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VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

LA RELAZIONE SULLO STATO DELL’ INTEGRAZIONE EUROPEA, UN’OCCASIONE PER FARE SENTIRE LA NOSTRA VOCE

 

E’ in discussione presso la Commissione Affari Costituzionali del Parlamrento Europeo il progetto di relazione in oggetto (2018/2094(INI)), Relatore: Ramón Jáuregui Atondo

A me sembra che, nonostante le vare forze politiche abbiano presentato 244 emendamenti, vi sia ancora un eccessivo grado di unanimismo, che non risponde affatto all’atteggiamento della maggioranza degli europei (i quali per lo più esprimono il loro malcontento non votando affatto alcuna delle forze presenti nel PE).

Il partito astensionista costituisce la maggiore forza politica in Europa, e il giorno che si trasformasse in un voto coerente con le tendenze profonde dell’ Identità Europea spazzerebbe le attuali forze che non le rappresentano.

Per semplicità, pubblichiamo qui di seguitosolo la motivazione  della bozza di risoluzione, con inseriti gli emendamenti a nostro avviso necessari.

 

La dichiarazione di Roma del 2017 ha concluso il processo di riflessione politica iniziato a Bratislava il 16 settembre 2016, seguito al referendum britannico e finalizzato a predisporre una visione congiunta e una tabella di marcia per gli anni a venire. Gli Stati membri si sono impegnati a lavorare per conseguire:

  • un’Europa sicura e protetta, in cui tutti i cittadini possano muoversi liberamente, con frontiere esterne protette e una politica migratoria efficace;
  • un’Europa prospera e sostenibile, che promuova la crescita sostenuta e sostenibile, con un mercato unico forte;
  • un’Europa sociale che combatta la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà;
  • un’Europa più forte sulla scena mondiale, che sviluppi i partenariati esistenti e ne istituisca di nuovi, impegnata a rafforzare la sicurezza e la difesa comuni.

Il mondo si muove e gli eventi, su tutti i piani, si succedono rapidamente. Tutto quanto accade ci riguarda: il mondo è connesso e sempre più interdipendente. L’Unione europea affronta pertanto nuove sfide che ci obbligano ad assumere decisioni con un sistema istituzionale una costituzione materiale non abbastanza efficace e rapida e che non è neppure commisurata alla portata e all’importanza dei problemi. Molte delle gravi criticità che hanno caratterizzato gli ultimi anni sono solo in via di risoluzione ma non ancora archiviate. Le migrazioni sono una realtà e rendono necessaria una nuova politica. La crisi dell’euro ha messo in evidenza l’urgenza della sua governance. revisione. La crisi economica richiede una maggiore convergenza e nuove politiche. Quanto alla Brexit, sono ancora in atto difficili negoziati. Sorgono altresì nuove sfide, quali, ad esempio, sostituzione degli uomini con le macchine, protezionismo,e “guerre commerciali”, sanzioni, politica internazionale e difesa in un “disordine multipolare”, sicurezza dinanzi a un terrorismo “a lungo termine”, protezione dei nostri dati e delle nostre democrazie dalle manipolazioni e dagli attacchi informatici.

Molte delle sfide che affrontiamo sono globali e le soluzioni alle stesse rendono necessaria un’azione sovranazionale che coinvolga gli organismi internazionali esistenti o da crearsi. La difesa dell’ Umano contro le macchine intelligenti è forse il migliore esempio dell’azione internazionale necessaria I cambiamenti climatici sono, nonostante il deplorevole abbandono dell’accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti. I  i fenomeni migratori, la sicurezza informatica, il commercio internazionale, le crisi umanitarie, le pandemie, i diritti umani, la cooperazione allo sviluppo, alla lotta all’evasione fiscale e i paradisi fiscali, ad esempio, sono tutti problemi che non possono essere affrontati da un solo paese, né dall’Europa da sola. È per questo che una grande maggioranza politica in Europa ci chiede di continuare a fare insieme ciò che oggi non riusciamo a fare bene, affrontando congiuntamente le grandi sfide che ci attendono in quanto europei.

Diversi rappresentanti ci hanno proposto di “ripensare l’Europa”. Sono costanti gli appelli degli europeisti a migliorare il nostro sistema istituzionale facendo fronte a molteplici incertezze e insicurezze. “Un’Europa che protegge” è uno degli slogan utilizzati per chiedere un’Europa che ritrovi la sua ragione d’essere e la sua funzione sociale offrendo un sistema di garanzie collettive e personali . “Siamo noi a dover decidere”, non gli eventi né gli altri. Questa è un’altra rivendicazione europeista, che si concretizza nella sovranità europea dinanzi al mondo, alla rivoluzione digitale, alle sfide energetiche, alla crisi democratica o al modello sociale o ancora al multilateralismo internazionale e agli equilibri geopolitici.

Non c’è dubbio che uno dei grandi dibattiti in corso sia quello tra la Nazione e l’Europa, tra le nostre realtà nazionali e la costruzione sovranazionale, come se le due cose fossero incompatibili. È un dibattito che attraversa aspetti tecnici (sussidiarietà, proporzionalità, distribuzione delle competenze ecc.) ma, negli ultimi anni, non solo. Un nuovo nazionalismo, molte volte apertamente anti-europeo, rivendica infatti lo Stato-Nazione quale unico spazio di democrazia e nega così la grandezza del progetto europeo e la stessa democrazia europea. Risulta necessario trovare un equilibrio tra l’esercizio delle nostre rispettive competenze, attribuendo all’Europa solo ciò che l’Unione deve fare e assicurando che possa farlo senza i limiti di un assetto intergovernativo paralizzante.

Occorre rafforzare l’europeismo costruendo un “demos” laòs europeo che la cultura, la politica e l’istruzione e dovranno promuovere. È necessario evitare la divisione europea nonché di indebolire la nostra Unione e di privare i nostri cittadini della tutela dai populismi nazionalisti che distruggono diritti e libertà. Risulta più che opportuno ricordare che l’Europa è una somma di identità e di popoli che attribuiscono un grande peso storico ai sentimenti, e che esacerbare o affrontare apertamente contrastare tale sensibilità sarebbe un atto costituisce il suicidio dell’ Europa.

Il fenomeno migratorio ha acquisito un’enorme importanza nel dibattito europeo. I nostri principi morali sono messi alla prova da quanto accade nel Mediterraneo. La nostra politica estera mostra enormi debolezze in scenari caratterizzati da forti conflitti come il Medio Oriente. Siamo incapaci di controllare efficacemente le nostre frontiere esterne, e le nostre decisioni a livello di Unione non sono state applicate a causa della palese inosservanza della ripartizione delle quote di migranti. La cosa peggiore è forse che in molte delle nostre società sorgono sentimenti di rifiuto e xenofobia contro gli immigrati. Sentimenti abilmente manipolati e utilizzati dall’estrema destra politica e dai populismi anti-europei. Per questo è essenziale e urgente ricomporre la politica migratoria europea. Si tratta di una delle grandi sfide dell’Europa non solo in ragione della sua demografia ma anche e soprattutto per il dovere di coerenza con i principi e i valori (articolo 2 del trattato) su cui si fonda la nostra Unione.

La chiave per la soluzione di questo e altri problemi è costituita da una rinnovata cultura europea, capace di ripristinare un equilibrio fra i valori universali di spiritualità, eccellenza, pietas, libertà, armonia, orgoglio e responsabilità.

L’esperienza della crisi economia e finanziaria e della sua gestione nel quadro dell’Unione economica e monetaria ci consente di trarre numerosi insegnamenti, avendo anche messo in luce molte inefficienze nel funzionamento istituzionale. Ciò riguarda non solo la politica monetaria ed economica. Sono diverse le relazioni del Parlamento europeo che hanno sottolineato come negli ultimi anni si siano concentrate in seno al Consiglio europeo la maggior parte delle decisioni politiche ed economiche a scapito delle altre istituzioni; come il sostegno democratico a molte decisioni sia stato indebolito dall’influenza nelle stesse di organismi tecnici non rappresentativi; come l’architettura istituzionale nella governance della zona euro sia insufficiente e richieda riforme importanti; come l’unanimità imposta dai trattati si stia rivelando un ostacolo quasi insormontabile in momenti e decisioni importanti; come la politica estera e di sicurezza dell’Unione richieda migliori processi decisionali e maggiori risorse, nonché l’unificazione della rappresentanza internazionale dell’Unione ecc. In generale, dette relazioni propongono importanti riforme che attengono al funzionamento istituzionale della Commissione, del Parlamento e del Consiglio al fine di migliorare la trasparenza e rafforzare l’efficacia e l’efficienza delle decisioni dell’Unione.

Molte delle riforme non ancora attuate e delle decisioni ancora da assumere per affrontare il futuro richiedono un’integrazione politica europea più profonda, specialmente nel contesto della governance economica e monetaria: è l’unico modo per conseguire questo obiettivo con legittimità democratica.

La modifica dei trattati potrebbe essere, in ultima istanza, la strada migliore verso detta integrazione. Tuttavia non sembra auspicabile in questo momento. Questa sarà una decisione che dovrà essere valutata ed eventualmente assunta nella prossima legislatura. Nel breve termine, tuttavia, e senza modificare i trattati, si possono e si devono realizzare molte riforme, come evidenziato dalla risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulla capacità di bilancio della zona euro. Le cooperazioni rafforzate continueranno a essere uno strumento utile, per esempio nel settore della difesa. Un’Europa a più velocità non deve però essere un’Europa “à la carte”.

L’integrazione politica ci impone anche di migliorare il rapporto tra i cittadini e le istituzioni europee. L’identità politica europea sovranazionale dei cittadini è debole. Non c’è fiducia in detto rapporto, e il nesso tra la volontà dei cittadini espressa nelle elezioni e gli orientamenti politici dell’Unione è molto debole. Il presidente Junker, i federalisti europei, i primi ministri e naturalmente il Parlamento europeo hanno proposto e deliberato su una migliore relazione tra i cittadini e le istituzioni dell’UE e un funzionamento della Commissione e del Parlamento più in linea con le regole dei sistemi parlamentari nazionali. In tal senso, è necessario affrontare temi quali la legge elettorale dell’Unione europea, riformata dal Parlamento europeo, l’unificazione di tutte le figure apicali in un Presidente dell’ Europa o in un Direttorio ristretto, la figura degli Spitzenkandidaten, il rafforzamento dei partiti politici europei, le maggioranze parlamentari che sostengono l’azione della Commissione, le funzioni di controllo del Parlamento europeo e i rapporti con i parlamenti nazionali e molte altre questioni analoghe, al fine di garantire una maggiore decisionalità, rappresentatività, trasparenza politica e un migliore rapporto con i cittadini dell’Unione.

Il dibattito sul futuro dell’Europa ha dunque acquisito continuità nel corso della presente legislatura, e più in particolare sul finire della stessa. Sulla base dei cinque scenari elaborati dalla Commissione nel primo semestre del 2017 sono stati apportati successivi contributi, sia dalle istituzioni che dai ricercatori e dagli esperti europei. Più specificamente, sono stati notevoli i contributi dei presidenti o dei primi ministri degli Stati membri, invitati dal Parlamento europeo a esporre i loro punti di vista sul futuro dell’Europa nel corso del 2018.

La presente relazione intende fornire una sintesi dei temi oggetto del dibattito sul futuro, nonché orientare e chiarire i percorsi dell’integrazione europea alla vigilia delle elezioni del 2019. In tal senso, è opportuno precisare che la presente relazione non intende decidere in merito alle diverse alternative bensì definire i problemi, descrivere le sfide e delineare i percorsi che la politica europea e i nuovi rappresentanti eletti dovranno affrontare.

Non è nemmeno intenzione della presente relazione sviluppare le tecniche e le riforme legislative a nostra disposizione per progredire sul cammino dell’integrazione, dal momento che questo compito è già stato assolto ampiamente dal Parlamento europeo con l’approvazione delle seguenti risoluzioni:

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulle evoluzioni e gli adeguamenti possibili dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea;

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona;

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulla capacità di bilancio della zona euro.

Queste relazioni, e le altre citate nei “considerando”, costituiscono le basi concrete delle riforme e delle misure ancora da adottare perché l’Europa possa far fronte alle sfide della governance per gli anni futuri.

Il vero obiettivo della presente relazione è fornire un aggiornamento, alla fine del 2018 e all’alba di un dibattito politico fondamentale che si terrà in occasione delle elezioni di maggio 2019, dei grandi temi per l’Europa, delle sfide e degli strumenti per farvi fronte. Non si definiscono le soluzioni per rispetto delle istituzioni che sorgeranno dal voto popolare e perché saranno gli eletti a decidere. La relazione intende soltanto delineare un programma politico europeo basato sui molti e ripetuti messaggi che ci giungono dal presente e sulle relazioni, dichiarazioni e proposte successive che le diverse istituzioni dell’UE e i massimi rappresentanti degli Stati membri hanno elaborato negli ultimi mesi e che, nel loro insieme, intendono fare dell’Europa una potenza geopolitica, culturale, tecnologica, militare, commerciale, climatica, economica, alimentare e diplomatica.

 

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.

L’Italia vorrebbe proporre all’ Unione il suo Habeas Corpus Digitale

L’Italia vorrebbe proporre all’ Unione il suo Habeas Corpus Digitale

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

Parlamento-Europeo-– Riccardo Lala – Lettera aperta ai vertici dello Stato

Finalmente, la Camera dei Deputati  si è manifestata circa il complesso progetto del Parlamento Europeo in materia di “diritti sul web” – al quale l’Associazione Culturale Diàlexis aveva dedicato addirittura, ben 5 mesi fa,  il primo dei suoi “Quaderni di Azione Europeista” (L’Habeas Corpus Digitale, Alte Tecnologie per l’ Europa“)-, lanciando l’idea di una “Costituzione Digitale” sul modello del “Marco Civil Digital” approvato dal Parlamento brasiliano

E’ singolare che questo, come altri temi di interesse centrale per la sopravvivenza stessa dell’ Europa e dell’ Umanità, passino sempre in secondo piano di fronte a questioni giudicate stranamente “più gravi” e “più urgenti”. Soprattutto, sembrerebbe che l’Italia voglia propoporre la bozza all’ unione Europea come contributo in quanto Paese che ha la Presidenza di questo semestre. Abbiamo perciò inviato, con una copia dei nostri e.book sull’argomento, una lettera aperta alla Presidente della Camera Boldrini, al Presidente della Commissione Rodotà, e al Primo ministro Renzi per la Presidenza Italiana della UE, come anticipo di quello che vuol essere un intervento molto più sostanziale, anche con il contributo dei nostri lettori.

 Ecco il contenuto della lettera:

“Torino, 13/10/2014

Laura Boldrini

Presidente della Camera dei Deputati

Piazza di Montecitorio 10187 Roma

ROMA

Per Conoscenza

p.c. Stefano Rodotà

Presidente della Commissione Diritti sul web

Palazzo di Montecitorio 10187 Roma

Matteo Renzi

Presidente del Consiglio

Palazzo Chigi

Piazza Colonna 167 10186 Roma

Roma

Oggetto: Costituzione del Web e industria digitale europea

Laura-Boldrini-lettera

Signora Presidente!

La questione dell’immagazzinamento abusivo di dati (a colpi di centinaia di milioni)  su tutti i cittadini del mondo, su tutti gli Stati e su tutte le Istituzioni, imposta all’ ordine del giorno  dallo scandalo “DATAGATE”, ha una portata così vasta, ch’esso non potrà certo non lasciare tracce sulle vicende culturali, politiche e militari dei prossimi anni. Tuttavia, esso non è che  uno dei tanti sintomi dell’ importanza cruciale che le nuove tecnologie hanno per il futuro dell’ Europa e dell’ Umanità.

Infatti:

– Innanzitutto, se è vero, come risulta ormai chiaro da molte fonti,  che ogni nostra, seppur minima, azione viene, da tempo, non solo spiata, ma anche immagazzinata a nostra insaputa con la cooperazione di vari  Stati e imprese, in un luogo  lontano e segreto fuori dell’ Unione Europea e in palese violazione delle leggi di quest’ultima, al fine di trarne, anche solo in un remoto futuro, elementi sulla nostra personalità, sul nostro comportamento, su eventuali nostre colpe, possibilmente per ricattarci, o, addirittura,  per creare un nostro “doppio” virtuale, condizionandoci a distanza,  allora ci si può chiedere in che cosa consista oramai quella la libertà che viene spacciata come la quintessenza dell’attuale società e sulla quale si fondano, tra l’altro, la  costruzione europea e la Costituzione Italiana.  Come si può pensare, infatti, che ognuno di noi, fino ai vertici della società, dello Stato, della Chiesa, possa operare liberamente e secondo coscienza, se sa di poter essere ricattato in qualunque momento dai detentori dei suoi più intimi segreti?

– Ma, ancor peggio, noi viviamo oggi, oramai, solo attraverso la macchina, abbiamo accesso solo a ciò che la macchina ci permette di vedere, facciamo solo ciò che la macchina ci permette di fare. E, soprattutto, il fatto di essere tutti condannati quotidianamente, per poter ottenere informazioni, documenti, denaro, riconoscimento di diritti, a passare attraverso il filtro di una nostra personalità virtuale, iscritta, ancora una volta, dentro la macchina (il nostro cosiddetto “PROFILO”), ci rinchiude sempre più nella nostra gabbia d’acciaio (il cosiddetto “INCAPSULAMENTO”), che è la risultante di un nostro passato ormai pietrificato e delle ferree leggi segrete che, attraverso un algoritmo, ci vengono  imposte dal gestore della rete. Nessuna possibilità di dialogo autentico con gli altri. Anche se questa tirannide informatica è solamente  agli inizi, abbiamo cominciato già ora, come nei romanzi di Frantzen e di Auster, a essere, prima che degli spettri virtuali,  null’altro che le pallide vestigia di noi stessi, mentre cresce e ci sovrasta quel nostro “profilo” che risiede nel lontano server, coordinato da un “general intellect” macchinico di cui siamo solamente più un infimo componente.

– L’ ulteriore sviluppo di questo progetto teo-tecnocratico, se non bloccato tempestivamente, potrebbe comportare conseguenze ancor più pesanti, prima fra le quali la radicale sostituzione dell’ Umanità con le macchine (il “RISCHIO ESISTENZIALE”). Vi è pertanto un estremo bisogno di una regolamentazione internazionale,  sotto l’ egida delle Nazioni Unite, contro i possibili abusi.

– L’Europa è certamente coinvolta sotto molti punti di vista in questo sistema informatico mondiale, ma soprattutto in qualità di vittima, consenziente o meno.

– Le vicende del DATAGATE  hanno fornito, alle Istituzioni, l’occasione per manifestare un’ inedita propositività: un patto euroatlantico contro lo spionaggio(DPA),di cui non si è più sentito parlare dopo il sostanziale diniego del Presidente Obama, una risoluzione dell’ ONU sullo stesso argomento, oramai adottata; un’intelligence europea(anche qui, non se ne è più sentito parlare); un cloud europeo; un Google europeo; la rilocalizzazione in Europa dei dati degli Europei; il tutto sintetizzato dall’ “Habeas Corpus Digitale Europeo” adottato con la Risoluzione del Parlamento Europeo del 12/3/2014;

– La nuova legislatura europea ha di fronte a sé un’eccezionale, e forse ultima, occasione, per ostacolare l’affermarsi della tirannide robotica mondiale, ma, prima ancora, per provocare uno studio, una riflessione e un dibattito su come riuscirci;

– L’approccio adottato nelle discussioni in corso presenta degli inconvenienti, fra i quali:

(i)Quello di essere troppo settoriale (da un lato, la protezione dei dati; dall’ altro, la promozione delle nuove tecnologie);

(ii)Quello di non  concentrarsi abbastanza sulla questione più grave, quella del “RISCHIO ESISTENZIALE”, né su quella più urgente, la creazione DI UN WEB EUROPEO.

L’idea che proponiamo come sintesi di queste riflessioni, vale a dire quella del WEB EUROPEO, dovrebbe avere un duplice pregio:

– da un lato, essa può essere portata avanti fin da subito fra privati, in modo da poterci presentare fra breve al legislatore europeo con qualcosa di concreto fra le mani;

– dall’ altro, costituirebbe comunque un elemento fondamentale di aggregazione, per poi partire per ulteriori campagne.

Per questo, mettiamo in guardia  contro la concezione dell’ “Habeas Corpus Digitale” come rivolto esclusivamente a stabilire una serie di “Diritti fondamentali”, e non preoccupato, nello stesso modo, dello sviluppo di un’industria digitale europea. Infatti, se e nella misura in cui il potere effettivo sulla rete continui a spettare esclusivamente alle multinazionali dell’ informatica, alla NSA e alle parallele organizzazioni spionistiche internazionali, e queste continuino, come ora, a rifiutarne una cessione per quanto minima e parziale, non si vede come, non diciamo i cittadini o la società civile europei, ma, addirittura, l’Unione Europea o qualunque Stato del mondo possa fare valere effettivamente qualsivoglia diritto relativo al web. Ad esempio, dopo che, con dure battaglie legislative e giudiziarie, si sono imposte severe restrizioni alle intercettazioni giudiziarie da parte della Magistratura italiana, quelle stesse comunicazioni che sono state bloccate e distrutte per i giudici italiani continuano ad essere accessibili alle società telefoniche, alle multinazionali del web e ai servizi segreti internazionali, i quali conoscono, dunque, delle indagini penali italiane e degli stessi Segreti di Stato, di cui è depositario il Presidente della Repubblica, più della nostra Magistratura, e non vengono perseguiti, come succede alle Autorità italiane, nel caso di violazione della legislazione nazionale applicabile.

La presidentessa della Camera ha correttamente affermato che una legislazione in questa materia non può che essere internazionale. Aggiungeremo: internazionale e europea. Anche perché, dopo Echelon, il Datagate e le trattative svoltesi a tutti i livelli fra UE e Stati Uniti, è ormai chiarissimo che questi ultimi non intendono modificare in alcun modo la loro legislazione, che subordina qualunque diritto all’esigenza dello spionaggio militare e antiterroristico, così come le multinazionali del web non intendono rinunziare in alcun modo al loro “core business”, che è quello di spiare, immagazzinare, conservare, rielaborare, perfezionare, utilizzare, rivendere e monetizzare in ogni modo possibile i dati sulla mentalità, le inclinazioni, le idee, le abitudini, le attività commerciali o sociali di tutti i cittadini, le organizzazioni e le imprese del mondo. Né gli uni, né gli altri, intendono cessare la loro mutua integrazione,  che rafforza gli effetti negativi di quanto sopra.

E’ ovvio, quindi, che i diritti sul web che dovremmo, e vorremmo, riconoscere ai cittadini italiani ed europei,  potranno essere tali solo nella misura in cui essi potranno essere agiti efficacemente e celermente almeno dinanzi ai tribunali italiani ed europei. Ma, giacché, per fare ciò, si richiede che esistano una comunità informatica europea, un’intelligence europea, una rete telefonica europea, un web europeo, senza che, in questa mondo informatico europeo, possano continuare a dominare soggetti giuridicamente obbligati, direttamente o indirettamente, al rispetto delle regole, opposte, che vigono negli Stati Uniti, tutte le azioni politiche che si limitassero a sancire dei diritti senza fornire nello stesso tempo strumenti di difesa contro quei comportamenti sarebbero delle pure ‘gride manzoniane’, alle quali siamo purtroppo abituati, ma delle quali non abbiamo certamente bisogno in questo momento di vera e propria implosione della cultura, della società e dell’ economia europee.

L’”Habeas Corpus Digitale Europeo” approvato dal Parlamento europeo   il 12/3/2014 , documento d’indirizzo che dovrebbe essere preso in seria considerazione da tutti i legislatori nazionali, aveva il pregio di considerare quest’ottica globale. D’altra parte, anche il Presidente designato della Commissione, Jean-Paul Juncker, ha inserito, fra le priorità sue e della nuova Commissione, la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso il Web. Infine, le Nazioni Unite e l’ UNESCO hanno avviato embrionali attività, che andrebbero accelerate e rafforzate.

Se, come pare, l’ Italia intende, giustamente, in quanto Paese che presiede in questo momento l’ Unione Europea, proporre all’Unione Europea un testo su cui lavorare, deve porre al centro  della nuova legislatura europea due questioni:

– una disciplina internazionale del principio di precauzione, volta a monitorare tutte le nuove tecnologie (informatiche, spaziali, chimico-fisiche, biotecnologiche, neurobiologiche) per prevenire il RISCHIO ESISTENZIALE, vale a dire la distruzione del genere umano e/o la sua sostituzione con le macchine;

– un web europeo, comprendente: una cultura informatica europea, infrastrutture europee di comunicazione, un’ intelligence europea, un cloud europeo. Si allega questo proposito il Quaderno “Restarting EU Economy via Knowledge-Intensive Industries” .Quest’aspetto è di vitale importanza soprattutto per un’Europa, e soprattutto, per un’Italia, avviate lungo un impressionante pendio di declino. Il legislatore non può limitarsi all’ affermazione di generici principi generali, ignorandone le enormi, e potenzialmente positive, implicazioni concrete per il nostro Paese.

Discutendo con il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, che, realizzando ogni giorno nuovi successi nelle industrie digitali, costituisce l’antitesi positiva della crisi europea, si dovrebbe vedere ), per incominciare a costruire un Web italiano ed europeo, di stabilire delle sinergie con le ineguagliabili industrie cinesi del Web Baidu Alibaba e Qihoo 360 (che non solo sono riuscite ad erodere in pochi mesi business per molti miliardi di dollari ai concorrenti americani, ma anche hanno creato, sul mercato cinese, una concorrenza vivissima, quale certo non esiste in Occidente.

Di fronte alle dimensioni delle sfide in essere, la Costituzione del Web, così pure il Marco Civil Digital brasilano a cui essa s’ispira, non possono che rivelarsi insufficienti. E, tuttavia, anche   limitandoci, per ora, ai diritti costituzionali all’ interno del Paese (e, in un domani, dell’ Europa),  si dovrebbero almeno trattare alcune questioni come:

– il web e l’eccezione culturale;

– il web e l’antitrust;

– il diritto penale e il web;

– il diritto fiscale e il web;

– il “cloud europeo”.

Quanto al primo punto, dovrebbe venire chiarito che il Web fa parte a pieno titolo della cultura di un Paese, e, pertanto, ad esso non si applicano i principi giuridici, nazionali o internazionali, in materia di commercio di merci.

Quanto all’ Antitrust, le procedure attualmente in corso contro Google dimostrano che l’Antitrust è inefficace per tutelare contro il potere dominante delle multinazionali informatiche, le quali influenzano, prima ancora della concorrenza, addirittura la struttura esistenziale dei cittadini, i vertici dello Stato, l’insieme delle imprese nazionali e internazionali. Occorrerebbe almeno incominciare a sancire principi costituzionali nuovi in questa materia, che colpiscano anche questo potere sociale.

Quanto al diritto penale, dev’essere chiaro che la violazione dei diritti dei cittadini italiani è comunque un reato per l’ordinamento italiano (e/o europeo). Se “profilare” gli utenti viola il diritto alla privacy, se intercettare senza il mandato della Magistratura viola il diritto alla segretezza della corrispondenza, allora i corrispondenti reati debbono essere perseguiti dal diritto penale italiano(e/o europeo), con sanzioni graduate per casi singoli, casi ripetuti, violazioni sistematiche, violazione di segreti commerciali, politici o militari, e i responsabili debbono essere processati e condannati anche se residenti all’ estero(e/o dell’ Unione Europea).

Quanto al Diritto fiscale, debbono essere stabiliti chiari principi di individuazione del luogo dove si genera il reddito tassabile, per evitare l’attuale elusione generalizzata.

Quanto al “Cloud Europeo” dev’essere chiaro che l’unico strumento efficace per impedire molte delle violazioni di cui sopra è rendere obbligatorio che i dati degli Europei siano custoditi in territorio europeo, sotto il controllo del diritto europeo e dei giudici europei. Questo creerebbe anche, tra l’altro, un enorme incremento di posti di lavoro nel nostro territorio. E se poi si ritenesse che la professione informatica della UE non sia ancora pronta per un simile compito, la Svizzera ha già offerto la propria collaborazione

Utilizzando l’opportunità che  è stata offerta a tutti i cittadini, di intervenire sulla nuova proposta di legge,  presenteremo un nostro intervento definitivo, i nostri due “Quaderni” citati in precedenza (“Habeas Corpus Digitale” e “Restarting EU Economy”, che si allegano).

Costituendo, il tema della democrazia digitale, la radice profonda del nostro impegno esistenziale, culturale, civile ed imprenditoriale, la nostra azione su questi temi è totale. La nostra Casa Editrice Alpina sta pubblicando una serie di e.book su questi temi. Abbiamo già coinvolto a questo proposito i vertici dell’ Unione e l’ industria digitale nazionale.

Riccardo-Lala

Ci accingiamo perciò a predisporre, con il supporto della Società Civile,  un intervento circostanziato sulla bozza del Progetto, che inseriremo nel Vostro sito come contributo al testo in preparazione.

RingraziandoVi anticipatamente per l’attenzione,

Distinti saluti,

per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Riccardo Lala