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COMMEMORAZIONE DELLE TERMOPILI E SALAMINA (480 a.C.-2020 d.C.)

Ugo Foscolo nasce a Zacinto

“Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto”.

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)

2500 ANNI DALLE TERMOPILI:IL MODELLO IDEALE DI FOSCOLO

Quest’anno ricorre il 2500 anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina, che costituiscono una delle fonti più antiche dell’identità europea.

Purtroppo, a causa della recrudescenza del Coronavirus, in Grecia non è stato possibile organizzare le previste manifestazioni, sicché anche il previsto webinar del 29 è stato cancellato. Speriamo di poter riprendere il tutto dal vivo nel corso del Salone del Libro di Torino, che, secondo le ultime voci, si terrà in forma ibrida a cavallo dell’Immacolata Concezione dell’ 8 dicembre.

Contiamo di riunire tutte le attività dei Cantieri d’Europa Virtuali 2020 in quell’ occasione. Vi terremo informati.

Venendo alle Guerre Persiane, non per nulla, ne “I Sepolcri”, Foscolo cita le tombe erette di fronte all’Eubea ai caduti delle Termopili e di Maratona, come modello  per il culto degli eroi, al centro del pensiero suo e di molti autori romantici europei. È infatti innanzitutto a questo ch’egli, italo-greco, pensa come fonte d’ispirazione per la religione civile degl’Italiani (e, aggiungiamo noi,  degli Europei).

Gli fa eco Byron, che morì giovanissimo a Missolungi combattendo nella Guerra d’Indipendenza greca:

“the voices of the dead/Sound like a distant torrent’s fall,

And answer, ’Let one living head,/But one, arise,?we come, we come!’/’Tis but the living who are dumb.”(“Le voci dei morti risuonano come il lontano rimbombo d’un torrente, e rispondonoSorgerà un capo vivente, uno solo? Ma i vivi, sordi sono”).

E, di fatto, all’aristocratico guerriero, discendente di Eracle, fedele alla religione e alle leggi patrie, ricercante l’”apothéosis” attraverso la morte in battaglia, penseranno tutti i letterati europei, da Turoldo a Schiller, da Gogol’ a Herceg, fino alla Spigolatrice di Sapri(“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”).

Quanto all’ europeismo del secondo Dopoguerra, anche il comandante partigiano e storico dell’ identità europea Federico Chabod fa partire l’identità europea dalle Guerre Persiane. Il fatto che oggi la quasi totalità dei politici e degl’intellettuali in Europa sia invece fondamentalmente contraria all’etica eroica delle Termopili costituisce invece un obiettivo problema, perché, come dimostra la crisi del Coronavirus, il carattere tragico della vita e della storia è oggi più evidente che mai, e l’appello (anche solo retorico) all’ eroismo è inevitabile in situazioni come quella presente.

In definitiva, contrariamente a quanto pensava Brecht, non è felice il paese che non ha bisogno di eroi, perché l’eroismo ci vuole anche già soltanto per affrontare la vita di tutti i giorni. Ma, quando qualcuno evoca quest’etica eroica, ammesso che ci creda almeno lui, pochissimi lo seguono Questo anche perché si è fatto di tutto per cancellare negli Europei le tracce  di quell’etica. Le Istituzioni e l’ accademia lamentano costantemente l’assenza di un pathos patriottico negli Europei, ma dovrebbero riconoscere onestamente ch’essi sono alla radice di questa pretesa carenza dei cittadini, perché sono essi quelli che hanno negletto, criticato, svuotato e perfino attaccato lo spirito eroico degli Europei, chi in ossequio al quietismo di Constant, chi alla “cultura del sospetto”, chi al sociologismo pragmatista, chi al postumanesimo, ecc… Basti pensare al rapido abbandono, da parte della sinistra, del mito di Garibaldi. D’altra parte, quanti degli esaltatori della Resistenza avevano realmente combattuto, e quanti erano rimasti in Svizzera a discutere sugli assetti post-bellici, o avevano semplicemente continuato le loro occupazioni, per poi svegliarsi “resistenti”?

Già l’Ariosto aveva osservato indispettito che, con l’avvento delle armi da fuoco, l’eroismo dei “cavalieri antiqui” andava perso dinanzi alla callida premeditazione degli artificieri. Oggi, questo è niente rispetto alle auto-bombe nei mercati, alle bombe atomiche,  all’ “hair trigger alert”, ai droni assassini…Se poteva dirsi eroico un combattente individuale omerico, che, come Achille o Ulisse (o anche Stargaard o Cù Chùlainn), affrontava da solo decine o centinaia di nemici, non così si può dire di un operatore che, da una base di Stoccarda, stermina coi droni intere famiglie in Medio Oriente standosene tranquillamente seduto a una consolle.

Che non si tratti più (almeno nei Paesi altamente sviluppati) dello stesso tipo di eroismo che caratterizzava gli eroi classici (per esempio, in Medio Oriente, la situazione è ancora simile a quella di allora) non cambia molto circa le qualità umane necessarie per la sopravvivenza di una società in generale.

Lord Byron a Missolungi

1.L’eroismo oggi

Anche oggi, c’è un eroismo: quello giustamente esaltato dei medici, degl’infermieri e dei volontari, ma anche quello di chi, anche nel cuore dei meccanismi infernali ideati dalla tecnica, ha la determinatezza, le capacità e il coraggio di fermarle, come Vanunu, Petrov, Assange, Snowden e Manning.  Nessuno invece celebra questi moderni eroi, che, o muoiono abbandonati da tutti come Petrov, o passano lunghi anni di prigionia come Vanunu, Manning e Assange, o sono costretti all’ esilio come Snowden. Proprio in questi giorni assistiamo al silenzio assordante dei media sul processo ad Assange. Un eroismo forse più cerebrale, addirittura interiore, come la figura dell’ eroe in Jung.

Per questo, credo che l’Europa debba tornare a valorizzare molte fra le sue più importanti fonti culturali, come l’Iliade, l’Odissea,  il Beowulf, la Laudatio Novae Militiae, i poemi cavallereschi, i romanzi di Walter Scott e di Sienkiewicz, la Paideia di Jaeger;  le mura di Troia, i monumenti delle Termopili e di Maratona, il Limes, Santa Croce, Les Invalides, lo Hösök Tere, il monumento della Vittoria di Volgograd, la piazza delle croci a Vilnius, che ricordano tutti, sotto angolature diverse, le virtù guerriere degli Europei.

Gli Achei sotto Troia

2.  Il “vero” spirito dell’ Ellade antica

Nessuno è riuscito a definire in modo univoco e convincente la “natura” della grecità: una civiltà che, nell’ arco di 5.000 anni, ha espresso società estremamente diverse. Dalla pacifica civiltà egea all’ opulenta talassocrazia cretese; dai signori della guerra micenei all’ agreste Ellade di Esiodo; dalla corrusca Sparta alla raffinata Ionia; dalla repubblica ateniese alla tirannide siracusana; dell’ ideocrazia di Pitagora alla monarchia di Filippo; dall’impero universale di Alessandro ai regni greco-orientali dei Diadochi; dall’ellenofilia dei Romani alla patristica orientale; dall’ Impero d’Oriente all’apostolato degli Slavi; dalle guerre d’indipendenza alla monarchia; dai colonnelli all’Unione Europea.

Anche le “letture” che se ne diedero nell’ Europa Occidentale nel corso dei secoli furono le più svariate: dai “Graeculi” dei Romani ai “Rhomaioi” dei Bizantini; dal neo-platonismo fiorentino al biblismo protestante; dalla visione apollinea di Winckelmann a quella dionisiaca di Nietzsche; dalla Grecia “ariana” di Hitler  a quella “democratica” di oggi.

Pur non potendomi evidentemente qui addentrare in queste controversie (per la quale rimando alla versione online di “10.000 anni d’identità europea”, appena pubblicata), osservo che, a mio avviso, la visione più falsata è proprio la più recente. Credo infatti che la cultura greca sia, fra tutte, la più critica del principio democratico. Non si trova in tutta la storia della letteratura greca antica (ma nemmeno romana) neppure un autore che elogi apertamente la democrazia. Perfino il famoso discorso attribuito da Tucidide a Pericle in onore dei caduti nella Guerra del Peloponneso, e che Giscard d’Estaing avrebbe voluto citare in exergo alla Costituzione Europea, contiene, come ben messo in evidenza da Luciano Canfora, molti elementi di reticenza. Pericle non è stato il fondatore della democrazia, bensì sostanzialmente l’anticipatore di Augusto e dell’impero romano. “Princeps”, il titolo di Augusto, è la semplice traduzione del  “Protos anèr”, il “Primo uomo”: la prima fase dell’ evoluzione imperiale, e l’erede del contemporaneo termine greco “tyrannos”, che non era affatto dispregiativo, bensì la semplice traslitterazione del “seren” anatolico, che, a sua volta, altro non sarebbe se non una volgarizzazione dello “Šarru Šarrani”, il re assiro-babilonese. E, dopo Pericle, verrà Alessandro, che si credeva addirittura un faraone e un’incarnazione di Amon Ra.

L’antica costituzione europea

3. La Grecia antica, quintessenza dell’ Antichità

Certamente, il modo di vivere e di pensare degli Antichi era diverso dal nostro, e non sarebbe oggi accettabile. La distruzione di Troia, quale descritta ne “Le Troiane” è il prototipo della “debellatio” antica: dai costumi del primitivo popolo di Yamnaya alla distruzione di Cartagine: passare a fil di spada i maschi, anche bambini, e fare schiave le donne. Per altro, nelle “Guerre del Signore” della Bibbia si fa ancora di peggio. Gli eroi omerici ritengono normale spartirsi le prigioniere ridotte a schiave, in proporzione al loro rango dinastico; Ulisse bastona Tersite perché, non essendo re, ardisce esprimere opinioni personali in assemblea; Ulisse e Oreste, al ritorno in patria, fanno strage di loro concittadini ribelli; equanimemente, gli Spartani massacravano gl’iloti così come, gli Ateniesi, i Meli; gl’Israeliti, i Cananei, e, i Romani, i Galli.

Quanto poi alle diverse voci della cultura greca antica, nessuna ha preso radicalmente congedo da quel duro substrato arcaico: Ippocrate esalta gli “autonomoi”, vale a dire i guerrieri possidenti, non già il popolo; Erodoto (ionico) sostiene che la democrazia è stata imposta , agli Ioni, dai Persiani (che la respingono  come inadatta a se stessi), per  garantirsi la loro arrendevolezza; Socrate sostiene il governo degli esperti, e Platone quello del “re filosofo”; Aristotele pensa che gli uomini si distinguano per natura fra liberi e schiavi, che la schiavitù derivi dalla resa dei guerrieri vinti,  i quali così dimostrano la loro inferiorità morale. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.

Nonostante tutto questo, le Guerre Persiane sono state da sempre la vera base storica della cultura europea: per Eschilo e Federico Chabod sono l’inizio dell’idea di Europa; sono il momento dell’inizio della riflessioni filosofica e politica greca; sono la premessa storica per le guerre egemoniche fra i Greci e per la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro. Sono il modello della contrapposizione fra Roma e l’ Egitto di Cleopatra e per le Crociate, sulle cui esigenze furono ricalcati i progetti di integrazione europea di Dubois, Podiebrad, Saint Pierre, Mazzini e Coudenhove-Kalergi. Possiamo non condividere al 100% questa veneranda impostazione, ma non possiamo certo costruire l’ Europa di oggi sull’ignoranza della stessa.

Oggi, le Guerre Persiane vengono usate (a mio avviso abusivamente, come prototipo della lotta fra Est e Ovest, fra “autocrazia” e “Democrazia”, fra “laicità” e “fondamentalismo”, perfino fra Grecia e Turchia). Basti pensare al celeberrimo film americano ”Trecento”. La scottante realtà  è invece che buona parte delle idee della Modernità derivano più dall’ Impero Persiano che non dall’ antica Grecia. Dall’imposizione della democrazia alle città ioniche da parte del generale persiano Mardonio, all’idea mazdea ed achemenide della guerra santa fra il Dio del Bene e il Male Assoluto, per fondare un millennio di pace,  passando poi all’ idea del Salvatore, della “Fortuna Principis”, del potere sacerdotale, del regno universale, del libro sacro onnicomprensivo, fino all’ idea della “Quinta Monarchia” iberica e poi americana e della Fine della Storia. Questo non fa che confermare che le Guerre Persiane sono ancora al cuore dell’ identità europea; quindi, come minimo, non si può non parlarne. Soprattutto oggi, quando lo stesso Fukuyama ha riconosciuto la fine della Fine della Storia, e sostiene un regno di Fiducia per capace di contrastare il Post-Umanesimo.

Solo che, almeno a mio avviso, l’Identità Europea è tutt’altro che semplice, o, addirittura, manichea: essa s’identifica con la Dialettica dell’ Illuminismo, che è una dialettica dell’ ambiguità.

Le lingue classiche come lingue veicolari dell’ Europa

4.Pàtrios Politeia e Antica Costituzione Europea

La primitiva costituzione ateniese, chiamata “pàtrios politèia”, l’Europa l’ha sostanzialmente ereditata e conservata per tutta la sua storia, tant’è vero che ancora Tocqueville la chiama “l’Antica Costituzione Europea”, dalla cui decadenza egli vede tanti problemi. Di qui il concetto, irrealizzato ancor oggi, di una “Costituzione Europea”, ispirata al  “principio di sussidiarietà”, che è il più coerente con l’idea di una dialettica: ciascuno svolge, in una società complessa come quella europea, il ruolo per cui è vocato : e, come ci dimostra la nostra quotidianità,  è già tanto se riesce a svolgere almeno quello.

Questa impossibilità della Costituzione Europea dimostra la forza degli elementi che ad essa vi si oppongono.

Ciò che gli antichi autori difendevano con il termine “Politèia” (Res pubblica) era, in realtà un “regime misto”, in cui avrebbero dovuto prevalere i “cittadini” con patrimoni medi (oggi diremmo la “piccola aristocrazia”, i Romani “equites”, e nel Medioevo la “gentry”, la “Szlachta”), ostile tanto alla plutocrazia quanto alla demagogia popolare (oggi diremmo “populista”). La situazione ideale era quindi quella dell’impero (alessandrino, romano o germanico), che teneva a freno le ambizioni, tanto dei magnati, quanto della plebe.

Ismail kadaré:Eschilo l’eterno perdente

4.Grecia antica e Romeossìni

Per ciò che concerne l’oggi, l’antica Grecia dovrebbe dunque ricordarci l’importanza, per la Città, da un lato,  dell’eccellenza, nelle sue varie forme (solidità di carattere, coraggio civico, educazione familiare, dedizione alla cultura, virtù positive, patriottismo, sano spirito di competizione), e, dall’ altra, dell’equilibrio, necessario per governare una realtà plurinazionale complessa.

Tutto ciò premesso, l’ Europa dovrebbe guardarsi dai riflessi pavloviani della propaganda che abusa delle reminescenze classiche. Anche i popoli delle steppe e l’Euro-Islam costituiscono una parte integrante ed essenziale della storia dell’identità europea, e balcanica in particolare, e, di conseguenza, occorre evitare di opporvisi “a prescindere”.

D’altra parte, il grande musicista greco Theodoràkis, per indicare la sua identità nazionale, si riferiva non già alla Grecia, bensì alla grande comunità culturale bizantino-ottomana: “I romeossìni mu”.

Al Salone del Libro di Torino del 2019, la Casa Editrice Alpina e l’ Associazione Culturale Diàlexis avevano presentato, tra l’altro, l’opera collettiva Es Patrìda Gaian (a cui avevano collaborato luminari di tutta Europa, fra cui la  specialista dell’ Unione Europea Catherine Vieilledent Monfort, lo storico turco della cultura Irvin Şik  e la latinista, decana dell’ Università di Atene, Stella Priòvolu), in cui si dibatteva del ruolo delle lingue nel futuro dell’ Europa dopo la Brexit.

Come si prevedeva, l’Unione, dopo l’uscita dell’ Inghilterra, non solo non ha diminuito il ruolo dell’ Inglese quale lingua veicolare, ma addirittura l’ha accresciuto, con la Presidente della Commissione che, pur essendo tedesca e nata a Bruxelles, si esprime normalmente in Inglese, anziché in Francese o in Tedesco.

Questa prassi non ha alcuna base normativa nell’ Unione, perché tanto l’Irlanda, quanto Malta, hanno registrato nella UE, quale lingua ufficiale, la loro lingua nazionale, vale a dire, rispettivamente, il gaelico e il maltese. Capiamo benissimo che esistano potenti forze politiche per forzare la situazione, ma a queste forzature va opposto un discorso altrettanto politico: Brexit ha non soltanto tolto la base giuridica per l’uso dell’Inglese, ma ha anche squalificato l’egemonia dell’anglosfera sull’ Europa. Almeno a medio termine, avrebbe senso riesaminare l’uso moderno delle lingue classiche (sulla falsariga dell’Ebraico, dell’Arabo Classico e del Sanscrito), come alternativa all’ egemonia culturale dell’Inglese.

BREXIT: L’EUROPA NON E’ SOLO LA UE

Un arcipelago britannico da sempre multiculturale

L’Inghilterra ha lasciato la UE, ma non può lasciare l’Europa.

L‘arcipelago britannico, con le sue molteplici tradizioni -celtiche, latine, germaniche, monarchiche, cristiane, illuministiche e antimoderne-, costituisce parte integrante ed essenziale dell’Identità Europea, della quale siamo tutti custodi. Siamo infatti responsabili  del futuro dell’intera Europa, non solo per la parte che si riconosce nella UE.

Oggi, in un’era che si autoproclama multiculturale e pluricentrica, dovrebbe essere più chiaro che mai che una sola parte dell’Europa (neanche l’ Union Europea) non può pretendere di essere il tutto.

Infatti, dell’Europa fanno parte, oltre alla UE:

1)Il Regno Unito;

2)Islanda e Norvegia;

3)la Svizzera;

4) i Paesi slavi Orientali (Russia, Ucraina e Bielorussia);

5)i Balcani Occidentali;

6)La Turchia;

7)il Caucaso.

Inoltre, come civiltà, l’Europa ha delle ramificazioni in alcuni luoghi delle due Americhe, nel Medio Oriente (Israele) e in Oceania (Australia e Nuova Zelanda).

 

 

1.La Paneuropa oggi

Tutto ciò, considerato nel suo insieme, costituisce la Paneuropa, non come la vedeva Coudenhove Kalergi nel XX secolo, bensì come possiamo vederla noi oggi, vale a dire uno “Stato-civiltà” come la Cina, o qualcosa che assomiglia all’”Asia Meridionale” degl’Indiani, alla “Patria Grande” latinoamericana o al “mondo islamico”.   Il Movimento Europeo dovrebbe propugnare delle politiche, e ideare delle istituzioni, che siano adeguate, tanto per gli attuali Paesi della UE, quanto per quelli al di fuori della stessa, vale a dire per l’intera Paneuropa. D’altronde, oggi il mondo è congegnato in modo tale che, spesso, sulle politiche europee, incidono più i Paesi fuori dell’Unione che quelli dentro. Basti pensare alla Perestrojka, ai gasdotti, alla Libia, alla decisione inglese, adottata il giorno stesso della Brexit, di non escludere dal proprio mercato la Huawei…Con quest’ultima decisione, il Regno Unito ha dimostrato una indipendenza maggiore dell’Unione dagli Stati Uniti, così come aveva fatto la Turchia decidendo di acquistare i missili russi.

Ovviamente, per fare ciò, occorrerà “mettersi nei panni” degl’Inglesi, degli Scozzesi, dei Serbi, dei Bosniaci, dei Russi, degli Ucraini, dei Turchi e dei Curdi, riconoscendo a ciascun gruppo (ciascuna “macroregione europea”) una sua specifica missione storica. Cosa che può sembrare impossibile alla luce di quanto accaduto fino ad ora, ma che lo diverrebbe molto meno qualora si cercasse veramente un minimo comune denominatore, che può essere trovato solo nelle radici culturali comuni, che vanno dall’antico Medio Oriente alla Bibbia, dalla cultura classica alle migrazioni di popoli, dalle corti alle repubbliche, fino a illuminismo, romanticismo, decadentismo, modernità e postmodernità: Gilgamesh  e Mosè, Ippocrate e il Canto dei Nibelunghi, Dante e Ariosto, Montesquieu e Novalis, Voltaire, Nietzsche, Horkheimer e Adorno. Questo ”minimo comun denominatore” può essere definito, secondo un numero crescente di autori, come Jaspers, Voegelin, Assmann e, recentemente, anche Habermas, dalle particolari versioni mediterranee e occidentali della comune civiltà mondiale dell’ “Epoca Assiale”, caratterizzata innanzitutto dalla scrittura e dalle religioni di salvezza.

Hattusas in Anatolia: la prima civiltà di lingua “Kentum”

  1. Civiltà assiali, pre-assiali e post-assiali

Come constatato da Horkheimer, Adorno, Eisenstadt e Kojève, la “civiltà assiale” ha subito, certamente, soprattutto in Occidente, un processo di secolarizzazione, che è restata però spesso alla superficie. Come sosteneva Freud, la pretesa “coscienza europea” non poteva sopprimere la più profonda “Identità Europea”. E, infatti, da un lato, sono sopravvissute civiltà “pre-assiali” (secondo Eisenstadt, Israele e, secondo Kojève, il Giappone); dall’ altro, vi sono paradigmi ereditati dall’epoca pre-assiale (divino e profano, mito e rito, eoni e Apocalisse, popoli e nazioni) che sono rimasti insuperati e inaggirabili. Nel caso dell’Europa, non si è riusciti a liberarsi da archetipi come quelli della Legge, dell’Apocalisse, dell’Impero, della Crociata, che ricompaiono continuamente sotto le più diverse spoglie: l’Imperativo Categorico; la Fine della Storia; la Comunità Internazionale; le Guerre Umanitarie, ecc…

Non si tratta affatto dei cosiddetti “nostri valori” contro i “valori degli altri”, bensì proprio delle nostre irrisolte ossessioni, che ci costringono a continui rivolgimenti intorno agli stessi temi: fra l’ascetismo patriarcale e la fratellanza matriarcale; fra il mito del Progresso e quello dell’Anticristo; fra l’universalismo e il personalismo; fra il multiculturalismo e lo spirito missionario. Non per nulla l’oracolo di Delfi affermava: “conosci te stesso”, e, a questo fine, abbiamo inventato la psicanalisi. Che ci riporta ai più profondi archetipi del nostro inconscio collettivo- vale a dire   all’ Identità Europea-.


Pictured: Malcolm McDowell in A CLOCKWORK ORANGE, 1971.

“Arancia Meccanica” di Burgess : la più dura allegoria  di un’ Europa violenta  e impotente

3.Dalla cultura della crisi alla Via della Seta

Il minimo comune denominatore degli Europei lo possiamo trovare, dunque, nella “cultura della crisi”, che aveva sperimentato, proprio  nell’ Inghilterra, all’ avanguardia dell’industrialismo, le severe critiche antimoderne di Carlyle, Arnold, Ruskin, Hulmes, Huxley, Orwell, Burgess, Laughland e Grey; ma anche nell’”Italian Though” di Mosca, Michel, Pareto, Rensi, Tilgher, De Finetti e Pirandello; nella centralità dell’Anticristo per Dostojevskij e Soloviov; nello spirito antiborghese di Hamsun; nel ribellismo di Kusturica; nel  trasversalismo dell’intellettuale ceco-turco-giapponese-americano Irvin Sick.

Oggi, sul piano politico, questa post-modernità paneuropea si manifesta nella resistenza contro la tecnocrazia digitale (con i suoi profeti Huxley, Orwell e Burgess), che trova espressione nella tutela della privacy, nella web tax, nelle indagini antitrust contro i GAFA e nelle aperture alla Nuova Via della Seta, che ha reso possibile il North Stream e il Turk Stream, il MOU Italia-con la  Cina, il  rifiuto della messa al bando dell’ Iran e della Huawei…

I cittadini di Istanbul bloccano con i loro corpi i carri armati sui pont del Bosforo

  1. Un’Europa poliedrica -delle civiltà, delle religioni, delle euroregioni, delle nazioni, dei popoli, delle città e delle persone-

Quest’ Europa poliedrica è più di una confederazione, un’Unione o una federazione: è un grande soggetto politico e culturale “sui generis”,  che dovrà agire sempre più in modo unitario sulla scacchiera mondiale, al di là della sua forma istituzionale, ma fondandosi piuttosto su un’unica élite combattente, quegli “Europaioi” che già Ippocrate aveva definito “autonomoi” .

Le Istituzioni vanno concepite solo come degli strumenti per un fine: nel caso dell’ Europa, la riaffermazione, la difesa e il “ringiovanimento” (“zhèn xīng”, per usare un’espressione di Xi Jinping) -contro la decadenza e il post-umanesimo- dell’Identità Europea.

In questo contesto, occorrerebbe immaginare forme di dibattito culturale dedicate proprio e soltanto ai rapporti con le specifiche macroregioni europee. Per esempio, sulla falsariga di “Iles” di Norman Miles, occorrerebbe approfondire il carattere multietnico ed europeo dell’arcipelago britannico, oppure, su quella di una pluralità di autori (Asin Palacios,Bassam Tibi, Menocal, Cardini), la storia e natura dell’ Euroislam.

Soprattutto, occorrerebbe smetterla di considerare Russi, Turchi e Balcanici come “popoli senza storia” e “nemici ereditari”, studiando invece  quei contributi preziosi ch’essi hanno dato, e possono continuare a dare, alla vita culturale, economica, ma anche politica e militare, dell’Europa.

Long life to Europe! да здравствует Европа! çok yaşa Avrupa! 欧洲万 !