“QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI INCOMINCIANO A GIOCARE” (CESARE ROMITI)

I commenti, da parte di quasi tutti gli osservatori, sulla strage di dignitari iraniani e iracheni, compiuta, per ordine di Trump, all’aeroporto di Baghdad, come del resto quelli sull’evoluzione della crisi libica e sull’ accordo USA-Cina sui dazi, sono stati in genere orientati a considerare che, da un lato, questi eventi confermano l’improrogabilità di una Politica Estera e di Difesa Comune dell’Europa, e dall’altro, è difficile immaginare come l’Europa stessa possa compiere in tempo utile questo, per altro indispensabile, salto di qualità.

Coloro  che lamentano l’”irrilevanza dell’ Europa” evidenziata da questi eventi dovrebbero ricordare che il problema è tutt’altro che nuovo, poiché una politica estera e di difesa dell’Europa, con tanto di esercito comune e di spartizione dell’Impero Ottomano,  era stata in discussione, fra le monarchie europee, praticamente da 1000 anni, dai tempi dei progetti di crociata di Pietro l’Eremita (concilio di Clermont), di Dubois (consigliere del Re di Francia), Podiebrad (re di Boemia) e Sully (ministro di Enrico IV di Francia), ma non si era mai potuta concretizzare per il semplice fatto che, quando sono in gioco la vita e la morte, nessuno obbedisce spontaneamente ad altri, e ci vuole quindi un comando unico – cosa che l’Europa,  a partire dalla dissoluzione dell’ Impero d’Occidente (se non dalla Tetrarchia), non è mai più riuscita a mettere in campo, se non in momenti ben delimitati, come ai tempi di Goffredo di Buglione, o di Sobieski e del Principe Eugenio. Di qui gravi sconfitte come la Battaglia di Varna e la Presa di Costantinopoli. Coloro che hanno preteso d’imporre con la forza un comando unico degli Europei si sono sempre infranti contro lo scoglio insormontabile della Russia, la quale, a sua volta, pur potendolo, come ai tempi di Alessandro I e di Stalin, non ha mai optato per un’aperta egemonia. Neppure l’esistenza di strutture apparentemente unitarie, come il Sacro Romano Impero e la Chiesa Cattolica, non mai potuto nascondere questo profondo frazionismo, superato, ma solo dal punto di vista concettuale, dal mito (tutt’ora vivo) della “Translatio Imperii”( Macedoni, Romani, Germani, Spagnoli, Francesi, Inglesi, Russi, Americani…).

Il fatto che i Ministeri della Pubblica Istruzione abbiano bandito dai programmi scolastici questi così importanti precedenti dimostra una buona dose di falsa coscienza.

  1. Urge una “rettifica dei nomi”

Oggi, nella pubblicistica corrente, si sta facendo, della ”governance” europea,  una questione di “democrazia” o meno, ma impropriamente, perché, in tempo di guerra,come siamo oggi, la distinzione fra democrazie e “autocrazie” tende automaticamente a svanire, perché ovunque vige lo “stato di eccezione”, vale a dire la militarizzazione della società, come andiamo qui di seguito a dimostrare. Dopo la caduta del Muro di Berlino, stiamo vivendo la “Guerra Mondiale a Pezzi”(per dirla con il Papa), o la “Guerra Senza Limiti” (per dirla con gli ufficiali cinesi), vale a dire una guerra di posizione fra grandi e medie potenze, con la corsa agli armamenti, l’infiltrazione ideologica, la guerra economica, le “fake news”, il dispieganento strategico di forze armate e armi, la censura, la propaganda di guerra, ecc… Questa è la ragione di fondo del successo delle cosiddette “democrazie illiberali”. L’America e l’Inghilterra ai tempi di Roosevelt, Truman e Churchill – che avevano certo poteri non meno dittatoriali di quelli di Trump, Putin o Erdogan, perché erano i capi supremi dell’esercito, così come lo sono Trump per l’Afghanistan e l’ Irak, Putin per l’Ossetia,  il Donbass e la Siria, Erdogan per il Kurdistan- erano “democrazie illiberali” ante litteram. Il capo del Governo deve avere pieni poteri, per colpire tempestivamente il nemico. Noi non sentiamo quest’esigenza perché intanto obbediamo al Comandante in Capo di un altro Stato, che, proprio perché più lontano meno visibile, non suscita tanta animosità quanta ne susciterebbe uno nostrano.

Oltre tutto, vi è una totale mancanza di precisione nell’uso di terminologie riprese di peso dal dibattito americano, violentando la classica semantica europea. Le “democrazie illiberali” inventate da Fareed Zakaria sono così diventate così sinonimo di “totalitarismo”, mentre invece erano destinate ad indicare una cosa molto diversa. Il “totalitarismo”, termine  coniato da Calamandrei e da Mussolini, stava a indicare l’ideale sansimoniano di una “nuova società organica” fondata sul progresso e l’”identità fra i governati e i governanti”, mentre il termine “democrazia illiberale” stava a  indicare per Zakaria quei sistemi politici (soprattutto asiatici, come  India, Pakistan, Singapore o Filippine), organizzati secondo i canoni formali della democrazia rappresentativa occidentale (la “democracy” all’americana), ma che non perseguono una politica sostanziale “liberal”, cioè di sinistra (cioè egualitaria). In Europa, invece, i classici partiti “liberali” (per esempio, il PLI, l’FPOE) erano elitari, e quindi agli antipodi dei “democratici” egualitari (p.es., il Partito Radicale). Mi ricordo ancora di un volantino del PLI, ai tempi di Filippo Burzio, che, tocquevillianamente, ammoniva i Torinesi contro i pericoli della democrazia. “Totalitario” per eccellenza era il sistema sovietico, che organizzava ogni cosa dall’interno del binomio Stato-Partito, mentre invece il termine “democrazia illiberale” è stato fatto proprio da Viktor Orbàn per designare una ben diversa politica nazional-religiosa e moderatamente autoritaria (quale per altro tradizionalmente già perseguivano i partiti liberali europei, fa cui anche l’originaria FIDESZ di Orban, tutt’altro che “totalitaria”-anzi, “liberàlis és radikàlis”-, e che si riallacciava semmai al “liberalismo aristocratico” di Déak e alla fase della Reggenza di Horthy). Al sistema totalitario sovietico (o anche nazista) assomiglia molto di più l’attuale Europa “liberal”, dove partiti e società civile tutti eguali e addomesticati dai GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple), quando non finanziati direttamente dall’ AT&T o da Soros, ripetono ossessivamente slogan orwelliani in totale antitesi con la realtà effettuale da essi stessi sostenuta se non provocata (“privacy”, “sovranità”, “cittadinanza attiva”, “empowerment”, “crescita”…).

Forse l’espressione “democrazia illiberale” si può applicare pienamente solo ai  “populisti” o “sovranisti” italiani, che sono semplicemente gli estremi cantori del mito della democrazia assoluta, dove “identità” significa, come scriveva Rousseau,  “identità fra governanti e governati”, e quindi egemonia dell’incultura generalizzata.

 

2.Onnipresenza del rischio bellico

Quanto sopra vale soprattutto in una situazione, come quella attuale, in cui si può provocare una guerra mondiale mentre si gioca in un campo da golf, oppure per l’errore di un’antiaerea, e quindi, come dimostrano i recenti casi iraniani, è pericoloso disseminare troppo il potere di sparare. E ciò soprattutto grazie all’informatica, che rende la guerra molto simile a un delicatissimo videogioco.

Orbene, se  è vero che, senza un comando unico, non si può fare altro che perdere su tutti i fronti, come l’ Europa sta continuando a perdere, da almeno trent’anni, questa guerra non dichiarata che l’avvolge, dal Donbass  alla Libia, è altrettanto vero che non si può confidare a un comando unico la conduzione della pace e della guerra se non si ha una straordinaria fiducia nel comandante (e/o dell’organizzazione che sta alle sue spalle, con la sua storia, la sua cultura e la sua umanità).

Se i “teorici del sospetto” hanno sostenuto che le “culture nazionali” sono state inventate per rendere tollerabile ai cittadini-soldati un’obbedienza suprema che giunge fino al sacrificio della vita, orbene, il “patriottismo europeo”, da tanti invocato, dovrebbe servire proprio a garantire quella fiducia nei confronti di un futuro comando europeo unitario (come quello ipotizzato a suo tempo per la CED). Eppure, sono 1000 anni che non ci si riesce. Non già perché, come si dice, gli Europei siano troppo diversi gli uni dagli altri per avere un patriottismo comune (anche negli altri Continenti i  vari popoli lo sono), bensì perchè sono sempre stati troppo divisi circa gli obiettivi ultimi della loro convivenza sociale, e, quindi, anche della loro difesa: chi, come i Gesuiti, voleva la monarchia universale del Papa; chi creare un “colonialismo” delle  varie monarchie europee; chi fare, dell’ America, il “santuario” del cattolicesimo, chi del puritanesimo; chi combattere a fianco della Germania, chi dell’ America, chi della Russia; chi voleva un’ Europa anarchica, chi monarchica; chi creare uno “Stato nazionale del lavoro”, chi restaurare la società tradizionale di marca agricola; chi instaurare una collaborazione fra industriali e lavoratori, chi una solidarietà  mondiale di classe…

Fortunatamente, il passaggio dalla cultura della modernità a quella della post-modernità permetterebbe di acquisire, superando quelle contraddizioni, un’inedita unità d’intenti intorno ai pochi, ma chiari, problemi dell’oggi.

 

3.Il Patriottismo Europeo nell’ Era delle Macchine Intelligenti

Nella situazione attuale, infatti, quelle antiche ambizioni degli Europei non hanno più ragion d’essere, perché, perduta la centralità dell’Europa, sono oramai divenute tutte parimenti irrealizzabili. Oggi, invece, il problema comune a tutti  è quello delle macchine intelligenti, che disumanizzano l’uomo, governano al posto suo, eliminano il lavoro, ecc…Se gli Europei (o almeno una parte di essi) non comprendono finalmente cosa stanno facendoci le macchine intelligenti, e non si mettono d’accordo su come gestirle, è impossibile ch’essi possano avere anche una qualche idea sensata su come trattare con gli Stati Uniti e con la Cina, dove  è localizzata  la maggior parte di queste macchine, e neanche  che ci si possa mettere d’accordo su che cosa fare delle “nostre” poche macchine (siano  queste le nostre reti, dove si sta installando il 5G, oppure i nostri aerei e missili, che vengono impiegati in modo letale in Niger e in Ciad, in Libano, in Irak e in Afganistan, oppure le testate nucleari americane installate sui nostri aerei).

Invece di dedicarsi a questo urgentissimo compito, si disquisisce all’ infinito se sia meglio la democrazia liberale o quella illiberale, l’internazionalismo o il sovranismo, e non ci si accorge che tutti questi sono oramai concetti vuoti, che coprono soltanto la facciata della dominazione mondiale del complesso informatico-militare, nelle sue varie articolazioni. Dominati dalle macchine intelligenti da cui dipendiamo per ogni nostro bisogno, e che controllano ogni nostra pulsione, non siamo più, né liberi, né indipendenti, né sicuri, né benestanti, né politicamente autonomi. Basti vedere la diffusione di opposti, ma quanto simili, conformismi, le ingerenze sfacciate delle grandi potenze, le crisi economiche ininterrotte, le aspettative decrescenti, l’evanescenza della dialettica democratica…

Non se ne possono neppure incolpare soltanto  i nostri politici, che viaggiano come delle trottole da una capitale all’ altra rimanendo, con ciò, assolutamente irrilevanti, mentre, nel frattempo, l’America ha creato il più colossale sistema integrato di controllo automatizzato del pianeta, di spionaggio capillare mondiale, pubblico e privato, e di armi di distruzione di massa, e mentre la Cina e la Russia hanno “clonato” su scala minore questa macchina infernale, applicandola nei rispettivi territori, con semplici correttivi corrispondenti alle diverse realtà. L’Europa è al confine della “mega-macchina” dominata dal sistema americano, ma di tanto in tanto vi fanno apparizione anche brandelli di quelli russo e cinese.

In effetti, è tutta la società europea che non riesce ad avere una visione di se stessa nella nuova società tecnologica. Eppure, solo una siffatta visione dell’Europa, non già un “patriottismo costituzionale” impossibile se non c’è una Costituzione Europea, potrebbe costituire la base della dedizione degli Europei all’ Europa, e quindi, tra l’altro, anche di una cultura europea di difesa e di un comando militare unico.

4.La “Guerra Mondiale a Pezzi”

Intanto, tutt’ intorno all’Europa, dalla Prussia Orientale alla Moldova, dalla Bosnia alla Libia, le potenze mondiali, grandi e piccole, conducono un’ininterrotta “guerra mondiale a pezzi ” per spartirsi i territori. In vista di che cosa? Forse di una guerra mondiale generalizzata, che, come si è visto ogni giorno a partire dalla Crisi di Cuba e dalla notte del 1983 del Tenente Colonnello Petrov, potrebbe partire in qualunque momento, scatenata, oggi più che mai, dalle “macchine intelligenti”, come avrebbe fatto, impazzito, il sistema sovietico “OKO”, se Petrov non lo avesse disattivato per tempo, come il computer HAL del film “Odissea nello spazio”.

Del resto, con la sequenza dell’uccisione di Soleimani, della risposta iraniana e dell’abbattimento dell’aereo ucraino, abbiamo sfiorato nuovamente lo scatenamento accidentale dello “hair trigger alert”. Il missile iraniano è partito perché l’ufficiale di guardia ha applicato alla lettera, al contrario di Petrov, il regolamento militare, che gl’imponeva di non fermare la risposta automatica del sistema a meno di ottenere un’autorizzazione telefonica dal superiore.

Credo si possa dire che l’Europa sia stata, e resti, impreparata a questa, assolutamente realistica, emergenza, fino dalla II guerra mondiale, quando, come chiarito inequivocabilmente da Stalin a Togliatti, Nenni e Djilas, le Grandi Potenze avevano tolto questa possibilità di decisione ai loro “satelliti”. Soprattutto perché non si confrontano mai, come invece si dovrebbe, le strutture militari degli Stati Europei (ma anche della NATO), con le prassi effettive della “guerra al tempo delle macchine intelligenti”).

 

 

5.Il mito dell’Articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico

Innanzitutto, si è ripetuto fino alla nausea che, tanto, alla difesa dell’Europa ci pensano gli Stati Uniti, sicché gli Europei risulterebbero comunque protetti, senza bisogno di compiere particolari sforzi. A mio avviso, quest’ affermazione non è mai stata vera, come finalmente il comportamento di Trump sta dimostrando platealmente, togliendo a tutti le loro residue illusioni (e/o pretesti).

Il primo compito di una vera Politica Estera e di Difesa Comune sarebbe quello di prendere atto di questa realtà e di escogitare una strategia rimediale.

Non c’è dunque, nell’ alleanza occidentale, nessun meccanismo, né tecnico, né giuridico, né di fatto, atto a tutelare gl’interessi europei (in primis, quello alla sopravvivenza fisica). Intanto, già Truman, con una brutalità pari a quella di Stalin, aveva chiarito, in una riunione dei leaders della neonata alleanza, tenuta deliberatamente segreta, che, nel caso di occupazione del territorio di un alleato da parte delle truppe sovietiche, l’alleato in questione sarebbe stato soggetto a un bombardamento atomico, da parte degli USA, uccidendo contemporaneamente le truppe occupanti e i civili del Paese occupato. Per esempio, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista di avere partecipato a un’esercitazione che simulava il bombardamento atomico del Friuli da parte delle truppe occidentali (con 600.000 morti).

In secondo luogo, l’applicazione dell’art. 5 non è automatica, essendo gli Stati Uniti liberi di applicarlo o non applicarlo secondo i propri interessi, come ha fatto molto chiaramente capire Trump, anche perché lo Stato membro un attacco potrebbe esserselo “meritato”, attaccando a sua volta uno Stato terzo (vedi guerra greco-turca, Kurdistan, uccisione di Soleimani).

Inoltre, nel caso di guerra atomica totale, non ci sarebbero  i tempi  materiali per concertare fra gli alleati, né un attacco, né una difesa (dato che tutto si risolve in mezz’ora), sicché chi deciderebbe sarebbe unicamente il complesso informatico-digitale americano, attraverso gli algoritmi segreti del loro “Hair Trigger Alert” (l’equivalente americano di “OKO”), che non permetterebbero neppure il coinvolgimento del Presidente (per non dire degli alleati).

Invece, in un caso di attacco limitato, le prime basi a essere colpite sarebbero ovviamente quelle europee (e italiane) dove sono stazionate le testate nucleari americane. Questi Paesi verrebbero così automaticamente distrutti per primi, prima che la NATO potesse reagire (anche perché il sistema della “doppia chiave” rende impossibile rispondere a un attacco a sorpresa). Gli unici che potrebbero rispondere con i loro modesti missili sarebbero i Francesi: ben magra soddisfazione, perché, finiti i primi 200 missili, anche la Francia rimarrebbe indifesa.

Per tutti questi motivi, Trump ostenta la più grande indifferenza, tanto per la NATO, quanto per gli alleati, quanto, soprattutto, per l’ art. 5, che, a questo punto, è come se non esistesse, e anche per questo stesso motivo nessuno ha mai veramente contestato le decisioni dell’America sulla pace e della guerra.

Poi, anche culturalmente e psicologicamente, gli Europei sono stati educati dal dopoguerra al pacifismo e alla mitezza, in modo da impedire alla radice il sorgere di politiche assertive, mentre gli Americani sono stati educati a un’aggressività da “uomini superiori”, come facevano la Hitlerjugend e i Balilla. Basti penare all’opera di una serie di psicologi e sociologi ingaggiati nel dopoguerra dall’ esercito americano, come in Giappone Ruth Benedict e negli USA, Eric Erickson, un ebreo danese naturalizzato americano con il nome dello scopritore vichingo dell’America,  chiamato  a educare  i soldati americani alla durezza.

Infine, qualunque politica estera e di difesa europea, anche la più innocua, sarebbe evidentemente sempre in concorrenza con gli Stati Uniti. E oggi, con il ritorno delle “politiche d’influenza”, basta un nonnulla (una dichiarazione, un tweet), per segnare una differenza. Di conseguenza, quale capo di Stato europeo ha mai preso veramente le distanze da una qualche posizione essenziale per gl’”interessi strategici” americani? La loro “fedeltà alla linea” è ben superiore a quelle che furono di Gomulka o Ceausescu all’ interno del blocco sovietico. D’altronde, avrebbero forse tutti il tempo di rispondere con una trentina di tweet a quelli notturni di Trump?

Come conseguenza di tutto quanto precede, manca totalmente in Europa una cultura geopolitica che non sia quella americana, e, soprattutto, una cultura militare propria, adeguata alla “Guerra nell’ Era delle Macchine Intelligenti” (de Landa).

 

 

6.Le “democrazie illiberali”: figlie naturali degli errori dell’ Occidente

Nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino, non era affatto detto che il mondo si sarebbe avviato, come poi è avvenuto, verso la “Guerra Mondiale a Pezzi” e le “Democrazie Illiberali”.

La “Guerra Mondiale a Pezzi” ha i suoi precedenti nella destabilizzazione da parte degli USA dell’Afghanistan e nella guerra irano-irakena. Fu avviata da Bush padre con la trappola tesa all’Irak, facendogli balenare l’idea che, come indennizzo per l’enorme sacrificio della guerra con l’Iran, combattuta per procura dell’Occidente, avrebbe potuto riprendersi il Kuwait, considerato come una sua provincia. Le guerre della Slovenia, della Croazia e della Bosnia furono provocate da Germania e Vaticano, ansiose di assorbire le repubbliche ex-jugoslave nella UE e nella NATO, mentre, quella del Kossovo, dagli Stati Uniti, che da un lato avevano incoraggiato il nazionalismo  serbo, e, dall’ altro, quello kossovaro. La guerra dell’Afghanistan era stata scatenata con il pretesto di chiedere la consegna di Bin Laden (che per altro fu trovato invece in Pakistan), e la seconda guerra del Golfo con quello di distruggere le armi chimiche di Saddam (che non furono mai trovate). Le guerre di Cecenia, Ossetia, Libia, di Siria e Donbass furono provocate dall’invasione di elementi stranieri: europei, sunniti, georgiani e americani.

C’è da stupirsi se in questi 29 anni, in tutti i Paesi dell’area siano emerse leadership di tipo militare, che ben poco spazio possono obiettivamente lasciare al dissenso interno, se vogliono condurre con efficacia le loro guerre di difesa contro le aggressioni e ingerenze straniere?

 

a)Turchia e Russia

Addirittura, alla caduta del Muro di Berlino, ambedue i Paesi aspiravano ad entrare, in un modo o nell’ altro, a fare parte dell’Europa, accettandone apparentemente perfino istituzioni e ideologia. Infatti, esse sono, rispettivamente, la prima e la terza nazione d’Europa.

Per ciò che concerne la Turchia, essa aveva già percorso addirittura gran parte della strada verso l’ammissione:

-Il 14 aprile 1987, aveva presentato la propria candidatura per entrare nella CEE;

-Il 1º gennaio 1996, era entrata in vigore l’unione doganale;

-Il 10-11 dicembre 1999, il Consiglio Europeo, riunito a Helsinki, aveva ed accettato la Turchia come paese candidato;

-Il 6 ottobre 2004, la Commissione aveva suggerito al Consiglio  di dare inizio ai negoziati per l’ingresso della Turchia;

-Il 29 ottobre 2004, i membri del Consiglio UE avevano firmato a Roma il Trattato che promulgava una Costituzione europea, il cui progetto era stato approvato il precedente 18 giugno; Erdoğan aveva firmato in rappresentanza della Turchia;

-Il 17 dicembre 2004, il consiglio UE aveva concordato d’ iniziare i negoziati per l’adesione della Turchia a partire dal 3 ottobre 2005;

-Il 3 ottobre 2005, con le riserve di Austria e Cipro, si era dato inizio ai negoziati di adesione, condizionati al riconoscimento da parte turca della repubblica cipriota, all’abbandono dell’occupazione militare della parte settentrionale dell’isola e alla continuazione nel processo di riforme nel campo del diritto e delle libertà civili;

-Il 2 febbraio 2013,il ministro francese  Fabius aveva annunciato che la Francia aveva rimosso il veto sul capitolo 22 “Politica regionale/Coordinamento degli strumenti strutturali” e ne aveva approvato l’apertura;

-Il 10 giugno 2015, il Parlamento europeo ammetteva lo stallo di buona parte dei negoziati, in una risoluzione sul «Progress Report 2014» della Commissione per l’Allargamento. Le trattative per l’ingresso nell’Unione europea si sono praticamente – anche se non formalmente – arenate (in undici anni sono stati aperti solo 16 capitoli negoziali su 33, mentre uno soltanto è stato chiuso.

Dopo questi 20 anni di sforzi, nell’ agosto 2016, unità dell’esercito turco, sobillate dal predicatore islamista Guelen, che vive negli Stati Uniti, e aiutati da aerei militari americani levatisi dalla base NATO di Incirlik, avevano tentano un colpo di Stato contro Erdogan, colpo di Stato che non è mai stato condannato dai politici europei, che invece hanno condannato Erdogan per la successiva repressione. In seguito a un’eroica difesa da parte del popolo di Istanbul, sceso in piazza contro i golpisti, il governo legittimo aveva ripreso il controllo ed avviato una dura repressione dei militari e di altri funzionari, mentre, con un referendum, la Turchia si trasformava, da repubblica parlamentare, in repubblica presidenziale.

Per parte sua, la Russia di Gorbaciov aveva attivamente provocato la caduta del muro di Berlino, sabotando i regimi comunisti ortodossi della Germania Est e della Romania, e dando il proprio consenso, contro il parere dei Francesi e degl’Inglesi, alla riunificazione tedesca. Gorbaciov, con la sua idea della “Casa Comune Europea”, apriva così un discorso sull’ingresso della Russia in Europa, che Jelcin e Putin avrebbero continuato. Jelcin aveva cercato di perorare la causa dell’adesione della Russia all’ Unione Europea, ma, nella sua visita a Strasburgo, gli era stato addirittura impedito di parlare al Parlamento Europeo.

Così Putin, che, all’ inizio del suo mandato, aveva esaltato l’Unione Europea e si era proposto quale successore di Kohl, dinanzi alle resistenze di Prodi,che non voleva permettere l’accesso della Russia alle istituzioni europee. In seguito all’attacco georgiano ai caschi blu in Ossezia e Abkhasia, alla presenza nella rivolta di Piazza Maidan, di diplomatici americani, alle sanzioni per la Crimea, la Russia ha gradualmente indurito le sue posizioni, prima verso l’ Occidente in generale, poi anche contro l’Unione Europea, facendosi continuatore di una critica culturale anticipata a suo tempo da Dostojevskij, Soloviov e Blok: l’Europa Occidentale si allontana dagli antichi valori europei, custoditi dall’ “arca Russa”, che un giorno interverrà in soccorso degli Europei stessi, travolti dalla Modernità.

Inoltre, la Russia ha creato la propria Unione Eurasiatica, speculare all’ Unione Europea, e ha intrapreso grandiosi scambi commerciali con la Cina, che la mettono al riparo dalle sanzioni occidentali.

 

 

 

b)Libia

Infine, la Libia, balcone dei popoli del deserto sul Mediterraneo, Paese petrolifero e patria del Colonnello Gheddafi, aveva appena appianato, nel 2011, gli strascichi del colonialismo, con clausole riguardanti finanza, commerci, controllo dell’immigrazione e soprattutto patto di non aggressione, quando una coalizione anglo-franco-americana appoggiata dall’ ONU aveva imposto all’ Italia di concedere, in violazione del patto, le proprie basi per bombardare la Libia, sostenendo i ribelli anti-Gheddafi e trucidando quest’ultimo. Oggi, dopo 9 anni, la guerra civile è ancora in corso fra l’esercito di Haftar, con base in Cirenaica e l’appoggio russo, e quello di Sarraj, con base a Tripoli e l’appoggio turco. Nel frattempo, la Libia in guerra è rimasta paradossalmente il luogo d’imbarco preferito dei clandestini diretti in Italia, e Tripoli, conquistata con grande retorica dagli Italiani nel 1911, è tornata oggi alla Turchia con lo sbarco del contingente turco. Con grande smacco di Italiani e Europei occidentali, che erano venuti 9 anni fa a portare a Tripoli con le bombe la libertà e la democrazia. La loro attuale rabbia dimostra non tanto e soltanto che Italiani (ed Europei) sono “invertebrati”, come ha scritto su “La Verità” Marcello Veneziani, bensì soprattutto che, lungi dall’essere animati, come affermano, da lodevoli sentimenti pacifisti, in realtà sarebbero ben lieti di tornare a svolgere l’originario ruolo colonialistico, ma sono impossibilitati a farlo  dalla totale trasformazione del mondo, e sono ridotti ad accusare Russia e Turchia (anche loro due ex potenze coloniali europee, le uniche che siano sopravvissute) di riuscire a fare quello che essi vorrebbero fare, ma hanno dimostrato di non saper fare.

Manifesto di propaganda che celebra la conquista di Tripoli da parte delle forze italiane

  1. Un’accademia digitale e un’accademia militare europea.

I cittadini debbono avere una qualche nozione degli argomenti su cui sono chiamati a votare, le Autorità debbono sapere molto bene di che cosa stanno discutendo, e, in particolare, le Autorità militari debbono avere uno straordinario senso etico, per assumersi responsabilità come quella assuntasi a suo tempo dal Tenente Colonnello Petrov, e non provocare disastri come ha fatto la contraerea di Teheran.

Queste consapevolezze oggi non esistono, almeno in Europa, dove non è chiaro a nessuno a che cosa servano, né la NATO, né le forze nazionali, e dove i vertici militari, cresciuti fra l’America e delle beghe politiche nazionali, non hanno, né una generale cultura storica, filosofica e scientifica, né una visione aggiornata delle poste in gioco nella guerra all’epoca delle macchine intelligenti. Non possiamo fare una politica estera e di difesa perché non abbiamo, né obiettivi, né criteri d’azione, precisi.

Per questo, in controtendenza rispetto al “mainstream”, ritengo sia assolutamente prioritaria l’immediata creazione di un centro unitario europeo di ricerca e di formazione, da un lato, sul mondo digitale, inteso come un ecosistema olistico, comprendente teologia e business, filosofia ed economia, strategia e società, politica e cultura, e, dall’ altro, sulle nuove esigenze della difesa, che comprendono non soltanto quella contro eserciti o organizzazioni ostili, ma anche quella di difesa contro agenti autonomi (big data, intelligenze artificiali, computer, automi, androidi, droni, nanomacchine), governati o meno da esseri umani.

Questo centro dovrebbe occuparsi della concezione della guerra nelle diverse tradizioni culturali, delle relazioni fra informatica ed economia mondiale, della filosofia del digitale, dell’importanza geopolitica della cultura, della cibernetica, dei grandi sistemi digitali, della neurobiologia, dell’ingegneria genetica…

Solo dopo una siffatta opera di formazione sui due fronti, i vertici degli Stati e dell’Unione saranno in grado di decidere sui grandi temi di oggi, come l’interfacciamento uomo-macchina, gli andamenti demografici mondiali, i conflitti fra le grandi potenze, l’esaurimento delle risorse del pianeta, le identità subcontinentali e il ruolo dei diversi ceti sociali di fronte alla società automatizzata. Solo così i vertici del costituendo Esercito Europeo sarebbero in grado di preparare l’Europa alla difesa contro gli attacchi del futuro. E solo così potremo avere un vertice europeo, comunque configurato, all’ altezza, non solo d’interfacciarsi senza complessi con Trump e Xi Jinping, con Putin, Erdogan e Khamenei, bensì anche con i guru dell’informatica che, attraverso le GAFA, stanno assumendo il reale controllo del mondo.

Ovviamente, saranno necessarie altre infinite riforme della governance dell’Europa, della sua economia, dei suoi eserciti, ma queste non saranno mai attuate se i vertici di tutte le istituzioni continueranno a ragionare secondo i paradigmi del XX, se non addirittura del XIX o del XVIII!

Il centro di studi sul digitale e l’accademia militare europea dovrebbero essere collegati con un’intelligence europea, che dovrebbe costituire la prima unità del futuro Esercito Europeo. Se, infatti, la Guerra al Tempo delle Macchine Intelligenti  coincide con l’arte della guerra cinese (Sunzu, Mozi), vale a dire quella basata sulla riflessione, gli stratagemmi e la programmazione, allora la parte più preziosa sarà l’Intelligence, intorno alla quale sarà possibile costituire uno Stato Maggiore, un Ente di ricerca per il Duale (come il DARPA), una sede di basi segrete per i Big Data, e unità di cyberguerra e di guerra spaziale, all’ altezza di quelli americani e cinesi. Solo allora si potrà pensare di mettere insieme anche le armi speciali, mentre le forze convenzionali, le milizie territoriali, le forze di sicurezza, potrebbero rimanere anche indefinitamente, nazionali (o regionali). Un discorso a parte meriterebbe la difesa nucleare, fonte d’indubbi problemi, ma che, nella guerra attuale, potrebbe essere perfino superata dai missili ipersonici e dai droni.

Tutto ciò presuppone però che gli Europei si facciano “reinstallare il cervello” che, come scrive Alexander Rahr, è stato loro asportato.

 

 

 

 

 

 

 

 

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