DAL CORONAVIRUS ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: Abbiamo bisogno di uno Stato europeo

I grandi Stati-Civiltà risalgono all’ Epoca Assiale

La crisi del coronavirus  sta avendo un effetto maieutico  sulla presa di coscienza, da parte degli Europei, della loro situazione esistenziale e storica. In questo post, ripercorrerò la logica che ci porta, dalla constatazione di questo “shock”, fino ad individuare i rimedi alle lacune che esso sta evidenziando. Intanto, il coronavirus ha provocato uno slittamento della Conferenza sul futuro dell’ Europa, che non potrà che essere salutare, vista la confusione da cui  la Conferenza era stata circondata fin dall’ inizio, e  il profilo bassissimo su cui essa è stata fino ad ora tenuta. Con più tempo a disposizione, sarà possibile lanciare una campagna per trasformarla radicalmente, in un momento di lotta per una vera Europa, una, libera e forte (cfr. il dibattito virtuale “2500 anni delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman”). Le osservazioni che seguono vorrebbero servire come una sorta di base conoscitiva per la Conferenza, anche perché, come ha dichiarato la Commissaria Dubravka Suica, il Coronavirus non potrà non fare la parte del leone anche nella Conferenza (quando e se questa comincerà).

In secondo luogo, la pandemia ha costituito un salutare “memento mori”, che può essere estremamente positivo per un approccio lato sensu “filosofico” alle grandi questioni della vita umana e sociale, oggi anestetizzate dal messianismo tecnocratico. Come scrive la Civiltà Cattolica. “La morte c’era, ma il mondo del consumo e del piacere riusciva a reprimere la paura della morte nei nostri cuori. Un’intera generazione in Europa è cresciuta in questo mondo superficiale, e non ne conosce altri. Certo, la crisi economica a volte si è mangiata la nostra sicurezza, ma uscire la sera, viaggiare, consumare il nostro corpo e il nostro cuore hanno eclissato i nostri interrogativi e hanno eclissato anche i nostri dubbi.

Tutto questo adesso è cambiato. La morte, che aveva un ruolo secondario, lontano da noi, dietro le quinte, è tornata al centro del palcoscenico. La morte, la finitezza della nostra esistenza sollevano radicalmente la questione del senso della nostra vita. L’isolamento e la solitudine ci permettono di approfondire questi interrogativi e di giungere a una vera conversione.”

In terzo luogo, ha costituito la conferma (già anticipata dalle Guerre Mondiali, dalla bomba atomica e dal riscaldamento atmosferico), del fatto che la società tecnologica del Terzo Millennio, lungi dal costituire la (e/o il) Fine della Storia(come avevano preteso, non soltanto il primo Fukuyama, ma buona parte dell’ establishment mondiale), è esposta alla morte, alle stragi, ai limiti, alla volontà di potenza, all’ inganno, né più né meno di quelle che l’hanno preceduta.

In quarto luogo, essa ha fornito l’esemplificazione pratica di ciò che alcuni illuminati autori  (come Zamiatin, Huxley, Orwell e, soprattutto, Asimov), affermavano da almeno 100 anni, vale a dire che le logiche intrinseche delle società contemporanee  proseguono quella concentrazione delle conoscenze, e, quindi, del  potere (lo “spirito assoluto”), che sta rendendo inevitabile la creazione di una rete di controllo tecnologica mondiale, la quale, più ancora che limitare le (solo apparenti) libertà individuali, sostituirà addirittura il pensiero macchinico a quello umano, con un processo che Asimov aveva descritto nei minimi dettagli nel suo racconto “Una decisione inevitabile”(dove sono le macchine a imporre le loro decisioni allo Stato mondiale).

In quinto luogo, che questa trasformazione trascende le ideologie, le nazioni e perfino le volontà umane, perchè si tratta di un mutamento antropologico (l’evoluzione dall’ uomo al cyborg, dal cyborg all’ androide, dall’ androide all’ automa, dall’ automa all’ ecosistema, dell’ecosistema alla macchina mondiale, n e da questa alla “Singularity Tecnologica”).

In sesto luogo, che questo processo produce un impressionante allineamento di tutte le società sugli stessi standard metodologici, attraverso: la creazione di un potere centrale smisurato, legittimato dalla continua emergenza e supportato da un crescente apparato di tecnici e di militari (il complesso informatico-militare); l’emanazione di leggi draconiane, ricalcate sulla guerra chimico-batteriologica (i decreti di urgenza di Conte, il lockdown di un miliardo e trecento milioni di persone in India, i poteri speciali a tempo indeterminato di Orbàn); dall’abbandono perfino della finzione di un’economia di concorrenza (sospensione nella UE del divieto degli aiuti di Stato); infine, un’economia diretta centralmente, finalizzata al superamento  di quell’ emergenza (il War Production Act); il controllo permanente dell’ informazione, per non turbare le azioni emergenziali dello Stato (legislazione contro le “fake news”,addirittura con attività pubbliche di disinformazione per orientare il comportamenti dei cittadini).

In settimo luogo, la pandemia  prefigura una situazione di guerra chimica e batteriologica, alla quale evidentemente “l’Occidente” non è preparato. Basti considerare che:

se poi si prenono per buoni i numeri dell’ Ordine ei Medico-in Cina, da dove l’epidemia è partita, si sono registrati 4.500 morti circa su un miliardo e quattrocentomila abitanti (1/280.000); in America, 28000 su 300 milioni (1/10.000); in Europa, 100.000 circa su 513.000.000 (1/5.130 circa).In Italia, 20.000 circa su 5° milioni, quindi 1/2.500, e, in Piemonte,2200 circa su 4.340,000, 1/2.000. Quand’anche fossero vere le cifre sulla Cina diffuse senza alcuna prova da fonti americane (42.000 morti), il tasso sarebbe comunque 1/33.000, tre volte meno di quello americano, sei in meno di quello europeo e 15 volte meno di quello piemontese. Se poi si prendono per buoni i dati dell’ Ordine dei Medici di Torino(3300),il risultato è 1/1300. E comunque la Cina è stata la prima a subire l’ epidemia e la prima a uscirne, mentre non si sa come finirà in Europa o in America;

-Defender Europe 2020 –“le più grandi manovre dalla fine della IIa Guerra Mondiale”-destinate a portare alle frontiere della Russia 37.000 soldati NATO, è stata cancellata alla chetichella mentre le truppe americane stavano arrivando in Europa e i generali si ammalavano uno per uno;

-La Cina è stata accusata di violazione delle Regole Internazionali di Sanità per una presunta lentezza nella sua reazione all’epidemia (per altro giustificata dalla confusione a livello locale, che c’è anche qui, che ha portato alla destituzione del vertice del Partito Comunista dell’Hubei e la presa del controllo diretto dal centro sulla gestione dell’ epidemia); tuttavia, quella “lentezza” (quale, visto che la comunicazione all’ OMS è del 31 dicembre, mentre la prima paziente , secondo il Wall Street Journal,si era ammalata il 10 Dicembre, era stata ricoverata il 18 e solo il 27 un medico aveva segnalato alle autorità locali che si potrebbe trattare di una nuova malattia?) era giustificata dalla novità del virus e dall’atteggiamento minimizzatore delle autorità locali (identico a quelli di Johnson e di Trump), mentre gli altri Stati del mondo, pur avendo avuto, chi uno, chi due, mesi per riflettere, si sono fatti trovare quasi tutti impreparati, con i risultati che sono sotto i nostri occhi. Inoltre, i primo paziente cinese è morto l’11 gennaio, e il giorno stesso si è svoltqa una riunione con l’OMS. Vorrei vedere se tutto ciò si fosse svolto in Lombardia.

-Dal punto di vista strettamente giuridico, le pretese americane di costruire una responsabilità civile della Cina per l’epidemia sono infondate, e sostenute solo dalla volontà di Trump di scaricare su qualcun altro la responsabilità della vistosa inadeguatezza dell’America. Perchè, se veramente qualcuno avesse voluto usare contro l’America un’arma batteriologica, avrebbe potuto provocare ben più danni. E comunque, visto che l’Occidente ha (come si sta vedendo), una competenza tecnica infinitamente inferiore in materia epidemiologica, qualche settimana in più di informazione sarebbe stata assolutamente inutile sul piano della prevenzione (che non c’è ancora neppure adesso). Non solo, ma in quelle settimane di “ritardo” la Cina ha fatto più prevenzione di tutto il mondo messo insieme nei mesi successivi. Inoltre, il presunto “ritardo” è un fatto tecnico ovvio, perché, da quando si verificano i primi casi, poi le prime ospedalizzazioni, poi i primi decessi, poi si capisce che si tratta di una malattia nuova, e, infine, si mobilitano le necessarie risorse, locali e nazionali, passano, ovviamente, molte settimane (ammesso che i politici vogliano veramente fare qualcosa, ma è lo stesso Trump che sta mobilitando l’opinione pubblica contro la quarantena nel suo stesso Paese).

Ma sulla gestione politica dell’ epidemia torneremo un’altra volta con i dovuti dettagli.

Marco Polo in divisa da guerriero tartaro

1.Il confronto ossessivo con l’Oriente

Dato appunto lo spadroneggiare ovunque delle “fake news” generate da presso al potere, questa complessa e inquietante realtà viene narrata, da noi, sempre e soltanto come un avatar dell’eterna lotta fra “dittatura” e “democrazia”, dove, dopo i Persiani, i Cartaginesi, i Tolomei, l’Islam, i totalitarismi, il nemico sono ora la Russia e/o la Cina (a seconda dei giorni).

Quest’impostazione è fuori tempo massimo,perché, nel XXI secolo, non è tanto un sistema che prevale sull’altro, ma è la macchina che prevale sull’ uomo. Si noti che il maggiore successo nell’ utilizzazione di queste tecniche di controllo digitale di massa si è avuto, non già in Cina, ma in Corea del Sud, considerata un paese “democratico”, ma ancor più confuciano della Cina. Quindi, la minaccia non è portata tanto alla democrazia, bensì alla narrativa anglosassone sulla superiorità tecnica dell’etica protestante, che già Max Weber aveva negato, accostandola, appunto quanto all’ efficacia, a quelle confuciana e sciita. Come affermava già John Fiske, la capacità dell’America di conquistare il mondo deriverebbe dalla superiorità del suo ethos religioso, ed è per questo che sono state necessarie, per l’espansione dell’America le infinite narrative sull’ arretratezza culturale ed etica degli altri popoli del mondo.

Oggi, il problema numero uno dell’ “establishment” occidentale è, perciò, il fatto che i Paesi confuciani (e, per ora, anche quelli induisti e sunniti, ma anche Israele-) sono riusciti, grazie alla loro disciplina, a contenere l’epidemia  molto meglio di quelli “occidentali”, sì che si teme che, proprio sotto gli effetti dell’ epidemia, la Cina (ma, intorno a lei, l’Asia intera ), possa realizzare quel rovesciamento dell’equilibrio mondiale ch’era stato vagheggiato, tra l’altro, da personaggi così diversi come Leibniz, i Taiping, Aurobindo, Pound, Mao e Béjart, e, più recentemente, da, Panikkar, Jacques, Frankopan e Khanna, nonché dall’Islam radicale. Prospettiva esiziale per l’”establishment”, che, sul mantenimento di questo innaturale equilibrio (o meglio squilibrio), ha investito tutte le sue ambizioni.

L’argomento principe contro questa prospettiva è che, come ha scritto Reuters, “il coronavirus avrebbe fatto emergere ‘dall’ombra’ il sistema di sorveglianza cinese. Più che un’emersione, in realtà, si potrebbe dire che il virus ha consentito un utilizzo ad hoc di strumenti che i cinesi sono abituati a usare o ‘subire’ ogni giorno.” Sarebbe così confermato il carattere “illiberale” dell’ Oriente, contro cui occorrerebbe combattere nonostante che sia più efficace.

Soprattutto, in tutto il mondo, nella fase di “rientro”, che si annunzia lunga, queste tecniche “cinesi” dovranno essere sempre più affinate, come dimostra lo sviluppo fenomenale, durante la crisi di Wuhan, delle tecniche informatiche di rilevazione della temperatura, di schedatura delle cartelle cliniche, di distanziamento, ecc., che oggi sono importate e copiate ansiosamente in tutto il mondo. Dopo l’emergenza, sarà ben difficile che si rinunzi ai vantaggi di quest’organizzazione, che potranno essere preziosi nella lotta contro le mafie, nella preparazione bellica, nella gestione delle smart cities, ma soprattutto in una tutela efficace della salute, che richiede una memorizzazione, organizzazione e aggiornamento continuo della storia clinica di ciascuno…

Intanto, le Big Tech americane stanno copiando senza problemi tutte queste “invenzioni” cinesi . Per esempio, la Apple e la Google stanno producendo insieme la app, già universale in Cina, che avverte gli utenti se sono stati in contatto con persone infette, dimostrando “a contrario”, che le stesse tecnologie sono buone se realizzate dalle OTTs americane, e cattive se realizzate invece dalle multinazionali cinesi. Fortunatamente, in Italia è una società italiana a sviluppare la nuova app per conto del Governo.

Il Surya Namaskar, il saluto al Sole, antichissimo rito dello Yoga

3. Le possibili contromisure

In effetti, vi sarebbero metodi per evitare che questo inevitabile controllo totale si tramuti in un’insopportabile “gabbia d’acciaio”, ma questi mezzi non riguardano sterili documenti cartacei, né presuntuose regole ingegneristiche, bensì la natura stessa dell’umano, che, se un tempo poteva ben resistere allo scatenamento degli elementi e alla furia delle fiere, perché mai non potrebbe resistere ora alla sottile tirannide delle macchine?

Chi, come me, ha vissuto lungamente all’ interno  di vari attuali sistemi burocratici, sa bene come questo prevalere, sul comportamento umano, dell’apparato sociale e tecnologico (l’”Apparato” di Heidegger) fosse insito già anche nelle società dell’ era industriale, senza dover aspettare la società delle macchine intelligenti: condizioni disumanizzanti del lavoro, soprattutto intellettuale, standardizzato; imposizione di regole astratte e inapplicabili (come quelle della cosiddetta “privacy”); dipendenza di intere vite da decisioni verticistiche, lontane, indecifrabili e per  lo più autolesionistiche perfino per chi le adotta (ristrutturazioni senza freno); spionaggio industriale generalizzato (Echelon, Prism, Sigint)…

Già nel secolo scorso l’unica difesa contro l’impazzimento della tecnostruttura scossa dalle successive ondate di globalizzazione era costituita dal rafforzamento della tempra d’individui aggrappantisi alle loro radici sociali: familiari, religiose, culturali, locali, ideologiche, che permettevano il mantenimento dell’equilibrio umano e della dignità pure in condizioni di dequalificazione, demotivazione, conformismo, mobbing, censura… Le condizioni in molte istituzioni pubbliche e private  assomigliavano molto a quelle degli universi concentrazionari descritti da Kafka, se non da Primo Levi e Sol’zhenitsin. Oggi, alla mancanza di senso della burocrazia, si aggiunge quella delle macchine intelligenti, attraverso le quali dobbiamo oramai passare per lavorare, viaggiare, telefonare, scrivere, pagare, comunicare con le pubbliche amministrazioni, e che ci fanno impazzire con i loro continui cambiamenti, con il loro linguaggio astruso, con i guasti,  con le infinite passwords, con la cyber-delinquenza, con le registrazioni, le intercettazioni, le verifiche,il “phishing”,  le intrusioni, la cosiddetta “privacy”..

Questa nuova follia costituisce solo il preludio alla società del controllo totale quale anticipata dalla crisi del Coronavirus, con la schedatura delle condizioni di salute di tutta la popolazione, il suo tracciamento automatico continuo, la segregazione domiciliare, i controlli ininterrotti, anche da parte di medici e poliziotti-robot (“robocops”).

Questi rischi di degenerazione dell’umano nella società complesse aveva spinto molti antichi autori, in Occidente come in Oriente, a ricercare e proporre mezzi per una resistenza del soggetto alle imposizioni del sistema. La “saggezza” taoista e confuciana, così come l’ascetismo buddhista e del primo Cristianesimo, possono e debbono essere letti in questo senso. Il saggio tardo antico, pur restando fondamentalmente un guerriero ( Junzi 君子 -il “gentleman” confuciano-; “il santo atleta” di Dante)
non si oppone più frontalmente e in armi , come Leonida o l’Eroe di Zhang Yi Mou, all’ordine dell’impero provvidenziale (Serse, Qin Shi Huangdi), ma se ne astrae, vuoi coltivando il “wei wu wei” (l’agire senza agire dei Taoisti), vuoi attraverso le arti marziali, vuoi attraverso il ritiro nell’ eremo (l’“exeundum de saeculo erit”di Tertulliano). Anche per l’Islam, il “Grande Jihad” non è quello bellico, bensì l’ascetismo interiore.      

Alla fondazione, nel 1925, dell’ Università Tsinghua, Liang Qichao aveva appunto esaltato la figura del junzi confuciano: “come il cielo si mantiene vigoroso con i suoi movimenti,  così il junzi deve tendere costantemente alla perfezione; così come condizione della terra  è quella di una fertile dedizione, così il  junzi deve sostenere con la sua mente il mondo esterno” . Nell’odierna sinologia americana, questa capacità dell’”uomo superiore” di resistere a un mondo ostile, anche tecnologico, è stato reso traducendo il concetto di “junzi” come “supereroe”. Seguendo questa tradizione, l’attuale cultura confuciana mira al “ringiovanimento della nazione cinese”, citato anche  da Xi Jinping. Come noto, un antesignano di questo atteggiamento era stato il confucianesimo programmatico di Ezra Pound, che vedeva in questa filosofia il futuro del mondo, e, in particolare, dell’America. Pound reinterpretava la storia universale in un’ottica confuciana, e vedeva Jefferson e Adams come degli eroi confuciani (appunto, dei Junzi).

Un’altra “via” per resistere all’ invadenza del’”Apparato”, che risale all’ antica Grecia e alla Cina e Giappone imperiale, è l’esercizio fisico. Per gli Spartani, l’esercizio fisico serviva solo per fortificare spirito e corpo in vista della guerra, mentre gli ateniesi perseguivano un ideale di perfetta fusione fra bellezza esteriore e nobiltà d’animo. Per i Greci in generale la parola agón, radice del nostro agonismo, indicava una vera e propria necessità di confronto. Un atleta, artista, mercante, soldato, perfino un mendicante aveva bisogno di confrontarsi con il suo “avversario”. Pensiamo a Ulisse e i Proci.Il risultato: il “kalòs k’agathòs”, il “bello e buono”, il rappresentante perfino ambiguo e inquietante di quella pienezza umana che si tenterà poi di riprendere con l’Umanesimo. Quell’Umanesimo che dev’essere oggi rivissuto attraverso quell’ “umanesimo digitale” di cui parla Nida-Rümelin.

Nella tradizione orientale, quella via corrisponde alle arti marziali. Le quali stanno a loro volta contaminandosi con l’high tech, per esempio con l’invenzione delle armature tecnologiche (“lorica”), che permettono di fare duelli con armi vere.

Un’ultima strada di resistenza, di carattere pratico, ma non meno eroico, è costituita dall’atteggiamento di resistenza dei whistleblowers (Assange, Manning, Snowden), che tanto hanno contribuito alla diffusione in Europa della consapevolezza della società del controllo totale.

L’auriga:
statua simbolo della kalokagathia nel mondo olimpico

4.Che cosa fa e cosa potrebbe fare l’Europa

Purtroppo, come hanno ribadito ancora recentemente i vertici europei, i Trattati non hanno previsto, in questi come in tutti i campi che veramente contano, una competenza dell’Unione. Una situazione generalizzata per le organizzazioni intenazionali, dove anche l’OMS si è rivelato debole e minimalistica, “tirata per la giacchetta” dalle varie grandi potenze che (non) la finanziano. La realtà è che, nella cultura tecnocratica che ha presieduto alla creazione delle Organizzazioni Internazionali, ha prevalso deliberatamente una visione “grigia” dell’uomo (Arfaras), senza quello spessore culturale che, in particolare, la medicina aveva avuto in passato e che aveva trovato la sua espressione massima in Ippocrate, Averroè, Maimonide, Freud e Jung. Medici e autori che, non diversamente da Confucio, guardavano alla totalità dell’umano, e che ha contribuito più di ogni altro alla definizione dell’identità europea.

I trattati europei permettono a Bruxelles, al massimo, di sostenere, coordinare o completare l’azione dei Paesi membri. Ed è quello che sta facendo la commissaria Ue per la Salute Stella Kyriakides, che ogni giorno, in videoconferenza, fa il punto della situazione coi 27 ministri nazionali della Salute e degli Interni. L’agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) con sede a Stoccolma, fornendo  alle autorità nazionali linee guida, dati, analisi del rischio e raccomandazioni riguardo all’emergenza coronavirus. La Commissione Ue ha formato una task force di esperti composto da epidemiologi e virologi provenienti da diversi Stati membri, tra cui anche l’Italia, per tracciare linee guida per tutti i 27 Paesi dell’Ue e delineare misure di gestione del rischio basate su dati scientifici.

Un lavoro decisivo è stato quello del team del commissario europeo al mercato unico Thierry Breton, che ha lavorato per individuare le capacità di produzione in relazione ai bisogni di ciascuno dei 27 Paesi. Facile a dirsi, ma faticosissimo a farsi.  Una volta compreso che la produzione interna di materiale non sarebbe bastata, la Commissione ha preso contatti con la Cina per l’invio di materiale in Europa e creato una rete di contatti con industrie tessili e imprese del settore del Continente per creare una filiera europea per la produzione di mascherine e ventilatori, e per far circolare i prodotti sanitari che non seguono gli standard europei ma che proteggono in modo equivalente il personale sanitario e i comuni cittadini dall’infezione senza metterne a rischio la salute. Se Francia e Germania a metà marzo hanno sbloccato le esportazioni di mascherine verso l’Italia, nel momento più critico, è stato grazie alle pressioni di Breton.

“rescEu”è una piattaforma creata dalla Commissione Ue nel 2019 che da inizio aprile si occuperà di creare la prima riserva comune europea di attrezzature mediche di emergenza destinate alla terapia intensiva. Bruxelles ha stanziato 50 milioni per l’acquisto di ventilatori, dispositivi di protezione individuale come le mascherine riutilizzabili, eventuali vaccini e sostanze terapeutiche. La Commissione finanzierà il 100% della scorta, che sarà immagazzinata in uno o più Stati membri. Ma saranno gli Stati ospitanti gli unici responsabili dell’acquisto delle attrezzature e il rischio è che le tensioni nazionali e le rivalità su chi debba occuparsene portino a uno stallo e una mancanza di solidarietà.

La Commissione ha offerto anche un prestito di 80 milioni di euro a CureVac, la società biofarmaceutica tedesca con sede a Tubinga che sviluppa terapie basate sull’RNA messaggero. Un’azione rilevante visto che l’amministrazione Trump aveva offerto all’azienda di trasferire la ricerca del vaccino anti coronavirus negli Stati Uniti per far avere agli americani l’accesso esclusivo agli eventuali risultati. Un atto di sovranismo europeo.

Tuttavia, gli Stati Membri, come sono andati avanti alla spicciolata nella fase del lockdown e sono ancora divisi sui Coronabonds, si avviano sulla stessa strada anche in quella della ripresa. Abbiamo visto Stati, come l’ Italia, che hanno decretato ben presto un severo lockdown, e altri, come la Svezia,  che ancora si rifiutano di farlo. Poi vengono i partiti,  le regioni, i comuni e le organizzazioni di categoria, animati più che altro da un’ansia di protagonismo

Per non parlare del risvolto culturale ed educativo, dove lo sforzo dell’Europa è, anziché quello di abbozzare una cutura europea di resistenza alla massificazione,  addirittura quello di impedire che sorga un dibattito che metta in discussione i fondamenti antropologici dell’ipermodernità, che sono alla base di tutti i nostri attuali problemi. E’ strumentale a questa censura il modo errato con cui viene posta la questione del rapporto con il resto del mondo. La questione centrale non è infatti quella della democrazia, visto che nessuno degli  organi che operano oggi sulla crisi del Coronavirus è stato eletto, e neppure delegato da organi eletti, bensì quella dell’ efficacia strategica, che, nel sistema europeo attuale, è praticamente zero. Basti pensare alla Commissione, nominata dai Governi fuori della stessa regola degli “Spitzenkandidaten”, al premier Conte, che non si è mai neppure presentato alle elezioni, nominato   primo ministro da una coalizione di centro-destra, in cui rappresentava un partito allora di maggioranza relativa, ma oggi nettamente in minoranza all’ interno dell’attuale coalizione di centro-sinistra, ma sempre  presieduta da Conte; ai vari commissari straordinari “tirati fuori” dal cappello dalla burocrazia o dal management privato, come Borrelli e Colao.

La definizione giusta dell’attuale sistema europeo non è quindi “democrazia”, bensì “poliarchia”: la coesistenza di molti centri di potere  (che è dubbio se definire “democratici”), fra di loro in conflitto. Questo termine viene in genere utilizzato per designare il sistema di potere dell’ Asse, dove il Fuehrer, la Wehrmacht,le SA, le SS, l’Abwehr, il Sicherheitsdienst, gli alleati, i comandanti militari, e talvolta Gauleiter prestigiosi come von Schirach, conducevano politiche contrastanti e perciò confuse, come si era visto in occasioni come la Notte dei Lunghi Coltelli, le guerre dell’Italia, i rapporti con l’indipendentismo ucraino, la battaglia di Stalingrado, la missione di Hess, il “Movimento giovanile europeo”,  l’attentato contro Hitler, il tentativo di pace separata…Non per nulla l’ Asse aveva perso la guerra.

Quello che ci vorrebbe in Europa sarebbe invece un coordinamento vero, visto anche che (ma nessuno lo ricorda), la Presidente della Commissione è un medico, e specializzato proprio in epidemiologia e medicina sociale, e inoltre è stata anche ministro della Sanità.  Come aveva dedicato Socrate all’ inizio della cultura europea, al governo ci devono essere i competenti. Però, bisogna anche che il sistema permetta ai competenti di esprimersi, senza doversi nascondere, per essere accettati, dietro galoppini e mezze figure.

Ma un coordinamento prima di tutto spirituale: questo coordinamento dovrebbe avvenire sul piano delle politiche culturali, economiche, della formazione e del lavoro. Infatti, in concreto, la capacità di resistere alla pressione del Complesso Informatico-Militare mondiale non può venire che da un sistema educativo fondato su due binari -quello dell’educazione del carattere e quello dell’upskilling dell’intera società verso attività al contempo digitalizzate e “nobili”-, un binomio che, in Europa, è ben lungi dall’ essere realizzato.

Si tratta di leggere in modo corretto il Principio di Sussidiarietà, evitando le sue due, errate, interpretazione attuali:

-che esso si applichi solo all’ Europa;

-che esso implichi un “favor” per i livelli più bassi.

Il principio nasce dal diritto medievale, e, in particolare, da quello imperiale e feudale, che troverà la sua migliore, anche se tarda, espressione in de las Casas, Campanella, Crucé, St. Pierre  e Pufendorf. In quel contesto, il principio aveva un significato generale: la “Monarchia Messiae” sul piano mondiale; gl’ imperi transnazionale (quello che i Cinesi chiamavano “Tian Xia”); le monarchie nazionali in Europa; le “Corone” e le Leghe nelle macro-regioni; i “Paesi” e le Città a livello regionale; i feudi e le corporazioni a livello locale. Nessuno di questi livelli aveva un diritto privilegiato alla lealtà dei sudditi, che, a seconda dei periodi, poteva andare al Papa (esempio nel caso di Canossa), ai Comuni (Lega Lombarda), all’ Imperatore (Federico II), ai signori feudali (Lutero)…

Anche oggi, siamo in un’analoga situazione di “multilevel governance”: Nazioni Unite, NATO, Consiglio d’Europa, Unione Europea, BCE, Stati Nazionali, Regioni, Città. Tuttavia, la situazione è, se possibile, ancor più disorganica. Coloro che parlano di “Federalismo Mondiale”, dovrebbero rendersi conto che qui è urgente non già litigare sulle competenze, come si sta facendo proprio sui temi dell’OMS e della “riapertura”, bensì colmare le molte lacune a tutti i livelli:

-un magistero spirituale, universale ma adeguato ai diversi continenti, e in primo luogo al nostro (non basato sulla lotta fra gli Anglosassoni a caccia di pedofili, i Latinoamericani della teologia della liberazione e i cripto-buddisti alla Panikkar);

-un sistema di difesa che abbia un senso, non come la NATO, che, come ha dimostrato “Defender Europe 2020”, in condizioni di guerra batteriologica non sarebbe in grado neppure di spostare una sola divisione;

-un coordinamento europeo effettivo della cultura, delle emergenze, dell’economia (quello che i Federalisti chiamano “Federazione”, altri (Guérot,Menasse)“repubblica”, altri (Benda, Mosley)avevano chiamato  “Nazione”, ma potrebbe essere chiamato semplicemente, “uno Stato”;

-un ruolo chiaro per le Macroregioni, le Euroregioni, le Regioni e le città (che, come si vede oggi, si accavallano senza sosta, intralciandosi a vicenda).

Il Pio Albergo Trivulzio, simbolo degli abusi dell’ autonomismo locale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *