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RESILIENZA DELL’ EUROPA: “SURE”

Alte Briefverschlussmarke aus Papier, welche seit ca. 1850 von Behoerden, Anwaelten, Notaren und Firmen zum verschliessen der Post verwendet wurde.

Finalmente, dopo almeno un mese d’indifferenza, l’Europa sembra risvegliarsi, cercando di fornire risposte comuni ai terribili colpi infertici dalla pandemia.

Secondo il commissario Gentiloni, il proposto fondo SURE (Support to mitigate unemployment risks in emergency) raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi, ai Paesi che ne hanno bisogno, prestiti con scadenze a lungo termine.

Questa “cassa integrazione europea” proposta dalla Presidentessa von der Leyen è certamente un’ottima trovata per mettere d’accordo tutti. E’ sostanzialmente un prodotto della politica interna tedesca, molto sensibile, come ormai tutti e dovunque, ai nominalismi. Invece di chiamarla “coronabonds”, o ”MES”, termini (“Schlagwoerter”) che facevano infiammare troppo gli animi, la chiameremo “cassa integrazione”. Del resto, già quando era ministra tedesca per gli affari sociali, la von der Leyen aveva cambiato il nome al sussidio di disoccupazione, la cui denominazione gergale, “Harz IV”, ricordava troppo il cancelliere socialista Schroeder.

Qui la differenza è che i “coronabonds” proposti da Italia e Francia miravano a finanziare il debito degli Stati più deboli, lasciando a questi ultimi la libertà di disporne a piacimento, mentre il nuovo strumento aiuterebbe equanimemente tutti gli Stati, e sarebbe destinato a una finalità chiara ed evidente. Basti pensare che in questi mesi il solo settore dell’auto ha già perso, in Europa, 1 milione di posti di lavoro.

 

Ulrike Guérot: La nuova guerra civile, Alpina, 2019

1.La storia dell’ “Europaeisches Arbeitslosengeld” (“Europaeische Kurzarbeit”)

L’idea di un “sussidio di disoccupazione europeo” era nato qualche anno fa all’ interno dell’estrema sinistra tedesca (die Linke), era poi stato formalizzato nel 2018 dal ministro socialista Scholz, era stato lodato nel libro di Ulrike Guérot, pubblicato l’anno scorso da Alpina, “la nuova guerra civile”, e, infine, era finito nel programma di governo della Commissione von der Leyen, che aveva ottenuto il voto favorevole del Parlamento Europeo. Insomma, dovrebbe essere una soluzione di attuazione relativamente facile, visto che i governi l’avevano già approvata e il Parlamento votata.

Il progetto prevederebbe addirittura l’obbligo, per gli Stati Membri che ancora non l’avessero, d’introdurre, nel proprio ordinamento, quest’ istituto. Una rivincita culturale dell’Italia. Dopo tante decennali critiche alla Cassa Integrazione, la Commissione è giunta ad affermare che questo istituto si era rivelato provvidenziale, nel 2008, proprio in quei Paesi, come l’Italia, che ce l’avevano. D’altro canto, che cosa fanno i decreti di Conte, se non introdurre una sorta di “cassa integrazione per tutti”, e che cosa chiede l’opposizione? Semplicemente di accelerarne l’accredito bancario.

La Guérot aveva paragonato, nel suo libro, molto pertinentemente, la “cassa integrazione europea” alla Reichsversicherungsordnung (Decreto imperiale sulle assicurazioni) dell’ Impero Germanico, del 1911,  che ha costituito, fino al 1992, la base del diritto sociale tedesco, -e, per estensione, dell’ “economia sociale di mercato”-, di cui mi ero occupato nel 1971 presso l’ ANMA di Torino, come di  diritto vigente a tutti gli effetti, salve le norme divenute nel frattempo incostituzionali (“vorkonstitutionelles Recht”).

Si tratterebbe di un’integrazione europea, su fondi propri della Commissione (in parte già esistenti), con contributi e garanzie degli Stati membri, a supporto dei Paesi in particolare difficoltà: visto l’andamento dell’epidemia, la Presidentessa ha citato espressamente l’Italia e la Spagna. Tuttavia, fra i primi a fruirne ci sarà proprio la Germania, dato che, tra una cosa e l’altra, il mercato dell’auto e l’export in Cina si sono inchiodati, e il ministro  Altmaier sta addirittura pensando di nazionalizzare qualche grosso gruppo. Secondo il ministro del lavoro, in seguito alla quarantena, 470.000 imprese hanno fatto domanda della cassa integrazione, contro le 1.300 domande mensili degli anni passati.

Il provvedimento sarà limitato nel tempo, ma sarà prorogabile. La maggior parte dei politici europei pensa (giustamente) che un sistema di aiuti europei per il rilancio dell’economia agli Stati membri in difficoltà debba durare per l’intero esercizio pluriennale 2021-2017. Tutti citano ovviamente il Piano Marshall, ma si tratta di una citazione stucchevole, perché, come aveva spiegato bene Milward, il Piano Marshall aveva un  diverso obiettivo: quello d’ integrare l’Europa occidentale nell’ economia di un’altra potenza, l’ America, e i Governi europei lo avevano “dirottato” (almeno parzialmente) verso loro diverse finalità (risanare i rispettivi bilanci), con una resistenza occulta, ma non per questo meno efficace. E, come ha notato brillantemente Gentiloni, era stato adottato ben 2 anni dopo la guerra, non avendo quindi nulla a che fare con il rimbalzo economico postbellico.

Qui si tratta invece, -finalmente- di un aiuto reciproco fra Europei per reintegrare nel mercato del lavoro i disoccupati o i sottooccupati (che tra l’altro non sono certo solo colpa di un mese di quarantena). Quindi, contrariamente ai “corona bonds”, non  è un finanziamento dei deficit di bilancio, bensì un fondo di scopo, per altro ben mirato, che non lascia discrezionalità agli Stati membri. E’stata sostanzialmente accolta la tesi del Governo italiano: il MES sarebbe stato inapplicabile, perché qui non si tratta di prestare dei soldi a un Paese in bancarotta, bensì di concedersi reciprocamente un supporto dinanzi a una catastrofe ad oggi ancora non misurabile. Non ci sono paesi ricchi e paesi poveri, anche perché, in cima alla lista dei Paesi in difficoltà c’è, nonostante la scarsa mortalità per Coronavirus, la Germania.

La  mia preoccupazione è che, con l’ansia di mettere toppe alle nostre economie, passino  come sempre in cavalleria gli ambiziosi progetti di Macron e di Altmaier per un’autonomia tecnologica europea. Tra l’altro, proprio la presidente della Commissione era stata eletta il 16 luglio 2019 con un programma comprendente la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che avrebbe dovuto permettere all’ Europa, tra l’altro, di recuperare tutto il terreno perduto negli scorsi decenni rispetto al resto del mondo. La conferenza avrebbe dovuto partire il 9 maggio, ma, ovviamente, non partirà. Così, un altro anno è passato inutilmente, e il futuro non viene progettato, né si permette ai cittadini di dire la loro. Infine, la Commissione aveva adottato, il 19 Febbraio, un sostanzioso anche se, a mio avviso, insufficiente pacchetto di progetti per un’Europa digitale.

A mio avviso, i progetti discussi l’anno scorso, parzialmente sviluppati nel pacchetto del 19 e ampiamente commentati da think tanks e personaggi politici, possono, ed anzi debbono, essere comunque realizzati nel corso del prossimo bilancio settennale. Anche perchè le caratteristiche tipiche dell’ attuale epidemia: ruolo centrale delle statistiche, distanziazione sociale, telelavoro, diagnostica elettronica, controllo sanitario sul contante, pagamenti elettronici, hanno fatto fare, all’ economia cinese, tali  nuovi balzi tenologici in avanti rispetto a tutto il resto del mondo, che l’ Europa non può semplicemente permettersi di non fare praticamente nulla in quel campo. Il mondo non sta fermo ad aspettare i nostri comodi.

  1. »Nous sommes en guerre »

Intanto, non solo tutti gli Europei dovrebbero condividere i costi della pandemia, ma addirittura la lotta alle pandemie dovrebbe diventare un compito dell’Unione, nell’ ambito della politica esterna e di difesa comune, perché essa confina con un evento bellico. Non per nulla Macron ha dichiarato “Siamo in guerra” (e tutti l’hanno ripetuto). Ma si va in guerra senza un comandante in capo? E, infatti, gli Stati membri sono arrivati tutti impreparati perché non c’è nessun caporale che li strigli quando non fanno il loro dovere. E qui nessuno l’ha fatto. Secondo i protocolli stabiliti dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità, e perfino dalla NATO, dovrebbero esistere piani dettagliati, ospedale per ospedale, medico per medico, su cosa fare in caso di emergenza. Nei magazzini, civili e militari, dovrebbero esserci stati miliardi di mascherine.  E invece, almeno in Italia, molti di questi piani non sono stati neppure scritti, e neanche la Francia e la Spagna avevano le scorte. Infine, tutti hanno dovuto usare le attrezzature regalate da Russi e Cinesi, spesso approvvigionandosi presso fornitori non autorizzati, con richiami di materiale per qualità scadente. Solo ora  stiamo avviando una produzione nazionale. Unico Paese in regola, la Turchia, che, rispondendo all’ appello lanciato dai due Paesi attraverso la NATO, ha fatto omaggio a Italia e Spagna di qualche tonnellata di attrezzature mediche autoprodotte dall’Esercito Turco: unico fulgido esempio di “preparazione industriale bellica”, con cui si è complimentato perfino Stoltenberg.

Pensiamo che cosa sarebbe successo se, come sostenuto da molti complottisti, si fosse trattato veramente di una guerra batteriologica. Il potenziale nemico l’avrebbe vinta subito senz’altro. Quand’ ero ufficiale nella fortezza di Casale, una volta abbiamo fatto la prova della mobilitazione generale. Bene, sono stato rimproverato per il fatto di essere passato armato sulle mura della fortezza “perché qualcuno avrebbe potuto pensare che stavamo facendo un colpo di Stato”. Se affrontiamo così i problemi di una mobilitazione generale, contro il nemico o contro un morbo, certo perderemo tutte le battaglie.

La prova schiacciante di quest’ impreparazione è l’esito grottesco delle grandi manovre NATO “Defender Europe 2020”, “le più grandi manovre in Europa dopo la IIa Guerra Mondiale”, che avrebbero dovuto coinvolgere 37.000 militari, essenzialmente americani, ma anche di tutti i Paesi europei. Bene, ancora pochi giorni fa, poco dopo ch’ erano già arrivati, in Germania, 5000 Americani, l’esercitazione è stata cancellata alla chetichella, anche perché sono risultati positivi al tampone il comandante generale delle forze americane in Europa, Tenente Generale Christopher Cavoli, il comandante supremo polacco Jaroslaw Mika, il generale italiano Salvatore Farina e l’ispettore della Bundeswehr, Tenente Generale Alfons Mais, tutti dopo essere stati alla riunione del 6 marzo a Wiesbaden sulla prevenzione dell’ epidemia fra le truppe. Dopo di che, l’epidemia si è diffusa più che mai in Italia, e poi anche in America.

Queste grandi manovre sono state altamente istruttive: se una divisione americana tentasse veramente di raggiungere il Baltico, potrebbe essere fermata in mille modi, ma, in primis, con le (certo, vietatissime) armi batteriologiche. Quindi, neppure gli Stati Uniti (né la NATO) sono attrezzati adeguatamente contro le pandemie.Un’ulteriore conferma delle valutazioni del Presidente Macron sulla “morte cerebrale dello Stato”.

Robot-dottore usato a Wuhan contro il Coronavirus

3.Come coordinare gl’interventi d’urgenza, la Conferenza sul Futuro dell’Europa e il bilancio 2021-2027?

Il vero problema è che l’Europa, così come l’Italia, sta accumulando una serie di problemi insoluti, sì che sembra sempre più difficile risolverli. E, tuttavia, il fatto stesso che, da un lato, si stia mettendo in sicurezza questa fase transitoria con la “cassa integrazione europea”, e, dall’ altro, tutti convengano che gli altri problemi vadano risolti globalmente nel medio periodo, fa finalmente sperare che verranno assunte decisioni ponderate.

L’errore che un po’ tutti hanno commesso fino ad ora è stato quello di concentrarsi sugli aspetti quantitativi: gli USA hanno stanziato 1.200 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia  dopo il coronavirus, di cui una parte in “helicopter money”, cioè contanti  dallo Stato ai cittadini per far girare l’economia. Lo stesso meccanismo è stato adottato in Cina dalle comunità locali.

Il programma SURE copre 100 miliardi di Euro. La Proposta della Commissione al Consiglio lo definisce come segue:

“SURE will take the form of a lending scheme underpinned by a system of guarantees from Member States. This system will allow the Union to:

(1)     expand the volume of loans that can be provided by the SURE instrument to Member States requesting financial assistance under the instrument;

(2)     ensure that the contingent liability for the Union arising from the instrument is compatible with the Union budget constraints.

For the approach to serve the intended purpose, Member States must provide credible, irrevocable and callable guarantees to the Union in line with the respective shares in the total Gross National Income of the Union. The system of guarantees will avoid the need for up- front cash contributions from Member States while providing the credit enhancement required to ensure a high credit rating and protect the resources of the Union budget.

In addition to the provision of Member State guarantees, other safeguards are built into the framework in order to ensure the financial solidity of the scheme:

  • A rigorous and conservative approach to financial management;
  • A construction of the portfolio of loans that limits concentration risk, annual exposure and excessive exposure to individual Member States, whilst ensuring sufficient resources could be granted to Member States most in need; and
  • Possibilities to roll over debt.”

La “cassa Integrazione Europea” (SURE) non è l’unico provvedimento d’urgenza adottato per rimediare la crisi del Coronavirus, perché la Commissione sta dedicando, all’ emergenza Coronavirus, molti fondi residui in base al bilancio 2014-2021:

-una Coronavirus Response Investment Initiative:37 miliardi attraverso il Fondo Sociale Europeo

-1000 miliardi di garanzie alle banche dallo European Investment Fund  per finanziamenti alle piccole e medie imprese;

-lo European Globalisation Adjustment Fund, fino a 179 milion  di Eiuro per il 2020, per sostenerer i lavoratori disoccupati;

-lo EU Solidarity Fund, da allargarsi alle crisi sanitarie per  800 milioni di Euro  per il 2020.

 

E’ evidente che ci dovrà essere una seconda fase dedicata alla ricostruzione, in cui serviranno nuovi fondi, che però, essendo spalmati su un bilancio settennale, incontreranno meno difficoltà di reperimento.

A mio avviso, è comunque un errore valutare questi programmi in base agl’importi stanziati (quasi fossero “helicopter money”). Infatti, la maggior parte degli attuali fondi europei non sono utili, per una serie di motivi:

-non sostengono le attività essenziali (come la cultura europea, l’autonomia e la crescita digitale e in generale tecnologica, il turismo, l’esercito e l’intelligence europea, la difesa del territorio), e favoriscono invece, “a pioggia”, attività create spesso solo per mantenere inutili strutture burocratiche o per dare ossigeno ad attività senza futuro;

-sono troppo macchinosi, richiedendo un’ingente attività preparatoria senza ritorni economici;

-sono troppo manipolabili dalla politica;

-per i motivi di cui sopra, spesso non sono spesi, o addirittura non sono neppure richiesti, soprattutto nel caso dell’Italia.

Vista l’arretratezza tecnologica sempre crescente dell’Europa e la rapidità con cui le grandi potenze stanno occupando le aree strategiche della crescita tecnologica (intelligenza artificiale, computazione quantica, blockchain, finanza digitale, biomedica), i prossimi passi dell’Europa debbono essere immediati. I nuovi fondi debbono essere spesi per finanziare questi nuovi settori, non quelli maturi, né tanto meno quelli obsoleti. I capitali e il personale vanno indirizzati a spostarsi verso i nuovi settori.

Inoltre, i nuovi investimenti che andiamo a proporre dovrebbero distinguersi per il loro carattere qualitativo, non già quello quantitativo. Dovrebbe esserci una regia europea unica e forte per tutto l’avanzamento tecnologico nel Continente, eliminando le duplicazioni e le dispersioni; dovrebbero unirsi le tecnologie civili e militari; dovrebbero favorirsi le aggregazioni europee; dovrebbero privilegiarsi le qualità umane: educazione, eccellenza, responsabilità, volontariato, senza pensare che con il denaro si possano ottenere i migliori risultati, com’è dimostrato dalle enormi risorse di abnegazione dispiegate da medici, infermieri, volontari, forze armate e forze dell’ ordine in occasione della crisi sanitaria, mentre la politica, le  burocrazie sanitarie, le amministrazioni locali e l’imprenditoria sanitaria privata, tutti assieme, si erano resi responsabili della solita impreparazione, con il conseguente drammatico contributo di vite umane.

La produzione libraria del 2020 di Alpina Diàlexis sarà dedicata a questi obiettivi, e alla proposizione, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa, di un’Agenzia Europea per la Tecnologia.

COME USCIRE DALLA CRISI?

L’

L’unione fa la forza

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

1.Superare la debolezza strutturale dell’ economia

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

La fine di Enrico Mattei, grande imprenditore pubblico

2.Storia dell’entropia dell’economia italiana

Molti, a cominciare da Bradanini, sostengono che l’Italia si troverebbe in questa disgraziata situazione per effetto di una manovra tedesca, che avrebbe manipolato la costruzione europea per farla coincidere con i propri interessi. Non mi sembra che, né la Germania abbia tratto particolare giovamento da questa situazione, visto che la sua economia stava già precipitando come la nostra, né che abbia potuto influenzare particolarmente la decadenza dell’economia italiana. Quest’ultima deriva piuttosto da una vera e propria regia a lungo termine dell’ America, che ha persuaso la politica e l’economia italiane ad adattarsi ad un costante  ruolo di “follower”, come quando si è voluta uccidere la Olivetti, si è spinta l’industria automobilistica verso le basse cilindrate (notoriamente meno redditizie), si sono acquisite le industrie di alta tecnologia come il Nuovo Pignone e l’Avio, ecc..Orbene, anche i sassi sanno che, nel XXI secolo, chi non è il più innovativo è sempre perdente. Quindi, con quelle operazioni, già tanti anni fa si era decretata la condanna a morte dell’Italia quale grande potenza economica. Molte delle tendenze politiche e culturali dell’ultimo cinquantennio (neo-liberismo internazionale, globalismo, operaismo) vanno lette come semplici coperture ideologiche di questa banale realtà.

La stessa Germania e tutta l’Europa sono state succubi di queste politiche, ed è per questo che ora siamo tutti qui a tirare una coperta divenuta troppo corta. Inoltre, l’Italia era uno dei maggiori beneficiari dell’ export delle grandi corporations tedesche (per esempio verso la Cina), e quindi la crisi tedesca aggrava la crisi italiana.

Certo, all’ interno dell’Unione, la Germania ha potuto difendere le proprie imprese più tradizionali grazie all’ adozione di un sistema politico “di partecipazione” che ha tolto molto potere al capitalismo privato, influenzabile da considerazioni personalistiche, lobbistiche e familiari, trasferendolo piuttosto a sindacati e Enti locali, istituzionalmente preposti alla tutela degl’interessi del territorio. Basti guardare alla “Legge Volkswagen”. Invece, in Italia, le forze culturali e politiche dominanti, marxiste e cattoliche, avevano scelto, per motivi diversi, il modello dell’“autonomia delle parti sociali”, apparentemente più favorevole ai lavoratori, ma nella sostanza per nulla attento agl’interessi a lungo termine delle imprese e prono agl’interessi personalissimi o familistici di singoli azionisti. Un’impresa tedesca non può trasferire la sede all’ estero, perché una simile decisione dovrebbe passare da un Consiglio di sorveglianza dove siedono i sindacati, e, spesso, lo stesso Governo. Io mi guarderei dal criticare altri solo perché hanno scelto sistemi più efficienti del nostro. Inoltre, lo strano ircocervo dell’Euro ha incentivato la continuazione e l’allargamento della tradizionale politica tedesca di stabilità monetaria, favorevole alle produzioni di altissima qualità e sfavorevole alle produzioni economicamente marginali e tecnicamente mature (come quelle italiane). Tuttavia, non si sarebbe comunque potuto imporre a tutta l’Europa di continuare a produrre magliette in concorrenza con il Bangladesh.

E ricordiamoci anche che la Germania ha una popolazione molto superiore a qualunque Stato europeo, e, anche a causa della sua posizione centrale (oltre che dei collegamenti logistici, storici, culturali ed etnici con tante parti d’Europa), ha sempre avuto, nella storia, un ruolo molto importante, qualunque ne fosse la copertura ideologica e istituzionale

 

Giovani italiani volontari in Israele

3.Rovesciare il tavolo e cambiare le regole del gioco

Vari amici mi “girano” documenti web contro il “tradimento”  della Germania, che meriterebbe un brutto voltafaccia da parte nostra, per la mancanza di aiuti ma, soprattutto, per  la resistenza all’idea dei  “Coronabonds”.  Secondo Bradanini, anzi, il problema numero uno sembrerebbe essere proprio la Germania.  Certo, il  comportamento di molti Stati europei in occasione dell’epidemia ha suscitato una diffusa avversione  da parte dei Paesi vicini: dalla Germania, che cura solo 8 malati e non vuole permettere un maggiore aiuto finanziario europeo, alla Francia che non ha inviato nessun aiuto, per passare ad Austria e Slovenia che hanno chiuso le proprie frontiere, mentre aiuti pervenivano (e ancora pervengono) da tutto il mondo, per giungere, infine, alla Repubblica Ceca che ha addirittura dirottato mascherine cinesi destinate all’ Italia, che per caso erano passate da Praga, distribuendole immediatamente ai propri ospedali, e inventandosi un poco credibile furto e un altrettanto poco credibile sequestro. Sotto questo punto di vista Bradanini è ancora troppo buono, limitandosi a scrivere, “accogliendo qualche paziente italiano che non trova posto negli ospedali italiani ridotti allo stremo proprio dalle sue politiche”, perché, tra l’altro, il sostanziale rifiuto dei medici tedeschi (anzi, di tutti i medici europei occidentali) di venire ad aiutare in Italia, volendo “portarsi i malati a domicilio”, denota la mancanza di dedizione al lavoro che dovrebbe caratterizzare l’etica medica, di cui sono invece dotati quelli cinesi, russi, cubani e albanesi (e dei volontari evangelici americani).

Certo, di fronte ad atteggiamenti così estremi, non si può che criticare, ma si deve soprattutto riflettere sulle motivazioni. Non tanto per stabilire torti e ragioni, quanto per stabilire, come diceva Nietzsche, la “verità in senso extramorale”. La freddezza verso la tragedia dell’Italia, ingiustificabile anche verso estranei, nel caso dei nostri vicini è sintomatica dell’insostenibilità dell’Europa attuale,come è stata costruita, non soltanto in quanto economicistica, non soltanto in quanto funzionalistica, ma in generale in quanto razionalistica. Scriveva Pavese, “un paese ci vuole” (sia esso un villaggio, una città, una regione, una nazione, un continente, un impero). Ma qualunque “paese”, non sarà mai tale se non sarà in grado di richiamare ricordi, fedi, sentimenti, idee, progetti, passioni. Quello che è stato fatto e ci è stato detto sui nostri quartieri, città, regioni, Stati,ma soprattutto sull’ Europa, è soltanto ch’ essi servono per fornirci “servizi”, per impedire la violenza, per favorire il progresso materiale, per portarlo in tutto il mondo. Non abbiamo monumenti, canzoni, poemi, riti. Quello che c’è sono dei predicozzi della domenica, più noiosi delle stesse  vere e proprie prediche, insopportabili perfino per il Papa:“the Waste Land”.

Paradossalmente, hanno più fascino i richiami ad Aristotele, Virgilio, Matteo Ricci e Dostojevskij fatti da Cina e Russia, legati a concreti gesti di umana, o anche solo, perché no, politica, solidarietà.

E, infatti, la nostra Europa è quella di Ippocrate, Svetonio, Leibniz, Montesquieu, Beethoven, Nietzsche, Stephan Zweig, Simone Weil, un’ Europa che non è legata a nessuna forma istituzionale,   ma ci porta a collocarci consapevolmente   e in modo originale all’ interno di una cultura mondiale. Da questa Europa non possiamo sfuggire, perchè, per quanto conosciamo, studiamo e apprezziamo Confucio, Laotze, Mozi, Sunzu, Kang You Wei e Zhang Wei Wei;Shiratori e Mishima; Tagore e Gandhi; Averroè, Al Ghazzali e Ibn Khaldun; Eliot e Pound; Dos Passos e Frantzen, pure ci siamo formati, e ancora pensiamo e sentiamo, sulla base di quei maestri, e non di questi ultimi, che non capiremo mai sufficientemente. Siamo, nostro malgrado, imprigionati nell’ identità europea.

3)L’UE è facoltativa; l’ Europa è comunque obbligatoria

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

The Waste land: gli Stati e le società contemporanei

4)Perché Altmaier è contro i “Coronabond”?

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

5)Non si può difendere l’Unione Europea solo con la retorica

Perciò, oggi è impossibile continuare a sostenere, di fronte a tutti i critici dell’Europa, che la soluzione dei problemi passi attraverso l’Unione Europea così com’essa è attualmente congegnata,  nella quale non credono più, né la Francia, né la Germania, le quali comunque la vorrebbero anch’esse molto diversa. Gli attuali meccanismo mancano assolutamente di resilienza e incoraggiano le peggiori tendenze degli Stati Membri. Inoltre, è divenuto del tutto credibile che, nella situazione di carenza generalizzata da parte della UE (per esempio nel fornire assistenza tecnica, finanziamenti, investimenti e tecnologie), qualche Stato membro trovi aiuti, non solo per le mascherine e per i ventilatori, ma per cose più sostanziose, come l’importazione di lotti strategici di prodotti mancanti e l’esportazione degli stock invenduti, il sostegno al turismo organizzato, e soprattutto ad imprese tecnologiche e di servizi con ambizioni di leadership in Europa, presso altri attori. E’ ovviamente, in primo luogo, il caso della Cina. Questo è il senso delle “Nuove Vie della Seta”, che comprendono collaborazioni strutturate in tutte le aree geografiche e in tutti i settori della vita sociale: la “Via della Seta Culturale”, la “Via della Seta della Salute”…

D’altra parte, è chiaro che un’ Europa divisa, non solo non potrà rimontare la china dell’ irrilevanza e del declino su cui è già ora abbondantemente avviata, ma diverrà in men che non si dica il teatro di una “guerra senza limiti” per procura, di cui esistono già infinite premesse, non solo nello spazio ex-sovietico, ma anche nell’ ex Jugoslavia, in Catalogna, nell’ arcipelago britannico. Si farà sentire più che mai l’esigenza di un egemone interno al nostro Continente. Un blocco sud ed est europeo intorno all’ Italia potrebbe risultare perfino più credibile, come federatore interno, in un mondo dominato da battaglie culturali prima che economiche, che non l’auto-elettosi blocco dell’Europa nord-occidentale, oramai in disfacimento. Quindi, i nostri improbabili neo-nazionalisti, anziché auspicare un’Italia isolata, dovrebbero pensare piuttosto a un’Italia leader. Cosa che non si potrà fare senza l’apporto di tutti i colossi, demografici, economici, politici, culturali e militari, dell’Eurasia.

Non si può comunque lasciare il campo libero alle sole grandi potenze, soprattutto oggi, quando le “pruderies” europee di auto-flagellazione stanno lasciando un poco ovunque il campo ad una volontà di rinascita e di combattimento. Sotto questo punto di vista, le identità regionali, nazionali ed europea, sono tutt’altro che in conflitto fra di loro, in quanto esse corrispondono semplicemente a ciò che De Las Casas chiamava le “corone” e Tocqueville “l’antica costituzione europea”, cioè gli eredi della “Patrios Politeia” greca e dell’ Impero Romano. Così come Atene e Sparta erano diversissime e inimicissime fra di loro, ma sconfissero insieme l’Impero Persiano, così le differenti parti dell’Europa possono avere un peso sulla politica mondiale se operano in modo congiunto (come alla difesa di Vienna da parte di Jan Sobieski e del Principe Eugenio).

Per esempio, Regione alpina, Italia ed Europa hanno tutte una loro storia e tradizione millenaria, che ha influenzato la storia del mondo (basti pensare a Roma, ai condottieri sabaudi, al calvinismo,  a Nietzsche in Costa Azzurra e a Torino). Mancano solo delle idee che le tengano insieme in un disegno unitario.

Le forme giuridiche e finanziarie contano molto meno delle idee. Per questo credo che una battaglia pubblicistica fondata sulle idee più che sulle istituzioni abbia oggi un significato strategico, e per questo continuiamo a condurla.

 

L’amicizia è una sola anima in due corpi (Aristotele)

6)L’attrattività della Via della Seta

La retorica degli aiuti pervenuti all’ Italia e ad altri Paesi europei in difficoltà, per quanto forse esagerata, corrisponde a quello che vorremmo sentire esprimere dai nostri vicini e concittadini europei; “L’amicizia è un’anima in due corpi” (“filìa estì mia psyché en dysì sòmasi enoikoumène”: Aristotele citato testualmente sui cargo sbarcati ad Atene) “Dalla Russia con amore”; …

Quanto alla prima frase, era passata in Cina attraverso l’omonima opera (交友论) di Matteo Ricci:“….Il grande regno di Europa è regno di discorsi fondati nelle ragioni: desidero sapere quello che loro sentono della amicitia’. Io, Matteo, mi raccolsi per alcuni giorni in luogo secreto e raccolsi tutto quanto avevo udito di questa materia desde la mia fanciullezza e feci il seguente libretto

Anche la meccanica dell’ aiuto russo è tutta una simbologia: “dalla Russia con amore” è l’impresa di un agente segreto, così come i medici inviati sono ufficiali medici dell’ Armata Russa, in missione speciale; gli aerei sbarcano a Pratica di Mare come i grandi del G7 quando Berlusconi, appunto nello “Spirito di Pratica di Mare” aveva invitato a un’alleanza fra Russia e Occidente; Pratica di Mare è il luogo dove sarebbe sbarcato Enea, per gettare le basi della nuova Troia: Roma. Insomma, come aveva profetizzato Dostojevskij, la Russia salverà l’ Europa. D’altronde, al tempo del terremoto di Messina del 1908, era stata la flotta russa ad arrivare in soccorso, prima  di quella inglese (ultima quella italiana).

Il Ministro degli Esteri Di Maio ha risposto con una parallela, ma efficace, retorica: “Il popolo italiano sarà eternamente grato al popolo russo”, pronunziata all’ aeroporto, accogliendo il generale al comando dell’ operazione.

Dopo la fine dell’epidemia, la Cina sta già ripartendo con i magazzini pieni di attrezzature mediche, con i data base pieni di dati epidemiologici, con le fabbriche che devono riprendere i rapporti di fornitura, ma anche con le casse non ancora esaurite. Certamente avrà tutta l’opportunità, a mano a mano che l’epidemia passerà, di riprendere con più vigore gl’investimenti lungo la Via della Seta. L’Italia si era già incamminata sulla strada degl’investimenti congiunti in Paesi Terzi. Solamente, il famigerato MOU era stato incredibilmente depotenziato per ottemperare ai diktat americani, e, poi scarsamente attuato anche per la parte rimanente. Si tratterebbe ora di concretizzare il reciproco  goodwill  maturato durante l’epidemia, per finalizzare operazioni più sostanziose e più paritetiche. Per esempio, che ne è della ventilata cessione della tecnologia dei 5G a dei concorrenti da parte di Huawei? Perché non acquisirla noi (per esempio come TIM), per poi metterla in joint venture con Nokia ed Erickson, per creare un nuovo polo europeo?

Avio Spazio è presente in tutti i programmi dell’ ESA e di Arianespace

7)L’”Europa delle Patrie” è favorevole ai progetti europei.

Scrive Bradanini che la critica attuale costruzione europea , e addirittura il progetto di smantellare l’ attuale Unione, all’ dovrebbe essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle rispettive preferenze circa il futuro assetto dell’ Europa.:”Si tratta di un obiettivo che andrebbe perseguito sia da coloro che sono contrari a ogni genere di aggregazione europea, sia da coloro che sono a favore di un’Europa Confederale, e infine sia da coloro che – seppure meno realisticamente – si battono per un’Europa Federale. Una volta smantellato l’attuale assetto privo di democrazia e distruttore di benessere, allora ciascuno potrà battersi, facendo tesoro di questa tragica lezione, per i suoi obiettivi. “ Secondo me, Bradanini ha dimenticato ancora almeno tre soluzioni: a)la ristrutturazione complessiva dell’attuale situazione di “multi-level governance” (ONU, NATO, OCSE, Consiglio d’ Europa, UE, Stati membri, Regioni, Città), propugnata da Diàlexis nel suo libro “100 idee per l’ Europa”; b)la “Repubblica Europea” quale proposta da Ulrike Guérot nel suo libro “La nuova guerra civile” edito da Alpina nel 2018;l’ “Europa delle Patrie” propugnata a suo tempo da DE Gaulle e ripresa (senza dirlo) dal Rassemblement National di Marine Le Pen.

A mio avviso, la contrapposizione fra “Europa delle Patrie” e “Europa Federale” fomentata ai tempi di De Gaulle (ma anche dallo stesso Generale), è sempre stata artificiosa e pretestuosa. Il cosiddetto “metodo intergovernativo”, seguito sempre di fatto dall’ Unione, e non l’“Europa delle Patrie”, è la forma estrema del funzionalismo. E’ sotto De Gaulle che si sono realizzati gli unici “campioni Europei”realmente esistenti : L’Agenzia Spaziale Europea, l’ Ariane, l’Airbus. Sotto l’Unione, nessuno, anzi, si è depotenziata l’EADS, facendola ritornare allo stato di Airbus.

L’”Alliance des Nations Européennes” è un formidabile « fascio » di progetti europei, dalla difesa, all’ ecologia, al digitale. La realtà è che qualunque iniziativa nei settori vitali, essendo basata sui big data e sull’ intelligence, richiede enormi economie di scala: la lotta all’ epidemia, il Word Wide Web, la conquista dello spazio. Perciò, anche coloro che non vorrebbero l’Europa unita, sono costretti, se sono seri, a volere i progetti europei. Poco importa se i soggetti giuridici che li realizzano siano società di capitali (come Airbus) o consorzi (come Eurofighter), pubblici (come l’ESA) o privati (come Ariane), civili (Come le Università Europee) o militari (come DARPA): l’importante è che li facciano, e che quindi siano forniti per i mezzi per farli. In ogni caso, a oggi, imprese “federali” come quelle che aveva suggerito Galimberti nella sua bozza di costituzione non ce ne sono. A rigore, un’”alleanza delle nazioni europee” che, sotto forma di “progetti europei”, realizzasse tutto ciò che l’Unione Europea non ha mai fatto (Accademia Militare e Accademia Digitale; Re-skilling digitale; intelligence europea; esercito europeo; agenzia tecnologica europea; Via della Seta,campioni europei), sarebbe certo più europeista dell’attuale Unione.

Pagamenti elettronici con Alipay anche in Europa

8)Che dire dell’ Euro?

I critici dell’Europa se la prendono tutti con l’Euro, che indubbiamente non ha realizzato i miracoli ch’erano stati promessi, ma non ha neppure provocato i danni che si dicono. E’stato neutro. Il guaio dell’Euro è proprio la sua neutralità. Ora, nessuno può permettersi di essere neutrale, in un momento, come il nostro, di guerra senza limiti. Non s’è mai vista una moneta che ha l’unico obiettivo di non svalutarsi. Certo, per poterlo utilizzare come strumento di politica economica occorre qualcuno che lo manovri. Che non può essere un aeropago di superburocrati e gerontocrati, per quanto bravi, continuamente “tirati per la giacca” da tutti, con risultati alquanto confusi. Bradanini propone, in alternativa,  di stampare lire: “In particolare, i biglietti di stato a corso legale senza debito costituirebbero un salto quantitativo e qualitativo decisivo, consentendo allo Stato di creare tutta la moneta necessaria all’economia per riprendersi, senza dover gestire le obiettive complicazioni che un’eventuale uscita unilaterale dall’euro implicherebbe.”

A me sembra invece che la questione dell’Euro sia in via di superamento con l’emissione di monete elettroniche. In Cina si fa tutto con Alipay (compreso il tracciamento dei malati di coronavirus): fra breve, chi emetta i biglietti di banca diverrà irrilevante. Per ora, sul piano sperimentale, perché qualche Stato membro (per esempio, l’ Italia), non emette una sua valuta elettronica?

Certo, anche questa soluzione ha i suoi inconvenienti: come nel caso della Banca Romana (ex banca dello Stato Pontificio), a cui il Regno d’Italia aveva dimenticato di togliere il diritto di battere moneta. Tutto era finito con la speculazione edilizia, le bancarotte, i processi e una crisi di governo.Ma, di fronte a tutto ciò che sta succedendo, sarebbe il male minore.

Resta la questione della politica economica. I detrattori dell’ Euro, e i sostenitori del sovranismo, sostanzialmente rimpiangono i tempi in cui l’Italia (come gli altri Paesi europei), si facevano concorrenza con l’inflazione. Certo, l’inflazione è un potente strumento di mobilitazione sociale, ma non può essere l’unico motore dell’ economia. Una “economia sostenibile” è un’economia fondata su un’idea chiara dell’ uomo e su programmi  con un orizzonte strategico, una politica economica a lungo termine, imprese solide e innovative con piani pluriennali, progetti ambiziosi a medio termine, una classe dirigente e una forza lavoro qualificata, motivata e stabile.

Tutto questo lo dovranno realizzare comunque città, regioni, Stati, Europa ed Eurasia, tutti insieme, anche se la responsabilità prevalente dovesse spostarsi da un soggetto all’ altro. L’importante è che qualcuno lo faccia, infine.

 

CIRCA GLI AIUTI MEDICI ALL’ ITALIA E IL DOPO CORONAVIRUS

Italia

E’indecoroso come, di fronte alla gravità di un’epidemia che colpisce il mondo intero, fa migliaia di morti e smentisce provvidenzialmente le pretese di onnipotenza della megamacchina tecnocratica mondiale, tutti, anziché presentare, sostenere (al limite combattere per) delle concrete soluzioni, si siano invece scatenati in una polemica infinita per distribuire meriti e demeriti “pro domo sua”.

Uno dei casi tipici è costituito dalla polemica sugli aiuti cinesi e russi all’ Europa, che non è certo limitata all’ Italia, né al Coronavirus. Anche perché gli aiuti cinesi sono arrivati non solo all’ Italia, ma anche  a Spagna, Irlanda, Belgio, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Serbia e Grecia, e perfino agli USA. Proprio allo scopo di riportare il tutto su un piano di dibattito obiettivo, occorre inquadrare la questione nel suo contesto generale.

Austria

 

L’accordo EU-Cina sugl’investimenti

Non che non esistano sostanziose ragioni di conflitto sul tema. L’Unione Europea si era impegnata l’anno scorso, con un protocollo firmato con il Premier Li Keqiang, a firmare finalmente quest’anno a Lipsia (città di Angela Merkel) il trattato sulla protezione degl’investimenti, le cui trattative sono in corso dal 2012. Questa firma costituirebbe uno smacco per gli Stati Uniti, che non hanno mai riconosciuto l’UE come un partner di pari livello. Di qui i ritardi, dovuti anche al tentativo di fare firmare prima il TTPI, che avrebbe sancito l’isolamento della Cina. Essendo il TPPI morto e sepolto, ora non resta che firmare con la Cina.

A questo punto si è mosso George Soros, il quale, con il suo recente articolo su “Project Syndicate”, ha chiesto nientepopodimeno che: (i)la UE non firmi il trattato con la Cina; (ii) il PCC destituisca Xi Jinping per una sua pretesa cattiva gestione dell’epidemia (https://www.project-syndicate.org/commentary/china-huawei-threat-to-european-values-by-george-soros-2020-02).  Quindi, il coronavirus è soltanto un preteso per un conflitto ben più generale.

E’ ovvio comunque che, con pressioni di tale fatta, tutti, dai politici ai funzionari UE, ai giornalisti, si siano affrettati a prendere le distanze dalla Cina. E’ stata perfino più obiettiva la posizione assunta dalla Voice of America, la quale (https://www.voanews.com/science-health/coronavirus-outbreak/chinese-virus-aid-europe-raises-long-term-concerns)  prende obiettivamente atto che, e per la sua forza intrinseca, e per essersi già liberata dall’ epidemia, la Cina è l’unica forza capace di sostenere l’ Europa nella prossima crisi economica.

Belgio

Aiuti extraeuropei e European Way of Life

Anche l’Alto Rappresentante UE Josep Borrell si è detto preoccupato di questa crescente influenza cinese, che, a suo avviso, mirerebbe “a screditare l’Unione Europea”(e perché non gli Stati Uniti?). L’articolista di Atlanticoquotidiano, Federico Punzi, con un intervento ripreso sul blog di Rinascimento Europeo, se la prende invece soprattutto con gli aiuti russi, forniti attraverso l’unità NBC (nucleare, chimica e batteriologica) dell’esercito, al quale il Governo italiano avrebbe fornito troppa visibilità.

Non capisco queste preoccupazioni, e, in particolare, quelle della Unione.

Da un lato, l’Unione Europea sostiene che il suo compito è difendere la “European Way of Life”. Dall’ altro, all’inizio del secolo XXI, l’Europa era completamente immersa nell’ influenza americana; dalla lettura della storia all’ideologia politica, dalle lobbies all’informatica, dall’esercito all’ economia, dalla cultura al costume, tant’è vero che c’era lo slogan “siamo tutti americani”. Dov’era allora la “European Way of Life”?

Nel corso di questi ultimi vent’anni, qualche piccolo aspetto dell’”America Mondo”(Antonio Valladao), più che altro simbolico, è stato già messo in discussione. Tutto sommato, l’ Islam non è più una cosa diabolica, i Russi sono stati capaci di sconfiggere qualche alleato degli USA e di riportare una qualche pace in Siria, e hanno cambiato la loro costituzione, inserendo un richiamo agli antenati e alla fede ortodossa, la Cina ha superato gli USA in quanto a potere reale d’acquisto e la Turchia si è fornita di missili russi per prevenire un eventuale aiuto esterno ad un eventuale nuovo tentativo di “regime change” come gli ultimi due tentati golpe. Tuttavia, la gran parte delle nostre vite, pubbliche e private,  è ancora condizionata massicciamente dall’influenza americana: il Complesso Informatico-Militare,  la protestantizzazione del cattolicesimo, la NATO, il signoraggio del dollaro, ecc…

Serbia

Il dialogo con l’Eurasia: lievito per un dibattito interno.

Coloro che affermano continuamente di volere un’ “Europa  sovrana”, capace di decidere il proprio destino (appunto, la “European Way of Life” per dirla con Ursula von der Leyen, un’aristocratica gran dama tedesca ben diversa dagli sguaiati politici americani), non possono che auspicare ulteriori scalfitture a questo controllo dominante, che ci consegna legati mani e piedi a un futuro transumanista. Per esempio, attraverso una maggiore apertura dell’Europa al dibattito culturale e all’ interscambio economico e tecnologico con l’Eurasia, oggi inceppato dai dazi, dalle sanzioni, boicottaggi e diktat, ma, soprattutto, dalle censure ideologiche. Da tutto ciò potrebbero venire almeno degli spunti per una revisione della vulgata storica “occidentalista” che parte da Cristoforo Colombo, passa dalla Riforma e dalle Rivoluzioni Atlantiche, per terminare con la “liberazione”, il Piano Marshall e la Fine della Storia. Come pure di una retorica dei diritti a cui corrisponde di fatto una continua restrizione della libertà di parola e della capacità dei cittadini d’influenzare la cosa pubblica. E, infine, una lotta non più solo cartacea della UE contro la NSA, Google, Facebook ed Amazon. Tuttavia, anche allora, saremmo ancora soltanto all’inizio dell’opera.

Infatti, dato che non esiste, in Europa, nessun importante soggetto, né culturale, né sociale, né politico, né militare, capace di sostenere tale politica veramente europea, tutto ciò potrà essere fatto solo sfruttando  gli spazi di libertà indotti nella società europea dalla concorrenza fra Americani, Cinesi, Russi, ma ormai anche Arabi, Israeliani e perfino Cubani. Una volta tanto, invece di combattere noi per altri, lasciamo che altri combattano per noi. Questo non significa affatto che dobbiamo diventare dei cow-boys, comunisti, cosacchi, imam, chassidim o barbudos. Perciò, prepariamoci a prendere in mano la situazione, con idee molto più chiare di quante ve ne siano adesso.

Quanto all’ Italia, in un’Europa veramente autonoma, essa avrebbe certamente un peso molto maggiore, perché cadrebbero proprio i motivi di sottovalutazione del nostro Paese che lo isolano politicamente (l’incapacità di seguire fino in fondo i modelli puritani; la prevalenza, sull’industria, dei servizi, che si scontra con la volontà dell’ America di riservarsi  questo settore; la capacità di coalizione con i Paesi mediterranei, anche quelli che oggi non sono membri della UE). Per questo, è molto sospetto il fatto che politici e intellettuali che si pretendono conservatori, anziché salutare con gioia l’arrivo di aiuti dall’unico Paese europeo che esalta nella propria costituzione tradizioni e religione, se ne dicano preoccupati.

Infine, per tornare al Coronavirus, nessuno ha potuto criticare nel merito l’arrivo degli aiuti cinesi, russi o cubani, perché ce n’è bisogno, in quanto gli Stati europei sono stati estremamente improvvidi. Mascherine e respiratori fanno parte delle scorte strategiche della guerra nucleare, chimica e batteriologica (NBC), tant’è vero che la Francia ne aveva addirittura miliardi. Tuttavia, sempre nell’ assurdo affidamento sugli Stati Uniti, perfino le scorte francesi si sono esaurite.

Prima la Cina e l’Organizzazione Mondiale (OMS) della Sanità, poi le lobby americane, avevano già ammonito l’anno scorso sui rischi di una pandemia di Coronavirus, prima, con il lancio, con il Forum di Pechino della Via della Seta, della “Via della Seta della Salute”, con la partecipazione del Presidente dell’OMS, poi, con l’ “Event 201”, a New York, del Forum di Davos, della Fondazione Gates e dalla John Hopkins University.

Naturalmente, i governi non si erano mossi, e ora solo i giganti eurasiatici si rivelano pronti, per la loro mole e per l’elevato livello di preparazione bellica. Si noti, per esempio, che il Governo indiano, che non per nulla aveva creato da tempo il movimento popolare sanitario Fitindia, è stato in grado di ordinare il lockout simultaneo di un miliardo e trecentomila abitanti, in anticipo sullo scoppio dell’epidemia.

Grecia

Dopo il coronavirus ci vorrà un’altra economia

Atlanticoquotidiano lamenta che noi ci staremmo comportando come dei “paesi in via di sviluppo”. In realtà, noi siamo attualmente proprio dei “Paesi in via di sottosviluppo”. Nessuno dei meccanismi oggi in discussione in Europa è in grado di rovesciare questo sottosviluppo, perché non basta allentare i vincoli di bilancio se non c’è un piano unitario e gli Stati membri continuano a gestire l’emergenza con i soliti criteri pseudo-liberistici e in sostanza assistenzialistici, sotto un blando coordinamento UE. Tutti i soldi che comunque gli Stati investiranno per rilanciare l’economia dovrebbero essere destinati a creare nuove attività nei settori tecnologici più promettenti, nonché legati alla sanità, che richiedono un’enorme concentrazione degli sforzi, e, soprattutto, un appoggio politico sul piano internazionale.

Riccardo Lala*

*Articolo pubblicato contemporaneamente su  Rinascimento Europeo