Archivi tag: nietzsche

EUROPA: 2500 ANNI DALLE TERMOPILI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

In questi giorni,  i giornalisti si sono scatenati (ma mai abbastanza) nel denunziare la mancanza di solidarietà dall’ Europa Occidentale verso l’Italia, sia per ciò che concerne le vitali forniture di materiale sanitario, sia per ciò che riguarda i fondi per superare la crisi. Tuttavia, nessuno ha svolto un’indagine più a fondo del perché queste cose si siano verificate.

Come ha scritto anche l’autorevole rivista americana Foreign Policy, l’Italia è stata abbandonata dai Paesi europei nel momento del bisogno. “Si potrebbe pensare che i paesi membri dell’Unione Europea inviino ai loro amici italiani alcuni rifornimenti vitali, soprattutto perché gli italiani lo hanno chiesto. Non hanno inviato nulla” sottolinea Foreign Policy. “La vergognosa mancanza di solidarietà dei paesi dell’Ue con gli italiani indica un problema più grande: cosa farebbero i paesi europei se uno di loro dovesse affrontare una crisi ancora più grave?”. Pensiamo soprattutto a una guerra.

Ancor oggi nessun singolo stato membro dell’Ue ha inviato all’Italia le forniture necessarie, e anche gli aiuti, tanto della UE, quanto degli USA, sono stati esclusivamente “proforma”(deliberatamente perché i politici temono le reazioni negative dei loro elettori, preoccupati per se stessi). D’altro canto, l’Italia aveva già avuto un assaggio della totale mancanza di solidarietà europea. “Durante la crisi dei rifugiati del 2015 – scrive Foreign Policy -circa 1,7 milioni di persone sono arrivate sul territorio dell’UE, principalmente in Italia e in Grecia (con Germania e Svezia le destinazioni più comuni), ma nel 2017 alcuni Stati membri dell’UE si stavano ancora rifiutando di accettarle nell’ambito di un programma di solidarietà”.

Basti ricordare che, anche se il nostro è il Paese più colpito dall’epidemia di Covid-19, nella classifica dei Paesi beneficiari di queste risorse stanziate dalla Commissione europea l’Italia è solamente terza.

Ciò che salta all’ occhio maggiormente è che la maggior preoccupazione di tutti è che quest’assenza dell’Europa (ma ancor più dell’America) è messa in clamorosa evidenza dell’opposto atteggiamento di apertura di Russia e Cina, che la UE ha saputo solo denunziare come propaganda, al punto da aver creato un ufficio solo per la contropropaganda. Ma, indipendentemente dalla questione della reale consistenza degli aiuti degli uni e degli altri, è  l’interpretazione degli aiuti che rivela la pochezza umana dei politici europei e delle loro opinioni pubbliche, che non sono istintivamente capaci di articolare nessun comportamento che non sia del più gretto egoismo.

Dopo tante elucubrazioni sull’aiutare o meno l’Italia, è poi saltata fuori la verità vera: applicando congiuntamente i complessi meccanismi dei 4 fondi di emergenza concordati, il maggiore beneficiario risulta essere la Germania, che otterrebbe un trasferimento netto del 50% dei fondi, con i quali risanare, a spese dello Stato, le proprie industrie, mentre l’Italia otterrebbe solo il 10% (quindi, con un trasferimento netto negativo). L’esatto ancor più, di un “patriottismo europeo”, in cui ci dovrebbe essere una gara per aiutare la Patria europea e i fratelli europei in difficoltà (come quando si dava l’oro alla Patria). Che d’altronde è quello che si è visto nell’Hubei con l’aiuto delle altre province della Cina.

In questo modo, né si fa l’Europa, né si salva l’economia, neppure quella tedesca. Qui ciascuno vuole solo consolidare l’esistente. Ma è proprio questo “esistente” che non va bene, perché è basato sull’idea che saremo gli eterni “followers” degli Stati Uniti (“America First” per sempre, eventualmente dopo la Cina), e che pertanto ci dovremo beccare in eterno fra di noi come “i capponi di Renzo”, in un eterno declassamento.

In concreto, poi, da parte di Bruxelles, non c’è alcuna iniezione di “denaro fresco”: si tratta, in realtà, di “fondi dormienti” già presenti nei bilanci, che, certo, servono a tamponare una situazione di crisi, ma non  certo a ribaltarla. Quindi, il contrario di quello che stanno facendo USA e Cina, che stanno creando denaro fresco per rinforzare le loro economie. E, nel caso della Cina, per trasformare il colpo del Coronavirus in una vittoria su molti fronti. L’unico modo, per quanto obliquo, per creare denaro fresco è stato il “Quantitative Easing”, una forma d’interventismo provvidenziale, ma attuata obtorto collo dalla BCE più che altro per imitazione delle altre Banche Centrali (“se lo fa la FED, lo possiamo fare anche noi”).

Infine, non va bene neppure quest’incredibile alchimia finanziaria che sta alla base dell’Unione, in base alla quale, come si vede, non si capisce neppure chi paga e chi ci guadagna, chi rischia e chi è garantito. Come si può pensare che i cittadini, non dico si entusiasmino, ma, almeno, che si fidino?

E poi, perché tutto questo? In nome di un mito dell’ “esaurimento dello Stato” di origine anarchica e para-marxista, trapiantato in Germania, a difesa(quale eterogenesi dei fini!), con il plauso di tutti i partiti, dello status quo finanziario.

Questa non è una costruzione giuridica casualmente sbagliata. È una civiltà che ha scelto di auto-distruggersi facendo delle cose insensate.

.

Il risultato concreto delle politiche di grettezza: la rovina dell’ economia europea

1.  Ecco a che cosa serve l’Identità Europea.

Quando tutti, nel 2006, avevano guardato con scetticismo alle tesi contenute nel primo volume del mio libro “10.000 anni d’identità europea”, pensando evidentemente che, in un siffatto mondo dominato dall’interesse materiale d’ individui e territori, ceti e corporazioni, imprese e lobby, l’identità di un popolo costituisca soltanto un bell’esercizio retorico, non avevano pensato che l’Europa potesse mai trovarsi di fronte a catastrofi che richiedessero invece un immane sforzo collettivo, e una diversa etica.

Ecco dunque che ora l’ Identità Europea non solo risulta essere una cosa utile, ma addirittura l’asso nella manica per salvare l’ Europa dall’autodistruzione.

Infatti, è purtroppo proprio in questa direzione che stiamo andando (anche se non siamo ancora giunti al fondo del precipizio). L’appello rivolto, dal Papa e dalle Organizzazioni Internazionali, a una maggiore collaborazione internazionale, ha sortito prevedibilmente anch’esso ben pochi risultati pratici. Questo è, a mio avviso, naturale, perché, oggi, il vero motore della solidarietà internazionale non sono realtà internazionali, come la Chiesa e l’ ONU, troppo generici per riuscire a incidere sull’animus dei cittadini di tutti i continenti e sugli interessi dei politici, bensì solo gli “Stati-civiltà” (per dirla alla Cinese), che riuniscono  vaste aree (semi-continenti) nella comune adesione a una civiltà condivisa (il “patriottismo continentale”). L’abbiamo visto soprattutto nel caso della Cina, ma “mutatis mutandis” potrebbe applicarsi anche agli Stati Uniti e all’ India.

Orbene, diamo pure per scontato che l’Identità Europea non è forte come l’identità cinese. I motivi sono diversi, non riducendosi al fatto politico, e riallacciandosi invece proprio alle radici delle due identità. L’identità cinese è segnata, per dirla con Marx, dalla sua nascita dalla “civiltà idraulica”. Secondo gli Annali di Sima Qian, il mitico fondatore della Dinastia Xia, Yu, avrebbe salvato la Cina da una sorta di diluvio universale, scavando per 13 anni canali dalla valle del Fiume Giallo fino al mare. In tal modo, egli aveva stabilìto il principio del “Mandato del Cielo”, che, dalla capacità di fronteggiare le catastrofi, desume la trasmissione del diritto dinastico. Con ciò, Yu aveva anche instaurato la prima dinastia (fra il 2070 and 1600 BC), cioè ai tempi dei nuraghes, degli Ittiti e di Minosse.

Secondo il Corpus Hippocraticum, di mille anni più recente,  gli abitanti dell’ Europa si distinguevano da quelli dell’ Asia perché essi vivevano  in un territorio impervio e frastagliato, che li rendeva più indipendenti, più bellicosi, e quindi “autonomi” dai re e dagl’imperatori. Questa teoria fu ripresa poi da Aristotele, Machiavelli e  Montesquieu, e costituisce la radice prima, in tutte le sue possibili variazioni, della narrazione sugli Europei amanti della libertà. Che costituisce il substrato della tesi, piuttosto diversa e non così convincente, di un’istintiva propensione degli europei verso “la democrazia”.

Certamente, i Cinesi sono storicamente portati a valorizzare soprattutto la civiltà sincretica del loro territorio (i “San Yao”), e la disciplina delle grandi pianure coltivate(il Zhong Guo 中国 , che è un recinto con dentro della terra, una bocca e un’alabarda, preceduto dal segno del centro), mentre gli Europei sono stati portati, dalla loro storia e geografia, a valorizzare piuttosto le tradizioni localistiche e il pluralismo territoriale (il federalismo), che sconfina facilmente in guerra civile. Esempi: Atene e Sparta, i rapporti “federali” all’ interno dell’Impero Romano, del Sacro Romano Impero e delle monarchie nazionali; l’anarchia feudale; nel campo religioso,  Ortodossia, Monofisismo, Nestorianesimo, Arianesimo, Cattolicesimo, Luteranesimo, Calvinismo, Puritanesimo…

E che Ippocrate non avesse tutti i torti è dimostrato dal fatto che effettivamente gl’Islandesi, che vivono fra ghiacciai e vulcani, sono lunatici e imprevedibili, mentre i Greci, che si muovono continuamente fra le isole con i loro battelli sono svelti e intraprendenti; gli Svedesi, fra i loro boschi, sono cupi e flemmatici, mentre i Siciliani, fra l’esuberanza della natura, sono fantasiosi e geniali, ecc…

E, per altro, il fatto di aver usato spesso le metafore dell’ Est e dell’ Ovest e quella della Translatio Imperii  (Impero Romano d’Oriente e di Occidente; Prima, Seconda e Terza Roma) denota che il senso di un’ unità nel tempo e nello spazio,  pure nella diversità, è sempre stato presente, anche, e soprattutto, nei momenti di massima frattura. Vale a dire che, anche scomposta in parti, l’ Europa si era pur sempre vista come un impero, o come una sua parte. Non per nulla i Turchi ce l’hanno ancora con la filosofia greca, gl’Inglesi studiano il Latino, i Russi parlano di Terza Roma….

In questo senso, l’Europa è per altro simile soprattutto all’ India, dove la molteplicità di popoli, Stati, lingue, culti e alfabeti, come pure la conflittualità fra ariani e dravidi, fra  hindu e mussulmani, è veramente impressionante, eppure vi à un forte senso di un’identità culturale comune (sanscritismo, sincretismo, forte spirito religioso e cetuale, derivante da intermittenti, ma decisive, tradizioni unitarie:  Gupta;Maurya; Mughal;impero Anglo-indiano; Ashoka, Candragupta, Kebir, Akbar…).

La tradizione identitaria europea (come quelle cinese e indiana) è, prima di tutto, una tradizione culturale”alta”: la cultura greco-romana (Cesare e Marco Aurelio preferivano, al Latino, il raffinato Greco), lo spirito “cortese”, le società segrete, il cosmopolitismo delle corti illuministiche, i progetti di unificazione europea fra il Medioevo e la contemporaneità.

Purtroppo,  nella presente fase storica caratterizzata dal “populismo” (vale a dire  da un’ interpretazione estremistica della democrazia, dove la “tirannide della maggioranza” -Tocqueville- non si limita alla scelta dei rappresentanti e alle decisioni concrete, ma si traduce anche nella volgarizzazione dello “stile”), è molto difficile che  la politica sia ancora guidata dagli insegnamenti di Socrate, di Leonida, di Marco Aurelio, di Federico II, di Dante, di Goethe o di Simone Weil (che nessuno più conosce, neppure fra gli Europei cosiddetti “colti”, a causa del deliberato imbarbarimento della vita intellettuale). Ed è  logico che questi “populisti” sono anche “euroscettici”.

Il primo passo sarebbe quindi poter uscire da questa “tirannide”, lasciando nuovamente spazio, com’è sempre stato nel nostro Continente, ai canali educativi tradizionali: la religione, la filosofia, l’arte, la filologia, sottolineandovi gli elementi comuni fra gli Europei: le condivise origini culturali ed etniche, la religione, unitaria pur nelle diversità, la continuità della memoria culturale, i progetti comuni di durata plurisecolare: il popolo dei kurgan, la classicità, il monoteismo, la cultura “alta”, i progetti di crociata e di pace perpetua.

Se almeno i vertici delle società europee, siano essi i governanti degli Stati europei, siano essi esponenti delle Chiese in Europa, siano essi intellettuali o manager, si sentissero innanzitutto, come accadeva nell’ antichità, nel Medioevo e fino al Settecento, i depositari di questa comune cultura e destino, si comporterebbero probabilmente in modo diverso.

Sarebbero pronti a fare dei sacrifici per gli altri Europei, perché in tal modo rafforzerebbero anche se stessi. Soprattutto se questi Europei sono, come i Mediterranei, gli eredi di Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Cesare, Augusto, Costantino, Giustiniano, Averroè, Dante, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo, Cervantes, Verdi, Puccini…

In un certo senso è la modernità, con la sua idea, da un lato, di universalità del progresso, e, dall’ altra, delle nazioni monoculturali, ad aver tolto apparentemente spazio, “in alto” e “in basso”, all’identità europea. Tuttavia, come sosteneva la psicanalisi, l’identità europea sopravvive nell’inconscio collettivo; con il passaggio alla post-modernità, essa può nuovamente emergere.

10.000 anni d’identità europea: una trilogia in via di completamento

2. “10.000 anni d’identità europea”

Perciò, nel commemorare quest’anno, nello stesso tempo, i 2500 anni della battaglia delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman, vorremmo sottolineare questa continuità culturale fortissima, che non può essere compresa appieno se non tenendo anche conto contemporaneamente dei radicali mutamenti storici intervenuti nel passato e in corso oggi.

A mio avviso, le razionalizzazioni che tentiamo di applicare alla storia (e alla realtà tutta intera) sono uno sforzo, forse addirittura inutile, ma (come si afferma appunto nei “Sepolcri” di Foscolo citati in exergo), indispensabile, per la sopravvivenza del genere umano. Quest’ aleatorietà non va sottaciuta, bensì messa in evidenza: ed è proprio questa precarietà, l’”ansia esistenziale”, che dà, all’ umanità, per reazione, la forza di sopravvivere.

Alla luce di tutto quanto precede, considero  necessario, pur con le sue enormi difficoltà,  portare a termine l’opera iniziata con la pubblicazione del primo volume di “10.000 anni d’identità europea” (-“Patrios politeia”- dedicata al periodo antico e medievale), attraverso il secondo volume (dedicato al periodo moderno), e il terzo (dedicato alla contemporaneità e alle prospettive dell’avvenire).

Il periodo di “lockdown” per Coronavirus  e lo slittamento a tempo indeterminato delle date del Salone del Libro ci  offre l’insperata  possibilità (ma ci obbliga anche), a inaugurare nuove modalità di divulgazione, attraverso la celebrazione telematica del 9 maggio, la presentazione telematica delle novità 2019, la messa online a puntate del magazzino (la “coda lunga”), la presentazione telematica dei contributi dell’ Associazione Culturale Diàlexis alle attività della Conferenza sul Futuro dell’ Europa (anch’essa slittata).

Ciascuno di questi aspetti sarà sviscerato nel merito proprio, senza essere sviati dall’ occasionalismo a cui tradizionalmente ci condannano le modalità delle specifiche presentazioni.

I questo contesto, ritengo intanto indispensabile come prima cosa rilanciare “Patrios Politeia”, sia attraverso la sua riedizione come “e-book”, sia attraverso una sua pubblicazione “a puntate”.

“Udo”, un “europeo” di 212 milioni di anni fa

3. Una stupefacente continuità

In quest’ottica millenaria, l’integrazione europea ci appare dunque fare oggetto di un’incredibile, per quanto sotterranea, continuità: l’esatto contrario della decisione adottata oramai molti anni fa, a Blois, dai Ministri della Cultura e della Pubblica Istruzione, quando si era deciso che, dell’integrazione europea, si dovesse parlare solo con riferimento al Secondo Dopoguerra (ponendoci con ciò in  una paradossale posizione di debolezza nei confronti degli altri Stati Continentali, che vantano, chi 500 anni, chi 1000, chi 2000, chi,3000, e chi, come la Cina, addirittura 5000.

Gli sviluppi degli studi storici stanno ridicolizzando quest’atteggiamento della politica culturale ufficiale. Intanto, gli studio paleoetnologici ci dimostrano una presenza “europea” fino dai primordi della storia dell’Umanità, con il ritrovamento, vicino a Monaco, dei resti di una scimmia bipede di dodici milioni (Udo)  di anni fa, cioè sette milioni di anni prima di Lucy; la scoperta, negli Europei di oggi, di geni dell’ Uomo di Neanderthal; la ricostruzione genetica, paleo-linguistica e archeologico-culturale della vita di tutti i popoli europei a partire dal Neolitico.

In particolare, una serie di giovani archeologi ha rielaborato la “teoria kurganica” ideata da Maria Gimbutas, secondo cui i popoli europei derivano da popoli migranti (il “popolo dei kurgan”), corrispondente ai “popoli a cavallo” quelli studiati per l’estremo Oriente da Shiratori Murakami e Emori Emio). Secondo questi archeologi, fra cui in primo luogo la scuola danese di Kristian Kristiansen, poi  gli americani Anthony e Reich  e il professore spagnolo Quiles, vi sarebbe un’origine etnica comune agli antichi europei nell’ antica “cultura Yamnaya”, nata fra il Donbass e il Kazakhstan nel 5° Millennio a.c.(gli antenati dei Cosacchi), che avrebbe fornito il prototipo dei popoli indoeuropei pastori e guerrieri che si spostavano a cavallo (animale da essi addomesticato), assoggettando i popoli preesistenti.

Questo tipo di popolazione presenta notevoli affinità con le società stanziali ittitica e micenea, e poi con quelle che popoleranno il “Barbaricum” nell’ Europa nord-orientale (Sciti, Sarmati, Ugro-finni, Uralo-Altaici, Balto-Slavi, Germani, Celti).

I Greci, posti in contatto, per la loro posizione, con Creta, il Levante e l’Anatolia (posizione intermedia posta in rilievo da Aristotele), avrebbero traferito una quantità enorme di elementi antropologici, religiosi, materiali, sociali, politici e linguistici medio-orientali nel substrato etnico indo-europeo. Non per nulla Aristotele considerava l’Europa un mondo intermedio fra l’Asia e l’ Europa.

Di qui la nascita del modello “europeo” descritto da Ippocrate, ben simboleggiato dal comportamento di Leonida alle Termopili. Questo modello viene ripreso, ampliato e sviluppato nella Grecia classica (Socrate, Platone, Aristotele: la “Paideia”), e nella Roma repubblicana (il “mos maiorum”).

L’Impero Romano costituisce un primo, e ineguagliato, esempio, di grande Stato europeo, a cui tutte le realtà politiche e religiose successive s’ispireranno. Attraverso la Tetrarchia, l’allargamento della cittadinanza e il Cristianesimo, l’Impero Romano fonda le basi della memoria culturale europea.

Nonostante che tanto la Chiesa, quanto l’Impero, si pretendano universali (Dante), non possono realizzare di fatto questa loro universalità a causa della presenza dell’ Islam, che avanza una pretesa speculare (Dar al-Islam contro Dar al-Harb). Di qui gli appelli alla crociata (San Bernardo, Dubois, Podebrad e Sully), che sono già anche progetti politici europei relativamente completi, e progressivamente integrantisi. Un esercito comune (La “Laudatio Novae Militiae”,la “Regula” dei Templari), un patto fondativo (quello di Podiebrad, conservato negli archivi di Praga), un Consiglio dei Capi di Stato, un’assemblea, una tesoreria, una Corte arbitrale, una capitale itinerante, la spartizione dei territori degl’Infedeli. Fa parte integrande dell’Idea di Crociata anche la ricerca del contatto con i grandi imperi d’Oriente, mongolo e cinese, quale necessario contraltare all’ Islam (la lettera del Prete Gianni, Giovanni da Pian del Carpine. Marco Polo, Giovanni da Monte Corvino, Colombo, Magellano, i Gesuiti).

Per quanto nato con le Crociate, il colonialismo segna però l’abbandono del modello imperiale europeo, ripercorrendo piuttosto, già a partire dagli Stati crociati, la logica delle colonie d’oltremare secondo il  modello greco antico.

Le lotte di religione riportano in primo piano l’esigenza dell’unità del mondo cristiano, che trova posto nei piani di riconciliazione ecumenica (Grozio, Pufendorf, Leibniz, De Maistre) e di “pace perpetua”(“Pax Dei”,“Ewiger Landfrid”),  eredità della tradizione persiana e imperiale medievale (St Pierre, Kant).

I romantici tedeschi (Fichte, Herder) cercano di conciliare l’aspirazione alla pace perpetua con l’egemonia romano- germanica erede del Sacro Romano Impero (la “pace del Paese” complementare alle guerre coloniali -cosa ripresa poi da Nietzsche-), mentre Alessandro I lancia l’idea massonica di un’”Europa Nazione Cristiana”al di là delle single confessioni, garantita paternalisticamente da  una coalizione di sovrani illuminati. All’ Europa dei Popoli e dei Sovrani della Santa Alleanza, Mazzini oppone un’Europa dei popoli e dei movimenti rivoluzionari democratici: la Giovine Italia, che però ha una vita stentata: i rivoluzionari dei singoli Paesi vanno per la loro strada, senza ricercare l’unità europea. Proudhon vede molto lucidamente questa deriva, e si oppone all’unità d’ Italia, proponendo come modello una federazione dei vari “pays”, le attuali Regioni, Laender, Macroregioni, ecc….(vedi il libro di Ulrike Guérot “Europaeische Republik”).

Nietzsche ha l’idea di un’Europa già unita da una comune cultura elitaria, che, durante la 1° guerra mondiale, verrà  tenuta in piedi da Thomas Mann (“La Montagna Incantata”), da Romain Rolland (“Jean-Christophe”) e da Drieu a Rochelle (“L’ Europe contre les patries”).

Dopo la 1° Guerra Mondiale, Coudenhove-Kalergi fonda il movimento Paneuropa, che riesce a persuadere Aristide Briand a sottoporre alla Società delle Nazioni, oramai rimasta, dopo il ”forfait” americano,  quasi solo europea, un piano d’integrazione continentale che trova una sua rudimentale attuazione nel “patto a Quattro” fra Francia, Germania, Italia e Inghilterra, tuttavia boicottato fin da subito dal nazismo appena affermatosi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre le forze dell’Asse realizzano nei fatti un grande blocco militare ed economico europeo, a cui Hitler rifiuta espressamente di dare una qualsivoglia forma giuridica, alcuni resistenti, soprattutto italiani, come Spinelli e Galimberti, formulano dei progetti per un’Europa unita postbellica, fra cui il più articolato, noto e importante, è il Manifesto di Ventotene.

Dopo la guerra, si pone la questione di ricostruzione, non solo materiale, ma anche spirituale, dell’Europa, di cui tratta l’opera “La Pace” di Ernst Juenger. In questo contesto, con grande difficoltà, Jean Monnet e Robert Schuman lanciano, con la cosiddetta “Dichiarazione Schuman”, l’idea di un processo politico gradualistico e funzionalistico d’integrazione continentale, basato su progetti concreti, destinato a partire dalla concretissima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio,  finalizzata alla soluzione dei problemi ormai incancreniti del patrimonio carbosiderurgico delle regioni renane, uno dei principali pomi della discordia fra Francia e Germania.

Nei prossimi post vedremo partitamente il significato storico e concettuale della Dichiarazione Schuman (9 maggio), e, sullo sfondo,  quello della Battaglia delle Termopili (fine Agosto).

Celebreremo i due anniversari che, miracolosamente, concorrono contemporaneamente nello stesso anno, attraverso diversi strumenti:

1)la celebrazione, per videoconference e attraverso il dialogo telematico, del 9 maggio alle ore 10 (contattare la redazione attraverso il sito info@alpinasrl.com o il numero 0116690004);

2)la pubblicazione, nei blog Da Qin, Tecnologies for Europe e Turandot, delle novità librarie “a puntate” “10.000 anni” 2 “Tecnologies for Europe” come e.books;

3)la celebrazione (a data da determinarsi fra la fine di Agosto e l’inizio di Settembre), dell’anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina.

Intanto, abbiamo lanciato, attraverso una robusta campagna di pubbliche relazioni e di stampa, il nuovo libro “European Technology Agency”, che apre un fronte fondamentale di combattimento per l’indipendenza e la salvezza dell’ Europa nell’era delle Macchine Intelligenti. A nostro avviso, infatti, l’Identità Europea, che vive nel nostro inconscio collettivo e nella nostra cultura “alta”, avrà modo di emergere e di vivere in quella che sarà la battaglia del XXI° secolo, quella della libertà contro il sistema del controllo totale.

Nel frattempo, rilanceremo, anche attraverso un’edizione a dispense, il primo volume di “10.000 anni d’identità europea”, quello che tratta della fase più antica della nostra storia, dalle civiltà neolitiche fino alla scoperta dell’America. Una storia che, lungi da ciò che viene oggi detto e insegnato, è tutt’altro che finita, con i popoli guerrieri fra il Don e il Danubio, antenati della repubblica del Donbass, la civiltà femministica dei Balcani cara a Marija Gimbutas, la lotta fra Serse e Leonida eternata dal  film “300”, l’impero di Traiano e Adriano, che  ha lasciato vestigia dalla Selva di Teutoburgo alla Serbia, dal Donbass a Cartagine, dall’Inghilterra all’ Hijaz; con le Crociate, le eresie, i ghetti e le moschee.

Questo libro potrà essere per noi un’abbondante fonte di riflessione soprattutto a Settembre, quando abborderemo l’ardua sfida della commemorazione delle Termopili.

Contatti:

info@alpinasrl.com

tel.:00390116690004

CONFLITTO, ESERCITO, EUROPA

                           Trump e Macron l’11 novembre

I problemi dell’Europa si accrescono a ritmo esponenziale, senza che nessuno vi ponga mano. Intanto, la letteratura specialistica affronta temi sempre più scottanti, che incrinano i pregiudizi consolidati, mentre finalmente, seppur controvoglia, neanche i leader istituzionali possono più esimersi, se non altro agli albori della campagna elettorale per  le Europee del 2019, dal tirar fuori dal cassetto questioni che per molti decenni si sono volute  “nascondere sotto il tappeto”.

 

“Europe en marche” non è un’invenzione

di Macron: è uno slogan di Vichy

1.L’esercito europeo

Intanto, finalmente, i vertici di grandi Stati, come Francia, Germania e Stati Uniti,  hanno preso pubblicamente posizione, nel corso dell’ ultima settimana, circa l’antico e sempre nascosto tema dell’ Esercito Europeo.

Se ne parla nientemeno che da 700 anni, vale a dire da quando, per primo, il consigliere del Re di Francia, Pierre Dubois, aveva scritto il “De Recuperatione Terrae Sanctae”, in cui aveva espresso il punto di vista che, per rimediare alle croniche sconfitte dei Crociati, si darebbe dovuto costituire una federazione fra i sovrani europei, co la missione di  dirigere un esercito comune. La struttura di questa federazione era poi rimasta sempre la stessa nei vari progetti elaborati dalle monarchie europee dl Medioevo e al Cinquecento, da  Podiebrad e da Sully, mentre, invece, nel Settecento in St. Pierre, Rousseau e Kant, la finalità bellica della federazione europea era stata temporaneamente silenziata, a favore della “Pace Perpetua”. Nell’ Ottocento, Fichte, St. Simon, Mazzini e Nietzsche erano sostanzialmente concordi nel dire: pace sì, ma solo fra gli Europei, per condurre più facilmente le guerre coloniali verso il resto del mondo.

La tanto decantata vicenda della Comunità Economica di Difesa va un poco demitizzata. Si trattava di poche divisioni, che, nel 1953, avrebbero dovuto essere messe a disposizione dell’ Europa, ma prive di  marina, aviazione, servizi segreti, e subordinate alla NATO (eravamo ai tempi di Stalin e del maccartismo). Che alla fine il parlamento francese l’avesse bocciata non stupisce. Essa avrebbe sancito il ruolo dei soldati europei come semplici “truppe ausiliarie” dell’ esercito americano, in posizione non dissimile da quello che le  “SS  straniere” erano state per l’esercito tedesco appena otto anni prima. Nello stesso modo, si sarebbe voluta cementare attraverso un esercito comune la compattezza ideologica degli Europei intorno alla nuova potenza egemone.

Da allora,  ogni qualche anno si è ripresentato il discorso sull’esercito europeo, ma, quasi inspiegabilmente, ogni volta, esso è stato subito affossato, nonostante che i promotori si fossero affrettati ogni volta a precisare che esso non sarebbe stato alternativo alla NATO.

Ora Macron, per rendere credibile  la sua idea del “sovranismo europeo”, ha dovuto parlare, proprio alla vigilia della visita di Trump, di  un esercito europeo “per difendere l’ Europa contro la Russia, la Cina e gli Stati Uniti”. La scarsa padronanza della materia  da parte di persone, come Macron, Trump e la Merkel, che non hanno mai fatto neppure il servizio militare, contribuisce a rendere sempre un po’ ridicole siffatte prese di posizione su questo tema.

Nel caso di Macron, però, bisogna ammettere che molti dei suoi obiettivi sono stati centrati, innanzitutto là dove ha posto teatralmente   in evidenza che non può esservi esercito europeo  che non sia autonomo e in competizione con quello americano. In particolare, è stata ben giocata la provocazione nei confronti di  Trump, , in quanto la reazione è stata sostanzialmente quella di affermare che la Francia deve obbedienza agli USA perché è stata liberata dagli Americani, e che gli Europei debbono continuare a pagare l’America affinché questa li difenda. In tal modo, Trump ha smentito 70 anni di ipocrisia puritana, chiarendo finalmente in modo inequivocabile che considera l’Europa come un protettorato dell’ America (tesi già esposta a suo tempo da Brzezinski, ma., ovviamente, di tutt’altro peso se affermata dal Presidente).

E che di ipocrisia si sia trattato lo dimostra che, già nel “testamento politico” dettato da Mitterrand prima di morire, era scritto che, fra Europa America, vi è una guerra occulta, ma non per questo meno mortale.

Giusto anche sollevare il problema dell’esercito europeo in connessione con la questione della cyberguerra, perché è proprio nel campo della cyberguerra che la subordinazione e l’arretratezza degli Europei risulta più schiacciante, come dimostra in modo impressionante il numero 10/2018 di Limes, “La rete a stelle e strisce”. Giusto infine precisare, in un’intervista, che la spesa militare europea non deve finanziare l’industria militare americana, bensì risollevare quella europea. Giusto infine rispolverare, con ciò, tutta la dottrina militare del Generale De Gaulle.

L’unica sbavatura è consistita nell’ approcciare la questione dell’esercito europeo come se fosse mirato contro qualcuno. Non tanto perché ciò è in stridente contrasto con il conclamato pacifismo dei vertici europei e con lo stesso “Forum della pace” inaugurato pochi giorni dopo da Macron. Né perché ha urtato inutilmente la Cina (che non ha neppure partecipato alle celebrazioni di Parigi) e la Russia (che vi ha tenuto giustamente un atteggiamento sprezzante). Ma soprattutto perché gli eserciti di oggi non servono tanto per essere concretamente usati contro qualcuno, bensì innanzitutto per accrescere il peso specifico del Paese che li possiede, certo, come deterrente propriamente militare, ma anche e soprattutto come fulcro di una rete d’influenza, veicolo di educazione popolare, fucina di tecnologie, supporto all’economia, strumento di spionaggio, ecc…

L’esercito americano non  è, propriamente, diretto contro la Russia, la Cina, l’ Iran,e neppure contro l’Europa: semplicemente sorveglia e influenza il mondo intero con la sua stessa esistenza.  VCosì fanno, in piccolo, anche  i suoi omologhi delle altre potenze.

E questo varrebbe soprattutto per un ipotetico esercito europeo che nascesse nelle particolari nuove condizioni  di oggi. A mio avviso,tale esercito dovrebbe, e potrebbe, essere molto meno guerrafondaio di tutti gli attuali eserciti occidentali che, come l’Italia, a parole “ripudiano la guerra”, ma in realtà la conducono ininterrottamente contro i Paesi non-occidentali, occupando indebitamente i loro territori insieme agli Stati Uniti, come in Afghanistan, Irak, Niger, ecc…

L’Esercito Europeo dovrebbe invece restarsene in Europa, e, semmai, di lì, influenzare silrenziosamente il mondo, con le sue scuole militari e la sua intelligence, i suoi riservisti e i suoi missili, i suoi satelliti, il suo web, le sue industrie militari, ecc…, per fare valere i suoi punti di vista sul pluricentrismo, sul governo delle tecnologie, sul controllo degli armamenti, sulle migrazioni, sul clima….Secondo il principio taoista della “non azione” (“wu wei”).

Se la politica è un parallelogramma delle forze, e la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, allora  un esercito culturalmente motivato, tecnicamente all’ avanguardia e integrato nella politica estera di uno Stato serve innanzitutto a contribuire ad allargare il parallelogramma di quello Stato, senza bisogno di uccidere nessuno, come ci ha insegnato SunZu.

Forse, questa è la volta buona in cui questo tema verrà esplorato un po’ più seriamente del solito. Ciò richiederebbe però che:

a)si avesse veramente il coraggio di dispiacere fortemente agli Stati Uniti;

b)si sgombrasse il campo dalle solite menzogne sul ripudio della guerra e sul carattere pacifico dell’ Occidente (quando proprio a Parigi Trump ha ribadito che gli USA hanno speso, l’anno scorso, e spenderanno anche quest’anno, per la difesa,  700 milioni di dollari, e gli Europei 300, contro i 200 della Cina e i 60 della Russia). Si noti: questi campioni occidentali della pace e della democrazia spendono in armamenti circa tre volte dei loro avversari, di cui dichiarano di avere tanto timore. Si sono mai chiesti quanto i Cinesi e i Russi debbano avere anch’essi paura dei mirabolanti eserciti occidentali, e quanto dei loro atteggiamenti apparentemente così ostili derivino in realtà da un’urgente necessità di difendersi?Un team di esperti del Governo americano ha appena licenziato alle stampe lo “Assessment and Recommendations of the National Defense Strategy Commission”, in cui, criticando lo stesso Dipartimento della Difesa, si afferma che le Forze Armate Americane stanno minando il presupposto stesso della politica degli Stati Uniti, fondata sulla superiorità militare assoluta sul resto del mondo, in modo da poter dominare gli sviluppi di quest’ultimo, orientandoli in un senso conforme agl’interessi degli Stati Uniti. Invece, dice il rapporto, se gli Stati Uniti combattessero oggi una guerra contemporaneamente con la Russia e la Cina, per esempio per il Baltico e per il Mar della Cina, potrebbero anche perderla. Anch’io lo credo, ma non vedo perché gli Europei dovrebbero sostenere queste guerre, sostenendone probabilmente i maggiori danni senza ricavarne alcun beneficio.

c)si possedesse una propria, autonoma, ideologia, che giustificasse e orientasse l’Esercito Europeo, rendendo così accettabile a tutti la cessione di sovranità in questo settore così delicato.

A mio avviso, tale dottrina militare dell’Europa deve partire dall’idea che, nella cultura europea, vige ancora, contrariamente che in quella americana, la priorità della persona sulla tecnica, una priorità in nome della quale l’Europa dovrà combattere le sue prossime battaglie- le “Guerre delle Intelligenze”, come le ha chiamate Laurent Alexandre-. Del resto, già nell’ Orlando Furioso era contenuta una violenta requisitoria contro le armi da fuoco, responsabili dell’imbarbarimento della guerra, da nobile tenzone quale essa era dall’Iliade ai tornei rinascimentali, ad anonimo e proditorio macello, Si pensi alla colubrina che uccise Giovanni dalle Bande Nere.

Per esempio, Daniel Kahneman, premio Nobel americano, crede che sia giusto che le grandi decisioni vengano prese dai robot, non dagli uomini, perché essi sono più saggi di noi (le nostre convinzioni sono radicate “nella nostra comunità, la nostra storia, i nostri affetti e le persone di cui ci siamo sempre fidati”) .

Quindi, la vera “minaccia” contro cui deve prepararsi l’esercito europeo, non sono, né la Russia, né la Cina, né gli USA, e neppure il terrorismo internazionale, bensì le macchine intelligenti che rischiano di sostituirsi all’ uomo, con tutti i loro alleati: le agenzie spionistiche che ci controllano; le multinazionali che ci condizionano; le imprese informatiche che ci colonizzano; l’accademia che le mitizza;  gli eserciti che le proteggono. E’ una guerra quotidiana e occulta, fatta di corsa alle nuove tecnologie, di spionaggio, di “covert operations”, di battaglie culturali ed economiche..

Sulla stessa lunghezza d’onda, l’insostituibile funzione culturale dell’esercito, quale centrale di pensiero strategico (pensiamo a Giulio Cesare, a MoZi, a Clausewitz), quale cinghia di trasmissione dell’ethos delle classi dirigenti, quale educatore del popolo, dovrà esercitarsi sui tema del rapporto uomo-macchina, della difesa contro lo cyberguerra , dell’  intelligence tecnologica…varrebbe anche e soprattutto per l’ Esercito Europeo, che deve riformare una nuova élite militare, un ambiente informatico autonomo,  un nuovo tipo di soldato digitale…

Un esercito siffatto non sarebbe in concorrenza, né con la NATO, né con gli eserciti nazionali, giacché farebbe tutte cose che quelli non fanno.

 

 

Per Eraclito, “polemos” è all’ origine di tutte le cose

2.Elogio del conflitto

Torna oggi quindi utilissimo poter fare ricorso a quella parte, certo minoritaria, del mondo intellettuale, che non ha mai cessato di deprecare la sconsideratezza dell’espungere, dallo scenario ideale dell’Umanità, la consapevolezza del conflitto Come scrive Benasayag, “Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato  come un’anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità , possa costruire le condizioni di un vivere comune malgrado il conflitto e anzi attraverso il conflitto, mettendo fine al sogno, o all’ incubo, di chi vorrebbe governare tutto ciò che vi è, in lui, d’ingovernabile”.

La repressione del conflitto comporta infatti innanzitutto la repressione della libertà: “Nonostante questi diffusi fantasmi di libertà, mai una società è stata più disciplinata della nostra. Non è più nemmeno necessaria la presenza di commissari politici, a garanzia della nostra obbedienza al diktat della norma dominante. Gl’individui ’liberi di scegliere’ lo sono soltanto nel loro immaginario.”

Non è un caso che tutti gli autori che avevano parlato dell’identità dell’ Europa, l’avessero sempre collegata con l’idea di conflitto: i classici, per i quali gli “Europaioi” erano dei guerrieri “autonomoi” che combattevano contro l’ Impero Persiano; gli autori cristiani, per cui gli “Europenses” erano i Germani che combatterono a Poitiers contro Carlo Martello; quelli medievali e romantici, che vedevano la federazione europea come l’ organo supremo dell’ esercito crociato; Federico Chabod, che sosteneva che non poteva esservi Europa senza “spirito polemico”…Oggi, questo “spirito polemico” deve esercitarsi innanzitutto nei confronti dell’ America e di questo “establishment” che, come ha scritto “Le Monde Diplomatique”, è stato “bibéronné dans les campus américains

 

 Visegrad

3.Il rapporto con i conflitti del passato

Non per nulla un altro aspetto che è venuto alla ribalta durante questo lungo e significativo week-end è stato il rapporto di memoria dell’ Europa con la 1° Guerra Mondiale, che, più ancora che non la seconda, riveste un carattere divisivo per gli Europei, soprattutto in questo anniversario secolare.

Intanto, è significativo della discordia sulla “memoria condivisa” il fatto che ciascuno abbia commemorato questo 11 Settembre a modo suo.

Così, ad esempio, mentre, per la Francia e per il Commonwealth, la data da ricordare è l’11 Novembre, l’Armistizio di Rethondes, per l’Italia è il 4 novembre, giorno della vittoria sull’ Austria-Ungheria.

Macron ha tentato, poi, di monopolizzare l’attenzione con il “suo” 11 novembre a Parigi, coronato dal “Forum della pace”.

Ma, mentre per la Francia, l’11 Novembre dovrebbe significare la riconciliazione con la Germania, per il  l’Inghilterra della Brexit esso  ha rappresentato una commemorazione del Commonwealth, e, per la Polonia, è stato il centenario dell’ Indipendenza Nazionale. Qui, questo 11 novembre 2018  ha dato la stura a un delirio di patriottismo, con tutte le città piene di una folla in estasi, con milioni di bandiere bianco-rosse e con l’ Aquila Bianca dei Piasti, con giovani e vecchi con divise d’epoca e su mezzi militari di tutti i tipi.

Il Presidente Duda ha arringato come El’cin la folla in piedi su un veicolo militare. E, in effetti, la Marsz Niepodloglosci, benché indirizzata sostanzialmente contro la Russia, ha paradossalmente uno stile sempre più russo, con la militarizzazione della folla che canta canzoni patriottiche  e una confusione totale fra Stato e  popolo, esercito e milizie: un caso esemplare di quella che René Girard ha chiamato “rivalità mimetica”.

In Polonia, la distinzione canonica fra “nazionalismo” e “patriottismo”, richiamata da Macron nel suo “Foro della pace”, sfuma e si rivela non calzante, in quanto pregiudizio occidentale. Per Macron, “patriottismo” sarebbe quello che non sfocia, come il nazionalismo, nell’ ostilità verso gli altri popoli. Ma, nel caso della Polonia, l’idea “estremista” di una “Grande Polonia” (“Wielka Polska”nelle frontiere del 1920) è più “cosmopolita” del “patriottismo” etno-nazionale di Dmowski, sottointendendo  essa, come voleva già il maresciallo Pilsudski, una federazione fra Polonia, Lituania, Bielorussia e Ucraina, se non addirittura l’”Intermarium”, una specie di anticipazione dei “4 di Visegrad”. Peccato che, nel contempo, anche in Ucraina si sia parlato dell’”Intermarium”, ma con capitale a Kiev.  D’altra parte, in Polacco, non si parla di “Patrioty” (termine troppo russo), né di “nazionalisti” (termine troppo occidentale), bensì di  “narodowie” (“popolari/nazional-popolari/populisti).

Certo, il rinascere di questo rigoglioso sentimento “narodowy” è in tutta l’ Europa Centrale e Orientale (Russia e Polonia, Ungheria e Turchia…), uno degli aspetti più innovativi, e quello che maggiormente turba l’”establishment”, non già per una  questione di “democrazia” (vale a dire perché minacci il sistema formale delle regole) -ché, anzi, i “narodowie” si richiamano, come i nostri populisti, alla volontà della maggioranza-, bensì per le implicite scelte antropologiche ch’esso sottende: pathos comunitario, autoaffermazione, mito, contro utilitarismo, omologazione e banalità quotidiana. Istintivamente, l’“establishment” europeo occidentale non può sopportare quei giovani esagitati che agitano bandiere cantando antiche canzoni: perciò, li delegittima per escluderli dalla scena pubblica e, così, per sfiancarli. L’”arroganza romano-germanica” denunziata da Trubeckoj, contro il romanticismo slavo.

E, in effetti, come scriveono Havlik e Pinkova nel loro “Populist Political Parties in East-Central Europe”, la maggior parte dei partiti dell’ Europa centro-orientale è, almeno parzialmente, populista. Buona parte di questi partiti si ispirano a movimenti  locali del secolo scorsosolo parziamente populisti, e, per il resto, nazionalisti, religiosi e sociali(“linke Leute von Rechts”), come quelli di Pilsudski, di Horthy, e, più tardi, i Soldati Maledetti, i Fratelli della Foresta, Pax, Solidarnosc, i Partiti Contadini e la stessa Solidarnosc, fino alle correnti nazionalistiche all’ interno dei fronti popolari e dei partiti comunisti.

L’”establishment” potrà peròincolpare solo se stesso se i giovani dell’ Europa Centro-Orientale si allontanano dall’ Unione Europea, e se quest’ultima non riesce più ad avere nessuno “slancio vitale”. La loro Unione Europea è astratta, esangue, nemica della vita: chiaramente, l’avvio e la prefigurazione di una società governata da macchine onnipotenti che si situano altrove e che non lasciano alcuno spazio all’umanità e all’ autenticità.

Come nel caso dell’esercito europeo, costituisce, a mio avviso, comunque  un passo in avanti il fatto che si sia rimesso all’ ordine del giorno il variegato pathos civile che sottostà alle varie identità europee, che hanno contribuito, tra l’altro, in modo decisivo (Polonia, Karabagh, Baltici, Jugoslavia, Russia, Romania, Ungheria, Germania Orientale)   al crollo del Muro di Berlino e alla riunificazione dell’ Europa. Tuttavia, occorre che il pensiero identitario, anch’esso anchilosato dall’ egemonia culturale progressista, riconquisti la sua ricchezza e pluralità: le infinite identità religiose, post-imperiali, quasi-continentali, nazionali, regionali, locali, cittadine, di cui, come volevano i “federalisti Integrali”, è composta la poliedrica identità dell’Europa. Non per nulla, nell’ ennesimo progetto di rilancio dell’integrazione, la “Repubblica Europea” di Menasse e Guérot, rivaluta le “piccole patrie” contrapponendole agli Stati membri quali essi esistono attualmente, e che, nella “Repubblica Europea” praticamente scomparirebbero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.