Disponibile da gennaio 2018
 
 
 

10 MAGGIO SALONE DEL LIBRO: GIORNATA SU ECONOMIA, TECNOLOGIA E LAVORO

10 MAGGIO SALONE DEL LIBRO: GIORNATA SU ECONOMIA, TECNOLOGIA E LAVORO (e rettifica orario del 9, cfr infra in amaranto)

Mai dibattito sui temi dell’economia è stato più attuale di oggi, quando lo stesso Trump sostiene che la crescita del PIL americano è la diretta conseguenza dei dazi ch’egli ha imposto sui prodotti del resto del mondo, e quando le sue parole hanno fatto precipitare le borse mondiali e le previsioni di crescita per Germania e Italia.

Nell’ambito del progetto “Cantieri d’Europa”, abbiamo organizzato, per Martedì 10, due iniziative attinenti al rapporto fra lavoro e impresa:

-al mattino, la presentazione congiunta del libro di Enzo Mattina  “Europa Contro” (Edizioni Rubbettino), e del libro di Riccardo Lala “Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”(Alpina);

-al pomeriggio, la presentazione, da parte del Presidente del CNEL, Professor Tiziano Treu, del sondaggio sull’ Europa condotto dalla sua Istituzione, seguito dall’ illustrazione, da parte del responsabile dell’ Ufficio Studi della Confindustria, Fontana, del manifesto congiunto sull’ Europa di Confindustria e sindacati (vedi infra, in verde).

Riportiamo qui di seguito il programma dettagliato di Cantieri d’ Europa con evidenziato in arancione il programma del 10, e con un’ulteriore rettifica (in amaranto)dell’ orario del 9 pomeriggio

Giovedì 9 maggio

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

RETTIFICA ORARIO DEL 9 POMERIGGIO

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 16,30

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma (e informazioni) al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 2

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

 

 

Venerdì 10 maggio

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

 

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società  che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo


Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 16,30

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina, Massimo Richetti,  Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 Domenica 12 maggio

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio        

 Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Le lingue per un ritorno all’ Europa” (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano,  Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

Con il rimescolamento seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

Contatti:  Tel. 3357761536     www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com

 

APPELLO PER L’EUROPA

 

Perché un appello per l’Europa?

Perché l’Unione europea ha garantito una pace duratura in tutto il nostro continente e ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza.

Perché l’UE è stata decisiva nel rendere lo stile di vita europeo quello che è oggi. Ha favorito un progresso economico e sociale senza precedenti con un processo di integrazione che favorisce la coesione tra Paesi e la crescita sostenibile. Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa.  Perché gli interessi economici nazionali, oggi, possono essere perseguiti, in una dimensione continentale, solo attraverso politiche europee.

Di fronte ai giganti economici, i paesi europei presi singolarmente, avranno sempre minore peso politico ed economico. Perché stiamo affrontando enormi sfide, una globalizzazione senza regole, il risorgere di nazionalismi, tensioni internazionali, ridefinizione delle relazioni UE-Regno Unito, migrazioni,disoccupazione, prospettive per il futuro dei nostri giovani, cambiamenti climatici, trasformazione digitale, crescita costante delle diseguaglianze economiche e sociali. Perché la risposta non è battere in ritirata ma rilanciare l’ispirazione originaria dei Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa.

Per queste ragioni esortiamo i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezionieuropee dal 23 al 26 maggio 2019 per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale. Sono tempi incerti, instabili, travagliati per l’Europa e per il mondo. Le conseguenze economiche e sociali della crisi degli anni recenti e delle politiche di rigore pesano ancora sui cittadini, sui lavoratori e sulle imprese. Quelli che intendono mettere in discussione il Progetto europeo, vogliono tornare all’isolamento degli Stati nazionali, alle barriere commerciali, ai dumping fiscali, alle guerre valutarie, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento

Il progetto dell’UE deve, al contrario, essere rilanciato nitido e forte in tutta la sua portata di civiltà e noi, Parti Sociali italiane, crediamo sia cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa, ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa.Abbiamo molto di cui essere orgogliosi e da questo dobbiamo partire per migliorare lavorandoinsieme.

1.L’Europa deve proseguire il processo di integrazione, deve andare avanti, completare l’Unione economica, accelerare la convergenza sui diritti e sulle tutele sociali, rafforzare la prospettiva dell’Unione politica. Guai a pensare che le conquiste raggiunte siano sufficienti: significherebbe noncomprendere le preoccupazioni, le frustrazioni, il disagio e la sofferenza sociale dei tanti milioni dieuropei che non sono in grado di gestire autonomamente la complessità dei nostri tempi. Non diversamente si potrà interpretare lo slancio di partecipazione dei giovani di tutta Europa con il rinnovato impegno sull’ambiente, ormai drammaticamente ineludibile, e con un modello di crescitache restituisca ai giovani il diritto al futuro.Urge accelerare il processo di integrazione europea, da perseguire anche se sarà necessario coinvolgere i Paesi membri in tappe e tempi diversi avviando un percorso costituente, comunque necessario. È già accaduto nel 1957 con i sei paesi fondatori; è successo nel 1998 con la creazione dell’’euro. Con questo spirito, continueremo a contribuire ad un progetto europeo di successo e ad un’Europaunita che garantisca una crescita sostenibile ed inclusiva, un contesto di benessere a lavoratori e imprese, proponendo iniziative che migliorino le condizioni di vita e di lavoro ed offrano un futuromigliore a tutti i cittadini europei.Le Parti sociali ritengono importante che i deputati italiani che verranno eletti al Parlamento Europeosi occupino prioritariamente di:

1.Unire persone e luoghi.

Si tratta di rafforzare le maglie del tessuto connettivo dell’Unione Europea attraverso:

a)ilpotenziamento delle politiche di coesione economiche, sociali, territoriali nell’ambito delQuadro finanziario pluriennale 2021/2027.

b)Ilpotenziamento degli strumenti di studio e di lavoro all’estero, offrendo la possibilità ad ogniadolescente europeo tra i 15 e i 17 anni di passare 15 giorni in un altro a Paese dell’Unione. Per il mondo del lavoro va sviluppato l’Apprendistato Europeo associato al conseguimento di un titolo di studio comunitario, progettato su standard condivisi, per permettere ai giovani di formarsi in una sorta di “Erasmus in azienda”, sviluppando oltre a nuove competenze tecniche, anchecapacità linguistiche, consapevolezza e coscienza europea.

c)UnPiano straordinario per gli investimenti in infrastrutture ed in reti che rappresentano un forteelemento di inclusione perché uniscono territori, città, paesi, assicurando sviluppo, occupazionee coesione sociale. I maggiori investimenti devono essere orientati a promuovere un modello dicrescita e di vita socialmente responsabile ed ambientalmente sostenibile, rispettosodell’equilibrio naturale e meno energivoro, puntando a obiettivi di riduzione delle emissioni nocivee di riconversione modale, secondo i principi e gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 15 dicembre2015. Il piano straordinario di investimenti può incrementare la crescita potenziale del continente,guardando al Mediterraneo come a una grande opportunità di scambio e di sviluppo, erispondere alla concorrenza degli altri grandi player mondiali nei confronti dei quali l’Europa èdecisamente in ritardo.Per finanziare il piano straordinario di investimenti proponiamo di ricorrere a:

➢Eurobond per la crescita:emissioni di titoli di debito europei, “garantiti” da un capitale inizialeversato dai Paesi membri. Nel medio-lungo termine, il debito verrebbe rimborsato con ilgettito di nuove imposte gestite a livello europeo che andrebbero a sostituire impostenazionali. A titolo esemplificativo, un debito europeo del 3 per cento del PIL genererebbe350 miliardi di euro di risorse addizionali.

➢Esclusione della spesa nazionale di cofinanziamento dei progetti europei dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita.

1.Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale.“America first”, la “Nuova via della seta”, la polarizzazione dei baricentri economici e degli equilibrigeopolitici esigono un deciso rafforzamento degli ormeggi europei. Per questo riteniamo urgente:

a)Il completamento del mercato unico: dal mercato dei capitali, decisivo per il rilanciodell’industria europea, che rimane estremamente frammentato; al mercato digitale, che è ancorapresidiato da 28 sistemi di regole diversi e non permette alle aziende europee di raggiungeredimensioni comparabili a quelle americane; al mercato dell’energia, le cui importazionirappresentano un quinto delle importazioni del continente e il cui costo rimane decisamente altonella comparazione internazionale.

b)Una politica industriale europea con due obiettivi prioritari: migliorare la competitività,stimolando gli investimenti in ricerca e innovazione per rilanciare la leadership industrialeeuropea ed affrontare le sfide della trasformazione digitale e della sostenibilità ambientale,rafforzare la contrattazione e la partecipazione nelle imprese come fattore competitivo econdizione del lavoro di qualità; rivedere le regole sulla concorrenza, per creare dei veri campionieuropei che diventino attori globali in grado di competere con i colossi americani e asiatici.

c)Una effettiva politica estera comune capace di esprimere il peso politico internazionaledell’Unione, potenzialmente ben maggiore rispetto alla somma dei pesi dei singoli paesi. Nel 2030 solo tre stati membri europei resteranno tra i primi otto paesi al mondo per livello di PIL e nel 2050 solo la Germania. Considerando l’aggregato UE, il terzo posto è confermato al 2030 dopo Cina e USA e il quarto nel 2050 dopo l’India. Ciò significa che tutti gli stati europei presisingolarmente sono marginali. Solo un’Europa politicamente unita può aspirare ad avere un ruolo nella governance economica mondiale contribuendo alla convergenza multilaterale ed alla stabilità globale.

d)Un rafforzamento istituzionale che assicuri il primato del Parlamento europeo e renda il modello di governante più efficace, anche attraverso un trasferimento di sovranità.

2.Potenziare la rete di solidarietà sociale europea Una delle lezioni più rilevanti dell’ultimo, travagliato decennio ha riguardato l’insufficienza della strumentazione europea per affrontare crisi finanziarie e recessioni globali. Riteniamo, pertanto,necessario superare quel deficit politico ed istituzionale mediante:

a)Una funzione di stabilizzazione del ciclo economico, complementare ai meccanisminazionali, in grado di supportare il reddito e la domanda interna in tempi di crisi con l’obiettivo difinanziare:

3.Uno strumento di sostegno europeo, finanziato senza pesare sulle imprese, per rispondere inoccasione di crisi di uno o più paesi membri, alle ricadute sulla disoccupazione, presidiandoinvece la coesione sociale e prevenendo rischi di contagio

Investimenti pubblici, ad alto moltiplicatore, con funzione anti ciclica.

b)Una effettiva politica comune dell’immigrazione in grado di governare i processi migratori,determinati da dinamiche demografiche, economiche, sociali ed ambientali, come un fenomenostrutturale di lungo periodo, nel rispetto dei diritti universali della persona, dei Trattati e delleConvenzioni internazionali di accoglienza solidale dei migranti, dei richiedenti asilo, dei profughi.L’ampia eterogeneità nelle regole di ammissione, nelle politiche di accoglienza e di integrazionee nelle pratiche di respingimento creano caos, inefficienze, conflitti e, soprattutto, non sonocompatibili con l’esistenza di uno spazio di libera circolazione. Una politica dell’immigrazionecomune è il necessario presupposto per presidiare e rendere effettiva la libertà di circolazionenell’U.E. In materia di immigrazione sarebbe, inoltre, importante replicare in Italia il modello di partenariatoeuropeo per l’integrazione sottoscritto nel 2017 tra la Commissione europea, la Confederazionesindacale europea e Business Europe per i richiedenti asilo.

c) L’armonizzazione e la convergenza dei sistemi fiscali e dei sistemi di protezione del lavorodei paesi membri, oggi quanto mai differenziati. Nell’ambito di un mercato unico, se questedivergenze sono significative alterano la concorrenza, diventano strumento di lotta commerciale e creano forme di dumping sociale e salariale. Per questo occorre uniformare i sistemi fiscali e definire standard comuni di protezione del lavoro all’interno dell’UE secondo i principi del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali.

3.Sviluppare il dialogo sociale e la contrattazione  Relazioni sindacali partecipative e partecipazione creativa delle lavoratrici e dei lavoratori aiprocessi di innovazione continua sono elementi costitutivi di una strategia vincente nelle imprese edi una Governance politica lungimirante e di successo nei Paesi. A tal fine intendiamo favorire:

a)un rinnovato protagonismo delle Parti Sociali nei singoli Paesi e a livello europeo attraversoconfronti stringenti preventivi alle decisioni governative, confermando il Dialogo Sociale qualestrumento democratico efficace di confronto.

b)Il contrasto ai processi di dumping sulle condizioni di lavoro attraverso l’avvio di percorsi chetendano all’armonizzazione europea a partire dai diritti e dalle tutele fondamentali, nonché daitrattamenti salariali delle lavoratrici e dei lavoratori, ispirandosi alle finalità indicate nei 20 principidel Pilastro dei diritti sociali europei.

c)La promozione e la definizione di un quadro normativo europeo certo di sostegno alle relazionisindacali e alla contrattazione collettiva.

d)La valorizzazione il ruolo dei Comitati di Azienda europei per rafforzare relazioni industrialiorientate a definire soluzioni efficaci e innovative, che favoriscano anche processi diarmonizzazione e di estensione della contrattazione a livello europeo.

e)La creazione di un percorso di livello europeo di politiche attive del lavoro e di long lifelearning adeguate alla straordinaria fase di cambiamento epocale determinata dal passaggiodalle fonti energetiche fossili alle fonti rinnovabili e dalla innovazione dell’economia digitale, cosìda affrontare in modo sostenibile ed efficace i cambiamenti legati alla globalizzazione, alletransizioni energetiche, alla digitalizzazione, all’invecchiamento della popolazione, con leconseguenti riorganizzazioni produttive, ridisegno della manifattura e dei servizi, creazione,

innovazione, riconversione degli skill professionali, mobilità occupazionali, cambiamenti nei consumi e negli stili di vita. Per queste ragioni noi Parti Sociali italiane siamo più che mai convinte che il colpo d’ala europeo siastoricamente maturo, necessario, possibile. Esso rappresenta la risposta coerente ed efficace perpreservare e sviluppare, nella complessità del nostro tempo, il patrimonio di civiltà costruito nei secoli dall’Europa nel quale trovano compendio gli ideali di progresso economico, giustizia sociale,democrazia, pace

 

GIORNATA DELL’ EUROPA

 

LA GIORNATA DELL’ EUROPA: NO ALLA RETORICA, SI ALLA RIFLESSIONE SENZA PREGIUDIZI*

Il programma che Alpina, insieme al Movimento Europeo in Italia, propone quest’anno per il 9 maggio, non potrebbe cadere in un momento più appropriato, vale a dire quando, in seguito a poche parole del Presidente Trump sulla Cina, le borse di tutto il mondo sono crollate e l’ Italia si avvia verso la recessione.ù

Questo dimostra la sproporzione fra il dibattito politico nazionale e le grandi sfide della geopolitica.

Nonostante io sia il primo a ritenere “più importanti” altre cose, come la teologia, l’estetica, la filosofia, l’arte, tuttavia, nulla di tutte queste cose sopravvive senza una saggia gestione della politica, e in primo luogo della geopolitica. Di qui l’importanza cruciale dell’Europa quale possibile baluardo contro l’estinzione dell’umano. La lotta contro il declino economico dovrebbe essere solo il primo passo di un programma più vasto.

E, in effetti, il nostro programma “Cantieri d’ Europa”

è semplicemente impressionante. Già soltanto la Giornata dell’ Europa comprende tre manifestazioni:

-Alle 13,30, in collaborazione con la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea,con  Ullstein,ADD e Benvenuti in Italia,  in Sala Avorio, presentazione del percorso “Cantieri d’Europa”, della Giornata dell’Europa, del libro di Ulrike Guérot “La nuova Guerra Civile” e discussione sul ruolo di autori ed editori nel dibattito sull’ Europa;

-alle 16,30, alle OGR, in Corso Castelfidardo 22, presentazione, in collaborazione con Icaria Editorial e Il Mulino, dell’edizione del libro di Altiero Spinelli “Come decisi di diventare saggio”, all’ interno dell’ installazione “The Nature of the Beast”, dentro la mostra “Cuore di Tenebra” (prenotazione obbligatoria, e.mail info@alpinasrl.com);

-alle 21,00, al Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1, proiezione del film “L’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli.

Come indicato nel programma, l’obiettivo di queste celebrazioni non è certo un’agiografia che serve solo a sterilizzare il contenuto critico e propositivo delle azioni fondatrici dell’integrazione europea. Purtroppo pochi ricordano che cosa sia stata la “Dichiarazione Schuman” e il Manifesto di Ventotene, che possono essere letti solo  nel contesto più vasto di una storia di tentativi, antichi e recenti,  d’integrazione europea, di diversi, e spesso confliggenti, punti di vista – federalisti, statualisti, funzionalisti, internazionalisti-, che hanno avuto, e ancora hanno, come risultato dialettico, e quindi necessariamente instabile, il processo d’integrazione europea.

L’eterna incompiutezza del processo d’integrazione deriva già anche solo dalla lettura di Ippocrate, che, nel 5° secolo a.C. descriveva gli “Europaioi” come caratterizzati da un fortissimo “identitarismo”, dovuto alla natura aspra e frastagliata del loro territorio, e dal clima freddo dell’Europa, che rendeva i suoi abitanti attivi e bellicosi. Qualche secolo più tardi, Strabone, descrivendo l’Europa romana, ne notava ancora il grande pluralismo etnico.

Erodoto chiariva benissimo come i Greci, pure soggetti a questo grande pluralismo, fossero riusciti a sconfiggere l’immenso e centralizzato Impero Persiano: attraverso una forma di “federazione” di città, etnie e leghe, che, nel caso di necessità, si univa sotto le “leggi non scritte”, in primo luogo quella della difesa della patria.

Anche per Strabone, la forza dell’Europa consisteva nella complementarità fra le identità dei singoli popoli, che trovava poi il suo sbocco nell’ Impero Romano.

Non diversamente dagli antichi Greci, anche gli Europei del Medio Evo e della prima Modernità avevano trovato una qualche sinergia in vari tipi di alleanze, in particolare quelle intorno alle Crociate, cementate dall’affinità fra i loro credi religiosi.

Solo nella tarda modernità, con il confrontarsi di grandi realtà statuali, fra le quali anche quelle (come quella americana e indiana, attivate dall’ imperialismo europeo), è divenuta essenziale anche una forma di unità giuridica dell’ Europa. Nonostante che quest’urgenza sia sempre più impellente, è difficile trovare una formula capace di conciliare il particolarismo degli Europei (impropriamente chiamato “liberal-democrazia”) con le forme di controllo di massa tipiche dell’attuale società delle macchine intelligenti. Ne deriva una debolezza cronica dell’Europa nel confronto, sul piano culturale, politico, economico e militare, con gli altri Continenti, che sono allineati senz’ alcuna remora sulla linea di marcia dettata dai rispettivi complessi informatico-militari.

 

Nel secondo dopoguerra, non c’erano ancora i Big Data, lo Hair Trigger Alert e  le guerre commerciali,ma già  la bomba atomica e la politica dei blocchi costituivano un’anticipazione eloquente della società del XXI secolo.

Fin dall’ inizio,  si fronteggiavano in Europa  coloro che, come Spinelli e Galimberti, volevano una federazione forte, superiore agli Stati Membri e alla pari con le grandi potenze; coloro che, come Jean Monnet e Schuman, pensavano a un ravvicinamento fra Stati sotto l’egida degli Stati Uniti, e coloro che, come Alexandre Marc e Denis de Rougemont, volevano un’ Europa dal basso, fondata sulle Regioni e sui corpi sociali.

Oggi, non è più possibile sottrarsi a questo dibattito, analizzandone le radici storiche e filosofiche, le implicazioni etiche e politiche, le conseguenze giuridiche ed economiche.

E’ appunto questo dibattito l’oggetto del primo fra i “Cantieri d’ Europa”, quello su identità e costituzione politica, che non potrà certo ritenersi esaurito nella prima giornata del Salone, ma dovrà continuare anche fuori di esso.

Programma della giornata

Giovedì 9 maggio

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

 

 

 

Ore 15,00

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

*ATTENZIONE: L’ORA CORRETTA E’ 15,00

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 2

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

 

 

“CANTIERI D’ EUROPA”: PROGRAMMA CORRETTO

 

 

 

Giovedì 9 maggio :GIORNATA DELL’ EUROPA

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00 All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 2

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

 

 

Venerdì 10 maggio: GIORNATA SU TECNOLOGIA E LAVORO

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

 

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo

 

 

 

 

Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00*

*L’ora indicata nella precedente comunicazione era sbagliata

 

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina, Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

 

 

 

Domenica 12 maggio: EUROPA E CINA

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

 

 

 

 

 

 

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio: LINGUE        

 

Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Le lingue per un ritorno all’ Europa” (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano,  Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

 

Con il rimescolamento seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

 

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00: INFRASTRUTTURE

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

 

Modera Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

 

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

 

 

Contatti:  Tel. 3357761536     www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com

 

2019 : “LA PICCOLA EUROPA E’ DIVENTATA UNA PREDA”

Mi piace utilizzare qui l’espressione usata da Carlos de Martin su “Affari e Finanza” per descrivere la situazione dell’economia e della società europee dinanzi alla guerra tecnologico-commerciale  e culturale in corso fra l’America e il resto del mondo. Essa è infatti particolarmente calzante per descrivere la situazione odierna dell’ Europa: spirituale, culturale, ideologica, sociale, tecnologica, politica, militare, economica…L’Europa, troppo piccola per fare alcunché, è sempre più vittima delle ambizioni altrui.

Questo è vero in tutti campi, ma soprattutto nella “politica della conoscenza” (cultura, informatica, ideologia, comunicazioni, religione, educazione, costume), che, nell’ attuale società, riveste un ruolo centrale.

E’ difficile nasconderlo quando le nostre elezioni (per esempio il referendum sulla Brexit), sono manipolate da Cambridge Analytica, quando non si riesce a tassare seriamente le big Five, quando praticamente tutte le grandi imprese europee hanno una maggioranza azionaria (o almeno una grande minoranza) di capitali extraeuropei (in Italia, più del 50% delle società quotate), quando invece non mi risulta che vi siano molte imprese americane, cinesi, russe o indiane controllate dall’ Europa.

1.La Certosa di Trisulti

In effetti, noi siamo dipendenti dall’ esterno perfino dal punto di vista culturale e religioso. Che la cultura costituisca un formidabile strumento di controllo politico è costituito dal plateale abbandono, da parte degli Stati Uniti, dell’UNESCO, abbandono motivato dalle scelte di politica culturale di quest’organizzazione, che rappresenta tutti i Paesi del mondo, e non può evidentemente riflettere solo i punti di vista degli stati Uniti, che rappresentano il 5% della popolazione mondiale.

Lo siamo, certamente, da moltissimo tempo, ma, fino a poco fa, ciò avveniva in modo impercettibile, con l’industria cinematografica le università americane la cultura pop, Internet. Oggi, invece, sono divenute praticamente la regola le invasioni di campo dirette, con la creazione in Europa di vere e proprie istituzioni culturali deliberatamente finanziate dall’ America per formare classi dirigenti europee americanizzate e quindi in conflitto con l’ambiente europeo circostante. Basti pensare alle precedenti iniziative in Est Europa di Soros, portatore di un liberalismo di sinistra d’impronta americana, e di Gülen, promotore in Turchia di un islamismo filo-occidentale partendo dalla sua casa-fortezza nel New Jersey.

Oggi, abbiamo la creazione vicino a Roma dell’istituto cattolico “Humanae Dignitatis”, creato con fondi americani per trasfondere alle giovani generazioni italiane “il pensiero di Steve Bannon”, contrastando così Soros, e, anche se non si dice, il Papa sudamericano.

Tutti costoro, per quanto fra di loro ostili, hanno in comune il fatto di rappresentare dei punti di vista ideologici particolari sul mondo partendo sempre dalla centralità dell’America. Ciò che è paradossale è che ciascuna di queste iniziative ha incontrato una resistenza da parte del territorio dove si sono istallate, anche se di segno molto diverso. Se Soros e Gülen sono nel mirino, rispettivamente, di Orban e di Erdogan, Bannon è nel mirino della sinistra italiana.

In effetti, nessuno può obiettare al fatto che in Europa si formino dei movimenti culturali, anche con legami all’ esterno, che interpretino in modo specifico e particolaristico certe tradizioni culturali: un cattolicesimo con caratteristiche europee, una socialdemocrazia con caratteristiche europee, un Islam con caratteristiche europee. Tuttavia, le tre iniziative di cui stiamo parlando si potrebbero definire, l’una, come un “cattolicesimo maccartista”, la seconda come un messianesimo secolarizzato, e, la terza un Islam politicizzato come il protestantismo americano. Quindi, l’imposizione, con la forza dei soldi, di punti di vista estranei alla nostra cultura, e il portare in Europa le lotte politiche americane.

Io capisco per altro tutti costoro, perché in Europa si è creato un vuoto culturale, e tutti i vuoti tendono ad essere riempiti.  In Europa, non esiste infatti un’Accademia dell’Identità Europea, volta a formare i futuri quadri dell’Europa secondo condizioni specifiche al nostro Continente (storia, lingue, filosofia, geografia, strategie, diritto, economia…), sulle orme di Erodoto, di Socrate, di Dante, di Matteo Ricci, di Grozio, di Clausewitz, di Kalecki…

Coloro che protestano contro le iniziative di Soros, di Gülen o di Bannon dovrebbero invece organizzare loro stessi una diversa Accademia Europea. Quest’ultima non  è oggi rappresentata, né dall’ Istituto Universitario di Studi Europei di Firenze, né dal Collegio di Bruges, nati a suo tempo con questa missione, ma che sono assolutamente muti e inattivi dinanzi alle grandi battaglie del nostro tempo per il futuro dell’Europa: pluralismo culturale; identità; missione storica; riforma delle istituzioni, crisi economica…, sulla falsariga dei “cantieri” che Alpina e l’Associazione Culturale Diàlexis stanno organizzando (“Baustellen Europas”).

Le nostre battaglie mirano anche a creare i presupposti per la nascita di una siffatta Accademia, premessa necessaria per la rinascita di una cultura europea e, di conseguenza, di un movimento politico veramente europeo. Una cultura dove le diverse tradizioni culturali dell’Europa possano essere rappresentate re confrontarsi

liberamente, senza pre-imposizioni ideologiche o teologiche.

2.Più del 50% delle azioni quotate in borsa in mani straniere

L’establishment continua a dire che non conta la proprietà delle imprese, bensì che queste investano nel Paese. Però, bisogna vedere che cosa tengono nel Paese: la cassaforte, la residenza degli azionisti, la sede fiscale, la holding finanziaria, i server, la residenza del management, i centri di ricerca, la direzione generale, gli uffici, le fabbriche o delle sedi commerciali. E’ ben difficile che la Microsoft, la Apple, Google o Facebook, invece di tenere i quartieri generali e i centri di ricerca nella Silicon Valley, li posizionino a Dublino o a Sophia Antipolis, come pure che la Huawei, la ZTE o Alibaba decidano di stabilire le loro centrali a Belfast, a Milano o a Monaco. Al contrario, la Fiat, dopo la fusione con la Chrysler, ha trasferito la sua direzione generale a Auburn Hill. E, tutto ciò, nonostante le varie agevolazioni fiscali che molti Paesi europei danno agl’investimenti esteri. Infatti, le cosa più importante è essere vicini al potere, sotto le cui ali si possono risolvere anche le vicende più disperate.

Questo ancor più nel caso delle imprese informatiche, che hanno in America (o in Cina) i loro uffici ideativi e i server dove sono immagazzinati i nostri dati, e in Europa hanno solo i commercialisti e i “call center”. Tant’è vero che America e Cina stanno penalizzando molto, ciascuna, le multinazionali con sede nell’ altro Paese, sostenendo (e giustamente), che queste svolgono un’opera di spionaggio a favore del proprio Paese d’origine. Invece, in Europa tutti fanno ciò che vogliono.

In queste condizioni, la ricerca spasmodica, da parte delle Autorità europee, di “investimenti esteri” si può leggere addirittura come una forma di tradimento verso l’Europa, poiché la maggior parte degli investimenti  rivela un carattere quasi coloniale: nella maggior parte dei casi, imprese che erano a loro volta delle multinazionali vengono declassate al ruolo di filiali locali e destinate a un progressivo svuotamento.

I problemi spesso evocati: la perdita di posti di lavoro, le delocalizzazioni, il furto di tecnologia, non sono che dei sintomi, delle conseguenze, dello spostamento del potere in corso a partire dalla 1° Guerra Mondiale.

Vediamo la situazione nei diversi settori dell’economia della conoscenza, dell’informatica e della difesa.

3.La lotta per il controllo digitale mondiale

Il tanto vituperato Trump si rende, in realtà, conto della realtà dell’economia mondiale realtà molto più dei politici europei e dei generali americani che si preoccupano tanto di qualche migliaio di soldati in Medio Oriente, mentre invece la vera posta in gioco in tutto il mondo è, oramai,  il controllo del sistema tecnologico e, in particolare, digitale, mondiale. Come ha dichiarato in una  a “Formiche” Ermano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss Guido Carli e consigliere scientifico di Limes, Trump“Sta solo passando ad una modalità di controllo ’ in remoto’ degli affari mondiali. Creare un comando indipendente per le forze ‘spaziali’ questo significa. Inoltre, visto che la condivisione consensuale dei costi e dei ruoli nel mantenimento della sicurezza internazionale non funziona – il famoso livello delle spese militari al 2 per cento del Pil in area Nato è più lontano che mai – Trump la impone per default. E in questo opera esattamente come il suo predecessore Barack Obama. In effetti, si tratta di due presidenze strettamente connesse. Quella di Trump è il secondo tempo di un cambio di paradigma che è iniziato sotto il predecessore. “

Ci stiamo finalmente rendendo conto di questi cambiamenti di paradigma solo grazie all’ antipatia viscerale che l’establishment nutre per Trump, antipatia che sta perfino realizzando (fortunatamente) il miracolo di far cadere, a uno a uno, i miti che fino a ora avevano occultato il reale stato della cultura e della politica dell’ Europa. Se l’esito catastrofico delle politiche “umanitarie” occidentali ha riportato a Roma gli ufficiali libici (che il premier Conte addirittura bacia e abbraccia come faceva Brezhnev con i suoi vassalli), dopo il breve intervallo in cui si era inneggiato al linciaggio del, già alleato, colonnello Gheddhafi; se, dopo parecchi decenni di immotivate ed autolesionistiche privatizzazioni, si ricomincia a pretendere che i servizi strategici facciano nuovamente capo allo Stato; se  ci si accorge perfino che Trump  non fa che ripresentare in modo plateale quell’egemonia che il “Deep State” persegue da sempre, non avremmo però sperato, almeno per ora, che, anche se per vie traverse,  Macron arrivasse addirittura a rivalutare  la teoria gollista della “force de frappe à tous les azimuts” (la difesa in tutte le direzioni), né a tassare le Big Five anche in assenza di un accordo a livello europeo (venendo subito imitato dal “Governo gialloverde” italiano).

Abbiamo invece sentito il presidente francese invocare addirittura un esercito europeo “anche contro gli Stati Uniti” (ma guarda caso, dopo pochi giorni si sono scatenati i “giubbotti gialli”). Quanto alla “web tax”, essa è rispuntata fuori, dopo la vergognosa marcia indietro della UE, grazie alla necessità, per Italia e Francia, di fare quadrare i conti dello Stato per mantenerli all’ interno dei “Parametri di Maastricht”. Con il che abbiamo avuto, “a contrario”, la prova che l’ininterrotta crisi economica dell’Europa deriva soltanto dal trasferimento occulto di risorse negli Stati Uniti, tramite i costi della NATO, le royalties, l’erosione fiscale e il trasferimento di dati. Basterebbe una politica più assertiva dell’Europa, che puntasse, non soltanto a riequilibrare parzialmente queste partite, bensì anche a recuperare le enormi risorse già trasferite negli ultimi 70 anni, e i famosi deficit di bilancio scomparirebbero come per incanto.

4.Macron come De Gaulle?

Insospettisce certamente, a questo proposito, il fatto che, non appena Macron ha lanciato questa sua nuova tendenza neo-gollista, siano spuntati i “gilets jaunes”. Come pure che, non appena l’Unione Europea ha approntato il suo “Special purpose vehicle” per aggirare le sanzioni all’ Iran, sia spuntato l’arresto di Meng Wanzhou, la figlia dell’azionista di riferimento della Huawei, accusata di aver fatto esattamente la stessa cosa. Come per ricordare a Heiko Maas, a Federica Mogherini, e perfino a Xi Jinping,  che ancor oggi, in tutto il mondo, comandano  sempre gli Stati Uniti, che hanno ancora le leve per rovinare la vita a qualunque loro oppositore, sia egli un blogger o un manager, un Australiano o una Cinese.

La stampa russa è fermamente convinta che la rivolta dei “gilets jaunes” altro non sia che l’ennesima “rivoluzione colorata” finanziata da Washington per destabilizzare un politico straniero non abbastanza succube. Questo giustificherebbe la voce, sparsa dai servizi segreti francesi, che la rivolta altro non sia che un tentativo di colpo di stato, così come il Maggio Francese era stato un tentativo, in parte riuscito, di abbattere De Gaulle, colpevole di aver creato la “force de Frappe” (1966, viaggio in Russia; agosto 1968: test nucleare programmato all’atollo di Muroroa).

Le voci su un intervento americano dietro i “gilets jaunes” sono avvalorate dai tweet di alcuni fedelissimi di Trump, che hanno asserito che, tanto nelle manifestazioni dei “gilets Jaunes”, quanto in quelle di Londra per la “Hard Brexit”, ci fosse gente che gridava “Vogliamo Trump”. D’altronde, Trump, Bannon e i loro simpatizzanti in Russia sostengono apertamente i “gilets jaunes”.

Comunque, oggi, l’Europa è più distante che mai dalla possibilità di dotarsi di una sua credibile forza nucleare, la quale presuppone la capacità di tenere sotto controllo in modo integrato l’intero “Sistema Paese”, così come fecero, durante la corsa alla bomba atomica, i Paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale, e come pretendono le più recenti dottrine militari degli USA e della Cina. La guerra nucleare essendo basata sulla sorpresa, uno Stato nucleare è per forza di cose uno Stato altamente militarizzato, in cui ogni attività viene controllata in modo ferreo, in un permanente “Stato di Eccezione”, per contrastare ogni minaccia. E’ per questo che, negli USA, ci sono ben 16 diverse agenzie d’intelligence in concorrenza fra di loro, e una parte non indifferente della popolazione americana è, direttamente o indirettamente, a libro paga del Department of Defence. E’ per questo che, fin dalla 1° Guerra Mondiale, è in vigore una legislazione postale che autorizza un’ampia violazione della corrispondenza da parte dei servizi segreti-una legislazione che svuota completamente di importanza la tanto lodata legislazione europea sulla privacy- .

L’Europa di oggi manca di tutto ciò che serve per poter gestire efficacemente in sicurezza un conflitto totale. Di un’ideologia olistica, come quelle americana, incentrata sulla missione salvifica della “casa sulla collina”, capace di mobilitare il popolo intorno verso obiettivi di vittoria; di una cultura nazionale ben radicata come quella iraniana; di un’oligarchia  nazionale coesa come quella russa; d’ industrie nazionali di alta tecnologia come quelle indiane; di un’intelligence operante sul piano globale come quella israeliana; di un’industria informatica indipendente come quella cinese…

E, infine, oggi è dubbio proprio se la Francia sarebbe disponibile a mettere la sua “force de frappe” al servizio dell’Europa, come si era discusso negli Anni 50, prima della creazione della stessa.

Paradossalmente, l’Italia non sarebbe poi neppure mal piazzata in questa corsa, perché Leonardo (ex Alenia) produce navicelle spaziali riusabili che sono agilmente convertibili in missili ipersonici.

5.La Web tax in Francia (e in Italia)?

Se la bomba atomica europea continua a latitare, qualcosa sembra muoversi (ma a livello nazionale, italiano e francese) sul fronte della tassazione dell’e-commerce.

Quanto all’ Italia, la Web tax è oramai già compresa nella Legge Finanziaria appena approvata.

Quanto alla Francia, Emmanuel Macron ha dichiarato: “Le grandi società che producono profitti [in Francia] devono pagare le tasse in Francia. Semplicemente è giusto così. Di fatto

, le grandi aziende digitali “pagano in media il 9% di tasse in Europa, mentre le società tradizionali pagano il 23%”, come denuncia regolarmente Pierre Moscovici, il commissario europeo che sta gestendo la questione a Bruxelles.

Prendiamo ad esempio il  meccanismo di Google, basato su una sede in Irlanda.I redditi che affluiscono a “Ireland Limited” sono assoggettati alla Corporate Income Tax

irlandese del 12,5%, ma la base imponibile viene abbattuta grazie alla notevole deduzione

della royalty che la società corrisponde a Google BV (olandese) per l’utilizzo della tecnologia.

Google BV, a sua volta, paga una royalty di quasi uguale importo a Ireland Holdings, che

per il sistema irlandese è residente alle Bermuda, dove non esiste imposta sul reddito delle società.

Se il pagamento della royalty avvenisse in maniera diretta da Ireland Limited a Ireland Holdings, sarebbe assoggettato a ritenuta alla fonte in Irlanda, ma i Paesi Bassi non applicano alcuna imposta sulle royalties in uscita, ed effettuano soltanto un piccolo prelievo sulla differenza tra la royalty che Google BV riceve e quella che paga a Ireland Holdings.

6.Una nuova cultura economica europea

Nel totale abbrutimento culturale che caratterizza la nostra società, è ovvio che anche la cultura economica sia oramai atrofizzata. I nostri professori, educati alla scuola liberista o a quella marxista, alla scuola neoliberale o a quella keynesiana, sono oramai totalmente avulsi dalla realtà.

Negli anni ’60, teorizzavano il salario come variabile indipendente; negli anni ’70, le “nuove classi emergenti”; negli anni ’80, le liberalizzazioni; negli anni 90, le privatizzazioni; nel primo decennio del XXI° secolo, l’equilibrio di bilancio, e, ora, il “deficit spending”. Ma, nonostante tutte le loro peregrinazioni ideologiche, non sono riusciti a prevedere, né lo choc petrolifero, né la crescita della Cina, né la crisi permanente dell’ Europa, né il ruolo dell’ informatica… E si capisce anche perché. Il loro ruolo è stato quello d’impedire agli Europei di rendersi conto del progetto occulto per ridimensionare eternamente l’ Europa, a favore dell’ America, dell’ URSS, dei Paesi afro-asiatici, e, ora, anche della Cina. Così, si trovava sempre un capro espiatorio diverso dal colpevole effettivo: le assurdità del consumismo venivano attribuite alle colpe dei capitalisti; la perdita di competitività, alla Guerra del Kippur; il decadimento culturale a vizi reconditi del carattere italiano; la crisi finanziaria a delle anomalie del mercato finanziario… Ovviamente, nessuno ha mai parlato del contingentamento dell’Europa da parte dell’ America, di cui discorreva già Trockij; della dipendenza delle nostre aziende…

Comunque, la verità si sta vendicando. Questa società neo-coloniale e amorfa non è capace di difendere gli Europei, di produrre un progetto di avvenire, di stimolare la nascita di nostre multinazionali (i cosiddetti fantomatici “campioni europei”, in particolare nel settore informatico…).

Sta ora a noi costruire una cultura economica europea di carattere olistico, che tenga conto non solo dei fatti materiali, ma anche di quelli cognitivi ed etici e consideri realisticamente il peso delle questioni di potere e militari, ecc..

 

 

 

 

TASK FORCE CINA DEL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

Lunedì, 20 Agosto 2018

Trasmettiamo qui di seguito il testo del Ministero dello Sviluppo Economico, con il quale si comunica la creazione della nuova Task Force del Ministero, che si affianca a quella italo-russa. Da Lunedì, il Sottosegretario Geraci sarà in Cina per sviluppare le attività della nuova task force.

Il MISE lancia la Task Force Cina

Il Ministero dello Sviluppo Economico, su impulso del Vicepresidente del Consiglio e Ministro Di Maio e del Sottosegretario Prof. Geraci ha costituito la Task Force Cina, un meccanismo operativo di lavoro, cooperazione e dialogo fra Governo, associazioni di categoria e società civile, volto all’elaborazione di una nuova strategia nazionale di sistema, destinata a rafforzare le relazioni economiche e commerciali con la Cina.

La costituzione della Task Force è una iniziativa che s’inserisce nelle linee guida per l’internazionalizzazione definite dalla Cabina di Regia presieduta da Mise e MAECI, in costante concerto con MEF, MIUR, MIT, MIPAAFT, Ministero degli Interni e MIBAC. Essa si colloca nel solco di continuità tracciato dalla visita di Stato del Presidente della Repubblica Mattarella in Cina del febbraio del 2017.

La Task Force Cina verrà coordinata dalla Segreteria del Sottosegretario Geraci e si avvarrà del contributo, output e know-how delle Direzioni Generali del Mise e del MAECI competenti in materia di politica commerciale internazionale e di internazionalizzazione e promozione degli scambi e del retreat annuale di Yanqi Lake coordinato dall’Ambasciata d’Italia in Cina.

La velocità con cui la Cina sta trasformando il proprio sistema rende obsoleti molti degli schemi di analisi tradizionali dello sviluppo economico. La costituzione della Task Force Cina è quindi dettata, inter alia, dall‘opportunità di costituire un meccanismo di analisi in grado di reagire alla stessa velocità, onde evitare di restare a guardare passivamente l’asse mondiale spostarsi verso est.

Tra gli obiettivi primari della Task Force si evidenzia quello di potenziare i rapporti fra Cina e Italia in materia di commercio, finanza, investimenti e R&D e cooperazione in Paesi terzi, facendo sì che l’Italia possa posizionarsi come partner privilegiato e leader in Europa in progetti strategici quali la Belt and Road Initiative e Made in China 2025.

“Il cambiamento che vuole realizzare questo Governo – ha dichiarato il Sottosegretario Prof Geraci –in uno spirito armonico e di concertazione con tutte le parti interessate, passa anche attraverso la costituzione di questo innovativo strumento di riflessione, analisi e intervento di cui ci vogliamo dotare per fornire una risposta concertata e ben informata nel dialogo con la Cina. Questa Cina, che ha lanciato il suo ambizioso programma di avanzamento tecnologico Made in China 2025 e che ha un immenso mercato interno sempre più desideroso di beni di qualità, presenta per l’Italia sia dei rischi (in quanto sempre più concorrente diretto nel comparto manifatturiero), ma anche delle imperdibili opportunità, sia sul piano dell’incremento del nostro export sia per quanto riguarda l’attrazione degli investimenti: è giunto il momento per l’Italia di cogliere queste opportunità e cavalcare l’onda cinese, invece di lasciarci travolgere da essa. Nei miei dieci anni vissuti in Cina ho constatato che agire in modo individuale e disconnesso è una strategia perdente nei confronti della Cina: è invece utile avere un approccio sistemico”.

La Task Force, che viene istituita nell’imminenza della prima missione istituzionale del Sottosegretario Geraci in Cina a fine mese e che avviene in vista dei due grandi appuntamenti fieristici di Shanghai e Chengdu del prossimo autunno, sarà aperta – come quella già istituita nelle scorse settimane sul Libero Scambio – ai contributi di tutte le parti sociali interessate, e al mondo delle università, think-tank e della consulenza, e organizzerà una serie di incontri a frequenza regolare in cui si affronteranno di volta in volta a 360 gradi temi specifici prendendo in considerazione tutte le variabili in gioco.

Chiunque volesse partecipare ai lavori e alle discussioni della Task Force Cina è pregato di contattarci per registrare il proprio interesse all’indirizzo segreteria.geraci@mise.gov.it.

Appendice

Più in particolare, la Task Force avrà l’intento di:

  • Incentivare l’ingresso in Italia di capitali strategici e gli investimenti diretti di natura greenfield.  Gli investimenti cinesi in Italia (appena 25 miliardi di dollari nel corso dell’ultimo decennio) non solo rimangono ben al di sotto degli investimenti cinesi in paesi quali il Regno Unito (che ha ricevuto ben 75 miliardi dalla Cina) ma rimangono anche focalizzati prevalentemente su attività di M&A. Dei 25 miliardi di dollari entrati in Italia negli ultimi 10 anni, neanche 200 milioni sono stati investiti in attività greenfield, contro i 6 miliardi investiti in progetti greenfield nel Regno Unito, 1,4 in Germania e addirittura 2,2 in Grecia e 1,8 in Ungheria, col conseguente limitato impatto per l’Italia in termini di valore aggiunto, trasferimento di know-how tecnologico e livelli occupazionali. Dopo un attento e dettagliato esame della struttura di incentivi in essere (includendo incentivi fiscali e regolamentari), e allo scopo di renderla più efficace in termini di stimolo agli investimenti, la Task Force Cina proporrà una serie di misure atte a ricalibrare il regime di incentivi vigente in Italia.
  • Favorire gli investimenti cinesi in titoli di Stato e di imprese private allo scopo di garantire all’Italia una maggiore diversificazione e stabilità nelle fonti di finanziamento del debito pubblico e delle attività delle imprese pubbliche e private (con la conseguente riduzione nel rischio e costo del finanziamento), tenendo anche conto dell’imminente fine del programma di quantitative easing da parte della Banca Centrale Europea, e offrendo allo stesso tempo alla Cina opportunità di investimenti di portafoglio con ritorni relativamente più attraenti.
  • Promuovere l’export italiano in Cina e il turismo cinese in Italia. L’Italia stenta a capitalizzare e far leva sulla forza del brand “Made in Italy” in quello che è diventato il primo mercato mondiale in termini di importazioni e domanda interna, nonché il principale motore della crescita economica e del turismo globale. Il valore delle esportazioni italiane rimane limitato, nonostante qualche segnale di miglioramento. Ad oggi la Francia esporta circa il 35% in più dell’Italia in termini assoluti, la Svizzera più del doppio e la Germania 5 volte di più.
  • Assistere le imprese italiane del comparto agro-alimentare a cogliere le opportunità di esportazione e/o di internalizzazione e localizzazione in Cina facendo leva sul crescente focus da parte della Cina sulla sicurezza e qualità dell’approvvigionamento alimentare.
  • Facilitare l’espansione in Cina e in Italia della Green Economy. A fronte di un serio problema di inquinamento legato ad un tasso di sviluppo economico eccezionalmente elevato, la Cina è diventata un attore globale cruciale nella Green Economy, in settori quali le energie rinnovabili e i trasporti. In quest’ultimo settore, per esempio, la Cina si è posta il target di raggiungere un parco di auto circolanti elettriche di 35 milioni già dal 2022. Obiettivo della Task force quello di coinvolgere le imprese italiane nello sviluppo della Green Economy in Cina, e quello di favorire il trasferimento di know-how e capitali cinesi in materia in Italia.
  • Aiutare le imprese italiane ad agganciare i programmi di investimenti cinesi finanziati dalla Belt and Road Initiative, sia in Cina che lungo tutta la tratta della nuova Via della Seta, stimolando allo stesso tempo gli investimenti e il trasferimento di know-how cinesi per lo sviluppo delle reti di Infrastrutture, Energia e Trasporti in Italia. Con 25.000 chilometri di rete di treni ad alta velocità già realizzati, ed altri 21.000 chilometri in programma, per citare solo uno dei tanti possibili esempi, la Cina è attualmente il paese che più di ogni altro al mondo possiede la miglior conoscenza nel settore dello sviluppo di infrastrutture.
  • Valorizzare i meccanismi di collaborazione scientifica e R&D fra istituti e laboratori di ricerca, Università e imprese, anche mediante programmi di interscambio di studenti, ricercatori, scienziati e tecnici allo scopo di facilitare lo scambio di know-how tecnologico e i rapporti culturali fra i due paesi.
  • Rafforzare la cooperazione con la Cina in Africa. La Cina può aiutare l’Italia a risolvere il problema dell’immigrazione aiutando l’Africa: la Cina è il paese che più ha investito in Africa (già 340 miliardi di dollari, molti di più dei soli 70 miliardi stimati normalmente dagli analisti), con effetti che sono già visibili in termini di impatto sui tassi di povertà e che nel lungo periodo dovrebbero gradualmente contribuire a far diminuire i flussi migratori verso l’Europa. Il coinvolgimento della Cina in Africa offre all’Italia un’opportunità storica di cooperazione internazionale per la stabilizzazione socioeconomica del continente, cruciale non solo per una soluzione sostenibile e solidale del problema dell’immigrazione ma anche per le opportunità economiche che sorgeranno nel continente per le imprese italiane.

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PROTEZIONISMO E INFORMATICA, In margine alla multa di Google

L’’imporsi dell’ informatica come fenomeno centrale del XXI Secolo ha stravolto,  già di per sé, molti dei presupposti -filosofici, politici, economici e giuridici- delle società contemporanee, a partire dalle idee di libertà, di Stato e di concorrenza, rendendo obsolete, tra l’altro, le vecchie ideologie e le vecchie scuole economiche e giuridiche. E’evidente, infatti, che le Big Five non sono soltanto delle imprese, ma corrispondono anche, contemporaneamente,  a ciò che un tempo erano     gli Stati, le Chiese e i servizi segreti. Difendere l’Umano contro i Big Data e l’uomo artificiale richiede molta più energia e ingegnosità che non difendere i cittadini  separatamente contro lo Stato, la Chiesa o la repressione poliziesca, come si era fatto nel ‘600 con l’Habeas Corpus, nel ‘700 con il Toleration Act, o nell’ Ottocento con le costituzioni liberali.

Per questo le Autorità americane stanno giustamente ripensando all’intero impianto della legislazione antimonopolistica, nata proprio in America per difendere, prima che i consumatori, la stessa democrazia, la quale non può coesistere con un potere preponderante, superiore a quello di Stato, Chiesa e polizia messe insieme. Infatti, le Big Five spiano quotidianamente ciascuno di noi, a cominciare dal Papa e dal Presidente degli Stati Uniti, manipolano le elezioni in tutti i Paesi del mondo, ma soprattutto in America, rivendono i nostri dati acquisendo un potere economico che permette loro di acquistare aziende aerospaziali e interi territori, catene editoriali e fabbriche automobilistiche, catene distributive e fabbriche di robot: distruggendo l’intero ceto imprenditoriale e gran parte di quelli tecnici e operai, in tutto l’ Occidente.

Ma, per fermare le Big Five, non resta che ricreare la concorrenza (per esempio, quella dei concorrenti europei che oggi non ci sono).

La polemica forzata di Trump contro la decisione della Commissione ha se non altro il pregio di mettere in evidenza una serie di verità lapalissiane che tutti hanno preferito ignorare per molti decenni. Al di là dei mutevoli e mistificati rapporti in politica interna, vi è una sostanziale convergenza fra, da un lato, il perpetuarsi dello strapotere delle Big Five, e, dall’ altra, le politiche protezionistiche, aperte o nascoste, dello Stato Americano, di oggi e di ieri.

1.L’informatica quale arma suprema del XXI Secolo

Dato, infatti, il carattere centrale dell’ informatica nella società di oggi, e, soprattutto, di domani, essa rappresenta oggi l’arma suprema, superiore perfino a quella nucleare. Come ha detto il Presidente Putin, “chi controlla l’ Intelligenza Artificiale controlla il mondo”. Questo l’avevano scritto per primi Eric Schmidt e Jared Cohen, membri del CdA di Google: “mentre,  nel XX Secolo, era stata la Lockheed a guidare l’America alla conquista del mondo, nel XXI secolo, questo compito spetterà a Google”. D’altra parte, questo lo sapeva per primo il Department of Defence americano, che, in piena Seconda Guerra Mondiale, aveva lanciato “AAA Predictor”, un programma che aspirava  nientemeno che a prevedere le mosse del nemico. Se non è questa l’Intelligenza Artificiale! E, nello stesso modo, lo sapevano  i vertici del PCUS, che, dal 1983, avevano affidato la decisione della eventuale rappresaglia nucleare, a un sistema informatico detto “OKO” (Occhio).

E’ questo il motivo per cui tutti gli Europei (Governi, Istituzioni, partiti, imprenditoria) non hanno mai fatto nulla contro lo strapotere delle Big Five, concepito come una semplice e logica estensione della cessione agli Stati Uniti del diritto di pace e di guerra. Ed è questo per cui il seppur modesto attacco odierno della Commissione alla Google viene descritto da Trump come un’insopportabile prevaricazione degli Europei, che va repressa al più presto.

L’approccio di Trump si differenzia perciò da quello di Obama solamente per lo stile. L’Amministrazione Obama si era illusa di rendere irreversibile il predominio delle Big Five (e, quindi, del proprio Complesso Informatico-Militare), attraverso il TTIP e il TTP, mettendo al bando  come “protezionismo” ogni misura volta a rafforzare le nascenti industrie europea e giapponese del Web Poiché non si sono potuti stipulare i due trattati, si è scelto ora il rude approccio di Trump: non potete multare la Google (seppure applicando la normativa antitrust, che è un prodotto del liberismo giuridico americano) perché la Google è americana, e gli Europei stanno già  traendo fin troppi  vantaggi (quali?) dalla cooperazione con l’America. L’atteggiamento di Trump è simile a quello del lupo nella favola di Esopo/Fedro e Lamartine, in cui  questo  animale divora l’agnello dopo averlo accusato di una colpa irrisoria e comunque impossibile (avere sporcato l’acqua d’un ruscello quando in realtà era l’agnello ad essere a valle del lupo).

2.L’insostenibilità della subordinazione europea

Addirittura, l’insufficienza economica, a parere di tutti, della multa miliardaria comminata a Google dalla Commissione, rispetto all’ enormità dei danni causati dall’ impresa, mette a nudo l’insostenibilità di un tipo di rapporto, fra Europa e America, fondato su una totale sproporzione di potere. Infatti, già soltanto  mantenendosi entro i ristrettissimi limiti del diritto europeo positivo (ripetiamolo, di origine americana) esisterebbero  strumenti ben più efficaci, come l’”order to divest”, che nessuno si sogna però neppure di suggerire. Ricordo che questa soluzione era stata applicata fin dagli inizi dell’antitrust americano a conglomerate, come la Standard Oil, ben meno minacciose che non le Big Five di oggi. Quanto poi alle diatribe euro-americane, avevo avuto modo già negli anni ’70 di assistere ad un “order to divest” piuttosto discutibile, quello contro la SKF svedese (per cui lavoravo), evidentemente per favorire i suoi concorrenti americani.

Ma c’e di più: sempre secondo la stessa teoria liberistica, lo Stato deve intervenire nell’ipotesi di un “fallimento del mercato”. Ebbene, questo è appunto il nostro caso, perché, senza un aiuto dello Stato (o meglio dell’ Unione Europea), un’industria europea del web non sorgerà mai, e, quindi, in Occidente non sorgeranno mai dei concorrenti delle Big Five come Alibaba o Baidu in Cina .E giacché, senza un’industria informatica autonoma, non è possibile, né una politica di difesa, né un’industria delle comunicazioni, né un sistema commerciale efficiente, né un’industria dei trasporti, ecc…, se l’ Europa non si dota della sua autonoma  industria del web, essa sarà condannata a una decadenza rapidissima, sul genere di quella che stiamo già sperimentando in Italia, dove da più di un decennio,  la “crescita”, mai superiore all’ 1%, non compensa neppure l’inflazione programmata. Non per nulla, l’Italia costituisce un caso estremo di rinunzia a tutte le tecnologie di punta: dall’ informatica (ricordiamo il caso Olivetti), al nucleare (vedi referendum), alle portaerei (vedi il caso delle nostre portaelicotteri), alla propulsione aerospaziale (caso Fiat Avio). Un’Italia priva delle industrie di punta è condannata a non offrire più alcun posto di lavoro interessante, soprattutto per gl’intellettuali, i managers, gl’ingegneri, i finanzieri, i legali, perché questi si concentrano ovunque là dove c’è un potere effettivo: intorno alla Silicon Valley, a Shenzhen, al Pentagono, al Cremlino,  a Wall Street, a Gerusalemme, a Pechino, a Riad….Qui restano solo posti da politici di second’ordine, da burocrati esecutori, da camerieri, da contabili e  lavoratori manuali in attesa di essere sostituiti dai robot…

La difesa d’ufficio che il Presidente Trump sta facendo di Google conferma che si tratta di una lotta per la sopravvivenza fra le economie americana ed europea. D’altronde, il caso di Cambridge Analytica dimostra che anch’egli, come già Obama, non avrebbe vinto le elezioni senza l’appoggio determinante delle Big Five. Dove poi l’influenza russa, per altro non dimostrata e non specificata, sarebbe stata infinitesimale rispetto a quella, confessa, di Facebook e di suoi partners.

Urge un’azione da parte della società civile per fare pressione sulle Autorità Europee. Se l’Unione Europea non saprà tutelare i suoi cittadini contro questa che è la minaccia più grave nei confronti della nostra libertà e della nostra stessa sopravvivenza, non vedo come essa possa rivendicare una qualsivoglia legittimità democratica, e come faccia a evitare il prevalere di forze che promettono (sinceramente o meno), nuovi assetti, radicalmente diversi.

 

DOPO IL G7: è il momento di agire

Il G7 non poteva concludersi in un modo più significativo – con una grottesca rissa in cui i membri degli ex “sette Grandi” si lasciano fra insulti e minacce-. Il colmo è costituito dalla provocazione iniziale di Trump, che ha proposto di ri-invitare la Russia (a suo tempo cacciata per volontà degli Stati Uniti), a cui hanno risposto la Russia stessa, che ha precisato di preferire l’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, e gli Europei, che hanno rifiutato di associarsi all’ invito.

1.Carattere surreale del G7 

Non poteva finire se non così, viste le premesse concettuali sbagliate. Che senso ha costituire un gruppo di Paesi che riunisce meno di 800 milioni di abitanti su una popolazione mondiale di 7 miliardi e mezzo (invitando il Canada, che ne ha appena 25, e l’ Italia, che ha un PIL inferiore non solo a quello della Cina, ma anche a quello della Spagna), e pretendere che decida sulle grandi questioni del mondo, alla faccia della democrazia internazionale e delle Nazioni Unite?

Il carattere surreale del G7 è stato messo in evidenza anche dalla concomitanza della riunione in Canada  con il vertice di Qingdao dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, a cui ha partecipato tutta l’ Eurasia, e in cui si è decisa l’ammissione anche dell’ India e del Pakistan.

Il primo a rendersi conto dell’ irrealtà del G7 è stato proprio il presidente Trump, che ha deciso di affossarlo e ridicolizzarlo con una marea di sgarbi, arrivando in ritardo e partendo in anticipo per incontrare il dittatore nordcoreano, al punto che il premier canadese Trudeau ha parlato di “un insulto”(tra l’altro, nel summit, Trump gli aveva rinfacciato l’incendio di Washington nel 1814 da parte delle truppe canadesi).

La debolezza del G7 è la stessa di tutte le iniziative internazionali degli Stati Uniti, che partono nel nome del progresso universale guidato dagli Stati Uniti, ma vengono sistematicamente rinnegate da questi ultimi non appena esse possono dare qualche vantaggio agli altri Paesi.

Per questo, l’alternanza dei presidenti piace tanto negli Stati Uniti: per attribuire alla responsabilità  successivi leader  quei  cambiamenti di casacca che sono iscritti nel DNA del loro imperialismo, ambiguo come tutti gli universalismi. Paritetici fintantoché resiste un insuperabile dislivello fra dominanti e dominati, nazionalisti non appena questo dislivello rischia di colmarsi. L'”isolazionismo” corrisponde a questa seconda fase, in cui si rinnegano i patti stipulati nei periodi espansionistici.

2.Una simbiosi sempre più difficile

Oggi, Trump si sente offeso del fatto che ( suo avviso), i Paesi occidentali dovrebbero il loro preteso benessere alla protezione da parte degli Stati Uniti, ma si permettano, da un lato di contribuire meno alla difesa dell’ Occidente, e, dall’ altro, di esportare con maggiore successo degli USA. Premesso che, se l’ Europa non facesse parte del sistema americano e spendesse per la Difesa quanto spende  ora (cioè quanto Cina e Russia messe insieme), ma in modo autonomo, sarebbe oggi una grande potenza ed esporterebbe ben di più, nei settori della cultura, dell’ informatica, dell’industria aerospaziale e della difesa, senza pagare tributi all’ America in termini di acquisti militari (vedi F35), di mantenimento di centinaia di basi, di “guerre umanitarie”, di immigrazione, di apertura alle multinazionali del web e della consulenza, anche lo squilibrio della bilancia americana dei pagamenti è stato voluto dagli USA come forma semi-schiavistica di dominio mondiale, in particolare nei confronti della Cina, verso la quale, negli anni 80, si subappaltò la quasi totalità dei prodotti delle multinazionali per sfruttare il basso costo della mano d’opera.

Oggi, gli Stati Uniti sono uno Stato imperiale, dove prosperano solo le funzioni che servono all’ Impero (il cosiddetto sistema “QUANGO”:politica, informatica, cultura, servizi segreti, finanza, difesa…, mantenute dai “satelliti”), e tutti gli altri boccheggiano. Tuttavia, con la riduzione del suo ruolo imperiale, perfino le attività strategiche stanno incontrando difficoltà. Di qui la missione di Trump: distruggere ciò che è stato fatto, per ritentare un’ennesima strategia egemonica. Missione impossibile, perché i rapporti di forza a livello mondiale sono cambiati, e il blocco di potere eurasiatico, sempre più coeso, ha sottratto all'”Occidente” un’ampia parte del mondo (circa la metà in termini di popolazione, un po’ meno in termini di PIL).

Di qui il frenetico nervosismo di Trump.

Oggi, la palla sta nel campo egli Europei, che, di fronte alle oscillazioni delle grandi Potenze, sono finalmente liberi di scegliere il loro destino, e, in primo luogo, le loro alleanze. Altro che fare l'”esame del sangue” a ogni forza politica per controllare il suo “livello di fedeltà” alla NATO!

Però, occorre urgentemente che gli Europei alzino un poco lo sguardo, dalle miserie quotidiane (come il deficit spending e la ripartizione dei migranti), per alzarlo verso l’ avvenire del mondo : la libertà di tutti i Popoli,l’ umanità vs. la tecnica, la nuova cultura multiculturale e multipolare….

Solo così si rimedierebbe anche all’interminabile declino economico, rendendo l’ Europa capace di commerciare su un piede di parità con il resto del mondo.

 

PER RISOLVERE I PROBLEMI DELL’EUROPA, decostruire ordoliberalismo e keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità  Europea all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano, improvvisamente dichiaratosi paladino dell’ Europa.

Per questo riproponiamo le tesi di quel Quaderno subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane contro l’ Europa, e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.

1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

Perciò, le spiegazioni riproposte da tutti circa trent’anni senz’alcun riscontro pratico non solo sono  false, ma mi sono divenute addirittura fisicamente insopportabili: burocrazia, assistenzialismo, pansindacalismo, ecc…(come se queste cose non ci fossero dovunque, anche nei Paesi con le migliori “performances”).

Per capire i problemi dell’ Europa, occorre risalire piuttosto lontano, vale a dire almeno alla corsa, avviata fin dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente”, che era stata la conseguenza diretta  della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo. Ancor oggi questo nesso è facilmente discernibile quando si giustifica l'”esportazione della democrazia” con la nostra superiore civiltà, che sarebbe dimostrata dall’assenza di guerre fra i Paesi della NATO (ma non con gli altri).

Tuttavia, nonostante gli appelli all’unione fra gli Europei per salvaguardare i propri privilegi, dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi ultimi  si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali a carico degli Stati europei.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’attribuzione,  alle potenze ex coloniali, dell’ incarico di amministrare fiduciariamente pro- tempore  le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

2.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese dei paesi belligeranti, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Questo fu  il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia europee (vedi problemi per Renault, Olivetti, Porsche, ENI, Volkswagen e BMW).

Al contrario, negli USA, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico  con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Dopo quarant’anni, come noto,   le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle. Ne deriva un’insopportabile concorrenza sleale ai danni dei potenziali concorrenti europei, che nessuno osa reprimere secondo i principi antitrust e fiscali generalmente applicabili. Soltanto Orban aveva provato ad introdurre in Ungheria una Internet Tax, ma era stato prontamente privato del potere da una (spontanea?) rivolta popolare.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

3.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-infine, lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta  a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce affatto  il suo ininterrotto declino (tra l’altro tempestivamente ed efficacemente profetizzato da Spengler). La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (superiorità teorizzata già  da Winthrop, Mather,  Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza con l’ America, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del “federatore esterno” americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese, fondati su una pacificazione dei rapporti commerciali?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche (che, infatti, ha teorizzato sotto l’etichetta dell’ “ordoliberalismo” di Walther Eucken). Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro canto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca, impedisca alla Germania, e, quindi, agli Europei, di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla obiettiva centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal suo modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Giacché non si crea nessun’organizzazione statuale senza egemonia, se non si vuole l’egemonia della Germania  né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un “movimento sovranista europeo” che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa, e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla infondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri, smitizzando le stesse ragioni del contendere fra i pretesi “sovranisti” e l'”establishment” continentale.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati (Membri o non membri), rendendoli tutti incapaci di reagire adeguatamente alle ingerenze americane e, per ultimo, agli attacchi di Trump.Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando questa realtà fondamentale, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo, per costruire una nuova egemonia euroentusiastica . Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.

 

24 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI DA QIN PRESSO “IL LABORATORIO”

Giovedì, 24 maggio, ore 18

Presso “Il Laboratorio”

Via Carisio 12

Riccardo Lala

Da Qin. Un’Europa sovrana lungo la Via della Seta

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

 

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.