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STORIA D’ ITALIA E IDENTITA’ ITALIANA

 

Commenti a margine del libro di Marcello Croce

MARTEDÌ 24 SETTEMBRE 2019
ORE 18:00

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CENTRO STUDI SAN CARLO – VIA MONTE DI PIETÀ 1 – TORINO

R.S.V.P. comunicazioni@rinascimentoeuropeo.org

 

24 Settembre, ore 18

Saluto con estremo favore la decisione dell’associazione culturale Rinascimento Europeo di presentare, il 24/9/2019, presso il Centro Studi san Carlo , il  libro “La storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce, che, per i motivi che illustro qui di seguito,  ritengo particolarmente attuale in un momento in cui la storia culturale delle nazioni europee è divenuta, finalmente, uno dei temi più caldi del dibattito politico e culturale.

Come ho avuto modo di illustrare in un precedente post e di esprimere personalmente allo stesso Autore, il libro di Croce ha, a mio avviso, fra gli altri, due fondamentali meriti: l’assenza di “partiti presi” settari, così diffusi nella storiografia attuale, e la critica, anche se solo accennata, alla concezione ristretta della storia d’Italia come storia dello Stato italiano.

Cercherò qui di inserire questa positiva valutazione nel contesto più ampio del dibattito sull’identità italiana.

1.Una storia non settaria

Ricordo che il modo in cui viene oggi affrontata la storia d’Italia (come tutte le questioni culturali con forti risvolti di attualità), è improntato a un settarismo di tipo copertamente religioso, che offusca, sotto “grandi semplificazioni”, la realtà concreta del tema in esame. La cosiddetta “memoria condivisa” non è infatti altro, a mio avviso, che un’applicazione al fatto nazionale di un generalizzato fondamentalismo nichilistico. Fra questi partiti presi di carattere settario c’è innanzitutto la svalutazione delle tradizioni intese senso generale (in questo caso, le tradizioni storiche dell’Italia) , sì che ciò che conta resterebbero soltanto “gli ultimi 5 minuti” della storia occidentale, quelli che hanno preceduto l’avvento dell’attuale sistema socio-politico. A questo settarismo fanno da contraltare alcuni settarismi minoritari e alternativi, come quelli che prendono in considerazione solo particolari fasi storiche o determinati ambiti geografici (il paganesimo, il Medioevo, la storia della borghesia o del movimento operaio, il fascismo, l’antifascismo, ecc…).

Il settarismo “mainstream” vorrebbe che siano gli Stati che fanno le nazioni, non già viceversa (tesi tra l’altro, cara già a Mussolini e di Gentile).Quindi, nel caso delle “nazioni europee”, esse sarebbero figlie degli Stati assoluti e delle conseguenti rivoluzioni liberali, non già la risultanza di processi storici di lunga durata. Nel caso dell’ Italia, essa  sarebbe stata il risultato di un processo di “nation building” dell’ intellighentija risorgimentale, proseguita dalla classe dirigente liberale, fascista e poi democratica, non già di un processo formativo iniziato con le migrazioni dell’ antico Mediterraneo, rafforzatosi con il mondo greco-romano, consolidatosi con le “guerre sociali”, rinnovatosi con il ruolo del Pontificato e le Crociate, e poi saldatosi, attraverso la cultura classicistica, con il nascente “Nation Building” risorgimentale.

Il libro di Croce prende chiaramente e coraggiosamente posizione contro questa “grande narrazione”, e descrive giustamente la storia d’Italia come un continuum, da cui non si possono in alcun modo escludere le preponderanti influenze della Romanità e del Cattolicesimo, né la vocazione ad un ruolo centrale all’ interno dell’Europa. Più in generale, “ci si trova di fronte a un modello di “storia totale”, che va dall’analisi delle vicende politiche, vero asse portante della narrazione, agli aspetti di natura economica, dallo scenario internazionale all’attenta lettura dei fenomeni di costume e culturali, dalla originale analisi del ruolo della Chiesa nella storia italiana agli aspetti più politologici quali la trasformazione, fino al loro annullamento, dei concetti di rappresentanza politica e di sovranità nazionale”.

Dunque, prima  conclusione da trarsi dal libro: la storia d’Italia non si riduce alla storia dell’ Italia Unita. Seconda: la storia d’Italia non è concepibile senza la storia dell’ Europa.

2.Critica e rinascita delle identità

L’approccio settario alla storia delle nazioni europee è legato alla missione, che buona parte degl’intellettuali si sono auto-attribuiti, di decostruire le (obiettivamente lacunose) narrazioni ufficiali circa l’ identità europea. Dibattito che giustamente non si è mai sopito, tanto che esso, per la casa editrice Alpina e per l Associazione Culturale Diàlexis, costituisce addirittura  il cuore dell’attività e dell’ impegno civile.

Un esempio di questo decostruzionismo a senso unico  (Einaudi, 2019) è costituito dal recente libro di Cristian Raimo “Contro l’ Identità Italiana”, incentrato sulla vecchia critica di principio a tutte le identità, in quanto foriere di nefaste conseguenze sociali, che ha avuto ampio corso nella saggistica di fine ‘900. Non per nulla, Raimo si riallaccia alle varie opere di Remotti su questo tema (che per altro, a mio avviso, nonostante i loro titoli, non hanno certo distrutto la realtà e l’utilità delle identità, bensì ne hanno solo precisato meglio il senso).Attraverso queste e simili vie, per altro assai tortuose (le “enge Gassen” di Nietzsche), ci si sta fortunatamente avvicinando al nocciolo di problemi, da cui, nel Secondo Dopoguerra, eravamo rimasti abissalmente lontani; ho tuttavia  il timore che questo processo tortuoso di avvicinamento proceda troppo a rilento rispetto ai ritmi e alle esigenze della storia contemporanea.

Alla fine, i pretesi  “anti-identitari”non negano affatto il concetto di identità, ma tentano solo di temperarlo, per esempio, con quello di “simiglianze”. Il che è assolutamente appropriato, ma insufficiente. Ad esempio, Raimo giunge, dopo una meritoria carrellata attraverso la letteratura (oramai vastissima) circa l’identità italiana, alla conclusione (giusta ma generica), che condivide con l’ultimo Remotti, che il difetto fondamentale dell’idea di “identità” che si è diffusa in recentemente sia ch’essa è troppo rigida (“essenzialistica”, come si dice), e non possa , per questo, cogliere le sfumature. Ma questo, più che un difetto dell’identità, è un difetto della civiltà occidentale nel suo complesso, che non è capace della polisemicità, per esempio, della lingua Cinese, unica in grado di esprimere in modo sintetico, proprio perché impreciso, la complessità della realtà, tanto che le frasi di Confucio possono restare attuali dopo 2500 anni, perché indeterminate (e quindi generalissime). Del resto, l’inventore della “Logica Fuzzy” era un  persiano ( Lotfi Zadeh), che aveva tentato di rendere questa indeterminatezza in Inglese, e perfino nel linguaggio informatico, ma, esprimendosi in lingue indoeuropee, si era trovato in seria difficoltà (Bart Kosko, Il Fuzzy-pensiero, Teoria e applicazioni della logica fuzzy; Baldini e Castoldi,1993).

Al di là della questione della lingua, è chiaro che esprimere realtà umane con la logica matematica (“identità” significherebbe “A =A”),è impossibile, anche se oggi si cerca di creare dei “sistemi neurali” che imitino l’uomo al 100%. Infatti, l’uomo è per definizione, come dice Gehlen, l’”animale imperfetto”, che è se stesso proprio perché “erra”, e, “errando” crea sempre qualcosa di nuovo (come scriveva Goethe, “es irrt der Mensch solange er strebt”).

3.Identità personali e identità collettive

Tornando alle identità collettive, il fatto stesso che tutti oggi si affannino a studiarle (la “hindutva”, l’”americanismo”, l’”identità cristiana”,la “cultura gesuitica”, l’”identità europea”, lo “European Way of Life”, il “Russkyj Mir”, l’”identité nationale”, l’” italianità”, l’ “identità padana”, la “napoletanità”, lo “spirito sabaudo”,l’”identità della sinistra”…).,  costituisce la dimostrazione che esse oggi costituiscono una forza motrice della cultura, della politica e persino dell’economia, e, anzi, più la tecnocrazia, la cultura e la politica si  sforzano di  cancellarle attraverso l’informatica, la globalizzazione, l’omologazione e il livellamento, più cresce il bisogno di attaccarsi alla propria identità, personale o collettiva che sia.

Contrariamente a quanto normalmente si afferma, queste due identità non sono infatti contrapposte, bensì complementari. L’identità personale nasce dall’ ovvia considerazione che la coscienza individuale è l’evidente fonte primaria di ogni percezione del mondo, sicché attraverso di essa l’uomo  ritrova il mondo intero, e dà a questo una forma. L’identità personale non avrebbe contenuto se non fosse “riempita” dal mondo esterno. Dall’interazione fra il soggetto e la “parte umana” del “mondo esterno” nasce il “linguaggio”, e questo è, a sua volta, il modo in cui si riordina la realtà inorganica della coscienza individuale. La forma specifica di ordine che l’interazione con il mondo esterno imprime alla coscienza individuale costituisce l’”identità collettiva”, che unisce la coscienza individuale al mondo umano. Quest’ultimo è, a sua volta, variegato, e, perciò, “poliedrico”. La persona umana interagisce con modalità varie con parti diverse del “mondo umano”. Queste interazioni sono le diverse identità collettive a cui l’uomo partecipa. Il fatto ch’esse siano tante, e su tanti piani diversi, non significa certo ch’esse non esistano.

4.Storia italiana e storia europea.

Come emerge chiaramente dal libro di Croce, per comprendere la storia dell’Italia Unita occorre situarla, dunque, all’ interno della storia dell’identità italiana quale prodotto del ruolo unico che l’Italia ebbe nella Romanità e che ancora ha nella Chiesa e in Europa. La nascita dell’Italia quale Stato unitario è parallela almeno a quella della Germania, anch’essa già parte centrale del Sacro Romano Impero, dove essa rivestiva un ruolo di leadership laica, mentre all’ Italia spettava quella ecclesiastica. Anche il declino di quei due Stati nazionali è stato parallelo, in quanto i due Paesi, alleati nella Seconda Guerra Mondiale, hanno “bruciato” entrambi, nei rispettivi  esiti totalitari, un esperimento di sintesi fra tradizioni e modernità che andava comunque tentato. Sotto questo punto di vista, la grande narrazione junghiana e spinelliana della guerra come catarsi del nazionalismo regge ancora, purché venga letta in modo ben più profondo di quanto non facciano le attuali “retoriche dell’idea di Europa”. Lo scacco ai nazionalismi europei è la dimostrazione palmare dell’insostenibilità, nella modernità, ma ancor più nella postmodernità,  degli Stati “piccolo-nazionali”, che non possono “tecnicamente” neppure  essere dilatati ad libitum fino a fonderli in un nuovo imperialismo europeo. Infatti, per la loro stessa, natura, essi hanno rifiutano un significato, ma anche un’ambizione, universale (“Mediterraneo contro spirito nordico….”). Perciò, essi non sono stati capaci allora, né, a fortiori, sono capaci oggi, di esprimere una forma sensata di “missione delle nazioni”. Questo perché hanno interiorizzato la narrazione “occidentale” in cui le nazioni avrebbero costituito una tappa necessaria sulla via del “progresso”(Herder, Fichte, Mickiewicz, Mazzini). Ma, come oramai la maggioranza dei commentatori ha potuto constatare, non stiamo andando verso il progresso, bensì addirittura  verso la fine dell’umano (Horckheimer e Adorno, Dialektik der Aufklaerung, Querido, 1948;Pierre-André TaguieffTaguieff, Le sens du progrès, Flammarion,2004).

Oggi, la missione delle nazioni, o, meglio, dei vecchi e nuovi imperi subcontinentali, è quella di porre sotto controllo il “progresso”. L’Europa, data la sua tradizione umanistica, e ancor più l’Italia, proprio per quell’”arrière-pensée” antimoderno di cui tutti la incolpano , costituisce forse, ancor più che la stessa Russia (che pure se ne dichiara oggi la rappresentante), il vero Katèchon, quello capace di domare l’espansione senza limiti del Complesso Informatico-Militare.

Ma, per poter fare ciò, l’Italia deve liberarsi di una zavorra oramai insopportabile di luoghi comuni, di diktat culturali e di tabù, che ne paralizzano le energie in tutti campi, con operazioni culturali intelligenti e coraggiose come il libro di Croce.