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EUROPEAN DEMOCRACY PLAN, PARTE I: UN MECCANISMO CHE FUNZIONI

Un dovere tradito dell’ Europa: difendere i Whistleblowers

Una delle priorità della Commissione von der Leyen e della futura Conferenza sul Futuro dell’Europa era costituita dalla promozione di una “democrazia europea”, fondata su  resilienza,sul pluralismo dei media, sulla trasparenza del processo legislativo, sulla Convenzione Europea dei Diritti Umani, sull’ identità europea, sulla cittadinanza europea,  sul dialogo con le Chiese , su un partenariato strategico con il Regno Unito… L’incarico di monitorare tutto ciò era stato affidato a Vera Jourova, la quale è tenuta a presentare annualmente un “Rule of Law Report”, che è simile, nella sostanza, ad analoghi documenti presentati con eguale cadenza dall’”Integrity Manager” nelle imprese europee, i quali (lo dico per esperienza diretta), essendo membro dello staff dirigenziale, non può fare altro che sfornare, anche se controvoglia,la certificazione di una  fittizia  regolarità..

Dopo più di un anno, la pandemia ha messo a nudo le debolezze dell’ intero impianto costituzionale europeo, dimostrando anche la gravità dell’ errore di aver ritardato sine die la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’unica istanza in cui il richiamo diretto ai cittadini potrebbe forse controbilanciare l’inconcludenza dell’ establishment, costituendo un forte elemento di discontinuità, quale richiesta dalla situazione.

L’incapacità dell’Europa di bloccare la “seconda ondata” del virus ( mentre l’ Asia ci è riuscita brillantemente), l’omologazione delle grandi testate, l’inestricabile complicazione dei processi di approvazione del bilancio 2021-2027 quando più ce ne sarebbe stato bisogno, l’assenza di un dibattito a tutto tondo sulle identità e sul pluricentrismo dell’ Europa sono sfociati nel ritardo di un anno nell’ approvare il Recovery fund (che avrebbe dovuto costituire un provvedimento d’urgenza) e nel “No Deal” con la Gran Bretagna.

Il Parlamento vota contro il Consiglio, i Paesi nordici bloccano gli aiuti a quelli del Sud, mentre quelli dell’ Ovest pretendono di sanzionare quelli dell’ Est, e infine il partito di maggioranza, il PPE,a cui appartiene la Presidentessa,  blocca i lavori del Parlamento

Addirittura, le Istituzioni,  invece di risolvere tutti questi  problemi della UE,  si stanno ora preoccupando di un meccanismo per sanzionare Polonia e Ungheria, e di un regolamento generale per disciplinare le sanzioni extra-UE, pretendendo d’impartire una lezione al resto del mondo.

I Governi nazionali e locali non sono da meno, con il loro continuo up and down di provvedimenti sanitari inconcludenti dimostrano di non sapere assolutamente che fare, anche in quei casi (come quello italiano), in cui erano stati tempestivamente ammaestrati dagli esperti cinesi reduci dalla “Battaglia di Wuhan”.

Non per nulla, Cesare de Seta intitola l’editoriale de L’Espresso, testata assolutamente pro-establishment, con “Fallimento”.

Alla luce degli sviluppi della situazione attuale, viene spontaneo chiedersi se gli Europei abbiano ancora  chiaro che cosa essi vogliano e, in particolare, come intendano riformare nell’ ambito della prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa, una democrazia europea così fallimentare.

Intanto, se è vero che la parola “democrazia” fu inventata in Europa duemilacinquecento anni fa  (tant’è vero che è difficile tradurla in molte lingue extraeuropee), è anche vero ch’essa ha cambiato mille volte di significato, tanto da non averne oggi più praticamente nessuno. Poi, al di fuori dell’ Unione Europea, la “democrazia” non sembra più essere una priorità per nessuno. Non che nessuno le sia ostile, ma tutti pensano, e non del tutto a torto,  che vi sia qualcosa di più urgente: chi la difesa dei propri privilegi, chi la lotta per la supremazia, chi la difesa della patria, chi la religione…, e la stessa democrazia  diventa addiruittura una sorta di metafora, per “anglosfera”, “nazionalismo”,  “antiglobalismo”,“teologia del pueblo”..

In effetti, tutti, amici e nemici, parlano piuttosto, ed appropriatamente di un “Impero Americano” (“nascosto”, per citare  Immerwahr),  per taluni da temere, per altri da mantenere, per altri ancora, da abbattere. Anche entro questi limiti, il termine  “democrazia” sembrerebbe comunque inappropriato a descrivere l’attuale società occidentale dominata dai GAFAM, dalle 16 agenzie americane d’”intelligence”, dai capricci di Trump e dall’inconcludenza burocratica europea, vale a dire un mix casuale senza alcun chiaro principio ispiratore – un mix di esoterismo, tecnocrazia, informatica, costituzionalismo, mafie, razzismo, messianismo, capitalismo, servizi segreti, elettoralismo, propaganda, politicamente corretto, che fanno tutti capo, in un modo o nell’ altro, agli Stati Uniti-. Sembra perciò preliminarmente necessaria una previa chiarificazione del concetto di “democrazia”, Per dirla con Confucio, una “rettifica dei nomi”.

L’aeropago di Atene, là dove Eschilo colloca la nascita divina della polis

1.Per una storia controcorrente della democrazia

L’espressione era nata (in Erodoto) con una connotazione senz’altro negativa, ch’è stata certo lentamente mitigata nel corso dei millenni, ma solo recentemente ha assunto un significato neutro, e solo da pochissimi anni un senso assolutamente positivo. Ma anche in tutto il corso della sua storia il termine ha avuto per lo più un significato ambiguo, quando non controfattuale, sicché c’è da chiedersi se non vi sia una profonda verità nascosta sotto l’espressione secondo cui la democrazia è fragile”:ch’essa è innaturale, e quindi, per mantenerne almeno l’apparenza, si sia continuamente costretti a inventare una gran quantità di artifici. Si sia costretti a “far diventare gli uomini eguali”, mentre in realtà non lo sono, e tenderanno sempre a diversificarsi.

Erodoto, cittadino della Ionia, o più precisamente della Caria (Alicarnasso), e quindi suddito persiano, ne parlava a proposito del dibattito svoltosi in Persia quando era stata sventata la congiura del “falso Smerdi”. In quell’ occasione, Otane aveva proposto d’introdurre in Persia la “democrazia” (presumibilmente, il sistema tribale degli antichi Indoeuropei), ma la sua proposta era stata rifiutata perché avrebbe minato la solidità dell’Impero. Al suo posto, fu instaurata invece la monarchia achemenide. Lo stesso Erodoto dice poi (ironizzando sulla mitologia “democratica” cara agli Ateniesi),  che fu sempre un Persiano, vale a dire il generale Mardonio, a imporre la democrazia agli Ioni assoggettati, dopo avere crocifisso alcuni “tiranni”, per impedire che gli Ioni si ribellassero nuovamente, perché i regimi democratici non sono così gelosi della loro indipendenza quanto quelli monarchici, come si vide poi con il comportamento alle Termopili del re Leonida di Sparta, mirabilmente descritto sempre da Erodoto. Quando si vede che Sparta fu considerata (per esempio da Rousseau, St.Just) come il massimo modello di “democrazia”, allora si capisce in che modo le idee su questo termine siano state sempre quanto meno confuse. Premesso che la vicenda delle Termopili dimostra che il Re di Sparta aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, con una consultazione assai blanda degli stessi Efori, resta poi anche il fatto che, a Sparta, i pochissimi cittadini optimo jure avevano una posizione di assoluto privilegio su tutti gli altri ceti, e, anzi, erano tenuti ad effettuare omicidi gratuiti fra i sudditi per mantenere il massimo della distanza dai sottoposti. Il carattere assertivamente “democratico” di Sparta veniva visto, dai giacobini”, per reazione all’ aristocrazia settecentesca, essenzialmente nella frugalità dei costumi e nel patriottismo, caratteristiche proprie piuttosto della borghesia nella sua fase iniziale, mentre, in quella successiva, di consolidamento, Constant la vedeva, al contrario, come uno strumento delle classi abbienti per godersi senza fastidi le loro ricchezze..

Tornando ai Greci, Socrate e Platone erano palesemente elitari, e furono perseguitati proprio per questo; Aristotile, loro discepolo e maestro di Alessandro Magno, indicava la “democrazia”, insieme alla tirannide e all’ oligarchia, fra i regimi degenerati deviati (parekbaseis), in quanto viola i principi dell’«utilità comune» (koinei sympheron), contrapposti a quelli retti: la monarchia, l’aristocrazia e la “repubblica” (quest’ultima, il sistema cetuale ancestrale) essendo la versione “buona” della democrazia.

Certo, gli Ateniesi dei tempi di Socrate e Platone avevano introdotto, con Clistene,  “un regime chiamato democrazia”, che era comunque anch’esso un sistema incredibilmente elitario, che coinvolgeva qualche migliaio di “cittadini” contro i milioni di sudditi di Atene, ed era diretta da un “Protos Anèr”, un “Principe”: Pericle. Nonostante questo, i teorici romani e medievali si attennero alle valutazioni negative dei classici greci, rendendole ancor più severe, considerando addirittura la democrazia ateniese come la causa del crollo della Grecia antica.

Anche le “repubbliche” premoderne e rivoluzionarie erano tutt’altro che “democratiche”: schiavitù, ceti, censo, dittatori, terrore. Saint Just e Mazzini preconizzavano un regime militarizzato e punitivo di ogni deviazione (basti leggere in originale gli scritti politici dei due autori, che propugnano, tra l’altro, l’adozione di un’uniforme per tutti i cittadini, l’uccisione dei politici con un programma “antinazionale” e il dominio mondiale delle “razze vediche”).Ma lo stesso Montesquieu sosteneva che la democrazia era applicabile solo in piccole città, ed impossibile negli Stati di grandi dimensioni. Frase ripresa di peso, da Caterina di Russia nelle istruzioni alla Commissione Legislativa,  per giustificare il proprio dispotismo illuminato.

Non casualmente il dibattito  sulla democrazia si era sviluppato soprattutto nelle effimere repubbliche (Cisalpina,Cispadana) create in Italia dalle armate napoleoniche (quando fu inventata la bandiera italiana sul calco di quella francese), e che si trasformarono in pochissimi anni in Regno d’Italia. Infatti, l’imposizione, da parte di un impero della creazione di “democrazie” negli Stati tributari costituisce, fin dai tempi dei Persiani, la prima fase del processo di subordinazione dei territori conquistati al nuovo impero in espansione,

Non solo le rivoluzioni atlantiche, ma anche il ’48 e la Comune del ’70 (nonché le relative repressioni) furono regimi di terrore (tant’è vero che Nietzsche trasse le sue convinzioni antidemocratiche dagli articoli sulla devastazione del Louvre da parte dei Comunardi).  

L’entrata in vigore del suffragio universale (per altro in un più vasto contesto autoritario) spianò poi la strada alle vittorie elettorali dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, in Italia, in Russia, Italia e Germania, e, con ciò, all’ avvento dei totalitarismi. I Bolscevichi andarono al potere con  lo slogan “tutto il potere ai soviet” Soviet; Mussolini con una coalizione trasversale di larghe intese maggioritaria in Parlamento e con l’investitura del Re; Hitler con una coalizione coni nazional-tedeschi dopo avere stravinto ben due elezioni e dopo essere stato investito dal Presidente e finanziato da banche americane e tedesche…

Quanto ai regimi post-seconda guerra mondiale, essi furono definiti molto correttamente (da Duverger, da Sartori) come “partitocratici. I partiti del CLN si appropriarono “pro quota” delle istituzioni di massa del Partito Fascista e delle sue pratiche verticistiche, e non applicarono mai le disposizioni “democratiche” della Costituzione (come quelle sull’ organizzazione democratica dei partiti, sulla partecipazione dei lavoratori e sull’ equo salario). L’organizzazione interna, basata sui, “migliori” i “cavalli di razza”, i “signori delle tessere”, “Gladio”, “Gladio Rossa”, ecc…, era semplicemente la moltiplicazione per 9 delle strutture dei partiti totalitari, con i Segretari Generali, i Comitati Centrali, il “centralismo democratico”, la gioventù (magari chiamata “Pionieri” come in Unione Sovietica), i sindacati “cinghie di trasmissione”, ecc….

Solo con l’egemonia democristiana il termine “democrazia” aveva acquisito un certo significato affermativo, venendo visto come sinonimo del partito di maggioranza relativa, anche se si trattava di nuovo di una “democrazia bloccata”, che escludeva una vera alternanza, sostituita (ed era già un miracolo), dall’ alternanza delle correnti democristiane alleate con i 9 partiti del Parlamento. Nel gergo popolare, si parlava di “democrazia” contro “comunismo”. Un sistema in ultima analisi non troppo distante da quello della Germania Est, dove un amplissimo pluralismo politico e partitico formale non riusciva certo a celare la ferrea egemonia della SED, il partito “socialista unificato” filosovietico.

Il Sessantotto portò con sé un nuovo significato della parola, divenuto sinonimo di assemblearismo e antiautoritarismo; di fatto, nel Movimento Studentesco, nei “gruppuscoli” e, poi, nel terrorismo, vigevano il culto del capo, il fanatismo assembleare, l’intolleranza verso gli avversari.

L’affermarsi di una valutazione positiva del concetto democratico portò con sé anche il risultato dell’“eterogenesi dei fini”, per cui, più la democrazia si sforzava di beneficiare il popolo e di coinvolgerlo, più si allungavano le ombre sul suo operato, con i misteri della mafia, l’intolleranza estremistica, i cadaveri eccellenti, le stragi, le “conventiones ad excludendum”, gli anni di piombo, Tangentopoli, la mafia.

“Tutto il potere ai soviet” : la parola d’ordine più democratica fonda il potere più autocratico

2.L’ossessione democratica

La vera e propria ossessione per il termine “democrazia” cominciò poi solo con la caduta del Muro di Berlino, anche per effetto della “lunga marcia attraverso le istituzioni” compiuta dai sessantottini (Cohn-Bendit, Fischer, Barroso), quando “democrazia” divenne sinonimo di “Occidente”, per la trasmigrazione degli ex marxisti “disoccupati” nell’ estremismo democratico, e anche per lo sfiancamento delle tradizionali retoriche conservatrici e socialiste. Basti vedere che, in prima linea nelle manifestazioni in Est Europa contro le cosiddette “autocrazie” spiccano sempre manifestanti con il pugno chiuso, il che dimostra che si tratta di una sorta di rivincita contro il rovesciamento delle culture politiche di quei Paesi dopo l’ ‘89.

Quel termine venne attribuito da allora sostanzialmente solo ai Paesi che fossero alleati degli Stati Uniti ed avessero una costituzione comparabile a quella degli stessi (con quello che Canfora chiama il democratometro”). Questa situazione di fatto ha messo in evidenza una ridda di contraddizioni dell’ideologia democratica. Basta il venir meno di una delle due caratteristiche, e il Paese non è più “democratico”. In Venezuela si vota, ma il Paese è anti-americano: quindi, non è democratico. L’Arabia Saudita è filo-americana, ma non si vota, quindi è antidemocratica. Fin qui tutto bene, ma  con quale logica preferire una Unione Sovietica stalinista a una Russia presidenzialista, una monarchia assoluta islamica, come l’Arabia Saudita, a una repubblica islamica, come l’Iran, o addirittura una crudele dittatura militare, come quella egiziana, ai Fratelli Mussulmani eletti democraticamente?

Il bello è che i Paesi “anti-democratici” sono normalmente soggetti a sanzioni, delle Nazioni Unite, americane, europee o di tutti questi Paesi insieme. Adesso, il Parlamento Europeo vorrebbe introdurre norme generali sulle sanzioni, per farle divenire, per così dire, un “fatto strutturale”. Non è chiaro con quale diritto, e neppure con quale logica, visto che le sanzioni rafforzano inevitabilmente i regimi che ne sono colpiti, poiché questi sono costretti, da un lato, a compattarsi, commerciando fra di loro, e, dall’ altro, a sviluppare la sostituzione delle esportazioni, divenendo temibili concorrenti di quelli che li hanno sanzionati. Forse la logica vera è quella di colpire, attraverso la Cina, la Russia, l’Iran, la Bielorussia, i loro partners europei perché non si arricchiscano troppo, superando gli Stati Uniti. Infatti, le sanzioni sono state sempre un autogoal per gli Europei, i quali, a causa della loro scomoda posizione internazionale, possono sopravvivere solo grazie alla cosiddetta “politica dei due forni”, commerciando al contempo con gli Stati Uniti e i loro avversari, mentre il “muro contro muro” con gli Stati anti-americani non fa che affrettare il loro comunque prevedibile collasso.

Il fascismo andò al potere con una maggioranza parlamentare trasversale e con l’incarico del Re a formare il Governo, e fu confermato da elezioni e plebisciti

3.La “tentazione autocratica”

Oggi, il confine fra le “democrazie” e gli “altri” (che, in mancanza di meglio, vengono definiti, assai incongruamente, “autocrazie”) sono sempre più labili. Questa constatazione viene considerato tabù poiché l’”autocrazia” (sia essa quella orientale, quella antica, quella “totalitaria” o quella ”autoritaria”), costituisce, per la “religione civile” dei Moderni, il “Male Assoluto”, su cui non si può discutere, ma che va solo esorcizzato (o sterminato).

Le singolari vicende del concetto di “autocrazia” nel mondo contemporaneo solo analizzate magistralmente nel dossier della rivista francese  “Books” dell’ Ottobre 2020, che ha introdotto , la distinzione  fra le cosiddette “autocrazie chiuse”, che “non accettano di essere contestate”(Cina, 1 miliardo e 400milioni;  Corea del Nord, 25 milioni; Vietnam, 100.000 milioni, Egitto, 100 milioni, Arabia Saudita,33 milioni, per un  totale di circa due miliardi) e i “regimi misti” (che “riguardano più della metà del Pianeta”).

Ora, sembrerebbe  già strano che il regime “normale” fosse quello adottato da una piccola minoranza, mentre un altro, diverso, regime fosse invece stato adottato dalla maggioranza. Sembrerebbe anche che sarebbe quest’ultimo a dover essere invece considerato “normale”. A parte che il “regime misto” era quello prediletto dalla maggior parte dei grandi autori, da Aristotile a san Tommaso a Montesquieu, il fatto che tante precedenti “democrazie formali” vadano verso un modello di “democrazia illiberale” sembrerebbe indicare che si tratta di una forma di necessario adattamento alle condizioni particolarmente aspre dell’attuale periodo storico, dominato dallo “stato di eccezione” (nucleare, terroristico, sanitario, digitale).

Come scrive Cacciari su l’ Espresso dell’11 ottobre, “Trump è l’’immagine’ di un sistema in cui imprese multinazionali, burocrazia militare, élites politiche, sempre più strategicamente in simbiosi, intendono decidere su tutte le questioni davvero rilevanti della nostra esistenza, superando, per  quanto possibile, regole e procedure della ‘antica’ democrazia. Una campagna a tutto campo sulle impotenze, i freni, i ritardi che quest’ ultima comporterebbe, è condizione indispensabile per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di avviarne il ‘superamento’”.

E’ un fenomeno mondiale, indotto soprattutto dalla centralizzazione informatizzata della “Mutual Assured Destruction” nucleare (MAD), e dalla conseguente esigenza, da parte dei vertici delle Grandi Potenze, di controllare capillarmente il proprio “blocco” in previsione di uno scontro totale e istantaneo basato su colpi micidiali, segreti e rapidissimi, che occorre prevedere anche da indizi infinitesimali (il famoso “first strike”). Sono quelli che hanno ispirato documenti come il “Trading with the enemy act”, il  “Patriot ACT” e il “CLOUD Act”, che hanno codificato negli Stati Uniti uno stato permanente di emergenza.

Tutto ciò impone certamente di riconsiderare le idee degli Europei sulla democrazia, ed è ciò che tenta di fare appunto il recentissimo opuscoletto dell’ Ufficio Studi del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights.”

Il quale per altro non poteva tener conto dello spettacolo sconcertante di un’ Europa (e dei suoi Stati Membri), che, dopo 9 mesi di pandemia, non solo non riescono a frenarla, ma non riescono neppure ad adottare elementari provvedimenti finanziari per finanziare i sistemi sanitari e sostenere l’economia.

VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

LETTER TO EUROPEAN PARLIAMENT

Marisa Matias

Christian Ehler

Magdalena Adamowicz

Maria Carvalho

Vlad Marius Botos

p.c:

David Sassoli

Ursula von der Leyen

Paolo Gentiloni

Thierry Breton

Dubravka Suica

Margrethe Vestager

Vera Jourova

Maros Sefkovic

Turin 24/4/2020

Ladies and gentlemen,

I permit myself to address to you as members of the Committee of the European Parliament “Industry, Research and Energy”. Your commission is scheduled for April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

Such situation does not seem to me  very logical. In fact, after the Coronavirus crisis, everything has changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen has said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”

“We have to deliver on a European budget that is able:

– To invest in digital start-ups.

– To explore the potential of artificial intelligence.

– To anchor Europe’s position as the world’s leading research region.

– To offer young people a better future in all parts of Europe.

– To address the root causes of migration.

– To allow us to demonstrate solidarity in cases of humanitarian or natural catastrophes.

– To allow to build the European Union of Security and Defence.”

Against this background, what sense do make a new regulation and of a new agenda for technology which had been initiated, under completely different circumstances,  before  the Coronavirus crisis, and which are discussed during the same, without waiting for the new pluriannual budget of the UE?

The Coronavirus crisis will leave Europe in such difficult situation, that all priorities must be reassessed.

Secondly, the Conference on the Future of Europe should decide first of all about a thorough technological transition of Europe, which up to now is not satisfactory at all, because the gap between Europe, from one side, and the US and China, from the other, is growing and growing. By the way, in a document diffused very recently by the European Parliament (Annex 1) ,it is said that  the investments in R&D in China have bypassed the ones in Europe since 2013. Under these circumstances, it is very unlikely that Europe may be a global player wihin 7 years, if we do not change dramatically our technological policy.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challengng, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”.

For this purpose, we  are publishing just now the book “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe”(Annex 2), which we hope will be read and considered in time by European legislators, since it includes a coordinated study, comprehensive of an articulated proposal for the Conference. We are sending the book to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of couse, we think, in foist instance, of the addressees of this communication

We will follow up the matter during the next few months, for checking that the political agenda will keep into account the coordination among coronavirus crisis, structural European crisis and the new multiannual budget. This attention will also be at the centre of our commemoration of the 70  Years of the Schuman Declaration and of the 2500 years of the battles of Thermopyles and Salamina, from 9 may up to the first days of September.

We hope that these events will generate a cultural movement transforming the attitude of the European establishment, which will be much more focussed on a coordinated and urgent technological change.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004    +39 335. 7761536   www.alpinasrl.com  

EIT:LETTER TO THE EUROPEAN COMMISSION

24/4/2020

Wir brauchen neue europaeische hochtechnologische Industrien

Ursula Von der Leyen

Paolo Gentiloni

Thierry Breton

Margrethe Vestager

Dubravka Suica

Vera Jourova

Maros Sefcovic

Turin, 24/4/2020

Betr.: Marshallplan und Technologie : Sitzung 28 April des EP um EIT

Frau Präsidentin,

Wir wünschen hierbei Sie über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sieh die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden. Wie Sie gesagt haben: “Die vielen Milliarden, die heute investiert werden müssen, um eine größere Katastrophe abzuwenden, werden Generationen binden. Deshalb haben wir die Pflicht, das Geld aus unserem nächsten Haushalt besonders klug und nachhaltig zu investieren. Es muss bewahren helfen, was uns lieb und teuer ist und das Gefühl der Gemeinschaft unter den Nationen Europas erneuern. Und es muss eine strategische Investition in unsere Zukunft sein”Damit unser Haushalt den neuen Anforderungen gerecht wird, müssen wir ihn entsprechend zuschneiden”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa machen kann, die schon vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird. Sie haben auch eine erweiterte Debatte darum aufgefordert.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo,richten. Die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa waren offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden. Dies gilt auch für die Prioritäten der Kommission, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird.

Sie auch haben gesagt: “Unsere Welt hat sich verändert”. Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber die Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte so einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen.

Mitgliedstaaten benützen heute die Möglichkeiten, die paradoxerweise von der Krise angeboten weden, in einem selbstzestörerischen Weg. Z.B., haben die Italiener von “Immuni” das europäische Konsortium “PEPP-PT” verlassen, und jetzt werden sie von den italienischen Regionen, von Google und Microsoft boykottiert. Die Union muß diese Verwirrung aufhalten! Sie muß ein europäisches “Immuni”, mit Anwendung vom GDPR, unter der Kontrolle des europäischen Gerichtshofs und von Europol bereitstellen! Europa muß der Garant des GDPRs sein.

Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir werden diese besondere Aufmerksamkeit auch zum Gedenken des 70.ten Jahrestags der Schuman Deklaration, und des 2500.ten Jahrestags der Kämpfe an den Thermopylen and von Salamina,  zwischen dem 9.ten Mai bis die ersten Tage von September widmen, die wir durch eine Serie von digitalen Veranstaltungen beleben werden, zu denen, hoffen wir, die Institutionen teilnehmen werden.Wir werden Ihrem Staff die link übersenden.

Wir hoffen auch, daß diese Veranstaltungen den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenigen  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht die “planlosen Eliten” bleiben, die schon seit 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Asssociazione Culturale Diálexis Via Bernardino Galliari 32, 10125 Torino  TO (Italy) ++39 011.6690004 
  +39 335. 7761536 
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