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1° MAGGIO 2020:CHI SI OCCUPA ANCORA DEL LAVORATORI?

1.Il XX° secolo è stato il secolo del lavoro.

All’inizio di quel secolo incominciavano a formarsi le grandi agglomerazioni industriali (come l’industria siderurgica americana in cui lavorava Taylor), e i primi importanti sindacati (con la liberalizzazione, in Germania, delle attività sindacali); con la prima guerra mondiale, grandi masse venivano addestrate a operare insieme su oggetti meccanici, come artiglieria, navi, ferrovie, veicoli. Dopo la guerra, i totalitarismi acceleravano la “Grande Trasformazione” dall’ agricoltura all’ industria (per esempio, con grandi complessi come quello intorno alla diga sul Dniepr), e la Seconda Guerra Mondiale l’avvento delle moderne forme di organizzazione sociale (come per esempio la produzione in serie).

Il 2° dopoguerra vedeva l’apogeo della partecipazione dei lavoratori (in svariate forme, dai Comitati di gestione, all’autonomia delle parti sociali, all’ autogestione, la contrattazione collettiva), mentre, dopo il ‘68, l’operaismo diveniva quasi un’ideologia ufficiale, o, almeno, una moda.

Nella “società dell’informazione” degli anni ’80 e ‘90, i privilegi conquistati dagli operai vennero estesi ai “colletti bianchi”, ai lavoratori autonomi e ai dirigenti, sì che l’intera società si modellava secondo lo schema del lavoro subordinato (cfr., p.es. il libro di Joschka Schmitt, “Sein Name sei Europa”).

2.L’inversione del percorso

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1989, era  iniziato però un processo di direzione  inversa, venendo meno la massima fonte dei miti operaistici, tanto che anche la forza, sotto svariate forme, dei sindacati e di altri strumenti di partecipazione delle categorie produttive, venne messa in discussione.

All’ inizio del 21° secolo, i partiti e i sindacati sembravano oramai interessati piuttosto ai privilegi delle “borghesie rosse” che non ai “lavoratori”, e lo stesso PCC elaborava la “teoria delle 3 rappresentanze”, per includere nel Partito Comunisti anche gl’imprenditori. Oggi, quando l’industria rappresenta ovunque una quota minima dell’occupazione, l’interesse per i lavoratori, specie se manuali, è ancora ulteriormente diminuito.

Questa situazione  non è nuova, perché, fra le varie attività umane, il lavoro produttivo non era mai sembrato particolarmente centrale. Solo nella società medievale, Adalberone di Laon aveva individuato tre ceti, di cui quello dei “laboratores” era il meno importante. Situazione analoga a quella della società indù, mentre, in quella greco-romana, i lavoratori, i “banausoi”, erano stati collocati ad un livello ancora più basso, dove non si distingueva neppure fra servi e schiavi.

Tuttavia, la situazione attuale si distingue nettamente da quelle pre-moderne per un fatto fondamentale: la centralità, non più dei clero e dei guerrieri, bensì delle macchine. Entrate di soppiatto nel mondo della produzione all’ inizio dell’Ottocento, un secolo dopo esse erano già al centro delle grandi fabbriche tayloriste, per poi generalizzarsi nell’ uso sociale e domestico come conseguenza delle guerre mondiali (elettricità, acqua corrente, radio,cinema, telefoni, macchine fotografiche). Nella seconda metà del XX secolo, le macchine erano già entrate nella vita di tutti i giorni (veicoli, televisori,elettrodomestici, computer) , tanto che, a cavallo fra i due secoli, l’Umanità stessa, grazie all’egemonia occidentale e all’ informatica, poteva   già considerarsi come una Grande Macchina, tenuta insieme dal Complesso Informatico-militare, e i lavori più ripetitivi potevano già essere automatizzati (catene di montaggio, bancomat). All’inizio del secondo decennio, si automatizzavano anche alcuni processi con un seppur limitato livello di creatività (come il controllo sulle armi di distruzione di massa, la statistica, la finanza, la progettazione ingegneristica), mentre, in questi ultimi anni, l’informatizzazione è entrata anche nelle attività di programmazione e di comunicazione (AI, Big Data).Dopo il Coronavirus, il lavoro telematico è diventato addirittura la regola, e, quello umano, l’eccezione.

In queste condizioni, è ovvio che abbiamo assistito alla sparizione del “Lavoratore” marxiano o juengeriano, quale figura centrale che assommava in sé la forza ancestrale del guerriero e dello schiavo, quella arcaica del leader e del cittadino e quella moderna del rivoluzionario e del leader carismatico.

3.La società delle Macchine Intelligenti

La centralità del lavoro si è ritirata dalle fabbriche, dagli uffici, dalla politica, e quel che ne rimane nell’automazione, nel telelavoro e nella comunicazione diviene marginale rispetto all’ Intelligenza Artificiale, ai Big Data e, in generale, al Complesso Informatico-Militare.

La crisi del Coronavirus, con la disoccupazione di massa, con i sussidi a tappeto e la generalizzazione del telelavoro, ha segnato il congedo definitivo dalla concezione tradizionale del lavoro. Il grosso delle attività sociali tradizionali (politica, difesa, intelligenza, organizzazione, comunicazione, finanza, commercio), è oramai svolto dalle macchine, mentre l’assoluta maggioranza della popolazione è uscita dai processi produttivi. Se l’uomo non sarà capace di disegnarsi un ruolo all’interno di questo scenario, sarà destinato a scomparire.

E’ ovvio che, in questa situazione, i tradizionali discorsi di classe non abbiano più ragion d’essere. Oggi, vi sono delle classi totalmente nuove: la “Società dell’ 1%” di redditieri, teologi, lobbisti e sottogoverno, che controlla il complesso informatico-militare mondiale; la tecnostruttura di politici e funzionari che gestisce per loro conto gli Stati continentali; il sottobosco dei faccendieri che controllano gli Stati nazionali e le società multinazionali; i precari del management e delle libere professioni, che sono quelli che fanno andare avanti le funzioni chiave della tecnostruttura; gli specialisti in nero dell’ informatica e dell’ artigianato, novelli lavoratori manuali; i pensionati, nuovi redditieri di seconda classe; gli eterni “stagiaires”, che corrispondono agli schiavi di un tempo; i  precari, gl’immigrati,  e i “sans papiers”, che sono i moderni paria.

La politica farebbe bene ad abbandonare totalmente la cura delle classi tradizionali, divenute una pura finzione (basti pensare che l’assoluta maggioranza degl’iscritti ai sindacati sono pensionati), e preoccuparsi d’immaginare una società totalmente nuova, tanto nella produzione, quanto nella distribuzione, del reddito. Una società concentrata sui due poli, da un lato della megamacchina informatica, e, dall’ altra, l’attività onnicomprensiva dell’autocoscienza  sociale.

Affinché il mondo macchinico funzioni a favore dell’Umanità, e non contro, occorre ch’esso sia ideato, messo a punto, gestito e manutenuto. Ma, affinché questo possa avvenire, occorre che vi siano una filosofia e una pedagogia dell’umano che tengano vivo il senso della società; un pensiero e un’azione politica capaci di dare regole al mondo macchinico e ai suoi gestori; dei leaders capaci di tenere insieme intellettuali e gestori, e, sopra tutti, uno strato di “chierici” che studi, approfondisca e rinnovi il mondo dei significati e dei valori, motivando e orientando gli stessi leaders, in modo ch’essi possano esercitare finalmente la loro funzione di guida in un  modo sensato.

Solo con una siffatta complessa organizzazione sarà possibile evitare che il mondo macchinico ci sfugga di mano, o anche solo che il mondo umano collassi sotto il peso d’ una vita insensata come quella attuale.

Tutto ciò presupporrà dei nuovi rapporti sociali e un nuovo diritto -costituzionale, economico, ma anche industriale, commerciale e del lavoro-. Essi non saranno, evidentemente, eguali a quelli oggi vigenti, perché il diritto costituzionale dovrà preoccuparsi anche sul piano internazionale del rapporto fra macchine e umanità (p.es., standard per l’AI e i big data; territorialità dei clouds e cyberintelligence..), così pure come quello economico dovrà occuparsi della sicurezza dei dati e del controllo pubblico sulle reti; quello commerciale, dei rapporti fra Stato e impresa privata nell’utilizzo delle risorse informatiche.

Il diritto del lavoro si occuperà dei rapporti fra i funzionari e lo Stato,  e fra i dirigenti e le imprese, mentre un nuovo diritto della para-subordinazione regolerà i rapporti fra grandi gruppi, finanziatori pubblici e lavoratori-imprenditori.

Proprio questi lavoratori-imprenditori, che gestiranno, con una loro forma di  responsabilizzazione, parchi macchine continuamente rinnovantisi (come fanno oggi i trasportatori per conto di Amazon o i gestori di grandi copisterie) costituiranno i veri “lavoratori” di domani, e il loro “diritto del lavoro” sarà qualcosa di simile a quello degli agenti di commercio o a quello dei consulenti dei grandi studi professionali.

Tutto ciò comporterà automaticamente anche una forma di rivendicazionismo del mondo dei tecnici, che, a mio avviso, avrà qualcosa di simile alla situazione di partecipazione nelle imprese cogestite tedesche, dove i lavoratori partecipano alle decisioni tanto sulle macchine, quanto sul destino delle grandi organizzazioni da cui essi dipendono.

4. Il libro “Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”

Alpina/Diàlexis non hanno mai  smesso di occuparsi dei problemi del lavoro nella società automatizzata.

L’anno scorso, avevamo pubblicato due libri sull’ argomento:

-“Modello sociale europeo e pensiero sociale cristiano dopo l’ enciclica laudato sì”,realizzato insieme a Alberto Acquaviva, e  presentato a un convegno all’ Unione Industriale di Torino dallo stesso titolo;

-“Il ruolo dei lavoratorinell’ era dell’ intelligenza artificiale, Verso un’ alleanza strategica fra lavoro e capitale? ”, di Riccardo Lala,presentato al Salone del Libro 2019 insieme a Pier Virgilio Dastoli.

Il primo mirava a mostrare come il modello sociale europeo, tanto esaltato dal mondo politico verso la fine del XX° secolo, e oggi caduto un po’ in desuetudine, sia tributario del pensiero sociale cristiano, che trae le sue prime origini da Aristotele e da San Tommaso, per poi svilupparsi attraverso il pensiero del XIX° secolo e le encicliche sociali.  Il secondo mirava ad attualizzare il modello, da un lato, attraverso lo studio della sua genesi, evoluzione e diffusione in tutto il Continente, e, dall’ altro, attraverso il suo controverso rapporto con l’automazione.

Certo, dopo la crisi del Coronavirus, il modello sociale europeo tende a subire un’ulteriore evoluzione, a causa del peso crescente dell’intervento pubblico e dell’assistenza diretta ai lavoratori, rispetto alla partecipazione nell’ impresa.

Sta di fatto che le questioni inerenti al ruolo dei lavoratori, anche in un mutato contesto, possono e debbono svolgere un ruolo determinante nella dialettica politica del XXI° secolo, costituendo tra l’altro anche uno degli elementi che caratterizzano il sistema sociale europeo rispetto a quello di altri Continenti.

Tra l’altro, la crisi mondiale della democrazia rappresentativa porta con sé anche una rinnovata esigenza di nuove forme di rappresentanza.

Poiché lo sforzo per contrastare la presa di controllo, sull’ Umanità, da parte delle macchine Intelligenti, passa necessariamente attraverso una profonda riqualificazione della società tutt’ intera , da un lato nella direzione di una padronanza assoluta delle nuove tecnologie, e, dall’ altra, verso una visione sempre più umanistica delle stesse, la partecipazione dei lavoratori alla gestione del sistema produttivo può e deve costituire un mezzo per un coinvolgimento di tipo adeguato di larghe fasce di popolazione a decisioni di una grande complessità, che, senza questa partecipazione diffusa, sarebbe impossibile.

Occorre pensare e organizzare nuove forme di incontro e di dibattito fra movimenti sociali, imprese, lavoratori autonomi, parasubordinati e subordinati, su nuove forme d’interazione capaci di rilanciare, allo stesso tempo, il senso della comunità e la sua proiezione  economica e culturale sul mondo circostante.