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SOVRANITÀ EUROPEA: COME E PERCHÈ

 

Come da noi spesso ripetuto, a prima vista si potrebbe pensare che essere europeisti ed essere sovranisti siano la stessa cosa. In un mondo normale, chi vuole che ci sia un soggetto politico europeo dovrebbe volere anche che questo soggetto sia autonomo, perché possa perseguire gli obiettivi specifici degli Europei. Invece, ci troviamo in una fase storica di schizofrenia culturale e politica, in cui, lancia in resta, i sedicenti “sovranisti” europei si raccolgono intorno a una fondazione americana (“the Movement”) che promette idee e quattrini a partiti perseguitati dai giudici, e in cui, dall’ altra sponda, si chiamano a raccolta gli “europeisti” contro i “sovranisti”, accusati, come di una colpa, di volere la sovranità dei loro rispettivi popoli. Mi sembra perciò il caso di soffermarci ulteriormente, ai fini della decisione e dell’ azione,  sulla definizione storica e concettuale dell’ idea stessa di sovranità.

Idea che è  originariamente consustanziale a quella d’Impero, come riassunto nei versi di Orazio: “Regum timendorum in proprios greges, Reges in ipsos imperium est Jovis, Clari giganteo triumpho cuncta supercilio moventis”.La sovranità    era, ed è, circondata da un’aura di sacralità: Giove, signore dell’ universo dopo la sconfitta dei Giganti, comunica ai popoli la propria volontà attraverso i re. La “sovranità” consiste dunque nel non essere soggetti a nessuno salvo che al dio supremo. Tradizionalmente, “sovrani” erano i re, che ricevevano quest’investitura direttamente dal dio, ma “più sovrano” di tutti era l’ Imperatore (romano, cinese, persiano…): “Tu regere imperio populos, Romane, memento”. Il “vero” sovrano era dunque solo un Imperatore , che non solo aveva  ricevuto il mandato celeste (il “Tian Ming” dei Cinesi), ma il cui mandato investiva in realtà l’intera umanità (l’”Ecumene”, il “Tian Xia”). Non per nulla anche oggi oggi sono veramente “sovrani” solo gl’imperi americano, russo e cinese, che hanno un respiro e delle  pretese mondiali.

Vi è dunque stata sempre un’ambiguità del concetto di sovranità: da un lato, quella “relativa” dei singoli sovrani; dall’ altro, quella universale, dell’unico Imperatore a cui veramente spetti il “Mandato del Cielo”,  e a cui i singoli “sovrani”  sono  subordinati con un rapporto di tipo “feudale” feudale. Il rapporto fra l’ Imperatore “universale” e i re “parziali” era espresso chiaramente nella massima confuciana: “L’Imperatore faccia l’ Imperatore, e i re si comportino da  re.”Di fatto però, già nell’ antichità, coesistevano vari imperi universali (Roma, Persia, Israele, Maurya, Cina, Califfato), i quali tutti rivendicavano un mandato universale, ma di cui nessuno, tuttavia, riusciva, di fatto, a realizzarlo, per limiti geografici, militari e logistici. Situazione ben poco mutata anche oggi. Gl’imperatori persiani che, istigati dai ceti sacerdotali, pretendevano di realizzare questa missione nella loro qualità di “Shaoshants”, cioè di reincarnazioni di Zarathustra, furono sconfitti dai Greci e dai Macedoni, a cui passò il “ mandato celeste” (realizzando così la “Translatio Imperii” profetizzata nel Libro di Daniele).

L’ obiettivo  di quel mandato era quello di far trionfare il dio del Bene contro il dio del Male – obiettivo che fu poi ripreso, in un quadro monoteistico, dagl’imperatori cristiani e dai califfi, i quali avevano in comune il compito di estendere l’area della “vera” religione (dilatatio Imperii, Jihad), per preparare l’Umanità al Giudizio Finale-. Per questo loro carattere sacrale, vi fu sempre,nelle monarchie monoteistiche (Israele, Roma, Sacro Romano Impero), una tensione  fra la sovranità imperiale e quella sacerdotale, che l’ Islam risolse nella figura del Califfo e Dante con la metafora dei “Due Soli”.

La pretesa delle “monarchie nazionali” di avere anch’esse una propria “sovranità”, cioè di non riconoscere alcun’autorità ad esse superiore, è resa plasticamente in quei mosaici delle chiese di Palermo in cui Guglielmo II di Altavilla riceve, come il basileus bizantino , la corona di Sicilia direttamente da un Cristo che ha le sue stesse fattezze. Con le Monarchie Nazionali nasce così l’idea di un mandato celeste per tutti i re, un’idea che s’innesta nell’ idea cristiana della “Missione delle Nazioni”, la quale  sostituisce quella, unica, d’ Israele. Le Crociate, i conflitti fra gli eredi di Carlo Magno e fra le varie dinastie califfali, e, infine,  le guerre di religione,  misero in evidenza il carattere conflittuale di queste pretese generalizzate  di  universalità, anticipando così quello che oggi viene chiamato impropriamente “nazionalismo”.

Luigi XIV  si era opposto a questa proliferazione delle sovranità, tentando di realizzare  quella monarchia universale in Europa di cui avrebbero poi parlato Montesquieu e Jouffray.

L’idea della “sovranità monarchica” era un’eredità dei grandi Stati dell’ Asia.I popoli tribali  delle selve e dei deserti (Indoeuropei, Semiti e Uralo-Altaici) avevano avuto, almeno alle origini,  un’ idea diversa di sovranità, una sovranità diffusa, che aveva  trovato espressione nel Vecchio Testamento, con le Tribù d’Israele, e, poi, nel mondo greco-romano, con l’idea di “autonomia”, tipica dell’aristocrazia guerriera che non ha un re, perché, in sostanza, ciascun “pater familias” è come un piccolo re (Ippocrate). Da quest’idea greco-romana prende avvio  tutta la mitologia “repubblicana”, che, negli ultimi 50 anni, si è convenuto (abusivamente) di chiamare “democratica”.

Nell’Impero Romano, nel Sacro Romano Impero, in Inghilterra e in Polonia, la sovranità monarchica e l’”autonomia” aristocratica vissero un equilibrio instabile (il repubblicanesimo di Tacito e di Seneca, le Diete, le Leghe, la  Magna Charta, l’ “Aurea Libertas” polacca).

Con il passare del tempo, la “sovranità” si è sempre più democratizzata: dalla “nazione”, al “popolo”, al “proletariato”, alla “gente”.In definitiva, la “sovranità” non è altro che la possibilità concreta di far valere la legittima aspirazione, di un popolo “orgogliosamente volto al mondo” (Miklos Vörösmarty), all’ autoaffermazione a livello internazionale. Autoaffermazione che, nella sua forma più alta, coincide con la richiesta al resto del mondo di tenere in conto le proprie istanze fondanti. Ad esempio, nel suo discorso al Parlamento Europeo, Orban ha definito l’identità dell’ Ungheria con riferimento ai concetti di  “antemurale della Cristianità” (che difende i confini dell’ Europa), e di “democrazia anticomunista”, che ha riscattato  con il sangue la libertà dell’ Europa. Per quanto opportuna sia l’esistenza di un’ autorità comune degli Europei, questa non potrà mai cancellare queste caratteristiche fondanti dei popoli.

Come l’America ha legato indissolubilmente la propria pretesa al controllo sul mondo alla propria esigenza di far avanzare ovunque  la modernizzazione (compito riconosciuto loro già perfino da Marx e teorizzato poi da Rostow), così la Cina sta rivendicando il proprio progetto di Nuova Via della Seta come espressione della propria  volontà di affermare a livello mondiale l’ ideale di “armonia”                 condiviso dalle “Tre Scuole” siniche (Confucianesimo, Taoismo e Buddhismo). Nel tentativo di superare gli Stati Uniti sulla via della modernizzazione, la stessa Unione Europea aveva  voluto estendere la sovranità popolare proprio a tutti, compresi gli stranieri,  fino al punto di diluirla, e, infine, di negarla. Neppure i “sovranisti” sono riusciti a rimediare a questa situazione, perché accettano nei fatti di essere diretti da un “movement” che è esterno, non solo all’ Europa, ma, ovviamente, anche agli Stati Membri.

Certo, gli antichi Imperi riuscivano ad essere veramente multietnici e multiculturali, ma questo perché non erano democratici. Anche il Regno d’Ungheria (una “nazione aristocratica”) poteva mantenere elevato il ruolo degli  stranieri (per esempio, l’aristocrazia croata), o di minoranze etniche (per esempio, gli Ebrei), perché era una monarchia, che non pretendeva, come l’Ungheria attuale, di dare il potere al popolo.

Questa incapacità, degli attuali Europei, di pensare veramente  la sovranità, è particolarmente funesta in un momento, come questo, in cui l’ Europa avrebbe un contributo fondamentale da dare all’ Umanità. Essa ha  infatti sviluppato, prima d’ ogni altro continente (Rousseau, De Maistre, Huxley, Anders, Jonas, Bahro), la consapevolezza dei pericoli del progresso, e avrebbe tutto l’interesse a (e, addirittura, il dovere di), portare avanti con decisione e autonomia la battaglia mondiale contro il dominio delle multinazionali del Web, già avviata con i dossier Google, Amazon, Facebook, e in corso circa il Copyright. Tuttavia, essa, priva, com’è, di una propria sovranità, è impedita a manifestare questa sua primaria esigenza, come comprovato dal sostanziale blocco imposto, da parte delle lobby filo-americane, a tutte le  diverse iniziative in quel campo della Corte di Giustizia, della Commissione e del Parlamento. E’ significativo che l’adesione di Salvini a “the Movement” avvenga proprio nei giorni in cui si è discusso, al Parlamento Europeo, la nuova direttiva sul Copyright (contro la quale hanno votato Lega e 5 Stelle).

 

1.La sovranità universale dell’Impero Americano

 

Con la sconfitta del progetto di Luigi XIV di monarchia universale, la “Missione delle Nazioni” era  trapassata, con Cristoforo Colombo e i Puritani, nella “Missione dell’ America” ( la “Casa sulla    Collina”). Questa missione consiste nell’imporre a tutto il mondo l’etica protestante, nella sua specifica variante puritana, che ingloba, da un lato, l’egualitarismo dei Diggers e dei Levellers, e, dall’ altro, la tecnocrazia del “Progetto Baconiano”.             Non  dimentichiamo  che  Francis  Bacon,  fondatore  della  colonia nordamericana di Terranova, è anche il profeta dell’innovazione tecnologica nella “Nuova Atlantide”, l’isola di Bensalem (in Ebraico, il “figlio della Pace”). La vittoria contestuale dell’ etica puritana e della tecnologia realizzeranno la Fine della Storia.  A partire da Giorgio Washington, da Emerson e da Whitman, gli Stati Uniti hanno dunque sempre concepito se stessi come “l’unica nazione necessaria”, in quanto “legislatori dell’ Umanità” e suoi educatori. La sovranità apparterrà d’ora in avanti al nuovo popolo eletto, che l’eserciterà attraverso istituzioni oligarchiche, nazionali e sovrannazionali (i “Poteri Forti”), accomunate dalla volontà di conquista e rigenerazione del mondo intero: “One Nation under God”.

Questo è il senso della “leadership” americana. Leadership che, a partire dalla         Seconda Guerra Mondiale, si è espressa attraverso la creazione delle Organizzazioni Internazionali, destinate a costituire come delle “longa manus” specialistiche per quest’azione americana di guida del mondo: le Nazioni Unite per dirigere  la politica mondiale , la NATO per coordinare le truppe  degli Europei, la Banca Mondiale e Wall Street per dirigere l’economia mondiale, ecc…

Anche le Comunità Europee furono promosse dal Movimento Europeo, nonostante l’opposizione di Marc e di Spinelli, con fondi provenienti dalla CIA di Donovan, dal Fulbright Program e delle fondazioni familiari dei grandi finanzieri americani. La creazione delle Comunità Europee fu deliberata per la prima volta al Congresso Americano (sempre per iniziativa di Fulbright). Sotto questo punto di vista, l’Europa postbellica era stata concepita fin dall’ inizio, per usare le parole di Brzezinski, come “un protettorato americano”. Ancor oggi, le fila delle politiche europee sono tirate da elemosinieri americani come Soros e Bannon.

Gli Stati Uniti mantengono in Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, decine di basi militari, 64.000 soldati e 150 testate nucleari, di cui la maggior parte in Germania, Italia e Inghilterra, mentre il Generale De Gaulle li aveva fatti partire dalla Francia. I servizi segreti americani possono spiare in Europa, ma quelli europei non possono spiare in America. I dati degli Europei sono custoditi da imprese americane in server sotto il controllo delle Autorità militari americane, realizzano i loro profitti in Europa ma rimpatriano i profitti esentasse. A tutti sembra normale che gli Ambasciatori Americani intrattengano stretti rapporti con i leader dei partiti europei, o che una fondazione americana s’installi a Bruxelles per coordinare i movimenti anti-UE.In queste condizioni, parlare di “sovranità” delle nazioni europee, con o senza UE, non ha semplicemente senso. E altrettanto assurdo è che, a incitare gli Europei a una maggiore sovranità mazionale, sia un sostenitore , come Bannon, dell’ “America First”. Essere “sovranisti” americani significa dirigere l’impero mondiale, mentre essere “sovranisti” italiani (o tedeschi, francesi, ecc…) sembra oggi significare, paradossalmente, voler essere comandati dall’ America.

E’ anche significativo che gli stessi  teorici ufficiali dell’Unità Europea abbiano sempre dimostrato una notevole reticenza verso il concetto di sovranità. Mentre reclamano un “trasferimento di sovranità” verso l’ Unione Europea, sono restii a permettere che quest’ultima abbia infine una propria  sovranità. L’Unione sarebbe dunque null’ altro che “un’organizzazione internazionale”, e come tale costituirebbe (come pensavano Benda, Jünger e Albertini) una semplice fase del trasferimento della sovranità a una federazione mondiale, ritenuta un positivo passo in avanti verso la Pace Perpetua, e molto simile a una presa di controllo sul mondo da parte degli Stati Uniti. Non per nulla, già Papa Wojtyla aveva ammonito a non confondere il ruolo delle Nazioni Unite con quello degli Stati Uniti. Infatti, così facendo, i teorici dell’ integrazione mondiale finivano per esaltare, indirettamente ,     la sovranità degli Stati Uniti sull’ Europa e sul modo intero, letta come un provvidenziale strumento di messa sotto controllo di Europei (e di altri popoli), giudicati incapaci di governarsi.

L’idea stessa che l’ Europa abbia “delegato” (oramai da 70 anni!) la sua difesa all’ America fa pensare che la vera sovranità sull’ Europa spetti all’ America. Ma, in realtà, le cose stanno ancor peggio: non è neppure ver che gli Europei non vogliano occuparsi della loro difesa. Essi spendono infatti per la difesa più di Russia e Cina messe insieme, e hanno più soldati degli Americani; solamente,sono costretti a  lasciare  sempre il comando, e le relative ricadute economiche e politiche, all’ America. Essi hanno quindi lo “status” che, nell’ Impero Romano, avevano i “socii” (Batavi, Mauritani, Germani, Numidi, Sarmati, Arabi, Armeni), che erano obbligati a mantenere le legioni romane che li occupavano, e, in più, dovevano fornire legioni ausiliarie che combattevano sotto il comando romano(cfr. Edward Luttwak, La grande strategia dell’ Impero Romano).

Come scriveva correttamente Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Se, né gli Stati Membri, né l’Unione, hanno la sovranità, chi deciderà dunque  sullo stato di eccezione? In realtà, mai nessun Europeo (salvo Stalin), dalla fine  della Seconda Guerra Mondiale, ha mai deciso nulla d’importante  in campo militare. Guerre importanti come quelle in Irak, in Bosnia, in Kossovo, in Irak, in Afghanistan, in Libia, a cui hanno partecipato truppe di molti Paesi  d’Europa (i massimi esempi di uno  “Stato d’ eccezione”), sono state decise unilateralmente dal Presidente americano, senza alcun dibattito nei parlamenti degli Stati. In questo senso, è perfettamente corretta l’asserzione di Putin, secondo la quale gli Europei, lungi dall’ essere degli alleati degli Americani, ne sono, in realtà, i vassalli. IE, in effetti, le schermaglie politiche europee si sono sempre mosse, e ancor oggi si muovono, nel cerchio chiuso della politica americana, con la destra europea che si ispira ai Repubblicani, la sinistra ai Democratici e, oggi, i “sovranisti”, a Trump.

 

2.Il sovranismo in Russia, in Turchia e nella UE.

Alla luce di quanto precede, risulta chiaro che la Russia e la Turchia sono invece, autenticamente “sovraniste”.  Tanto l’Impero Russo, quanto quello ottomano, avevano fin dall’ inizio una propria missione provvidenziale, in quanto eredi degl’Imperi Romano e Bizantino, la Seconda e la Terza Roma: quella di fermare l’ avvento dell’ Anticristo (nell’ Islam,”ad-Dajjal”), che oggi è celato (come scriveva McLuhan) fra le pieghe del mondo  della comunicazione. Ma c’è di più: in quanto discendenti dei popoli delle steppe, essi sono i veri depositari dello spirito tribale dell’ “autonomia” (Ippocrate, Ibn Haldun, Gumilev). La loro missione è dunque quella di fermare (come un  novello Katèchon), l’espansione dell’impero occidentale, millenaristico, tecnocratico ed omologatore (cfr. von Bader, Barcellona, Dugin…).

Ben diversa è la situazione dei singoli Paesi d’Europa, le cui asserite specifiche  “missioni” si sono rivelate ben poca cosa, squagliandosi come neve al sole (con l’ 8 settembre,con il referendum di De Gaulle ….). In effetti, anche la loro sovranità, che, secondo i “sovranisti”, sarebbe stata trasferita all’ Unione Europea, lo è stata invece all’ America. Di conseguenza, negli Stati Europei non vi è una reale libertà di pensiero, in quanto nessuno può mettere in dubbio l’ideologia americana (il “pensiero unico”); né libertà di scelta, poiché si è sempre rivelato impossibile realizzare, in quest’ Europa ”americana”, un qualsivoglia sistema economico-sociale diverso da quello USA (vedi il tentativo della Grecia) ; non ha libertà geopolitica, perché nessuno Stato è mai riuscito a uscire dalla NATO (“NATexit”), né a far fare alla NATO qualcosa di diverso da ciò che volevano gli USA, mentre invece l’ URSS riconosceva il  “diritto di secessione” delle Repubbliche, che è stato poi in ultima analisi rispettato; non ha libertà economica, perché le scelte strategichedegli Stati europei sono state sempre orientate dagli USA mediante la FED,  il cambio del dollaro, le sanzioni, i dazi, ecc…

A questo punto, che cosa vogliano di preciso i sovranisti non è per nulla chiaro. Quando fossero cessate del tutto (come possibile) le immigrazioni vero l’ Europa Occidentale, e , anzi, con il ritorno in patria (dopo la presa di Idlib) dei profughi siriani, il saldo migratorio fosse divenuto addirittura negativo (visto che già oggi la popolazione europea è stazionaria), quale sarebbe il loro prossimo passo? Qualora, come molti temono,  essi occupassero una parte importante delle istituzioni europee, come utilizzerebbero il loro nuovo potere? Per riequilibrare i poteri fra Europa e Usa, oppure per fare ulteriori regali agli USA e alle Big Five, in termini di basi militari, truppe per le guerre umanitarie, abbuoni fiscali, sanzioni contro chi non piace agli USA?

In quest’ottica, il fatto, tanto deprecato da taluni, ch’essi disgreghino l’attuale Unione Europea sarebbe il minore dei loro danni, perché l’assenza di un centro coordinatore europeo provocherebbe in automatico una vivace competizione per la formazione di un nuovo soggetto politico, probabilmente migliore dell’ attuale Unione, con meccanismi analoghi a quelli manifestatisi nella transizione fra l’Unione Sovietica e Unione Eurasiatica.

Né i sovranisti, né i loro avversari, sono stati in grado di fornire  un seppur minima definizione del “sovranismo”. Ci sta tentando Bannon, il quale per altro tiene discorsi molto diversi in Europa e in America. In Europa, egli esalta i nazionalismi dei singoli Stati Europei, ma, in America, dichiara apertamente che il suo obiettivo è quello di scompigliare le attuali filiere produttive dell’ Eurasia, tentando d’ isolare la Cina, attualmente al centro del commercio internazionale, dicendo apertamente ciò che Trump sta facendo surrettiziamente fingendo confusione mentale. Per l’Europa, un siffatto progetto significherebbe limitare ulteriormente la nostra libertà di commercio, e quindi peggiorare ulteriormente il nostro distacco rispetto i tassi di crescita, dalla Cina, e, ora, anche dell’ America.

Solo Wilders riconosce francamente  che il suo euroscetticismo è dovuto in realtà a una preferenza per l’ America, tant’ è vero che  il suo programma prevede addirittura l’uscita dell’Olanda dal Mercato Unico  e la sua adesione al trattato nordamericano NAFTA.

3.Perchè gli “europeisti”,  con tutte le loro posizioni di potere, non sono in grado di  entusiasmare gli elettori?

La pubblicistica vicina all’ “establishment” qualifica i “sovranisti” come “di destra”. A parte che, a mio avviso, le etichette legate alle ideologie sette-ottocentesche hanno perduto ogni senso da almeno mezzo secolo, resta il fatto che gli attuali sovranisti sarebbero, invece, piuttosto,un sottoprodotto delle culture della sinistra. Basti guardare alla Lega ( nata a loro tempo in ambienti gauchisti , cfr. Formentini, Bossi, Maroni, Farassino, Castelli), e ai Cinque Stelle, nati su temi “di sinistra”, come l’acqua pubblica e il reddito di cittadinanza), tutti comunque  animati da un culto feticistico del  “popolo” ( in quanto opposto alla ricerca aristocratica dell’eccellenza, che accomunava conservatori come Stuart Mill e Tocqueville, Mosca, Michels, Pareto, Croce e Gentile) e dell'”identità fra i governanti e i governati” cara a Rousseau.

Né i sovranisti, né gli ”europeisti”, hanno fatto i conti con quelli che giustamente Cacciari denunzia come un cumulo di errori della sinistra, e che io identifico innanzitutto nella complicità con la  spartizione di Jalta, nel rifiuto delle giuste critiche, da parte della Scuola di Francoforte, del concetto di “Progresso”, nell’  arrogante sottovalutazione del “socialismo con caratteristiche cinesi”, e, infine, nella riduzione dell’integrazione europea agli strumentali miti jüngeriani della Pace, dello Stato Mondiale e dell’Anarca.

E’vero che la Storia d’Europa, dalla Pax Romana all’ Apocalittica, alla “Tregua del Re”, al Progetto di Saint Pierre, al Manifesto di Ventotene, è percorsa trasversalmente  dall’idea della Pace Perpetua. Tuttavia, essa non lo è più di quanto non lo siano il filone sinico del DaGong, o l’idea stessa di “Islam”. Dunque, l’idea della Pace Perpetua non può costituire l’elemento qualificante dell’ identità europea, perché non ha quel carattere distintivo che, come scriveva Chabod, deve animare ogni identità collettiva.

E, nello stesso tempo, tutte le grandi culture (compresa, per Chabod, l’ Identità Europea)  sono percorse nello stesso modo anche da una concezione metafisica del conflitto: dai guerrieri greci “autonomoi”, allo spirito legionario dei Romani, alla figura del cavaliere medievale, agli Stati Combattenti, al Signore di Shan, a SunZu, a Cinggis Khan, al Jihad, alla Ghazwa, a Ibn Khaldun, ecc.. Infatti, ogni grande civiltà è per sua natura-come dice Papa Francesco- “poliedrica”: essa, per durare, deve contemperare opposte tendenze dell’ animo umano. Del resto, anche i classici del pensiero socialista, lungi dal fossilizzarsi, come giustificazione del comunismo, sull’ idea di Pace Perpetua, avevano posto, al centro dei loro interess,i l’aspetto conflittuale della storia: la Rivoluzione, la Lotta di Classe, la Guerra Patriottica, la lotta partigiana, le lotte di liberazione nazionale, ecc…:la Rivoluzione non è, né un ballo di gala, né una passeggiata nel parco. Come scrive Salvadori nella sua Storia del pensiero comunista, soprattutto Mao  aveva concepito la rivoluzione come fine, in quanto “la lotta è il principio fondamentale, insopprimibile, positivo della vita”,che troverà il proprio sbocco concettuale nel libroGuerra senza limiti” di Qian Liang e Wang Xiangsui.

La sinistra, sposando una visione acritica della Pace Perpetua, ha indebolito la tempra degli Europei, togliendo questo  senso della poliedricità, e rendendoli, così, indifesi nei confronti dell’ipocrisia puritana, che proclama la fine degl’imperi, mentre realizza il proprio; che afferma l’eguaglianza di tutti gli uomini, ma nel contempo deruba e stermina gl’Indiani d’America, schiavizza gli Afroamericani e contingenta gli Europei; abolisce la schiavitù formale solo per generalizzare nel mondo la schiavitù dei “call centers” e del precariato, del “politically correct” e della sorveglianza di massa.

La più calzante metafora del carattere autolesionistico della cultura “mainstream” europea è costituita dal romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, convertito nel celeberrimo libro di Kubrik: un teppista assassino viene “recuperato” alla legge e alla moralità con un’ energica cura psicologica che inibisce la sua volontà di potenza. Da quel momento, diviene la vittima di tutti, perché la violenza, formalmente repressa dall’ ideologia perbenistica, è in realtà capillarmente diffusa in tutta la società, anche quella postmoderna.

La sinistra europea (quella che, nello slang dei nerds cinesi, è chiamata sprezzantemente “baizuo”=”sinistra bianca”) “ossessionata dalla correttezza politica” per “soddisfare la propria presunzione di superiorità morale”” motivata da un’ “ignorante e arrogante” concezione del mondo occidentalistica, che “compiange il resto del mondo, rappresentandosi come la sua salvatrice“, ha così abbandonato tutti i temi classici della sinistra (le idee della rivoluzione sociale, della socializzazione dell’ economia, della programmazione economica, della difesa dei Paesi in via di sviluppo, della lotta anti-imperialista), proprio nel momento in cui queste sono divenute realistiche e vittoriose (come dimostrano il grande sviluppo della Cina, con le sue imprese autogestite come Huawei e Huaxi, la crescita del PIL di India e Africa, le vittorie di Iran, Afghanistan e Siria contro tutti i tentativi di destabilizzarle), o più necessarie (a causa dello smantellamento del ruolo del lavoro e dei diritti sociali in Europa, della crisi economica endemica, del sempre più palese “contingentamento dell’ Europa” da parte degli USA).

Soprattutto, la sinistra europea ha dato, di Marx, un’interpretazione abnorme (come scrive Cantaro, “un antimarxismo senza superamento”). Non è vero che Marx non abbia azzeccato le sue previsioni: il Manifesto dei Comunisti, scritto a metà dell’ Ottocento, ha previsto, e accelerato, la sostituzione, in corso fino ad oggi, del  “socialismo” (controllo centralizzato dell’ economia tramite organizzazioni internazionali, banche politicizzate, complesso informatico-militare, Big Five), al capitalismo industriale classico, così come il socialismo reale ha accompagnato un’ ulteriore parallela transizione  a tale controllo, che, nonostante le apparenze, è tuttora fortissimo ovunque. Che non si sia ancora passati da questo “socialismo” al “comunismo” in quanto “abolizione dello Stato” (la Singularity Tecnologica”) è ancora da vedere. Come scrive Cantaro citando Del Noce, “il marxismo andava in crisi non perché arcaico, ma perché moderno”. In altre parole, l’opera di Marx, un secolo e mezzo fa, non poteva certo prevedere la post-modernità del 21° Secolo, e, quindi, era rimasto fermo alla società industriale. Non poteva rendersi conto che l’avvento del macchinismo, di un’unica “classe generale” e del “General Intellect”, lungi dall’inverare la “kalokagathia” dell’antichità classica o la “parusìa” cristiana, avrebbe portato, se non governato  dalla cultura, semplicemente al dominio delle macchine e alla sparizione dell’Umanità. La missione dell’umanità post-moderna non è quindi più quella di accelerare il progresso, bensì di porlo sotto controllo.  Accettando che la Singularity Tecnologica costituisca di fatto la Fine della Storia, i “progressisti” stanno perdendo la loro grande occasione di antagonismo, quella di porre nuovamente al centro il primato della cultura e della politica grazie a un  “Moderno Principe”(Gramsci), in grado di opporsi vittoriosamente al Grande Fratello informatico che sta (per dirla con Alexander Rahr), “asportandoci il cervello”

Quindi, se i sovranisti sono dei demagoghi dichiaratamente amici di Trump e delle lobby americane, i pretesi “europeisti” della “sinistra”, con il loro “adeguamento” alla globalizzazione americana avevano già spianato loro la strada, palesemente sabotando la costruzione dell’Europa: boicottando la cultura alta europea, la nascita di una programmazione europea, dei campioni europei e di una classe dirigente europea,  smantellando le nostre grandi imprese e le tutele del lavoro, e aprendo la strada al dominio delle multinazionali e dei robot.

L’opinione pubblica “sente”, seppur confusamente, che loro è la responsabilità di quest’Europa invertebrata, che, non volendo battersi, sprofonda in una decadenza senza fine.

4.L’India e la Russia reagiscono alla colonizzazione digitale

Questa situazione ha, e avrà sempre più, effetti catastrofici sulla libertà, sulla cultura, sulla politica, sull’economia e sull’ occupazione. L’economia del  web esercita oggi un potere trainante straordinario su tutte le attività umane: sulla creazione di nuova cultura, non solo tecnico-scientifica, ma anche filosofica, politica, sociale, economica; sul posizionamento geopolitico nel mondo; come potenza economica; come intelligence; come “soft power”, come cyberguerra; sul PIL (gli enormi proventi delle Big Five sul mercato europeo non sul figurano, oggi, né nel PIL, né nella base imponibile degli Stati europei); sull’ insieme dei mercati (informatica, editoria, aerospazio, educazione, comunicazione, difesa, finanza, meccanica…); sulla politica (manipolazione di campagne e elettorali, fake news), sugli equilibri strategici (sorveglianza di massa, “hair trigger alert”, droni), ecc…

Il fatto che, in Europa, nessuna forza politica (tranne,  forse, il Rassemblement National di Marine Le Pen) si stia occupando veramente del problema, la dice lunga sulle politiche reali dell’ establishment europeo e sulla credibilità, tanto dei “sovranisti”, quanto degli “europeisti”.

In India e in Russia, invece, il rischio della colonizzazione digitale da parte delle Big Five americane è molto sentito. Come scrive Osama Manzar, “Secondo le definizioni (di “colonia” e di “colonialismo”), né l’India, né le sue regioni, sarebbero delle colonie. Neppure la nazione indiana è   più definibile in base alla sua semplice fisicità. Viviamo le nostre vite  fra i confini geografici dell’ India ed e quelli virtuali di Facebook, di Twitter, di Instagram, di Google, di Airbnb, di Uber e di altre centinaia di apps.”Perciò, “oggi colonizzare il  paese non richiede più un’invasione militare, ma può ottenersi anche soltanto controllando la sua vita  con un semplice click, attraverso le sue reti e i suoi dati”.Analogamente, gli Europei, e, in particolare, gl’Inglesi, erano pervenuti a dominare l’ India, partendo da società private come la East India Company,“che inizialmente erano arrivate nelle future colonie con un obiettivo puramente commerciale. Solo gradualmente queste avevano  ampliato i loro originari obiettivi, cominciando a occuparsi di politica, e assumendo infine il controllo totale”.

In base a queste e analoghe considerazioni, l Governo indiano sta approntando un disegno di legge che impone la nazionalizzazione dei dati dei consumatori indiani e favorisce la nascita di colossi indiani del web, secondo i modelli cinesi di Baidu, Alibaba e Tencent. Lo stesso tipo di ragionamenti sta inducendo la Russia a potenziare il suo motore di ricerca Yandex .

In tal modo, l’ Europa è rimasta l’unica area importante del mondo  priva di una propria industra del web, e che fa totale affidamento sulle Big Five, rinunziando a loro vantaggio a tutti i benefici dell’ industria digitale, depauperado così gli Europei di risorse finanziarie e culturali enormi, e aggravando c il crescente divario fra il nostro PIL e qyuello delle altre aree del mondo.

5.Immigrati, surriscaldamento atmosferico e robot.

Prima di giungere a una conclusione, vorrei fare una piccola digressione sui temi dell’immigrazione e dell’ ambiente, che dimostrano come, per effetto del carattere demagogico dell’ attuale sistema,  il dibattito politico aggiri deliberatamente i temi reali, per concentrarsi su pretesti e capri espiatori, come quello dell’ immigrazione. Quest’ultima, così come gl’imperi, l’apocalittica e la guerra, sono sempre esistiti. La teoria più accreditata sull’origine della specie umana è quella chiamata “Out of Africa”, che parla di un’enorme migrazione che interessò la Terra intera. Anche successivamente, abbiamo le migrazioni degli Indo-Europei, dei Fenici, dei Germani, degli Slavi, dei popoli uralo-altaici e ugro-finnici, quelle verso l’America e l’ Oceania…

Eliminare le migrazioni è impossibile; quello che tutti hanno sempre fatto è stato cercare di ri-orientarle secondo le proprie concezioni del mondo e i propri interessi geopolitici: gli Assiri deportavano i popoli sottomessi per togliere loro l’identità; i  Romani insediavano nelle province  i propri legionari; i Germani venivano nell’ Impero Romano per fare fortuna; il Jund mussulmano girava il mondo portandovi l’ Islam, così come i conquistadores portavano ovunque  la fede cristiana; gli Arabi e gli Europei rifornivano di mano d’opera schiavile Medio Oriente e Americhe; gli Stati Uniti lottizzavano le terre degl’Indiani per distribuirle quasi gratis ai coloni; la Cina costruisce ex novo intere metropoli per ospitarvi milioni di contadini inurbati…

Oggi, il fenomeno migratorio interessa prioritariamente i Paesi più grandi e più ricchi, come  la Cina e gli USA, ed, ora come allora, è retta da ferree regole di potere: selezione etnica in America, in Russia e in Israele; gravi limitazioni dei diritti dei migranti in Cina e in  Medio Oriente, ecc…Anche l’Europa ha sempre operato in questo campo con criteri selettivi fissati legislativamente: illimitato favore alla colonizzazione da parte degli Europei; limitato diritto d’immigrazione per i sudditi coloniali; divieto di immigrazione da imperi concorrenti; accordi specifici con ex sudditi; privilegi per i cittadini dei Paesi ACP e dei Paesi “associati”; libera circolazione per i cittadini comunitari; priorità ai “rifugiati”…

Per questo, le  politiche suggerite dai “sovranisti” non hanno nulla di nuovo, ma sono semplicemente l’applicazione dei principi tradizionali. Quello che cambia è la retorica: una retorica xenofoba al posto della retorica messianica tipica della cultura “mainstream”. Se i governanti fino ad ora inquadravano l’approccio all’ immigrazione  entro i concetti, tutt’altro che appropriati, di “accoglienza” e di “integrazione”, i nuovi venuti parlano piuttosto di “sostituzione etnica” e di “sicurezza”. Nessuno di questi concetti è, a mio avviso,  adeguato. Qui non si tratta, né di accogliere degli sfollati (che tali non sono persone che pagano migliaia di Euro per un lungo viaggio, certo non comodo né sicuro, ma comunque dispendioso), né di educare dei barbari (ché gl’immigrati in Europa hanno un livello culturale medio superiore agli stessi Europei). Ma non è neppure in atto quella forma di “sostituzione etnica”ch’era stata auspicata da Coudenhove Kalergi per garantire il predominio delle vecchie  élites europee, giacché l’immigrato medio (sia egli islamico o ortodosso, medio-orientale o cinese) è certamente meno succube della “Società dell’ 1%” di quanto non lo sia la piccola borghesia europea. Anzi, proprio l’estraneità dei migranti ai valori “occidentali” ne può fare un alleato perfetto del “sovranismo”.

Infine, l’immigrazione attuale è numericamente poco rilevante, se si pensa che la popolazionedella UE, nel 2017, mostrava un saldo positivo si sole 500.000 unità. La realtà vera è che l’immigrazione attuale è soprattutto un  sintomo palese dei problemi veri dell’ Europa, a cui si vuole offrire un capro espiatorio per dirottare l’odio sociale derivante dalla crisi verso obiettivi diversi dal vero responsabile, il sistema occidentale dominante, che c’impedisce di rimediare alla decadenza culturale ed economica, all’avvento delle macchine intelligenti e ai  cambiamenti climatici, che provocheranno ben presto altri, ancor più profondi, sconvolgimenti.

Anche per ciò che riguarda il clima, siamo di fronte a due opposte mistificazioni. Certo non è vero che, come afferma Trump, il problema climatico non esista. Tuttavia, esso è un problema relativo, perché esso è un fenomeno ciclico delle ere interglaciali, e il previsto innalzamento di 3 gradi della temperatura media non eccede quello delle precedenti ere . Addirittura, Vernadskij e Gumilev hanno ricondotto la nascita di tutte le grandi civiltà alle trasformazioni climatiche del continente eurasiatico, e alle conseguenti migrazioni (indoeuropee, barbariche, centrasiatiche…) durante le fasi più acute del surriscaldamento.Le ultime due, quella fra il 4000 e il 2000 a.C. e quella medievale, hanno coinciso con due fasi di grande sviluppo della civiltà: la prima, con quelle dell’Egitto,della Mesopotamia e della Cina; la seconda, con le Crociate,l’ economia comunale e la “pax mongolica”.

Oggi, il surriscaldamento atmosferico colpisce aoprattutto gli Stati Uniti, il Sahel, l’Oceano Indiano e il Mar della Cina, provocando potenziali migrazioni soprattutto verso il Canada, la Russia e la Groenlandia, destinati a uno sviluppo straordinario proprio grazie all’evoluzione del loro  clima, che diverrà temperato – permettendo, con lo sfruttamento di nuove risorse,  di un mantenere anche un miliardo di persone. Che ciò sia realistico è confermato dal fatto che, secondo le sacre scritture persiane, gli antichi Ariani  avrebbero vissuto, durante un intervallo interglaciale, nel Circolo Polare Artico, e che la Groenlandia fu chiamata così nel Medioevo per la sua natura verdeggiante.

Purtroppo, una strategia per il controllo politico di questo fenomeno non è sancora emersa. I rapporti (di sinergia o di conflitto) in funzione di quelle previste “migrazioni di popoli”, fra Russi, Cinesi e Islamici,  fra franco-canadesi, anglo-canadesi e immigrati, e  fra Inuit, Danimarca, UE, Cina e America in Groenlandia, sono ancora allo stato fluido, anche se le colossali esercitazioni russo-cinesi in corso in Siberia ci fanno sospettare che qualcosa si stia muovendo.

Infine, paradossalmente si discute senza tenere alcun conto del fenomeno fondamentale che sta sconvolgendo la storia dell’ Umanità: la sostituzione degli uomini con le Macchine Intelligenti, questa, sì, vera “politica di sostituzione etnica”, che metterà in ombra le polemiche postume dei sovranisti sul “Piano Kalergi”.

5. 2019:costruire “l’ Europa come Katèchon”

E’ certamente giusto che, in vista delle elezioni europee del 2019, i vari schieramenti politici si confrontino con l’obiettivo di raggruppare le forze nel Parlamento Europeo,  per trasformare quest’ultimo, da insignificante punto d’incontro di miriadi di partitini provinciali, qual’esso è oggi, in un luogo dove si scontrano le grandi visioni dell’ Europa. Peccato, tuttavia, che il bassissimo livello della riflessione politica dei principali schieramenti renda particolarmente difficile raggiungere questo obiettivo. Molti dei  libri  di Alpina sono stati dedicati precisamente ai temi sopra esposti. Essi si rivelano, oggi, non solamente attuali, ma, addirittura, profetici e inaggirabili. Basti pensare a “10.000 anni d’Identità Europea”, che ricostruisce con un approccio anti-ideologico l’origine della nostra memoria storica;  “La Fine delle Egemonie”, che anticipa la fine dell’egemonia americana; “100 idee per l’ Europa”, che avviava, in relazione alle Elezioni Europee del 2014,  il metodo comparativo nello studio dei programmi dei partiti politici europei; “Re-Starting EU economy via Knowledge Intensive Industries”, che affronta il problema dell’ assenza di giganti europei del web; “DA QIN”, che “legge” l’integrazione europea alla luce della Belt and Road Initiative, e, infine, “Modello sociale europeo e pensiero cristiano”, che punta al rilancio del carattere sociale dell’integrazione europea.

A parziale rettifica delle posizioni sostenute in questa nostra  ormai ricca bibliografia, ho l’impressione che neppure per queste elezioni si potrà realizzare l’obiettivo bi-partisan di un’alleanza generale per l’ Europa pur nel rispetto delle differenze antropologiche, culturali, etniche e religiose. Troppo forte è la volontà d’inscenare un’ennesima polemica fittizia per distrarre l’attenzione degli elettori dai problemi reali.Siamo comunque sulla buona strada, perché i dibattiti al Parlamento, come quello del 12 settembre passato, si stanno gradualmente avvicinando, seppure controvoglia, ai  problemi reali degli Europei (rapporti con le Big Five, definizione dell’Identità Europea e di quelle dei singoli popoli d’ Europa).

Per questo, mi sembrerebbe oggi un obiettivo più realistico quello di ricercare una “terza via”, autonoma dai due principali schieramenti che si stanno formando: una terza via fondata sulla decostruzione delle narrative, tanto dei “sovranisti”, quanto  degli “europeisti”, sul recupero della cultura “alta” europea e di una storia culturale non mistificata, sull’ autonomia dagli Stati Uniti e sull’ edificazione di un potere digitale europeo avente la forza di dirottare il presente “trend” verso il dominio delle  Macchine Intelligenti.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.