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COMMEMORAZIONE DELLE TERMOPILI E SALAMINA (480 a.C.-2020 d.C.)

Ugo Foscolo nasce a Zacinto

“Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto”.

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)

2500 ANNI DALLE TERMOPILI:IL MODELLO IDEALE DI FOSCOLO

Quest’anno ricorre il 2500 anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina, che costituiscono una delle fonti più antiche dell’identità europea.

Purtroppo, a causa della recrudescenza del Coronavirus, in Grecia non è stato possibile organizzare le previste manifestazioni, sicché anche il previsto webinar del 29 è stato cancellato. Speriamo di poter riprendere il tutto dal vivo nel corso del Salone del Libro di Torino, che, secondo le ultime voci, si terrà in forma ibrida a cavallo dell’Immacolata Concezione dell’ 8 dicembre.

Contiamo di riunire tutte le attività dei Cantieri d’Europa Virtuali 2020 in quell’ occasione. Vi terremo informati.

Venendo alle Guerre Persiane, non per nulla, ne “I Sepolcri”, Foscolo cita le tombe erette di fronte all’Eubea ai caduti delle Termopili e di Maratona, come modello  per il culto degli eroi, al centro del pensiero suo e di molti autori romantici europei. È infatti innanzitutto a questo ch’egli, italo-greco, pensa come fonte d’ispirazione per la religione civile degl’Italiani (e, aggiungiamo noi,  degli Europei).

Gli fa eco Byron, che morì giovanissimo a Missolungi combattendo nella Guerra d’Indipendenza greca:

“the voices of the dead/Sound like a distant torrent’s fall,

And answer, ’Let one living head,/But one, arise,?we come, we come!’/’Tis but the living who are dumb.”(“Le voci dei morti risuonano come il lontano rimbombo d’un torrente, e rispondonoSorgerà un capo vivente, uno solo? Ma i vivi, sordi sono”).

E, di fatto, all’aristocratico guerriero, discendente di Eracle, fedele alla religione e alle leggi patrie, ricercante l’”apothéosis” attraverso la morte in battaglia, penseranno tutti i letterati europei, da Turoldo a Schiller, da Gogol’ a Herceg, fino alla Spigolatrice di Sapri(“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”).

Quanto all’ europeismo del secondo Dopoguerra, anche il comandante partigiano e storico dell’ identità europea Federico Chabod fa partire l’identità europea dalle Guerre Persiane. Il fatto che oggi la quasi totalità dei politici e degl’intellettuali in Europa sia invece fondamentalmente contraria all’etica eroica delle Termopili costituisce invece un obiettivo problema, perché, come dimostra la crisi del Coronavirus, il carattere tragico della vita e della storia è oggi più evidente che mai, e l’appello (anche solo retorico) all’ eroismo è inevitabile in situazioni come quella presente.

In definitiva, contrariamente a quanto pensava Brecht, non è felice il paese che non ha bisogno di eroi, perché l’eroismo ci vuole anche già soltanto per affrontare la vita di tutti i giorni. Ma, quando qualcuno evoca quest’etica eroica, ammesso che ci creda almeno lui, pochissimi lo seguono Questo anche perché si è fatto di tutto per cancellare negli Europei le tracce  di quell’etica. Le Istituzioni e l’ accademia lamentano costantemente l’assenza di un pathos patriottico negli Europei, ma dovrebbero riconoscere onestamente ch’essi sono alla radice di questa pretesa carenza dei cittadini, perché sono essi quelli che hanno negletto, criticato, svuotato e perfino attaccato lo spirito eroico degli Europei, chi in ossequio al quietismo di Constant, chi alla “cultura del sospetto”, chi al sociologismo pragmatista, chi al postumanesimo, ecc… Basti pensare al rapido abbandono, da parte della sinistra, del mito di Garibaldi. D’altra parte, quanti degli esaltatori della Resistenza avevano realmente combattuto, e quanti erano rimasti in Svizzera a discutere sugli assetti post-bellici, o avevano semplicemente continuato le loro occupazioni, per poi svegliarsi “resistenti”?

Già l’Ariosto aveva osservato indispettito che, con l’avvento delle armi da fuoco, l’eroismo dei “cavalieri antiqui” andava perso dinanzi alla callida premeditazione degli artificieri. Oggi, questo è niente rispetto alle auto-bombe nei mercati, alle bombe atomiche,  all’ “hair trigger alert”, ai droni assassini…Se poteva dirsi eroico un combattente individuale omerico, che, come Achille o Ulisse (o anche Stargaard o Cù Chùlainn), affrontava da solo decine o centinaia di nemici, non così si può dire di un operatore che, da una base di Stoccarda, stermina coi droni intere famiglie in Medio Oriente standosene tranquillamente seduto a una consolle.

Che non si tratti più (almeno nei Paesi altamente sviluppati) dello stesso tipo di eroismo che caratterizzava gli eroi classici (per esempio, in Medio Oriente, la situazione è ancora simile a quella di allora) non cambia molto circa le qualità umane necessarie per la sopravvivenza di una società in generale.

Lord Byron a Missolungi

1.L’eroismo oggi

Anche oggi, c’è un eroismo: quello giustamente esaltato dei medici, degl’infermieri e dei volontari, ma anche quello di chi, anche nel cuore dei meccanismi infernali ideati dalla tecnica, ha la determinatezza, le capacità e il coraggio di fermarle, come Vanunu, Petrov, Assange, Snowden e Manning.  Nessuno invece celebra questi moderni eroi, che, o muoiono abbandonati da tutti come Petrov, o passano lunghi anni di prigionia come Vanunu, Manning e Assange, o sono costretti all’ esilio come Snowden. Proprio in questi giorni assistiamo al silenzio assordante dei media sul processo ad Assange. Un eroismo forse più cerebrale, addirittura interiore, come la figura dell’ eroe in Jung.

Per questo, credo che l’Europa debba tornare a valorizzare molte fra le sue più importanti fonti culturali, come l’Iliade, l’Odissea,  il Beowulf, la Laudatio Novae Militiae, i poemi cavallereschi, i romanzi di Walter Scott e di Sienkiewicz, la Paideia di Jaeger;  le mura di Troia, i monumenti delle Termopili e di Maratona, il Limes, Santa Croce, Les Invalides, lo Hösök Tere, il monumento della Vittoria di Volgograd, la piazza delle croci a Vilnius, che ricordano tutti, sotto angolature diverse, le virtù guerriere degli Europei.

Gli Achei sotto Troia

2.  Il “vero” spirito dell’ Ellade antica

Nessuno è riuscito a definire in modo univoco e convincente la “natura” della grecità: una civiltà che, nell’ arco di 5.000 anni, ha espresso società estremamente diverse. Dalla pacifica civiltà egea all’ opulenta talassocrazia cretese; dai signori della guerra micenei all’ agreste Ellade di Esiodo; dalla corrusca Sparta alla raffinata Ionia; dalla repubblica ateniese alla tirannide siracusana; dell’ ideocrazia di Pitagora alla monarchia di Filippo; dall’impero universale di Alessandro ai regni greco-orientali dei Diadochi; dall’ellenofilia dei Romani alla patristica orientale; dall’ Impero d’Oriente all’apostolato degli Slavi; dalle guerre d’indipendenza alla monarchia; dai colonnelli all’Unione Europea.

Anche le “letture” che se ne diedero nell’ Europa Occidentale nel corso dei secoli furono le più svariate: dai “Graeculi” dei Romani ai “Rhomaioi” dei Bizantini; dal neo-platonismo fiorentino al biblismo protestante; dalla visione apollinea di Winckelmann a quella dionisiaca di Nietzsche; dalla Grecia “ariana” di Hitler  a quella “democratica” di oggi.

Pur non potendomi evidentemente qui addentrare in queste controversie (per la quale rimando alla versione online di “10.000 anni d’identità europea”, appena pubblicata), osservo che, a mio avviso, la visione più falsata è proprio la più recente. Credo infatti che la cultura greca sia, fra tutte, la più critica del principio democratico. Non si trova in tutta la storia della letteratura greca antica (ma nemmeno romana) neppure un autore che elogi apertamente la democrazia. Perfino il famoso discorso attribuito da Tucidide a Pericle in onore dei caduti nella Guerra del Peloponneso, e che Giscard d’Estaing avrebbe voluto citare in exergo alla Costituzione Europea, contiene, come ben messo in evidenza da Luciano Canfora, molti elementi di reticenza. Pericle non è stato il fondatore della democrazia, bensì sostanzialmente l’anticipatore di Augusto e dell’impero romano. “Princeps”, il titolo di Augusto, è la semplice traduzione del  “Protos anèr”, il “Primo uomo”: la prima fase dell’ evoluzione imperiale, e l’erede del contemporaneo termine greco “tyrannos”, che non era affatto dispregiativo, bensì la semplice traslitterazione del “seren” anatolico, che, a sua volta, altro non sarebbe se non una volgarizzazione dello “Šarru Šarrani”, il re assiro-babilonese. E, dopo Pericle, verrà Alessandro, che si credeva addirittura un faraone e un’incarnazione di Amon Ra.

L’antica costituzione europea

3. La Grecia antica, quintessenza dell’ Antichità

Certamente, il modo di vivere e di pensare degli Antichi era diverso dal nostro, e non sarebbe oggi accettabile. La distruzione di Troia, quale descritta ne “Le Troiane” è il prototipo della “debellatio” antica: dai costumi del primitivo popolo di Yamnaya alla distruzione di Cartagine: passare a fil di spada i maschi, anche bambini, e fare schiave le donne. Per altro, nelle “Guerre del Signore” della Bibbia si fa ancora di peggio. Gli eroi omerici ritengono normale spartirsi le prigioniere ridotte a schiave, in proporzione al loro rango dinastico; Ulisse bastona Tersite perché, non essendo re, ardisce esprimere opinioni personali in assemblea; Ulisse e Oreste, al ritorno in patria, fanno strage di loro concittadini ribelli; equanimemente, gli Spartani massacravano gl’iloti così come, gli Ateniesi, i Meli; gl’Israeliti, i Cananei, e, i Romani, i Galli.

Quanto poi alle diverse voci della cultura greca antica, nessuna ha preso radicalmente congedo da quel duro substrato arcaico: Ippocrate esalta gli “autonomoi”, vale a dire i guerrieri possidenti, non già il popolo; Erodoto (ionico) sostiene che la democrazia è stata imposta , agli Ioni, dai Persiani (che la respingono  come inadatta a se stessi), per  garantirsi la loro arrendevolezza; Socrate sostiene il governo degli esperti, e Platone quello del “re filosofo”; Aristotele pensa che gli uomini si distinguano per natura fra liberi e schiavi, che la schiavitù derivi dalla resa dei guerrieri vinti,  i quali così dimostrano la loro inferiorità morale. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.

Nonostante tutto questo, le Guerre Persiane sono state da sempre la vera base storica della cultura europea: per Eschilo e Federico Chabod sono l’inizio dell’idea di Europa; sono il momento dell’inizio della riflessioni filosofica e politica greca; sono la premessa storica per le guerre egemoniche fra i Greci e per la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro. Sono il modello della contrapposizione fra Roma e l’ Egitto di Cleopatra e per le Crociate, sulle cui esigenze furono ricalcati i progetti di integrazione europea di Dubois, Podiebrad, Saint Pierre, Mazzini e Coudenhove-Kalergi. Possiamo non condividere al 100% questa veneranda impostazione, ma non possiamo certo costruire l’ Europa di oggi sull’ignoranza della stessa.

Oggi, le Guerre Persiane vengono usate (a mio avviso abusivamente, come prototipo della lotta fra Est e Ovest, fra “autocrazia” e “Democrazia”, fra “laicità” e “fondamentalismo”, perfino fra Grecia e Turchia). Basti pensare al celeberrimo film americano ”Trecento”. La scottante realtà  è invece che buona parte delle idee della Modernità derivano più dall’ Impero Persiano che non dall’ antica Grecia. Dall’imposizione della democrazia alle città ioniche da parte del generale persiano Mardonio, all’idea mazdea ed achemenide della guerra santa fra il Dio del Bene e il Male Assoluto, per fondare un millennio di pace,  passando poi all’ idea del Salvatore, della “Fortuna Principis”, del potere sacerdotale, del regno universale, del libro sacro onnicomprensivo, fino all’ idea della “Quinta Monarchia” iberica e poi americana e della Fine della Storia. Questo non fa che confermare che le Guerre Persiane sono ancora al cuore dell’ identità europea; quindi, come minimo, non si può non parlarne. Soprattutto oggi, quando lo stesso Fukuyama ha riconosciuto la fine della Fine della Storia, e sostiene un regno di Fiducia per capace di contrastare il Post-Umanesimo.

Solo che, almeno a mio avviso, l’Identità Europea è tutt’altro che semplice, o, addirittura, manichea: essa s’identifica con la Dialettica dell’ Illuminismo, che è una dialettica dell’ ambiguità.

Le lingue classiche come lingue veicolari dell’ Europa

4.Pàtrios Politeia e Antica Costituzione Europea

La primitiva costituzione ateniese, chiamata “pàtrios politèia”, l’Europa l’ha sostanzialmente ereditata e conservata per tutta la sua storia, tant’è vero che ancora Tocqueville la chiama “l’Antica Costituzione Europea”, dalla cui decadenza egli vede tanti problemi. Di qui il concetto, irrealizzato ancor oggi, di una “Costituzione Europea”, ispirata al  “principio di sussidiarietà”, che è il più coerente con l’idea di una dialettica: ciascuno svolge, in una società complessa come quella europea, il ruolo per cui è vocato : e, come ci dimostra la nostra quotidianità,  è già tanto se riesce a svolgere almeno quello.

Questa impossibilità della Costituzione Europea dimostra la forza degli elementi che ad essa vi si oppongono.

Ciò che gli antichi autori difendevano con il termine “Politèia” (Res pubblica) era, in realtà un “regime misto”, in cui avrebbero dovuto prevalere i “cittadini” con patrimoni medi (oggi diremmo la “piccola aristocrazia”, i Romani “equites”, e nel Medioevo la “gentry”, la “Szlachta”), ostile tanto alla plutocrazia quanto alla demagogia popolare (oggi diremmo “populista”). La situazione ideale era quindi quella dell’impero (alessandrino, romano o germanico), che teneva a freno le ambizioni, tanto dei magnati, quanto della plebe.

Ismail kadaré:Eschilo l’eterno perdente

4.Grecia antica e Romeossìni

Per ciò che concerne l’oggi, l’antica Grecia dovrebbe dunque ricordarci l’importanza, per la Città, da un lato,  dell’eccellenza, nelle sue varie forme (solidità di carattere, coraggio civico, educazione familiare, dedizione alla cultura, virtù positive, patriottismo, sano spirito di competizione), e, dall’ altra, dell’equilibrio, necessario per governare una realtà plurinazionale complessa.

Tutto ciò premesso, l’ Europa dovrebbe guardarsi dai riflessi pavloviani della propaganda che abusa delle reminescenze classiche. Anche i popoli delle steppe e l’Euro-Islam costituiscono una parte integrante ed essenziale della storia dell’identità europea, e balcanica in particolare, e, di conseguenza, occorre evitare di opporvisi “a prescindere”.

D’altra parte, il grande musicista greco Theodoràkis, per indicare la sua identità nazionale, si riferiva non già alla Grecia, bensì alla grande comunità culturale bizantino-ottomana: “I romeossìni mu”.

Al Salone del Libro di Torino del 2019, la Casa Editrice Alpina e l’ Associazione Culturale Diàlexis avevano presentato, tra l’altro, l’opera collettiva Es Patrìda Gaian (a cui avevano collaborato luminari di tutta Europa, fra cui la  specialista dell’ Unione Europea Catherine Vieilledent Monfort, lo storico turco della cultura Irvin Şik  e la latinista, decana dell’ Università di Atene, Stella Priòvolu), in cui si dibatteva del ruolo delle lingue nel futuro dell’ Europa dopo la Brexit.

Come si prevedeva, l’Unione, dopo l’uscita dell’ Inghilterra, non solo non ha diminuito il ruolo dell’ Inglese quale lingua veicolare, ma addirittura l’ha accresciuto, con la Presidente della Commissione che, pur essendo tedesca e nata a Bruxelles, si esprime normalmente in Inglese, anziché in Francese o in Tedesco.

Questa prassi non ha alcuna base normativa nell’ Unione, perché tanto l’Irlanda, quanto Malta, hanno registrato nella UE, quale lingua ufficiale, la loro lingua nazionale, vale a dire, rispettivamente, il gaelico e il maltese. Capiamo benissimo che esistano potenti forze politiche per forzare la situazione, ma a queste forzature va opposto un discorso altrettanto politico: Brexit ha non soltanto tolto la base giuridica per l’uso dell’Inglese, ma ha anche squalificato l’egemonia dell’anglosfera sull’ Europa. Almeno a medio termine, avrebbe senso riesaminare l’uso moderno delle lingue classiche (sulla falsariga dell’Ebraico, dell’Arabo Classico e del Sanscrito), come alternativa all’ egemonia culturale dell’Inglese.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.