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COMMENTO DI FRANCO CARDINI ALL’ANNIVERSARIO DEL 9 MAGGIO

Accolgo l’invito contenuto al termine del blog di Franco Cardini (minima Cardiniana n.282/2) a fare “circolare artigianalmente” il suo commento sul 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, che ben si inserisce nel filone del dibattito sull’ Europa che l’ Associazione Culturale Diàlexis ha inaugurato con i suoi Cantieri d’ Europa Virtuali 2020.

Premetto che la nostra circolazione è tutt’altro che artigianale, e in particolare che noi raggiungiamo tutti gli Europarlamentari italiani, oltre che molti altri vertici dell’ Unione.

L’intervento di Cardini si situa, come il nostro, nell’ alveo di una seria revisione dei miti dei “Padri Fondatori”, mirante a salvare la direzione di marcia, ma sfrondando le “fake news”, soprattutto quando sono già state demolite sotto vari punti di vista (ricordiamo il libro di Philippe de Villers).

-carattere ultra-elitario della CECA;

scarso merito della Francia;

-carattere poco innovativo, visto che il cartello europeo del Carbone e dell’ Acciaio esisteva già dagli Anni 30, e il dsuo carattere pubblicistico era stato garantito prima dall’organizzazione di Speer, e, poi, dall’ occupazione degli Alleati.

Cardini non dice espressamente, ma lascia intuire, che, a suo avviso, i “padri fondatori” , oltre ad avere motivazioni discrepanti, non fossero neppure, ciascuno per motivi diversi, troppo in buona fede nei loro propositi europeistici e umanitari, come egli fa capire con la citazione di De Gasperi, che parla appunto di “comuni esperienze” europee fra soggetti caratterizzati, invece, da percorsi politici quanto mai ondivaghi.

Come abbiamo scritto in un precedente post, anche noi nutriamo dubbi di questo genere, soprattutto per ciò che concerne l’obiettivo altruistico attribuito a Monnet e Schuman, mentre è noto che, prima del “Piano Schuman”, c’era stato un “Piano Monnet” avente come obiettivo una vera e propria dominazione della Francia sulla Germania attraverso l’annessione o la satellizzazione dell’ intera area renana (parallelo e aggiuntivo rispetto al piano olandese per annettersi gran parte della Bassa Sassonia).

L’obiettivo di Monnet era di modernizzare l’economia francese in modo tale da renderla competitiva a livello internazionale, in particolare per quanto riguardava le esportazioni verso la Germania, e la Germania fu vista come uno strumento necessario per la loro attuazione.

Personalmente, non posso fargliene una colpa, perchè i rari personaggi che tentarono in in qualche modo di creare in Europa una terza forza furono clamorosamente battuti (basti pensare a Stauffenberg, a Von Schirach, a De Gaulle, a Galimberti, a Nagy, a Maleter, a Dubcek). I “padri Fondatori”, che cercarono di conciliare il progetto europeo con la ealtà di un’Europa sconfitta e divisa, erano uomini politici (anche molto abili); gli altri erano degli eroi.

Ben conscio di questo, non ho mai creduto che il fondamento della nostra millenaria civiltà potesse essere una conferenza stampa di 70 anni fa,quando invece abbiamo Catal Hueyuek, Tripollye , Stonehenge, Skara Brae, che risalgono a 5000-7000 anni fa, e eventi storici di 2500 anni fa, come le Termopili e Salamina, che, attraverso Ippocrate, Erodoto, Eschilo e Socrate hanno influenzato tutta la nostra storia, e, infine, abbiamo, a cominciare da 700 anni fa, Dubois, Podiebrad, Sully, Crucé, St. Pierre, Rousseau, Kant, Nietzsche, Simone Weil,Galimberti, Juenger, Spinelli, Chabod, che hanno continuato a definire i progetti europei?

Infine, visto lo scarso entusiasmo perfino delle Istituzioni nel commemorare il 9 maggio, e le critiche implicite che anch’ esse oramai vi dedicano, noi, pur continuando imperterriti a celebrare il 9 maggio come facciamo da15 anni, perchè è la sola “Festa dell’ Europa”, cerchiamo anche altre ricorrenze europee significative.

Quest’anno, i 2500 anni dalla Battaglia delle Termopili ce ne offrono un’ottima occasione.

Il Plan Monnet per la disgregazione della Germania.

1.Le contraddizioni dell’ integrazione europea.

Cardini lascia anche correttamente intendere che, quando si parla di un’involuzione dell’ Unione Europea, dal suo originale carattere comunitario (le Comunità Europee), a quello di globalizzazione occidentale (l’Unione Europea) si accenna a un fatto reale, ma non si usano i termini appropriati, perchè, in realtà, l’impostazione data dai Padri Fondatori, cioè come un sottoinsieme dell’ impero occidentale, portava all’ incapacità di concepire un autonomo progetto di civiltà, e, quindi, la decadenza, e, infine, la dissoluzione.

A nostro avviso, nella prima parte della sua integrazione, l’ Europa Occidentale era ancora profondamente imbevuta di valori pre-moderni, preesistenti agli stessi totalitarismi: ruralismo, religiosità diffusa, culto dell’ eccellenza, supremazia della politica sull’ economia, attaccamento alle tradizioni, collaborazione fra le classi. Tutto ciò è andato perdendosi a cominciare dal 1985, quando, con il Papa polacco, Solidarnosc, la Casa Comune Europea, i revivals zarista e ottomano, sarebbe stato particolarmente facile sottolineare gli aspetti tradizionalmente europei. Invece, nessuno s’impegnò a fondo in questo senso, e quindi, di ogni fenomeno, prevalsero sempre gli aspetti più simili a quelli degli Stati Uniti, facendo perdere di vista la specificità europea.

Di qui, l’evidenziarsi delle contraddizioni di fondo della costruzione europea, e, prima di tutto, dall’ essere essa dominata da due fazioni, nessuna delle quali crede nell’ Identità Europea: quella dei fautori della globalizzazione occidentale, e quella dei “sovranisti” , per la quale Cardini rimanda, molto appropriatamente, al libro Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016):

Jusqu’à aujourd’hui, l’impasse dans laquelle se trouve la supranationalité a deux origines. D’abord ses partisans, quand ils s’en proclament, sont en même temps des cosmopolites. Ils sont donc incapables de convaincre l’opinion des peuples européens de la nécessité de l’État européen, étant donné qu’eux-mêmes en conçoivent fort mal la finalité. Ils s’interdisent de raisonner en termes de puissance, d’indépendance ou d’autonomie, et de compétition internationale. Ils se complaisent à penser un monde sans ennemis dans lequel les valeurs occidentales diffusent lentement, mais sûrement, parce qu’il a été préétabli qu’il ne pouvait en être autrement. Ils confondent cette vision téléologique avec l’inéluctabilité du marché planétaire qui pourtant ravage les sociétés européennes. Le caractère vital et éminemment politique de l’État européen (en tant qu’instrument au service des citoyens européens) leur échappe complètement. Ils ne l’imaginent même pas, puisque dans leurs esprits la supranationalité n’est qu’un ajustement institutionnel à la mondialité marchande. Ensuite, à l’opposé, les ethnocentrismes nationaux, qui sont légitimes au regard de l’histoire, et qui s’expliquent par la diversité des cultures et des traditions, engendrent une mauvaise appréciation de la souveraineté. Car il ne suffit que cette dernière soit proclamée ou qu’elle soit juridiquement reconnue ; sa réalité se mesure à l’aune des capacités de l’État et de sa société. C’est ce qui explique le caractère souvent incantatoire du discours souverainiste (partagé, même si prononcé à demi-mots, par la plupart des dirigeants européens) en raison du décalage entre les faiblesses des nations et les intentions affichées. Il se limite à être un discours du refus, sans solution. Pire encore, en interdisant à l’Europe d’accéder aux moyens de la puissance, il confine les différents États dans la dépendance par rapport aux ÉtatsUnis, que les souverainistes se complaisent pourtant à dénoncer, ou, de façon plus réaliste, au marché mondial

La raison est, qu’en dépit des souffrances qu’elle impose, la mondialisation satisfait leurs aspirations cosmopolites et téléologiques (l’espoir chez elles, qu’elle mettra fin à l’histoire politique et qu’elle générera une société mondiale pacifiée). En outre, l’interprétation mécaniste et évolutionniste de l’Histoire qui prévaut aujourd’hui, laisse à penser que la mondialisation en est une étape inéluctable, alors même qu’elle n’est que le produit d’une décision stratégique.

2.Cogliere il Kairos

Nonostante quella Cardini chiama “delusione”, che invece per noi è sempre stata la lucida coscienza della differenza fra “Identità Europea”, Ideologie europee e integrazione europea (cfr. il I° Volume di “10.000 anni d’Identità Europea”), egli c’invita a continuare insieme quella ch’egli correttamente chiama “Fatica di Sisifo”.A me sembra di non essere mai venuto meno neppure un istante a questo compito.

Oggi, vi sono almeno 5 fenomeni storici incombenti a cui intellettuali del calibro di Cardini possono, se vogliono, dare un loro utilissimo contributo:

1)la commemorazione delle battaglie dell Termopili e di Salamina;

2)la riorganizzazione dell’impianto delle politiche europee della tecnologia;

3)l’impostazione del bilancio settennale 2021-2027;

4)il Trattato Europa-Cina sulla protezione degl’Investimenti;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Ciascuno di questi appuntamenti, che si presenta “prima facie” come la solita questione tecnocratica , nasconde invece in sé fondamentali problematiche culturali e politiche:

1)la commemorazione delle Termopili e di Salamina sarebbe la buona occasione per ricordare a tutti che l’ Europa non nasce ieri;

2)la riorganizzazione delle politiche tecnologiche costituisce, come le Termopili, l’occasione per fermare le OTTs prima ch’essse dilaghino, come diceva Serse ne “I Persiani” di Eschilo,“in tutta Europa, in modo; che il nostro regno confini con il Cielo”;

3)il bilancio settennale, essendo coevo alle più grandi trasformazioni in corso nel mondo, quali la Via della Seta e la conquista dello spazio, condizionerà il ruolo dell’ Europa nel mondo per il futuro, e la sua stessa sopravvivenza;

4)il Trattato Europa-Cina che, a Settembre, anticiperà probabilmente ogni possibile accordo con gli Stati Uniti, segnerà un riorientamento dell’ Europa verso l’ Eurasia;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che avrebbe dovuto iniziare l’anno scorso, poi il 9 maggio, inizierà presumibilmente sempre a Settembre, in concomitanza con il Trattato Europa-Cina. Avrebbe dovuto risolversi in un esercizio minimalistico e autoreferenziale, ma le enormi trasformazioni in corso non permetteranno certo ch’esso si esaurisca così.

Per tutte e cinque queste scadenze, l’ Associazione Culturale Diàlexis sta predisonendo manifestazioni e libri, sui quali Vi abbiamo già relazionato, e sul cui programma Vi saremo più precisi. Il tutto tenendo in mente i saloni di Torino e Francoforte.

Crediamo che un canale privilegiato per fare valere le nostre istanze sia costituito dal Movimento Europeo, che era nato proprio come stimolo alla società civile e alle istituzioni per la costruzione dell’ Europa, ma che anch’esso rischia, se non sostenuto da un’ondata forte di riflessione da parte di tutta la società, e innanzitutto dell’ Intelligentija, rischia di ridursi a una cassa di risonanza della “Politique Politicienne”.

Siamo in attesa dei contributi di tutti, e, ovviamente, innanzitutto di quelli del Professor Cardini.

EDITORIALE
EUROPA: UN SETTANTENARIO FRAINTESO E DISATTESO

Ricordiamo quella “falsa partenza”, quell’inganno: fu un seme gettato tra mille fraintendimenti, ma l’intenzione di molti che vi contribuirono era buona. Non sprechiamo quell’occasione, mettiamola a frutto correggendone gli aspetti vani e rimediando a quelli negativi.

Confesso che avrei dovuto parlarne prima: francamente però non sono stato abbastanza tempestivo nel cogliere la perfidia politica e mediatica di una manovra che sul momento mi aveva molto favorevolmente impressionato.
Nulla è mai casuale, specie e soprattutto in politica. Stiamo uscendo dal Coronavirus, a meno che la “seconda ondata” non ci rimandi al punto di partenza o quasi: il che è possibile, ma non si pecca di eccessivo ottimismo ritenendolo improbabile (ansie legittime a parte). Ed è arrivata puntuale qualche giorno fa, il 9 maggio scorso, alla vigilia del settantesimo anniversario della cosiddetta “Dichiarazione Schuman” sulla comunità del carbone e dell’acciaio come primo passo verso l’integrazione unificazione europea – il 9 maggio 1950 –, l’allocuzione del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel il quale ha citato e sottolineato con insistenza un magistrale discorso tenuto  alcuni mesi dopo quella data, il 10 dicembre del 1951, da Alcide De Gasperi a proposito del progetto di unione europea. Ho definito “magistrale” questo discorso: e lo ribadisco. Stavo per aggiungere “nobilissimo”: ma non ne ho fatto di nulla. Fu uno splendido discorso tattico in una direzione che non mancava di malafede. Ed è ohimè per quanto che Michel ha preferito obliterare Schuman, autentico protagonista della ricorrenza, e proporre al proscenio De Gasperi.
Il leader democristiano trentino tesseva in quella sede un elogio commosso alla “condivisione delle nostre esperienze” europee che poteva sembrare un richiamo patetico e quasi ingenuo: ma che, al contrario, non aveva nulla del commovente candore che a suo tempo qualcuno gli attribuì. Era al contrario fine, sottile, quasi tagliente.
Si è parlato e si continua a parlare dell’unità d’intenti tra Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, la triade dei “fondatori dell’Europa unita e democratica”: anche se si preferisce tenere nell’ombra il nome del “grande regista” di tutto, Jean Monnet, e attutire i dissensi se non le linee d’implicita frattura che fra i protagonisti di quell’iniziativa si andarono quasi subito delineando. Si continua ancora a dire che quello fu “il primo passo verso l’edificazione dell’Europa unita”. Qui sta un primo equivoco dal quale bisogna liberarsi.
In realtà il mondo aveva in quel momento due padroni, i due veri e soli vincitori della guerra 1939-45: e, secondo lo “spirito di Yalta”, né Stati Uniti né Unione Sovietica erano disposti ad assistere tranquillamente alla nascita d’un’Europa come realtà politica federale o confederale che avrebbe potuto essere e che col tempo si sarebbe fatalmente imposta come nuova potenza fra loro. Eppure, in quella fase d’incipiente scontro che avrebbe potuto anche condurre a un conflitto, proprio di una potenza mediatrice vi sarebbe stato bisogno. Magari non solo mediatrice diplomatica e geopolitica bensì anche sociopolitica: la protagonista di una terza via, non liberista e non collettivista, certo non comunista bensì comunitaria e solidaristica. In Francia come in Germania come in Italia esistevano potenzialità di questo tipo: sia nelle tendenze socialdemocratiche le quali si andavano rafforzando, sia in quelle cristiano-democratiche ispirate alla dottrina della Chiesa e, in Germania, dal magistero di Ferdinand Tönnies o, nel nostro paese, a quello di Giuseppe Toniolo. Alcuni giovani esponenti di quella che sarebbe poi stata la “sinistra” democristiana, provenienti dalle file dell’antifascismo cattolico quali Enrico Mattei o dal corporativismo fascista come Amintore Fanfani, guardavano già fiduciosi a una rinascita italiana basata sulla compartecipazione tra un moderato dirigismo statale e un “capitalismo civico” illuminato.
Ma la musica scritta a Yalta dal presidente Roosevelt e dal generalissimo Stalin, con la benevola e del resto ormai semimpotente complicità di Winston Churchill, era un’altra: e si basava su una massima che potremmo definire, parafrasando il principe di Metternich, nella massima secondo la quale l’Europa era “un’espressione geografica”, che non avrebbe mai dovuto diventare politica per non far ombra alle due potenze avversarie sì, ma in ciò concordi e complementari. Non di mediazione si sarebbe mai dovuto parlare, bensì di affrontamento, di duello: condizione essenziale al mantenimento della bipolarità impedendo la nascita di terzi incomodi. Il derby “guareschiano” che ne derivò, tra un anticomunismo viscerale da una parte e un “antifascismo democratico” monopolizzato dal PCI dall’altra, era funzionale a questo disegno che sia Washington sia Mosca sostenevano con grande dispendio di mezzi. Le elezioni del ’48 furono il teatro di quello scontro che buona parte dell’opinione pubblica italiana interpretò – a partire dagli ambienti ecclesiastici di Pio XII – come epico ed escatologico mentre a livello internazionale i giochi erano già stati fatti. Forse, i retroscena politici e diplomatici della sconfitta del “Fronte popolare” sarebbero tutti da reindagare e da riscrivere. Dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, comunque, De Gasperi aveva una gran bella cambiale da onorare nei confronti dei suoi creditori d’Oltreoceano: e aveva cominciato con lo stringere ulteriormente i suoi legami con gli Stati Uniti d’America collegandosi con i suoi successivi governi dal ’48 al ’53 con le forze del centro-destra e del centro-sinistra “laico” (gli allora derisi “partitini” liberale, repubblicano e socialdemocratico) e il manovrare con accortezza in modo da selezionare anche quelli. Fino a liberarsi, in quanto presidente del consiglio con il rimpasto governativo del luglio ’51, sei mesi prima della sua allocuzione del 10 dicembre, degli stessi socialdemocratici. Restavano con lui i soli repubblicani di La Malfa, fieramente e visceralmente anticomunisti.
Frattanto, sul piano internazionale, qualcosa di nuovo e di straordinariamente importante era successo: qualcosa che riguardava in pieno l’Italia e che, formalmente, la rendeva anzi coprotagonista di scelte che si sarebbero rivelate fino ad oggi fondamentali e – nonostante qualche momento di turbolenza (penso a Enrico Mattei e magari a Bettino Craxi) – irreversibili.
Fino dal 1947 il segretario di stato statunitense generale George Catlett Marshall aveva varato con l’assenso pieno del presidente Truman quell’ERP (European Recovery Program) scopo del quale era facilitare il processo di ricostruzione dei paesi europei ma che si era andato drammaticamente – e, in apparenza, fatalmente – intrecciando con le vicende politiche internazionali e l’inizio della “Guerra Fredda” che vedeva l’Italia in prima linea, a fronteggiare il blocco avversario che incombeva dalla Venezia Giulia e dalla costa adriatica. Il 4 aprile del 1949 era stata firmata a Washington l’alleanza detta North Atlantic Treaty Organization (NATO) della quale Italia e Francia facevano parte: per quanto nel nostro paese un’opposizione durissima e gigantesca – che vedeva allineati, con differenti motivazioni, il PCI e la giovane gracilissima forza di estrema destra, il Movimento Sociale Italiano – avesse opposto alla firma di quell’accordo una muraglia di argomentazioni fondate (alla luce della stessa costituzione repubblicana) ed efficaci. De Gasperi lo sapeva benissimo, come sapeva che il suo amico e collega nella battaglia europeistica, il francese Robert Schuman – interessato anzitutto all’intesa intereuropea e alla piena e totale pacificazione tra Francia e Germania: pétainista nel ’40 e oggi Servo di Dio, in attesa del processo di beatificazione – mordeva il freno rispetto alla prospettiva d’una totale egemonia statunitense nella compagine della difesa euro-occidentale. Fino dal maggio del ’50, con la sua celebre “Dichiarazione”, egli aveva difatti proposto di “porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’alta autorità comune nell’àmbito di un’organizzazione aperta a tutti i paesi europei” e aperto un negoziato che dalla successiva conferenza di Parigi condusse a porre nel ’52 le basi della costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio” (CECA). Era davvero l’estinzione storica di una delle basi della pluridecennale rivalità franco-tedesca, datante dalla guerra del 1870. Ma c’era di più: carbone e acciaio erano due delle principali materie prime dello sviluppo industriale (la terza era il petrolio). Un’autonomia europea quasi totale in quest’àmbito suonava minacciosa oltreoceano: e si sapeva bene che Schuman puntava a un’autodifesa totalmente europea nell’àmbito di quella futura unione politica continentale ch’era il suo sogno (sarebbe stato presidente del movimento europeo nel ’55 e del parlamento di Strasburgo fra ’58 e ’60).
Ora – e De Gasperi l’aveva ben presente – era proprio la questione dell’autodifesa del continente, di un “esercito europeo”, quella sul tappeto. E la “Comunità Europea di Difesa” (CED), invisa al Cremlino che aveva subito bollato il progetto come un atto di revanscismo neonazista, era non meno malvista dalla Casa Bianca che però era in grado di aggirare il problema con maggior eleganza.
D’altronde, i dollari americani previsti come erogazione all’Europa occidentale nel suo complesso ammontavano a 14.000 milioni di dollari, ed era stata tempestivamente costituita una Commissione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) per l’immediato coordinamento delle necessità e la ripartizione degli aiuti. L’Italia aveva adottato fino dal ’47 una politica deflazionistica per ridurre il disavanzo del bilancio statale e accrescere le riserve valutarie; d’altronde, dopo il ’48 e visti gli esiti delle elezioni, anche proprio grazie ai fondi del “piano Marshall” (oltre 1150 milioni di dollari, una fetta enorme rispetto ad altri paesi europei), ebbe luogo quel che fu definito enfaticamente “miracolo italiano”, col prezzo del pane diminuito del 20% alla fine del ’49 e il consolidamento del valore della lira. Ma non erano tutti rose e fiori; quei miliardi non erano affatto regalati, in parte erano prestati sia pur a un tasso vantaggioso e il resto veniva pagato in sonante moneta politica, con la perdita della sovranità militare travestita da misura di difesa. La NATO significava questo: non tutti lo capirono subito, ma De Gasperi lo sapeva benissimo; come lo sapeva perfettamente – e lo approvava – il Vaticano DI Pio XII. D’altro canto, la pioggia di dollari caduta sull’Italia era stata in gran parte deviata o assorbita da altre spese e non ebbe i risultati che si speravano.
Queste cose, chi invoca oggi un “nuovo piano Marshall” per l’Italia, le sa bene (forse), ma le ignora o finge di dimenticarle. E le sa bene anche monsieur Michel, che ha presente il recentissimo braccio di ferro tra Italia e UE e non ignora che se i malumori antieuropeistici nel nostro paese crescessero o trovassero un’efficace espressione politica, ciò farebbe tremare anche Bruxelles e Strasburgo.
Ne scaturisce, per chi ancora difende l’ormai vecchia, logora e sospetta impalcatura dell’Unione Europea, un’implicita indicazione politica: ripartire dall’indicazione degasperiana sulla solidarietà e sulla collaborazione, obliterando la lezione di Schuman che alla fine della sua carriera politica era profondamente disincantato e amareggiato. È quindi “giusto” e “corretto” che, rendendogli formalmente omaggio nel settantennale della “Dichiarazione” che condusse alla CECA, i vertici della compagine europeistica ufficiale preferiscano rendere omaggio alle formalmente parlando nobili parole di De Gasperi, che nel dicembre del ’51 tendevano in realtà a indirizzar le cose esattamente nel senso che presero. Il progetto della CED, la creazione di un esercito europeo – formalmente non incompatibile con il patto della NATO, sostanzialmente ad esso alternativo –, fallì nel 1954 in quanto non venne ratificato dal parlamento francese: il medesimo che anni dopo, insieme con quello olandese, avrebbe affossato la proposta del preambolo alla costituzione europea.
L’indignazione che quel voto del “suo” parlamento provocò in Schuman e il suo successivo ritiro dalla vita politica – ragioni di età a parte – non erano ingiustificati. Europa e Italia, che nel ’45 avevano perduto la guerra (perché tutta l’Europa l’aveva perduta: non solo la Germania e l’Italia), nei settant’anni da quel lontano 1951 a oggi segnati in gran parte – specie di recente – dalle politiche neoliberiste e dalla subordinazione alla grande finanza internazionale, hanno perduto anche la sfida della pace: poiché in ogni pace è insita una sfida. E l’Unione Europea, che per decenni ha ingannato molti di noi che speravamo fosse la porta d’ingresso verso l’integrazione politica del continente, si è confermata invece quella che del resto era e che evidentemente – anche se molti dei suoi sostenitori pensavano il contrario – intendeva rimanere: il trattato di Maastricht del 1° novembre parla chiaro e non dà adito a speranze di “naturale” evoluzione dalla collaborazione economica, finanziaria, tecnologica e amministrativa all’integrazione politica. Si può continuare così o azzerare tutto. A meno di un salto di qualità autenticamente politico.
E allora, eccoci al punto. Per i vecchi e impenitenti europeisti come me, quelli che si commuovono e si mettono in posizione di “attenti” alle note dell’Inno alla gioia della IX di Beethoven – anche se esso manca di parole adeguate ad esprimere quanto vorrebbe significare –, il segnale positivo è venuto dalle molte voci che ormai dalla crisi balcanica degli anni Novanta (quasi trent’anni fa!) si sono levate segnalando la necessità di un vero autentico esercito esclusivamente europeo; quello negativo dal crescere ormai consistente delle istanze e dei malumori (non dirò delle idee) delle varie forme di neo-micronazionalismo che ormai si autodefinisce “sovranismo” ma che, per ovviare al fallimento del progetto europeistico finora attuato, non sanno fare molto d’altro che rispolverare il ferrovecchio dello stato nazionale. Un ferrovecchio condannato dalla storia dopo il 1945 così come il liberal-liberismo classico, purtroppo artificialmente tenuto in vita, era già uscito morto e condannato dal 1917-18 (e di questa morte, di questa condanna, i totalitarismi degli anni Venti-Cinquanta e successivi sbiaditi epigoni come peronismo, nasserismo e castrismo furono il frutto, sia pure avvelenato). Peraltro, associandomi a una delle ultime battute del mio vecchio, compianto amico Giulietto Chiesa, sarei tentato di dichiarare agli amici sovranisti che io non sto con loro perché mi senta loro avversario, ma perché essi non sono sovranisti abbastanza. Chiedere la sovranità monetaria in un paese che manca tragicamente di quella politica, diplomatica e militare – il paese del Cermis e dei missili a testata nucleare installati contro la lettera e lo spirito della Costituzione – è peggio che grottesco: è patetico.
Antidoti? Quando si perde una battaglia, le alternative sono due: o ci si arrende o si ripete con i ragazzi del joli mai del Sessantotto_ “Ça n’était q’un début: continuons le combat”. Chi intenda proseguire la lotta per l’unità e la libertà della patria europea, chi abbia nonostante tutto ancora voglia di proseguire nell’impegno affinché almeno i suoi figli possano davvero fregiarsi di quella qualifica di “cittadini europei” che per noi è stata solo un’etichetta beffarda, se non getta la spugna deve rimboccarsi le maniche. Ma come?
Confesso che per molti versi Bettino Craxi mi è stato e mi resta simpatico e che ammiro molto l’intelligenza controcorrente di Alain de Benoist: e francamente non me ne frega nulla se queste due dichiarazioni possono far storcere il naso o – come ha scritto l’amico Alessandro Barbero nel suo finissimo e coraggioso Invito alla lettura dell’ultima edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale (il Mulino, 2014) – “far sollevare più di un sopracciglio”: e che mutatis mutandis il mio europeismo ha molti contatti con quelli, differenti, dei due personaggi ciati. Né intendo comprimere in un’affrettata paginetta conclusiva un discorso che più diffusamente ho portato avanti altrove nell’ultimo mezzo secolo (ebbene, sì!).
Comincerei allora da una ricetta pratica e certo imperfetta, quindi perfettibile: dal libretto di un politologo dell’Università dei Bordeaux che in Italia è stato diffuso da una piccola casa editrice e che quindi è ancor meno di un “libro di nicchia”. Alludo a Fondare lo stato europeo. Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana del bravissimo Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016). Intendiamoci: non intenderlo assumerlo come Bibbia, tantomeno come Vangelo: e in fondo nemmeno come Bignami. Ci sono diverse cose che non condivido in quelle pagine: ad esempio la globale valutazione sia storica sia politica del ruolo dell’Islam, molto più complesso e per troppi versi differente da com’egli lo presenta. Ci sono molte cose sulle quali sarei profondamente d’accordo, ma che restano suscettibili d’infinite precisazioni: quali, essenzialmente, il tema dei rapporti fra una possibile Europa futura e la Russia, al di sotto del quale pulsa e preme l’immenso Minotauro eurasiatico. Poi c’è il tema dello “shock sistemico”, intravisto qua e là in questi mesi di segregazione e di disorientamento. Dussouy lo ritiene sistematico e direi che lo auspichi; io per un verso lo temo eppure per altri lo auspicherei. Infine, last but not least (e una volta tanto non è un modo di dire) il tema dell’assetto istituzionale: e qui mi trovo, io che nei miei vent’anni ho aderito profondamente all’abbozzo di progetto (mai chiarito e precisato) di un’“Europa-Nazione” proposto da Jean Thiriart, dall’alto dei miei quasi ottanta di militanza europeistica e di vita personale e professionale da cittadino d’Europa, a dover dichiarare con notevole (non assoluta, né irreversibile) convinzione che un assetto – a dirla in termini molto schematici, quindi imprecisi – “confederale” alla svizzera sarebbe più adatto e realisticamente praticabile per l’“arcipelago Europa” di un assetto “federale” alla tedesca o alla statunitense: ma queste cose le lascio umilmente agli specialisti, agli esperti costituzionalisti e agli scienziati della politica.
Una Res Publica Europensis è comunque necessaria. Com’è necessario – gli esiti della crisi del Coronavirus lo dimostrano – un ritorno al primato della politica inteso come primato della ricerca del Bonum commune. Non ci serve il duplice lussuoso e costoso parlamento di Strasburgo-Bruxelles che decida sulla lunghezza della coda dei merluzzi pescabili e sul tasso di pasta di nocciole da legittimamente miscelare al cacao per ottenere un cioccolato DOC mentre, per le decisioni importanti, gli europarlamentari si affidano ai suggerimenti dei Chief Executive Officiers, vale a dire dei commessi viaggiatori delle lobbies multinazionali. Ci serve un’Europa sovranazionale libera dall’incubo tecnocratico, mondialista e turbofinanziario che gli attuali Padroni del Mondo hanno finora imposto. Un’Europa in grado di opporsi – anche se sarà un David contro un Golia – a quello ch’è stato definito “lo Stato Profondo” adeguatamente descritto nel bel libro che reca appunto questo titolo e che Germana Leoni von Dohnanyi ha pubblicato nel 2017 per l’editrice Imprimatur di Reggio Emilia.
Ricominciamo dunque la nostra fatica di Sisifo. Com’è stato detto e scritto, chi ha poco è gravato da troppi padroni, ma chi non ha nulla è perfettamente libero. Dice Nietzsche: “Ribellarsi: questa è la dignità dello schiavo”. Sarebbe bello inviare a tutti gli europarlamentari una copia di questa modesta missiva e chiedere il piccolo sforzo di un loro spassionato parere. Magari, cominciando da una microcircolazione artigianale di queste righe e mettendo insieme i nostri sforzi, potremmo farcela”.

LETTERA APERTA A MASSIMO CACCIARI. AMARE L’EUROPA; NARRARE L’EUROPA

 

 

Caro Professore,

Appena terminato un Salone del Libro in cui la nostra casa editrice si è prodigata in modo speciale per fare avanzare il dibattito sull’Europa, la lettura del Suo articolo su “L’Espresso” del 19 u.s., “Patria Europa”, così vicino alle nostre preoccupazioni, mi ha stimolato a prendere posizione come segue sul tema della comunicazione dell’Europa, nella speranza di contribuire così a un dibattito autentico nella cultura “alta” anche su questo , centrale, tema.

Intanto, a me sembra che ciò che Lei ha scritto molto bene in quell’articolo, cioè che “..non si vince una grande battaglia politica e ideale come l’unione federale dell’Europa senza un’idea intorno ai suoi fini, e cioè al cammino che ha di fronte, ovvero alla sua missione o destinazione”, chi non fosse obnubilato da pregiudizi ideologici  o da interessi particolari, lo avrebbe potuto comprendere  già perfino a partire dal 1957, data di firma dei Trattati di Roma. Invece, proprio nella “Dichiarazione Schuman” si parlava di “realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”, un cammino fatto di “piccoli passi” senza una precisa meta finale (il “funzionalismo” deprecato, tra gli altri, da Spinelli e da Przywara).  La cultura europea sta forse cominciando a comprendere il vicolo cieco in cui si è messa in quel modo la politica, anche se, purtroppo, l’incertezza circa l’obiettivo finale, anziché svanire, sembra oggi addirittura infittirsi. Eppure, quelli erano gli anni in cui in America si tenevano le cosiddette “Conferenze Macy” sul futuro delle scienze e della tecnologia, nell’URSS venivano lanciati nello spazio gli Sputnik e Gagarin, e Asimov e Lem scrivevano i loro insuperabili romanzi distopici. Certo, lo stato di obiettiva depressione della politica europea in seguito alla 2° Guerra Mondiale e alla divisione di Yalta giustificavano il tono minimalistico dei discorsi europei, ma una cultura che annoverava personaggi come Heidegger e Russell, Croce e Heysenberg, Einstein e Anders, avrebbe dovuto prevedere quali sarebbero stati i veri temi con cui i vertici dell’Europa si sarebbero dovuti prima o poi a scontrare. E invece, ancor oggi, il “rischio esistenziale” non è ancora entrato nel cuore del dibattito  politico.

Nonostante quella scelta funzionalistica (e, quindi, implicitamente materialistica e minimalistica) dei Padri fondatori, le idee idonee a “narrare la Patria europea” esistevano già da tempo, seppur solo “in nuce”, disperse  attraverso la cultura alta, e si sarebbero potute ricostruire, nelle loro grandi linee, semplicemente “collegando i puntini” contenuti, come in un grande rebus, nelle opere dei grandi autori che citerò qui di seguito.Intanto, già all’ epoca dei Trattati, alcuni, come Simone Weil, Husserl, Jaspers, Heidegger, Anders, Guardini e  Przywara, ci avevano avvertiti che, come Lei ha scritto in modo pregnante, “fine dello spirito europeo non è lo sviluppo di scienza, tecnica, economia in se stesse, il mero incrementum scientiarum, bensì la sua connessione con il sistema delle libertà”. E infatti, fin dai primordi della cultura europea,  come per esempio  nelle opere  di Ippocrate e di Erodoto, era stato considerato come insito nell’identità europea (la “physis ton Europaion”) il fatto d’ identificarsi con la libertà un po’ selvaggia di Leonida, contro il progetto di conquista dell’Europa e di stabilizzazione universale incarnato dalla Persia di Serse (vedi il discorso di quest’ultimo riportato  nelle Storie e le iscrizioni funerarie di Behistun e Naqsh-e-Rustam, che anticipano i programmi di tanti imperi successivi, da quello romano, a quello sovietico,  a quello americano).

Nello stesso modo, era stato chiarito proprio allora (per esempio nell’opera di Federico Chabod) che, all’amore per la libertà politica, si collega, nell’ identità europea, la ricerca della verità, da ritrovarsi innanzitutto nell’autenticità con se stessi. Insomma, il motto dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Non per nulla, è l’oracolo stesso a profetizzare che ”la grande rocca gloriosa verrà devastata dai discendenti di
Perseo, oppure questo non avverrà, ma la terra dei Lacedemoni piangerà la
morte di un re della stirpe di Eracle.”
La morte per la libertà della patria quale esempio estremo di coerenza con se stessi e di dedizione alla libertà. Quello che tanto viene esaltato nel mito della Resistenza, ma che oggi nessuno sarebbe propenso a imitare.

1.Un sistema informatico mondiale: il vero nemico della libertà

Innanzitutto , oggi il  “mondo della libertà” è messo in pericolo quanto mai prima nella storia, non solo in Europa, ma nel mondo intero, non già dai diversi sistemi politici e sociali (i quali sono tutti ancora fondamentalmente “umanistici” e/o “culturali”: vedi Lévy Strauss e Luc Ferry), bensì proprio dalla “gabbia d’acciaio”, prima teologica, poi giuridica,  poi ideologica, e, infine,  tecnologica, che ci si siamo costruiti addosso con l’economia, l’industria e la tecnocrazia, che costituisce lo sbocco ultimo da sempre implicito in qualsivoglia progetto di “Fine della Storia”. Non vi è quindi alcuna contraddizione fra la tesi (oramai divenuta luogo comune) dell’egemonia della finanza internazionale e quella, da me qui ripresa, dell’egemonia della tecnica, l’una essendo la continuazione naturale dell’altra. La postulata condizione finale di assenza di conflitto (la “Pace Perpetua”) non può infatti essere raggiunta semplicemente con una qualche forma di eterodirezione “soft” della società da parte dei “poteri forti”, bensì solo eliminando la fonte prima dei conflitti, vale a dire l’Uomo. L’orrore per il “Diverso” è solo il primo passo verso la negazione della pluralità delle Persone, a favore del carattere seriale dei cyborg e degli androidi (la “vergogna prometeica”). Come avevano previsto Max Weber, Horkheimer e Adorno e Arnold Gehlen, l’apparato tecnico e amministrativo non è dunque uno strumento di libertà, bensì, vincolando l’uomo a prassi e a meccanismi consolidati, costituisce una fonte di omologazione e di entropia, che distrugge la libera creatività, e lo stesso slancio vitale, portando all’ eterna ripetizione di standard già dati (i pretesi “principi etici di progettazione” delle macchine intelligenti). C’è di più: con la “trasfusione senza spargimento di sangue” dei profili umani nell’Intelligenza Artificiale (De Landa) si  finisce per congelare, e quindi per eternare, i pregiudizi del XXI secolo, così come il sistema “OKO”, fortunatamente bloccato una notte dell’’83 dal maggiore Petrov, pretendeva di incarnare senza sbavature la dottrina nucleare del PCUS. La più importante di tutte le decisioni della storia dell’umanità, quella circa lo scatenamento della guerra totale, è stata così delegata da gran tempo a sistemi elettronici automatizzati, lo “Hair trigger alert”, al quale è stata affidata, da tutte le grandi potenze (quindi, sempre al di fuori dell’Europa), la reazione al primo attacco nucleare dell’avversario. In una simile situazione, a meno che non intervengano nuovi, stringenti, accordi internazionali (di cui solo l’ Europa può farsi propugnatrice), la distruzione reciproca mondiale per effetto di una “Cernobyl militare” è praticamente assicurata. La controprova del carattere centrale della militarizzazione della società e della sua cura per la segretezza e la manipolazione delle informazioni è costituita dall’accanimento con cui si sta perseguitando Julian Assange, reo di avere reso palese il carattere onnipervasivo del sistema di controllo del complesso informatico-militare. L’indifferenza dell’Europa (sempre così attenta ai diritti umani là dove essa non può farci nulla) verso la persecuzione di Assange che ha luogo nell’ Inghilterra della Brexit, che sta ancora eleggendo i suoi Europarlamentari, fa perdere di credibilità al richiamo all’amore per la libertà che si leva dall’establishment politico e culturale, nonché all’esaltazione acritica della tradizione costituzionalistica inglese. All’accordo “Five Eyes” spetta dunque una superiorità costituzionale rispetto all’Habeas Corpus?

Una volta che  decisioni come quelle militari siano state delegate alle macchine, tutto l’insieme dei comportamenti umani tenderà sempre più ad essere subordinato al fine di agevolare il “proprio” sistema di Hair trigger alert, per farlo prevalere sul sistema nemico: dal controllo di massa del comportamento della popolazione, all’infiltrazione delle reti di comunicazione amiche e nemiche, alla disinformazione delle opinioni pubbliche…Che altro s’ intende quando si afferma che ovviamente ogni decisione in vari campi dev’essere subordinata alle esigenze della “sicurezza”? Occorre innanzitutto evitare che possano nascere dei protagonisti autonomi, che esercitino in modo obiettivo, e perfino eroico come il maggiore Petrov, quel ruolo di critica del sistema che perfino l’Armata Rossa aveva affidato ad “analisti militari” indipendenti come quest’ultimo.

Come facciamo dunque a sentirci liberi se tutto il flusso delle opinioni pubbliche è condizionato a tavolino dai big data e dagli spin doctors dei sistemi informativi delle grandi potenze, se ciascuno di noi è monitorato giorno e notte dal sistema (attraverso i cellulari, i personal, i social…) per spiarne le più recondite movenze e per condizionarlo di conseguenza? In queste condizioni, perdono di senso i tradizionali strumenti della libertà di stampa, di parola, le stesse elezioni. Non per nulla, è il carattere stesso dei cittadini che è alla fine pervertito dal minimalismo, dal conformismo e dall’ autocensura, portando all’ inconcludenza di ogni discorso e alla supina accettazione del “destino della tecnica” e delle cosiddette “lezioni della Storia”.

La “perdita di democrazia”, di cui taluni incolpano il populismo, altri l’Unione Europea, altri ancora l’egemonia culturale della sinistra, trae in realtà ovunque la propria origine prima proprio dall’ inevitabile centralizzazione delle decisioni richiesta dalla delega al sistema informatico-militare della gestione  della cosiddetta “guerra senza limiti” già in corso fra i grandi blocchi continentali, che non lascia spazio, né a un reale pluralismo, né a un aperto dibattito.

Se anche la UE ha la tendenza a centralizzare progressivamente le decisioni più importanti come le politiche della ricerca, dell’informazione, finanziaria, estera e di difesa, è  perché essa  deve confrontarsi quotidianamente con USA, Cina e Russia; in queste ultime, il potere “politico” si centralizza e si personalizza a sua volta per contrastare, chi il deep State,  chi gli oligarchi,  chi la burocrazia…Quando Federica  Mogherini deve rispondere alle missive minatorie delle sottosegretarie americane alla Difesa, è sola; non può convocare il Parlamento Europeo (ormai a fine mandato) o i Parlamenti nazionali, come pretenderebbero i politici di tutti gli orientamenti. Si potrà porre freno a queste tendenze solo con la ricostituzione di una classe dirigente dotata di “virtus”, come quelle del mondo classico, indispensabile da sempre per una gestione collegiale della Res Publica, ispirata da un ethos e non da incentivi materiali, capace di superare indenni anche i periodi dello “stato d’eccezione” come questo delle Macchine Intelligenti.

Per questo la polemica contro la pretesa “dittatura di Bruxelles” è fuori luogo: se riferita a oggi, quando la UE, con meno dipendenti del Comune di Torino e con risorse inferiori all’ 1% del PIL europeo, non può fare praticamente nulla, ma anche  se riferita a un futuro in cui un’eventuale federazione europea, diretta da una nuova classe dirigente, per fare “più Europa”, dovrebbe, non già sovrapporsi agli Stati membri, bensì occuparsi di ciò che gli Stati membri non hanno mai fatto: una politica culturale; una difesa tecnologica; una programmazione operativa; la creazione di “campioni nazionali”; una politica monetaria proattiva.

2.La missione dell’Europa

All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica “missione” prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la “prassi liberante” propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’”intelligenza collettiva” e del “lavoratore”, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di “rovesciare il tavolo”. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori “assiali” della saggezza, della filosofia, dell’“humanitas”, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al “banauson ergon” (quel “lavoro bruto” che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’orizzonte). Un compito ciclopico che, anche in questo caso, è destinato a travolgere tutte le prospettive di corto respiro che si fronteggiano nei dibattiti politici sul futuro della società europea. Nel fare ciò, la cultura, oltre a rileggere in una luce nuova le idee classiche di “eu zen” e di “kalokagathia” e quella cristiana di “askesis”, dovrebbe aprirsi a quelle confuciane, di “junzi” e di “ren”:come Lei scrive,  ”etiche nel senso più profondo e radicale del termine: non qualche massima morale, ma insieme di consuetudini, costumi, forme di vita, che sembrano quasi affondare in passati immemorabili, dentro ai quali abitiamo.”.

Solo educando il carattere umano come si faceva in Grecia, a Roma o nei monasteri asiatici e cristiani, non già tentando, come si sta facendo oggi, di trasferire nelle macchine principi astratti (come i codici etici) che neppure noi umani riusciamo ad applicare, si potrà evitare la presa del controllo delle macchine sugli uomini e l’estinzione dell’Umano. L’Unione Europea è già oggi, certamente, un elemento di resistenza contro questo progetto totalitario, e lo sta dimostrando con la legislazione sulla privacy, con le multe ai grandi operatori, con la lotta all’ erosione fiscale. Tuttavia, l’energia impiegata in questa lotta prometeica è troppo modesta rispetto all’unicità del compito, e, soprattutto, manca a monte un modello culturale forte che supporti l’intera azione dell’Unione: il “mito della Patria Europa”, di cui parla il Suo articolo. L’azione europea su questo tema appare episodica, marginale e decontestualizzata rispetto a tanti altri temi, certamente meno urgenti che non il “Rischio Esistenziale” (Hawking, Martin Rees).

Ma, soprattutto, l’Europa  di oggi è talmente arretrata, rispetto a USA, Cina, Russia, India, Israele e Giappone, per ciò che concerne la cultura e la tecnologia informatica (intelligenza artificiale, cyberguerra, internet, intelligence, ingegneria genetica….), da non disporre neppure dei necessari strumenti di sperimentazione (come per esempio i Big Data); figuriamoci se essa è in grado di costruire un’alternativa agli attuali approcci verso l’informatica, o addirittura di imporli agli altri. Lo sforzo che l’Europa deve compiere in questo campo nei prossimi pochissimi anni è prometeico, e richiederebbe un suo specifico “mythomoteur”. Ecco quello che, a mio avviso, costituisce, come Lei scrive, “forse un valido mito per la sua rifondazione”. Del resto, i miti sono inevitabilmente congiunti a un’etica eroica, indispensabile per questo sforzo disperato (Foscolo, Carlyle).

Questa sarebbe l’unica interpretazione concreta di quell’impegno totale per la formazione permanente alla rivoluzione digitale che tutti invocano, ma nessuno attua, non avendone compreso, né la vera posta, né i necessari contenuti e sacrifici. Non è infatti l’integrazione europea a mancare di fascino, bensì la classe dirigente in essa coinvolta. Se essa prendesse a cuore con un’etica eroica la rivoluzione digitale e quanto la circonda, si conquisterebbe quell’aura che aveva circondato, nella vita come nella fiction, i protagonisti delle prime imprese spaziali sovietiche e americane.

3.Il posto dell’Europa fra i grandi Subcontinenti

Intanto, è ben vero che i valori dell’Epoca Assiale (Jaspers) sono comuni a tutte le grandi civiltà del mondo, e questo è il significato vero da dare al concetto di “universalità” e di “diritti umani”. Come Lei scrive, “…il loro valore, nel senso più reale, materiale del termine, è ancora ben riconoscibile, in America come in Russia, in Cina come in India.” Tuttavia, la specificità dell’Europa è quella di rivendicare, all’interno della comune lotta contro il totalitarismo delle macchine intelligenti, una particolare attenzione per la tutela della libertà personale e comunitaria. Purtroppo, in un mondo in cui, tanto la cultura tecnologica, quanto il controllo del web, sono in mano alle Big Five dell’informatica, e al di fuori dello spazio di controllo europeo, non bastano, né le sterili invocazioni di sacri principi, né una sofisticatissima rete di norme UE. Solo se gli Europei si battessero con spirito prometeico per contestare quel controllo, quell’auspicabile “curvatura europea” dei valori universali uscirebbe finalmente dal mondo delle sterili declamazioni. Infatti, il Caso Schrems ha messo in evidenza che anche i migliori principi del diritto europeo restano lettera morta se i nostri dati sono immagazzinati fuori dell’Europa.

Se esistono, infatti, anche fuori dell’Europa- per esempio in America e in Cina- forze che si muovono di fatto a favore della tutela dell’Umano contro l’onnipotenza delle macchine, tuttavia solo l’Europa ha posto e pone ancor oggi la libertà al centro delle questioni sociali dell’informatica. In America, dove pure è nato il movimento dei “whistleblowers”, lo spirito di libertà è soffocato dall’etica puritana, dal “politicamente corretto” e dal senso ossessivo della missione dell’esportazione della democrazia. La Cina, come tutti i Paesi socialisti,  manifesta in modo paradossale e parossistico (per esempio attraverso il sistema del “credito sociale”) proprio quelle tendenze liberticide che in America sono occultate sotto lo smalto del mercato e della “rule of law” (il “totalitarismo invertito”), tendenze ch’ essa ha clonato e clona sempre più nel suo sforzo ciclopico di superare l’Occidente per recuperare la propria autonomia anche spirituale (Zhongxue wei ti, xixue wei yong 中学为体,西学为用; come direbbe René Girard: “rivalità mimetica”).La libertà è stata tradizionalmente concepita in Cina come una liberazione collettiva con un moto atemporale verso il Datong, la Grande Armonia, ma, per raggiungere quest’ultima, s’impongono nel frattempo le dure leggi dei Legisti. Certo, la Cina costituisce anche, oggi, in pratica, con il suo formidabile sistema informatico, il principale baluardo oggettivo contro l’imposizione in tempi brevi della Singularity (unione di umano e macchinico) da parte delle Big Five (Baidu contro Google, Alibaba contro Amazon, Hwawei contro tutti). Infatti, se la Singularity non riesce ad essere unica, non è tale: non realizza, cioè, la fusione in un’unica entità dell’intero sistema pensante mondiale; quindi, non può sopprimere totalmente l’Umano. Il sopraggiungere dell’informatica cinese sta dunque dando a tutto il mondo il tempo per riorganizzarsi contro la dittatura delle Big Five.

Tuttavia, solo un’Europa molto più forte sui piani politico, militare e tecnologico, ma soprattutto culturale, potrebbe interloquire autorevolmente con le Grandi Potenze anche e soprattutto su questi delicatissimi aspetti. Se e nella misura in cui riuscirà a imporre un dialogo e un accordo internazionale, essa avrà realizzato la sola forma possibile e necessaria oggi (e filosoficamente difendibile) della “potenza assimilatrice delle proprie idee”,  da Lei auspicata.

E certamente solo un’Europa vittoriosa sul fronte dell’interfaccia uomo-macchina potrebbe prendersi serenamente cura della propria identità – e, innanzitutto, della propria poliedricità-, che va ben al di là delle “diverse nazioni e le loro lingue”, bensì comprende anche il pluralismo delle  religioni, culture, ideologie, ceti sociali, regioni, città. Gli Europaioi di Ippocrate e di Erodoto sono, infatti, oltre che gli amanti della libertà, anche il popolo federale per eccellenza. La Grecia ne era il modello (con i suoi dialetti omerico, esiodeo, arcado-cipriota, ionico, attico, dorico, eolico); con le sue leghe (peloponnesiaca, delio-attica, ionica,  tebana, cretese, etolica…);con le sue poleis e i suoi koinà. Ma  gli autori classici esaltavano anche i popoli vicini, in particolare gli “Sciti” e i “Sarmati”, in quanto animati dallo stesso amore per la libertà.

 

  1. Come narrare la Patria Europea

Per narrare, come Lei propone, la Patria Europea, s’impone, come pensava già Freud, la liberazione, dalle retoriche dell’idea di Europa, dell’autentica identità europea. Identità che, come Lei scrive, non definisce “né radici, né confini, né dimore dove poter essere ‘in pace.” Quindi, l’esatto contrario della retorica dell’Europa come Fine della Storia e come strumento di “stabilizzazione”. Grazie all’ Europa, la Storia deve poter continuare, anche se alcune sue tendenze avrebbero voluto farla finire. Questo indispensabile mito dell’Europa baluardo della diversità, e quindi del conflitto, “costruito sull’ interrogazione, il dubbio, la ricerca” ci impone di liberare da censure e tabù vaste aree della nostra cultura. A mio avviso, occorre innanzitutto non vergognarci della cultura europea quale essa è, buona o cattiva ch’essa sia;  non volerla addomesticare e censurare per renderla accettabile ai poteri del momento, ai gusti dell’elettorato oppure, ancor peggio, a una lobby che pretenderebbe che il “mito della Patria Europea” sia identico a quello dell’America.

Nello stesso modo, proprio perché l’Europa è una Patria, non già una setta, essa non è di nessuno Stato in particolare (per esempio, non del duo franco-tedesco), non di una Chiesa (per esempio, quella cattolica), non di un’ideologia (per esempio, quella progressista), non di un partito (per esempio, l’attuale “centro” del Parlamento europeo). Essa è di tutti coloro che vi vivono: del mondo atlantico come di quello eurasiatico; della Mitteleuropa come dei Balcani, dei cristiani come degli ebrei e dei mussulmani; dei riformisti come dei conservatori, dei rivoluzionari come dei reazionari. Non possiamo dire a nessuno, che viva fra di noi: tu non sei Europeo. E, di converso, tutti gli Europei hanno il diritto di formulare un “loro” progetto di Europa, che esprima la loro particolare visione.

  1. I ”Cantieri d’ Europa” continuano.

Con l’iniziativa “Cantieri d’Europa”, la nostra piccola casa editrice, Alpina, ha incominciato a fare ciò per cui essa era stata fondata fin dal 2005: riunire in un solo luogo ideale, attraverso i propri libri e le proprie manifestazioni, le voci di tutti coloro che abbiano dei contributi concreti da dare alla costruzione dell’Europa, nei vari campi dello scibile (linguistica, filosofia, storia, dottrine politiche, economia, diritto, diplomazia, tecnologia…), ma vengano marginalizzati da una cultura “mainstream” che tollera solo la superficialità e la ripetizione inconcludente di luoghi comuni. Nello stesso tempo, con il nostro stand e con le nostre 8 manifestazioni, per metà al Lingotto, e per metà fuori (il “Salone Off”), abbiamo dimostrato che l’Europa si può e si deve narrare, attraverso le cose concrete, proprio oggi, quando la maggioranza ritiene che ciò sia diventato impossibile.

In particolare, i “Cantieri”, con i libri, nostri e altrui, ivi presentati, sono riusciti a realizzare nel Salone quel compito di sintesi che originariamente avrebbe dovuto essere assunto dalla grande editoria. Nell’ assenza d’iniziative maggiori, il nostro stand ha costituito il punto d’incontro dove sono confluiti il Movimento Europeo, le Istituzioni e tanti editori, italiani e stranieri, che hanno pubblicato libri sull’ Europa: Ullstein, ADD, il Mulino, Icaria Editorial, Rubbettino, Aracne, EGEA…

Dopo le elezioni europee, si apre, per la prossima legislatura, un compito appassionante: quello di recuperare l’Europa alla battaglia per la libertà tecnologica, portandola finalmente sull’unico piano veramente attuale: quello della sovranità digitale.

Last but not least: per riuscire a narrare l’Europa, bisogna amarla, per come essa è, anche con i suoi peccati, la sua decadenza e la sua vecchiaia.

Esistiamo proprio per questo, e saremmo lieti di averLa con noi su questi temi.

Per Alpina Srl,

 

Riccardo Lala

 

 

 

ERRATA CORRIGE: Cantieri d’ Europa, Manifestazione di Venerdì 10 alle OGR

ATTENZIONE:

L’ORA DI INIZIO DELLA MANIFESTAZIONE ALLE OGR DI VENERDì 20 E’ SBAGLIATA.

L’ORA ESATTA E’ 15.00.

 

Riportiamo qui di seguito il programma corretto

Fino dalla sua fondazione,13 anni fa, Alpina ha sempre aspirato a costituire il nocciolo duro pensante di un pensiero entusiasta sull’ Europa, ma alternativo alla versione europea del pensiero unico, con le sue solo apparenti contrapposizioni….Da allora, il Salone del Libro di Torino, concreta manifestazione della vivacità culturale della nostra Regione, ha costituito lo scenario ideale della nostra azione. Già fin dal Salone del 2006, dedicato al concetto di “avventura”, avevamo presentato il nostro catalogo come “avventura dell’Europa” e “avventura delle lingue”.

Inoltre, praticamente unici fra tutti gli Enti, le Istituzioni, i movimenti, i partiti, abbiamo sempre celebrato, in tutti questi anni, con apposite giornate di approfondimento,  la Giornata dell’Europa del 9 maggio, mentre tutti sembrano averla semplicemente dimenticata.Con il passare del tempo, le nostre ipotesi di partenza si sono rivelate sempre più veritiere. Il rallentamento del processo  d’integrazione attraverso l’ Unione Europea, succeduta alle Comunità Europee di cui mi onoro di essere stato funzionario, allontanandosi dalle culture “alte” del nostro Continente, che ancora influenzavano i padri fondatori- classica, cristiana, rinascimentale, illuministica e romantica – ha perso progressivamente di mordente pratico, provocando, nel XXI secolo, una  stagnazione permanente dell’economia, e di appeal emotivo sui cittadini, lasciando spazio a discorsi qualunquistici impropriamente definiti sovranisti o populisti.

L’Europa ritornerà a fare presa sulla parte migliore dei suoi cittadini solo se saprà dare corpo alle loro più radicate domande esistenziali, quali espresse dalle pietre miliari rappresentative delle diverse culture europee, come, a titolo di puro esempio,   “Acque, arie e luoghi” di Ippocrate,  “le Storie” di Erodoto, “i Sepolcri” di  Foscolo, “Aut Aut” di Kierkegaard, “Les Fleurs du Mal” di Baudelaire,  lo “Zarathustra” di Nietzsche,  “Citadelle” di Saint Exupéry o “L’Enracinement” di  Simone Weil, e salvarli concretamente dall’ egemonia delle macchine intelligenti e dall’impotenza della nostra economia nelle lotte accanite in corso sui mercati internazionali.

Da almeno un paio di anni ci battevamo, insieme ad altri editori grandi e piccoli,  affinché un’edizione del Salone del Libro fosse dedicata interamente all’ Europa, ma la precedente gestione del Salone aveva opposto obiezioni di carattere economico. Quest’anno, ci è stato concesso di dedicare all’ Europa almeno un percorso, che stiamo realizzando in collaborazione con il Movimento Europeo in Italia, e abbiamo battezzato “Cantieri d’Europa”, da un lato italianizzando il nostro glorioso marchio “Baustellen Europas”, che si ispirava all’epoca pionieristica delle gru di Berlin-Mitte per ricostruire l’area devastata dal Muro, e, dall’ altra, all’urgenza d’ incominciare a ricostruire l’economia europea sfruttando l’occasione offertaci dalla Nuova Via della Seta.

Quest’anno, godiamo anche di due fortunate coincidenze:

-da un lato, il fatto che il Salone apre precisamente il 9 maggio, sicché possiamo  inaugurare “Cantieri d’Europa” celebrando nello stesso tempo la Giornata dell’ Europa.

-dall’altro, che le elezioni europee si terranno il 23-26 di maggio, e che pertanto il pubblico sarà preparato ad affrontare i temi più scottanti dell’Europa, quali quelli affrontati nelle nostre quattro novità librarie e nelle otto manifestazioni di “Cantieri d’ Europa” (strategie per il futuro, tecnologie e lavoro, Vie della Seta, regime linguistico.Anticipiamo così il programma dei “Cantieri d’ Europa”, che preciseremo ulteriormente in seguito.

I temi lato sensu europei stanno infiammando sempre più il mondo della comunicazione, della cultura e della politica: pro e contro la globalizzazione o l’immigrazione; la crisi; la disoccupazione tecnologica; l’avanzata pacifica della Cina; la difesa del patrimonio culturale e naturale. In un momento in cui gli Europei sono chiamati, con le elezioni del 2019, a esprimersi su questi temi, è un dovere civico, per la cultura, contribuire alla disseminazione consapevolezza di queste grandi questioni in gioco, per favorire una scelta informata e consapevole.Il metodo prescelto è quello dei “cantieri”, che allude alla volontà di costruire, ricostruendo  ciò che è andato distrutto: non imposizioni dogmatiche, bensì una ricerca in comune di qualcosa di autentico. Esso si salda con l’esigenza di formulare proposte costruttive, specie in relazione all’effetto trainante  delle innovazioni tecnologiche e della nuova Via della Seta.Questo metodo, che tentiamo d’inaugurare con il Salone di Torino 2019, potrebbe, e, a nostro avviso, dovrebbe, essere generalizzato a tutta la vita dell’Europa.

Calendario incontri e dibattiti:

Giovedì 9 maggio

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 16,30

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 1

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

Venerdì 10 maggio

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo

Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 15,00

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina,  Roberto Santaniello, Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

 

Domenica 12 maggio

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

     

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio   

 

Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Lingue per la patria europea (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano, Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

 

Con il rimescolamento generale seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

 

Modera Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

 

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

Lo stand

CANTIERI D’EUROPA

Padiglione 3, N. 131, ACCANTO ALLA SALA ARGENTO

accoglie i visitatori del Salone con le produzioni di Alpina e la documentazione del Movimento Europeo – Italia .

Inoltre, mette a disposizione di tutti una selezione delle produzioni librarie europee recenti su temi europei.

Tutti gli editori sono invitati a lasciarci in consegna, per consultazione, un esemplare dei loro libri sull’ Europa.

 

Le novità Alpina 2019 sono:

Ulrike Guérot, La nuova guerra civile, L’Europa aperta e i suoi nemici

Riccardo Lala, Il ruolo dei lavoratori nell’era dell’Intelligenza Artificiale: verso una nuova alleanza fra capitale e lavoro?

Associazione Culturale Diàlexis, L’Europa lungo le Vie della Seta, Documenti e riflessioni, con una prefazione di S.E.Alfredo Bradanini

Associazione Culturale Diàlexis, Es patrìda gaian, Lingue per la patria europea

 

 

Contatti:  Tel. 3357761536   0116690004  www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com