intelligenza Artificiale di cui alla Comunicazione della Commissione SWD 2018 sono state adottate alcuni anni dopo le analoghe iniziative americane e cinesi;

b)”Industria 4.0” è già superata dalla Comunicazione per l’ Intelligenza Artificiale, che rende obsolete il tipo di automatizzazione di cui alla precedente iniziativa;

c)ambedue le iniziative mancano di un respiro umanistico, quali quelli delle analoghe iniziative americane e cinesi, che sono pienamente inserite in una precisa visione del mondo (nell’ un caso, puritana; nell’ altro, confuciana), a cui le relative strategie sono funzionali. L’espressione contenuta nella Comunicazione: “Prepare for socio-economic changes brought about by AI by encouraging the modernisation of education and training systems, nurturing talent, anticipating changes in the labour market, supporting labour market transitions and adaptation of social protection systems” è assolutamente asettica e puramente ingegneristica, non affrontando affatto le gravi questioni trattate nei punti precedenti.

Anche la “Politica nazionale Industria 4.0” del Governo italiano è purtroppo tutta concentrata, come quella europea, sulla produzione manifatturiera e sulla fabbrica in un momento storico nel quale, proprio grazie all’internet delle cose, industria e servizi sono sempre più interconnessi tra loro dando origine a nuovi modelli di business, mercati, processi, prodotti e dinamiche del consumo. Tuttavia, almeno, per poter fruire delle agevolazioni finanziarie europee, l’Italia deve promuovere e incentivare le iniziative di informazione e formazione, anche se queste sono incredibilmente arretrate rispetto alla media degli altri Paesi, soprattutto per ciò che concerne la formazione.

  1. UNA NUOVA POLITICA DEI REDDITI

E’ paradossale che vi sia un enorme “esercito di riserva” di disoccupati cronici, quando invece:

(a)tutti i lavoratori avrebbero bisogno di ridurre, a parità di salario, le ore lavorate, se non altro per poter frequentare veri corsi di riqualificazione;

(b)vi sono infiniti compiti indispensabili, ma non svolti da nessuno, come ovviare al degrado ecologico e urbanistico, gestire il turismo, costituire basi di dati, fare formazione informatica –tutte cose che si addirebbero benissimo a dei giovani disoccupati, specie a dei giovani disoccupati intellettuali con tanto di master, che potrebbero benissimo lavorare come formatori, non solo degli operai, ma perfino dei manager e dei funzionari dello Stato-;

(c)occorrerebbe accumulare esperienze pratiche in imprese innovative, per contrastare la concorrenza extraeuropea;

(d)occorrerebbe contrastare l’allontanamento, fisico e psicologico, dei giovani dal mondo del lavoro, che ne deteriora progressivamente le motivazioni, le competenze e l’occupabilità.

Quindi, piuttosto che pagare, con il reddito di cittadinanza, 780  Euro al mese a ogni disoccupato, occorrerebbe creare posti di lavoro a basso salario, ma che servano per la formazione di curricula, per esempio nelle forze armate o nel servizio civile, per coprire le carenze urgenti nei settori sopra indicati. Ricordo, nella mia qualità di ex ufficiale pagatore, che, nel 1974, il soldo di un soldato di leva era di 150 lire (75 centesimi di Euro) a settimana, più vitto e alloggio, sì che il suo costo non eccederebbe oggi certo quello del reddito di cittadinanza, ma in cambio si otterrebbero, da una parte, una prestazione lavorativa, e, dall’ altra, un automatico “learning on the job”, come quello offerto dall’ Esercito Israeliano, che costituisce una miniera di giovani esperti per l’industria informatica.

5.LA FORMAZIONE

La nuova strutturazione della società implicherà ingenti fabbisogni formativi radicalmente diversi da quelli attuali:

(a)Cambierà la natura della prestazione regolata e definita dal contratto di lavoro, incidendo profondamente sull’ idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, e aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità o anche sulla compartecipazione dei risultati o degli utili, secondo forme più o meno spinte di partecipazione economica e di partecipazione ai processi decisionali;

 (b)La formazione pratica sarà basata sempre più su competenze informatiche, per abilitare tutti alla gestione di sistemi complessi. Per esempio, negli ITI collegati all’ industria, come quelli creati in Emilia-Romagna, si creano, attraverso l’alternanza scuola-lavoro, tecnici specializzati per le nuove fabbriche sofisticatissime come quella della Lamborghini;

(c)La formazione specialistica dovrà abbinare competenze professionali (per esempio, mediche, legali), alle corrispondenti competenze informatiche, in modo da poter gestire senza l’appoggio di ausiliari, ma con quello di apparati automatici, funzioni ancillari come la gestione degli esami clinici, l’assistenza personale ai malati, i rapporti con mutue e assicurazioni, le ricerche di giurisprudenza, la redazione automatica di atti standardizzati…);

(d)la formazione a compiti dirigenziali e politici dovrà includere conoscenze filologiche, linguistiche, di culture comparate, delle scienze esatte, comprensive della cibernetica e delle neuroscienze, delle nuove tecnologie, comprensive di quelle informatiche e biomediche

(e)tutto ciò implicherà la necessità di inserire organicamente la formazione permanente nella vita del lavoro (e perfino nella vita politica), con una quota ben precisa dell’orario di lavoro dedicata alla formazione (sulla falsariga delle libere professioni e delle Forze Armate), secondo piani coordinati con l’avanzamento nella carriera e una certificazione seria e obiettiva delle competenze acquisite.

Ne deriva che, con il determinante apporto dello Stato, sarà possibile realizzare, nel corso di 4/5 anni, l’”upgrading” di tutte le funzioni, a cui dovrebbe corrispondere un parallelo incremento della competitività del sistema, con la conseguente maggior penetrazione sui mercati mondiali, la quale dovrebbe finanziare i costi della formazione permanente e dell’incremento del tempo dedicato alla formazione.

La cosiddetta “funzione anticiclica dell’ investimento pubblico”, oggi tornata improvvisamente di moda, funzionerebbe veramente se l’investimento si orientasse verso la creazione di campioni nazionali e alla riqualificazione del lavoro, anziché a misure puramente assistenziali ed espansive della spesa.

  1. LA COGESTIONE IN ITALIA

La vicenda della cogestione in Italia è veramente paradossale. Proposta per primo da Toniolo a fine ‘800 sulla falsariga della Rerum Novarum, iscritta nella Carta del Carnaro e nella Costituzione Repubblicana, e adottata, almeno sulla carta, tanto dalla Repubblica Sociale che dal CLNAI; oggetto di progetti di legge, mai approvati (ultimo fra i quali il “Progetto di Legge Ichino”,  in tutte le legislature, essa è stata introdotta in Italia in dosi omeopatiche e quasi per sbaglio, sempre sulla base di un accordo specifico in sede aziendale.

All’ interno dell’ ampia categoria della “partecipazione”, si distinguono:

a)L’azionariato dei dipendenti

Recentemente, sono state introdotte effettuate ulteriori sperimentazioni ma solo nel campo dell’azionariato popolare, senza apprezzabili ricadute in termini di potere decisionale dei lavoratori, come  nei 4 casi più importanti: Unicredit, Telecom Italia, Intesa Sanpaolo e Prysmian.

Con la delega al Governo attribuita dall’art. 4 (commi 62,63) della l. n.92 del 2012, ”Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale”8La delega riproposta nel ddl. n.1051 conferiva al Governo il compito di formulare uno o più decreti legislativi che avrebbero favorito il coinvolgimento del lavoratore nell’impresa. Sia nel comma 62 dell’art.4 della legge 92/2012 che nel ddl 1051 è stipulato un elenco di possibili soluzioni partecipative finalizzate al coinvolgimento nella quale è contenuta anche la partecipazione finanziaria. La volontà di conferire a forme di partecipazione finanziaria una valenza di coinvolgimento del lavoratore è presente anche nella ”proposta DLM”, proposta di legge sindacale del gruppo di giuslavoristi coordinato. Dall’esame della delega all’art 4 l.92/2012 del ddl n.1051 e della proposta DLM emerge una linea comune che vede nella contrattazione la via per l’introduzione delle diverse forme di coinvolgimento.

2)La partecipazione contrattuale all’ organizzazione del lavoro

Un recente passo in avanti è stato fatto con  la legge di bilancio 2016, il governo italiano ha inteso favorire la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del lavoro, purché introdotta e condivisa nell’ambito di contratti collettivi aziendali o territoriali. Dapprima, ha consentito un’estensione dell’ammontare massimo dei premi di risultato (fino a 2.500 euro nel 2016 e fino a 4.000 euro nel 2017) soggetti all’imposta sostitutiva dell’IRPEF pari al 10%; successivamente (per i contratti collettivi sottoscritti dal 24 aprile 2017), ha alleggerito l’onere contributivo associato a una parte di premio di risultato (il cui importo massimo resta fissato a 3.000 euro) non superiore a 800 euro.

Da allora, il coinvolgimento paritetico dei lavoratori (le cui modalità di realizzazione sono state inizialmente specificate nel decreto interministeriale del 25 marzo 2016) ha conquistato sempre più spazio nei contratti collettivi aziendali e territoriali, pur non eguagliando il successo dei premi di risultato e delle prestazioni di welfare. In base alle ultime informazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a marzo 2018, dei 9.389 contratti attivi e depositati, 1.387 prevedono un piano di partecipazione dei lavoratori.

Tentando di seguire le orme delle attività congiunte svolte con “Arbeit 2020” nella Renania Settentrionale-, che coinvolge diversi sindacati tra cui IG METALL e un network consolidato di esperti, con il contributo economico delle istituzioni pubbliche regionali e del Fondo Sociale Europeo, con la Circolare n. 5/E del 29 marzo 2018, oltre a ribadire che il coinvolgimento paritetico dei lavoratori è realizzabile «mediante schemi organizzativi che permettono di coinvolgere in modo diretto e attivo i lavoratori (i) nei processi di innovazione e di miglioramento delle prestazioni aziendali, con incrementi di efficienza e produttività, e (ii) nel miglioramento della qualità della vita e del lavoro», l’Agenzia delle Entrate ha inteso fornire ulteriori indicazioni sul tema e ha essenzialmente subordinato l’erogazione del beneficio contributivo alla redazione, a livello aziendale, di un apposito Piano di Innovazione.

L’auspicio, quindi, è che  si promuovano percorsi congiunti di formazione adeguata su questi temi e provando a costituire insieme reti qualificate di esperti e consulenti in grado di affiancare lavoratori e imprese nella definizione e realizzazione di piani di innovazione tecnologica e organizzativa.

c)Il caso Alcoa

Il caso che ha fatto parlare molto di cogestione è stato quello dell’ALCOA, dove il Ministro Calenda ha contrattato con i  nuovi investitori svizzeri una, seppur modestissima, forma di collaborazione”alla tedesca”, con una seppur piccola presenza nel Consiglio di Sorveglianza.

La confusione che regna in questa materia richiederebbe che un movimento sociale trasversale prendesse su di sé l’onere di portare avanti questa complessa materia, facendo almeno un po’ di chiarezza. su tutti gli scacchieri-politico, giuslavoristico, sindacale. A questo fine, con gli altri oratori di quest’incontro, stiamo organizzando un convegno a ottobre, che potrebbe costituire il punto di partenza di questo movimento,

PRESENTAZIONE DI DAQIN IL 24 MAGGIO

Giovedì 24 maggio, ore 18,

Il Laboratorio Associazione Culturale

Via Carisio 12

Da Qin Un’Europa sovrana sulla Via della Seta

Nel fervore delle discussioni sulla politica italiana, si tende a dimenticare quanto la nostra vita, già nel passato, ma soprattutto oggi, sia stata, e ancora sia, condizionata da quanto accade, non soltanto in Europa, ma anche nel resto del mondo.

La stagnazione delle nostre economie, il dramma permanente delle migrazioni, la mancanza di significative innovazioni culturali, derivano da fatti apparentemente lontani nello spazio e nel tempo, come il colonialismo, la subordinazione alle grandi potenze, le guerre umanitarie, la lotta ideologica fra i blocchi…

Anche il rapporto con la Cina ha influenzato molto più di quanto non si pensi la vita degli Europei fino dai tempi di Marco Polo, dei monarchi assoluti, dei Gesuiti e degl’Illuministi, introducendo da noi nuovi concetti filosofici e nuove tecnologie, incrinando l’unita del movimento comunista internazionale, che tanto peso aveva anche in Europa, surriscaldando la competizione globale sui prezzi, introducendo “cordate” industriali concorrenti con quelle occidentali.

I Cinesi hanno espresso l’idea di questa interdipendenza con il termine “Da Qin”, “Grande Cina”, riferito per millenni a Roma, all’ Italia, all’Impero Romano, al Sacro Romano Impero, all’Europa, al Cristianesimo, visti come qualcosa di speculare all’ Impero Cinese. Oggi, con la Nuova Via della Seta, che si protende verso Occidente, ci troviamo con importanti investimenti cinesi in ogni città europea, e con un’Europa alleata della Cina nel resistere alle imposizioni del Presidente Trump.

Per l’importanza centrale della Cina nel sistema mondiale, il libro DA QIN tenta di leggere i problemi più scottanti dell’Europa con occhi cinesi, nella speranza di superare, con ciò, l’impasse, prima di tutto culturale, in cui si trova invischiata l’integrazione europea.

 

14 MAGGIO: PRESENTAZIONE DEL LIBRO MODELLO SOCIALE EUROPEO E PENSIERO CRISTIANO DOPO L’ENCICLICA ‘LAUDATO SI’

Lunedì 14 maggio, ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà, 1
Incontro con gli autori
“Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”
In occasione della pubblicazione di “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’Enciclica “Laudato si’”, di Alberto Acquaviva e Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis e Rinascimento Europeo.
Il sempre crescente predominio della tecnica dispiegata, che si manifesta innanzitutto sotto la forma della disoccupazione tecnologica, rende oramai inevitabile un controllo rafforzato, da parte di tutti gli stakeholders, sulle interrelazioni fra l’ uomo e la macchina, con approcci nuovi, tanto rispetto alla vecchia contrapposizione lavoro-capitale, quanto nei confronti di concezioni formalistiche della partecipazione dei lavoratori che sono oramai  sempre più incompatibili con i nuovi aspetti dell’ organizzazione del lavoro.

Il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, spregiati e negletti negli ultimi decenni, potrebbero fornire, meglio ancora che non i paradigmi pragmatistici e post-umanistici oggi in voga, idee innovative, fondate sul rinnovamento e il potenziamento dell’umano a partire dall’ irriducibile libertà e imprevedibilità della persona. La critica, da parte dell’Enciclica “Laudato sì”, delle “colonizzazioni culturali”, e le formule di partecipazione nell’impresa collaudate da decenni in Europa Centrale, forniscono basi concettuali da cui partire.

Il libro costituisce un tentativo di sintesi fra discipline troppo spesso disgiunte, quali la teologia, la storia del diritto e dell’economia, le relazioni industriali e la cibernetica.

Ne discutono con gli autori l’avvocato Stefano Commodo, animatore del movimento della società civile “Rinascimento Europeo”, Riccardo Ghidella, Presidente dell’Associazione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, e Ezio Ercole, Vice-presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

La presenza di Alpina al Salone Off 2018: una proposta articolata.

Ieri, 10 maggio, abbiamo presentato “DA QIN, L’Europa sovrana in un mondo multipolare, Tredici proposte di studio per un federalismo del XXI secolo”.
Il dibattito che ne è seguito ha permesso di delineare linee d’azione per il futuro: -proseguire nelle nostre attività di ricerca, nella direzione di una pubblicistica orientata soprattutto alla Via della Seta;
stabilire un legame più stretto con la comunità cinese, per organizzare iniziative d’interesse comune;
avviare un dibattito sui rapporti Europa-Cina, da un lato, con le imprese, e, dall’ altro, con il Movimento Federalista e le forze politiche.

Lunedì 14 maggio, presenteremo il libro sul modello sociale europeo e il pensiero cristiano.

In realtà, il dibattito verterà soprattutto sul come le tradizionali fonti di pensiero sociale europeo possano essere proficuamente utilizzate anche e soprattutto nella fase storica che ci attende, caratterizzata dall’ Intelligenza Artificiale e dalle macchine intelligenti.

L’obiettivo è mettere a fuoco lo stato dell’arte in un momento caratterizzato da una grande confusione, in cui non si riesce a distinguere chiaramente fra la sfida ontologica delle macchine intelligenti, le minacce allo Stato di diritto e alla democrazia, gli aspetti monopolistici e quelli geopolitici.

 

10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

 

I GURU DELLA FINANZA E DELL’ INFORMATICA CONTRO LE “BIG FIVE”?

CI SCUSIAMO CON I LETTORI PER L’INVIO, PER ERRORI TECNICI, DI UNA VERSIONE “BOZZA” IN LUOGO DI QUELLA AUTENTICA, CHE RINVIAMO QUI DI SEGUITO:

L’articolo di George Soros su “Il Sole 24 Ore” della settimana scorsa ha messo un evidenza qualcosa di singolare:il fatto che i guru americani della finanza e dell’ informatica siano divenuti critici delle Big Five, mentre prima ne erano i cantori. Nel fare ciò, talvolta diventano perfino filosofi, come George Soros, che ha recentemente scritto:” L’abilità dell’uomo di sfruttare le forze della natura per scopi sia costruttivi che distruttivi continua a crescere, mentre quella di autogovernarsi, generalmente oscillante, è in ribasso”.
E continua:”L’ascesa e il comportamento monopolistico delle grandi piattaforme Internet americane contribuisce all’impotenza del governo statunitense. Queste aziende hanno spesso avuto un ruolo innovativo ed emancipatore. Diventando, però, sempre più potenti, Facebook e Google sono diventati un ostacolo all’innovazione e hanno causato una serie di problemi di cui cominciamo a prendere coscienza solo ora”.Strano, perché noi ne stavamo parlando da almeno una decina di anni, ma nessuno, allora, ci prendeva sul serio.

Infatti, ” Le industrie minerarie e petrolifere sfruttano l’ambiente fisico, mentre i social network sfruttano quello sociale. Ciò è deleterio perché tali realtà influenzano il modo di pensare e il comportamento delle persone senza che queste neppure se ne accorgano. Inoltre, interferisce con il funzionamento della democrazia e l’integrità delle elezioni.” Nessuno è più d’accordo di noi. Ma i giornali e le televisioni che appartengono ai grandi magnati non si somno comportati da sempre nello stesso modo?
“…. non potendo fare a meno di queste piattaforme e dovendone accettare le condizioni, i fornitori di contenuti contribuiscono anch’essi a incrementare i profitti delle società di social media. ” il fatto di avere il quasi monopolio della distribuzione le rende dei servizi pubblici e, pertanto, andrebbero assoggettate a una normativa più severa, tesa a preservare la concorrenza, l’innovazione e un accesso equo e aperto a tutti. ” ” Qui non si tratta di semplice distrazione o dipendenza; i social media stanno, di fatto, inducendo le persone a rinunciare alla propria autonomia. E questo potere di plasmare l’attenzione della gente va sempre più concentrandosi nelle mani di un ristretto numero di aziende.
Ci vuole un grande sforzo per affermare e difendere ciò che John Stuart Mill definì ‘libertà della mente’. Una volta perduta, infatti, coloro che crescono nell’era digitale potrebbero non riuscire a riconquistarla”.
”Secondo Soros, “ Ciò potrebbe tradursi in una rete di controllo totalitario, che nemmeno George Orwell avrebbe potuto immaginare.”Ma, in realtà, qui stiamo assistendo all’ inveramento non solo di Orwell, bensì anche di Capek, di Huxley e di Asimov

Negli Usa, le autorità di regolamentazione non sono abbastanza forti da resistere all’influenza politica dei monopoli. La Ue, in questo senso, è avvantaggiata perché non ha colossi digitali propri.
La Ue utilizza una definizione diversa di potere monopolistico rispetto agli Stati Uniti. Mentre la legge americana si concentra sui monopoli creati per acquisizione, la legge europea proibisce l’abuso del potere monopolistico a prescindere da come venga raggiunto. L’Europa, fra l’altro, ha una normativa sulla privacy e sulla protezione dei dati sensibili molto più severa di quella americana.

In effetti, è l’ Europa che ha condotto le indagini contro l’abuso di posizione dominante di Google, ma anche procedure per aiuti di Stato e la Causa Shrems contro GFacebook.Secondo Soros
,”Margrethe Vestager, è la promotrice dell’approccio europeo. La Ue ha impiegato sette anni per intentare una causa contro Google, ma il successo ottenuto ha impresso un’accelerazione notevole al processo verso una regolamentazione adeguata. Inoltre, grazie all’impegno del commissario Vestager, l’approccio europeo ha cominciato a influenzare alcuni atteggiamenti negli Usa.
Il declino del dominio globale delle società del web statunitensi è solo una questione di tempo. La regolamentazione e la tassazione, promosse da Vestager, saranno la loro rovina.”

Non crediamo, purtroppo, che questo sia il caso, perché il furto dei dati a livello internazionale è fin troppo utile ad altri soggetti, che perseguono obiettivi ancora più liberticidi delle Big Five: i costruttori dell’ Intelligenza Artificiale e i servizi segreti. Non per nulla, la Causa Schrems si è arenata dinanzi all’ inderogabilità della legislazione postale americana in materia di sicurezza nazionale. I primi hanno bisogno di “profilare” tutti gli abitanti del mondo per costruire l’Uomo Artificiale; i secondi, , per organizzare una cyberguerra mondiale in cui praticamente ogni essere umano potrà essere colpito individualmente in base alla sua conformità o meno agli standard preferiti. Cumulando questi due poteri, abbiamo già lo scenario della Singularity di cui parla Kurzweil, che coincide con la Guerra al tempo delle Macchine Intelligenti di Manuel De Landa.

Giacché la Cyberguerra può essere condotta solo dalle macchine grazie alla loro profilazione dettagliata dell’ intera umanità, quando le macchine saranno più intelligenti smetteranno di farsi la guerra fra di loro e incominceranno a colpire quegli uomini che sono più contrari alla Società delle Macchine Intelligenti. A questo fine, sarà preziosissima la profilazione di tutti noi contenuta nei Big Data di Salt Lake City.

SONO FRA QUELLI CHE HANNO VENDUTO L’ASPERA DI RIVA DI CHIERI

La vendita dell’ Aspera (azienda fabbricante a suo tempo i compressori per i Frigoriferi FIAT), alla Whirlpool, il maggior fabbricante d’America di elettrodomestici (nel 1985, cioè trentatre anni fa), costituisce la premessa storica della tormentata vicenda dell’odierna Embraco di Riva di Chieri, l’unità produttiva che la multinazionale americano-brasiliana sta ora chiudendo nonostante le proteste del Ministro dello Sviluppo Economico, e perfino del Papa.
Avendo partecipato in prima persona alla cessione al gruppo Whirlpool, credo possano risultare interessanti alcune mie considerazioni, che possono valere in parte anche per altre operazioni di questi giorni, come la vendita di Italo, la scalata di Mercedes e la chiusura dell’ Iol di Torino.
1.Un po’ di storia

Era il 1985: la società di management Fiat Componenti Spa era incaricata della gestione di un’ ottantina di Società nel settore dell’ industria leggera, con l’obiettivo sostanziale di riaccorparle in modo diverso. Io ero il responsabile del Servizio Legale. In 6 anni, vendemmo una quarantina di società e ne comprammo altrettante, riorientandoci verso il settore dei componenti autoveicolistici (intorno ai gruppi Marelli e Gilardini). L’obiettivo dichiarato era quello di migliorare la situazione patrimoniale del Gruppo, permettendogli di concentrarsi sul “core business” autoveicolistico, magari in vista di un’alleanza del tipo di quella che sarà poi la FCA. In quell’epoca, sembrava avvio che i possibili acquirenti potessero essere solo multinazionali americane, come la Whirlpool o la PPG.
2.Abbiamo proceduto alla cieca
E’ tuttavia scioccante considerare, con il senno di poi, quanto il contesto attuale fosse già allora prevedibile, tanto per ciò che riguarda le tendenze della Whirlpool e dell’industria americana in generale, quanto per il futuro dell’Europa Orientale. La situazione sociale a Benton Harbor (fra Chicago e Detroit), sede del Gruppo Whirlpool, era, e ancora è, ben peggiore che a Torino o in Slovacchia. Se il vero problema fosse stato quello dei bassi salari, allora quale sede migliore di Benton Harbor, con un reddito medio pro-capite di 9000 Dollari (cioè 7000 Euro) l’anno? Un’ennesima prova della non affidabilità delle teorie economiche prevalenti. Infatti, il sito di Benton Harbor è stato da sempre boicottato da parte di Whirlpool, ma per motivi prettamente politici. La situazione era, ed è, colà, esplosiva, con il 93% della popolazione composta da afroamericani e il primato storico degli scontri razziali in USA (1960,1966, 1967, 1990 e 2003).
Nel frattempo erano accadute tante cose che mettevano a soqquadro le previsioni di allora: la caduta del Muro di Berlino, l’acquisizione della maggioranza delle azioni Embraco da parte di Whirlpool, e di Aspera da parte dell’ Embraco stessa, l’apertura di Embraco Slovakia, nonché la costituzione di una joint venture Embraco in Cina, il tutto sotto l’egida della Whirlpool.
Come noto, tutti i Paesi dell’ ex blocco dell’ Est sono stati in grande sviluppo a partire dagli anni ‘90, sicché sembrava logico che molte attività economiche europee, superata la crisi della transizione, si localizzassero di preferenza in quelle zone d’Europa. In quel processo, la questione dei bassi salari, che tanta demagogia scatena da noi, ha avuto un ruolo effettivo, ma non certo esclusivo, né permanente. Si noti che, grazie ai i recentissimi accordi collettivi, a Spišská Nová Ves, sede dell’ Embraco Slovakia, lo stipendio di un operaio è di quasi 7-800 Euro al mese per 14 mensilità (cioè circa il reddito medio di Benton Harbor), mentre le più recenti offerte di lavoro in Piemonte (per esempio, a Mondovì) sono anch’esse di 800 Euro al mese , ma per neolaureati! Semmai, il “dumping sociale” lo sta facendo la (ex-)Provincia di Cuneo. D’altro canto, visto che i gruppi Whirlpool e Embraco posseggono fabbriche in tutto il mondo è ben difficile accertare se, come si dice a Riva di Chieri, “i 500 posti di lavoro verranno trasferiti in Slovacchia”, o in qualche altro stabilimento, o non verranno trasferiti affatto. L’unica cosa certa è che, per effetto delle misure protezionistiche del Presidente Trump, sono state fatte in questi giorni, a Benton Harbor, 200 nuove assunzioni.
L’elemento fondamentale del successo dell’Europa Centrale è stato costituito, non già dai salari che si pretende siano particolarmente bassi, bensì dalle ottime prospettive di espansione dei mercati (dovute, se non altro, agli “effetti di trascinamento” della transizione), e dalle gloriose tradizioni tecniche (Spišská Nová Ves si trova al confine fra Slovacchia e Polonia, un’area che, oltre che per gl’impianti sciistici, è nota per le sue industrie militari e di precisione). Oggi, per questi motivi , la Slovacchia è divenuta la maggior produttore automobilistico d’ Europa.
Avevo condotto a suo tempo, nell’ area carpatica, trattative per l’acquisizione di due fabbriche di motori d’ aereo, una, nella capitale slovacca Bratislava, incaricata a suo tempo dal Comitato Centrale sovietico, della costruzione, su licenza URSS, di un motore per l’intero Patto di Varsavia, e, l’altra, non molto oltre la frontiera polacca, fatta costruire addirittura già negli Anni Trenta dal Maresciallo Pilsudski.
2.Adesso tutti si stupiscono

In questi 33 anni, tutto il processo d’ internazionalizzazione è stato intanto condotto congiuntamente da Americani e Brasiliani, e la fabbrica di Riva di Chieri è rimasta sempre più una semplice unità produttiva periferica, dove, ogni qualche anno, il Ministero dell’ Industria (oggi ribattezzato assurdamente “Ministero dello Sviluppo Economico”), pagava qualche decina di milioni per impedire una chiusura da tanto tempo attesa.
Dopo tutti questi anni, Il Ministro Calenda e i giornalisti italiani non capiscono ancora (o fingono di non capire) perché la Whirlpool rifiuti offerte obiettivamente vantaggiose del Governo Italiano, e hanno accusato, davanti la Commissione Europea, la Slovacchia di fare dumping sociale, ma, in realtà, dovrebbero prendersela piuttosto con il Presidente Trump, che forza le multinazionali con una sostanziale componente americana (comprese in primo luogo la FCA e l’Embraco), a rilocalizzare negli USA. Ad esempio, grazie ai recentissimi dazi imposti contro le importazioni coreane, la Whirlpool assumerà nel prossimo futuro i nuovi 200 dipendenti addirittura nell’odiata Benton Harbor. Tra l’altro, se vantaggi fiscali esistono oggi in Slovacchia, sono gli stessi previsti dai trattati di adesione e di cui hanno goduto le imprese italiane in Polonia.
Tutte queste cose messe insieme (sviluppo dei BRICS e dell’ Est Europa, spostamento delle produzioni e livellamento dei tenori di vita, protezionismo americano) si potevano prevedere fin dall’ inizio, e, soprattutto gestire a livello europeo. Lo posso testimoniare perché a partire dalla Perestrojka, facevo parte del gruppo di lavoro della FIAT sull’ Est Europa e l’Estremo Oriente. Invece, la cultura economica e politica iper-ideologizzata delle nostre classi dirigenti, il prevalere degl’interessi corporativi e la subordinazione ai gruppi americani, hanno fatto sì che l’ Europa non traesse, dall’espansine a Est, quei giovamenti ch’era logico attendersi, e che, anzi, ne risultasse addirittura danneggiata, creando, nei Paesi di Visegràd, quasi una “quinta colonna”.
La causa di tutto ciò è stato, in particolare, iI micidiale mix di liberismo e di keynesismo a cui siamo stati educati, a partire dal Piano Marshall, da una propaganda martellante (politica, accademica, economica, aziendale e sindacale), che ci ha fatto dimenticare che ciò che guida, da sempre, l’economia (sia essa americana, brasiliana, cinese o slovacca), al di là delle retoriche ideologiche, è l’interesse nazionale. Invece, l’Unione Europea ha rifiutato, e ancora rifiuta, di vedere che vi è un obiettivo “Interesse Europeo”, ch’essa sarebbe chiamata a rappresentare e difendere. Difesa che non dovrebbe consistere in anacronistici dazi, bensì in quella “Advocacy”, come dicono gli Americani (“Cospirazione nell’ Interesse Pubblico”, come dicono i Francesi, o “zouchuqu”-“andar fuori”, come dicono i Cinesi) per cui, grazie alla regia dello Stato o delle organizzazioni imprenditoriali, le molte forze (politiche, economiche, tecnologiche, culturali, militari) di un Paese si muovono all’unisono per vincere nella competizione internazionale, come precisato puntigliosamente nella nuova dottrina americana di difesa. In Europa, questo non solo non esiste, bensì è, in pratica, vietato perfino parlarne, grazie a un muro di gomma che, da sempre, “gela” ogni discorso su questo argomento.
3.Che cosa dovremmo fare?
Se Obama ha potuto “montare” l’americanizzazione della FIAT e la contro-mossa all’acquisizione della General Motors tedesca; se Trump ha reagito alle nuove misure europee contro le multinazionali del Web con una sorta di “condono” per farle rientrare in America e ha costretto le grandi imprese industriali a rilocalizzarsi in America; se, in Cina, la creazione di Zone Economiche Speciali è una prerogativa del governo centrale, non già dei governi prpovinciali, ci sarà bene una ragione. Invece, da noi, tutti (multinazionali, imprese nazionali, Stati membri, Autorità locali) possono fare tutto ciò che vogliono, in pratica beccandosi fra di loro come i capponi di Renzo.
Adesso, ci si si scandalizza, improvvisamente, per il fatto che gli Stati membri si facciano una certa concorrenza fiscale, o che le multinazionali vadano là dove risulta loro più conveniente. Ma, con la cultura politico-economica apolide (“apatride”, come avrebbe detto il Generale De Gaulle), che caratterizza le nostre classi dirigenti, le cose sono andate sempre così e continueranno ad andare così. Come scriveva già nel 1968 Jean-Jacques Servan-Schreiber, abbiamo costruito il Mercato Unico per permettere alle multinazionali americane di operare più facilmente in Europa, mentre però le imprese europee non ne approfittano (e, stanno, difatti, progressivamente scomparendo): vedi Olivetti, British Leyland, Minitel, FIAT, Nokia, Volvo, Pirelli…).
Mi sono occupato da 46 anni (con “cappelli” estremamente differenti, ma, purtroppo, sempre senza nessun effettivo potere decisionale), dell’ internazionalizzazione delle imprese italiane. Se avessimo cominciato fin da subito a fare una politica economica e una programmazione territoriale paneuropea, con regole certe e un chiaro principio di “Europe First”, non ci troveremmo a contenderci delle periferiche unità produttive di proprietà di americani, brasiliani, giapponesi, indiani, arabi, nigeriani e cinesi, mentre le holding extraeuropee, che, con i loro profitti, i loro stipendi miliardari, i loro super-consulenti, sono veramente “il grasso” del mondo industriale, stanno sempre più fuori dei nostri confini.
Paradossalmente, gli unici che avevano parlato di una programmazione europea (già fin dagli Anni ’60) erano stati Giovanni Agnelli e Ugo La Malfa.

3.Sulle specializzazioni dell’ Italia.

Non solo List e Halecki, bensì perfino Adam Smith e Marx, avevano attribuito un ruolo centrale alla divisione internazionale del lavoro. In questa divisione, indipendentemente dalle ideologie professate, è comunque un vantaggio avere sul proprio territorio le attività più importanti, dal punto di vista politico, culturale, finanziario, economico, militare, ecc… In concreto, è meglio essere Papi che non parroci, “maîtres-à-penser” che non maestri di scuola, finanzieri che bancari, imprenditori che precari, Capi di Stato Maggiore piuttosto che caporali. Questo non è sciovinismo, è una realtà di fatto.
Attirare le attività chiave è comunque da sempre una delle prime cose che i cittadini chiedono alla politica, a cominciare dai monasteri medievali, dalle accademie culturali, dai bachi da seta, dalle manifatture di porcellana, e per finire con l’Arte Astratta.
E’, di converso, semplicemente ovvio che l’ Unione Europea non è in grado di raggiungere questi obiettivi. Basti vedere che Kurzweil, Musk, Zuckerberg e Bostrom decidono dall’ America il futuro dell’ Universo; Papa Francesco sta a Roma ma è argentino; i grandi capitali appartengono allo Stato cinese, a Soros, agli emiri arabi e ai finanzieri nigeriani; le holding dei grandi gruppi stanno in America e in Cina, le decisioni sostanziali, nella NATO, le prende il Presidente degli Stati Uniti, ecc…
Rovesciare questa realtà è, oggi, impossibile. D’altronde, un mondo multipolare richiede che le attività cruciali siano ripartite equamente nel mondo, in base alle rispettive “specializzazioni”. Sotto questo punto di vista, può anche essere logico che l’Europa, e, soprattutto, l’ Italia, non sia specializzata nelle moderne attività industriali e finanziarie, perché è già il centro dell’unica Chiesa con una presenza universale, dispone di una tradizione culturale unica (Greci, Romani, Rinascimento, Paestum, Pompei, Roma, Firenze, Venezia…), ha un patrimonio paesaggistico (Alpi, isole, campagne) amato in tutto il mondo…
Purtroppo, sotto l’influenza dei miti della modernità (anticlassicismo, tecnocrazia, industria), anche queste potenzialità sono state messe progressivamente da parte (abbandono del Greco e del Latino, tagli alla cultura, scempi ambientali come l’Ilva, Bagnoli, Gela…), prima, sotto l’influenza dell’ ideologia autarchica dello Stato nazionale (industrie militari, cultura “nazionale” e priorità alle industrie di base), e, poi, sotto quella di un confuso mondialismo.
Oggi, quando si è oramai realizzato lo scenario globalizzato e multipolare, quelle politiche risultano sconfitte dai fatti. La Chiesa è ormai maggioritariamente extraeuropea; abbiamo ancora, dopo 75 anni, in Europa, 500.000 soldati americani, in gran parte nelle più di 100 basi in Italia; solo più l’Eni, Leonardo e Generali possono ancora chiamarsi “campioni nazionali”italiani, e solo Arianespace ed Airbus “campioni Europei”), ma tutto il resto: holding metalmeccaniche e chimiche, linee aeree e ferrovie, case di moda e poli industriali, appartengono a proprietà straniere. Del resto, qualcosa di analogo sta succedendo in tutta Europa (pensiamo alla Nokia, alla Mercedes, alla Volvo…)
E’ quindi ora di vedere come valorizzare meglio quel che ci resta: la nostra natura e le nostre lingue, le nostre città antiche e le nostre cattedrali, le nostre Università e i nostri musei.
Un 21° secolo dedicato più alla cultura che alla tecnica sarebbe certamente nell’ interesse innanzitutto dei un’ Italia europea. Non v’è dubbio che l’ Europa abbia bisogno anche di finanzieri e industriali, manager e tecnici, commercianti e militari. Tuttavia, non è detto che ciascun Paese debba essere presente nello stesso modo in tutti i settori. Gl’Italiani potrebbero, e dovrebbero, specializzarsi nella “cultura alta” (per esempio creando una vera “Accademia Europea”), nella valorizzazione della storia (attraverso una capillarizzazione delle politiche culturali del proprio territorio, orientandole però a un pubblico mondiale), nelle industrie culturali e dei media, e, infine, nella ricerca sul controllo e l’umanizzazione delle nuove tecnologie.

LA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI NELLE IMPRESE DELL’ ERA DIGITALE


La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, “snobbata” in Italia, costituisce invece da sempre un aspetto di forza del sistema industriale tedesco.

Se ne è parlato venerdì 16 al Circolo della Stampa di Torino, sotto gli auspici delI’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, anche in seguito a vicende come l’applicazione alla Lamborghini del modello tedesco del Gruppo Volkswagen, e a forme di partecipazione dei lavoratori all’ azionariato della FCA (americana).

l modello tedesco d’impresa (Betriebsverfassung) costituisce la realizzazione pratica della concezione istituzionale dell’ impresa, l’esatto opposto della visione assolutamente privatistica. La “Costituzione d’impresa” realizza pertanto il principio che l’impresa non sia solo degli Shareholders (gli azionisti), bensì di tutti gli “Stakeholders”. Ne consegue che le imprese soggette allo Statuto d’Impresa, specie a quello nella sua forma più pura (il “Modello dell’industria Carbosiderurgica”) sono rette da un consiglio che comprende rappresentanti degli azionisti, dei lavoratori (dai dirigenti agli operai) e dello Stato. Grazie a questo modello, nessuna delle operazioni che hanno distrutto le imprese di tutta Europa (finanziarizzazione, svuotamento, delocalizzazione) sono state possibili in Germania.


1.L’avanzare dell’ informatizzazione


Certamente, nei prossimi anni, ogni forma di partecipazione dei lavoratori correrà il rischio di venire ridimensionata dalla perdita di peso del manifatturiero e dalla robotizzazione del lavoro, che renderà apparentemente meno acuta la questione della rappresentanza di larghe masse di lavoratori.
In realtà, le esigenze che erano state alla base della partecipazione dei lavoratori nel passato lo saranno ancor più nel futuro, quando, da un lato, vi sarà ancor più forte l’esigenza della tutela di masse sempre più precarizzate, e, dall’ altro, con la robotizzazione, le competenze e le responsabilità dei lavoratori s’ incrementeranno a dismisura. Infatti, qualunque attività, dalla pianificazione strategica alla pulizia delle strade, dalla legislazione ai lavori domestici, dalla sanità all’insegnamento, dalla difesa alla banca, dall’editoria alla guida, sarà svolta in forma informatizzata, e, quindi, gli addetti, dai manager ai manovali, saranno di fatto dei numerosissimi manutentori di sistemi informatici complessi (Governi, Ministeri, Eserciti, Enti locali, Imprese, servizi pubblici e culturali, complessi abitativi), le cui attività avranno un impatto enorme sugl’interessi generali della società, essendo essenziali bancomat, dai metro all’amministrazione pubblica online), e i relativi dati; gl’imprenditori informatici, che sono più che altro dei mediatori fra tecnici ultra-specializzati e le grandi organizzazioni clienti e/o finanziatrici (grandi imprese, agenzie pubbliche, Enti di ricerca, eserciti); un’Amministrazione pubblica che in pratica orienta e dirige le politiche delle imprese informatiche attraverso la gestione dei “bandi” pubblici per la ricerca; la politica, che destina gl’ ingenti fondi, contratti ed esenzioni che caratterizzano il settore informatico (DARPA, fondi europei, cyberguerra, tax rulings). Il tutto con una quantità di problemi tecnici, etici, politici, sociali, psicologici senza porecedenti, studiati nel dettaglio da Nick Bostrom.


2.Uno Jus activae civitatis


In una situazione di questo tipo, tanto le imprese informatiche quanto i lavoratori assumono la funzione di esercenti di un pubblico servizio, dotati delle corrispondenti responsabilità, ma anche di corrispondenti diritti.
Dato che buona parte dell’infrastruttura informatica è finanziata, in tutto o in parte, da fondi pubblici, sarebbe giusto che, come nell’ industria carbosiderurgica tedesca, le attività informatiche (vale a dire in un prossimo futuro, tutte le attività economiche), fossero gestite insieme da tutti gli stakeholders. Sarebbe perciò logico che i lavoratori che di fatto faranno funzionare da soli intere banche e interi ospedali come pure il settore pubblico, che finanzia bene o male tutta l’industria informatica, abbiano il diritto di avere loro rappresentanti nei relativi consigli di amministrazione, e/o di sorveglianza.
La riduzione di mano d’opera apparentemente provocata dalla maggiore produttività delle attività automatizzate sarà compensata dall’enorme fabbisogno di funzioni ideative (teorici sociali), politiche (decisori istituzionali),di progettazione (studiosi di informatica), di controllo (comitati etici, servizi di manutenzione), di produzione (imprenditori elettronici), di coordinamento (comitati internazionali e/o interministeriali), di studio (sistema scolastico), di sicurezza (cybersecurity, intelligence), di garanzia (legislatori e giudici specializzati), di gestione (amministratori), ecc…
Tutto questo processo non può ovviamente essere lasciato alla libera discrezionalità del Complesso Informatico-Militare, che, come dimostrato dai casi Wikileaks, Dataleaks, Vault 7, Taxleaks, Schrems, antitrust, braccialetti elettronici, ecc.. tende ad abusarne in modo abnorme, ed, anzi, non può non farlo per una tendenza insista nel sistema.
Gli strumenti tecnici, giuridici e politici attualmente esistenti (tutela costituzionale, diritto militare e internazionale, diritto fiscale, diritto antitrust, diritto della privacy, diritto del lavoro) sono assolutamente inefficaci a coprire questi fenomeni nuovi. Nell’ elaborare le nuove regole, occorrerà, almeno per ciò che riguarda l’ Europa, attenersi al principio di sussidiarietà, con la massima tutela del singolo lavoratore sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dei poteri di gestione e rappresentanza; con una grande flessibilità degl’imprenditori informatici, con un ruolo importante delle Autorità locali, un diritto sociale inderogabile e la tutela inflessibile della tutela degl’interessi e della sovranità dell’ Europa.
L’Europa è particolarmente arretrata in tutti questi settori, e dovrebbe studiare fin da subito una programmazione a lungo termine dell’ intero processo, dibattendo al più presto le adeguate politiche, creando senza indugio Istituzioni dedicate, iniziando ad operare a breve, implementando il modello a medio-breve, in modo da poter partecipare a medio termine alle necessarie attività internazionali, con l’obiettivo di divenire a medio-lungo un modello, e, a lungo termine ,un Paese leader in questo campo.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.

L’INNOVAZIONE NEI SETTORI TECNOLOGICI “DUALI” NELLA RIFORMA DELLA “GOVERNANCE” EUROPEA

Con il blog Technologies for Europe affrontiamo l’insieme dei temi legati alle nuove tecnologie trattati nei quaderni di azione europeista: la tutela della privacy (Habeas corpus digitale), la promozione dell’industria digitale europea (Restarting European economy via knowledge intensive industries), la normativa internazionale in materia di nuove tecnologie (Corpus iuris technologici), il contenzioso europeo contro le big five (Thank you Europe)…

Affrontiamo qui di seguito un nuovo ed attualissimo tema sollevato dalla recente firma del programma europeo per la politica estera e di difesa comune (Pesco), vale a dire l’inserimento delle tecnologie duali nella stessa politica estera e di difesa.

Le cooperazioni rafforzate nel settore della Difesa possono costituire un ottimo campo di sperimentazione e riflessione critica circa le esigenze di riforma, per garantire comunque alle Istituzioni, anche con una modifica apparentemente “limitata” dei Trattati, una reale operatività a un livello comparabile a quella dei grandi Stati sub-continentali (in particolare Cina e Stati Uniti), i quali hanno operato appena ora una profonda revisione dei loro, per quanto già efficientissimi, sistemi di governance del settore Difesa e delle tecnologie “duali”.

Il riconoscimento formale, nell’ ambito della PESCO, del ruolo delle tecnologie “duali”, dovrebbe spingerci a un’ analisi comparativa volta a collocare l’intero settore delle nuove tecnologie “duali”(comunicazioni quantiche, missili ipersonici, intelligenza artificiale, nanotecnologie, bioingegneria, big data), al centro di una riforma delle Istituzioni che renda l’Unione competitiva con i suoi concorrenti e capace di porre sotto controllo le nuove tecnologie.

1.Il ruolo delle tecnologie “duali”.

Come illustrato da Qiao Liang e Wang Xiangsui nel loro libro “Guerra senza Limiti”, e come recepito puntualmente dalla Dottrina di Difesa americana nel Dicembre 2017, l’attuale onnipresenza delle tecnologie informatiche ha eliminato definitivamente ogni confine, non solo fra attività civili e militari, ma anche fra ruoli istituzionali e società civile. Basti pensare all’utilizzo a scopi militari dei dati sensibili degli utenti di tutto il mondo della telefonia, di Internet e perfino di nuovi modelli di apparecchi televisivi che ( come è risultato dalla Causa Schrems dinanzi alla Corte di Giustizia e dallo scandalo “Vault 7”), è considerato lecito dalla vigente legislazione americana. Oppure all’indispensabilità, per costruire una difesa autonoma dell’ Europa, del sistema di geolocalizzazione Galileo, evidenziatasi nel corso delle missioni europee nei Balcani e nel Medio Oriente. L’esplicito riconoscimento della finanziabilità, da parte dell’ European Development Fund, degl’investimenti nel settore “duale”, apre la strada a un corrispondente ripensamento di tutte le attività “strategiche” dell’Unione nell’ ottica della sinergia fra civile e militare.

2.Gestione di fatto delle problematiche “duali” da parte delle Istituzioni

In realtà, già ben prima di questo riferimento formale al “duale”, tutte le istituzioni dell’ Unione e lato sensu europee sono state profondamente implicate, anche se con continui insuccessi, nella governance di tecnologie digitali duali decisive, non solo per la gestione dei conflitti, ma anche per il futuro stesso della società e dell’ economia europee. Citio innanzitutto:

-gli sforzi (per altro con poco successo), da parte del legislatore europeo, di fornire una rinnovata tutela della “privacy”, in seguito agli scandali “Prysm” e “Vault 7”, con loro implicazioni di difesa dell’economia europea;

-le procedure “antitrust” della Commissione contro le pratiche monopolistiche delle Big Five e la revisione dei loro regimi fiscali, distorsivi, ai danni delle imprese europee, della concorrenza mondiale;

-il controllo dell’ Unione sugl’investimenti strategici extraeuropei, necessario per garantire l’autonomia industriale e militare europea e il controllo della nostra proprietà intellettuale;

-il finanziamento, da parte della BEI, di un motore di ricerca europeo, primo anello di un “web europeo”, e, da parte della Commissione, di studi sull’ interfaccia uomo-macchina, volti a prevenire un indebito prevalere di quest’ultima;

-la “cybersecurity” e l’ Europol (per esempio, gli “Hacker Patriottici”), premesse necessaria per qualunque politica di sostegno ai campioni europei, ché, altrimenti, andrebbe solo a vantaggio dei nostri concorrenti.

Grazie a questi strumenti d’intervento del Consiglio, del Parlamento, della Commissione, della Corte di Giustizia, dell’ Europol, di CARD, dell’ Agenzia Europea degli Armamenti, dell’ OCCAR e della BEI, le Istituzioni svolgono già ,nei settori del digitale e della cyberguerra, attività, per quanto insoddisfacentemente limitate, più penetranti delle Autorità nazionali (che, in questi settori, operano, per lo più, solo “di riflesso”). In ciò, esse svolgono un ruolo parallelo a quanto svolto in USA o in Cina dalle agencies specializzate dipendenti direttamente dal Presidente in quanto espressione di una sovranità a 360°(quelle svolte in USA in USA, dal DARPA, e, in Cina, dal “Comitato per la Fusione di Civile e Militare”). I nuovi meccanismi della PESCO sono carenti sotto questo punto di vista in quanto sono ancora focalizzati prevalentemente su attività “militari” tradizionali, lasciando fuori quest’ enorme area della “guerra senza limiti” aperta dall’informatizzazione.

3. La carenze della governance attuale.

Le azioni su ciascuno di questi livelli, essendo svolte da Enti diversissimi fra di loro e in un‘ ottica settoriale, restando alla superficie delle vere questioni in gioco, non possono incidere si reali rapporti di forza internazionali. Per esempio, la riforma del “Safe Harbour Agreement” si è conclusa con un nulla di fatto perché ha lasciato libero accesso come prima ai dati degli Europei; le “web taxes” in discussione sono solo controproducenti, perché non solo non raggiungono il necessario effetto risarcitorio per il passato, ma addirittura penalizzerebbero ulteriormente le imprese europee concorrenti delle Big Five, ecc…

Tra l’altro, perfino in America, dove il livello di operatività e di coordinamento è infinitamente superiore, la nuova strategia di difesa parte dalla critica dell’inefficacia del sistema attuale e prevede una sua radicale centralizzazione sotto il controllo presidenziale.

Ma, così come il carattere presidenziale dello Stato non basta ancora, in USA, a garantire un livello di coordinamento sufficientemente onnicomprensivo della rivoluzione digitale, così, a maggior ragione, la dispersione di competenze, non solo fra Unione, Stati Membri e NATO, ma addirittura fra le varie Istituzioni europee, ha portato, fino ad ora, al dominio assoluto delle Big Five e al loro regime fiscale predatorio, a dirottare i fondi europei verso lo studio di soluzioni progettuali e giuridiche anti-umanistiche, al furto di dati privati, commerciali e militari degli Europei, all’inesistenza dei campioni europei del digitale quali invocati da Macron alla Sorbona, e alla perdita per trent’anni di posti di lavoro apicali, imprenditoriali, tecnico-scientifici e manageriali europei, dirottati verso le Big Five.

4. Necessità di un approccio “olistico” alla politica estera e di difesa

La non volontà di porre il digitale duale fra le priorità del nuovo quadro della PESCO prolungherebbe tale quadro assolutamente insoddisfacente, perché legato, ancor più di quello delle Grandi Potenze, alla visione “tradizionale” della Difesa, criticata da tutti i testi citati. Gli elementi culturali e digitali restano marginali, e il coordinamento è pensato essenzialmente come tecnico ed economico, non già come culturale e politico. Per svolgere le funzioni di coordinamento delle iniziative europee, la PESCO dovrebbe ispirarsi innanzitutto ad una preciso programma, prima digitale (speculare a quello esposto, nel libro “The New Digital Age”, dai due direttori di Google, Cohen e Schmidt), e poi politico (come nella nuova dottrina americana della Difesa).Citiamo da quest’ultima:

-“Per vincere, dobbiamo integrare tutti gli elementi della potenza nazionale dell’ America -politici, economici e militari”

-“Dobbiamo difendere contro i concorrenti la nostra Base d’Innovazione per la Sicurezza Nazionale (NSIB). La NSIB è la rete americana di conoscenze, competenze e persone -fra cui l’accademia, i Laboratori Nazionali e il settore privato-, che trasforma le idee in innovazione e le scoperte in prodotti e imprese commerciali di successo, e tutela e rafforza il modo americano di vivere”

-“Gli Stati Uniti debbono ricuperare l’’elemento sorpresa’”.

5.Una seria Politica Estera e di Difesa richiede un organo apicale unico ed efficiente, comprensivo del “settore duale”.

Qualora, per esempio sfruttando la “finestra” aperta sulle cooperazioni rafforzate, si creasse, fra le Istituzioni, un unico organo di coordinamento per le materie della ricerca e sicurezza, come è il Comitato per la Fusione del Civile e del Militare della Cina, si dovrebbe garantire il controllo continuo sullo stesso da parte del’ organo apicale (come in Cina attraverso la Commissione Militare Centrale, presieduta dal Presidente).Infatti, la creazione di una cultura strategica, la tutela contro la concorrenza, la formazione dell’ufficialità e del management, la programmazione strategica, le missioni militari, la promozione di nuova imprenditorialità e la diplomazia digitale richiedono decisioni di vertice continue, drammatiche e segrete, che non possono essere adottate da labili organi di collegamento.

Il ruolo ancor del digitale nella difesa dell’ Unione Europea dovrebbe essere ancora più centrale che non in USA e in Cina, poiché l’ Unione: (i) rifiuta la guerra offensiva; (ii) non ha ambizioni di conquista territoriale; (iii) deve coesistere con la NATO Eserciti Nazionali di tipo tradizionale. Proprio per questo, al centro dell’organizzazione dovrebbero essere posti gli elementi “soft” (culturali, digitali, scientifici, d’intelligence, di mercato), lasciando, semmai, quelli “hard” agli Stati nazionali e alla NATO, che, in tal modo, potrebbero essere tra l’altro indirettamente ridimensionati.

6. Una gestione unitaria del digitale quale parte integrante ed essenziale dei compiti del vertice europeo.

In “The New Digital Age”, Schmidt e Cohen avevano affermato che, nel 21° secolo, sarebbe stata la Google, non già la Lockheed, a guidare l’America nella leadership mondiale, in quanto non si tratterebbe più di battaglie tradizionali di uomini e mezzi, bensì di “guerre virtuali” di algoritmi, Big Data, “social networks”, armi autonome e “robot in grigioverde”. Nello stesso modo, la missione storica dell’Unione Europea nel mondo non sarà più quella di perseguire un (ormai impossibile) sviluppo economico puramente tecnocratico, bensì quella di prevenire, come richiesto con forza dal Papa, la presa di controllo da parte delle macchine intelligenti, paventata da esperti come Hawking, Reed e Musk, attraverso lo sviluppo e la promozione di una società “tecno-umanistica”, capace di conciliare tecnica e cultura, salvaguardando: le singole personalità individuali; un’autonoma industria europea; i diritti umani e politici e la partecipazione di tutti; la promozione di posti di lavoro di qualità.

Quest’obiettivo richiederà il riorientamento radicale degl’interessi e delle risorse dell’ Europa, verso la costruzione della nuova “società tecno-umanistica”. Di questi immani e urgenti compiti, di cui le attuali istituzioni non si sono rivelate all’ altezza, dovrà essere investito pienamente un nuovo vertice europeo – che, di fatto, è già confrontato, ma in modo improprio, con il problema delle macchine intelligenti in tutte le sue sfaccettature-, in modo che possa concepire e perseguire rapidamente un disegno globale e coerente.

7. Carattere collegiale.

Nel campo delle nuove tecnologie, l’informalità prevale sul formalismo, sì che le questioni giuridico-istituzionali care ai teorici dell’ integrazione europea risultano meno importanti della cultura effettiva dei vertici politici e del loro comportamento fattuale. Le Istituzioni Europee avrebbero tra l’altro già fin d’ora ora tutte le competenze giuridiche necessarie per fare ciò che è urgente: finanziare una cultura digitale e strategica tecno-umanistica; pretendere il rispetto del diritto europeo e il normale pagamento delle tasse; imporre ai monopoli internazionali non solo multe, bensì veri e propri “orders to divest”, ecc.. Eppure, esse non lo fanno, in parte perché fingono di non capire la logica che sta dietro al mondo delle nuove tecnologie, e, in parte, perché non collaborano affatto fra di loro nell’ esecuzione di un unico disegno per il futuro dell’ Europa. Addirittura, all’ origine dello strapotere delle Big Five in Europa era stato proprio il Presidente Juncker in quanto primo ministro lussemburghese.

Questo disegno unitario dovrebbe essere elaborato fin da subito a livello politico, rivoluzionando le priorità attuali della PESCO, ed essere tradotto nell’elenco dei prossimi progetti di quest’ultima.

Anche la proposta di ri-unificare le figure del Presidente Europeo e di quello della Commissione, per altro assolutamente corretta, non risolverebbe il problema, perché, come abbiamo visto, gli organi che di fatto si occupano di queste questioni sono oggi ben più numerosi, andando dall’ Alto Rappresentante alla BEI, con una sommatoria impressionante di poteri, ma così capillarmente distribuiti da risultare inefficaci. Mentre è improbabile che si esamini fin da subito un’ unificazione di tutti questi ruoli in un’ unica persona, una forma di collegialità molto spinta, almeno su materie scottanti come il digitale e la difesa, sarebbe immediatamente fattibile attraverso una scelta soggettiva dei vertici europei, da tradursi in una prassi quotidiana d’ impegno e di collaborazione.

Si fa notare che un vertice collegiale potentissimo, soprattutto in materia militare (può perfino decidere autonomamentel’invio all’ estero di forze di pronto intervento, e addirittura la mobilitazione generale), esiste in Svizzera, culla del federalismo europeo e unico Stato europeo ad avere un sistema di difesa veramente autonomo. Vista la diffusa e giustificata insofferenza della base per il sistematico richiamo, da parte dell’ Unione, all’inapplicabile modello americano, sarebbe ora che essa prendesse sempre più come esempio un Paese federale europeo a noi vicinissimo, e che, a rigor di logica, dovrebbe entrare al più presto nell’ Unione.