SALONE DEL LIBRO DI TORINO

copertina Habeas (1)

 

1.E.book per l’ Europa

Alpina ha partecipato al Salone del 2014 con la presentazione dal titolo HABEAS CORPUS DIGITALE. La manifestazione ha costituito l’occasione per un ampio dibattito, non soltanto sul Quaderno con questo stesso titolo, che apre la serie dei “Quaderni di Azione Europeista”, bensì sull’ intera situazione dell’informatica in Europa, che ha costituito il vero oggetto della delibera del 12 maggio del Parlamento uscente.

1.Ampia partecipazione di pubblico e di relatori.

Ci ha fatto l’onore di parlare alla nostra presentazione anche una delle “vedettes” del salone, Gianaugusto Ferrari, uno dei veterani dell mondo del libro in Italia, che ha presentato, sempre al Salone, la sua ultima fatica, intitolata, appunto “Libro”, nella quale l’Autore, in esito a una rapisda, avvincente e meditata carrellata che va dal Medio Oriente antico alla fantasciernza, tenta di predire il futuro di questo nostro prodotto.

Senza girare in tondo, Ferrari è entrato nel vivo del rapporto fra Libro e Europa, aderendo alla nostra tesi secondo cui l’ Europa dovrebbe investire molto più nelle tecnologie informatiche, che si rivelano sempre più importanti per contare nel mondo.

Certo Ferrari non è un fanatico dell'”Ideologia del web”, la quale, applicata al mondo del libro, postulerebbe la “fine del libro”, da un lato per via della sua apertura ad altre forme di espressione, e, dalla altra, a causa della disintermadiazione del mercato dei media, dove l’autore dialoga direttamente tramite il web con i suoi lettori .

Neppure noi lo siamo. Questa Ffine del Libro” assomiglia infatti molto alla “Fine dell’ Uomo” propugnata da questi stessi ideologi del web.

2. Un multamento epocale

In generale, il Salone si è rivelato anche quest’anno come un “sensore” particolarmente raffinato dei mutamenti i in corso nella nostra cultura e nella nostra società, presentando alcune delle opere che, negli ultimi mesi, hanno segnato, a nostro avviso, importanti slittamenti nei trend dominanti : la revisione storica di Mieli; il sorpasso fra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati di Ricolfi;  la rivoluzione biopolitica di Lolli;  la necessità di maggiore  partecipazione sollevata da Brunetta;  l’irrilevanza della contrapposizione destra-sinistra, messa in luce da Veneziani, Buttafuoco e Pennacchi.

Certo, riconoscere questi trend richiede ancora una sensibilità particolare, in quanto gli autori che si occupano di quei temi sensibili sono ancora   sommersi e oscurati nel “mare magnum” di opere che restano all’ interno della cultura “mainstram”. Tuttavia, non dubitiamo che già nel corso dei prossimi mesi queste tendenze si faranno più evidenti e stringenti, in modo da poter esssere rilevate  da gruppi più ampi di lettori e operatori della cultura e  da fornire  anche una sorta di “guida operativa” per la nostra nostra società.

Siamo qui per seguirne l’evoluzione.

3.I conti con la storia.

Particolarmente attesa e frequentata, la pesentazione, da parte di Mieli, del suo  “I conti con la storia”. Come noto, in questo libro, l’Autore non si limita alla constatazione generale e condivisa un pò da tutti, che “la storia viene sempre scritta dai vincitori” , bensì attacca in modo particolare la situazione italiana, dove si assiste da tempo  a una continua riscrittura della storia ogni volta che si chiude un seppur limitato ciclo politico.

E’evidente che, sulla scena, si staglia la riscrittura della storia politica italiana per giustificare il passato politico di un’intera classe dirigente dal fascismo all’antifascismo, ma lo sguardo si allarga al passaggio dalla “Prima Repubblica” alla “Seconda Repubblica”, e quello fra “Berlusconismo” e “Antiberlusconismo”.  A nostro avviso, questo processo è solo agli  inizi. Da un lato, non si è ancora giunti alla comprensione della  necessaria radicalità nemmeno di queste due  riscritture storiche a noi più vicine –  una radicalità che potrebbe  portare  a una demitizzazione complessiva  dei vertici dello Stato e della cultura-, ma, dall’ altro, nonostante i molti tentativi, non sono ancora state affrontate, per esempio,neppure  la riscrittura della storia dell’ idea di Europa, della storia americana, dei rapporti Oriente-Occidente.

Tutti compiti che sono, a nostro avviso, indilazionabili, se, dagli attuali  pruriti qualunquistici,  si vuole arrivare  a una critica seria dell’attuale costruzione europea; da un vago pluricentrismo, a una proposta concreta di federalismo mondiale; dalla “Religione di Internet” a una Post-Modernità matura.

3. Destra e Sinistra.

Singolare iniziativa quella sulle “Culture della destra”. Nata da un lodevole dialogo fra la dirigenza del Salone e alcuni “intellettuali di destra” che  avevano  lamentato un’assenza di questo tipo di cultura all’ interno del Salone. Quest’anno si sono dunque organizzate due manifestazioni sulla “Cultura della Destra”. dalle quali si è potuto evincere a nostro avviso, come minimo, due fondamentali considerazioni:

-che il problema, che era stato posto all’ inizio dell’ era berlusconiana, del perchè della latitanza della cultura di destra, era sostanzialmente mal posto;

-che , se cultura di destra si dà, essa si dà soprattutto come luogo di incontro per lamentarsi della sedicente  destra politica.

E, di fatto, come si è potuto evincere dai dibattiti animati da Veneziani, Beatrice, Buttafuoco, Silos Labini, l’idea stessa di “destra” in generale, ma, soprattutto, nell’ attuale contesto, è frutto più che altro del cumularsi di una serie di equivoci: Destra come segmento del movimento  rivoluzionario francese (i Girondini); destra come conservatorisno inglese (i Tory); destra come postfascismo (l’MSI-Destra Nazionale); destra come formula aggregante di un bipartitismo forzato (il Partito Repubblicano americano).

Le elezioni europee dimostrano che in Europa il bipasrtitismo non esiste, e, quindi, non esistono né “destra” né “sinistra”, bensì una pluralità di aggregazioni politiche e di culture, da un ‘islamismo “democratico” e “imperiale” di Erdogan  alla sinistra veteromarxista di Tsipras; all’eurasiatismo degli Jobbik al qualunquismo di sinistra grillino; da un  liberalismo ottocentesco come quello  di Farage all’ Ostalgie di Gysi ; dal  nazionalismo giacobino di Marine Le Pen a un liberalismo di sinistra come quello di Renzi; dal neopaganesimo di Alba Dorata a un conservatorismo di sinistrta come quello della SPD; dalle nostalgie monarchiche di Orban a un nazionalismo economico come quello di AfD, ecc…

Come fare a classificare tutte queste cose entro i fumosi calderoni della “Destra ” e della “Sinistra”?

In Italia si era tentato di creare, negli Anni ’70, una “Cultura di Destra” che in realtà, fino ad allora,  non c’era mai stata, intendendola come “Critica Antimodernistica”. E questa, invece, non solo c’era sempre stata, ma, addirittura, è stata sempre quantitativamente, ma anche qualitativamente soverchiante nei confronti di quella modernistica: Rousseau contro Saint-Simon; Leibniz contro Payne; de Maistre contro Mazzini; Burckhardt contro Marx, Nietzsche contro Fiodorov; Gandhi contro Marinetti; Simone Weil  contro Trockij ;Heidegger contro von Neumann;  Pasolini contro Craxi; Asimov contro Esfandiari;  Kubrick contro Kurzweil.

E, allora, perchè mai questa cultura antimodernista non è mai riuscita ad imporsi? In realtà, essa  è stata sempre “impolitica”, se non “antipoloitica”(cioè non pratica, imbelle e rinunciataria). Per Rousseau, la civiltà porta solo a un peggioramento della condizione umanas, ma poi egli non si sarebbe mai neppure sognato di compiere un’ azione politica contro l’ opera d’incivilimento degli Occidentali (anzi, aborriva ogni idea di rivuluzione in Europa, paventandone giustamente gli aspetti genocidari). Per De Maistre, la modernità equivale alla “Finis Europae”, ma anch’ egli raccomanda, per rispettare la volontà della Divina Provvidenza, di non fare una controrivoluzione come “rivoluzione al contrario”;  Nietzsche tuona contro tutti i valori del suo tempo, ma l’azione rivoluziomnaria che aveva in mente si riduce a scrivere i “Biglietti della Follia”, ecc…

Gli intervenuti ai due dibattiti sulla “Cultura di Destra” non hanno per altro mai neppure accennato all’unica pretesa di lanciare, hic et nunc, una politica “antimoderna”, come quella  che in Russia viene definita  con il termine “nuovo conservatismo”: termine anch’esso vaghissimo, in quanto si riferisce  a politici o pensatori che si situavano a cavallo di un riformismo zarista e della critica alla rivoluzione bolscevica. da Dostojevskij a Stolypin, da Pobedonosev a Soloviov, da Berdjajev a Trubeckoj.

Ed è appunto Berdjiajev che Putin ha citato nel suo discorso di fine anno 2013.

4.La “Rivoluzione Biopolitica”

In definitiva, è impressionante che, mentre molta parte della dinamica sociale e politica verte, nei fatti, sulla lotta fra Modernità e critica postmodernistica, poi, nei fatti, nessuno voglia farsi carico quest’ultima come scelta  sociopolitica e culturale.

Proprio la rivoluzione  biopolitica è stato un tema , a nostro avviso, fin troppo assente nel Salone, mentre, invece  è oggi , in ultima analisi, quello più importante. Gli unici rappresentanti di questo tipo di discorso sono stati, da un lato, la Guaudino, la quale,  più che una critica della rivoluzione bipolitica, dovrebbe essere considerato come una polemista antifemminista., e, dall’ altra, Lolli, con la sua riscoperta di Guenther Anders.

Considerando che quest’anno l’ospite d’onore era la Città del Vaticano,  questa assenza dimostra che il  tema non costituisce una priorità dell’ agenda culturale cattolica. ù

Anche il discorso di Lolli, a dispetto dell’ interesse e del valore dell’aureo libretto presentato al Salone, è stato, sfortunatamente, limitato ad espetti sociologici e psicanalitici, mentre, invece, ilLleitmotiv dello stesso libro era proprio la mutazione ontologica in corso, che sta preparando l’ “Era delle Macchine Spirrituali”, attualizzando, dunque, la profezia di Anders sull’ “Antiquatezza dell’ Uomo”.

5.L’ identità sudamericana come parte integrante ed essenziale di un nuovo pluricentrismo

Uno stridente contrasto con il disinteresse della presenza culturale vaticana per le problematiche biopolitiche che dovrebbero esssere al cuore delle preoccupazioni della Cristianità si pone invece la presentazione, effettuata da Carròn, delle radici sudamericane della cultura politica del Sommo Pontefice, che, ovviamente, vanno ricercate nell’enorme tradizione gesuitica latinoamericana, ma che il libro di Metalli, “Il Pontefice e il Filosofo” dimostra  più in dettaglio riallacciarsiall’idea nazional-popolare della “Patria Grande”. il grande teorico di questa tradizione politico-culturale è l’Uruguayano Methol-Ferré,  che, nell’intervista con Metalli, e introdotta, al Salone, da Carròn, assume per così dire  i contorni di un “filosofo del Papa”, nel senso che si situa fra le sue letture e frequentazioni preferite, tanto da aver egli acquistato, quand’era ancora vescovo in Argentina, un gran numero delle sue opere, di cui soleva fare  omaggio un pò a tutti.

La visione di Methol-Ferré ( come, indirettamente, possiamo presumere anche  quella del Papa), potrebbe essere riassunta con il concetto dell’ “Inculturazione”, quell'” Inculturazione” di cui i Gesuiti avevano fatto fin da subito la loro stessa ragion d’essere e che hanno perseguito nelle esperienze delle Università sudamericane e delle Reducciones. Il motivo per cui, nella nostra pubblicistica, non si riesce a inquadrare adeguatamente il pensiero politico del Papa, è che gli schemi teorici propri della cultura dell’ “establishment” occidentale non sono adeguati per comprendere il discorso sudamericano.

L'”inculturazione” nelle Americhe  si pone in un rapporto dialettico con il Marxismo e con la teologia della liberazione. Il marxismo appare come un interessante fonte di contenuti, e un possibile alleato, ma anche come una dottrina estranea al Sudamerica, e perciò impraticabile e distruttiva. I rivoluzionari sudamericani non erano marxisti, ma dovettero allearsi  con il blocco sovietico per sopravvivere. Il caso più eclatante è quello di Fidel Castro, un leader nazionalista che riuscì a sopravvivere in un’ isooletta ai confini degli Stati Uniti solo grazie all’ aiuto sovietico. Di converso, l’identificazione dei rivoluzionari sudamericani con il comunismo sovietico costituì anche il principale cettore del “Suicidio  della Rivoluzione”. I milioni di giovani che vollero imitare il Che operarono prtoprio un suicidio collettivo: quei movimenti nazionalpopolari vennero combattuti come comunisti e sterminati.

Methol Ferré invita a distinguere, come faceva già Augusto del Noce, fra un ateismo materialista “classico”, che si inverò essenzialmente nel socialismo reale, e un “ateismo libertino”, che trova espressione nelle società capitalistiche avanzxate.

Purtroppo, in Methol-Ferré manca un’analisi dell’ultima fase, quella  dell’ “ateismo pratico”, che aspira alla “Costruzione di Dio” (“Bogostroitel’stvo”) attraverso la tecnica. Essa trova la propria attuazione nella “rivoluzione biopolitica”.

6.Un “establishment” senza prospettive.

Un capitolo particolarmente interessante del Salone è stato costituito dalla presenza degli economisti, i quali  hanno dimostrato, a nostro avviso,contro la loro stessa volontà,  che le radici della attuale crisi sono innanzitutto teoriche, e che, pertanto, essa è insuperabile fintantoché non saranno state superate anche in modo teorico i principali ostacoli allo sviluppo della nostra Società.

I due punti da cui occorre  partire sono che il modo di produzione moderno non crea ricchezza, bensì la consuma, e, il secondo, è che gli economisti non sono degl’intellettuali indipendenti, bensì degl’intellettuali organici, funzionali al potere.

Le modalità moderne di produzione non creano ricchezza, ma semplicemente trasformano e consumano le risorse naturali  esistenti, lasciando l’uomo, alla fine, più povero di prima. Perciò, non possono avere un effetto moltiplicativo, bensì solo riproduttivo. Tale processo è descritto, bene o male,  con le formule del PIL e della   sua crescita. Le quali però non misurano la  ricchezza realmente prodotta, bensì solo il lavoro speso  per trasformare le risorse. stesse

La crescita del PIL è quindi un fenomeno solo apparentemente incrementale. Essa esprime, infatti, la crescente complessità dell’economia, che si autoalimenta in quanto  esigenza di manutenzione. Negli ultimi decenni, le esigenze manutentive si possono misurare, secondo alcuni, in una quantità corrispondente  a una crecista approssimativa del PIL del 4% anno, da intendersi come sommatoria  dell’obsolescenza tecnica (maggiore complessità da introdurre nel sistema) e obsolescenza fisica (esigenze di manutenzione).

Non si tratta quindi della crescità a tutti i costi, bensì del suo contrario: per quanto si lavori a tutto ritmo, la crescita non ci sarà mai, e il massimo che che si può otteneresarà i arginare l’osolescenza. Ciò che gli antichi descrtivevanio come obiettivo dein Riti: ricreare incessantemente un’Armonia del mondo che, altrimenti, andrebbe dispersa, portando il Cosmo alla rovina.

Se poi si guarda alla cosa “da un’ottica globale”, non c’è neppure la tanto decantata “prospettiva win-win”, cioò il fatto che la sommatoria degli sforzi delle diverse parti porterebbe a un maggior valore aggiunto complessivo. La “crescita due cifre” dei Paesi in Via di Sviluppo è semplicemente il   logico “contraccolpo” di una “decrescita” che, nel corso della storia recente , era stata causata da fattori politici. Non è certo un caso che la Cina, che, nel corso della sua  storia, aveva avuto, da sempre ,un PIL superiore a qualunque altro territorio del mondo, abbia registrato una “decrescita” proprio in concomitanza con le Guerre dell’ Oppio.. E non è un caso neppure che gli ultimi 70 anni , quelli della piena  indipendenza, abbiano registrato una crescita ininterrotta e sostenuta. Una volta superati l’iperconsumo di oppio, le mafie, i Trattati Ineguali, le stragi giapponesi, la guerra civile, le follie rivoluzionarie, i Cinesi hanno potuto ricominciare a pensare, a organizzare, a creare, a produrre, a vendere, come nel loro glorioso passato plurimillenarioecc.., e stanno tornando automaticamente almeno al punto in cui erano al tempo dei Ching. La domanda è: riusciranno a tornare ancora più indietro, al tempo della “Pax Mongolica”, quando si diceva che “una vergine nuda con sulla testa un forziere colmo d’oro avrebbe potuto andare indisturbata dalla Polonia alla Corea”?O, ancora più indietro, all’epoca Song (il nostro Medioevo), quando, in Cina, si produceva l’80% del PIL mondiale? O, chissà, al mitico Impero Zhou, quando, secondo Confucio, regnava il DaGong: “Tutto è in ordine nel Paese di Mezzo; tutto è in ordine nell’ Ecumene”?

Invece, la triste realtà dell’Occidente è che, neppure nel periodo del suo massimo splendore (fine Ottocento-fine Novecento), la mitica “Crescita del PIL” raggiunse un valore, a lungo termine, superiore al 2%. La Banca  d’Italia, presente, al Salone, con un proprio stand, ha organizzato anche un dibattito su un suo  studio di storia economica fra i migliorio economisti italiani (ricordiamo qui Toniolo e Deaglio). In questo studio, si presentava una serie di interessanti dati statistici, concernenti  soprattutto, lo sviluppo del PIL in Italia nell’ultimo secolo.

Tali studi, e in particolare, la tabella illustrata all’ inizio,  sono stati, a nostro avviso, illuminanti per illustrare i concetti che abbiamo  sopra enunziati.

Infatti:

-una colonna di tale tabella dimostrava che, fra fine Ottocento e fine Novecento, il PIL medio in Italia era cresciuto del 2%, e, ciò, nonostante la rivoluzione industriale, due guerre mondiali, il Piano Marshall,  il Miracolo Economico,  l’Unione Europea, il Welfare State, il consumismo e la globalizzazione, tutte cose che, secondo la cultura mainstream, avrebbero avuto un effetto salvifico sulla nostra economia. Figuriamoci se non ci fossero stati!

-la colonna più impressionamte della tabella era però l’ultima. Tutta la storia socio-economica dell’ Italia veniva presentata, nello studio della Banca d’Italia, sotto la formula del “Catch-up”: cioè, l’italia, intrinsecamente arrretrata, arebbe passato, anche se inutilmente,  tutto il suo tempo a rincorrere i “Paesi virtuosi”, cioè quelli del Nord-Atlantico. Tuttavia, quali sono i tassi di crescita di questi Paesi nell’ultimo decennio? Vanno da uno 0,7% del Giappone a qualcosa più del 2% per gli USA. E noi dovremmo realizzare riforme roboanti, con costi sociali inauditi, per poter realizzare una crescita annua del 2%, che non è neppure la metà di quella necessaria per la manutenzione del sistema, e corrisponde a meno del 30% della crescita media della Cina negli ultimi 70 anni?

Molto più realistica, a nostro avviso, la visione tradizionale che, della Europa  in generale e dell’italia in particolare, avevano gli antichi Cinesi. Visione sintetizzata con l’espressione “DaQin”, che significa “Grande Cina”. Per gli antichi cinesi, Roma, e, più tardi, il Cristianesimo, erano “civili come la Cina, ma ancora più grandi”. I Cinesi volevano, e ancora vogliono, imitare gli Antichi Romani. Perché noi dovrenno accontentarci di molto meno? A questo punto,, anche dal punto di vista economico,  il nostro obiettivo non dev’essere  imitare l’ Occidente, bensì  tornare a superare la Cina. Quindi, altro che puntare al 2% dell’America. non basterebbe neanche il 7,5% della Cina.

A nostro avviso, vari filoni di ragionamento c’inducono  a ritenere che l’obiettivo dell’ imitazione, se non del superamento,  della Cina, sia possibile.

Innanzitutto, già gl’Illuministi Europei (in particolare Leibniz e Voltaire), da tutti citati, spesso a sproposito, come i Padri spirituali dell’ Unione Europea, sostenevano che solamente creando in Europa un impero illuminato come quello cinese si sarebbe potuto raggiungere il livello di prosperità tipico di quel territorio.

In secondo luogo, il definitivo esito (positivo, negativo, non si sa) della complessissima crisi ucraina è che la Russia ha firmato con la Cina il più grande contratto commerciasle di tutti i tempi, per la vendita, su trent’anni, di 400 milioni di metri  cubi di gas.Molto si è discusso del significato geopolitico di quest’evento. In ogni caso, esso segnala un’  accresciuta vicinanza della Russia alla Cina, che ha ancora tutta da essere interpretata.

Ma l’Europa presenta, nonostante le retoriche in contrario e le sanzioni, un grado elevatissimo di integrazione tanto con la Russia, quanto con la Cina. Intanto, quest’ultima sta costruendo oramai da moltissimi anni un “corridoio ferroviario” chiamato “Nuova Via della Seta”, che collegherà la Cina con l’ Europa. I treni cinesi ad alta velocità che saranno utilizzati sulla “Nuova Via della Seta” sono costruiti partendo da una base tecnologica franco-tedesca. Il maggior produttore automobilistico nazionale cinese è la Volkswagen cinese. Il porto di Taranto è di proprietà della Hutchison Whanpoa di Hong Kong, mentre sono sotto controllo cinese, diretto o indiretto, la Volvo e la PSA.  Inoltre, vengono costruiti, tra l’altro,  in Russia, da società miste russo-europee: i Superjet 100 Alenia-Sukhoi; gli autovlindo Lince dell’ IVECO; 4 portaelicotteri francesi della classe Mistral.

Quindi, l’Europa, se non si  farà trascinare da crociate ideologiche autolesionistiche, potrà agganciarsi allo sviluppo dei BRICS e dell’ Eurasia, sviluppando al massimo le sue potenzialità ancora inesplorate.

7-.La transizione dal libro cartaceo verso al  libro digitale

Si tratta di una transizione lenta, faticosa, ma inevitabile. Questo per una serie di circostanze epocali sulle quali non vale la pena di soffermarsi qui in modo eccessivamente dettagliato. Circostanze fra ler quali  va annoverata  la “morte del libro” e l’esigenza di una comunicazione più diffusa e tempestiva, alla quale ultima  sono dedicati, tra l’altro, da un lato i nostri “Quaderni di Azione Europeista”, e, dall’ altro, tutti i nostri e.book.

Il fatto che, in Europa, contrariamente che negli Stati Uniti, gli e.book costituiscano solamente una quota modesta, tanto dei titoli, quanto del fatturato, non costituisce, a nostro avviso, un handicap per un progetto di creazione di nuovi e.book, quanto piuttosto un’opportunità. Infatti risulta ovviamente  ancora aperto, qui da noi,  un enorme spazio di operatività per realizzare nuovi business nel settore dell’ e.book,rafforzando così  le nostre attività di lobbying verso le Pubbliche Autorità, per spingere in avanti, nel contesto del generale movimento verso un Web Europeo, anche, e in particolare, gli e.book europei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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