Archivi tag: pacchetto digitale

PROMEMORIA: DOMANI CANTIERI VIRTUALI D’EUROPA 2020-TELECONFERENCE 4 LUGLIO (ORE10):RAPPORTI EUROPA-CINA

“Ren”:l'”altro”

Contributo personale di Riccardo Lala: La Cina: Partner/concorrente/rivale?

Continuiamo con la serie di manifestazioni in preparazione del Salone del Libro di Torino e della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Nell’ ambito delle priorità rese note per il prossimo semestre dalla presidenza tedesca, figura anche l’accordo sugli investimenti con la Cina, a cui Angela Merkel attribuisce una particolare importanza, e al quale von der Leyen, Michel,Borrell, Xi Jinping, Li Keqiang e Yi Wang hanno dedicato importanti teleconferences preparatorie.

Quanto alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa, essa sarà ulteriormente spostata in attesa che la fine della pandemia permetta manifestazioni dal vivo. Essa dovrebbe perciò potere anche tener conto dell’esito delle trattative con la Cina. La pubblicazione di vari documenti delle Istituzioni ci permette di comprendere quale sforzo queste stiamo facendo per passare da un originario atteggiamento di disinteresse (soprattutto se confrontato con il peso enorme che aveva, ancora nella “Dottrina Solana” il dialogo transatlantico), a questo nuovo atteggiamento di sostanziale equilibrio e di maggior interesse rispetto agli USA (i quali oggi deliberatamente perseguono un atteggiamento di confronto e di chiusura tanto verso l’ Europa, quanto verso la Cina).

Quest’equilibrio si trova espresso nei tre ruoli che la nuova dottrina europea attribuisce alla Cina:

-partner strategico;

-concorrente;

-rivale sistemico.

La partnership è riferita soprattutto alla convergenza sui grandi temi del dibattito internazionale, come multilateralismo, riforma delle istituzioni internazionali, Green New Deal e contenimento delle pandemie. La concorrenza si esplica a livello commerciale, anche se si dovrebbe parlare soprattutto di complementarietà, perché le specializzazioni dell’Europa sono diverse da quelle della Cina,  anche e soprattutto ora che questa ha deciso di concentrarsi alte tecnologie, nella connettività e nella finanza (che invece l’ Europa sta  trascurando). Quanto alla rivalità sistemica, si tratta dell’aspetto più sofferto di questo rapporto. Infatti, l’Europa aveva rinunziato, almeno formalmente, a “esportare la democrazia”, sicché sembra improbabile che i due sistemi entrino in conflitto su questo punto (anche a causa della debolezza dell’ Europa). Anche perché non fa parte della logica della Cina “fare proselitismo”. La sua è deliberatamente una “via nazionale al socialismo”. Come tale, essa vuole avere “caratteristiche cinesi”, che non si pretende siano comuni ad altri Paesi. Ciò che disturba i vertici europei non è perciò tanto un preteso proselitismo internazionale del Governo cinese, quanto l’esistenza di una sempre nutrita schiera d’intellettuali internazionali (p.es., Jacques, Frankopan, Bell, Zhang Weiwei, Zakaria, Khanna e Zhao), i quali non mancano di esaltare i vantaggi dei “sistemi confuciani” rispetto a quello occidentali. Ma, di tutto ciò, non è responsabile il Governo cinese, bensì la crisi della cultura “occidentale” e la conseguente esigenza di ricercare  modelli diversi, che risale già ai Gesuiti, a Schopenhauer, a Fenollosa, a Pound….

L’Europa si differenzia certamente dalla Cina per il fatto di respingere, sia concettualmente (in opposizione agli USA), sia nei fatti (in opposizione alla Cina), l’approccio che Aresu ha chiamato “capitalismo politico”, vale a dire un sistema che, pur nel rispetto formale dell’ economia di mercato e dello Stato di diritto, privilegia in economia l’affermazione di un’agenda politica dello Stato, chi invocando in tutte le circostanza la sicurezza nazionale (Patriot Act, Subversion Act, War Production Act, Trading with the Enemy Act, CLOUD Act), chi la tradizione culturale e politica nazionale (la Costruzione del Socialismo, la Grande Armonia, l’Ecumene), chi, infine, i Campioni Nazionali (gli OTTs e i BATX). Il “Capitalismo politico” ha poco a che fate con la pretesa provvidenzialità del mercato a cui si ispirano ancora gli Stati e le Istituzioni in Europa.

Contro questo atteggiamento pratico delle due Superpotenze, l’Europa rivendica, nel perseguimento del proprio ideale di “Stato neutrale”, un ruolo di “Trendsetter”, quel “riferimento per tutto il mondo”  che richiama le indicazioni fornite a Strasburgo dal Sommo Pontefice. Si tratta paradossalmente di una riedizione aggiornata della concezione del “Wu Wei” (in Sankrit, “ahimsa”, “Satyagraha”=agire senza agire) tipico del Saggio (Imperatore), che però nel XXI secolo va aggiornata, a causa dell’ingerenza totalitaria dell’ informatica in qualsivoglia vicenda umana (gli “Imperi Sconosciuti” di cui parla sempre Francesco), che non permette a nessuno di comportarsi come nei secoli precedenti.

Vi sono perciò due dubbi sulla sostenibilità delle posizioni delle Istituzioni:

-da un lato,  questa dottrina (erede storica del compromesso democristiano-socialdemocratico) è in contrasto con la tradizionale lettura  europea e cattolica della laicità, espressa già nel Vangelo (Dio e Cesare), e poi in Dante (i Due soli) e nel cattolicesimo liberale, secondo il quale vi dev’essere una netta distinzione fra la funzione spirituale del Sacro e quella politica dello Stato. Lo Stato non può avocare a sé il magistero etico (la difesa del “politically correct”), senza fare violenza all’ autonomia della coscienza (un’inedito “Stato Etico” puritano a difesa della modernità, “una nazione con l’anima di una Chiesa”);

-dall’ altra, anche la vecchia dottrina, di lontana origine giapponese, della “cultura orientale+tecnica occidentale(Wakon yosai”,“Zhongti Xiyong”) si è rivelata superata nei fatti  dal fallimento delle “tigri asiatiche”. Infatti, oggi è impossibile distinguere la cultura dalla tecnica, sicché si pone la questione di un umanesimo digitale, che non può più essere indifferente alla politica. L’informatica modifica l’umano, sì che l’”Imperatore Saggio” non può più limitarsi a presiedere ai Riti, bensì deve anche essere al cuore della tecnica (sia essa costituita dai big data, dai social, dalle comunicazioni o dalla cyberguerra). La “guerra pacifica” di Mozi e di Sunzu è divenuta impercettibilmente la Guerra Senza Limiti di Qiao Liang e Wang Wensui. Questa è la ragione profonda tanto del superamento dei richiami impliciti al “wu wei”,  quanto della critica  che Alessandro Aresu muove alle politiche dell’Unione. L’attuale pacchetto europeo di misure  in materia di alte tecnologie continua a soffrire di un peccato di “angelismo” (per dirla con il Papa): l’Europa non può essere un “trendsetter” se non sperimenta prima su di sé in concreto, in tutta la sua asperità,  una nuova cultura del digitale, un “ecosistema sovrano”, veramente indipendente e diverso rispetto al Complesso Informatico-Digitale, e non un sottoprodotto dello stesso come quello espresso dal Privacy Shield, delle Standard Contractual Clauses, da Qwant e perfino del “Rome Call for an Ethical AI”.

Un confronto culturale e scientifico serrato con la Cina dovrebbe servire, a nostro avviso, a comprendere questo snodo essenziale ed esoterico della post-modernità, che l’Asia ha vissuto così intensamente,  e anche, possibilmente, a ricercare insieme delle vie  per il “Ringiovanimento” delle rispettive nazioni.

I relatori del nostro prossimo webinar parleranno essenzialmente di Italia e Cina. Quest’orientamento ha il merito della concretezza. A nostro avviso, contrariamente a quanto i più sembrano credere, l’Italia può intervenire nel contesto del confronto euro-cinese in pieno svolgimento in modo particolarmente autorevole per più di una ragione, Intanto, farebbe parte proprio del “Primato Morale e Civile degl’Italiani”(Gioberti) rivendicare  quel ruolo di “riferimento” nel mondo che Papa Francesco ha additato al mondo. Quindi, proprio la “specializzazione” naturale degl’Italiani nella cultura, nell’ arte, nella comunicazione e nel turismo fa sì ch’ essi possano svolgere una funzione centrale nel dialogo fra Est e Ovest, sulle tracce, innanzitutto, di Marco Polo, ma anche e soprattutto dei Gesuiti, che hanno vissuto il loro rapporto con la Cina come un modo per rinnovare la stessa cultura europea (il dibattito sul nichilismo nel”Vero Significato del Signore del Cielo”, lo “Stato Minimo”, la “Prisca Philosophia”). Senza dimenticare la Butterfly, la Turandot di Puccini e i “Pisan Cantos” di Pound, scritti in gran parte in Italiano e in Cinese.

Tutto questo ha trovato un principio di attuazione nell’ MOU sulla Via della Seta. Come nell’ uso linguistico antico, non vi era nessuna distinzione fra Roma, l’Italia, l’Impero Romano, l’ Europa e il Cristianesimo (tutti designati come “Da Qin”), così anche oggi occorre elaborare una concezione  “italiana” del rapporto con la Cina, che sia valida e proponibile all’ intera Europa. Una Concezione che parta dalla “Humanitas” classica, tanto simile alla “Ren” delle San Jiao siniche, e che oggi si dovrebbe declinare come “umanesimo digitale”. Un umanesimo che, sotto la dominazione del Complesso Informatico-Militare”, è tutt’altro che acquisito in concreto, e va ricercato con lo studio, il dibattito, la ricerca tecnico-scientifica, lo “Stato Innovatore” e una nuova classe dirigente. Tutto ciò può essere acquisito solo se, lungi dal rinchiudersi  nel provincialismo dei “followers”, gl’Italiani egli Europei sapranno guardare senza pregiudizi a tutto ciò che sta accadendo nel mondo, e, in primo luogo, in Asia. Solo così potranno divenire dei “trendsetters” come auspicato da Ursula von der Leyen.

Da Xue: un link fra Cina, America ed Europa

WEBINAR 4 LUGLIO, ORE 10,00

VERSO IL TRATTATO PER LA PROTEZIONE DEGL’INVESTIMENTI :

XI JINPING RICONOSCE IL RUOLO DELL’ UNIONE EUROPEA

Dopo 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici fra Italia e Cina, la rapidissima ascesa di quest’ultima, dalle distruzioni di più di 100 anni di guerra, fino all’attuale posizione  all’avanguardia mondiale nella tecnologia e nell’economia,  ci fa comprendere che, per tornare a padroneggiare la propria storia, anche  gli Europei  devono  avviare una loro autonoma concettualizzazione della post-modernità, e, in particolare, del contributo che i grandi Stati-civiltà come la Cina e l’ Europa devono dare  per superare l’’”impasse” ideale e pratico in cui si dibatte l’Umanità.

Anche se il previsto trattato sulla protezione degl’investimenti è stato posticipato, e la Commissione ha evidenziato più le criticità che non gli elementi positivi, la teleconference fra Xi Jinping e Ursula von der Leyen ha costituito l’avvio di un dialogo su un piede di parità fra UE e Cina.

Questo dialogo con l’Asia, verso cui l’Europa sembra oramai avviata, serve innanzitutto a comprendere l’utilità attuale degli “Stati-civiltà” e delle loro culture, senza trascurare il ruolo di Paesi, come l’Italia, che sono stati da sempre a mezza strada fra uno Stato Civiltà e una nazione etno-culturale. Basti pensare all’ equivoco uso di ”Rum”, Da Qin, “Hroma”,”Rom”, per indicare tanto Roma, quanto l’Italia, l’Impero Romano, la Chiesa Cattolica e l’Europa.

Ursula von der Leyen ha definito il rapporto con la Cina come “strategico” e “ricco di sfide”. Infatti, pur nell’incommensurabilità e autonomia delle diverse identità continentali, l’Italia e l’Europa possono recuperare, come vorrebbero l’Unione e la stessa Chiesa, “un ruolo di riferimento a livello mondiale”, ma  solo traendo, dalle culture dell’Epoca Assiale, come quelle sinica e classico-cristiana (“Da Qin”), la forza per controllare la società delle macchine intelligenti. Per fare ciò, l’Europa ha bisogno di un umanesimo digitale non subordinato culturalmente al Complesso Informatico-Militare, come quelli sviluppati nelle varie, diverse, regioni dell’Asia contemporanea (la “Sovranità Digitale Europea”).

La collaborazione culturale, tecnologica, economica e politica -da inaugurarsi nei prossimi mesi con l’Asia, e, in primo luogo, con la Cina, dovrebbe fornire all’Europa almeno parte di quegli elementi concettuali, di know-how, finanziari e volontaristici, che le mancano per divenire anch’essa un nuovo, originale, Stato-civiltà. In particolare, il “pacchetto digitale” in gestazione a Bruxelles avrebbe bisogno, per divenire una concreta realtà, di una robusta iniezione di riflessione interculturale e di tecnologie da tutti i Paesi. Basti soltanto pensare che oggi il 50% dei brevetti depositati presso l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale sono di origine cinese.

Con il tanto criticato MOU sulla Via della Seta, l’Italia ha fornito un esempio concreto che, senza dirlo,  ora sta seguendo la stessa Unione.

Dal punto di vista pratico, la Cina sta fornendo, in questa fase di recessione, un supporto ineguagliabile alla ripresa dell’economia europea, con i suoi massicci acquisti di Airbus e con il consenso a che la Volkswagen  sia divenuta  azionista di maggioranza delle imprese cinesi che producono e vendono il 40% dei suoi prodotti.

Confucio: una base per scrivere oggi

PROGRAMMA  DEFINITIVO

ore 10, Introduzione, di Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio del Movimento Europeo in Italia

Ore 10,30 Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano a Pechino: I rapporti politici, economici e commerciali fra Italia e Asia

Ore 11,00 Liu Pai, giornalista del China Media Group, Italian Department: Lo sviluppo delle relazioni sino-italiane negli ultimi anni.

Ore 11,30 Giuseppina Merchionne, Responsabile dell’Ufficio di Rappresentanza della Cina del Nord-Ovest a Milano:  L’esperienza di una vita nel dialogo interculturale Italia-Cina

Modera Riccardo Lala, Presidente dell’ Associazione Culturale Diàlexis

Ricostruzione del Mercato Occidentale di Xian, punto di partenza della Via della Seta

 

MODALITA’ TECNICHE

Ricordiamo le credenziali necessarie per partecipare alla video conferenza:

CREDENZIALI

Il link ( https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09 )

e la coppia meetingID+password

Join Zoom Meeting
https://us02web.zoom.us/j/89628252000?pwd=a0F4a0ZrektOaGl5SnZyTUw2WTA2dz09

Meeting ID: 896 2825 2000
Password: EUROPA

sono equivalenti tra loro.Il link è già di per sé un metodo di accesso “one click” alla conferenza.

Chi – eventualmente – dovesse ricevere la mail su un computer e volesse connettersi con un altro.


In quel caso invece di ricopiare il link a mano, può utilizzare i codici.

Nel caso di problemi, telefonare a 3357761536 o a 0116690004

A domani.

“E’ L’ORA DELL’ EUROPA”

ANCHE SENZA UN ECOSISTEMA DIGITALE SOVRANO?

Tratta atlantica e Trail of Tears, il peccato originale del puritanesimo americano

Certo oggi è, come ha affermato Ursula von der Leyen, l’ora dell’Europa, perché, essendosi incrinata, grazie anche al Coronavirus,  la maggior parte dei vecchi miti su cui si è retto il sistema geopolitico degli ultimi 75 anni, l’Europa sta forse riuscendo a intravvedere senza paraocchi ideologici la realtà vera del mondo d’oggi e a pensare realistiche vie d’uscita dalla propria decadenza.

Tutte cose che, fino a pochi giorni fa, erano perfino inimmaginabili, perché ancora vigevano le “retoriche dell’idea d’Europa”, e, in particolare: il disdegno per le identità, la UE area più florida del mondo, il progresso continuo, lo “scudo atlantico”, il “diritto mite” dell’Occidente, il “piccolo è bello”, l’inefficienza del settore pubblico, il divieto d’ indebitamento della UE, e così via…

La battaglia fra Kowloon e Victoria, nel cuore di Hong Kong

1.La realtà svelata

Intanto, il Parlamento Europeo, nel suo studio “Thinking about the future of Europe” ha riconosciuto che l’integrazione europea non può procedere senza l’Identità Europea, e si è riproposto addirittura di promuoverla, pur senza fare troppi riferimenti ai miopi schemi pedagogici del passato. Questo cambio di passo è stato reso per altro inaggirabile dalla smentita, da parte della realtà, delle costruzioni ideologiche che avvolgevano finora il discorso pubblico. L’Europa, che fino a un paio di mesi fa si baloccava con l’eufemismo di un’asserita “stagnazione”, è stata costretta a riconoscere la realtà di una secca decrescita dell’Occidente, che non è una “fake news” di Mosca o di Pechino, ma una realtà comprovata dai numeri, di cui il Coronavirus costituisce in un certo senso solo un capro espiatorio. Poi, al progresso continuo della Scienza, dopo i balbettii dei virologhi di tutto il mondo e le fosse comuni in America e Brasile, non crede più nessuno. Quanto al preteso “scudo nucleare atlantico”, i dubbi di Trump sull’articolo 5, il rifiuto degli Europei di aumentare la spesa militare, il fallimento di Defender Europe 2020, la denunzia dei trattati nucleari, la militarizzazione dello spazio, i nuovi missili mare-terra, il ritiro delle truppe dalla Germania, i sondaggi pro-Cina e pro- Russia e il conflitto fra Trump e il Pentagono, è ovvio che esso semplicemente non esiste (se mai è esistito), mentre, in suo luogo, c’è invece una corsa senza limiti agli armamenti, che gli Europei non condividono ma a cui non  riescono ad opporsi. Il coprifuoco in America  supera di gran lunga quello di Hong Kong, e soprattutto ci ricorda che gli Stati attuali  hanno tutti, in un modo o nell’altro,  sulle spalle i colossali crimini del colonialismo  su cui si è fondata la Modernità e da cui soprattutto l’anglosfera non può uscire: nei due casi specifici, lo sterminio dei nativi americani, la tratta atlantica e le Guerre dell’Oppio (iniziata nel 1839 dalla più grande operazione antidroga della storia, quando gl’Inglesi, per difendere i narcotrafficanti, fecero fuoco, nella baia di Hong Kong, contro i battelli dell’ esercito imperiale cinese).   Il Coronavirus si è incaricato poi di dimostrare la debolezza strutturale di milioni e milioni d’imprese europee sub-marginali e tecnologicamente arretrate, che vivacchiano da decenni per inerzia, mentre Amazon, Facebook, Google, Tesla, Alibaba e Wechat (come ha riconosciuto la Commissaria Vestager che da tempo le avrebbe dovute contrastare)  sono uscite dalla pandemia ulteriormente rafforzate. Grandi imprese europee come Lufthansa e Alitalia debbono essere ricapitalizzate con la benedizione dell’ antitrust; gli eurobond sono in pratica già quasi realtà.

Unione e Stati Membri si stanno rendendo conto, seppure malvolentieri, di questo crollo dei vecchi miti, adottando qualche, seppur modesto, provvedimento nella giusta direzione, e, in tal modo, mettendo “un tampone” (è il caso di dirlo) sulle falle più evidenti, che potrà prolungare la nostra agonia, ma non impedire il decesso. Certo, sarebbe tragico se non facessero neppure questo, ma l’interminabile trattativa e le argomentazioni utilizzate dagli Stati membri sviliscono i seppur apprezzabili risultati raggiunti. Basti pensare alle assurde accuse degli Olandesi all’ Europa Meridionale (anche se non senza ragioni: il “bonus vacanze”), quando l’Olanda, con la sua connivenza con le multinazionali e con gli Stati Uniti sui “tax rulings”, è (insieme al Lussemburgo, all’Irlanda e al Regno Unito) fra le cause prime della decadenza dell’Europa, e, perciò, quasi responsabile di alto tradimento. O come quella dell’Ungheria, che lamenta che i “paesi ricchi” (ma quali sono?) vengano aiutati dai Paesi poveri.

Ma soprattutto risulta sfatata la pretesa che la solidarietà sia un valore precipuamente europeo (e perché non africano, islamico e cinese?), mentre invece, di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, non si è ancora riusciti, dopo 4 mesi, ad approvare neppure la sostanzialmente neutra comunitarizzazione del debito.  Che cosa ha fatto per il Coronavirus il Corpo Europeo di Solidarietà?

Il problema è che la cultura mainstream, ostaggio di ideologie che hanno, come minimo, 50 anni, non possiede neppure le basi minime necessarie per il  dibattito sul XXX millennio, quale espresso in America, per esempio,  da Asimov, von Neumann, Esfandiari, Kubrick, Joy, Kurzweil, De Landa, Schmidt e Cohen, dove le tecnologie digitali non sono solo un orpello per discorsi della domenica, bensì il  cuore pulsante di un apocalittico progetto globale. I rari Europei che vi ci sono cimentati, come Hawking, Rees, Bostroem, Tegmark, Ferrando, Laurent, Floridi, Nida-Ruemelin sono rimasti al livello di studi accademico, senza aspetti propositivi.

Ne consegue che tutto il grande agitarsi intorno all’”Altra Europa” ha appena scalfito la superficie dei problemi di oggi, perché non ha fatto i conti con i veri convitati di pietra:  l’”algoritmo decisivo”, la “Macchina Mondiale”,  gli squilibri  nucleari, Prism, ecc…

L’esecuzione dei leaders dei Sepoys a cannonate da parte delle truppe inglesi

2.Perchè non ci stiamo ancora muovendo?

Il problema principale è quello del timing. Le positive  tendenze che stanno emergendo (constatazione della “fragilità” di tutti noi Europei, sospetto  verso i “consulenti” tecnici o economici dei Governi, equidistanza fra USA e Cina, interesse per le grandi imprese e i campioni europei, rivalutazione di funzioni pubbliche come la sanità e i fondi sovrani, perfino la faticosa nascita degli Eurobond), arrivano dopo che i nostri principali concorrenti (Cina e USA) sono già andati molto più avanti su queste strade, con sussidi pubblici immediati alle vittime della pandemia, gestione della crisi in prima persona da parte dei Presidenti, investimenti colossali  nelle nuove tecnologie, valute digitali, “advocacy” sfacciata a favore dei propri colossi, militarizzazione della sanità, applicazione del diritto economico di guerra, scavalcamento delle autorità locali in base allo stato di eccezione).

Come non ci stanchiamo d’insistere, l’area in cui il sorpasso sull’Europa è più evidente è quello delle nuove tecnologie, in cui tutti i Paesi del mondo continuano ad avanzare a tappe forzate, e di cui, in Europa, tutti rifiutano perfino di parlare. E’uscito recentemente un eccellente libro di Simone Pieranni, “Lo specchio rosso”, in cui quest’ autore ci illustra in modo competentissimo, dettagliato ma chiaro, come tutte le innovazioni sociali sognate e tentate dall’utopismo tecnologico californiano abbiano già trovato attuazione in Cina, in modo che, estrapolando comparativamente gli scenari dei due Paesi, possiamo comprendere quale sarà il prossimo futuro del mondo. Un futuro certo difficilissimo per gl’individui amanti della libertà, e dove l’Europa sarà un soggetto puramente passivo, in quanto tutti i suoi dati continueranno ad essere detenuti “in ostaggio” dalle Superpotenze, e l’Europa stessa mancherà di qualunque strumento -concettuale, umano, tecnologico, militare- per influenzare in qualche modo l’avvenire antropologico del mondo. Quindi, il contrario dell’auspicata “esemplarità”.A meno di prendere la situazione di petto hic et nunc, molto più di petto di quanto non si stia facendo adesso. Come scrive Dario Fabbri su Limes, “Così oggi miliardi di cittadini – attraverso post, mail, blog – affidano i loro pensieri più intimi alle società della californiana Silicon Valley, più Microsoft e Amazon che hanno sede a Seattle. Di fatto, l’80% della popolazione connessa nel pianeta, che offre agli americani la più grande quantità di informazioni della storia”.

A partire da Crucé, per passare a Kant e Coudenhove-Kalergi, per arrivare a Spinelli e a Papa Francesco, l’Europa ha sempre preteso di costituire un modello per il mondo grazie alla sua ambizione di costruire un ordine mondiale di carattere consensuale, sia esso di carattere etico o di carattere istituzionale. La definizione dell’ Europa quale “Trendsetter”, contenuta nel pacchetto digitale della Commissione, si riallaccia a questa pretesa con un termine nuovo. Tuttavia, come noto, tutti i grandi Stati subcontinentali hanno questa pretesa di esemplarità, a cominciare dalla dal Tian Ming cinese, per passare al “Patto” di Israele,alla “Hvarenah” achemenide,  alla “Hierotate Chora” dei Tolomei, alla Pax Augusta, al Califfato, al Tercio Imperio portoghese, alla “Casa sulla collina” dei Puritani, all’ “internazionalismo proletario”. Questa pretesa universalistica traduce semplicemente una legittima ambizione di “leadership”, espressamente riconosciuta come benefica per esempio dal Corano. Tuttavia, essa, per essere credibile, deve tradursi in fatti concreti, ché, altrimenti, si traduce nella copertura ideologica di altri interessi.

Purtroppo, nel momento stesso in cui l’Europa avanza questa pretesa,  la situazione effettiva dei diritti degli Europei è la più grave in tutto il mondo, perchè le nostre Autorità, a dispetto dell’ enorme produzione cartacea (cfr. i Quaderni  di Azione Europeista “Habeas Corpus Digitale” e “Corpus Iuris Technologici” dell’ Associazione Culturale Diàlexis) , non hanno fatto ancora nulla sul piano tecnico per difendere i cittadini contro la colonizzazione culturale denunziata dal Papa, come dimostrato per acta dalla causa Schrems. In base alle risultanze processuali e ai documenti di Snowden pubblicati da Wikileaks,  i nostri dati  sono già stati trasferiti, e continuano ad essere trasferiti,  nonostante il DGPR e addirittura grazie al Privacy Shield e alle Standard Contractual Clauses, nei server delle OTTs e della NSA, mentre, a detta di quest’ultima, l’intelligence cinese starebbe hackerando tutti i database americani, cosicché i nostri dati, militari, tecnologici, economici e personali sono in pratica disponibili a tutti tranne che all’Unione Europea, ai nostri Governi, alle nostre imprese e ai nostri eserciti (i quali tutti avrebbero pure diritto, a mio avviso, alle condizioni del GDPR, di poterne fruire, e di negare invece tale fruizione ai soggetti extraeuropei, come fanno, appunto, USA e Cina, ma, in gran parte, anche India e Israele).

L’iniziativa Gaia-X, di un cloud europeo (un consorzio di dodici piccole realtà esistenti), inaugurata il 9 maggio dai ministri francesi e tedeschi, costituisce, nonostante le roboanti promesse di sconfiggere gli OTTs, l’ennesimo pannicello caldo, perché è solo sperimentale, si riferisce solo ai dati delle imprese, e non quelli dei cittadini, è comunque parziale e non protetta contro lo spionaggio delle Grandi potenze. Nel 2018, gli Stati Uniti avevano  approvato il cosiddetto Cloud act: una legge federale che – fra le altre cose – permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa dati e informazioni sensibili anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense. Compresi quindi i server fisicamente in Europa, zeppi di dati di cittadini europei, ma di aziende Usa. Una misura che si scontra in pieno con gli articoli del GDPR sulla tutela dei dati dei cittadini europei, ed ha provocato molte cause e sanzioni contro imprese europee.

Questa situazione permette  agli Americani di pilotare la politica, la tecnologia e l’economia mondiali, e, soprattutto, europee, facendo in modo soprattutto che non si formi mai, in Europa, un agglomerato di forze capaci di “sfidare”  come dicono gli Americani, le Grandi potenze. Questo è valido in primo luogo in campo economico, dove i profitti di Google, Amazon e Facebook, realizzati con l’utilizzazione economica dei nostri dati e scontando, grazie ai “tax rulings”, imposizioni irrisorie, costituisce, come ha spiegato Evgeny Morozov, una vera imposta sull’ economia reale, i cui utili vengono reinvestiti fuori dell’Europa per espandere ai nostri danni un impero tecnologico mondiale dei cui frutti non godiamo. Come scrive Pieranni, “per l’ Europa, poi, il destino potrebbe apparire inesorabilmente legato alla seguente domanda: preferiremo che i nostri dati siano in mano cinese o in mano americana?”

Pensando all’enormità del valore sottratto all’ Europa e al gettito evaso, è facile capire il perché del deficit cronico delle nostre economie, “potate” dagli OTTs di una bella fetta del PIL, e continuerà ad esserlo anche dopo la (ancora ipotetica) web tax.

Ma perfino nel campo della lotta alle malattie, ogni forma di progresso avviene esclusivamente all’ interno delle strutture per la “Guerra Senza Limiti” fra le Grandi Potenze.  Mentre nel 2018, il Commissario Moedas aveva risposto a Macron che l’ Europa non vuole creare la propria DARPA, Obama  creava la BARDA (“Biological Advanced Research and Development Authority”), ricalcata esattamente sul DARPA, per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Visto che la BARDA sta facendo vistosamente cilecca, e il Coronavirus sta provocando all’ America più danni della guerra del Vietnam, Trump ha  lanciato l’ “Operation Warp Speed”, che richiama al contempo la tsiolkovskiana Warp Speed di Star Trek e il Project Manhattan di Hiroshima e Nagasaki, ponendo alla sua testa un generale. Anche in Israele, l’Istituto per la ricerca biologica di Nes Tsiona è legato al Ministero della Difesa. Infine, anche  in Cina, la ricerca del vaccino è diretta Maggiore Generale Chen Wen, ufficiale medico   in servizio permanente effettivo.

3.Uno strano silenzio

Dunque, senza un web europeo e agenzie europee per la tecnologia, le pur meritorie azioni di Corte di Giustizia, Commissione, Parlamento e Consiglio, sul GDPR, sull’antitrust, sulla Web Tax, rischiano di rimanere puramente simboliche, come dimostrano i casi Echelon, Wikileaks, Prism e Schrems, visto che il GDPR, a causa delle leggi americane, non viene rispettato dalle OTTs, la Commissione riscuote qua e là qualche multa, ma non colpisce la monopolizzazione in sé, la Web Tax continua a non essere riscossa mentre dovremmo chiedere anche gli arretrati, Obama aveva rifiutato di firmare un no-Spy Agreeement, Assange e Manning restano in carcere senz’alcuna protesta da parte UE, Schrems sta tentando da 12 anni di vedere riconosciuto dalla Corte di Giustizia il suo diritto alla privacy e i cittadini di Hong Kong che avevano aiutato Snowden a fuggire dagli USA hanno dovuto a loro volta fuggire in Canada.

Non per nulla Zuckerberg e Pichai, che avevano fatto visita alla Commissione nei giorni immediatamente precedente la pubblicazione del pacchetto digitale europeo, ne sono usciti raggianti, mentre altri guru digitali americani firmavano addirittura un protocollo in Vaticano.

Commenta Colliot da Limes: “Nonostante le ambizioni, però, l’Europa rischia di fermarsi a metà del guado sul digitale: un ambito in cui per ora sembra giocare di sponda, accettando l’egemonia statunitense e cercando al massimo di regolarne gli eccessi. Malgrado gli sforzi e le dichiarazioni, l’UE non appare ancora capace di sviluppare un equivalente di Google o di Facebook: delle 200 principali aziende digitali del mondo, solo 8 sono europee.”

Non è vero che non sia possibile scalzare l’assoluto monopolio delle OTTs, perché la Cina ci è riuscita brillantemente in una ventina di anni, creando delle equivalenti di Google, Facebook e Amazon (in concorrenza fra di loro sul mercato cinese). Ed è questa la chiave di lettura centrale dello scontro USA-Cina: mentre Schmidt e Cohen avevano teorizzato che Google avrebbe sostituito Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo, ora un’azione analoga la starebbe compiendo Huawei a favore della Cina.

Tuttavia, poiché gli Stati Uniti hanno impiegato più di 20 anni per passare dall’ invenzione di Internet da parte delle forze armate fino al suo lancio commerciale, forse solo se l’Europa partisse adesso con la prima fase, quella “segreta”, riuscirebbe ad arrivare sul mercato prima del “sorpasso” delle macchine sull’uomo, o della guerra fra superpotenze, ambedue probabili sbocchi fatali provocati dalla corsa generalizzata verso la cyberguerra.

E questo sarebbe il momento ideale per farlo, perché  perfino Elon Musk sta proponendo all’autorità antitrust americana, proprio per uno scrupolo di libertà di pensiero,  il “break-up” di Amazon, di cui la creazione di un campione europeo potrebbe essere il logico “pendant” in Europa.

Se l’Europa vuole proporsi veramente come il “trendsetter” in campo digitale contro il progetto apocalittico degli OTTs, e pertanto costringere le Grandi Potenze a sedersi intorno a un tavolo per stipulare un accordo sul digitale come quelli sul nucleare, non può presentarsi al tavolo delle trattative come semplice un mercato da colonizzare, bensì deve già avere un proprio web, sul quale sperimentare e dimostrare la validità del suo “umanesimo digitale” di Nida-Ruemelin, e comunque sottraendo i suoi cittadini al controllo di potenze extraeuropee. Come hanno detto Trump e Macron e in netto contrasto con la retorica “angelistica” (come la chiama Papa Francesco), in queste cose vengono rispettati solo i soggetti forti e autonomi. Questo vale tra l’altro anche in campo nucleare.

Le Istituzioni (compreso soprattutto l’onnipotente Consiglio) debbono spiegare agli Europei perché non si stia facendo nulla in questo campo, e neppure se ne discuta. Non ci si dica che non esistono le competenze giuridiche europee, perché lo stesso Parlamento, con lo Studio dell’ EPRS intitolato “Unlocking the potential of the EU Treaties”, ha chiarito che  si può utilizzare a questo proposito l’art. 171 TFEU.

Notiamo con preoccupazione che nessuno dei documenti pubblicati dalla Commissione e dal Parlamento sul digitale fa alcun riferimento a un’azione concreta relativa alla sovranità digitale europea, invocata invece a gran voce da Macron e dal Senato francese. C’è un accordo segreto? Le visite alla Commissione di Zuckerberg e Pichai lo fanno pensare. I due sono molto bravi a fare credere a Europei e Cinesi di essere indipendenti dallo Stato americano, ma, se ciò veramente fosse, i loro rispettivi business non esisterebbero neppure, come dimostrano Cambridge Analytica e la “precettazione” di Google in base al War Production Act per combattere al crollo del valore dei bitcoins.

I medici albanesi in Lombardia

4.I voti  del Parlamento Europeo in materia digitale.

Per tutti questi motivi, avevamo indirizzato nelle scorse settimane una serie di lettere con cui pregavamo la Commissione ITRE del Parlamento di non votare il rinnovo “tels quels” per il prossimo settennio, delle circa 40 agenzie della Commissione, per lo più di carattere tecnico, tutte basate sull’ idea di “congelare” il mercato tecnologico europeo, come pure di tutti i programmi e strumenti tecnologici europei esistenti, senza invece l’obiettivo di un vero “ecosistema digitale sovrano europeo”, indipendente dalle OTTs (obiettivo conclamato, ma mai perseguito). Purtroppo, a parte una cortese e.mail del Presidente Sassoli, non abbiamo ricevuto alcuna reazione sulla sostanza della questione, per cui presumiamo che si procederà alla conferma del pregresso, così bloccando un dibattito che, invece, in pendenza del nuovo quadro settennale e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, dovrebbe restare aperto, proprio per fare salvo il principale obiettivo di sostanza: il web europeo.

In generale, si può dire che, non solo per ciò che riguarda queste agenzie, ma in generale per tutto ciò che concerne le politiche tecnologiche dell’Unione, le Istituzioni stiano già “blindando” il prossimo settennio, escludendo che in questo periodo si possa concretamente perseguire la sovranità digitale (e salvaguardando così gl’interessi, non solo degli OTTs, ma anche di molti  Enti di sottogoverno la cui utilità è dubbia, e che, a nostro avviso dovrebbero essere sostituiti da un potente DARPA europeo).

Confidiamo nella Sessione Plenaria del Parlamento per un intervento correttivo, che lasci alle Istituzioni e alla Conferenza il margine necessario per lanciare l’Ecosistema Digitale Autonomo (al limite con strumenti finanziari, ma soprattutto normativi, a oggi non esistenti).

Torneremo ovviamente, e abbondantemente, su questi argomenti.

Abbiamo girato intanto lettera, opportunamente aggiornata, anche ai presidenti dei gruppi politici del Parlamento, sperando che facciano qualcosa (cfr. “Technologies for Europe”). Poi, come aveva scritto Carlo Marx alla fine della Critica al Programma di Gotha,  dovremo dire: “Scripsi, et salvavi animam meam”.

L’arresto di Assange, una vergogna per l’Inghilterra e per l’ Europa