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COMMEMORAZIONE DELLE TERMOPILI E SALAMINA (480 a.C.-2020 d.C.)

Ugo Foscolo nasce a Zacinto

“Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto”.

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)

2500 ANNI DALLE TERMOPILI:IL MODELLO IDEALE DI FOSCOLO

Quest’anno ricorre il 2500 anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina, che costituiscono una delle fonti più antiche dell’identità europea.

Purtroppo, a causa della recrudescenza del Coronavirus, in Grecia non è stato possibile organizzare le previste manifestazioni, sicché anche il previsto webinar del 29 è stato cancellato. Speriamo di poter riprendere il tutto dal vivo nel corso del Salone del Libro di Torino, che, secondo le ultime voci, si terrà in forma ibrida a cavallo dell’Immacolata Concezione dell’ 8 dicembre.

Contiamo di riunire tutte le attività dei Cantieri d’Europa Virtuali 2020 in quell’ occasione. Vi terremo informati.

Venendo alle Guerre Persiane, non per nulla, ne “I Sepolcri”, Foscolo cita le tombe erette di fronte all’Eubea ai caduti delle Termopili e di Maratona, come modello  per il culto degli eroi, al centro del pensiero suo e di molti autori romantici europei. È infatti innanzitutto a questo ch’egli, italo-greco, pensa come fonte d’ispirazione per la religione civile degl’Italiani (e, aggiungiamo noi,  degli Europei).

Gli fa eco Byron, che morì giovanissimo a Missolungi combattendo nella Guerra d’Indipendenza greca:

“the voices of the dead/Sound like a distant torrent’s fall,

And answer, ’Let one living head,/But one, arise,?we come, we come!’/’Tis but the living who are dumb.”(“Le voci dei morti risuonano come il lontano rimbombo d’un torrente, e rispondonoSorgerà un capo vivente, uno solo? Ma i vivi, sordi sono”).

E, di fatto, all’aristocratico guerriero, discendente di Eracle, fedele alla religione e alle leggi patrie, ricercante l’”apothéosis” attraverso la morte in battaglia, penseranno tutti i letterati europei, da Turoldo a Schiller, da Gogol’ a Herceg, fino alla Spigolatrice di Sapri(“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”).

Quanto all’ europeismo del secondo Dopoguerra, anche il comandante partigiano e storico dell’ identità europea Federico Chabod fa partire l’identità europea dalle Guerre Persiane. Il fatto che oggi la quasi totalità dei politici e degl’intellettuali in Europa sia invece fondamentalmente contraria all’etica eroica delle Termopili costituisce invece un obiettivo problema, perché, come dimostra la crisi del Coronavirus, il carattere tragico della vita e della storia è oggi più evidente che mai, e l’appello (anche solo retorico) all’ eroismo è inevitabile in situazioni come quella presente.

In definitiva, contrariamente a quanto pensava Brecht, non è felice il paese che non ha bisogno di eroi, perché l’eroismo ci vuole anche già soltanto per affrontare la vita di tutti i giorni. Ma, quando qualcuno evoca quest’etica eroica, ammesso che ci creda almeno lui, pochissimi lo seguono Questo anche perché si è fatto di tutto per cancellare negli Europei le tracce  di quell’etica. Le Istituzioni e l’ accademia lamentano costantemente l’assenza di un pathos patriottico negli Europei, ma dovrebbero riconoscere onestamente ch’essi sono alla radice di questa pretesa carenza dei cittadini, perché sono essi quelli che hanno negletto, criticato, svuotato e perfino attaccato lo spirito eroico degli Europei, chi in ossequio al quietismo di Constant, chi alla “cultura del sospetto”, chi al sociologismo pragmatista, chi al postumanesimo, ecc… Basti pensare al rapido abbandono, da parte della sinistra, del mito di Garibaldi. D’altra parte, quanti degli esaltatori della Resistenza avevano realmente combattuto, e quanti erano rimasti in Svizzera a discutere sugli assetti post-bellici, o avevano semplicemente continuato le loro occupazioni, per poi svegliarsi “resistenti”?

Già l’Ariosto aveva osservato indispettito che, con l’avvento delle armi da fuoco, l’eroismo dei “cavalieri antiqui” andava perso dinanzi alla callida premeditazione degli artificieri. Oggi, questo è niente rispetto alle auto-bombe nei mercati, alle bombe atomiche,  all’ “hair trigger alert”, ai droni assassini…Se poteva dirsi eroico un combattente individuale omerico, che, come Achille o Ulisse (o anche Stargaard o Cù Chùlainn), affrontava da solo decine o centinaia di nemici, non così si può dire di un operatore che, da una base di Stoccarda, stermina coi droni intere famiglie in Medio Oriente standosene tranquillamente seduto a una consolle.

Che non si tratti più (almeno nei Paesi altamente sviluppati) dello stesso tipo di eroismo che caratterizzava gli eroi classici (per esempio, in Medio Oriente, la situazione è ancora simile a quella di allora) non cambia molto circa le qualità umane necessarie per la sopravvivenza di una società in generale.

Lord Byron a Missolungi

1.L’eroismo oggi

Anche oggi, c’è un eroismo: quello giustamente esaltato dei medici, degl’infermieri e dei volontari, ma anche quello di chi, anche nel cuore dei meccanismi infernali ideati dalla tecnica, ha la determinatezza, le capacità e il coraggio di fermarle, come Vanunu, Petrov, Assange, Snowden e Manning.  Nessuno invece celebra questi moderni eroi, che, o muoiono abbandonati da tutti come Petrov, o passano lunghi anni di prigionia come Vanunu, Manning e Assange, o sono costretti all’ esilio come Snowden. Proprio in questi giorni assistiamo al silenzio assordante dei media sul processo ad Assange. Un eroismo forse più cerebrale, addirittura interiore, come la figura dell’ eroe in Jung.

Per questo, credo che l’Europa debba tornare a valorizzare molte fra le sue più importanti fonti culturali, come l’Iliade, l’Odissea,  il Beowulf, la Laudatio Novae Militiae, i poemi cavallereschi, i romanzi di Walter Scott e di Sienkiewicz, la Paideia di Jaeger;  le mura di Troia, i monumenti delle Termopili e di Maratona, il Limes, Santa Croce, Les Invalides, lo Hösök Tere, il monumento della Vittoria di Volgograd, la piazza delle croci a Vilnius, che ricordano tutti, sotto angolature diverse, le virtù guerriere degli Europei.

Gli Achei sotto Troia

2.  Il “vero” spirito dell’ Ellade antica

Nessuno è riuscito a definire in modo univoco e convincente la “natura” della grecità: una civiltà che, nell’ arco di 5.000 anni, ha espresso società estremamente diverse. Dalla pacifica civiltà egea all’ opulenta talassocrazia cretese; dai signori della guerra micenei all’ agreste Ellade di Esiodo; dalla corrusca Sparta alla raffinata Ionia; dalla repubblica ateniese alla tirannide siracusana; dell’ ideocrazia di Pitagora alla monarchia di Filippo; dall’impero universale di Alessandro ai regni greco-orientali dei Diadochi; dall’ellenofilia dei Romani alla patristica orientale; dall’ Impero d’Oriente all’apostolato degli Slavi; dalle guerre d’indipendenza alla monarchia; dai colonnelli all’Unione Europea.

Anche le “letture” che se ne diedero nell’ Europa Occidentale nel corso dei secoli furono le più svariate: dai “Graeculi” dei Romani ai “Rhomaioi” dei Bizantini; dal neo-platonismo fiorentino al biblismo protestante; dalla visione apollinea di Winckelmann a quella dionisiaca di Nietzsche; dalla Grecia “ariana” di Hitler  a quella “democratica” di oggi.

Pur non potendomi evidentemente qui addentrare in queste controversie (per la quale rimando alla versione online di “10.000 anni d’identità europea”, appena pubblicata), osservo che, a mio avviso, la visione più falsata è proprio la più recente. Credo infatti che la cultura greca sia, fra tutte, la più critica del principio democratico. Non si trova in tutta la storia della letteratura greca antica (ma nemmeno romana) neppure un autore che elogi apertamente la democrazia. Perfino il famoso discorso attribuito da Tucidide a Pericle in onore dei caduti nella Guerra del Peloponneso, e che Giscard d’Estaing avrebbe voluto citare in exergo alla Costituzione Europea, contiene, come ben messo in evidenza da Luciano Canfora, molti elementi di reticenza. Pericle non è stato il fondatore della democrazia, bensì sostanzialmente l’anticipatore di Augusto e dell’impero romano. “Princeps”, il titolo di Augusto, è la semplice traduzione del  “Protos anèr”, il “Primo uomo”: la prima fase dell’ evoluzione imperiale, e l’erede del contemporaneo termine greco “tyrannos”, che non era affatto dispregiativo, bensì la semplice traslitterazione del “seren” anatolico, che, a sua volta, altro non sarebbe se non una volgarizzazione dello “Šarru Šarrani”, il re assiro-babilonese. E, dopo Pericle, verrà Alessandro, che si credeva addirittura un faraone e un’incarnazione di Amon Ra.

L’antica costituzione europea

3. La Grecia antica, quintessenza dell’ Antichità

Certamente, il modo di vivere e di pensare degli Antichi era diverso dal nostro, e non sarebbe oggi accettabile. La distruzione di Troia, quale descritta ne “Le Troiane” è il prototipo della “debellatio” antica: dai costumi del primitivo popolo di Yamnaya alla distruzione di Cartagine: passare a fil di spada i maschi, anche bambini, e fare schiave le donne. Per altro, nelle “Guerre del Signore” della Bibbia si fa ancora di peggio. Gli eroi omerici ritengono normale spartirsi le prigioniere ridotte a schiave, in proporzione al loro rango dinastico; Ulisse bastona Tersite perché, non essendo re, ardisce esprimere opinioni personali in assemblea; Ulisse e Oreste, al ritorno in patria, fanno strage di loro concittadini ribelli; equanimemente, gli Spartani massacravano gl’iloti così come, gli Ateniesi, i Meli; gl’Israeliti, i Cananei, e, i Romani, i Galli.

Quanto poi alle diverse voci della cultura greca antica, nessuna ha preso radicalmente congedo da quel duro substrato arcaico: Ippocrate esalta gli “autonomoi”, vale a dire i guerrieri possidenti, non già il popolo; Erodoto (ionico) sostiene che la democrazia è stata imposta , agli Ioni, dai Persiani (che la respingono  come inadatta a se stessi), per  garantirsi la loro arrendevolezza; Socrate sostiene il governo degli esperti, e Platone quello del “re filosofo”; Aristotele pensa che gli uomini si distinguano per natura fra liberi e schiavi, che la schiavitù derivi dalla resa dei guerrieri vinti,  i quali così dimostrano la loro inferiorità morale. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.

Nonostante tutto questo, le Guerre Persiane sono state da sempre la vera base storica della cultura europea: per Eschilo e Federico Chabod sono l’inizio dell’idea di Europa; sono il momento dell’inizio della riflessioni filosofica e politica greca; sono la premessa storica per le guerre egemoniche fra i Greci e per la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro. Sono il modello della contrapposizione fra Roma e l’ Egitto di Cleopatra e per le Crociate, sulle cui esigenze furono ricalcati i progetti di integrazione europea di Dubois, Podiebrad, Saint Pierre, Mazzini e Coudenhove-Kalergi. Possiamo non condividere al 100% questa veneranda impostazione, ma non possiamo certo costruire l’ Europa di oggi sull’ignoranza della stessa.

Oggi, le Guerre Persiane vengono usate (a mio avviso abusivamente, come prototipo della lotta fra Est e Ovest, fra “autocrazia” e “Democrazia”, fra “laicità” e “fondamentalismo”, perfino fra Grecia e Turchia). Basti pensare al celeberrimo film americano ”Trecento”. La scottante realtà  è invece che buona parte delle idee della Modernità derivano più dall’ Impero Persiano che non dall’ antica Grecia. Dall’imposizione della democrazia alle città ioniche da parte del generale persiano Mardonio, all’idea mazdea ed achemenide della guerra santa fra il Dio del Bene e il Male Assoluto, per fondare un millennio di pace,  passando poi all’ idea del Salvatore, della “Fortuna Principis”, del potere sacerdotale, del regno universale, del libro sacro onnicomprensivo, fino all’ idea della “Quinta Monarchia” iberica e poi americana e della Fine della Storia. Questo non fa che confermare che le Guerre Persiane sono ancora al cuore dell’ identità europea; quindi, come minimo, non si può non parlarne. Soprattutto oggi, quando lo stesso Fukuyama ha riconosciuto la fine della Fine della Storia, e sostiene un regno di Fiducia per capace di contrastare il Post-Umanesimo.

Solo che, almeno a mio avviso, l’Identità Europea è tutt’altro che semplice, o, addirittura, manichea: essa s’identifica con la Dialettica dell’ Illuminismo, che è una dialettica dell’ ambiguità.

Le lingue classiche come lingue veicolari dell’ Europa

4.Pàtrios Politeia e Antica Costituzione Europea

La primitiva costituzione ateniese, chiamata “pàtrios politèia”, l’Europa l’ha sostanzialmente ereditata e conservata per tutta la sua storia, tant’è vero che ancora Tocqueville la chiama “l’Antica Costituzione Europea”, dalla cui decadenza egli vede tanti problemi. Di qui il concetto, irrealizzato ancor oggi, di una “Costituzione Europea”, ispirata al  “principio di sussidiarietà”, che è il più coerente con l’idea di una dialettica: ciascuno svolge, in una società complessa come quella europea, il ruolo per cui è vocato : e, come ci dimostra la nostra quotidianità,  è già tanto se riesce a svolgere almeno quello.

Questa impossibilità della Costituzione Europea dimostra la forza degli elementi che ad essa vi si oppongono.

Ciò che gli antichi autori difendevano con il termine “Politèia” (Res pubblica) era, in realtà un “regime misto”, in cui avrebbero dovuto prevalere i “cittadini” con patrimoni medi (oggi diremmo la “piccola aristocrazia”, i Romani “equites”, e nel Medioevo la “gentry”, la “Szlachta”), ostile tanto alla plutocrazia quanto alla demagogia popolare (oggi diremmo “populista”). La situazione ideale era quindi quella dell’impero (alessandrino, romano o germanico), che teneva a freno le ambizioni, tanto dei magnati, quanto della plebe.

Ismail kadaré:Eschilo l’eterno perdente

4.Grecia antica e Romeossìni

Per ciò che concerne l’oggi, l’antica Grecia dovrebbe dunque ricordarci l’importanza, per la Città, da un lato,  dell’eccellenza, nelle sue varie forme (solidità di carattere, coraggio civico, educazione familiare, dedizione alla cultura, virtù positive, patriottismo, sano spirito di competizione), e, dall’ altra, dell’equilibrio, necessario per governare una realtà plurinazionale complessa.

Tutto ciò premesso, l’ Europa dovrebbe guardarsi dai riflessi pavloviani della propaganda che abusa delle reminescenze classiche. Anche i popoli delle steppe e l’Euro-Islam costituiscono una parte integrante ed essenziale della storia dell’identità europea, e balcanica in particolare, e, di conseguenza, occorre evitare di opporvisi “a prescindere”.

D’altra parte, il grande musicista greco Theodoràkis, per indicare la sua identità nazionale, si riferiva non già alla Grecia, bensì alla grande comunità culturale bizantino-ottomana: “I romeossìni mu”.

Al Salone del Libro di Torino del 2019, la Casa Editrice Alpina e l’ Associazione Culturale Diàlexis avevano presentato, tra l’altro, l’opera collettiva Es Patrìda Gaian (a cui avevano collaborato luminari di tutta Europa, fra cui la  specialista dell’ Unione Europea Catherine Vieilledent Monfort, lo storico turco della cultura Irvin Şik  e la latinista, decana dell’ Università di Atene, Stella Priòvolu), in cui si dibatteva del ruolo delle lingue nel futuro dell’ Europa dopo la Brexit.

Come si prevedeva, l’Unione, dopo l’uscita dell’ Inghilterra, non solo non ha diminuito il ruolo dell’ Inglese quale lingua veicolare, ma addirittura l’ha accresciuto, con la Presidente della Commissione che, pur essendo tedesca e nata a Bruxelles, si esprime normalmente in Inglese, anziché in Francese o in Tedesco.

Questa prassi non ha alcuna base normativa nell’ Unione, perché tanto l’Irlanda, quanto Malta, hanno registrato nella UE, quale lingua ufficiale, la loro lingua nazionale, vale a dire, rispettivamente, il gaelico e il maltese. Capiamo benissimo che esistano potenti forze politiche per forzare la situazione, ma a queste forzature va opposto un discorso altrettanto politico: Brexit ha non soltanto tolto la base giuridica per l’uso dell’Inglese, ma ha anche squalificato l’egemonia dell’anglosfera sull’ Europa. Almeno a medio termine, avrebbe senso riesaminare l’uso moderno delle lingue classiche (sulla falsariga dell’Ebraico, dell’Arabo Classico e del Sanscrito), come alternativa all’ egemonia culturale dell’Inglese.

EUROPA: 2500 ANNI DALLE TERMOPILI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

In questi giorni,  i giornalisti si sono scatenati (ma mai abbastanza) nel denunziare la mancanza di solidarietà dall’ Europa Occidentale verso l’Italia, sia per ciò che concerne le vitali forniture di materiale sanitario, sia per ciò che riguarda i fondi per superare la crisi. Tuttavia, nessuno ha svolto un’indagine più a fondo del perché queste cose si siano verificate.

Come ha scritto anche l’autorevole rivista americana Foreign Policy, l’Italia è stata abbandonata dai Paesi europei nel momento del bisogno. “Si potrebbe pensare che i paesi membri dell’Unione Europea inviino ai loro amici italiani alcuni rifornimenti vitali, soprattutto perché gli italiani lo hanno chiesto. Non hanno inviato nulla” sottolinea Foreign Policy. “La vergognosa mancanza di solidarietà dei paesi dell’Ue con gli italiani indica un problema più grande: cosa farebbero i paesi europei se uno di loro dovesse affrontare una crisi ancora più grave?”. Pensiamo soprattutto a una guerra.

Ancor oggi nessun singolo stato membro dell’Ue ha inviato all’Italia le forniture necessarie, e anche gli aiuti, tanto della UE, quanto degli USA, sono stati esclusivamente “proforma”(deliberatamente perché i politici temono le reazioni negative dei loro elettori, preoccupati per se stessi). D’altro canto, l’Italia aveva già avuto un assaggio della totale mancanza di solidarietà europea. “Durante la crisi dei rifugiati del 2015 – scrive Foreign Policy -circa 1,7 milioni di persone sono arrivate sul territorio dell’UE, principalmente in Italia e in Grecia (con Germania e Svezia le destinazioni più comuni), ma nel 2017 alcuni Stati membri dell’UE si stavano ancora rifiutando di accettarle nell’ambito di un programma di solidarietà”.

Basti ricordare che, anche se il nostro è il Paese più colpito dall’epidemia di Covid-19, nella classifica dei Paesi beneficiari di queste risorse stanziate dalla Commissione europea l’Italia è solamente terza.

Ciò che salta all’ occhio maggiormente è che la maggior preoccupazione di tutti è che quest’assenza dell’Europa (ma ancor più dell’America) è messa in clamorosa evidenza dell’opposto atteggiamento di apertura di Russia e Cina, che la UE ha saputo solo denunziare come propaganda, al punto da aver creato un ufficio solo per la contropropaganda. Ma, indipendentemente dalla questione della reale consistenza degli aiuti degli uni e degli altri, è  l’interpretazione degli aiuti che rivela la pochezza umana dei politici europei e delle loro opinioni pubbliche, che non sono istintivamente capaci di articolare nessun comportamento che non sia del più gretto egoismo.

Dopo tante elucubrazioni sull’aiutare o meno l’Italia, è poi saltata fuori la verità vera: applicando congiuntamente i complessi meccanismi dei 4 fondi di emergenza concordati, il maggiore beneficiario risulta essere la Germania, che otterrebbe un trasferimento netto del 50% dei fondi, con i quali risanare, a spese dello Stato, le proprie industrie, mentre l’Italia otterrebbe solo il 10% (quindi, con un trasferimento netto negativo). L’esatto ancor più, di un “patriottismo europeo”, in cui ci dovrebbe essere una gara per aiutare la Patria europea e i fratelli europei in difficoltà (come quando si dava l’oro alla Patria). Che d’altronde è quello che si è visto nell’Hubei con l’aiuto delle altre province della Cina.

In questo modo, né si fa l’Europa, né si salva l’economia, neppure quella tedesca. Qui ciascuno vuole solo consolidare l’esistente. Ma è proprio questo “esistente” che non va bene, perché è basato sull’idea che saremo gli eterni “followers” degli Stati Uniti (“America First” per sempre, eventualmente dopo la Cina), e che pertanto ci dovremo beccare in eterno fra di noi come “i capponi di Renzo”, in un eterno declassamento.

In concreto, poi, da parte di Bruxelles, non c’è alcuna iniezione di “denaro fresco”: si tratta, in realtà, di “fondi dormienti” già presenti nei bilanci, che, certo, servono a tamponare una situazione di crisi, ma non  certo a ribaltarla. Quindi, il contrario di quello che stanno facendo USA e Cina, che stanno creando denaro fresco per rinforzare le loro economie. E, nel caso della Cina, per trasformare il colpo del Coronavirus in una vittoria su molti fronti. L’unico modo, per quanto obliquo, per creare denaro fresco è stato il “Quantitative Easing”, una forma d’interventismo provvidenziale, ma attuata obtorto collo dalla BCE più che altro per imitazione delle altre Banche Centrali (“se lo fa la FED, lo possiamo fare anche noi”).

Infine, non va bene neppure quest’incredibile alchimia finanziaria che sta alla base dell’Unione, in base alla quale, come si vede, non si capisce neppure chi paga e chi ci guadagna, chi rischia e chi è garantito. Come si può pensare che i cittadini, non dico si entusiasmino, ma, almeno, che si fidino?

E poi, perché tutto questo? In nome di un mito dell’ “esaurimento dello Stato” di origine anarchica e para-marxista, trapiantato in Germania, a difesa(quale eterogenesi dei fini!), con il plauso di tutti i partiti, dello status quo finanziario.

Questa non è una costruzione giuridica casualmente sbagliata. È una civiltà che ha scelto di auto-distruggersi facendo delle cose insensate.

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Il risultato concreto delle politiche di grettezza: la rovina dell’ economia europea

1.  Ecco a che cosa serve l’Identità Europea.

Quando tutti, nel 2006, avevano guardato con scetticismo alle tesi contenute nel primo volume del mio libro “10.000 anni d’identità europea”, pensando evidentemente che, in un siffatto mondo dominato dall’interesse materiale d’ individui e territori, ceti e corporazioni, imprese e lobby, l’identità di un popolo costituisca soltanto un bell’esercizio retorico, non avevano pensato che l’Europa potesse mai trovarsi di fronte a catastrofi che richiedessero invece un immane sforzo collettivo, e una diversa etica.

Ecco dunque che ora l’ Identità Europea non solo risulta essere una cosa utile, ma addirittura l’asso nella manica per salvare l’ Europa dall’autodistruzione.

Infatti, è purtroppo proprio in questa direzione che stiamo andando (anche se non siamo ancora giunti al fondo del precipizio). L’appello rivolto, dal Papa e dalle Organizzazioni Internazionali, a una maggiore collaborazione internazionale, ha sortito prevedibilmente anch’esso ben pochi risultati pratici. Questo è, a mio avviso, naturale, perché, oggi, il vero motore della solidarietà internazionale non sono realtà internazionali, come la Chiesa e l’ ONU, troppo generici per riuscire a incidere sull’animus dei cittadini di tutti i continenti e sugli interessi dei politici, bensì solo gli “Stati-civiltà” (per dirla alla Cinese), che riuniscono  vaste aree (semi-continenti) nella comune adesione a una civiltà condivisa (il “patriottismo continentale”). L’abbiamo visto soprattutto nel caso della Cina, ma “mutatis mutandis” potrebbe applicarsi anche agli Stati Uniti e all’ India.

Orbene, diamo pure per scontato che l’Identità Europea non è forte come l’identità cinese. I motivi sono diversi, non riducendosi al fatto politico, e riallacciandosi invece proprio alle radici delle due identità. L’identità cinese è segnata, per dirla con Marx, dalla sua nascita dalla “civiltà idraulica”. Secondo gli Annali di Sima Qian, il mitico fondatore della Dinastia Xia, Yu, avrebbe salvato la Cina da una sorta di diluvio universale, scavando per 13 anni canali dalla valle del Fiume Giallo fino al mare. In tal modo, egli aveva stabilìto il principio del “Mandato del Cielo”, che, dalla capacità di fronteggiare le catastrofi, desume la trasmissione del diritto dinastico. Con ciò, Yu aveva anche instaurato la prima dinastia (fra il 2070 and 1600 BC), cioè ai tempi dei nuraghes, degli Ittiti e di Minosse.

Secondo il Corpus Hippocraticum, di mille anni più recente,  gli abitanti dell’ Europa si distinguevano da quelli dell’ Asia perché essi vivevano  in un territorio impervio e frastagliato, che li rendeva più indipendenti, più bellicosi, e quindi “autonomi” dai re e dagl’imperatori. Questa teoria fu ripresa poi da Aristotele, Machiavelli e  Montesquieu, e costituisce la radice prima, in tutte le sue possibili variazioni, della narrazione sugli Europei amanti della libertà. Che costituisce il substrato della tesi, piuttosto diversa e non così convincente, di un’istintiva propensione degli europei verso “la democrazia”.

Certamente, i Cinesi sono storicamente portati a valorizzare soprattutto la civiltà sincretica del loro territorio (i “San Yao”), e la disciplina delle grandi pianure coltivate(il Zhong Guo 中国 , che è un recinto con dentro della terra, una bocca e un’alabarda, preceduto dal segno del centro), mentre gli Europei sono stati portati, dalla loro storia e geografia, a valorizzare piuttosto le tradizioni localistiche e il pluralismo territoriale (il federalismo), che sconfina facilmente in guerra civile. Esempi: Atene e Sparta, i rapporti “federali” all’ interno dell’Impero Romano, del Sacro Romano Impero e delle monarchie nazionali; l’anarchia feudale; nel campo religioso,  Ortodossia, Monofisismo, Nestorianesimo, Arianesimo, Cattolicesimo, Luteranesimo, Calvinismo, Puritanesimo…

E che Ippocrate non avesse tutti i torti è dimostrato dal fatto che effettivamente gl’Islandesi, che vivono fra ghiacciai e vulcani, sono lunatici e imprevedibili, mentre i Greci, che si muovono continuamente fra le isole con i loro battelli sono svelti e intraprendenti; gli Svedesi, fra i loro boschi, sono cupi e flemmatici, mentre i Siciliani, fra l’esuberanza della natura, sono fantasiosi e geniali, ecc…

E, per altro, il fatto di aver usato spesso le metafore dell’ Est e dell’ Ovest e quella della Translatio Imperii  (Impero Romano d’Oriente e di Occidente; Prima, Seconda e Terza Roma) denota che il senso di un’ unità nel tempo e nello spazio,  pure nella diversità, è sempre stato presente, anche, e soprattutto, nei momenti di massima frattura. Vale a dire che, anche scomposta in parti, l’ Europa si era pur sempre vista come un impero, o come una sua parte. Non per nulla i Turchi ce l’hanno ancora con la filosofia greca, gl’Inglesi studiano il Latino, i Russi parlano di Terza Roma….

In questo senso, l’Europa è per altro simile soprattutto all’ India, dove la molteplicità di popoli, Stati, lingue, culti e alfabeti, come pure la conflittualità fra ariani e dravidi, fra  hindu e mussulmani, è veramente impressionante, eppure vi à un forte senso di un’identità culturale comune (sanscritismo, sincretismo, forte spirito religioso e cetuale, derivante da intermittenti, ma decisive, tradizioni unitarie:  Gupta;Maurya; Mughal;impero Anglo-indiano; Ashoka, Candragupta, Kebir, Akbar…).

La tradizione identitaria europea (come quelle cinese e indiana) è, prima di tutto, una tradizione culturale”alta”: la cultura greco-romana (Cesare e Marco Aurelio preferivano, al Latino, il raffinato Greco), lo spirito “cortese”, le società segrete, il cosmopolitismo delle corti illuministiche, i progetti di unificazione europea fra il Medioevo e la contemporaneità.

Purtroppo,  nella presente fase storica caratterizzata dal “populismo” (vale a dire  da un’ interpretazione estremistica della democrazia, dove la “tirannide della maggioranza” -Tocqueville- non si limita alla scelta dei rappresentanti e alle decisioni concrete, ma si traduce anche nella volgarizzazione dello “stile”), è molto difficile che  la politica sia ancora guidata dagli insegnamenti di Socrate, di Leonida, di Marco Aurelio, di Federico II, di Dante, di Goethe o di Simone Weil (che nessuno più conosce, neppure fra gli Europei cosiddetti “colti”, a causa del deliberato imbarbarimento della vita intellettuale). Ed è  logico che questi “populisti” sono anche “euroscettici”.

Il primo passo sarebbe quindi poter uscire da questa “tirannide”, lasciando nuovamente spazio, com’è sempre stato nel nostro Continente, ai canali educativi tradizionali: la religione, la filosofia, l’arte, la filologia, sottolineandovi gli elementi comuni fra gli Europei: le condivise origini culturali ed etniche, la religione, unitaria pur nelle diversità, la continuità della memoria culturale, i progetti comuni di durata plurisecolare: il popolo dei kurgan, la classicità, il monoteismo, la cultura “alta”, i progetti di crociata e di pace perpetua.

Se almeno i vertici delle società europee, siano essi i governanti degli Stati europei, siano essi esponenti delle Chiese in Europa, siano essi intellettuali o manager, si sentissero innanzitutto, come accadeva nell’ antichità, nel Medioevo e fino al Settecento, i depositari di questa comune cultura e destino, si comporterebbero probabilmente in modo diverso.

Sarebbero pronti a fare dei sacrifici per gli altri Europei, perché in tal modo rafforzerebbero anche se stessi. Soprattutto se questi Europei sono, come i Mediterranei, gli eredi di Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Cesare, Augusto, Costantino, Giustiniano, Averroè, Dante, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo, Cervantes, Verdi, Puccini…

In un certo senso è la modernità, con la sua idea, da un lato, di universalità del progresso, e, dall’ altra, delle nazioni monoculturali, ad aver tolto apparentemente spazio, “in alto” e “in basso”, all’identità europea. Tuttavia, come sosteneva la psicanalisi, l’identità europea sopravvive nell’inconscio collettivo; con il passaggio alla post-modernità, essa può nuovamente emergere.

10.000 anni d’identità europea: una trilogia in via di completamento

2. “10.000 anni d’identità europea”

Perciò, nel commemorare quest’anno, nello stesso tempo, i 2500 anni della battaglia delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman, vorremmo sottolineare questa continuità culturale fortissima, che non può essere compresa appieno se non tenendo anche conto contemporaneamente dei radicali mutamenti storici intervenuti nel passato e in corso oggi.

A mio avviso, le razionalizzazioni che tentiamo di applicare alla storia (e alla realtà tutta intera) sono uno sforzo, forse addirittura inutile, ma (come si afferma appunto nei “Sepolcri” di Foscolo citati in exergo), indispensabile, per la sopravvivenza del genere umano. Quest’ aleatorietà non va sottaciuta, bensì messa in evidenza: ed è proprio questa precarietà, l’”ansia esistenziale”, che dà, all’ umanità, per reazione, la forza di sopravvivere.

Alla luce di tutto quanto precede, considero  necessario, pur con le sue enormi difficoltà,  portare a termine l’opera iniziata con la pubblicazione del primo volume di “10.000 anni d’identità europea” (-“Patrios politeia”- dedicata al periodo antico e medievale), attraverso il secondo volume (dedicato al periodo moderno), e il terzo (dedicato alla contemporaneità e alle prospettive dell’avvenire).

Il periodo di “lockdown” per Coronavirus  e lo slittamento a tempo indeterminato delle date del Salone del Libro ci  offre l’insperata  possibilità (ma ci obbliga anche), a inaugurare nuove modalità di divulgazione, attraverso la celebrazione telematica del 9 maggio, la presentazione telematica delle novità 2019, la messa online a puntate del magazzino (la “coda lunga”), la presentazione telematica dei contributi dell’ Associazione Culturale Diàlexis alle attività della Conferenza sul Futuro dell’ Europa (anch’essa slittata).

Ciascuno di questi aspetti sarà sviscerato nel merito proprio, senza essere sviati dall’ occasionalismo a cui tradizionalmente ci condannano le modalità delle specifiche presentazioni.

I questo contesto, ritengo intanto indispensabile come prima cosa rilanciare “Patrios Politeia”, sia attraverso la sua riedizione come “e-book”, sia attraverso una sua pubblicazione “a puntate”.

“Udo”, un “europeo” di 212 milioni di anni fa

3. Una stupefacente continuità

In quest’ottica millenaria, l’integrazione europea ci appare dunque fare oggetto di un’incredibile, per quanto sotterranea, continuità: l’esatto contrario della decisione adottata oramai molti anni fa, a Blois, dai Ministri della Cultura e della Pubblica Istruzione, quando si era deciso che, dell’integrazione europea, si dovesse parlare solo con riferimento al Secondo Dopoguerra (ponendoci con ciò in  una paradossale posizione di debolezza nei confronti degli altri Stati Continentali, che vantano, chi 500 anni, chi 1000, chi 2000, chi,3000, e chi, come la Cina, addirittura 5000.

Gli sviluppi degli studi storici stanno ridicolizzando quest’atteggiamento della politica culturale ufficiale. Intanto, gli studio paleoetnologici ci dimostrano una presenza “europea” fino dai primordi della storia dell’Umanità, con il ritrovamento, vicino a Monaco, dei resti di una scimmia bipede di dodici milioni (Udo)  di anni fa, cioè sette milioni di anni prima di Lucy; la scoperta, negli Europei di oggi, di geni dell’ Uomo di Neanderthal; la ricostruzione genetica, paleo-linguistica e archeologico-culturale della vita di tutti i popoli europei a partire dal Neolitico.

In particolare, una serie di giovani archeologi ha rielaborato la “teoria kurganica” ideata da Maria Gimbutas, secondo cui i popoli europei derivano da popoli migranti (il “popolo dei kurgan”), corrispondente ai “popoli a cavallo” quelli studiati per l’estremo Oriente da Shiratori Murakami e Emori Emio). Secondo questi archeologi, fra cui in primo luogo la scuola danese di Kristian Kristiansen, poi  gli americani Anthony e Reich  e il professore spagnolo Quiles, vi sarebbe un’origine etnica comune agli antichi europei nell’ antica “cultura Yamnaya”, nata fra il Donbass e il Kazakhstan nel 5° Millennio a.c.(gli antenati dei Cosacchi), che avrebbe fornito il prototipo dei popoli indoeuropei pastori e guerrieri che si spostavano a cavallo (animale da essi addomesticato), assoggettando i popoli preesistenti.

Questo tipo di popolazione presenta notevoli affinità con le società stanziali ittitica e micenea, e poi con quelle che popoleranno il “Barbaricum” nell’ Europa nord-orientale (Sciti, Sarmati, Ugro-finni, Uralo-Altaici, Balto-Slavi, Germani, Celti).

I Greci, posti in contatto, per la loro posizione, con Creta, il Levante e l’Anatolia (posizione intermedia posta in rilievo da Aristotele), avrebbero traferito una quantità enorme di elementi antropologici, religiosi, materiali, sociali, politici e linguistici medio-orientali nel substrato etnico indo-europeo. Non per nulla Aristotele considerava l’Europa un mondo intermedio fra l’Asia e l’ Europa.

Di qui la nascita del modello “europeo” descritto da Ippocrate, ben simboleggiato dal comportamento di Leonida alle Termopili. Questo modello viene ripreso, ampliato e sviluppato nella Grecia classica (Socrate, Platone, Aristotele: la “Paideia”), e nella Roma repubblicana (il “mos maiorum”).

L’Impero Romano costituisce un primo, e ineguagliato, esempio, di grande Stato europeo, a cui tutte le realtà politiche e religiose successive s’ispireranno. Attraverso la Tetrarchia, l’allargamento della cittadinanza e il Cristianesimo, l’Impero Romano fonda le basi della memoria culturale europea.

Nonostante che tanto la Chiesa, quanto l’Impero, si pretendano universali (Dante), non possono realizzare di fatto questa loro universalità a causa della presenza dell’ Islam, che avanza una pretesa speculare (Dar al-Islam contro Dar al-Harb). Di qui gli appelli alla crociata (San Bernardo, Dubois, Podebrad e Sully), che sono già anche progetti politici europei relativamente completi, e progressivamente integrantisi. Un esercito comune (La “Laudatio Novae Militiae”,la “Regula” dei Templari), un patto fondativo (quello di Podiebrad, conservato negli archivi di Praga), un Consiglio dei Capi di Stato, un’assemblea, una tesoreria, una Corte arbitrale, una capitale itinerante, la spartizione dei territori degl’Infedeli. Fa parte integrande dell’Idea di Crociata anche la ricerca del contatto con i grandi imperi d’Oriente, mongolo e cinese, quale necessario contraltare all’ Islam (la lettera del Prete Gianni, Giovanni da Pian del Carpine. Marco Polo, Giovanni da Monte Corvino, Colombo, Magellano, i Gesuiti).

Per quanto nato con le Crociate, il colonialismo segna però l’abbandono del modello imperiale europeo, ripercorrendo piuttosto, già a partire dagli Stati crociati, la logica delle colonie d’oltremare secondo il  modello greco antico.

Le lotte di religione riportano in primo piano l’esigenza dell’unità del mondo cristiano, che trova posto nei piani di riconciliazione ecumenica (Grozio, Pufendorf, Leibniz, De Maistre) e di “pace perpetua”(“Pax Dei”,“Ewiger Landfrid”),  eredità della tradizione persiana e imperiale medievale (St Pierre, Kant).

I romantici tedeschi (Fichte, Herder) cercano di conciliare l’aspirazione alla pace perpetua con l’egemonia romano- germanica erede del Sacro Romano Impero (la “pace del Paese” complementare alle guerre coloniali -cosa ripresa poi da Nietzsche-), mentre Alessandro I lancia l’idea massonica di un’”Europa Nazione Cristiana”al di là delle single confessioni, garantita paternalisticamente da  una coalizione di sovrani illuminati. All’ Europa dei Popoli e dei Sovrani della Santa Alleanza, Mazzini oppone un’Europa dei popoli e dei movimenti rivoluzionari democratici: la Giovine Italia, che però ha una vita stentata: i rivoluzionari dei singoli Paesi vanno per la loro strada, senza ricercare l’unità europea. Proudhon vede molto lucidamente questa deriva, e si oppone all’unità d’ Italia, proponendo come modello una federazione dei vari “pays”, le attuali Regioni, Laender, Macroregioni, ecc….(vedi il libro di Ulrike Guérot “Europaeische Republik”).

Nietzsche ha l’idea di un’Europa già unita da una comune cultura elitaria, che, durante la 1° guerra mondiale, verrà  tenuta in piedi da Thomas Mann (“La Montagna Incantata”), da Romain Rolland (“Jean-Christophe”) e da Drieu a Rochelle (“L’ Europe contre les patries”).

Dopo la 1° Guerra Mondiale, Coudenhove-Kalergi fonda il movimento Paneuropa, che riesce a persuadere Aristide Briand a sottoporre alla Società delle Nazioni, oramai rimasta, dopo il ”forfait” americano,  quasi solo europea, un piano d’integrazione continentale che trova una sua rudimentale attuazione nel “patto a Quattro” fra Francia, Germania, Italia e Inghilterra, tuttavia boicottato fin da subito dal nazismo appena affermatosi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre le forze dell’Asse realizzano nei fatti un grande blocco militare ed economico europeo, a cui Hitler rifiuta espressamente di dare una qualsivoglia forma giuridica, alcuni resistenti, soprattutto italiani, come Spinelli e Galimberti, formulano dei progetti per un’Europa unita postbellica, fra cui il più articolato, noto e importante, è il Manifesto di Ventotene.

Dopo la guerra, si pone la questione di ricostruzione, non solo materiale, ma anche spirituale, dell’Europa, di cui tratta l’opera “La Pace” di Ernst Juenger. In questo contesto, con grande difficoltà, Jean Monnet e Robert Schuman lanciano, con la cosiddetta “Dichiarazione Schuman”, l’idea di un processo politico gradualistico e funzionalistico d’integrazione continentale, basato su progetti concreti, destinato a partire dalla concretissima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio,  finalizzata alla soluzione dei problemi ormai incancreniti del patrimonio carbosiderurgico delle regioni renane, uno dei principali pomi della discordia fra Francia e Germania.

Nei prossimi post vedremo partitamente il significato storico e concettuale della Dichiarazione Schuman (9 maggio), e, sullo sfondo,  quello della Battaglia delle Termopili (fine Agosto).

Celebreremo i due anniversari che, miracolosamente, concorrono contemporaneamente nello stesso anno, attraverso diversi strumenti:

1)la celebrazione, per videoconference e attraverso il dialogo telematico, del 9 maggio alle ore 10 (contattare la redazione attraverso il sito info@alpinasrl.com o il numero 0116690004);

2)la pubblicazione, nei blog Da Qin, Tecnologies for Europe e Turandot, delle novità librarie “a puntate” “10.000 anni” 2 “Tecnologies for Europe” come e.books;

3)la celebrazione (a data da determinarsi fra la fine di Agosto e l’inizio di Settembre), dell’anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina.

Intanto, abbiamo lanciato, attraverso una robusta campagna di pubbliche relazioni e di stampa, il nuovo libro “European Technology Agency”, che apre un fronte fondamentale di combattimento per l’indipendenza e la salvezza dell’ Europa nell’era delle Macchine Intelligenti. A nostro avviso, infatti, l’Identità Europea, che vive nel nostro inconscio collettivo e nella nostra cultura “alta”, avrà modo di emergere e di vivere in quella che sarà la battaglia del XXI° secolo, quella della libertà contro il sistema del controllo totale.

Nel frattempo, rilanceremo, anche attraverso un’edizione a dispense, il primo volume di “10.000 anni d’identità europea”, quello che tratta della fase più antica della nostra storia, dalle civiltà neolitiche fino alla scoperta dell’America. Una storia che, lungi da ciò che viene oggi detto e insegnato, è tutt’altro che finita, con i popoli guerrieri fra il Don e il Danubio, antenati della repubblica del Donbass, la civiltà femministica dei Balcani cara a Marija Gimbutas, la lotta fra Serse e Leonida eternata dal  film “300”, l’impero di Traiano e Adriano, che  ha lasciato vestigia dalla Selva di Teutoburgo alla Serbia, dal Donbass a Cartagine, dall’Inghilterra all’ Hijaz; con le Crociate, le eresie, i ghetti e le moschee.

Questo libro potrà essere per noi un’abbondante fonte di riflessione soprattutto a Settembre, quando abborderemo l’ardua sfida della commemorazione delle Termopili.

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