Newsletter 32-2017

RITORNO AGLI ANNI ‘30

NOΣTOΣ EIΣ TA “ETH ’30 ” TOY ΠPΩTEROY AIΩNOΣ
(Nòstos eis ta ète ’30 tu protèru aiònos)

L’urgenza d’ un’autocritica generalizzata

1938: Inghilterra, Francia, Germania e Italia firmano gli accordi di Monaco

Nell’ articolo di fondo della Stampa di Torino del 19 luglio, il direttore Molinari sintetizzava le tendenze in corso nella dialettica politica europea, lamentando solo che l’ Italia non sapesse inserirvisi: “….le maggiori iniziative in corso sono quattro: la convergenza fra Parigi e Berlino per un’Eurozona più coesa; la volontà dell’Eliseo di creare con la Casa Bianca un relazione speciale sulla sicurezza; la determinazione della Germania nel rafforzare il legame economico con Pechino per arrivare ad un accordo sul libero commercio; il summit dei «Tre Mari» fra 12 nazioni dell’Europa centro-orientale e gli Stati Uniti sullo sviluppo di energia ed infrastrutture”.

Non condividiamo la preoccupazione di Moloinari, poiché nessuna di queste ridicole ambizioni da “potenza regionale” degli Stati Membri ha nulla a che fare con una reale integrazione europea; anzi, tutte intendono semplicemente divaricare le politiche estere e di difesa dell’ Europa, protendendosi verso potenze extraeuropee. Anzi, siamo invece preoccupati che queste tendenze esistano. Esse rientrano pienamente nella visione, tipicadel nostro establishment,  di una sorta di direttorio europeo, che è proprio  quanto era stato caldeggiato già a suo tempo da Mussolini a commento del Piano Briand sponsorizzato da Paneuropa, quando il dittatore italiano aveva coniato per primo i concetti di “Unione Europea”  di “Stati Membri”. Tutto ciò era ulteriormente sviluppato da Hitler nel suo diario segreto mai pubblicato, secondo cui sarebbe stato impossibile per moltissimo tempo fondere (tanto con l’accordo, quando con la forza) le nazioni europee in un unico popolo, e che, quindi, la direzione dell’ Europa dovesse scaturire dalla competizione fra le nazioni più forti (così come aveva teorizzato, a suo tempo, già Fichte). Si è visto poi come non sia stato possibile, per l’ asse, realizzare in concreto questo punto di vista, poiché neppure gli Stati più potenti e assertivi d’Europa hanno la forza per mantenere coeso il nostro Continente di fronte agl’immani problemi del nostro tempo.

Coerentemente con le premesse, l’articolo di Molinari si chiude con un’invocazione ad un ”interesse nazionale italiano”, che, se mai sia esistito come tale, non è certo riconoscibile oggi, quando tutti i popoli del mondo stanno subendo l’attacco delle Macchine Intelligenti.

L’Intermarium

Il Generalplan Ost

“I Tre Mari”, fra l’ Intermarium e il Terzo Reich

Ancor più vecchia l’idea dell’”Intermarium” (“Medzymorze”), formulata, poco dopo la Terza Spartizione della Polonia,  da  Adam Czartoryski, leader patriottico dell’ alta aristocrazia, ministro dello zar e comandante rivoluzionario della Repubblica polacca. Il piano, dell’epoca napoleonica, prevedeva una federazione di Stati, quali Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina, Cechia, Slovacchia e slavi del sud, con l’eventuale presenza anche di Romania e Ungheria. Il fallimento della sua visione coincise con quello dei moti nazionali, e fu anche dovuto al mancato appoggio delle potenze occidentali, dell’ovvia ostilità della Russia, di quella della Prussia, allora in fase ascendente, e di stati storicamente anti-slavi come la Romania e l’Ungheria.

L’idea era tornata alla ribalta dopo la Prima guerra mondiale per effetto della disfatta sia degli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria) che della Russia (alle prese con la rivoluzione del 1917 e le sue conseguenze), e fu propugnata da Józef Piłsudski, capo di Stato e comandante militare della nuova Polonia. Piłsudski, rivendicando la presenza etnica e la supremazia culturale polacca ad est, si impegnò in una serie di guerre contro alcune delle entità statali confinanti nate dalla dissoluzione dell’impero russo e degli imperi centrali, provocando così la reazione della Russia bolscevica e la conseguente guerra sovietico-polacca che terminò con la spartizione fra i due contendenti dei territori della Bielorussa e dell’Ucraina e l’annessione alla Polonia di una parte della Lituania.

Oltre all’andamento della guerra contro la Russia, il secondo fallimento del tentativo di creazione della federazione “Międzymorze” fu causato anche dall’ostilità delle entità etniche (lituani, bielorussi e ucraini) che ne avrebbero dovuto far parte. Inoltre, anche fra i leader polacchi, non tutti erano favorevoli al progetto federale di Piłsudski, e, come ad esempio Roman Dmowski,  preferivano una Polonia basata sull’identità nazionale e religiosa rispetto ad una Polonia multiculturale e multietnica

Si noti che l’estensione del Międzymorze era esattamente identica a quella del territorio in cui era presente il Bund ebraico e a quello del “Lebensraum” hitleriano. Tant’è vero che Alfred Rosenberg, responsabile del Generalplan Ost ed egli stesso un abitante dell’ Intermarium, fu certamente influenzato dalle idee di Czartoryski e dalla presenza del Bund.

Tra parentesi, dopo la Seconda guerra Mondiale, esistette un’associazione “Intermarium”, con obiettivi alquanto dubbi, dal supporto alla fuga di gerarchi nazisti, alla resistenza all’ occupazione sovietica, alla creazione di movimenti nazionalisti paramilitari. Attualmente, la creazione di una brigata congiunta lituano-polacco-lituana (LITPOLUKRBRIG) mira a configurare un’alleanza interna alla NATO , a guida polacca, sulla falsariga dei “battaglioni volontari” ucraini. Oggi, il Miedzymorze potrebbe avere come effetto politico soltanto la scissione dell’ Unione Europea, e, non per nulla, esso è sponsorizzato dagli Stati Uniti.

I battaglioni volontari ucraini, lituani e polacchi.

L’assurdità delle “Retoriche dell’Idea di Europa”

Il ritorno a quelle logiche già viste abbondantemente nel XX* Secolo costituisce, a nostro avviso,   la meritata nemesi della vacuità delle “Retoriche dell’ Idea di Europa” dell’ “establishment”, che, ad onta delle loro pretese di “razionalità” e di “illuminismo”, si nutrono di vuote parole, di frasi fatte, di stati d’animo irrazionali e di riflessi pavloviani. Un esempio di queste retoriche è costituito dall’ articolo di Nadia Urbinati comparso  su “La Repubblica” lo stesso giorno del “fondo” di Molinari: “L’Europa sta progressivamente acquistando due facce, riadattando un’antica divisione tra due concezioni della politica e dello spazio politico: una cooperativa e cosmopolita; una etnica e fondata su un’immaginaria identità  nazionale pre-politica.”A nostro avviso, come implicitamente riconosce la stessa Urbinati, questa distinzione non è mai esistita se non nell’ immaginario dell’ “establishment”. Infatti, dove dovremmo collocare ad esempio Rousseau, che propugnava una Federazione Europea ma aborriva mortalmente l’uomo medio omologato; oppure Napoleone, che, mentre creava il mito della “Grande Nation”, sosteneva di voler fare l’ Europa, oppure De Maistre, che affermò “muoio con l’ Europa”, o, ancora, Nietzsche, che voleva un’ “Europa Una e signora del mondo”, o Stalin, che, per attuare l’internazionalismo proletario, inventò decine di “nazionalità sovietiche”, o, infine, Juenger, che cominciò esaltando gli Stati Nazionali del Lavoro, per poi promuovere la pace perpetua europea, e, infine, profetizzare lo Stato mondiale?

Quegli slogan di cent’anni fa (e, in particolare, il “One-Worldism” americano) non servono più a spiegare il mondo del XXI° secolo. Se l’Europa non se ne sbarazzerà, per ragionare secondo  categorie più attuali, come “Complesso Informatico-Militare”, “Multipolarismo”, “Tecno-umanesimo”, ecc.., essa sarà cancellata dalla Storia.

Siamo i primi a condividere lo slogan di Macron del “Sovranismo Europeo”. Ma Macron è coerente con esso? Perché ha subito stabilito un asse privilegiato con Trump? Perché vede un possibile rafforzamento dell’ Europa solo in accordo e con subordinazione ai poteri forti?

E che cosa sta facendo  il Movimento Federalista Europeo? In quest’ora di supremo pericolo per l’Europa, il Movimento ha tenuto il proprio congresso in un clima di “business as usual” che mal si addice all’eccezionalità degli eventi che stiamo vivendo. Ma possibile che non si veda nulla di ciò che vediamo noi?

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