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COME USCIRE DALLA CRISI?

L’

L’unione fa la forza

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

1.Superare la debolezza strutturale dell’ economia

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

La fine di Enrico Mattei, grande imprenditore pubblico

2.Storia dell’entropia dell’economia italiana

Molti, a cominciare da Bradanini, sostengono che l’Italia si troverebbe in questa disgraziata situazione per effetto di una manovra tedesca, che avrebbe manipolato la costruzione europea per farla coincidere con i propri interessi. Non mi sembra che, né la Germania abbia tratto particolare giovamento da questa situazione, visto che la sua economia stava già precipitando come la nostra, né che abbia potuto influenzare particolarmente la decadenza dell’economia italiana. Quest’ultima deriva piuttosto da una vera e propria regia a lungo termine dell’ America, che ha persuaso la politica e l’economia italiane ad adattarsi ad un costante  ruolo di “follower”, come quando si è voluta uccidere la Olivetti, si è spinta l’industria automobilistica verso le basse cilindrate (notoriamente meno redditizie), si sono acquisite le industrie di alta tecnologia come il Nuovo Pignone e l’Avio, ecc..Orbene, anche i sassi sanno che, nel XXI secolo, chi non è il più innovativo è sempre perdente. Quindi, con quelle operazioni, già tanti anni fa si era decretata la condanna a morte dell’Italia quale grande potenza economica. Molte delle tendenze politiche e culturali dell’ultimo cinquantennio (neo-liberismo internazionale, globalismo, operaismo) vanno lette come semplici coperture ideologiche di questa banale realtà.

La stessa Germania e tutta l’Europa sono state succubi di queste politiche, ed è per questo che ora siamo tutti qui a tirare una coperta divenuta troppo corta. Inoltre, l’Italia era uno dei maggiori beneficiari dell’ export delle grandi corporations tedesche (per esempio verso la Cina), e quindi la crisi tedesca aggrava la crisi italiana.

Certo, all’ interno dell’Unione, la Germania ha potuto difendere le proprie imprese più tradizionali grazie all’ adozione di un sistema politico “di partecipazione” che ha tolto molto potere al capitalismo privato, influenzabile da considerazioni personalistiche, lobbistiche e familiari, trasferendolo piuttosto a sindacati e Enti locali, istituzionalmente preposti alla tutela degl’interessi del territorio. Basti guardare alla “Legge Volkswagen”. Invece, in Italia, le forze culturali e politiche dominanti, marxiste e cattoliche, avevano scelto, per motivi diversi, il modello dell’“autonomia delle parti sociali”, apparentemente più favorevole ai lavoratori, ma nella sostanza per nulla attento agl’interessi a lungo termine delle imprese e prono agl’interessi personalissimi o familistici di singoli azionisti. Un’impresa tedesca non può trasferire la sede all’ estero, perché una simile decisione dovrebbe passare da un Consiglio di sorveglianza dove siedono i sindacati, e, spesso, lo stesso Governo. Io mi guarderei dal criticare altri solo perché hanno scelto sistemi più efficienti del nostro. Inoltre, lo strano ircocervo dell’Euro ha incentivato la continuazione e l’allargamento della tradizionale politica tedesca di stabilità monetaria, favorevole alle produzioni di altissima qualità e sfavorevole alle produzioni economicamente marginali e tecnicamente mature (come quelle italiane). Tuttavia, non si sarebbe comunque potuto imporre a tutta l’Europa di continuare a produrre magliette in concorrenza con il Bangladesh.

E ricordiamoci anche che la Germania ha una popolazione molto superiore a qualunque Stato europeo, e, anche a causa della sua posizione centrale (oltre che dei collegamenti logistici, storici, culturali ed etnici con tante parti d’Europa), ha sempre avuto, nella storia, un ruolo molto importante, qualunque ne fosse la copertura ideologica e istituzionale

 

Giovani italiani volontari in Israele

3.Rovesciare il tavolo e cambiare le regole del gioco

Vari amici mi “girano” documenti web contro il “tradimento”  della Germania, che meriterebbe un brutto voltafaccia da parte nostra, per la mancanza di aiuti ma, soprattutto, per  la resistenza all’idea dei  “Coronabonds”.  Secondo Bradanini, anzi, il problema numero uno sembrerebbe essere proprio la Germania.  Certo, il  comportamento di molti Stati europei in occasione dell’epidemia ha suscitato una diffusa avversione  da parte dei Paesi vicini: dalla Germania, che cura solo 8 malati e non vuole permettere un maggiore aiuto finanziario europeo, alla Francia che non ha inviato nessun aiuto, per passare ad Austria e Slovenia che hanno chiuso le proprie frontiere, mentre aiuti pervenivano (e ancora pervengono) da tutto il mondo, per giungere, infine, alla Repubblica Ceca che ha addirittura dirottato mascherine cinesi destinate all’ Italia, che per caso erano passate da Praga, distribuendole immediatamente ai propri ospedali, e inventandosi un poco credibile furto e un altrettanto poco credibile sequestro. Sotto questo punto di vista Bradanini è ancora troppo buono, limitandosi a scrivere, “accogliendo qualche paziente italiano che non trova posto negli ospedali italiani ridotti allo stremo proprio dalle sue politiche”, perché, tra l’altro, il sostanziale rifiuto dei medici tedeschi (anzi, di tutti i medici europei occidentali) di venire ad aiutare in Italia, volendo “portarsi i malati a domicilio”, denota la mancanza di dedizione al lavoro che dovrebbe caratterizzare l’etica medica, di cui sono invece dotati quelli cinesi, russi, cubani e albanesi (e dei volontari evangelici americani).

Certo, di fronte ad atteggiamenti così estremi, non si può che criticare, ma si deve soprattutto riflettere sulle motivazioni. Non tanto per stabilire torti e ragioni, quanto per stabilire, come diceva Nietzsche, la “verità in senso extramorale”. La freddezza verso la tragedia dell’Italia, ingiustificabile anche verso estranei, nel caso dei nostri vicini è sintomatica dell’insostenibilità dell’Europa attuale,come è stata costruita, non soltanto in quanto economicistica, non soltanto in quanto funzionalistica, ma in generale in quanto razionalistica. Scriveva Pavese, “un paese ci vuole” (sia esso un villaggio, una città, una regione, una nazione, un continente, un impero). Ma qualunque “paese”, non sarà mai tale se non sarà in grado di richiamare ricordi, fedi, sentimenti, idee, progetti, passioni. Quello che è stato fatto e ci è stato detto sui nostri quartieri, città, regioni, Stati,ma soprattutto sull’ Europa, è soltanto ch’ essi servono per fornirci “servizi”, per impedire la violenza, per favorire il progresso materiale, per portarlo in tutto il mondo. Non abbiamo monumenti, canzoni, poemi, riti. Quello che c’è sono dei predicozzi della domenica, più noiosi delle stesse  vere e proprie prediche, insopportabili perfino per il Papa:“the Waste Land”.

Paradossalmente, hanno più fascino i richiami ad Aristotele, Virgilio, Matteo Ricci e Dostojevskij fatti da Cina e Russia, legati a concreti gesti di umana, o anche solo, perché no, politica, solidarietà.

E, infatti, la nostra Europa è quella di Ippocrate, Svetonio, Leibniz, Montesquieu, Beethoven, Nietzsche, Stephan Zweig, Simone Weil, un’ Europa che non è legata a nessuna forma istituzionale,   ma ci porta a collocarci consapevolmente   e in modo originale all’ interno di una cultura mondiale. Da questa Europa non possiamo sfuggire, perchè, per quanto conosciamo, studiamo e apprezziamo Confucio, Laotze, Mozi, Sunzu, Kang You Wei e Zhang Wei Wei;Shiratori e Mishima; Tagore e Gandhi; Averroè, Al Ghazzali e Ibn Khaldun; Eliot e Pound; Dos Passos e Frantzen, pure ci siamo formati, e ancora pensiamo e sentiamo, sulla base di quei maestri, e non di questi ultimi, che non capiremo mai sufficientemente. Siamo, nostro malgrado, imprigionati nell’ identità europea.

3)L’UE è facoltativa; l’ Europa è comunque obbligatoria

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

The Waste land: gli Stati e le società contemporanei

4)Perché Altmaier è contro i “Coronabond”?

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

5)Non si può difendere l’Unione Europea solo con la retorica

Perciò, oggi è impossibile continuare a sostenere, di fronte a tutti i critici dell’Europa, che la soluzione dei problemi passi attraverso l’Unione Europea così com’essa è attualmente congegnata,  nella quale non credono più, né la Francia, né la Germania, le quali comunque la vorrebbero anch’esse molto diversa. Gli attuali meccanismo mancano assolutamente di resilienza e incoraggiano le peggiori tendenze degli Stati Membri. Inoltre, è divenuto del tutto credibile che, nella situazione di carenza generalizzata da parte della UE (per esempio nel fornire assistenza tecnica, finanziamenti, investimenti e tecnologie), qualche Stato membro trovi aiuti, non solo per le mascherine e per i ventilatori, ma per cose più sostanziose, come l’importazione di lotti strategici di prodotti mancanti e l’esportazione degli stock invenduti, il sostegno al turismo organizzato, e soprattutto ad imprese tecnologiche e di servizi con ambizioni di leadership in Europa, presso altri attori. E’ ovviamente, in primo luogo, il caso della Cina. Questo è il senso delle “Nuove Vie della Seta”, che comprendono collaborazioni strutturate in tutte le aree geografiche e in tutti i settori della vita sociale: la “Via della Seta Culturale”, la “Via della Seta della Salute”…

D’altra parte, è chiaro che un’ Europa divisa, non solo non potrà rimontare la china dell’ irrilevanza e del declino su cui è già ora abbondantemente avviata, ma diverrà in men che non si dica il teatro di una “guerra senza limiti” per procura, di cui esistono già infinite premesse, non solo nello spazio ex-sovietico, ma anche nell’ ex Jugoslavia, in Catalogna, nell’ arcipelago britannico. Si farà sentire più che mai l’esigenza di un egemone interno al nostro Continente. Un blocco sud ed est europeo intorno all’ Italia potrebbe risultare perfino più credibile, come federatore interno, in un mondo dominato da battaglie culturali prima che economiche, che non l’auto-elettosi blocco dell’Europa nord-occidentale, oramai in disfacimento. Quindi, i nostri improbabili neo-nazionalisti, anziché auspicare un’Italia isolata, dovrebbero pensare piuttosto a un’Italia leader. Cosa che non si potrà fare senza l’apporto di tutti i colossi, demografici, economici, politici, culturali e militari, dell’Eurasia.

Non si può comunque lasciare il campo libero alle sole grandi potenze, soprattutto oggi, quando le “pruderies” europee di auto-flagellazione stanno lasciando un poco ovunque il campo ad una volontà di rinascita e di combattimento. Sotto questo punto di vista, le identità regionali, nazionali ed europea, sono tutt’altro che in conflitto fra di loro, in quanto esse corrispondono semplicemente a ciò che De Las Casas chiamava le “corone” e Tocqueville “l’antica costituzione europea”, cioè gli eredi della “Patrios Politeia” greca e dell’ Impero Romano. Così come Atene e Sparta erano diversissime e inimicissime fra di loro, ma sconfissero insieme l’Impero Persiano, così le differenti parti dell’Europa possono avere un peso sulla politica mondiale se operano in modo congiunto (come alla difesa di Vienna da parte di Jan Sobieski e del Principe Eugenio).

Per esempio, Regione alpina, Italia ed Europa hanno tutte una loro storia e tradizione millenaria, che ha influenzato la storia del mondo (basti pensare a Roma, ai condottieri sabaudi, al calvinismo,  a Nietzsche in Costa Azzurra e a Torino). Mancano solo delle idee che le tengano insieme in un disegno unitario.

Le forme giuridiche e finanziarie contano molto meno delle idee. Per questo credo che una battaglia pubblicistica fondata sulle idee più che sulle istituzioni abbia oggi un significato strategico, e per questo continuiamo a condurla.

 

L’amicizia è una sola anima in due corpi (Aristotele)

6)L’attrattività della Via della Seta

La retorica degli aiuti pervenuti all’ Italia e ad altri Paesi europei in difficoltà, per quanto forse esagerata, corrisponde a quello che vorremmo sentire esprimere dai nostri vicini e concittadini europei; “L’amicizia è un’anima in due corpi” (“filìa estì mia psyché en dysì sòmasi enoikoumène”: Aristotele citato testualmente sui cargo sbarcati ad Atene) “Dalla Russia con amore”; …

Quanto alla prima frase, era passata in Cina attraverso l’omonima opera (交友论) di Matteo Ricci:“….Il grande regno di Europa è regno di discorsi fondati nelle ragioni: desidero sapere quello che loro sentono della amicitia’. Io, Matteo, mi raccolsi per alcuni giorni in luogo secreto e raccolsi tutto quanto avevo udito di questa materia desde la mia fanciullezza e feci il seguente libretto

Anche la meccanica dell’ aiuto russo è tutta una simbologia: “dalla Russia con amore” è l’impresa di un agente segreto, così come i medici inviati sono ufficiali medici dell’ Armata Russa, in missione speciale; gli aerei sbarcano a Pratica di Mare come i grandi del G7 quando Berlusconi, appunto nello “Spirito di Pratica di Mare” aveva invitato a un’alleanza fra Russia e Occidente; Pratica di Mare è il luogo dove sarebbe sbarcato Enea, per gettare le basi della nuova Troia: Roma. Insomma, come aveva profetizzato Dostojevskij, la Russia salverà l’ Europa. D’altronde, al tempo del terremoto di Messina del 1908, era stata la flotta russa ad arrivare in soccorso, prima  di quella inglese (ultima quella italiana).

Il Ministro degli Esteri Di Maio ha risposto con una parallela, ma efficace, retorica: “Il popolo italiano sarà eternamente grato al popolo russo”, pronunziata all’ aeroporto, accogliendo il generale al comando dell’ operazione.

Dopo la fine dell’epidemia, la Cina sta già ripartendo con i magazzini pieni di attrezzature mediche, con i data base pieni di dati epidemiologici, con le fabbriche che devono riprendere i rapporti di fornitura, ma anche con le casse non ancora esaurite. Certamente avrà tutta l’opportunità, a mano a mano che l’epidemia passerà, di riprendere con più vigore gl’investimenti lungo la Via della Seta. L’Italia si era già incamminata sulla strada degl’investimenti congiunti in Paesi Terzi. Solamente, il famigerato MOU era stato incredibilmente depotenziato per ottemperare ai diktat americani, e, poi scarsamente attuato anche per la parte rimanente. Si tratterebbe ora di concretizzare il reciproco  goodwill  maturato durante l’epidemia, per finalizzare operazioni più sostanziose e più paritetiche. Per esempio, che ne è della ventilata cessione della tecnologia dei 5G a dei concorrenti da parte di Huawei? Perché non acquisirla noi (per esempio come TIM), per poi metterla in joint venture con Nokia ed Erickson, per creare un nuovo polo europeo?

Avio Spazio è presente in tutti i programmi dell’ ESA e di Arianespace

7)L’”Europa delle Patrie” è favorevole ai progetti europei.

Scrive Bradanini che la critica attuale costruzione europea , e addirittura il progetto di smantellare l’ attuale Unione, all’ dovrebbe essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle rispettive preferenze circa il futuro assetto dell’ Europa.:”Si tratta di un obiettivo che andrebbe perseguito sia da coloro che sono contrari a ogni genere di aggregazione europea, sia da coloro che sono a favore di un’Europa Confederale, e infine sia da coloro che – seppure meno realisticamente – si battono per un’Europa Federale. Una volta smantellato l’attuale assetto privo di democrazia e distruttore di benessere, allora ciascuno potrà battersi, facendo tesoro di questa tragica lezione, per i suoi obiettivi. “ Secondo me, Bradanini ha dimenticato ancora almeno tre soluzioni: a)la ristrutturazione complessiva dell’attuale situazione di “multi-level governance” (ONU, NATO, OCSE, Consiglio d’ Europa, UE, Stati membri, Regioni, Città), propugnata da Diàlexis nel suo libro “100 idee per l’ Europa”; b)la “Repubblica Europea” quale proposta da Ulrike Guérot nel suo libro “La nuova guerra civile” edito da Alpina nel 2018;l’ “Europa delle Patrie” propugnata a suo tempo da DE Gaulle e ripresa (senza dirlo) dal Rassemblement National di Marine Le Pen.

A mio avviso, la contrapposizione fra “Europa delle Patrie” e “Europa Federale” fomentata ai tempi di De Gaulle (ma anche dallo stesso Generale), è sempre stata artificiosa e pretestuosa. Il cosiddetto “metodo intergovernativo”, seguito sempre di fatto dall’ Unione, e non l’“Europa delle Patrie”, è la forma estrema del funzionalismo. E’ sotto De Gaulle che si sono realizzati gli unici “campioni Europei”realmente esistenti : L’Agenzia Spaziale Europea, l’ Ariane, l’Airbus. Sotto l’Unione, nessuno, anzi, si è depotenziata l’EADS, facendola ritornare allo stato di Airbus.

L’”Alliance des Nations Européennes” è un formidabile « fascio » di progetti europei, dalla difesa, all’ ecologia, al digitale. La realtà è che qualunque iniziativa nei settori vitali, essendo basata sui big data e sull’ intelligence, richiede enormi economie di scala: la lotta all’ epidemia, il Word Wide Web, la conquista dello spazio. Perciò, anche coloro che non vorrebbero l’Europa unita, sono costretti, se sono seri, a volere i progetti europei. Poco importa se i soggetti giuridici che li realizzano siano società di capitali (come Airbus) o consorzi (come Eurofighter), pubblici (come l’ESA) o privati (come Ariane), civili (Come le Università Europee) o militari (come DARPA): l’importante è che li facciano, e che quindi siano forniti per i mezzi per farli. In ogni caso, a oggi, imprese “federali” come quelle che aveva suggerito Galimberti nella sua bozza di costituzione non ce ne sono. A rigore, un’”alleanza delle nazioni europee” che, sotto forma di “progetti europei”, realizzasse tutto ciò che l’Unione Europea non ha mai fatto (Accademia Militare e Accademia Digitale; Re-skilling digitale; intelligence europea; esercito europeo; agenzia tecnologica europea; Via della Seta,campioni europei), sarebbe certo più europeista dell’attuale Unione.

Pagamenti elettronici con Alipay anche in Europa

8)Che dire dell’ Euro?

I critici dell’Europa se la prendono tutti con l’Euro, che indubbiamente non ha realizzato i miracoli ch’erano stati promessi, ma non ha neppure provocato i danni che si dicono. E’stato neutro. Il guaio dell’Euro è proprio la sua neutralità. Ora, nessuno può permettersi di essere neutrale, in un momento, come il nostro, di guerra senza limiti. Non s’è mai vista una moneta che ha l’unico obiettivo di non svalutarsi. Certo, per poterlo utilizzare come strumento di politica economica occorre qualcuno che lo manovri. Che non può essere un aeropago di superburocrati e gerontocrati, per quanto bravi, continuamente “tirati per la giacca” da tutti, con risultati alquanto confusi. Bradanini propone, in alternativa,  di stampare lire: “In particolare, i biglietti di stato a corso legale senza debito costituirebbero un salto quantitativo e qualitativo decisivo, consentendo allo Stato di creare tutta la moneta necessaria all’economia per riprendersi, senza dover gestire le obiettive complicazioni che un’eventuale uscita unilaterale dall’euro implicherebbe.”

A me sembra invece che la questione dell’Euro sia in via di superamento con l’emissione di monete elettroniche. In Cina si fa tutto con Alipay (compreso il tracciamento dei malati di coronavirus): fra breve, chi emetta i biglietti di banca diverrà irrilevante. Per ora, sul piano sperimentale, perché qualche Stato membro (per esempio, l’ Italia), non emette una sua valuta elettronica?

Certo, anche questa soluzione ha i suoi inconvenienti: come nel caso della Banca Romana (ex banca dello Stato Pontificio), a cui il Regno d’Italia aveva dimenticato di togliere il diritto di battere moneta. Tutto era finito con la speculazione edilizia, le bancarotte, i processi e una crisi di governo.Ma, di fronte a tutto ciò che sta succedendo, sarebbe il male minore.

Resta la questione della politica economica. I detrattori dell’ Euro, e i sostenitori del sovranismo, sostanzialmente rimpiangono i tempi in cui l’Italia (come gli altri Paesi europei), si facevano concorrenza con l’inflazione. Certo, l’inflazione è un potente strumento di mobilitazione sociale, ma non può essere l’unico motore dell’ economia. Una “economia sostenibile” è un’economia fondata su un’idea chiara dell’ uomo e su programmi  con un orizzonte strategico, una politica economica a lungo termine, imprese solide e innovative con piani pluriennali, progetti ambiziosi a medio termine, una classe dirigente e una forza lavoro qualificata, motivata e stabile.

Tutto questo lo dovranno realizzare comunque città, regioni, Stati, Europa ed Eurasia, tutti insieme, anche se la responsabilità prevalente dovesse spostarsi da un soggetto all’ altro. L’importante è che qualcuno lo faccia, infine.