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VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

DAL CORONAVIRUS ALLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: Abbiamo bisogno di uno Stato europeo

I grandi Stati-Civiltà risalgono all’ Epoca Assiale

La crisi del coronavirus  sta avendo un effetto maieutico  sulla presa di coscienza, da parte degli Europei, della loro situazione esistenziale e storica. In questo post, ripercorrerò la logica che ci porta, dalla constatazione di questo “shock”, fino ad individuare i rimedi alle lacune che esso sta evidenziando. Intanto, il coronavirus ha provocato uno slittamento della Conferenza sul futuro dell’ Europa, che non potrà che essere salutare, vista la confusione da cui  la Conferenza era stata circondata fin dall’ inizio, e  il profilo bassissimo su cui essa è stata fino ad ora tenuta. Con più tempo a disposizione, sarà possibile lanciare una campagna per trasformarla radicalmente, in un momento di lotta per una vera Europa, una, libera e forte (cfr. il dibattito virtuale “2500 anni delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman”). Le osservazioni che seguono vorrebbero servire come una sorta di base conoscitiva per la Conferenza, anche perché, come ha dichiarato la Commissaria Dubravka Suica, il Coronavirus non potrà non fare la parte del leone anche nella Conferenza (quando e se questa comincerà).

In secondo luogo, la pandemia ha costituito un salutare “memento mori”, che può essere estremamente positivo per un approccio lato sensu “filosofico” alle grandi questioni della vita umana e sociale, oggi anestetizzate dal messianismo tecnocratico. Come scrive la Civiltà Cattolica. “La morte c’era, ma il mondo del consumo e del piacere riusciva a reprimere la paura della morte nei nostri cuori. Un’intera generazione in Europa è cresciuta in questo mondo superficiale, e non ne conosce altri. Certo, la crisi economica a volte si è mangiata la nostra sicurezza, ma uscire la sera, viaggiare, consumare il nostro corpo e il nostro cuore hanno eclissato i nostri interrogativi e hanno eclissato anche i nostri dubbi.

Tutto questo adesso è cambiato. La morte, che aveva un ruolo secondario, lontano da noi, dietro le quinte, è tornata al centro del palcoscenico. La morte, la finitezza della nostra esistenza sollevano radicalmente la questione del senso della nostra vita. L’isolamento e la solitudine ci permettono di approfondire questi interrogativi e di giungere a una vera conversione.”

In terzo luogo, ha costituito la conferma (già anticipata dalle Guerre Mondiali, dalla bomba atomica e dal riscaldamento atmosferico), del fatto che la società tecnologica del Terzo Millennio, lungi dal costituire la (e/o il) Fine della Storia(come avevano preteso, non soltanto il primo Fukuyama, ma buona parte dell’ establishment mondiale), è esposta alla morte, alle stragi, ai limiti, alla volontà di potenza, all’ inganno, né più né meno di quelle che l’hanno preceduta.

In quarto luogo, essa ha fornito l’esemplificazione pratica di ciò che alcuni illuminati autori  (come Zamiatin, Huxley, Orwell e, soprattutto, Asimov), affermavano da almeno 100 anni, vale a dire che le logiche intrinseche delle società contemporanee  proseguono quella concentrazione delle conoscenze, e, quindi, del  potere (lo “spirito assoluto”), che sta rendendo inevitabile la creazione di una rete di controllo tecnologica mondiale, la quale, più ancora che limitare le (solo apparenti) libertà individuali, sostituirà addirittura il pensiero macchinico a quello umano, con un processo che Asimov aveva descritto nei minimi dettagli nel suo racconto “Una decisione inevitabile”(dove sono le macchine a imporre le loro decisioni allo Stato mondiale).

In quinto luogo, che questa trasformazione trascende le ideologie, le nazioni e perfino le volontà umane, perchè si tratta di un mutamento antropologico (l’evoluzione dall’ uomo al cyborg, dal cyborg all’ androide, dall’ androide all’ automa, dall’ automa all’ ecosistema, dell’ecosistema alla macchina mondiale, n e da questa alla “Singularity Tecnologica”).

In sesto luogo, che questo processo produce un impressionante allineamento di tutte le società sugli stessi standard metodologici, attraverso: la creazione di un potere centrale smisurato, legittimato dalla continua emergenza e supportato da un crescente apparato di tecnici e di militari (il complesso informatico-militare); l’emanazione di leggi draconiane, ricalcate sulla guerra chimico-batteriologica (i decreti di urgenza di Conte, il lockdown di un miliardo e trecento milioni di persone in India, i poteri speciali a tempo indeterminato di Orbàn); dall’abbandono perfino della finzione di un’economia di concorrenza (sospensione nella UE del divieto degli aiuti di Stato); infine, un’economia diretta centralmente, finalizzata al superamento  di quell’ emergenza (il War Production Act); il controllo permanente dell’ informazione, per non turbare le azioni emergenziali dello Stato (legislazione contro le “fake news”,addirittura con attività pubbliche di disinformazione per orientare il comportamenti dei cittadini).

In settimo luogo, la pandemia  prefigura una situazione di guerra chimica e batteriologica, alla quale evidentemente “l’Occidente” non è preparato. Basti considerare che:

se poi si prenono per buoni i numeri dell’ Ordine ei Medico-in Cina, da dove l’epidemia è partita, si sono registrati 4.500 morti circa su un miliardo e quattrocentomila abitanti (1/280.000); in America, 28000 su 300 milioni (1/10.000); in Europa, 100.000 circa su 513.000.000 (1/5.130 circa).In Italia, 20.000 circa su 5° milioni, quindi 1/2.500, e, in Piemonte,2200 circa su 4.340,000, 1/2.000. Quand’anche fossero vere le cifre sulla Cina diffuse senza alcuna prova da fonti americane (42.000 morti), il tasso sarebbe comunque 1/33.000, tre volte meno di quello americano, sei in meno di quello europeo e 15 volte meno di quello piemontese. Se poi si prendono per buoni i dati dell’ Ordine dei Medici di Torino(3300),il risultato è 1/1300. E comunque la Cina è stata la prima a subire l’ epidemia e la prima a uscirne, mentre non si sa come finirà in Europa o in America;

-Defender Europe 2020 –“le più grandi manovre dalla fine della IIa Guerra Mondiale”-destinate a portare alle frontiere della Russia 37.000 soldati NATO, è stata cancellata alla chetichella mentre le truppe americane stavano arrivando in Europa e i generali si ammalavano uno per uno;

-La Cina è stata accusata di violazione delle Regole Internazionali di Sanità per una presunta lentezza nella sua reazione all’epidemia (per altro giustificata dalla confusione a livello locale, che c’è anche qui, che ha portato alla destituzione del vertice del Partito Comunista dell’Hubei e la presa del controllo diretto dal centro sulla gestione dell’ epidemia); tuttavia, quella “lentezza” (quale, visto che la comunicazione all’ OMS è del 31 dicembre, mentre la prima paziente , secondo il Wall Street Journal,si era ammalata il 10 Dicembre, era stata ricoverata il 18 e solo il 27 un medico aveva segnalato alle autorità locali che si potrebbe trattare di una nuova malattia?) era giustificata dalla novità del virus e dall’atteggiamento minimizzatore delle autorità locali (identico a quelli di Johnson e di Trump), mentre gli altri Stati del mondo, pur avendo avuto, chi uno, chi due, mesi per riflettere, si sono fatti trovare quasi tutti impreparati, con i risultati che sono sotto i nostri occhi. Inoltre, i primo paziente cinese è morto l’11 gennaio, e il giorno stesso si è svoltqa una riunione con l’OMS. Vorrei vedere se tutto ciò si fosse svolto in Lombardia.

-Dal punto di vista strettamente giuridico, le pretese americane di costruire una responsabilità civile della Cina per l’epidemia sono infondate, e sostenute solo dalla volontà di Trump di scaricare su qualcun altro la responsabilità della vistosa inadeguatezza dell’America. Perchè, se veramente qualcuno avesse voluto usare contro l’America un’arma batteriologica, avrebbe potuto provocare ben più danni. E comunque, visto che l’Occidente ha (come si sta vedendo), una competenza tecnica infinitamente inferiore in materia epidemiologica, qualche settimana in più di informazione sarebbe stata assolutamente inutile sul piano della prevenzione (che non c’è ancora neppure adesso). Non solo, ma in quelle settimane di “ritardo” la Cina ha fatto più prevenzione di tutto il mondo messo insieme nei mesi successivi. Inoltre, il presunto “ritardo” è un fatto tecnico ovvio, perché, da quando si verificano i primi casi, poi le prime ospedalizzazioni, poi i primi decessi, poi si capisce che si tratta di una malattia nuova, e, infine, si mobilitano le necessarie risorse, locali e nazionali, passano, ovviamente, molte settimane (ammesso che i politici vogliano veramente fare qualcosa, ma è lo stesso Trump che sta mobilitando l’opinione pubblica contro la quarantena nel suo stesso Paese).

Ma sulla gestione politica dell’ epidemia torneremo un’altra volta con i dovuti dettagli.

Marco Polo in divisa da guerriero tartaro

1.Il confronto ossessivo con l’Oriente

Dato appunto lo spadroneggiare ovunque delle “fake news” generate da presso al potere, questa complessa e inquietante realtà viene narrata, da noi, sempre e soltanto come un avatar dell’eterna lotta fra “dittatura” e “democrazia”, dove, dopo i Persiani, i Cartaginesi, i Tolomei, l’Islam, i totalitarismi, il nemico sono ora la Russia e/o la Cina (a seconda dei giorni).

Quest’impostazione è fuori tempo massimo,perché, nel XXI secolo, non è tanto un sistema che prevale sull’altro, ma è la macchina che prevale sull’ uomo. Si noti che il maggiore successo nell’ utilizzazione di queste tecniche di controllo digitale di massa si è avuto, non già in Cina, ma in Corea del Sud, considerata un paese “democratico”, ma ancor più confuciano della Cina. Quindi, la minaccia non è portata tanto alla democrazia, bensì alla narrativa anglosassone sulla superiorità tecnica dell’etica protestante, che già Max Weber aveva negato, accostandola, appunto quanto all’ efficacia, a quelle confuciana e sciita. Come affermava già John Fiske, la capacità dell’America di conquistare il mondo deriverebbe dalla superiorità del suo ethos religioso, ed è per questo che sono state necessarie, per l’espansione dell’America le infinite narrative sull’ arretratezza culturale ed etica degli altri popoli del mondo.

Oggi, il problema numero uno dell’ “establishment” occidentale è, perciò, il fatto che i Paesi confuciani (e, per ora, anche quelli induisti e sunniti, ma anche Israele-) sono riusciti, grazie alla loro disciplina, a contenere l’epidemia  molto meglio di quelli “occidentali”, sì che si teme che, proprio sotto gli effetti dell’ epidemia, la Cina (ma, intorno a lei, l’Asia intera ), possa realizzare quel rovesciamento dell’equilibrio mondiale ch’era stato vagheggiato, tra l’altro, da personaggi così diversi come Leibniz, i Taiping, Aurobindo, Pound, Mao e Béjart, e, più recentemente, da, Panikkar, Jacques, Frankopan e Khanna, nonché dall’Islam radicale. Prospettiva esiziale per l’”establishment”, che, sul mantenimento di questo innaturale equilibrio (o meglio squilibrio), ha investito tutte le sue ambizioni.

L’argomento principe contro questa prospettiva è che, come ha scritto Reuters, “il coronavirus avrebbe fatto emergere ‘dall’ombra’ il sistema di sorveglianza cinese. Più che un’emersione, in realtà, si potrebbe dire che il virus ha consentito un utilizzo ad hoc di strumenti che i cinesi sono abituati a usare o ‘subire’ ogni giorno.” Sarebbe così confermato il carattere “illiberale” dell’ Oriente, contro cui occorrerebbe combattere nonostante che sia più efficace.

Soprattutto, in tutto il mondo, nella fase di “rientro”, che si annunzia lunga, queste tecniche “cinesi” dovranno essere sempre più affinate, come dimostra lo sviluppo fenomenale, durante la crisi di Wuhan, delle tecniche informatiche di rilevazione della temperatura, di schedatura delle cartelle cliniche, di distanziamento, ecc., che oggi sono importate e copiate ansiosamente in tutto il mondo. Dopo l’emergenza, sarà ben difficile che si rinunzi ai vantaggi di quest’organizzazione, che potranno essere preziosi nella lotta contro le mafie, nella preparazione bellica, nella gestione delle smart cities, ma soprattutto in una tutela efficace della salute, che richiede una memorizzazione, organizzazione e aggiornamento continuo della storia clinica di ciascuno…

Intanto, le Big Tech americane stanno copiando senza problemi tutte queste “invenzioni” cinesi . Per esempio, la Apple e la Google stanno producendo insieme la app, già universale in Cina, che avverte gli utenti se sono stati in contatto con persone infette, dimostrando “a contrario”, che le stesse tecnologie sono buone se realizzate dalle OTTs americane, e cattive se realizzate invece dalle multinazionali cinesi. Fortunatamente, in Italia è una società italiana a sviluppare la nuova app per conto del Governo.

Il Surya Namaskar, il saluto al Sole, antichissimo rito dello Yoga

3. Le possibili contromisure

In effetti, vi sarebbero metodi per evitare che questo inevitabile controllo totale si tramuti in un’insopportabile “gabbia d’acciaio”, ma questi mezzi non riguardano sterili documenti cartacei, né presuntuose regole ingegneristiche, bensì la natura stessa dell’umano, che, se un tempo poteva ben resistere allo scatenamento degli elementi e alla furia delle fiere, perché mai non potrebbe resistere ora alla sottile tirannide delle macchine?

Chi, come me, ha vissuto lungamente all’ interno  di vari attuali sistemi burocratici, sa bene come questo prevalere, sul comportamento umano, dell’apparato sociale e tecnologico (l’”Apparato” di Heidegger) fosse insito già anche nelle società dell’ era industriale, senza dover aspettare la società delle macchine intelligenti: condizioni disumanizzanti del lavoro, soprattutto intellettuale, standardizzato; imposizione di regole astratte e inapplicabili (come quelle della cosiddetta “privacy”); dipendenza di intere vite da decisioni verticistiche, lontane, indecifrabili e per  lo più autolesionistiche perfino per chi le adotta (ristrutturazioni senza freno); spionaggio industriale generalizzato (Echelon, Prism, Sigint)…

Già nel secolo scorso l’unica difesa contro l’impazzimento della tecnostruttura scossa dalle successive ondate di globalizzazione era costituita dal rafforzamento della tempra d’individui aggrappantisi alle loro radici sociali: familiari, religiose, culturali, locali, ideologiche, che permettevano il mantenimento dell’equilibrio umano e della dignità pure in condizioni di dequalificazione, demotivazione, conformismo, mobbing, censura… Le condizioni in molte istituzioni pubbliche e private  assomigliavano molto a quelle degli universi concentrazionari descritti da Kafka, se non da Primo Levi e Sol’zhenitsin. Oggi, alla mancanza di senso della burocrazia, si aggiunge quella delle macchine intelligenti, attraverso le quali dobbiamo oramai passare per lavorare, viaggiare, telefonare, scrivere, pagare, comunicare con le pubbliche amministrazioni, e che ci fanno impazzire con i loro continui cambiamenti, con il loro linguaggio astruso, con i guasti,  con le infinite passwords, con la cyber-delinquenza, con le registrazioni, le intercettazioni, le verifiche,il “phishing”,  le intrusioni, la cosiddetta “privacy”..

Questa nuova follia costituisce solo il preludio alla società del controllo totale quale anticipata dalla crisi del Coronavirus, con la schedatura delle condizioni di salute di tutta la popolazione, il suo tracciamento automatico continuo, la segregazione domiciliare, i controlli ininterrotti, anche da parte di medici e poliziotti-robot (“robocops”).

Questi rischi di degenerazione dell’umano nella società complesse aveva spinto molti antichi autori, in Occidente come in Oriente, a ricercare e proporre mezzi per una resistenza del soggetto alle imposizioni del sistema. La “saggezza” taoista e confuciana, così come l’ascetismo buddhista e del primo Cristianesimo, possono e debbono essere letti in questo senso. Il saggio tardo antico, pur restando fondamentalmente un guerriero ( Junzi 君子 -il “gentleman” confuciano-; “il santo atleta” di Dante)
non si oppone più frontalmente e in armi , come Leonida o l’Eroe di Zhang Yi Mou, all’ordine dell’impero provvidenziale (Serse, Qin Shi Huangdi), ma se ne astrae, vuoi coltivando il “wei wu wei” (l’agire senza agire dei Taoisti), vuoi attraverso le arti marziali, vuoi attraverso il ritiro nell’ eremo (l’“exeundum de saeculo erit”di Tertulliano). Anche per l’Islam, il “Grande Jihad” non è quello bellico, bensì l’ascetismo interiore.      

Alla fondazione, nel 1925, dell’ Università Tsinghua, Liang Qichao aveva appunto esaltato la figura del junzi confuciano: “come il cielo si mantiene vigoroso con i suoi movimenti,  così il junzi deve tendere costantemente alla perfezione; così come condizione della terra  è quella di una fertile dedizione, così il  junzi deve sostenere con la sua mente il mondo esterno” . Nell’odierna sinologia americana, questa capacità dell’”uomo superiore” di resistere a un mondo ostile, anche tecnologico, è stato reso traducendo il concetto di “junzi” come “supereroe”. Seguendo questa tradizione, l’attuale cultura confuciana mira al “ringiovanimento della nazione cinese”, citato anche  da Xi Jinping. Come noto, un antesignano di questo atteggiamento era stato il confucianesimo programmatico di Ezra Pound, che vedeva in questa filosofia il futuro del mondo, e, in particolare, dell’America. Pound reinterpretava la storia universale in un’ottica confuciana, e vedeva Jefferson e Adams come degli eroi confuciani (appunto, dei Junzi).

Un’altra “via” per resistere all’ invadenza del’”Apparato”, che risale all’ antica Grecia e alla Cina e Giappone imperiale, è l’esercizio fisico. Per gli Spartani, l’esercizio fisico serviva solo per fortificare spirito e corpo in vista della guerra, mentre gli ateniesi perseguivano un ideale di perfetta fusione fra bellezza esteriore e nobiltà d’animo. Per i Greci in generale la parola agón, radice del nostro agonismo, indicava una vera e propria necessità di confronto. Un atleta, artista, mercante, soldato, perfino un mendicante aveva bisogno di confrontarsi con il suo “avversario”. Pensiamo a Ulisse e i Proci.Il risultato: il “kalòs k’agathòs”, il “bello e buono”, il rappresentante perfino ambiguo e inquietante di quella pienezza umana che si tenterà poi di riprendere con l’Umanesimo. Quell’Umanesimo che dev’essere oggi rivissuto attraverso quell’ “umanesimo digitale” di cui parla Nida-Rümelin.

Nella tradizione orientale, quella via corrisponde alle arti marziali. Le quali stanno a loro volta contaminandosi con l’high tech, per esempio con l’invenzione delle armature tecnologiche (“lorica”), che permettono di fare duelli con armi vere.

Un’ultima strada di resistenza, di carattere pratico, ma non meno eroico, è costituita dall’atteggiamento di resistenza dei whistleblowers (Assange, Manning, Snowden), che tanto hanno contribuito alla diffusione in Europa della consapevolezza della società del controllo totale.

L’auriga:
statua simbolo della kalokagathia nel mondo olimpico

4.Che cosa fa e cosa potrebbe fare l’Europa

Purtroppo, come hanno ribadito ancora recentemente i vertici europei, i Trattati non hanno previsto, in questi come in tutti i campi che veramente contano, una competenza dell’Unione. Una situazione generalizzata per le organizzazioni intenazionali, dove anche l’OMS si è rivelato debole e minimalistica, “tirata per la giacchetta” dalle varie grandi potenze che (non) la finanziano. La realtà è che, nella cultura tecnocratica che ha presieduto alla creazione delle Organizzazioni Internazionali, ha prevalso deliberatamente una visione “grigia” dell’uomo (Arfaras), senza quello spessore culturale che, in particolare, la medicina aveva avuto in passato e che aveva trovato la sua espressione massima in Ippocrate, Averroè, Maimonide, Freud e Jung. Medici e autori che, non diversamente da Confucio, guardavano alla totalità dell’umano, e che ha contribuito più di ogni altro alla definizione dell’identità europea.

I trattati europei permettono a Bruxelles, al massimo, di sostenere, coordinare o completare l’azione dei Paesi membri. Ed è quello che sta facendo la commissaria Ue per la Salute Stella Kyriakides, che ogni giorno, in videoconferenza, fa il punto della situazione coi 27 ministri nazionali della Salute e degli Interni. L’agenzia europea per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) con sede a Stoccolma, fornendo  alle autorità nazionali linee guida, dati, analisi del rischio e raccomandazioni riguardo all’emergenza coronavirus. La Commissione Ue ha formato una task force di esperti composto da epidemiologi e virologi provenienti da diversi Stati membri, tra cui anche l’Italia, per tracciare linee guida per tutti i 27 Paesi dell’Ue e delineare misure di gestione del rischio basate su dati scientifici.

Un lavoro decisivo è stato quello del team del commissario europeo al mercato unico Thierry Breton, che ha lavorato per individuare le capacità di produzione in relazione ai bisogni di ciascuno dei 27 Paesi. Facile a dirsi, ma faticosissimo a farsi.  Una volta compreso che la produzione interna di materiale non sarebbe bastata, la Commissione ha preso contatti con la Cina per l’invio di materiale in Europa e creato una rete di contatti con industrie tessili e imprese del settore del Continente per creare una filiera europea per la produzione di mascherine e ventilatori, e per far circolare i prodotti sanitari che non seguono gli standard europei ma che proteggono in modo equivalente il personale sanitario e i comuni cittadini dall’infezione senza metterne a rischio la salute. Se Francia e Germania a metà marzo hanno sbloccato le esportazioni di mascherine verso l’Italia, nel momento più critico, è stato grazie alle pressioni di Breton.

“rescEu”è una piattaforma creata dalla Commissione Ue nel 2019 che da inizio aprile si occuperà di creare la prima riserva comune europea di attrezzature mediche di emergenza destinate alla terapia intensiva. Bruxelles ha stanziato 50 milioni per l’acquisto di ventilatori, dispositivi di protezione individuale come le mascherine riutilizzabili, eventuali vaccini e sostanze terapeutiche. La Commissione finanzierà il 100% della scorta, che sarà immagazzinata in uno o più Stati membri. Ma saranno gli Stati ospitanti gli unici responsabili dell’acquisto delle attrezzature e il rischio è che le tensioni nazionali e le rivalità su chi debba occuparsene portino a uno stallo e una mancanza di solidarietà.

La Commissione ha offerto anche un prestito di 80 milioni di euro a CureVac, la società biofarmaceutica tedesca con sede a Tubinga che sviluppa terapie basate sull’RNA messaggero. Un’azione rilevante visto che l’amministrazione Trump aveva offerto all’azienda di trasferire la ricerca del vaccino anti coronavirus negli Stati Uniti per far avere agli americani l’accesso esclusivo agli eventuali risultati. Un atto di sovranismo europeo.

Tuttavia, gli Stati Membri, come sono andati avanti alla spicciolata nella fase del lockdown e sono ancora divisi sui Coronabonds, si avviano sulla stessa strada anche in quella della ripresa. Abbiamo visto Stati, come l’ Italia, che hanno decretato ben presto un severo lockdown, e altri, come la Svezia,  che ancora si rifiutano di farlo. Poi vengono i partiti,  le regioni, i comuni e le organizzazioni di categoria, animati più che altro da un’ansia di protagonismo

Per non parlare del risvolto culturale ed educativo, dove lo sforzo dell’Europa è, anziché quello di abbozzare una cutura europea di resistenza alla massificazione,  addirittura quello di impedire che sorga un dibattito che metta in discussione i fondamenti antropologici dell’ipermodernità, che sono alla base di tutti i nostri attuali problemi. E’ strumentale a questa censura il modo errato con cui viene posta la questione del rapporto con il resto del mondo. La questione centrale non è infatti quella della democrazia, visto che nessuno degli  organi che operano oggi sulla crisi del Coronavirus è stato eletto, e neppure delegato da organi eletti, bensì quella dell’ efficacia strategica, che, nel sistema europeo attuale, è praticamente zero. Basti pensare alla Commissione, nominata dai Governi fuori della stessa regola degli “Spitzenkandidaten”, al premier Conte, che non si è mai neppure presentato alle elezioni, nominato   primo ministro da una coalizione di centro-destra, in cui rappresentava un partito allora di maggioranza relativa, ma oggi nettamente in minoranza all’ interno dell’attuale coalizione di centro-sinistra, ma sempre  presieduta da Conte; ai vari commissari straordinari “tirati fuori” dal cappello dalla burocrazia o dal management privato, come Borrelli e Colao.

La definizione giusta dell’attuale sistema europeo non è quindi “democrazia”, bensì “poliarchia”: la coesistenza di molti centri di potere  (che è dubbio se definire “democratici”), fra di loro in conflitto. Questo termine viene in genere utilizzato per designare il sistema di potere dell’ Asse, dove il Fuehrer, la Wehrmacht,le SA, le SS, l’Abwehr, il Sicherheitsdienst, gli alleati, i comandanti militari, e talvolta Gauleiter prestigiosi come von Schirach, conducevano politiche contrastanti e perciò confuse, come si era visto in occasioni come la Notte dei Lunghi Coltelli, le guerre dell’Italia, i rapporti con l’indipendentismo ucraino, la battaglia di Stalingrado, la missione di Hess, il “Movimento giovanile europeo”,  l’attentato contro Hitler, il tentativo di pace separata…Non per nulla l’ Asse aveva perso la guerra.

Quello che ci vorrebbe in Europa sarebbe invece un coordinamento vero, visto anche che (ma nessuno lo ricorda), la Presidente della Commissione è un medico, e specializzato proprio in epidemiologia e medicina sociale, e inoltre è stata anche ministro della Sanità.  Come aveva dedicato Socrate all’ inizio della cultura europea, al governo ci devono essere i competenti. Però, bisogna anche che il sistema permetta ai competenti di esprimersi, senza doversi nascondere, per essere accettati, dietro galoppini e mezze figure.

Ma un coordinamento prima di tutto spirituale: questo coordinamento dovrebbe avvenire sul piano delle politiche culturali, economiche, della formazione e del lavoro. Infatti, in concreto, la capacità di resistere alla pressione del Complesso Informatico-Militare mondiale non può venire che da un sistema educativo fondato su due binari -quello dell’educazione del carattere e quello dell’upskilling dell’intera società verso attività al contempo digitalizzate e “nobili”-, un binomio che, in Europa, è ben lungi dall’ essere realizzato.

Si tratta di leggere in modo corretto il Principio di Sussidiarietà, evitando le sue due, errate, interpretazione attuali:

-che esso si applichi solo all’ Europa;

-che esso implichi un “favor” per i livelli più bassi.

Il principio nasce dal diritto medievale, e, in particolare, da quello imperiale e feudale, che troverà la sua migliore, anche se tarda, espressione in de las Casas, Campanella, Crucé, St. Pierre  e Pufendorf. In quel contesto, il principio aveva un significato generale: la “Monarchia Messiae” sul piano mondiale; gl’ imperi transnazionale (quello che i Cinesi chiamavano “Tian Xia”); le monarchie nazionali in Europa; le “Corone” e le Leghe nelle macro-regioni; i “Paesi” e le Città a livello regionale; i feudi e le corporazioni a livello locale. Nessuno di questi livelli aveva un diritto privilegiato alla lealtà dei sudditi, che, a seconda dei periodi, poteva andare al Papa (esempio nel caso di Canossa), ai Comuni (Lega Lombarda), all’ Imperatore (Federico II), ai signori feudali (Lutero)…

Anche oggi, siamo in un’analoga situazione di “multilevel governance”: Nazioni Unite, NATO, Consiglio d’Europa, Unione Europea, BCE, Stati Nazionali, Regioni, Città. Tuttavia, la situazione è, se possibile, ancor più disorganica. Coloro che parlano di “Federalismo Mondiale”, dovrebbero rendersi conto che qui è urgente non già litigare sulle competenze, come si sta facendo proprio sui temi dell’OMS e della “riapertura”, bensì colmare le molte lacune a tutti i livelli:

-un magistero spirituale, universale ma adeguato ai diversi continenti, e in primo luogo al nostro (non basato sulla lotta fra gli Anglosassoni a caccia di pedofili, i Latinoamericani della teologia della liberazione e i cripto-buddisti alla Panikkar);

-un sistema di difesa che abbia un senso, non come la NATO, che, come ha dimostrato “Defender Europe 2020”, in condizioni di guerra batteriologica non sarebbe in grado neppure di spostare una sola divisione;

-un coordinamento europeo effettivo della cultura, delle emergenze, dell’economia (quello che i Federalisti chiamano “Federazione”, altri (Guérot,Menasse)“repubblica”, altri (Benda, Mosley)avevano chiamato  “Nazione”, ma potrebbe essere chiamato semplicemente, “uno Stato”;

-un ruolo chiaro per le Macroregioni, le Euroregioni, le Regioni e le città (che, come si vede oggi, si accavallano senza sosta, intralciandosi a vicenda).

Il Pio Albergo Trivulzio, simbolo degli abusi dell’ autonomismo locale

RESILIENZA DELL’ EUROPA: “SURE”

Alte Briefverschlussmarke aus Papier, welche seit ca. 1850 von Behoerden, Anwaelten, Notaren und Firmen zum verschliessen der Post verwendet wurde.

Finalmente, dopo almeno un mese d’indifferenza, l’Europa sembra risvegliarsi, cercando di fornire risposte comuni ai terribili colpi infertici dalla pandemia.

Secondo il commissario Gentiloni, il proposto fondo SURE (Support to mitigate unemployment risks in emergency) raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi, ai Paesi che ne hanno bisogno, prestiti con scadenze a lungo termine.

Questa “cassa integrazione europea” proposta dalla Presidentessa von der Leyen è certamente un’ottima trovata per mettere d’accordo tutti. E’ sostanzialmente un prodotto della politica interna tedesca, molto sensibile, come ormai tutti e dovunque, ai nominalismi. Invece di chiamarla “coronabonds”, o ”MES”, termini (“Schlagwoerter”) che facevano infiammare troppo gli animi, la chiameremo “cassa integrazione”. Del resto, già quando era ministra tedesca per gli affari sociali, la von der Leyen aveva cambiato il nome al sussidio di disoccupazione, la cui denominazione gergale, “Harz IV”, ricordava troppo il cancelliere socialista Schroeder.

Qui la differenza è che i “coronabonds” proposti da Italia e Francia miravano a finanziare il debito degli Stati più deboli, lasciando a questi ultimi la libertà di disporne a piacimento, mentre il nuovo strumento aiuterebbe equanimemente tutti gli Stati, e sarebbe destinato a una finalità chiara ed evidente. Basti pensare che in questi mesi il solo settore dell’auto ha già perso, in Europa, 1 milione di posti di lavoro.

 

Ulrike Guérot: La nuova guerra civile, Alpina, 2019

1.La storia dell’ “Europaeisches Arbeitslosengeld” (“Europaeische Kurzarbeit”)

L’idea di un “sussidio di disoccupazione europeo” era nato qualche anno fa all’ interno dell’estrema sinistra tedesca (die Linke), era poi stato formalizzato nel 2018 dal ministro socialista Scholz, era stato lodato nel libro di Ulrike Guérot, pubblicato l’anno scorso da Alpina, “la nuova guerra civile”, e, infine, era finito nel programma di governo della Commissione von der Leyen, che aveva ottenuto il voto favorevole del Parlamento Europeo. Insomma, dovrebbe essere una soluzione di attuazione relativamente facile, visto che i governi l’avevano già approvata e il Parlamento votata.

Il progetto prevederebbe addirittura l’obbligo, per gli Stati Membri che ancora non l’avessero, d’introdurre, nel proprio ordinamento, quest’ istituto. Una rivincita culturale dell’Italia. Dopo tante decennali critiche alla Cassa Integrazione, la Commissione è giunta ad affermare che questo istituto si era rivelato provvidenziale, nel 2008, proprio in quei Paesi, come l’Italia, che ce l’avevano. D’altro canto, che cosa fanno i decreti di Conte, se non introdurre una sorta di “cassa integrazione per tutti”, e che cosa chiede l’opposizione? Semplicemente di accelerarne l’accredito bancario.

La Guérot aveva paragonato, nel suo libro, molto pertinentemente, la “cassa integrazione europea” alla Reichsversicherungsordnung (Decreto imperiale sulle assicurazioni) dell’ Impero Germanico, del 1911,  che ha costituito, fino al 1992, la base del diritto sociale tedesco, -e, per estensione, dell’ “economia sociale di mercato”-, di cui mi ero occupato nel 1971 presso l’ ANMA di Torino, come di  diritto vigente a tutti gli effetti, salve le norme divenute nel frattempo incostituzionali (“vorkonstitutionelles Recht”).

Si tratterebbe di un’integrazione europea, su fondi propri della Commissione (in parte già esistenti), con contributi e garanzie degli Stati membri, a supporto dei Paesi in particolare difficoltà: visto l’andamento dell’epidemia, la Presidentessa ha citato espressamente l’Italia e la Spagna. Tuttavia, fra i primi a fruirne ci sarà proprio la Germania, dato che, tra una cosa e l’altra, il mercato dell’auto e l’export in Cina si sono inchiodati, e il ministro  Altmaier sta addirittura pensando di nazionalizzare qualche grosso gruppo. Secondo il ministro del lavoro, in seguito alla quarantena, 470.000 imprese hanno fatto domanda della cassa integrazione, contro le 1.300 domande mensili degli anni passati.

Il provvedimento sarà limitato nel tempo, ma sarà prorogabile. La maggior parte dei politici europei pensa (giustamente) che un sistema di aiuti europei per il rilancio dell’economia agli Stati membri in difficoltà debba durare per l’intero esercizio pluriennale 2021-2017. Tutti citano ovviamente il Piano Marshall, ma si tratta di una citazione stucchevole, perché, come aveva spiegato bene Milward, il Piano Marshall aveva un  diverso obiettivo: quello d’ integrare l’Europa occidentale nell’ economia di un’altra potenza, l’ America, e i Governi europei lo avevano “dirottato” (almeno parzialmente) verso loro diverse finalità (risanare i rispettivi bilanci), con una resistenza occulta, ma non per questo meno efficace. E, come ha notato brillantemente Gentiloni, era stato adottato ben 2 anni dopo la guerra, non avendo quindi nulla a che fare con il rimbalzo economico postbellico.

Qui si tratta invece, -finalmente- di un aiuto reciproco fra Europei per reintegrare nel mercato del lavoro i disoccupati o i sottooccupati (che tra l’altro non sono certo solo colpa di un mese di quarantena). Quindi, contrariamente ai “corona bonds”, non  è un finanziamento dei deficit di bilancio, bensì un fondo di scopo, per altro ben mirato, che non lascia discrezionalità agli Stati membri. E’stata sostanzialmente accolta la tesi del Governo italiano: il MES sarebbe stato inapplicabile, perché qui non si tratta di prestare dei soldi a un Paese in bancarotta, bensì di concedersi reciprocamente un supporto dinanzi a una catastrofe ad oggi ancora non misurabile. Non ci sono paesi ricchi e paesi poveri, anche perché, in cima alla lista dei Paesi in difficoltà c’è, nonostante la scarsa mortalità per Coronavirus, la Germania.

La  mia preoccupazione è che, con l’ansia di mettere toppe alle nostre economie, passino  come sempre in cavalleria gli ambiziosi progetti di Macron e di Altmaier per un’autonomia tecnologica europea. Tra l’altro, proprio la presidente della Commissione era stata eletta il 16 luglio 2019 con un programma comprendente la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che avrebbe dovuto permettere all’ Europa, tra l’altro, di recuperare tutto il terreno perduto negli scorsi decenni rispetto al resto del mondo. La conferenza avrebbe dovuto partire il 9 maggio, ma, ovviamente, non partirà. Così, un altro anno è passato inutilmente, e il futuro non viene progettato, né si permette ai cittadini di dire la loro. Infine, la Commissione aveva adottato, il 19 Febbraio, un sostanzioso anche se, a mio avviso, insufficiente pacchetto di progetti per un’Europa digitale.

A mio avviso, i progetti discussi l’anno scorso, parzialmente sviluppati nel pacchetto del 19 e ampiamente commentati da think tanks e personaggi politici, possono, ed anzi debbono, essere comunque realizzati nel corso del prossimo bilancio settennale. Anche perchè le caratteristiche tipiche dell’ attuale epidemia: ruolo centrale delle statistiche, distanziazione sociale, telelavoro, diagnostica elettronica, controllo sanitario sul contante, pagamenti elettronici, hanno fatto fare, all’ economia cinese, tali  nuovi balzi tenologici in avanti rispetto a tutto il resto del mondo, che l’ Europa non può semplicemente permettersi di non fare praticamente nulla in quel campo. Il mondo non sta fermo ad aspettare i nostri comodi.

  1. »Nous sommes en guerre »

Intanto, non solo tutti gli Europei dovrebbero condividere i costi della pandemia, ma addirittura la lotta alle pandemie dovrebbe diventare un compito dell’Unione, nell’ ambito della politica esterna e di difesa comune, perché essa confina con un evento bellico. Non per nulla Macron ha dichiarato “Siamo in guerra” (e tutti l’hanno ripetuto). Ma si va in guerra senza un comandante in capo? E, infatti, gli Stati membri sono arrivati tutti impreparati perché non c’è nessun caporale che li strigli quando non fanno il loro dovere. E qui nessuno l’ha fatto. Secondo i protocolli stabiliti dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità, e perfino dalla NATO, dovrebbero esistere piani dettagliati, ospedale per ospedale, medico per medico, su cosa fare in caso di emergenza. Nei magazzini, civili e militari, dovrebbero esserci stati miliardi di mascherine.  E invece, almeno in Italia, molti di questi piani non sono stati neppure scritti, e neanche la Francia e la Spagna avevano le scorte. Infine, tutti hanno dovuto usare le attrezzature regalate da Russi e Cinesi, spesso approvvigionandosi presso fornitori non autorizzati, con richiami di materiale per qualità scadente. Solo ora  stiamo avviando una produzione nazionale. Unico Paese in regola, la Turchia, che, rispondendo all’ appello lanciato dai due Paesi attraverso la NATO, ha fatto omaggio a Italia e Spagna di qualche tonnellata di attrezzature mediche autoprodotte dall’Esercito Turco: unico fulgido esempio di “preparazione industriale bellica”, con cui si è complimentato perfino Stoltenberg.

Pensiamo che cosa sarebbe successo se, come sostenuto da molti complottisti, si fosse trattato veramente di una guerra batteriologica. Il potenziale nemico l’avrebbe vinta subito senz’altro. Quand’ ero ufficiale nella fortezza di Casale, una volta abbiamo fatto la prova della mobilitazione generale. Bene, sono stato rimproverato per il fatto di essere passato armato sulle mura della fortezza “perché qualcuno avrebbe potuto pensare che stavamo facendo un colpo di Stato”. Se affrontiamo così i problemi di una mobilitazione generale, contro il nemico o contro un morbo, certo perderemo tutte le battaglie.

La prova schiacciante di quest’ impreparazione è l’esito grottesco delle grandi manovre NATO “Defender Europe 2020”, “le più grandi manovre in Europa dopo la IIa Guerra Mondiale”, che avrebbero dovuto coinvolgere 37.000 militari, essenzialmente americani, ma anche di tutti i Paesi europei. Bene, ancora pochi giorni fa, poco dopo ch’ erano già arrivati, in Germania, 5000 Americani, l’esercitazione è stata cancellata alla chetichella, anche perché sono risultati positivi al tampone il comandante generale delle forze americane in Europa, Tenente Generale Christopher Cavoli, il comandante supremo polacco Jaroslaw Mika, il generale italiano Salvatore Farina e l’ispettore della Bundeswehr, Tenente Generale Alfons Mais, tutti dopo essere stati alla riunione del 6 marzo a Wiesbaden sulla prevenzione dell’ epidemia fra le truppe. Dopo di che, l’epidemia si è diffusa più che mai in Italia, e poi anche in America.

Queste grandi manovre sono state altamente istruttive: se una divisione americana tentasse veramente di raggiungere il Baltico, potrebbe essere fermata in mille modi, ma, in primis, con le (certo, vietatissime) armi batteriologiche. Quindi, neppure gli Stati Uniti (né la NATO) sono attrezzati adeguatamente contro le pandemie.Un’ulteriore conferma delle valutazioni del Presidente Macron sulla “morte cerebrale dello Stato”.

Robot-dottore usato a Wuhan contro il Coronavirus

3.Come coordinare gl’interventi d’urgenza, la Conferenza sul Futuro dell’Europa e il bilancio 2021-2027?

Il vero problema è che l’Europa, così come l’Italia, sta accumulando una serie di problemi insoluti, sì che sembra sempre più difficile risolverli. E, tuttavia, il fatto stesso che, da un lato, si stia mettendo in sicurezza questa fase transitoria con la “cassa integrazione europea”, e, dall’ altro, tutti convengano che gli altri problemi vadano risolti globalmente nel medio periodo, fa finalmente sperare che verranno assunte decisioni ponderate.

L’errore che un po’ tutti hanno commesso fino ad ora è stato quello di concentrarsi sugli aspetti quantitativi: gli USA hanno stanziato 1.200 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia  dopo il coronavirus, di cui una parte in “helicopter money”, cioè contanti  dallo Stato ai cittadini per far girare l’economia. Lo stesso meccanismo è stato adottato in Cina dalle comunità locali.

Il programma SURE copre 100 miliardi di Euro. La Proposta della Commissione al Consiglio lo definisce come segue:

“SURE will take the form of a lending scheme underpinned by a system of guarantees from Member States. This system will allow the Union to:

(1)     expand the volume of loans that can be provided by the SURE instrument to Member States requesting financial assistance under the instrument;

(2)     ensure that the contingent liability for the Union arising from the instrument is compatible with the Union budget constraints.

For the approach to serve the intended purpose, Member States must provide credible, irrevocable and callable guarantees to the Union in line with the respective shares in the total Gross National Income of the Union. The system of guarantees will avoid the need for up- front cash contributions from Member States while providing the credit enhancement required to ensure a high credit rating and protect the resources of the Union budget.

In addition to the provision of Member State guarantees, other safeguards are built into the framework in order to ensure the financial solidity of the scheme:

  • A rigorous and conservative approach to financial management;
  • A construction of the portfolio of loans that limits concentration risk, annual exposure and excessive exposure to individual Member States, whilst ensuring sufficient resources could be granted to Member States most in need; and
  • Possibilities to roll over debt.”

La “cassa Integrazione Europea” (SURE) non è l’unico provvedimento d’urgenza adottato per rimediare la crisi del Coronavirus, perché la Commissione sta dedicando, all’ emergenza Coronavirus, molti fondi residui in base al bilancio 2014-2021:

-una Coronavirus Response Investment Initiative:37 miliardi attraverso il Fondo Sociale Europeo

-1000 miliardi di garanzie alle banche dallo European Investment Fund  per finanziamenti alle piccole e medie imprese;

-lo European Globalisation Adjustment Fund, fino a 179 milion  di Eiuro per il 2020, per sostenerer i lavoratori disoccupati;

-lo EU Solidarity Fund, da allargarsi alle crisi sanitarie per  800 milioni di Euro  per il 2020.

 

E’ evidente che ci dovrà essere una seconda fase dedicata alla ricostruzione, in cui serviranno nuovi fondi, che però, essendo spalmati su un bilancio settennale, incontreranno meno difficoltà di reperimento.

A mio avviso, è comunque un errore valutare questi programmi in base agl’importi stanziati (quasi fossero “helicopter money”). Infatti, la maggior parte degli attuali fondi europei non sono utili, per una serie di motivi:

-non sostengono le attività essenziali (come la cultura europea, l’autonomia e la crescita digitale e in generale tecnologica, il turismo, l’esercito e l’intelligence europea, la difesa del territorio), e favoriscono invece, “a pioggia”, attività create spesso solo per mantenere inutili strutture burocratiche o per dare ossigeno ad attività senza futuro;

-sono troppo macchinosi, richiedendo un’ingente attività preparatoria senza ritorni economici;

-sono troppo manipolabili dalla politica;

-per i motivi di cui sopra, spesso non sono spesi, o addirittura non sono neppure richiesti, soprattutto nel caso dell’Italia.

Vista l’arretratezza tecnologica sempre crescente dell’Europa e la rapidità con cui le grandi potenze stanno occupando le aree strategiche della crescita tecnologica (intelligenza artificiale, computazione quantica, blockchain, finanza digitale, biomedica), i prossimi passi dell’Europa debbono essere immediati. I nuovi fondi debbono essere spesi per finanziare questi nuovi settori, non quelli maturi, né tanto meno quelli obsoleti. I capitali e il personale vanno indirizzati a spostarsi verso i nuovi settori.

Inoltre, i nuovi investimenti che andiamo a proporre dovrebbero distinguersi per il loro carattere qualitativo, non già quello quantitativo. Dovrebbe esserci una regia europea unica e forte per tutto l’avanzamento tecnologico nel Continente, eliminando le duplicazioni e le dispersioni; dovrebbero unirsi le tecnologie civili e militari; dovrebbero favorirsi le aggregazioni europee; dovrebbero privilegiarsi le qualità umane: educazione, eccellenza, responsabilità, volontariato, senza pensare che con il denaro si possano ottenere i migliori risultati, com’è dimostrato dalle enormi risorse di abnegazione dispiegate da medici, infermieri, volontari, forze armate e forze dell’ ordine in occasione della crisi sanitaria, mentre la politica, le  burocrazie sanitarie, le amministrazioni locali e l’imprenditoria sanitaria privata, tutti assieme, si erano resi responsabili della solita impreparazione, con il conseguente drammatico contributo di vite umane.

La produzione libraria del 2020 di Alpina Diàlexis sarà dedicata a questi obiettivi, e alla proposizione, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa, di un’Agenzia Europea per la Tecnologia.

COME USCIRE DALLA CRISI?

L’

L’unione fa la forza

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

1.Superare la debolezza strutturale dell’ economia

Ammesso che si trovi un modo per uscire in sicurezza dal Coronavirus (cosa che non è certa neppure in Cina, l’unico Paese che ha superato di sicuro il “picco” dell’infezione, ma probabilmente con costi superiori al previsto), giustamente i politici si preoccupano di come superare la crisi economica incombente -ora, ma, soprattutto, subito dopo-.

Crisi di cui, giustamente, non si può prevedere la gravità. Primo, perché non se ne conosce la durata; secondo, perché covava (eccome) già da prima, ma non si era ancora potuta manifestare pienamente. Di converso, ci potrebbero essere a questo proposito delle sorprese, e non è detto che molte imprese e individui non escano perfino avvantaggiati dall’ epidemia, visto che, almeno in Italia, una popolazione sempre maggiore di anno in anno stava già lavorando in perdita. Imprese che s’ indebitavano sempre più, e le cui riserve (anche occulte) si deprezzavano continuamente; lavoratori e professionisti che, fra trasporti, trasferte, materiali e tasse, incassavano meno   delle spese per la produzione del reddito, mentre, stando a casa, almeno risparmiano sulla benzina, i mezzi pubblici, le mense, il riscaldamento, le manutenzioni, le multe, gl’incidenti, ecc..

Ciò detto, sono comunque necessari investimenti di emergenza, tanto per puntellare il traballante sistema sanitario allargato (che oramai comprende anche i big data, le forze dell’ordine e le forze armate dedicate), quanto per gli aiuti d’emergenza a imprese e famiglie, che debbono, intanto, sopravvivere, e, poi, ripartire su nuove basi. Per questo occorre sospendere, se non abrogare, gl’illogici limiti di bilancio imposti all’ Europa (cosa che si è per fortuna già fatta), e occorrono anche aiuti straordinari, che sarebbe tanto bello se fossero pienamente “europei” e non passassero attraverso macchinosi marchingegni come i “Coronabond” che ne riducono l’impatto, prima d’immagine, poi anche economico.Per non parlare del MES. I “coronabonds” non sono contanti, e non sono vincolati a un preciso piano di rilancio. Anche perché gli Europei non possono fare finta di non accorgersi che due terzi dei casi sono proprio in Europa, accelerando la già avanzata degenerazione del nostro Continente.

Come scrive su Micromega l’amico Alberto Bradanini:” Le economie dell’Europa sono sull’orlo del baratro. Ma i coronabonds non basteranno a evitarlo”. Cercherò di rispondere alle diverse tesi di Bradanini (e di altri) nel corso di questo post, necessariamente limitativo, perché non si può postare un trattato di economia. Tuttavia, stiamo preparando pubblicazioni dettagliate su questi argomenti, che porteremo al più presto all’ attenzione della pubblica opinione e delle Autorità.

 

La fine di Enrico Mattei, grande imprenditore pubblico

2.Storia dell’entropia dell’economia italiana

Molti, a cominciare da Bradanini, sostengono che l’Italia si troverebbe in questa disgraziata situazione per effetto di una manovra tedesca, che avrebbe manipolato la costruzione europea per farla coincidere con i propri interessi. Non mi sembra che, né la Germania abbia tratto particolare giovamento da questa situazione, visto che la sua economia stava già precipitando come la nostra, né che abbia potuto influenzare particolarmente la decadenza dell’economia italiana. Quest’ultima deriva piuttosto da una vera e propria regia a lungo termine dell’ America, che ha persuaso la politica e l’economia italiane ad adattarsi ad un costante  ruolo di “follower”, come quando si è voluta uccidere la Olivetti, si è spinta l’industria automobilistica verso le basse cilindrate (notoriamente meno redditizie), si sono acquisite le industrie di alta tecnologia come il Nuovo Pignone e l’Avio, ecc..Orbene, anche i sassi sanno che, nel XXI secolo, chi non è il più innovativo è sempre perdente. Quindi, con quelle operazioni, già tanti anni fa si era decretata la condanna a morte dell’Italia quale grande potenza economica. Molte delle tendenze politiche e culturali dell’ultimo cinquantennio (neo-liberismo internazionale, globalismo, operaismo) vanno lette come semplici coperture ideologiche di questa banale realtà.

La stessa Germania e tutta l’Europa sono state succubi di queste politiche, ed è per questo che ora siamo tutti qui a tirare una coperta divenuta troppo corta. Inoltre, l’Italia era uno dei maggiori beneficiari dell’ export delle grandi corporations tedesche (per esempio verso la Cina), e quindi la crisi tedesca aggrava la crisi italiana.

Certo, all’ interno dell’Unione, la Germania ha potuto difendere le proprie imprese più tradizionali grazie all’ adozione di un sistema politico “di partecipazione” che ha tolto molto potere al capitalismo privato, influenzabile da considerazioni personalistiche, lobbistiche e familiari, trasferendolo piuttosto a sindacati e Enti locali, istituzionalmente preposti alla tutela degl’interessi del territorio. Basti guardare alla “Legge Volkswagen”. Invece, in Italia, le forze culturali e politiche dominanti, marxiste e cattoliche, avevano scelto, per motivi diversi, il modello dell’“autonomia delle parti sociali”, apparentemente più favorevole ai lavoratori, ma nella sostanza per nulla attento agl’interessi a lungo termine delle imprese e prono agl’interessi personalissimi o familistici di singoli azionisti. Un’impresa tedesca non può trasferire la sede all’ estero, perché una simile decisione dovrebbe passare da un Consiglio di sorveglianza dove siedono i sindacati, e, spesso, lo stesso Governo. Io mi guarderei dal criticare altri solo perché hanno scelto sistemi più efficienti del nostro. Inoltre, lo strano ircocervo dell’Euro ha incentivato la continuazione e l’allargamento della tradizionale politica tedesca di stabilità monetaria, favorevole alle produzioni di altissima qualità e sfavorevole alle produzioni economicamente marginali e tecnicamente mature (come quelle italiane). Tuttavia, non si sarebbe comunque potuto imporre a tutta l’Europa di continuare a produrre magliette in concorrenza con il Bangladesh.

E ricordiamoci anche che la Germania ha una popolazione molto superiore a qualunque Stato europeo, e, anche a causa della sua posizione centrale (oltre che dei collegamenti logistici, storici, culturali ed etnici con tante parti d’Europa), ha sempre avuto, nella storia, un ruolo molto importante, qualunque ne fosse la copertura ideologica e istituzionale

 

Giovani italiani volontari in Israele

3.Rovesciare il tavolo e cambiare le regole del gioco

Vari amici mi “girano” documenti web contro il “tradimento”  della Germania, che meriterebbe un brutto voltafaccia da parte nostra, per la mancanza di aiuti ma, soprattutto, per  la resistenza all’idea dei  “Coronabonds”.  Secondo Bradanini, anzi, il problema numero uno sembrerebbe essere proprio la Germania.  Certo, il  comportamento di molti Stati europei in occasione dell’epidemia ha suscitato una diffusa avversione  da parte dei Paesi vicini: dalla Germania, che cura solo 8 malati e non vuole permettere un maggiore aiuto finanziario europeo, alla Francia che non ha inviato nessun aiuto, per passare ad Austria e Slovenia che hanno chiuso le proprie frontiere, mentre aiuti pervenivano (e ancora pervengono) da tutto il mondo, per giungere, infine, alla Repubblica Ceca che ha addirittura dirottato mascherine cinesi destinate all’ Italia, che per caso erano passate da Praga, distribuendole immediatamente ai propri ospedali, e inventandosi un poco credibile furto e un altrettanto poco credibile sequestro. Sotto questo punto di vista Bradanini è ancora troppo buono, limitandosi a scrivere, “accogliendo qualche paziente italiano che non trova posto negli ospedali italiani ridotti allo stremo proprio dalle sue politiche”, perché, tra l’altro, il sostanziale rifiuto dei medici tedeschi (anzi, di tutti i medici europei occidentali) di venire ad aiutare in Italia, volendo “portarsi i malati a domicilio”, denota la mancanza di dedizione al lavoro che dovrebbe caratterizzare l’etica medica, di cui sono invece dotati quelli cinesi, russi, cubani e albanesi (e dei volontari evangelici americani).

Certo, di fronte ad atteggiamenti così estremi, non si può che criticare, ma si deve soprattutto riflettere sulle motivazioni. Non tanto per stabilire torti e ragioni, quanto per stabilire, come diceva Nietzsche, la “verità in senso extramorale”. La freddezza verso la tragedia dell’Italia, ingiustificabile anche verso estranei, nel caso dei nostri vicini è sintomatica dell’insostenibilità dell’Europa attuale,come è stata costruita, non soltanto in quanto economicistica, non soltanto in quanto funzionalistica, ma in generale in quanto razionalistica. Scriveva Pavese, “un paese ci vuole” (sia esso un villaggio, una città, una regione, una nazione, un continente, un impero). Ma qualunque “paese”, non sarà mai tale se non sarà in grado di richiamare ricordi, fedi, sentimenti, idee, progetti, passioni. Quello che è stato fatto e ci è stato detto sui nostri quartieri, città, regioni, Stati,ma soprattutto sull’ Europa, è soltanto ch’ essi servono per fornirci “servizi”, per impedire la violenza, per favorire il progresso materiale, per portarlo in tutto il mondo. Non abbiamo monumenti, canzoni, poemi, riti. Quello che c’è sono dei predicozzi della domenica, più noiosi delle stesse  vere e proprie prediche, insopportabili perfino per il Papa:“the Waste Land”.

Paradossalmente, hanno più fascino i richiami ad Aristotele, Virgilio, Matteo Ricci e Dostojevskij fatti da Cina e Russia, legati a concreti gesti di umana, o anche solo, perché no, politica, solidarietà.

E, infatti, la nostra Europa è quella di Ippocrate, Svetonio, Leibniz, Montesquieu, Beethoven, Nietzsche, Stephan Zweig, Simone Weil, un’ Europa che non è legata a nessuna forma istituzionale,   ma ci porta a collocarci consapevolmente   e in modo originale all’ interno di una cultura mondiale. Da questa Europa non possiamo sfuggire, perchè, per quanto conosciamo, studiamo e apprezziamo Confucio, Laotze, Mozi, Sunzu, Kang You Wei e Zhang Wei Wei;Shiratori e Mishima; Tagore e Gandhi; Averroè, Al Ghazzali e Ibn Khaldun; Eliot e Pound; Dos Passos e Frantzen, pure ci siamo formati, e ancora pensiamo e sentiamo, sulla base di quei maestri, e non di questi ultimi, che non capiremo mai sufficientemente. Siamo, nostro malgrado, imprigionati nell’ identità europea.

3)L’UE è facoltativa; l’ Europa è comunque obbligatoria

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

The Waste land: gli Stati e le società contemporanei

4)Perché Altmaier è contro i “Coronabond”?

Credo che i motivi della resistenza ai Coronavirus sia  diversa da quanto vendutoci dai media, celando un conflitto più nascosto: essa è il frutto di  una lotta politica precedente e a monte, una profonda incrinatura del fronte franco-tedesco – incrinatura che, in effetti, è proprio all’origine dell’alleanza  dell’ Europa del Sud per  i “Coronabonds”-. In questo senso va interpretata l’enigmatica frase della Presidentessa von der Leyen: “capisco la Germania”. Macron e il ministro dell’economia Altmaier stanno ambedue manovrando nei rispettivi Paesi da almeno un anno intorno a un’idea: il superamento proprio del vecchio mito tedesco-brussellese della stabilità monetaria (l’”ordo-liberalismo”), per passare a una politica economica molto più interventistica, necessaria contro l’invadenza americana, per esempio nel caso delle sanzioni, delle guerre commerciali e delle acquisizioni predatorie. Compito difficilissimo, perché, da almeno 30 anni, si era imposto all’opinione pubblica il luogo comune che l’intervento pubblico nell’ economia sia un  tabù. Nonostante quest’ affinità ideologica fra i due, Macron e Altmaier erano destinati a scontrarsi fra di loro proprio su come realizzare questo storico rivolgimento, che comporta in ambo i Paesi una dura lotta contro i luoghi comuni liberistici e atlantistici: in Francia, le lobbies finanziarie che hanno creato Macron; in Germania, la CDU, che accusa il socialista Altmaier di “statalismo”. In effetti, Altmaier pensa addirittura alla misura, sacrilega nella Germania Ovest, della nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi. Anche perché è lì che si prevedono a breve 20.000 licenziamenti. Per vincere queste resistenze, Macron deve abbinare la sua idea della “sovranità tecnologica” all’idea di  un’ egemonia francese sulla politica estera e di difesa europea,. all’ombra della Force de Frappe, e Altmaier deve tirare dietro di sé i grandi complessi manifatturieri in crisi con la promessa di pesanti aiuti di Stato.

Mentre Macron vede nella crisi un’occasione per sforare i vincoli di bilancio, Altmaier teme che, se si spende tutto in misure assistenziali per il Coronavirus, non resti più nulla per la sua politica industriale interventista. Politica che non è certo sbagliata, perché, come dice Altmaier, “l’ innovazione è più importante dell’assistenza“: i finanziamenti dovrebbero essere canalizzati verso attività innovative, non già aiutare tutti a sopravvivere. Se l’America ha il DARPA e la Cina il PCC, la Germania, per sostenerne la concorrenza, ha bisogno di un’industria di Stato. E, significativamente, il documento che Altmaier ha faticosamente costruito in un anno con le parti sociali si chiama proprio “Strategia industriale per la Germania e per l’Europa”.

5)Non si può difendere l’Unione Europea solo con la retorica

Perciò, oggi è impossibile continuare a sostenere, di fronte a tutti i critici dell’Europa, che la soluzione dei problemi passi attraverso l’Unione Europea così com’essa è attualmente congegnata,  nella quale non credono più, né la Francia, né la Germania, le quali comunque la vorrebbero anch’esse molto diversa. Gli attuali meccanismo mancano assolutamente di resilienza e incoraggiano le peggiori tendenze degli Stati Membri. Inoltre, è divenuto del tutto credibile che, nella situazione di carenza generalizzata da parte della UE (per esempio nel fornire assistenza tecnica, finanziamenti, investimenti e tecnologie), qualche Stato membro trovi aiuti, non solo per le mascherine e per i ventilatori, ma per cose più sostanziose, come l’importazione di lotti strategici di prodotti mancanti e l’esportazione degli stock invenduti, il sostegno al turismo organizzato, e soprattutto ad imprese tecnologiche e di servizi con ambizioni di leadership in Europa, presso altri attori. E’ ovviamente, in primo luogo, il caso della Cina. Questo è il senso delle “Nuove Vie della Seta”, che comprendono collaborazioni strutturate in tutte le aree geografiche e in tutti i settori della vita sociale: la “Via della Seta Culturale”, la “Via della Seta della Salute”…

D’altra parte, è chiaro che un’ Europa divisa, non solo non potrà rimontare la china dell’ irrilevanza e del declino su cui è già ora abbondantemente avviata, ma diverrà in men che non si dica il teatro di una “guerra senza limiti” per procura, di cui esistono già infinite premesse, non solo nello spazio ex-sovietico, ma anche nell’ ex Jugoslavia, in Catalogna, nell’ arcipelago britannico. Si farà sentire più che mai l’esigenza di un egemone interno al nostro Continente. Un blocco sud ed est europeo intorno all’ Italia potrebbe risultare perfino più credibile, come federatore interno, in un mondo dominato da battaglie culturali prima che economiche, che non l’auto-elettosi blocco dell’Europa nord-occidentale, oramai in disfacimento. Quindi, i nostri improbabili neo-nazionalisti, anziché auspicare un’Italia isolata, dovrebbero pensare piuttosto a un’Italia leader. Cosa che non si potrà fare senza l’apporto di tutti i colossi, demografici, economici, politici, culturali e militari, dell’Eurasia.

Non si può comunque lasciare il campo libero alle sole grandi potenze, soprattutto oggi, quando le “pruderies” europee di auto-flagellazione stanno lasciando un poco ovunque il campo ad una volontà di rinascita e di combattimento. Sotto questo punto di vista, le identità regionali, nazionali ed europea, sono tutt’altro che in conflitto fra di loro, in quanto esse corrispondono semplicemente a ciò che De Las Casas chiamava le “corone” e Tocqueville “l’antica costituzione europea”, cioè gli eredi della “Patrios Politeia” greca e dell’ Impero Romano. Così come Atene e Sparta erano diversissime e inimicissime fra di loro, ma sconfissero insieme l’Impero Persiano, così le differenti parti dell’Europa possono avere un peso sulla politica mondiale se operano in modo congiunto (come alla difesa di Vienna da parte di Jan Sobieski e del Principe Eugenio).

Per esempio, Regione alpina, Italia ed Europa hanno tutte una loro storia e tradizione millenaria, che ha influenzato la storia del mondo (basti pensare a Roma, ai condottieri sabaudi, al calvinismo,  a Nietzsche in Costa Azzurra e a Torino). Mancano solo delle idee che le tengano insieme in un disegno unitario.

Le forme giuridiche e finanziarie contano molto meno delle idee. Per questo credo che una battaglia pubblicistica fondata sulle idee più che sulle istituzioni abbia oggi un significato strategico, e per questo continuiamo a condurla.

 

L’amicizia è una sola anima in due corpi (Aristotele)

6)L’attrattività della Via della Seta

La retorica degli aiuti pervenuti all’ Italia e ad altri Paesi europei in difficoltà, per quanto forse esagerata, corrisponde a quello che vorremmo sentire esprimere dai nostri vicini e concittadini europei; “L’amicizia è un’anima in due corpi” (“filìa estì mia psyché en dysì sòmasi enoikoumène”: Aristotele citato testualmente sui cargo sbarcati ad Atene) “Dalla Russia con amore”; …

Quanto alla prima frase, era passata in Cina attraverso l’omonima opera (交友论) di Matteo Ricci:“….Il grande regno di Europa è regno di discorsi fondati nelle ragioni: desidero sapere quello che loro sentono della amicitia’. Io, Matteo, mi raccolsi per alcuni giorni in luogo secreto e raccolsi tutto quanto avevo udito di questa materia desde la mia fanciullezza e feci il seguente libretto

Anche la meccanica dell’ aiuto russo è tutta una simbologia: “dalla Russia con amore” è l’impresa di un agente segreto, così come i medici inviati sono ufficiali medici dell’ Armata Russa, in missione speciale; gli aerei sbarcano a Pratica di Mare come i grandi del G7 quando Berlusconi, appunto nello “Spirito di Pratica di Mare” aveva invitato a un’alleanza fra Russia e Occidente; Pratica di Mare è il luogo dove sarebbe sbarcato Enea, per gettare le basi della nuova Troia: Roma. Insomma, come aveva profetizzato Dostojevskij, la Russia salverà l’ Europa. D’altronde, al tempo del terremoto di Messina del 1908, era stata la flotta russa ad arrivare in soccorso, prima  di quella inglese (ultima quella italiana).

Il Ministro degli Esteri Di Maio ha risposto con una parallela, ma efficace, retorica: “Il popolo italiano sarà eternamente grato al popolo russo”, pronunziata all’ aeroporto, accogliendo il generale al comando dell’ operazione.

Dopo la fine dell’epidemia, la Cina sta già ripartendo con i magazzini pieni di attrezzature mediche, con i data base pieni di dati epidemiologici, con le fabbriche che devono riprendere i rapporti di fornitura, ma anche con le casse non ancora esaurite. Certamente avrà tutta l’opportunità, a mano a mano che l’epidemia passerà, di riprendere con più vigore gl’investimenti lungo la Via della Seta. L’Italia si era già incamminata sulla strada degl’investimenti congiunti in Paesi Terzi. Solamente, il famigerato MOU era stato incredibilmente depotenziato per ottemperare ai diktat americani, e, poi scarsamente attuato anche per la parte rimanente. Si tratterebbe ora di concretizzare il reciproco  goodwill  maturato durante l’epidemia, per finalizzare operazioni più sostanziose e più paritetiche. Per esempio, che ne è della ventilata cessione della tecnologia dei 5G a dei concorrenti da parte di Huawei? Perché non acquisirla noi (per esempio come TIM), per poi metterla in joint venture con Nokia ed Erickson, per creare un nuovo polo europeo?

Avio Spazio è presente in tutti i programmi dell’ ESA e di Arianespace

7)L’”Europa delle Patrie” è favorevole ai progetti europei.

Scrive Bradanini che la critica attuale costruzione europea , e addirittura il progetto di smantellare l’ attuale Unione, all’ dovrebbe essere condivisa da tutti, indipendentemente dalle rispettive preferenze circa il futuro assetto dell’ Europa.:”Si tratta di un obiettivo che andrebbe perseguito sia da coloro che sono contrari a ogni genere di aggregazione europea, sia da coloro che sono a favore di un’Europa Confederale, e infine sia da coloro che – seppure meno realisticamente – si battono per un’Europa Federale. Una volta smantellato l’attuale assetto privo di democrazia e distruttore di benessere, allora ciascuno potrà battersi, facendo tesoro di questa tragica lezione, per i suoi obiettivi. “ Secondo me, Bradanini ha dimenticato ancora almeno tre soluzioni: a)la ristrutturazione complessiva dell’attuale situazione di “multi-level governance” (ONU, NATO, OCSE, Consiglio d’ Europa, UE, Stati membri, Regioni, Città), propugnata da Diàlexis nel suo libro “100 idee per l’ Europa”; b)la “Repubblica Europea” quale proposta da Ulrike Guérot nel suo libro “La nuova guerra civile” edito da Alpina nel 2018;l’ “Europa delle Patrie” propugnata a suo tempo da DE Gaulle e ripresa (senza dirlo) dal Rassemblement National di Marine Le Pen.

A mio avviso, la contrapposizione fra “Europa delle Patrie” e “Europa Federale” fomentata ai tempi di De Gaulle (ma anche dallo stesso Generale), è sempre stata artificiosa e pretestuosa. Il cosiddetto “metodo intergovernativo”, seguito sempre di fatto dall’ Unione, e non l’“Europa delle Patrie”, è la forma estrema del funzionalismo. E’ sotto De Gaulle che si sono realizzati gli unici “campioni Europei”realmente esistenti : L’Agenzia Spaziale Europea, l’ Ariane, l’Airbus. Sotto l’Unione, nessuno, anzi, si è depotenziata l’EADS, facendola ritornare allo stato di Airbus.

L’”Alliance des Nations Européennes” è un formidabile « fascio » di progetti europei, dalla difesa, all’ ecologia, al digitale. La realtà è che qualunque iniziativa nei settori vitali, essendo basata sui big data e sull’ intelligence, richiede enormi economie di scala: la lotta all’ epidemia, il Word Wide Web, la conquista dello spazio. Perciò, anche coloro che non vorrebbero l’Europa unita, sono costretti, se sono seri, a volere i progetti europei. Poco importa se i soggetti giuridici che li realizzano siano società di capitali (come Airbus) o consorzi (come Eurofighter), pubblici (come l’ESA) o privati (come Ariane), civili (Come le Università Europee) o militari (come DARPA): l’importante è che li facciano, e che quindi siano forniti per i mezzi per farli. In ogni caso, a oggi, imprese “federali” come quelle che aveva suggerito Galimberti nella sua bozza di costituzione non ce ne sono. A rigore, un’”alleanza delle nazioni europee” che, sotto forma di “progetti europei”, realizzasse tutto ciò che l’Unione Europea non ha mai fatto (Accademia Militare e Accademia Digitale; Re-skilling digitale; intelligence europea; esercito europeo; agenzia tecnologica europea; Via della Seta,campioni europei), sarebbe certo più europeista dell’attuale Unione.

Pagamenti elettronici con Alipay anche in Europa

8)Che dire dell’ Euro?

I critici dell’Europa se la prendono tutti con l’Euro, che indubbiamente non ha realizzato i miracoli ch’erano stati promessi, ma non ha neppure provocato i danni che si dicono. E’stato neutro. Il guaio dell’Euro è proprio la sua neutralità. Ora, nessuno può permettersi di essere neutrale, in un momento, come il nostro, di guerra senza limiti. Non s’è mai vista una moneta che ha l’unico obiettivo di non svalutarsi. Certo, per poterlo utilizzare come strumento di politica economica occorre qualcuno che lo manovri. Che non può essere un aeropago di superburocrati e gerontocrati, per quanto bravi, continuamente “tirati per la giacca” da tutti, con risultati alquanto confusi. Bradanini propone, in alternativa,  di stampare lire: “In particolare, i biglietti di stato a corso legale senza debito costituirebbero un salto quantitativo e qualitativo decisivo, consentendo allo Stato di creare tutta la moneta necessaria all’economia per riprendersi, senza dover gestire le obiettive complicazioni che un’eventuale uscita unilaterale dall’euro implicherebbe.”

A me sembra invece che la questione dell’Euro sia in via di superamento con l’emissione di monete elettroniche. In Cina si fa tutto con Alipay (compreso il tracciamento dei malati di coronavirus): fra breve, chi emetta i biglietti di banca diverrà irrilevante. Per ora, sul piano sperimentale, perché qualche Stato membro (per esempio, l’ Italia), non emette una sua valuta elettronica?

Certo, anche questa soluzione ha i suoi inconvenienti: come nel caso della Banca Romana (ex banca dello Stato Pontificio), a cui il Regno d’Italia aveva dimenticato di togliere il diritto di battere moneta. Tutto era finito con la speculazione edilizia, le bancarotte, i processi e una crisi di governo.Ma, di fronte a tutto ciò che sta succedendo, sarebbe il male minore.

Resta la questione della politica economica. I detrattori dell’ Euro, e i sostenitori del sovranismo, sostanzialmente rimpiangono i tempi in cui l’Italia (come gli altri Paesi europei), si facevano concorrenza con l’inflazione. Certo, l’inflazione è un potente strumento di mobilitazione sociale, ma non può essere l’unico motore dell’ economia. Una “economia sostenibile” è un’economia fondata su un’idea chiara dell’ uomo e su programmi  con un orizzonte strategico, una politica economica a lungo termine, imprese solide e innovative con piani pluriennali, progetti ambiziosi a medio termine, una classe dirigente e una forza lavoro qualificata, motivata e stabile.

Tutto questo lo dovranno realizzare comunque città, regioni, Stati, Europa ed Eurasia, tutti insieme, anche se la responsabilità prevalente dovesse spostarsi da un soggetto all’ altro. L’importante è che qualcuno lo faccia, infine.

 

CIRCA GLI AIUTI MEDICI ALL’ ITALIA E IL DOPO CORONAVIRUS

Italia

E’indecoroso come, di fronte alla gravità di un’epidemia che colpisce il mondo intero, fa migliaia di morti e smentisce provvidenzialmente le pretese di onnipotenza della megamacchina tecnocratica mondiale, tutti, anziché presentare, sostenere (al limite combattere per) delle concrete soluzioni, si siano invece scatenati in una polemica infinita per distribuire meriti e demeriti “pro domo sua”.

Uno dei casi tipici è costituito dalla polemica sugli aiuti cinesi e russi all’ Europa, che non è certo limitata all’ Italia, né al Coronavirus. Anche perché gli aiuti cinesi sono arrivati non solo all’ Italia, ma anche  a Spagna, Irlanda, Belgio, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Serbia e Grecia, e perfino agli USA. Proprio allo scopo di riportare il tutto su un piano di dibattito obiettivo, occorre inquadrare la questione nel suo contesto generale.

Austria

 

L’accordo EU-Cina sugl’investimenti

Non che non esistano sostanziose ragioni di conflitto sul tema. L’Unione Europea si era impegnata l’anno scorso, con un protocollo firmato con il Premier Li Keqiang, a firmare finalmente quest’anno a Lipsia (città di Angela Merkel) il trattato sulla protezione degl’investimenti, le cui trattative sono in corso dal 2012. Questa firma costituirebbe uno smacco per gli Stati Uniti, che non hanno mai riconosciuto l’UE come un partner di pari livello. Di qui i ritardi, dovuti anche al tentativo di fare firmare prima il TTPI, che avrebbe sancito l’isolamento della Cina. Essendo il TPPI morto e sepolto, ora non resta che firmare con la Cina.

A questo punto si è mosso George Soros, il quale, con il suo recente articolo su “Project Syndicate”, ha chiesto nientepopodimeno che: (i)la UE non firmi il trattato con la Cina; (ii) il PCC destituisca Xi Jinping per una sua pretesa cattiva gestione dell’epidemia (https://www.project-syndicate.org/commentary/china-huawei-threat-to-european-values-by-george-soros-2020-02).  Quindi, il coronavirus è soltanto un preteso per un conflitto ben più generale.

E’ ovvio comunque che, con pressioni di tale fatta, tutti, dai politici ai funzionari UE, ai giornalisti, si siano affrettati a prendere le distanze dalla Cina. E’ stata perfino più obiettiva la posizione assunta dalla Voice of America, la quale (https://www.voanews.com/science-health/coronavirus-outbreak/chinese-virus-aid-europe-raises-long-term-concerns)  prende obiettivamente atto che, e per la sua forza intrinseca, e per essersi già liberata dall’ epidemia, la Cina è l’unica forza capace di sostenere l’ Europa nella prossima crisi economica.

Belgio

Aiuti extraeuropei e European Way of Life

Anche l’Alto Rappresentante UE Josep Borrell si è detto preoccupato di questa crescente influenza cinese, che, a suo avviso, mirerebbe “a screditare l’Unione Europea”(e perché non gli Stati Uniti?). L’articolista di Atlanticoquotidiano, Federico Punzi, con un intervento ripreso sul blog di Rinascimento Europeo, se la prende invece soprattutto con gli aiuti russi, forniti attraverso l’unità NBC (nucleare, chimica e batteriologica) dell’esercito, al quale il Governo italiano avrebbe fornito troppa visibilità.

Non capisco queste preoccupazioni, e, in particolare, quelle della Unione.

Da un lato, l’Unione Europea sostiene che il suo compito è difendere la “European Way of Life”. Dall’ altro, all’inizio del secolo XXI, l’Europa era completamente immersa nell’ influenza americana; dalla lettura della storia all’ideologia politica, dalle lobbies all’informatica, dall’esercito all’ economia, dalla cultura al costume, tant’è vero che c’era lo slogan “siamo tutti americani”. Dov’era allora la “European Way of Life”?

Nel corso di questi ultimi vent’anni, qualche piccolo aspetto dell’”America Mondo”(Antonio Valladao), più che altro simbolico, è stato già messo in discussione. Tutto sommato, l’ Islam non è più una cosa diabolica, i Russi sono stati capaci di sconfiggere qualche alleato degli USA e di riportare una qualche pace in Siria, e hanno cambiato la loro costituzione, inserendo un richiamo agli antenati e alla fede ortodossa, la Cina ha superato gli USA in quanto a potere reale d’acquisto e la Turchia si è fornita di missili russi per prevenire un eventuale aiuto esterno ad un eventuale nuovo tentativo di “regime change” come gli ultimi due tentati golpe. Tuttavia, la gran parte delle nostre vite, pubbliche e private,  è ancora condizionata massicciamente dall’influenza americana: il Complesso Informatico-Militare,  la protestantizzazione del cattolicesimo, la NATO, il signoraggio del dollaro, ecc…

Serbia

Il dialogo con l’Eurasia: lievito per un dibattito interno.

Coloro che affermano continuamente di volere un’ “Europa  sovrana”, capace di decidere il proprio destino (appunto, la “European Way of Life” per dirla con Ursula von der Leyen, un’aristocratica gran dama tedesca ben diversa dagli sguaiati politici americani), non possono che auspicare ulteriori scalfitture a questo controllo dominante, che ci consegna legati mani e piedi a un futuro transumanista. Per esempio, attraverso una maggiore apertura dell’Europa al dibattito culturale e all’ interscambio economico e tecnologico con l’Eurasia, oggi inceppato dai dazi, dalle sanzioni, boicottaggi e diktat, ma, soprattutto, dalle censure ideologiche. Da tutto ciò potrebbero venire almeno degli spunti per una revisione della vulgata storica “occidentalista” che parte da Cristoforo Colombo, passa dalla Riforma e dalle Rivoluzioni Atlantiche, per terminare con la “liberazione”, il Piano Marshall e la Fine della Storia. Come pure di una retorica dei diritti a cui corrisponde di fatto una continua restrizione della libertà di parola e della capacità dei cittadini d’influenzare la cosa pubblica. E, infine, una lotta non più solo cartacea della UE contro la NSA, Google, Facebook ed Amazon. Tuttavia, anche allora, saremmo ancora soltanto all’inizio dell’opera.

Infatti, dato che non esiste, in Europa, nessun importante soggetto, né culturale, né sociale, né politico, né militare, capace di sostenere tale politica veramente europea, tutto ciò potrà essere fatto solo sfruttando  gli spazi di libertà indotti nella società europea dalla concorrenza fra Americani, Cinesi, Russi, ma ormai anche Arabi, Israeliani e perfino Cubani. Una volta tanto, invece di combattere noi per altri, lasciamo che altri combattano per noi. Questo non significa affatto che dobbiamo diventare dei cow-boys, comunisti, cosacchi, imam, chassidim o barbudos. Perciò, prepariamoci a prendere in mano la situazione, con idee molto più chiare di quante ve ne siano adesso.

Quanto all’ Italia, in un’Europa veramente autonoma, essa avrebbe certamente un peso molto maggiore, perché cadrebbero proprio i motivi di sottovalutazione del nostro Paese che lo isolano politicamente (l’incapacità di seguire fino in fondo i modelli puritani; la prevalenza, sull’industria, dei servizi, che si scontra con la volontà dell’ America di riservarsi  questo settore; la capacità di coalizione con i Paesi mediterranei, anche quelli che oggi non sono membri della UE). Per questo, è molto sospetto il fatto che politici e intellettuali che si pretendono conservatori, anziché salutare con gioia l’arrivo di aiuti dall’unico Paese europeo che esalta nella propria costituzione tradizioni e religione, se ne dicano preoccupati.

Infine, per tornare al Coronavirus, nessuno ha potuto criticare nel merito l’arrivo degli aiuti cinesi, russi o cubani, perché ce n’è bisogno, in quanto gli Stati europei sono stati estremamente improvvidi. Mascherine e respiratori fanno parte delle scorte strategiche della guerra nucleare, chimica e batteriologica (NBC), tant’è vero che la Francia ne aveva addirittura miliardi. Tuttavia, sempre nell’ assurdo affidamento sugli Stati Uniti, perfino le scorte francesi si sono esaurite.

Prima la Cina e l’Organizzazione Mondiale (OMS) della Sanità, poi le lobby americane, avevano già ammonito l’anno scorso sui rischi di una pandemia di Coronavirus, prima, con il lancio, con il Forum di Pechino della Via della Seta, della “Via della Seta della Salute”, con la partecipazione del Presidente dell’OMS, poi, con l’ “Event 201”, a New York, del Forum di Davos, della Fondazione Gates e dalla John Hopkins University.

Naturalmente, i governi non si erano mossi, e ora solo i giganti eurasiatici si rivelano pronti, per la loro mole e per l’elevato livello di preparazione bellica. Si noti, per esempio, che il Governo indiano, che non per nulla aveva creato da tempo il movimento popolare sanitario Fitindia, è stato in grado di ordinare il lockout simultaneo di un miliardo e trecentomila abitanti, in anticipo sullo scoppio dell’epidemia.

Grecia

Dopo il coronavirus ci vorrà un’altra economia

Atlanticoquotidiano lamenta che noi ci staremmo comportando come dei “paesi in via di sviluppo”. In realtà, noi siamo attualmente proprio dei “Paesi in via di sottosviluppo”. Nessuno dei meccanismi oggi in discussione in Europa è in grado di rovesciare questo sottosviluppo, perché non basta allentare i vincoli di bilancio se non c’è un piano unitario e gli Stati membri continuano a gestire l’emergenza con i soliti criteri pseudo-liberistici e in sostanza assistenzialistici, sotto un blando coordinamento UE. Tutti i soldi che comunque gli Stati investiranno per rilanciare l’economia dovrebbero essere destinati a creare nuove attività nei settori tecnologici più promettenti, nonché legati alla sanità, che richiedono un’enorme concentrazione degli sforzi, e, soprattutto, un appoggio politico sul piano internazionale.

Riccardo Lala*

*Articolo pubblicato contemporaneamente su  Rinascimento Europeo