PUO’ UN CONSERVATORISMO EUROPEO DIFENDERE LA NOSTRA LIBERTA’?

I “Five Eyes”: la base tecnica della Società del Controllo Totale

All’evento “l’Italia dei Conservatori” di “Italia Futura” ,lo scrittore Mercelo Veneziani ha proposto di sostituire il termine “Cultura di destra”, con quello di “conservatori”. il sito Formiche.net ha intervistato Veneziani,  ponendogli la domanda: “A cosa servono i conservatori oggi?”

E’ ora che si incominci a prendere atto, da qualche parte, del fatto che le culture politiche sette-ottocentesche non funzionano più più nel XXI Secolo, dominato dalle Macchine Intelligenti, e che occorre perciò  domandarsi se le vecchie categorie abbiano ancora un senso.

Così come sono oramai obsolete le ideologie nazionaliste, liberali, comuniste, socialiste, cristiano sociali, neo-fasciste e ambientaliste, tutte ricche di motivazioni storiche, ma ormai ben lontane dalla realtà, così lo sono ovviamente anchele categorie di “destra” e di “sinistra”, che si riferivano alla collocazione dei deputati nei parlamenti eredi della Convenzione rivoluzionaria francese, e che servivano a “situare” quelle ideologie in un universo comprensibile.

Quindi la questione è: anche il conservatorismo rientra fra queste categorie obsolete, o si può salvare come concetto?

Lo Hair Trigger Alert è lo snodo fondamentale del controllo digitale

1.La pietra di paragone è la rivoluzione digitale

A mio avviso, la “Fine delle Grandi Narrazioni” non significa che non vi siano più contrapposizioni culturali e politiche, ma solo che (anche se possono conservare qualche reminescenza di quelle antiche), tali contrapposizioni sono comunque di tipo nuovo, perché si riferiscono, direttamente o indirettamente, al rapporto con le nuove tecnologie, che configura in modo nuovo tutti i rapporti umani. Infine,le nuove configurazioni sono diverse fra di loro tanto per ciò che riguarda le varie aree del mondo, quanto per ciò che riguarda il livello di osservazione a cui ci si riferiscono, quanto, infine, all’orizzonte temporale considerato, in quanto i  guru delle Macchine Intelligenti hanno già perfino fissat delle date per las Fine della Storia (la “Singularity tecnologica”).

Così,  la principale contrapposizione di oggi è fra chi – i “Tecno-entusiasti”-crede che, per evitare l’incombente presa di controllo sull’ uomo da parte delle macchine,  basti una programmazione delle stesse fondata sui valori “etici” (ma sono in realtà politici) contemporanei (qualcosa di simile alle “Leggi della Robotica” di Asimov), e chi, come noi, crede- i “tecno-umanisti” che occorra innanzitutto potenziare l’umano-, perché i principi politico-culturali attuali non sono idonei neppure a preservare la convivenza fra gli umani (vedi minacce nucleari, egemonia delle grandi potenze, crisi culturale, ecc…). Figuriamoci se ci permetterebbero di sostenere l’urto d’ Intelligenze super-umane! Del resto, tutta la sterminata  produzione fantascientifica di Asimov ha avuto come centro focale la dimostrazione in concreto del fatto che le “Tre Leggi della Robotica” non possono funzionare, per la loro intrinseca fallacia.

La contrapposizione fra i due diversi approcci è ben esemplificata dalla vicenda del Tenente Colonnello sovietico Viaceslav Petrov, che, nel 1983, aveva evitato la Terza Guerra Mondiale semplicemente bloccando “manualmente” il sistema automatico sovietico di risposta agli attacchi nucleari americani (“OKO”). In quell’ occasione, i Tecno-entusiasti (nel caso di specie il Presidium e l’ Armata Rossa) avrebbero fatto affidamento esclusivamente su una buona programmazione del sistema (con i risultati catastrofici che si videro); i tecno-umanisti mettono in rilievo che solo le eccezionali qualità tecniche, umane e di comando, del giovane ufficiale, avevano permesso di evitare la catastrofe provocata dall’automatismo del sistema elettronico e dalla rigidità del sistema sovietico di comando.

Se vogliamo, i primi erano i legittimi eredi della cultura “progressista”, che si era illusa che la nuda ragione potesse  costituire una guida sufficiente anche di fronte alle prove più severe, come il crollo del’ URSS; i secondi, con un atteggiamento tipicamente antimoderno, credono che, per sostenere l’urto di potenze ostili, ci vogliano innanzitutto le “robuste virtù”insegnate dalle culture antiche, come per esempio l’abnegazione, la cultura, l’onestà intellettuale, la fede, la fortezza, la competenza, l’autocontrollo, il senso della comunità,  il carisma, la solidarietà,  il coraggio, la magnanimità,  il senso di responsabilità….

In questo senso  si può ben affermare che, come confermato proprio   dall’ implosione del “socialismo reale”, vi sia oggi bisogno di potenziare il senso della “conservazione”: innanzitutto, la conservazione dell’Umano contro l’attacco, oggi in corso, da parte del Complesso Informatico-Militare, come avanguardia dell’ancor più nefasto potere delle Macchine Intelligenti. Questo attacco si volge contro tutti gli strati di ciò che nel corso dei millenni precedenti è divenuta l’Umanità (la “Civiltà Assiale”): corpo e spirito, articolato, quest’ultimo, in esperienza religiosa, pensiero, socialità, diritto, estetica, economia, affetti, ecc…Il Complesso Informatico-Militare attacca  l’Umano su tutti questi livelli, ledendo i valori cari a tutte le scuole di pensiero del passato: quelli liberali di libertà come quelli religiosi di coscienza e responsabilità; quelli popolari di socialità e di lavoro come quelli identitari di tradizione. Gl’iper-nodernisti che attaccano alla rinfusa l’insieme di questi valori sono appunto l’avanguardia inconsapevole delle Macchine Intelligenti, le quali,una volta  liquidato come “autoritario” il “governo degli uomini”, imporranno quello dei logaritmi.

Innanzitutto, come ben noto, le macchine intelligenti stanno sostituendo senza alternative il lavoro a tutti i livelli, non solo contrastando, ma addirittura vanificando, tutta la tradizione del diritto del lavoro occidentale. La gran massa dei cittadini, ex operai, ex impiegati, ma anche ex professionisti, imprenditori e managers, tutti precarizzati, stanno perdendo ogni controllo sui processi sociali, divengono dei “nuovi poveri” in balia della carità pubblica e privata, privi di contatti con il mondo reale e completamente succubi dei detentori del potere che  lesinano loro perfino il minimo necessario per vivere, e comunque li strumentalizzano.

Poi, le piattaforme informatiche, attraverso degli algoritmi che si basano sulle nostre scelte passate, decidono che contenuti offrirci senza doverci impegnare nello sforzo di cercarli o sceglierli, e imponendo le loro scelte perfino ai giudici, alle assicurazioni e alla prevideza sociale. Per esempio, negli USA, ma anche in vari altri Paesi, sono oramai  degli algoritmi a influenzare la decisione di togliere ai genitori i bambini, per maltrattamenti o carenze genitoriali, o di selezionare a chi riconoscere sussidi di povertà o disoccupazione. In Cina, la gestione della struttura meritocratica, tradizionalmente centrale per la vita  di quel Paese, viene delegata sempre più, anziché i concorsi per mandarini o al Partito Comunista, a un sistema onnipervasivo di “Credito Sociale” gestito elettronicamente.

La presunta neutralità delle macchine è un falso mito: gli algoritmi, per adesso, sono ancora un artefatto umano come la selezione di quali informazioni ritenere salienti. In questo, l’AI amplifica, per potenza di calcolo e capacità di pescaggio delle informazioni, i pregiudizi e gl’interessi degli attuali detentori del potere. Perciò, coloro che pretendono d’ insegnare l’etica ai robot (le Leggi della Robotica) hanno in realtà l’obiettivo di perpetuare, attraverso la robotica, il proprio modello di uomo, e, in particolare, l’attuale struttura di potere, basata su un mix di nichilismo, di tecnocrazia, di millenarismo e di mediocrità.  Nel caso estremo, l’Hair Trigger Alert che governa il sistema di reazione  delle Grandi Potenze a un attacco nucleare, la programmazione delle macchine ha l’obiettivo di rendere inaggirabili le scelte strategiche compiute dal vertice politico, incorporate nel sistema macchinico per impedire un’eventuale insubordinazione del personale militare, come nel caso di Petrov. Si tratta di eternare attraverso la violenza immagazzinata nelle macchine un sistema che non riesce più a mantenere la propria egemonia.

La soluzione all’ insieme dei problemi attuali non è dunque educare le macchine affinché siano più brave dell’uomo anche a compiere le scelte esistenziali su cui si gioca il nostro futuro, bensì nell’ educare gli uomini a resistere alle macchine, come seppe fare Petrov in quanto erede di una grande tradizione di cultura e di una buona  scuola di comando.

A ciò può, e forse deve, aggiungersi l’ “enhancement”, vale a dire il potenziamento, attraverso la medicina preventiva e la cibernetica, delle qualità naturali dell’ uomo, per contribuire così a sostenerlo ne confronto con le macchine.

                                      Monumento ai whistleblowers

2.Le vie continentali al conservatorismo

Certo, questo generico “conservatorismo esistenziale”, che dovrebbe accomunare tutti gli umani in questo momento di pericolo, si declina diversamente in ciascuna delle grandi aree del mondo: è il modo nuovo di concepire la  “missione delle nazioni”. E’ il motivo per cui, accanto a questo generico “patriottismo dell’ Umanità”, che ci unisce contro le Macchine (simboleggiato da Julian Assange e Chelsea Manning), vi sono e si consolidano dei patriottismi continentali, come quelli nord-americano, cinese o europeo, che, seppure in modi diversissimi fra di loro, puntano tutti a depotenziare il peso del Complesso Informatico-Militare, rendendo impossibile il conseguimento dell’obiettivo, dichiarato da Ray Kurzweil, direttore tecnico della Google, di pervenire al superamento dell’ uomo da parte delle macchine entro la metà del secolo. E’ questa l’unica giustificazione teorica oggi credibile del “principio di non ingerenza“: ogni continente deve ricercare con le proprie forze e in base alla propria cultura le vie per resistere al pericolo incombente.

Nell’ “anglosfera”, dove la presenza delle Macchine Intelligenti è più appariscente e invadente (attraverso il sistema dei “Five Eyes”), la resistenza ha preso la forma degli eroici whistleblowers che tentano di bloccare personalmente le azioni del Complesso Informatico-militare, in modo parallelo a quanto aveva fatto Petrov in URSS. Edward Snowden, che è anch’egli un ufficiale e figlio di ufficiali, spiega benissimo, nella sua autobiografia, come la sua ribellione sia dovuta al giuramento di fedeltà alla costituzione americana. Del resto era stato proprio il Generale Esenhower, il conservatore Presidente Generale, a denunziare ben 70 anni fa i pericoli del Complesso Informatico Militare.

Nei grandi Paesi eurasiatici, lo spirito di resistenza al Complesso Informatico-Militare occidentale porta i cittadini a sostenere i rispettivi Stati-civiltà, che mirano con alterno successo a crearsi nicchie e santuari di autonomia. Questi ultimi, pur essendo clonati su quelli americani, e quindi evidenziando le stesse criticità, hanno almeno l’obiettivo pregio di costituire un contrappeso al monopolio mondiale delle Big Fives e della Intelligence Community, così rallentando l’avanzata dello Stato mondiale delle Macchine Intelligenti, e dando il tempo a qualcun altro, per esempio all’Europa, di sviluppare una cultura veramente alternativa al Complesso Informatico-Militare. Infatti, l’esistenza di un concorrente per ciascuno dei sistemi di controllo informatico (Baidu contro Google, Alibaba contro Amazon, ecc…) rende per ora impossibile un controllo totalitario dell’intera Umanità. Ad esempio, la presenza di componenti elettronici cinesi nelle reti occidentali riduce la compatibilità fra i vari elementi, rendendone tecnicamente più difficile il controllo, ed è questo il vero motivo per cui il Presidente Trump vi si oppone così violentemente.

Un risultato analogo è stato ricercato con le leggi indiana e russa, che permettono a quegli Stati di separare, in caso di conflitto armato, la loro rete da quella occidentale.

In Europa, questa resistenza si sta declinando con una salutare critica culturale (Hawking, Reed, Morozov, Tegmark, Laurent) e giuridica (GDPR, Cause Schrems), che, data la debolezza dell’ Europa, non sta purtroppo dando risultati concreti, ed, anzi, viene addirittura irrisa dalle multinazionali del web, che continuano a prosperare nonostante il GDPR, l’antitrust e l’ Internet Tax, ma che potrebbe costituire un modello giuridico importantissimo per il mondo intero qualora l’ Europa raggiungesse almeno parzialmente la tanto sospirata sovranità digitale.

C’è bisogno anche, come propone Veneziani, di un conservatorismo tipicamente italiano? Certamente sì.

La lotta contro la macchinizzazione dell’uomo non può ovviamente essere condotta da uomini-macchine, come diventano sempre più, presi dalla loro competizione, Americani e Cinesi. C’è bisogno, a monte, di qualcuno che tenga vive le grandi fonti di cultura e di spiritualità, di nobiltà e bellezza, di filosofia e di arte, di storia e di politica, d’ ingegno e di creatività, per creare l’alternativa civilizzatoria al dominio delle  macchine. Quindi, dotato di una forte identità culturale. L’eredità di Omero e di Ippocrate, di Erodoto e di Archiloco, di Eschilo e di Socrate, di Fidia e di Platone, di Aristotele e Alessandro, di Salomone e Averroè, di Sant’Agostino e di Dante, di Michelangelo e di Shakespeare, di Goethe e di Mozart, non può essere soffocata sotto i “like” e l’acqua alta. Anche il Risorgimento si era potuto fare solo riscoprendo le radici classiche, con il loro culto della bellezza e dell’eroismo, ben sintetizzato ne “I Sepolcri” di Foscolo.

L’Europeo in generale dovrebbe essere per sua natura un combattente nella lotta contro la società del Controllo Totale. E, in effetti, europeo è stato l’eroe archetipo di questa lotta, il Tenente Colonnello Petrov. Non vi è alcuna contraddizione fra l’etica culturale e l’etica militare. Fin dal tempo dei Greci, la Kalokagathia è la caratteristica del guerriero-cittadino, conseguibile con la Paideia.Purtroppo, ufficiali come Petrov (o come il Generale De Gaulle, o il colonnello Stauffenberg) sono sempre più rari, proprio per effetto della tecnologia, che opera come a suo tempo l’invenzione delle armi da fuoco, ottundendo le qualità umane nel “mestiere delle armi” (per citare l’omonimo film di Olmi dedicato alla morte, per la ferita di una colubrina, di Giovanni dalle Bande Nere). La  resistenza culturale alla meccanizzazione della guerra era incominciata proprio dal Rinascimento: “Per te la militar gloria è distrutta/per te il mestier de l’arme è senza onore/per te è il valore e la virtù ridutta/che spesso par del buono il rio migliore” (Ludovico Ariosto, Orlando Furioso).Per reagire alla rivoluzione digitale, anche l’Europa deve oramai rovesciare la propria attuale scala di valori (la “Trasmutazione di Tutti i Valori”di Nietzsche), mettendo al primo posto la cultura, il paesaggio, l’armonia, l’eccellenza, al servizio di tutto il mondo. Non per nulla, nel cuore della Cina ultramoderna, la stessa impresa simbolo dell’ipermodernità, la Huawei, ha costruito i suoi quartieri generali imitando perfettamente dodici città storiche europee, di cui più d’una italiana, come per riaffermare questo ruolo di potenziale leadership intellettuale degli Europei.

Giustamente quindi ci si pone di tanto in tanto la questione di creare una cultura strategica europea (Martin Kutz, Petra Weyland,Zu den kuturellen Tiefdiemensionen von Militaer, Sicherheitspolitik und innenpolitischen Problemlagen in Europa), che oggi  non esiste, e questo costituisce il maggiore ostacolo alla nascita di una Politica Estera e di Difesa Comune. Se gli ufficiali cinesi hanno potuto scrivere il loro “Guerra Senza Limiti”, è perché si sono potuti basare su Sun Zu. Ma noi,oggi, possiamo ancora basarci su Eraclito, Ippocrate, Clausewitz?

L’Europa ufficiale ha fatto finora pochissimo in questa direzione. Nella nuova Commissione, una parte importante di questi compiti dovrebbe rientrare nelle deleghe di Margaritis Schinas, Commissario per “la promozione del modello di vita europeo” Secondo la “mission  Letter“ al neo-commissario,

You will coordinate the work on making the European Education Area a reality…

We need to take further bold steps in the next five years towards a genuine European Security Union. You will coordinate the Commission’s work in this area and ensure the coherence of all security-related policies…”

Tuttavia, fra i commissari europei, non ce n’è nessuno dedicato specificamente, né alla cultura, né alla scuola, né vi è menzione della necessità di creare una cultura militare comune attraverso un’Accademia Europea di Studi Strategici.Intanto, gli studi classici vengono sempre più sacrificati, e l’eredità classica, cristiana e della cultura alta non fa parte del discorso pubblico europeo. Nessun Europeo conosce le grandi migrazioni preistoriche e protostoriche verso il nostro Continente, l’influenza delle culture ebraica e islamica, i rapporti strettissimi con il Medio Oriente e la Cina, i Paesi “periferici”, come quelli slavi, baltici e uralo-altaici, ma  neppure la storia dell’integrazione europea…

Le città europee ricostruite a Dongguan

3.Un conservatorismo italiano?

I “conservatori europei”, e, in particolare, quelli italiani, dovrebbero in primo luogo occuparsi di queste cose (come un tempo si occupavano della formazione culturale e militare dei cittadini), che non sono certo un lusso marginale che non possiamo permetterci, bensì l’essenza stessa del nuovo secolo, soprattutto per noi Italiani ed Europei. Ora che non abbiamo più colonie, orgoglio nazionale, miracoli economici né terze vie, e neppure la garanzia di un Papa italiano, nessuna eccellenza può garantirci un ruolo nel mondo e nell’ Europa se non la nostra cultura, la nostra storia, la nostra raffinatezza, la nostra centralità nell’universo cristiano, dove per altro non siamo neanche i più numerosi. Anche qui, l’Europa e l’Italia stanno dando un’inaccettabile prova di pochezza, non avendo saputo accettare la sfida degli ultimi tre pontefici, che, con l’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa” e con le omelie dinanzi alle Istituzioni di Strasburgo, li hanno provocati a creare una teologia europea, così come i sud e i nord americani hanno creato le loro. Tornando alla lotta contro la Società del Controllo Totale, il Papa ci ha richiamato, con le sue omelie al Consiglio di Europa e al Parlamento Europeo, alla lotta contro gl’Imperi Sconosciuti. Ma noi che cosa stiamo facendo? I Gesuiti sono stati giustamente definiti come l’ Esercito del Papa, tenendo anche conto del fatto che furono fondati da degli ufficiali spagnoli e che anche in seguito non disdegnarono ruoli militari, come in Sud America e sul Fiume Azzurro. Anche la Compagnia del Gesù possiede una formidabile tradizione di educazione, che può costituire un antidoto alla meccanizzazione del mondo. Gli Esercizi Spirituali sono un altro modo per rafforzare l’Umano nella loro lotta contro lo strapotere delle Macchine Intelligenti. Non c’è però anche il rischio che la stessa Chiesa si accodi al conformismo tecnocratico del messianesimo delle macchine?

Quanto poi all’ Italia, la sua incapacità di far fronte alle difficoltà pratiche del XXI secolo derivano in gran parte dall’ assenza di una narrativa che valorizzi appieno le nostre eccellenze, anche in campo digitale, viste le vicende di Olivetti e di Chu. Nonostante le delusioni del mainstream progressista nella cultura alta, nelle vicende politiche, nell’insuccesso economico, la narrazione dominante è ancora quella di uno sviluppo che coincide con l’affrancamento dall’eredità politeistica e poi cristiana, con la  critica al primato del politico e della cultura, con una sintesi infausta fra liberismo economico e populismo sociale, senza alcun realismo politico ed economico. La nostra forza, che sono l’eredità greco-romana, le lingue classiche, il cattolicesimo, l’arte, le grandi famiglie aristocratiche e imprenditoriali, viene conseguentemente nascosta, a vantaggio di una visione ideologizzata e messianica  della nostra storia, della subordinazione culturale alle rivoluzioni atlantiche e di un egualitarismo in netta contraddizione con le nostre tradizioni elitarie.

Per questo motivo non riusciamo ad attirare abbastanza interesse in un mondo che riscopre sempre più le antiche radici, di cui quelle italiane sono fra le più apprezzate. Basti pensare alle Nuove Vie della Seta, tutte basate sulle reminescenze degli Han e dei Romani, dei Mongoli e di Marco Polo, di Akbar e dei Gesuiti, e perfino sulla rivalutazione della concessione italiana di Tianjin, ribattezzata “Italian Style Town”.

La realtà e che un vero conservatorismo politico in Italia non è mai esistito, e addirittura, nella patria stessa del conservatorismo, l’Inghilterra, John Gray ha denunziato da tempo la deriva dei Tories, al contempo liberista e plebea, sfociata oggi nel populismo di Johnson. I pretesi conservatori italiani non hanno mai accettato questa denominazione, perchè, di fatto, conservatori non erano, bensì progressisti, o moderati, in incognito. Pensiamo a De Maistre, che, dopo tutte le sue intemperanze reazionarie come intellettuale, nella politica concreta non voleva la controrivoluzione e assecondava il nazionalismo borghese; a Cavour, erede di una famiglia arricchitasi con gli “espropri rivoluzionari” dell’età napoleonica, e che, per fare l’unità d’ Italia, fondò una loggia massonica. Oppure a Giolitti, non conservatore, bensì trasformista, o a Mussolini, che si autodefiniva “relativista per eccellenza”, oppure a De Gasperi, che battezzò la DC come “un partito di centro che guarda a sinistra”, o, infine, Berlusconi, che nasce come seguace di Craxi.

Con il passare del tempo, queste parentele molto strette con il progressismo hanno premiato il mimetismo, facendo sì che la “destra” italiana scivolasse sempre più verso l’affarismo craxiano e la demagogia degli ex comunisti della Lega, per trovare infine la propria apoteosi nella sguaiatezza dell’attuale società del web. Se si vuole veramente creare, come si sente dire da varie parti, un conservatorismo italiano, occorrerà ripartire dallo spirito e dalla cultura, ricreando un nocciolo duro pensante che vada alla ricerca delle tradizioni di stile e di carattere, di sapienza e di raffinatezza, che furono dei dotti umanisti, dei signori rinascimentali, degli artisti e dei letterati, del clero, dell’aristocrazia e dell’autentica borghesia, e che si situano agli antipodi dei non valori dell’ attuale becero ceto medio di “déracinés”, di cui è vano cercare i favori, perché la loro demagogia ci porterà ad affondare sempre più negli attuali errori di prospettiva, e nell’ininterrotta perdita di senso, e, infine, nella rovina economica e sociale.

In questo campo, c’è ben poco da conservare.

Invece, in campo culturale vi sarebbe moltissimo da rileggere, tanto sul piano europeo, quanto su quello italiano. Fra i più famosi e misconosciuti conservatori intesi in senso alto, vi sono Leibniz, Goethe, Kierkegaard, Croce,  Burzio, Tomasi di Lampedusa, McLuhan, Burgess, di cui si ricordano invece solo le rare prese di posizione di segno opposto…

In particolare, vi è tutto un “Italian Thought”, riscoperto da Roberto Esposito, che aveva criticato con grande preveggenza il nascente dogmatismo culturale che, alla lunga, ha portato al prevalere delle macchine sull’uomo. Mi riferisco a Mosca, Michels, Pareto, Tilgher, Rensi, Pirandello, De Finetti…E’ significativo constatare quanti di questi personaggi, pur avendo palesemente ispirato il primo Mussolini, finiranno poi per animare il Manifesto degl’Intellettuali Antifascisti.

La “Scuola di Atene”, esaltazione della filosofia europea

4.La costruzione  dell’élite tecno-umanistica

Buona parte della storia culturale europea degli ultimi secoli può essere scritta come la ricerca di un nuovo tipo di élite: dall’ alchimista faustiano, al cittadino repubblicano di Saint-Just e Mazzini, all’ingegnere mistico dei Sansimoniani, all’ uomo superiore nietzscheano, al rivoluzionario di professione marxista-leninista, all’ operaio jungeriano, al soldato politico nazista, all’imprenditore schumpeteriano. Tuttavia, a mio avviso, i pessimi risultati ottenuti con tutti questi esperimenti dimostrano che non si è riusciti a superare le tradizioni educative antiche, che avevano risposto a questa domanda in modi adeguati agli orizzonti del tempo: la paideia classica, l’educazione gesuitica, la meditazione e le arti marziali delle tradizioni orientali, ma perfino il Liceo Classico di tradizioni liberali e guglielmine. Per esempio, l’India sta sviluppando un’enorme attenzione per lo Yoga, a cui è dedicato perfino un dicastero del Governo dell’Unione (quello dell’ “AYUS”). E’ anche noto come il Taiqiquan costituisca una pratica quotidiana per gran parte dei Cinesi, nella Repubblica Popolare e nella Diaspora. Inutile parlare di quanto le arti marziali contino in Giappone.

Il nostro compito in Europa dovrebbe essere proprio quello di sviluppare delle pratiche europee che, riallacciandosi all’ antico “gymnazein kai philosophein”e all’ “akesis” cristiana, perseguano gli stessi fini educativi delle antiche scuole asiatiche, opponendo, alla meccanizzazione dell’ uomo, un’invalicabile barriera di carattere.

A questo fine, occorre, da un lato, non già ridurre o abolire gli studi umanistici, filologici e filosofici, bensì svilupparli, e, dall’ altro, sgomberare il campo dall’ equivoco secondo cui una politica di resistenza alle Macchine Intelligenti sia una politica “anti-industriale” (ma non dell’industria si sta qui parlando, bensì del potere digitale, che è innanzitutto un potere culturale e militare). L’industria è già stata portata alla rovina, per vie diverse, dalla ignavia dell’attuale classe dirigente e dall’onnipervasività delle Big Five. La nuova élite italiana ed europea dovrà essere, al contempo, filosofica, industriale e marziale, per tenere testa alle tre anime del Complesso Informatico-Militare.

          “Arancia Meccanica”, metafora dell’Europa “angelista”

5.La libertà nell’ era delle Macchine Intelligenti

Un altro assai diffuso equivoco vorrebbe che le critiche all’attuale società occidentale costituiscano un attacco allo spirito di libertà. Nulla di tutto ciò. Al contrario, nelle società occidentali contemporanee, le libertà vengono ristrette progressivamente da ben altre forze (potere economico e lobbies culturali), e l’ultimo passo, il più decisivo, ma solo l’ultimo, è costituito dalla rivoluzione informatica.

Il primo elemento distruttivo è costituito da quella che Israel chiama “Democrazia Radicale”, e Onfray “Illuminismo estremo”, vale a dire i “liberals” in senso americano (che nulla hanno a che vedere con i “liberali” europei), e che si dovrebbe tradurre piuttosto con “gauchistes”, mentre i “radicals” sono semplicemente gli estremisti di sinistra. La loro intolleranza ha origini lontane: già Alexandre Hamilton lamentava la “mobocracy” della società americana delle origini, e Tocqueville la “tirannide della maggioranza”. Pierluigi Battista inizia così il suo libro “roghi di libri”:

“Nel tempio accademico di Cambridge hanno proposto di cancellare il Tuto Andronico di William Shakespeare dai piani di studio: troppa violenza, dicono, scene disgustose che descrivono con compiacimento uno stupro….” Battista cita l’insieme delle opere censurate in tutto l’ Occidente: Amleto, Le Baccanti, Le Supplici, le Metamorfosi, il Grande Gatsby, Cappuccetto Rosso, Lolita,Schiele, Balthus, Botero, Warterhouse, Woody Allen, Polanski,Bizet…

Come scrive Amos Oz, “il fanatico è ansioso di sostituire il prima possibile questo mondo malvagio con ‘un mondo fatto tutto di bene’, il ‘mondo a venire” (in Ebraico, “haOlam haBa”(che è semplicementeil REgno Messianico). “E quindi ogni fase del passato, fino alla tragedia greca se necessario, è potenzialmente da purgare, ogni parola è da sorvegliare, ogni museo è da chiudere sotto chiave, ogni libro potrebbe essere meritevole di un falò purificatore.” Questo rifiuto del conflitto, della società, delle identità, è generato da un misticismo autodistruttivo, come quello del Buddhismo Hinayana o della Qabbalah, e può trovare uno sbocco concreto solo nell’ autoannientamento tecnologico perseguito da Kurzweil (la Singularity).

La censura culturale dell’attuale “angelismo” è stata efficacemente messa in scena dal famoso romamzo “L’arancia meccanica” di Burgess e nell’ ancor più famoso film omionimo di Kubrick. Attraverso l’imposizione della fruizione di spettacoli violenti, si induce artificialmente, in un giovane assassino, il disgusto fisico per la violenza. Il risultato pratico è che egli diviene oggetto della vendetta di tutte le sue vittime, a cui è impossibilitato a rispondere adeguatamente, fino a che non si dedica alla politica, attraverso la quale può difendersi e offendere con l’ipocrisia.

La prima fonte d’ illibertà è dunque costituita dal conformismo, che porta al condizionamento della persona e all’ autocensura. Questo condizionamento pavloviano e orwelliano, attraverso la ripetizione all’ infinito di slogan stereotipati (il “politichese”), porta a una vera e propria impossibilità di articolare pensieri alternativi. Pensiamo a frasi fatte come “diseguaglianze”, “liberaldemocrazia”, “società aperta”, che contengono impliciti giudizi di valore che, se esplicitati, dimostrerebbero le proprie intime contraddizioni. Non si capisce infatti come sia possibile favorire le differenze e nel contempo ridurre le diseguaglianze; conseguire più libertà in presenza di un più forte potere sociale; “aprire” la società mentre si cristallizza un potere conquistato decenni fa. Il conformismo si è accresciuto a dismisura in seguito al fatto che, anche a causa dei “social media”, si è realizzata veramente nei fatti quella “rivoluzione dal basso” che tutti invocavano (e continuano a invocare), ma di cui nessuno aveva previsto il risvolto demagogico.

La seconda fonte d’illibertà è l’assoluta mancanza di privacy, derivante dal fatto che, come rivelato “espressis verbis” da Snowden, e confermato dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee e dallo stesso Obama, i 16 servizi segreti esistenti negli Stati Uniti posseggono i mezzi, tecnici e giuridici, per accedere ai files di tutti i cittadini del mondo (oltre che dei loro stati e delle loro imprese), potendo, così, contrastarne le attività indesiderate, boicottarli e ricattarli.

La terza fonte sono i meccanismi fortemente selettivi di visibilità, tanto sui mezzi di comunicazione di massa quanto sul web, ambedue presidiati dai cosiddetti “doorkeeepers”, vale a dire personaggi con forti poteri nella politica, nella finanza, nel giornalismo e nell’ editoria, che “filtrano” i contenuti a seconda dei disegni del Potere. Un esempio per tutti, Giorgio Debenedetti, che rivendicava apertamente, con la proprietà de La Stampa, il compito d’influenzare l’opinione pubblica, se necessario contro i desiderata dello stesso Valletta, che avrebbe dovuto, a suo dire, limitarsi a occuparsi di automobili. Anch’io, avendo avuto a che fare, nel mio piccolo, con Debenedetti, posso confermare questo suo atteggiamento.

La quarta fonte è la mancanza di una vera libertà economica, dovuta all’impossibilità per un’impresa, in Europa come in America, di una sopravvivenza che non si basi su rapporti ambigui con la politica. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, gli aiuti di Stato dati alle grandi imprese, prima, ma anche dopo l’entrata in vigore delle normative UE. Ricordiamo le ben note vicende dell’Airbus (ma anche della Boeing), dell’industria informatica americana e quella parallela dell’Olivetti, i casi Alitalia, ILVA, FIAT Chrysler e Renault-Toyota, ecc…Ma, ancor peggio, le legislazioni fiscale e, soprattutto, antitrust, che vengono applicate in modo inauditamente selettivo. Basti pensare che le multinazionali dell’informatica, grazie ai “tax rulings” pagano aliquote del 3%, mentre un ipotetico“new entrant” europeo dovrebbe pagare (se ne avesse) 43% sugli utili. Quanto all’ antitrust (americano o europeo che sia), non si capisce perché si sia fatto uno “spezzatino” della Standard Oil e della SKF, e si sia impedito alla Genera Electric di acquisire la Honeywell, mentre invece si lasciano prosperare da molti anni ben 5 monopoli mondiali nei settori economici oggi più strategici.

Il recupero della cultura classica come

antidoto alla dittatura delle macchine

  1. Come difendere la libertà?

Una libertà di pensiero, di parola, di espressione, di associazione, d’impresa, esistette in Europa nel periodo che va dalla metà dell’ Ottocento al ’68.

In quel periodo, il potere centrale non  era più sufficientemente forte, e quelli popolare e plutocratico ancora deboli. In quell’ interstizio, potevano vivere personaggi di eccezione, come Kierkegaaard, Baudelaire, Nietzsche, d’Annunzio, De Finetti, Burgess, Voegelin, ecc.., oppure Daimler, Agnelli, Marconi, che poterono sfidare il conformismo dilagante e costruire qualcosa di nuovo, alternativo all’esistente.

Una delle condizioni per questa libertà era un forte potere individuale, che, in quel periodo, era dato dal denaro o dall’ appartenenza a una forte consorteria.

Oggi, queste condizioni non esistono più, perché le grandi organizzazioni sono divenute troppo più forti dei più forti fra i privati. Tutti ci diranno che, in cambio, esistono delle leggi molto sofisticate. Tuttavia, o queste leggi sono già costruite in ossequio al modello moralistico e conformistico (come le leggi memoriali), oppure a favore dei monopoli (come le attuali leggi antitrust e sulla sicurezza militare) oppure sono inapplicate (come quelle fiscali o sulla privacy).

Oggi uno stato forte, come lo vogliono i conservatori, è necessario proprio per imporre i principi dello Stato di Diritto a dei poteri sociali troppo forti, come i servizi segreti stranieri, le Big Five e le lobbies intellettuali millenaristiche.

Le ricette ci sono già, ma nessuno ne parla neppure, proprio per non contrariare i poteri forti. Occorrerebbe

che i nostri dati fossero immagazzinati in Europa, in base al GDPR e sotto il controllo della Corte di Giustizia e di un contingente militare e poliziesco europeo;

che la Commissione emettesse, nei confronti delle Big Five, quello stesso tipo di “orders to divest” emessi, a suon tempo, contro la Standard Oil, la SKF e la General Electric;

che gli esistenti Fondi Europei finanziassero imprese europee del web comparabili alle Big Five;

-che le Istituzioni Europee approvassero la Internet Tax.

 

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