RELAZIONE DI FERRANTE DE BENEDICTIS PER IL 9 MAGGIO

Il Ratto di Europa: una profezia?

Dopo la relazione di Matteucci, la sintesi degl’interventi di Lala, e i contributi di Merchionnee Cardini, pubblichiamo l’intervento, alla videoconference del 9 maggio, di Ferrante De Benedictis. Interventi diversi per taglio, contenuto, posizioni culturali, ma accomunate dall’ obiettivo di fare ripartire un dibattito costruttivo sull’ Europa in un momento che, come scrive De Benedictis, è pieno di rischi, ma anche di opportunità.

Questi interventi verranno pubblicati, insieme a quelli che seguiranno nel corso dell’ estate, in un unico contesto sotto l’egida dei Cantieri d’ Europa 2020.

Il documento di De Benedictis, sintesi di un intervento più articolato, è dedicato ai quattro tre poli, della politica, della sovranità,dell’Europa e della nazione, visti non come antitetici, bensì come complementari e integrantisi reciprocamente.

Spesso si ha invece l’impressione chei vari politologi e i vari leader politici, per motivi strumentali, tendano a privilegiare solo uno di questi aspetti, squilibrando tutto l’insieme e rendendo possibile quegli abusi che tutti deunziano, ma nessuno riesce ad evitare.

In particolare, l’abdicazione della politica nei confronti dell’ economia e soprattutto della tecnica, l’incomprensione del carattere sfuggente della sovranità, sospesa fra il divino e l’umano, l’immiserimento tanto dell’identità europea che di quelle nazionali al livello della cosiddetta “memoria condivisa” o del folclore “turistico” o cerimoniale, hanno resi invisi un pò a tutti, e la politica, e la sovranità, e l’Europa, e la nazione.

Giustissimo, quindi, l’invito di De Benedictis ad una restaurazione di un equilibrio, in modo da poter fare nascere una nuova Europa.

Ferrante De Benedictis

Relazione congressuale

Convegno promosso dal dott. Riccardo Lala 2500 anni dalle Termopili, 70 anni dalle dichiarazione di Schuman

Torino, 09 maggio 2020

Quello dell’Europa è un tema di assoluta centralità nel dibattito politico odierno, un dibattito fortemente condizionato dalla pandemia che ha colpito il mondo intero.

Il covid-19 rappresenta uno di quei fatti in grado da solo di cambiare il corso della storia, un incidente della storia, una discontinuità in grado di catalizzare improvvisamente i processi storici e politici.

Così davanti ad un’epidemia, come altre ce ne sono state nel corso della storia, sono tanti i processi di grande cambiamento in atto, nostro compito provare a comprendere questi processi, nella consapevolezza che dietro ogni rischio si cela sempre una opportunità.

L’opportunità, però non può essere considerata solo unilateralmente, ma ciascuno secondo le proprie mire cercherà di coglierne la propria, così se da un lato la pandemia potrebbe determinare la fine della globalizzazione, da un altro punto di osservazione potrebbe invece significare il potenziamento di un modello globalista ed il concretizzarsi di un governo mondiale sulla spinta della tutela della salute pubblica mondiale.

Ricordiamoci che da quando l’economista americano Milton Friedman teorizzò le nuove idee neoliberiste, di cui la globalizzazione ha rappresentato e rappresenta lo strumento più potente ed efficace per la sua progressiva affermazione, il modello neoliberista ha sempre saputo cogliere i momenti di crisi per accrescere il suo dominio.

A tal proposito Ricorderete le parole di Mario Monti nel Febbraio del 2011

“ non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono cessioni di parti delle sovranità nazionali…”

È chiaro che lui si riferisse a quello che in psicologia delle masse si chiama la teoria dello shock, di cui la comunicazione mainstream si serve con grande abilità oggi.

Per fortuna potrebbe esserci anche un’altra ipotesi da considerare, ossia quella  che la pandemia possa al contrario rappresentare il parricidio della globalizzazione, perché il parricidio perché non vi è dubbio che questa particolare crisi sanitaria  sia figlia della globalizzazione e che abbia allo stesso tempo messo in luce i tanti limiti della stessa.

  1. Sul piano economico l’aver spinto sempre di più verso un sistema economico che vedeva nella Cina la fabbrica del mondo
  2. UE drammaticamente inefficace nel risolvere e gestire la crisi dimostrando un scarsa o totale assenza di solidarietà;
  3. Riacutizzarsi del modello bipolare, quando pensavamo di essere entrati nell’epoca del multilateralismo

LO SCONTRIO TRA I 2 BLOCCHI (serve più Europa)

In tutto questo l’Europa rischia da un lato di vedersi schiacciata dai due blocchi per via di spinte centripete e dall’altro di essere disarticolata da spinte centrifughe che vengono dai suoi stati membri (vedi sentenza di Karsrhue) Brexit e una sempre meno sopita insoddisfazione dei principali Stati dell’Unione che continuano ad essere contributori così detti Netti dell’UE (Germania, Italia e Francia).

L’Italia è tra i primi 3 contributori del bilancio EU, ma anche tra quelli che ricevono meno, nell’ultimo bilancio l’Italia ha versato 13,94 miliardi di € ricevendone sotto varie forme di contributi 11,59 miliardi di € e questo a partire dal 2002 fino ad oggi abbiamo sempre contribuito più di quanto ci è stato ridistribuito.

A questo punto occorre però fare una doverosa premessa, già emersa nel corso degli interventi che mi hanno preceduto, esiste una sostanziale e netta distinzione tra Unione Europea ed Europa, aggiungendo che l’esperienza della prima come molti ormai concordano è destinata a chiudersi definitivamente ed a quel punto toccherà agli Stati Europei ricostruire un’Europa pre-Maastricht fondata sulla condivisione dei valori nel pieno rispetto delle singole sovranità.

IL TEMA DELLA SOVRANITA’

Quando si parla di sovranità in primis dovremmo interrogarci sul significato e sul valore profondo del termine, questo non solo come interessante esercizio semantico, ma come atto di comprensione di un processo politico in grado di riconquistare e di affermare uno spazio culturale e  identitario, che con la globalizzazione  e l’affermazione del pensiero unico è stato non solo neutralizzato ma anche deriso.

Affermare che questa Europa non convince, non è sufficiente, è necessario andare oltre la critica e spiegare, scevri da una preconcetta contrapposizione tra Euroscettici ed Europeisti convinti, che idea si propone per il futuro del vecchio continente.

Le Nazioni Europee dovranno a mio modesto parere ritrovare la loro sovranità a difesa delle loro identità e dei legittimi interessi nazionali e così condividendo strategie e valori potranno dar vita ad un’autentica Europa degli Stati, tanto auspicata dai padri fondatori, e non una vacua entità economica dominata da potentati  e interessi sovrannazionali come è attualmente. Ecco perché ritengo che Europa e Sovranità non solo non siano termini confliggenti, ma possano essere l’uno il corollario dell’altro.

Il rivendicare la propria sovranità significa ridare ossigeno alla democrazia e ristabilire i normali equilibri tra economia e politica, tra economia reale e finanza, tra capitale e lavoro, tra capitale e territorio, perché una concezione sana dell’economia distingue il calcolo mercantile del profitto dall’economia sostanziale, riservando a quest’ultima la funzione primaria e vitale di riproduzione delle merci necessarie alla sussistenza umana.

Economia che torni a rispondere ai bisogni e alle necessità del cittadino grazie ad una politica capace di riscoprire il suo ruolo di moderatore dei fenomeni socio-economici, ruolo che può concretizzarsi solo in uno Stato realmente sovrano, mentre oggi assistiamo ad una politica che è stata relegata a cortiletto del potere, completamente piegata alle logiche tecnocratiche della finanza creativa, o meglio distruttiva.

Alcuni dati

Solo per citare alcuni numeri Euro + crisi hanno significato per il nostro Paese -30% di capacità produttiva, che si sono tradotti in un -77’000 € di unità monetaria procapite in 20 anni, se non bastasse il confronto tra i due periodi pre e post Euro è impietoso

Tra il 1985 ed il 2001 il PIL italiano cresceva del +44% che equivalevano a circa 482 miliardi di €, contro il periodo 2020-2017 il PIL è cresciuto del solo 2% ossia 31 miliardi di €.

Andiamo alla voce export, da molti euroinomani considerato il vantaggio più importante del essere in UE, e scopriamo che questo vantaggio è stato solo ipotetico ma molto diverso dalla realtà,

1985-2001 export italiano +136,3%

2002-2017 +40,9 %

È chiaro che qualcosa nel processo di integrazione non abbia funzionato, ledendo in modo evidente gli interessi nazionali dell’Italia in questo caso.

La nuova Europa

Ma quale idea abbiamo di  Europa? Quale futuro auspichiamo per il vecchio Continente? Una strada  possibile è quella confederativa, quella di un’Europa che affondi le sue radici nel mondo greco romano e nella cultura cristiana, e che diventi garanzia di pluralità e non teatro di omologazione.

È bene però ricordare che nessun progetto politico potrà mai concretizzarsi senza la riscoperta di un senso di comunità da contrapporsi ad un pericoloso individualismo, comunità che si cementa attorno al concetto  di Patria, ossia terra di condivisione di un comune destino.

Il nostro sforzo deve essere quello di ricostruire sull’esempio di Enea la terra dei padri, dove ciascun europeo si possa riconoscere e confrontare con gli altri.

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