Newsletter 33-2017

Marchionne al Salone di Shanghai

CERCA LA VERITA’ FOSS’ANCHE IN CINA*

(ZHTEI THN AΛHΘEIAN, KAI EAN OYΣAN EN TH XORA TΩN ΣEPΩN)
(Zetèi ten alètheian, kài eàn ùsan en te Chòra ton Sèron)
*Hadìth del Profeta Muhammad , S.A.W.W..

Le culture delle Vie della Seta

L’Iniziativa della Nuova Via della Seta (Yi Dai, Yi Lu), lanciata  nel 2013 dal Presidente cinese Xi JinPing, e oggi in pieno svolgimento, nasce in un momento in cui viene ribadita, da parte del direttore tecnico di Google, Ray Kurzweil, una diversa, e ancor più conflittuale, parola d’ordine, quella del superamento, già nel 2029, degli uomini da parte dei robot. La dialettica fra queste due diverse parole d’ordine sta provocando, già fin da ora, tensioni su tutti i fronti (teologico, politico, militare, economico…), acuite dal fatto che, come ci informano i dirigenti di Facebook, i computers di quest’ultima hanno già sviluppato un linguaggio incomprensibile agli stessi scienziati, attraverso il quale stanno dialogando ed elaborando progetti sconosciuti alla stessa multinazionale.

L’attualità del progetto della Nuova Via della Seta è stata ulteriormente confermata dalle notizie, che per altro non sembrano confermate, di trattative in corso per la cessione dell’ FCA, o, almeno, del marchio Jeep, a gruppi cinesi. Se si considera  che cosa significhino, dal punto di vista simbolico, politico, economico, e perfino militare, la Chrysler  e la Jeep per gli USA, la FIAT e la Lancia per l’Europa, e il Gruppo FCA nell’ ambito della globalizzazione occidentale, si comprenderà che il “passaggio della staffetta” fra USA e Cina come leader economico del mondo sembra ora più vicino che mai, sicché un “ri-orientamento” (è il caso di dirlo) delle culture politica ed economica risulta oramai improrogabile.

Si pensi poi che, delle due “candidate”: la Geely, ha già acquisito in Svezia la Volvo e in Inghilterra la Lotus e la Manganese Bronze, che fabbrica i famosi taxi neri di Londra, mentre la Great Wall produce già dei SUV in Bulgaria.

Per chi, come noi, era stato a GuangZhou fin dal lontano 1977 per discutere una Joint-Venture italo-cinese, è certamente una soddisfazione. E dobbiamo rimarcare con stupore l’incredibile cambiamento di quella metropoli, allora senza illuminazione stradale e ancora ingombra delle macerie della Guerra Civile e della Rivoluzione Culturale, e l’attuale città sfavillante di grattacieli e di musei.

Si noti anche che nell’ antichissima Panyu (VIII secolo d.C.), primo nucleo di GuangZhou, sono state trovate vestigia che testimoniano di commerci con l’India e l’ Europa.

Il vero senso del dialogo interculturale

Davanti al rischio che, di fronte alle complessità dell’ Era delle Macchine Intelligenti, l’uomo si manifesti incapace di tener testa alle macchine stesse, e, anzi, se ne faccia soppiantare, le risorse spirituali dei diversi Paesi e subcontinenti si rivelano insufficienti: si rende perciò necessaria una collaborazione fra di essi, che non potrà più limitarsi a un teorico,e, perciò, sterile “dialogo”, bensì dovrà tradursi in un dibattito concreto sui temi che qui ci preoccupano, e, in primo luogo, sul rapporto fra umano  e post-umano. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, una riflessione su questi temi era stata avviata da svariate culture dell’ Eurasia fino da tempi immemorabili. Ad esempio, nella tradizione mazdea della Persia, l’uomo primordiale, Gayomard, era composto di metallo, sì che, alla sua morte, i suoi vari componenti si erano trasformati negli elementi della terra. Egli era androgino, e il suo seme, d’oro, si era conservato per 40 anni. Da questo sorse la prima coppia umana (ingegneria genetica?). Ma pensiamo anche al mito di Pashupatha, l’arma assoluta del Mahabharata (la bomba atomica?), o  a quello del Golem nella tradizione cabbalistica ebraica (il robot?).

Di converso, all’interno dell’attuale “mainstream” della cultura occidentale, il dibattito sul Post-Umano è giunto oramai a un punto morto.  Il progetto della Singularity si sta intanto imponendo, non già in base alla convinzione, bensì per effetto della stanchezza dell’Umanità  e dei fatti compiuti. L’unica alternativa, quella di Elon Musk, è di trasformare gli uomini in Cyborg.

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Gayomard

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Pashupata

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Golem

Recuperare l’ethos del libero arbitrio

Come ha osservato Yuval Noah Harari nel suo “Homo Deus”, il “sorpasso” delle macchine sull’ uomo deriverà necessariamente dal fatto che perfino il libero arbitrio viene oramai programmato in modo macchinico, come per esempio con la “logica fuzzy” e nei progetti finanziati da Elon Musk, cosicché è illusorio pensare che le “realtà ibride” (cyborg, computer, algoritmi, robot, androidi..) possano conservare ancora qualcosa di umano.

Se la mortalità è probabilmente un destino inevitabile dell’ Umanità (il nome “Gayomard” nasce da “gaya”, vita, e “mard”, morte, come le parole che attivano, e, rispettivamente, disattivano, il Golem, sono “emeth”, verità, e “meth”, morte), il programmarla deliberatamente (col pretesto ipocrita e blasfemo di creare una “quasi immortalità”) è un inganno diabolico. Non per nulla, nel Mahabharata, gli Dei stessi fanno dimenticare a Karna il mantra necessario per usare Pashupatha. Invece,  una cultura mondiale capace di salvare l’Umanità non può fare affidamento soltanto  sulla Divina Provvidenza. Così,Rabbi Loew di Praga aveva deciso egli stesso di “disattivare” il suo mitico Golem.

L’aspirazione all’ autodistruzione del genere umano era già stata  la principale accusa rivolta ai Buddhisti da Induisti, Confuciani e Taoisti, ripresa poi) nella Genuina nozione del Signore del Cielo, di Matteo Ricci. La cultura occidentale sta sprofondando sempre più, da Čapek a Jünger, da Heidegger a Wiener, proprio in questo “cupio dissolvi”, testimoniato innanzitutto, come osservava Massimo Gramellini, dalla crisi demografica. Ciò deriva, a nostro avviso, innanzitutto dal fatto che, come afferma François Jullien, nella cultura occidentale, ispirata alla logica greca, vi è la tendenza a una definizione troppo rigida e prescrittiva di “Umanità”, mentre le grandi culture asiatiche hanno lasciato aperta quella definizione, come dimostra, ad esempio, lo stile sintetico e dubitativo dei Classici confuciani circa i temi classici della filosofia e della religione (“Se non avete ancora capito la vita, come fate a parlare della morte?”;”Che cosa ci salvera?Forse, la reciprocita?”;”L’ecumene riguarda tutti”).

Orbene, non è stata proprio la concezione “prescrittiva” occidentale dell’ Umanità a favorire lo sviluppo dell’ Apparato, delle macchine e soprattutto delle Macchine Intelligenti? Infatti, se il valore dell’ uomo sta nell’identificarsi coll’ Unificazione, nel rispettare delle formule omologanti, nel negare la propria soggettività, allora le macchine, che costituiscono un unico sistema integrato (il Web), che funzionano per algoritmi e che sono per loro natura eternamente connesse, risultano naturalmente superiori all’ Umanità, e la società occidentale non può far altro, nel lungo termine, se non perseguire e realizzare, dai due Bacone a Hobbes, da Hegel a St.Simon, da Comte a Fiodorov, da Tsiolkovski a Vernadskij, da Wiener a Kurzweil, la Società delle Macchine Spirituali. La cibernetica, esito naturale di questo processo, realizza così, secondo Pierre Musso, una paradossale “de-secolarizzazione”, dove “una religione ne nasconde un’altra”, vale a dire il “laicismo” nasconde la “religione industriale” di St.Simon, Comte e Enfantin, e quest’ultima nasconde la Religione di Internet e il “Datismo” di cui parla Harari.

Per altro, la cultura europea è già meno “datista” di quella americana, e, in ciò, rivela il suo stretto imparentamento con le culture premoderne. Basti pensare al rifiuto, da parte di De las Casas e di Montaigne, di riconoscere una superiorità civilizzatoria all’Occidente rispetto alle civiltà pre-colombiane, all’ammirazione di Marco Polo, Kirchner, Ricci, Leibniz, Fresnais e Voltaire, per l’Impero Cinese, o a quella di Weil, Guénon, St. Exupéry, Béjart e Cardini per l’Islam.

Per tutto ciò, forse, solo una cultura eurasiatica, indipendente dalle OTT’s americane e dalla logica omologatrice dell’ ideologia “occidentale”, potrebbe inventare una società che, sulle orme dello Yoga e del TaiQiChuan, potenziasse a tal punto l’Umano, da renderlo capace di sostenere l’urto delle macchine intelligenti, rivalutando la soggettività, la relazione e l’olismo senza diventare dei Cyborg.

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Quartier generale della Great Wall

Il futuro dell’ Eurasia

Il fatto che l’idea della Nuova Via della Seta sia stata lanciata dal Presidente Xi JinPing  fa sì che tutti tendano a vederla esclusivamente come un progetto politico cinese. Il che è parzialmente vero, ma significa ignorare l’ovvio fatto che, l’antica Via della Seta coinvolgeva, e il nuovo progetto “Una Rotta, una Via” coinvolge, tutta l’Eurasia: Estremo Oriente, India, Asia Centrale, Islam, Europa. Il rapporto non è, quindi, con la sola cultura cinese, bensì con tutte le culture eurasiatiche. Solo che quella cinese potrebbe fungere da catalizzatore dell’insieme, perché le dimensioni della Cina le permettono di percorrere vie che gli altri non si possono permettere.

Perciò, è assolutamente corretto affermare, come ha fatto Franco Cardini  nel dibattito con Silvia Ronchey su “La Repubblica”  nell’ agosto scorso, che, nel futuro, le classi dirigenti mondiali saranno cinesi, indiane, pakistane, iraniane e arabe. Tuttavia, non vediamo perché esse, come afferma invece il nostro Autore, dovrebbero necessariamente ripercorrere  le strade attualmente percorse dalle classi dirigenti occidentali. Se l’evoluzione culturale in corso in quei Paesi non segue sempre una logica lineare, è anche perché manca il doveroso contributo dell’ Europa, che non ha dato seguito alle provocazioni di Weil e di St. Exupéry circa il superamento della Modernità.

Certamente, la tecnica è “un destino”, ma è, innanzitutto, un destino occidentale. Invece, l’Asia ci ha già stupiti, negli ultimi 70 anni, smentendo moltissimi luoghi comuni, come la superiorità dell’etica protestante su quella confuciana, la “fame dell’ India”, l’ irreversibilità del socialismo, “Criticare Confucio, criticare Lin Piao”, ecc..Perciò, anche l’apparente trend neo-capitalistico del grande Continente, che sembrerebbe ripercorrere l’idea della “fusion” con l’ America, cara già ai Taiping, potrebbe essere solo un’illusione ottica dell'”intelligentija” occidentale, mentre  sono invece ben vivi quei confucianesimo, taoismo, buddhismo, induismo, islam, che vengono dichiarati e confessati sempre più insistentemente come propri dalle classi dirigenti asiatiche.

Il futuro non dipende, come gl’intellettuali spesso credono, da una “congiura”, bensì dalla nostra, maggiore  minore, “virtus” (in Arabo, “muruwwa”). Credere il contrario significherebbe rivivere “a rovescio”(cioè con una valutazione negativa) il determinismo proprio della Teoria dello Sviluppo di Rostow.

Soprattutto la “crescita pacifica della Cina” (“ZhongGuo HePing FaZhan”) potrebbe costituire appena l’inizio di una reazione a catena, dove l’Europa, per non appiattirsi totalmente sulla Cina,  potrebbe unirsi più strettamente alla Russia e alla Turchia, e tutte insieme potrebbero essere riportate ai valori dell’ epoca assiale (con qualcosa come il MingFeng confuciano, la “rettifica dei nomi”) dall’accresciuta influenza, anche culturale, della Cina stessa, come ipotizzato da Papa Francesco.

Questo rafforzato blocco eurasiatico potrebbe  a sua volta sostenere più facilmente l’urto con il complesso informatico-militare che ha oggi le sue basi negli Stati Uniti, ed essere spinto, proprio dall’ urgenza   dello scontro, a elaborare finalmente una cultura adeguata ai tempi. In ogni caso, lo sviluppo di due nuovi complessi informatico-militari, quello russo e quello cinese, sta già rallentando la presa di controllo totalitaria sul mondo delle OTT’s (le multinazionali americane del web), dando tempo all’ Europa per una necessaria autocritica.

Come noto, le scadenze sono immediate (2029), sicché queste nostre non possono essere riflessioni teoriche, bensì devono essere indicazioni operative

Certo, l’Europa ha propri valori e interessi da fare valere, ma non ci riuscirà certo restando passiva in un ruolo di subordinazione e di auto-negazione, o, ancor peggio, trincerandosi dietro un autocompiacimento ipocrita e inconcludente.

Del resto, i primi ad accorgersi delle specificità dell’ Europa rispetto alla Cina erano stati proprio gli Han anteriori. Nel 97 d.c., parlando del viaggio di Gan Ying, lo Hou Han Shu scriveva dei Romani: 其王無有常人,皆簡立賢者 (“I loro re non sono a vita. Essi eleggono e nominano l’uomo più degno”)

Le interrelazioni fra i centri culturali in Asia

Sul vero e sul falso eurasiatismo

L’idea dell’ Eurasiatismo è presente da  due secoli nella cultura russa. Essa era stata coltivata già da Tiučev,  Dostojevskij e von Ungern Sternberg. Fra le due guerre mondiali, esso fu l’ideologia dell’ emigrazione “bianca”. Trubeckoj,  Gumilev e Dugin hanno poi sostenuto che la Russia condivide caratteristiche dell’ Europa e dell’ Asia, e che, pertanto, deve seguire un corso culturale e politico autonomo (idea di nazionalismo russo). Tuttavia, un concetto corretto dell’ Eurasiatismo, distinto dal nazionalismo  e ben più vasto di questo, deve, a nostro avviso, ancora sorgere. Esso non può che partire dall’ idea che,come ha scritto Peter Frankopan nel suo “The Silk Roads”, per 6000 anni l’Eurasia ha avuto una storia sostanzialmente omogenea, dove i Kurgan, gl’Indoeuropei, i Mesopotamici, i Persiani, gl’Indiani, i Cinesi, i Mediterranei, gl’Islamici e gli Europei hanno vissuto vicende comuni, come le grandi migrazioni, l’ibridazione religiosa, culturale, linguistica e tecnica, le religioni universali, di cui le Vie della Seta costituiscono la testimonianza concreta. Questa storia comune è stata scandita, come suggeriva lo storico giapponese Shiratori Murakami e come ripreso da Mackinder e Carl Schmitt, dalla dialettica fra i popoli sedentari e civilizzati dei litorali, i “Bun” (cinese, “wen”), e quelli nomadi delle steppe, i “Bu” (cinese, “wu”). Da un lato, i Cinesi, gl’Indiani, i Persiani, gli Arabi, gli Egiziani, i Greci, i Romani; dall’altro i Mancesi, i Mongoli, i Turchi, i Tartari, gli Sciti,i Bulgari e gli Ungheresi (definiti anche da Shiratori come i “Kiba Minzoku”, i “Popoli a Cavallo”).In mezzo,popoli “ibridi”, come i Coreani,i Giapponesi, i Russi. Ambedue quei gruppi di popoli avrebbero contribuito in pari misura allo sviluppo della civiltà eurasiatica: chi portando l’agricoltura, lo Stato, la cultura, la religione,la scrittura; chi il cavallo, le grandi famiglie  linguistiche, le leggende, i grandi imperi.

Un Eurasiatismo autentico dovrebbe partire dalla constatazione che, oggi, il Vecchio Mondo, rappresentato dall’ Eurasia, si trova a scontrarsi con il Nuovo Mondo della Tecnica Dispiegata, e che solo il richiamo alla comune tradizione dell’ Epoca Assiale (Gilgamesh e la Bibbia, Omero e i Veda, Buddha e Confucio,Laotse e Socrate, Platone e Aristotele, Il Ramayana e il Mahabharata, Cristo e Maometto,Averroè e San Tommaso, al-Ghazzali e Dante,  Marco Polo e Matteo Ricci) potrebbe costituire un opportuno sostegno allo sforzo per il superamento della “Singularity Tecnologica”.

L’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione

Le organizzazioni internazionali  eurasiatiche

Che il progetto eurasiatico non sia una chimera, bensì, al contrario, la realtà più pulsante del nostro tempo, lo dimostrano innanzitutto il fallimento dei progetti del TTIP e del TTP (trattati transatlantico e transpacifico per la protezione degl’investimenti) e il contemporaneo successo del trattato Europa-Cina per lo stesso obiettivo.

Ricordiamo che l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) avrebbe dovuto costituire l’apoteosi del “neo-liberismo internazionale”. In realtà, da quando i BRICs si erano qualificati come le economie più promettenti, e, quindi, i veri vincitori della globalizzazione, i politici e gli accademici americani e filoamericani avevano incominciato a dimostrare insofferenza verso il libero mercato internazionale, invocando sempre nuove forme di protezionismo, che sono poi sfociate nell’ elezione di Donald Trump.

Per ovviare all’egemonia economica dei BRICs, e, in particolare, della Cina, si era allora ideato il progetto di svuotare in sostanza  il WTO, creando, al suo posto, due nuove organizzazioni, il TTIP per l’Europa e il TTP per la regione Asia-Pacifico, da cui sarebbero stati esclusi la Cina, la Russia e l’Iran, in modo che in ciascuna delle due organizzazioni gli USA divenissero il Paese dominante. Ripetendo, così, a rovescio, quanto Friedrich List aveva affermato 150 anni fa aver fatto i Britannici: “ritirare davanti agli altri la scala su cui essi stessi erano saliti”. Nel primo caso, si era trattato del protezionismo, e, nel nostro, si sarebbe trattato del liberoscambismo.

Tuttavia, nel frattempo, i BRICs e i Paesi dell’ Eurasia stavano costituendo una serie di nuove Organizzazioni indipendenti dagli Stati Uniti, come la Banca di Sviluppo dei BRICs, le organizzazioni dell’ area ex sovietica (come il Mercato Comune Eurasiatico e l’Unione Eurasiatica), e l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, fra una ventina di Paesi grandi e piccoli, per una comune difesa.

Nonostante le assurde forzature (come la segretazione delle trattative), tutti i potenziali contraenti del TTIP e del TTP, a cominciare dagli Stati Uniti, si ritiravano progressivamente dal progetto, mentre la Cina procedeva al lancio dell’ Iniziativa della Nuova Via della Seta, del Fondo di Sviluppo della Via della Seta e del Fondo d’Investimento della Via della Seta, cominciando a realizzare in pratica collegamenti ferroviari con Spagna, Inghilterra, Olanda, Francia, Russia e Iran, costruendo la nuova autostrada che attraversa il Pakistan e acquisendo i porti  di Gwadar, di Djibuti, del Pireo e di Murmansk.

Infine, mentre il Presidente Trump continua a minacciare sempre nuove misure protezionistiche, l’Unione Europea e la Cina sono oramai quasi pervenute alla firma del Trattato Euro-cinese per la protezione degl’investimenti e la FCA sta trattando cessioni a gruppi cinesi.

Che quelle organizzazioni internazionali non esistano solamente sulla carta è dimostrato proprio dai continui investimenti cinesi, indiani ed arabi in Europa, come quelli in Volvo, Pirelli, Peugeot, Volkswagen, Deutsche Bank, Lotus, Giugiaro, Krizia, Kuka,  a cui parrebbe aggiungersi oggi quello in FCA.

Un progetto di azione culturale eurasiatica

Questi sviluppi, d’importanza epocale per l’avvenire dell’ Europa, sono quasi ignorati dall’ opinione pubblica, poco e male informata da media tutt’altro che indipendenti e generalmente maldisposti verso i popoli extraeuropei.

La cultura “mainstream” ha perfino mistificato l’essenza della storia contemporanea dell’Asia, a cominciare dal silenzio sul programma antimodernista di Gandhi (vedi articolo di Buttafuoco sul “Sole 24 ore”) e, oggi, di Modi, per passare a quello sul  culto di Mao per la cultura cinese classica, e per finire con i dati storici dell’ economia della Repubblica Popolare Cinese fino dalla sua creazione, che hanno registrato una crescita costante e sostenuta per ben 70 anni, portando all’ attuale superamento della UE e degli Stati Uniti -un superamento che, comunque lo si guardi, implica senz’altro una maggior efficienza del “socialismo con caratteristiche cinesi”, non soltanto rispetto al “socialismo reale” di stampo sovietico o nordcoreano, ma anche rispetto a tutte le forme di economia capitalistica dei diversi Paesi Occidentali-.

Per inserirsi efficacemente nei “trend” in corso, e, anzi, per governarli e volgerli a favore dell’ Europa, occorrerebbe innanzitutto un gruppo dirigente europeista con una profonda consapevolezza delle interrelazioni fra identità europea e culture dell’ Asia; poi, una classe dirigente mobilitata sui temi della trasformazione politica, economica e strategica in corso; infine, un ampio ceto imprenditoriale e commerciale proiettato sui mercati dell’ Asia, con la conoscenza delle sue lingue, delle sue culture e delle sue economie.

La Casa Editrice Alpina e l’Associazione Culturale Diàlexis, anche per mezzo del blog DAQIN, recentemente creato,si stanno battendo da tempo per quest’obiettivo,tra l’altro con la pubblicazione di opere come “La fine delle egemonie” di Antonio Mosconi, dedicati al nuovo contesto gopolitico mondiale, e sta lanciando una collana “gialla”(Evzazija-Avrasya), avente quale obiettivo quello di stimolare la conoscenza e il dibattito sul nuovo contesto eurasiatico. Il primo volume, Da Qin, di cui abbiamo già parlato, è dedicato proprio all’ impatto, sull’ Europa, della Nuova Via della Seta. E’ in preparazione una seconda edizione, aggiornata in relazione alla più recente pubblicistica e ai più recenti sviluppi del progetto “Una Via, Una Rotta”. Nel contempo, l’esistente opera collettiva “Europe Riding on the New Silk Road” è in via di completa rivisitazione in vista di un’edizione in  lingua italiana.

La fase più difficile è, a nostro avviso,proprio quella di base, volta a far conoscere almeno agli specialisti queste nuove prospettive, che, come ha scritto Peter Frankopan, aprono un nuovo modo di scrivere la storia. Intendiamo proseguire questo lavoro “con chi ci sta” insieme alla comunità cinese in Italia, al MAO e a tutti gli specialisti, come Cardini,Jullien, Frankopan, Jacques e Starr, che stanno operando concretamente per far conoscere la cultura e la realtà dei popoli dell’ Eurasia.

Ricordiamo soprattutto l’Associazione Nuova Generazione  Italo-Cinese, che rappresenta la realizzazione concreta di questa nuova comunità eurasiatica, raggruppando giovani italiani e cinesi nati in Italia, attivi nell’ interscambio culturale, economico e sociale fra i due Paesi. Abbiamo partecipato quindi con estremo interesse alla manifestazione presso la rappresentanza dell’Unione Europea a Milano, nel Palazzo delle Stelline, del 21 luglio u.s., organizzata dal blog Vivere Liquido, e dedicata appunto alla Nuova Via della Seta.

La bilancia commerciale fra Cina e Occidente

Un “pericolo cinese”?

Seguiamo anche con attenzione le voci di trattative fra la FCA e diversi produttori cinesi. Un’operazione di questo genere costituirebbe, evidentemente, la consacrazione di un rapporto privilegiato di Torino con la Nuova Via della Seta. Si noti che a Torino sono già presenti da gran tempo anche Jac, la Chang’An,la Johnson Electric di Hong Kong (automotive), la Crrc, la Cmc, la Genertech (ingegneri telecomunicazioni) a ferroviaria),la Huawei  e la Yungfeng Gao (utensili laser).

Abbiamo perciò notato con stupore la lettera di Italia, Francia e Germania alla Commissione Europea, in cui si chiede l’autorizzazione ad adottare misure protezionistiche. Improvvisamente a Roma si scopre che le grandi imprese italiane sono oramai, o chiuse, o in mani straniere. In un siffatto scenario, non si capisce quale  problema in più vi sarebbe per l’Italia se una società oramai trsaferita in Olanda (la Exor NV) e controllata da un cittadino americano (John Elkann) cedesse il pacchetto azionario maggioritario (il 30%) di un’altra società di diritto olandese FCA (NV), il cui amministratore delegato è un canadese, e che controlla un gruppo prevalentemente americano (nord e sud) e con il centro direzionale negli USA, a una società lussemburghese o olandese, anche se il controllo ultimo sarebbe cinese (la Cina ha già un’importante partecipazione in FCA)? Ancor più irrilevante sarebbe se la Chrysler americana cedesse alla “Great Wall” il suo marchio Jeep. Non per nulla, il prodotto della collaborazione fra Jeep e Fiat si chiama “Renegade”.

Il problema   doveva porsi semmai molti decenni  prima, quando nessuno aveva fatto luce sulla morte dell’Ing. Olivetti e del suo braccio destro, Ing. Chou (un Cinese esperto d’informatica che stava lavorando al personal computer italiano), e, infine, di Enrico Mattei; sull’ accordo, fra la Olivetti e la General Electric per la cessione del settore informatico;  sul boicottaggio, da parte di ministri di Berlusconi, della partecipazione dell’ Italia nell’ Airbus; sugl’impegni a lungo termine di acquisto dell’antieconomico e tecnicamente fallimentare (vedi Corte dei Conti) F35 della Lockheed, “uccidendo” così la produzione aeronautica militare dell’ Europa; sui “Tax Rulings” inventati dal Governo lussemburghese e implementati da  tutte le monarchie del Nordeuropa, che permettono alle multinazionali di non pagare tasse, facendo una concorrenza insostenibile alle imprese europee che le pagano; sulle “novelle” alla legislazione fiscale  degli “international mergers” apportate dal Governo Renzi, che hanno permesso il trasferimento all’ estero delle società italiane senza prima pareggiare il conto dei sospesi (aiuti di stato; inquinamento; riserve occulte); sull’attribuzione di importanti funzioni pubbliche ad azionisti delle multinazionali dell’ informatica (OTTs); sulla tolleranza al 100% dello spionaggio sulle nostre imprese da parte dei servizi segreti di tutto il mondo, che ha resi inutili gl’investimenti in ricerca e sviluppo in Italia (e in Europa), condannando così le nostre imprese all’ obsolescenza e all’ acquisizione dall’ estero, e i finanziamenti pubblici per la ricerca ad essere di fatto un sostegno ai nostri concorrenti extraeuropei.

A questo punto, quale differenza vi sarebbe, per l’Italia, se il pacchetto di controllo e gli uffici direzionali fossero a HanZhou o a Baoding anziché a Amsterdam, il Presidente e l’Amministratore Delegato fossero cinesi anziché nordamericani, e gli uffici direzionali nel ZheJiang o nell’ Hebei anziché nel Michigan?

Certamente, si pone ora più che mai, come si è posta sempre negli ultimi 70 anni,  nonostante i modestissimi tentativi fatti negli Anni ’60 e ’70 dal gollismo in Francia e dal primo Centro Sinistra in Italia (Pasquale Saraceno), una questione ben più ampia di programmazione economica. Il punto è che, oggi, come dimostra l’esperienza cinese, in considerazione delle enormi sinergie messe in  moto, una programmazione economica ha un senso solo se effettuata sui “grandi spazi”(con circa un miliardo di abitanti). L’insostenibilità dei mercati internazionali per le nostre imprese è resa sempre più evidente dalle chiusure, dalle cessioni, dall’assenza sui mercati veramente importanti, come l’informatica, la logistica e la difesa. Dopo 70 anni, non solo l’Italia non ha più alcun vero “campione nazionale” salvo una modesta industria parastatale della difesa, ma l’Europa stessa non ha alcun “campione europeo” se non l’esile Airbus, il cui carattere di “Campione europeo” è stato brutalmente tolto dai governi francese e dai tedesco quando l’hanno privatizzata e ne hanno trasformato il nome, riconducendolo all’ originaria denominazione ed eliminando la troppo aggressiva ragione sociale “European Aerospace and Defence Company”. Non può considerarsi “campione Europeo” neppure il consorzio Arianespace, che è, appunto, un consorzio e non un’impresa

Macron, che in campagna elettorale si era pavoneggiato con l’eccellente slogan “Sovranismo Europeo”, avrebbe dovuto preoccuparsi  innanzitutto di questo, creando un “cervello pensante” dell’ economia europea, gruppi finanziari integrati, grandi gruppi industriali e di servizi ad azionariato paneuropeo e diffusi sul territorio. Invece, la sudditanza culturale, politica, militare ed economica delle classi politiche europee al progetto tecnocratico americano ci ha oramai portati ,non solo alla crisi economica permanente e al controllo, anche sul nostro Continente, del Complesso Informatico-militare, ma, infine, quasi inaspettatamente, alla sostituzione “in extremis” dell’Asia all’ America nel controllo sulle nostre imprese. Un caso esemplare di “eterogenesi dei fini”, anzi, diremmo, di meritata nemesi storica, per una società priva di qualunque consistenza culturale e morale.

Addirittura, oggi, dinanzi alla prospettiva di un vero e proprio naufragio dell’ Europa, solo un “rovesciamento del tavolo” di carattere generale (come potrebbe essere la Nuova Via della Seta), potrebbe permetterci di ripartire in tutti i campi su nuove basi, con le idee chiare, senza paraocchi ideologici e con una “governance” effettiva. E’ quanto affermiamo nel nostro opuscolo “Da Qin”. Leggetelo!

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