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10 MAGGIO SALONE DEL LIBRO: GIORNATA SU ECONOMIA, TECNOLOGIA E LAVORO

10 MAGGIO SALONE DEL LIBRO: GIORNATA SU ECONOMIA, TECNOLOGIA E LAVORO (e rettifica orario del 9, cfr infra in amaranto)

Mai dibattito sui temi dell’economia è stato più attuale di oggi, quando lo stesso Trump sostiene che la crescita del PIL americano è la diretta conseguenza dei dazi ch’egli ha imposto sui prodotti del resto del mondo, e quando le sue parole hanno fatto precipitare le borse mondiali e le previsioni di crescita per Germania e Italia.

Nell’ambito del progetto “Cantieri d’Europa”, abbiamo organizzato, per Martedì 10, due iniziative attinenti al rapporto fra lavoro e impresa:

-al mattino, la presentazione congiunta del libro di Enzo Mattina  “Europa Contro” (Edizioni Rubbettino), e del libro di Riccardo Lala “Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”(Alpina);

-al pomeriggio, la presentazione, da parte del Presidente del CNEL, Professor Tiziano Treu, del sondaggio sull’ Europa condotto dalla sua Istituzione, seguito dall’ illustrazione, da parte del responsabile dell’ Ufficio Studi della Confindustria, Fontana, del manifesto congiunto sull’ Europa di Confindustria e sindacati (vedi infra, in verde).

Riportiamo qui di seguito il programma dettagliato di Cantieri d’ Europa con evidenziato in arancione il programma del 10, e con un’ulteriore rettifica (in amaranto)dell’ orario del 9 pomeriggio

Giovedì 9 maggio

Ore 13,30 Salone del Libro – Sala Internazionale

Cantieri d’ Europa: un percorso attraverso le sfide e i dubbi del presente

Presentazione dell’iniziativa

Con Pier Virgilio Dastoli,  Ulrike Guérot (autrice di La nuova guerra civile, Edizioni Alpina), Eric Joszef, Davide Mattiello, Roberto Santaniello.

Presenta Riccardo Lala

 

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe”, co-finanziato dall’ Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), con la Rappresentanza a Milano della Commissione europea, ADD, Benvenuti in Italia e Ullstein

 

Nella Giornata dell’Europa, autori ed editori presentano il percorso “Cantieri d’Europa”, per comprendere ciò che siamo, attraverso le tendenze attuali della politica, della cultura e della tecnologia.

 

Giovedì 9 maggio

 

RETTIFICA ORARIO DEL 9 POMERIGGIO

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 16,30

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: Poliedricità e attualità di Spinelli*

@Presentazione dell’ edizione spagnola di Come ho tentato di diventare saggio (Como traté de hacerme sabio) Icaria Editorial

Con Marcello Belotti, Renata Colorni, Pier Virgilio Dastoli, Ulrike Guérot, Eric Jozsef, Roberto Palea, Davide Mattiello, Roberto Santaniello

Modera Riccardo Lala,

A cura di Alpina, in collaborazione con OGR,  con Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà on the future of Europe” , co-finanziato dalla Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),  Il Mulino e Icaria Editorial

Nell’ambito della presenza della lingua spagnola come ospite d’onore del Salone, intellettuali di diversa estrazione e specializzazione affrontano uno dei personaggi centrali della storia dell’integrazione europea.

 

Posti limitati; richiesta la conferma (e informazioni) al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 

Giovedì 9 maggio

 

Centro Studi San Carlo  Via Monte di Pietà 2

Ore 21,00

 

Cantieri d’Europa:  Film “l’Europa non cade dal cielo”, di Italo Spinelli: proiezione e dibattito

 

Con Stefano Commodo, Ulrike Guérot, Pier Virgilio Dastoli, Eric Jozsef,Roberto Santaniello,  Italo Spinelli

 

Modera: Riccardo Lala

 

A cura di: Alpina, in collaborazione con Rinascimento Europeo e Movimento Europeo – Italia (progetto “Europe Day 2019” co-finanziato dal Movimento Europeo Internazionale nel quadro del Programma Europa per i cittadini).

 

In un momento in cui è forte la tentazione di fare, dei Padri Fondatori dell’Europa, delle icone disincarnate e inoffensive, occultandone il forte carattere e l’indipendenza di pensiero, può essere istruttivo un confronto senza pregiudizi con il vissuto di quei personaggi, pienamente inseriti nei conflitti del loro tempo e nondimeno pienamente attuali

 

 

Venerdì 10 maggio

Ore 10,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Lavoro e tecnologia nell’ Europa di domani

Dialogo fra Enzo Mattina, autore di Europa Contro (Edizioni Rubbettino) e Riccardo Lala , autore di Il ruolo dei lavoratori nell’intelligenza artificiale (Edizioni Alpina)

Con Pier Virgilio Dastoli

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic Agorà for the future of Europe” cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), e Rubbettino Editore

 

Solo l’Europa è in grado guidare una trasformazione delle nostre società  che permetta al lavoro di vivere da protagonista  la nuova era dell’intelligenza artificiale e del pluricentrismo


Venerdì 10 maggio

Officine Grandi Riparazioni, C.so Castelfidardo, 22

Ore 16,30

All’interno della Mostra “Cuore di tenebra – Castello di Rivoli@OGR.1”, Opera “The Nature of the Beast” Di Goshka Macuga

 

Cantieri d’ Europa: “L’Europa e il mondo del lavoro”, Presentazione della Consultazione Pubblica sul Futuro dell’ Europa, a cura del CNEL (Consiglio Nazionale dell’ Economia e del Lavoro)

Con Pier Virgilio Dastoli, Alessandro Fontana, Enzo Mattina, Massimo Richetti,  Tiziano Treu

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione col CNEL e con il Movimento Europeo – Italia, con il suo progetto “Academic Agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

In una fase così delicata per le istituzioni, il CNEL, nell’ambito delle sue prerogative costituzionali, ha predisposto una Consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, con particolare riferimento agli iscritti a tutte le organizzazioni sociali e produttive del Paese rappresentate. Il Presidente ne discute in anteprima, anche in relazione al recentissimo appello per l’Europa della Confindustria ev dei sindacati.

 

Posti limitati; richiesta la conferma al numero 3357751536 o all’e.mail info&alpinasrl.com

 Domenica 12 maggio

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

Lunedì 13 maggio

Ore 10.30 Salone del Libro – Sala Avorio        

 Cantieri d’Europa: Le lingue e l’identità europea.

Presentazione del libro “Es patrida gaian, Le lingue per un ritorno all’ Europa” (Alpina)

Con Federico Gobbo, Lucio Levi, Anna Mastromarino, Elisabetta Palici di Suni, Alfredo Papadakis, Stefano Piano,  Dario Elia Tosi

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet) e con il Centro Einstein di Studi Internazionali.

Con il rimescolamento seguito all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale, all’allargamento della UE, alla Brexit e all’emergere della Cina, anche le prassi consolidate nell’ uso delle lingue vengono messe in discussione: ruoli delle lingue classiche e dell’Inglese; lingue minori e orientali. Linguisti, classicisti, medievisti, giuristi e orientalisti discutono di politiche linguistiche.

Lunedi 13 maggio

Ore 15,00

Hotel NH Torino Centro

Sala Deledda

Corso Vittorio Emanuele 104

 

Cantieri d’Europa: Le infrastrutture del Nord-Ovest e le Nuove Vie della Seta

Dibattito fra Alberto Bradanini, Mino Giachino, Giovanna Giordano, Comitato “La Nuova Via della Seta”, Alfonso Sabatino

Modera Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con il Movimento Europeo – Italia (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet),

Le Nuove Vie della Seta permettono di mettere in contatto un’Europa in difficoltà con il mondo asiatico in piena espansione. Le modalità con cui il nostro territorio si inserirà in questa dialettica determineranno il nostro successo o insuccesso. Ne discutono intellettuali e imprenditori, diplomatici e politici.

 

Contatti:  Tel. 3357761536     www.alpinasrl.com    info@alpinasrl.com

 

APPELLO PER L’EUROPA

 

Perché un appello per l’Europa?

Perché l’Unione europea ha garantito una pace duratura in tutto il nostro continente e ha unito i cittadini europei attorno ai valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia, della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza.

Perché l’UE è stata decisiva nel rendere lo stile di vita europeo quello che è oggi. Ha favorito un progresso economico e sociale senza precedenti con un processo di integrazione che favorisce la coesione tra Paesi e la crescita sostenibile. Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa.  Perché gli interessi economici nazionali, oggi, possono essere perseguiti, in una dimensione continentale, solo attraverso politiche europee.

Di fronte ai giganti economici, i paesi europei presi singolarmente, avranno sempre minore peso politico ed economico. Perché stiamo affrontando enormi sfide, una globalizzazione senza regole, il risorgere di nazionalismi, tensioni internazionali, ridefinizione delle relazioni UE-Regno Unito, migrazioni,disoccupazione, prospettive per il futuro dei nostri giovani, cambiamenti climatici, trasformazione digitale, crescita costante delle diseguaglianze economiche e sociali. Perché la risposta non è battere in ritirata ma rilanciare l’ispirazione originaria dei Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa.

Per queste ragioni esortiamo i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezionieuropee dal 23 al 26 maggio 2019 per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale. Sono tempi incerti, instabili, travagliati per l’Europa e per il mondo. Le conseguenze economiche e sociali della crisi degli anni recenti e delle politiche di rigore pesano ancora sui cittadini, sui lavoratori e sulle imprese. Quelli che intendono mettere in discussione il Progetto europeo, vogliono tornare all’isolamento degli Stati nazionali, alle barriere commerciali, ai dumping fiscali, alle guerre valutarie, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento

Il progetto dell’UE deve, al contrario, essere rilanciato nitido e forte in tutta la sua portata di civiltà e noi, Parti Sociali italiane, crediamo sia cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa, ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa.Abbiamo molto di cui essere orgogliosi e da questo dobbiamo partire per migliorare lavorandoinsieme.

1.L’Europa deve proseguire il processo di integrazione, deve andare avanti, completare l’Unione economica, accelerare la convergenza sui diritti e sulle tutele sociali, rafforzare la prospettiva dell’Unione politica. Guai a pensare che le conquiste raggiunte siano sufficienti: significherebbe noncomprendere le preoccupazioni, le frustrazioni, il disagio e la sofferenza sociale dei tanti milioni dieuropei che non sono in grado di gestire autonomamente la complessità dei nostri tempi. Non diversamente si potrà interpretare lo slancio di partecipazione dei giovani di tutta Europa con il rinnovato impegno sull’ambiente, ormai drammaticamente ineludibile, e con un modello di crescitache restituisca ai giovani il diritto al futuro.Urge accelerare il processo di integrazione europea, da perseguire anche se sarà necessario coinvolgere i Paesi membri in tappe e tempi diversi avviando un percorso costituente, comunque necessario. È già accaduto nel 1957 con i sei paesi fondatori; è successo nel 1998 con la creazione dell’’euro. Con questo spirito, continueremo a contribuire ad un progetto europeo di successo e ad un’Europaunita che garantisca una crescita sostenibile ed inclusiva, un contesto di benessere a lavoratori e imprese, proponendo iniziative che migliorino le condizioni di vita e di lavoro ed offrano un futuromigliore a tutti i cittadini europei.Le Parti sociali ritengono importante che i deputati italiani che verranno eletti al Parlamento Europeosi occupino prioritariamente di:

1.Unire persone e luoghi.

Si tratta di rafforzare le maglie del tessuto connettivo dell’Unione Europea attraverso:

a)ilpotenziamento delle politiche di coesione economiche, sociali, territoriali nell’ambito delQuadro finanziario pluriennale 2021/2027.

b)Ilpotenziamento degli strumenti di studio e di lavoro all’estero, offrendo la possibilità ad ogniadolescente europeo tra i 15 e i 17 anni di passare 15 giorni in un altro a Paese dell’Unione. Per il mondo del lavoro va sviluppato l’Apprendistato Europeo associato al conseguimento di un titolo di studio comunitario, progettato su standard condivisi, per permettere ai giovani di formarsi in una sorta di “Erasmus in azienda”, sviluppando oltre a nuove competenze tecniche, anchecapacità linguistiche, consapevolezza e coscienza europea.

c)UnPiano straordinario per gli investimenti in infrastrutture ed in reti che rappresentano un forteelemento di inclusione perché uniscono territori, città, paesi, assicurando sviluppo, occupazionee coesione sociale. I maggiori investimenti devono essere orientati a promuovere un modello dicrescita e di vita socialmente responsabile ed ambientalmente sostenibile, rispettosodell’equilibrio naturale e meno energivoro, puntando a obiettivi di riduzione delle emissioni nocivee di riconversione modale, secondo i principi e gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 15 dicembre2015. Il piano straordinario di investimenti può incrementare la crescita potenziale del continente,guardando al Mediterraneo come a una grande opportunità di scambio e di sviluppo, erispondere alla concorrenza degli altri grandi player mondiali nei confronti dei quali l’Europa èdecisamente in ritardo.Per finanziare il piano straordinario di investimenti proponiamo di ricorrere a:

➢Eurobond per la crescita:emissioni di titoli di debito europei, “garantiti” da un capitale inizialeversato dai Paesi membri. Nel medio-lungo termine, il debito verrebbe rimborsato con ilgettito di nuove imposte gestite a livello europeo che andrebbero a sostituire impostenazionali. A titolo esemplificativo, un debito europeo del 3 per cento del PIL genererebbe350 miliardi di euro di risorse addizionali.

➢Esclusione della spesa nazionale di cofinanziamento dei progetti europei dai vincoli del Patto di Stabilità e Crescita.

1.Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale.“America first”, la “Nuova via della seta”, la polarizzazione dei baricentri economici e degli equilibrigeopolitici esigono un deciso rafforzamento degli ormeggi europei. Per questo riteniamo urgente:

a)Il completamento del mercato unico: dal mercato dei capitali, decisivo per il rilanciodell’industria europea, che rimane estremamente frammentato; al mercato digitale, che è ancorapresidiato da 28 sistemi di regole diversi e non permette alle aziende europee di raggiungeredimensioni comparabili a quelle americane; al mercato dell’energia, le cui importazionirappresentano un quinto delle importazioni del continente e il cui costo rimane decisamente altonella comparazione internazionale.

b)Una politica industriale europea con due obiettivi prioritari: migliorare la competitività,stimolando gli investimenti in ricerca e innovazione per rilanciare la leadership industrialeeuropea ed affrontare le sfide della trasformazione digitale e della sostenibilità ambientale,rafforzare la contrattazione e la partecipazione nelle imprese come fattore competitivo econdizione del lavoro di qualità; rivedere le regole sulla concorrenza, per creare dei veri campionieuropei che diventino attori globali in grado di competere con i colossi americani e asiatici.

c)Una effettiva politica estera comune capace di esprimere il peso politico internazionaledell’Unione, potenzialmente ben maggiore rispetto alla somma dei pesi dei singoli paesi. Nel 2030 solo tre stati membri europei resteranno tra i primi otto paesi al mondo per livello di PIL e nel 2050 solo la Germania. Considerando l’aggregato UE, il terzo posto è confermato al 2030 dopo Cina e USA e il quarto nel 2050 dopo l’India. Ciò significa che tutti gli stati europei presisingolarmente sono marginali. Solo un’Europa politicamente unita può aspirare ad avere un ruolo nella governance economica mondiale contribuendo alla convergenza multilaterale ed alla stabilità globale.

d)Un rafforzamento istituzionale che assicuri il primato del Parlamento europeo e renda il modello di governante più efficace, anche attraverso un trasferimento di sovranità.

2.Potenziare la rete di solidarietà sociale europea Una delle lezioni più rilevanti dell’ultimo, travagliato decennio ha riguardato l’insufficienza della strumentazione europea per affrontare crisi finanziarie e recessioni globali. Riteniamo, pertanto,necessario superare quel deficit politico ed istituzionale mediante:

a)Una funzione di stabilizzazione del ciclo economico, complementare ai meccanisminazionali, in grado di supportare il reddito e la domanda interna in tempi di crisi con l’obiettivo difinanziare:

3.Uno strumento di sostegno europeo, finanziato senza pesare sulle imprese, per rispondere inoccasione di crisi di uno o più paesi membri, alle ricadute sulla disoccupazione, presidiandoinvece la coesione sociale e prevenendo rischi di contagio

Investimenti pubblici, ad alto moltiplicatore, con funzione anti ciclica.

b)Una effettiva politica comune dell’immigrazione in grado di governare i processi migratori,determinati da dinamiche demografiche, economiche, sociali ed ambientali, come un fenomenostrutturale di lungo periodo, nel rispetto dei diritti universali della persona, dei Trattati e delleConvenzioni internazionali di accoglienza solidale dei migranti, dei richiedenti asilo, dei profughi.L’ampia eterogeneità nelle regole di ammissione, nelle politiche di accoglienza e di integrazionee nelle pratiche di respingimento creano caos, inefficienze, conflitti e, soprattutto, non sonocompatibili con l’esistenza di uno spazio di libera circolazione. Una politica dell’immigrazionecomune è il necessario presupposto per presidiare e rendere effettiva la libertà di circolazionenell’U.E. In materia di immigrazione sarebbe, inoltre, importante replicare in Italia il modello di partenariatoeuropeo per l’integrazione sottoscritto nel 2017 tra la Commissione europea, la Confederazionesindacale europea e Business Europe per i richiedenti asilo.

c) L’armonizzazione e la convergenza dei sistemi fiscali e dei sistemi di protezione del lavorodei paesi membri, oggi quanto mai differenziati. Nell’ambito di un mercato unico, se questedivergenze sono significative alterano la concorrenza, diventano strumento di lotta commerciale e creano forme di dumping sociale e salariale. Per questo occorre uniformare i sistemi fiscali e definire standard comuni di protezione del lavoro all’interno dell’UE secondo i principi del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali.

3.Sviluppare il dialogo sociale e la contrattazione  Relazioni sindacali partecipative e partecipazione creativa delle lavoratrici e dei lavoratori aiprocessi di innovazione continua sono elementi costitutivi di una strategia vincente nelle imprese edi una Governance politica lungimirante e di successo nei Paesi. A tal fine intendiamo favorire:

a)un rinnovato protagonismo delle Parti Sociali nei singoli Paesi e a livello europeo attraversoconfronti stringenti preventivi alle decisioni governative, confermando il Dialogo Sociale qualestrumento democratico efficace di confronto.

b)Il contrasto ai processi di dumping sulle condizioni di lavoro attraverso l’avvio di percorsi chetendano all’armonizzazione europea a partire dai diritti e dalle tutele fondamentali, nonché daitrattamenti salariali delle lavoratrici e dei lavoratori, ispirandosi alle finalità indicate nei 20 principidel Pilastro dei diritti sociali europei.

c)La promozione e la definizione di un quadro normativo europeo certo di sostegno alle relazionisindacali e alla contrattazione collettiva.

d)La valorizzazione il ruolo dei Comitati di Azienda europei per rafforzare relazioni industrialiorientate a definire soluzioni efficaci e innovative, che favoriscano anche processi diarmonizzazione e di estensione della contrattazione a livello europeo.

e)La creazione di un percorso di livello europeo di politiche attive del lavoro e di long lifelearning adeguate alla straordinaria fase di cambiamento epocale determinata dal passaggiodalle fonti energetiche fossili alle fonti rinnovabili e dalla innovazione dell’economia digitale, cosìda affrontare in modo sostenibile ed efficace i cambiamenti legati alla globalizzazione, alletransizioni energetiche, alla digitalizzazione, all’invecchiamento della popolazione, con leconseguenti riorganizzazioni produttive, ridisegno della manifattura e dei servizi, creazione,

innovazione, riconversione degli skill professionali, mobilità occupazionali, cambiamenti nei consumi e negli stili di vita. Per queste ragioni noi Parti Sociali italiane siamo più che mai convinte che il colpo d’ala europeo siastoricamente maturo, necessario, possibile. Esso rappresenta la risposta coerente ed efficace perpreservare e sviluppare, nella complessità del nostro tempo, il patrimonio di civiltà costruito nei secoli dall’Europa nel quale trovano compendio gli ideali di progresso economico, giustizia sociale,democrazia, pace

 

INCONTRO DEL 14 MAGGIO SUL RUOLO DEI LAVORATORI NELLA SOCIETA’ DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Il tema in discussione oggi, quello del ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti, può sembrare distante dall’ oggetto del libro che presentiamo. In realtà, esso ne costituisce una sorta di “punta dell’iceberg”, vale a dire l’implicazione conclusiva ed operativa di un libro forse troppo ambizioso e complesso, il n. 1-2018 dei Quaderni di Azione Europeista” dell’Associazione Culturale Diàlexis, intitolato “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’enciclica ‘Laudato sì’”.

Intanto, occorre precisare che, tanto “Macchine Intelligenti”, quanto “Macchine Spirituali”, quanto, infine, “Intelligenza Artificiale” sono tutti termini coniati dai guru dell’informatica e funzionali alla loro ideologia, o meglio, teologia politica, e quindi non hanno, secondo me, un riscontro obiettivo, per così dire, “ingegneristico”. Assomigliano piuttosto a termini come “proletariato”, oppure “razza ariana”, i quali, pur non avendo alcun significato tecnico, hanno avuto una potente forza ideologica e politica. Certamente, espressioni come “agenti autonomi” e “sistemi esperti” sarebbero più appropriate.

Il tema di questa sera si riferisce dunque a una questione urgente, presente concretamente già oggi, sotto i nostri occhi, nella cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”, ma che si aggraverà nella successiva fase, quella delle Macchine Intelligenti. La sua principale manifestazione è costituita dalla crescente disoccupazione, e, soprattutto, sottoccupazione, tecnologica, la quale si cumula, da un lato, a quella endemica nel nostro Paese e, dall’ altro, a quella provocata dalle altre gravi disfunzioni del sistema economico europeo, e italiano in particolare. È quindi difficile quantificare, tanto la disoccupazione e sottoccupazione tecnologica, quanto la disoccupazione non tecnologica, o dovuta a cause non tecnologiche. La disoccupazione non è in definitiva che una delle tante manifestazioni del declino dell’Europa, e, quindi, la sua soluzione non può essere trovata se non in un quadro più ampio, non solo industriale, ma tecnologico, giuridico, politico e, soprattutto, ideologico e culturale.

Pertanto, prima di illustrare il tema specifico della giornata, analizzerò brevemente in che modo le idee esposte nel libro circa il modello sociale europeo, il pensiero cristiano e l’Enciclica “Laudato si’”, possano influenzare la sua soluzione in una prospettiva di medio termine, vale a dire quella della transizione dalla società 4.0 alla Società delle Macchine Intelligenti, e nell’ambito dell’integrazione europea.

Premetto che, nelle vulgate sindacale, mediatica, accademica e politica, il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, ma, in generale, lo stesso il ruolo sociale  dei lavoratori, sembrerebbero destinati a ridimensionarsi  inevitabilmente per effetto della globalizzazione e dell’automazione. Semplificando, la disoccupazione tecnologica, che a troppi osservatori appare ineludibile, deriverebbe dal fatto che le macchine svolgono i compiti umani in modo progressivamente sempre più efficiente degli umani stessi, sicché la sostituzione dei secondi da parte delle prime costituirebbe una tendenza naturale della società. Dalla ricerca The Future of the Jobs presentata dal Boston Consulting Group al World Economic Forum, è emerso però che vi sarebbe invece, soprattutto in Italia, una sorta di bilanciamento fra perdita e creazione di posti di lavoro. Questa visione rassicurante deriva dal fatto che il Boston Consulting Group ignora gli aspetti geopolitici della questione, e il ruolo della divisione diseguale del lavoro in un mondo bipolare.   Io invece, seguendo in questo Erasmo contro Lutero, non credo esista, nella storia umana, alcuna tendenza naturale e inevitabile, poiché, grazie al libero arbitrio, è l’uomo stesso ad essere il fabbro della propria fortuna (e/o rovina). Il nostro è proprio uno di quei casi in cui un forte slancio volontaristico potrebbe alterare anche radicalmente il corso naturale dello sviluppo storico, e, in particolare, la configurazione attuale della globalizzazione.

Questo slancio non può venire, a mio avviso, se non da una chiara concezione europea delle politiche economiche e sociali, una concezione che prenda congedo dall’esaltazione acritica del mito del progresso alla luce degl’immani pericoli creati dall’incombere delle cosiddette Macchine Intelligenti.

Come scriveva Romano Guardini, di cui ricorre il 50° anniversario della morte: “l’interpretazione meccanicistica dell’ esistenza è fallita.”. Infatti, l’inveramento di questa interpretazione nella società industriale ha prodotto il gigantismo degli “Apparati” (razionali, sociali, economici, tecnici, informatici- Heidegger-), che imprigionano l’ uomo nella loro “gabbia d’ acciaio” (Max Weber): “Nasce il problema di governare la tecnica.”, che Guardini vedeva, come più tardi Pietro Barcellona, come la missione  specifica dell’ Europa nel mondo:”Ma la possibilità di governare la tecnica è subordinata alla ‘speranza che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle all’ ordine.’”

Infatti, l’umanità stanca del mondo si affida sempre più all’Apparato per effetto di un’abissale accidia, che le fa desiderare la dissoluzione di se stessa e di tutto il resto. In tal modo, l’Apparato si  raggruma intorno alla persona, paralizzandola, e togliendole la capacità di realizzare la propria missione. Seguendo il linguaggio delle Encicliche, il “Lavoro in senso oggettivo” si impone sul “Lavoro in senso Soggettivo”. Affinché una nuova umanità non macchinica divenga possibile, occorre invertire la direzione di marcia, fondata sull’egemonia del meccanicismo (nella politica, nella cultura, nell’economia), sull’irrisione del sublime, sull’omologazione totalitaria, sulla dissoluzione del soggetto, sulla pedagogia dell’indifferenziato. Si tratta di rafforzare la persona perché possa liberarsi dalla dittatura della banalità quotidiana: “Ma facciamo bene a convincerci che mai nulla è diventato grande senza ascesi e ciò di cui si tratta è qualche cosa di molto grande, anzi di decisivo. E’ il decidere se con il nostro lavoro vogliamo attuare la sovranità a noi affidata in modo che essa conduca alla libertà o all’ asservimento”.

E’ l’applicazione pratica dell’idea di Jaeger dell’ ascesi cristiana come attualizzazione della Paideia greca.

  1. GEOPOLITICA DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Per rifuggire dai luoghi comuni e dalle indebite generalizzazioni, occorre intanto intenderci sulle definizioni, evitando, innanzitutto, l’abusata equazione, di origine marxista, fra “lavoratori” e “operai” (tutti “Arbeiter”), e, in secondo luogo, quella fra la “globalizzazione” e l‘“americanizzazione”.  Intanto, già oggi gli operai costituiscono in Italia una quota modesta degli occupati (meno di 4 milioni di persone su 50 milioni, vale a dire meno del 10%), mentre, invece, i “lavoratori” in senso generale, o meglio “gli occupati” sono più di 25 milioni. Oltre tutto, gli operai non sono considerati “poveri” dall’ ISTAT, e, per esempio, non avrebbero diritto al reddito di cittadinanza. Per questo, il fatto che gli operai tendano a diminuire ulteriormente non costituirà certamente un problema insolubile. Piuttosto, secondo il Boston Consulting Group, ben più gravida di conseguenze sarà l’automatizzazione dei, ben più numerosi, lavori nel campo dei servizi e del terziario avanzato (esempi: le segretarie, i taxisti, i camionisti, i ferrovieri, i bancari, i camerieri, i militari…). Questo soprattutto quando l’automazione raggiungerà i livelli più elevati della gerarchia (secondo la nuova classificazione ISTAT, la “Classe dirigente”: pubblici funzionari, ufficiali, giornalisti, insegnanti, medici, avvocati…).

Il concentrarsi dell’attenzione di tutti  sulla “Quarta Rivoluzione Industriale”, cioè su qualcosa già attuato, falsa gravemente la prospettiva, perché i decisori che contano,  come il direttore tecnico delle Google e il presidente cinese, puntano dichiaratamente, come scadenza dei progetti d’Intelligenza Artificiale, alla quarta decade del XXI Secolo, vale a dire fra 30 anni. Orbene, su un tale arco di tempo, le trasformazioni perseguite dagli Stati e dalle multinazionali saranno ben superiori a quelle attuali. Si perverrà infatti a quella completa automazione di tutti i processi economici a cui ci ha oramai abituati da un secolo la fantascienza.

Dal punto di vista strettamente economico, il fatto che, a parità di output, l’aumento della produttività comporti la riduzione delle ore lavorate, o, a parità di ore lavorate, produca un maggiore output, non dovrebbe costituire un problema, perché ciò dovrebbe comportare anche un aumento dei margini operativi delle imprese. A questo punto, si potrebbe optare, teoricamente, a seconda delle esigenze del mercato, o per la riduzione delle ore lavorate a parità di salario, o per l’incremento della produzione e il mantenimento dell’orario. Tutto ciò si scontra però con il fatto che, come brillantemente illustrato da Evgeny Morozov, le grandi imprese informatiche americane riscuotono, attraverso il controllo dei dati degli Europei, una rendita di posizione, grazie alla quale realizzano in Europa, attraverso la pubblicità, la rivendita dei dati e la gestione di servizi, enormi profitti fuori del Continente, profitti che non possono essere tassati con i metodi tradizionali, perché non possono neppure essere contabilizzati in Europa, essendo anche i server fuori della sovranità europea, sicché diventa impossibile, come dimostra la vicenda della “Internet Tax”, realizzare i trasferimenti di risorse necessari per una divisione degli extra-profitti su tutto il sistema dell’ economia nazionale. L’ Unione Europea, pesantemente danneggiata, prima, dagl’incredibili privilegi fiscali delle Big Five, e, ora, dal cumularsi di una pluralità di “atti emulativi” degli Stati Uniti, non è ancora riuscita, dal 2014, quando il neo-presidente Juncker era finito sotto inchiesta per i Tax Rulings del Lussemburgo, a concordare una forma di tassazione adeguata per le attività delle Big Five in Europa. Eppure, questa sarebbe la precondizione per poter garantire i necessari trasferimenti di risorse all’interno dell’ Europa stessa. Cosa resa evidente dal fatto che, nelle trattative per la formazione del nuovo Governo italiano, la copertura del “reddito di cittadinanza” viene prevista non già, come sarebbe logico, attraverso la tassazione delle Big Five, bensì attraverso altre poste del bilancio dello Stato.

Il problema numero uno dell’ Italia -il blocco, da circa 30 anni, della crescita  del PIL -, non si può quindi certo rimediare con una politica di trasferimenti interni, comunque strutturata, bensì implica invece la necessità d’intervenire severamente sulla divisione internazionale del lavoro -sia contro le infinite forme di “contingentamento dell’Europa” (ultima fra le quali la richiesta di nuove sanzioni contro l’Iran), quanto contro il “fallimenti del mercato”, che hanno visto da decenni l’Italia e l’Europa cedere, senza colpo ferire, intere fette di mercato, interno e internazionale, a multinazionali extraeuropee-.

Prendo atto con soddisfazione che il ministro francese Lemaire ha finalmente affermato che, dinanzi alle misure anti-europee, l’Europa deve dotarsi di strumenti legislativi che le permettano di reagire. Si spera solo che non ci si limiti a imporre dazi contro dazi, ma si colpisca soprattutto ciò che veramente preme agli USA, come le sanzioni alla Russia e all’ Iran e le tasse delle multinazionali. Solo così, recuperando i moltissimi miliardi trasferiti in questi decenni fuori dell’ Europa, e soprattutto creando imprese competitive con le Big Five, si potrà evitare che si crei un gran numero di disoccupati cronici che basino la loro sussistenza sul reddito di cittadinanza (che per altro, nella configurazione proposta dalla coalizione Salvini-Di Maio, si deve definire più sobriamente come “sussidio di disoccupazione”).

 

 

2.I PROBLEMI SOCIALI

Una volta risolti, per ipotesi, il problema politico di un’adeguata tassazione dei reali profitti delle multinazionali e della creazione di campioni europei dell’ informatica, resterebbe comunque la non indifferente questione della ripartizione, fra i vari ceti, dei benefici e degli oneri dell’automazione.

E’ certo intanto che questa comporta, e comporterà sempre più, per la sua stessa natura:

(a)un incremento, a scapito delle attività manuali, di quelle intellettuali, e, in particolare:

-futurologi;

-esperti in cybersecurity;

-imprenditori informatici;

-studiosi d’informatica;

-gestori di fondi pubblici;

-operatori culturali;

-hackers…

(b)All’ interno stesso delle attività produttive e di servizi, il cosiddetto “upgrading” delle funzioni, grazie alle quali ogni lavoratore potrà gestire, tramite l’informatica, le attività prima svolte da un intero gruppo: l’operaio informatizzato, il lavoro di un’intera squadra; una segretaria informatizzata, il lavoro di un intero pool segretariale; un medico informatizzato, il lavoro di un’intera clinica, compreso il direttore; un avvocato informatizzato, il lavoro di un intero studio legale, ecc… Tutto questo non è fantascienza; anzi, viene già attuato in gran parte in molte realtà lavorative, anche italiane (pensiamo innanzitutto alle multinazionali della logistica, come per esempio Amazon, ma anche nel costruendo stabilimento Lamborghini di Bologna, e in Prima Industrie, dove già ora i “blue collars” sono inquadrati come operai ma hanno un diploma tecnico e uno stipendio da impiegati).

Personalmente, sono stato coinvolto da 35 anni in esperimenti diautomatizzazione del lavoro intellettuale, come per esempio, già nel 1978, nelle ricerche giurisprudenziali parzialmente automatizzate presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, e, dal 1982,  nella creazione standardizzata di atti giuridici nella gestione informatizzata di grandi quantità di contenzioso in grandi studi legali e uffici legali di multinazionali).

Lo studio del Boston Consulting Group è stracolmo di dati statistici e di esempi concreti, in base ai quali la transizione verso nuovi ruoli avrà effetti imprevedibili per il singolo, con la possibilità, a seconda dei casi, di migliorare o di peggiorare la propria situazione. Il rapporto non tiene però conto delle “politiche attive del lavoro”- per esempio, della ri-localizzazione negli USA imposta da Trump, oppure  di una seria politica di ristrutturazione europea più efficace, che potrebbe sostituire la cosiddetta “Industria.4”-.

 

5.LA NUOVA ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

Dallo studio di Boston Consulting emerge che l’”Industria 4.0” si incentra sull’adozione di alcune tecnologie definite come “abilitanti”, per altro non tutte innovative. Ricordiamo:

Le “Advanced manufacturing solutions”: sistemi avanzati di produzione, ovvero sistemi interconnessi e modulari che permettono flessibilità e performance. Fra queste tecnologie rientrano i sistemi di movimentazione automatica dei materiali e la robotica avanzata, che oggi entra sul mercato con i robot collaborativi o cobot;

Le “Big Data Analytics”: tecniche di gestione di grandissime quantità di dati attraverso sistemi aperti che permettono previsioni o predizioni.

 

Tuttavia, la caratteristica principale dell’ Industria 4.0 è quella di modificare l’organizzazione del lavoro, eliminando la funzione dell’ operaio specializzato, confondendola con quella del tecnico di produzione, e permettendo un flusso più aperto d’informazioni e di semilavorati fra imprese indipendenti. Senza entrare nei dettagli, si può dire che l’insieme di queste attività implicherà una più forte responsabilizzazione di tutti gli elementi della catena produttiva, che saranno sempre più coinvolti nelle scelte imprenditoriali a mano a mano ch’esso potranno gestire autonomamente un segmento più ampio del processo.

Queste tendenze si sposano perciò egregiamente con l’avanzata travolgente in tutta Europa di forme di partecipazione dei lavoratori, secondo la falsariga delineata già dalla fine dell’Ottocento dal pensiero sociale cristiano (Vogelsang, Toniolo), e ribadito durante tutto il Novecento, da un lato, dalle Encicliche sociali, e, dall’altro, dalla legislazione sociale dei Paesi Europei, con particolare riguardo alla Costituzione italiana e alla legislazione tedesca sulla cogestione.

Questo trend è stato favorito dalla spinta data dalla legislazione europea (con particolare riguardo a quella sui diritti d’informazione dei lavoratori e sul sistema duale di governance societaria), e dall’ influenza del modello tedesco. Introdotta in Germania dopo la IIa Guerra Mondiale soprattutto per impedire l’appropriazione dei grandi gruppi da parte degli occupanti anglo-americani, ha costituito, e ancora costituisce, la miglior protezione contro quella svendita delle imprese nazionali che tanto spaventa la Merkel e il legislatore europeo. Basti pensare ai casi della Continental e della Chrysler.  L’impressionante tabella che si trova a pagina 207 del libro dimostra che la quasi totalità dei Paesi dell’Unione a 27 possiede istituti di cogestione, con la rimarchevole assenza dell’Italia, del Belgio, di Cipro e di Malta.

Esso dimostra, a mio avviso, ed eloquentemente, che il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano sono tutt’altro che obsoleti, anzi stanno esplicitando proprio ora tutta la loro forza, costituendo uno degli elementi fondamentali che fanno della Germania il leader dell’ Unione.

  1. COGESTIONE TEDESCA E INDUSTRIA 4.0

E’ impressionante come tutti in Europa, e, soprattutto, in Italia,  abbiano da sempre predicato la necessità della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, e, poi, di fatto, abbiano sempre mantenuto in piedi un’organizzazione estremamente accentratrice. Dall’idea di Lenin “tutto il potere ai soviet” alla Carta del Lavoro (la socializzazione), dalla Costituzione italiana al Movimento Comunità, dalle Encicliche Sociali alla Legge Fornero, non si è mai vista, almeno in Italia, una qualsivoglia realizzazione pratica. Anzi, spesso i più accaniti fautori della partecipazione, come per esempio Adriano Olivetti, si erano rivelati poi in pratica degl’imprenditori assolutamente autocratici.

Paradossalmente, in Germania la cogestione, che si è rivelata così provvidenziale per il successo delle imprese tedesche, si è affermata quasi per caso, per un’intrinseca esigenza del popolo tedesco, da sempre incline al comunitarismo e allo spirito organizzativo. Basti pensare ch’essa nacque subito dopo la guerra, quando perfino gl’industriali dell’industria carbosiderurgica la vedevano con favore, come strumento per evitare il controllo delle potenze occupanti

Vi sono praticamente 3 tipi di cogestione: paritetica; 1/3-2/3; modello Volkswagen.

Nel 1947 era creata, dunque, la prima cogestione paritaria, su base contrattuale. Con la Legge del 1951, tutte le industrie del settore carbosiderurgico avevano ottenuto la cogestione paritetica. Dal 1952, si introdusse nelle altre imprese una cogestione1/3-2/3.

La Volkswagen, che è la maggiore impresa mondiale del settore automobilistico, è retta da una legge speciale (la Volkwagengesetz), approvata nel 1960, in occasione della privatizzazione dell’azienda. In base a tale legge, nessun azionista può esercitare, indipendentemente dalle quote possedute, più del 20% dei diritti di voto, in modo tale che l’azionista di riferimento resti sempre il Land della Bassa Sassonia (una forma di Golden Share).

Nel 1976, Helmut Schmidt introduceva la cogestione paritetica in tutte le grandi imprese tedesche.

Oggi, dopo l’avvio dell’iniziativa Industria 4.0, vi è in Germania tutta un’attività, da parte di studiosi, sindacalisti, manager e consulenti aziendali, volte a trovare sistemi di raccordo fra la normativa sulla cogestione e le nuove tecnologie. In effetti, da un lato, la configurazione del posto di lavoro costituisce uno dei primi contenuti della cogestione; dall’ altra, le nuove tecniche, in particolare con i robot collaborativi, richiedono inevitabilmente un coinvolgimento attivo dei lavoratori, che, anziché essere vincolati ai processi della macchina, la possono utilizzare in modo flessibile, come un tempo i singoli utensili.

 

3.I I COMPITI  DEL LEGISLATORE

Il legislatore (europeo e nazionale) ha ora almeno tre compiti:

(a)quello di riqualificare tutti i lavoratori attraverso la modifica dei curricula e la formazione permanente;

(b)quello di garantire un’equa ripartizione, fra i vari “stakeholders”, dei benefici (e/o degli oneri) del sistema;

(c)quello di riorganizzare lo Stato e le imprese in modo da essere compatibili con questa nuova realtà

Ne conseguono, per il legislatore, tre nuove attività:

a)la definizione di nuovi curricula scolastici e di formazione permanente, erogando i corrispondenti finanziamenti;

b)la definizione legislativa degl’incentivi all’ innovazione e dei carichi fiscali sugl’incrementi di redditività;

c)la riforma della pubblica amministrazione e del diritto economico, per incorporare e trasformare   queste novità.

I Governi e le istituzioni europei hanno iniziato da alcuni anni a occuparsi  della questione (con molto ritardo sui concorrenti americani e cinesi), con l’ iniziativa “Industria 4.0”, la quale tuttavia affronta ancora la questione in un’ottica parziale, in quanto interpreta le trasformazioni in corso come fatti prevalentemente ingegneristici, non già come fenomeni politici e soprattutto culturali, in una visione che, pur non sottovalutando il ruolo indiscutibile della tecnica e della tecnologia, rimetta al centro della riflessione il ruolo dei popoli e della persona –della persona che lavora – nei nuovi processi di produzione. Che l’Unione giochi sempre di rimessa, rispetto alle iniziative di USA e Cina è dimostrato dal fatto che:

a)tanto l’iniziativa “Industria 4.0” quanto quella per l’ Intelligenza Artificiale di cui alla Comunicazione della Commissione SWD 2018 sono state adottate alcuni anni dopo le analoghe iniziative americane e cinesi;

b)”Industria 4.0” è già superata dalla Comunicazione per l’ Intelligenza Artificiale, che rende obsolete il tipo di automatizzazione di cui alla precedente iniziativa;

c)ambedue le iniziative mancano di un respiro umanistico, quali quelli delle analoghe iniziative americane e cinesi, che sono pienamente inserite in una precisa visione del mondo (nell’ un caso, puritana; nell’ altro, confuciana), a cui le relative strategie sono funzionali. L’espressione contenuta nella Comunicazione: “Prepare for socio-economic changes brought about by AI by encouraging the modernisation of education and training systems, nurturing talent, anticipating changes in the labour market, supporting labour market transitions and adaptation of social protection systems” è assolutamente asettica e puramente ingegneristica, non affrontando affatto le gravi questioni trattate nei punti precedenti.

Anche la “Politica nazionale Industria 4.0” del Governo italiano è purtroppo tutta concentrata, come quella europea, sulla produzione manifatturiera e sulla fabbrica in un momento storico nel quale, proprio grazie all’internet delle cose, industria e servizi sono sempre più interconnessi tra loro dando origine a nuovi modelli di business, mercati, processi, prodotti e dinamiche del consumo. Tuttavia, almeno, per poter fruire delle agevolazioni finanziarie europee, l’Italia deve promuovere e incentivare le iniziative di informazione e formazione, anche se queste sono incredibilmente arretrate rispetto alla media degli altri Paesi, soprattutto per ciò che concerne la formazione.

  1. UNA NUOVA POLITICA DEI REDDITI

E’ paradossale che vi sia un enorme “esercito di riserva” di disoccupati cronici, quando invece:

(a)tutti i lavoratori avrebbero bisogno di ridurre, a parità di salario, le ore lavorate, se non altro per poter frequentare veri corsi di riqualificazione;

(b)vi sono infiniti compiti indispensabili, ma non svolti da nessuno, come ovviare al degrado ecologico e urbanistico, gestire il turismo, costituire basi di dati, fare formazione informatica –tutte cose che si addirebbero benissimo a dei giovani disoccupati, specie a dei giovani disoccupati intellettuali con tanto di master, che potrebbero benissimo lavorare come formatori, non solo degli operai, ma perfino dei manager e dei funzionari dello Stato-;

(c)occorrerebbe accumulare esperienze pratiche in imprese innovative, per contrastare la concorrenza extraeuropea;

(d)occorrerebbe contrastare l’allontanamento, fisico e psicologico, dei giovani dal mondo del lavoro, che ne deteriora progressivamente le motivazioni, le competenze e l’occupabilità.

Quindi, piuttosto che pagare, con il reddito di cittadinanza, 780  Euro al mese a ogni disoccupato, occorrerebbe creare posti di lavoro a basso salario, ma che servano per la formazione di curricula, per esempio nelle forze armate o nel servizio civile, per coprire le carenze urgenti nei settori sopra indicati. Ricordo, nella mia qualità di ex ufficiale pagatore, che, nel 1974, il soldo di un soldato di leva era di 150 lire (75 centesimi di Euro) a settimana, più vitto e alloggio, sì che il suo costo non eccederebbe oggi certo quello del reddito di cittadinanza, ma in cambio si otterrebbero, da una parte, una prestazione lavorativa, e, dall’ altra, un automatico “learning on the job”, come quello offerto dall’ Esercito Israeliano, che costituisce una miniera di giovani esperti per l’industria informatica.

5.LA FORMAZIONE

La nuova strutturazione della società implicherà ingenti fabbisogni formativi radicalmente diversi da quelli attuali:

(a)Cambierà la natura della prestazione regolata e definita dal contratto di lavoro, incidendo profondamente sull’ idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, e aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità o anche sulla compartecipazione dei risultati o degli utili, secondo forme più o meno spinte di partecipazione economica e di partecipazione ai processi decisionali;

 (b)La formazione pratica sarà basata sempre più su competenze informatiche, per abilitare tutti alla gestione di sistemi complessi. Per esempio, negli ITI collegati all’ industria, come quelli creati in Emilia-Romagna, si creano, attraverso l’alternanza scuola-lavoro, tecnici specializzati per le nuove fabbriche sofisticatissime come quella della Lamborghini;

(c)La formazione specialistica dovrà abbinare competenze professionali (per esempio, mediche, legali), alle corrispondenti competenze informatiche, in modo da poter gestire senza l’appoggio di ausiliari, ma con quello di apparati automatici, funzioni ancillari come la gestione degli esami clinici, l’assistenza personale ai malati, i rapporti con mutue e assicurazioni, le ricerche di giurisprudenza, la redazione automatica di atti standardizzati…);

(d)la formazione a compiti dirigenziali e politici dovrà includere conoscenze filologiche, linguistiche, di culture comparate, delle scienze esatte, comprensive della cibernetica e delle neuroscienze, delle nuove tecnologie, comprensive di quelle informatiche e biomediche

(e)tutto ciò implicherà la necessità di inserire organicamente la formazione permanente nella vita del lavoro (e perfino nella vita politica), con una quota ben precisa dell’orario di lavoro dedicata alla formazione (sulla falsariga delle libere professioni e delle Forze Armate), secondo piani coordinati con l’avanzamento nella carriera e una certificazione seria e obiettiva delle competenze acquisite.

Ne deriva che, con il determinante apporto dello Stato, sarà possibile realizzare, nel corso di 4/5 anni, l’”upgrading” di tutte le funzioni, a cui dovrebbe corrispondere un parallelo incremento della competitività del sistema, con la conseguente maggior penetrazione sui mercati mondiali, la quale dovrebbe finanziare i costi della formazione permanente e dell’incremento del tempo dedicato alla formazione.

La cosiddetta “funzione anticiclica dell’ investimento pubblico”, oggi tornata improvvisamente di moda, funzionerebbe veramente se l’investimento si orientasse verso la creazione di campioni nazionali e alla riqualificazione del lavoro, anziché a misure puramente assistenziali ed espansive della spesa.

  1. LA COGESTIONE IN ITALIA

La vicenda della cogestione in Italia è veramente paradossale. Proposta per primo da Toniolo a fine ‘800 sulla falsariga della Rerum Novarum, iscritta nella Carta del Carnaro e nella Costituzione Repubblicana, e adottata, almeno sulla carta, tanto dalla Repubblica Sociale che dal CLNAI; oggetto di progetti di legge, mai approvati (ultimo fra i quali il “Progetto di Legge Ichino”,  in tutte le legislature, essa è stata introdotta in Italia in dosi omeopatiche e quasi per sbaglio, sempre sulla base di un accordo specifico in sede aziendale.

All’ interno dell’ ampia categoria della “partecipazione”, si distinguono:

a)L’azionariato dei dipendenti

Recentemente, sono state introdotte effettuate ulteriori sperimentazioni ma solo nel campo dell’azionariato popolare, senza apprezzabili ricadute in termini di potere decisionale dei lavoratori, come  nei 4 casi più importanti: Unicredit, Telecom Italia, Intesa Sanpaolo e Prysmian.

Con la delega al Governo attribuita dall’art. 4 (commi 62,63) della l. n.92 del 2012, ”Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale”8La delega riproposta nel ddl. n.1051 conferiva al Governo il compito di formulare uno o più decreti legislativi che avrebbero favorito il coinvolgimento del lavoratore nell’impresa. Sia nel comma 62 dell’art.4 della legge 92/2012 che nel ddl 1051 è stipulato un elenco di possibili soluzioni partecipative finalizzate al coinvolgimento nella quale è contenuta anche la partecipazione finanziaria. La volontà di conferire a forme di partecipazione finanziaria una valenza di coinvolgimento del lavoratore è presente anche nella ”proposta DLM”, proposta di legge sindacale del gruppo di giuslavoristi coordinato. Dall’esame della delega all’art 4 l.92/2012 del ddl n.1051 e della proposta DLM emerge una linea comune che vede nella contrattazione la via per l’introduzione delle diverse forme di coinvolgimento.

2)La partecipazione contrattuale all’ organizzazione del lavoro

Un recente passo in avanti è stato fatto con  la legge di bilancio 2016, il governo italiano ha inteso favorire la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del lavoro, purché introdotta e condivisa nell’ambito di contratti collettivi aziendali o territoriali. Dapprima, ha consentito un’estensione dell’ammontare massimo dei premi di risultato (fino a 2.500 euro nel 2016 e fino a 4.000 euro nel 2017) soggetti all’imposta sostitutiva dell’IRPEF pari al 10%; successivamente (per i contratti collettivi sottoscritti dal 24 aprile 2017), ha alleggerito l’onere contributivo associato a una parte di premio di risultato (il cui importo massimo resta fissato a 3.000 euro) non superiore a 800 euro.

Da allora, il coinvolgimento paritetico dei lavoratori (le cui modalità di realizzazione sono state inizialmente specificate nel decreto interministeriale del 25 marzo 2016) ha conquistato sempre più spazio nei contratti collettivi aziendali e territoriali, pur non eguagliando il successo dei premi di risultato e delle prestazioni di welfare. In base alle ultime informazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a marzo 2018, dei 9.389 contratti attivi e depositati, 1.387 prevedono un piano di partecipazione dei lavoratori.

Tentando di seguire le orme delle attività congiunte svolte con “Arbeit 2020” nella Renania Settentrionale-, che coinvolge diversi sindacati tra cui IG METALL e un network consolidato di esperti, con il contributo economico delle istituzioni pubbliche regionali e del Fondo Sociale Europeo, con la Circolare n. 5/E del 29 marzo 2018, oltre a ribadire che il coinvolgimento paritetico dei lavoratori è realizzabile «mediante schemi organizzativi che permettono di coinvolgere in modo diretto e attivo i lavoratori (i) nei processi di innovazione e di miglioramento delle prestazioni aziendali, con incrementi di efficienza e produttività, e (ii) nel miglioramento della qualità della vita e del lavoro», l’Agenzia delle Entrate ha inteso fornire ulteriori indicazioni sul tema e ha essenzialmente subordinato l’erogazione del beneficio contributivo alla redazione, a livello aziendale, di un apposito Piano di Innovazione.

L’auspicio, quindi, è che  si promuovano percorsi congiunti di formazione adeguata su questi temi e provando a costituire insieme reti qualificate di esperti e consulenti in grado di affiancare lavoratori e imprese nella definizione e realizzazione di piani di innovazione tecnologica e organizzativa.

c)Il caso Alcoa

Il caso che ha fatto parlare molto di cogestione è stato quello dell’ALCOA, dove il Ministro Calenda ha contrattato con i  nuovi investitori svizzeri una, seppur modestissima, forma di collaborazione”alla tedesca”, con una seppur piccola presenza nel Consiglio di Sorveglianza.

La confusione che regna in questa materia richiederebbe che un movimento sociale trasversale prendesse su di sé l’onere di portare avanti questa complessa materia, facendo almeno un po’ di chiarezza. su tutti gli scacchieri-politico, giuslavoristico, sindacale. A questo fine, con gli altri oratori di quest’incontro, stiamo organizzando un convegno a ottobre, che potrebbe costituire il punto di partenza di questo movimento,