Archivi tag: europa

RELAZIONE DI FERRANTE DE BENEDICTIS PER IL 9 MAGGIO

Il Ratto di Europa: una profezia?

Dopo la relazione di Matteucci, la sintesi degl’interventi di Lala, e i contributi di Merchionnee Cardini, pubblichiamo l’intervento, alla videoconference del 9 maggio, di Ferrante De Benedictis. Interventi diversi per taglio, contenuto, posizioni culturali, ma accomunate dall’ obiettivo di fare ripartire un dibattito costruttivo sull’ Europa in un momento che, come scrive De Benedictis, è pieno di rischi, ma anche di opportunità.

Questi interventi verranno pubblicati, insieme a quelli che seguiranno nel corso dell’ estate, in un unico contesto sotto l’egida dei Cantieri d’ Europa 2020.

Il documento di De Benedictis, sintesi di un intervento più articolato, è dedicato ai quattro tre poli, della politica, della sovranità,dell’Europa e della nazione, visti non come antitetici, bensì come complementari e integrantisi reciprocamente.

Spesso si ha invece l’impressione chei vari politologi e i vari leader politici, per motivi strumentali, tendano a privilegiare solo uno di questi aspetti, squilibrando tutto l’insieme e rendendo possibile quegli abusi che tutti deunziano, ma nessuno riesce ad evitare.

In particolare, l’abdicazione della politica nei confronti dell’ economia e soprattutto della tecnica, l’incomprensione del carattere sfuggente della sovranità, sospesa fra il divino e l’umano, l’immiserimento tanto dell’identità europea che di quelle nazionali al livello della cosiddetta “memoria condivisa” o del folclore “turistico” o cerimoniale, hanno resi invisi un pò a tutti, e la politica, e la sovranità, e l’Europa, e la nazione.

Giustissimo, quindi, l’invito di De Benedictis ad una restaurazione di un equilibrio, in modo da poter fare nascere una nuova Europa.

Ferrante De Benedictis

Relazione congressuale

Convegno promosso dal dott. Riccardo Lala 2500 anni dalle Termopili, 70 anni dalle dichiarazione di Schuman

Torino, 09 maggio 2020

Quello dell’Europa è un tema di assoluta centralità nel dibattito politico odierno, un dibattito fortemente condizionato dalla pandemia che ha colpito il mondo intero.

Il covid-19 rappresenta uno di quei fatti in grado da solo di cambiare il corso della storia, un incidente della storia, una discontinuità in grado di catalizzare improvvisamente i processi storici e politici.

Così davanti ad un’epidemia, come altre ce ne sono state nel corso della storia, sono tanti i processi di grande cambiamento in atto, nostro compito provare a comprendere questi processi, nella consapevolezza che dietro ogni rischio si cela sempre una opportunità.

L’opportunità, però non può essere considerata solo unilateralmente, ma ciascuno secondo le proprie mire cercherà di coglierne la propria, così se da un lato la pandemia potrebbe determinare la fine della globalizzazione, da un altro punto di osservazione potrebbe invece significare il potenziamento di un modello globalista ed il concretizzarsi di un governo mondiale sulla spinta della tutela della salute pubblica mondiale.

Ricordiamoci che da quando l’economista americano Milton Friedman teorizzò le nuove idee neoliberiste, di cui la globalizzazione ha rappresentato e rappresenta lo strumento più potente ed efficace per la sua progressiva affermazione, il modello neoliberista ha sempre saputo cogliere i momenti di crisi per accrescere il suo dominio.

A tal proposito Ricorderete le parole di Mario Monti nel Febbraio del 2011

“ non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono cessioni di parti delle sovranità nazionali…”

È chiaro che lui si riferisse a quello che in psicologia delle masse si chiama la teoria dello shock, di cui la comunicazione mainstream si serve con grande abilità oggi.

Per fortuna potrebbe esserci anche un’altra ipotesi da considerare, ossia quella  che la pandemia possa al contrario rappresentare il parricidio della globalizzazione, perché il parricidio perché non vi è dubbio che questa particolare crisi sanitaria  sia figlia della globalizzazione e che abbia allo stesso tempo messo in luce i tanti limiti della stessa.

  1. Sul piano economico l’aver spinto sempre di più verso un sistema economico che vedeva nella Cina la fabbrica del mondo
  2. UE drammaticamente inefficace nel risolvere e gestire la crisi dimostrando un scarsa o totale assenza di solidarietà;
  3. Riacutizzarsi del modello bipolare, quando pensavamo di essere entrati nell’epoca del multilateralismo

LO SCONTRIO TRA I 2 BLOCCHI (serve più Europa)

In tutto questo l’Europa rischia da un lato di vedersi schiacciata dai due blocchi per via di spinte centripete e dall’altro di essere disarticolata da spinte centrifughe che vengono dai suoi stati membri (vedi sentenza di Karsrhue) Brexit e una sempre meno sopita insoddisfazione dei principali Stati dell’Unione che continuano ad essere contributori così detti Netti dell’UE (Germania, Italia e Francia).

L’Italia è tra i primi 3 contributori del bilancio EU, ma anche tra quelli che ricevono meno, nell’ultimo bilancio l’Italia ha versato 13,94 miliardi di € ricevendone sotto varie forme di contributi 11,59 miliardi di € e questo a partire dal 2002 fino ad oggi abbiamo sempre contribuito più di quanto ci è stato ridistribuito.

A questo punto occorre però fare una doverosa premessa, già emersa nel corso degli interventi che mi hanno preceduto, esiste una sostanziale e netta distinzione tra Unione Europea ed Europa, aggiungendo che l’esperienza della prima come molti ormai concordano è destinata a chiudersi definitivamente ed a quel punto toccherà agli Stati Europei ricostruire un’Europa pre-Maastricht fondata sulla condivisione dei valori nel pieno rispetto delle singole sovranità.

IL TEMA DELLA SOVRANITA’

Quando si parla di sovranità in primis dovremmo interrogarci sul significato e sul valore profondo del termine, questo non solo come interessante esercizio semantico, ma come atto di comprensione di un processo politico in grado di riconquistare e di affermare uno spazio culturale e  identitario, che con la globalizzazione  e l’affermazione del pensiero unico è stato non solo neutralizzato ma anche deriso.

Affermare che questa Europa non convince, non è sufficiente, è necessario andare oltre la critica e spiegare, scevri da una preconcetta contrapposizione tra Euroscettici ed Europeisti convinti, che idea si propone per il futuro del vecchio continente.

Le Nazioni Europee dovranno a mio modesto parere ritrovare la loro sovranità a difesa delle loro identità e dei legittimi interessi nazionali e così condividendo strategie e valori potranno dar vita ad un’autentica Europa degli Stati, tanto auspicata dai padri fondatori, e non una vacua entità economica dominata da potentati  e interessi sovrannazionali come è attualmente. Ecco perché ritengo che Europa e Sovranità non solo non siano termini confliggenti, ma possano essere l’uno il corollario dell’altro.

Il rivendicare la propria sovranità significa ridare ossigeno alla democrazia e ristabilire i normali equilibri tra economia e politica, tra economia reale e finanza, tra capitale e lavoro, tra capitale e territorio, perché una concezione sana dell’economia distingue il calcolo mercantile del profitto dall’economia sostanziale, riservando a quest’ultima la funzione primaria e vitale di riproduzione delle merci necessarie alla sussistenza umana.

Economia che torni a rispondere ai bisogni e alle necessità del cittadino grazie ad una politica capace di riscoprire il suo ruolo di moderatore dei fenomeni socio-economici, ruolo che può concretizzarsi solo in uno Stato realmente sovrano, mentre oggi assistiamo ad una politica che è stata relegata a cortiletto del potere, completamente piegata alle logiche tecnocratiche della finanza creativa, o meglio distruttiva.

Alcuni dati

Solo per citare alcuni numeri Euro + crisi hanno significato per il nostro Paese -30% di capacità produttiva, che si sono tradotti in un -77’000 € di unità monetaria procapite in 20 anni, se non bastasse il confronto tra i due periodi pre e post Euro è impietoso

Tra il 1985 ed il 2001 il PIL italiano cresceva del +44% che equivalevano a circa 482 miliardi di €, contro il periodo 2020-2017 il PIL è cresciuto del solo 2% ossia 31 miliardi di €.

Andiamo alla voce export, da molti euroinomani considerato il vantaggio più importante del essere in UE, e scopriamo che questo vantaggio è stato solo ipotetico ma molto diverso dalla realtà,

1985-2001 export italiano +136,3%

2002-2017 +40,9 %

È chiaro che qualcosa nel processo di integrazione non abbia funzionato, ledendo in modo evidente gli interessi nazionali dell’Italia in questo caso.

La nuova Europa

Ma quale idea abbiamo di  Europa? Quale futuro auspichiamo per il vecchio Continente? Una strada  possibile è quella confederativa, quella di un’Europa che affondi le sue radici nel mondo greco romano e nella cultura cristiana, e che diventi garanzia di pluralità e non teatro di omologazione.

È bene però ricordare che nessun progetto politico potrà mai concretizzarsi senza la riscoperta di un senso di comunità da contrapporsi ad un pericoloso individualismo, comunità che si cementa attorno al concetto  di Patria, ossia terra di condivisione di un comune destino.

Il nostro sforzo deve essere quello di ricostruire sull’esempio di Enea la terra dei padri, dove ciascun europeo si possa riconoscere e confrontare con gli altri.

UNA LEZIONE SUL RUOLO DELL’ EUROPA FRA I VARI CONTINENTI

Facendo seguito all’appello lanciato da questo sito a contribuire al dibattito sull’Europa nell’ambito dei nostri “Cantieri d’ Europa”, pubblichiamo con piacere, dopo quello di Roberto Matteucci, il contributo, scarno ma eccezionale, di Giuseppina Merchionne, una sinologa che, come risulta già dai riferimenti autobiografici contenuti nell’articolo, rappresenta quasi un simbolo dei rapporti culturali italo-cinesi, essendo stata una dei pochissimi giovani studiosi italiani recatisi in Cina in base al primo accordo culturale, firmato nel 1950, all’ inizio dei rapporti diplomatici italo-cinese, ed avendo trascorso in Cina (ivi comprese Hong Kong e Taiwan) molta parte della sua vita, compresi anni tumuiltuosi come quelli della Rivoluzione Culturale.

Sulla base di quest’esperienza unica nel suo genere (oltre che di un periodo di studi superiori alla Columbia University), Giuseppina Merchionne affronta qui la questione del ruolo storico dei diversi Continenti, finalmente nel modo corretto, vale a dire sulla base della loro diversa identità culturale. Con questo approccio diventano finalmente intelleggibili le radici e il futuro dell’ Europa.

Tutto questo dovrà fare oggetto di un ampio dibattito, in generale, all’interno dei Cantieri d’ Europa, e, nello specifico, sul rapporto Europa-Cina, particolarmente “caldo” in vista della prevista firma, nel mese di Settembre, di un fondamentale Trattato sulla Protezione degl’Investimenti

Nel frattempo, pubblicheremo la versione della lettera sull’ Agenzia Europea di Tecnologia da noi inviata, su undicazione del Presidente Sassoli, ai singoli Europarlamentari e ai membri del Consiglio Europeo.

In una prossima occasione pubblicheremo per esteso l’ articolo pubblicato da Franco Cardini sulla Dichiarazione Schuman e il contributo di Ferrante Debenedictis sullo stesso argomento nella videoconference di “Cantieri d’ Europa” .

La crisi del Coronavirus ha accelerato lo smottamento, prima impercettibile, dello stantio equilibrio geopolitico mondiale ostile all’ Europa.E’ un momento in cui i dibattiti, e anche le proposte, hanno una loro forte ragion d’essere.Perciò, continuiamo imperterriti con i Cantieri d’ Europa.

E veniamo all’ aticolo di Giuseppina Merchionne.

Il ritratto dell’imperatore cinese Qianlong nelle vesti di Buddha Manjusri,
dipinto dal gesuita milanese Giuseppe Castiglione

RIFLESSIONI SULL’EUROPA ED ALTRI CONTINENTI

                                                      Giuseppina Merchionne

Premessa

 Prima di esprimere, molto immodestamente, il mio parere sulla natura attuale e il futuro dell’Europa e del mondo che la circonda, vorrei fornire alcune precisazioni sulla mia formazione culturale che ritengo necessarie per una maggiore comprensione dello stesso.

Napoletana di origine, mi sono trovata, per ragioni famigliari, a dover percorrere l’intero corso di formazione scolastica, dalla prima elementare all’ultimo anno del liceo, a Ferrara, dove tutti i giorni attraversavo la ‘addizione erculea’, voluta da Ercole I d’Este, esempio esplicito della grandezza dell’Italia rinascimentale. 

Dopo la maturità, sono  stata assorbita da quel turbine di lingue e culture rappresentato dall’ Istituto Universitario Orientale di Napoli, dove era possibile studiare la maggior parte degli idiomi, vivi e morti, presenti su questa terra, compreso il mancese già d’allora scomparso nella stessa Cina.

Non ancora laureata, nell’agosto del 1973, dopo un breve periodo di studi nella britannica Hong Kong, mi sono ritrovata a Beijing, come parte del primo gruppo di studenti italiani ammessi nella Repubblica Popolare dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche, in seguito ad accordi di scambi culturali tra i due paesi. In realtà si trattava di un nutrito gruppo di studenti dall’Europa, da alcuni paesi del terzo mondo e da paesi non precisamente definiti quali Canada e Australia, che, oltre a studiare, si ritrovarono a partecipare, insieme ai cinesi, agli ultimi strali della rivoluzione culturale. In nome di questa, la critica agli elementi reazionari nello stesso gruppo dirigente della RPC veniva condotta attraverso la dissacrazione delle opere di Confucio e dei suoi un tempo venerati discepoli, con grande dispendio di citazioni classiche di difficile interpretazione per la maggior parte di noi e con buona pace della lotta ai vecchiumi della cultura tradizionale.

In quella Beijing University ,culla di tutti i movimenti rivoluzionari della Cina prima e dopo la liberazione, dopo tre anni di lezioni di linguistica pura su testi di critica al confucianesimo, di esaltazione del legismo e del suo eminente filosofo Han Feizi; di incredibili viaggi in tutta la Cina organizzati dal nostro Istituto e dopo esclusive ed irripetibili esperienze di vita in comuni popolari e acciaierie, in ottemperanza al programma governativo della ‘scuola a porta aperte’ anche per stranieri ,sono finalmente tornata a casa. Un cammino di ritorno durato undici giorni, da Beijing a Roma, con la allora sicurissima ferrovia transmongolica,  attraverso le sterminate praterie della Mongolia e le steppe della Siberia.

Dopo poco però mi sono ritrovata a Taipei, invitata dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Cina a frequentare, unica occidentale, il corso di Master presso un esclusivo e accuratamente controllato Istituto di Ricerche sulla Cina comunista e l’Unione Sovietica.

Nei tre anni occorsi al conseguimento del Master of Arts, ho avuto modo di studiare le posizioni del Guomindang durante la guerra civile con il Partito Comunista, di sentire dalla viva voce di ex- ufficiali dell’esercito Popolare di Liberazione passati ai nazionalisti, le narrazioni delle ‘atrocità’ commesse dai comunisti verso la popolazione, mentre l’esercito di Jiang Jieshi (Chiang Kaishek) era impegnato nella lotta contro l’invasore giapponese.

Fuori dalle aule dell’Istituto, ho incontrato il terzo protagonista della recente storia di questa parte del mondo, onnipresente in tutte le manifestazioni politiche e culturali e le aspirazioni di evasione della maggior parte dei giovani taiwanesi , quegli Stati Uniti d’America che i cinesi dell’isola guardavano come loro salvatori e guardie del corpo, contro la minaccia dell’occupazione  da parte dei comunisti,  rivendicata come veicolo legittimo per raggiungere la riunificazione del paese. E proprio grazie a questa terza presenza ho imparato che, per sopravvivere in quella parte del mondo, la lingua inglese valeva molto più di quella cinese, per non parlare delle altre lingue europee, poco o nulla confacenti con le esigenze economiche della regione.

Forse proprio grazie agli studi compiuti nelle due Cine e ai relativi diplomi conseguiti, dopo qualche anno sono stata ammessa al Ph.D course in Asian Studies della Columbia University di New York, con il beneficio di esenzione dal pagamento dell’ improponibile retta scolastica e l’attribuzione di una borsa di studio che mi consentiva di pagare un alloggio e mangiare almeno una volta al giorno. Era il 1985. Fuori da quel tempio incredibile della cultura e dello studio di tutto lo scibile umano, documentato nei suoi dipartimenti e nella faraonica Library, che si apriva su quella Broadway cuore della città più aperta dell’Impero, si trascinava un’ umanità di derelitti homeless, in prevalenza neri ed hispanicos, dal cui assalto Columbia cercava di difenderci, oltre che con un nutrito corpo di vigilantes, anche con un decalogo di norme di comportamento per la sicurezza ,a cui gli studenti, in particolare quelli stranieri, dovevano attenersi per non cadere vittima di furti e violenze fisiche. Veniva fornito persino un ‘accompagnamento’ alle ragazze dal campus agli alloggi fuori di esso, condotto da due ragazzotti americani dalle spalle erculee, oltre ad un servizio di shuttle bus gratuito che dalle  otto di sera alle due di notte funzionava come mezzo di trasporto nel quartiere per chi volesse muoversi all’interno di esso in tutta sicurezza.

Terminato il biennio propedeutico al passaggio ai corsi di dottorato, il cui conseguimento si profilava dopo almeno altri cinque anni, nonostante il miraggio di una brillante futura carriera   prospettatami dai miei docenti, optai per un difficile ritorno in patria, in risposta al patriottico impulso di ‘insegnare alla propria gente’. In buona parte così è stato, grazie anche ad un incremento esponenziale, anno dopo anno, degli studenti iscritti ai corsi di lingua e cultura cinese, nella speranza di espugnare con questo mezzo gli impenetrabili bastioni del mondo del lavoro.

Nonostante le diverse connotazioni culturali e politiche di queste tre parti del mondo in cui mi è capitato di vivere, per ciascuna di esse ho dovuto constatare la validità funzionale di un fattore altamente proficuo: la mia innata condizione di europea dalla pelle bianca.

Il ratto d’Europa de pittore russo Serov

1. La necessità di sostenere l’Unione Europea

In primo luogo ritengo che, proprio in questo momento così difficile, non sia opportuno nemmeno mettere in discussione la necessità della Unione Europea, prospettando per di più la sciagurata ipotesi di una sua ‘estinzione’. L’esistenza di una entità unica europea deve essere affermata, come conseguenza di un naturale processo storico evolutivo, così come è accaduto a Cina, Russia e Stati Uniti. E questa affermazione dell’esistente, nonostante possa sembrare una forzatura politica, se non addirittura un artificio intellettuale, si rende necessaria in un momento in cui dare spazio a dubbi può recare danni peggiori. Penso a quanto sia stato necessario sostenere a tutti i costi e a danno di qualsiasi apertura democratica, la nascita della Repubblica Popolare Cinese e ,nel caso di vicende nostrane, persino della Repubblica Italiana.

Papa Francesco a Strasburgo

2. La funzione dell’Europa

Quanto alla funzione dell’Europa, essa  potrebbe essere quella di dare una dimensione coesa e direi quasi unitaria alle varie nazionalità che la compongono, perché non c’è dubbio che la forza di una nazione molto deve alla sua unità e anche in questo caso il pensiero ritorna all’esperienza di Cina, USA e forse anche Russia. Tale unità non è solo opera di un governo forte, volendo anche accentratore, esplicitamente repressivo, è anche il risultato della consapevolezza popolare di appartenere ad un paese, una cultura, una unità geografica, elementi che nel loro insieme connotano la dimensione nazionale.  Tale senso di appartenenza nazionale è quanto avverto con maggiore intensità in Cina, in una popolazione che mantiene una coesione culturale pure nella differenziazione di numerose etnie ed altrettante incalcolabili parlate locali. Persino dalla mia posizione di distaccata estraneità, io ravviso nei tanti cittadini della RPC che ho la ventura di incontrare, un’unità culturale , etnica, comportamentale che travalica ogni differenziazione regionale. E con il tempo e l’approfondimento della conoscenza, è parso chiaro anche a me dall’esterno che tale unità è data da un’incancellabile e ancora attuale impronta culturale atavica la cui innegabile presenza sopravvive e si conserva da diversi millenni.

Anche l’ Europa avrebbe, come scrive Giuseppina Merchionne, un’identità atavica, che però gli Europei di oggi non sanno riconoscere

3. Il cammino per il raggiungimento dell’unità europea

In considerazione di quanto detto sopra, ritengo che per costituire una ‘unità europea’, al contrario di quanto comunemente asserito, sia necessario smussare le diversità culturali nazionali, tentare di costruire e se è il caso anche di imporre, una omogeneità di pensiero e di comportamenti in forza della quale i diversi cittadini europei siano in grado di difendere, in caso di necessità, la propria ‘europeicità’ .Equivarrebbe a costituire la ‘nazione europea’, così come in Cina hanno costituito la ‘nazione cinese’ e in America quella ‘americana’, sia al nord che al sud. Infatti la consapevolezza di appartenenza alla ‘nazione americana’ sia tra i cittadini degli USA che tra quelli dell’America Latina, è quanto mi è sovente capitato di avvertire al cospetto di persone che, pure nella loro innegabile eterogeneità, erano in certo modo accumunate dalla sensazione, spesso inespressa, di appartenere ad un’unica dimensione geografica, l’America appunto.

Sulla Via della Seta, vi era un passaggio impercettibile da una civiltà all’ altra

4. Il superamento della ‘logica dei blocchi’

Le vicende di questi ultimi giorni caratterizzati dalla diatriba sull’ origine del virus tra Cina e USA non hanno la parvenza della solita pantomima di qua e di là degli oceani, probabilmente il mondo è davvero cambiato dopo questa iattura universale e indubbiamente non in meglio. E forse anche l’Europa è cambiata, incamminata verso una condizione di maggiore disunione e quindi di debolezza, dove le forze politiche di ciascun paese ci spingono obbligatoriamente verso la scelta di una sola direzione. In questa dimensione di un mondo diviso in ‘blocchi’, può esistere anche la visione di un ‘blocco europeo’? Diversamente, chi ci salverà dall’inevitabile assedio degli’ altri’? E’ davvero così ineludibile il nostro destino di lacerazione dalla scelta imposta dall’esterno tra Cina e USA, con qualche digressione verso la Russia? Dobbiamo davvero scegliere se morire cinesi, nord-americani o russi?  Ci sarà dato di poter morire semplicemente ‘europei’?

Quest’anno ricorrono i2500 anni della battaglia delle Termopili.

5. La riaffermazione dell’Europa come continente

E se invece della dimensione dei ‘blocchi’ noi europei portassimo avanti la ben più reale e legittima dimensione ‘continentale’, che ci ricorda che l’Europa è forse l’unico ‘blocco’ ad essere contemporaneamente anche un intero continente? Ricordiamoci che gli Stati Uniti prima di essere una potenza più o meno in odore di perdita di primato mondiale sono innanzitutto una parte del continente americano e che la Cina prima di essere la potenza emergente da battere è solo una parte dell’immenso continente asiatico e che persino la sterminata Russia è anch’essa parte del continente Europa. Se coltivassimo la nostra destinazione di continente unico, non avremmo forse maggiori possibilità non solo di salvarci ma anche di costruire un futuro di prosperità e stabilità, a beneficio delle genti ‘europee’ come di quelle di tutti gli altri continenti di questo nostro martoriato pianeta?

La cultura europea sta e cade con il concettoi di continuità della memoria culturale.

6. La cultura come strumento della costruzione europea

In questa ottica, la mia illusione è ancora quella di giocare la carta ‘culturale’, di fare leva sul nostro patrimonio ‘ europeo’, non soltanto italiano, di arte, cultura, pensiero, tradizioni, allo scopo di renderci prede meno vulnerabili e meno convincibili. Forse è solo una illusione da intellettuale, vincolata dal fascino immortale della bellezza artistica che la memoria di quella ‘addizione erculea’ della mia adolescenza ha reso parte integrante del mio essere e del mio agire, ma, da erede di una cultura ‘positiva’ di costruzione di una società più equa, mi sforzo di conservare ancora quel mitico equilibrio tra ‘ ottimismo della volontà’ e ‘pessimismo dell’intelligenza’ che abbiamo ricevuto in eredità dal pensiero di giganti moderni come Gramsci. E non è poco, se ricordo che persino presso il Dipartimento di italianistica della Columbia University, tempio di formazione della cultura positivistica americana, le letture italiane più frequentemente studiate erano rispettivamente ‘I quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci e le ‘Confessioni’ di Sant’Agostino. E forse questo potrebbe voler dire ancora qualcosa anche da noi.

7. Il futuro dell’Europa

Il futuro dell’ Europa sta nell’ Umanesimo Digitale, un progetto ancora inesistente che va conquistato, come stanno facendo alcuni isolati combattenti, per ora non europei.

Quanto al futuro dell’Europa, da docente non posso non pensare che esso è nelle mani delle giovani generazioni che vengono da noi formate e che per effetto di quei ‘social’ veicoli di scambi di informazioni e messaggi univoci, passati tra i vari continenti attraverso piattaforme di comunicazione universali, riescono ad azzerare ogni differenziazione di censo, sesso, nazionalità, pelle ed educazione, dando forma ad una visione del mondo ‘globale’ ,di cui noi delle generazioni passate spesso e volentieri diffidiamo catalogandola come ‘univoca’, ‘omologante’, ‘standardizzata’, in definitiva da vero ‘Grande Fratello’. 

Eppure proprio questa ‘cultura dei social’ ha raggiunto il traguardo che noi fautori dell’Europa unita non siamo ancora stati capaci di raggiungere: la capacità di comunicare in tutto il mondo usando una sola lingua, quell’inglese che in questo modo ridimensiona la sua funzione di lingua di convincimento dell’economia globalizzata imposta dalle onnivore multinazionali, per diventare voce narrante per miliardi di individui che finalmente si capiscono a tutte le latitudini e in tutte le condizioni geografiche.

Nonostante i distinguo provenienti da più parti sulla necessità di mantenere il variegato patrimonio della babele linguistica, considerata a ragione parte integrante della nostra identità europea, rallegriamoci di questa omologazione verbale, perché è attraverso di essa in primo luogo che può passare il messaggio di unità, eguaglianza e giustizia per tutti gli esseri umani, messaggio che, a dispetto di ogni ostacolo, dobbiamo continuare a considerare il segno distintivo più eclatante della nostra civiltà europea.

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.

PRESENTAZIONE DI DAQIN IL 24 MAGGIO

Giovedì 24 maggio, ore 18,

Il Laboratorio Associazione Culturale

Via Carisio 12

Da Qin Un’Europa sovrana sulla Via della Seta

Nel fervore delle discussioni sulla politica italiana, si tende a dimenticare quanto la nostra vita, già nel passato, ma soprattutto oggi, sia stata, e ancora sia, condizionata da quanto accade, non soltanto in Europa, ma anche nel resto del mondo.

La stagnazione delle nostre economie, il dramma permanente delle migrazioni, la mancanza di significative innovazioni culturali, derivano da fatti apparentemente lontani nello spazio e nel tempo, come il colonialismo, la subordinazione alle grandi potenze, le guerre umanitarie, la lotta ideologica fra i blocchi…

Anche il rapporto con la Cina ha influenzato molto più di quanto non si pensi la vita degli Europei fino dai tempi di Marco Polo, dei monarchi assoluti, dei Gesuiti e degl’Illuministi, introducendo da noi nuovi concetti filosofici e nuove tecnologie, incrinando l’unita del movimento comunista internazionale, che tanto peso aveva anche in Europa, surriscaldando la competizione globale sui prezzi, introducendo “cordate” industriali concorrenti con quelle occidentali.

I Cinesi hanno espresso l’idea di questa interdipendenza con il termine “Da Qin”, “Grande Cina”, riferito per millenni a Roma, all’ Italia, all’Impero Romano, al Sacro Romano Impero, all’Europa, al Cristianesimo, visti come qualcosa di speculare all’ Impero Cinese. Oggi, con la Nuova Via della Seta, che si protende verso Occidente, ci troviamo con importanti investimenti cinesi in ogni città europea, e con un’Europa alleata della Cina nel resistere alle imposizioni del Presidente Trump.

Per l’importanza centrale della Cina nel sistema mondiale, il libro DA QIN tenta di leggere i problemi più scottanti dell’Europa con occhi cinesi, nella speranza di superare, con ciò, l’impasse, prima di tutto culturale, in cui si trova invischiata l’integrazione europea.

 

L’EUROPA E GL’IMPERI DOPO LE ELEZIONI RUSSE

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese e  le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

4.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai 5ome una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mes