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RESILIENZA DELL’ EUROPA: “SURE”

Alte Briefverschlussmarke aus Papier, welche seit ca. 1850 von Behoerden, Anwaelten, Notaren und Firmen zum verschliessen der Post verwendet wurde.

Finalmente, dopo almeno un mese d’indifferenza, l’Europa sembra risvegliarsi, cercando di fornire risposte comuni ai terribili colpi infertici dalla pandemia.

Secondo il commissario Gentiloni, il proposto fondo SURE (Support to mitigate unemployment risks in emergency) raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi, ai Paesi che ne hanno bisogno, prestiti con scadenze a lungo termine.

Questa “cassa integrazione europea” proposta dalla Presidentessa von der Leyen è certamente un’ottima trovata per mettere d’accordo tutti. E’ sostanzialmente un prodotto della politica interna tedesca, molto sensibile, come ormai tutti e dovunque, ai nominalismi. Invece di chiamarla “coronabonds”, o ”MES”, termini (“Schlagwoerter”) che facevano infiammare troppo gli animi, la chiameremo “cassa integrazione”. Del resto, già quando era ministra tedesca per gli affari sociali, la von der Leyen aveva cambiato il nome al sussidio di disoccupazione, la cui denominazione gergale, “Harz IV”, ricordava troppo il cancelliere socialista Schroeder.

Qui la differenza è che i “coronabonds” proposti da Italia e Francia miravano a finanziare il debito degli Stati più deboli, lasciando a questi ultimi la libertà di disporne a piacimento, mentre il nuovo strumento aiuterebbe equanimemente tutti gli Stati, e sarebbe destinato a una finalità chiara ed evidente. Basti pensare che in questi mesi il solo settore dell’auto ha già perso, in Europa, 1 milione di posti di lavoro.

 

Ulrike Guérot: La nuova guerra civile, Alpina, 2019

1.La storia dell’ “Europaeisches Arbeitslosengeld” (“Europaeische Kurzarbeit”)

L’idea di un “sussidio di disoccupazione europeo” era nato qualche anno fa all’ interno dell’estrema sinistra tedesca (die Linke), era poi stato formalizzato nel 2018 dal ministro socialista Scholz, era stato lodato nel libro di Ulrike Guérot, pubblicato l’anno scorso da Alpina, “la nuova guerra civile”, e, infine, era finito nel programma di governo della Commissione von der Leyen, che aveva ottenuto il voto favorevole del Parlamento Europeo. Insomma, dovrebbe essere una soluzione di attuazione relativamente facile, visto che i governi l’avevano già approvata e il Parlamento votata.

Il progetto prevederebbe addirittura l’obbligo, per gli Stati Membri che ancora non l’avessero, d’introdurre, nel proprio ordinamento, quest’ istituto. Una rivincita culturale dell’Italia. Dopo tante decennali critiche alla Cassa Integrazione, la Commissione è giunta ad affermare che questo istituto si era rivelato provvidenziale, nel 2008, proprio in quei Paesi, come l’Italia, che ce l’avevano. D’altro canto, che cosa fanno i decreti di Conte, se non introdurre una sorta di “cassa integrazione per tutti”, e che cosa chiede l’opposizione? Semplicemente di accelerarne l’accredito bancario.

La Guérot aveva paragonato, nel suo libro, molto pertinentemente, la “cassa integrazione europea” alla Reichsversicherungsordnung (Decreto imperiale sulle assicurazioni) dell’ Impero Germanico, del 1911,  che ha costituito, fino al 1992, la base del diritto sociale tedesco, -e, per estensione, dell’ “economia sociale di mercato”-, di cui mi ero occupato nel 1971 presso l’ ANMA di Torino, come di  diritto vigente a tutti gli effetti, salve le norme divenute nel frattempo incostituzionali (“vorkonstitutionelles Recht”).

Si tratterebbe di un’integrazione europea, su fondi propri della Commissione (in parte già esistenti), con contributi e garanzie degli Stati membri, a supporto dei Paesi in particolare difficoltà: visto l’andamento dell’epidemia, la Presidentessa ha citato espressamente l’Italia e la Spagna. Tuttavia, fra i primi a fruirne ci sarà proprio la Germania, dato che, tra una cosa e l’altra, il mercato dell’auto e l’export in Cina si sono inchiodati, e il ministro  Altmaier sta addirittura pensando di nazionalizzare qualche grosso gruppo. Secondo il ministro del lavoro, in seguito alla quarantena, 470.000 imprese hanno fatto domanda della cassa integrazione, contro le 1.300 domande mensili degli anni passati.

Il provvedimento sarà limitato nel tempo, ma sarà prorogabile. La maggior parte dei politici europei pensa (giustamente) che un sistema di aiuti europei per il rilancio dell’economia agli Stati membri in difficoltà debba durare per l’intero esercizio pluriennale 2021-2017. Tutti citano ovviamente il Piano Marshall, ma si tratta di una citazione stucchevole, perché, come aveva spiegato bene Milward, il Piano Marshall aveva un  diverso obiettivo: quello d’ integrare l’Europa occidentale nell’ economia di un’altra potenza, l’ America, e i Governi europei lo avevano “dirottato” (almeno parzialmente) verso loro diverse finalità (risanare i rispettivi bilanci), con una resistenza occulta, ma non per questo meno efficace. E, come ha notato brillantemente Gentiloni, era stato adottato ben 2 anni dopo la guerra, non avendo quindi nulla a che fare con il rimbalzo economico postbellico.

Qui si tratta invece, -finalmente- di un aiuto reciproco fra Europei per reintegrare nel mercato del lavoro i disoccupati o i sottooccupati (che tra l’altro non sono certo solo colpa di un mese di quarantena). Quindi, contrariamente ai “corona bonds”, non  è un finanziamento dei deficit di bilancio, bensì un fondo di scopo, per altro ben mirato, che non lascia discrezionalità agli Stati membri. E’stata sostanzialmente accolta la tesi del Governo italiano: il MES sarebbe stato inapplicabile, perché qui non si tratta di prestare dei soldi a un Paese in bancarotta, bensì di concedersi reciprocamente un supporto dinanzi a una catastrofe ad oggi ancora non misurabile. Non ci sono paesi ricchi e paesi poveri, anche perché, in cima alla lista dei Paesi in difficoltà c’è, nonostante la scarsa mortalità per Coronavirus, la Germania.

La  mia preoccupazione è che, con l’ansia di mettere toppe alle nostre economie, passino  come sempre in cavalleria gli ambiziosi progetti di Macron e di Altmaier per un’autonomia tecnologica europea. Tra l’altro, proprio la presidente della Commissione era stata eletta il 16 luglio 2019 con un programma comprendente la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che avrebbe dovuto permettere all’ Europa, tra l’altro, di recuperare tutto il terreno perduto negli scorsi decenni rispetto al resto del mondo. La conferenza avrebbe dovuto partire il 9 maggio, ma, ovviamente, non partirà. Così, un altro anno è passato inutilmente, e il futuro non viene progettato, né si permette ai cittadini di dire la loro. Infine, la Commissione aveva adottato, il 19 Febbraio, un sostanzioso anche se, a mio avviso, insufficiente pacchetto di progetti per un’Europa digitale.

A mio avviso, i progetti discussi l’anno scorso, parzialmente sviluppati nel pacchetto del 19 e ampiamente commentati da think tanks e personaggi politici, possono, ed anzi debbono, essere comunque realizzati nel corso del prossimo bilancio settennale. Anche perchè le caratteristiche tipiche dell’ attuale epidemia: ruolo centrale delle statistiche, distanziazione sociale, telelavoro, diagnostica elettronica, controllo sanitario sul contante, pagamenti elettronici, hanno fatto fare, all’ economia cinese, tali  nuovi balzi tenologici in avanti rispetto a tutto il resto del mondo, che l’ Europa non può semplicemente permettersi di non fare praticamente nulla in quel campo. Il mondo non sta fermo ad aspettare i nostri comodi.

  1. »Nous sommes en guerre »

Intanto, non solo tutti gli Europei dovrebbero condividere i costi della pandemia, ma addirittura la lotta alle pandemie dovrebbe diventare un compito dell’Unione, nell’ ambito della politica esterna e di difesa comune, perché essa confina con un evento bellico. Non per nulla Macron ha dichiarato “Siamo in guerra” (e tutti l’hanno ripetuto). Ma si va in guerra senza un comandante in capo? E, infatti, gli Stati membri sono arrivati tutti impreparati perché non c’è nessun caporale che li strigli quando non fanno il loro dovere. E qui nessuno l’ha fatto. Secondo i protocolli stabiliti dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità, e perfino dalla NATO, dovrebbero esistere piani dettagliati, ospedale per ospedale, medico per medico, su cosa fare in caso di emergenza. Nei magazzini, civili e militari, dovrebbero esserci stati miliardi di mascherine.  E invece, almeno in Italia, molti di questi piani non sono stati neppure scritti, e neanche la Francia e la Spagna avevano le scorte. Infine, tutti hanno dovuto usare le attrezzature regalate da Russi e Cinesi, spesso approvvigionandosi presso fornitori non autorizzati, con richiami di materiale per qualità scadente. Solo ora  stiamo avviando una produzione nazionale. Unico Paese in regola, la Turchia, che, rispondendo all’ appello lanciato dai due Paesi attraverso la NATO, ha fatto omaggio a Italia e Spagna di qualche tonnellata di attrezzature mediche autoprodotte dall’Esercito Turco: unico fulgido esempio di “preparazione industriale bellica”, con cui si è complimentato perfino Stoltenberg.

Pensiamo che cosa sarebbe successo se, come sostenuto da molti complottisti, si fosse trattato veramente di una guerra batteriologica. Il potenziale nemico l’avrebbe vinta subito senz’altro. Quand’ ero ufficiale nella fortezza di Casale, una volta abbiamo fatto la prova della mobilitazione generale. Bene, sono stato rimproverato per il fatto di essere passato armato sulle mura della fortezza “perché qualcuno avrebbe potuto pensare che stavamo facendo un colpo di Stato”. Se affrontiamo così i problemi di una mobilitazione generale, contro il nemico o contro un morbo, certo perderemo tutte le battaglie.

La prova schiacciante di quest’ impreparazione è l’esito grottesco delle grandi manovre NATO “Defender Europe 2020”, “le più grandi manovre in Europa dopo la IIa Guerra Mondiale”, che avrebbero dovuto coinvolgere 37.000 militari, essenzialmente americani, ma anche di tutti i Paesi europei. Bene, ancora pochi giorni fa, poco dopo ch’ erano già arrivati, in Germania, 5000 Americani, l’esercitazione è stata cancellata alla chetichella, anche perché sono risultati positivi al tampone il comandante generale delle forze americane in Europa, Tenente Generale Christopher Cavoli, il comandante supremo polacco Jaroslaw Mika, il generale italiano Salvatore Farina e l’ispettore della Bundeswehr, Tenente Generale Alfons Mais, tutti dopo essere stati alla riunione del 6 marzo a Wiesbaden sulla prevenzione dell’ epidemia fra le truppe. Dopo di che, l’epidemia si è diffusa più che mai in Italia, e poi anche in America.

Queste grandi manovre sono state altamente istruttive: se una divisione americana tentasse veramente di raggiungere il Baltico, potrebbe essere fermata in mille modi, ma, in primis, con le (certo, vietatissime) armi batteriologiche. Quindi, neppure gli Stati Uniti (né la NATO) sono attrezzati adeguatamente contro le pandemie.Un’ulteriore conferma delle valutazioni del Presidente Macron sulla “morte cerebrale dello Stato”.

Robot-dottore usato a Wuhan contro il Coronavirus

3.Come coordinare gl’interventi d’urgenza, la Conferenza sul Futuro dell’Europa e il bilancio 2021-2027?

Il vero problema è che l’Europa, così come l’Italia, sta accumulando una serie di problemi insoluti, sì che sembra sempre più difficile risolverli. E, tuttavia, il fatto stesso che, da un lato, si stia mettendo in sicurezza questa fase transitoria con la “cassa integrazione europea”, e, dall’ altro, tutti convengano che gli altri problemi vadano risolti globalmente nel medio periodo, fa finalmente sperare che verranno assunte decisioni ponderate.

L’errore che un po’ tutti hanno commesso fino ad ora è stato quello di concentrarsi sugli aspetti quantitativi: gli USA hanno stanziato 1.200 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia  dopo il coronavirus, di cui una parte in “helicopter money”, cioè contanti  dallo Stato ai cittadini per far girare l’economia. Lo stesso meccanismo è stato adottato in Cina dalle comunità locali.

Il programma SURE copre 100 miliardi di Euro. La Proposta della Commissione al Consiglio lo definisce come segue:

“SURE will take the form of a lending scheme underpinned by a system of guarantees from Member States. This system will allow the Union to:

(1)     expand the volume of loans that can be provided by the SURE instrument to Member States requesting financial assistance under the instrument;

(2)     ensure that the contingent liability for the Union arising from the instrument is compatible with the Union budget constraints.

For the approach to serve the intended purpose, Member States must provide credible, irrevocable and callable guarantees to the Union in line with the respective shares in the total Gross National Income of the Union. The system of guarantees will avoid the need for up- front cash contributions from Member States while providing the credit enhancement required to ensure a high credit rating and protect the resources of the Union budget.

In addition to the provision of Member State guarantees, other safeguards are built into the framework in order to ensure the financial solidity of the scheme:

  • A rigorous and conservative approach to financial management;
  • A construction of the portfolio of loans that limits concentration risk, annual exposure and excessive exposure to individual Member States, whilst ensuring sufficient resources could be granted to Member States most in need; and
  • Possibilities to roll over debt.”

La “cassa Integrazione Europea” (SURE) non è l’unico provvedimento d’urgenza adottato per rimediare la crisi del Coronavirus, perché la Commissione sta dedicando, all’ emergenza Coronavirus, molti fondi residui in base al bilancio 2014-2021:

-una Coronavirus Response Investment Initiative:37 miliardi attraverso il Fondo Sociale Europeo

-1000 miliardi di garanzie alle banche dallo European Investment Fund  per finanziamenti alle piccole e medie imprese;

-lo European Globalisation Adjustment Fund, fino a 179 milion  di Eiuro per il 2020, per sostenerer i lavoratori disoccupati;

-lo EU Solidarity Fund, da allargarsi alle crisi sanitarie per  800 milioni di Euro  per il 2020.

 

E’ evidente che ci dovrà essere una seconda fase dedicata alla ricostruzione, in cui serviranno nuovi fondi, che però, essendo spalmati su un bilancio settennale, incontreranno meno difficoltà di reperimento.

A mio avviso, è comunque un errore valutare questi programmi in base agl’importi stanziati (quasi fossero “helicopter money”). Infatti, la maggior parte degli attuali fondi europei non sono utili, per una serie di motivi:

-non sostengono le attività essenziali (come la cultura europea, l’autonomia e la crescita digitale e in generale tecnologica, il turismo, l’esercito e l’intelligence europea, la difesa del territorio), e favoriscono invece, “a pioggia”, attività create spesso solo per mantenere inutili strutture burocratiche o per dare ossigeno ad attività senza futuro;

-sono troppo macchinosi, richiedendo un’ingente attività preparatoria senza ritorni economici;

-sono troppo manipolabili dalla politica;

-per i motivi di cui sopra, spesso non sono spesi, o addirittura non sono neppure richiesti, soprattutto nel caso dell’Italia.

Vista l’arretratezza tecnologica sempre crescente dell’Europa e la rapidità con cui le grandi potenze stanno occupando le aree strategiche della crescita tecnologica (intelligenza artificiale, computazione quantica, blockchain, finanza digitale, biomedica), i prossimi passi dell’Europa debbono essere immediati. I nuovi fondi debbono essere spesi per finanziare questi nuovi settori, non quelli maturi, né tanto meno quelli obsoleti. I capitali e il personale vanno indirizzati a spostarsi verso i nuovi settori.

Inoltre, i nuovi investimenti che andiamo a proporre dovrebbero distinguersi per il loro carattere qualitativo, non già quello quantitativo. Dovrebbe esserci una regia europea unica e forte per tutto l’avanzamento tecnologico nel Continente, eliminando le duplicazioni e le dispersioni; dovrebbero unirsi le tecnologie civili e militari; dovrebbero favorirsi le aggregazioni europee; dovrebbero privilegiarsi le qualità umane: educazione, eccellenza, responsabilità, volontariato, senza pensare che con il denaro si possano ottenere i migliori risultati, com’è dimostrato dalle enormi risorse di abnegazione dispiegate da medici, infermieri, volontari, forze armate e forze dell’ ordine in occasione della crisi sanitaria, mentre la politica, le  burocrazie sanitarie, le amministrazioni locali e l’imprenditoria sanitaria privata, tutti assieme, si erano resi responsabili della solita impreparazione, con il conseguente drammatico contributo di vite umane.

La produzione libraria del 2020 di Alpina Diàlexis sarà dedicata a questi obiettivi, e alla proposizione, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa, di un’Agenzia Europea per la Tecnologia.