Archivi tag: fascismo

LA “STORIA” DI MARCELLO CROCE: UN MODELLO ECCELLENTE E UNO STIMOLO ALL’ APPROFONDIMENTO

La “Giovine Europa” di Mazzini

Con il precedente post in questo sito, avevo avuto l’occasione di formulare una serie di commenti sull’articolo di Franco Cardini del 9 maggio sulla questione del perchè serve oggi scrivere di storia.

Ora, avendo avuto l’occasione di rileggere attentamente, durante una breve vacanza, la Storia dell’Italia Unita di Marcello Croce, pubblicata dalla Casa Editrice ITACA, vorrei soffermarmi a considerare in base a un esempio concreto come si possa oggi scrivere appropriatamente di storia. In particolare, trattandosi di una storia d’Italia, mi sembra che possano e debbano applicarsi i criteri tipici della storia particolare e popolare, che ha una sua logica, politica e divulgativa, non già quelli della storia universale ed accademica.

Ricordo che, nel precedente post, affermavo che la storia “popolare” dovrebbe essere, oggi, essenzialmente subcontinentale e volta alla formazione di un’opinione pubblica su base territoriale, attraverso il sistema culturale ed educativo ed attraverso i media. Questi requisiti sono soddisfatti, almeno parzialmente, dalla Storia d’Italia di Croce, la quale, pur nella sua programmatica auto-delimitazione alla storia della Penisola, di fatto inserisce brillantemente quest’ultima nella storia europea, facendo leva su  quella che è proprio la caratteristica specifica della “nazione” italiana: l’essere essa sede della Chiesa di Roma, e, quindi, qualcosa che ha trasceso sempre, da un lato, il fatto territoriale, e, dall’ altro, l’orizzonte temporale delle nazioni “moderne”.

La struttura dell’ Italia

è stata inventata da Augusto

1.Alla storia d’Italia “sta stretta” la Modernità

La nascita, lo sviluppo e la dissoluzione dell’Italia in quanto “nazione moderna” non coincide perciò con la vicenda della realtà “Italia, la quale, per esempio, già per Dante si sarebbe dovuta riferire già all’immigrazione troiana, e che, per i Romani, nasceva comunque con la Guerra Sociale e la concessione della cittadinanza romana a tutta la Penisola, che diventava, così, “il Giardin dell’Impero”, cioè la provincia dominante, come erano state l’Eranshahr per i Persiani e il Zhongguo per i Cinesi.

E, in effetti, durante l’intero arco della storia premoderna, i popoli extraeuropei identificarono Roma, l’Italia, l’Europa, l’Impero e il Cristianesimo (he Basileia ton Rhomaion; Rum; Rum Millet; Hromaig; Da Qin…).

Dunque, l’Italia “nazione moderna” come tentativo sempre esperito e sempre frustrato. Nel ripercorrere le tappe di questa vicenda, l’Autore segue le pieghe anche più segrete del pensiero politico e delle vicende storiche italiane, mettendo a nudo, “sine ira et studio” le molte aree oscure della storiografia ufficiale: dalle radici pre-moderne di tutti i grandi problemi dell’ Italia (rapporto Stato-Chiesa, regioni- Italia, Italia-Europa, sovranità-universalità), alle contiguità fra risorgimento, fascismo e antifascismo, alla costruzione dell’ideologia “occidentale” contemporanea.

L’analisi, originalissima, nonostante la sua meticolosità e le dimensioni notevoli del libro (quattrocento pagine circa), non può ovviamente andare fino in fondo a ciascuno dei temi evidenziati, relativamente ai quali non vi sono state fino a qui adeguate ricerche, come per esempio:

a)i possibili sbocchi e prospettive del progetto neoguelfo di federazione italiana;

b)la contiguità fra le diverse anime del fascismo e i singoli filoni della cultura politica italiana (neoguelfismo, liberalismo, mazzinianesimo, socialismo, azionismo);

c)le modalità concrete dell’esercizio sotterraneo della sovranità sull’Italia (condominio) da parte degli Stati Uniti e, parzialmente, dell’Unione Sovietica.

Boleslaw Piasecki, fra fascismo e  stalinismo

2.Storia d’Italia e storia europea.

Come detto sopra, anche in relazione con il precedente post, a mio avviso, la storia “divulgativa”, per l’insegnamento, anche superiore, e per il pubblico colto, dovrebbe avere un respiro almeno europeo. Questo vale anche per le storie nazionale, regionale, e, perfino, locale.

Il libro di Croce soddisfa egregiamente questa condizione, in quanto mette opportunamente in relazione le vicende italiane con il mondo circostante, in particolare con quelle del mondo atlantico e protestante, con la rivoluzione sovietica, con gli Alleati, durante e dopo la II Guerra Mondiale.

Certo, anche sotto questo punto di vista, non mancano  gli spunti per  ulteriori approfondimenti, come, per esempio:

a)la connessione fra le idee mazziniane e giobertiane della “missione delle nazioni” e i discorsi paralleli svolti da Fichte, Herder e Hegel;

b)il fascismo come fatto prioritariamente italiano, ma anche e soprattutto pan-europeo;

c)la relazione tutt’altro che pacifica fra il federalismo europeo di marca italiana e il funzionalismo francese, tedesco e perfino inglese;

d)la sostanziale connivenza fra URSS e America nella gestione dell’Europa di Yalta;

e)le carenze del sistema economico  della I Repubblica rispetto al contemporaneo “capitalismo renano”.

Saremmo lieti di poter sostenere uno sforzo ulteriore di approfondimenti su questi temi prendendo spunto, appunto, dall’ opera di Croce, a cui va comunque il nostro riconoscimento per lo sforzo compiuto nell’ interesse di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FASCISMO ETERNO?

Nel periodo pre-elettorale, come sempre e ovunque da settant’anni, ferve sui media il dibattito su “fascismo e antifascismo”. cosa assai singolare se si pensa al lungo lasso di tempo ormai trascorso dal 1945, e visto anche che non c’è, né c’è mai stato,  un  dibattito simile per esempio pro e contro la monarchia o pro e contro l’ Austria Ungheria.

Ciò dimostra di per se che, nonostante tutte le ironie che si possono fare, il fenomeno “fascista” ha lasciato un segno molto forte nella memoria europea. Ed è veramente singolare che, nonostante i milioni di libri già scritti sull’ argomento da politici, politologi, storici, teologi, psicologi, antropologi ed economisti, un’immagine chiara del fascismo non sia ancora emersa, neppure per ciò che concerne la sua definizione.

1.Una ridda di definizioni

Per taluni il fascismo fu soltanto quel preciso movimento politico  che portava questo nome, durato, in Italia, dal 1919 al 1943. Per altri, esso dovrebbe designare anche i movimenti analoghi e alleati  dello stesso periodo fuori dell’ Europa (sostanzialmente, quelli dell’ Asse). Per altri, esso comprenderebbe anche movimenti estranei all’ Asse, come quelli iberici o sudamericani. Altri vi aggiungono gl’immediati predecessori, come la Legione Fiumana e i Freikorps, e i postfascisti dichiarati, come MSI, Ordine Nuovo o  Fuerza Nueva.

Molti tendono a chiamare “fascisti” tutti i movimenti moderni che contestano globalmente l’idea del progresso, a partire da De Maistre, per passare a Guénon ed Evola, fino al fondamentalismo islamico. Ma la frenesia di allargare l’ambito del fascismo si estende perfino a Napoleone, a Nietzsche, a Sorel, e perfino al Janata Party.

Ricordo poi che moltissimi hanno fatto, del termine “fascismo”, un uso spregiativo, chiamando “fascisti” i socialdemocratici (i “socialfascisti”), gli stalinisti (i “fascisti rossi”), le istituzioni dello Stato democratico (“polizia fascista”),oggi perfino dei moderati conservatori come Berlusconi o Orban, o dei generici movimenti  qualunquisti come il Front National o la Lega, o, infine, perfino i rari partiti comunisti che abbiano mantenuto un minimo di continuità con il loro passato.

Umberto Eco era giunto a creare la categoria del “fascismo eterno”, a cui si riallaccia  Massimo Recalcati  nel suo articolo su La Repubblica del 1° marzo, un concetto che  comprenderebbe tutte quelle tendenze che vanno contro il mito del progresso. Quest’accezione viene appunto  ricapitolata da Recalcati : “il fascismo come rinunzia al pensiero critico, massificazione, irreggimentazione, soppressione sacrificale del singolare”. 

Questa definizione del “fascismo” appare veramente un po’ troppo estensiva, e forse neppure tanto azzeccata, se si tiene conto che, come pensava già Pasolini, il vero  “fascismo” di oggi non ha a che fare con le organizzazioni fasciste, bensì con “il potere di plasmazione delle vite e delle coscienze che il nuovo sistema del consumo era riuscito a produrre dagli anni Sessanta in avanti” . Certo, ciascuno è libero di chiamare le cose con i nomi che preferisce, però a un certo punto si impone quello che Confucio chiamava “la rettifica dei nomi”, ché, altrimenti, ogni discorso sensato diventa impossibile.

E, infatti, molti, eccelsi, studiosi, della materia, hanno rovesciato il ragionamento, facendo presente che, in ultima analisi, i fascismi miravano proprio ad evitare questa “plasmazione delle vite e delle coscienze”, ch’ essi, non del tutto erroneamente, attribuivano alla Modernità, fosse essa rappresentata dal puritanesimo o  dal giacobinismo, dalla società industriale, dal comunismo o dall’ “American Way of Life”. Non per nulla i primi sentori del fascismo si possono rintracciare  nelle critiche culturalistiche rivolte alla Modernità da Baudelaire, Nietzsche , Sorel e Marinetti. Questi opponevano, all’omologazione culturale dell’accademia, il gesto iconoclasta, alla statolatria ottocentesca, il culto dell’ individuo di eccezione, al conformismo moralistico l’immoralismo dannunziano, ecc.. Secondo Nolte, la critica “fascista” alla Modernità potrebbe quindi definirsi come  “il rifiuto della trascendenza pratica”, vale a dire del Progresso inteso come surrogato materialistico della Salvezza religiosa. 

Se c’è qualcuno che, come dice Recalcati, è “aspirato dal sogno perverso di un’unità compatta, identitaria, indivisa” è proprio l’attuale classe dirigente occidentale, che reclama perentoriamente  la difesa dell’ Occidente contro gli “islamofascisti”, gli “zar”, i “sultani” e gl'”imperatori”; che pretende d’ ingessare l’Europa in un mitico “illuminismo” dogmatico che non è mai esistito, e nella NATO e nell’ Unione Europea attuali, considerati come istituzioni  intangibili e insuperabili.

2.Radici chiliastiche del “pan-fascismo”intellettualistico

L’uso estensivo del termine “fascismo” denunzia  in effetti una mentalità inauditamente settaria, che porta a considerare negativamente, e di conseguenza a bollare come “fascisti”, tutti coloro che non siano allineati al 100% sull’ideologia dei poteri dominanti dell’ Occidente – vale a dire, fortunatamente, la maggior parte dell’ Umanità-. Il bello è che questa critica generalizzata non è rivolta solo all’ oggi, ma anche al passato, sicché diventano, praticamente, dei “fascisti” tutti i personaggi-chiave della storia mondiale, siano essi mitici come Gilgamesh, Ulisse o Mosè, o storici, come Augusto o Machiavelli, i quali tutti presentavano livelli elevatissimi di elitismo, spirito gerarchico, bellicismo,  autoritarismo, maschilismo, identitarismo, ecc…(quindi, di “fascismo”!)

Questi  pochi Illuminati di oggi giudicano, dall’ alto del loro potere, come già facevano i Puritani,  quale “massa damnationis” l’insieme dell’ Umanità presente, passata (e, forse, anche futura), mentre solo pochi eletti sono indenni dall'”immortale desiderio del fascismo”. Addirittura, questi moti pulsionali dell’ anima “non riguardano solo una parte politica, ma ciascuno di noi nella sua intimità più propria”. Si tratta dunque di un segreto peccato che accomuna tutta l’ Umanità: -anzi, l’unica qualità che sia veramente universale-: il Peccato Originale.

Ma, a questo punto, qualcuno dovrebbe spiegarci perché, se questo desiderio è così generalizzato, perché i popoli non potrebbero  assecondarlo  in modo “laico” e disinibito, senza che gl’Illuminati  vengano a “liberarli” con “un’impresa culturale ed etica di lungo periodo“. In ultima analisi , il “fascismo” inteso come fa Recalcati corrisponde a quello che San Paolo, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, chiamava “il Katechon”, vale a dire quella forza che si oppone al- l’avvento dell’ Anticristo, ritardando,  quindi, l’ Apocalisse.  Tutte cose da cui solo Cristo dovrebbe , alla fine, liberarci.

In definitiva, l’uso a tappeto del termine “fascismo” non serve certo a spiegare il fascismo, e tanto meno il periodo storico che va dalla fondazione del fascismo fino ad oggi. Né, ancor  meno, a capire il futuro, bensì solo a comprendere i meccanismi occulti dell’ ideologia dell’ “establishment”.

Il segreto di tutte queste controversie è che del nostro futuro  si tratta. Il “totalitarismo”  (vale a dire una lettura inquisitoriale del pluralismo delle società dell’ Epoca Assiale, visto come peccato) è   la direzione  generale verso cui va la Modernità, che procede, lentamente ma inesorabilmente  dall’Inquisizione alle Società Segrete, dal Puritanesimo al Giacobinismo, dalla Tratta Atlantica al manchesterismo, dalla razionalizzazione industriale alle ideologie, dalle Istituzioni concentrazionarie ai mezzi di comunicazione di massa, dal Word Wide Web ai Social Network, dalla Memoria Condivisa alla Società del Controllo Totale, dalla Religione di Internet alla “stabilizzazione”, dalla politica di Internet all’ossessione dell’ “integrazione”, dai “Big Data” fino alla “Singularity tecnologica”.

Quello che Recalcati chiama “fascismo eterno” è in effetti  una generale reazione di tutte le parti dell’ Umanità contro questo progetto di trasformazione dell’ Uomo in macchina, un progetto  che gradualmente toglie all’uomo tutte le sue caratteristiche, per riprodurle in modo fittizio nel sistema macchinico: da un lato, rendendo l’Uomo superfluo, e, dall’ altro, creando un mondo meccanico privo di creatività, e, dunque, destinato ben presto ad arrestarsi.

3. I tre totalitarismi.

Si è detto giustamente che il Novecento è  stato il secolo dei totalitarismi:  nazifascista, certo, e comunista, ma, prima di tutto, come ci ha insegnato Voegelin, occidentale. L’idea di atomizzare gli individui e di  riaggregarli in un’unica  Volontà Collettiva; quella di unire il mondo, come teorizzato da Fiske e Wilkie, in un solo Stato, o, come dice ora Bostrom, in “un  Singleton”, un unico essere informatizzato, costituisce il primo germe  di Stato ultra-totalitario, ispirato al “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, secondo cui “l’Uomo si sarebbe salvato da solo con una scienza di nuovo tipo”. E’ per “rivalità mimetica” con il totalitarismo occidentale che comunismo e nazifascismo hanno tentato, senza riuscirvi,  di inventare modelli autonomi di sviluppo della Modernità. Questi modelli sono falliti perché restavano nel cerchio ristretto delle idee proprie all’ Occidente, che già stavano  portando  al “Totalitarismo Invertito” denunziato da Wolin.

Non per nulla, Horkheimer e Adorno, partiti per gli Stati Uniti per sviluppare  la loro critica della “personalità totalitaria”, che  aveva molto in comune con il “fascismo eterno”, ne tornarono esprimendo chiaramente, nella loro “Dialettica dell’ Illuminismo”, la convinzione che il vero totalitarismo fosse quello occidentale, a cui tutti gli altri si ispiravano.

La rivincita dei popoli afro-asiatici e aborigeni, portando alla ribalta nuovi concetti meno rigidi e deterministici di quelli “occidentali”, dovrebbe permetterci una fuoriuscita più autentica dal “Progetto Incompiuto della Modernità”. Costituisce, a mio avviso, una sfida fondamentale per la cultura contemporanea, e, in particolare, per quella europea, l’elaborazione di una proposta culturale alternativa, fondata su una prospettiva non eurocentrica, come ho tentato di fare nel mio ultimo libro, DA QIN.