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PASQUA DI RESURREZIONE

Wuhan festeggia la chiusura degli ospedali d’emergenza

Speriamo che questa Pasqua costituisca veramente una resurrezione di tutti, dalla pandemia, dalla crisi dell’Europa e della decadenza dell’Italia. Tuttavia, mentre a Wuhan si ricomincia a poter uscire, seppure con cautela, da noi siamo ancora nel pieno dell’epidemia. L’Europa, e in particolare l’Italia, totalizzano la maggior parte dei decessi, e probabilmente l’epidemia è ancora solo agl’inizi, non solo da noi.

Non ci può consolare il fatto che, in extremis, i Ministri delle Finanze avrebbero raggiunto un accordo, seppure “al ribasso”, su come finanziare l’indebitamento degli Stati Membri derivante dalla pandemia, e reso necessario per il suo superamento, perchè è certo che il mix di strumenti finanziari usciti dal compromesso sarà in grado forse  di risolvere i problemi del Coronavirus, ma non quelli di fronte ai quali ci trovavamo già prima: problemi strutturali dell’ intera Europa al cui superamento stiamo lavorando, preparando le novità librarie di quest’anno.

Stefano Folli scrive su “La Repubblica”:”Nella serata in cui l’Eurogruppo approda a un modesto compromesso, si può misurare quanto sia limitata la capacità dell’Italia di essere ascoltata sul piano internazionale. La battaglia per gli eurobond (o coronabond che dir si voglia) era già persa da giorni, ma si è voluto farne la bandiera di una sorta di sfida al resto dell’Unione che è finita in un nulla di fatto. In sostanza con un rinvio delle decisioni ai capi di Stato e di governo, ma su una base poco propizia alle posizioni italiane.”

Giustamente il primo ministro Conte ha deciso di non sottoscrivere l’accordo così com’è, perchè “qui ci vuole un’economia di guerra”. Ma occorre fare mente locale a che cos’è un’”economia di guerra”.

Riguardo la domanda aggregata, questo concetto è stato al “Keynesismo militare”, dove il budget di difesa di un Governo stabilizza il ciclo economico e le fluttuazioni, usato anche per la recessione. La guerra è spesso usata preventivamente contro il deterioramento di una situazione da crisi monetaria, in particolare espandendo servizi e impiego in ambito militare, e contemporaneamente depopolando segmenti della società liberando risorse e attuando un riordino sociale e economico.

E questo potrebbe essere il nostro caso. Dal lato dell’offerta, è dimostrato che in alcuni periodi bellici c’è una accelerazione del progresso tecnologico che rende forte la società al termine del conflitto. Questo è il caso degli USA nella prima e seconda guerra mondiale.

Rosie the Rivetter in corsia

  1. L’handicap dell’Europa rispetto ai concorrenti

Romano Prodi ha giustamente osservato che, per sbloccare la situazione, basterebbe che l’Europa facesse quello che stanno facendo Stati Uniti e Cina, vale a dire stampare molti più Euro (destinandoli evidentemente direttamente alle loro finalità economiche: pagare apparecchiature mediche, cassa integrazione, sussidi alle imprese), e la situazione sarebbe risolta. Invece, l’Europa questo non lo fa.

Perché? In Italia, tutti dicono che sono i Paesi del Nord che non vogliono perché ne hanno un interesse finanziario. Questa è soltanto una parte della verità. La realtà è che l’Unione Europea, qualora avesse veramente tanti Euro da spendere, non saprebbe che farsene, perché non è strutturata per svolgere azioni di carattere straordinario: piani di salvataggio, finanza anticiclica, Stato innovatore. Non ha sufficienti poteri dal punto di vista giuridico, ma soprattutto non ha un vertice forte, e nemmeno un numero sufficiente di funzionari. E soprattutto, da quando si è trasformata, da Comunità Europee (di cui mi vanto di essere stato un funzionario), in Unione Europea, aveva acquisito (essenzialmente dalla Inghilterra) un’ideologia anacronisticamente liberistica, che non tiene conto del fatto che oggi, in tutti gli Stati (e in primo luogo gli Stati Uniti), il settore pubblico, fra demanio, fiscalità, burocrazie, pensioni, difesa allargata, assistenza, sostegno all’industria, alla sanità e alla cultura, controlla più di metà del PIL, e, quindi, è alla razionale gestione di questo settore che si deve guardare per migliorare l’ economia.

L’Unione non è invece concepita per svolgere i compiti di un grande Stato del XXI° secolo, come l’America e la Cina, anche perché, secondo quell’ ideologia, tali compiti (ideazione, progettazione, difesa nell’ arena mondiale) non dovrebbe svolgerli proprio nessuno. E, invece, le grandi potenze nostre concorrenti li svolgono, eccome, in modo sempre più penetrante. D’altra parte, basti dire che il massimo del federalismo sembrerebbe ispirarsi al “Federalist” di Hamilton, scritto a fine Settecento per tredici colonie inglesi quasi spopolate e dove la maggior parte degli abitanti era composta da indiani senza diritti e schiavi africani. Le quali non avevano evidentemente un’industria digitale, un sistema sanitario nazionale, megalopoli da decine di milioni di abitanti…Eppure proprio Hamilton già allora era costretto a battersi (nei limiti allora pensabili) per più intervento pubblico nell’ economia, per un ruolo maggiore delle forze armate, ecc…

Dirò di più: l’Europa dovrebbe compiere queste azioni centralizzate e  dirette (l’economia di guerra, invocata da Macron, Conte e Johnson) in modo ancora più energico dei suoi concorrenti, per recuperare 70 anni di ritardo, nella politica culturale, nell’autonomia militare, nelle alte tecnologie, nei “campioni europei”…

Invece, l’Unione può al massimo aiutare gli Stati membri a migliorare le loro finanze(e questi ultimi debbono indebitarsi, seppure  con le garanzie europee) per svolgere i loro (modesti) compiti. Tanto con il MES quanto con il Coronabonds, siamo inoltre in una situazione anomala. Se il finanziamento è dell’Unione, allora dovrebbe essere l’Unione stessa a gestirlo (e magari a spenderlo), e non gli Stati membri, ricchi o poveri che siano. Non ha senso che tutti i finanziamenti europei si traducano in tal modo necessariamente in una licenza a indebitarsi sui “mercati internazionali”, che, né gli Stati Membri, né ‘Unione, tengono sotto controllo. A quel punto, come stupirsi dei “finanziamenti a pioggia”, che gli Stati membri distribuiscono districandosi a mala pena fra astratti regolamenti europei inapplicabili alla realtà concreta e pressioni delle lobbies corporative locali?

E’ poi da vedere se questo meccanismo sia veramente favorevole anche ai Paesi del Nord, che la “politica della lesina” condanna a essere in eterno dei “followers”, prima solo degli Stati Uniti, e, ora, anche della Cina. Glotz, Seitz e Suessmuth avevano condannato questa politica tedesca fino   dagli anni ottanta, definendo la classe dirigente del loro Paese  “die planlosen Eliten”(“élites senza progetto”). Secondo quegli autori, la Germania stava perdendo, già allora, il treno dell’avvenire, perché, attenta solo alla solidità del bilancio, disdegnava già allora le alte tecnologie.

E infatti, oggi più che mai è in crisi, con le grandi case automobilistiche in affanno per l’ecologia, i dazi e le multe americani, la concorrenza cinese; l’industria ferroviaria surclassata da quella cinese; le grandi banche sull’ orlo del fallimento…Quello  dell’ Unione quale disegnata a Maastricht, Amsterdam e Lisbona è comunque un meccanismo farraginoso, che mal si concilia con operazioni grandiose come  l’”helicopter money”, la War Production Law e la Via Sanitaria della Seta, da realizzarsi in tempi strettissimi come le vecchie Blitzktriege – operazioni indispensabili per sopravvivere in un mondo multipolare e altamente competitivo- .

S’impone una Costituzione Europea o almeno un nuovo patto fra gli Europei, che permetta di organizzare una vera “economia di guerra”.

I greco-romani:”kalòi k’agathòi”

2.L’Italia, nazione indispensabile

Queste considerazioni smorzano solamente, ma non eliminano, il giudizio su  Paesi , come l’ Olanda, e i loro governanti, che hanno alle porte le situazioni drammatiche dei loro vicini e  si permettono di sentenziare sull’uso (a loro avviso sbagliato), che i potenziali beneficiari farebbero dei fondi così ottenuti (ma  certo non grazie all’Olanda stessa, che, invece, è fra i principali cavalli di Troia che le multinazionali usano per sottrarre risorse all’ Europa). In fondo, l’Europa del Sud non ha chiesto al vertice europeo (come chiedono l’Hubei  alla  Cina e lo Stato di New York all’ Unione), del denaro contante, ma solo delle garanzie.

Non assocerei a questa critica la Germania, dove è in corso un serio dibattito sugli Eurobond. Anche l’ormai famigerato articolo della Welt, dove si parlava dei pericoli della mafia, va letto con attenzione, perché esso partiva da un dato di fatto obiettivo: da tre interviste, di Saviano, di Sala e di Gratteri, che concordemente allertavano su quel pericolo (già denunziato da Grillo al Parlamento Europeo).

Come ha scritto Marco Margrita,e riportato dal sito di Rinascimento Europeo, “ll Coronavirus può uccidere l’Europa, che senza l’Italia semplicemente non c’è”. L’Italia è infatti un elemento essenziale dell’Europa, non solo in senso geografico,ma  perché è stata sempre uno snodo fondamentale dell’Identità europea, fra Oriente, Grecia e Barbaricum. Anche il ruolo centrale della Roma dei Papi  e in generale del Sud cattolico dell’Europa, almeno in quanto modello storico, non può essere negato da alcuno, perché da esso traggono origine non soltanto l’Occidente moderno, ma anche l’ Islam (che si richiama al Cristianesimo antico); parzialmente, l’ “indigenismo” del Sud del mondo (attraverso De las Casas, Valera, De la Vega, le Reducciones e la “Teologia della Liberazione”); perfino il “socialismo con caratteristiche cinesi” (attraverso i missionari e  l’”ideologia Taiping”).Del resto lo stesso primo ministro polacco lo ribadisce insistentemente nel suo articolo di oggi su “La Repubblica”:

“La Polonia sarebbe stata diversa senza il patrimonio dell’ Italia, che così profondamente ha segnato la nostra arte e cultura. Il nostro inno nazionale sottolinea il ruolo eccezionale dell’Italia come luogo dal quale i polacchi hanno intrapreso la strada verso l’indipendenza…L’Europa è nata proprio qui, in Italia,. Cosa sarebbe stato il nostro continente senza il diritto romano, senza la guida spirtituale di Roma?Senza il genio di Michelangelo?Soltanto con la solidarietà possiamo superare, il quanto comunità, questo grande esame”.

In questo senso, in Europa è l’Italia la vera “nazione indispensabile” (come voleva il Gioberti nel suo “Primato morale e civile degl’Italiani”), quella che permette all’ Europa di “respirare con i suoi due polmoni” (come scriveva, a Roma, sua seconda patria e suo mito culturale, Viačeslav Ivanov- concetto ripreso poi da Giovanni Paolo II-). Quand’anche l’Europa si disgregasse ulteriormente, l’antico Impero Romano, l’Europa cattolica e mediterranea, non avrebbe difficoltà, sulla base di quel concetto,  a trovare forme di collegamento con il blocco centrale dell’Europa, che (anche geograficamente), non si trova lungo il Reno, bensì da qualche parte fra Kaliningrad e Istanbul (la Prima, Seconda e Terza Roma). I progetti politici e giuridici che hanno preceduto la costituzione delle Comunità Europee erano stati elaborati, oltre che in Italia (Spinelli e Galimberti), solo nell’ Europa danubiana (Coudenhove Kalergi), e i trattati istitutivi delle Comunità Europee si chiamano “Trattati di Roma” perché lì sono stati firmati. Infine, se non c’è stata solidarietà sul Coronavirus dall’ Europa Occidentale, questa è venuta, eccome, da Oriente (Russia, Turchia, Albania, Polonia, Repubblica Ceca). Si noti che, proprio in questi giorni, la Regione Piemonte, spazientita per non aver ricevuto il necessario aiuto dalle autorità nazionali, ha richiesto espressamente di essere supportata dalle unità antiepidemiche dell’ Esercito Russo sbarcate a Pratica di Mare e attualmente operanti in Lombardia e Toscana.

Non parliamo della grottesca e oltraggiosa bufala dei 100 miliardi per l’Europa promessi da Trump e mai partiti dall’ America, che adesso Trump sembrerebbe voler rimediare (anche se sempre più in ritardo).

Poi, del modesto e tardivo, ma almeno esistente, coordinamento europeo degli aiuti per il Coronavirus attraverso l’”Integrated Political Crisis Response” (IPCR), non parla proprio nessuno. Anzi, neanche dell’ IPCR, nessuno ha mai neppure sentito parlare. Anche perché, anche in questo caso,  nell’ Aprile 2020, un preteso “aiuto d’emergenza” è un poco fuori tempo massimo. Infatti, le difficoltà iniziali derivavano, da un lato, dall’ impreparazione da causa dell’inosservanza dei protocolli d’emergenza dell’OMS e della NATO, dall’ altra dall’ inesperienza specifica su questa nuova malattia, e, infine, dall’avere delocalizzato, gli Europei,  in  Cina tutta la produzione dei dispositivi di protezione. Oggi, tuttavia, i protocolli sono stati  finalmente  attivati (anzi aggiornati dall’ OMS), l’esperienza si è fatta sul campo, soprattutto in Asia, e, infine, si sono firmati grandiosi contratti con la Cina e si sono convertite in Europa diverse produzioni alla fabbricazione di dispositivi. Anche il preteso coordinamento arriva dunque, in un certo senso, ex post factum.

Il punto che l’lPCR dovrebbe diventare un qualcosa di ben più solido e corposo, diretto direttamente da Bruxelles, con propri funzionari semi-militarizzati.

Innanzitutto, l’Unione Europea farebbe meglio a concentrarsi su concreti aiuti alle popolazioni colpite e ahgli Stati Membri maggiormente danneggiati, astenendosi, almeno in un momento di grave difficoltà e di lutti per il mondo intero e per l’Unione in particolare, dall’affiancare al modesto aiuto astiose polemiche come quella di EvsDsinform, un gruppo di lavoro delle Istituzioni che, a spese dei cittadini,  attacca come “fake news” ( che naturalmente sarebbero fomentate da Russia, Cina, Turchia, Kossovo, Siria e perfino Daesh),delle tesi che sono diffusissime sulla stampa italiana, governativa ed europeista, come quella che gli Stati membri non si stanno aiutando abbastanza a vicenda, quella che la pandemia, se non padroneggiata, potrebbe disintegrare la UE, e quella che la UE si stia disinteressando dei Balcani Occidentali (visto che le domande di adesione sono state rese difficilissime). Insomma. L’EvsDsinform è, come dice il suo nome stesso, un tipico organo di “disinformacija europea”, una sorta di scimmiottamento delle tesi contenute nei tweet di Trump.

La Patrios politeia è l’ “antica costituzione europea”

3.Puntare tutto sull’ Identità Europea

Per quanto io creda in generale poco  in generale alle retoriche della solidarietà ostentate dai politici, che ricordano da vicino quella degli Scribi e dei Farisei, certo, questa l’assenza di solidarietà da parte dell’Europa Nord-Occidentale in un frangente così essenziale per la sopravvivenza stessa del popolo europeo è schiacciante, perché è il sintomo, gravissimo e inaccettabile, di una malattia ben più profonda: l’abbandono dell’identità europea, che porta implicitamente con sé la mancanza di sentimenti e, in generale, perfino del’ “élan vital”, della volontà di sopravvivenza. Non per nulla l’Europa nel suo complesso è il “ventre molle” senescente del mondo; non per nulla anche quello in cui si sta concentrando la maggior parte dei casi di Coronavirus.

L’identità europea era fortissima nelle società elitarie del Medioevo, del Rinascimento e dell’Illuminismo, animate da una cultura e un ethos comuni, volti all’ eccellenza (lo spirito cavalleresco, il culto dell’ ingegno, dell’ “homme d’esprit”); aveva incominciato a incrinarsi nell’ Ottocento con il dispiegarsi di ideologie, da un lato, nazionaliste, e, dall’ altro, universalistico-messianiche (due facce della stessa medaglia); infine, è stata costretta alla  difensiva all’ interno dell’impero mondiale ideocratico e spersonalizzato dominato dal Complesso Informatico-Militare.

Se ciò che guida l’ Europa sono degli Stati “nazionali” burocratizzati,  ridotti a reparti distaccati dell’ “Apparato” mondiale,  i quali possono continuare a funzionare solo soddisfacendo alla meno peggio le insaziabili esigenze materiali di sopravvivenza dei loro amministrati, allora è normale che non si senta nessuna particolare solidarietà per i propri vicini, anch’essi semplici pedine della megamacchina mondiale, e che s’imponga la forma più gretta di “sacro egoismo”, con diatribe interminabili su trucchi contabili da riunione di condominio.

Il nostro impegno per l’Identità Europea non è retorico, ma reale. In previsione del prossimo Salone del Libro (se e quando ci sarà), l’Associazione Culturale Diàlexis ripubblicherà e diffonderà anche come e.book il primo volume di “1.000 anni d’identità europea”, “Pàtrios Politèia”.

L’obiettivo è il ritorno a un’Europa dell’eccellenza, fondata sulla cultura “alta”, che riconosce, da un lato, la generale solidarietà umana come un dato ancestrale comune a tutti i popoli, radicata nell’inconscio collettivo e coltivata dalle tradizioni religiose e umanistiche, e, dall’ altra, un vincolo speciale fra etnie, come quelle mediterranee, gallo-romane, germaniche e balto-slave, che sono legate fra loro da più di 2000 anni di storia comune (una “comunità di destino” quant’altre mai).

Se, com’ è accaduto con l’Inghilterra, alcuni popoli del Nord-Ovest dell’Europa preferissero, assurdamente, isolarsi dalle loro stesse radici culturali e storiche arroccandosi su un preteso ed effimero benessere, ci saranno altri popoli che raccoglieranno la bandiera dell’Europa e rappresenteranno l’Europa nel mondo.

 

Marco Polo in divisa da guerriero tartaro

4.La Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ciò che manca drammaticamente è una classe dirigente all’altezza del compito. Purtroppo, nel mondo contemporaneo, livellato e materialista, solo i grandi Stati burocratici e alcune grandi organizzazioni viventi in simbiosi con essi generano le condizioni per la nascita di nuove idee. Solo essi hanno i mezzi, ideologici, organizzativi e finanziari, per sostenere nuove ideologie, perfino nuove rivoluzioni “dall’ alto”, attraverso le istituzioni accademiche e scolastiche, il finanziamento alla cultura, il circolo chiuso fra Stato e partiti e fra Stato ed economia, e perfino attraverso le “covert operations” all’estero. Eppure qualche volta si è riusciti a by-passarli, come nel caso dell’ India di Gandhi.

Purtroppo, cent’anni dopo, nessuno può più permettersi, materialmente, di dedicare la propria vita a criticare l’esistente, senza qualche potere forte che lo sostenga. Perciò è così difficile creare una forza politica e sociale che aspiri a creare uno Stato nuovo: l’Europa, in concorrenza con quelli già esistenti.

Orbene, questo miracolo potrebbe forse avvenire, nonostante le pessimistiche previsioni di Spinelli, attraverso la Conferenza sul Futuro dell’Europa indetta dalle Istituzioni subito prima del Coronavirus, e che potrebbe ora coincidere con un momento di radicale ripensamento del sistema culturale e sociale nel quale siamo vissuti.

Vi è, almeno concettualmente, una tensione enorme fra i cambiamenti che dovrebbero essere fatti e ciò che la cultura dominante è disponibile a concedere. Per questo si tenterà in tutti i modi d’impedire che le esigenze reali dell’Europa possano emergere.  Così, la Conferenza rischia veramente di rivelarsi un boomerang, dimostrando più che mai che gli attuali meccanismi non sono in grado di rappresentare le esigenze dei cittadini.

Del resto, il federalismo moderno era nato proprio con l’obiettivo di quadrare il cerchio: rispondendo allo “Esprit des Lois” di Montesquieu, inventare un modo di conciliare la rappresentanza popolare, tipica delle antiche città-Stato, con le esigenze di decisionismo degli Stati moderni di grandi dimensioni.

Tuttavia,  alcuni importanti esperimenti federalistici, come  URSS e Jugoslavia, hanno portato a delle catastrofi, altri , come quello degli  Stati Uniti, non hanno dato buone prove di funzionamento federale. Tocca ora all’ Europa tentare di superare l’esame. Ricordiamoci ch’è sempre richiamandosi a Montesquieu che Caterina II, nella premessa alle Istruzioni alla riformatrice Commissione Legislativa, aveva scritto che l’impero russo, per le sue dimensioni, non poteva essere governato con un un sistema rappresentativo. Ora, l’Imero Russo aveva una popolazione ben inferiore a quella dell’Unione Europea.

Sta a noi evitare, con proposte radicali e una lotta accanita, che anche quest’ esame si concluda con una bocciatura.

Vorrei perciò concludere con una nota positiva tratta dall’ articolo di Morawiecki:

“Nella nostra tradizione cristiana la Pasqua è il tempo della speranza, quando Gesù Cristo, dopo la crudele Via Crucis, sconfisse la morte. Vi possiamo vedere il riflesso del destino del nostro continente, colpito da un’epidemia devastante. Siamo in grado di sconfiggere la pandemia del Coronavirus. Con la solidarietà. Si vince tuttavia solo passando all’ ofdfensiva. E’ il tempo dell’ offensiva europea.Per l’ Italia. Per l’intera Europa”

Il Mazurka Dabrowskiego fu composta

a Reggio Emilia dai legionari polacchi

UNA SVOLTA GEOPOLITICA FONDAMENTALE: L’ACCORDO VATICANO-CINA

Roma e la Cina sono da sempre le due grandi realtà universali e speculari che condividono, ai due estremi della Via della Seta, la guida dell’“Isola del Mondo”, quell’ Eurasia che, secondo Mackinder, Gumilev e Brzezinski, è condannata ineluttabilmente a determinare le sorti del globo.

I momenti salienti di questo incontro storico erano stati:

-l’avvio formale dei commerci sulla Via della Seta, al tempo degl’imperatori Nerva e Han Wudi, quando fu introdotta nella lingua Cinese l’ espressione “Da Qin” (Grande Cina), per indicare Roma, l’ Italia e l’ Impero Romano (80-90 d.C.);

-la traduzione/adattamento in Cinese, da parte del Patriarca Rabban (Aluoben), delle Sacre Scritture (635 d.C.);

-il riconoscimento , da parte dell’ Imperatore Taizong,  del Nestorianesimo come religione dell’ Impero Cinese della dinastia Tang (638 d.C.);

-le conquiste di Cinggiz Khan, con l’acquisizione di un potere dominante della Chiesa nestoriana attraverso le Imperatrici della tribù karaita (1200);

-le missioni presso i Mongoli di Giovanni da Pian del Carpine (1245) e di Guglielmo di Roebroek (1254);

-l’arrivo a Pechino di Marco Polo (1265);

-la traduzione, da parte dell’Arcivescovo di Pechino, Giovanni da Montecorvino, delle Sacre Scritture nella lingua dei Mongoli (1305);

-l’arrivo a Pechino di Matteo Ricci (1601);

-la traduzione della Bibbia in Cinese e l’introduzione dei Riti Cinesi (17° Secolo)

-le opere di Athanasius Kircher(1670), Lecomte (1687)e Quesnais (1767) sulla Cina;

Dopo il fallimento dell’esperimento dei Riti Cinesi (1742), vi era stato un lungo periodo di gelo, corrispondente, prima, al periodo del colonialismo straniero in Cina, e, poi, all’ affermazione del potere comunista.

Per altro, forme di sincretismo erano rimaste vive in Cina, e il divieto, per gli ecclesiastici cattolici,  di partecipare ai “Riti Cinesi” fu abolito nel 1939 nei territori occupati dai Giapponesi.

Con l’avvento del regime comunista, i cattolici, come i fedeli di altre confessioni straniere, erano stati costretti ad aderire all’ associazione del Cristiani Patriottici, che decideva autonomamente sulla nomina dei vescovi.

Sotto la presidenza del Presidente Xi Jinping, si è assistito a un crescente interesse del Governo cinese per la religione, concepita anche come forma di educazione della comunità nazionale e come elemento di coesione sociale. Questo ha portato al pullulare d’iniziative religiose, tanto nell’ ambito delle Tre Scuole tradizionali cinesi, quanto della Religione Popolare, quanto, infine delle religioni straniere presenti tradizionalmente in Cina: Islam e Cristianesimo.

Questo rinnovamento non è avvenuto senza conflitti (come del resto lo erano stati l’ingresso del Nestorianesimo, la Controversia dei Riti, il tentativo di fusione fra Cristianesimo e Confucianesimo operato dai Taiping, e, infine, i concordati con il Manchukuo e i Giapponesi).

La questione è tutt’altro che irrilevante perché la “traduzione” delle sacre Scritture in Cinese ha comportato una vera e propria “prassi translinguistica”, inclusiva, da un lato, dell’individuazione di equivalenti cinesi di tutti i concetti biblici di origine medio-orientale o classica, e, dall’ altro, di una diversa strutturazione delle opere stesse secondo la forma del sutra (jing) buddhista.

Inoltre, una trasfusione meccanicistica dei concetti biblici nel contesto cinese, quale quella tentata dal Movimento Taiping aveva provocato una moltiplicazione dei contenuti messianici e polemici presenti in ambedue le tradizioni, e una conseguente deflagrazione politica e sociale che alla fine fu veicolo dell’occupazione straniera.

In particolare, nelle regioni con forti presenze islamiche o cristiane, si è assistito a un braccio di ferro tra chi esalta il ruolo delle comunità religiose prevalenti, e il Partito che tenta di limitarne le pretese. Questa controversia si è manifestata in particolare intorno all’ attività edificatoria di edifici di culto.

1.Aspetti geopolitici

In considerazione di queste premesse, credo che, per quanto grande sia l’importanza dell’accordo dal punto di  vista pastorale, il suo vero significato possa essere colto solamente tenendo conto  dei suoi aspetti geopolitici.

Infatti, l’ascesa della Cina a prima potenza mondiale (se non altro a pari merito con gli USA), pronosticata da vari Autori e divenuta ormai il programma ufficiale del Partito Comunista Cinese, implica una così profonda rivoluzione culturale, ideologica, geopolitica ed economica, che questo ulteriore passo, apparentemente marginale, è atto a impattare, con le sue onde concentriche, varie aree della vita del mondo intero: cultura, tecnologia, geopolitica, commercio internazionale…

Dal punto di vista culturale, il riconoscimento di un ruolo particolare della Cina per il Cristianesimo mondiale, sulla scia delle antiche missioni nestoriane e gesuitiche,  apre la strada all’ elaborazione di una teologia cattolica cinese, sulla falsariga di quella elaborata al suo tempo da Matteo Ricci (“Il vero significato del Signore del Cielo”);

Dal punto di vista tecnologico, l’incontro del Cristianesimo con l’univesro digitale asiatico apre la strada ad una riflessione approfondita sugli aspetti umanistici della rivoluzione informatica, con utili spunti anche per ciò che concerne un approccio europeo alla rivoluzione stessa(cfr. “La Civiltà Cattolica”);

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo rende più facile il dialogo fra l’ Europa e la Cina in un  momento, come questo, in cui la pressione del presidente Trump rende più necessario che mai un riorientamento verso l’ Eurasia degli scambi culturali ed economici dell’ Europa.

Dal punto di vista tecnico-giuridico, si tratta di un accordo provvisorio, siglato al livello dei due vice delle diplomazia cinese e, rispettivamente, vaticana. Esso è concentrato sulla procedura per la nomina dei vescovi, che, seguendo la falsariga delle procedure in vigore nell’ Ancien Régime, prevede una proposta dei nominativi da parte delle comunità ecclesiali (fra i quali è determinante, in Cina, l’ Associazione dei Cristiani Patriottici), e l’avallo, o meno, di queste scelte da parte del Pontefice. L’accordo non comprende alcun riferimento ai rapporti diplomatici fra Cina e Stato della Città del Vaticano. Si prevede tuttavia che esso costituisca il preludio al riconoscimento reciproco fra Repubblica Popolare Cinese e Vaticano.

L’accordo, poco pubblicizzato, è stato firmato nonostante l’opposizione aperta del vecchio Cardinale Zen, che si è fatto portavoce delle classiche critiche alle aperture alla Cina da poarte del mondo anglosassone. Critiche concentrate sulla libertà di religione e su un presunto dovere della Chiesa di promuovere valori e modi di vita occidentali.

La questione della supremazia dell’ Imperatore o del Papa era stato al centro dei rapporti fra Cina e Vaticano fin dalle prime ambasciate papali presso i Mongoli (popolo già parzialmente nestoriano e i coi sovrani erano addirittura imparentati con l’imperatore bizantino). Esemplare la risposta che l’Imperatore Küyük (sotto influenza cristiana, ma non cattolica, bensì nestoriana) aveva dato, nel 1245, alla lettera del Papa consegnatagli da Giovanni da Pian del Carpine:“Voi nazioni d’ Occidente , voi credete di essere i soli cristiani e disprezzate gli altri popoli. Come potete sapere a chi Dio si degna di usare misericordia? Noi che adoriamo Dio, con la forza di Dio abbiamo conquistato tutta la terra dall’ Oriente all’ Occidente”.

Si noti che anche oggi si pone un problema importante dei rapporti con altre confessioni cristiane (in particolare, quelle protestanti), molto più attive in Cina di quella cattolica, anche e soprattutto grazie al supporto dei sino-americani. Un fenomeno simile a quanto sta accadendo in America Latina, e soprattutto in Brasile, che ben s’inserisce nella rivalità fra Vaticano e Presidenza americana, che ha il suo nervo scoperto alla frontiera del Rio Grande.

Nello stesso modo, vi è anche un impressionante parallelismo fa questa mossa della diplomazia vaticana e la strategia di quella italiana, che, negli stessi giorni della sigla dell’accordo Vaticano-Cina, siglava, a sua volta, un protocollo per una politica comune in Africa.

Si allega gli articoli che illustrano l’accordo pubblicati su “l’Osservatore Romano”, come pure il comunicato, comparso contemporaneamente sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico

2.Articoli de “L’Osservatore Romano”

a)P. Sergianni su accordo Santa Sede-Cina: una crescita di fiducia che fa ben sperare

Un’assoluta continuità tra Francesco e i suoi predecessori, in particolare san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per quanto riguarda il dialogo con la Cina. Lo conferma padre Antonio Sergianni, grande esperto in materia. “Ora – dice – bisogna puntare sulla formazione”

Adriana Masotti – Città del Vaticano

 

Tutti in Cina sanno che tra la Santa Sede e il loro grande Paese è stato firmato un accordo e “da parte di tanti l’attesa era forte”: lo afferma a Vatican News, padre Antonio Sergianni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per 24 anni in Cina e, ai tempi della “Lettera ai cattolici cinesi” di Papa Benedetto XVI, membro della sezione cinese di Propaganda Fide.

Gli auspici di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

Un accordo importante quello firmato il 22 settembre scorso, ma preparato da diverse tappe di avvicinamento tra la Santa Sede e la Cina. C’è dunque continuità tra Papa Francesco e l’orientamento dei Papi precedenti, in particolare, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…

  1. – Assolutamente sì. Questo accordo svela tutto il suo significato se ci rifacciamo alla Lettera alla Chiesa in Cina di Papa Benedetto del 2007, lettera in cui il Papa descrive la situazione della Chiesa in Cina, parla dell’unità della Chiesa, delle tensioni, della dottrina sull’episcopato. E parla apertamente di questo dialogo: fa riferimento addirittura al Concilio Vaticano II quando dice che il rispetto e l’amore devono estendersi anche a coloro che pensano e agiscono diversamente, perché questo facilita il dialogo con loro. Poi, per due volte, Papa Benedetto nella Lettera cita San Giovanni Paolo II che auspicava apertamente il dialogo con la Chiesa in Cina. “ Auspico – diceva Papa San Giovanni Paolo II – l’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese in cui superare le incomprensioni del passato”. E lo stesso Papa Benedetto nella Lettera, proprio parlando della nomina dei vescovi, riprendeva questo auspicio di dialogo e diceva: “Auspico che si trovi un accordo sulla nomina dei vescovi”.

Probabilmente lei avrà sentito in questi giorni qualche commento da parte cinese riguardo all’accordo. Qual è stata l’accoglienza in Cina, tra i fedeli, e in generale tra la gente? So che ne ha parlato anche la tv cinese…

  1. – Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli. Ho saputo che un vescovo perdonato dal Papa ha invitato i presbiteri della sua zona a celebrare l’evento, e sono stati contenti.  Certamente era tanta l’attesa. Due settimane fa ero in Cina, ho potuto incontrare delle persone – sacerdoti, vescovi e anche rappresentanti del governo -, e tutti mi dicevano che aspettavano con grande attesa questa firma; anche con qualche perplessità, però c’era una grande speranza e una grande attesa della Chiesa. Certo, ci sarà ancora da soffrire – dicevano loro – ma se rimane e aumenta un clima di fiducia, si potranno superare le difficoltà future.

La legittimazione dei vescovi nominati dal governo, la rottura con la situazione che vedeva due comunità in contrasto, fanno, secondo lei, giustizia delle sofferenze patite da tanti che hanno voluto mantenere sempre la comunione con Roma, spesso pagando di persona?

  1. – Tanti hanno sofferto per la Chiesa e per la fedeltà a Cristo. E la Lettera stessa di Benedetto lo riconosce e lo apprezza, e questo rimane:  il dolore di chi ha sofferto per Cristo nessuno può cancellarlo, rimane un tesoro prezioso. Certo, guardare avanti non vuol dire cancellare il passato. In una dinamica di fede la vita nasce dalla Croce: la Risurrezione è frutto della Croce. Cristo, risorgendo, non ha negato la sua morte, ma l’ha trasformata. E Papa Benedetto diceva, a proposito di questa sofferenza: “Esprimo la mia fraterna vicinanza. Intensa è la gioia per la vostra fedeltà a Cristo, fedeltà che avete manifestato a volte anche al prezzo di grandi sofferenze”. Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” dice il Papa, anche se al momento possono sembrare un fallimento. Chi ha sofferto per Cristo ne riceverà ricompensa. Anzi, io penso che questo accordo sia anche il frutto di quelle sofferenze.

Questo accordo, secondo lei, potrà favorire o permettere la crescita della Chiesa cattolica in Cina?

  1. – Io sono sicuro di sì. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. Prima di tutto, favorirà concretamente quel processo di riconciliazione che passa attraverso il perdono e aumenta un’autentica comunione. Esige un travagliato sforzo di riconciliazione. Però, con questo accordo, si tolgono tanti ostacoli a questo processo di riconciliazione e quindi aumenterà. Poi, se essere ottimisti o pessimisti di fronte al futuro…  Io mi ricordo soltanto che una volta Papa Benedetto a questa domanda mi rispose – perché rispose proprio a me – parlando della situazione della Chiesa in Cina, rispose che l’ottimismo e il pessimismo sono due categorie mentali, umane, troppo strette. Il cristiano – disse – ha la certezza che la storia è guidata da Dio e pertanto guarda alle situazioni, di fatto, con speranza. Se la Chiesa è arrivata, non con pochi travagli, a questo passo, c’è da sperare che giovi in futuro a tutti. Certamente aiuterà la crescita della Chiesa in Cina, certamente.

E si può ipotizzare anche una maggiore circolazione di notizie tra Roma e i fedeli cinesi?

  1. – Certamente. È una misura che aumenterà il clima di fiducia, la conoscenza reciproca, gli scambi di informazione, la circolazione dei vescovi. Questo sarà uno dei primi frutti che verrà da questa firma, perché della Cina si conosce poco in Europa: della situazione concreta, reale che vivono i nostri fratelli cinesi. Però, aumentando il clima di fiducia anche tra le autorità vaticane e quelle cinesi, ci sarà una maggiore circolazione di idee e di persone, di incontri, di iniziative, e piano piano tutto questo aiuterà. Non dall’oggi al domani: è un processo. Questa firma è un anello, un passo: è l’anello di una catena, di un processo, che poi deve svilupparsi piano piano.

Sappiamo che c’è una maggiore fiducia della Chiesa verso la Cina. C’è anche, immagino, un aumento reciproco di questa fiducia, altrimenti l’accordo non ci sarebbe stato …

  1. – Senz’altro. Se il governo accetta questo accordo che lascia l’ultima parola al Papa sulla nomina dei vescovi, vuol dire che gli dà fiducia. Ha accettato la costituzione di una nuova diocesi; ha accettato il perdono di questi vescovi; ha accettato che il Papa esercitasse la sua funzione di guida spirituale e gerarchica nella Chiesa cattolica in Cina. Se ha accettato questo, vuol dire che gli ha dato fiducia.

A proposito delle nomine dei vescovi, quale sarà ora la prassi? Quanto spazio ci sarà per la libertà di azione del Papa? I vescovi ordinati in passato, in comunione con Roma, saranno riconosciuti anche dal governo?

  1. – I dettagli dell’accordo non si conoscono. Certamente ci sono, sono stati studiati. Da quello che si sa, sarà una prassi condivisa. La Santa Sede accetta, come soluzione provvisoria – da vedere, da migliorare – che il processo di designazione dei candidati, dei vescovi, avvenga dal basso, dalle comunità ecclesiali, anche con un intervento degli organismi statali. Mentre il governo, da parte sua, accetta che la decisione finale, cioè se un candidato non è gradito, non è ritenuto all’altezza da parte del Papa, accetta la decisione finale, cioè si ricomincia da capo. Questo è quello che appare, però i dettagli non sono conosciuti. Tuttavia, c’è il fatto che accetta che l’ultima parola sulla nomina spetta al Pontefice; quindi la nomina dei vescovi viene lasciata al Successore di Pietro. Per quanto riguarda i vescovi ordinati da Roma e non riconosciuti dal governo, certamente ci sarà un processo di riconoscimento. Si andrà a vedere caso per caso, certamente questo è uno dei problemi da risolvere. Questa firma è una base, è una condizione per risolvere dei problemi che ancora sono sul tappeto, e sono tanti. Un’altra questione importante è quella della formazione. Adesso più che mai il punto fondamentale è la crescita e la qualità della fede; aiutare le coscienze dei fedeli a maturare nella fede, perché tutto è nell’ambito della fede. Non è un discorso politico: è un discorso pastorale, ecclesiale, di fede. Il problema è la formazione dei presbiteri che sono isolati,  il sostegno ai vescovi che sono isolati … Quindi sarà una sfida anche per il Vaticano, aumentando la capacità di contatti, di aiutarli nella formazione.

 

 

b)Santa Sede – Cina. L’Osservatore Romano: Una data nella storia

Un’intesa annunciata destinata ad entrare nella storia anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni. E’ la penna del direttore de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, a ripercorrere – nel giorno dell’accordo provvisorio tra Santa Sede e Pechino – storia e prospettive del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo risalgono ad una stele eretta nel 781 a Xi’an

Giovanni Maria Vian

È certo destinata a entrare nella storia la data del 22 settembre: per la firma, a Pechino, di un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra Cina e Santa Sede preparato da decenni di lunghe e pazienti trattative, mentre il Papa inizia la sua visita nei paesi baltici. Bergoglio è infatti arrivato in Lituania proprio nelle stesse ore in cui, a migliaia di chilometri di distanza, i suoi rappresentanti hanno raggiunto una tappa certo non conclusiva ma che già ora appare di grande importanza per la vita dei cattolici nel grande paese asiatico.

Un’intesa annunciata

L’intesa era annunciata e, anche se prevedibilmente non cesseranno interpretazioni contrastanti e opposizioni, la notizia è molto positiva e subito ha fatto il giro del mondo. Il Pontefice riconosce inoltre la piena comunione agli ultimi vescovi cinesi ordinati senza il mandato pontificio, con l’intento evidente di assicurare uno svolgimento normale della vita quotidiana di molte comunità cattoliche. Come conferma il provvedimento simultaneo che costituisce a nord della capitale una nuova diocesi, la prima dopo oltre settant’anni.

La stele eretta a Xi’an

Si tratta dunque di una tappa davvero importante nella storia del cristianesimo in Cina, dove le prime tracce del Vangelo sono antichissime, attestate da una stele eretta nel 781 a Xi’an, nel cuore dell’enorme paese. Sul grande monumento, alto quasi tre metri e scoperto agli inizi del Seicento, si legge infatti il racconto in caratteri cinesi e siriaci dell’arrivo, già nel 635, sulla cosiddetta via della seta, di missionari cristiani giunti probabilmente dalla Persia. E i loro nomi sono incisi sulla roccia calcarea, insieme all’annuncio della “religione della luce”, con una sintesi delle vicende di questa minuscola comunità corredata da altre decine di nomi, e con un’esposizione della dottrina cristiana poi affidata a centinaia di libri tradotti e diffusi nei secoli seguenti.

Le missioni di francescani e gesuiti 

La storia di questa straordinaria tradizione si prolunga poi, oscillando tra fioriture inattese e persecuzioni, sino a incrociarsi con le missioni, soprattutto francescane, inviate da pontefici e da sovrani cristiani europei, a partire dalla seconda metà del Duecento, per circa un secolo. Agli inizi dell’età moderna è il nuovo ordine dei gesuiti, punta di diamante della Riforma cattolica, a divenire protagonista delle missioni in Cina, da Francesco Saverio a Matteo Ricci, per ricordare soltanto i nomi più noti di una serie che ha pochi paragoni nella storia della diffusione del Vangelo.

Irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti

Intromissioni politiche, irrigidimenti dottrinali, invidie e contrasti tra ordini religiosi complicano però notevolmente l’opera dei missionari. Questa viene ostacolata dalla disastrosa controversia sui riti cinesi trascinatasi fin verso la metà del Settecento, un secolo più tardi dai condizionamenti imposti dalle potenze coloniali, e infine da ripetute persecuzioni, anche nel corso del Novecento.

Nel 1926 i primi vescovi cinesi

Solo nel 1926 vengono ordinati dallo stesso Pio XI a Roma i primi vescovi cinesi, mentre vent’anni più tardi è il suo successore a stabilire la gerarchia cattolica nel paese. Questi “due fatti della storia religiosa della Cina”, definiti “simbolici e decisivi”, vengono ricordati il 6 gennaio 1967 nell’omelia per l’Epifania, appassionato elogio del paese, da Paolo VI, che poco più di un anno prima nel discorso alle Nazioni Unite aveva chiesto l’ammissione della Cina comunista nell’organizzazione. Ed è proprio Montini ad arrivare “per la prima volta nella storia”, durante le ore trascorse a Hong Kong (allora sotto il controllo britannico), in territorio cinese. “Per dire una sola parola: amore” esclama il Papa. E aggiunge, vedendo lontano: “La Chiesa non può tacere questa buona parola; amore, che resterà”.

 

3.Comunicato del MISE:

“La missione del Sottosegretario Michele Geraci in Cina si è conclusa con il raggiungimento dell’intesa sul testo del Memorandum of Understanding negoziato da MISE e dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme cinese, la NDRC, per la collaborazione tra Italia e Cina in Paesi terzi.

L’accordo è stato reso possibile solo grazie al costante dialogo condotto da MAECI, Ambasciata d’Italia in Cina e MISE, e rappresenta un primo importante risultato della neo-costituita Task Force Cina, voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Un primo esempio di come l’approccio sistemico porti a risultati concreti.

“Ringrazio – ha dichiarato Geraci – l’Ambasciatore Sequi e tutto il team dell’Ambasciata per aver assicurato la conclusione del negoziato, che prelude alla firma del Memorandum of Understanding da parte del Vice Presidente del Consiglio e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.”

In forza di tale Memorandum, Italia e Cina si impegnano a ricercare aree di cooperazione congiunta in Paesi terzi. Un primo obiettivo di questa nuova forma di collaborazione sarà l’Africa, il continente che è destinato, con la sua prorompente demografia e le sue prospettive di crescita economica, ad attirare sempre maggiore attenzione dei Paesi europei, e dell’Italia in particolare, sia per gestire il fenomeno migratorio, sia per aprire nuovi mercati al nostro sistema imprenditoriale nonché per condividere insieme ai paesi africani le sfide sulla strada dello sviluppo, della crescita economica e della sostenibilità.”