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QUALI STORIE PER IL XXI SECOLO? RISPOSTA A FRANCO CARDINI

L'”ipotesi dei Kurgan”

Commento, seppure in ritardo, il post del 9 giugno, di Franco Cardini (http://francocardini.it, che a sua volta rimanda a MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA? . ) dedicato alla questione “A che serve la storia?”- questione che, dal mio punto di vista (non di storico, ma di cittadino ed editore), costituisce un  necessario punto di partenza per ri-fondare una, oggi latitante, cultura europea-.

Per rispondere a quella domanda, occorre, a mio avviso, innanzitutto “porsi nella testa” dei fruitori della storia stessa,ma, prima ancora, definire quali siano i fruitori presi in considerazione per ciascun tipo di opera storica. Infatti, che la storia abbia mutato continuamente, nel tempo, il proprio angolo di visuale, deriva innanzitutto dal fatto ch’essa è stata scritta, di volta in volta, giustamente per rispondere alle esigenze di soggetti diversi: una dinastia, una casta sacerdotale, un’élite cittadina, un impero, una Chiesa, un regno, una nazione, una classe, un partito, una lobby. Oggi, il prof. Cardini  si riferisce alla costruzione di una “nuova società civile” internazionale. Ma siamo sicuri che anche oggi non sia più necessario che mai, se si vuole conseguire un qualche risultato concreto(storiografico e sociale), rivolgersi in modo differenziato almeno a due gruppi sociali distinti: da un lato, una ristretta élite colta, che è oggi più che mai “parte attiva” nella creazione di cultura, e, dall’ altra, un “ceto medio” (o meglio, ai diversi “ceti medi”, americano, europeo, medio-orientale, indiano, cinese), fruitore della cultura creata dall’ élite di cui sopra (quella che Cardini  chiama “onesta divulgazione”)? Il tipo di storia che si richiede ai due livelli è, infatti, a mio avviso, anch’esso differenziato. Credo infatti, in controtendenza rispetto alle retoriche dominanti che  la confusione fra cultura alta e cultura bassa, che si manifesta nella nuova categoria del “midbrow”, costituisca una delle ragioni fondamentali dell’inefficacia, a oggi, di qualunque forma di pensiero, perché nessuno viene posto, in tal modo, in grado  di esprimere ciò di cui sarebbe veramente capace.

Lingue e storie colte e popolari

1.Storia colta e storia popolare

Così come ci sono una lingua colta e una lingua popolare (cfr. “Es patrìda gaian”), ci sono  infatti a mio avviso una storia come scienza, destinata alle élites accademiche internazionali, e una storia come forma di educazione popolare e di formazione politica, che ha, invece, un carattere “locale” (oggi, sub-continentale). Un esempio di biforcazione fra storia elevata di carattere universale e storie locali può essere dato dalla distinzione fra la riflessione storico-teologica, di carattere universale, che ha caratterizzato tradizionalmente tutte le Chiese, e le grandi narrazioni “nazionali”, per definizione etnocentriche, tipiche delle scuole “nazionali”, soprattutto moderne.

A mio avviso, il carattere “locale” non può/deve oggi manifestarsi più a livello “nazionale”, bensì a quello delle “nazioni civiltà”(per dirla alla cinese), come gli USA,  l’India, la Cina e l’Europa. La frase “la Cina è uno Stato-civiltà” apre normalmente i libri di scuola nella Repubblica cinese.

Anche nel caso del nostro sub-continente, nonostante che, da parte di molti, si asserisca che un’identità europea non esiste, poi di fatto l’”establishment” europeo cerca incessantemente d’imporre, nel discorso pubblico, nei media e nelle scuole, una visione del mondo monolitica (il “patriottismo della costituzione”), ch’essa pretende essere universale, ma, invece, nei fatti, è solamente europea (o meglio, atlantica), e di cui poi, di nuovo contraddittoriamente, l’ establishment europeo si vanta come se fosse sua propria (i cosiddetti “nostri valori”). Un “pensiero unico” così contraddittorio che pretende di comprendere la critica dell’obiettivismo e l’esaltazione del metodo scientifico, la fine delle grandi narrazioni e la religione del progresso, la santificazione dell’Occidente e la pretesa multiculturale…A causa di queste sue contraddizioni, essa non è in grado di fungere, né da storia universale e scientifica, né da “grande narrazione” dell’Identità Europea. Uno dei principali obiettivi del dibattito sulla storia dev’essere appunto la negazione dell’idea che la storia di un subcontinente possa identificarsi con una sola narrazione esclusivistica.

Nel decidere sul modo di fare storia, si compie comunque, che lo si voglia o no, un’operazione eminentemente politica: un passo importante nella definizione della struttura di potere che si vorrebbe domini nella successiva fase storica, perché con essa innanzitutto si formano le élites, e, in secondo luogo, si influenzano i popoli. Oggi, nel 2019, le nuove élites mondiali, per potersi orientare nelle questioni radicali poste dalla prospettiva della “singularity”, perseguita dalle multinazionali dell’informatica, hanno bisogno di una nuova cultura (etica, teologica, filosofica, scientifica, politica, economica), molto ampia. Questo tipo di storia è chiamata a contribuire a rispondere a una precisa, impegnativa, domanda: come gestire il mondo globalizzato nella fase di transizione verso le macchine intelligenti? Essa non può pertanto essere scritta prescindendo da una domanda sul senso della tecnica nella vicenda dell’ Umanità. Inoltre, affinché ci possa essere un dibattito significativo nell’ ambito dei consessi a ciò delegati (come oggi è il G20), occorre che questa comprensione universale della storia da parte delle élites sia in grado di trasformarsi anche in un fattore politico, capace intanto d’influenzare le decisioni e degli orientamenti dei Governi che partecipano all’elaborazione dei progetti, e poi in generale la cultura dei partiti, delle Amministrazioni e delle diplomazie:  quella ristretta élite che, nonostante l’omologazione, la crisi economica, la dittatura delle macchine intelligenti e del pensiero unico, può ancora permettersi di affrontare questioni culturali complesse.

La “storia universale dovrebbe incorprare

anche tematiche “esotiche”

2.Orientamenti  fondamentali per una  “storia alta” universale.

Per ciò che riguarda la parte storica della “cultura alta” per il XXI secolo, occorrerebbe a mio avviso, seguire quattro direttive fondamentali:

a.Appoggiarsi su una base filosofica comparatistica. Infatti, come bene scriveva Rosemberg, lo sviluppo delle tecnologie ha sminuito la fiducia per la cosiddetta “teoria della mente”, secondo la quale possiamo ricostruire i fenomeni sociali partendo dalla supposizione di una “mente” comune fra gli uomini, ricalcata sulla conoscenza introspettiva della nostra stessa psiche. Occorre pertanto individuare, anche se in modo empirico, un metodo alternativo per fondare comunque un discorso, come per altro avevano saputo fare, seppure a sprazzi, le culture  alte dell’antichità (per esempio la Bibbia, i  Veda o Confucio) proprio grazie alla loro indeterminatezza (si pensi al biblico “anì eyè ashèr eyè”). Dunque, abbandonare, intanto, la finzione moderna delle “idee chiare e distinte”.

Proprio per il carattere episodico con cui ci si presentano le risposte delle filosofie “alte”, nessuna di esse può riempire da sola il vuoto di senso della post-modernità. Per questo occorre fare appello a tutte le grandi culture contemporaneamente.

Ciò è possibile perché anche e soprattutto i concetti occidentali che a noi appaiono “unici”, e, quindi, inaggirabili,  come quello di tempo lineare, di salvezza, di “rivoluzione”, di “età dell’oro”, di “élite”, di “moderazione”, di “democrazia”, di “diritti”, si possono comprendere veramente solo in un’ottica comparatistica. Ad esempio, la “storia lineare”, lungi dal costituire l’elemento di unicità dell’ “Occidente”,  è un semplice impoverimento dell’idea primordiale degli “Eoni”, impoverimento che, in un’ottica comparatistica, si può benissimo seguire nelle sue varie fasi: gl’infiniti “kalpas”degl’Indù, gli eoni finiti per gli zoroastriani, la duplice storia sacra del Talmud, l’unica Storia degli Occidentali. Per altro, come aveva accennato Toynbee, questa “Storia Lineare” occidentale non è incompatibile con la credenza nell’infinità di universi paralleli.

Anche la “salvezza” c’è in tutte le culture dell’ Epoca Assiale, dalla “moksa” indù all’immortalità taoista, al Salvatore mazdeo.  La “Rivoluzione” è la forma naturale di passaggio da una dinastia all’ altra nell’ Impero Cinese. L”Età dell’ Oro” è un concetto tipicamente vedico, e in Confucio si identifica con il buon governo dei Zhou Occidentali (il “Dadong”).

L’idea di “élite”, lungi dall’ essere un’invenzione di Moasca, Michels e Pareto, costituisce il nocciolo duro del confucianesimo, il quale contrappone il “gentlemamn” (junzi) all’uomo volgare (xiao ren).

Il “governo misto” esaltato da Aristotele, Cicerone, San Tommaso, Montesquieu,  Saint Simon,  la Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato è quello che in Cina si chiama “Società moderatamente prospera” e costituisce oggi l’obiettivo del programma del PCC.

Anche la “democrazia” c’è in tutte le culture, ma, per lo più, come concetto negativo. Essa equivale, nelle culture classiche occidentali, ma anche in altre, come quella egizia o persiana, a periodi storici ”di torbidi” (come quello di Clistene), che preludono all’intolleranza (il processo a Socrate), alla tirannide (come quella  di Pericle,”protos anèr”), oltre che a catastrofi come la spedizione in Sicilia e a crimini come la strage dei Meli. Nel Confucianesimo, essa s’identifica con le fasi rivoluzionarie, che scandiscono il passaggio da una dinastia all’ altra.

Per tutti i motivi che precedono, gli storici del futuro potranno  comprendere  pienamente il loro tempo solo grazie a una cultura decisamente comparatistica, fondata sulla filologia generale e comparata, sullo studio delle lingue classiche come il Greco e il Latino, l’ Arabo e il Persiano, ma anche l’ Egizio, l’ Accadico, il Sanscrito, il Persiano antico, medio e moderno, il Cinese e il Giapponese classici – e, in particolare, con una storia sincronica come quella proposta a suo tempo da Toynbee e da Eisenstadt.

b.Per comprendere la continuità e contiguità delle diverse memorie culturali, un valore fondamentale assume l’”Epoca Assiale” (Jaspers, Eisenstadt, Kojève) , che ci permette di vedere i tratti comuni a tutte le grandi civiltà “storiche”. Ciò che viene chiamato tradizionalmente “tradizione” è racchiuso in questo patrimonio comune dell’ “Achsenzeit” (cfr. l’omonima, recente, opera di Jan Assmann).

c.Utilizzare non solo concetti storico-filosofici occidentali, come “religione” o “progresso”, ”Oriente” o “Occidente”, ma anche concetti propri di altri ambiti e fasi culturali, come “kalpas”, “bu”, “bun”,“dao”, “jiao”, “Tian Xia”, “Da Qin”….. Tra l’altro, non è vero che la storia sia necessariamente etnocentrica, perché gli storici eurasiatisti, come  Murakami, Mackinder, Gumiliov, e, oggi, anche Frankopan, sono riusciti a intravvedere un filo conduttore della storia dell’ intera Eurasia, ricondotto sulla funzione unificatrice dei popoli delle steppe (“kiba minzoku”), che sono promiscuamente indo-arii (indiani, persiani, greci, italici, celti, germani, baltici  e slavi),  Uralo-altaici (unni, turchi, tartari, mongoli….), semiti (amorrei, ebrei, arabi, caraiti).

In questo modo, si potrebbero finalmente esaminare in modo scientifico i nessi fra progressismo e apocalittica persiana; le evoluzioni delle idee centrali del Cristianesimo fra l’Impero Romano, le eresie e le religioni politiche attuali; il sorgere, tardivo, contrastato e contraddittorio, dell’ossimoro “liberalismo e democrazia”….

e.Inserire trasversalmente, in qualunque opera di carattere storico, anche i corrispondenti  aspetti di storia delle  tecnologie dell’informazione, della registrazione, della comunicazione, dell’organizzazione, della manipolazione biologica e psicologica, dall’arte della guerra, fino dalle antiche monarchie  sacrali e dalle antiche vie commerciali internazionali   (ad esempio, la storia delle lingue,  della scrittura, degli archivi, delle forme letterarie, del diritto, dell’ economia, della scuola, dei riti, degli eserciti);

f)considerare la “storia alta” come eminentemente “revisionistica” -cioè  libera dai tabù religiosi, moralistici, accademici e politici (la pretesa “tolleranza” naturale fra le religioni; l’obbligo della “condanna” delle brutture del passato; il rispetto  per i “mostri sacri” e dei “verdetti del tribunale della storia”…).

 

Gli  antichi popoli “tribali” e “federali” d’Europa

3.La storia popolare europea

Nel caso dell’Europa, la storia “divulgativa” dovrebbe fornire le competenze minime per poter essere cittadini europei. Purtroppo, anche in questo campo c’è una totale carenza, da un lato per una serie di scelte politiche sbagliate, ma, dall’ altro, per un’obiettiva difficoltà d’insegnare la storia a un popolo (o a un fascio di popoli), quando non la si è capita neppure noi. Basti dire che tutti gli Europei (anche colti) sanno pochissimo della storia europea (cosa sono Çatal Hüjük, Lepenski Vir, i Kurgan, il Regnum Bospori, i Khazari, la Rzeczpospolita, il cosmismo, i “Fratelli della Foresta”, il “funzionalismo”,….?). Eppure, tutti questi fenomeni hanno influenzato profondamente l’arrivo dell’ agricoltura, l’avvento delle aristocrazie, il rapporto fra Oriente e Occidente, l’identità europea, la post-modernità, l’”Europa di Visegràd”, l’integrazione europea in generale…

Quindi:

  1. a) innanzitutto, nessuna paura di cadere nel “nozionismo”. Un po’ di nozioni sull’ Europa ci vuole.Basta con i miti trasferiti pedissequamente dalla contro-riforma Bottai, al sessantottismo, alle recenti “riforme ministeriali”(cfr. Galli della Loggia, “L’aula vuota”). Pensiamo che in Cina e in Giappone gli allievi dedicano tre anni praticamente solo a apprendere i “caratteri cinesi”, ma, poi, il loro rendimento scolastico e lavorativo, anche in materie come la matematica e le scienze, risulta nettamente superiore a quello di giovani Occidentali.

      b)non credo che la storia europea, anche quella popolare       debba      essere scritta e insegnata con lo stesso spirito settario (la “Bible du Peuple”di Michelet) con cui era stata scritta (e ancora viene scritta) la storia italiana, prima concentrata su una mitologia ghibellina, sabauda e anticlericale, poi rivisitata in chiave nazional-fascista, e, infine, divenuta tutta un preteso precorrimento dell’alleanza antifascista. Se non altro perché l’Europa è molto più grande e più varia dell’Italia, la storia dell’Europa, anche quella popolare e divulgativa, dovrà tener conto almeno delle storie atlantica, euro-orientale, medio-orientale ed asiatica, dei politeismi, delle tradizioni monoteistiche, della modernità ma anche della pre-modernità e della post-modernità.

Riassumendo:

Vi è un’impressionante continuità di concetti nella storia e nella cultura politica di tutti i Paesi del Mondo, che dev’essere sfruttata oggi per avere un punto di appoggio nell’affrontare una situazione imprevista, in cui sono venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Tra l’altro, è falso che la nuova società delle macchine intelligenti con cui ci stiamo confrontando sia un prodotto esclusivo dell’Occidente. L’ossessione per gli automi era condivisa dalla Cina imperiale, dall’ Oriente ellenistico e dalla Qabbalah ebraica. Le ricerche sui computer sono partite contemporaneamente in Europa, in America, in Cina e in Israele; molte idee sui robot sono di origine shintoista o ebraica; oggi, i computer più potenti, e in particolare quelli quantici, sono cinesi…Ma già la post-modernità traeva le sue radici da fenomeni premoderni e trasversali, come la storia sacra, la “comunità dei credenti,” le comunità di lavoro di carattere comunitario e corporativo, l’ermeneutica sacra…

In particolare,  gli studiosi di storia (ma anche quelli di filologia, filosofia, letteratura, arti, scienze umane), hanno una responsabilità e un ruolo enormi nel gettare le basi teoriche per affrontare gli spinosi, e oramai improrogabili, temi del controllo culturale sulla rivoluzione digitale e del coronamento, nell’autonomia culturale, politica e militare, dell’integrazione dell’Europa.

 

 

UN'”EUROPA VIVENTE?” Forse qualcosa si muove

I simboli dell’ Europa nel tempo

Nel post precedente, prendevo atto con soddisfazione del fatto che l’establishment fosse oramai obbligato a riflettere sulle questioni centrali per il nostro momento storico. Oggi, noto anche con piacere che vengono pubblicate sempre nuove opere che, seppure in modo a mio avviso non sufficientemente radicale, mettono in discussione le Retoriche dell’ Idea d’Europa,  su  questioni centrali come quelle dell’ identità, dei simboli, delle passioni, dell’ autonomia.

L’ Europa ha tanti altri simboli ed eroi, che non sono solo la bandiera con le dodici stelle, l’Inno alla Gioia , Spinelli, Monnet, Schuman…Come tutti i Paesi con una storia millenaria, essa ha memorie sue specifiche che risalgono alla preistoria, al mondo classico, al Cristianesimo e alla Modernità, e simboli che si proiettano nella Post-modernità. L’Unione Europea, con i suoi simboli e i suoi avatar, non è se non una fra le infinite tappe della sua storia, e, speriamo, non sarà l’ultima.

Non per nulla gli autori più prolifici sul tema dell’identità europea sono oggi i coniugi Assmann (Jan e Aleida), cultori della “memoria culturale”. Questa memoria culturale non può certamente essere inventata “à la carte” (come invece hanno fatto tutti, ma proprio tutti, a partire da Coudenhove-Kalergi per continuare con Dawson, passando per De Rougemont e continuando con Duroselle…). Occorre invece seguire tutti i filoni della storia culturale europea, certo tentando una sintesi e stabilendo paragoni con gli altri continenti.

Passiamo rapidamente in rassegna le iniziative più significative.

 

Le grandi cuture del’ Epoca Assiale: i politeismi occidentali,  lo Zoroastrismo, il San Jiao

  1. Jan e Aleida Assmann:memoria culturale e Europa

Partiamo dunque dai più recenti libri degli Assmann, “Achsenzeit”, di Jan, e “Der europaeische Traum”, di Aleida (premio per la pace dei librai tedeschi per il 2018).

Nell’introduzione al mio primo volume della trilogia “10.000 anni d’identità europea”, dichiaravo d’ ispirarmi espressamente all’approccio della “memoria culturale” degli Assmann, vale a dire di non guardare alla storia, né come a una semplice sequenza di eventi, né come alla realizzazione di un disegno, bensì come ad un insieme di fenomeni di difficile interpretazione, da spiegarsi per quanto possibile attraverso un’opera di confronto e di riflessione. In quest’ottica, essa, lungi dal venire piegata alle esigenze propagandistiche delle forze via via dominanti, serve per ricostruire la logica nascosta dei comportamenti sociali, e, in particolare, l’origine, il divenire e la progettualità dei soggetti collettivi.

Jan Assmann, partendo dall’idea di Jaspers dell’“Epoca Assiale” e da quella spengleriana sull’ indipendenza delle varie storie, ma anche da quella di Toynbee del loro parallelismo, giunge a definire ciò che distingue la memoria culturale mondiale da quelle specifiche dei singoli Continenti. Aleida si concentra sulla memoria culturale dell’Unione Europea.

Con “Achsenzeit”, Jan Assmann svolge ora uno studio filologico degli autori che si sono dedicati a sviluppare l’idea di un’“Epoca Assiale”, costituendo così le basi di questa conoscenza delle identità collettive. Con “Der europaeische Traum”, Aleida spiega l’attuale, crescente, divergenza politica fra la parte orientale e quella occidentale del nostro Continente con il diverso modo che esse hanno di rapportarsi all’eredità storica della IIa Guerra Mondiale.

In ambo i casi, una riflessione profonda e stimolante su quelli che sono temi centrali per il dibattito politico e culturale oggi in Europa.

 

2.Ulrike Guérot: la Repubblica Europea e  la nuova Guerra Civile

Quando, in tempi non sospetti, affermavo che all’Europa mancavano l’entusiasmo e la passione, venivo preso per un esaltato. Eppure, ciò che l’establishment cerca oggi disperatamente di recuperare per arginare l’euroscetticismo è propri questo: l’entusiasmo, la passione. Ma, per poter fare questo, non basta proclamarlo, né imitare, in modi spesso ridicoli, concorrenti, avversari o soggetti esotici, che una passione invece ce l’hanno (per esempio, portando la mano al cuore come nel “Balch Salute” americano, ma ignorando che il “Balch Salute” è stato l’avvio del saluto romano).

Per avere dell’entusiasmo, bisogna essere vivi, educati alla vita e non al meccanicistico vegetare di oggi. Bisogna avere cultura, e ricordarci le glorie europee del passato: i Greci e i Troiani; l’Odissea e l’Orestea; le Odi e il Carmen Saeculare; i Carmina Burana e Mozart; Napoleone e Beethoven; Baudelaire e St. Exupéry; Kieslowki e Tarkovskij….Ricordiamo (con tutti i limiti del caso) l’entusiasmo di cui i popoli erano stati capaci nel XX° secolo anche per cause che oggi giudichiamo non commendevoli…

Ciò premesso, tanto di cappello a Ulrike Guérot, che, a essere entusiasta, ci prova ancora, nonostante tutto, con la sua “Repubblica Europea”, che vuole ricostruire l’”estetica politica” dell’Europa. Tema che ha illustri precedenti, da Romain Rolland a Coudenhove-Kalergi, ma che  ha trovato pochi e deboli seguaci (vedi, per tutti, Luisa Passerini, Il Mito d’ Europa). I nostri “50 anni d’Europa, immagini e riflessioni” di Jean-Pierre Malivoir, pubblicato da Alpina nel 2007, avevano voluto costituire un esempio di questa “estetizzazione della politica europea”.

Altra provocazione (che, per altro, giudico salutare): quella della “nuova guerra civile” che dovrebbe scuotere le certezza consolidate sull’ Europa, usando i populisti come una sorta di ariete per distruggere gli Stati Nazionali, veri nemici dell’ Europa (la “Nuova Guerra Civile”). La “Repubblica Europea” a cui pensa Ulrike Guérot risale all’anarchismo proudhoniano, all’austromarxismo di Bruno Bauer, agli “anticonformistes des Années Trente”, al Federalismo Integrale di Alexandre Marc e alla Carta delle Minoranze di Maribor.  Certamente, avrebbe il vantaggio di distruggere le false identità degli attuali Stati Membri, dietro le quali si cela solamente la volontà di potenza delle burocrazie nazionali, che costituiscono il maggiore ostacolo alla creazione di un’Identità Europea. Tuttavia, le Regioni autonome europee sarebbero troppo numerose (da 150 a 200) per poter essere vitali, e senz’altro darebbero vita, per reazione a uno Stato europeo molto centralizzato, conseguenza a cui Ulrike Guérot sembra non pensare. Inoltre, non sono delineate le strategie, né per il rafforzamento dello Stato europeo, né delle identità regionali (cosa per altro non impossibile)

Ovviamente, già solo queste due parole d’ordine, “Repubblica Europea” e “Nuova Guerra Civile” hanno fatto gridare allo scandalo da parte di molti, cosicché non vi è stata una grande copertura di stampa per le iniziative di Ulrike Guérot. Iniziative che non si esauriscono in quest’attività editoriale, ma comprendono anche iniziative di mobilitazione pubblica, come Eutopia, Europe Balcony e la proclamazione della Repubblica Europea.

Jean-Claude Juncker e Angela MerkelFine corsa per la mentalità eurocratica

  1. Robert Menasse e “la capitale”.

Buona parte delle sue iniziative, Ulrike Guérot le ha condivise con Robert Menasse, Premio dei Librai Tedeschi ma nel 2017.

Anch’egli ha compiuto un gesto iconoclastico con la sua “Capitale”, tradotto anche in Italiano, dedicato all’ambiente degli Eurocrati.

Debbo dire che, avendo io stesso fatto parte di questo ceto, ed avendo volontariamente deciso di uscirne  35 anni fa, sono rimasto abbastanza stupito dal quadro che ne risulta. Non tanto dal quadro politico e professionale, quanto, invece, dal quadro umano. Probabilmente a causa dei decenni trascorsi, che hanno deteriorato proifondamente il tessuto sociale ed etico dell’ intera società europea.

Mentre la Bruxelles e la Lussemburgo a cui appartenevo erano caratterizzate soprattutto dalla loro vivacissima vita sociale e culturale, in cui spiccava in particolar modo la vita familiare, i funzionari descritti da Menasse sono individui soli, senza famiglia ma anche senza amici, che si trascinano fra l’ufficio e squallidi di appartamenti d’affitto, dove i loro principali interlocutori sono, a parte, ovviamente, i colleghi, le segretarie e le donne di servizio. Non vi è, in essi, un minimo d’interesse per le grandi questioni alla cui soluzione sono chiamati a collaborare, nelle quali essi s’impegnano solo nella misura in cui esse siano funzionali alle loro personali strategie burocratiche.

Questa critica è particolarmente spietata là dove essa si rivolge all’attività della Direzione Generale “Cultura” della Commissione, di cui si mette in satira soprattutto la scarsa attenzione ch’essa riesce ad ottenere da parte delle Istituzioni in generale. L’occasione intorno a cui ruota la storia, la commemorazione dei 50 anni di vita della Commissione, e, in particolare, il tentativo di incentrarla intorno alla memoria della Shoah, dà il destro per mettere in luce una mancanza di fantasia, d’informazione, di concordia e di decisione, che frustra qualsivoglia iniziativa che si discosti dal solito “tran-tran”.

Un quadro sconsolato, che ben giustifica i propositi barricadieri della Guérot.

Come ben sa chi ha lavorato nelle Istituzioni, la colpa non è certo dei funzionari, che normalmente sono diligenti, motivati e con una grande cultura, e riescono in 30.000 a compiere un lavoro che, negli Stati membri, viene svolto da milioni di funzionari, quanto del personale politico che dirige ciascuna Istituzione e che, provenendo dalla politica nazionale, dove non ha, normalmente, acquisito una grande familiarità con le questioni europee, ha però il diritto d’ impartire ordini, spesso incomprensibili, a funzionari che hanno dedicato, all’ Europa, tutta la vita.

In pratica, affinché l’integrazione europea possa continuare, occorre, come suggeriscono Guérot e Menasse, che tutto ciò cambi.

 

Arianespace: l’unico orgoglio dell’ Europa

4.Mercedes Bresso : un’Europa forte e sovrana, con coraggio e passione.

L’agile e.book di Mercedes Bresso fa tesoro di questo nuovo clima anticonformistico. Senza soffermarsi anacronisticamente sui presunti meriti di quest’ Unione Europea, si concentra su alcuni aspetti che, non solo condivido, ma che hanno costituito addirittura il leitmotiv di questi miei  ultimi dodici anni di vita e di attività:

-la centralità acquisita dalla questione europea in tutti i dibattiti, a tutti i livelli, a cui fa riscontro, paradossalmente, un’ignoranza generalizzata sull’ Europa;

-la necessità di una nuova narrativa, contro un discorso politico fondato solo su slogan che si alimentano dell’obsoleta dialettica destra-sinistra, e che parta  dalla constatazione dell’obsolescenza delle vecchie ideologie politiche;

-la constatazione che l’Europa è, per la Presidenza americana, un nemico perché potenzialmente concorrente, il che porta alla necessità di difenderci da soli -militarmente ed economicamente- dal resto del mondo che si sta appropriando dei nostri dati e del nostro gettito fiscale,e innanzitutto con la creazione di piattaforme digitali europee, tanto per difenderci dai giganti dell’economia digitale, quanto per creare lavoro.

 

Festeggiare i Santi Protettori dell’ Europa

  1. L’ appello di Prodi a esporre la bandiera europea il 21 marzo

A questo stesso spirito si riallaccia l’appello di Romano Prodi per l’esposizione della bandiera europea il 21 maggio. Proposta che per altro è stata poco propagandata e poco spiegata, anche perché non è chiaro che cosa si celebri il 21 marzo.

Ci riserviamo poi di approfondire il significato mitoòlogico e storico tanto della data del 21 marzo, quanto della bandiera dalle 12 stelle.

Per intanto, pubblichiamo qui di seguito l’appello di Romano Prodi:

“C’è molto in gioco nelle prossime elezioni europee, alle quali troppi cittadini si avvicinano con un senso di smarrimento e di frustrazione, dimenticando la nostra storia e, insieme ad essa, i contributi che, se camminiamo insieme, possiamo dare per affrontare i problemi di oggi e per riaccendere le speranze per il domani del nostro pianeta così affaticato.

Nel passato l’Europa ha affrontato, attraverso drammi e conflitti, tutti i grandi scontri che insanguinano e dividono il mondo d’oggi, trovando le mediazioni e preparando i passi in avanti che più hanno fatto progredire la nostra tribolata umanità. Ci sorprendiamo delle lotte religiose fra sciiti e sunniti che oggi infiammano il mondo islamico e non pensiamo alla faticosa convivenza che i Paesi europei hanno raggiunto dopo secoli di lotte religiose fra i cristiani. Non ripensiamo al nostro faticoso cammino verso la democrazia intervallato dalle esperienze dittatoriali e dalle guerre che hanno devastato il nostro continente per tutto il secolo scorso, ma alle quali l’Unione Europea ha potuto fare seguire il più lungo intervallo di pace mai esistito nella storia. Senza dimenticare il benessere che abbiamo potuto raggiungere costruendo (caso unico nella storia) un mercato comune che ha unito tra di loro Paesi ripetutamente devastati da guerre commerciali e dalle barriere al libero movimento di uomini e di beni.

Nella frustrazione nella quale siamo immersi dimentichiamo persino la fatica con cui abbiamo costruito lo stato sociale che, pur con i suoi limiti e le sue imperfezioni, resta la più grande conquista della politica mondiale e non riesce ad essere riprodotto nella sua universalità perfino nel più ricco Paese del mondo e non sembra essere un obiettivo prioritario nemmeno per la Cina, astro nascente della politica mondiale.

Sappiamo benissimo che, di fronte alla potenza americana e all’ascesa cinese nessuno Stato europeo potrà da solo conservare quanto è stato conquistato in passato: eppure ci stiamo illudendo che il ritorno alle frontiere nazionali possa essere la soluzione dei problemi e il superamento degli ostacoli che rendono faticoso il progresso del cammino europeo. Facciamo finta di ignorare che i grandi cambiamenti o vengono imposti con le armi o esigono tempo e fatica. Eppure, invece di dedicarci a preparare il futuro, lottiamo per dividerci il presente, pur sapendo che anche il presente non potrà essere conservato se non rafforzando la nostra unità.

Se siamo incapaci di interpretare il ruolo che l’Europa unita può giocare nel mondo, una grande responsabilità grava certamente anche sui responsabili dei governi e dei partiti che più si dichiarano europeisti. I governi hanno sistematicamente anteposto gli interessi elettorali di breve periodo alla politica di coesione necessaria ad assicurare all’Europa il ruolo di protagonista nell’economia e nella politica mondiale.

I secondi hanno regolarmente usato le elezioni europee per garantire un posto ai perdenti delle elezioni nazionali, contribuendo quindi anch’essi a sminuire il ruolo delle istituzioni comunitarie che, dopo avere fatto grandi cose in passato, si sono ridotte a giocare un ruolo sempre minore, senza più avere la forza e il coraggio di affrontare i grandi temi oggi sul tavolo: dalle regole della globalizzazione alle migrazioni, dalle disuguaglianze economiche alle conseguenze delle nuove tecnologie.

Tutti questi limiti, uniti alla sciagurata gestione della lunga crisi economica, hanno allontanato il nostro cuore dalla grandezza e dalla necessità della missione europea. Noi tutti comprendiamo che non vi è alternativa al destino comune: il nostro cervello ci fa capire che le nostre energie si indeboliscono ogni giorno di fronte a superpotenze sempre più forti ma il cervello non basta. Credo proprio (e vi prego di perdonare questa per me inusuale espressione retorica) che occorra qualcosa che riscaldi il cuore e che ci faccia anche visibilmente capire che l’Unione Europea è il nostro destino e non l’oggetto di piccoli disegni politici.

Mi piacerebbe quindi che il 21 marzo noi tutti, nel nostro e negli altri Paesi dell’Unione, esponessimo dalle nostre finestre e sventolassimo nelle nostre strade e nelle nostre piazze milioni e milioni di bandiere europee. Penso al 21 marzo perché quel giorno deve simbolicamente richiamare il primo giorno della primavera europea e perché ci ricorda San Benedetto, che non solo è il patrono d’Europa ma che, nel secolo più buio del disfacimento dell’impero romano, ha fatto appello ai nostri valori comuni per ricostruire l’anima e la stessa economia dell’Europa di allora.
Per scaldare i nostri cuori abbiamo anche bisogno di simboli: la bandiera è il simbolo più comprensibile e immediato che noi possediamo.

Non è un compito facile perché anche la bandiera deve essere fabbricata, distribuita da mille e mille associazioni, accolta da milioni e milioni di persone (#uneuropapernoi) e spiegata a tutti nel suo significato etico, politico, economico e sociale. Non sarà questo un gesto rivoluzionario ma sarà certo utile per capire quanto la scelta o il rifiuto dell’Europa saranno decisivi per il nostro destino futuro. E quindi quanto saranno importanti le prossime elezioni europee.”

Un’Europa senza preconcetti, tutta da farsi

5.Preparare la Festa dell’ Europa

A me, tutto questo riemergere del simbolico, dell’estetico, del passionale, non può fare altro che piacere.Ciò che è fondamentale, però, è che, dietro ai simboli, vi sia anche della sostanza. Non si può, infatti, confondere, né la ragione, né la passione, con il semplice buon senso, né , peggio ancora, con il velleitarismo.

Oggi, questa sostanza resta tutta da costruire, perché le seppur giuste idee di Dante e di Podiebrad, di Sully e di Saint Pierre, di Coudenhove-Kalergi e di Spinelli, hanno, come minimo, 80 anni. Nel frattempo ci sono stati la Shoah e Hiroshima, l’Impero Sovietico e la Perestrojka, l’informatica e la Nuova Via della Seta, la religione di Internet e l’America First di Trump. L’umanità di oggi non ha più nulla a che vedere con quella del 1941: figuriamoci l’Europa! Ma nessuno ha potuto, saputo o voluto, dire nulla di nuovo. E tutti si ostinano a voler riproporre le idee che hanno clamorosamente fallito: quella di un progresso illimitato, al contempo materiale e spirituale; quella della “vox populi vox Dei”; quella del ruolo salvatore dell’ Occidente; quella dell’estinzione degli Stati; quella dell’ informatica quale regno della libertà….

Dire che si tratta di un compito trasversale è dire poco. Contrariamente a quanto l’establishment, pro domo sua, ha voluto farci credere, qui non c’è nulla di solido su cui costruire: occorre costruire ex novo delle realtà che, a oggi, non ci sono:

-una filosofia che si distingua da quelle “occidentali”. Fino a qualche anno fa, c’erano almeno i “filosofi continentali”, contrapposti a quelli “analitici”anglosassoni, ma, dopo, ci si è dispersi, addirittura, fra una “French theory”(Francois Cusset) e un’”Italian Theory”(Roberto Esposito), ambedue molto vaghe e deboli;

-una teologia europea che non scimmiotti, né la Teologia della Liberazione, né il puritanesimo, né il Silenzio del Buddha di Panikkar.  Papa Francesco aveva incitato, a Strasburgo, le Chiese nazionali a svolgere questo compito, ma non pare che nessuno abbia raccolto, fino ad ora, questa sfida;

-una classe dirigente europea, non divisa da campanilismi populistici o vetero-ideologici, bensì accomunata dalla sua cultura “alta”, trasversale e interlinguistica. Infatti, la sedicente “élite” si è oramai sgretolata e non è stata capace di proporre un’alternativa credibile al populismo (cfr. Baricco, Orsina, Mauro…);

-un movimento europeo forte, che si faccia carico dell’”unità di comando politica” nonostante, e attraverso, le infinite autonomie territoriali e sociali: quello che doveva essere il Congresso del Popolo Europeo di Spinelli;

-un nucleo duro iniziale d’ informatica europea, capace di padroneggiare innanzitutto gli aspetti culturali e antropologici della rivoluzione digitale, prima ancora di quelli tecnologici, finanziari, militari, imprenditoriali, di intelligence, sociali e commerciali: quello che avrebbero dovuto fae la Olivetti e il Minitel, ambedue misteriosamente stroncati quando invece l’informatica stava decollando in America e in Cina. Come scrive, su “la Stampa”, Marta Dassù, “senza investire risorse più rilevanti nelle tecnologie dell’intelligenza artificiale e senza creare una capacità industriale high tech in grado di competere realmente sul piano globale, il Vecchio Continente resterà schiacciato dalla competizione fra Stati Uniti e Cina”.

Per questo, pur prendendo atto dell’ottima idea di Prodi, proponiamo di attuarla in modo più ponderato e integrale, soprattutto in connessione con il Salone del Libro di Torino, il quale quest’anno, per una fortunata coincidenza, inizierà il 9 maggio, Festa dell’Europa, e sarà aperto da una lectio magistralis sull’ Europa di Antonio Savater.

Vorrei ricordare che Alpina e Diàlexis sono state le due uniche entità che a Torino abbiano organizzato sistematicamente la Festa dell’ Europa negli ultimi 12 anni. Questo la dice lunga su quanto a tanti sedicenti europeisti, che sono sempre intenti a fare discorsi e a tagliare nastri,  interessi veramente l’ Europa.

Intorno a quelle scadenze, stiamo organizzando, come tutti gli anni e più ancora degli altri anni, la celebrazione del 9 maggio, anche con “cantieri” di lunga durata (“Baustellen Europas”), e, intanto, un momento di riflessione sul significato, tanto del 21 marzo, quanto della bandiera con 12 stelle.

Speriamo che queste attività non rimangano fini a se stesse, ma, al contrario, assumano (almeno nella forma di “Baustellen Europas”), un carattere permanente.