Archivi tag: coudenhove-kalergi

FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI O SCONTRO FRA NUOVE NARRAZIONI?

L’obiettivo del Postumanesimo è l’ Apocalisse

La gravità dello stallo dell’integrazione europea è dimostrata dal fatto che perfino il Movimento Europeo lo denunzia oramai continuamente , non lesinando critiche ai vertici dell’ Unione (vedi newsletter allegata).

Anche autori sostanzialmente allineati con il Mainstream, come Massimo Cacciari, sparano oramai a zero sull’ “establishment”.

L’11 settembre, Cacciari aveva pubblicato su “La Repubblica” un articolo dal o titolo “L’ Europa non pensa più”. Titolo significativo, che documenta il disorientamento gravissimo in cui versa l’establishment europeo fino dalla caduta del Muro di Berlino.  A mio avviso, non è esatto che l’Europa non pensi più: è, piuttosto, che l’establishment non può più utilizzare oltre il tempo massimo gli stereotipi inventati callidamente alla caduta del Muro di Berlino per frenare la naturale rivincita del potere europeo (l’”Europe Puissance” di Giscard d’ Estaing) in seguito alla caduta del ricatto bipolare , e, non avendone saputi costruire altri credibili, si rivolge al pubblico europeo con discorsi palesemente incoerenti, basati su puri giochi linguistici, che vengono giustamente assimilati allo stop cerebrale denunziato da Macron nella NATO.

Ulrike Guérot vede il futuro come molto conflittuale

1.Dalle ideologie sette-ottocentesche al comunitarismo

Il crollo del  socialismo reale aveva implicato altresì la destabilizzazione del sistema occidentale, che, nella specularità con il blocco socialista, trovava una ragion d’essere e una legittimazione nella comune adesione al messianesimo immanentistico, chiudendo così la porta ad altre alternative storiche.

In questa luce, on risulta comprensibile anche la radicalizzazione l’esplosione dei comunitarismi americani: i fanatici dell’”American Creed” come Trump contro gli Afrocentristi. Infatti, la decadenza dell’ America come baluardo contro il comunismo ha fatto perdere agli Americani la fede messianica nel Destino Manifesto, come pure il senso di sicurezza derivante dall’ appartenenza a un popolo eletto. Ciascuno cerca, dunque, ora rifugio nella propria identità ancestrale: WASPS e sino-americani, latinos e afro-americani…

I primi, chiedono, con il Presidente Trump, che, nelle scuole, si cambino i programmi di storia per esaltare il contributo dato all’ America al progresso della Modernità; i secondi sono trincerati dietro il “Progetto 1619”, che mira a porre in luce quanto, della storia americana, sia contrassegnato dalla conquista, dallo schiavismo, dalla spoliazione, dalla discriminazione e dall’ ipocrisia.

Con il comunitarismo degli anni ‘80,la “Gemeinschaft” di Toennies vinceva su tutti i fronti contro la “Gesellschaft” hegeliana. Il caso più eclatante era però quello delle “Comunità Europee” che vsvano fatto di tutta l’ Europa un fascio di comunità. Già erano nati (e/o rinascevanono) infatti ovunque, in omaggio al principio della “Différence” derridiana, nuovi pensieri politici (come il “Novij Russkyi Konzervatizm” e lo “Jeni Osmancilik”), non più eredi della Rivoluzione Francese come erano state le vecchie, strumentali, “Ideologie” criticate già sul nascere, come astratte e parziali, da Napoleone e da Carlo Marx. Un esito certo non previsto da molti, e traumatico a causa del carattere religioso (direi anzi fideistico) di quelle ideologie, ben messo in evidenza ancora recentemente dal Nelson, un carattere che le rende rigide (come si suol dire con un orribile neologismo, “non negoziabili”).

Che i diversi nuovi comunitarismi, dall’ortodossia ebraica all’islam politico, da Solidarnosc al neo-ottomanismo,  costituissero anche un’ implicita sfida alla egemonia “occidentale” (perché negavano l’universalità dei suoi valori) era del tutto prevedibile (e compreso perfettamente  per esempio da coloro che avevano osteggiato Gorbaciov, Walesa e Jelcin, per non ammettere delle “via nazionali” slave verso l’Europa).Il comunitarismo aveva, già in quegli anni, influenti seguaci in tutte le latitudini, da Israele al mondo islamico e indico, per poi porsi alla base di Solidarnosc e dei regionalismi europei. Perfino le Repubbliche post-sovietiche si erano autoproclamate, per “rivalità mimetica”, “Comunità di Stati Indipendenti”.

Solo l’Europa, muovendo in controtendenza, aveva chiamato, con il Trattato di Lisbona, la propria organizzazione “Unione Europea”, eliminando il glorioso nome di Comunità Europee. Ciò era avvenuto in gran parte per un’espressa domanda della Gran Bretagna, che aveva obbligato ad espungere addirittura dal Trattato inno e bandiera, per togliere all’ Unione ogni carattere identitario. Il punto era, ed è, che l’unico comunitarismo ammesso è quello americano, sì che forme diverse di comunitarismo non sono ammissibili, perchè farebbero ombra all’ identità americana. Tuttavia, ora, dopo la Brexit, il comunitarismo europeo dovrebbe prendersi la sua rivincita.

Ciò ha portato a un’ovvia debolezza dell’ identità europea, che per le sue origini e caratteristiche è distinta da quella americana,  delegittimando in particolare  le radici eurasiatiche dell’ Europa a favore di quelle occidentali, e di mantenendo gli Europei centro-orientali in uno stato di minorità.

Oggi ci si lamenta della rivolta del Donbass, dell’annessione della Crimea, dell’ appoggio della Turchia a Serraj, dell’estremismo religioso di Kaczynski e della guerra di Orban contro Soros, ma si dimentica quanto il rifiuto di legittimare la Perestrojka, l’Europa Orientale e la Turchia Europea abbia a contribuito ad esacerbare tutti i nostri partner, inizialmente sostenitori quasi fanatici dell’ integrazione europea. Basti pensare all’ articolo di Putin sulla prima pagina de “La Stampa” di Torino per il 50° anniversario dell’Unione Europea,

Da allora, sono iniziati l’attacco all’Ossezia, la denigrazione della Russia, il boicottaggio delle trattative di adesione della Turchia e via discorrendo.

La Russia starebbe destabilizzando l’ Europa, Semmai, quella che oggi è destabilizzata è l’America, e l’ Europa non può trarne che un vantaggio.

In “Paneuropa”, Coudenhove Kalergi aveva già lanciato un progetto molto chiaro di federalismo mondiale

2. Borrell: “Multipolarismo senza consenso”? o “Multipolarismo multuculturale”?

Le recenti prese di posizione dell’Alto Rappresentante Borrell circa l’”autonomia strategica dell’ Europa” ci spingono a un’ulteriore, anche se breve, riflessione su questo cruciale passaggio della nostra identità culturale.

Secondo Borrell,  si assiste al“l’emergere di un mondo multipolare con sempre più attori ma senza che ci sia un vero consenso intorno ad essi”. Ricordiamo che l’ Europa si era sempre schierata a favore di un mondo multipolare, ma con l’arrière pensée ch’esso sarebbe  stato anche monoculturale, cioè copertamente occidentale. Invece, oggi un consenso culturale c’è, eccome, ma sta proprio (ovunque, anche in America) nell’opposizione contro l’egemonia occidentale ammantata dall’ ideologia del progresso (il cosiddetto “Washington Consensus”). È ciò che Borrell definisce “un mondo multipolare senza multilateralismo”, ma.che,in realtà, è un mondo al contempo multipolare e multiculturale. Che altro infatti è il multiculturalismo se non il tanto deprecato relativismo culturale, che ritiene che possano, e debbano, partecipare, alla configurazione del mondo, non soltanto i messianesimi occidentali, ma anche le filosofie orientali e i popoli pre-alfabetici, l’ Islam e il politeismo dell’ Asia Meridionale e del Giappone. Le Nazioni Unite debbono essere il foro in cui si confrontano le diverse visioni del mondo.

Borrell dimentica anche di precisare che l’attuale segmentazione del mondo in centri di potere sempre più confliggenti fra di loro deriva esclusivamente dalla volontà dell’ America, che, per evitare i vincoli posti al suo messianesimo dalle Nazioni Unite, ha lanciato le “guerre umanitarie” (Irak, Afghanistan, Libia) senza l’avallo delle stesse, fondandosi invece solo sulle “coalitions of the Willing”, vale a dire fasci di accordi bilaterali minoritari. Con ciò prima legittimando, poi promuovendo attivamente, una politica di “giri di Walzer” simile a quella che aveva portato alla Ia e alla IIa Guerra Mondiale. A questo punto, come stupirsi se gl’interlocutori degli Stati Uniti si sono visti spinti in tutti i modi a far leva ciascuno sulla propria specifica identità per contare di più nel mondo multipolare?

Di fronte a questa obiettiva realtà mondiale, l’obiettivo dichiarato da Borrell (“livellare il campo di gioco tra gli Stati, dar vita a norme e standard applicabili allo stesso modo per tutti gli attori globali in modo da rendere più eque le loro relazioni commerciali, economiche”)è, a nostro avviso, al contempo, troppo poco ambizioso, troppo astratto, e, comunque, ampiamente mistificante. Durante tutti questi 70 anni, “livellare il campo di gioco” ha significato in realtà aprire la strada ai poteri forti (concentrazioni editoriali e cinematografiche, industrie del web, servizi segreti, grandi famiglie, eserciti delle grandi potenze),  in modo che potessero  occupare sempre più interstizi in tutte le società, impedendo ai diversi popoli e alle diverse culture di dare i proprio contributo al futuro del mondo attraverso un’equa partecipazione ideologica, professionale, economica e politica. Abbiamo avuto così il pensiero unico, i GAFAM, Echelon, Prism, la Società dell’ 1%, la perpetuazione dell’ occupazione dell’ Europa…Perché mai dovremmo spianare la strada ai GAFAM che sono allo stesso tempo sette, chiese, servizi segreti, Stati nello Stato?

In particolare, in Europa, “livellare il campo da gioco”  è stato solo un paravento evitare la nascita di Campioni Europei, lasciando libero il campo ai giganti americani (Ford, General Motors, General Electric, Boeing, Lockheed, IBM, i GAFAM), per ritardare sine die la nascita di una cultura europea e di un esercito europeo..

In realtà, l’Unione si è resa complice, con la sua politica fiscale, antitrust e di outsourcing, del predominio tirannico dei GAFAM, e, con la sua critica ossessiva delle politiche dei Pasi extraeuropei, delle effettive forme di repressione esistenti nel nostro Continente: dalle leggi memoriali al capitalismo della sorveglianza, dalla negazione della cittadinanza alle minoranze nel Baltico alla detenzione sine die del Governo catalano e di Assange.

Fra i vecchi imperi ci sono anche quelli che hanno fatto la storia d’Europa

3.La rivincita dei vecchi imperi

“Il ritorno dei vecchi imperi” che Borrell vorrebbe scongiurare altro non è che l’espressione più appariscente   di quella resistenza delle altre parti del mondo contro la manovra livellatrice dell’ “Impero nascosto” di cui parla Immerwahr, quella in esito della quale nel 2001 lo slogan corrente era “siamo tutti americani”.

Infatti:

a)il solo vero impero, erede del “sogno di Serse” di conquistare l’Europa per essere pasri agli Dei,  è oggi più che mai quello americano;

b)gli altri “Stati civiltà” di cui si parla in Cina, vale a dire gli Stati semi-continentali capaci di esprimere le specificità di una propria cultura, possono ovviamente sorgere più facilmente dove in passato sono esistiti degl’imperi, intendendo, con questo termine, degli Stati sovrannazionali che s’identificavano, anziché con un’etnia, con un modello di umanità, ma non devono necessariamente identificarsi con la hybris achemenide;

c)anche l’idea originaria del federalismo europeo era quella di attribuire un qualche carattere imperiale, nell’ambito di una  “Translatio Imperii” biblica e classica, all’ Unione Europea, sulla scia di Voltaire, di Coudenhove Kalergi e dello stesso Spinelli, ma questo storico obiettivo era stato travolto dall’ideologia “angelistica” affermatasi dopo la caduta del Muro di Berlino, secondo cui l’Unione Europea sarebbe stata, come dice Borrell, “il rifiuto del potere”;

d)multilateralismo significa la possibilità di tutti i popoli di operare a livello mondiale su un piede di parità, e questo è appunto il primo obiettivo dell’Unione europea, ma ciò non è mai avvenuto in pratica perché tutte le grandi decisioni sul piano mondiale sono state sempre determinate dai soli Stati Uniti, anche per l’autolesionistico “rifiuto del potere” da parte degli Europei;

e)L’Unione Europea, soggetto nuovo che però ha dietro di sé una storia antichissima, ha oggi esattamente lo stesso problema di tutti gli altri Stati-Civiltà: come fare sentire la propria voce sui futuri assetti del mondo a dispetto del debordante potere dell’unico “Impero Nascosto”. E il primo a saperlo dovrebbe essere, per la sua carica, proprio Borrell, il quale si trova tutti i giorni confrontato all’impossibilità, per le Istituzioni europee, di creare, come tutti invece si aspetterebbero,  una loro “civiltà digitale”, alternativa a quella, imperante, della “Singularity” e della sorveglianza , e che vedono le proprie iniziative, come quelle sul clima o in Iran, cassate brutalmente dagli Stati Uniti;

f) la cosiddetta “rivincita dei vecchi imperi”  costituisce anche l’abbozzo del tentativo concreto  di superare un’altra difficoltà denunziata da Borrell, quella del “proliferare degli Stati sovrani”, che rende impossibile un dialogo coerente a livello mondiale. La creazione di grandi Stati-Civiltà, uniti ciascuno dal fatto di rappresentare una determinata tradizione culturale (esempi tipici, gli USA e la Cina), permette un dibattito trasparente e alla pari, fra soggetti dotati di adeguata forza, competenza e motivazione;

g) alcuni dei “Vecchi imperi” (Turchia, Russia) sono in realtà delle sub-sezioni dell’Europa, che, nel corso dei millenni, avevano  rivendicato per sé la translatio imperii biblica e romana (la “seconda e la terza roma”), così come Song e Jin avevano rivendicato quella sinica, e abbassidi e fatimidi quella islamica. Ma anche Spagna, Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia e Ungheria sono resti di vecchi imperi, ed è per questo ch’essi rivendicano ancor oggi una qualche forma “sovranità internazionale” (vedi la repressione dell’indipendenza catalana e scozzese, la “francofonia”, le bandiere della Rzeczpospolita a Minsk…). L’Europa non può tener conto solo dei suoi sedicenti “Stati Membri” (che comunque sono anch’essi troppo numerosi), ma deve dare un ruolo effettivo nella governance  e distinto alle sue grandi Regioni storiche, alle microregioni e alle città, che corrispondono alle vecchie Monarchie, Corone, Stati e Città.

h)Come spiega Immerwahr nel suo “Impero Nascosto”, la “creazione di principi e ruoli universali” è stato il capolavoro del Presidente americano Hoover, che, attraverso la standardizzazione, ha assoggettato il mondo. Tuttavia, il rendere tutto standardizzato elimina l’umano, che è imperfezione e soggettività, a favore della macchina, che è tutta logica e principi.

L’Europa senza potere è un’Europa dove il potere ce l’hanno gli altri

4.Il “rifiuto del potere”: causa prima dell’anarchia europea

L’intervento di Borrell parte, come del resto interventi simili da parte di altri esponenti europei, dalla convinzione che il motore primo dell’ Unione Europea sia stato il rifiuto del potere.

Quest’affermazione è, intanto, poco credibile, perché qualunque uomo politico, e qualunque organizzazione politica, non può che ricercare il potere, altrimenti non esisterebbe, né si guadagnerebbe da vivere.

In secondo luogo, essa è in netto contrasto con i grandi fautori dell’ integrazione europea, da Dubois a Podiebrad, da Sully a Saint Pierre, da Voltaire  Nietzsche a Spinelli, da Giscard d’ Estaing a Joschka Fischer. In particolare,  Spinelli rivendicava l’amore per il potere quale motivazione prima del suo impegno politico, Giscard rivendicava l’ “Europe Puissance” e Fischer la ”Selbstbehauptung Europas”.

In realtà, il “rifiuto del potere” (emerso nel discorso europeo solo dopo la trasformazione in “Unione”) costituisce sostanzialmente  da sempre il programma del movimento anarchico, e dunque è normale che, da quando esso è divenuto anche quello dominante nell’ Unione Europea, noi viviamo ora nel caos che vediamo ogni giorno, con il Complesso Informatico-Militare che spadroneggia impunito (come testimoniano le sentenze Assange, Schrems e Apple), con la Turchia e la Grecia che si minacciano di guerra e l’Italia che partecipa alle manovre navali su ambedue i fronti, con un Recovery Fund che non è ancora stato approvato dal Parlamento Europeo, mentre intanto i ministeri degli Stati Membri affastellano milioni di progetti irrealizzabili, anziché presentare i pochissimi utili.

Che i vertici europei rifiutino di esercitare il loro potere è un regalo eccezionale ai nemici dell’Europa, un regalo troppo bello per essere casuale.

L’Europa dovrebbe difendere l’umano contro il complesso informatico-militare

5. Un’ Europa che rifiuta il potere tradisce la sua missione

In un precedente blog, avevamo scritto: “All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica ‘missione’ prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la ‘prassi liberante’ propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’’intelligenza collettiva’ e del ‘lavoratore’, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di ‘rovesciare il tavolo’. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori ‘assiali” della saggezza, della filosofia, ‘dell’’humanitas’, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al ‘banauson ergon’ (quel ‘lavoro bruto’ che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’ orizzonte).”

Quando Cacciari scrive che “ l’ Europa non pensa più”, cioè non è più in grado di definire adeguatamente  se stessa,  è proprio perché, a partire dalla sua trasformazione in Unione Europea, avvenuta con il Trattato di Lisbona, essa aveva tentato impropriamente  di assumere, quale propria ideologia, precisamente quella del “Rifiuto del Potere”, un fine, cioè,  che non era, né quello proprio  della tradizione europea, né quello ch’era stato  enunziato all’inizio alle Comunità Europee, né, infine, quello che si richiederebbe ora, nel XXI secolo, di fronte alle sfide della Transizione Digitale, bensì un fine eterodiretto, rientrante in ultima analisi nel progetto della modernità americana: l’omologazione mondiale. Se gli Europei rifiutano il potere, ma in sostanza sostengono il potere americano, quest’ultimo riuscirà a domare anche i popoli più cocciuti, e ci sarà veramente la Fine della Storia, cioè la sottomissione dell’uomo alla macchina (la Singularity).

Oggi, non essendo  completato neppure ancora il controllo dell’Europa, le forze che avevano patrocinato la “rinunzia al potere” sono rimaste disorientate, e non hanno ancora trovato  una propria linea difensiva, mentre neppure il resto (maggioritario) dell’ Europa, diseducato da quel periodo di egemonia conformistica, è riuscito ancora a far emergere una sua adeguata classe dirigente.

Coincidenza fra l’Europa senza potere e l’ideologia californiana

6.Da dove viene  questo rifiuto?

L’idea della Fine della Storia ha un’origine antichissima, da ricercarsi presumibilmente nell’ apocalisse zoroastriana (“Frasho Kereti”), ed è trasmigrata in modo carsico, nel corso dei  millenni, fra l’apocalittica ebraica, le eresie cristiane e  islamiche e il chiliasmo materialista moderno di Lessing  e postmoderno di Kurzweil.

Essa si era nuovamente concretizzata per la prima volta come vero e proprio progetto politico, dopo la sfortunata spedizione di Serse in Grecia, sotto la forma dell’ “American Creed” di Friske (il “Destino Manifesto”), sboccato infine nel postumanesimo dell’ Ideologia Californiana. Quest’ ultima è poi andata in crisi all’ inizio del XXI secolo di fronte alla resistenza opposta dall’ Islam politico e del sovranismo russo (i cui esiti si vedono ancor oggi in Afghanistan, in Turchia e in Ucraina), sì che l’establishment americano era stato costretto ad escogitare nuove strategie per permettere la sopravvivenza del progetto. Così, mentre Fukuyama “si rimangiava” la sua tesi, secondo cui la Fine della Storia sarebbe oramai avvenuta, Samuel Huntington teorizzava lo scontro di civiltà. Sono venuti poi il TTIP e il TTP, e, infine, l’ “America First”. Fin dall’ inizio l’Europa  il ruolo in quel progetto, pilotato dall’ America,  è stato  passivo: dalle Rivoluzioni Atlantiche, al taylorismo e fordismo, fino alla Guerra Civile Europea e all’ordine di Yalta. Cacciari scrive che “Vi fu chi comprese che la fine del tragico Novecento offriva all’ Europa una grande e irripetibile occasione per affermare una propria nuova, originale ‘centralità’.”.  In particolare, l’Unione Europea, rimasta sconcertata dalle politiche dei due Bush e di Clinton, aveva tentato d’inserirsi in quei tentativi di revisione dell’ideologia occidentale “Anche riscoprendo una sua ’storia segreta’, voci inascoltate della sua tradizione”, vale a dire  riprendendo  a proprio vantaggio la retorica americana dell’ “esportazione della democrazia”, descrivendo se stessa quale l’ultimo vero erede della tradizione chiliastica occidentale,  e spacciando abusivamente la propria storia come una “success story” sul cammino della pace universale (trascurando così Suez, la guerra greco-turca, l’IRA, l’Afghanistan, la Transnistria, la ex Yugoslavia, Tskhinval, l’Irak,la Libia). In particolare, Jeremy Rifkin aveva teorizzato la “translatio” del Sogno Americano nel Sogno Europeo. Quindi, una riedizione aggiornata dell’ idea “funzionalistica”, secondo cui l’integrazione parziale dell’ Europa avrebbe aperto la strada all’ integrazione mondiale, secondo la logica deterministica della “Teoria della Sviluppo”di Rostow.

L’idea attuale della Commissione, quella di essere un “Trendsetter nell’ elaborazione delle norme”  vorrebbe forse riprendere quella tentazione. Si tratterebbe quindi, ben lungi dal preteso “utopismo” dei federalisti,  di un rifiuto del loro realismo politico, tentando invece di rimettere in circolo il chiliasmo dei “funzionalisti”, che assomiglia oggi molto al postumanesimo dell’ideologia californiana (a cui l’accomuna la stessa matrice filosofica).

La Fine della Storia è la vittoria del Sogno di Serse

7. La via non percorsa: quella del Federalismo Integrale

Il richiamo indiretto fatto negli anni 80 e 90, per rivitalizzare l’Europeismo reso esangue dal funzionalismo,  al “federalismo integrale” di Grotius, Althusius, Tocqueville, De Rougemont, Marc e Olivetti e a quello politico spinelliano,   avvenne   purtroppo in un modo estremamente reticente (Michel Albert), perché questi erano  già stati sconfitti dal funzionalismo sotto la spinta degli Stati Membri, di Monnet e di Schuman.

L’informatica, era divenuta in quegli anni la nuova frontiera della terza guerra mondiale (la “giustizia infinita” lanciata da Bush e descritta più appropriatamente dagli strateghi cinesi come “guerra senza limiti”, e dal Papa come “terza guerra mondiale a pezzi”), come  avevano dimostrato Stux, Echelon e Prism. Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google,  aveva precisato che l’essenza  della Fine della Storia era la “Singularity Tecnologica”, cioè  il ritorno dell’ Universo all’ Uno  grazie alle tecnologie informatiche ( l’”Unus Sumus”  di cui parla Cacciari): un’idea  che trova i suoi precedenti nel Buddismo e nella Qabbalà. In quella fase, Schidt e Cohen (membri del Consiglio di Amministrazione della stessa società), scrivevano, sulle rovine della Baghdad ingiustamente bombardata e conquistata, che oramai Google aveva sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo (The New Digital Age).Veniva così dichiarato pubblicamente che la Fine della Storia, ovvero la Pace Perpetua, era il progetto dei GAFAM, e che tutti coloro  -fossero essi Saddam o Assange, Gheddafi o Manning, Morales o Snowden-, dovevano oramai essere eliminati o resi inoffensivi (cfr. caso Olivetti).

Anche  la pretesa dell’Unione d’ incarnare l’”autentico” Sogno Americano veniva  messa i ombra dal progetto dei GAFAM. Comunque, questi avevano trovato ben presto il modo di convivere con le Istituzioni europee (non diversamente che con il Partito Comunista Cinese). A maggior ragione, in questo contesto, trovava difficoltà a materializzarsi un ruolo specifico per gli Europei  perché l’Unione Europea era stata esclusa deliberatamente dalla civiltà digitale, e le Istituzioni, contrariamente al Governo cinese, non facevano nulla per rialzare il  suo profilo in questo campo.

Inoltre, mentre il “funzionalismo” tradizionale dell’Unione Europea era  già un embrionale esempio di “governo delle regole”, e quindi predisposto verso il  “Governo delle Macchine” oggetto della Singularity, il  federalismo integrale tradizionale dell’ Europa  costituisce una forma altamente sofisticata di “governo degli uomini sugli uomini”, e, come tale, incominciava già allora a stridere con il progetto americano di globalizzazione tecnocratica. Basti pensare all’approvazione del GDPR da parte delle Istituzioni europee, una vera bomba a orologeria per i rapporti euro-atlantici, di cui solo ora si incomincia a percepire la portata.

L’Europa è riuscita ad essere il “trendsetter del dibattito mondiale”?

8.Al di la del conflitto con la Cina, il federalismo mondiale

Negli stessi anni, l’inaudito sviluppo della Cina  portava allo scavalcamento dell’America in molte fondamentali  tecnologie, quali i computer quantici, le valute elettroniche, i social network, l’ingegneria medicale, i social networks, i treni ad alta velocità. Questo  provocava  di riflesso a sua volta una frenata nello sviluppo sul piano mondiale della Società del Controllo Totale americana (con esiti diversi per la Cina, la Russia, l’India e Israele). Oggi è la Cina a rivendicare l’eredità del “sogno Americano” (“Zhongguo Meng”), anche se le sue tradizioni culturali le rendono impossibile realizzarlo con la stessa radicalità.

In questo scenario sovraffollato, l’Europa non sa più quale spazio occupare, né dal punto di vista fattuale, né da quello concettuale. Dal punto di vista fattuale, il mondo è dominato dalla nuova guerra fredda voluta da Trump (che ora si ritorce contro l’ America). Da quello concettuale, si contrappongono un nuovo maccartismo americanocentrico e il progetto eurasiatico della Via della Seta, che sfocia nella negazione di un ruolo provvidenziale degli Stati Uniti (“la sola nazione indispensabile”), mirando addirittura a  ridimensionare gli stessi fino al livello di uno qualunque fra i grandi Stati-civiltà che si contendono il ruolo di comprimari nel mondo.

Il vecchio federalismo europeo “funzionalistico” era sempre stato favorito in quanto indeboliva l’ Europa, impedendole di divenire un soggetto politico forte, e, quindi, capace di dialogare alla pari con le grandi potenze. Dal punto di vista del multiculturalismo eurasiatico, un “federalismo integrale” europeo forte costituirebbe il parallelo del federalismo mondiale veramente multiculturale come era stato concepito da De las Casas e Coudenhove Kalergi, e a cui aspirano oggi Cina e Russia. Questo tipo di federalismo era sempre stato al centro della storia dell’identità europea: dal tribalismo dei popoli dei Kurgan e medio-orientali, al cetualismo delle poleis, alle leghe, agl’imperi occidentali, delle “repubbliche aristocratiche”, ai progetti premoderni e moderni di federazione. Il Federalismo Mondiale non può sussistere senza Stati che vogliano e possano federarsi; degli “Stati-Civiltàche accettino il pluralismo delle culture. Oggi, l’unico Stato che sia, e si senta, tale, è la Cina, e non è un caso ch’essa svolga un ruolo così centrale nel mondo di oggi. Gli altri quattro Stati-civiltà che aspirano a questo ruolo, presentano ciascuno dei notevoli inconvenienti. L’America vorrebbe  rappresentare l’unico impero mondiale pur continuando a mantenendo il potere entro la limitatissima “Società dell’1%” (WASP), vale a dire pochi milioni di persone. L’India non riesce ad avere una propria identità “forte” perché insanabilmente divisa fra religioni, etnie e caste. La Russia rappresenta adeguatamente l’eredità dei Popoli delle Steppe, ma, mancando di un’adeguata popolazione ed avendo confini indefiniti, è costretta, per sopravvivere, ad acettare la conflittualità impostale dall’ esterno. L’Europanon sa più , appunto, ciò che vuole, non è uno Stato ed è in completa balia degli Stati Uniti dal punto di vista culturale, militare e politico.

Il federatore dev’essere il popolo europeo

 9.Quale  “federatore”?

Cacciari individua, fra le carenze dell’integrazione europea attuale,  l’assenza di un federatore.  A mio avviso, questo federatore c’è. Anzi, il termine “federatore” era  stato coniato (precisamente dal Generale De Gaulle), per designare questo “federatore esterno”: gli Stati Uniti, vero motore dell’ integrazione europea, con il Senatore Fulbright, che aveva fatto approvare dal Senato una mozione a favore della Federazione Europea; con il direttore della CIA, Donovan, che finanziava il Movimento Europeo di Churchill;  con il Segretario di Stato, Dean Acheson, che, piombato inaspettatamente l’ 8 maggio a Parigi, aveva riscritto l’ultima versione della “Dichiarazione Schuman”;  con lo studio Cleary and Gottlieb, che aveva  scritto i Trattati Europei per conto di Jean Monnet; con  la NATO a cui hanno dovuto aderire i Paesi dell’ Est Europa prima di poter aderire all’ Unione Europea. Gli Stati Uniti non hanno invece mai tollerato la nascita di un “Federatore Interno”. Basti vedere i casi di De Gaulle e di Gorbaciov.

Inoltre, gli Stati Uniti non riconoscono l’ Unione Europea, con la quale nessun presidente americano ha mai dialogato, come un partner del loro stesso livello. Invece, il presidente Xi Jinping s’incontra periodicamente con i vertici europei, e il ministro degli esteri Wang Yi ha dichiarato a Roma, al termine dell’incontro con il Ministro di Maio, che la Cina vuole un’Unione Europea forte e unita. Infatti, aggiungiamo noi, solo un’Europa che abbia rapporti culturali, tecnologici ed economici intensi con tutto il mondo potrà alimentare concretamente il proprio federalismo integrale, e, come tale, costituirsi in soggetto solido e autonomo, alternativo, e comunque allo stesso livello, degli Stati Uniti. Per questo vi è tanta avversione, negli ambienti atlantici, contro il Papa gesuita, contro Huawei e contro il North Stream, che, attraverso rapporti trasversali, rafforzano la posizione negoziale dell’ Europa.

Barcellona vs. Cacciari: il Katechon contro “la Cosa Ultima”

10. L’Europa come Katechon

A mio avviso, sta proprio in questa situazione  di tensione generalizzata il lato positivo della transizione in corso nell’ Europa di oggi, la quale ultima, grazie ad essa, è passata in una decina di anni, dal più estremo fanatismo  per la Fine della Storia (“siamo tutti americani”), ad una prima, seppur timida,  messa in dubbio del “politicamente corretto” occidentale. L’evoluzione storica ha infatti dimostrato che l’unico senso concreto che poteva avere quel richiamo ossessivo all’ unità della “comunità internazionale” (oltre ad essere ovviamente in contrasto con il tanto conclamato pluralismo europeo) era quello della Singularity Tecnologica, l’unità fra uomo e macchina, che infatti, mai fu perseguita con tanta decisione come in quegli anni.

Nel suo articolo, Cacciari richiama ,fra gli altri, come possibile fonte culturale di un’ Europa culturalmente autonoma, lo scrittore settecentesco tedesco Efraim Lessing. Orbene, l’interpretazione lessinghiana delle radici cristiane dell’Europa come preparazione della Modernità in cui, secondo il Primo Programma Sistemico dell’Idealismo,  l’uomo si salverebbe da solo con” una nuova scienza”, porta implicitamente al governo mondiale da parte dei Big Data e dell’ Intelligenza Artificiale.

Concordo tuttavia che, per sostanziare il Federalismo Integrale, occorra un richiamo, come scrive Cacciari,  ad aspetti nascosti della tradizione culturale europea, ma mi rivolgo, per questo, in una direzione diversa da quella a cui Cacciari pensa citando Lessing e Goethe. A mio avviso, infatti, l’accademia. e la cultura ufficiale in generale hanno privilegiato indebitamente  (per quanto manipolandone i significati), solo certi autori, come Platone, Tucidide, l’ Apocalisse, Dante, De Maistre, Locke, Hegel, Marx, Tocqueville, Nietzsche, Popper, Rostow, Teilhard de Chardin,…, letteralmente oscurandone altri, pur centrali nella storia della cultura europea, come Sinliqiunnini, Socrate, Aristotele, i Padri della Chiesa, la Scolastica,  De Las Casas, Machiavelli,  i Gesuiti, Pascal, Montesquieu, Dostojevskyj,  l’ “Italian Thought” dell’ inizio del XX Secolo,  Burgess, Anders, St.Exupéry, McLuhan…. Secondo  questi autori, mentre la pretesa di unificare sacro e profano nell’unità finale suona addirittura anticristica (vedi “il Grande Inquisitore”), la Città di Dio e la Città dell’ Uomo debbono procedere in parallelo, per “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

Ricordiamo che il riconoscimento che la teologia della fine della storia porta alla Singularity tecnologica ha indotto alcuni autori recenti, e, in primis, il secondo Fukuyama e l’ultimo Barcellona, a ipotizzare la necessità di un Katèchon. Soprattutto Barcellona ha concepito l’ Europa come Katechon.  Costoro hanno visto la riduzione dell’utopia a ideale normativo non già come un’ inspiegabile rinunzia, bensì come la conseguenza logica della concezione europea della laicità.

I whistleblowers sono ancora perseguitati, e noi non li stiamo aiutando

 11.Dopo “Schrems 2”: dare ospitalità a Snowden e Assange

Come conseguenza di ciò che precede, mentre Cacciari ei vede la situazione attuale come la fine del pensiero dell’ Europa, io invece la vedo come il concreto avvio di una situazione nuova, in cui  questa incomincia a liberarsi dai lacci e lacciuoli -culturali, ideologici, tecnologici, politici e militari-  che la tenevano avvinta al progetto chiliastico americano, per avviarsi su un inedito cammino di riflessione culturale, di maturità politica e di autonomia storica. Come abbiamo visto, l’Europa ha dismesso anche l’immotivata presunzione di autodefinirsi come la patria della “modernità occidentale” cominciando a concepirsi, come dice la Commissione, solo più come come “il trendsetter del dibattito mondiale”. Un dibattito che deve evidentemente essere aperto a tutte le culture, senza preconcetti o primogeniture.

In questo senso, le sentenze della Corte di Giustizia nelle due cause Schrems, e i 101 ricorsi proposti dall’organizzazione di Schrems dinanzi alla autorità nazionali di tutela dei dati contemporaneamente alla Global Initiative for Data Protection proposta da Wang Yi costituiscono l’annunzio del tipo di battaglia che si apre dinanzi noi, proprio nell’ area sensibilissima dei dati, in cui i popoli del mondo non accettano più di essere soggetti passivi dell’ America e dei GAFAM, ma pretendono di godere di una reale parità di trattamento in quest’area, che è decisiva per l’avvenire del mondo.

Invece d’inventarsi ruoli astratti e mistificanti su temi superati dalla storia, l’Unione dovrebbe concentrarsi  sul dare attuazione pratica a quanto richiesto autorevolmente  dalla Corte di Giustizia con le sentenze Apple a Schrems: porsi alla testa di una lotta senza quartiere contro la dittatura antropologica e culturale, poliziesca e militare, ideologica, politica, sociale ed etica, del Complesso Informatico-Militare.

Primo passo: dare ospitalità ai Whistleblowers che tanto hanno patito, e ancora patiscono, per avere contestato la società della sorveglianza, e che hanno chiesto (inutilmente) di essere ospitati in Europa. E, in primo luogo, se sarà liberato, a Julian Assange, di cui non è ancora finita l’incredibile odissea poliziesca.

Virgilio Dastoli

ALLEGATO

Newsletter n.29/2020 del Movimento Europeo in Italia – Sfide interne ed esterne per l’Unione europea

I silenzi di Ursula von der Leyen

Dedichiamo una parte importante della newsletter al lungo discorso sullo stato dell’Unione  pronunciato davanti al Parlamento europeo a Bruxelles il 16 settembre dalla Presidente Ursula Von der Leyen.

Come per Eduardo De Filippo, se ci si consente il paragone, si potrebbe parlare del colore delle parole e della temperatura dei silenzi.

Vogliamo concentrarci qui sulla temperatura dei silenzi limitandoci a due aspetti essenziali del futuro dell’Unione europea: la dimensione sociale e la Conferenza sul futuro dell’Europa lasciando a Fabio Masini un’analisi critica sulle priorità in materia di politica estera..

Il primo aspetto concerne il pilastro sociale e cioè la lotta alle diseguaglianze che non può essere risolta solo dal fiume di danaro che dovrebbe scorrere dalla sorgente di Bruxelles verso i paesi membri e suddividersi in sette rami diversi in parte sotto forma di prestiti (la maggioranza), in parte sotto forma di sovvenzioni dirette ma in parte attraverso programmi europei la cui destinazione nazionale non è garantita in partenza.

La pandemia non ha avuto effetti solo sull’economia e sulle finanze dei nostri paesi ma sui modelli delle nostre società a cominciare dal ruolo del lavoro, la mobilità, il tempo libero, il gap generazionale, le pari opportunità, i rapporti tra le città e le aree interne, le politiche di inclusione, gli effetti della società digitale e dello sviluppo della robotica, l’uso di strumenti come il blockchain che è andato ben al di là della diffusione dei bitcoin e infine – last but not least – il tema della democrazia economica.

La temperatura del silenzio nel discorso sullo stato dell’Unione può essere rapidamente verificata sia perché il 14 ottobre si terrà il “vertice sociale tripartito” fra istituzioni europee e parti sociali (rappresentanti dei lavoratori e imprenditori) che, ai tempi di Jacques Delors, era l’occasione per mettere sul tavolo proposte precise della Commissione sulla dimensione sociale, sia perché l’attuale Commissione presieduta da Ursula von der Leyen (che è stata ministra del lavoro in Germania) si è per ora limitata a dire e a proporre un metodo di sviluppo del Pilastro Sociale – adottato “solennemente” a Göteborg nel novembre 2017 – fondato su “piani di azione” e non su strumenti giuridicamente vincolanti  o finalmente rispettosi della clausola sociale orizzontale introdotta all’art. 9 nel Trattato sul  funzionamento dell’Unione europea.

L’idea dei piani d’azione è stata lanciata dalla Commissione europea in una comunicazione pre-pandemia del gennaio 2020 su cui vi è stata un’ampia consultazione e ci si poteva immaginare che dalle parole si passasse ai fatti e cioè a proposte legislative.

Il silenzio del 16 settembre è stato invece assordante e, nella lettera di intenti per il 2021 inviata al Presidente del PE David Sassoli e alla cancelliera Angela Merkel, Ursula von der Leyen preannuncia ventisette iniziative legislative ma solo un altro piano di azione sul Pilastro Sociale, su una garanzia per l’infanzia, su una strategia per l’occupazione e per l’economia sociale.

La seconda temperatura del (quasi) silenzio riguarda la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’idea piuttosto vaga che fu lanciata da Emmanuel Macron il 4 marzo 2019 e che si sarebbe dovuta concludere alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi nella primavera del 2022.

Il Parlamento europeo ha considerato che la Conferenza potesse essere uno spazio per affermare la sua leadership e tentare di riaprire il cantiere dell’Unione europea chiedendo una riforma dei trattati a più di dieci anni dall’entrata in vigore di quello di Lisbona nel dicembre 2009.

Apparentemente bloccata dalla pandemia, la Conferenza non è partita perché sono molto distanti le posizioni fra il Parlamento europeo e i governi non solo sul principio della revisione dei trattati (che è condiviso per ora solo dal governo austriaco che vorrebbe ridare agli Stati delle competenze attribuite all’Unione) ma sulla governance (e cioè su chi deve presiederla), sui suoi tempi, sulle modalità del coinvolgimento della società civile e sul destino delle sue proposte.

Alla Conferenza Ursula von der Leyen ha dedicato trenta parole in quindici pagine dicendo che una delle sue missioni – “nobili e urgenti” – sarà la questione delle competenze in materia sanitaria. Non una parola sulla Conferenza è stata invece spesa in altre parti del discorso sul futuro dell’Unione che pur richiederebbero una riforma che potremmo chiamare costituzionale.

Possiamo immaginare che il solido pragmatismo tedesco abbia portato lentamente la Presidente della Commissione europea a riflettere sui rischi che una Conferenza promossa sulla base di un più che minimo comun denominatore fra Parlamento e governi possa diventare rapidamente uno spazio all’interno del quale scaricare tutte le questioni del “potere costituito” (e cioè delle decisioni che dovrebbero essere prese dalle istituzioni sulla base dei trattati e delle procedure attuali) lasciando da parte il “potere costituente” (e cioè tutto quel che deve essere fatto al di là dei trattati).

Le materie – “nobili e urgenti” – da sottoporre al potere costituente non mancano e sono state messe in evidenza in questi mesi di pandemia: la capacità fiscale dell’Unione europea e le risorse proprie (due parole chiave assenti nel discorso sullo stato dell’Unione), la governance dell’UEM per risolvere quella che Carlo Azeglio Ciampi chiamava la sua zoppìa, la paralisi nella politica estera e della sicurezza ivi compresa la dimensione della difesa per la prevalenza assoluta del metodo intergovernativo, l’integrazione differenziata e cioè il tema dell’Europa a due velocità, l’inadeguata ripartizione delle competenze e last but not least il tema della incompleta democrazia europea.

Speriamo che la temperatura del silenzio della presidente Ursula von der Leyen sulla Conferenza per il futuro dell’Europa preluda ad un suo atto di rottura dell’apparente pax  interistituzionale e degli inutili tri-dialoghi fra i presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio europeo e della Commissione europea.

Speriamo soprattutto che il Parlamento europeo comprenda rapidamente il tempo perso nella ricerca di un minimo comun denominatore con il Consiglio europeo e con il Consiglio e proponga alla Commissione una via alternativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa, infragilita anch’essa dalle conseguenze del COVID-19, un’alternativa che passi dall’incontro fra la democrazia rappresentativa e quella partecipativa affinché questa legislatura diventi finalmente costituente per costruire una “unione vitale in un mondo fragile”.

La Conferenza sul futuro d’ Europa dev’essere fatta dal popolo europeo

UN “CENTRO VITALE” PER L’EUROPA E L’ITALIA

Dopo 70 anni, ancora nessuna costituzione europea?

COMMENTO ALL’ ARTICOLO DI SERGIO FABBRINI SU “IL SOLE 24 ORE” DEL 9/8/2020

Come per fortuna avviene sempre più spesso negli ultimi tempi, anche i grandi giornali stanno prendendo atto, anche se con fatica e controvoglia, delle grandi verità del nostro tempo, e, in particolare, di quelle che concernono l’Europa.

In questo caso, si tratta dell’idea di un “Centro Vitale”, termine indicato a suo tempo  da Arthur Schlesinger, in relazione agli Stati Uniti,  per indicare una coesa forza politica centrale, tesa a sostenere  il proprio sistema-Paese, ma che assume, di giorno in giorno, un significato più profondo e più ampio.

Secondo Fabbrini (e  io  concordo), questo “centro vitale” non esisterebbe, oggi, né in Europa, né in Italia, ma andrebbe creato se si vuole proseguire il processo d’integrazione. L’occasione e l’urgenza per la nascita di questo “centro vitale” sarebbero costituite  dalle possibilità  di rinnovamento offerte dallo strumento finanziario pluriennale dell’ Unione post-coronavirus, cioè per l’esercizio 2021-2027. A nostro avviso, però, dato che, come vedremo ,le tanto esaltate decisioni del Consiglio Europeo Straordinario del 21 luglio sono state giudicate assolutamente negative, a questo proposito, in primo luogo proprio dalle stesse Istituzioni europee, sarà necessaria un’ulteriore mossa, che noi identifichiamo con la tanto attesa “Conferenza sul Futuro dell’ Europa”, in funzione ella quale ci stiamo organizzando

Il Mayflower Compact: un assegno in bianco, che “the Strangers” sulla nave rifiutarono di firmare
  1. Il Centro Vitale dell’ Europa  e quello dell’ America

Certamente, l’assenza di un siffatto “centro vitale” è una delle nostre massime carenze, che ci distingue dagli Stati Uniti. Essa è assolutamente spiegabile con l’opposta struttura e storia di America ed Europa. L’America è una “nazione di emigranti” creata deliberatamente intorno alle sette protestanti (in primis, la “Congregazione di Scrooby”), desiderose di “fare tabula rasa” della tradizione europea, fondando così, il vecchio progetto di Cristoforo Colombo e di Antonio Vieira: “un nuovo cielo e una nuova terra”, la “casa sulla collina” citata nella Bibbia, dove avrebbe albergato il “Popolo Eletto” ,per realizzare il Paradiso in Terra. Nel fare ciò, i Puritani volevano liberare la tensione messianica delle eresie, compressa dall’interpretazione paolina, agostiniana (ma anche halakhica e sunnita) della Bibbia, che aveva dominato il “Vecchio Mondo” da 1500 anni. Non è un caso che il movimento “fondamentalista”, che voleva tornare ai “fondamenti” del Cristianesimo come oggi i salafiti vogliono ritornare ai “Batin” dell’ Islam, sia stato esclusivamente americano.

Quell’altra era stata invece l’identità dominante dell’ Europa, durata 1500 anni, a cui avevano fatto riferimento Omero e Eschilo, Platone e Aristotele, San Paolo e Sant’Agostino,  Dante e Shakespeare, Leibniz e Voltaire, Goethe e Manzoni, Freud e Jung .L’Europa, infatti, si era creata, nel corso dei millenni, intorno a un coacervo di guerrieri, famiglie, clan, villaggi, tribù, signori e città, gelosi della loro diversità e indipendenza (gli “autonomoi” di Ippocrate), fieramente ostili all’ idea dei grandi Stati centralizzati e provvidenziali, di cui la Persia aveva costituito l’esempio paradigmatico, e della loro declinazione religiosa, il chiliasmo immanentistico. Anche gli Ebrei del Vecchio Testamento erano fautori di un modello politico tribale (le “Dodici Tribù”), e, quando, con Saul, si erano dati un re, lo avevano fatto malvolentieri, per autodifesa rispetto alle grandi monarchie del Medio Oriente. Prima della conquista persiana, non conoscevano neppure il messianesimo, dato che l’espressione Mashiah (l’Unto), fu usata in questo senso per identificare in Ebraico Ciro il Grande come uno Shaoshant, un avatar di Zoroastro.

E, dietro al chiliasmo mazdeo, manicheo, gioachimita, sebastianista, cabbalista, puritano e cosmista, si è stagliata da sempre l’ombra del Buddhismo Hinayana, come intuito da Matteo Ricci e da Nietzsche, l’antitesi per antonomasia di ’”Hygieia”, la Dea  invocata da Ippocrate. “Centro vitale” significa dunque anche un centro d’irradiazione culturale che si batte per la vita contro il “cupio dissolvi” che, dalla negazione del mondo, si estende  a quella  della società, e, infine, al superamento dell’ umano da parte delle macchine.

Gli Europei, quando avevano aderito all’ idea imperiale ereditata dai Persiani (Impero Romano, Sacro Romano Impero, Rus’ di Kiev, Rzeczpopolita polacca), avevano concepito l’Impero stesso come un “foedus” (in Ebraico, “Berith”) fra un’infinità di particolarismi (famiglie, gentes, città, tribù, feudi, regni, popoli): una federazione asimmetrica. Lungi dall’ essere “monistico” (“advaita”), il “centro vitale” dell’Europa è stato da sempre conflittuale e dialettico (Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam, Chiesa e Impero, Cattolici e Protestanti, Comunismo e Fascismo, NATO e Patto di Varsavia).Occorre   ricordare anche che il Libro dell’ Apocalisse, di chiara derivazione avestica, fu accettato dalla Chiesa nel canone biblico solo molto tardi e con difficoltà, perché i primi Cristiani diffidavano del provvidenzialismo orientale.

Per tradizione storica, il centro vitale dell’Europa non può essere neppur oggi monolitico e settario come quello americano (teo-tecnocrazia, egemonia WASP, ipocrisia ideologica); esso dev’essere per forza “poliedrico”(cultura, tecnica, religione, politica, etnicità, società), nello stesso modo  in cui  il Congresso del Popolo Indiano riuniva tutte le forze politiche che aspiravano al “Purna Swaraj”, l’Indipendenza Assoluta dell’ India (che noi chiameremmo “sovranità europea”). Per la stessa ragione, l’ Europa non può accettare neppure che centri decisionali fondamentali come i GAFAM, l’intelligence, Wall Street  e la NATO, che condizionano la vita e il destino di tutti gli Europei, mantengano in eterno il proprio baricentro in America.

Il mondo si è evoluto oramai, all’ inizio del Terzo Millennio,  in modo chiarissimo, nel senso indicato in passato dalla “Pax Aeterna” fra Eraclio e Cosroe, dall’atteggiamento di Carlo V verso gl’Incas, dai “Novissima Sinica” di  Leibniz, dal “Rescrit de l’Impereur de la Chine” di Voltaire e dalla Paneuropa di Coudenhove Kalergi, cioè verso una pluralità di Stati-Civiltà sub-continentali, anche se coordinati a livello mondiale. Ciascuno di essi tende ad organizzarsi intorno ad un proprio “centro vitale” (l’America intorno al suo establishment teo-tecnocratico, la Cina intorno al PCC, la Russia intorno alle sue forze armate, l’India intorno ai “Guru” esaltati dal Primo Ministro Modi, e quale   voleva essere anche Gandhi, anche se in un modo molto eccentrico e chiacchierato).

Il “centro vitale” americano si era formato deliberatamente in polemica diretta con l’Europa (contro i Re e le Chiese che , come scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza e nel testamento di Washington, proteggevano gli Indios e gli schiavi africani;  contro i Francesi e gli Spagnoli; contro tutti i movimenti politici europei, quindi non solo i totalitarismi , ma anche  le socialdemocrazie e le democrazie cristiane).Fintantoché l’establishment europeo s’identificherà con la cultura, la società, la storia, la politica, l’economia e l’esercito americani, non potrà perciò esistere un vero centro vitale dell’ Europa, ma solo una dépendance della “Società dell 1% americana.

Quando si paventa che, se l’ Europa uscisse dalla sua situazione attuale di “dependance” dell’ establishment americano, essa lo farebbe solo per passare a quello cinese, si dimenticano vari fatti basilari: il livello estremo dell’ attuale subordinazione; il brevissimo periodo ancora rimastoci prima della presa di controllo da parte delle macchine; l’azione di altri attori, quali Russia, Turchia, Israele, Islam e Sudamerica, che concorrono tutti a contrastare il predominio di una sola superpotenza (sicchè non si pone un “aut-aut” esclusivo fra America e Cina).

Il Ratto d’Europa da parte dell'”Occidente”

2.Il “centro vitale europeo” nell’era delle Macchine Intelligenti.

Oggi in Europa questo “centro vitale” non esiste anche per il ruolo  eccessivo che qui gli stati “nazionali” hanno assunto e mantenuto, ricalcato in vario modo, a partire dal Settecento, sul modello USA, intorno  a leaders americanizzati, come Lafayette, Saint Simon, Kosciusko, Balbo, List, Garibaldi, Trotskij (la “Grande Nation”, il Norddeutsches Bund, l’”Eroe dei Due Mondi” che fonda il Regno d’Italia, l’Unione Sovietica quale imitazione della federazione americana, il Grande Reich ariano ricalcante il Raj inglese e il razzismo americano). Oggi abbiamo perciò in Europa le aristocrazie atlantiche, gli “énarques” francesi, la “Selbstverantwortung der Gesellschaft” tedesca, le Chiese romana e ortodossa, ma non un’élite europea.

Una vera élite non potrà nascere fintantoché non si elimineranno a monte i blocchi che ne impediscono la nascita: intanto i luoghi comuni di carattere storico, e prima ancora l’assenza di un’adeguata cultura paneuropea.

Anche questi temi, che noi abbiamo affrontato fin dall’ inizio, emergono oramai faticosamente nel dibattito pubblico, per esempio con il recente libro di Benigno e Mineo “L’Italia come storia, primato, decadenza, eccezione”,  che demistifica i luoghi comuni dell’ “insufficienza” dell’Italia rispetto a un imprecisato modello normativo considerato obbligatorio. Nonostante che nessuno l’abbia mai detto chiaramente, il modello normativo implicito è stato costituito, per l’Italia come per gli altri Paesi d’ Europa, dall’ America, un grande Paese unificato con guerre continue, intrinsecamente coloniale, protestante e massonico, coniugante un’illimitata democrazia formale  e un’oligarchia plutocratica di fatto. Del resto, questo era l’obiettivo posto all’ Italia da Cesare Balbo ne “Le Speranze d’Italia” e da Mazzini nella sua lettera al Presidente americano. L’Italia sarebbe “arretrata” rispetto agli Stati Uniti (e agli Stati che li imitano: l’Inghilterra, oggi forse il Benelux e la Polonia) perché insufficientemente aggressiva, priva di colonie, troppo sincera con se stessa per credere veramente nei miti ipermodernistici di una parità sostanziale  fra gli uomini e di una “democrazia radicale” che altro non sono che un ulteriore fondamentalismo conformistico, che riunisce intorno a sé tanto i ”white suprematists”  quanto  i cultori del “politicamente corretto”.

Benigno e Mineo stigmatizzano giustamente la falsa dialettica italiana fra i pretesi radicali sostenitori di quell’ ineffabile modello “modernista” (per esempio, Mazzini, Vittorini, Montanelli, Pannella) e i difensori  della “stra-italianità” (come per esempio Maccari, Malaparte, Guareschi, oggi Vittoria Meloni ), una dialettica che serve solo per inscenare un’eterna, inconcludente, polemica, alimentando opposte tifoserie. Ma, aggiungiamo noi, questo atteggiamento non è diverso da quello del resto d’ Europa, messa dall’ America in una situazione impossibile – quella di essere posta ininterrottamente sotto accusa come “arretrata” (per il suo assistenzialismo, conservatorismo o pacifismo), per poi essere duramente boicottata quando si azzarda ad essere troppo pro-concorrenza, innovatrice o addirittura assertiva (facendo così concorrenza all’ America sul suo stesso terreno), secondo l’archetipo inaugurato da Esopo nella favola del lupo e dell’ agnello.

Per questo, giustamente Benigno e Mineo ritengono che la storia d’Italia potrà essere compresa in modo obiettivo solo quando sarà letta all’ interno della Storia d’ Europa. Ciò che per altro Federico Chabod già aveva fatto da ben ottant’anni con le parallele storie dell’Idea di Nazione e dell’idea di Europa. Che noi abbiamo ripreso e sintetizzato nella nostra storia dell’ identità europea (10.000 anni d’identità europea), e che ha trovato una recente espressione anche nella ”Storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce. Un “centro vitale” dell’ Europa potrà nascere solo quando si riuscirà a vedere l’intera storia del Continente, dal fondersi delle grandi correnti migratorie preistoriche alle Guerre Persiane, dal conflitto fra ortodossie ed eresie ai progetti d’integrazione, come un’unica grande vicenda che ci ha portato  ora alla Società del Controllo Totale e alla sua critica da parte dell’ Umanesimo Digitale: la grande sfida del 21°secolo e il grande compito dell’ Europa.

L’attuale distopia della società del controllo totale (Il “Totalitarismo Invertito” di Wolin, la “Fine della Storia” di Fukuyama) nasce nell’ America vincitrice post Seconda Guerra Mondiale, con la Singularity di von Neuman e di Kurzweil, trova un fertile  terreno di coltura nelle sedici agenzie dell’ Intelligence Community e nella Presidenza Imperiale, e sfocia in Echelon e Prism. La Cina, il più grande e antico impero del mondo, non poteva certo accettare di essere soffocata dal complesso informatico-militare americano, e, così come ha superato l’ America quanto a spazi geopolitici controllati , a successo economico ed a creatività sociale, non poteva non tentare di superarla anche in  questa sua capacità di controllo totale, con i BATX, il riconoscimento facciale e il credito sociale. Infatti, come non si stanca di ripetere l’Amministrazione americana, questa capacità è necessaria per sopravvivere nella “Guerra Senza Limiti” che si sta preparando (la “Trappola di Tucidide”). Chi rimanesse  indietro nella corsa alla digitalizzazione verrebbe distrutto dall’ avversario. E comunque, se ciò pure non fosse, come ha dichiarato Mearsheimer all’ Asahi Shimbun giapponese, l’ America non accetterà mai di condividere, neppure parzialmente,  il proprio potere. Il fatto che tutto, per Trump, dalla produzione di automobili a quella delle antenne ritrasmettitrici, dalle quote azionarie dei Cinesi in società estere  al corso dei Bitcoins, dalle leggi di pubblica sicurezza di Hong Kong agli Istituti Confucio, sia divenuto una questione di sicurezza militare degli Stati Uniti, che giustifica l’esercizio dei poteri di emergenza, dimostra che egli ha in mente una guerra totale per il dominio del mondo,  e ciò giustifica ovunque la militarizzazione di tutte le  società (in vista di ciò che il Presidente Xi ha definito come “una guerra prolungata”).

Da settant’anni i missili balistici nucleari sono in stato permanente di massima allerta

3.L’impatto delle sentenze Schrems II e Apple  della Corte di Giustizia.

L’Unione Europea  pretenderebbe giustamente, in un modo che  però non si capisce quanto sincero, di astrarsi da questa nuova guerra fredda capace di trasformarsi da un momento all’ altro in guerra guerreggiata. Per fare questo, essa sembra confidare nella riscoperta di una “terza via”, erede di alcune tradizioni europee (i Grundrisse di Marx, “Paneuropa”, il nazionalismo europeo, Simone Weil, la Mitbestimmung tedesca, la  politica italiana “dei due forni” :insomma,  il “Modello Europeo”).

Questa è, per noi, una novità positiva, ma dubitiamo possa funzionare, dato che questa progressiva divaricazione dal “consensus” occidentale risulta  troppo lenta rispetto all’ agenda tumultuosa imposta dall’avanzata della Società del Controllo Totale della Nuova Guerra Fredda.

L’esempio più drammatico di questa divaricazione è dato dal mondo informatico, dove la pretesa delle Istituzioni di fare dell’Unione il “trendsetter” del dibattito mondiale (riaffermata ancora a Febbraio) si è arenata a luglio contro la lotta mortale fra USA e Cina per il controllo del digitale, dichiarato apertamente da Trump come puro strumento della guerra totale.  Di qui il fallimento della presunzione di poter contrastare la “guerra senza limiti” che le grandi potenze si stanno conducendo attraverso Echelon, Prism, il CLOUD Act, the Great Chinese Firewall,  il riconoscimento facciale, il credito sociale, attraverso la semplice affermazione platonica dei principi della privacy e della concorrenza –fallimento sancito ufficialmente il 15 e 16 luglio di quest’anno  dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee- :

-con due sentenze del 15 luglio (“Apple”), la Corte ha sancito l’illiceità della richiesta della Commissione all’ Irlanda d’ imporre ad Apple il pagamento di imposte arretrate in base alla legislazione sugli aiuti di Stato;

-con la sentenza del 16/7/2020 (“Schrems II”), si è sancita per la seconda volta l’ invalidità dei diversi accordi con gli Stati Uniti e con le multinazionali che, secondo la Commissione, avrebbero reso lecito l’accaparramento, da parte di imprese americane, dei dati degli Europei in deroga alla normativa europea sulla privacy (DGPR).

Con le sentenze Apple, la Corte ha dimostrato l’inconsistenza della strategia della Commissione, di perseguire il suo obiettivo del “play level field” nella concorrenza digitale attraverso il logoro schema del divieto degli aiuti di Stato, quando tutto il mondo dell’ ICT altro non è che un colossale aiuto di Stato, da parte del sistema militare americano nei confronti dei GAFAM, e di quello cinese verso i BATX, e, infine, dei Governi inglese, irlandese, olandese e lussemburghese verso tutte le multinazionali. Con le due sentenze Schrems, la Corte ha giudicato che la legislazione americana a favore dell’Intelligence è così pervasiva che qualunque dato posto a disposizione di imprese americane  costituisce ipso facto, per l’ effetto congiunto di varie leggi americane (ultime fra le quali il Patriot Act e il CLOUD Act), una violazione della legislazione della legislazione europea (GDPR). Oggi si pone perciò  il problema di come sia possibile continuare il lavoro quotidiano dei GAFAM in Europa se ogni dato che noi mettiamo a loro disposizione in ogni momento dà luogo inevitabilmente ad un comportamento illecito per il nostro diritto: le imprese in buona fede dovrebbero quindi iniziare immediatamente a spostare i loro dati su server  rigorosamente europei (per esempio, Gaia- X), tenendosi pronte ad esibire precisi piani in questo senso. 

Se la Commissione non vuole perdere definitivamente la propria credibilità, dovrà affrontare senza indugio ambedue i temi alla radice. Nel primo caso, affrontando le multinazionali del web per quello che sono, vale a dire  un ibrido mostruoso fra Chiese, Stati, imprese e servizi segreti, che non si possono sconfiggere con le scartoffie, ma solo con una precisa azione legislativa, comprensiva di regole ben precise e coercibili, che includano anche lo smembramento (“unbundling”) dei GAFAM (come per Standard Oil, AT&T, SKF e GE-Honeywell), e, soprattutto, il sostegno alla nascita di un nuovo ecosistema autonomo europeo, preconizzato (ma in modo troppo insufficiente)dagli “IPCEI” (campioni nazionali),e, innanzitutto, da  QWANT, JEDI e Gaia-X. Nel secondo, avvicinandosi alla nazionalizzazione dei dati, sul modello cinese, russo e indiano (che le sentenze Schrems prefigurano sul piano legale, ma che nessuno ha il coraggio di attuare i modo concreto, attraverso la creazione di clouds e firewalls autenticamente europei). Vedremo presto se anche queste iniziative, come molte altre del passato, sono semplici bluff, o se si vuole fare sul serio e agire tempestivamente, supplendo alle aporie della legislazione semplicemente agevolando la concorrenza europea e creando un’intelligence europea.

Contrariamente a un mito che vedrebbe il Presidente Trump ostile alla Silicon Valley, ci sono precise minacce di rappresaglie da parte americana, nel campo dell’import export e dell’ intelligence, contro gli Europei,per difendere i GAFAM, e ciò dimostra che l’intera questione non è un problema i diritto, bensì di dominio economico e politico, che impegna , prima che le multinazionali, il potere statale americano, che continua ad avere facile gioco contro l’impotenza delle Istituzioni europee. E’ ovvio che ovunque il servizio segreto militare spii i cittadini con molta più libertà di manovra che non i servizi marketing delle imprese o della stessa polizia giudiziaria. Tuttavia, nella totalità dei casi, chi spia sono le Autorità militari del Paese, non quelle di un Paese terzo. Quello che le Autorità americane stanno facendo con la complicità delle loro multinazionali, ma anche di molte Autorità europee, è, invece, spiare i cittadini europei sulla base di leggi americane praticamente senza limiti, ispirate al principio dell’assoluta primazia dell’interesse nazionale americano. In queste condizioni, non si capisce come si faccia a negare il carattere totalitario del sistema occidentale nel suo complesso.

L’interpretazione data della sentenza Schrems dalla Commissaria Jourovà è ovviamente radicalmente diversa da quella data da Max Schrems: per l’una, le Standard Contractual Clauses continuano a valere come prima, per il secondo, esse non possono più servire, fin da ora, a permettere il trasferimento dei dati negli Stati Uniti. In questa confusione, la privacy degli Europei, così come quella di tutti i cittadini del mondo, continua, a dispetto del GDPR, a non esistere, con tutti gli effetti negativi che abbiano già evidenziato, sulla libertà personale, quelle di pensiero, di associazione e di parola, sulla concorrenza leale e perfino  sulla funzionalità delle istituzioni democratiche.

In una situazione come questa, Il “centro vitale” dell’ Europa non potrà dunque essere se non una forza di combattimento, disposta a sostenere l’urto, culturale, politico e militare, delle Grandi Potenze, per difendere gl’ideali europei di autonomia individuale e popolare, di libertà di giudizio e di  competizione leale, e perfino di “salute”, messe in forse, tanto dal carattere nichilistico del chiliasmo, quanto dall’entropia generalizzata  che il pensiero unico ha imposto come Leitmotiv degli attuali dibattiti.

Ideali, quelli,  comuni a tutte le vecchie tradizioni culturali e politiche e al quadro istituzionale europeo, che ora si dovrebbero riunire in uno sforzo supremo sotto una bandiera nuova, quella dell’ Umanesimo Digitale.

Julian Nida-Ruemelin e l’ umanesimo digitale europeo

4.Una terza via digitale

Il futuro dell’ Europa e del mondo si gioca sul digitale. Uno Stato senza un proprio ecosistema digitale autonomo sarà automaticamente indifeso in una guerra mondiale del 21° secolo, e condannato a subire  mutatis mutandis la sorte dell’ Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, o della Siria e della Libia oggi, percorse da una miriade di eserciti stranieri che si combattono sul territorio direttamente o per procura.

Innanzitutto perché il conflitto fra le grandi potenze, contrariamente a quanto crede Mearsheimer,  non potrà lasciare indenne l’Europa, al confine fra le sfere d’influenza americana, russa e islamica. Soprattutto ora che anche la Cina si affaccia sul Mediterraneo, per esempio con la vendita di missili e droni alla Serbia, mentre le potenze più dinamiche dell’area sono oramai la Russia e la Turchia.

In secondo  luogo, è proprio nel digitale che un’Europa diversa potrebbe e dovrebbe dispiegare il proprio ruolo di “trendsetter”, fornendo un esempio concreto di come sia possibile organizzare una società completamente informatizzata che comunque rispetti l’autonomia delle persone e delle comunità intermedie e la loro partecipazione organica alle decisioni comuni, a dispetto del Complesso informatico-militare.

Infine, l’Europa non può continuare, in attesa della prossima deflagrazione bellica profetizzata da molti, a subire passivamente la propria decadenza culturale, economica e politica, e, per questo, non può fare a meno di digitalizzarsi radicalmente. Solo così arresteremo la deculturazione e dequalificazione dei nostri giovani e la fuga dei cervelli verso le Grandi Potenze che dispongono di think tanks e intelligence, multinazionali del web e industrie aerospaziali, dove impiegare politologi ed economisti, professionisti e managers, ingegneri e astronauti…

Insomma, anche il “centro vitale” dell’Europa non potrebbe essere che strettamente intrecciato con il digitale. Come affermiamo nel nostro libro “European Digital Agency”, il punto di partenza di questo “centro vitale” europeo potrà essere soltanto un “ecosistema digitale sovrano”, al contempo culturale e tecnologico, politico e finanziario, sociale e militare, che promuova al contempo la riflessione, la sperimentazione, a riforma, l’organizzazione, l’imprenditorialità, la formazione e la difesa.

I molteplici popoli dell’ Italia preromana
  • 5.L’ Italia nella Rivoluzione Digitale Europea

L’identità di tutte le “nazioni storiche” dell’ Europa acquista senso solo in funzione dell’ Identità Europea. La Penisola Iberica è il ponte con l’Islam e con l’ America; l’Inghilterra è aristocrazia e talassocrazia; la Francia è la tribuna del dibattito culturale; la Germania il Paese di Mezzo; la Russia il ponte con il mondo delle steppe eurasiatiche, e, la Turchia, quello con l’ Islam.

Come dimostra perfino la paleontoogia, l’Italia riunisce in sé  le influenze di tutta l’ Europa: quelle iberiche nel Sud e nelle isole; quelle nordiche nella Pianura Padana; quello gallo-romane nel Nord-Ovest; quelle germaniche nelle Alpi; quelle slave nel Friuli-Venezia Giulia; quelle levantine lungo l’ Adriatico; quelle universali a Roma. Come tale, l’Italia, lungi dall’ essere un Paese eternamente arretrato, è un microcosmo che riunisce in sé tutte le tendenze dell’ Europa: anziché “le speranze d’ Italia” di Balbo, l’”Europa Vivente” di Malaparte.

Ciò che si realizza in Italia, è fatto per l’Europa intera. Basti pensare ai progetti europei di Spinelli, di Galimberti e di Chabod, unici in Europa per la loro completezza e concretezza,e  al discorso culturale sull’ Europa, che non è stato svolto da nessuno meglio che dagli ultimi tre Pontefici, che pure non sono italiani.

Perciò, noi pensiamo che l’Italia debba svolgere un ruolo proattivo anche nella rivoluzione digitale europea, che non è solo una questione di soldi,  bensì soprattutto d’ idee. Basti pensare che le Conferenze Macy sulla Cibernetica, che gettarono le basi, fra il 1941 e i 1961, tanto dell’ informatica, quanto dell’ ideologia funzionalistica da cui nacque la Dichiarazione Schuman, furono conferenze interdisciplinari fra scienziati, organizzate da una fondazione privata, seppure con fondi in gran parte della CIA.

Ecco, noi vorremmo innanzitutto organizzare in Italia (nei prossimi mesi) delle “conferenze”, aventi come scopo quello di porre le basi di un umanesimo digitale, alternativo al funzionalismo filosofico, antropologico e informatico uscito dalle Conferenze Macy. Certo, subito dopo le Conferenze, e sfruttandone gli esiti, occorrerebbe che qualcuno creasse un’Agenzia Digitale Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’ Accademia Strategica Europea, dei Campioni Digitali Europei. Tutto ciò potrebbe essere realizzato in un primo momento anche solo in Italia, per esempio espandendo il ruolo dell’ Istituto Universitario Europeo di Firenze, o sfruttando sinergie con altre iniziative in discussione, come il distretto digitale, la piattaforma di e-commerce e l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale.

Si richiederà, aihimé, un grande sforzo, perché, in Italia come in Europa, la politica è oramai infeudata ai GAFAM, tant’è vero che, sino ad ora, la cosiddetta “digitalizzazione” si è tradotta nel pagare a quelli per fare svolgere dagli stessi i lavori più delicati della Pubblica Amministrazione, cedendo loro  spudoratamente i dati degl’Italiani, in aperta violazione del GDPR e delle sentenze Schrems.

Non è per altro un caso che il Parlamento Europeo abbia preannunziato una dura opposizione al Quadro Pluriennale approvato al Consiglio, per la sua non corrispondenza alle priorità della Commissione, e, in particolare, per i tagli alle attività di ricerca, quando Cina, USA e Russia invece, accrescono le loro.

Con un siffatto Quadro Pluriennale, gli Stati Membri propongono in realtà un progetto di Europa che rimanga eternamente “follower”, e quindi abbia rinunziato ad essere, come invece prometteva Ursula von der Leyen, un “trendsetter”. Per fortuna dovrebbe iniziare fra breve la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, nella quale lo sforzo congiunto della società civile, della Commissione e del Parlamento, potrebbero rovesciare quest’impostazione, semplicemente cambiando i Trattati, e, inoltre, si avvicina una tornata elettorale in vari Paesi, in cui i rapporti di forza fra i partiti potrebbero cambiare.

In ogni caso, occorre combattere “hic et nunc” perché la Rivoluzione Digitale Europea, lungi dall’ essere cancellata, come vorrebbero gli Stati Membri, passi al primo posto dell’agenda europea. Per questo stiamo diffondendo a tutti i livelli, in Europa, in Italia e in Piemonte, le nostre pubblicazioni per influenzare il dibattito in corso, introducendo l’autonomia culturale e digitale europea fra i temi della lotta politica a tutti i livelli.

30 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO: UN PO’ PIÙ DI CORAGGIO!

 

 

“L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
L’ultima volta al fraterno convito
Ti chiama il barbarico coro!”

Aleksandr Blok,

Gli Sciti

1.L’intervista di Macron al Financial Times.

Le parole di Macron nella famosa intervista della scorsa settimana, in cui ha decretato lamorte cerebrale della NATO, hannoun peso che va ben oltre il contesto a cui il Presidente ha inteso espressamente riferirsi, in quanto egli è anche l’unico leader europeo il quale (seppure con tanti limiti) abbia tentato in modo efficace di trarre un bilancio da questi trent’anni di “riunificazione dell’ Europa”. Siccome questo bilancio è, oramai, indispensabile, cerchiamo d’interpretare e sviluppare le sue parole:

“Se l’Europa non si ripensa come una potenza politica in questo mondo, potrebbe scomparire.” Con queste parole, il Presidente francese ha, non soltanto rilanciato, come già altre volte, l’aspirazione, ch’era stata già di Coudenhove Kalergi e di Giscard d’Estaing, di fare, dell’Europa, una grande potenza, bensì anche, implicitamente, condannato la mitologia “angelistica” (per dirla con il Papa), secondo cui l’ Europa sarebbe stata il primo esempio  storico di una realtà geopolitica che  rinunzi unilateralmente ad affermare la propria identità nel mondo (la “Selbstbehauptung Europas” di Joschka Fischer). Mitologia europea che, nei fatti, costituisce l’espressione di un vassallaggio nei confronti del sovrano americano, a cui avremmo “delegato” buona parte delle decisioni che contano, e, dal punto di vista teologico, costituisce la confessione dell’adesione dell’“establishment” all’eresia millenaristica (non solo cristiana, ma anche ebraica e  iranica ), secondo la quale sarebbe possibile costruire in terra un paradiso esente da conflitti (la “Fine della Storia”). Per questo mito, l’egemonia americana costituirebbe una “provvida sventura”, come a suo tempo l’Impero Romano, che aveva permesso la diffusione del Cristianesimo (Baget Bozzo)

Fortunatamente, è sempre più largo il numero di quanti prendono atto dell’impossibilità di questa parusìa materialistica attesa da così tanti nostri contemporanei, anche se ancora non ne hanno tratte tutte le conseguenze.

Almeno secondo questa sua recente intervista, Macron non sarebbe dunque, intanto, contrariamente a buona parte dei suoi colleghi, né a libro paga dell’ America, né un credente, sulle orme di Lessing, di Hoelderlin, di Hegel, di Schelling e di Fiodorov, di quella  “religione” materialistica della Modernità. Il che è già un grande passo in avanti.

Religione materialistica chiaramente falsificata, non soltanto dalle infinite guerre (non dichiarate)  dell’Occidente, alcune delle quali in Europa, ma anche, e soprattutto, dalla distruzione dell’umano operata dalle Big Five del Web, e dall’ atteggiamento da capriccioso padrone che Trump ha assunto nei confronti di tutto il mondo, ma, soprattutto, degli Europei, ch’ egli aborre molto più dei Russi, dei Cinesi e dei Nordcoereani.

L’estraneità di Macron a tutto ciò  costituisce già, dicevo, un suo grande merito , perché solo da una simile prospettiva  è possibile progettare seriamente il  futuro . Esprimendo l’auspicio di “ripensare l’ Europa, egli ha ammesso  anche, implicitamente, la necessità di una rivoluzione culturale dell’ Europa, ripensandola come una potenza geopolitica in questo mondo”, perchè viviamo in un mondo concreto dominato dalle politiche di potenza, e  anche all’ Europa non resta che agire di conseguenza.

La paleontologa Boehme

2.Danuvius Guggenmosi (alias Udo) :il primo uomo è nato in Baviera, e il primo Indo-Europeo, nel Donbass?

Le posizioni di Macron s’inseriscono in una serie di novità culturali che toccano tanto l’etnografia dell’ Europa (par. 2), quanto gli orientamenti dell’ elettorato (par.9).

Non so se le recenti scoperte dell’uomo di 12 milioni di anni fa (in Baviera) e della Cultura di Jamnaja (in Russia), siano casuali, o siano state pubblicizzate per rovesciare una serie di luoghi comuni di significato, più che scientifico, simbolico e politico (il “political correct”). Anche perché quella del primo bipede è di 4 anni fa, e solo ora la stampa la sta pubblicizzando, sottolineando che quel reperto solleva grossi dubbi sulla teoria, ormai “mainstream” dell’“Out of Africa” (vale a dire della provenienza di tutta l’Umanità da un’unica coppia, localizzata in Africa, 8 milioni di anni fa). Secondo la scienziata tedesca Böhme “Questo è un momento luminoso e un cambio di paradigma per la paleoantropologia ….Il fatto che il processo di deambulazione eretta si sia sviluppato in Europa sconvolge le fondamenta stesse della paleontropologia…Stupefacentemente, queste ossa assomigliano più ad ossa umane che a quelle dei pitecantropi.”

Quest’ ominide è stato chiamato così dal suo essere stato scoperto non lontano dal Danubio (Danuvius)  e dal nome di Sigulf Guggenmoos, lo scopritore. Quanto al nomignolo “Udo”, esso deriva dal cantante Udo Lindenberg.  Danuvius s’inserisce in una serie di altre scoperte recenti della paleontologia europea, che , soprattutto grazie al metodo del carbonio, al sequenziamento dei geni e all’intelligenza artificiale, ci stanno permettendo, nel giro di pochi mesi,  di volgere uno sguardo ben più approfondito e attendibile verso la nostra “preistoria” (Reich, Zakaridis, Fu, Anthony, Quiles). Attraverso questo nuovo sguardo, appaiono confermate alcune ipotesi, che avevano avuto notevole successo in passato, ma poi scartate essenzialmente per motivi politici. Innanzitutto, il poligenismo, che pare confermato  sia  dal ritrovamento del pitecantropo bavarese, sia per la scoperta di ibridazioni fra l’Homo Sapiens e altri tipi di ominidi. In secondo luogo, l’ipotesi di un lignaggio paleo-indo-europeo proveniente da un’area della Russia posta fra gli Urali e i bacini del Don (Donbass) e del Volga: “Gl’Indoeuropei sono stati considerati come un ramo degli Indo-Uralici trasformatosi sotto l’influenza di un substrato caucasico…” (Quiles) Questi paleo-indoeuropei, corrispondenti alla tipologia dei “Maennerbunde” guerrieri, corrispondono sorprendentemente allo stereotipo della “bestia bionda” che, secondo Nietzsche, avrebbe conquistato l’Asia e l’ Europa, assoggettando i popoli pre-esistenti. Un esempio molto evidente di questa nuova società gerarchica è costituito dalla necropoli di Varna, dove si può vedere l’ibridazione fra le capacità artigianali della preesistente civiltà “danubiana” e il carattere articolato della nuova società “kurganica”.

Queste scoperte confermano, a mio avviso, che (come d’altronde evidenziato dalle mappe elaborate da Cavalli-Sforza), l’area centrale europea presenta un’antichissima omogeneità genetica, che corrisponde all’ egemonia delle lingue indoeuropee (uno “Heartland” europeo). Un altro  risultato è  che è confermata la corrispondenza fra il patrimonio genetico e quello linguistico, conferendo così forza all’idea di un forte substrato etno-culturale dell’ identità europea.

La città neolitica di Tripollye

3.Attacco  all’ Europa n.1:Fabbri

La fattibilità della rivoluzione culturale europea auspicata da Macron è condizionata, a mio avviso, a una presa d’atto obiettiva e autocritica che esistono oramai, sul mercato delle idee, delle analisi molto severe  delle retoriche dell’ idea di Europa, a cui occorre rispondere in modo pertinente. Ad esempio, quelle apparse sull’ ultimo numero di Limes (“Il muro portante”). Innanzitutto,  quella a firma di Dario Fabbri, il quale ripercorre, inaspettatamente,  l’intera teoria nazionalsocialista delle identità, per dimostrarci che l’ Europa unita  non potrebbe nascere perché “soltanto attraverso la crudeltà , applicata e subita, la presenza sul territorio di uno specifico ceppo si fa emozionale, la coabitazione si trasforma in legame ancestrale, le vessazioni ricevute in una pedagogica sindrome di Stoccolma”:la nascita di qualunque nuovo soggetto politico non potrebbe non essere legata a un fatto cruento di estrema violenza. Se Fabbri avesse ragione, la sua  costituirebbe l’unica vera ed efficace apologia del fascismo, perché l’unico modo di creare quell’Europa unita di cui gli uomini (e le donne) più avvertiti (da Nicola 1° a Victor Hugo, da Mazzini a Nietzsche, da Agnelli a Einaudi, da Mussolini, a Coudenhove Kalergi, da Benda a Drieu la Rochelle, da Simone Weil a Galimberti, da Juenger a Spinelli) sentivano l’urgenza  sarebbe allora  stato proprio quello di ricreare l’antica genuina “razza ariana occidentale”(“die Westarier”), massacrando le “razze” concorrenti in Europa e isolando quella  nordica come si fa con quelle canine, in modo da ottenere un unico popolo dominante e con l’adeguato “pedigree”.

Peccato che proprio la scienza genetica, tanto amata da Hitler, dimostri che questa “fusione con il ferro e con il fuoco”(per usare un termine di Bismarck) fosse  già stata realizzata dai nostri lontani antenati della “cultura di Jamnaja”, fra il 4000 e il 2000 a.C., attraverso la cruenta conquista, prima dell’ Ucraina e della Romania (culture di Tripollye e Cucuteni), poi dell’ Europa Centrale (culture della ceramica cordata e dei vasi campaniformi), e, infine, dell’ Europa Occidentale, con le culture di Hallstatt e La Tène. Ad abundantiam, i popoli migratori dell’Asia Centrale avevano poi ulteriormente unificato etnicamente l’ Europa attraverso le migrazioni degli Unni, degli Avari, dei Germani, dei Bulgari, dei Magiari, degli Ottomani e dei Mongolo/Tartari,  come narrato da Tacito, Jordanes ed  Ekkehardus e dal Canto dei Nibelunghi. Questa “fusione con il ferro e con il sangue” degli Europei era stata quindi realizzata nello stesso modo e negli stessi tempi in cui le popolazioni proto-siniche si erano fuse con quelle australonesiane, tocariche e uralo-altaiche (formando il cosiddetto “Popolo Han”), e gli “Arya” si erano fusi con  popoli Munda e dravidici, formando l’ Aryavarta nella pianura gangetica, poi ulteriormente estesosi grazie alla “sanscritizzazione” e alle invasioni provenienti dall’ Asia Centrale oggi, Hindi Belt, Hindi Heartland o Hindi Patti).

Infatti, l’Europa non va confrontata con un concetto astratto di “nazione” (cioè  con gli Stati-nazione borghesi creati dalle Rivoluzioni Atlantiche),con il loro violento “nation building” recente, bensì  con gli “Stati-Civiltà”, quali l’ India e la Cina, eredi di una tradizione imperiale millenaria (in Cina, il “Tian Ming”; in Europa, la “Translatio Imperii”).

Certo, come scriveva Kissinger,in Europa “l’ordine è derivato dall’ equilibrio, e l’identità dalla resistenza europea all’ autorità universale”. E, in effetti, ancor oggi c’è bisogno di questa “resistenza all’ autorità universale”: oggi, quest’ultima è costituita dal Complesso Informatico-Militare americano, e viene sostenuta, per ora, dalle forze identitarie degli altri Stati-Civiltà: Cina, Islam, India, Sudamerica, fra le quali manca l’Europa.

E’ vero, anche all’interno dell’ Europa abbiamo sempre avuto (come dentro gli altri Stati-Civiltà), una dialettica vivacissima: fra Roma e Costantinopoli; fra Vienna e Istanbul; fra Parigi e San Pietroburgo; fra Washington e Mosca. Ma ciò in nulla si distingue dalle dialettiche fra l’Imperatore Giallo e l’Imperatore Rosso; fra gli  Han e gli Hiung-Nu, fra i Song del Sud e  quelli del Nord, fra i Mancesi e gli Han, fra il PCC e il Kuomingtang. Oppure, fra gli Aria e gli Shishna Devatas, fra i Pandava e i Kaurava, fra Rama e Ravana, fra gl’ Indù e gl’Islamici. Questa dialettica fra vari “poli” etno-culturali è poi quella che ha generato identità “poliedriche” sempre più particolari, ma comunque coerenti e solidali con l’unitaria “identità europea” (la “Europaeische Leitkultur”).

Comunque, a discolpa dei tanti inventori di “retoriche dell’ idea di Europa”, va detto che non è vero che, come asserisce invece Fabbri, essi ignorino il lato “sacrificale” del “nation building”. Infatti, possono rifarsi, consciamente  meno, all’ idea juengeriana della Guerra Civile Europea intesa come catarsi (espressa nell’ operetta“La Pace”, secondo la quale questo tipo di violenza e di sacrificio propiziatorio della nuova Europa c’è stato, eccome, ed è questo che ha motivato l’avanzamento del progetto pacifico dell’ Unione).Tutto il lavoro  di Aleida Assmann è ora concentrato su questo aspetto della memoria culturale europea.

E, tuttavia, in  questo ragionamento mancano ancora due passaggi: il  collegamento, evidenziato da René Girard, con  l’esaurimento, per effetto della redenzione cristiana, del tema sacrificale, e quello del superamento, grazie alle macchine intelligenti, dello scenario classico della dialettica servo-padrone in  Aristotele, Hegel e Nietzsche ( argomenti determinanti per il superamento delle nostalgie premoderne).

Hindi Belt, o Hindi Patti

4.Attacco all’ Europa  n. 2: Florio

L’attacco di Fabbri è ripreso nell’ articolo successivo, che contiene una critica, parzialmente fondata,alla costruzione europea, di un certo “John Florio”, il quale va, però, troppo oltre quando afferma che “i veri architetti dell’ Unità dell’ Europa non furono affatto gli europei: furono gli americani”. Noto en passant che John Florio fu in realtà un umanista seicentesco «Italus ore, Anglus pectore».

In base ai documenti a oggi disponibili,  gli Americani, pur avendo dibattuto per anni su che cosa fare dell’Europa dopo la guerra (perché il controllo del Continente era comunque  il loro generico obiettivo), si trovarono parzialmente spiazzati, e divisi fra coloro i quali volevano ritirarsi dal Continente  e coloro che volevano, invece, distruggerlo per non avere a che fare, in futuro, con una potenza ostile (il “Piano Morgenthau”).

A quel punto era intervenuto Coudenhove Kalergi, il grande profeta dell’unità europea, il quale aveva tentato, attraverso il senatore Fulbright, di convincere il Senato americano a farsi banditore della vecchia idea della sua Paneuropa Bewegung.  Infatti, in una situazione come quella post-bellica, Coudenhove-Kalergi, che si trovava in America, non aveva evidentemente potuto rivolgersi alle sue tradizionali “constituencies” aristocratiche ed ebraiche. Siccome il Congresso non ha mai saputo cogliere le più genuine opportunità, ci pensò allora, come al solito, la Cia, anche per il tramite di  Winston Churchill e di Jean Monnet, a mettere in moto il movimento d’integrazione. Tuttavia, il ruolo di Coudenhove Kalergi e lo scacco di Fulbright dimostrano che l’idea dell’integrazione europea non fu degli Americani, bensì del nobiluomo austro-ungarico che si riallacciava, da un lato, ai progetti medievali di Europa, e, dall’ altro, al mito nietzscheano dei “Gute Europaer”.Solo con un certo sforzo questo messaggio era penetrato nel mondo politico americano.

Un altro capolavoro di “covert operation” della CIA (una vera e propria “quadratura del cerchio”) fu, allora, quello di appropriarsi  dei progetti nazisti di Comunità Economica Europea, nello stesso modo in cui gli Americani si erano appropriati, con von Braun, dei progetti nucleari e missilistici tedeschi. Come von Braun era stato portato  a viva forza in America e convinto, con le buone o con le cattive, a realizzare i programmi missilistici americani, così Hallstein fu portato in un’isola del Nord Atlantico e convinto a realizzare, con la CECA, quello che la struttura di Speer aveva già cominciato a fare attraverso i Ministeri del Reich, che avevano battezzato il loro progetto “Comunità Ecnomica Europea”.  Florio continua anche qui a muoversi all’ interno di un universo concettuale ereditato dal nazismo: “la solidarietà-l’ unica moneta di cui l’Ue ha drammaticamente bisogno – non è infatti un prodotto ma il presupposto di una comunità di destino” (una “Schicksalsgemeinschaft” , che consiste nel fatto che, al suo interno, vige la solidarietà: “Gemeinnutz geht vor Eigennutz”=”l’interesse collettivo prevale su quello individuale”, com’era  scritto nel programma politico della NSDAP).

Alla fine, Florio ci invita a “guardare al XIX secolo, quando l’esistenza di un ‘concerto di nazioni’ che avvertivano di condividere fondamentali concetti comuni seppe tradursi nella messa in opera di istituzioni leggere e flessibili…”.Tuttavia, che io sappia, l’unica “istituzione leggera e flessibile” messa in opera nell’ Europa nel XIX secolo era stata  la Santa Alleanza sotto l’egida dei ministri russi Czartoryski e Novosiltsev, che Alessandro I, l’ “Imperatore degli Europei”, aveva definito proprio come “Europa, nazione cristiana”, realizzando, così, gli auspici espressi da Novalis con il suo “Christenheit oder Europa”. In effetti,si sta oggi realizzando  proprio quanto l’anonimo che si cela sotto lo pseudonimo di “John Florio” auspica , ma non nella direzione ch’ egli probabilmente desidererebbe, perché si tratta, né più né meno,del programma di Unione Eurasiatica  di Vladimir Putin,   non per nulla denominato (siamo sempre agli pseudonimi) “lo Zar”.

Non è neppure del tutto vero che le idee funzionalistiche su cui si è basata di fatto (nonostante le veementi proteste di Spinelli) l’integrazione europea, siano completamente americane. Il funzionalismo, che è oggi in realtà l’ideologia dominante in psicologia, sociologia e antropologia in quanto erede storico del messianesimo della scienza e della tecnica tipico di St. Simon, Comte, Enfantin e Fiodorov, nasce in Europa ed è fiorito  dai due lati dell’Oceano, generando, alla lunga, il post-umanesimo e l’attuale tirannide delle macchine intelligenti. In particolare, il teorico anti-federalista Mitrany era un rumeno di origini ebraiche naturalizzato in Gran Bretagna. Per i funzionalisti, la vita non è altro che una funzione, che, in quanto tale, può essere espressa con un algoritmo e trasferita dall’uomo alla macchina. Nel campo sociale, le funzioni (i trasporti a lunga distanza, i servizi pubblici, la legislazione), possono essere clonate ed espanse, e retroagiscono sui sistemi circostanti (“la funzione crea l’organo”). Per i funzionalisti, il telos del Progresso è l’unificazione dell’Umanità intorno alla scienza e alla tecnica. L’ Europa costituirebbe perciò solo una fase intermedia di questa unificazione, da avviare, prima, intorno al consorzio carbo-siderurgico (la CECA), poi nucleare (l’Euratom), e, successivamente, intorno al Mercato Unico, a una corte di giustizia, a una banca, ecc…

Non si può unificare l’ Europa senza una riflessione approfonfita sulla sua storia e sulla sua cultura.

  1. Il tradimento dell’89

Macron si è espresso recentemente contro l’adesione all’ Unione Europea di Macedonia e Albania, per rispettare il vecchio principio francese che suona “prima l’approfondimento, poi l’allargamento”. Tuttavia, con questo principio, non si tiene conto del fatto che Il motivo per cui l’Est Europa sta partorendo fenomeni politici assolutamente inattesi (la rinascita delle potenze turca e russa, le “democrazie illiberali”, il sovranismo tedesco-orientale), incomprensibili e inaccettabili per l’intellighenzia “mainstream”, è che i moti che avevano portato alla fusione fra Europa Centrale e Orientale e Europa Occidentale furono traditi, nelle idee prima che nei fatti, dagli Europei occidentali e dalle Istituzioni europee.

Infatti, gli Europei occidentali (a cominciare dai Francesi e dai Tedeschi) si considerano gli unici titolari del “marchio Europa”, dimenticando che i primi Europei venivano dalla Turchia e dalla Russia; che la prima civiltà europea è stata quella greca, e che è stato Sobieski (con il Principe Eugenio) a salvare Vienna, ma non certo la Francia, alleata della Turchia.  Nel pantheon degli eroi dell’identità europea, i primi  sono  Leonida e Socrate(greci), Alessandro Magno, Costantino e Giustiniano (macedoni),e gli ultimi Caterina II, Dostojevskij (russi)e Nietzsche (tedesco orientale)– e non vi sono  presumibilmente  Bacone, Payne o Condorcet, e comunque certamente non  Washington, Jefferson, Emerson e Whitman-.  Come può dunque l’Europa  esprimere la propria identità e contare nel mondo senza la Russia, la Turchia, la Grecia, la Polonia, l’Ungheria, dove sono nati e hanno operato tanti protagonisti dell’ identità europea?

L’Europa Orientale concepisce  se stessa, da sempre, in alternativa a quella occidentale, come la vera erede della “Translatio Imperii” biblica, attraverso l’Ebraismo, il Cristianesimo orientale, gli Herrenvoelker scitici, gli Slavi, gl’Imperi Centrali. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli Europei Orientali (Stalin, l’Armia Krajowa, i Sionisti, perfino gli Junker prussiani) si concepivano come i veri combattenti contro il nazismo. Molti  avevano continuato a combattere contro l’Armata Rossa, in media per altri 10 anni, senza che nessuno li avesse mai neppure riconosciuti (l’UPA ucraina,i “Soldati Proscritti ”polacchi, i “Fratelli della Foresta” baltici e rumeni, le rivolte di Berlino e di Budapest).

Ancor oggi, nonostante i meriti dei combattenti anticomunisti,  le “marce” in Europa Orientale con le divise dei partigiani  dell’ Armia Krajowa e simili continuano ad essere etichettate come folklore nazifascista. Nello stesso modo, le opere dei grandi intellettuali est-europei, come Lem, Gumilev, Kalecki, Milosz, Solzhenicin, Kolakowski,Wolf, che avevano  difeso efficacemente la cultura europea ai tempi del socialismo reale, non vengono lette, e, se lo sono, non vengono capite. Costoro  aspiravano, infatti, non già a prendere partito, in una contesa che non li riguardava,   a favore,  o dell’ americana “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, o  di una fondamentalistica  ortodossia marxista sulla falsariga di Lukàcs, bensì a costruire (com’ebbero a dichiarare Walesa e Shevarnadze) un mondo, come quello che sta in effetti nascendo ora,  posto al di là dei due opposti materialismi dei tempi della Guerra Fredda.

Certo, anche la cultura, e, in particolare, quella  dell’ Europa Orientale, ha le sue responsabilità. La Russia ha un solo intellettuale “eurasiatista” convinto, Sokurov, il quale pone al centro della scena l’unità sostanziale delle culture russa ed europea, quale  espressa egregiamente in film come l’Arca Russa, Faust e Francofonia. Gli altri “eurasiatisti” sono piuttosto eccentrici rispetto alla definizione stessa del concetto. L’ effettivo eurasiatismo di Tiutchev (poeta ambasciatore presso il Regno di Sardegna) significava in pratica egemonia russa sull’Eurasia;in  Trubeckoj, prevaleva l’ orgoglio del rapporto con il mondo turanico;Gumilev si preoccupava di collocare la Russia une suo contesto più vasto, sulla scia delle lezioni di Mackinder, von Richthofen e Murakami, ma vedeva Russia ed Europa come due mondi separati. Perfino Dugin, promotore ufficiale del “Projekt Evrazija”, e considerato a torto il prototipo dell’eurasiatista, è soprattutto un nazionalista russo.

Alla fine dei conti, gli unici veri eurasiatisti sono Putin e Erdogan,  i quali, dovendo governare due Paesi che sono a mezza strada fra l’Europa e l’Asia, non possono evidentemente fare a meno di appoggiarsi su un’ identità mista: Cosacchi e Ermitage; Sultanahmet e Ueskuedar

 

Le culture neolitiche hanno creato un ampio melting pot al centro dell’ Europa

6.Interpretare Macron

Infine, Macron ha richiamato anche il vecchio concetto di “Comunità Europea”, che esprimeva una comune identità più che non l’attuale termine “Unione”, tratto dalle esperienze costituzionali inglese, americana e sovietica. Ambedue i termini hanno molti e sorprendenti precedenti nella politica degli Anni ’30 e ’40.

Oggi,. i termini “comunità” e “Unione” vengono usati “in mancanza di meglio”, per indicare una “patria”, ma di tali enormi dimensioni, non poter essere chiamata “Heimat”, e nemmeno “Vaterland”, o “Mat’Rodina”, bensì  meglio qualificabile  come uno“Stato-Civiltà”(文明国家  ,Wénmíng guójiā), come la Cina e l’ India. Non per nulla, già gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa “Da Qin”, termine che, agli inizi, aveva denotato uno dei loro primi imperi(cfr. il nostro libro DA QIN).

Secondo la Merkel,  che ha reagito immediatamente,  le affermazioni contenute nell’ intervista di Macron  sarebbero “troppo estremistiche”: secondo me , invece, esse sono equilibrate e appropriate, ma fin troppo caute e volutamente criptiche; temo soprattutto ch’ egli non vi dia alcun seguito, date appunto le repliche  di stretta osservanza atlantica espresse subito dopo dalla Merkel, da Stoltenberg, da Zingaretti e da Tajani, e data, soprattutto, l’abitudine dei Presidenti francesi di dare poco seguito alle loro roboanti promesse sovraniste.

Il discorso di Macron non è dunque, per me, un punto d’ arrivo, bensì di partenza.

Quell’ Europa  grande potenza che Macron giustamente auspica e la Merkel teme  non può farsi, per la natura tecnologica della geopolitica dei grandi Stati continentali odierni, se non attraverso un potere centrale fortemente personalizzato, cosa che non può ovviamente essere garantita dal potere collegiale di 27 Stati, ma richiede invece  un “quartier generale” ristrettissimo e potentissimo. E qui casca l’asino della banale polemica sul “deficit di democrazia”.Una cosa è infatti gestire l’arredo urbano, gli asili nido o le licenze edilizie, i piani regolatori, i tribunali o le infrastrutture, le leggi finanziarie, i curricula universitari e i finanziamenti agevolati, un’altra i dazi con l’America, l’Intelligenza Artificiale o la Via della Seta. Trump, Putin e Xi Jinping mettono e tolgono dazi, mandano e ritirano truppe (anche le nostre), trasformano le regole del web. Non chiedono il parere della società civile, né del Parlamento o del Partito Comunista, ma non tanto perché, come si dice, siano dei dittatori (anche se i Romani avevano inventato proprio per queste cose la figura del “dictator”), bensì perché, se esponessero simili decisioni in un dibattito pubblico, esse non potrebbero mai essere adottate, e comunque se ne avvantaggerebbero prima di tutto gli avversari dei rispettivi Paesi. Nei rapporti geopolitici, bisogna essere imprevedibili, altrimenti non si può vincere. L’esercito israeliano, l’imbattibile Tsahal, chiama questa tattica “siamo impazziti”. Tant’è vero che, in Israele, visto che il sistema parlamentare è diventato, anche lì, ingestibile, stanno nominando primo ministro l’ex capo di Stato maggiore (Ramatkal).

Quindi, o Macron riesce a diventare il Presidente dell’Europa, e a farsi attribuire poteri comparabili a quelli di Trump, Xi Jinping, di Putin e di Ganz (o almeno quelli di Modi o del Consiglio Federale svizzero), o i suoi progetti saranno irrealizzabili.

 

Secondo Tiutcev e Sokurov, con l’ Ermitage, Caterina II ha creato un'”arca” che custodisce nei secoli l’eredità culturale dell’ Europa, difesa dal popolo russo.

7.La Russia è europea.

Non mi ha convinto  il, seppur lodevole, accenno alla Russia, con la quale Macron auspica, giustamente,rapporti più stretti. Rapporti che costituiscono certamente  una leva importante per dare all’ Europa più autonomia (ma  che da soli non bastano). Occorre essere più chiari circa la  Russia. Non è vero che, come ha detto Macron,  Putin abbia “sviluppato un progetto anti-europeo dovuto al suo conservatorismo”: al contrario. Infatti:

a)nel 2017, in occasione dei 50 anni del Trattato di Roma, aveva pubblicato sui giornali di tutta Europa, il più vibrante fra i messaggi europeistici, affermando, tra l’altro, che, in quanto pietroburghese, egli era a tutti gli effetti un Europeo,e che l’Unione Europea costituiva la più grande realizzazione politica del XX Secolo;

b)dinanzi al Bundestag e alla Confindustria tedesca, si era proposto come motore dell’ integrazione europea, paragonando se stesso a Helmut Kohl, conservatore europeista;

c)in occasione dell’ incontro con Romano Prodi, aveva criticato la formula della collaborazione Russia-Europa “tutto tranne le istituzioni” come dettata dalla paura degli Europei per la grandezza della Russia, che non le permette di  far parte dell’ Europa se non con un ruolo centrale (i Russi sono 140 milioni, i Tedeschi 90).

E’ stato appunto l’ostracismo alla Russia perchè  è il più grande fra gli Stati d’ Europa  a generare  la russofobia degli Europei (e, ancor di più, degli Americani). Eppure, non si può non prendere atto del fatto che, in un momento  in cui si richiedono grandi agglomerati continentali, le uniche due “regioni” dell’ Europa che posseggono una massa critica sufficiente per tener testa all’ America sono,  non già quella francofona o quella germanica (né tanto meno quella polacco-baltica), bensì quella degli Slavi dell’Est (aggregata intorno alla Russia), e quella dell’ Euroislam e dei Balcani (aggregata intorno alla Turchia). Dire che non si vogliono in Europa quei due Paesi equivale perciò ad affermare che l’”Europa grande potenza” di cui parla Macron non si farà mai. Il preteso carattere autoritario di quei due Stati (che, tra l’altro, sono i più democratici che si siano visti nella storia dei due Paesi) deriva unicamente dai continui tentativi fatti dall’ Occidente per disgregarli, rimpicciolendoli, in modo da poterli assorbire più facilmente. Di questo tentativo fanno parte le guerre cecene, l’aggressione all’ Ossezia, la guerriglia curda e i vari tentativi di colpo di Stato in Turchia, che hanno obiettivamente reso necessaria una sorta di “stato d’assedio permanente” come in Israele.

In questo contesto, Putin ha svolto e svolge un ruolo di assoluta moderazione. Basti vedere le posizioni sul rapporto con l’Occidente dei partiti russi di opposizione  e degli alleati minori di Russia Unita (neo-comunisti, liberal-democratici e neo-eurasiatisti), che considerano Putin “un liberale”. Ha ragione Macron, l’ideologia di Putin è il “Russkij konservatizm”, che costituisce il “mainstram” della cultura russa (Tiutchev, Stolypin,Witte, Solzhenitsin), ma questo non lo porta certo a un programma anti-europeo, bensì a concepire “un’altra Europa”, liberata, grazie alla Russia, dal mito del progresso, e anche al sicuro , sulla scia di Dostojevskij e di Blok, da un’egemonia americana o cinese. Il Russkij Konservatizm è stato giustamente equiparato alla Democrazia Cristiana di Guido Gonella o del Soester Programm, una forza egemone di carattere nazional-religioso, ma ampiamente tollerante delle diversità. Se non ci fossero Putin e Erdogan, ci sarebbero due governi militari.

Le oscure circostanze della morte di Adriano Olivetti e di Mario Chou, oltre che della vendita della divisione elettronica dell’ Olivetti, costituiscono un monito per chi voglia creare una vera industria digitale europea.

8.La “souveraineté numérique européenne”

Infine, e giustamente, Macron ha contestato il limite del 3% all’ indebitamento, sintesi dei cosiddetti “Criteri di Maastricht”, che impedisce all’ Europa di condurre  una politica espansiva attraverso nuovi investimenti. E qui pensa sicuramente anche alla “souveraineté numérique”, quell’ “uovo di Colombo” che tanti scoprono qua e là come per caso ma che, poi, mai nessuno tenta seriamente di realizzare. Dato che la Cina è riuscita a realizzare la piena sovranità digitale, che include una propria cultura digitale, una propria intelligence digitale, una propria rete, propri providers e proprie imprese nei settori dell’e.commerce e dell’ intelligenza digitale, non si capisce perchè non possano farlo anche gli altri grandi blocchi continentali, e soprattutto l’ Europa, visto che tanto la Russia quanto l’ India hanno già compiuto dei passi intermedi.

I sostenitori della NATO affermano sostanzialmente (come, nel suo recente libro, Maurizio Molinari), che  dobbiamo sempre e comunque stare dalla parte degli Stati Uniti,così  come i comunisti e i loro alleati “fedeli alla linea” sostenevano che bisognava sempre e comunque stare dalla parte dell’URSS, perché quella era la “patria del socialismo”. Nello stesso modo, quelle stesse persone affermano ora che bisogna stare oggi con gli Stati Uniti perché sono “la patria della democrazia”. Nessuno ci ha ancora spiegato che cosa sia in sostanza questa “democrazia occidentale”, nata fra il commercio degli schiavi e il genocidio degli Indiani, la sottrazione violenta al Messico di metà del territorio, i bombardamenti di Dresda, Montecassino, Hiroshima e Nagasaki, e un’infinità di guerre di occupazione in tutto il mondo, come ieri quelle di Corea e Vietnam e oggi quelle del Golfo e dell’Afganistan, e che condiziona tutta l’Umanità, come mai prima avvenuto nella storia, attraverso la rete e il “Pensiero Unico”. Non parliamo del fatto che perfino le Nazioni Unite stanno esprimendo la loro preoccupazione contro le limitazioni in Germania dei diritti di opinione, di riunione e di associazione, con particolare riferimento al movimento filopalestinese “Boykott, Disinvest and Sanctions”, ma si potrebbe allargare il discorso al controllo a tappeto ben descritto da Snowden nel suo ultimo libro, come pure al proliferare di leggi censorie.

Quanto poi, all’ ultimo fatto di cronaca, il ferimento di nostri militari nel territorio curdo, dove non avrebbero avuto nessuna ragione giuridica per esserci, ha fatto esplodere la questione dell’uso di nostre truppe al di fuori della Costituzione e dei mandati del Parlamento e delle Nazioni Unite, sotto comando americano e semplicemente  dietro  richiesta americana rivolta direttamente ai nostri primi ministri (Prodi, d’ Alema o Renzi ch’essi fossero). A questo punto, è ovvio che, sulle questioni che veramente contano, come la guerra e la pace, la vita e la morte, il popolo italiano non solo non può incidere in alcun modo, ma vengono bypassate perfino tutte le istituzioni legali, l’unico soggetto abilitato a decidere essendo il Presidente degli Stati Uniti. In questa situazione, si capisce benissimo perché i cittadini abbiano reazioni così ostili alle classi politiche degli Stati membri e dell’ Unione. Quei politici, come Macron, che pretendono di portare avanti veramente (ma, dopo 70 anni, si può avere qualche dubbio) una Politica Estera e di Difesa Comune, dovrebbero dirci come faranno a risolvere questo problema.

 

Il Partito Comunista Italiano aveva approvato le stragi dell’ Armata Rossa in Ungheria. Oggi invece la sinistra condanna le operazioni difensive dei Russi e e delle minoranze etniche con essi alleate

9. Non dover più parteggiare per nessuno

Problema che risulta ancor più scottante alla luce della recente indagine demoscopica dello European Council for Foreign Relations, che, riassumendo il pensiero degli elettori europei, afferma “l’Europa non dovrà più essere alla mercè di una potenza straniera. Gli elettori sono più preveggenti dell’élite della Politica Estera e di Difesa Comune, ….Parecchi pubblicisti, come Molinari o Rampini, hanno sostenuto (riprendendo integralmente le parole dell’ amministrazione americana), che gli Europei dovrebbero decidere “da che parte stare”. Però, su questo punto, gli elettori si sono già espressi in modo inequivocabile. In un conflitto fra gli Stati Uniti e la Russia, o fra gli Stati Uniti e la Cina, ovunque l’enorme maggioranza vorrebbe che l’Europa rimanesse neutrale. In Slovacchia, in Grecia e in Austria, è addirittura superiore il numero di elettori che vorrebbero che l’Europa combattesse accanto alla Russia contro l’America che non viceversa.

In queste condizioni, è veramente sconvolgente che  la maggior parte dei vertici istituzionali (a cominciare dalla Merkel e da Mattarella), anziché condividere la posizione di Macron e della maggioranza degli elettori, continuino a difendere incondizionatamente l’Alleanza Atlantica.

La similitudine fra il socialismo reale e l’ortodossia atlantica è agghiacciante:

-la filosofia di base è il determinismo economicistico che ispira una fede messianica nel Progresso;

-l’ideologia politica è la stessa mitizzazione dell’uomo medio, che spinge a emarginare e reprimere ogni eccentricità;

-lo stesso è il linguaggio, basato su slogan pieni di presunzione e di odio: “dittatori, autocrati, despoti”, che tenterebbero di “infiltrare” le loro “false verità” per indebolire il libero Occidente. Poco importa che l’“Occidente” da loro tanto esaltato consista solo nel Nordamerica, l’Europa Occidentale e il Giappone, vale a dire al massimo 800-900 milioni di persone, mentre l’insieme dei BRICS, del Sudamerica, dell’Africa e dell’Islam comprende 6 miliardi di persone, cioè sette volte di più. Possibile che questi 800-900 milioni siano gli unici detentori della verità, mentre tutti gli altri vivono nell’ oppressione e nell’ errore? Non ci si accorge che quei Paesi sono appena usciti, con sforzi sovraumani, dall’asfissiante tutela dell’Occidente, e da allora stanno prosperando, così come prosperavano prima dell’arrivo degli “Occidentali” (vedi imperi Ching e Mughal, che coprivano quasi la metà del mondo )?

-come giustamente ha rilevato la Stampa, sul fondamentalismo atlantico vi è anche un unanimismo bipartisan, come (dico io) nella DDR c’era un unanimismo filosovietico fra il comunista Honecker e il “democristiano” de Maizière (sponsor  della Merkel): “Oggi capita che il segretario Pd Nicola Zingaretti e il Vice-Presidente di Forza Italia parlino praticamente la stessa lingua, quando si trovano a discutere del nuovo ordine mondiale e delle sfide che pone all’ Italia e all’ Occidente”.

 

Il “maggiore Lupaszko”, comandante dei “Soldati Proscritti”, fucilato dai Sovietici.

10.Conclusione

Commemorare la caduta del Muro di Berlino significa innanzitutto  rievocare lo spirito eroico di coloro che si sono battuti per l’unità dell’Europa dell’Est e dell’ Ovest, dai difensori, nel 1956, di Budapest, a de Gaulle che creò la Force de Frappe “à tous les azimuts” per un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali, a Giovanni Paolo II, che, riprendendola Ivanov, aveva lanciato l’idea dei “due polmoni dell’ Europa”; infine, a Gorbacev, che aveva rilanciato, quella di Enea Silvio Piccolomini, di una “Casa Comune Europea”….

La Brexit non contraddice l’esigenza dell’unificazione di tutta l’ Europa. Ovviamente, chi, come il Regno Unito, vuole andarsene, è libero di farlo, ma l’Europa dovrà ragionare sempre come rappresentante di tutti gli Europei.

L’unico modo per completare l’unificazione dell’Europa è evidentemente associarvi tutti i Paesi Europei che lo vogliano (per esempio, l’Albania e la Macedonia, ma anche  la Scozia  e l’Irlanda del Nord,  la Russia e la Turchia, senza dimenticare l’Islanda e la Groenlandia), dando così all’ Europa stessa  gli strumenti per affermare autorevolmente sulla scena mondiale i nostri punti di vista sulle scelte più scottanti per l’Umanità, come sono, oggi, il rapporto uomo-macchina e la difesa delle identità.

 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.