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INTERESSE NAZIONALE, EUROPEO E DELL’UMANITA’ NELLA NUOVA PESC

 

                Palazzo Sponza a Dubrovnik

Sergio Fabbrini, rispondendo, il 26 gennaio, su “Il Sole 24 Ore”,a Galli della Loggia, ha sottolineato che, di fronte a velleitarie tentazioni micronazionalistiche, quali quelle di cui si è fatto portatore il professore sul Corriere della Sera del 22, occorrerebbe invece rilanciare una Politica Estera e di Difesa europea che tenga conto della posizione e del ruolo dell’Italia. A mio avviso, ciò si potrà fare solo tenendo presente l’imprescindibile corrispondenza biunivoca fra politica internazionale e politica tecnologica dell’Europa, nel quadro della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

1.L’”outing” anti-europeo di Galli della Loggia

Cresce il numero dei “sovranisti” che negano l’utilità di una politica estera e di difesa dell’Europa, che altro non sarebbe, per costoro, che l’ennesima riaffermazione di un’egemonia franco-tedesca, a discapito di tutti gli altri Paesi d’ Europa. Quest’ideologia, diffusa da parecchi decenni negli ambienti euro-scettici, era nata sotto influenza americana, nel momento in cui, con l’allargamento della UE, era sorta la preoccupazione che un’Europa più forte potesse condurre una politica più indipendente da Washington, e, di conseguenza, indebolire il complesso politico-culturale occidentale. Non per nulla essa viene oggi ripetuta negli ambienti vicini a Bannon.Anche Galli della Loggia sostiene, in sostanza, la vecchia tesi che l’Italia, per difendere un non meglio definito “interesse nazionale”, dovrebbe diventare il cavallo di Troia nell’ Unione Europea degli USA contro Francia e Germania. Un’operazione certo non estranea alla visita a Roma di Bannon e ai finanziamenti americani appostati nel bilancio di Fratelli d’ Italia.

Che un’egemonia franco-tedesca esista, e sia, molto probabilmente, obsoleta, non lo si può negare. Essa aveva per altro radici nobilissime, che affondano nell’antico ruolo carolingio dei “Franchi”, intesi  come sinonimo (per esempio in Arabo) di “Europei” (al Franjiyyun), ed eredi dei Romani -nel Serment de Strasbourg, nel Trattato di Verdun, nei Gesta Dei per Francos,  e, più recentemente, in quelli dell’ Eliseo e di Aquisgrana-, oltre che in Fichte e in Herder. Per altro, con l’allargamento della UE e con le Nuove Vie della Seta, il mito dell’Europa Carolingia appare sempre più come una provinciale forma di “arroganza romano-germanica”, come la chiamava il Principe Trubeckoj. Tuttavia, il suo messaggio subliminale, che poteremmo definire come “gollista”, può applicarsi più che mai nell’attuale quadro europeo allargato.

Oggi, la posizione contraria all’ Europa Carolingia è stata dunque ripresa da Ernesto Galli della Loggia, il quale scrive di “un’opinione pubblica disabituata da sempre a pensare la realtà vera dei rapporti internazionali, quindi oscillante di continuo tra faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista. Dopo la fine della guerra fredda e il conseguente venir meno dell’importanza che la Penisola aveva avuto per mezzo secolo in quanto frontiera dell’Occidente con il blocco sovietico (da cui l’obbligatorio legame di stretta alleanza con gli Stati Uniti), non siamo stati capaci d’immaginarci alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione nostri”.

Peccato che, poche righe dopo, lo stesso Galli della Loggia fornisca uno schiacciante esempio di questa incapacità, che invece apparentemente tenta di scongiurare: “In particolare non abbiamo capito che il progressivo concentrarsi del potere dell’Unione Europea nelle mani di Germania e Francia ci stava inevitabilmente sbarrando la strada verso i due teatri tradizionali della nostra politica estera. Cioè verso i Balcani – dove infatti ben presto l’influenza economico-politica e culturale tedesca si sarebbe dimostrata imbattibile – e verso l’Africa – dove fin dai tempi dell’Eni di Mattei la Francia era impegnata a contenderci lo spazio e a insidiare quello che avevamo già ottenuto (per esempio in Libia). E però, invece di cercare di contrastare questa deriva diciamo così oggettivamente antitaliana dell’Unione a trazione franco-tedesca (in realtà con Berlino vera padrona e Parigi sua vassalla) – magari cercando di costituire un fronte mediterraneo con Spagna e Grecia eventualmente appoggiato da una Gran Bretagna memore dei suoi trascorsi in quel mare – abbiamo fatto di tutto – in omaggio al nostro cieco supereuropeismo e anche perché gravati dalle condizioni paralizzanti dei conti pubblici – per restare agganciati comunque al duo Parigi-Berlino. Con il bel risultato che oggi vediamo in Libia e altrove”.

 

Che l’Italia debba concentrarsi su Mediterraneo e Balcani è un ritornello che ci sentiamo ripetere da tempo. Esso si basa su una visione razzistica dei popoli occidentali che debbono dominare e istruire i “popoli inferiori”, est-europei e afro-asiatici, e aveva trovato una continuità nelle raccomandazioni fatte alla FIAT dai servizi segreti americani, di concentrarsi, dopo la IIa guerra mondiale, nella “fabbricazione di automobili a basso prezzo destinate ai popoli balcanici e nordafricani”.

 

2.Una nuova missione universale dell’Europa

Il discorso su una “missione” dei popoli, se sfrondato dagli aspetti propagandistici, integralistici ed autocelebrativi, ha ancora un significato. Questo elemento progettuale è, infatti, quello che tiene uniti i popoli e gli Stati. Ma, nel 2020, gl’Italiani possano avere una qualsivoglia “missione”, o degli “interessi nazionali” in quei due territori, effimeramente conquistati per pochi anni durante la IIa Guerra Mondiale, è semplicemente insensato. Nei Balcani ci sono Grecia, Croazia e Bulgaria, che sono membre, come noi, dell’Unione Europea, e la Turchia, che è più forte di noi sotto tutti i punti di vista, ed è comunque un Paese associato e un membro della NATO. Tra l’altro, la Turchia è stata in grado di fabbricare un’auto elettrica completamente autarchica mentre noi abbiamo appena chiuso l’impianto (francese) di Bluecar a Ivrea e stiamo ancora balbettando di assemblare batterie (dopo avere venduto la Marelli ai Giapponesi).

La Croazia presiede quest’anno l’Unione e la Conferenza sul Futuro dell’Europa, insieme ad altri commissari slavi. Nel Mediterraneo, ci sono delle altre potenze non indifferenti, come l’Egitto e Israele, e vi si stanno affacciando prepotentemente la Russia, l’ Iran e le monarchie del Golfo. Che cosa vogliamo fare: andare nuovamente a governare quei Paesi? Affrontare i loro eserciti? A me sembra che siano piuttosto quei Paesi ad avere oggi un ruolo propositivo ed attivo nella politica internazionale, tale da influenzare l’Italia e l’intera Unione Europea, divenuti soggetti passivi della storia.

D’altronde, quando, proprio sulla Libia, abbiamo accettato le sirene di quel mondo anglosassone verso cui spinge Galli della Loggia, abbiamo combinato il più incredibile pasticcio mai visto in politica internazionale: regalare agli alleati un’egemonia sul Paese, appena pesantemente pagata a Gheddafi; violato vergognosamente un patto di non aggressione appena sottoscritto; partecipato al linciaggio del capo di Stato con cui avevamo appena firmato un trattato di riappacificazione-un crimine di guerra contro cui non si è levato nessun difensore dei diritti umani-; infine, scatenato la guerra civile libica e quell’incredibile fenomeno che è la corsa dei migranti verso i campi di concentramento libici e i barconi della morte. Per poi passare il tempo a strapparci le vesti per l’inspiegabile flusso di migranti.

Qui, più ancora che altrove  altrove, la visione ottocentesca della missione degli Stati Europei si rivela totalmente obsoleta, perché quelle “missioni” si riducevano a collaborare all’ implementazione di una Teoria dello Sviluppo totalmente irrealistica, che in realtà, ci ha portato fin sulle soglie della “Fine della Storia”(dove ormai ”la nostra casa brucia”) e, comunque, all’irrilevanza dell’ Europa e al suo appiattimento sugli Stati Uniti (la “Dialettica dell’ Illuminismo”). La vera missione che resta, all’ Italia e all’Europa (e, se vogliamo, anche al Mediterraneo), è veramente globale e universale: quella del contrasto “à tous les azimuth” alla Società delle Macchine Intelligenti, secondo le idee espresse, per esempio, del filosofo e politico tedesco Nida-Ruemelin. Di questa missione, il “Green New Deal” deve  costituire solo uno dei componenti, e neanche il più essenziale, perché, come affermato nell’ enciclica “Laudato sì”, un ambientalismo puramente tecnicistico e “quantitativo” costituirebbe solo un’operazione di marketing per l’industria verde e per la Società dell’ 1%, e, aggiungiamo noi, una cura omeopatica, volta a fare sopravvivere l’attuale  barcollante tecnocrazia fino alla vittoria del  post-umanismo.

In sostanza, dell’eredità romantica, è il momento di abbandonare  le posizioni di Fichte e Herder (missione delle nazioni) e Fiodorov (salvezza dell’ uomo attraverso la scienza), per adottare quelle, critiche della Modernità, di Kierkegaard, di Baudelaire, di Carlyle….

Questa nuova missione dell’Europa (e delle sue Nazioni e Regioni), si sposa, com’è normale che sia, con l’interesse “particulare” dell’Italia e dell’Europa, perché da sempre chi si pone come promotore di un interesse collettivo se ne ripropone un ruolo di leadership, che si spera anche adeguatamente compensato. Orbene, l’”interesse” dell’Italia e dell’ Europa è, da sempre, prima di tutto culturale e teologico:il ritorno alla  la “paideia” classica; all’”askesis” cristiana; all’Umanesimo italiano…: valori nella cui realizzazione noi eccelliamo. Sullo sfondo, si delinea un’alleanza fra le antiche civiltà “assiali”(mediterranea, indica, sinica….precolombiana?), sotto l’egida della “Nuova Via della Seta”. Un mondo tecnologico, ma dominato dalla cultura, graviterebbe innanzitutto su Roma, Firenze, Venezia, ma poi anche Atene, Parigi, Berlino, San Pietroburgo, Gerusalemme, Istanbul, e, infine, Hanzhou e Xi’an.

Nei fatti, quell’unione geopolitica e militare degli Europei, che non si era mai potuta realizzare con la forza, sarà fatta ben presto dalla cultura e dalla politica sotto l’urgenza dello stato di necessità, quando la crescente irrilevanza dell’Europa come continente ci avrà portati a un trend costantemente negativo nel PIL, alla perdita delle libertà collettiva e individuali, e sulla soglia della sparizione, sotto l’influenza della crisi economica e della disoccupazione digitale. Quando ci accorgeremo di essere oramai tutti taglieggiati, disoccupati, spiati e ricattati, e la guerriglia si sposterà dal Medio Oriente in Europa, allora capiremo che dobbiamo difenderci, e invocheremo finalmente un Esercito Europeo che lo faccia nel nome dell’Identità Europea. Speriamo che non sia troppo tardi.

  1. L’esercito europeo contro l’“Impero dei Robot”

Fabbrini, rispondendo a Galli della Loggia e tentando -finalmente- di spiegare che viviamo in una siffatta situazione pre-bellica, cita Colby e Mitchell di Foreign Affairs, che scrivono che ”con Trump gli USA hanno finalmente capito di essere entrati in una nuova epoca storica , quella della competizione tra le Grandi Potenze (nel loro caso, con la Cina in particolare). In questa epoca contano i rapporti di forza tra quelle potenze (che possono rendere necessari conflitti militari improvvisi oppure guerre prolungate), non già il rispetto di convenzioni multilaterali.”

Dobbiamo capirlo anche noi Europei.

Tra l’altro, poi, questo trend tende ad acuirsi ulteriormente, giacché il concentrarsi dei processi decisionali nell’ “Hair Trigger Alert”, nei social networks e nei programmi predittivi, nelle imprese digitali e nella cybersecurity, comporterà una continua riduzione a livello mondiale del numero dei centri direzionali, che tenderanno sempre più a unificarsi e a spersonalizzarsi, fino a che, con la guerra totale e con la migrazione verso lo Spazio, sopravviveranno solo più gli “agenti autonomi”(leggi automi), che tenderanno a sostituirsi, non solo all’ Uomo, ma perfino alla Natura. Questo è il programma da sempre ufficialmente sostenuto da Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google. E, come scrive sul suo blog  Logan Streondj , il numero di robot supererà quello degli umani in un lasso di tempo che va dai  24 ai  39 anni, il che implicherà un conflitto fra le due categorie di esseri.

Un ”umanesimo digitale”, quale  sostenuto, per esempio, da Nida-Ruemelin, potrebbe ovviare a questa tendenza, non già arrestarla. Occorrerebbe invece una pratica filosofica e pedagogica olistica, capace di forgiare un’Umanità “Enhanced”, atta a dominare con lo spirito le macchine intelligenti. Nell’ambito di questo dominio si dovranno ovviamente concepire nuove forme di partecipazione umana, compatibili, in una prima fase, con la situazione altamente conflittuale che si sta preparando, e, in una seconda, con la liberazione di enormi energie sociali non più disciplinate dalle esigenze della produzione e dalle Grandi Narrazioni ad essa collegate. In questo senso dovrebbe esplicarsi la pretesa (fino ad oggi abusiva) dell’Europa, di costituire “un punto di riferimento per il mondo intero”(che anima l’ideologia dell’ Unione Europea ed è stata citata dal Papa nei suoi discorsi a Strasburgo).

In questo contesto, poi, l’Italia, che (contrariamente alla Savoia e al Regno di Sardegna) non è mai stata particolarmente efficiente come “macchina da guerra” (pensiamo a Lissa, a Caporetto, alle campagne di Grecia o di Russia), in un gioco di giganti digitali sarebbe semplicemente spazzata via. Per questo essa ha bisogno, più di molti altri Stati, di uno scudo europeo. Tale non è, come dimostrato nel precedente post, quello americano, data la completa obsolescenza tecnica dell’art. 5 del Trattato Atlantico. Ci dovrebbe essere una qualche forma di ripartizione di compiti, a cui l’Italia potrebbe contribuire con le proprie competenze di politica culturale e di tecnologie spaziali e navali, mentre altri dovrebbero mettere quelle digitali, di intelligence, strategiche…

Fabbrini suggerisce a questo punto, molto opportunamente, che l’Italia avanzi “una proposta di politica estera e militare sovranazionale, distinta da quella nazionale, che va preservata e razionalizzata”. Proposta molto appropriata, tenendo conto che l’Italia (come la maggior parte degli Stati membri) non si occupa attualmente di intelligence internazionale, di armi nucleari e spaziali, di gestione del web, di missili ipersonici militari, di regolamentazione internazionale del web, di corpi di pronto intervento internazionale, di guerra elettronica ed economica, di diplomazia culturale, e che, quindi, tutti questi compiti nuovi, che sono i più urgenti, non richiederebbero, da parte sua, nessuna “cessione di sovranità”, bensì la creazione “ex nihilo” di una Nuova Sovranità Europea.

Tuttavia, questa proposta finirebbe per cadere nel dimenticatoio, in quanto inutile,  come tutte le altre che l’hanno preceduta se:

a)non fosse inserita nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa che sta per cominciare;

b)continuasse ad essere concepita come un succedaneo della CED, cioè come un raggruppamento di divisioni di fanteria europee sotto l’egida dell’esercito tecnologico americano, e finalizzato a puntellare qua e là la strategia di controllo del mondo da parte dell’ Apparato Informatico-Militare occidentale.

Per poter esistere, una vera Politica Estera e di Difesa dell’Europa dovrà costituire invece una forza nuova e originale del XXI° Secolo, e ciò non potrà avvenire se non al servizio dell’Umanesimo Digitale, non già a favore della diffusione universale dello “Sviluppo” tecnocratico. Si tratterebbe di un’inversione di rotta di 180° : le “minacce strategiche” ch’esso sarebbe chiamato a fronteggiare non sarebbero più, né quelle delle grandi potenze eurasiatiche, né quella del terrorismo internazionale, bensì quella della Società del Controllo Totale (il “Robottu Okoku”, l’ “Impero dei Robot” dei manga giapponesi, quello contro cui si scagliano da sempre i Supereroi delle fanzine):una società  che dovrà essere analizzata, regolamentata, controllata, smantellata e sostituita con un nuovo sistema mondiale di interfacciamento uomo-macchina, di cui l’Europa potrà mettersi a capo se disporrà anch’essa di un suo presentabile esercito tecnologico, da spendere al tavolo delle trattative internazionali. Tra l’altro, nessuna politica globale (a cominciare, come non si stanca di ripetere Rifkin, da quella ambientale) è possibile senza il completo dominio sulle tecnologie digitali, che l’ Europa dovrà procurarsi subito a qualunque costo.

Questa, del controllo internazionale sulle nuove tecnologie, non è certo una trattativa semplice (come hanno dimostrato ancora il Cop25), al punto che prima o poi sarà necessario un momento di discontinuità. Nessun imperativo eroico poterebbe essere condiviso più di questo da una generazione, come quella degli Anni ‘70 e ‘80, che è stata svezzata con i film di Mazinga.

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.

SOVRANISMO E DAZI/SANZIONI: RISPOSTA A STEVE BANNON

 

Nel suo recente viaggio in Italia, Steve Bannon, già consigliere e stratega del Presidente Trump, poi “licenziato” per il suo eccesso di zelo, ha affermato che la vittoria dei sovranisti è inevitabile in tutto il mondo, e, in particolare, in Europa, e che, pertanto, l’Unione Europea ha i giorni contati. E certamente, come pensa anche Trump, il sovranismo va bene  per gli Stati Uniti perché questi sono i soli ad essere veramente” sovrani”, cosicché, se cade, a livello internazionale, ma in Europa,, stante la nostra “Kleinstaaterei”, avrebbe un effetto micidialmente autdistruttivo.

Tuttavia, paradossalmente, l’attesa vittoria degli attuali “sovranisti”  (più propriamente, “populisti”) potrebbe essere  sabotata proprio dai comportamenti di Trump, il quale, minacciando l’intera Europa,  metterà sempre più  in evidenza l’esigenza di un “sovranismo europeo”.

Come reagire, infatti, ai nuovi dazi di Trump (e/o a quel che ne segue), se non a livello europeo?

Una volta caduto il  tabù circa l’utilizzo discrezionale  del potere sovrano, da un lato, gli USA avranno  più chances di continuare a disciplinare gli alleati sotto il loro potere “sovrano”, e, dall’ altro, potranno   esasperare  più facilmente un clima  conflittuale con Cina e Russia, così rallentando il progetto d’integrazione eurasiatica che si muove intorno al progetto della Nuova Via della Seta. e danneggiando ancora una volta l’ Europa, che già oggi non può  commerciare con la Russia e l’Iran  a causa delle sanzioni, e avrà sempre più difficoltà a commerciare con l’ America (e magari la Cina).

1.Il nuovo “nazionalismo”: l’ultima trovata tattica dell’ America per non “mollare la presa”

Indubbiamente, l’amministrazione Obama, con le sue ambiguità, un mix di pacifismo e di interventismo, non era riuscita a rallentare ia ritirata dell’ America dal mondo, fallendo le  sue manovre più spettacolari, come il TTIP, il TTP,  l’Ucraina, la Libia e la Siria.

Tuttavia, l’idea di essere “il legislatore del mondo”(Whitman) è talmente alla radice dell’ identità americana, da aver costituito  da sempre il “leitmotiv” della politica degli USA, sotto i più diversi presidenti. Infatti, come continuare a pretendere un ruolo egemone “per diritto divino” (i “leaders del mondo libero”), se non attraverso la diuturna  dimostrazione dell’invincibilità, segno da sempre della Grazia divina? Già Jefferson scriveva disperatamente ai rivoluzionari francesi ch’essi dovevano semplicemente copiare la costituzione americana;  Emerson esaltava la “razza sassone imperatoria” che avrebbe disciplinato, allo stesso tempo, i selvaggi americani e i litigiosi europei; Fiske e Wilkie pensavano che gli Stati Uniti avrebbero annesso tutto il mondo; Wilson aveva fondato la Società delle Nazioni, ma poi gli USA non vi erano entrati, restando con le mani libere mentre tutti gli altri risultavano vincolati.

La classe dirigente americana, come sempre, non demorde da questo suo progetto di conquista mondiale nonostante gli ostacoli via via incontrati, e ogni  volta “tira fuori dal cappello” una tattica nuova, apparentemente opposta. Come dopo Roosvelt venne Truman, dopo Clinton, Bush, dopo Bush, Obama, dopo Obama, Trump. Tuttavia, il risultato non cambia. L’obiettivo è sempre stato  quello di tenere disciplinati gli alleati e, contemporaneamente, destabilizzare tutti gli Stati rimasti veramente sovrani.

Il punto è proprio  questo. Quanti Stati sono oggi veramente sovrani? Chi non è controllato dallo spionaggio elettronico delle superpotenze? Chi è al di fuori della Weltanschauung  modernistica dell’ America? Chi non ha basi americane? Chi  non è dominato dalle Big Five? Questi Stati si contano sulla punta delle dita. Solo questi hanno la possibilità pratica di essere “sovranisti”

Infatti, è vero quello che dicono i “globalisti”,  che cioè oggi , è impossibile assumere decisioni veramente autonome. Ma questo non già perché gli Stati si siano liquefatti dinanzi ai mercati, bensì perché c’è uno Stato che, grazie  alle posizioni acquisite, condiziona tutti gli altri. in  realtà, chi fosse sinceramente  ” sovranista” dovrebbe, come prima cosa, crearsi  un proprio Complesso Informatico-Militare nazionale, sganciato da quello “occidentale”. Solo così potrebbe assumere una qualsivoglia decisione autonoma.

Oggi, un’indipendenza dagli USA ce l’hanno solo la Russia e la Cina, mentre India e Israele, per quanto potenti, non possono fare a meno d’interagire continuamente con gli Stati Uniti.

L’ Unione Europea, poi,  è, in realtà, ad di sotto del limite necessario per poter esercitare poteri sovrani.Figuriamoci gli Stati membri!Durante i primi sessant’anni di vita delle Comunità Europee, le classi politiche ufficiali hanno dedicato i loro massimi  sforzi a convincere i cittadini che, attraverso l’integrazione, l’ Europa stesse diventando anche meno dipendente dagli Stati Uniti: più ricca, più grande, più sociale…Peccato che vi fosse fin dall’ inizio l’ “arrière-pensée” che, oltre a un cero limite, né di indipendenza, né di autonomia, non si potesse andare ( “America First” significa soprattutto che, per un’ esigenza ideologica, l’America dev’ essere il “Leader”, e gli altri, i “Followers”).

Si è visto così, anno dopo anno, che, sotto l’illusione del “miracolo economico” ,si celava un’inaudita debolezza strutturale; sotto lo stile di vita consumistico, la dilapidazione delle risorse; sotto l’immagine della libertà, un inedito controllo da parte della cultura mainstream e  del Complesso Informatico-militare :insomma un declassamento e un impoverimento senza fine. E’ naturale perciò che, alla fine, molti stiano perdendo la pazienza, anche se non ne hanno ancora compreso il  perché, e cerchino di scrollarsi di dosso quello che sembra un inspiegabile incantesimo maligno.

Per questo, come dice Franco Cardini, i populisti dei vari stati europei non sono affatto sovranisti, perché non rivendicano affatto l’indipendenza dall’America, ma, al massimo, vogliono continuare  come hanno sempre fatto i vari Moro, Strauss, Craxi, Brandt, Chirac, Schmidt ; la “politica dei due forni”, per cui di tanto in tanto si va a Mosca per fare ingelosire l’America, ma poi si torna sempre tutti  all’ ovile.

2.Gli Europei si rendono conto delle loro ridicole dimensioni?

Un altro motivo per cui un “sovranismo” dei singoli Stati europei non è semplicemente fattibile sono le loro infime dimensioni. Come noto, Carl Schmidt  diceva che “Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Oggi, sullo “stato di eccezione” possono decidere solo i Paesi che, come gli USA, la Cina, la Russia, Israele e l’India, hanno un proprio Complesso Informatico-Militare, che guida tutte le attività del Paese in funzione della sua forza: ideologica, culturale, conomica, politica e militare (come espresso esplicitamente dalla nuova dottrina militare americana). 

Non certo, comunque, Stati, come la Germania, la Francia, o l’Italia, che hanno una popolazione comparabile a quella di una provincia  cinese o addirittura di un distretto indiano.

Vorrei solo ricordare, a chi non se ne fosse ancora accorto, le dimensioni  di alcuni Stati indiani o province della Cina, confrontandole con quelle dei maggiori Paesi  europei (a cominciare da Russia,  Germania e Turchia):

Uttar Pradesh      (Benares) 207 milioni

Federazione Russa                  144

Maharashtra  (Mumbai)       112

Guangdong    (Canton)           104

Bihar (Patna)                                103

Bengala (Calcutta)                        91

Germania                                           84

Madya Pradesh (Bhopal)           72

Tamil Nadu (Chennai)                  72

Turchia                                                  71

Ovviamente, regno Unito, Italia, Francia, Spagna, Polonia, ecc…, sono ancora più piccole.

Un ulteriore  problema è che, mentre la Cina, l’India e la Russia, grazie a una guida unitaria, non fanno che crescere, economicamente e politicamente, l’ Europa cresce (quando cresce), a una velocità che è che pari a meno della a metà di quella della Cina.

Quindi, non c’è scampo: se l’Europa vuole contare di più, l’unico “sovranismo” possibile è quello europeo, quello che (a parole) vorrebbe Macron, il quale però si guarda bene dal rievocare anche solo blandamente le idee formulate  a questo proposito 50 anni fa da De Gaulle e da Servan Schreiber. Come ha detto Varufakis, si tratta solo di “una mano di bianco” E’ tenendo a mente questa situazione  che ho  scritto il libro Da Qin, che parte dall’ idea, espressa  da Zhang Weiwei, secondo cui “l’Impero Romano, se fosse rimasto unito, oggi sarebbe come la Cina”. Quindi, l’Europa, per essere all’ altezza delle sfide di oggi,  deve tornare ad essere ameno quello che era l’Impero Romano: appunto, “la Grande Cina.”

3.Basta con l'”Imbroglio” europeo

In effetti, come scriveva Toni Negri, proprio i più convinti europeisti hanno dovuto convincersi, loro malgrado, che l’Europa come è stata costruita è stata un imbroglio. Un imbroglio, per dirla con Franz Josef Strauss, “for keeping the Germans down, the Americans in and the Russians out”.

Già Freud aveva sostenuto che la cosiddetta “Coscienza Europea” (cioè un  buonismo come quello che prevale nell’ attuale Unione), celava la vera identità Europea. Dopo ’70 anni trascorsi sotto queste classi dirigenti, che predicano la “negazione di se stessi”, in tutti i campi: in quello  culturale (ironia, informalità, individualismo piccolo borghese), in campo economico (apertura unilaterale, no alle guerre economiche), in campo politico (no a un'”ideologia europea”), l’Unione Europea ha dimostrato di non essere all’ altezza di rappresentare adeguatamente nel mondo il nostro Continente . Manca una visione culturale specifica che, come quella confuciana,  ragioni  sulla base dei millenni; un movimento politico come quello sionista, con progetti che  vanno avanti per almeno un secolo , una struttura politica, come quella russa,  capace di operare in  profondità per almeno alcuni decenni; uomini politici capaci almeno, come Modi, di fare comunque dei programmi; imprenditori, come Jack Ma, che non siano affetti, come i nostri, da provincialismo ; intellettuali con una visione mondiale com’erano stati, ai loro tempi, un Leibniz o un Toynbee.

La nostra mutevole classe dirigente, con il suo eterno camaleontismo, finge dunque di sposare le sempre cangianti mode politiche occidentali (oggi, il “populismo”) solo per continuare a non fare nulla di concreto contro la subordinazione dell’ Europa. Ad esempio, contro le sanzioni di Trump per acciaio e alluminio si discute di colpire…le arachidi e i jeans!

4.Le esigenze della difesa

Non si considera che, se si vuole spaventare l’ America, occorre colpire l’industria militare, informatica e culturale, che sono quelle grazie alle quali l’ America domina l’ Europa. Non per nulla, per i suoi dazi, che sono in realtà delle sanzioni politico-militari, Trump ha invocato una precisa clausola del WTO, quella sulle esigenze della difesa.Sempre nella stessa occasione, il presidente  ha citato, come motivazione, anche il tema delle spese per la NATO.  In pratica, si vuole colpire l’ Europa perché non obbedisce ciecamente agli USA per le politiche militarì.

Certo, l'”unilateralismo”  di questa posizione americana è sbalorditivo. Perché mai l’ Europa, che da sola spende per la Difesa più di Russia e Cina messe insieme senza poter avere una “sua” difesa, dovrebbe aumentare ancora questa spesa per allinearsi agli USA, che spendono da sole più di tutti i Paesi del mondo, ma solo perché vogliono occupare tutto il mondo? Tra l’altro, se l’Europa potesse spendere per conto suo tutti quei soldi, li spenderebbe molto meglio, in cose che servano veramente. Visto che gli USA occupano l’Europa con un esercito grande quasi come quello stanziato  negli USA, i pagamenti che servono a mantenere le basi NATO sono un vero e proprio tributo, come il terzo dei raccolti,  che le province romane pagavano per il mantenimento delle legioni romane nel loro territorio. Infine, l’Europa finge  solo per timore reverenziale  di condividere gli obiettivi americani (come quello di  tenere permanentemente occupati  Afghanistan  e Iraq), ma non ne ha affatto un interesse vitale; pertanto, non si capisce perché debba contribuire anche a quei costi.

4.I dazi/sanzioni

In realtà, vi è una profonda verità nella tesi di Trump: le sue preoccupazioni  sono anche e soprattutto  di carattere militare. Trump ha interiorizzato completamente le tesi degli autori cinesi di “Guerra Senza Limiti” e del Comitato cinese per l’ Unificazione del Civile e del Militare: oggi più che mai vale il concetto di SunZu e di Clausewitz, che vi sia una continuità fra guerra e pace. Concetto espresso ufficialmente nella nuova dottrina americana della difesa. La leadership ideologica americana non sarebbe mai nata se gl’Inglesi non avessero sconfitto i francesi nel Canada; quella culturale  se i rivoluzionari non avessero sconfitto gl’ Inglesi, quella politica, senza la Guerra con il Messico, e quella economica senza quella  di secessione. L’America non sarebbe divenuta una potenza mondiale senza la guerra contro la Spagna, né il leader mondiale senza la Seconda Guerra Mondiale. Non sarebbe potuta nascere la religione tecnologica senza il Progetto Manhattan, né quella di internet senza il DARPA.

Per sopravvivere come Stato ideologico, gli Stati Uniti debbono mantenere la leadership, al  contempo economica e militare. Altrimenti, temono di fare la fine dell’ altra grande potenza ideologica, l’ URSS, che nessuno più seguiva perché tutti amano  i forti,  non già i perdenti.

Quindi, Trump vuole effettivamente riportare in America le produzioni di metalli, non solo perché glielo chiede il suo elettorato, ma anche  perché effettivamente non esclude, come tutti i Presidenti americani, e come egli in particolare ama ripetere,  una Terza Guerra Mondiale, in preparazione della quale occorre che l’ America si doti di un’ampia base industriale autarchica, per poter sostenere l’urto di avversari sempre più agguerriti.  E’ in quest’ottica che le minacce e i ricatti debbono essere rivolti innanzitutto agli alleati, perché sono questi che, con un atteggiamento sempre meno risoluto, potrebbero determinare la sconfitta degli USA.

Ma, di converso, se Trump dichiarando di essere costretto (ai sensi delle norme WTO) a rinazionalizzare le produzioni di acciaio e alluminio prodotti in Canada, Brasile e Europa, riconosce con ciò implicitamente che non conta di averli al suo fianco in un’ipotetica guerra mondiale, o che, come Hitler  per l’ Italia, non se ne fida, al punto di non volerli in guerra al suo fianco.

Infine, l’atteggiamento di Trump ufficializza l’adozione, della dottrina del “Keynesismo militare” dell’ economista polacco Kalecki, che, per quanto ampiamente adottata  (dalla Germania Nazista, dagli USA e dalla stessa UE), e teorizzata recentemente  dal generale lettone Alekss Tiltins, era stata fino ad ora tenuta nascosta. Si tratta, cioè, di utilizzare la spesa militare, e ancor più la preparazione militare bellica, come “leva” per fare crescere l’economia in tempi di recessione.

in realtà, proprio la vicenda dei dazi finirà per rendere difficile il compito  dei “sovranisti” europei. Se diventa evidente che chi vuole deliberatamente rovinare l’economia europea per mantenere un primato americano (“America First”) sono proprio gli USA, e in particolare Trump, non già gl’immigrati, né i burocrati di Bruxelles, né l’Organizzazione di Shanghai (che forse non aiutano, ma non sono certo la causa principale), diventerà difficile per i diversi “sovranisti” non schierarsi a favore di molto probabili contro-sanzioni, o, addirittura, contro il Presidente americano e dei suoi sostenitori.

L’unica intesa a lungo termine  fra Europa e USA  sarebbe quella fondata sulla rinunzia, da parte dell’ America, alla sua “priorità”, accettando essa di essere, per l’ Europa,  un partner come tutti gli altri. Certo,  tale intesa sarebbe più facile con un’ America integralmente “sovranista” che con un’America ispirata ad un  messianesimo “idealistico” puritano come quella di Obama  .Sarà questo possibile? Gli USA, con qualunque tipo di governo, accetteranno mai di non essere, come diceva Madeleine Albright, “la sola nazione necessaria”? All’ inizio della campagna elettorale, sembrava che questa fosse l’intenzione di Trump; però, un paio di anni dopo, dobbiamo osservare ch’egli si è piegato ai diktat del Complesso Informatico-Militare, per il quale un mondo veramente multipolare  significherebbe l’inizio della disoccupazione per generali, spie, finanzieri, lobbisti, amministratori delegati, hackers, fornitori e contractors (cioè il contrario del “keynesismo militare”).

Comunque sia, questa battaglia dei dazi è, per gli Europei, un’occasione imperdibile per aprire gli occhi a molti e costringere tutti i pretesi “sovranisti” a diventarlo davvero.