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INTERESSE NAZIONALE, EUROPEO E DELL’UMANITA’ NELLA NUOVA PESC

 

                Palazzo Sponza a Dubrovnik

Sergio Fabbrini, rispondendo, il 26 gennaio, su “Il Sole 24 Ore”,a Galli della Loggia, ha sottolineato che, di fronte a velleitarie tentazioni micronazionalistiche, quali quelle di cui si è fatto portatore il professore sul Corriere della Sera del 22, occorrerebbe invece rilanciare una Politica Estera e di Difesa europea che tenga conto della posizione e del ruolo dell’Italia. A mio avviso, ciò si potrà fare solo tenendo presente l’imprescindibile corrispondenza biunivoca fra politica internazionale e politica tecnologica dell’Europa, nel quadro della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

1.L’”outing” anti-europeo di Galli della Loggia

Cresce il numero dei “sovranisti” che negano l’utilità di una politica estera e di difesa dell’Europa, che altro non sarebbe, per costoro, che l’ennesima riaffermazione di un’egemonia franco-tedesca, a discapito di tutti gli altri Paesi d’ Europa. Quest’ideologia, diffusa da parecchi decenni negli ambienti euro-scettici, era nata sotto influenza americana, nel momento in cui, con l’allargamento della UE, era sorta la preoccupazione che un’Europa più forte potesse condurre una politica più indipendente da Washington, e, di conseguenza, indebolire il complesso politico-culturale occidentale. Non per nulla essa viene oggi ripetuta negli ambienti vicini a Bannon.Anche Galli della Loggia sostiene, in sostanza, la vecchia tesi che l’Italia, per difendere un non meglio definito “interesse nazionale”, dovrebbe diventare il cavallo di Troia nell’ Unione Europea degli USA contro Francia e Germania. Un’operazione certo non estranea alla visita a Roma di Bannon e ai finanziamenti americani appostati nel bilancio di Fratelli d’ Italia.

Che un’egemonia franco-tedesca esista, e sia, molto probabilmente, obsoleta, non lo si può negare. Essa aveva per altro radici nobilissime, che affondano nell’antico ruolo carolingio dei “Franchi”, intesi  come sinonimo (per esempio in Arabo) di “Europei” (al Franjiyyun), ed eredi dei Romani -nel Serment de Strasbourg, nel Trattato di Verdun, nei Gesta Dei per Francos,  e, più recentemente, in quelli dell’ Eliseo e di Aquisgrana-, oltre che in Fichte e in Herder. Per altro, con l’allargamento della UE e con le Nuove Vie della Seta, il mito dell’Europa Carolingia appare sempre più come una provinciale forma di “arroganza romano-germanica”, come la chiamava il Principe Trubeckoj. Tuttavia, il suo messaggio subliminale, che poteremmo definire come “gollista”, può applicarsi più che mai nell’attuale quadro europeo allargato.

Oggi, la posizione contraria all’ Europa Carolingia è stata dunque ripresa da Ernesto Galli della Loggia, il quale scrive di “un’opinione pubblica disabituata da sempre a pensare la realtà vera dei rapporti internazionali, quindi oscillante di continuo tra faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista. Dopo la fine della guerra fredda e il conseguente venir meno dell’importanza che la Penisola aveva avuto per mezzo secolo in quanto frontiera dell’Occidente con il blocco sovietico (da cui l’obbligatorio legame di stretta alleanza con gli Stati Uniti), non siamo stati capaci d’immaginarci alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione nostri”.

Peccato che, poche righe dopo, lo stesso Galli della Loggia fornisca uno schiacciante esempio di questa incapacità, che invece apparentemente tenta di scongiurare: “In particolare non abbiamo capito che il progressivo concentrarsi del potere dell’Unione Europea nelle mani di Germania e Francia ci stava inevitabilmente sbarrando la strada verso i due teatri tradizionali della nostra politica estera. Cioè verso i Balcani – dove infatti ben presto l’influenza economico-politica e culturale tedesca si sarebbe dimostrata imbattibile – e verso l’Africa – dove fin dai tempi dell’Eni di Mattei la Francia era impegnata a contenderci lo spazio e a insidiare quello che avevamo già ottenuto (per esempio in Libia). E però, invece di cercare di contrastare questa deriva diciamo così oggettivamente antitaliana dell’Unione a trazione franco-tedesca (in realtà con Berlino vera padrona e Parigi sua vassalla) – magari cercando di costituire un fronte mediterraneo con Spagna e Grecia eventualmente appoggiato da una Gran Bretagna memore dei suoi trascorsi in quel mare – abbiamo fatto di tutto – in omaggio al nostro cieco supereuropeismo e anche perché gravati dalle condizioni paralizzanti dei conti pubblici – per restare agganciati comunque al duo Parigi-Berlino. Con il bel risultato che oggi vediamo in Libia e altrove”.

 

Che l’Italia debba concentrarsi su Mediterraneo e Balcani è un ritornello che ci sentiamo ripetere da tempo. Esso si basa su una visione razzistica dei popoli occidentali che debbono dominare e istruire i “popoli inferiori”, est-europei e afro-asiatici, e aveva trovato una continuità nelle raccomandazioni fatte alla FIAT dai servizi segreti americani, di concentrarsi, dopo la IIa guerra mondiale, nella “fabbricazione di automobili a basso prezzo destinate ai popoli balcanici e nordafricani”.

 

2.Una nuova missione universale dell’Europa

Il discorso su una “missione” dei popoli, se sfrondato dagli aspetti propagandistici, integralistici ed autocelebrativi, ha ancora un significato. Questo elemento progettuale è, infatti, quello che tiene uniti i popoli e gli Stati. Ma, nel 2020, gl’Italiani possano avere una qualsivoglia “missione”, o degli “interessi nazionali” in quei due territori, effimeramente conquistati per pochi anni durante la IIa Guerra Mondiale, è semplicemente insensato. Nei Balcani ci sono Grecia, Croazia e Bulgaria, che sono membre, come noi, dell’Unione Europea, e la Turchia, che è più forte di noi sotto tutti i punti di vista, ed è comunque un Paese associato e un membro della NATO. Tra l’altro, la Turchia è stata in grado di fabbricare un’auto elettrica completamente autarchica mentre noi abbiamo appena chiuso l’impianto (francese) di Bluecar a Ivrea e stiamo ancora balbettando di assemblare batterie (dopo avere venduto la Marelli ai Giapponesi).

La Croazia presiede quest’anno l’Unione e la Conferenza sul Futuro dell’Europa, insieme ad altri commissari slavi. Nel Mediterraneo, ci sono delle altre potenze non indifferenti, come l’Egitto e Israele, e vi si stanno affacciando prepotentemente la Russia, l’ Iran e le monarchie del Golfo. Che cosa vogliamo fare: andare nuovamente a governare quei Paesi? Affrontare i loro eserciti? A me sembra che siano piuttosto quei Paesi ad avere oggi un ruolo propositivo ed attivo nella politica internazionale, tale da influenzare l’Italia e l’intera Unione Europea, divenuti soggetti passivi della storia.

D’altronde, quando, proprio sulla Libia, abbiamo accettato le sirene di quel mondo anglosassone verso cui spinge Galli della Loggia, abbiamo combinato il più incredibile pasticcio mai visto in politica internazionale: regalare agli alleati un’egemonia sul Paese, appena pesantemente pagata a Gheddafi; violato vergognosamente un patto di non aggressione appena sottoscritto; partecipato al linciaggio del capo di Stato con cui avevamo appena firmato un trattato di riappacificazione-un crimine di guerra contro cui non si è levato nessun difensore dei diritti umani-; infine, scatenato la guerra civile libica e quell’incredibile fenomeno che è la corsa dei migranti verso i campi di concentramento libici e i barconi della morte. Per poi passare il tempo a strapparci le vesti per l’inspiegabile flusso di migranti.

Qui, più ancora che altrove  altrove, la visione ottocentesca della missione degli Stati Europei si rivela totalmente obsoleta, perché quelle “missioni” si riducevano a collaborare all’ implementazione di una Teoria dello Sviluppo totalmente irrealistica, che in realtà, ci ha portato fin sulle soglie della “Fine della Storia”(dove ormai ”la nostra casa brucia”) e, comunque, all’irrilevanza dell’ Europa e al suo appiattimento sugli Stati Uniti (la “Dialettica dell’ Illuminismo”). La vera missione che resta, all’ Italia e all’Europa (e, se vogliamo, anche al Mediterraneo), è veramente globale e universale: quella del contrasto “à tous les azimuth” alla Società delle Macchine Intelligenti, secondo le idee espresse, per esempio, del filosofo e politico tedesco Nida-Ruemelin. Di questa missione, il “Green New Deal” deve  costituire solo uno dei componenti, e neanche il più essenziale, perché, come affermato nell’ enciclica “Laudato sì”, un ambientalismo puramente tecnicistico e “quantitativo” costituirebbe solo un’operazione di marketing per l’industria verde e per la Società dell’ 1%, e, aggiungiamo noi, una cura omeopatica, volta a fare sopravvivere l’attuale  barcollante tecnocrazia fino alla vittoria del  post-umanismo.

In sostanza, dell’eredità romantica, è il momento di abbandonare  le posizioni di Fichte e Herder (missione delle nazioni) e Fiodorov (salvezza dell’ uomo attraverso la scienza), per adottare quelle, critiche della Modernità, di Kierkegaard, di Baudelaire, di Carlyle….

Questa nuova missione dell’Europa (e delle sue Nazioni e Regioni), si sposa, com’è normale che sia, con l’interesse “particulare” dell’Italia e dell’Europa, perché da sempre chi si pone come promotore di un interesse collettivo se ne ripropone un ruolo di leadership, che si spera anche adeguatamente compensato. Orbene, l’”interesse” dell’Italia e dell’ Europa è, da sempre, prima di tutto culturale e teologico:il ritorno alla  la “paideia” classica; all’”askesis” cristiana; all’Umanesimo italiano…: valori nella cui realizzazione noi eccelliamo. Sullo sfondo, si delinea un’alleanza fra le antiche civiltà “assiali”(mediterranea, indica, sinica….precolombiana?), sotto l’egida della “Nuova Via della Seta”. Un mondo tecnologico, ma dominato dalla cultura, graviterebbe innanzitutto su Roma, Firenze, Venezia, ma poi anche Atene, Parigi, Berlino, San Pietroburgo, Gerusalemme, Istanbul, e, infine, Hanzhou e Xi’an.

Nei fatti, quell’unione geopolitica e militare degli Europei, che non si era mai potuta realizzare con la forza, sarà fatta ben presto dalla cultura e dalla politica sotto l’urgenza dello stato di necessità, quando la crescente irrilevanza dell’Europa come continente ci avrà portati a un trend costantemente negativo nel PIL, alla perdita delle libertà collettiva e individuali, e sulla soglia della sparizione, sotto l’influenza della crisi economica e della disoccupazione digitale. Quando ci accorgeremo di essere oramai tutti taglieggiati, disoccupati, spiati e ricattati, e la guerriglia si sposterà dal Medio Oriente in Europa, allora capiremo che dobbiamo difenderci, e invocheremo finalmente un Esercito Europeo che lo faccia nel nome dell’Identità Europea. Speriamo che non sia troppo tardi.

  1. L’esercito europeo contro l’“Impero dei Robot”

Fabbrini, rispondendo a Galli della Loggia e tentando -finalmente- di spiegare che viviamo in una siffatta situazione pre-bellica, cita Colby e Mitchell di Foreign Affairs, che scrivono che ”con Trump gli USA hanno finalmente capito di essere entrati in una nuova epoca storica , quella della competizione tra le Grandi Potenze (nel loro caso, con la Cina in particolare). In questa epoca contano i rapporti di forza tra quelle potenze (che possono rendere necessari conflitti militari improvvisi oppure guerre prolungate), non già il rispetto di convenzioni multilaterali.”

Dobbiamo capirlo anche noi Europei.

Tra l’altro, poi, questo trend tende ad acuirsi ulteriormente, giacché il concentrarsi dei processi decisionali nell’ “Hair Trigger Alert”, nei social networks e nei programmi predittivi, nelle imprese digitali e nella cybersecurity, comporterà una continua riduzione a livello mondiale del numero dei centri direzionali, che tenderanno sempre più a unificarsi e a spersonalizzarsi, fino a che, con la guerra totale e con la migrazione verso lo Spazio, sopravviveranno solo più gli “agenti autonomi”(leggi automi), che tenderanno a sostituirsi, non solo all’ Uomo, ma perfino alla Natura. Questo è il programma da sempre ufficialmente sostenuto da Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google. E, come scrive sul suo blog  Logan Streondj , il numero di robot supererà quello degli umani in un lasso di tempo che va dai  24 ai  39 anni, il che implicherà un conflitto fra le due categorie di esseri.

Un ”umanesimo digitale”, quale  sostenuto, per esempio, da Nida-Ruemelin, potrebbe ovviare a questa tendenza, non già arrestarla. Occorrerebbe invece una pratica filosofica e pedagogica olistica, capace di forgiare un’Umanità “Enhanced”, atta a dominare con lo spirito le macchine intelligenti. Nell’ambito di questo dominio si dovranno ovviamente concepire nuove forme di partecipazione umana, compatibili, in una prima fase, con la situazione altamente conflittuale che si sta preparando, e, in una seconda, con la liberazione di enormi energie sociali non più disciplinate dalle esigenze della produzione e dalle Grandi Narrazioni ad essa collegate. In questo senso dovrebbe esplicarsi la pretesa (fino ad oggi abusiva) dell’Europa, di costituire “un punto di riferimento per il mondo intero”(che anima l’ideologia dell’ Unione Europea ed è stata citata dal Papa nei suoi discorsi a Strasburgo).

In questo contesto, poi, l’Italia, che (contrariamente alla Savoia e al Regno di Sardegna) non è mai stata particolarmente efficiente come “macchina da guerra” (pensiamo a Lissa, a Caporetto, alle campagne di Grecia o di Russia), in un gioco di giganti digitali sarebbe semplicemente spazzata via. Per questo essa ha bisogno, più di molti altri Stati, di uno scudo europeo. Tale non è, come dimostrato nel precedente post, quello americano, data la completa obsolescenza tecnica dell’art. 5 del Trattato Atlantico. Ci dovrebbe essere una qualche forma di ripartizione di compiti, a cui l’Italia potrebbe contribuire con le proprie competenze di politica culturale e di tecnologie spaziali e navali, mentre altri dovrebbero mettere quelle digitali, di intelligence, strategiche…

Fabbrini suggerisce a questo punto, molto opportunamente, che l’Italia avanzi “una proposta di politica estera e militare sovranazionale, distinta da quella nazionale, che va preservata e razionalizzata”. Proposta molto appropriata, tenendo conto che l’Italia (come la maggior parte degli Stati membri) non si occupa attualmente di intelligence internazionale, di armi nucleari e spaziali, di gestione del web, di missili ipersonici militari, di regolamentazione internazionale del web, di corpi di pronto intervento internazionale, di guerra elettronica ed economica, di diplomazia culturale, e che, quindi, tutti questi compiti nuovi, che sono i più urgenti, non richiederebbero, da parte sua, nessuna “cessione di sovranità”, bensì la creazione “ex nihilo” di una Nuova Sovranità Europea.

Tuttavia, questa proposta finirebbe per cadere nel dimenticatoio, in quanto inutile,  come tutte le altre che l’hanno preceduta se:

a)non fosse inserita nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa che sta per cominciare;

b)continuasse ad essere concepita come un succedaneo della CED, cioè come un raggruppamento di divisioni di fanteria europee sotto l’egida dell’esercito tecnologico americano, e finalizzato a puntellare qua e là la strategia di controllo del mondo da parte dell’ Apparato Informatico-Militare occidentale.

Per poter esistere, una vera Politica Estera e di Difesa dell’Europa dovrà costituire invece una forza nuova e originale del XXI° Secolo, e ciò non potrà avvenire se non al servizio dell’Umanesimo Digitale, non già a favore della diffusione universale dello “Sviluppo” tecnocratico. Si tratterebbe di un’inversione di rotta di 180° : le “minacce strategiche” ch’esso sarebbe chiamato a fronteggiare non sarebbero più, né quelle delle grandi potenze eurasiatiche, né quella del terrorismo internazionale, bensì quella della Società del Controllo Totale (il “Robottu Okoku”, l’ “Impero dei Robot” dei manga giapponesi, quello contro cui si scagliano da sempre i Supereroi delle fanzine):una società  che dovrà essere analizzata, regolamentata, controllata, smantellata e sostituita con un nuovo sistema mondiale di interfacciamento uomo-macchina, di cui l’Europa potrà mettersi a capo se disporrà anch’essa di un suo presentabile esercito tecnologico, da spendere al tavolo delle trattative internazionali. Tra l’altro, nessuna politica globale (a cominciare, come non si stanca di ripetere Rifkin, da quella ambientale) è possibile senza il completo dominio sulle tecnologie digitali, che l’ Europa dovrà procurarsi subito a qualunque costo.

Questa, del controllo internazionale sulle nuove tecnologie, non è certo una trattativa semplice (come hanno dimostrato ancora il Cop25), al punto che prima o poi sarà necessario un momento di discontinuità. Nessun imperativo eroico poterebbe essere condiviso più di questo da una generazione, come quella degli Anni ‘70 e ‘80, che è stata svezzata con i film di Mazinga.

QUALI STORIE PER IL XXI SECOLO? RISPOSTA A FRANCO CARDINI

L'”ipotesi dei Kurgan”

Commento, seppure in ritardo, il post del 9 giugno, di Franco Cardini (http://francocardini.it, che a sua volta rimanda a MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA? . ) dedicato alla questione “A che serve la storia?”- questione che, dal mio punto di vista (non di storico, ma di cittadino ed editore), costituisce un  necessario punto di partenza per ri-fondare una, oggi latitante, cultura europea-.

Per rispondere a quella domanda, occorre, a mio avviso, innanzitutto “porsi nella testa” dei fruitori della storia stessa,ma, prima ancora, definire quali siano i fruitori presi in considerazione per ciascun tipo di opera storica. Infatti, che la storia abbia mutato continuamente, nel tempo, il proprio angolo di visuale, deriva innanzitutto dal fatto ch’essa è stata scritta, di volta in volta, giustamente per rispondere alle esigenze di soggetti diversi: una dinastia, una casta sacerdotale, un’élite cittadina, un impero, una Chiesa, un regno, una nazione, una classe, un partito, una lobby. Oggi, il prof. Cardini  si riferisce alla costruzione di una “nuova società civile” internazionale. Ma siamo sicuri che anche oggi non sia più necessario che mai, se si vuole conseguire un qualche risultato concreto(storiografico e sociale), rivolgersi in modo differenziato almeno a due gruppi sociali distinti: da un lato, una ristretta élite colta, che è oggi più che mai “parte attiva” nella creazione di cultura, e, dall’ altra, un “ceto medio” (o meglio, ai diversi “ceti medi”, americano, europeo, medio-orientale, indiano, cinese), fruitore della cultura creata dall’ élite di cui sopra (quella che Cardini  chiama “onesta divulgazione”)? Il tipo di storia che si richiede ai due livelli è, infatti, a mio avviso, anch’esso differenziato. Credo infatti, in controtendenza rispetto alle retoriche dominanti che  la confusione fra cultura alta e cultura bassa, che si manifesta nella nuova categoria del “midbrow”, costituisca una delle ragioni fondamentali dell’inefficacia, a oggi, di qualunque forma di pensiero, perché nessuno viene posto, in tal modo, in grado  di esprimere ciò di cui sarebbe veramente capace.

Lingue e storie colte e popolari

1.Storia colta e storia popolare

Così come ci sono una lingua colta e una lingua popolare (cfr. “Es patrìda gaian”), ci sono  infatti a mio avviso una storia come scienza, destinata alle élites accademiche internazionali, e una storia come forma di educazione popolare e di formazione politica, che ha, invece, un carattere “locale” (oggi, sub-continentale). Un esempio di biforcazione fra storia elevata di carattere universale e storie locali può essere dato dalla distinzione fra la riflessione storico-teologica, di carattere universale, che ha caratterizzato tradizionalmente tutte le Chiese, e le grandi narrazioni “nazionali”, per definizione etnocentriche, tipiche delle scuole “nazionali”, soprattutto moderne.

A mio avviso, il carattere “locale” non può/deve oggi manifestarsi più a livello “nazionale”, bensì a quello delle “nazioni civiltà”(per dirla alla cinese), come gli USA,  l’India, la Cina e l’Europa. La frase “la Cina è uno Stato-civiltà” apre normalmente i libri di scuola nella Repubblica cinese.

Anche nel caso del nostro sub-continente, nonostante che, da parte di molti, si asserisca che un’identità europea non esiste, poi di fatto l’”establishment” europeo cerca incessantemente d’imporre, nel discorso pubblico, nei media e nelle scuole, una visione del mondo monolitica (il “patriottismo della costituzione”), ch’essa pretende essere universale, ma, invece, nei fatti, è solamente europea (o meglio, atlantica), e di cui poi, di nuovo contraddittoriamente, l’ establishment europeo si vanta come se fosse sua propria (i cosiddetti “nostri valori”). Un “pensiero unico” così contraddittorio che pretende di comprendere la critica dell’obiettivismo e l’esaltazione del metodo scientifico, la fine delle grandi narrazioni e la religione del progresso, la santificazione dell’Occidente e la pretesa multiculturale…A causa di queste sue contraddizioni, essa non è in grado di fungere, né da storia universale e scientifica, né da “grande narrazione” dell’Identità Europea. Uno dei principali obiettivi del dibattito sulla storia dev’essere appunto la negazione dell’idea che la storia di un subcontinente possa identificarsi con una sola narrazione esclusivistica.

Nel decidere sul modo di fare storia, si compie comunque, che lo si voglia o no, un’operazione eminentemente politica: un passo importante nella definizione della struttura di potere che si vorrebbe domini nella successiva fase storica, perché con essa innanzitutto si formano le élites, e, in secondo luogo, si influenzano i popoli. Oggi, nel 2019, le nuove élites mondiali, per potersi orientare nelle questioni radicali poste dalla prospettiva della “singularity”, perseguita dalle multinazionali dell’informatica, hanno bisogno di una nuova cultura (etica, teologica, filosofica, scientifica, politica, economica), molto ampia. Questo tipo di storia è chiamata a contribuire a rispondere a una precisa, impegnativa, domanda: come gestire il mondo globalizzato nella fase di transizione verso le macchine intelligenti? Essa non può pertanto essere scritta prescindendo da una domanda sul senso della tecnica nella vicenda dell’ Umanità. Inoltre, affinché ci possa essere un dibattito significativo nell’ ambito dei consessi a ciò delegati (come oggi è il G20), occorre che questa comprensione universale della storia da parte delle élites sia in grado di trasformarsi anche in un fattore politico, capace intanto d’influenzare le decisioni e degli orientamenti dei Governi che partecipano all’elaborazione dei progetti, e poi in generale la cultura dei partiti, delle Amministrazioni e delle diplomazie:  quella ristretta élite che, nonostante l’omologazione, la crisi economica, la dittatura delle macchine intelligenti e del pensiero unico, può ancora permettersi di affrontare questioni culturali complesse.

La “storia universale dovrebbe incorprare

anche tematiche “esotiche”

2.Orientamenti  fondamentali per una  “storia alta” universale.

Per ciò che riguarda la parte storica della “cultura alta” per il XXI secolo, occorrerebbe a mio avviso, seguire quattro direttive fondamentali:

a.Appoggiarsi su una base filosofica comparatistica. Infatti, come bene scriveva Rosemberg, lo sviluppo delle tecnologie ha sminuito la fiducia per la cosiddetta “teoria della mente”, secondo la quale possiamo ricostruire i fenomeni sociali partendo dalla supposizione di una “mente” comune fra gli uomini, ricalcata sulla conoscenza introspettiva della nostra stessa psiche. Occorre pertanto individuare, anche se in modo empirico, un metodo alternativo per fondare comunque un discorso, come per altro avevano saputo fare, seppure a sprazzi, le culture  alte dell’antichità (per esempio la Bibbia, i  Veda o Confucio) proprio grazie alla loro indeterminatezza (si pensi al biblico “anì eyè ashèr eyè”). Dunque, abbandonare, intanto, la finzione moderna delle “idee chiare e distinte”.

Proprio per il carattere episodico con cui ci si presentano le risposte delle filosofie “alte”, nessuna di esse può riempire da sola il vuoto di senso della post-modernità. Per questo occorre fare appello a tutte le grandi culture contemporaneamente.

Ciò è possibile perché anche e soprattutto i concetti occidentali che a noi appaiono “unici”, e, quindi, inaggirabili,  come quello di tempo lineare, di salvezza, di “rivoluzione”, di “età dell’oro”, di “élite”, di “moderazione”, di “democrazia”, di “diritti”, si possono comprendere veramente solo in un’ottica comparatistica. Ad esempio, la “storia lineare”, lungi dal costituire l’elemento di unicità dell’ “Occidente”,  è un semplice impoverimento dell’idea primordiale degli “Eoni”, impoverimento che, in un’ottica comparatistica, si può benissimo seguire nelle sue varie fasi: gl’infiniti “kalpas”degl’Indù, gli eoni finiti per gli zoroastriani, la duplice storia sacra del Talmud, l’unica Storia degli Occidentali. Per altro, come aveva accennato Toynbee, questa “Storia Lineare” occidentale non è incompatibile con la credenza nell’infinità di universi paralleli.

Anche la “salvezza” c’è in tutte le culture dell’ Epoca Assiale, dalla “moksa” indù all’immortalità taoista, al Salvatore mazdeo.  La “Rivoluzione” è la forma naturale di passaggio da una dinastia all’ altra nell’ Impero Cinese. L”Età dell’ Oro” è un concetto tipicamente vedico, e in Confucio si identifica con il buon governo dei Zhou Occidentali (il “Dadong”).

L’idea di “élite”, lungi dall’ essere un’invenzione di Moasca, Michels e Pareto, costituisce il nocciolo duro del confucianesimo, il quale contrappone il “gentlemamn” (junzi) all’uomo volgare (xiao ren).

Il “governo misto” esaltato da Aristotele, Cicerone, San Tommaso, Montesquieu,  Saint Simon,  la Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato è quello che in Cina si chiama “Società moderatamente prospera” e costituisce oggi l’obiettivo del programma del PCC.

Anche la “democrazia” c’è in tutte le culture, ma, per lo più, come concetto negativo. Essa equivale, nelle culture classiche occidentali, ma anche in altre, come quella egizia o persiana, a periodi storici ”di torbidi” (come quello di Clistene), che preludono all’intolleranza (il processo a Socrate), alla tirannide (come quella  di Pericle,”protos anèr”), oltre che a catastrofi come la spedizione in Sicilia e a crimini come la strage dei Meli. Nel Confucianesimo, essa s’identifica con le fasi rivoluzionarie, che scandiscono il passaggio da una dinastia all’ altra.

Per tutti i motivi che precedono, gli storici del futuro potranno  comprendere  pienamente il loro tempo solo grazie a una cultura decisamente comparatistica, fondata sulla filologia generale e comparata, sullo studio delle lingue classiche come il Greco e il Latino, l’ Arabo e il Persiano, ma anche l’ Egizio, l’ Accadico, il Sanscrito, il Persiano antico, medio e moderno, il Cinese e il Giapponese classici – e, in particolare, con una storia sincronica come quella proposta a suo tempo da Toynbee e da Eisenstadt.

b.Per comprendere la continuità e contiguità delle diverse memorie culturali, un valore fondamentale assume l’”Epoca Assiale” (Jaspers, Eisenstadt, Kojève) , che ci permette di vedere i tratti comuni a tutte le grandi civiltà “storiche”. Ciò che viene chiamato tradizionalmente “tradizione” è racchiuso in questo patrimonio comune dell’ “Achsenzeit” (cfr. l’omonima, recente, opera di Jan Assmann).

c.Utilizzare non solo concetti storico-filosofici occidentali, come “religione” o “progresso”, ”Oriente” o “Occidente”, ma anche concetti propri di altri ambiti e fasi culturali, come “kalpas”, “bu”, “bun”,“dao”, “jiao”, “Tian Xia”, “Da Qin”….. Tra l’altro, non è vero che la storia sia necessariamente etnocentrica, perché gli storici eurasiatisti, come  Murakami, Mackinder, Gumiliov, e, oggi, anche Frankopan, sono riusciti a intravvedere un filo conduttore della storia dell’ intera Eurasia, ricondotto sulla funzione unificatrice dei popoli delle steppe (“kiba minzoku”), che sono promiscuamente indo-arii (indiani, persiani, greci, italici, celti, germani, baltici  e slavi),  Uralo-altaici (unni, turchi, tartari, mongoli….), semiti (amorrei, ebrei, arabi, caraiti).

In questo modo, si potrebbero finalmente esaminare in modo scientifico i nessi fra progressismo e apocalittica persiana; le evoluzioni delle idee centrali del Cristianesimo fra l’Impero Romano, le eresie e le religioni politiche attuali; il sorgere, tardivo, contrastato e contraddittorio, dell’ossimoro “liberalismo e democrazia”….

e.Inserire trasversalmente, in qualunque opera di carattere storico, anche i corrispondenti  aspetti di storia delle  tecnologie dell’informazione, della registrazione, della comunicazione, dell’organizzazione, della manipolazione biologica e psicologica, dall’arte della guerra, fino dalle antiche monarchie  sacrali e dalle antiche vie commerciali internazionali   (ad esempio, la storia delle lingue,  della scrittura, degli archivi, delle forme letterarie, del diritto, dell’ economia, della scuola, dei riti, degli eserciti);

f)considerare la “storia alta” come eminentemente “revisionistica” -cioè  libera dai tabù religiosi, moralistici, accademici e politici (la pretesa “tolleranza” naturale fra le religioni; l’obbligo della “condanna” delle brutture del passato; il rispetto  per i “mostri sacri” e dei “verdetti del tribunale della storia”…).

 

Gli  antichi popoli “tribali” e “federali” d’Europa

3.La storia popolare europea

Nel caso dell’Europa, la storia “divulgativa” dovrebbe fornire le competenze minime per poter essere cittadini europei. Purtroppo, anche in questo campo c’è una totale carenza, da un lato per una serie di scelte politiche sbagliate, ma, dall’ altro, per un’obiettiva difficoltà d’insegnare la storia a un popolo (o a un fascio di popoli), quando non la si è capita neppure noi. Basti dire che tutti gli Europei (anche colti) sanno pochissimo della storia europea (cosa sono Çatal Hüjük, Lepenski Vir, i Kurgan, il Regnum Bospori, i Khazari, la Rzeczpospolita, il cosmismo, i “Fratelli della Foresta”, il “funzionalismo”,….?). Eppure, tutti questi fenomeni hanno influenzato profondamente l’arrivo dell’ agricoltura, l’avvento delle aristocrazie, il rapporto fra Oriente e Occidente, l’identità europea, la post-modernità, l’”Europa di Visegràd”, l’integrazione europea in generale…

Quindi:

  1. a) innanzitutto, nessuna paura di cadere nel “nozionismo”. Un po’ di nozioni sull’ Europa ci vuole.Basta con i miti trasferiti pedissequamente dalla contro-riforma Bottai, al sessantottismo, alle recenti “riforme ministeriali”(cfr. Galli della Loggia, “L’aula vuota”). Pensiamo che in Cina e in Giappone gli allievi dedicano tre anni praticamente solo a apprendere i “caratteri cinesi”, ma, poi, il loro rendimento scolastico e lavorativo, anche in materie come la matematica e le scienze, risulta nettamente superiore a quello di giovani Occidentali.

      b)non credo che la storia europea, anche quella popolare       debba      essere scritta e insegnata con lo stesso spirito settario (la “Bible du Peuple”di Michelet) con cui era stata scritta (e ancora viene scritta) la storia italiana, prima concentrata su una mitologia ghibellina, sabauda e anticlericale, poi rivisitata in chiave nazional-fascista, e, infine, divenuta tutta un preteso precorrimento dell’alleanza antifascista. Se non altro perché l’Europa è molto più grande e più varia dell’Italia, la storia dell’Europa, anche quella popolare e divulgativa, dovrà tener conto almeno delle storie atlantica, euro-orientale, medio-orientale ed asiatica, dei politeismi, delle tradizioni monoteistiche, della modernità ma anche della pre-modernità e della post-modernità.

Riassumendo:

Vi è un’impressionante continuità di concetti nella storia e nella cultura politica di tutti i Paesi del Mondo, che dev’essere sfruttata oggi per avere un punto di appoggio nell’affrontare una situazione imprevista, in cui sono venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Tra l’altro, è falso che la nuova società delle macchine intelligenti con cui ci stiamo confrontando sia un prodotto esclusivo dell’Occidente. L’ossessione per gli automi era condivisa dalla Cina imperiale, dall’ Oriente ellenistico e dalla Qabbalah ebraica. Le ricerche sui computer sono partite contemporaneamente in Europa, in America, in Cina e in Israele; molte idee sui robot sono di origine shintoista o ebraica; oggi, i computer più potenti, e in particolare quelli quantici, sono cinesi…Ma già la post-modernità traeva le sue radici da fenomeni premoderni e trasversali, come la storia sacra, la “comunità dei credenti,” le comunità di lavoro di carattere comunitario e corporativo, l’ermeneutica sacra…

In particolare,  gli studiosi di storia (ma anche quelli di filologia, filosofia, letteratura, arti, scienze umane), hanno una responsabilità e un ruolo enormi nel gettare le basi teoriche per affrontare gli spinosi, e oramai improrogabili, temi del controllo culturale sulla rivoluzione digitale e del coronamento, nell’autonomia culturale, politica e militare, dell’integrazione dell’Europa.