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2020: CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Ursula von der Leyen

La Conferenza sul Futuro dell’Europa è una consultazione lanciata dalla nuova Commissione per raccogliere le idee degli Europei in vista dei gravi problemi irrisolti della Unione Europea.

Un’ iniziativa simile (la “Convenzione sull’ avvenire dell’ Europa”) era stata varata nel 2001 per preparare la prevista Costituzione Europea, approvata dai parlamenti, ma bocciata dagli elettori francesi e olandesi nel 2005, e, da allora, abbandonata. Essa era stata l’ultima di una serie di “conferenze sul futuro dell’ Europa”, a partire dal Concilio di Basilea- Ferrara-Firenze-, del 1431-1439, per passare alle Conferenze di Osnabrueck e Muenster, al Congresso di Vienna, ai congressi federalistici di Montreux e di Amsterdam…

La Conferenza lanciata ora è più vaga Convenzione che l’ha preceduta, in quanto non pretende di pervenire a una Costituzione, ma, anzi, vorrebbe giungere a realizzare molte iniziative senza neppure modificare, se possibile, i Trattati. Cosa a mio parere per altro tecnicamente possibile, anche se forse non auspicabile. Tuttavia, il  vero problema non è giuridico, bensì politico: qualunque sia la soluzione tecnica prescelta, se non si vuole che l’economia europea venga distrutta, che gli Europei si estinguano senza eredi e le Grandi Potenze facciano dell’ Europa il loro campo di battaglia come hanno fatto in Medio Oriente, la cultura, la società e la geopolitica dell’ Europa debbono cambiare rapidamente, lasciando spazio a una classe dirigente al contempo molto più europeista e molto più sovranista, capace di adottare politiche rigorose, e non demagogiche, in materia tecnologica, economica e di difesa.

Concordo con il giudizio negativo del Movimento Europeo circa  il “Non Paper” dei Governi francese e tedesco, che, come implica la sua stessa paradossale denominazione, non è sufficiente per impostare la Conferenza, anche perché quest’ultima, pur essendo più che mai necessaria, arriva appena in tempo, se non fuori del tempo massimo, in relazione alla tumultuosa evoluzione storica in corso (l’”Accelerazione della Storia”), dalla quale l’Europa è tagliata fuori, caratterizzata:

1)dall’affermarsi dell’Intelligenza Artificiale (-“AI”-, intesa in senso lato, dai Big Data ai robot, al web, alla società del controllo totale, al G5 e G6, ai computer quantici, all’ Industria 4.0 e 5.0, e alla cyberguerra). L’AI ha già svuotato di sostanza le istituzioni sociali classiche, dalle religioni agli Stati, dalla cultura agli eserciti, nel contesto delle quali era stata concepita l’integrazione europea, e informa di sé sempre più comportamenti, tanto pubblici quanto privati. Particolarmente svantaggiata risulta esserne l’Europa, la quale, non controllando, né i big data, né operatori rilevanti sul web, né una difesa digitale, si è vista esclusa dai principali flussi di conoscenza, di potere e di reddito della nuova era, compromettendo così la sua cultura, la sua libertà la sua economia;

2)dalla concorrenza fra, da un lato, il complesso informatico-militare occidentale, e, dall’ altro, quelli delle grandi potenze eurasiatiche (vedi casi ZTE, Huawei, Siria, Libia);

3)dalla transizione in corso negli Stati Uniti, dal neo-liberalismo internazionalista al protezionismo;

4)dalla conseguente stagnazione, in corso in particolare in Italia e in Germania.

  • Per questo, fra le priorità, porrei al primo posto “le implicazioni umane ed etiche dell’Intelligenza Artificiale” e “il ruolo dell’Unione Europea nel mondo globalizzato, vale a dire una vera politica estera e di difesa comune”, le quali influenzano pesantemente la comprensione di tutti gli altri temi.

Tenendo conto che gli effetti della Conferenza potranno incominciare a farsi sentire solo a partire dal 2022, buona parte degli eventi decisivi sui diversi fronti di cui sopra potrebbero già perfino essersi nel frattempo verificati, senza la possibilità di qualsivoglia reazione da parte dell’Europa, ridotta a soggetto passivo della storia. In ogni caso, la successiva legislatura 2024-2029 costituirà, come affermato nel primo hearing dalla commissaria Šuica,”l’ultima occasione per la politica”, vale a dire il termine ultimo per darsi finalmente un sistema culturale comune, un ecosistema digitale autonomo, una classe dirigente coerente, un esercito europeo e un compiuto diritto costituzionale (l’”Unione sempre più Stretta”), prima che, nel corso dei prossimi decenni, sopraggiungano crisi di portata inimmaginabile (il “Rischio Esistenziale”: per esempio, la III Guerra Mondiale, una catastrofe ecologica, il sopravvento delle Macchine Intelligenti ), tali da frustrare ogni progetto europeo (“Finis Europae”).

La Costituzione del 2005 fu bocciata dal referendum francese

1.La Conferenza come strumento di lotta

Occorre innanzitutto approfittare dell’eccezionale occasione offerta, all’europeismo, dall’ipotesi di rendere permanente la Conferenza, la quale diverrebbe così l’anello di congiunzione fra le Istituzioni e il mondo politico e sociale: un ruolo essenziale per formare la classe dirigente europea dei prossimi anni, capace di far compiere al nostro Continente quel “passo in avanti” verso l’“Unione sempre più stretta”, che è ormai improrogabile. Come affermato sempre dalla Commissaria Šuica, il dialogo con i cittadini dovrà essere veramente inclusivo, comprendendo tutti i segmenti della cittadinanza europea e della società civile, anche e soprattutto le voci anticonformistiche e dissenzienti, e (aggiungiamo noi) anche gli Europei che vivono fuori dell’Unione (come gl’Inglesi e i cittadini dell’ Europa Orientale), perché,  se “il futuro dell’ Europa” fosse costruito solo sulla base di una minoranza della società (dal punto di vista numerico, ma anche ideologico, etnico o geografico), esso resterebbe debole e indifendibile.

Occorre in secondo luogo, come indicato da Ulrike Guérot, evitare una “democrazia simulata”, e, quindi:

-permettere l’accesso al dibattito a tutte le voci rilevanti, comprese quelle fino ad ora escluse;

-tentare di giungere a conclusioni veramente impegnative per le Autorità e per il popolo europeo;

-ammettere anche interventi in forma autonoma e strutturata.

Le conferenze di Osnabrueck e di Muenster prepararono la Pace di Westfalia

2.Interconnessione fra le diverse tematiche della Conferenza

L’organizzazione della Conferenza dovrebbe provvedere a che i temi indicati vadano affrontati con un approccio sistematico e poliedrico, inquadrandoli in modo interdisciplinare e interculturale nel mondo digitalizzato, ma profondamente territorializzato (“geortet”), del XXI secolo. In particolare:

-La preminenza imprenditoriale dell’Europa in campo ambientale, che Ursula von der Leyen ha collocato, ambiziosamente, al primo posto, implica il gravoso compito d’inventarci un ecosistema digitale/culturale autonomo, perché, per gestire il “Green New Deal” (vale a dire l’ottimizzazione di tutti i dispositivi meccanici collocati  sullo sterminato territorio europeo) è indispensabile l’”Internet delle Cose”, che, a sua volta, presuppone il controllo sui Big Data e sulle tecnologie di comunicazione 5G e 6G (oltre che, presumibilmente, anche sulla computazione quantica);

-Anche il ruolo dell’ Europa nel mondo quale potenza continentale  costituisce un semplice  risvolto fisico della necessaria sovranità tecnologica, che richiederebbe molto campioni europei (sul modello dell’ Arianespace e dell’ Airbus) in tutti i settori strategici, e l’”enhancement” dei cittadini-soldati, così come la realizzazione del pilastro sociale non può prescindere dall’inserimento del modello sociale europeo in un sistema di “upskilling” generalizzato delle nostre società, che rivaluti la partecipazione di lavoratori e imprenditori, che, in un’economia integralmente automatizzata, diverranno tutti degli “operatori digitali”;

-L’eccellenza europea in campo ambientale e sociale presuppone anche una nuova forma di educazione dei cittadini e un rapporto attivo con l’AI (l’”ecologia della mente”), fondato sulla cultura, da rivalutarsi all’ interno delle Istituzioni europee,  che salvaguardi la preminenza dell’Umano, la “European Way of Life” e  la  concreta coercibilità, da parte delle Autorità europee, dei tradizionali diritti civili e sociali, da completarsi con i nuovi diritti digitali (cfr. casi Assange e Schrems), in modo che l’ Europa possa veramente tornare a essere, come richiesto dal Papa, un non retorico “punto di riferimento per il mondo intero”.

L’organizzazione del mondo in grandi organismi continentali (gli “Stati-civiltà”) all’ interno delle organizzazioni internazionali, costituisce lo scenario inaggirabile della costituzionalizzazione della “multilevel governance” europea, fondata su una realizzazione coordinata delle identità europea, macroregionali, nazionali, euro-regionali, locali e cittadine, sulla base della cultura, dell’amore per la libertà, dei diritti civili e sociali, del legame con i territori, come ai punti precedenti. In particolare, si debbono porre in grado le figure apicali europee di mettere effettivamente in essere le politiche di cui sopra, grazie soprattutto a uno status non deteriore rispetto ai loro omologhi delle Grandi Potenze.

La Commissaria Dubravka Suica, responsabile della Conferenza

  1. La Conferenza quale “road map” dell’integrazione europea

 

In considerazione dell’incalzare degli eventi esogeni di cui sopra (“Singularity”, Europa campo di battaglia fra Superpotenze), la Conferenza dovrà stabilire una tempistica strettissima per le necessarie azioni, sia di carattere ordinario (politiche delle Istituzioni), sia di carattere straordinario (attività costituenti, da parte della società civile, della cultura, degli Stati membri e delle Istituzioni), mobilitando tutte le energie disponibili.

 

Fintantoché non sarà stata concordata e approvata una Costituzione Europea in senso formale, non sarà logicamente possibile far leva su un “patriottismo costituzionale” europeo. Sotto una costituzione puramente “materiale”, come quella sottostante a un sistema di trattati, l’europeismo dei cittadini e della società civile si regge su altri aspetti delle identità collettive del nostro Continente: di carattere psicologico (p.es.: Freud, Jung), culturale (p.es.: Weil, Chabod) e religioso (p.es.: Novalis, Dawson), da cui non potrà comunque prescindere neppure l’auspicabile costituzione formale.

 

“CRESCITA 0”, l’ultima occasione per ripensare la nostra cultura economica

 

I        media,e l’establishment in generale. continuano a sparare a zero sul “populismo”, colpevole, certamente, di una “grande semplificazione”. Tuttavia, questa semplificazione dei populisti è semplicemente lo stadio terminale di una semplificazione interminabile, che prosegue oramai da secoli, allontanando sempre più le stesse classi dirigenti dalla comprensione delle realtà economiche e sociali,e allineandole sui luoghi comuni che circolano fra gl’incolti, secondo un trend che gli autori classici avrebbero definito “verso l’oclocrazia”.

Risultati immagini per oclocrazia

 

1.Le “grandi narrazioni”

Siamo passati infatti dal materialismo volgare dell’illuminismo radicale, all’utilitarismo di Bentham, al “materialismo dialettico” di Engels, alla teoria dello sviluppo di Rostow, e, giù giù, attraverso il “deficit spending” keynesiano, la “decrescita felice” di Latouche, le “riforme” condivise da tutti e mai realizzate…La falsa alternativa fra liberismo e keynesismo ha paralizzato il dibattito politico ed economico degli ultimi 70 anni, non permettendo a nessuno di vedere la realtà vera delle società contemporanee, con la sopravvivenza di elementi feudali e schiavistici, la permanenza della guerra, uscita dalle trincee mitteleuropeee e dalle città bombardate, per spostarsi verso Hiroshima e Nagasaki, la Grecia, i Carpazi, la Corea, il Vietnam, il Subcontinente Indiano, l’Africa, la Jugoslavia, l’ ex Unione Sovietica, e, soprattutto con una società mondiale dominata dal Complesso Informatico-militare e dagl’intrecci fra i vertici degli Stati e le grandi imprese innovative, e fra criminalità organizzata, politica ed economia.I modelli più appropriati per spiegare questa realtà restano,m a mio avviso, quelli, da tutti negletti, di List, Hilferding e Kalecki.

Non avendo compreso come funziona veramente l’economia, né nazionale, né internazionale, è ovvio che poi non si riesca a “manovrare” l’economia stessa per ottenere  gli obiettivi pur tanto conclamati.

 

2.Le ricette inutili e dannose

Così, ne abbiamo viste di tutte, dal “richiamo all’ordine” del fascismo, al corporativismo, all’ economia di guerra, alla “politica della lesina” einaudiana, alla programmazione economica nazionale, al “salario come variabile indipendente”, al “welfare State”, alle liberalizzazioni, alle privatizzazioni,all’obbligo costituzionale di  pareggio di bilancio, alla “spending review”. Ora abbiamo anche il reddito di cittadinanza e la “flat tax”, e l’economia va sempre peggio, indifferente alle ricette di economisti, politici, capitani  d’industria e sindacalisti.

 

  1. Cambiare discorso

L’ultimo studio presentato dalla Confindustria è perentorio: per tutto il 2019, crescita 0. Prima delle elezioni europee, questa sarebbe un’occasione d’oro, anche per la Confindustria, per proporre soluzioni precise e innovative.

Infatti, tutte le misure studiate, proposte, difese, votate e implementate da fascisti, liberali, democristiani, repubblicani, socialisti,tecnici,berlusconiani, democratici, 5 stelle e leghisti,  hanno toccato sempre e soltanto la distribuzione della ricchezza, non già la sua creazione. Che non nasce, né dalle fantasie anarchiche dei capitalisti (“gli spiriti animali” di Schumpeter), né dall’immissione casuale di moneta (gli “elicotteri che buttano dollari alla folla”), bensì da un supporto mirato alle attività strategiche, come per esempio l’assegnazione di terre nel Far West o nelle Paludi Pontine, le ferrovie del XIX secolo, Cinecittà, la Volkswagen, il Progetto Manhattan, il DARPA, la NASA, l’Alta Velocità Cinese, la Via della Seta…

Tuttavia, come hanno dimostrato gl’incontri di questa settimana di Italiani, francesi, tedeschi e lussemburghesi con Xi Jinping, questo tipo di stimoli può essere dato solo da realtà statuali grandi e coese, come l’America di Giorgio Washington (lui stesso un agrimensore e un promotore immobiliare) di Roosevelt, di Truman e di Eisenhower, i Paesi dell’Asse, la Cina di Xi Jinping, non già dalla miriade di staterelli europei, né da un’organizzazione debole e dispersiva come l’ Unione Europea.

 

4.Dall’ “Europe Puissance” al “Soverainisme Européen »

Gli Europei, siano essi la Commissione o la Germania, la Francia e l’Italia, hanno ben poco da offrire alla Cina in cambio del suo mercato, dei suoi Yuan, dei suoi treni, delle sue nuove tecnologie. La colonizzazione è nei fatti stessi, non già nella volontà “predatrice” della Cina. I porti non si ammodernano se i Cinesi non portano decisioni, clienti e soldi; l’Airbus (l’unico colosso “europeo”) si ferma se la Cina non compra i suoi aerei; il “made in Italy” non si promuove senza i buoni uffici di Alibaba, ecc..

L’unico modo per fare ripartire l’economia è creare un’“Europe Puissance” (come diceva Giscard d’Estaing), capace di centralizzare gl’investimenti dei fondi sovrani nelle nuove tecnologie e nei campioni nazionali, di imporre una precisa strategia pan-europea, di negoziare da una posizione di forza con le grandi potenze.

Macron aveva inizialmente promesso di andare verso un “souverainisme Européen”, ma ha ben presto cambiato idea, ricalcando le orme dei suoi predecessori. Il Trattato di Aquisgrana è un pallido succedaneo di quello dell’Eliseo. L’Europa non si costruisce così.

Più che una colonizzatrice, la Cina appare nelle vesti di quello che De Gaulle chiamava “il federatore esterno”. Solo che, tanto l’America, quanto la Russia sembrano avere rinunziato a questo ruolo (da esse ambito e tanto deprecato da De Gaulle), preferendo, in ultima analisi, un’Europa divisa.

Sta ora a noi, i cittadini europei, liberatici dai diktat ideologici e dai complessi d’inferiorità, attivarci a questo fine, se del caso sfruttando le opportunità che ci offrono le grandi potenze.