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SOLIDARIETA’ CON GL’INTELLETTUALI AMERICANI CONTRO LA DITTATURA DELL’INTOLLERANZA CULTURALE

Il Balch (Bellamy) Salute non fu inventato in Europa, ma in America, e fu modificato solo durante la IIa Guerra Mondiale

Il manifesto di 150 intellettuali americani (fra i quali Chomsky, Fukuyama, Zakaria, Khanna e Rushdie) contro la dittatura del  “politicamente corretto” costituisce l’ennesima conferma della fondatezza di tutta la nostra battaglia culturale, basata sull’ idea che l’errore fondamentale della Modernità consista nella pretesa, limpidamente enunziata da Lessing, dal Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco e dai sansimoniani, che la secolarizzazione delle religioni monoteistiche avrebbe permesso l’attualizzazione dell’insieme delle loro promesse escatologiche. Da quella scelta, a mio avviso logicamente vuota, sono scaturite le contraddizioni della Moderntà, sempre più insostenibili innanzitutto per gl’intellettuali, che sono chiamati a spiegarla e giustificarla, contraddizioni che stanno venendo al pettine con la Singularity, la crisi ecologica e sanitaria e la rivincita delle  culture siniche, indiche, medio-orientali e indio-americane.

Secondo Lessing, Hegel, Saint Simon, Comte, e Enfantin e il mainstream culturale che a essi, spesso senza saperlo, s’ispira, la coincidenza, nell’immanenza, fra l’Essere e il Bene, avrebbe permesso di superare la finitezza, la soggezione alla natura, la separatezza degli uomini e ogni forma di costrizione. Come nelle idee dei Manichei e dei Pelagiani condannate da Sant’Agostino,  Progresso, tecnica, libertà e giustizia sarebbero divenuti una cosa sola. Come si esprime oggi Kurzweil, con la cosiddetta “Singolarità”, il Progresso avrebbe prodotto la “Quasi-Immortalità”, e, conformemente all’ Agenda delle Nazioni Unite  2030, si sarebbero estirpati tutti i mali dell’Umanità, a cominciare dalla povertà e dalle “ineguaglianze”. Le vecchie Grandi Narrazioni sarebbero confluite in un’unica Memoria Condivisa, dove tutte le brutture del passato (mitologia, violenza, autoritarismo, stereotipi) sarebbero state superate nel “Regno della Libertà”. A questo punto, come affermava già l’Apocalisse, non sarebbe sostanzialmente più successo nulla (la “Post-Histoire”di Arnold Gehlen).

Francis Fukuyama è passato dalla “Fine della Storia” alla critica del post-umanesimo

1.L’esplosione delle contraddizioni della Modernità

L’insostenibilità di quel millenarismo immanentistico era divenuta evidente già al pempo della IIa Guerra Mondiale. Eppure, già alla vittoria contro il preteso “Male Assoluto” dell’Asse si era accoppiato l’eguale e contrario Male Assoluto della Bomba Atomica. Con l’indipendenza d’ India e Israele, l’affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli aveva cominciato a dimostrare la sua contraddittorietà, con la contrapposizione degli opposti buoni diritti di hindu e islamici, arabi e israeliani. Non molto dopo, le “democrazie” intervenivano con la forza per impedire l’autodeterminazione di popoli come quelli vietnamita e iraniano. L’industrializzazione forzata portava alla crisi ecologica, mentre la diffusione del suffragio universale aveva come immediata conseguenza l’ascesa di governi islamici, imperialistici o nazionalistici (come era stato, a suo tempo, dei partiti bolscevico, fascista e nazista).

Oggi, l’inesauribile contraddittorietà della Modernità si sta rivelando in tutta la sua ampiezza, in primo luogo attraverso la conflittualità generalizzata della società americana:

-la vittoria della tecnica sta portando alla società del controllo totale (Echelon, Assange, Prism, Google Analytica ,Big Data, riconoscimento facciale, Great Digital Firewall) e all’obsolescenza programmata dell’Umanità (Kurzweil, Miortvaja Ruka);

-la condanna del colonialismo sta portando al crollo del mito della libertà occidentale, e quella del patriarcato alla paralisi della stessa riproduzione sessuata; 

-la pretesa della democraticità della cultura sfocia nella persecuzione sistematica dell’intelligenza e nell’ apoteosi di ogni forma di tracotanza plebea.

Di fronte al linciaggio quotidiano e ai licenziamenti per soddisfare la piazza, anche il “mainstream” intellettuale, che aveva prosperato per secoli grazie alla connivenza con tutte le forme di potere via via dominanti, si vede finalmente costretto a passare all’ opposizione. Infatti, oggi, per sopravvivere professionalmente, non basta più, soprattutto in America, dichiararsi di destra o di sinistra, ma occorre soprattutto schivare ogni e qualsivoglia questione scomoda. E, siccome la società occidentale sta finalmente esplodendo sotto il peso delle sue contraddizioni, ogni questione di sostanza  è divenuta, non soltanto, scomoda, ma, addirittura,  scottante. Qual è, per i nostri contemporanei, il fondamento della morale? Quali sono le ragioni delle innegabili differenze fra gli uomini? L’eguaglianza è compatibile con un buon governo? Si può governare in modo partecipato la società dell’equilibrio nucleare, dei “big Data” e di Prism? Come può un Paese di 300 milioni di abitanti dettare legge a un’Umanità di 7 miliardi?

In realtà, un volta data risposta a questi interrogativi, ben poco resterebbe in piedi del cosiddetto “Occidente”, che si fonda proprio sulla  messa in sordina di tutte quelle questioni.

Di conseguenza, i poteri costituiti sono tutti in grande agitazione; vedono nemici da tutte le parti, e se la prendono con il mondo della comunicazione, che non riesce più a svolgere i suoi tradizionali compiti di mistificazione, perché ciascuna delle parti in conflitto (Trump, iconoclasti, fondamentalisti, suprematisti, tecnomani, fanatici dei “diritti”) rappresenta non già una risposta, ma parte del problema.

Si rispolvera da parte di tutti l’elogio dell’ “onesta menzogna”, l’unica che, forse, permetterà di gestire quel guazzabuglio.

Fareed Zakaria e la crisi della “liberaldemocrazia”

2. L’impossibilità di aderire a uno qualsiasi degl’idoli della Modernità

Il rifiuto di prendere posizione, che è alla base della protesta dei firmatari del Manifesto, trova infatti la sua radice prima nel fatto che per nessuna di quelle domande esiste una riposta veramente persuasiva, e comunque valida sempre e dovunque. Perciò, la pretesa delle varie “sette” occidentali , dai fondamentalisti ai laicisti, dagli occidentalisti agli egualitaristi, dai quietisti ai  tecnomani, dalle femministe ai pauperisti, dai suprematisti bianchi ai vittimisti di ogni genere, che vi siano dei “Valori non negoziabili”(i loro) ,viene   smentita proprio dall’evoluzione stessa di quei movimenti. I  fondamentalisti, che cent’ anni fa vituperavano la democrazia perché incompatibile con le verità eterne della Religione, sostengono oggi, in sostanza, che l’unica verità eterna è proprio la democrazia, divenuta, nel frattempo, miracolosamente, “cristiana”. I laicisti, che, cent’anni fa, propugnavano l’assoluta libertà di pensiero, hanno promulgato nel frattempo un’infinità di leggi memoriali e di reati d’opinione, di cui si è perduto addirittura il conto. Gli occidentalisti ch’ esaltavano il valore della democrazia formale, ai presidenti comunque eletti Putin, Erdogan e Morsi, preferivano i non eletti Gorbaciov, Atatuerk e al-Sissi. Gli egualitari, che ieri esaltavano gli operai come gli uomini del futuro, oggi stanno dalla  parte di un ceto medio di “parvenus” e di “déracinés” che nulla  ha a che fare, né con il progresso tecnico-scientifico, né con la rivoluzione sociale. I quietisti, che cent’anni fa volevano  il mantenimento a qualunque costo delle forme ottocentesche di proprietà, oggi difendono “quota 100” e la finanza internazionale. I tecnomani, che sono i veri responsabili della crisi ecologica, oggi non fanno altro che parlare di “Green New Deal”. Le femministe che ieri difendevano le donne sfruttate dal capitalismo, oggi forniscono il pretesto, con “Me Too”, per i ricatti e le vendette di squallide attricette arriviste.  I pauperisti, che esaltavano, nei “poveri di spirito”, i destinatari del Regno dei Cieli, oggi vorrebbero invece ”estirpare la povertà”. I suprematisti bianchi, che credevano che la superiorità della razza dipendesse dal suo spirito guerriero, oggi s’identificano con un “degenerato” sottoproletariato americano. Alla fine dello spirito sacrificale, teorizzata qualche decennio fa da René Girard, si è contrapposta di fatto, proprio da allora, l’apoteosi del sacrificio da parte di Palestinesi, Pasdaran, al Qaida e  ISIS.

Come credere ancora a questi variopinti teorici del nulla?

La frenesia di assoggettare gl’intellettuali ai variopinti  slogan del potere deriva dalla consapevolezza del vuoto concettuale di tutte le tendenze cntemporanee, presagio della perdita del controllo da parte della “Società dell’ 1%”.

Parag Khanna, fra la Svizzera e Singapore

3.La storia moderna è una Grande Cospirazione? 

In definitiva, la Modernità si regge sulla deliberata imposizione al popolo, attraverso un’intelligencija addomesticata, di una serie di” valori non negoziabili” che, da un lato, non trovano, né troveranno mai, attuazione (perché irrealistici), e, dall’ altra, sono in stridente contrasto con il “dubbio sistematico” di Cartesio, con il “Pari” di Pascal, con la “Critica della Ragion Pura” di Kant, con il “prospettivismo” di Nietzsche e con la Dialettica dell’ Illuminismo di Horkheimer e Adorno ( autori a cui le élites aderiscono, ma riguardano bene dal comunicare all’ esterno, anzi, di cui reprimono la comunicazione).

Per ovviare a queste contraddizioni, già Platone aveva affermato il dovere di mentire da parte degli Archontes, e Averroè aveva tentato di risolvere il problema distinguendo fra i “filosofi”, che avrebbero dovuto parlare solo al “principe”, e i teologi, che avrebbero dovuto parlare al popolo.

Oggi si pretenderebbe che gl’intellettuali, a fronte dei loro privilegi, nascondano in eterno e a tutti quelle contraddizioni della Modernità, per permettere ai governanti di irreggimentare il popolo secondo quei valori a cui essi per primi non credono affatto, e che in realtà calpestano selvaggiamente, anche se per lo più di nascosto. Ciò è, però, alla lunga, tecnicamente impossibile anche con la migliore buona volontà (per i moltiplicarsi infinito degli strumenti di comunicazione), sì che gl’intellettuali sono oramai posti in una situazione professionalmente insostenibile.

Questa situazione viene, come abbiamo visto, da lontano, ma è strettamente legata soprattutto all’ irruzione dell’America nella storia mondiale, e al carattere costitutivo, per essa, dell’ ipocrisia puritana. E’ perciò normale che la rivolta si scateni innanzitutto in America. Colombo aveva “scoperto” l’America dichiarandosi erede dei profeti biblici e delle Crociate, e come prima cosa vi aveva portato la schiavitù (e aveva fatto tagliare letteralmente la lingua a coloro che conoscevano la sua vera storia e ne parlavano). Carlo V e De las Casas avevano osteggiato, nel nome della concezione imperiale cristiana, la schiavizzazione dei nativi americani, ma, per ovviarvi, vi avevano importato gli schiavi africani.

Come afferma neanche tanto copertamente la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, la Rivoluzione Americana, che afferma controfattualmente che tutti gli uomini sono nati eguali, era stata creata per impedire al Re d’Inghilterra di estendere all’America l’abolizione della schiavitù, decretata dalle corti inglesi, di restituire, come aveva fatto, i territori indiani, e di conservare il culto cattolico e il diritto romano ai sudditi francesi della Luisiana e del Canada. La Tratta Atlantica e il “Trail of Tears” erano stati sostenuti, fra gli altri, dai Padri Fondatori degli Stati Uniti, da Voltaire, da Kant, da Tocqueville e, perfino, da Carlo Marx, il quale si rendeva benissimo conto che solo grazie ad essa l’ Occidente aveva potuto realizzare quell’ “accuumulazione primitiva” che le aveva permesso di primeggiare sui Continenti, e, quindi, di realizzare la rivoluzione borghese, prodromo di quella socialista.

Franco Cardini, un intellettuale europeo a tutto tondo

4.Ripartire dall’ intelligencija indipendente.       

Le contraddizioni dell’Occidente, insostenibili per la stessa “intelligencija” americana, costituiscono la premessa per la rivincita di quattro secoli d’intellettualità indipendente che, della sua indipendenza, era stata costretta a subire tutte le conseguenze, come Sully, costretto a nascondere le proprie opere, De Maistre isolato dagli stessi sovrani che intendeva servire, Nietzsche finito pazzo, Zweig suicida, Pound inviato in manicomio per salvarlo da una condanna a morte, Coudenhove-Kalergi finito fra le opere proibite per avere teorizzato senza infingimenti le necessità, anche spiacevoli, dell’ integrazione europea, De Finetti mai pubblicato per aver osato sfidare il principio di causalità….

Per capire questa millenaria persecuzione contro l’attaccamento degl’intellettuali alla verità, occorre ricordare senza complessi che già il RgVeda, la prima opera “teologica” della storia, insinuava il dubbio che non vi fosse alcun Creatore, come pure che il Dio del Sinai si autodefiniva così: “io sono quel che sono” e che il padre della Chiesa Tertulliano affermava senza mezzi termini “credo quia absurdum”.  Occorre por mente anche al fatto che De Sade, Baudelaire e Flaubert erano stati condannati per la loro ostilità elitaria  alla pruderie moralistica borghese, e che tutta l’intellettualità dei primi del Novecento (Nietzsche, Freud, Jung, Mosca, Michels, Pareto, Tigher, Rensi, Boas, Pirandello, Kafka, Huxley, Burgess, Pound, Céline, Lévy-Strauss, Herskowits)  non ha fatto altro che demitizzare la “grande narrazione” occidentale, progressista e razionalista.

Si tratta, come voleva Lukàcs, di una follia collettiva volta alla “distruzione della Ragione”, oppure della necessaria critica al “miti della Modernità”, più falsi di quelli dell’Antichità perché dotati di una pretesa di verità obiettiva, e più pericolosi perché fondati su un’irrealistica aspirazione alla  perfezione terrena?

Le culture che si stanno costruendo in tutto il mondo in opposizione al pensiero unico della Globalizzazione Occidentale si trovino esposte a rischi inauditi (fine dell’ Umano, dominio delle Macchine Intelligenti), e non debbono, quindi, limitarsi a riproporre vecchi clichés.  Trattandosi comunque  di affrontare realtà eterne, adombrate già nei miti dei” 44.000 Kalpas”, della Pashupatastra, del Diluvio Universale, dell’ Apocalisse, è a quegli archetipi universali che finiranno per riallacciarsi. Poi, fra quegli archetipi così elevati e i nostri problemi inediti e irrisolti si dovranno contestualizzare le grandi esperienze dei pensatori del passato: le teofanie  delle Religioni del Libro;  i grandi Maestri orientali, ma anche i vertici della “Cultura Alta” moderna, come Goethe, Leopardi, Nietzsche, Anders, che si sono erano già confrontati con i temi centrali della politica culturale contemporanea, come le Illusioni, il Patto col Diavolo, l’obsolescenza dell’ Umano e il Superuomo.

Le società del passato, monarchiche, totalitarie o conservatrici, avevano concesso paradossalmente a questi dibattiti più spazio che l’attuale pretesa “società aperta”. Basti pensare ad opere come “La Servitù volontaria”, “Justine”, “Les liaisons dangéreuses”, “Al di là del Bene e del Male”, “L’ Europa Vivente”, “Praktischer Idealismus”, “Lettera a un religioso”, “Citadelle”….

Antoine de Saint Exupéry, l’ufficiale poeta

5.Per una cultura europea di liberazione

Alla prepotenza del “mainstream” culturale, politico e mediatico chiuso all’autentico dibattito, occorre contrapporre un mondo di pensiero, di dibattito e di azione indipendenti. L’Europa, se pretende, come afferma,  di porsi quale “trendsetter” del dibattito sul futuro, dovrebbe concepirsi innanzitutto quale tutore, in un mondo obiettivamente difficile, di questo mondo intellettuale indipendente, non già, come è stato fin d’ora, la roccaforte delle peggiori imposizioni culturali dell’Occidente, come quella di espungere dalla vera storia d’Europa tutto ciò che precede la IIa Guerra Mondiale, oppure ciò che attiene al carattere bellicoso degli Europei e a quello violento degli Americani.

Per fare ciò, essa dovrebbe liberarsi da quella soggezione culturale verso l’America che, attraverso l’interiorizzazione  dei miti fondanti  di quest’ultima (i culti della tecnologia, dell’appiattimento valoriale, dell’”uomo qualunque”), ci ha portati, attraverso Saint Simon e Mazzini,  Gramsci e Popper, ad accettare il politicamente corretto (teoria dello sviluppo, liberalizzazioni, sessantottismo, leggi memoriali, reati di opinione, ideologia “gender”), e, di conseguenza, all’incapacità di produrre risultati culturali autonomi, utili all’ umanità.

Contrariamente all’ America, dovrebbe essere fattibile in Europa usare nuovamente tutti i concetti europei oggi tabù, come relatività, indeterminazione, identità, differenze, verità in senso extramorale, “paideia”, “elite”, “epistocrazia”, “autoaffermazione”. Ma, soprattutto, gl’intellettuali dovrebbero venire liberati dalle schiavitù della “memoria condivisa”, della cooptazione nelle vecchie consorterie, della soggezione alla politica, ai “gatekeepers”, ai finanziatori….

Un’Europa politicamente autonoma dovrebbe avere, come punta di diamante, quegl’ intellettuali indipendenti (anche se nati o vissuti altrove), capaci di dare il loro contributo al dibattito avviato coraggiosamente da intellettuali americani, e comunque aperto in tutto i mondo, circa la lotta alla società del controllo totale. E’ una vergogna che l’Europa abbia ufficialmente rifiutato di dare asilo ad Assange e a Snowden (con tutto ciò che ne è derivato).

Ospitare in Europa tutti gl’intellettuali dissidenti (senza distinzione di ideologia e di provenienza) sarebbe l’unico modo concreto per continuare la tradizione di libertà tipica dell’ Europa (Ippocrate, Leonida, Catone, Alfieri, Dante, Foscolo, Nietzsche, Galimberti, Weil, Nàgy, Màleter, Sol’zhenitsin, ecc…), e, nello stesso tempo, dare all’Europa una reale forza politica e culturale, per affermarsi quale “trendsetter” nella lotta contro la società del controllo totale.

Il manifesto di 150 intellettuali americani (fra i quali Chomsky, Fukuyama, Zakaria, Khanna e Rushdie) contro la dittatura del  “politicamente corretto” costituisce l’ennesima conferma della fondatezza di tutta la nostra battaglia culturale, basata sull’ idea che l’errore fondamentale della Modernità consista nella pretesa, limpidamente enunziata da Lessing, dal Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco e dai sansimoniani, che la secolarizzazione delle religioni monoteistiche avrebbe permesso l’attualizzazione dell’insieme delle loro promesse escatologiche. Da quella scelta, a mio avviso logicamente insensata, sono scaturite le contraddizioni della Moderntà, sempre più insostenibili innanzitutto per gl’intellettuali, che sono chiamati a spiegarla e giustificarla.

Secondo Lessing, Hegel, Saint Simon, Comte, e Enfantin e il mainstream culturale che ad essi , senza saperlo, s’ispira, la coincidenza, nell’ immanenza, fra l’Essere e il Bene avrebbe permesso di superare la finitezza, la soggezione alla natura, la separatezza degli uomini e ogni forma di costrizione.Come nelle idee dei Manichei condannate da Sant’Agostino,  Progresso, tecnica, libertà e giustizia sarebbero divenuti una cosa sola. Come si esprime oggi Kurzweil, con la cosiddetta “Singolarità”, il Progresso avrebbe prodotto la “Quasi-Immortalità”, e, conformemente all’ Agenda delle Nazioni Unite  2030, si sarebbero estirpati tutti i mali dell’Umanità, a cominciare dalla povertà e dalle “ineguaglianze”. Le vecchie Grandi Narrazioni sarebbero confluite in un’unica Memoria Condivisa, dove tutte le brutture del passato (mitologia, violenza, autoritarismo, stereotipi) sarebbero state superate nel “Regno della Libertà”. A questo punto, come affermava già l’Apocalisse, non sarebbe sostanzialmente più successo nulla (la “Post-Histoire”di Arnold Gehlen).

Julian Assange, prigioniero politico in Inghilterra

O

COMMENTO DI FRANCO CARDINI ALL’ANNIVERSARIO DEL 9 MAGGIO

Accolgo l’invito contenuto al termine del blog di Franco Cardini (minima Cardiniana n.282/2) a fare “circolare artigianalmente” il suo commento sul 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, che ben si inserisce nel filone del dibattito sull’ Europa che l’ Associazione Culturale Diàlexis ha inaugurato con i suoi Cantieri d’ Europa Virtuali 2020.

Premetto che la nostra circolazione è tutt’altro che artigianale, e in particolare che noi raggiungiamo tutti gli Europarlamentari italiani, oltre che molti altri vertici dell’ Unione.

L’intervento di Cardini si situa, come il nostro, nell’ alveo di una seria revisione dei miti dei “Padri Fondatori”, mirante a salvare la direzione di marcia, ma sfrondando le “fake news”, soprattutto quando sono già state demolite sotto vari punti di vista (ricordiamo il libro di Philippe de Villers).

-carattere ultra-elitario della CECA;

scarso merito della Francia;

-carattere poco innovativo, visto che il cartello europeo del Carbone e dell’ Acciaio esisteva già dagli Anni 30, e il dsuo carattere pubblicistico era stato garantito prima dall’organizzazione di Speer, e, poi, dall’ occupazione degli Alleati.

Cardini non dice espressamente, ma lascia intuire, che, a suo avviso, i “padri fondatori” , oltre ad avere motivazioni discrepanti, non fossero neppure, ciascuno per motivi diversi, troppo in buona fede nei loro propositi europeistici e umanitari, come egli fa capire con la citazione di De Gasperi, che parla appunto di “comuni esperienze” europee fra soggetti caratterizzati, invece, da percorsi politici quanto mai ondivaghi.

Come abbiamo scritto in un precedente post, anche noi nutriamo dubbi di questo genere, soprattutto per ciò che concerne l’obiettivo altruistico attribuito a Monnet e Schuman, mentre è noto che, prima del “Piano Schuman”, c’era stato un “Piano Monnet” avente come obiettivo una vera e propria dominazione della Francia sulla Germania attraverso l’annessione o la satellizzazione dell’ intera area renana (parallelo e aggiuntivo rispetto al piano olandese per annettersi gran parte della Bassa Sassonia).

L’obiettivo di Monnet era di modernizzare l’economia francese in modo tale da renderla competitiva a livello internazionale, in particolare per quanto riguardava le esportazioni verso la Germania, e la Germania fu vista come uno strumento necessario per la loro attuazione.

Personalmente, non posso fargliene una colpa, perchè i rari personaggi che tentarono in in qualche modo di creare in Europa una terza forza furono clamorosamente battuti (basti pensare a Stauffenberg, a Von Schirach, a De Gaulle, a Galimberti, a Nagy, a Maleter, a Dubcek). I “padri Fondatori”, che cercarono di conciliare il progetto europeo con la ealtà di un’Europa sconfitta e divisa, erano uomini politici (anche molto abili); gli altri erano degli eroi.

Ben conscio di questo, non ho mai creduto che il fondamento della nostra millenaria civiltà potesse essere una conferenza stampa di 70 anni fa,quando invece abbiamo Catal Hueyuek, Tripollye , Stonehenge, Skara Brae, che risalgono a 5000-7000 anni fa, e eventi storici di 2500 anni fa, come le Termopili e Salamina, che, attraverso Ippocrate, Erodoto, Eschilo e Socrate hanno influenzato tutta la nostra storia, e, infine, abbiamo, a cominciare da 700 anni fa, Dubois, Podiebrad, Sully, Crucé, St. Pierre, Rousseau, Kant, Nietzsche, Simone Weil,Galimberti, Juenger, Spinelli, Chabod, che hanno continuato a definire i progetti europei?

Infine, visto lo scarso entusiasmo perfino delle Istituzioni nel commemorare il 9 maggio, e le critiche implicite che anch’ esse oramai vi dedicano, noi, pur continuando imperterriti a celebrare il 9 maggio come facciamo da15 anni, perchè è la sola “Festa dell’ Europa”, cerchiamo anche altre ricorrenze europee significative.

Quest’anno, i 2500 anni dalla Battaglia delle Termopili ce ne offrono un’ottima occasione.

Il Plan Monnet per la disgregazione della Germania.

1.Le contraddizioni dell’ integrazione europea.

Cardini lascia anche correttamente intendere che, quando si parla di un’involuzione dell’ Unione Europea, dal suo originale carattere comunitario (le Comunità Europee), a quello di globalizzazione occidentale (l’Unione Europea) si accenna a un fatto reale, ma non si usano i termini appropriati, perchè, in realtà, l’impostazione data dai Padri Fondatori, cioè come un sottoinsieme dell’ impero occidentale, portava all’ incapacità di concepire un autonomo progetto di civiltà, e, quindi, la decadenza, e, infine, la dissoluzione.

A nostro avviso, nella prima parte della sua integrazione, l’ Europa Occidentale era ancora profondamente imbevuta di valori pre-moderni, preesistenti agli stessi totalitarismi: ruralismo, religiosità diffusa, culto dell’ eccellenza, supremazia della politica sull’ economia, attaccamento alle tradizioni, collaborazione fra le classi. Tutto ciò è andato perdendosi a cominciare dal 1985, quando, con il Papa polacco, Solidarnosc, la Casa Comune Europea, i revivals zarista e ottomano, sarebbe stato particolarmente facile sottolineare gli aspetti tradizionalmente europei. Invece, nessuno s’impegnò a fondo in questo senso, e quindi, di ogni fenomeno, prevalsero sempre gli aspetti più simili a quelli degli Stati Uniti, facendo perdere di vista la specificità europea.

Di qui, l’evidenziarsi delle contraddizioni di fondo della costruzione europea, e, prima di tutto, dall’ essere essa dominata da due fazioni, nessuna delle quali crede nell’ Identità Europea: quella dei fautori della globalizzazione occidentale, e quella dei “sovranisti” , per la quale Cardini rimanda, molto appropriatamente, al libro Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016):

Jusqu’à aujourd’hui, l’impasse dans laquelle se trouve la supranationalité a deux origines. D’abord ses partisans, quand ils s’en proclament, sont en même temps des cosmopolites. Ils sont donc incapables de convaincre l’opinion des peuples européens de la nécessité de l’État européen, étant donné qu’eux-mêmes en conçoivent fort mal la finalité. Ils s’interdisent de raisonner en termes de puissance, d’indépendance ou d’autonomie, et de compétition internationale. Ils se complaisent à penser un monde sans ennemis dans lequel les valeurs occidentales diffusent lentement, mais sûrement, parce qu’il a été préétabli qu’il ne pouvait en être autrement. Ils confondent cette vision téléologique avec l’inéluctabilité du marché planétaire qui pourtant ravage les sociétés européennes. Le caractère vital et éminemment politique de l’État européen (en tant qu’instrument au service des citoyens européens) leur échappe complètement. Ils ne l’imaginent même pas, puisque dans leurs esprits la supranationalité n’est qu’un ajustement institutionnel à la mondialité marchande. Ensuite, à l’opposé, les ethnocentrismes nationaux, qui sont légitimes au regard de l’histoire, et qui s’expliquent par la diversité des cultures et des traditions, engendrent une mauvaise appréciation de la souveraineté. Car il ne suffit que cette dernière soit proclamée ou qu’elle soit juridiquement reconnue ; sa réalité se mesure à l’aune des capacités de l’État et de sa société. C’est ce qui explique le caractère souvent incantatoire du discours souverainiste (partagé, même si prononcé à demi-mots, par la plupart des dirigeants européens) en raison du décalage entre les faiblesses des nations et les intentions affichées. Il se limite à être un discours du refus, sans solution. Pire encore, en interdisant à l’Europe d’accéder aux moyens de la puissance, il confine les différents États dans la dépendance par rapport aux ÉtatsUnis, que les souverainistes se complaisent pourtant à dénoncer, ou, de façon plus réaliste, au marché mondial

La raison est, qu’en dépit des souffrances qu’elle impose, la mondialisation satisfait leurs aspirations cosmopolites et téléologiques (l’espoir chez elles, qu’elle mettra fin à l’histoire politique et qu’elle générera une société mondiale pacifiée). En outre, l’interprétation mécaniste et évolutionniste de l’Histoire qui prévaut aujourd’hui, laisse à penser que la mondialisation en est une étape inéluctable, alors même qu’elle n’est que le produit d’une décision stratégique.

2.Cogliere il Kairos

Nonostante quella Cardini chiama “delusione”, che invece per noi è sempre stata la lucida coscienza della differenza fra “Identità Europea”, Ideologie europee e integrazione europea (cfr. il I° Volume di “10.000 anni d’Identità Europea”), egli c’invita a continuare insieme quella ch’egli correttamente chiama “Fatica di Sisifo”.A me sembra di non essere mai venuto meno neppure un istante a questo compito.

Oggi, vi sono almeno 5 fenomeni storici incombenti a cui intellettuali del calibro di Cardini possono, se vogliono, dare un loro utilissimo contributo:

1)la commemorazione delle battaglie dell Termopili e di Salamina;

2)la riorganizzazione dell’impianto delle politiche europee della tecnologia;

3)l’impostazione del bilancio settennale 2021-2027;

4)il Trattato Europa-Cina sulla protezione degl’Investimenti;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Ciascuno di questi appuntamenti, che si presenta “prima facie” come la solita questione tecnocratica , nasconde invece in sé fondamentali problematiche culturali e politiche:

1)la commemorazione delle Termopili e di Salamina sarebbe la buona occasione per ricordare a tutti che l’ Europa non nasce ieri;

2)la riorganizzazione delle politiche tecnologiche costituisce, come le Termopili, l’occasione per fermare le OTTs prima ch’essse dilaghino, come diceva Serse ne “I Persiani” di Eschilo,“in tutta Europa, in modo; che il nostro regno confini con il Cielo”;

3)il bilancio settennale, essendo coevo alle più grandi trasformazioni in corso nel mondo, quali la Via della Seta e la conquista dello spazio, condizionerà il ruolo dell’ Europa nel mondo per il futuro, e la sua stessa sopravvivenza;

4)il Trattato Europa-Cina che, a Settembre, anticiperà probabilmente ogni possibile accordo con gli Stati Uniti, segnerà un riorientamento dell’ Europa verso l’ Eurasia;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che avrebbe dovuto iniziare l’anno scorso, poi il 9 maggio, inizierà presumibilmente sempre a Settembre, in concomitanza con il Trattato Europa-Cina. Avrebbe dovuto risolversi in un esercizio minimalistico e autoreferenziale, ma le enormi trasformazioni in corso non permetteranno certo ch’esso si esaurisca così.

Per tutte e cinque queste scadenze, l’ Associazione Culturale Diàlexis sta predisonendo manifestazioni e libri, sui quali Vi abbiamo già relazionato, e sul cui programma Vi saremo più precisi. Il tutto tenendo in mente i saloni di Torino e Francoforte.

Crediamo che un canale privilegiato per fare valere le nostre istanze sia costituito dal Movimento Europeo, che era nato proprio come stimolo alla società civile e alle istituzioni per la costruzione dell’ Europa, ma che anch’esso rischia, se non sostenuto da un’ondata forte di riflessione da parte di tutta la società, e innanzitutto dell’ Intelligentija, rischia di ridursi a una cassa di risonanza della “Politique Politicienne”.

Siamo in attesa dei contributi di tutti, e, ovviamente, innanzitutto di quelli del Professor Cardini.

EDITORIALE
EUROPA: UN SETTANTENARIO FRAINTESO E DISATTESO

Ricordiamo quella “falsa partenza”, quell’inganno: fu un seme gettato tra mille fraintendimenti, ma l’intenzione di molti che vi contribuirono era buona. Non sprechiamo quell’occasione, mettiamola a frutto correggendone gli aspetti vani e rimediando a quelli negativi.

Confesso che avrei dovuto parlarne prima: francamente però non sono stato abbastanza tempestivo nel cogliere la perfidia politica e mediatica di una manovra che sul momento mi aveva molto favorevolmente impressionato.
Nulla è mai casuale, specie e soprattutto in politica. Stiamo uscendo dal Coronavirus, a meno che la “seconda ondata” non ci rimandi al punto di partenza o quasi: il che è possibile, ma non si pecca di eccessivo ottimismo ritenendolo improbabile (ansie legittime a parte). Ed è arrivata puntuale qualche giorno fa, il 9 maggio scorso, alla vigilia del settantesimo anniversario della cosiddetta “Dichiarazione Schuman” sulla comunità del carbone e dell’acciaio come primo passo verso l’integrazione unificazione europea – il 9 maggio 1950 –, l’allocuzione del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel il quale ha citato e sottolineato con insistenza un magistrale discorso tenuto  alcuni mesi dopo quella data, il 10 dicembre del 1951, da Alcide De Gasperi a proposito del progetto di unione europea. Ho definito “magistrale” questo discorso: e lo ribadisco. Stavo per aggiungere “nobilissimo”: ma non ne ho fatto di nulla. Fu uno splendido discorso tattico in una direzione che non mancava di malafede. Ed è ohimè per quanto che Michel ha preferito obliterare Schuman, autentico protagonista della ricorrenza, e proporre al proscenio De Gasperi.
Il leader democristiano trentino tesseva in quella sede un elogio commosso alla “condivisione delle nostre esperienze” europee che poteva sembrare un richiamo patetico e quasi ingenuo: ma che, al contrario, non aveva nulla del commovente candore che a suo tempo qualcuno gli attribuì. Era al contrario fine, sottile, quasi tagliente.
Si è parlato e si continua a parlare dell’unità d’intenti tra Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, la triade dei “fondatori dell’Europa unita e democratica”: anche se si preferisce tenere nell’ombra il nome del “grande regista” di tutto, Jean Monnet, e attutire i dissensi se non le linee d’implicita frattura che fra i protagonisti di quell’iniziativa si andarono quasi subito delineando. Si continua ancora a dire che quello fu “il primo passo verso l’edificazione dell’Europa unita”. Qui sta un primo equivoco dal quale bisogna liberarsi.
In realtà il mondo aveva in quel momento due padroni, i due veri e soli vincitori della guerra 1939-45: e, secondo lo “spirito di Yalta”, né Stati Uniti né Unione Sovietica erano disposti ad assistere tranquillamente alla nascita d’un’Europa come realtà politica federale o confederale che avrebbe potuto essere e che col tempo si sarebbe fatalmente imposta come nuova potenza fra loro. Eppure, in quella fase d’incipiente scontro che avrebbe potuto anche condurre a un conflitto, proprio di una potenza mediatrice vi sarebbe stato bisogno. Magari non solo mediatrice diplomatica e geopolitica bensì anche sociopolitica: la protagonista di una terza via, non liberista e non collettivista, certo non comunista bensì comunitaria e solidaristica. In Francia come in Germania come in Italia esistevano potenzialità di questo tipo: sia nelle tendenze socialdemocratiche le quali si andavano rafforzando, sia in quelle cristiano-democratiche ispirate alla dottrina della Chiesa e, in Germania, dal magistero di Ferdinand Tönnies o, nel nostro paese, a quello di Giuseppe Toniolo. Alcuni giovani esponenti di quella che sarebbe poi stata la “sinistra” democristiana, provenienti dalle file dell’antifascismo cattolico quali Enrico Mattei o dal corporativismo fascista come Amintore Fanfani, guardavano già fiduciosi a una rinascita italiana basata sulla compartecipazione tra un moderato dirigismo statale e un “capitalismo civico” illuminato.
Ma la musica scritta a Yalta dal presidente Roosevelt e dal generalissimo Stalin, con la benevola e del resto ormai semimpotente complicità di Winston Churchill, era un’altra: e si basava su una massima che potremmo definire, parafrasando il principe di Metternich, nella massima secondo la quale l’Europa era “un’espressione geografica”, che non avrebbe mai dovuto diventare politica per non far ombra alle due potenze avversarie sì, ma in ciò concordi e complementari. Non di mediazione si sarebbe mai dovuto parlare, bensì di affrontamento, di duello: condizione essenziale al mantenimento della bipolarità impedendo la nascita di terzi incomodi. Il derby “guareschiano” che ne derivò, tra un anticomunismo viscerale da una parte e un “antifascismo democratico” monopolizzato dal PCI dall’altra, era funzionale a questo disegno che sia Washington sia Mosca sostenevano con grande dispendio di mezzi. Le elezioni del ’48 furono il teatro di quello scontro che buona parte dell’opinione pubblica italiana interpretò – a partire dagli ambienti ecclesiastici di Pio XII – come epico ed escatologico mentre a livello internazionale i giochi erano già stati fatti. Forse, i retroscena politici e diplomatici della sconfitta del “Fronte popolare” sarebbero tutti da reindagare e da riscrivere. Dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, comunque, De Gasperi aveva una gran bella cambiale da onorare nei confronti dei suoi creditori d’Oltreoceano: e aveva cominciato con lo stringere ulteriormente i suoi legami con gli Stati Uniti d’America collegandosi con i suoi successivi governi dal ’48 al ’53 con le forze del centro-destra e del centro-sinistra “laico” (gli allora derisi “partitini” liberale, repubblicano e socialdemocratico) e il manovrare con accortezza in modo da selezionare anche quelli. Fino a liberarsi, in quanto presidente del consiglio con il rimpasto governativo del luglio ’51, sei mesi prima della sua allocuzione del 10 dicembre, degli stessi socialdemocratici. Restavano con lui i soli repubblicani di La Malfa, fieramente e visceralmente anticomunisti.
Frattanto, sul piano internazionale, qualcosa di nuovo e di straordinariamente importante era successo: qualcosa che riguardava in pieno l’Italia e che, formalmente, la rendeva anzi coprotagonista di scelte che si sarebbero rivelate fino ad oggi fondamentali e – nonostante qualche momento di turbolenza (penso a Enrico Mattei e magari a Bettino Craxi) – irreversibili.
Fino dal 1947 il segretario di stato statunitense generale George Catlett Marshall aveva varato con l’assenso pieno del presidente Truman quell’ERP (European Recovery Program) scopo del quale era facilitare il processo di ricostruzione dei paesi europei ma che si era andato drammaticamente – e, in apparenza, fatalmente – intrecciando con le vicende politiche internazionali e l’inizio della “Guerra Fredda” che vedeva l’Italia in prima linea, a fronteggiare il blocco avversario che incombeva dalla Venezia Giulia e dalla costa adriatica. Il 4 aprile del 1949 era stata firmata a Washington l’alleanza detta North Atlantic Treaty Organization (NATO) della quale Italia e Francia facevano parte: per quanto nel nostro paese un’opposizione durissima e gigantesca – che vedeva allineati, con differenti motivazioni, il PCI e la giovane gracilissima forza di estrema destra, il Movimento Sociale Italiano – avesse opposto alla firma di quell’accordo una muraglia di argomentazioni fondate (alla luce della stessa costituzione repubblicana) ed efficaci. De Gasperi lo sapeva benissimo, come sapeva che il suo amico e collega nella battaglia europeistica, il francese Robert Schuman – interessato anzitutto all’intesa intereuropea e alla piena e totale pacificazione tra Francia e Germania: pétainista nel ’40 e oggi Servo di Dio, in attesa del processo di beatificazione – mordeva il freno rispetto alla prospettiva d’una totale egemonia statunitense nella compagine della difesa euro-occidentale. Fino dal maggio del ’50, con la sua celebre “Dichiarazione”, egli aveva difatti proposto di “porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’alta autorità comune nell’àmbito di un’organizzazione aperta a tutti i paesi europei” e aperto un negoziato che dalla successiva conferenza di Parigi condusse a porre nel ’52 le basi della costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio” (CECA). Era davvero l’estinzione storica di una delle basi della pluridecennale rivalità franco-tedesca, datante dalla guerra del 1870. Ma c’era di più: carbone e acciaio erano due delle principali materie prime dello sviluppo industriale (la terza era il petrolio). Un’autonomia europea quasi totale in quest’àmbito suonava minacciosa oltreoceano: e si sapeva bene che Schuman puntava a un’autodifesa totalmente europea nell’àmbito di quella futura unione politica continentale ch’era il suo sogno (sarebbe stato presidente del movimento europeo nel ’55 e del parlamento di Strasburgo fra ’58 e ’60).
Ora – e De Gasperi l’aveva ben presente – era proprio la questione dell’autodifesa del continente, di un “esercito europeo”, quella sul tappeto. E la “Comunità Europea di Difesa” (CED), invisa al Cremlino che aveva subito bollato il progetto come un atto di revanscismo neonazista, era non meno malvista dalla Casa Bianca che però era in grado di aggirare il problema con maggior eleganza.
D’altronde, i dollari americani previsti come erogazione all’Europa occidentale nel suo complesso ammontavano a 14.000 milioni di dollari, ed era stata tempestivamente costituita una Commissione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) per l’immediato coordinamento delle necessità e la ripartizione degli aiuti. L’Italia aveva adottato fino dal ’47 una politica deflazionistica per ridurre il disavanzo del bilancio statale e accrescere le riserve valutarie; d’altronde, dopo il ’48 e visti gli esiti delle elezioni, anche proprio grazie ai fondi del “piano Marshall” (oltre 1150 milioni di dollari, una fetta enorme rispetto ad altri paesi europei), ebbe luogo quel che fu definito enfaticamente “miracolo italiano”, col prezzo del pane diminuito del 20% alla fine del ’49 e il consolidamento del valore della lira. Ma non erano tutti rose e fiori; quei miliardi non erano affatto regalati, in parte erano prestati sia pur a un tasso vantaggioso e il resto veniva pagato in sonante moneta politica, con la perdita della sovranità militare travestita da misura di difesa. La NATO significava questo: non tutti lo capirono subito, ma De Gasperi lo sapeva benissimo; come lo sapeva perfettamente – e lo approvava – il Vaticano DI Pio XII. D’altro canto, la pioggia di dollari caduta sull’Italia era stata in gran parte deviata o assorbita da altre spese e non ebbe i risultati che si speravano.
Queste cose, chi invoca oggi un “nuovo piano Marshall” per l’Italia, le sa bene (forse), ma le ignora o finge di dimenticarle. E le sa bene anche monsieur Michel, che ha presente il recentissimo braccio di ferro tra Italia e UE e non ignora che se i malumori antieuropeistici nel nostro paese crescessero o trovassero un’efficace espressione politica, ciò farebbe tremare anche Bruxelles e Strasburgo.
Ne scaturisce, per chi ancora difende l’ormai vecchia, logora e sospetta impalcatura dell’Unione Europea, un’implicita indicazione politica: ripartire dall’indicazione degasperiana sulla solidarietà e sulla collaborazione, obliterando la lezione di Schuman che alla fine della sua carriera politica era profondamente disincantato e amareggiato. È quindi “giusto” e “corretto” che, rendendogli formalmente omaggio nel settantennale della “Dichiarazione” che condusse alla CECA, i vertici della compagine europeistica ufficiale preferiscano rendere omaggio alle formalmente parlando nobili parole di De Gasperi, che nel dicembre del ’51 tendevano in realtà a indirizzar le cose esattamente nel senso che presero. Il progetto della CED, la creazione di un esercito europeo – formalmente non incompatibile con il patto della NATO, sostanzialmente ad esso alternativo –, fallì nel 1954 in quanto non venne ratificato dal parlamento francese: il medesimo che anni dopo, insieme con quello olandese, avrebbe affossato la proposta del preambolo alla costituzione europea.
L’indignazione che quel voto del “suo” parlamento provocò in Schuman e il suo successivo ritiro dalla vita politica – ragioni di età a parte – non erano ingiustificati. Europa e Italia, che nel ’45 avevano perduto la guerra (perché tutta l’Europa l’aveva perduta: non solo la Germania e l’Italia), nei settant’anni da quel lontano 1951 a oggi segnati in gran parte – specie di recente – dalle politiche neoliberiste e dalla subordinazione alla grande finanza internazionale, hanno perduto anche la sfida della pace: poiché in ogni pace è insita una sfida. E l’Unione Europea, che per decenni ha ingannato molti di noi che speravamo fosse la porta d’ingresso verso l’integrazione politica del continente, si è confermata invece quella che del resto era e che evidentemente – anche se molti dei suoi sostenitori pensavano il contrario – intendeva rimanere: il trattato di Maastricht del 1° novembre parla chiaro e non dà adito a speranze di “naturale” evoluzione dalla collaborazione economica, finanziaria, tecnologica e amministrativa all’integrazione politica. Si può continuare così o azzerare tutto. A meno di un salto di qualità autenticamente politico.
E allora, eccoci al punto. Per i vecchi e impenitenti europeisti come me, quelli che si commuovono e si mettono in posizione di “attenti” alle note dell’Inno alla gioia della IX di Beethoven – anche se esso manca di parole adeguate ad esprimere quanto vorrebbe significare –, il segnale positivo è venuto dalle molte voci che ormai dalla crisi balcanica degli anni Novanta (quasi trent’anni fa!) si sono levate segnalando la necessità di un vero autentico esercito esclusivamente europeo; quello negativo dal crescere ormai consistente delle istanze e dei malumori (non dirò delle idee) delle varie forme di neo-micronazionalismo che ormai si autodefinisce “sovranismo” ma che, per ovviare al fallimento del progetto europeistico finora attuato, non sanno fare molto d’altro che rispolverare il ferrovecchio dello stato nazionale. Un ferrovecchio condannato dalla storia dopo il 1945 così come il liberal-liberismo classico, purtroppo artificialmente tenuto in vita, era già uscito morto e condannato dal 1917-18 (e di questa morte, di questa condanna, i totalitarismi degli anni Venti-Cinquanta e successivi sbiaditi epigoni come peronismo, nasserismo e castrismo furono il frutto, sia pure avvelenato). Peraltro, associandomi a una delle ultime battute del mio vecchio, compianto amico Giulietto Chiesa, sarei tentato di dichiarare agli amici sovranisti che io non sto con loro perché mi senta loro avversario, ma perché essi non sono sovranisti abbastanza. Chiedere la sovranità monetaria in un paese che manca tragicamente di quella politica, diplomatica e militare – il paese del Cermis e dei missili a testata nucleare installati contro la lettera e lo spirito della Costituzione – è peggio che grottesco: è patetico.
Antidoti? Quando si perde una battaglia, le alternative sono due: o ci si arrende o si ripete con i ragazzi del joli mai del Sessantotto_ “Ça n’était q’un début: continuons le combat”. Chi intenda proseguire la lotta per l’unità e la libertà della patria europea, chi abbia nonostante tutto ancora voglia di proseguire nell’impegno affinché almeno i suoi figli possano davvero fregiarsi di quella qualifica di “cittadini europei” che per noi è stata solo un’etichetta beffarda, se non getta la spugna deve rimboccarsi le maniche. Ma come?
Confesso che per molti versi Bettino Craxi mi è stato e mi resta simpatico e che ammiro molto l’intelligenza controcorrente di Alain de Benoist: e francamente non me ne frega nulla se queste due dichiarazioni possono far storcere il naso o – come ha scritto l’amico Alessandro Barbero nel suo finissimo e coraggioso Invito alla lettura dell’ultima edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale (il Mulino, 2014) – “far sollevare più di un sopracciglio”: e che mutatis mutandis il mio europeismo ha molti contatti con quelli, differenti, dei due personaggi ciati. Né intendo comprimere in un’affrettata paginetta conclusiva un discorso che più diffusamente ho portato avanti altrove nell’ultimo mezzo secolo (ebbene, sì!).
Comincerei allora da una ricetta pratica e certo imperfetta, quindi perfettibile: dal libretto di un politologo dell’Università dei Bordeaux che in Italia è stato diffuso da una piccola casa editrice e che quindi è ancor meno di un “libro di nicchia”. Alludo a Fondare lo stato europeo. Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana del bravissimo Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016). Intendiamoci: non intenderlo assumerlo come Bibbia, tantomeno come Vangelo: e in fondo nemmeno come Bignami. Ci sono diverse cose che non condivido in quelle pagine: ad esempio la globale valutazione sia storica sia politica del ruolo dell’Islam, molto più complesso e per troppi versi differente da com’egli lo presenta. Ci sono molte cose sulle quali sarei profondamente d’accordo, ma che restano suscettibili d’infinite precisazioni: quali, essenzialmente, il tema dei rapporti fra una possibile Europa futura e la Russia, al di sotto del quale pulsa e preme l’immenso Minotauro eurasiatico. Poi c’è il tema dello “shock sistemico”, intravisto qua e là in questi mesi di segregazione e di disorientamento. Dussouy lo ritiene sistematico e direi che lo auspichi; io per un verso lo temo eppure per altri lo auspicherei. Infine, last but not least (e una volta tanto non è un modo di dire) il tema dell’assetto istituzionale: e qui mi trovo, io che nei miei vent’anni ho aderito profondamente all’abbozzo di progetto (mai chiarito e precisato) di un’“Europa-Nazione” proposto da Jean Thiriart, dall’alto dei miei quasi ottanta di militanza europeistica e di vita personale e professionale da cittadino d’Europa, a dover dichiarare con notevole (non assoluta, né irreversibile) convinzione che un assetto – a dirla in termini molto schematici, quindi imprecisi – “confederale” alla svizzera sarebbe più adatto e realisticamente praticabile per l’“arcipelago Europa” di un assetto “federale” alla tedesca o alla statunitense: ma queste cose le lascio umilmente agli specialisti, agli esperti costituzionalisti e agli scienziati della politica.
Una Res Publica Europensis è comunque necessaria. Com’è necessario – gli esiti della crisi del Coronavirus lo dimostrano – un ritorno al primato della politica inteso come primato della ricerca del Bonum commune. Non ci serve il duplice lussuoso e costoso parlamento di Strasburgo-Bruxelles che decida sulla lunghezza della coda dei merluzzi pescabili e sul tasso di pasta di nocciole da legittimamente miscelare al cacao per ottenere un cioccolato DOC mentre, per le decisioni importanti, gli europarlamentari si affidano ai suggerimenti dei Chief Executive Officiers, vale a dire dei commessi viaggiatori delle lobbies multinazionali. Ci serve un’Europa sovranazionale libera dall’incubo tecnocratico, mondialista e turbofinanziario che gli attuali Padroni del Mondo hanno finora imposto. Un’Europa in grado di opporsi – anche se sarà un David contro un Golia – a quello ch’è stato definito “lo Stato Profondo” adeguatamente descritto nel bel libro che reca appunto questo titolo e che Germana Leoni von Dohnanyi ha pubblicato nel 2017 per l’editrice Imprimatur di Reggio Emilia.
Ricominciamo dunque la nostra fatica di Sisifo. Com’è stato detto e scritto, chi ha poco è gravato da troppi padroni, ma chi non ha nulla è perfettamente libero. Dice Nietzsche: “Ribellarsi: questa è la dignità dello schiavo”. Sarebbe bello inviare a tutti gli europarlamentari una copia di questa modesta missiva e chiedere il piccolo sforzo di un loro spassionato parere. Magari, cominciando da una microcircolazione artigianale di queste righe e mettendo insieme i nostri sforzi, potremmo farcela”.

QUALI STORIE PER IL XXI SECOLO? RISPOSTA A FRANCO CARDINI

L'”ipotesi dei Kurgan”

Commento, seppure in ritardo, il post del 9 giugno, di Franco Cardini (http://francocardini.it, che a sua volta rimanda a MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA? . ) dedicato alla questione “A che serve la storia?”- questione che, dal mio punto di vista (non di storico, ma di cittadino ed editore), costituisce un  necessario punto di partenza per ri-fondare una, oggi latitante, cultura europea-.

Per rispondere a quella domanda, occorre, a mio avviso, innanzitutto “porsi nella testa” dei fruitori della storia stessa,ma, prima ancora, definire quali siano i fruitori presi in considerazione per ciascun tipo di opera storica. Infatti, che la storia abbia mutato continuamente, nel tempo, il proprio angolo di visuale, deriva innanzitutto dal fatto ch’essa è stata scritta, di volta in volta, giustamente per rispondere alle esigenze di soggetti diversi: una dinastia, una casta sacerdotale, un’élite cittadina, un impero, una Chiesa, un regno, una nazione, una classe, un partito, una lobby. Oggi, il prof. Cardini  si riferisce alla costruzione di una “nuova società civile” internazionale. Ma siamo sicuri che anche oggi non sia più necessario che mai, se si vuole conseguire un qualche risultato concreto(storiografico e sociale), rivolgersi in modo differenziato almeno a due gruppi sociali distinti: da un lato, una ristretta élite colta, che è oggi più che mai “parte attiva” nella creazione di cultura, e, dall’ altra, un “ceto medio” (o meglio, ai diversi “ceti medi”, americano, europeo, medio-orientale, indiano, cinese), fruitore della cultura creata dall’ élite di cui sopra (quella che Cardini  chiama “onesta divulgazione”)? Il tipo di storia che si richiede ai due livelli è, infatti, a mio avviso, anch’esso differenziato. Credo infatti, in controtendenza rispetto alle retoriche dominanti che  la confusione fra cultura alta e cultura bassa, che si manifesta nella nuova categoria del “midbrow”, costituisca una delle ragioni fondamentali dell’inefficacia, a oggi, di qualunque forma di pensiero, perché nessuno viene posto, in tal modo, in grado  di esprimere ciò di cui sarebbe veramente capace.

Lingue e storie colte e popolari

1.Storia colta e storia popolare

Così come ci sono una lingua colta e una lingua popolare (cfr. “Es patrìda gaian”), ci sono  infatti a mio avviso una storia come scienza, destinata alle élites accademiche internazionali, e una storia come forma di educazione popolare e di formazione politica, che ha, invece, un carattere “locale” (oggi, sub-continentale). Un esempio di biforcazione fra storia elevata di carattere universale e storie locali può essere dato dalla distinzione fra la riflessione storico-teologica, di carattere universale, che ha caratterizzato tradizionalmente tutte le Chiese, e le grandi narrazioni “nazionali”, per definizione etnocentriche, tipiche delle scuole “nazionali”, soprattutto moderne.

A mio avviso, il carattere “locale” non può/deve oggi manifestarsi più a livello “nazionale”, bensì a quello delle “nazioni civiltà”(per dirla alla cinese), come gli USA,  l’India, la Cina e l’Europa. La frase “la Cina è uno Stato-civiltà” apre normalmente i libri di scuola nella Repubblica cinese.

Anche nel caso del nostro sub-continente, nonostante che, da parte di molti, si asserisca che un’identità europea non esiste, poi di fatto l’”establishment” europeo cerca incessantemente d’imporre, nel discorso pubblico, nei media e nelle scuole, una visione del mondo monolitica (il “patriottismo della costituzione”), ch’essa pretende essere universale, ma, invece, nei fatti, è solamente europea (o meglio, atlantica), e di cui poi, di nuovo contraddittoriamente, l’ establishment europeo si vanta come se fosse sua propria (i cosiddetti “nostri valori”). Un “pensiero unico” così contraddittorio che pretende di comprendere la critica dell’obiettivismo e l’esaltazione del metodo scientifico, la fine delle grandi narrazioni e la religione del progresso, la santificazione dell’Occidente e la pretesa multiculturale…A causa di queste sue contraddizioni, essa non è in grado di fungere, né da storia universale e scientifica, né da “grande narrazione” dell’Identità Europea. Uno dei principali obiettivi del dibattito sulla storia dev’essere appunto la negazione dell’idea che la storia di un subcontinente possa identificarsi con una sola narrazione esclusivistica.

Nel decidere sul modo di fare storia, si compie comunque, che lo si voglia o no, un’operazione eminentemente politica: un passo importante nella definizione della struttura di potere che si vorrebbe domini nella successiva fase storica, perché con essa innanzitutto si formano le élites, e, in secondo luogo, si influenzano i popoli. Oggi, nel 2019, le nuove élites mondiali, per potersi orientare nelle questioni radicali poste dalla prospettiva della “singularity”, perseguita dalle multinazionali dell’informatica, hanno bisogno di una nuova cultura (etica, teologica, filosofica, scientifica, politica, economica), molto ampia. Questo tipo di storia è chiamata a contribuire a rispondere a una precisa, impegnativa, domanda: come gestire il mondo globalizzato nella fase di transizione verso le macchine intelligenti? Essa non può pertanto essere scritta prescindendo da una domanda sul senso della tecnica nella vicenda dell’ Umanità. Inoltre, affinché ci possa essere un dibattito significativo nell’ ambito dei consessi a ciò delegati (come oggi è il G20), occorre che questa comprensione universale della storia da parte delle élites sia in grado di trasformarsi anche in un fattore politico, capace intanto d’influenzare le decisioni e degli orientamenti dei Governi che partecipano all’elaborazione dei progetti, e poi in generale la cultura dei partiti, delle Amministrazioni e delle diplomazie:  quella ristretta élite che, nonostante l’omologazione, la crisi economica, la dittatura delle macchine intelligenti e del pensiero unico, può ancora permettersi di affrontare questioni culturali complesse.

La “storia universale dovrebbe incorprare

anche tematiche “esotiche”

2.Orientamenti  fondamentali per una  “storia alta” universale.

Per ciò che riguarda la parte storica della “cultura alta” per il XXI secolo, occorrerebbe a mio avviso, seguire quattro direttive fondamentali:

a.Appoggiarsi su una base filosofica comparatistica. Infatti, come bene scriveva Rosemberg, lo sviluppo delle tecnologie ha sminuito la fiducia per la cosiddetta “teoria della mente”, secondo la quale possiamo ricostruire i fenomeni sociali partendo dalla supposizione di una “mente” comune fra gli uomini, ricalcata sulla conoscenza introspettiva della nostra stessa psiche. Occorre pertanto individuare, anche se in modo empirico, un metodo alternativo per fondare comunque un discorso, come per altro avevano saputo fare, seppure a sprazzi, le culture  alte dell’antichità (per esempio la Bibbia, i  Veda o Confucio) proprio grazie alla loro indeterminatezza (si pensi al biblico “anì eyè ashèr eyè”). Dunque, abbandonare, intanto, la finzione moderna delle “idee chiare e distinte”.

Proprio per il carattere episodico con cui ci si presentano le risposte delle filosofie “alte”, nessuna di esse può riempire da sola il vuoto di senso della post-modernità. Per questo occorre fare appello a tutte le grandi culture contemporaneamente.

Ciò è possibile perché anche e soprattutto i concetti occidentali che a noi appaiono “unici”, e, quindi, inaggirabili,  come quello di tempo lineare, di salvezza, di “rivoluzione”, di “età dell’oro”, di “élite”, di “moderazione”, di “democrazia”, di “diritti”, si possono comprendere veramente solo in un’ottica comparatistica. Ad esempio, la “storia lineare”, lungi dal costituire l’elemento di unicità dell’ “Occidente”,  è un semplice impoverimento dell’idea primordiale degli “Eoni”, impoverimento che, in un’ottica comparatistica, si può benissimo seguire nelle sue varie fasi: gl’infiniti “kalpas”degl’Indù, gli eoni finiti per gli zoroastriani, la duplice storia sacra del Talmud, l’unica Storia degli Occidentali. Per altro, come aveva accennato Toynbee, questa “Storia Lineare” occidentale non è incompatibile con la credenza nell’infinità di universi paralleli.

Anche la “salvezza” c’è in tutte le culture dell’ Epoca Assiale, dalla “moksa” indù all’immortalità taoista, al Salvatore mazdeo.  La “Rivoluzione” è la forma naturale di passaggio da una dinastia all’ altra nell’ Impero Cinese. L”Età dell’ Oro” è un concetto tipicamente vedico, e in Confucio si identifica con il buon governo dei Zhou Occidentali (il “Dadong”).

L’idea di “élite”, lungi dall’ essere un’invenzione di Moasca, Michels e Pareto, costituisce il nocciolo duro del confucianesimo, il quale contrappone il “gentlemamn” (junzi) all’uomo volgare (xiao ren).

Il “governo misto” esaltato da Aristotele, Cicerone, San Tommaso, Montesquieu,  Saint Simon,  la Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato è quello che in Cina si chiama “Società moderatamente prospera” e costituisce oggi l’obiettivo del programma del PCC.

Anche la “democrazia” c’è in tutte le culture, ma, per lo più, come concetto negativo. Essa equivale, nelle culture classiche occidentali, ma anche in altre, come quella egizia o persiana, a periodi storici ”di torbidi” (come quello di Clistene), che preludono all’intolleranza (il processo a Socrate), alla tirannide (come quella  di Pericle,”protos anèr”), oltre che a catastrofi come la spedizione in Sicilia e a crimini come la strage dei Meli. Nel Confucianesimo, essa s’identifica con le fasi rivoluzionarie, che scandiscono il passaggio da una dinastia all’ altra.

Per tutti i motivi che precedono, gli storici del futuro potranno  comprendere  pienamente il loro tempo solo grazie a una cultura decisamente comparatistica, fondata sulla filologia generale e comparata, sullo studio delle lingue classiche come il Greco e il Latino, l’ Arabo e il Persiano, ma anche l’ Egizio, l’ Accadico, il Sanscrito, il Persiano antico, medio e moderno, il Cinese e il Giapponese classici – e, in particolare, con una storia sincronica come quella proposta a suo tempo da Toynbee e da Eisenstadt.

b.Per comprendere la continuità e contiguità delle diverse memorie culturali, un valore fondamentale assume l’”Epoca Assiale” (Jaspers, Eisenstadt, Kojève) , che ci permette di vedere i tratti comuni a tutte le grandi civiltà “storiche”. Ciò che viene chiamato tradizionalmente “tradizione” è racchiuso in questo patrimonio comune dell’ “Achsenzeit” (cfr. l’omonima, recente, opera di Jan Assmann).

c.Utilizzare non solo concetti storico-filosofici occidentali, come “religione” o “progresso”, ”Oriente” o “Occidente”, ma anche concetti propri di altri ambiti e fasi culturali, come “kalpas”, “bu”, “bun”,“dao”, “jiao”, “Tian Xia”, “Da Qin”….. Tra l’altro, non è vero che la storia sia necessariamente etnocentrica, perché gli storici eurasiatisti, come  Murakami, Mackinder, Gumiliov, e, oggi, anche Frankopan, sono riusciti a intravvedere un filo conduttore della storia dell’ intera Eurasia, ricondotto sulla funzione unificatrice dei popoli delle steppe (“kiba minzoku”), che sono promiscuamente indo-arii (indiani, persiani, greci, italici, celti, germani, baltici  e slavi),  Uralo-altaici (unni, turchi, tartari, mongoli….), semiti (amorrei, ebrei, arabi, caraiti).

In questo modo, si potrebbero finalmente esaminare in modo scientifico i nessi fra progressismo e apocalittica persiana; le evoluzioni delle idee centrali del Cristianesimo fra l’Impero Romano, le eresie e le religioni politiche attuali; il sorgere, tardivo, contrastato e contraddittorio, dell’ossimoro “liberalismo e democrazia”….

e.Inserire trasversalmente, in qualunque opera di carattere storico, anche i corrispondenti  aspetti di storia delle  tecnologie dell’informazione, della registrazione, della comunicazione, dell’organizzazione, della manipolazione biologica e psicologica, dall’arte della guerra, fino dalle antiche monarchie  sacrali e dalle antiche vie commerciali internazionali   (ad esempio, la storia delle lingue,  della scrittura, degli archivi, delle forme letterarie, del diritto, dell’ economia, della scuola, dei riti, degli eserciti);

f)considerare la “storia alta” come eminentemente “revisionistica” -cioè  libera dai tabù religiosi, moralistici, accademici e politici (la pretesa “tolleranza” naturale fra le religioni; l’obbligo della “condanna” delle brutture del passato; il rispetto  per i “mostri sacri” e dei “verdetti del tribunale della storia”…).

 

Gli  antichi popoli “tribali” e “federali” d’Europa

3.La storia popolare europea

Nel caso dell’Europa, la storia “divulgativa” dovrebbe fornire le competenze minime per poter essere cittadini europei. Purtroppo, anche in questo campo c’è una totale carenza, da un lato per una serie di scelte politiche sbagliate, ma, dall’ altro, per un’obiettiva difficoltà d’insegnare la storia a un popolo (o a un fascio di popoli), quando non la si è capita neppure noi. Basti dire che tutti gli Europei (anche colti) sanno pochissimo della storia europea (cosa sono Çatal Hüjük, Lepenski Vir, i Kurgan, il Regnum Bospori, i Khazari, la Rzeczpospolita, il cosmismo, i “Fratelli della Foresta”, il “funzionalismo”,….?). Eppure, tutti questi fenomeni hanno influenzato profondamente l’arrivo dell’ agricoltura, l’avvento delle aristocrazie, il rapporto fra Oriente e Occidente, l’identità europea, la post-modernità, l’”Europa di Visegràd”, l’integrazione europea in generale…

Quindi:

  1. a) innanzitutto, nessuna paura di cadere nel “nozionismo”. Un po’ di nozioni sull’ Europa ci vuole.Basta con i miti trasferiti pedissequamente dalla contro-riforma Bottai, al sessantottismo, alle recenti “riforme ministeriali”(cfr. Galli della Loggia, “L’aula vuota”). Pensiamo che in Cina e in Giappone gli allievi dedicano tre anni praticamente solo a apprendere i “caratteri cinesi”, ma, poi, il loro rendimento scolastico e lavorativo, anche in materie come la matematica e le scienze, risulta nettamente superiore a quello di giovani Occidentali.

      b)non credo che la storia europea, anche quella popolare       debba      essere scritta e insegnata con lo stesso spirito settario (la “Bible du Peuple”di Michelet) con cui era stata scritta (e ancora viene scritta) la storia italiana, prima concentrata su una mitologia ghibellina, sabauda e anticlericale, poi rivisitata in chiave nazional-fascista, e, infine, divenuta tutta un preteso precorrimento dell’alleanza antifascista. Se non altro perché l’Europa è molto più grande e più varia dell’Italia, la storia dell’Europa, anche quella popolare e divulgativa, dovrà tener conto almeno delle storie atlantica, euro-orientale, medio-orientale ed asiatica, dei politeismi, delle tradizioni monoteistiche, della modernità ma anche della pre-modernità e della post-modernità.

Riassumendo:

Vi è un’impressionante continuità di concetti nella storia e nella cultura politica di tutti i Paesi del Mondo, che dev’essere sfruttata oggi per avere un punto di appoggio nell’affrontare una situazione imprevista, in cui sono venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Tra l’altro, è falso che la nuova società delle macchine intelligenti con cui ci stiamo confrontando sia un prodotto esclusivo dell’Occidente. L’ossessione per gli automi era condivisa dalla Cina imperiale, dall’ Oriente ellenistico e dalla Qabbalah ebraica. Le ricerche sui computer sono partite contemporaneamente in Europa, in America, in Cina e in Israele; molte idee sui robot sono di origine shintoista o ebraica; oggi, i computer più potenti, e in particolare quelli quantici, sono cinesi…Ma già la post-modernità traeva le sue radici da fenomeni premoderni e trasversali, come la storia sacra, la “comunità dei credenti,” le comunità di lavoro di carattere comunitario e corporativo, l’ermeneutica sacra…

In particolare,  gli studiosi di storia (ma anche quelli di filologia, filosofia, letteratura, arti, scienze umane), hanno una responsabilità e un ruolo enormi nel gettare le basi teoriche per affrontare gli spinosi, e oramai improrogabili, temi del controllo culturale sulla rivoluzione digitale e del coronamento, nell’autonomia culturale, politica e militare, dell’integrazione dell’Europa.