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LETTERA APERTA A MASSIMO CACCIARI. AMARE L’EUROPA; NARRARE L’EUROPA

 

 

Caro Professore,

Appena terminato un Salone del Libro in cui la nostra casa editrice si è prodigata in modo speciale per fare avanzare il dibattito sull’Europa, la lettura del Suo articolo su “L’Espresso” del 19 u.s., “Patria Europa”, così vicino alle nostre preoccupazioni, mi ha stimolato a prendere posizione come segue sul tema della comunicazione dell’Europa, nella speranza di contribuire così a un dibattito autentico nella cultura “alta” anche su questo , centrale, tema.

Intanto, a me sembra che ciò che Lei ha scritto molto bene in quell’articolo, cioè che “..non si vince una grande battaglia politica e ideale come l’unione federale dell’Europa senza un’idea intorno ai suoi fini, e cioè al cammino che ha di fronte, ovvero alla sua missione o destinazione”, chi non fosse obnubilato da pregiudizi ideologici  o da interessi particolari, lo avrebbe potuto comprendere  già perfino a partire dal 1957, data di firma dei Trattati di Roma. Invece, proprio nella “Dichiarazione Schuman” si parlava di “realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”, un cammino fatto di “piccoli passi” senza una precisa meta finale (il “funzionalismo” deprecato, tra gli altri, da Spinelli e da Przywara).  La cultura europea sta forse cominciando a comprendere il vicolo cieco in cui si è messa in quel modo la politica, anche se, purtroppo, l’incertezza circa l’obiettivo finale, anziché svanire, sembra oggi addirittura infittirsi. Eppure, quelli erano gli anni in cui in America si tenevano le cosiddette “Conferenze Macy” sul futuro delle scienze e della tecnologia, nell’URSS venivano lanciati nello spazio gli Sputnik e Gagarin, e Asimov e Lem scrivevano i loro insuperabili romanzi distopici. Certo, lo stato di obiettiva depressione della politica europea in seguito alla 2° Guerra Mondiale e alla divisione di Yalta giustificavano il tono minimalistico dei discorsi europei, ma una cultura che annoverava personaggi come Heidegger e Russell, Croce e Heysenberg, Einstein e Anders, avrebbe dovuto prevedere quali sarebbero stati i veri temi con cui i vertici dell’Europa si sarebbero dovuti prima o poi a scontrare. E invece, ancor oggi, il “rischio esistenziale” non è ancora entrato nel cuore del dibattito  politico.

Nonostante quella scelta funzionalistica (e, quindi, implicitamente materialistica e minimalistica) dei Padri fondatori, le idee idonee a “narrare la Patria europea” esistevano già da tempo, seppur solo “in nuce”, disperse  attraverso la cultura alta, e si sarebbero potute ricostruire, nelle loro grandi linee, semplicemente “collegando i puntini” contenuti, come in un grande rebus, nelle opere dei grandi autori che citerò qui di seguito.Intanto, già all’ epoca dei Trattati, alcuni, come Simone Weil, Husserl, Jaspers, Heidegger, Anders, Guardini e  Przywara, ci avevano avvertiti che, come Lei ha scritto in modo pregnante, “fine dello spirito europeo non è lo sviluppo di scienza, tecnica, economia in se stesse, il mero incrementum scientiarum, bensì la sua connessione con il sistema delle libertà”. E infatti, fin dai primordi della cultura europea,  come per esempio  nelle opere  di Ippocrate e di Erodoto, era stato considerato come insito nell’identità europea (la “physis ton Europaion”) il fatto d’ identificarsi con la libertà un po’ selvaggia di Leonida, contro il progetto di conquista dell’Europa e di stabilizzazione universale incarnato dalla Persia di Serse (vedi il discorso di quest’ultimo riportato  nelle Storie e le iscrizioni funerarie di Behistun e Naqsh-e-Rustam, che anticipano i programmi di tanti imperi successivi, da quello romano, a quello sovietico,  a quello americano).

Nello stesso modo, era stato chiarito proprio allora (per esempio nell’opera di Federico Chabod) che, all’amore per la libertà politica, si collega, nell’ identità europea, la ricerca della verità, da ritrovarsi innanzitutto nell’autenticità con se stessi. Insomma, il motto dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Non per nulla, è l’oracolo stesso a profetizzare che ”la grande rocca gloriosa verrà devastata dai discendenti di
Perseo, oppure questo non avverrà, ma la terra dei Lacedemoni piangerà la
morte di un re della stirpe di Eracle.”
La morte per la libertà della patria quale esempio estremo di coerenza con se stessi e di dedizione alla libertà. Quello che tanto viene esaltato nel mito della Resistenza, ma che oggi nessuno sarebbe propenso a imitare.

1.Un sistema informatico mondiale: il vero nemico della libertà

Innanzitutto , oggi il  “mondo della libertà” è messo in pericolo quanto mai prima nella storia, non solo in Europa, ma nel mondo intero, non già dai diversi sistemi politici e sociali (i quali sono tutti ancora fondamentalmente “umanistici” e/o “culturali”: vedi Lévy Strauss e Luc Ferry), bensì proprio dalla “gabbia d’acciaio”, prima teologica, poi giuridica,  poi ideologica, e, infine,  tecnologica, che ci si siamo costruiti addosso con l’economia, l’industria e la tecnocrazia, che costituisce lo sbocco ultimo da sempre implicito in qualsivoglia progetto di “Fine della Storia”. Non vi è quindi alcuna contraddizione fra la tesi (oramai divenuta luogo comune) dell’egemonia della finanza internazionale e quella, da me qui ripresa, dell’egemonia della tecnica, l’una essendo la continuazione naturale dell’altra. La postulata condizione finale di assenza di conflitto (la “Pace Perpetua”) non può infatti essere raggiunta semplicemente con una qualche forma di eterodirezione “soft” della società da parte dei “poteri forti”, bensì solo eliminando la fonte prima dei conflitti, vale a dire l’Uomo. L’orrore per il “Diverso” è solo il primo passo verso la negazione della pluralità delle Persone, a favore del carattere seriale dei cyborg e degli androidi (la “vergogna prometeica”). Come avevano previsto Max Weber, Horkheimer e Adorno e Arnold Gehlen, l’apparato tecnico e amministrativo non è dunque uno strumento di libertà, bensì, vincolando l’uomo a prassi e a meccanismi consolidati, costituisce una fonte di omologazione e di entropia, che distrugge la libera creatività, e lo stesso slancio vitale, portando all’ eterna ripetizione di standard già dati (i pretesi “principi etici di progettazione” delle macchine intelligenti). C’è di più: con la “trasfusione senza spargimento di sangue” dei profili umani nell’Intelligenza Artificiale (De Landa) si  finisce per congelare, e quindi per eternare, i pregiudizi del XXI secolo, così come il sistema “OKO”, fortunatamente bloccato una notte dell’’83 dal maggiore Petrov, pretendeva di incarnare senza sbavature la dottrina nucleare del PCUS. La più importante di tutte le decisioni della storia dell’umanità, quella circa lo scatenamento della guerra totale, è stata così delegata da gran tempo a sistemi elettronici automatizzati, lo “Hair trigger alert”, al quale è stata affidata, da tutte le grandi potenze (quindi, sempre al di fuori dell’Europa), la reazione al primo attacco nucleare dell’avversario. In una simile situazione, a meno che non intervengano nuovi, stringenti, accordi internazionali (di cui solo l’ Europa può farsi propugnatrice), la distruzione reciproca mondiale per effetto di una “Cernobyl militare” è praticamente assicurata. La controprova del carattere centrale della militarizzazione della società e della sua cura per la segretezza e la manipolazione delle informazioni è costituita dall’accanimento con cui si sta perseguitando Julian Assange, reo di avere reso palese il carattere onnipervasivo del sistema di controllo del complesso informatico-militare. L’indifferenza dell’Europa (sempre così attenta ai diritti umani là dove essa non può farci nulla) verso la persecuzione di Assange che ha luogo nell’ Inghilterra della Brexit, che sta ancora eleggendo i suoi Europarlamentari, fa perdere di credibilità al richiamo all’amore per la libertà che si leva dall’establishment politico e culturale, nonché all’esaltazione acritica della tradizione costituzionalistica inglese. All’accordo “Five Eyes” spetta dunque una superiorità costituzionale rispetto all’Habeas Corpus?

Una volta che  decisioni come quelle militari siano state delegate alle macchine, tutto l’insieme dei comportamenti umani tenderà sempre più ad essere subordinato al fine di agevolare il “proprio” sistema di Hair trigger alert, per farlo prevalere sul sistema nemico: dal controllo di massa del comportamento della popolazione, all’infiltrazione delle reti di comunicazione amiche e nemiche, alla disinformazione delle opinioni pubbliche…Che altro s’ intende quando si afferma che ovviamente ogni decisione in vari campi dev’essere subordinata alle esigenze della “sicurezza”? Occorre innanzitutto evitare che possano nascere dei protagonisti autonomi, che esercitino in modo obiettivo, e perfino eroico come il maggiore Petrov, quel ruolo di critica del sistema che perfino l’Armata Rossa aveva affidato ad “analisti militari” indipendenti come quest’ultimo.

Come facciamo dunque a sentirci liberi se tutto il flusso delle opinioni pubbliche è condizionato a tavolino dai big data e dagli spin doctors dei sistemi informativi delle grandi potenze, se ciascuno di noi è monitorato giorno e notte dal sistema (attraverso i cellulari, i personal, i social…) per spiarne le più recondite movenze e per condizionarlo di conseguenza? In queste condizioni, perdono di senso i tradizionali strumenti della libertà di stampa, di parola, le stesse elezioni. Non per nulla, è il carattere stesso dei cittadini che è alla fine pervertito dal minimalismo, dal conformismo e dall’ autocensura, portando all’ inconcludenza di ogni discorso e alla supina accettazione del “destino della tecnica” e delle cosiddette “lezioni della Storia”.

La “perdita di democrazia”, di cui taluni incolpano il populismo, altri l’Unione Europea, altri ancora l’egemonia culturale della sinistra, trae in realtà ovunque la propria origine prima proprio dall’ inevitabile centralizzazione delle decisioni richiesta dalla delega al sistema informatico-militare della gestione  della cosiddetta “guerra senza limiti” già in corso fra i grandi blocchi continentali, che non lascia spazio, né a un reale pluralismo, né a un aperto dibattito.

Se anche la UE ha la tendenza a centralizzare progressivamente le decisioni più importanti come le politiche della ricerca, dell’informazione, finanziaria, estera e di difesa, è  perché essa  deve confrontarsi quotidianamente con USA, Cina e Russia; in queste ultime, il potere “politico” si centralizza e si personalizza a sua volta per contrastare, chi il deep State,  chi gli oligarchi,  chi la burocrazia…Quando Federica  Mogherini deve rispondere alle missive minatorie delle sottosegretarie americane alla Difesa, è sola; non può convocare il Parlamento Europeo (ormai a fine mandato) o i Parlamenti nazionali, come pretenderebbero i politici di tutti gli orientamenti. Si potrà porre freno a queste tendenze solo con la ricostituzione di una classe dirigente dotata di “virtus”, come quelle del mondo classico, indispensabile da sempre per una gestione collegiale della Res Publica, ispirata da un ethos e non da incentivi materiali, capace di superare indenni anche i periodi dello “stato d’eccezione” come questo delle Macchine Intelligenti.

Per questo la polemica contro la pretesa “dittatura di Bruxelles” è fuori luogo: se riferita a oggi, quando la UE, con meno dipendenti del Comune di Torino e con risorse inferiori all’ 1% del PIL europeo, non può fare praticamente nulla, ma anche  se riferita a un futuro in cui un’eventuale federazione europea, diretta da una nuova classe dirigente, per fare “più Europa”, dovrebbe, non già sovrapporsi agli Stati membri, bensì occuparsi di ciò che gli Stati membri non hanno mai fatto: una politica culturale; una difesa tecnologica; una programmazione operativa; la creazione di “campioni nazionali”; una politica monetaria proattiva.

2.La missione dell’Europa

All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica “missione” prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la “prassi liberante” propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’”intelligenza collettiva” e del “lavoratore”, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di “rovesciare il tavolo”. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori “assiali” della saggezza, della filosofia, dell’“humanitas”, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al “banauson ergon” (quel “lavoro bruto” che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’orizzonte). Un compito ciclopico che, anche in questo caso, è destinato a travolgere tutte le prospettive di corto respiro che si fronteggiano nei dibattiti politici sul futuro della società europea. Nel fare ciò, la cultura, oltre a rileggere in una luce nuova le idee classiche di “eu zen” e di “kalokagathia” e quella cristiana di “askesis”, dovrebbe aprirsi a quelle confuciane, di “junzi” e di “ren”:come Lei scrive,  ”etiche nel senso più profondo e radicale del termine: non qualche massima morale, ma insieme di consuetudini, costumi, forme di vita, che sembrano quasi affondare in passati immemorabili, dentro ai quali abitiamo.”.

Solo educando il carattere umano come si faceva in Grecia, a Roma o nei monasteri asiatici e cristiani, non già tentando, come si sta facendo oggi, di trasferire nelle macchine principi astratti (come i codici etici) che neppure noi umani riusciamo ad applicare, si potrà evitare la presa del controllo delle macchine sugli uomini e l’estinzione dell’Umano. L’Unione Europea è già oggi, certamente, un elemento di resistenza contro questo progetto totalitario, e lo sta dimostrando con la legislazione sulla privacy, con le multe ai grandi operatori, con la lotta all’ erosione fiscale. Tuttavia, l’energia impiegata in questa lotta prometeica è troppo modesta rispetto all’unicità del compito, e, soprattutto, manca a monte un modello culturale forte che supporti l’intera azione dell’Unione: il “mito della Patria Europa”, di cui parla il Suo articolo. L’azione europea su questo tema appare episodica, marginale e decontestualizzata rispetto a tanti altri temi, certamente meno urgenti che non il “Rischio Esistenziale” (Hawking, Martin Rees).

Ma, soprattutto, l’Europa  di oggi è talmente arretrata, rispetto a USA, Cina, Russia, India, Israele e Giappone, per ciò che concerne la cultura e la tecnologia informatica (intelligenza artificiale, cyberguerra, internet, intelligence, ingegneria genetica….), da non disporre neppure dei necessari strumenti di sperimentazione (come per esempio i Big Data); figuriamoci se essa è in grado di costruire un’alternativa agli attuali approcci verso l’informatica, o addirittura di imporli agli altri. Lo sforzo che l’Europa deve compiere in questo campo nei prossimi pochissimi anni è prometeico, e richiederebbe un suo specifico “mythomoteur”. Ecco quello che, a mio avviso, costituisce, come Lei scrive, “forse un valido mito per la sua rifondazione”. Del resto, i miti sono inevitabilmente congiunti a un’etica eroica, indispensabile per questo sforzo disperato (Foscolo, Carlyle).

Questa sarebbe l’unica interpretazione concreta di quell’impegno totale per la formazione permanente alla rivoluzione digitale che tutti invocano, ma nessuno attua, non avendone compreso, né la vera posta, né i necessari contenuti e sacrifici. Non è infatti l’integrazione europea a mancare di fascino, bensì la classe dirigente in essa coinvolta. Se essa prendesse a cuore con un’etica eroica la rivoluzione digitale e quanto la circonda, si conquisterebbe quell’aura che aveva circondato, nella vita come nella fiction, i protagonisti delle prime imprese spaziali sovietiche e americane.

3.Il posto dell’Europa fra i grandi Subcontinenti

Intanto, è ben vero che i valori dell’Epoca Assiale (Jaspers) sono comuni a tutte le grandi civiltà del mondo, e questo è il significato vero da dare al concetto di “universalità” e di “diritti umani”. Come Lei scrive, “…il loro valore, nel senso più reale, materiale del termine, è ancora ben riconoscibile, in America come in Russia, in Cina come in India.” Tuttavia, la specificità dell’Europa è quella di rivendicare, all’interno della comune lotta contro il totalitarismo delle macchine intelligenti, una particolare attenzione per la tutela della libertà personale e comunitaria. Purtroppo, in un mondo in cui, tanto la cultura tecnologica, quanto il controllo del web, sono in mano alle Big Five dell’informatica, e al di fuori dello spazio di controllo europeo, non bastano, né le sterili invocazioni di sacri principi, né una sofisticatissima rete di norme UE. Solo se gli Europei si battessero con spirito prometeico per contestare quel controllo, quell’auspicabile “curvatura europea” dei valori universali uscirebbe finalmente dal mondo delle sterili declamazioni. Infatti, il Caso Schrems ha messo in evidenza che anche i migliori principi del diritto europeo restano lettera morta se i nostri dati sono immagazzinati fuori dell’Europa.

Se esistono, infatti, anche fuori dell’Europa- per esempio in America e in Cina- forze che si muovono di fatto a favore della tutela dell’Umano contro l’onnipotenza delle macchine, tuttavia solo l’Europa ha posto e pone ancor oggi la libertà al centro delle questioni sociali dell’informatica. In America, dove pure è nato il movimento dei “whistleblowers”, lo spirito di libertà è soffocato dall’etica puritana, dal “politicamente corretto” e dal senso ossessivo della missione dell’esportazione della democrazia. La Cina, come tutti i Paesi socialisti,  manifesta in modo paradossale e parossistico (per esempio attraverso il sistema del “credito sociale”) proprio quelle tendenze liberticide che in America sono occultate sotto lo smalto del mercato e della “rule of law” (il “totalitarismo invertito”), tendenze ch’ essa ha clonato e clona sempre più nel suo sforzo ciclopico di superare l’Occidente per recuperare la propria autonomia anche spirituale (Zhongxue wei ti, xixue wei yong 中学为体,西学为用; come direbbe René Girard: “rivalità mimetica”).La libertà è stata tradizionalmente concepita in Cina come una liberazione collettiva con un moto atemporale verso il Datong, la Grande Armonia, ma, per raggiungere quest’ultima, s’impongono nel frattempo le dure leggi dei Legisti. Certo, la Cina costituisce anche, oggi, in pratica, con il suo formidabile sistema informatico, il principale baluardo oggettivo contro l’imposizione in tempi brevi della Singularity (unione di umano e macchinico) da parte delle Big Five (Baidu contro Google, Alibaba contro Amazon, Hwawei contro tutti). Infatti, se la Singularity non riesce ad essere unica, non è tale: non realizza, cioè, la fusione in un’unica entità dell’intero sistema pensante mondiale; quindi, non può sopprimere totalmente l’Umano. Il sopraggiungere dell’informatica cinese sta dunque dando a tutto il mondo il tempo per riorganizzarsi contro la dittatura delle Big Five.

Tuttavia, solo un’Europa molto più forte sui piani politico, militare e tecnologico, ma soprattutto culturale, potrebbe interloquire autorevolmente con le Grandi Potenze anche e soprattutto su questi delicatissimi aspetti. Se e nella misura in cui riuscirà a imporre un dialogo e un accordo internazionale, essa avrà realizzato la sola forma possibile e necessaria oggi (e filosoficamente difendibile) della “potenza assimilatrice delle proprie idee”,  da Lei auspicata.

E certamente solo un’Europa vittoriosa sul fronte dell’interfaccia uomo-macchina potrebbe prendersi serenamente cura della propria identità – e, innanzitutto, della propria poliedricità-, che va ben al di là delle “diverse nazioni e le loro lingue”, bensì comprende anche il pluralismo delle  religioni, culture, ideologie, ceti sociali, regioni, città. Gli Europaioi di Ippocrate e di Erodoto sono, infatti, oltre che gli amanti della libertà, anche il popolo federale per eccellenza. La Grecia ne era il modello (con i suoi dialetti omerico, esiodeo, arcado-cipriota, ionico, attico, dorico, eolico); con le sue leghe (peloponnesiaca, delio-attica, ionica,  tebana, cretese, etolica…);con le sue poleis e i suoi koinà. Ma  gli autori classici esaltavano anche i popoli vicini, in particolare gli “Sciti” e i “Sarmati”, in quanto animati dallo stesso amore per la libertà.

 

  1. Come narrare la Patria Europea

Per narrare, come Lei propone, la Patria Europea, s’impone, come pensava già Freud, la liberazione, dalle retoriche dell’idea di Europa, dell’autentica identità europea. Identità che, come Lei scrive, non definisce “né radici, né confini, né dimore dove poter essere ‘in pace.” Quindi, l’esatto contrario della retorica dell’Europa come Fine della Storia e come strumento di “stabilizzazione”. Grazie all’ Europa, la Storia deve poter continuare, anche se alcune sue tendenze avrebbero voluto farla finire. Questo indispensabile mito dell’Europa baluardo della diversità, e quindi del conflitto, “costruito sull’ interrogazione, il dubbio, la ricerca” ci impone di liberare da censure e tabù vaste aree della nostra cultura. A mio avviso, occorre innanzitutto non vergognarci della cultura europea quale essa è, buona o cattiva ch’essa sia;  non volerla addomesticare e censurare per renderla accettabile ai poteri del momento, ai gusti dell’elettorato oppure, ancor peggio, a una lobby che pretenderebbe che il “mito della Patria Europea” sia identico a quello dell’America.

Nello stesso modo, proprio perché l’Europa è una Patria, non già una setta, essa non è di nessuno Stato in particolare (per esempio, non del duo franco-tedesco), non di una Chiesa (per esempio, quella cattolica), non di un’ideologia (per esempio, quella progressista), non di un partito (per esempio, l’attuale “centro” del Parlamento europeo). Essa è di tutti coloro che vi vivono: del mondo atlantico come di quello eurasiatico; della Mitteleuropa come dei Balcani, dei cristiani come degli ebrei e dei mussulmani; dei riformisti come dei conservatori, dei rivoluzionari come dei reazionari. Non possiamo dire a nessuno, che viva fra di noi: tu non sei Europeo. E, di converso, tutti gli Europei hanno il diritto di formulare un “loro” progetto di Europa, che esprima la loro particolare visione.

  1. I ”Cantieri d’ Europa” continuano.

Con l’iniziativa “Cantieri d’Europa”, la nostra piccola casa editrice, Alpina, ha incominciato a fare ciò per cui essa era stata fondata fin dal 2005: riunire in un solo luogo ideale, attraverso i propri libri e le proprie manifestazioni, le voci di tutti coloro che abbiano dei contributi concreti da dare alla costruzione dell’Europa, nei vari campi dello scibile (linguistica, filosofia, storia, dottrine politiche, economia, diritto, diplomazia, tecnologia…), ma vengano marginalizzati da una cultura “mainstream” che tollera solo la superficialità e la ripetizione inconcludente di luoghi comuni. Nello stesso tempo, con il nostro stand e con le nostre 8 manifestazioni, per metà al Lingotto, e per metà fuori (il “Salone Off”), abbiamo dimostrato che l’Europa si può e si deve narrare, attraverso le cose concrete, proprio oggi, quando la maggioranza ritiene che ciò sia diventato impossibile.

In particolare, i “Cantieri”, con i libri, nostri e altrui, ivi presentati, sono riusciti a realizzare nel Salone quel compito di sintesi che originariamente avrebbe dovuto essere assunto dalla grande editoria. Nell’ assenza d’iniziative maggiori, il nostro stand ha costituito il punto d’incontro dove sono confluiti il Movimento Europeo, le Istituzioni e tanti editori, italiani e stranieri, che hanno pubblicato libri sull’ Europa: Ullstein, ADD, il Mulino, Icaria Editorial, Rubbettino, Aracne, EGEA…

Dopo le elezioni europee, si apre, per la prossima legislatura, un compito appassionante: quello di recuperare l’Europa alla battaglia per la libertà tecnologica, portandola finalmente sull’unico piano veramente attuale: quello della sovranità digitale.

Last but not least: per riuscire a narrare l’Europa, bisogna amarla, per come essa è, anche con i suoi peccati, la sua decadenza e la sua vecchiaia.

Esistiamo proprio per questo, e saremmo lieti di averLa con noi su questi temi.

Per Alpina Srl,

 

Riccardo Lala

 

 

 

QUEL BISOGNO DI LIBERTA’ A cinquant’anni dalla morte di Jan Palach

 

    Jan Palach

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà “

                                                                                                                      Jan Palach

Saluto con gioia il fatto che, in questa situazione di crescente pericolo, anche la cultura “mainstream”  e i media  stiano finalmente riscoprendo le questioni che veramente contano. Intanto, la domanda sull’ essenza della sovranità. Che va ben al di là della sovranità stessa, e, anzi, è la chiave interpretativa che ci permette di comprendere la sostanza del presente attraverso i parametri dell’assertività, dell’ideologia, della storia, della religione, della libertà.

E’ per la sovranità che gli Europei hanno combattuto a Berlino, Poznan, Budapest, Praga, Danzica, Vilnius…

Proprio dalla polemica martellante che l’”establishment” sta conducendo contro un diffuso, ma indefinibile, “sovranismo”, si capisce sempre più che, per essa, il nemico da battere è, non già “la sovranità”, bensì una cosa ben più ampia e profonda, “l’assertività” (quella che Heidegger chiamava “Selbstbehauptung”, Nietzsche “volontà di potenza” e, Bergson, “élan vital”). E’ questo il bersaglio nascosto che s’ intravvede fra le righe nei discorsi delle autorità e degli articoli degli opinionisti. Salvini, Orban e Kacynski sono soltanto un pretesto. Non si tratta, infatti, di un’avversione politica, bensì antropologica e teologica: quella fra coloro che, con Leibniz e Nietzsche,  pensano “che sia meglio esista qualcosa piuttosto che niente”, e coloro i quali, con Buddha e Schopenhauer, aspirano alla “decreazione” del mondo, alla finale entropia. Il nostro “establishment” rinunziatario e nichilista sta dalla parte di questi ultimi. Chi vuole che il mondo continui deve volere anche l’affermazione di se stesso, dei suoi prossimi, della sua discendenza, del suo popolo (il “gene egoista”, la “discendenza grande come i granelli del mare”). Solo chi non vuole che il mondo continui pensa che tutti gli uomini si equivalgano, e che per questo non valga la pena di avere eredi (al massimo eredi “virtuali” e anonimi come i robot e i software). Non per nulla, preveggentemente, Edgar Morin aveva scritto addirittura un “Plaidoyer pour l’Europe décadente”.

In altre parole, gli “identitari” esaltano la personalità, la differenza, i ceti sociali, le identità collettive, il genius loci, mentre i nichilisti amano la fluidità, le mode, l’egualitarismo, una mobilità fine a se stessa, la “Singularity”. La metafora più calzante di questa società autodistruttrice è contenuta nella tragedia “R.U.R.” del Ceco Karel Čapek (1923), in cui gli uomini, da quando esistono i robot (rectius, gli androidi) non si riproducono più: gli androidi sono gli uomini del futuro. Guarda caso, è proprio quanto sta succedendo ora in Europa, con il crollo del tasso di fecondità (e della stessa produzione di spermatozoi).

Non vi sarebbe alcun motivo per cui l’Europa debba identificarsi così con il  “cupio dissolvi” di Čapek, o addirittura divenirne la quintessenza. Invece, purtroppo, dalla decomposizione delle ideologie novecentesche è nata, all’inizio di questo secolo, una setta fanatica, che, proprio nel nome del “cupio dissolvi”, monopolizza tutte le posizioni di potere, rendendo l’Europa debole, noiosa e opprimente.Accusano tutti gli altri di essere dei fondamentalisti, ma i veri fondamentalisti sono loro. La retorica dell’Europa come antidoto all’ elemento “hard” della Storia (volgarmente detta “Pace Perpetua”), adottata da questa setta, è significativa della sua radice chiliastica, che l’apparenta addirittura, alle religioni di rinunzia (come il Jainismo, il Buddhismo Hinayana e il Catarismo), e, dall’ altro, alle escatologie immanentistiche (come il manicheismo, la “Filosofia della Causa Comune” russa e il trotzkismo).

La pretesa origine kantiana di questa retorica è un’ennesima “fake news”: Kant stesso soleva affermare che il marchio  “zur ewigen Friede” l’aveva letto sull’insegna di una locanda dove figurava l’immagine stilizzata di un cimitero.

D’altro lato, l’altro pilastro di questa retorica, i pretesi 70 anni di pace in Europa (per altro interrotti da continue guerre imperialistiche  nelle periferie europee, rivolte, repressioni, invasioni, attentati,guerriglia, terrorismo..) sono stati dovuti non già all’ Unione Europea (che, non avendo alcun compito militare, non può influenzare né la pace, né la guerra), bensì dalla fitta rete di basi militari americane e russe, dall’ equilibrio del terrore e soprattutto dall’ eccezionale prestazione del tenente colonnello  sovietico Stanislav Petrov, che, nel 1983, bloccò il procedimento automatico di risposta nuclearea un presunto attacco missilistico americano erroneamente rilevato dai computer. Popov fece per la pace molto più di 70 anni di Unione Europea, semplicemente impedendo, a suo rischio e pericolo, e mettendo in pericolo la stessa Unione Sovietica, la IIIa Guerra mondiale.

Perché non ci viene detta questa  verità? Perché quella Weltanschauung autolesionistica è paradossalmente funzionale al mantenimento all’attuale equilibrio geopolitico, che vede gli Europei eternamente subordinati all’ America. Infatti essa sostiene che, per dirla con Ezio Mauro,  i “fenomeni che ci sovrastano” sono “incontrollabili” , mentre, come vedremo, le crisi dell’ economia mondiale sono provocate  deliberatamente dall’ America, con sanzioni e dazi (come previsto fin dall’ inizio dal programma su cui Trump è stato eletto).Al contrario, cent’ anni fa, l’ Europa era, come scriveva Nietzsche “signora del mondo”, e poteva benissimo “controllare i fenomeni”, e, in particolare, i grandi flussi di ricchezza nel mondo, così come oggi fanno Trump e Xi Jinping. L’economia mondiale è così com’è non già perché lo impongano delle leggi bronzee del libero mercato, ma perché così vuole che sia chi ha il potere di manipolare tale mercato, attraverso l’ideologia, lo spionaggio e le leve amministrative. Un’ “Europe Puissance” (Giscard d’ Estaing) potrebbe anch’ essa influenzarla pesantemente, attraverso quella che, non a caso, Helmut Schmidt chiamava “Selbstbehauptung Europas”, vale a dire una diversa politica economica internazionale sotto l’influenza di uno Stato pan-europeo.

1953: guerriglia di strada davanti al Reichstag

1.Elite o setta?

Che l’establishment sia finalmente costretto a riconoscere il proprio carattere autodistruttivo è dimostrato dal magistrale articolo di Ezio Mauro su La Repubblica del 12 Gennaio (“Così l’ Uomo nuovo abbatte il sapere delle élite decadute”). Dove si incomincia finalmente a porre in questione la stessa qualifica di “élite” per le classi dirigenti, che originariamente, era positiva, e che oggi invece è ”nell’ inferno delle parole dannate”. Il punto è che questa pretesa “élite” non è decaduta: è sempre stata decadente.

Mauro usa questa terminologia in un senso molto diverso dal mio, sulla base di una diversa scelta valoriale. Per Mauro, “élite” sarebbe, paretianamente, una qualsiasi classe dirigente, mentre, per me, è tale solo una classe dirigente fornita di qualità positive. Per lui, poi, l’“aristocrazia” sarebbe una classe dirigente pietrificata e inutile, mentre, invece, secondo la definizione classica, era addirittura il governo dei migliori; infine, per lui, l’”establishment” sarebbe una classe dirigente conscia della sua missione, mentre invece, per me, è una classe dirigente la cui posizione è, come dice Mauro, “nuda, giustificata solo da se stessa”.

Quello che manca è proprio una vera aristocrazia, vale a dire una classe dirigente dotata di una superiore leadership etica, culturale e pragmatica, capace di strutturare il popolo europeo, così come i kalokagathoi greci, il ceto senatorio romano, i ceti feudali medievali o la vera borghesia otto-novecentesca di Goethe, di Mann, di Croce…..o  il Partito Comunista Cinese…

Il funzionamento del presente “establishment” è proprio quello di cui parla Mauro,”l’esercizio di un monopolio sull’ interpretazione del reale, sulla rappresentazione del contemporaneo.  “. Esso “diffonde modelli di società, piega alla sua lettura la storia e la interpreta, detta le mode, fissa le consuetudini , costruisce un paesaggio indicando i libri, i film, la musica,…” Insomma, il compito che, nei sistemi totalitari, è svolto dal partito unico. Il fatto che in Occidente non vi siano un Primo Segretario o un Duce non migliora, bensì peggiora, la situazione, perché toglie ai dominati perfino la possibilità di concentrare la critica e la lotta su un personaggio particolarmente rappresentativo, mentre la colpa delle decisioni resta diffusa e indefinita. E, nello svolgere questo compito, il nostro establishment segue comunque una sua linea settaria, che violenta l’intera storia culturale per farla combaciare con le proprie scelte, eccentriche rispetto alla cultura europea: Il decadentismo dei Sannyasin indiani contro la salute delle grandi civiltà antiche, come scriveva Nietzsche ne “La genealogia della morale”; le eresie contro San Paolo, Sant’Agostino e San Tommaso; l’Occidente tecnocratico moderno contro le grandi civiltà di tutto il mondo.

La cultura settaria minimizza le inesauribili fonti di sapienza delle società pre-alfabetiche, a cui dobbiamo la quasi totalità della nostra civiltà (Eisenstadt), a cominciare dalle lingue, la cui originaria sofisticazione, confrontata alla loro attuale povertà, non può denotare se non una perdita di qualità umane (Brague, Bettini, Gardini, Marcolongo). Si descrive la storia universale come se fosse la storia del solo Occidente, ignorando gli sviluppi paralleli ma indipendenti realizzati soprattutto in Asia e Nordafrica (Goody). Si nasconde il fatto che la stessa periodizzazione attuale della storia (antica, medievale, moderna), lungi dal descrivere un fatto obiettivo, è semplicemente il riflesso delle profezie di Cristoforo Colombo, che a sua volta si rifà all’apocalittico Gioacchino da Fiore; si soffocano le infinite voci autorevolissime levatesi nella Storia contro le vulgate razionalistiche e progressive: da Socrate a Confucio; da Senofonte a Tertulliano; da Pascal a Rousseau; da Leopardi a Foscolo; da Nietzsche a Heisenberg; da de Finetti a Simone Weil…

L’inganno principale è costituito dalla volgarizzazione del progetto baconiano del paradiso in terra (l’isola di Bensalem) da raggiungersi tramite la tecnica, un paradiso che l’inveramento sta trasformando in un inferno, di alienazione, di insensatezza, di conformismo, ma, soprattutto, di crisi e di decadenza. Soprattutto nel Secondo Dopoguerra, l’establishment aveva promesso agli Europei un paradiso di benessere, di pace e di libertà, che si è trasformato in un abisso di depauperamento, di disordine e di egemonia culturale. Questo problema non è certo limitato all’ Italia, ma si estende all’ intero “Occidente”. Anzi, esso rappresenta la natura stessa dell’Occidente (dove Bacone aveva collocato la sua isola). Finché ci considereremo parte di quest’ “Occidente”settario, non potremo far altro che subire la dittatura di quella setta. La quale è oggi paradossalmente la prima a lamentarsi, perché, non appena sono stati scalfiti i suoi privilegi, si accorge improvvisamente dell’ insostenibilità della società ch’essa stessa ha creato e ancora sostiene.

Non per nulla gli Egiziani consideravano l’Occidente (Imunet) la dimora dei morti, e quest’idea riviveva nella famosa lettera dell’imperatore giapponese a quello cinese (Sol Levante contro Sole Calante), come pure nell’idea hegeliana, e poi spengleriana, dell’Occidente come Tramonto: gli “Occidentali” sono, oggi come allora, i morti viventi, gli zombie, come i potenti italiani ,che secondo Pasolini, citato da Mauro,” agiscono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari, in quanto potenti essi sono già morti e il loro vivere è un sussultare burattinesco”.

Per tutto questo, come scrive Mauro, “la garanzia viene dal non sapere, dal non essere conformi al linguaggio degli esperti”. Questo, secondo mentalità dei populisti, ma però potrebbe aprire la strada a un’altra, più autentica, sapienza, dischiudendo i giacimenti incolti della conoscenza, celati nelle civiltà antiche e “orientali”, nelle culture demonizzate, come quelle dell’ Europa Orientale,  dei Gesuiti, dell’Illuminismo non “radicale”, nel decadentismo, nell’esperienza concreta dei mondi del lavoro e del management, nelle dottrine giuridiche ed economiche sacrificate, come la concezione istituzionale del diritto, il keynesismo militare….

ll generale Maleter, comandante supremo       dell’                         Esercito Ungherese, fucilato per l’insurrezione di Budapest

2.Sovranismo e “angelismo”

La pubblicistica “mainstream” designa dunque, con il termine “sovranismo”, cose fra loro diversissime: la riaffermazione, fatta da Trump, dell’egemonia americana sul mondo, e la sua negazione da parte di Putin; il rifiuto, da parte di Orban, dell’università ungherese di Soros, e la pretesa di Bannon d’imporre la propria “Accademia” agl’ Italiani, ecc…Cos’hanno in comune tutte queste cose? Appunto, una pretesa (seppur vaga) di”auto-affermazione”, l’atteggiamento, che un tempo era normale da parte di tutti, di voler affermare il proprio punto di vista contro quello di altri, quello che il poeta ungherese Vörösmarty chiamava essere ”orgogliosamente volti versi il mondo”. Erano assertivi, in questo senso, tutti gli eroi culturali delle antiche civiltà: Mosè e Achille,  Ulisse e Leonida, Augusto e Gregorio VII,  Machiavelli e Alfieri, Foscolo e Garibaldi,  Nietzsche e D’Annunzio, oltre che, ovviamente, i Grandi Dittatori, Gandhi, Spinelli, De Gaulle, Che Guevara, Papa Wojtyla, Gorbacev, Chavez . Soprattutto sono, oggi, assertivi tutti i capi di Stato del mondo, salvo quelli europei.

Perché mai gli Europei di oggi non sono, e non debbono, essere assertivi? Una spiegazione può essere quella tentata da Giovanni Orsina, che parla, nel suo articolo su “La Stampa” del 6 gennaio 2019, dell’ “illusione della fine del potere”. Gli Europei non hanno voluto essere assertivi perché sono stati educati a rinunziare (o a fingere di rinunziare) all’ autorità, all’ arbitrio e al potere. Quest’illusione è, al contempo, antichissima, nuova ed effimera. Antichissima perché risale ai movimenti ereticali medievali, come per esempio i cabalisti ebraici, i mussulmani karmati e gli Anabattisti, i quali ritenevano che, essendosi oramai compiuta l’opera, rispettivamente, della Shekhinà, del Corano e del Vangelo, non vigesse più nessuna legge, neppure la Torah, la Sharia o i Dieci Comandamenti. Nuova, perché mai come oggi quest’idea aveva assunto una posizione dominante, mentre essa è assurta, alla fine del XX secolo, al rango di “cultura mainstream”.  Effimera, perché essa ha prosperato solo per l’ “espace d’un matin”, nel breve intervallo che separa due opere di Fukuyama:  “La Fine della Storia e l’ Ultimo Uomo”(1989) e “Decay of America”(2008).

In una sola cosa hanno torto le “retoriche dell’ Idea di Europa”: quando affermano che questa cultura  autolesionistica è una reazione all’esasperazione dell’ “autoaffermazione” da parte dei regimi totalitari (il Discorso del Rettorato di Heidegger), colossali esplosioni di arrampicamento sociale e di narcisismo collettivo, e con la conseguente immane tragedia della IIa Guerra Mondiale. Come contraccolpo, la sconfitta dell’Asse si è conclusa con un’azione accelerata di “rieducazione” (e, ancor più, di camaleontismo) che ha finito per andare al di là di quanto inizialmente voluto dai suoi stessi promotori (l’eliminazione del “carattere autoritario” dii cui parlava Adorno): fino alla distruzione, non solo dell’ambizione, ma addirittura della voglia di vivere (l’”età delle passioni tristi”).

Ma, nonostante questi  effetti dell’occupazione militare dell’ Europa e della sua “rieducazione”,  L’Europa del 2° Dopoguerra  non si crogiolava ancora  nell’ illusione di fare a meno di autorità, arbitrio e potere,  nonostante che questa  vivesse già celata  nel cuore delle ideologie allora dominanti: progressismo, marxismo, democrazia cristiana, scientismo….In quell’ epoca, l’integrazione europea non veniva ancora motivata attraverso le recentissime retoriche dell’ Idea d’Europa, bensì per altre, più credibili, vie:  con l’esigenza di por fine alla lotta per l’eredità imperiale di Carlo Magno (cfr. “Vesta” di Fichte); come strumento per reintegrare nell’ Occidente la Germania sconfitta; come un’ utopia tecnocratica (funzionalismo)… Quella classe dirigente aveva ancora relativamente  chiare le esigenze della politica, quando dibatteva  sulla politica economica dell’ Europa o dell’Euro come di una scelta, non già di  un destino ineluttabile. Anche per gli Europei, come prima per i Sovietici e gli Americani, l’infatuazione per la Fine della Storia è stata un abbaglio temporaneo, anche se più tardivo e perciò più persistente che altrove.

Concordo con Orsina che l’origine di quell’ abbaglio è stata legata alla fine del blocco sovietico. La carica teologica di utopismo ch’ era implicita nel concetto marxiano di rivoluzione, per quanto repressa dalla burocrazia sovietica, ne costituiva, come diceva Benjamin, il motore occulto. Anche il marxismo occidentale viveva grazie a quel motore, che serviva anche perfettamente a giustificare, di fronte allo stesso Occidente, l’accettazione da parte degli Europei del comunismo sovietico nonostante il suo carattere totalitario. Esaurita ogni carica rivoluzionaria dell’Unione Sovietica, quella radice occulta ha trovato modo di trasferirsi qui da noi, e di perpetuarsi in questa interpretazione chiliastica dell’Europa:  l’Unione Europea quale estinzione dello Stato (o, come scriveva Bukovski, l’Europa come nuova Unione Sovietica). In tal modo, l’establishment hegeliano di sinistra, egemone nella cultura novecentesca, ha potuto sopravvivere indenne al proprio ennesimo “avatar”: dal “lungo viaggio attraverso il fascismo” allo stalinismo, di qui al sessantottismo e al gramscismo, e, da quest’ultimo, all’atlantismo, sempre mantenendo intatte le stesse inossidabili posizioni di potere che sono proprio quelle che, come osserva Mauro, oggi gli vengono finalmente contestate.

In effetti, la presunzione che oramai le regole del “mondo” siano superate è tipica dell’eresia perenne, che attraversa trasversalmente il Buddhismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam,  ed era stata respinta nel Concilio di Pataliputra e con l’ Arthashastra, denunziata da San Paolo nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, attaccata da Sant’Agostino come “manicheismo” e rifiutata da Maimonide parlando dell’Era Messianica.

Certo, vi è anche chi sostiene che il chiliasmo sia insito nell’ essenza del messaggio evangelico, e che il carattere violento, intrinseco nel Sacro, sia stato perciò cancellato dal messaggio sulla morte e resurrezione di Cristo (René Girard). Buona parte del dibattito culturale verte, da 2000 anni ,sul tentativo di chiarire questo punto, ma l’unica conclusione credibile mi sembra essere stata quella di Tertulliano: “credo quia absurdum”.

Comunque sia, che quell’eresia perenne costituisca l’anima dell’attuale cultura mainstream lo si percepisce quasi fisicamente nel pathos con cui quest’ultima esalta ogni forma di decostruzione, di amalgama, di indifferenziazione: l’arte astratta, l’ibridazione, le “villes tentaculaires”… Questo venire allo scoperto delle radici chiliastiche della Modernità costituisce l’estrema sortita ideologica dell’Occidente, parallela all’ azione politica ed economica di Trump, che vedendo l’ America  sopraffatta nella competizione mondiale, rifugge dalle manovre illusionistiche dei suoi predecessori,  ricondo alle parole e alle  azioni forti: “America First”, “muri”, “sanzioni”, “dazi”. Nello stesso modo, l’”establishment”cuulturale ha messo al bando tutti gl’infingimenti conciliatori volti a nascondere gli obiettivi finali della rivoluzione tecnocratica: basta con le differenze sociali, di genere come di status, di razza, di stipendio o anche solo di visione del mondo; basta con la “privacy”: le macchine debbono saper tutto di noi; non ci deve più essere alcuna distinzione fra Europa e non – Europa…In tal modo, si tenta di sterilizzare preventivamente le prevedibili sacche di ribellione, che, in questo vuoto, non saprebbero più su che cosa poggiare.

La statua di Imre Nàgy, primo ministro ungherese fucilato dai Sovietici, è stata rimossa dalla Piazza del Parlamento

3.Il ritorno all’ethos dell’Epoca Assiale

Certo, c’è stato un momento in cui sembrava che tutto il mondo credesse acriticamente in questo tipo di  chiliasmo, religioso o secolarizzato: dai tempi della Rivoluzione Culturale cinese a quelli della Teologia della Rivoluzione, della Fine della Storia, della politica di Internet, fino a quelli degli Hojjatiyyeh di Ahmadinejad. Sembrava che non vi fosse alcuna speranza per le forze della vita contro quelle dell’ autodistruzione.

Tuttavia, quello non è stato, fortunatamente,  che un breve momento: la Rivoluzione Culturale si è rivelata una sanguinosa lotta di potere, dimenticata dallo stesso establishment cinese; la Teologia della Rivoluzione si è infranta  contro la resilienza dell’ egemonia  Yanqui; la Storia non è finita, ma continua attraverso l’Islam politico, la Cooperazione di Shanghai, la Via della Seta; Internet si è rivelato essere quello che diceva Putin, un progetto speciale della CIA, e, infine, nel Levante non è arrivato il Mahdi, bensì l’Armata Russa.

Oggi, tutti nel mondo sono più convinti che mai, ciascuno a suo modo,  della necessità della propria assertività: gli Americani e i Cinesi, i Russi e gl’Indiani, i Turchi e gl’Israeliani, i teologi della liberazione e i teocon, gli sciiti e i sunniti, i teorici dell’ HIndutva e i sionisti…Tutti gli equilibri mondiali poggiano (instabilmente) su quest’ assertività universale: se gli Americani non fossero assertivi, la leadership mondiale passerebbe automaticamente ai Cinesi, ma anche se questi ultimi abbassassero per un momento la guardia, gli Americani deprimerebbero a tale punto l’economia cinese, da provocare rivolte che disgregherebbero lo Stato, facendolo tornare ai tempi dei Signori della Guerra. Se la Russia non fosse assertiva, le opposte fazioni tornerebbero ad affrontarsi armi in pugno al centro di Mosca e nel Caucaso come ai tempi di El’cin. Così, l’India deve battersi per non essere tagliata fuori dalla Via della Seta, la Turchia per non perdere il Kurdistan e gl’Israeliani la Cisgiordania; i teologi della Liberazione per non essere cancellati dal Vaticano, e così via…

Alla fine, scrive Orsina, tutti “ci chiediamo chi abbia mai il potere di difenderci dai pericoli globali e di riequilibrare quelle gerarchie surrettizie che l’ipocrita manto della neutralità rende ancora più insopportabili”. Peccato che nessuno dia, in Europa, la risposta giusta, vale a dire : il potere di difenderci e di abbattere le gerarchie immeritate e oppressive ce l’abbiamo soltanto noi. Non ci resta che prendercelo con le nostre stesse mani, come Ulisse quando appare armato di tutto punto sulla soglia del megaron occupato dai Proci.

Come ciò sia possibile lo ha mostrato una trasmissione messa in onda circa una settimana fa dalla rete greca RTE, in contemporanea da Pechino insieme alla televisione cinese CGTV e con le televisioni indiana ed egiziana: un dibattito fra gli ambasciatori dei quattro Paesi ed intellettuali degli stessi, sul “dialogo fra le civiltà”. Il senso della trasmissione era che i Paesi eredi delle grandi civiltà (europea, confuciana, indica e medio-orientale) dovrebbero coalizzarsi per risolvere i problemi mondiali, nello spirito di un mutuo riconoscimento e senza l’egemonia di nessuno, e sulla base di alcuni, pochi,  grandi principi comuni, e delle specificità dei diversi popoli. I valori comuni al mondo intero, o, almeno, agli eredi delle grandi civiltà del passato, quelli che Kueng chiama “spessi”, sono, a mio avviso, quelli che caratterizzavano l’Epoca Assiale di cui parlava Jaspers,  e di cui ha scritto recentemente Jan Assmann: senso della comunità; dimensione spirituale; differenza; riconoscimento reciproco, meritocrazia.

Non per nulla, dinanzi alla nuova stazione di Lanzhou, da cui partono per “Da Qin” i treni ad alta velocità della Via della Seta, sono stati costruiti una Sfinge, un Partenone e un Taj Mahal, come per chiarire, ai Cinesi che attraversano la Porta di Giada, che sono quelli gl’interlocutori che il Paese di Mezzo cerca nel Tian Xia (Ecumene).

La vittoria di Solidarnosc

4.Rovesciamento del senso dell’integrazione europea

Da quest’evoluzione culturale del clima politico mondiale emerge l’urgenza di un ennesimo capovolgimento del senso dell’integrazione europea. Nella loro prima fase, che va dalle Crociate agli “Stati Uniti d’ Europa” di Victor Hugo, i progetti d’integrazione europea (Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, St Pierre, Rousseau, Alessandro I) miravano a scavalcare Papato e Impero per affermare la sovranità dei principali Stati nazionali (Francia, Boemia, Polonia, Italia, Inghilterra, Russia…), oramai capaci di organizzare autonomamente la loro “politica estera e di difesa comune”, vale a dire le Crociate, e, poi, il colonialismo (Riccardo Cuor di Leone, Luigi XI, Baldovino di Fiandra, Bonifacio del Monferrato, Napoleone…). In una seconda   fase, essi avevano costituito uno degli stratagemmi delle vecchie élites aristocratiche e finanziarie per aggirare le nuove egemonie russa e americana e sventare, nello stesso tempo, la “ribellione delle masse” (Coudenhove-Kalergi). Nella terza, l’integrazione europea fu, come scrive Toni Negri, il frutto di un imbroglio per “vendere” il protettorato americano di cui parlava Brzezinski come se fosse l’espressione di una spontanea conversione dal nazionalismo all’utopismo, all’ internazionalismo e alla rinuncia all’ assertività, come catarsi della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah (Juenger, Spinelli, Monnet, Schuman). In tal modo  l’Europa poteva porsi come concorrente, quanto a progressismo, del comunismo sovietico, riuscendo perfino ad accaparrarsi l’eredità del trockismo e a presentarsi indirettamente come l’antemurale dell’ America.

Oggi, l’integrazione europea, in seguito al mutamento del contesto storico, politico e tecnologico,  non può che assumere un ancor diverso significato (la “trasmutazione di tutti i valori” di cui parlava Nietzsche). In seguito all’ impossibilità per l’Occidente di unire il mondo con il confronto militare, al centro della competizione mondiale troneggia la competizione digitale. La convergenza intorno all’ idea di progresso si sta liquefacendo, e la narrazione dell’Europa quale avanguardia dell’ estinzione dello Stato non has più alcuna presa, mentre incombono il depauperamento dovuto al gap tecnologico e il timore delle macchine intelligenti.  Gli Europei sono stanchi di essere i perdenti della Storia. La mancanza di un pensiero, di un progetto; la corruzione generalizzata; la debolezza dell’economia, derivano tutte dall’aver accettato di non poterci difendere da soli. L’attuale voglia di sovranità si alimenta dunque anche, oltre che da un naturale succedersi fra le generazioni, dall’inconscio sentimento che, a partire dalla Dottrina Monroe e fino al “Destino Manifesto”, dai “rent- lease agreements” ai 14 Punti di Wilson, dalla Carta Atlantica alla Nato, dalla Dottrina Brezhnev alle sanzioni alla Russia e all’ Iran, si è oramai consumata la completa “capitis deminutio” dell’ Europa, che ora occorre  ribaltare.

Oggi sta dunque finalmente tornando di moda anche in Europa, dopo Israele e l’Islam, la Russia e la Cina, l’ India e la Turchia,  il contrario dell’auto-negazione, vale a dire l’assertività su tutti i fronti: culturale, politico, di costume, tecnologico, economico e militare, così come hanno già fatto gli altri grandi popoli, e, in particolare, quelli eredi delle altre grandi civiltà, che stanno riconquistando tutti il loro posto centrale nel mondo. Perciò, per realizzare questa risurrezione dell’Europa, dovremmo studiare e copiare i punti di forza degli altri popoli: l’informatica degli Americani; il coordinamento dei Cinesi; lo spirito marziale dei Russi; la saggezza degli Indiani; la spiritualità degl’Islamici…

Poco importa che, per ora, quest’assertività riguardi soprattutto paesi alla periferia dell’ Europa (Russia, Turchia, Inghilterra, Ungheria, Polonia) e si esprima in un ritorno di fiamma dei piccoli nazionalismi  (Scozia, Catalogna). Ciò che conta è che si rifiuta l’idea che l’omologazione mondiale abbia comportato dei vantaggi per gli abitanti del nostro Continente, o per certe sue parti.

Giustamente il manifesto di Romano Prodi per la bandiera europea afferma che “di fronte alla potenza americana e alla crescita cinese nessun paese da solo può conservare ciò che è stato conquistato”. Però, l’Europa dei dazi e delle sanzioni, della recessione provocata ad arte, non può più accontentarsi di conservare, deve riconquistare ciò che ci è stato tolto. Giustamente, quello proposto da Prodi con la giornata della bandiera europea, non vuol essere un compito rivoluzionario, ma il nostro, invece, sì. Di conseguenza, sì all’orgoglio per la bandiera europea, ma non già come passaggio intermedio verso uno Stato tecnocratico mondiale, bensì quale roccaforte delle nostre identità contro il governo delle Macchine Intelligenti. Dave Eggers, autore del romanzo “L’opera struggente di un formidabile genio” e direttore della rivista letteraria americana  McSweeny’s, sta mettendo in guardia contro l’eliminazione di tutte le libertà individuali per via del controllo a tappeto realizzato da Internet, e i sistemi di organizzazione sociale che da esso derivano. In particolare, afferma che ” l’ascesa dell’intelligenza artificiale distruggerà l’essenza stessa dell’ essere umano.

Soprattutto, se pretendiamo di riappropriarci -contro le identità gerarchiche dell’ Oriente e contro il “rischio esistenziale” delle Big Five occidentali- del nostro ruolo tradizionale di portatori per antonomasia dello spirito di libertà (come ci legittimano a farlo le nostre tradizioni federali, laiche e cavalleresche), dobbiamo dimostrarci propositivi circa un nuovo modo di essere liberi nel XXI Secolo, che tenga conto della Società delle Macchine Intelligenti. Per riprendersi l’“intellectual leadership” del mondo intero, l’Europa deve essere la prima a dimostrare concretamente che si può vivere in un mondo automatizzato solo conservando le proprie libertà individuali e l’essenza stessa dell’essere umano, o almeno di quell’ umanità che abbiamo in comune con gli altri grandi popoli della Terra grazie all’ eredità dell’ Epoca Assiale.

Anche se non risolve certo questa fondamentale problematica, la legislazione informatica europea è la più avanzata del mondo, ma la sua attuazione pratica (sociale, tecnica, culturale, militare e legale) è resa impossibile dall’ integrazione fattuale dell’ Europa nel complesso informatico-militare occidentale. Proprio per fare dell’Europa il vero modello della libertà nel XXI Secolo, per realizzare una nostra autonoma cultura delle macchine, ispirata a personalità e libertà, e per attualizzarla senza l’invadente presenza della NSA e delle Big Five, dobbiamo riprenderci la nostra sovranità.

Il tenente-colonnello sovietico Vjaceslav Petrov, che ha salvato l’Umanità dall’ autodistruzione bloccando la guerra nucleare scatenata dai computer

5.Il messaggio di Jan Palach, nel 50° anniversario del suo sacrificio.

La nostra vecchia generazione ha perduto un’occasione eccezionale per ridestare, quando aveva vent’anni, questo spirito di libertà dell’ Europa, quando il nostro coetaneo Jan Palach si era immolato con il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica. Questa è la grande colpa del ’68. Palach non era, né uno sprovveduto, né un pacifista. Era uno studente di filosofia, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico della Univerzita Karlova. Era arrivato a Praga da Vstaty armato di una pistola Browning, con cui voleva sparare sulle truppe d’invasione ed  aveva desistito solamente in seguito alle preghiere dei suoi compagni, che avrebbero deciso insieme di immolarsi uno per uno, estraendo a sorte l’ordine delle successive immolazioni. Forse, quella decisione era stata ispirata dai gesti analoghi di patrioti polacchi e ucraini, suicidi con il fuoco per protesta contro il ruolo avuto dalle truppe polacche e ucraine nell’ invasione della Cecoslovacchia, e forse, in ultima analisi, da quella dei bonzi vietnamiti. I Cechi si erano forse vergognati di vedere confermata la loro fama, fra i popoli slavi, di popolo imbelle e servile. Jan Palach sarà infatti l’opposto di Karel Čapek e del “buon soldato Švejk”. Dopo cinque mesi dall’ invasione, si sarebbe suicidato, però sempre incitando fino all’ultimo momento, dal suo capezzale, a indire uno sciopero generale illimitato in Cecoslovacchia contro l’invasione sovietica. Altri sette lo seguirono.

Non ci furono, né lo sciopero generale in Cecoslovacchia, né mobilitazioni generali in nessuno Stato europeo, né all’ Est, né all’ Ovest, e questo in un momento in cui intere città (come Parigi, Torino o Reggio Calabria) venivano sconvolte da volente manifestazioni di piazza per motivi ben più futili. Le scarne reazioni contro l’invasione furono ovunque timide e partigiane. Nessuno si accorse che l’Europa stava perdendo qualunque dignità, come qualunque popolo che si lascia occupare da popoli stranieri senza reagire. Quei pochi che, come noi, se ne accorsero, tentando di raccogliere nelle nostre città il guanto lanciato da Palach, ebbero modo di vedere come questo messaggio cadesse nel vuoto, in una società autoreferenziale e fanatica, incapace, non solo di padroneggiare gli eventi, bensì perfino di comprenderli. Allora, chistava con Jan Palach era considerato un nemico.Ricordo solo che a Torino fummo inseguiti da una folla inferocita (compresi dei pubblici ufficiali) per avere esposto una bandiera cecoslovacca.

Di fronte a quest’ Europa decadente, il gesto di Palach e dei suoi, apparentemente nichilista, si era rivelato in realtà il massimo dell’autoaffermazione, elevando questo sacrificio a forma suprema di azione, come quelle di Leonida e soprattutto di Socrate, modello insuperato di filosofo secondo il maestro di Palach, Jan Patočka, il “Socrate praghese”, morto anch’egli in circostanze drammatiche come conseguenza degli interrogatori seguiti alla fondazione di Charta 77.

Uomini come Petrov, Palach e Patočka, degni eredi degli eroi dell’ antichità,  e non uomini politici opportunisti e da tavolino, dovrebbero essere commemorati degnamente dalle Istituzioni.

Se l’Europa Centrale e Orientale è oggi in fiamme non più contro l’Unione Sovietica, bensì contro quella europea, ciò è dovuto all’ “arroganza romano-germanica”, che, nonostante quegli anni, continua a disconoscere il ruolo centrale che i popoli dell’ Est, con la loro indomita tempra,  hanno avuto nella costruzione spirituale e politica dell’ Europa, per il quale essi meritano una posizione  centrale, non già periferica, nella direzione del nostro Continente..