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SPENDERE BENE I SOLDI DELL’ EUROPA

Jean-Jacques Servan-Schreiber

Di fronte alle sempre più evidenti incertezze, tanto a livello europeo, quanto a livello nazionale, sulla natura, le finalità, la destinazione e l’impatto dei fondi messi a disposizione degli Stati Membri dopo il “lockdown”, s’infittiscono gl’interventi  sulla stampa (Beltrame, Cottarelli,Bastasin…),  preoccupati  del se i mezzi comunque messi a disposizione saranno utilizzati, come da tutti auspicato, non solo in funzione anticiclica, per compensare l’imprevista caduta del PIL, bensì in funzione di un rilancio strutturale.

Infatti, accedendo ad una tesi che noi abbiamo da sempre sostenuta, molti esperti stanno affermando, finalmente, che:

-la crisi italiana ed europea non è nata con il coronavirus, sì che è inutile voler riportare la situazione a Gennaio, vale a dire ad un punto già molto caldo della crisi preesistente;

-i fondi dovrebbero essere spesi per l’innovazione (in particolare, digitale), non già per sostenere i settori “tradizionali” in crisi.

1.Quali obiettivi di fondo perseguire?

Fino a qui, tutti d’accordo. Peccato che quest’analisi non vada mai sufficientemente alle radici del problema.

Innanzitutto, la conciliazione fra il progresso economico e l’equilibrio dell’Umanità con se stessa e con la natura è una questione antica, soprattutto in Oriente (pensiamo che lo slogan giapponese “wakon yosai” -tecnica “occidentale”, cioè cinese,  e cultura giapponese- risale addirittura al XII secolo, al Genji Monogatari), ma mai affrontata nella sua interezza. Che cosa significa infatti “umanesimo digitale” per l’ Europa del III° Millennio? Sembra incredibile, ma, in un momento in cui quest’endiadi “va per la maggiore”, incontriamo, come Diàlexis, serie difficoltà a provocare un confronto intellettuale su questo tema.

Orbene, se non è chiaro quali obiettivi perseguiamo con la tecnica, come possiamo decidere sull’ orientamento che vogliamo dare all’ economia? E, in particolare, che cosa l’economia ha significato, significa e potrà significare per l’Europa (nelle sue varie articolazioni), e per i singoli Stati membri?

Per esempio, l’Italia era stata, prima della Rivoluzione Industriale, fra i Paesi più ricchi, se non il più ricco del mondo (grazie alla posizione geografica e geopolitica, alla cultura classica, all’Impero Romano, alla Chiesa, alle Crociate, ecc…).Basti pensare alle migliaia e migliaia di nuraghes che riempiono letteralmente, non soltanto il territorio, ma lo stesso sottosuolo, della Sardegna; alle imponenti rovine di Roma, Siracusa, Agrigento, Selinunte, Pompei; alle opere d’arte che riempiono letteralmente tutte le città italiane…

Il carattere di potenza industriale dell’Italia si era potuto (e dovuto) costruire  con lo Stato unitario grazie alle sue eredità millenarie, ma anche  a un secolo di guerre ininterrotte (d’Indipendenza, al brigantaggio, coloniali, mondiali), che avevano reso improrogabile  la creazioni di un esercito, di una flotta, e, quindi, di un’industria metalmeccanica, chimica, navale, aeronautica, trasformatesi poi in industrie civili.

Ciò detto, la vocazione profonda dell’ Italia non è mai stata industriale, bensì piuttosto culturale, politica, agricola, commerciale, finanziaria. Essa ha avuto difficoltà ben maggiori degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania, ad affermarsi come potenza industriale, e, anche quando lo ha fatto, si è trascinata dietro una gran quantità di “problemi irrisolti” (familismo, individualismo, esterofilia, statofobia), che fin dall’ inizio avrebbero dovuto costituire un segnale contro un’egemonia dell’industria, non sinergica alle nostre naturali inclinazioni.

Dopo il cosiddetto “Miracolo Economico”, trainato dalle grandi imprese eredi dell’epoca autarchica (le banche d’interesse nazionale, FIAT, Finmeccanica, Montedison, ENI, Ferrovie dello Stato, Alitalia), lo sviluppo abnorme della piccola e media impresa era stato favorito, quando non generato, dalle stesse grandi imprese. Con l’indebolirsi, se non l’esaurirsi, di queste ultime per il venir meno delle ambizioni da grande potenza, anche le piccole e medie, spesso nate come effetto, diretto o indiretto, dell’indotto, sono state ridimensionate, senza essere sostituite da imprese più innovative.

Quei settori, come il turismo, le vetture sportive, la moda e l’agroalimentare, che vengono citati come esempi imbattibili dell’eccellenza italiana, sono oramai surclassati, quando non acquisiti, dai concorrenti americani, tedeschi, giapponesi e cinesi  , portando profitti, più che a Venezia, Firenze, Maranello, Milano o Verona, a Madrid, a Wolfsburg, a Tokyo o a Shanghai.

L’Italia soffre anche di un eccesso di corporativismo, concezione senz’altro sana e tipicamente europea e italiana, ma che, nella sua versione paternalistica teorizzata per esempio da Fanfani, ha portato alla dittatura dell’esistente, sicché la politica economica viene delineata  non già per  soddisfare gl’interessi generali e a lungo termine del Paese, bensì per accontentare i diversi gruppi di pressione che di volta in volta si presentano: per permettere alla grande impresa di delocalizzarsi a costo “0”; ai sindacati di mantenere una base di iscritti; alle microimprese di sopravvivere senza rinnovarsi pur essendo negate per l’economia attuale; agli operatori turistici di mantenere la loro struttura disaggregata; ai gruppi dirigenti delle banche di mantenere a spese dello Stato il  lucrativo controllo sulle stesse…

La Lancia Aurelia, simbolo di opulenza nell’ Italia del Miracolo economico

3.Operare fra le rovine

Purtroppo, mentre, dopo la IIa Guerra Mondiale, si era vissuti nell’ illusione di poter mantenere a lungo senza combattere le nostre posizioni relativamente privilegiate grazie alla concorrenza fra Est e Ovest, anche  l’insieme di queste realtà fattualmente esistenti è stato talmente indebolito dalle dissennate politiche di anarchia di mercato, di assistenzialismo, di subordinazione alle multinazionali, di privatizzazioni inutili e dannose, che, se lasciato andare ulteriormente per la sua strada, non può andare che verso una bancarotta generalizzata e la trasformazione di ciò che resta in filiali locali di multinazionali americane, inglesi, cinesi, giapponesi, indiane, coreane o russe. Il che significa la cancellazione dei finanzieri europei, il radicale declassamento dei nostri industriali, la pauperizzazione dei nostri managers, la proletarizzazione dei nostri commercianti e la disoccupazione dei nostri lavoratori. La cosiddetta “politica dei due forni”, condotta oggi soprattutto dalla Germania, costituisce solo un debole palliativo a quest’ incresciosa situazione.

Purtroppo è ben difficile che i Governi europei, e soprattutto italiani, la cui sopravvivenza dipende dal benvolere delle lobbies internazionali, del Presidente americano e delle multinazionali, abbiano il coraggio di affrontare di petto anche quest’”Armata Brancaleone” di  grandi gruppi europei in difficoltà, di “campioni nazionali” controllati dall’estero, di piccole realtà locali e di miriadi di microimprese allo sbando, per dire loro chiaramente che, se continuano così, andranno tutti al fallimento, e che, quindi devono loro malgrado, in contrasto stridente con ciò che si è fatto fino ad ora, inserirsi in un disegno politico-economico complessivo (Europa S.E./ Italia SpA/Deutschland AG/ France S.A), accettando, per essere aiutate dall’ Europa a sopravvivere, di divenire le disciplinate pedine del loro Sistema-Paese. Google, Amazon, Facebook e Lockheed sono pedine del gioco americano e Huawei, ZTE, Alibaba e TIKTOK sono pedine di quello cinese. E’ questo il “nazionalismo economico” inaugurato da Trump e copiato da Xi Jinping e Macron.

Certo,  in Europa, la situazione è molto difficile, perché nei settori che trainano l’intera economia nel XXX secolo (informatica, biomedicale, spazio, ecologia, telecomunicazioni) non c’è (più) nessun colosso europeo, né tanto meno italiano. Bisogna ricostruirli partendo da “0”, così come il DARPA aveva costruito da “0” i colossi americani dell’ informatica e i fondatori delle multinazionali cinesi delle reti sono ex ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione. Del resto, anche la Volkswagen, la multinazionale europea di maggior successo, era stata fondata con un atto d’imperio del III Reich, e rifondata d’autorità dal governatore militare inglese della Bassa Sassonia, e l’ENI e l’ENEL con atti d’imperio delle Autorità italiane.

Huawei: un esempio di quello che noi patremmo essere

4.Un percorso dalla cultura all’impresa

Tutto ciò per dire che, per “spendere bene” i fondi europei nell’innovazione, occorrerebbe un processo politico e industriale complesso, che, partendo da un’analisi seria e senza pregiudizi della situazione attuale, smantellasse le retoriche del mercato autosufficiente,  elaborando un piano d’intervento in tutte le direzioni, individuando  una leadership adeguata e ponendo a sua disposizione le risorse, con una serie di precisi traguardi e tempistiche, come nel programma “Made in China 2025”.

Il caso Huawei è emblematico. La questione sembra essere se scontentare gli USA collaborando con Huawei, che è l’unica a padroneggiare la nuova tecnologia, o condannare le imprese europee all’arretratezza rinunziando alla tecnologia di cui hanno bisogno solo per non ingelosire gli Americani.

In realtà, la situazione è ben più articolata. Dopo il 5G c’è ormai in uno stato molto avanzato anche il 6G, a cui la Huawei sta dedicandosi prioritariamente, al punto da aver offerto l’intero pacchetto di tecnologia G5 a un concorrente di qualunque Paese, per potersi dedicare liberamente al G6. Ma nessuno ha accettato. Nel frattempo, la Huawei è divenuta la maggiore depositante di brevetti all’ Ufficio Europeo Brevetti, sì che risulta difficile immaginare come le imprese europee di telecomunicazioni potranno sviluppare le proprie tecnologie senza accordi tecnologici con la Huawei.

Alla luce di tutto ciò, non si vede perché, se gli Europei sono così preoccupati per questa crescente egemonia Huawei, anziché frapporre ostacoli allo sviluppo della stessa in Europa, non creano, finalmente, il campione  europeo Nokia-Erickson, di cui tanto si è parlato, a cui Huawei licenzierebbe volentieri gran parte della sua tecnologia, permettendo così al nuovo colosso di crescere rendendosi sempre più autonomo, magari con l’aggiunta di tecnologie russe, indiane e israeliane.

La realtà è che l’unica preoccupazione degli Europei è quella di non scontentare gli USA, ma, per questo, non basta neppure contenere l’egemonia di Huawei: occorre anche che non sorga alcun colosso europeo capace di fare ombra agli Stati Uniti come “leader dell’ Occidente”. Infatti, che leader sarebbe un leader che non riuscisse neppure, dal punto di vista tecnico, a controllare le reti di telecomunicazione europee, cioè a spiare gli Europei? Non è, cioè, che si voglia impedire ai Cinesi di spiare gli Europei. Si vuole evitare che,  montando sulle reti materiale non prodotto dagli Stati Uniti, questi ultimi perdano il controllo completo sull’ Europa. Infatti, come ha dichiarato recentemente Edgar Snowden, gli Stati Uniti hanno spiato gli Europei con il G2, con il G3 e con il G4, e si preoccupano soltanto di non poter continuare a spiare con il G5 e il G6. Non ne va della nostra sicurezza, bensì del loro potere (su di noi).

E’ ricominciata la corsa allo spazio.

6.Come spendere, dunque, i soldi europei?

Intanto, occorre tenere ben distinto il programma di recupero dal coronavirus dal Quadro Pluriennale 2021-2027. Anche se vi è una notevole confusione al riguardo, il primo dovrebbe essere dedicato a rimediare con urgenza agli effetti della pandemia, e il secondo alla gestione del decisivo periodo successivo (“Next Generation”). Nel primo caso, non vi è evidentemente alcuna speranza che si possano realizzare, nell’emergenza, sensate politiche strutturali. Nel secondo caso, invece, sarebbe veramente grave se tali politiche non si tentassero, perché è proprio in quel periodo che la competizione fra America e Cina produrrà uno sviluppo strepitoso delle nuove tecnologie, capaci di rivoluzionare la vita sulla terra, e si rischia uno scontro globale, a cui l’ Europa è impreparata. Chi non padroneggerà quelle nuove tecnologie sarà escluso da qualunque influenza sull’avvenire del Pianeta, e sarà condannato a subire le scelte altrui, prima fra le quali quella circa l’allocazione delle risorse fra i vari Continenti.

Alla luce di quanto precede, la cosa più urgente da fare è studiare, dibattere, proporre, in vista dell’ elaborazione del Quadro  Pluriennale. E’ vero che i documenti elaborati nell’ultimo anno dalle Istituzioni dimostrano una modestissima, anche se crescente, consapevolezza di queste urgenze. Tuttavia, negli ultimi giorni, si è assistito anche a una sorta di risveglio, di cui testimonia, fra l’altro, il recente  studio ufficioso “Digital Sovereignty for Europe” dello European Parliament Research Service, secondo cui: “there is a growing concern that the citizens, businesses and Member States of the European Union (EU) are gradually losing control over their data, over their capacity for innovation, and over their ability  to shape and enforce legislation in the digital environment.” “This would require the Union to update and adapt a number of current legal, regulatory and financial instruments, and to promote more actively European values and principles in areas such as data protection, cybersecurity and ethically designed artificial intelligence (AI)”

Confidiamo, perciò, che le Istituzioni prenderanno in considerazione le osservazioni contenute nei due libri “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, da noi inviati in bozza alle  Istituzioni e che stiamo per editare.

Si aggiunga  lo smacco della Commissione in generale, nella causa Commissione contro Apple, dove la Corte di Giustizia ha deciso i prima istanza che l’enorme multa comminata dalla Commissione era illegale perché la Commissione stessa non era riuscita a dimostrare che il trattamento fiscale ultra-favorevole  riservato alla Apple dall’Irlanda (meno dell’1% sui profitti) concretasse un aiuto di Stato e danneggiasse la concorrenza e nella Causa Schrems II, in cui la Corte non solo ha dichiarato illecito il Privacy Shield negoziato dalla Commissione con gli Stati Uniti, ma ha criticato espressamente la Commissione per la sua arrendevolezza in spregio del diritto europeo e delle prepotenze americane (il CLOUD Act).

Per difender l’ Europa digitale ci vuiole più grinta.

7.Che fare in Italia?

Quanto all’ Italia, valgono, “a fortiori”, gli stessi ragionamenti. Se l’economia europea è in seria difficoltà, quella italiana è sull’ orlo del disastro. Già prima del Coronavirus, il 60% degl’Italiani era fuori del mercato del lavoro; le sole grandi imprese italiane sono rimaste le banche, le assicurazioni e il vecchio parastato: Eni, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane e Fincantieri,

Sarebbe ora che l’Italia riscoprisse sul serio le proprie vocazioni tradizionali, rivisitandole per attualizzarle. Intanto, le proprie tradizionali eccellenze culturali, che oggi vuol dire innanzitutto informatiche:

a)Visto e considerato che l’Europa non sta realizzando le accademie digitale e militare dell’Europa, auspicate dal Parlamento Europeo e da Macron,  perché l’ Italia non le realizza autonomamente, così come La Pira aveva creato egli stesso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze? Perché non dividere l’Istituto in tre facoltà, di cui una (a Firenze) rimanga quella attuale di scienze umane e le altre due (per esempio a Torino e Ivrea) vengano dedicate alle Scienze Strategiche e alle Tecnologie Digitali?

b)Poi, le tradizioni turistiche, dove ci sarebbe moltissimo da fare per capitalizzare sulle esperienze del lockdown, optando su un turismo sostenibile perché programmato, decentrato e selettivo?L’Italia possiede milioni di località turistiche non sfruttate, dai siti archeologici ai castelli, dai borghi ai parchi naturali. Occorrerebbe riorientare drasticamente il turismo verso quelle destinazioni, lasciando quelle più note alle grandi manifestazioni culturali, al turismo scolastico e  residenziale. Occorrerebbe introdurre un sistema generalizzato di permessi, prenotazioni, biglietti, autorizzazioni, per sfoltire le presenze nelle destinazioni più “gettonate” e  studiare vocazioni differenziate per i  diversi territori.

c)L’attore pubblico dovrebbe intervenire per diffondere l’immagine di marca unitaria del Paese, basata sulla diffusione della sua cultura, per supportare le aggregazioni di operatori e di enti locali, per fornire il supporto formativo e digitale. E’ gravissimo che  nel mondo siano pressoché sconosciuti tesori come Selinunte, Aosta, la Maremma, le dimore sabaude, l’archeologia industriale, i percorsi letterari internazionali…;

d)Infine, l’industria digitale, nata, con l’Olivetti, proprio in Italia, e abbandonata per pressioni politiche. Qui si dovrebbero costruire un Web provider, un costruttore di apps, un social network europeo e una società di web marketing. Sfiderei chiunque a dimostrare che in tal modo l’ Italia non spenderebbe bene i fondi europei, in un momento in cui nessuno vuole fare queste cose innovative ed essenziali per l’ Europa, e che l’ Europa non vuole fare.

Alleghiamo il progetto, che stiamo diffondendo, relativo alla realizzazione in Piemonte di alcune di queste iniziative, che confidiamo d’inserire perfino nel dibattito elettorale.

La Scuola di Applicazione, possibile base dell’Accademia Strategica Europea.

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari n. 32, 10125 Torino, Tel 0116690004

PROGETTO DI UN DISTRETTO CULTURALE E DIGITALE  EUROPEO IN PIEMONTE

In relazione, da un lato, all’entità e la destinazione dei fondi europei di cui si sta discutendo in questi giorni, e, dall’ altro, alle prossimi elezioni amministrative di Torino, l’Associazione Culturale Diàlexis sta pubblicando due libri, “European Technology Agency” e “European Digital Humanism”, e si è attivata da tempo con le Istituzioni Europee, il Governo, la Regione e la Confindustria, per sollecitare un più serio impegno nel campo della digitalizzazione, come unica via di uscita dalla spirale di decadenza che ha investito l’Europa, ma ancor più l’Italia, e, in modo speciale, il Piemonte, con punte massime a Torino.

Basti considerare il numero di abitanti della nostra città dall’ unificazione d’ Italia a oggi:

1861: 173.000

1871: 211.000

1881: 251.000

1901: 330.000

1911: 416.000

1921: 500.000

1931: 591.000

1936: 629.000

1951: 719.000

1961: 1.026.000

1971: 1.168.000

1981: 1.117.000

1991: 963.000

2001: 865.000

2011: 872.000

I numeri ufficiali per il  PIL e l’ occupazione non sono oggi più affidabili a causa della pandemia in corso, anche se si sa che, rispetto alla Lombardia, siamo incredibilmente indietro (27.000 Euro medi annui circa contro 38.000).

E, del resto, come potrebbe essere altrimenti se il Gruppo FIAT, che, negli anni ‘70 e ’80, dava lavoro, attraverso le sue holding, le sue controllate e i suoi fornitori di 1°, 2°, 3° e 4° livello, a circa la metà degli abitanti della città, è ora sostanzialmente assente (nel suo avatar FCA/Stellantis) da Torino?

L’idea di sostituire la cultura all’industria, perseguita dalla giunta Castellani, sarebbe stata eccellente se la si fosse perseguita per davvero, con una cultura veramente innovativa, non succube di miti industrialistici e operaistici, ovviamente non più applicabili nella nuova realtà. Oggi, in effetti, abbiamo una situazione abnorme, in cui la prima ad essere penalizzata a Torino è proprio la cultura, che ha perduto la sua colonna portante, l’editoria. A questo punto, sorge spontanea la domanda: come si dovrebbero mantenere  i (seppur molto meno numerosi) abitanti di Torino, visto che sono venute meno tutte le loro attività più lucrative?

Una situazione simile Torino l’aveva incontrata quando, nel 1864, con un’incredibile operazione verticistica, a Torino era stato sottratto, per un’imposizione della Francia,  il ruolo di capitale del Regno d’Italia, provocando un’insurrezione che costò alla città una sessantina di morti. In quell’occasione, il sindaco di allora, Luserna di Rorà, aveva lanciato un grandioso piano di agevolazioni per le imprese che decidessero di delocalizzarsi a Torino (una specie di “Cassa per il Mezzogiorno” a rovescio, o di “Zona economica speciale” alla cinese).

Fu così che si trasferirono a Torino imprenditori come Leumann e Loescher, e nacque la vocazione industriale della città.

Oggi, si tratterebbe di realizzare un ennesimo cambio di orientamento, sfruttando i fondi che l’ Europa sembrerebbe disponibile a investire nella digitalizzazione. Ma, per fare ciò,occorrerebbe una grande  lucidità storica ed economica, politica e imprenditoriale, che ci proponiamo di suscitatre con la nostra iniziativa.

La RIV, un’antica eccellenza torinese

1. L’attività trainante del XXI secolo: il digitale

Ciò che è da sempre alla base dello sviluppo economico è la vicinanza con il potere. Questo crea le motivazioni ideali per investire, copre le inevitabili sfortune, permette i regimi di favore, fornisce le esternalità e fondamentali commesse pubbliche. La storia di Torino ne costituisce un esempio inequivocabile. Le grandi fasi dello sviluppo di Torino furono legate alla conquista delle Gallie (l’ accampamento legionario di Giulio Cesare) , alla scelta italiana di Emanuele Filiberto (il primo allestimento del Palazzo Reale), all’unità d’Italia (Torino, prima capitale), alla presenza dell’ aristocrazia e dell’ esercito (industria militare),alla centralità della vita sindacale (l’accordo sindacale del 1920 sulle 8 ore).

Oggi, la forza a cui Torino si dovrebbe agganciare è l’Europa, alla quale, sulla scia di Galimberti e Olivetti, Torino potrebbe imprimere un piglio più “garibaldino”, in luogo di quello “contabile” che va oggi per la maggiore, in particolare per ciò che concerne una cultura e un’industria di avanguardia e autonoma dalle multinazionali. Oggi più che mai l’interconnessione fra digitale e cultura domina il panorama mondiale, in quanto la capacità delle nuove tecnologie di  trasformare radicalmente l’umano ha aperto il dibattito culturale, politico, e perfino religioso, più radicale della storia.

Attualmente, il digitale è al centro dell’economia mondiale, data la centralità dei dati nelle decisioni politiche, economiche e militari e l’influenza del web sulla cultura, la comunicazione, la politica, il commercio e la finanza.

Torino, al centro del dibattito culturale europeo

2.Arretratezza europea

In seguito allo sviluppo vorticoso del mondo digitale nella Silicon Valley, e, a seguire, in Cina e in India, anche le istituzioni europee si vedono ora costrette a occuparsi intensamente del digitale, com’ è accaduto con l’indagine del Parlamento Europeo su Echelon, con il GDPR, con la Causa Schrems, con la Digital Tax e con il pacchetto digitale approvato quest’inverno dalla Commissione.

Il problema numero uno dell’Europa è costituito dal fatto ch’essa, non avendo sostenuto i primi esperimenti delle sue imprese (Olivetti) e dei suoi Stati (Minitel) in questo campo, è rimasta oramai indietro di parecchi decenni rispetto ad America e Cina, e, in alcuni campi, anche a Russia, Giappone, India, Corea del Sud e Israele. Oggi, essa vorrebbe recuperare, ma si trova ostacolata in mille modi, fra l’altro dalla sua filosofia liberistica, dalla pluralità e litigiosità degli Stati membri, dalla mancanza di un esercito europeo e dalla scarsezza  di gruppi finanziari e industriali pan-europei.

Quest’arretratezza è stata sottolineata negli ultimi anni dai casi Prism e Huawei e dalle due sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee Schrems II e Commissione contro Apple, che hanno smentito la presunta coerenza con il diritto europeo di due delle posizioni tenute negli ultimi anni dalla Commissione: il tentativo di eliminare i privilegi fiscali delle multinazionali del web facendo leva sul divieto degli aiuti di Stato e quello di permettere, nonostante la legislazione sulla privacy,  l’immagazzinamento dei dati degli Europei in America attraverso stratagemmi giuridici come il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses.

A nostro avviso, queste arretratezze economiche, tecnologiche e militari sono innanzitutto il risultato di un’arretratezza culturale. Lo sviluppo fenomenale del web in America è avvenuto dopo le “Conferenze Macy sulla cibernetica” subito dopo la IIa Guerra Mondiale, le opere di Asimov e lo sviluppo dell’ “Ideologia Californiana”. Nello stesso modo, l’informatica cinese è in gran parte opera di ex ufficiali dell’ Esercito Popolare di Liberazione che avevano sviluppato le loro competenze a fini militari, come pure quelle israeliana e indiana.

Francia e Germania hanno tentato di ovviare all’assenza di campioni nazionali mediante tre iniziativa pubblico-privato , Qwant, per i motori di ricerca, JEDI, per il finanziamento del digitale, e Gaia-X per il cloud, ma, fino ad oggi, i loro sforzi si sono rivelati velleitari. I libri di Diàlexis sull’ argomento indicano la necessità di un’azione sistematica ad ampio raggio per colmare queste lacune, sfruttando i numerosi fondi messi a disposizione dall’ Europa per l’innovazione. In allegato al libro “European Technology Agency” si trovano 5 proposte per la futura Conferenza sul Futuro dell’ Europa, dedicate al settore digitale.

Inserire le nuove tecnologie nel dibattito sul futuro dell’ Europa.

3.Iniziative per il Piemonte

Fra le lacune evidenziate nel dibattito politico e che l’Europa non sembra in grado di colmare, ve ne sono tre in cui il Piemonte avrebbe degli atout di realizzare delle iniziative significative, sfruttando le proprie tradizioni, tecnologiche e culturali.

Intanto, il Parlamento Europeo ha più volte patrocinato la nascita di un’Accademia Digitale Europea, mentre il Presidente francese Macron ha invocato la nascita di una Cultura Strategica comune degli Europei. Il Piemonte ha delle tradizioni molto radicate nei settori della cultura digitale e di quella strategica. Per ciò che riguarda la prima, è stata inaugurata a Ivrea l’ ICO Valley, l’acceleratore per startup digitali dell’ex area Olivetti. Per ciò che riguarda la seconda, esiste a Torino il Comando per la formazione e Scuola di applicazione dell’Esercito, che svolge, su una base essenzialmente nazionale, proprio la funzione di una scuola di formazione strategica. Ambedue i contesti sarebbero estremamente favorevoli ad essere sviluppati nella direzione di un’Accademia Digitale Europea e di un’Accademia Strategica Europea. I programmi che potrebbero essere svolti in queste accademie sono illustrati al punto I, b (i)e II, 4 del libro “European Technology Agency”.

Un’altra iniziativa, di cui la Vicepresidente di Confindustria, Beltrame, ha segnalato l’urgenza, è costituita da una piattaforma europea, e, innanzitutto, italiana, di e.commerce, sulla falsariga di Amazon e di Alibaba. Quest’iniziativa potrebbe nascere a Torino o Ivrea partendo dalle due iniziative culturali di cui sopra, utilizzando, come materia prima, la digitalizzazione delle risorse culturali nell’ ambito di Europeana. La Commissione sta svolgendo proprio ora una consultazione pubblica su questo tema.

Così come Francia e Germania stanno tentando di realizzare, con i fondi europei e capitale pubblico-privato,  Qwant nel campo dei motori di ricerca, JEDI nel campo del Digital Financing e Gaia-X nel campo del cloud, L’Italia, e, in particolare, Torino, potrebbe realizzare, magari con altri partner europei e con i fondi europei, un’accademia digitale europea ( come la Singularity University o l’accademia russa di Skolkovo), un’accademia  strategica europea (civile-militare, sul modello del comitato cinese per l’unione del civile e del militare), e, infine, una piattaforma culturale e commerciale europea (sul modello dei social network americani e cinesi), che unifichino, alla promozione della cultura, della produzione e del turismo, italiani ed europei, lo sviluppo di una cultura digitale  e di una comunità d’interessi paneuropei.