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EUROPEAN DEMOCRACY ACTION PLAN:

PARTE I , UN MECCANISMO CHE FUNZIONI

Un dovere tradito dell’ Europa: difendere i Whistleblowers

Una delle priorità della Commissione von der Leyen e della futura Conferenza sul Futuro dell’Europa era costituita dalla promozione di una “democrazia europea”, fondata su  resilienza,sul pluralismo dei media, sulla trasparenza del processo legislativo, sulla Convenzione Europea dei Diritti Umani, sull’ identità europea, sulla cittadinanza europea,  sul dialogo con le Chiese , su un partenariato strategico con il Regno Unito… L’incarico di monitorare tutto ciò era stato affidato a Vera Jourova, la quale è tenuta a presentare annualmente un “Rule of Law Report”, che è simile, nella sostanza, ad analoghi documenti presentati con eguale cadenza dall’”Integrity Manager” nelle imprese europee, i quali (lo dico per esperienza diretta), essendo membro dello staff dirigenziale, non può fare altro che sfornare, anche se controvoglia,la certificazione di una  fittizia  regolarità..

Dopo più di un anno, la pandemia ha messo a nudo le debolezze dell’ intero impianto costituzionale europeo, dimostrando anche la gravità dell’ errore di aver ritardato sine die la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’unica istanza in cui il richiamo diretto ai cittadini potrebbe forse controbilanciare l’inconcludenza dell’ establishment, costituendo un forte elemento di discontinuità, quale richiesta dalla situazione.

L’incapacità dell’Europa di bloccare la “seconda ondata” del virus ( mentre l’ Asia ci è riuscita brillantemente), l’omologazione delle grandi testate, l’inestricabile complicazione dei processi di approvazione del bilancio 2021-2027 quando più ce ne sarebbe stato bisogno, l’assenza di un dibattito a tutto tondo sulle identità e sul pluricentrismo dell’ Europa sono sfociati nel ritardo di un anno nell’ approvare il Recovery fund (che avrebbe dovuto costituire un provvedimento d’urgenza) e nel “No Deal” con la Gran Bretagna.

Il Parlamento vota contro il Consiglio, i Paesi nordici bloccano gli aiuti a quelli del Sud, mentre quelli dell’ Ovest pretendono di sanzionare quelli dell’ Est, e infine il partito di maggioranza, il PPE,a cui appartiene la Presidentessa,  blocca i lavori del Parlamento

Addirittura, le Istituzioni,  invece di risolvere tutti questi  problemi della UE,  si stanno ora preoccupando di un meccanismo per sanzionare Polonia e Ungheria, e di un regolamento generale per disciplinare le sanzioni extra-UE, pretendendo d’impartire una lezione al resto del mondo.

I Governi nazionali e locali non sono da meno, con il loro continuo up and down di provvedimenti sanitari inconcludenti dimostrano di non sapere assolutamente che fare, anche in quei casi (come quello italiano), in cui erano stati tempestivamente ammaestrati dagli esperti cinesi reduci dalla “Battaglia di Wuhan”.

Non per nulla, Cesare de Seta intitola l’editoriale de L’Espresso, testata assolutamente pro-establishment, con “Fallimento”.

Alla luce degli sviluppi della situazione attuale, viene spontaneo chiedersi se gli Europei abbiano ancora  chiaro che cosa essi vogliano e, in particolare, come intendano riformare nell’ ambito della prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa, una democrazia europea così fallimentare.

Intanto, se è vero che la parola “democrazia” fu inventata in Europa duemilacinquecento anni fa  (tant’è vero che è difficile tradurla in molte lingue extraeuropee), è anche vero ch’essa ha cambiato mille volte di significato, tanto da non averne oggi più praticamente nessuno. Poi, al di fuori dell’ Unione Europea, la “democrazia” non sembra più essere una priorità per nessuno. Non che nessuno le sia ostile, ma tutti pensano, e non del tutto a torto,  che vi sia qualcosa di più urgente: chi la difesa dei propri privilegi, chi la lotta per la supremazia, chi la difesa della patria, chi la religione…, e la stessa democrazia  diventa addiruittura una sorta di metafora, per “anglosfera”, “nazionalismo”,  “antiglobalismo”,“teologia del pueblo”..

In effetti, tutti, amici e nemici, parlano piuttosto, ed appropriatamente di un “Impero Americano” (“nascosto”, per citare  Immerwahr),  per taluni da temere, per altri da mantenere, per altri ancora, da abbattere. Anche entro questi limiti, il termine  “democrazia” sembrerebbe comunque inappropriato a descrivere l’attuale società occidentale dominata dai GAFAM, dalle 16 agenzie americane d’”intelligence”, dai capricci di Trump e dall’inconcludenza burocratica europea, vale a dire un mix casuale senza alcun chiaro principio ispiratore – un mix di esoterismo, tecnocrazia, informatica, costituzionalismo, mafie, razzismo, messianismo, capitalismo, servizi segreti, elettoralismo, propaganda, politicamente corretto, che fanno tutti capo, in un modo o nell’ altro, agli Stati Uniti-. Sembra perciò preliminarmente necessaria una previa chiarificazione del concetto di “democrazia”, Per dirla con Confucio, una “rettifica dei nomi”.

L’aeropago di Atene, là dove Eschilo colloca la nascita divina della polis

1.Per una storia controcorrente della democrazia

L’espressione era nata (in Erodoto) con una connotazione senz’altro negativa, ch’è stata certo lentamente mitigata nel corso dei millenni, ma solo recentemente ha assunto un significato neutro, e solo da pochissimi anni un senso assolutamente positivo. Ma anche in tutto il corso della sua storia il termine ha avuto per lo più un significato ambiguo, quando non controfattuale, sicché c’è da chiedersi se non vi sia una profonda verità nascosta sotto l’espressione secondo cui la democrazia è fragile”:ch’essa è innaturale, e quindi, per mantenerne almeno l’apparenza, si sia continuamente costretti a inventare una gran quantità di artifici. Si sia costretti a “far diventare gli uomini eguali”, mentre in realtà non lo sono, e tenderanno sempre a diversificarsi.

Erodoto, cittadino della Ionia, o più precisamente della Caria (Alicarnasso), e quindi suddito persiano, ne parlava a proposito del dibattito svoltosi in Persia quando era stata sventata la congiura del “falso Smerdi”. In quell’ occasione, Otane aveva proposto d’introdurre in Persia la “democrazia” (presumibilmente, il sistema tribale degli antichi Indoeuropei), ma la sua proposta era stata rifiutata perché avrebbe minato la solidità dell’Impero. Al suo posto, fu instaurata invece la monarchia achemenide. Lo stesso Erodoto dice poi (ironizzando sulla mitologia “democratica” cara agli Ateniesi),  che fu sempre un Persiano, vale a dire il generale Mardonio, a imporre la democrazia agli Ioni assoggettati, dopo avere crocifisso alcuni “tiranni”, per impedire che gli Ioni si ribellassero nuovamente, perché i regimi democratici non sono così gelosi della loro indipendenza quanto quelli monarchici, come si vide poi con il comportamento alle Termopili del re Leonida di Sparta, mirabilmente descritto sempre da Erodoto. Quando si vede che Sparta fu considerata (per esempio da Rousseau, St.Just) come il massimo modello di “democrazia”, allora si capisce in che modo le idee su questo termine siano state sempre quanto meno confuse. Premesso che la vicenda delle Termopili dimostra che il Re di Sparta aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, con una consultazione assai blanda degli stessi Efori, resta poi anche il fatto che, a Sparta, i pochissimi cittadini optimo jure avevano una posizione di assoluto privilegio su tutti gli altri ceti, e, anzi, erano tenuti ad effettuare omicidi gratuiti fra i sudditi per mantenere il massimo della distanza dai sottoposti. Il carattere assertivamente “democratico” di Sparta veniva visto, dai giacobini”, per reazione all’ aristocrazia settecentesca, essenzialmente nella frugalità dei costumi e nel patriottismo, caratteristiche proprie piuttosto della borghesia nella sua fase iniziale, mentre, in quella successiva, di consolidamento, Constant la vedeva, al contrario, come uno strumento delle classi abbienti per godersi senza fastidi le loro ricchezze..

Tornando ai Greci, Socrate e Platone erano palesemente elitari, e furono perseguitati proprio per questo; Aristotile, loro discepolo e maestro di Alessandro Magno, indicava la “democrazia”, insieme alla tirannide e all’ oligarchia, fra i regimi degenerati deviati (parekbaseis), in quanto viola i principi dell’«utilità comune» (koinei sympheron), contrapposti a quelli retti: la monarchia, l’aristocrazia e la “repubblica” (quest’ultima, il sistema cetuale ancestrale) essendo la versione “buona” della democrazia.

Certo, gli Ateniesi dei tempi di Socrate e Platone avevano introdotto, con Clistene,  “un regime chiamato democrazia”, che era comunque anch’esso un sistema incredibilmente elitario, che coinvolgeva qualche migliaio di “cittadini” contro i milioni di sudditi di Atene, ed era diretta da un “Protos Anèr”, un “Principe”: Pericle. Nonostante questo, i teorici romani e medievali si attennero alle valutazioni negative dei classici greci, rendendole ancor più severe, considerando addirittura la democrazia ateniese come la causa del crollo della Grecia antica.

Anche le “repubbliche” premoderne e rivoluzionarie erano tutt’altro che “democratiche”: schiavitù, ceti, censo, dittatori, terrore. Saint Just e Mazzini preconizzavano un regime militarizzato e punitivo di ogni deviazione (basti leggere in originale gli scritti politici dei due autori, che propugnano, tra l’altro, l’adozione di un’uniforme per tutti i cittadini, l’uccisione dei politici con un programma “antinazionale” e il dominio mondiale delle “razze vediche”).Ma lo stesso Montesquieu sosteneva che la democrazia era applicabile solo in piccole città, ed impossibile negli Stati di grandi dimensioni. Frase ripresa di peso, da Caterina di Russia nelle istruzioni alla Commissione Legislativa,  per giustificare il proprio dispotismo illuminato.

Non casualmente il dibattito  sulla democrazia si era sviluppato soprattutto nelle effimere repubbliche (Cisalpina,Cispadana) create in Italia dalle armate napoleoniche (quando fu inventata la bandiera italiana sul calco di quella francese), e che si trasformarono in pochissimi anni in Regno d’Italia. Infatti, l’imposizione, da parte di un impero della creazione di “democrazie” negli Stati tributari costituisce, fin dai tempi dei Persiani, la prima fase del processo di subordinazione dei territori conquistati al nuovo impero in espansione,

Non solo le rivoluzioni atlantiche, ma anche il ’48 e la Comune del ’70 (nonché le relative repressioni) furono regimi di terrore (tant’è vero che Nietzsche trasse le sue convinzioni antidemocratiche dagli articoli sulla devastazione del Louvre da parte dei Comunardi).  

L’entrata in vigore del suffragio universale (per altro in un più vasto contesto autoritario) spianò poi la strada alle vittorie elettorali dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, in Italia, in Russia, Italia e Germania, e, con ciò, all’ avvento dei totalitarismi. I Bolscevichi andarono al potere con  lo slogan “tutto il potere ai soviet” Soviet; Mussolini con una coalizione trasversale di larghe intese maggioritaria in Parlamento e con l’investitura del Re; Hitler con una coalizione coni nazional-tedeschi dopo avere stravinto ben due elezioni e dopo essere stato investito dal Presidente e finanziato da banche americane e tedesche…

Quanto ai regimi post-seconda guerra mondiale, essi furono definiti molto correttamente (da Duverger, da Sartori) come “partitocratici. I partiti del CLN si appropriarono “pro quota” delle istituzioni di massa del Partito Fascista e delle sue pratiche verticistiche, e non applicarono mai le disposizioni “democratiche” della Costituzione (come quelle sull’ organizzazione democratica dei partiti, sulla partecipazione dei lavoratori e sull’ equo salario). L’organizzazione interna, basata sui, “migliori” i “cavalli di razza”, i “signori delle tessere”, “Gladio”, “Gladio Rossa”, ecc…, era semplicemente la moltiplicazione per 9 delle strutture dei partiti totalitari, con i Segretari Generali, i Comitati Centrali, il “centralismo democratico”, la gioventù (magari chiamata “Pionieri” come in Unione Sovietica), i sindacati “cinghie di trasmissione”, ecc….

Solo con l’egemonia democristiana il termine “democrazia” aveva acquisito un certo significato affermativo, venendo visto come sinonimo del partito di maggioranza relativa, anche se si trattava di nuovo di una “democrazia bloccata”, che escludeva una vera alternanza, sostituita (ed era già un miracolo), dall’ alternanza delle correnti democristiane alleate con i 9 partiti del Parlamento. Nel gergo popolare, si parlava di “democrazia” contro “comunismo”. Un sistema in ultima analisi non troppo distante da quello della Germania Est, dove un amplissimo pluralismo politico e partitico formale non riusciva certo a celare la ferrea egemonia della SED, il partito “socialista unificato” filosovietico.

Il Sessantotto portò con sé un nuovo significato della parola, divenuto sinonimo di assemblearismo e antiautoritarismo; di fatto, nel Movimento Studentesco, nei “gruppuscoli” e, poi, nel terrorismo, vigevano il culto del capo, il fanatismo assembleare, l’intolleranza verso gli avversari.

L’affermarsi di una valutazione positiva del concetto democratico portò con sé anche il risultato dell’“eterogenesi dei fini”, per cui, più la democrazia si sforzava di beneficiare il popolo e di coinvolgerlo, più si allungavano le ombre sul suo operato, con i misteri della mafia, l’intolleranza estremistica, i cadaveri eccellenti, le stragi, le “conventiones ad excludendum”, gli anni di piombo, Tangentopoli, la mafia.

“Tutto il potere ai soviet” : la parola d’ordine più democratica fonda il potere più autocratico

2.L’ossessione democratica

La vera e propria ossessione per il termine “democrazia” cominciò poi solo con la caduta del Muro di Berlino, anche per effetto della “lunga marcia attraverso le istituzioni” compiuta dai sessantottini (Cohn-Bendit, Fischer, Barroso), quando “democrazia” divenne sinonimo di “Occidente”, per la trasmigrazione degli ex marxisti “disoccupati” nell’ estremismo democratico, e anche per lo sfiancamento delle tradizionali retoriche conservatrici e socialiste. Basti vedere che, in prima linea nelle manifestazioni in Est Europa contro le cosiddette “autocrazie” spiccano sempre manifestanti con il pugno chiuso, il che dimostra che si tratta di una sorta di rivincita contro il rovesciamento delle culture politiche di quei Paesi dopo l’ ‘89.

Quel termine venne attribuito da allora sostanzialmente solo ai Paesi che fossero alleati degli Stati Uniti ed avessero una costituzione comparabile a quella degli stessi (con quello che Canfora chiama il democratometro”). Questa situazione di fatto ha messo in evidenza una ridda di contraddizioni dell’ideologia democratica. Basta il venir meno di una delle due caratteristiche, e il Paese non è più “democratico”. In Venezuela si vota, ma il Paese è anti-americano: quindi, non è democratico. L’Arabia Saudita è filo-americana, ma non si vota, quindi è antidemocratica. Fin qui tutto bene, ma  con quale logica preferire una Unione Sovietica stalinista a una Russia presidenzialista, una monarchia assoluta islamica, come l’Arabia Saudita, a una repubblica islamica, come l’Iran, o addirittura una crudele dittatura militare, come quella egiziana, ai Fratelli Mussulmani eletti democraticamente?

Il bello è che i Paesi “anti-democratici” sono normalmente soggetti a sanzioni, delle Nazioni Unite, americane, europee o di tutti questi Paesi insieme. Adesso, il Parlamento Europeo vorrebbe introdurre norme generali sulle sanzioni, per farle divenire, per così dire, un “fatto strutturale”. Non è chiaro con quale diritto, e neppure con quale logica, visto che le sanzioni rafforzano inevitabilmente i regimi che ne sono colpiti, poiché questi sono costretti, da un lato, a compattarsi, commerciando fra di loro, e, dall’ altro, a sviluppare la sostituzione delle esportazioni, divenendo temibili concorrenti di quelli che li hanno sanzionati. Forse la logica vera è quella di colpire, attraverso la Cina, la Russia, l’Iran, la Bielorussia, i loro partners europei perché non si arricchiscano troppo, superando gli Stati Uniti. Infatti, le sanzioni sono state sempre un autogoal per gli Europei, i quali, a causa della loro scomoda posizione internazionale, possono sopravvivere solo grazie alla cosiddetta “politica dei due forni”, commerciando al contempo con gli Stati Uniti e i loro avversari, mentre il “muro contro muro” con gli Stati anti-americani non fa che affrettare il loro comunque prevedibile collasso.

Il fascismo andò al potere con una maggioranza parlamentare trasversale e con l’incarico del Re a formare il Governo, e fu confermato da elezioni e plebisciti

3.La “tentazione autocratica”

Oggi, il confine fra le “democrazie” e gli “altri” (che, in mancanza di meglio, vengono definiti, assai incongruamente, “autocrazie”) sono sempre più labili. Questa constatazione viene considerato tabù poiché l’”autocrazia” (sia essa quella orientale, quella antica, quella “totalitaria” o quella ”autoritaria”), costituisce, per la “religione civile” dei Moderni, il “Male Assoluto”, su cui non si può discutere, ma che va solo esorcizzato (o sterminato).

Le singolari vicende del concetto di “autocrazia” nel mondo contemporaneo solo analizzate magistralmente nel dossier della rivista francese  “Books” dell’ Ottobre 2020, che ha introdotto , la distinzione  fra le cosiddette “autocrazie chiuse”, che “non accettano di essere contestate”(Cina, 1 miliardo e 400milioni;  Corea del Nord, 25 milioni; Vietnam, 100.000 milioni, Egitto, 100 milioni, Arabia Saudita,33 milioni, per un  totale di circa due miliardi) e i “regimi misti” (che “riguardano più della metà del Pianeta”).

Ora, sembrerebbe  già strano che il regime “normale” fosse quello adottato da una piccola minoranza, mentre un altro, diverso, regime fosse invece stato adottato dalla maggioranza. Sembrerebbe anche che sarebbe quest’ultimo a dover essere invece considerato “normale”. A parte che il “regime misto” era quello prediletto dalla maggior parte dei grandi autori, da Aristotile a san Tommaso a Montesquieu, il fatto che tante precedenti “democrazie formali” vadano verso un modello di “democrazia illiberale” sembrerebbe indicare che si tratta di una forma di necessario adattamento alle condizioni particolarmente aspre dell’attuale periodo storico, dominato dallo “stato di eccezione” (nucleare, terroristico, sanitario, digitale).

Come scrive Cacciari su l’ Espresso dell’11 ottobre, “Trump è l’’immagine’ di un sistema in cui imprese multinazionali, burocrazia militare, élites politiche, sempre più strategicamente in simbiosi, intendono decidere su tutte le questioni davvero rilevanti della nostra esistenza, superando, per  quanto possibile, regole e procedure della ‘antica’ democrazia. Una campagna a tutto campo sulle impotenze, i freni, i ritardi che quest’ ultima comporterebbe, è condizione indispensabile per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di avviarne il ‘superamento’”.

E’ un fenomeno mondiale, indotto soprattutto dalla centralizzazione informatizzata della “Mutual Assured Destruction” nucleare (MAD), e dalla conseguente esigenza, da parte dei vertici delle Grandi Potenze, di controllare capillarmente il proprio “blocco” in previsione di uno scontro totale e istantaneo basato su colpi micidiali, segreti e rapidissimi, che occorre prevedere anche da indizi infinitesimali (il famoso “first strike”). Sono quelli che hanno ispirato documenti come il “Trading with the enemy act”, il  “Patriot ACT” e il “CLOUD Act”, che hanno codificato negli Stati Uniti uno stato permanente di emergenza.

Tutto ciò impone certamente di riconsiderare le idee degli Europei sulla democrazia, ed è ciò che tenta di fare appunto il recentissimo opuscoletto dell’ Ufficio Studi del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights.”

Il quale per altro non poteva tener conto dello spettacolo sconcertante di un’ Europa (e dei suoi Stati Membri), che, dopo 9 mesi di pandemia, non solo non riescono a frenarla, ma non riescono neppure ad adottare elementari provvedimenti finanziari per finanziare i sistemi sanitari e sostenere l’economia.

LETTERA APERTA A MASSIMO CACCIARI. AMARE L’EUROPA; NARRARE L’EUROPA

 

 

Caro Professore,

Appena terminato un Salone del Libro in cui la nostra casa editrice si è prodigata in modo speciale per fare avanzare il dibattito sull’Europa, la lettura del Suo articolo su “L’Espresso” del 19 u.s., “Patria Europa”, così vicino alle nostre preoccupazioni, mi ha stimolato a prendere posizione come segue sul tema della comunicazione dell’Europa, nella speranza di contribuire così a un dibattito autentico nella cultura “alta” anche su questo , centrale, tema.

Intanto, a me sembra che ciò che Lei ha scritto molto bene in quell’articolo, cioè che “..non si vince una grande battaglia politica e ideale come l’unione federale dell’Europa senza un’idea intorno ai suoi fini, e cioè al cammino che ha di fronte, ovvero alla sua missione o destinazione”, chi non fosse obnubilato da pregiudizi ideologici  o da interessi particolari, lo avrebbe potuto comprendere  già perfino a partire dal 1957, data di firma dei Trattati di Roma. Invece, proprio nella “Dichiarazione Schuman” si parlava di “realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”, un cammino fatto di “piccoli passi” senza una precisa meta finale (il “funzionalismo” deprecato, tra gli altri, da Spinelli e da Przywara).  La cultura europea sta forse cominciando a comprendere il vicolo cieco in cui si è messa in quel modo la politica, anche se, purtroppo, l’incertezza circa l’obiettivo finale, anziché svanire, sembra oggi addirittura infittirsi. Eppure, quelli erano gli anni in cui in America si tenevano le cosiddette “Conferenze Macy” sul futuro delle scienze e della tecnologia, nell’URSS venivano lanciati nello spazio gli Sputnik e Gagarin, e Asimov e Lem scrivevano i loro insuperabili romanzi distopici. Certo, lo stato di obiettiva depressione della politica europea in seguito alla 2° Guerra Mondiale e alla divisione di Yalta giustificavano il tono minimalistico dei discorsi europei, ma una cultura che annoverava personaggi come Heidegger e Russell, Croce e Heysenberg, Einstein e Anders, avrebbe dovuto prevedere quali sarebbero stati i veri temi con cui i vertici dell’Europa si sarebbero dovuti prima o poi a scontrare. E invece, ancor oggi, il “rischio esistenziale” non è ancora entrato nel cuore del dibattito  politico.

Nonostante quella scelta funzionalistica (e, quindi, implicitamente materialistica e minimalistica) dei Padri fondatori, le idee idonee a “narrare la Patria europea” esistevano già da tempo, seppur solo “in nuce”, disperse  attraverso la cultura alta, e si sarebbero potute ricostruire, nelle loro grandi linee, semplicemente “collegando i puntini” contenuti, come in un grande rebus, nelle opere dei grandi autori che citerò qui di seguito.Intanto, già all’ epoca dei Trattati, alcuni, come Simone Weil, Husserl, Jaspers, Heidegger, Anders, Guardini e  Przywara, ci avevano avvertiti che, come Lei ha scritto in modo pregnante, “fine dello spirito europeo non è lo sviluppo di scienza, tecnica, economia in se stesse, il mero incrementum scientiarum, bensì la sua connessione con il sistema delle libertà”. E infatti, fin dai primordi della cultura europea,  come per esempio  nelle opere  di Ippocrate e di Erodoto, era stato considerato come insito nell’identità europea (la “physis ton Europaion”) il fatto d’ identificarsi con la libertà un po’ selvaggia di Leonida, contro il progetto di conquista dell’Europa e di stabilizzazione universale incarnato dalla Persia di Serse (vedi il discorso di quest’ultimo riportato  nelle Storie e le iscrizioni funerarie di Behistun e Naqsh-e-Rustam, che anticipano i programmi di tanti imperi successivi, da quello romano, a quello sovietico,  a quello americano).

Nello stesso modo, era stato chiarito proprio allora (per esempio nell’opera di Federico Chabod) che, all’amore per la libertà politica, si collega, nell’ identità europea, la ricerca della verità, da ritrovarsi innanzitutto nell’autenticità con se stessi. Insomma, il motto dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Non per nulla, è l’oracolo stesso a profetizzare che ”la grande rocca gloriosa verrà devastata dai discendenti di
Perseo, oppure questo non avverrà, ma la terra dei Lacedemoni piangerà la
morte di un re della stirpe di Eracle.”
La morte per la libertà della patria quale esempio estremo di coerenza con se stessi e di dedizione alla libertà. Quello che tanto viene esaltato nel mito della Resistenza, ma che oggi nessuno sarebbe propenso a imitare.

1.Un sistema informatico mondiale: il vero nemico della libertà

Innanzitutto , oggi il  “mondo della libertà” è messo in pericolo quanto mai prima nella storia, non solo in Europa, ma nel mondo intero, non già dai diversi sistemi politici e sociali (i quali sono tutti ancora fondamentalmente “umanistici” e/o “culturali”: vedi Lévy Strauss e Luc Ferry), bensì proprio dalla “gabbia d’acciaio”, prima teologica, poi giuridica,  poi ideologica, e, infine,  tecnologica, che ci si siamo costruiti addosso con l’economia, l’industria e la tecnocrazia, che costituisce lo sbocco ultimo da sempre implicito in qualsivoglia progetto di “Fine della Storia”. Non vi è quindi alcuna contraddizione fra la tesi (oramai divenuta luogo comune) dell’egemonia della finanza internazionale e quella, da me qui ripresa, dell’egemonia della tecnica, l’una essendo la continuazione naturale dell’altra. La postulata condizione finale di assenza di conflitto (la “Pace Perpetua”) non può infatti essere raggiunta semplicemente con una qualche forma di eterodirezione “soft” della società da parte dei “poteri forti”, bensì solo eliminando la fonte prima dei conflitti, vale a dire l’Uomo. L’orrore per il “Diverso” è solo il primo passo verso la negazione della pluralità delle Persone, a favore del carattere seriale dei cyborg e degli androidi (la “vergogna prometeica”). Come avevano previsto Max Weber, Horkheimer e Adorno e Arnold Gehlen, l’apparato tecnico e amministrativo non è dunque uno strumento di libertà, bensì, vincolando l’uomo a prassi e a meccanismi consolidati, costituisce una fonte di omologazione e di entropia, che distrugge la libera creatività, e lo stesso slancio vitale, portando all’ eterna ripetizione di standard già dati (i pretesi “principi etici di progettazione” delle macchine intelligenti). C’è di più: con la “trasfusione senza spargimento di sangue” dei profili umani nell’Intelligenza Artificiale (De Landa) si  finisce per congelare, e quindi per eternare, i pregiudizi del XXI secolo, così come il sistema “OKO”, fortunatamente bloccato una notte dell’’83 dal maggiore Petrov, pretendeva di incarnare senza sbavature la dottrina nucleare del PCUS. La più importante di tutte le decisioni della storia dell’umanità, quella circa lo scatenamento della guerra totale, è stata così delegata da gran tempo a sistemi elettronici automatizzati, lo “Hair trigger alert”, al quale è stata affidata, da tutte le grandi potenze (quindi, sempre al di fuori dell’Europa), la reazione al primo attacco nucleare dell’avversario. In una simile situazione, a meno che non intervengano nuovi, stringenti, accordi internazionali (di cui solo l’ Europa può farsi propugnatrice), la distruzione reciproca mondiale per effetto di una “Cernobyl militare” è praticamente assicurata. La controprova del carattere centrale della militarizzazione della società e della sua cura per la segretezza e la manipolazione delle informazioni è costituita dall’accanimento con cui si sta perseguitando Julian Assange, reo di avere reso palese il carattere onnipervasivo del sistema di controllo del complesso informatico-militare. L’indifferenza dell’Europa (sempre così attenta ai diritti umani là dove essa non può farci nulla) verso la persecuzione di Assange che ha luogo nell’ Inghilterra della Brexit, che sta ancora eleggendo i suoi Europarlamentari, fa perdere di credibilità al richiamo all’amore per la libertà che si leva dall’establishment politico e culturale, nonché all’esaltazione acritica della tradizione costituzionalistica inglese. All’accordo “Five Eyes” spetta dunque una superiorità costituzionale rispetto all’Habeas Corpus?

Una volta che  decisioni come quelle militari siano state delegate alle macchine, tutto l’insieme dei comportamenti umani tenderà sempre più ad essere subordinato al fine di agevolare il “proprio” sistema di Hair trigger alert, per farlo prevalere sul sistema nemico: dal controllo di massa del comportamento della popolazione, all’infiltrazione delle reti di comunicazione amiche e nemiche, alla disinformazione delle opinioni pubbliche…Che altro s’ intende quando si afferma che ovviamente ogni decisione in vari campi dev’essere subordinata alle esigenze della “sicurezza”? Occorre innanzitutto evitare che possano nascere dei protagonisti autonomi, che esercitino in modo obiettivo, e perfino eroico come il maggiore Petrov, quel ruolo di critica del sistema che perfino l’Armata Rossa aveva affidato ad “analisti militari” indipendenti come quest’ultimo.

Come facciamo dunque a sentirci liberi se tutto il flusso delle opinioni pubbliche è condizionato a tavolino dai big data e dagli spin doctors dei sistemi informativi delle grandi potenze, se ciascuno di noi è monitorato giorno e notte dal sistema (attraverso i cellulari, i personal, i social…) per spiarne le più recondite movenze e per condizionarlo di conseguenza? In queste condizioni, perdono di senso i tradizionali strumenti della libertà di stampa, di parola, le stesse elezioni. Non per nulla, è il carattere stesso dei cittadini che è alla fine pervertito dal minimalismo, dal conformismo e dall’ autocensura, portando all’ inconcludenza di ogni discorso e alla supina accettazione del “destino della tecnica” e delle cosiddette “lezioni della Storia”.

La “perdita di democrazia”, di cui taluni incolpano il populismo, altri l’Unione Europea, altri ancora l’egemonia culturale della sinistra, trae in realtà ovunque la propria origine prima proprio dall’ inevitabile centralizzazione delle decisioni richiesta dalla delega al sistema informatico-militare della gestione  della cosiddetta “guerra senza limiti” già in corso fra i grandi blocchi continentali, che non lascia spazio, né a un reale pluralismo, né a un aperto dibattito.

Se anche la UE ha la tendenza a centralizzare progressivamente le decisioni più importanti come le politiche della ricerca, dell’informazione, finanziaria, estera e di difesa, è  perché essa  deve confrontarsi quotidianamente con USA, Cina e Russia; in queste ultime, il potere “politico” si centralizza e si personalizza a sua volta per contrastare, chi il deep State,  chi gli oligarchi,  chi la burocrazia…Quando Federica  Mogherini deve rispondere alle missive minatorie delle sottosegretarie americane alla Difesa, è sola; non può convocare il Parlamento Europeo (ormai a fine mandato) o i Parlamenti nazionali, come pretenderebbero i politici di tutti gli orientamenti. Si potrà porre freno a queste tendenze solo con la ricostituzione di una classe dirigente dotata di “virtus”, come quelle del mondo classico, indispensabile da sempre per una gestione collegiale della Res Publica, ispirata da un ethos e non da incentivi materiali, capace di superare indenni anche i periodi dello “stato d’eccezione” come questo delle Macchine Intelligenti.

Per questo la polemica contro la pretesa “dittatura di Bruxelles” è fuori luogo: se riferita a oggi, quando la UE, con meno dipendenti del Comune di Torino e con risorse inferiori all’ 1% del PIL europeo, non può fare praticamente nulla, ma anche  se riferita a un futuro in cui un’eventuale federazione europea, diretta da una nuova classe dirigente, per fare “più Europa”, dovrebbe, non già sovrapporsi agli Stati membri, bensì occuparsi di ciò che gli Stati membri non hanno mai fatto: una politica culturale; una difesa tecnologica; una programmazione operativa; la creazione di “campioni nazionali”; una politica monetaria proattiva.

2.La missione dell’Europa

All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica “missione” prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la “prassi liberante” propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’”intelligenza collettiva” e del “lavoratore”, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di “rovesciare il tavolo”. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori “assiali” della saggezza, della filosofia, dell’“humanitas”, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al “banauson ergon” (quel “lavoro bruto” che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’orizzonte). Un compito ciclopico che, anche in questo caso, è destinato a travolgere tutte le prospettive di corto respiro che si fronteggiano nei dibattiti politici sul futuro della società europea. Nel fare ciò, la cultura, oltre a rileggere in una luce nuova le idee classiche di “eu zen” e di “kalokagathia” e quella cristiana di “askesis”, dovrebbe aprirsi a quelle confuciane, di “junzi” e di “ren”:come Lei scrive,  ”etiche nel senso più profondo e radicale del termine: non qualche massima morale, ma insieme di consuetudini, costumi, forme di vita, che sembrano quasi affondare in passati immemorabili, dentro ai quali abitiamo.”.

Solo educando il carattere umano come si faceva in Grecia, a Roma o nei monasteri asiatici e cristiani, non già tentando, come si sta facendo oggi, di trasferire nelle macchine principi astratti (come i codici etici) che neppure noi umani riusciamo ad applicare, si potrà evitare la presa del controllo delle macchine sugli uomini e l’estinzione dell’Umano. L’Unione Europea è già oggi, certamente, un elemento di resistenza contro questo progetto totalitario, e lo sta dimostrando con la legislazione sulla privacy, con le multe ai grandi operatori, con la lotta all’ erosione fiscale. Tuttavia, l’energia impiegata in questa lotta prometeica è troppo modesta rispetto all’unicità del compito, e, soprattutto, manca a monte un modello culturale forte che supporti l’intera azione dell’Unione: il “mito della Patria Europa”, di cui parla il Suo articolo. L’azione europea su questo tema appare episodica, marginale e decontestualizzata rispetto a tanti altri temi, certamente meno urgenti che non il “Rischio Esistenziale” (Hawking, Martin Rees).

Ma, soprattutto, l’Europa  di oggi è talmente arretrata, rispetto a USA, Cina, Russia, India, Israele e Giappone, per ciò che concerne la cultura e la tecnologia informatica (intelligenza artificiale, cyberguerra, internet, intelligence, ingegneria genetica….), da non disporre neppure dei necessari strumenti di sperimentazione (come per esempio i Big Data); figuriamoci se essa è in grado di costruire un’alternativa agli attuali approcci verso l’informatica, o addirittura di imporli agli altri. Lo sforzo che l’Europa deve compiere in questo campo nei prossimi pochissimi anni è prometeico, e richiederebbe un suo specifico “mythomoteur”. Ecco quello che, a mio avviso, costituisce, come Lei scrive, “forse un valido mito per la sua rifondazione”. Del resto, i miti sono inevitabilmente congiunti a un’etica eroica, indispensabile per questo sforzo disperato (Foscolo, Carlyle).

Questa sarebbe l’unica interpretazione concreta di quell’impegno totale per la formazione permanente alla rivoluzione digitale che tutti invocano, ma nessuno attua, non avendone compreso, né la vera posta, né i necessari contenuti e sacrifici. Non è infatti l’integrazione europea a mancare di fascino, bensì la classe dirigente in essa coinvolta. Se essa prendesse a cuore con un’etica eroica la rivoluzione digitale e quanto la circonda, si conquisterebbe quell’aura che aveva circondato, nella vita come nella fiction, i protagonisti delle prime imprese spaziali sovietiche e americane.

3.Il posto dell’Europa fra i grandi Subcontinenti

Intanto, è ben vero che i valori dell’Epoca Assiale (Jaspers) sono comuni a tutte le grandi civiltà del mondo, e questo è il significato vero da dare al concetto di “universalità” e di “diritti umani”. Come Lei scrive, “…il loro valore, nel senso più reale, materiale del termine, è ancora ben riconoscibile, in America come in Russia, in Cina come in India.” Tuttavia, la specificità dell’Europa è quella di rivendicare, all’interno della comune lotta contro il totalitarismo delle macchine intelligenti, una particolare attenzione per la tutela della libertà personale e comunitaria. Purtroppo, in un mondo in cui, tanto la cultura tecnologica, quanto il controllo del web, sono in mano alle Big Five dell’informatica, e al di fuori dello spazio di controllo europeo, non bastano, né le sterili invocazioni di sacri principi, né una sofisticatissima rete di norme UE. Solo se gli Europei si battessero con spirito prometeico per contestare quel controllo, quell’auspicabile “curvatura europea” dei valori universali uscirebbe finalmente dal mondo delle sterili declamazioni. Infatti, il Caso Schrems ha messo in evidenza che anche i migliori principi del diritto europeo restano lettera morta se i nostri dati sono immagazzinati fuori dell’Europa.

Se esistono, infatti, anche fuori dell’Europa- per esempio in America e in Cina- forze che si muovono di fatto a favore della tutela dell’Umano contro l’onnipotenza delle macchine, tuttavia solo l’Europa ha posto e pone ancor oggi la libertà al centro delle questioni sociali dell’informatica. In America, dove pure è nato il movimento dei “whistleblowers”, lo spirito di libertà è soffocato dall’etica puritana, dal “politicamente corretto” e dal senso ossessivo della missione dell’esportazione della democrazia. La Cina, come tutti i Paesi socialisti,  manifesta in modo paradossale e parossistico (per esempio attraverso il sistema del “credito sociale”) proprio quelle tendenze liberticide che in America sono occultate sotto lo smalto del mercato e della “rule of law” (il “totalitarismo invertito”), tendenze ch’ essa ha clonato e clona sempre più nel suo sforzo ciclopico di superare l’Occidente per recuperare la propria autonomia anche spirituale (Zhongxue wei ti, xixue wei yong 中学为体,西学为用; come direbbe René Girard: “rivalità mimetica”).La libertà è stata tradizionalmente concepita in Cina come una liberazione collettiva con un moto atemporale verso il Datong, la Grande Armonia, ma, per raggiungere quest’ultima, s’impongono nel frattempo le dure leggi dei Legisti. Certo, la Cina costituisce anche, oggi, in pratica, con il suo formidabile sistema informatico, il principale baluardo oggettivo contro l’imposizione in tempi brevi della Singularity (unione di umano e macchinico) da parte delle Big Five (Baidu contro Google, Alibaba contro Amazon, Hwawei contro tutti). Infatti, se la Singularity non riesce ad essere unica, non è tale: non realizza, cioè, la fusione in un’unica entità dell’intero sistema pensante mondiale; quindi, non può sopprimere totalmente l’Umano. Il sopraggiungere dell’informatica cinese sta dunque dando a tutto il mondo il tempo per riorganizzarsi contro la dittatura delle Big Five.

Tuttavia, solo un’Europa molto più forte sui piani politico, militare e tecnologico, ma soprattutto culturale, potrebbe interloquire autorevolmente con le Grandi Potenze anche e soprattutto su questi delicatissimi aspetti. Se e nella misura in cui riuscirà a imporre un dialogo e un accordo internazionale, essa avrà realizzato la sola forma possibile e necessaria oggi (e filosoficamente difendibile) della “potenza assimilatrice delle proprie idee”,  da Lei auspicata.

E certamente solo un’Europa vittoriosa sul fronte dell’interfaccia uomo-macchina potrebbe prendersi serenamente cura della propria identità – e, innanzitutto, della propria poliedricità-, che va ben al di là delle “diverse nazioni e le loro lingue”, bensì comprende anche il pluralismo delle  religioni, culture, ideologie, ceti sociali, regioni, città. Gli Europaioi di Ippocrate e di Erodoto sono, infatti, oltre che gli amanti della libertà, anche il popolo federale per eccellenza. La Grecia ne era il modello (con i suoi dialetti omerico, esiodeo, arcado-cipriota, ionico, attico, dorico, eolico); con le sue leghe (peloponnesiaca, delio-attica, ionica,  tebana, cretese, etolica…);con le sue poleis e i suoi koinà. Ma  gli autori classici esaltavano anche i popoli vicini, in particolare gli “Sciti” e i “Sarmati”, in quanto animati dallo stesso amore per la libertà.

 

  1. Come narrare la Patria Europea

Per narrare, come Lei propone, la Patria Europea, s’impone, come pensava già Freud, la liberazione, dalle retoriche dell’idea di Europa, dell’autentica identità europea. Identità che, come Lei scrive, non definisce “né radici, né confini, né dimore dove poter essere ‘in pace.” Quindi, l’esatto contrario della retorica dell’Europa come Fine della Storia e come strumento di “stabilizzazione”. Grazie all’ Europa, la Storia deve poter continuare, anche se alcune sue tendenze avrebbero voluto farla finire. Questo indispensabile mito dell’Europa baluardo della diversità, e quindi del conflitto, “costruito sull’ interrogazione, il dubbio, la ricerca” ci impone di liberare da censure e tabù vaste aree della nostra cultura. A mio avviso, occorre innanzitutto non vergognarci della cultura europea quale essa è, buona o cattiva ch’essa sia;  non volerla addomesticare e censurare per renderla accettabile ai poteri del momento, ai gusti dell’elettorato oppure, ancor peggio, a una lobby che pretenderebbe che il “mito della Patria Europea” sia identico a quello dell’America.

Nello stesso modo, proprio perché l’Europa è una Patria, non già una setta, essa non è di nessuno Stato in particolare (per esempio, non del duo franco-tedesco), non di una Chiesa (per esempio, quella cattolica), non di un’ideologia (per esempio, quella progressista), non di un partito (per esempio, l’attuale “centro” del Parlamento europeo). Essa è di tutti coloro che vi vivono: del mondo atlantico come di quello eurasiatico; della Mitteleuropa come dei Balcani, dei cristiani come degli ebrei e dei mussulmani; dei riformisti come dei conservatori, dei rivoluzionari come dei reazionari. Non possiamo dire a nessuno, che viva fra di noi: tu non sei Europeo. E, di converso, tutti gli Europei hanno il diritto di formulare un “loro” progetto di Europa, che esprima la loro particolare visione.

  1. I ”Cantieri d’ Europa” continuano.

Con l’iniziativa “Cantieri d’Europa”, la nostra piccola casa editrice, Alpina, ha incominciato a fare ciò per cui essa era stata fondata fin dal 2005: riunire in un solo luogo ideale, attraverso i propri libri e le proprie manifestazioni, le voci di tutti coloro che abbiano dei contributi concreti da dare alla costruzione dell’Europa, nei vari campi dello scibile (linguistica, filosofia, storia, dottrine politiche, economia, diritto, diplomazia, tecnologia…), ma vengano marginalizzati da una cultura “mainstream” che tollera solo la superficialità e la ripetizione inconcludente di luoghi comuni. Nello stesso tempo, con il nostro stand e con le nostre 8 manifestazioni, per metà al Lingotto, e per metà fuori (il “Salone Off”), abbiamo dimostrato che l’Europa si può e si deve narrare, attraverso le cose concrete, proprio oggi, quando la maggioranza ritiene che ciò sia diventato impossibile.

In particolare, i “Cantieri”, con i libri, nostri e altrui, ivi presentati, sono riusciti a realizzare nel Salone quel compito di sintesi che originariamente avrebbe dovuto essere assunto dalla grande editoria. Nell’ assenza d’iniziative maggiori, il nostro stand ha costituito il punto d’incontro dove sono confluiti il Movimento Europeo, le Istituzioni e tanti editori, italiani e stranieri, che hanno pubblicato libri sull’ Europa: Ullstein, ADD, il Mulino, Icaria Editorial, Rubbettino, Aracne, EGEA…

Dopo le elezioni europee, si apre, per la prossima legislatura, un compito appassionante: quello di recuperare l’Europa alla battaglia per la libertà tecnologica, portandola finalmente sull’unico piano veramente attuale: quello della sovranità digitale.

Last but not least: per riuscire a narrare l’Europa, bisogna amarla, per come essa è, anche con i suoi peccati, la sua decadenza e la sua vecchiaia.

Esistiamo proprio per questo, e saremmo lieti di averLa con noi su questi temi.

Per Alpina Srl,

 

Riccardo Lala