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LA “STORIA” DI MARCELLO CROCE: UN MODELLO ECCELLENTE E UNO STIMOLO ALL’ APPROFONDIMENTO

La “Giovine Europa” di Mazzini

Con il precedente post in questo sito, avevo avuto l’occasione di formulare una serie di commenti sull’articolo di Franco Cardini del 9 maggio sulla questione del perchè serve oggi scrivere di storia.

Ora, avendo avuto l’occasione di rileggere attentamente, durante una breve vacanza, la Storia dell’Italia Unita di Marcello Croce, pubblicata dalla Casa Editrice ITACA, vorrei soffermarmi a considerare in base a un esempio concreto come si possa oggi scrivere appropriatamente di storia. In particolare, trattandosi di una storia d’Italia, mi sembra che possano e debbano applicarsi i criteri tipici della storia particolare e popolare, che ha una sua logica, politica e divulgativa, non già quelli della storia universale ed accademica.

Ricordo che, nel precedente post, affermavo che la storia “popolare” dovrebbe essere, oggi, essenzialmente subcontinentale e volta alla formazione di un’opinione pubblica su base territoriale, attraverso il sistema culturale ed educativo ed attraverso i media. Questi requisiti sono soddisfatti, almeno parzialmente, dalla Storia d’Italia di Croce, la quale, pur nella sua programmatica auto-delimitazione alla storia della Penisola, di fatto inserisce brillantemente quest’ultima nella storia europea, facendo leva su  quella che è proprio la caratteristica specifica della “nazione” italiana: l’essere essa sede della Chiesa di Roma, e, quindi, qualcosa che ha trasceso sempre, da un lato, il fatto territoriale, e, dall’ altro, l’orizzonte temporale delle nazioni “moderne”.

La struttura dell’ Italia

è stata inventata da Augusto

1.Alla storia d’Italia “sta stretta” la Modernità

La nascita, lo sviluppo e la dissoluzione dell’Italia in quanto “nazione moderna” non coincide perciò con la vicenda della realtà “Italia, la quale, per esempio, già per Dante si sarebbe dovuta riferire già all’immigrazione troiana, e che, per i Romani, nasceva comunque con la Guerra Sociale e la concessione della cittadinanza romana a tutta la Penisola, che diventava, così, “il Giardin dell’Impero”, cioè la provincia dominante, come erano state l’Eranshahr per i Persiani e il Zhongguo per i Cinesi.

E, in effetti, durante l’intero arco della storia premoderna, i popoli extraeuropei identificarono Roma, l’Italia, l’Europa, l’Impero e il Cristianesimo (he Basileia ton Rhomaion; Rum; Rum Millet; Hromaig; Da Qin…).

Dunque, l’Italia “nazione moderna” come tentativo sempre esperito e sempre frustrato. Nel ripercorrere le tappe di questa vicenda, l’Autore segue le pieghe anche più segrete del pensiero politico e delle vicende storiche italiane, mettendo a nudo, “sine ira et studio” le molte aree oscure della storiografia ufficiale: dalle radici pre-moderne di tutti i grandi problemi dell’ Italia (rapporto Stato-Chiesa, regioni- Italia, Italia-Europa, sovranità-universalità), alle contiguità fra risorgimento, fascismo e antifascismo, alla costruzione dell’ideologia “occidentale” contemporanea.

L’analisi, originalissima, nonostante la sua meticolosità e le dimensioni notevoli del libro (quattrocento pagine circa), non può ovviamente andare fino in fondo a ciascuno dei temi evidenziati, relativamente ai quali non vi sono state fino a qui adeguate ricerche, come per esempio:

a)i possibili sbocchi e prospettive del progetto neoguelfo di federazione italiana;

b)la contiguità fra le diverse anime del fascismo e i singoli filoni della cultura politica italiana (neoguelfismo, liberalismo, mazzinianesimo, socialismo, azionismo);

c)le modalità concrete dell’esercizio sotterraneo della sovranità sull’Italia (condominio) da parte degli Stati Uniti e, parzialmente, dell’Unione Sovietica.

Boleslaw Piasecki, fra fascismo e  stalinismo

2.Storia d’Italia e storia europea.

Come detto sopra, anche in relazione con il precedente post, a mio avviso, la storia “divulgativa”, per l’insegnamento, anche superiore, e per il pubblico colto, dovrebbe avere un respiro almeno europeo. Questo vale anche per le storie nazionale, regionale, e, perfino, locale.

Il libro di Croce soddisfa egregiamente questa condizione, in quanto mette opportunamente in relazione le vicende italiane con il mondo circostante, in particolare con quelle del mondo atlantico e protestante, con la rivoluzione sovietica, con gli Alleati, durante e dopo la II Guerra Mondiale.

Certo, anche sotto questo punto di vista, non mancano  gli spunti per  ulteriori approfondimenti, come, per esempio:

a)la connessione fra le idee mazziniane e giobertiane della “missione delle nazioni” e i discorsi paralleli svolti da Fichte, Herder e Hegel;

b)il fascismo come fatto prioritariamente italiano, ma anche e soprattutto pan-europeo;

c)la relazione tutt’altro che pacifica fra il federalismo europeo di marca italiana e il funzionalismo francese, tedesco e perfino inglese;

d)la sostanziale connivenza fra URSS e America nella gestione dell’Europa di Yalta;

e)le carenze del sistema economico  della I Repubblica rispetto al contemporaneo “capitalismo renano”.

Saremmo lieti di poter sostenere uno sforzo ulteriore di approfondimenti su questi temi prendendo spunto, appunto, dall’ opera di Croce, a cui va comunque il nostro riconoscimento per lo sforzo compiuto nell’ interesse di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONFLITTO, ESERCITO, EUROPA

                           Trump e Macron l’11 novembre

I problemi dell’Europa si accrescono a ritmo esponenziale, senza che nessuno vi ponga mano. Intanto, la letteratura specialistica affronta temi sempre più scottanti, che incrinano i pregiudizi consolidati, mentre finalmente, seppur controvoglia, neanche i leader istituzionali possono più esimersi, se non altro agli albori della campagna elettorale per  le Europee del 2019, dal tirar fuori dal cassetto questioni che per molti decenni si sono volute  “nascondere sotto il tappeto”.

 

“Europe en marche” non è un’invenzione

di Macron: è uno slogan di Vichy

1.L’esercito europeo

Intanto, finalmente, i vertici di grandi Stati, come Francia, Germania e Stati Uniti,  hanno preso pubblicamente posizione, nel corso dell’ ultima settimana, circa l’antico e sempre nascosto tema dell’ Esercito Europeo.

Se ne parla nientemeno che da 700 anni, vale a dire da quando, per primo, il consigliere del Re di Francia, Pierre Dubois, aveva scritto il “De Recuperatione Terrae Sanctae”, in cui aveva espresso il punto di vista che, per rimediare alle croniche sconfitte dei Crociati, si darebbe dovuto costituire una federazione fra i sovrani europei, co la missione di  dirigere un esercito comune. La struttura di questa federazione era poi rimasta sempre la stessa nei vari progetti elaborati dalle monarchie europee dl Medioevo e al Cinquecento, da  Podiebrad e da Sully, mentre, invece, nel Settecento in St. Pierre, Rousseau e Kant, la finalità bellica della federazione europea era stata temporaneamente silenziata, a favore della “Pace Perpetua”. Nell’ Ottocento, Fichte, St. Simon, Mazzini e Nietzsche erano sostanzialmente concordi nel dire: pace sì, ma solo fra gli Europei, per condurre più facilmente le guerre coloniali verso il resto del mondo.

La tanto decantata vicenda della Comunità Economica di Difesa va un poco demitizzata. Si trattava di poche divisioni, che, nel 1953, avrebbero dovuto essere messe a disposizione dell’ Europa, ma prive di  marina, aviazione, servizi segreti, e subordinate alla NATO (eravamo ai tempi di Stalin e del maccartismo). Che alla fine il parlamento francese l’avesse bocciata non stupisce. Essa avrebbe sancito il ruolo dei soldati europei come semplici “truppe ausiliarie” dell’ esercito americano, in posizione non dissimile da quello che le  “SS  straniere” erano state per l’esercito tedesco appena otto anni prima. Nello stesso modo, si sarebbe voluta cementare attraverso un esercito comune la compattezza ideologica degli Europei intorno alla nuova potenza egemone.

Da allora,  ogni qualche anno si è ripresentato il discorso sull’esercito europeo, ma, quasi inspiegabilmente, ogni volta, esso è stato subito affossato, nonostante che i promotori si fossero affrettati ogni volta a precisare che esso non sarebbe stato alternativo alla NATO.

Ora Macron, per rendere credibile  la sua idea del “sovranismo europeo”, ha dovuto parlare, proprio alla vigilia della visita di Trump, di  un esercito europeo “per difendere l’ Europa contro la Russia, la Cina e gli Stati Uniti”. La scarsa padronanza della materia  da parte di persone, come Macron, Trump e la Merkel, che non hanno mai fatto neppure il servizio militare, contribuisce a rendere sempre un po’ ridicole siffatte prese di posizione su questo tema.

Nel caso di Macron, però, bisogna ammettere che molti dei suoi obiettivi sono stati centrati, innanzitutto là dove ha posto teatralmente   in evidenza che non può esservi esercito europeo  che non sia autonomo e in competizione con quello americano. In particolare, è stata ben giocata la provocazione nei confronti di  Trump, , in quanto la reazione è stata sostanzialmente quella di affermare che la Francia deve obbedienza agli USA perché è stata liberata dagli Americani, e che gli Europei debbono continuare a pagare l’America affinché questa li difenda. In tal modo, Trump ha smentito 70 anni di ipocrisia puritana, chiarendo finalmente in modo inequivocabile che considera l’Europa come un protettorato dell’ America (tesi già esposta a suo tempo da Brzezinski, ma., ovviamente, di tutt’altro peso se affermata dal Presidente).

E che di ipocrisia si sia trattato lo dimostra che, già nel “testamento politico” dettato da Mitterrand prima di morire, era scritto che, fra Europa America, vi è una guerra occulta, ma non per questo meno mortale.

Giusto anche sollevare il problema dell’esercito europeo in connessione con la questione della cyberguerra, perché è proprio nel campo della cyberguerra che la subordinazione e l’arretratezza degli Europei risulta più schiacciante, come dimostra in modo impressionante il numero 10/2018 di Limes, “La rete a stelle e strisce”. Giusto infine precisare, in un’intervista, che la spesa militare europea non deve finanziare l’industria militare americana, bensì risollevare quella europea. Giusto infine rispolverare, con ciò, tutta la dottrina militare del Generale De Gaulle.

L’unica sbavatura è consistita nell’ approcciare la questione dell’esercito europeo come se fosse mirato contro qualcuno. Non tanto perché ciò è in stridente contrasto con il conclamato pacifismo dei vertici europei e con lo stesso “Forum della pace” inaugurato pochi giorni dopo da Macron. Né perché ha urtato inutilmente la Cina (che non ha neppure partecipato alle celebrazioni di Parigi) e la Russia (che vi ha tenuto giustamente un atteggiamento sprezzante). Ma soprattutto perché gli eserciti di oggi non servono tanto per essere concretamente usati contro qualcuno, bensì innanzitutto per accrescere il peso specifico del Paese che li possiede, certo, come deterrente propriamente militare, ma anche e soprattutto come fulcro di una rete d’influenza, veicolo di educazione popolare, fucina di tecnologie, supporto all’economia, strumento di spionaggio, ecc…

L’esercito americano non  è, propriamente, diretto contro la Russia, la Cina, l’ Iran,e neppure contro l’Europa: semplicemente sorveglia e influenza il mondo intero con la sua stessa esistenza.  VCosì fanno, in piccolo, anche  i suoi omologhi delle altre potenze.

E questo varrebbe soprattutto per un ipotetico esercito europeo che nascesse nelle particolari nuove condizioni  di oggi. A mio avviso,tale esercito dovrebbe, e potrebbe, essere molto meno guerrafondaio di tutti gli attuali eserciti occidentali che, come l’Italia, a parole “ripudiano la guerra”, ma in realtà la conducono ininterrottamente contro i Paesi non-occidentali, occupando indebitamente i loro territori insieme agli Stati Uniti, come in Afghanistan, Irak, Niger, ecc…

L’Esercito Europeo dovrebbe invece restarsene in Europa, e, semmai, di lì, influenzare silrenziosamente il mondo, con le sue scuole militari e la sua intelligence, i suoi riservisti e i suoi missili, i suoi satelliti, il suo web, le sue industrie militari, ecc…, per fare valere i suoi punti di vista sul pluricentrismo, sul governo delle tecnologie, sul controllo degli armamenti, sulle migrazioni, sul clima….Secondo il principio taoista della “non azione” (“wu wei”).

Se la politica è un parallelogramma delle forze, e la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, allora  un esercito culturalmente motivato, tecnicamente all’ avanguardia e integrato nella politica estera di uno Stato serve innanzitutto a contribuire ad allargare il parallelogramma di quello Stato, senza bisogno di uccidere nessuno, come ci ha insegnato SunZu.

Forse, questa è la volta buona in cui questo tema verrà esplorato un po’ più seriamente del solito. Ciò richiederebbe però che:

a)si avesse veramente il coraggio di dispiacere fortemente agli Stati Uniti;

b)si sgombrasse il campo dalle solite menzogne sul ripudio della guerra e sul carattere pacifico dell’ Occidente (quando proprio a Parigi Trump ha ribadito che gli USA hanno speso, l’anno scorso, e spenderanno anche quest’anno, per la difesa,  700 milioni di dollari, e gli Europei 300, contro i 200 della Cina e i 60 della Russia). Si noti: questi campioni occidentali della pace e della democrazia spendono in armamenti circa tre volte dei loro avversari, di cui dichiarano di avere tanto timore. Si sono mai chiesti quanto i Cinesi e i Russi debbano avere anch’essi paura dei mirabolanti eserciti occidentali, e quanto dei loro atteggiamenti apparentemente così ostili derivino in realtà da un’urgente necessità di difendersi?Un team di esperti del Governo americano ha appena licenziato alle stampe lo “Assessment and Recommendations of the National Defense Strategy Commission”, in cui, criticando lo stesso Dipartimento della Difesa, si afferma che le Forze Armate Americane stanno minando il presupposto stesso della politica degli Stati Uniti, fondata sulla superiorità militare assoluta sul resto del mondo, in modo da poter dominare gli sviluppi di quest’ultimo, orientandoli in un senso conforme agl’interessi degli Stati Uniti. Invece, dice il rapporto, se gli Stati Uniti combattessero oggi una guerra contemporaneamente con la Russia e la Cina, per esempio per il Baltico e per il Mar della Cina, potrebbero anche perderla. Anch’io lo credo, ma non vedo perché gli Europei dovrebbero sostenere queste guerre, sostenendone probabilmente i maggiori danni senza ricavarne alcun beneficio.

c)si possedesse una propria, autonoma, ideologia, che giustificasse e orientasse l’Esercito Europeo, rendendo così accettabile a tutti la cessione di sovranità in questo settore così delicato.

A mio avviso, tale dottrina militare dell’Europa deve partire dall’idea che, nella cultura europea, vige ancora, contrariamente che in quella americana, la priorità della persona sulla tecnica, una priorità in nome della quale l’Europa dovrà combattere le sue prossime battaglie- le “Guerre delle Intelligenze”, come le ha chiamate Laurent Alexandre-. Del resto, già nell’ Orlando Furioso era contenuta una violenta requisitoria contro le armi da fuoco, responsabili dell’imbarbarimento della guerra, da nobile tenzone quale essa era dall’Iliade ai tornei rinascimentali, ad anonimo e proditorio macello, Si pensi alla colubrina che uccise Giovanni dalle Bande Nere.

Per esempio, Daniel Kahneman, premio Nobel americano, crede che sia giusto che le grandi decisioni vengano prese dai robot, non dagli uomini, perché essi sono più saggi di noi (le nostre convinzioni sono radicate “nella nostra comunità, la nostra storia, i nostri affetti e le persone di cui ci siamo sempre fidati”) .

Quindi, la vera “minaccia” contro cui deve prepararsi l’esercito europeo, non sono, né la Russia, né la Cina, né gli USA, e neppure il terrorismo internazionale, bensì le macchine intelligenti che rischiano di sostituirsi all’ uomo, con tutti i loro alleati: le agenzie spionistiche che ci controllano; le multinazionali che ci condizionano; le imprese informatiche che ci colonizzano; l’accademia che le mitizza;  gli eserciti che le proteggono. E’ una guerra quotidiana e occulta, fatta di corsa alle nuove tecnologie, di spionaggio, di “covert operations”, di battaglie culturali ed economiche..

Sulla stessa lunghezza d’onda, l’insostituibile funzione culturale dell’esercito, quale centrale di pensiero strategico (pensiamo a Giulio Cesare, a MoZi, a Clausewitz), quale cinghia di trasmissione dell’ethos delle classi dirigenti, quale educatore del popolo, dovrà esercitarsi sui tema del rapporto uomo-macchina, della difesa contro lo cyberguerra , dell’  intelligence tecnologica…varrebbe anche e soprattutto per l’ Esercito Europeo, che deve riformare una nuova élite militare, un ambiente informatico autonomo,  un nuovo tipo di soldato digitale…

Un esercito siffatto non sarebbe in concorrenza, né con la NATO, né con gli eserciti nazionali, giacché farebbe tutte cose che quelli non fanno.

 

 

Per Eraclito, “polemos” è all’ origine di tutte le cose

2.Elogio del conflitto

Torna oggi quindi utilissimo poter fare ricorso a quella parte, certo minoritaria, del mondo intellettuale, che non ha mai cessato di deprecare la sconsideratezza dell’espungere, dallo scenario ideale dell’Umanità, la consapevolezza del conflitto Come scrive Benasayag, “Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato  come un’anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità , possa costruire le condizioni di un vivere comune malgrado il conflitto e anzi attraverso il conflitto, mettendo fine al sogno, o all’ incubo, di chi vorrebbe governare tutto ciò che vi è, in lui, d’ingovernabile”.

La repressione del conflitto comporta infatti innanzitutto la repressione della libertà: “Nonostante questi diffusi fantasmi di libertà, mai una società è stata più disciplinata della nostra. Non è più nemmeno necessaria la presenza di commissari politici, a garanzia della nostra obbedienza al diktat della norma dominante. Gl’individui ’liberi di scegliere’ lo sono soltanto nel loro immaginario.”

Non è un caso che tutti gli autori che avevano parlato dell’identità dell’ Europa, l’avessero sempre collegata con l’idea di conflitto: i classici, per i quali gli “Europaioi” erano dei guerrieri “autonomoi” che combattevano contro l’ Impero Persiano; gli autori cristiani, per cui gli “Europenses” erano i Germani che combatterono a Poitiers contro Carlo Martello; quelli medievali e romantici, che vedevano la federazione europea come l’ organo supremo dell’ esercito crociato; Federico Chabod, che sosteneva che non poteva esservi Europa senza “spirito polemico”…Oggi, questo “spirito polemico” deve esercitarsi innanzitutto nei confronti dell’ America e di questo “establishment” che, come ha scritto “Le Monde Diplomatique”, è stato “bibéronné dans les campus américains

 

 Visegrad

3.Il rapporto con i conflitti del passato

Non per nulla un altro aspetto che è venuto alla ribalta durante questo lungo e significativo week-end è stato il rapporto di memoria dell’ Europa con la 1° Guerra Mondiale, che, più ancora che non la seconda, riveste un carattere divisivo per gli Europei, soprattutto in questo anniversario secolare.

Intanto, è significativo della discordia sulla “memoria condivisa” il fatto che ciascuno abbia commemorato questo 11 Settembre a modo suo.

Così, ad esempio, mentre, per la Francia e per il Commonwealth, la data da ricordare è l’11 Novembre, l’Armistizio di Rethondes, per l’Italia è il 4 novembre, giorno della vittoria sull’ Austria-Ungheria.

Macron ha tentato, poi, di monopolizzare l’attenzione con il “suo” 11 novembre a Parigi, coronato dal “Forum della pace”.

Ma, mentre per la Francia, l’11 Novembre dovrebbe significare la riconciliazione con la Germania, per il  l’Inghilterra della Brexit esso  ha rappresentato una commemorazione del Commonwealth, e, per la Polonia, è stato il centenario dell’ Indipendenza Nazionale. Qui, questo 11 novembre 2018  ha dato la stura a un delirio di patriottismo, con tutte le città piene di una folla in estasi, con milioni di bandiere bianco-rosse e con l’ Aquila Bianca dei Piasti, con giovani e vecchi con divise d’epoca e su mezzi militari di tutti i tipi.

Il Presidente Duda ha arringato come El’cin la folla in piedi su un veicolo militare. E, in effetti, la Marsz Niepodloglosci, benché indirizzata sostanzialmente contro la Russia, ha paradossalmente uno stile sempre più russo, con la militarizzazione della folla che canta canzoni patriottiche  e una confusione totale fra Stato e  popolo, esercito e milizie: un caso esemplare di quella che René Girard ha chiamato “rivalità mimetica”.

In Polonia, la distinzione canonica fra “nazionalismo” e “patriottismo”, richiamata da Macron nel suo “Foro della pace”, sfuma e si rivela non calzante, in quanto pregiudizio occidentale. Per Macron, “patriottismo” sarebbe quello che non sfocia, come il nazionalismo, nell’ ostilità verso gli altri popoli. Ma, nel caso della Polonia, l’idea “estremista” di una “Grande Polonia” (“Wielka Polska”nelle frontiere del 1920) è più “cosmopolita” del “patriottismo” etno-nazionale di Dmowski, sottointendendo  essa, come voleva già il maresciallo Pilsudski, una federazione fra Polonia, Lituania, Bielorussia e Ucraina, se non addirittura l’”Intermarium”, una specie di anticipazione dei “4 di Visegrad”. Peccato che, nel contempo, anche in Ucraina si sia parlato dell’”Intermarium”, ma con capitale a Kiev.  D’altra parte, in Polacco, non si parla di “Patrioty” (termine troppo russo), né di “nazionalisti” (termine troppo occidentale), bensì di  “narodowie” (“popolari/nazional-popolari/populisti).

Certo, il rinascere di questo rigoglioso sentimento “narodowy” è in tutta l’ Europa Centrale e Orientale (Russia e Polonia, Ungheria e Turchia…), uno degli aspetti più innovativi, e quello che maggiormente turba l’”establishment”, non già per una  questione di “democrazia” (vale a dire perché minacci il sistema formale delle regole) -ché, anzi, i “narodowie” si richiamano, come i nostri populisti, alla volontà della maggioranza-, bensì per le implicite scelte antropologiche ch’esso sottende: pathos comunitario, autoaffermazione, mito, contro utilitarismo, omologazione e banalità quotidiana. Istintivamente, l’“establishment” europeo occidentale non può sopportare quei giovani esagitati che agitano bandiere cantando antiche canzoni: perciò, li delegittima per escluderli dalla scena pubblica e, così, per sfiancarli. L’”arroganza romano-germanica” denunziata da Trubeckoj, contro il romanticismo slavo.

E, in effetti, come scriveono Havlik e Pinkova nel loro “Populist Political Parties in East-Central Europe”, la maggior parte dei partiti dell’ Europa centro-orientale è, almeno parzialmente, populista. Buona parte di questi partiti si ispirano a movimenti  locali del secolo scorsosolo parziamente populisti, e, per il resto, nazionalisti, religiosi e sociali(“linke Leute von Rechts”), come quelli di Pilsudski, di Horthy, e, più tardi, i Soldati Maledetti, i Fratelli della Foresta, Pax, Solidarnosc, i Partiti Contadini e la stessa Solidarnosc, fino alle correnti nazionalistiche all’ interno dei fronti popolari e dei partiti comunisti.

L’”establishment” potrà peròincolpare solo se stesso se i giovani dell’ Europa Centro-Orientale si allontanano dall’ Unione Europea, e se quest’ultima non riesce più ad avere nessuno “slancio vitale”. La loro Unione Europea è astratta, esangue, nemica della vita: chiaramente, l’avvio e la prefigurazione di una società governata da macchine onnipotenti che si situano altrove e che non lasciano alcuno spazio all’umanità e all’ autenticità.

Come nel caso dell’esercito europeo, costituisce, a mio avviso, comunque  un passo in avanti il fatto che si sia rimesso all’ ordine del giorno il variegato pathos civile che sottostà alle varie identità europee, che hanno contribuito, tra l’altro, in modo decisivo (Polonia, Karabagh, Baltici, Jugoslavia, Russia, Romania, Ungheria, Germania Orientale)   al crollo del Muro di Berlino e alla riunificazione dell’ Europa. Tuttavia, occorre che il pensiero identitario, anch’esso anchilosato dall’ egemonia culturale progressista, riconquisti la sua ricchezza e pluralità: le infinite identità religiose, post-imperiali, quasi-continentali, nazionali, regionali, locali, cittadine, di cui, come volevano i “federalisti Integrali”, è composta la poliedrica identità dell’Europa. Non per nulla, nell’ ennesimo progetto di rilancio dell’integrazione, la “Repubblica Europea” di Menasse e Guérot, rivaluta le “piccole patrie” contrapponendole agli Stati membri quali essi esistono attualmente, e che, nella “Repubblica Europea” praticamente scomparirebbero.