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QUEL BISOGNO DI LIBERTA’ A cinquant’anni dalla morte di Jan Palach

 

    Jan Palach

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà “

                                                                                                                      Jan Palach

Saluto con gioia il fatto che, in questa situazione di crescente pericolo, anche la cultura “mainstream”  e i media  stiano finalmente riscoprendo le questioni che veramente contano. Intanto, la domanda sull’ essenza della sovranità. Che va ben al di là della sovranità stessa, e, anzi, è la chiave interpretativa che ci permette di comprendere la sostanza del presente attraverso i parametri dell’assertività, dell’ideologia, della storia, della religione, della libertà.

E’ per la sovranità che gli Europei hanno combattuto a Berlino, Poznan, Budapest, Praga, Danzica, Vilnius…

Proprio dalla polemica martellante che l’”establishment” sta conducendo contro un diffuso, ma indefinibile, “sovranismo”, si capisce sempre più che, per essa, il nemico da battere è, non già “la sovranità”, bensì una cosa ben più ampia e profonda, “l’assertività” (quella che Heidegger chiamava “Selbstbehauptung”, Nietzsche “volontà di potenza” e, Bergson, “élan vital”). E’ questo il bersaglio nascosto che s’ intravvede fra le righe nei discorsi delle autorità e degli articoli degli opinionisti. Salvini, Orban e Kacynski sono soltanto un pretesto. Non si tratta, infatti, di un’avversione politica, bensì antropologica e teologica: quella fra coloro che, con Leibniz e Nietzsche,  pensano “che sia meglio esista qualcosa piuttosto che niente”, e coloro i quali, con Buddha e Schopenhauer, aspirano alla “decreazione” del mondo, alla finale entropia. Il nostro “establishment” rinunziatario e nichilista sta dalla parte di questi ultimi. Chi vuole che il mondo continui deve volere anche l’affermazione di se stesso, dei suoi prossimi, della sua discendenza, del suo popolo (il “gene egoista”, la “discendenza grande come i granelli del mare”). Solo chi non vuole che il mondo continui pensa che tutti gli uomini si equivalgano, e che per questo non valga la pena di avere eredi (al massimo eredi “virtuali” e anonimi come i robot e i software). Non per nulla, preveggentemente, Edgar Morin aveva scritto addirittura un “Plaidoyer pour l’Europe décadente”.

In altre parole, gli “identitari” esaltano la personalità, la differenza, i ceti sociali, le identità collettive, il genius loci, mentre i nichilisti amano la fluidità, le mode, l’egualitarismo, una mobilità fine a se stessa, la “Singularity”. La metafora più calzante di questa società autodistruttrice è contenuta nella tragedia “R.U.R.” del Ceco Karel Čapek (1923), in cui gli uomini, da quando esistono i robot (rectius, gli androidi) non si riproducono più: gli androidi sono gli uomini del futuro. Guarda caso, è proprio quanto sta succedendo ora in Europa, con il crollo del tasso di fecondità (e della stessa produzione di spermatozoi).

Non vi sarebbe alcun motivo per cui l’Europa debba identificarsi così con il  “cupio dissolvi” di Čapek, o addirittura divenirne la quintessenza. Invece, purtroppo, dalla decomposizione delle ideologie novecentesche è nata, all’inizio di questo secolo, una setta fanatica, che, proprio nel nome del “cupio dissolvi”, monopolizza tutte le posizioni di potere, rendendo l’Europa debole, noiosa e opprimente.Accusano tutti gli altri di essere dei fondamentalisti, ma i veri fondamentalisti sono loro. La retorica dell’Europa come antidoto all’ elemento “hard” della Storia (volgarmente detta “Pace Perpetua”), adottata da questa setta, è significativa della sua radice chiliastica, che l’apparenta addirittura, alle religioni di rinunzia (come il Jainismo, il Buddhismo Hinayana e il Catarismo), e, dall’ altro, alle escatologie immanentistiche (come il manicheismo, la “Filosofia della Causa Comune” russa e il trotzkismo).

La pretesa origine kantiana di questa retorica è un’ennesima “fake news”: Kant stesso soleva affermare che il marchio  “zur ewigen Friede” l’aveva letto sull’insegna di una locanda dove figurava l’immagine stilizzata di un cimitero.

D’altro lato, l’altro pilastro di questa retorica, i pretesi 70 anni di pace in Europa (per altro interrotti da continue guerre imperialistiche  nelle periferie europee, rivolte, repressioni, invasioni, attentati,guerriglia, terrorismo..) sono stati dovuti non già all’ Unione Europea (che, non avendo alcun compito militare, non può influenzare né la pace, né la guerra), bensì dalla fitta rete di basi militari americane e russe, dall’ equilibrio del terrore e soprattutto dall’ eccezionale prestazione del tenente colonnello  sovietico Stanislav Petrov, che, nel 1983, bloccò il procedimento automatico di risposta nuclearea un presunto attacco missilistico americano erroneamente rilevato dai computer. Popov fece per la pace molto più di 70 anni di Unione Europea, semplicemente impedendo, a suo rischio e pericolo, e mettendo in pericolo la stessa Unione Sovietica, la IIIa Guerra mondiale.

Perché non ci viene detta questa  verità? Perché quella Weltanschauung autolesionistica è paradossalmente funzionale al mantenimento all’attuale equilibrio geopolitico, che vede gli Europei eternamente subordinati all’ America. Infatti essa sostiene che, per dirla con Ezio Mauro,  i “fenomeni che ci sovrastano” sono “incontrollabili” , mentre, come vedremo, le crisi dell’ economia mondiale sono provocate  deliberatamente dall’ America, con sanzioni e dazi (come previsto fin dall’ inizio dal programma su cui Trump è stato eletto).Al contrario, cent’ anni fa, l’ Europa era, come scriveva Nietzsche “signora del mondo”, e poteva benissimo “controllare i fenomeni”, e, in particolare, i grandi flussi di ricchezza nel mondo, così come oggi fanno Trump e Xi Jinping. L’economia mondiale è così com’è non già perché lo impongano delle leggi bronzee del libero mercato, ma perché così vuole che sia chi ha il potere di manipolare tale mercato, attraverso l’ideologia, lo spionaggio e le leve amministrative. Un’ “Europe Puissance” (Giscard d’ Estaing) potrebbe anch’ essa influenzarla pesantemente, attraverso quella che, non a caso, Helmut Schmidt chiamava “Selbstbehauptung Europas”, vale a dire una diversa politica economica internazionale sotto l’influenza di uno Stato pan-europeo.

1953: guerriglia di strada davanti al Reichstag

1.Elite o setta?

Che l’establishment sia finalmente costretto a riconoscere il proprio carattere autodistruttivo è dimostrato dal magistrale articolo di Ezio Mauro su La Repubblica del 12 Gennaio (“Così l’ Uomo nuovo abbatte il sapere delle élite decadute”). Dove si incomincia finalmente a porre in questione la stessa qualifica di “élite” per le classi dirigenti, che originariamente, era positiva, e che oggi invece è ”nell’ inferno delle parole dannate”. Il punto è che questa pretesa “élite” non è decaduta: è sempre stata decadente.

Mauro usa questa terminologia in un senso molto diverso dal mio, sulla base di una diversa scelta valoriale. Per Mauro, “élite” sarebbe, paretianamente, una qualsiasi classe dirigente, mentre, per me, è tale solo una classe dirigente fornita di qualità positive. Per lui, poi, l’“aristocrazia” sarebbe una classe dirigente pietrificata e inutile, mentre, invece, secondo la definizione classica, era addirittura il governo dei migliori; infine, per lui, l’”establishment” sarebbe una classe dirigente conscia della sua missione, mentre invece, per me, è una classe dirigente la cui posizione è, come dice Mauro, “nuda, giustificata solo da se stessa”.

Quello che manca è proprio una vera aristocrazia, vale a dire una classe dirigente dotata di una superiore leadership etica, culturale e pragmatica, capace di strutturare il popolo europeo, così come i kalokagathoi greci, il ceto senatorio romano, i ceti feudali medievali o la vera borghesia otto-novecentesca di Goethe, di Mann, di Croce…..o  il Partito Comunista Cinese…

Il funzionamento del presente “establishment” è proprio quello di cui parla Mauro,”l’esercizio di un monopolio sull’ interpretazione del reale, sulla rappresentazione del contemporaneo.  “. Esso “diffonde modelli di società, piega alla sua lettura la storia e la interpreta, detta le mode, fissa le consuetudini , costruisce un paesaggio indicando i libri, i film, la musica,…” Insomma, il compito che, nei sistemi totalitari, è svolto dal partito unico. Il fatto che in Occidente non vi siano un Primo Segretario o un Duce non migliora, bensì peggiora, la situazione, perché toglie ai dominati perfino la possibilità di concentrare la critica e la lotta su un personaggio particolarmente rappresentativo, mentre la colpa delle decisioni resta diffusa e indefinita. E, nello svolgere questo compito, il nostro establishment segue comunque una sua linea settaria, che violenta l’intera storia culturale per farla combaciare con le proprie scelte, eccentriche rispetto alla cultura europea: Il decadentismo dei Sannyasin indiani contro la salute delle grandi civiltà antiche, come scriveva Nietzsche ne “La genealogia della morale”; le eresie contro San Paolo, Sant’Agostino e San Tommaso; l’Occidente tecnocratico moderno contro le grandi civiltà di tutto il mondo.

La cultura settaria minimizza le inesauribili fonti di sapienza delle società pre-alfabetiche, a cui dobbiamo la quasi totalità della nostra civiltà (Eisenstadt), a cominciare dalle lingue, la cui originaria sofisticazione, confrontata alla loro attuale povertà, non può denotare se non una perdita di qualità umane (Brague, Bettini, Gardini, Marcolongo). Si descrive la storia universale come se fosse la storia del solo Occidente, ignorando gli sviluppi paralleli ma indipendenti realizzati soprattutto in Asia e Nordafrica (Goody). Si nasconde il fatto che la stessa periodizzazione attuale della storia (antica, medievale, moderna), lungi dal descrivere un fatto obiettivo, è semplicemente il riflesso delle profezie di Cristoforo Colombo, che a sua volta si rifà all’apocalittico Gioacchino da Fiore; si soffocano le infinite voci autorevolissime levatesi nella Storia contro le vulgate razionalistiche e progressive: da Socrate a Confucio; da Senofonte a Tertulliano; da Pascal a Rousseau; da Leopardi a Foscolo; da Nietzsche a Heisenberg; da de Finetti a Simone Weil…

L’inganno principale è costituito dalla volgarizzazione del progetto baconiano del paradiso in terra (l’isola di Bensalem) da raggiungersi tramite la tecnica, un paradiso che l’inveramento sta trasformando in un inferno, di alienazione, di insensatezza, di conformismo, ma, soprattutto, di crisi e di decadenza. Soprattutto nel Secondo Dopoguerra, l’establishment aveva promesso agli Europei un paradiso di benessere, di pace e di libertà, che si è trasformato in un abisso di depauperamento, di disordine e di egemonia culturale. Questo problema non è certo limitato all’ Italia, ma si estende all’ intero “Occidente”. Anzi, esso rappresenta la natura stessa dell’Occidente (dove Bacone aveva collocato la sua isola). Finché ci considereremo parte di quest’ “Occidente”settario, non potremo far altro che subire la dittatura di quella setta. La quale è oggi paradossalmente la prima a lamentarsi, perché, non appena sono stati scalfiti i suoi privilegi, si accorge improvvisamente dell’ insostenibilità della società ch’essa stessa ha creato e ancora sostiene.

Non per nulla gli Egiziani consideravano l’Occidente (Imunet) la dimora dei morti, e quest’idea riviveva nella famosa lettera dell’imperatore giapponese a quello cinese (Sol Levante contro Sole Calante), come pure nell’idea hegeliana, e poi spengleriana, dell’Occidente come Tramonto: gli “Occidentali” sono, oggi come allora, i morti viventi, gli zombie, come i potenti italiani ,che secondo Pasolini, citato da Mauro,” agiscono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari, in quanto potenti essi sono già morti e il loro vivere è un sussultare burattinesco”.

Per tutto questo, come scrive Mauro, “la garanzia viene dal non sapere, dal non essere conformi al linguaggio degli esperti”. Questo, secondo mentalità dei populisti, ma però potrebbe aprire la strada a un’altra, più autentica, sapienza, dischiudendo i giacimenti incolti della conoscenza, celati nelle civiltà antiche e “orientali”, nelle culture demonizzate, come quelle dell’ Europa Orientale,  dei Gesuiti, dell’Illuminismo non “radicale”, nel decadentismo, nell’esperienza concreta dei mondi del lavoro e del management, nelle dottrine giuridiche ed economiche sacrificate, come la concezione istituzionale del diritto, il keynesismo militare….

ll generale Maleter, comandante supremo       dell’                         Esercito Ungherese, fucilato per l’insurrezione di Budapest

2.Sovranismo e “angelismo”

La pubblicistica “mainstream” designa dunque, con il termine “sovranismo”, cose fra loro diversissime: la riaffermazione, fatta da Trump, dell’egemonia americana sul mondo, e la sua negazione da parte di Putin; il rifiuto, da parte di Orban, dell’università ungherese di Soros, e la pretesa di Bannon d’imporre la propria “Accademia” agl’ Italiani, ecc…Cos’hanno in comune tutte queste cose? Appunto, una pretesa (seppur vaga) di”auto-affermazione”, l’atteggiamento, che un tempo era normale da parte di tutti, di voler affermare il proprio punto di vista contro quello di altri, quello che il poeta ungherese Vörösmarty chiamava essere ”orgogliosamente volti versi il mondo”. Erano assertivi, in questo senso, tutti gli eroi culturali delle antiche civiltà: Mosè e Achille,  Ulisse e Leonida, Augusto e Gregorio VII,  Machiavelli e Alfieri, Foscolo e Garibaldi,  Nietzsche e D’Annunzio, oltre che, ovviamente, i Grandi Dittatori, Gandhi, Spinelli, De Gaulle, Che Guevara, Papa Wojtyla, Gorbacev, Chavez . Soprattutto sono, oggi, assertivi tutti i capi di Stato del mondo, salvo quelli europei.

Perché mai gli Europei di oggi non sono, e non debbono, essere assertivi? Una spiegazione può essere quella tentata da Giovanni Orsina, che parla, nel suo articolo su “La Stampa” del 6 gennaio 2019, dell’ “illusione della fine del potere”. Gli Europei non hanno voluto essere assertivi perché sono stati educati a rinunziare (o a fingere di rinunziare) all’ autorità, all’ arbitrio e al potere. Quest’illusione è, al contempo, antichissima, nuova ed effimera. Antichissima perché risale ai movimenti ereticali medievali, come per esempio i cabalisti ebraici, i mussulmani karmati e gli Anabattisti, i quali ritenevano che, essendosi oramai compiuta l’opera, rispettivamente, della Shekhinà, del Corano e del Vangelo, non vigesse più nessuna legge, neppure la Torah, la Sharia o i Dieci Comandamenti. Nuova, perché mai come oggi quest’idea aveva assunto una posizione dominante, mentre essa è assurta, alla fine del XX secolo, al rango di “cultura mainstream”.  Effimera, perché essa ha prosperato solo per l’ “espace d’un matin”, nel breve intervallo che separa due opere di Fukuyama:  “La Fine della Storia e l’ Ultimo Uomo”(1989) e “Decay of America”(2008).

In una sola cosa hanno torto le “retoriche dell’ Idea di Europa”: quando affermano che questa cultura  autolesionistica è una reazione all’esasperazione dell’ “autoaffermazione” da parte dei regimi totalitari (il Discorso del Rettorato di Heidegger), colossali esplosioni di arrampicamento sociale e di narcisismo collettivo, e con la conseguente immane tragedia della IIa Guerra Mondiale. Come contraccolpo, la sconfitta dell’Asse si è conclusa con un’azione accelerata di “rieducazione” (e, ancor più, di camaleontismo) che ha finito per andare al di là di quanto inizialmente voluto dai suoi stessi promotori (l’eliminazione del “carattere autoritario” dii cui parlava Adorno): fino alla distruzione, non solo dell’ambizione, ma addirittura della voglia di vivere (l’”età delle passioni tristi”).

Ma, nonostante questi  effetti dell’occupazione militare dell’ Europa e della sua “rieducazione”,  L’Europa del 2° Dopoguerra  non si crogiolava ancora  nell’ illusione di fare a meno di autorità, arbitrio e potere,  nonostante che questa  vivesse già celata  nel cuore delle ideologie allora dominanti: progressismo, marxismo, democrazia cristiana, scientismo….In quell’ epoca, l’integrazione europea non veniva ancora motivata attraverso le recentissime retoriche dell’ Idea d’Europa, bensì per altre, più credibili, vie:  con l’esigenza di por fine alla lotta per l’eredità imperiale di Carlo Magno (cfr. “Vesta” di Fichte); come strumento per reintegrare nell’ Occidente la Germania sconfitta; come un’ utopia tecnocratica (funzionalismo)… Quella classe dirigente aveva ancora relativamente  chiare le esigenze della politica, quando dibatteva  sulla politica economica dell’ Europa o dell’Euro come di una scelta, non già di  un destino ineluttabile. Anche per gli Europei, come prima per i Sovietici e gli Americani, l’infatuazione per la Fine della Storia è stata un abbaglio temporaneo, anche se più tardivo e perciò più persistente che altrove.

Concordo con Orsina che l’origine di quell’ abbaglio è stata legata alla fine del blocco sovietico. La carica teologica di utopismo ch’ era implicita nel concetto marxiano di rivoluzione, per quanto repressa dalla burocrazia sovietica, ne costituiva, come diceva Benjamin, il motore occulto. Anche il marxismo occidentale viveva grazie a quel motore, che serviva anche perfettamente a giustificare, di fronte allo stesso Occidente, l’accettazione da parte degli Europei del comunismo sovietico nonostante il suo carattere totalitario. Esaurita ogni carica rivoluzionaria dell’Unione Sovietica, quella radice occulta ha trovato modo di trasferirsi qui da noi, e di perpetuarsi in questa interpretazione chiliastica dell’Europa:  l’Unione Europea quale estinzione dello Stato (o, come scriveva Bukovski, l’Europa come nuova Unione Sovietica). In tal modo, l’establishment hegeliano di sinistra, egemone nella cultura novecentesca, ha potuto sopravvivere indenne al proprio ennesimo “avatar”: dal “lungo viaggio attraverso il fascismo” allo stalinismo, di qui al sessantottismo e al gramscismo, e, da quest’ultimo, all’atlantismo, sempre mantenendo intatte le stesse inossidabili posizioni di potere che sono proprio quelle che, come osserva Mauro, oggi gli vengono finalmente contestate.

In effetti, la presunzione che oramai le regole del “mondo” siano superate è tipica dell’eresia perenne, che attraversa trasversalmente il Buddhismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam,  ed era stata respinta nel Concilio di Pataliputra e con l’ Arthashastra, denunziata da San Paolo nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, attaccata da Sant’Agostino come “manicheismo” e rifiutata da Maimonide parlando dell’Era Messianica.

Certo, vi è anche chi sostiene che il chiliasmo sia insito nell’ essenza del messaggio evangelico, e che il carattere violento, intrinseco nel Sacro, sia stato perciò cancellato dal messaggio sulla morte e resurrezione di Cristo (René Girard). Buona parte del dibattito culturale verte, da 2000 anni ,sul tentativo di chiarire questo punto, ma l’unica conclusione credibile mi sembra essere stata quella di Tertulliano: “credo quia absurdum”.

Comunque sia, che quell’eresia perenne costituisca l’anima dell’attuale cultura mainstream lo si percepisce quasi fisicamente nel pathos con cui quest’ultima esalta ogni forma di decostruzione, di amalgama, di indifferenziazione: l’arte astratta, l’ibridazione, le “villes tentaculaires”… Questo venire allo scoperto delle radici chiliastiche della Modernità costituisce l’estrema sortita ideologica dell’Occidente, parallela all’ azione politica ed economica di Trump, che vedendo l’ America  sopraffatta nella competizione mondiale, rifugge dalle manovre illusionistiche dei suoi predecessori,  ricondo alle parole e alle  azioni forti: “America First”, “muri”, “sanzioni”, “dazi”. Nello stesso modo, l’”establishment”cuulturale ha messo al bando tutti gl’infingimenti conciliatori volti a nascondere gli obiettivi finali della rivoluzione tecnocratica: basta con le differenze sociali, di genere come di status, di razza, di stipendio o anche solo di visione del mondo; basta con la “privacy”: le macchine debbono saper tutto di noi; non ci deve più essere alcuna distinzione fra Europa e non – Europa…In tal modo, si tenta di sterilizzare preventivamente le prevedibili sacche di ribellione, che, in questo vuoto, non saprebbero più su che cosa poggiare.

La statua di Imre Nàgy, primo ministro ungherese fucilato dai Sovietici, è stata rimossa dalla Piazza del Parlamento

3.Il ritorno all’ethos dell’Epoca Assiale

Certo, c’è stato un momento in cui sembrava che tutto il mondo credesse acriticamente in questo tipo di  chiliasmo, religioso o secolarizzato: dai tempi della Rivoluzione Culturale cinese a quelli della Teologia della Rivoluzione, della Fine della Storia, della politica di Internet, fino a quelli degli Hojjatiyyeh di Ahmadinejad. Sembrava che non vi fosse alcuna speranza per le forze della vita contro quelle dell’ autodistruzione.

Tuttavia, quello non è stato, fortunatamente,  che un breve momento: la Rivoluzione Culturale si è rivelata una sanguinosa lotta di potere, dimenticata dallo stesso establishment cinese; la Teologia della Rivoluzione si è infranta  contro la resilienza dell’ egemonia  Yanqui; la Storia non è finita, ma continua attraverso l’Islam politico, la Cooperazione di Shanghai, la Via della Seta; Internet si è rivelato essere quello che diceva Putin, un progetto speciale della CIA, e, infine, nel Levante non è arrivato il Mahdi, bensì l’Armata Russa.

Oggi, tutti nel mondo sono più convinti che mai, ciascuno a suo modo,  della necessità della propria assertività: gli Americani e i Cinesi, i Russi e gl’Indiani, i Turchi e gl’Israeliani, i teologi della liberazione e i teocon, gli sciiti e i sunniti, i teorici dell’ HIndutva e i sionisti…Tutti gli equilibri mondiali poggiano (instabilmente) su quest’ assertività universale: se gli Americani non fossero assertivi, la leadership mondiale passerebbe automaticamente ai Cinesi, ma anche se questi ultimi abbassassero per un momento la guardia, gli Americani deprimerebbero a tale punto l’economia cinese, da provocare rivolte che disgregherebbero lo Stato, facendolo tornare ai tempi dei Signori della Guerra. Se la Russia non fosse assertiva, le opposte fazioni tornerebbero ad affrontarsi armi in pugno al centro di Mosca e nel Caucaso come ai tempi di El’cin. Così, l’India deve battersi per non essere tagliata fuori dalla Via della Seta, la Turchia per non perdere il Kurdistan e gl’Israeliani la Cisgiordania; i teologi della Liberazione per non essere cancellati dal Vaticano, e così via…

Alla fine, scrive Orsina, tutti “ci chiediamo chi abbia mai il potere di difenderci dai pericoli globali e di riequilibrare quelle gerarchie surrettizie che l’ipocrita manto della neutralità rende ancora più insopportabili”. Peccato che nessuno dia, in Europa, la risposta giusta, vale a dire : il potere di difenderci e di abbattere le gerarchie immeritate e oppressive ce l’abbiamo soltanto noi. Non ci resta che prendercelo con le nostre stesse mani, come Ulisse quando appare armato di tutto punto sulla soglia del megaron occupato dai Proci.

Come ciò sia possibile lo ha mostrato una trasmissione messa in onda circa una settimana fa dalla rete greca RTE, in contemporanea da Pechino insieme alla televisione cinese CGTV e con le televisioni indiana ed egiziana: un dibattito fra gli ambasciatori dei quattro Paesi ed intellettuali degli stessi, sul “dialogo fra le civiltà”. Il senso della trasmissione era che i Paesi eredi delle grandi civiltà (europea, confuciana, indica e medio-orientale) dovrebbero coalizzarsi per risolvere i problemi mondiali, nello spirito di un mutuo riconoscimento e senza l’egemonia di nessuno, e sulla base di alcuni, pochi,  grandi principi comuni, e delle specificità dei diversi popoli. I valori comuni al mondo intero, o, almeno, agli eredi delle grandi civiltà del passato, quelli che Kueng chiama “spessi”, sono, a mio avviso, quelli che caratterizzavano l’Epoca Assiale di cui parlava Jaspers,  e di cui ha scritto recentemente Jan Assmann: senso della comunità; dimensione spirituale; differenza; riconoscimento reciproco, meritocrazia.

Non per nulla, dinanzi alla nuova stazione di Lanzhou, da cui partono per “Da Qin” i treni ad alta velocità della Via della Seta, sono stati costruiti una Sfinge, un Partenone e un Taj Mahal, come per chiarire, ai Cinesi che attraversano la Porta di Giada, che sono quelli gl’interlocutori che il Paese di Mezzo cerca nel Tian Xia (Ecumene).

La vittoria di Solidarnosc

4.Rovesciamento del senso dell’integrazione europea

Da quest’evoluzione culturale del clima politico mondiale emerge l’urgenza di un ennesimo capovolgimento del senso dell’integrazione europea. Nella loro prima fase, che va dalle Crociate agli “Stati Uniti d’ Europa” di Victor Hugo, i progetti d’integrazione europea (Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, St Pierre, Rousseau, Alessandro I) miravano a scavalcare Papato e Impero per affermare la sovranità dei principali Stati nazionali (Francia, Boemia, Polonia, Italia, Inghilterra, Russia…), oramai capaci di organizzare autonomamente la loro “politica estera e di difesa comune”, vale a dire le Crociate, e, poi, il colonialismo (Riccardo Cuor di Leone, Luigi XI, Baldovino di Fiandra, Bonifacio del Monferrato, Napoleone…). In una seconda   fase, essi avevano costituito uno degli stratagemmi delle vecchie élites aristocratiche e finanziarie per aggirare le nuove egemonie russa e americana e sventare, nello stesso tempo, la “ribellione delle masse” (Coudenhove-Kalergi). Nella terza, l’integrazione europea fu, come scrive Toni Negri, il frutto di un imbroglio per “vendere” il protettorato americano di cui parlava Brzezinski come se fosse l’espressione di una spontanea conversione dal nazionalismo all’utopismo, all’ internazionalismo e alla rinuncia all’ assertività, come catarsi della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah (Juenger, Spinelli, Monnet, Schuman). In tal modo  l’Europa poteva porsi come concorrente, quanto a progressismo, del comunismo sovietico, riuscendo perfino ad accaparrarsi l’eredità del trockismo e a presentarsi indirettamente come l’antemurale dell’ America.

Oggi, l’integrazione europea, in seguito al mutamento del contesto storico, politico e tecnologico,  non può che assumere un ancor diverso significato (la “trasmutazione di tutti i valori” di cui parlava Nietzsche). In seguito all’ impossibilità per l’Occidente di unire il mondo con il confronto militare, al centro della competizione mondiale troneggia la competizione digitale. La convergenza intorno all’ idea di progresso si sta liquefacendo, e la narrazione dell’Europa quale avanguardia dell’ estinzione dello Stato non has più alcuna presa, mentre incombono il depauperamento dovuto al gap tecnologico e il timore delle macchine intelligenti.  Gli Europei sono stanchi di essere i perdenti della Storia. La mancanza di un pensiero, di un progetto; la corruzione generalizzata; la debolezza dell’economia, derivano tutte dall’aver accettato di non poterci difendere da soli. L’attuale voglia di sovranità si alimenta dunque anche, oltre che da un naturale succedersi fra le generazioni, dall’inconscio sentimento che, a partire dalla Dottrina Monroe e fino al “Destino Manifesto”, dai “rent- lease agreements” ai 14 Punti di Wilson, dalla Carta Atlantica alla Nato, dalla Dottrina Brezhnev alle sanzioni alla Russia e all’ Iran, si è oramai consumata la completa “capitis deminutio” dell’ Europa, che ora occorre  ribaltare.

Oggi sta dunque finalmente tornando di moda anche in Europa, dopo Israele e l’Islam, la Russia e la Cina, l’ India e la Turchia,  il contrario dell’auto-negazione, vale a dire l’assertività su tutti i fronti: culturale, politico, di costume, tecnologico, economico e militare, così come hanno già fatto gli altri grandi popoli, e, in particolare, quelli eredi delle altre grandi civiltà, che stanno riconquistando tutti il loro posto centrale nel mondo. Perciò, per realizzare questa risurrezione dell’Europa, dovremmo studiare e copiare i punti di forza degli altri popoli: l’informatica degli Americani; il coordinamento dei Cinesi; lo spirito marziale dei Russi; la saggezza degli Indiani; la spiritualità degl’Islamici…

Poco importa che, per ora, quest’assertività riguardi soprattutto paesi alla periferia dell’ Europa (Russia, Turchia, Inghilterra, Ungheria, Polonia) e si esprima in un ritorno di fiamma dei piccoli nazionalismi  (Scozia, Catalogna). Ciò che conta è che si rifiuta l’idea che l’omologazione mondiale abbia comportato dei vantaggi per gli abitanti del nostro Continente, o per certe sue parti.

Giustamente il manifesto di Romano Prodi per la bandiera europea afferma che “di fronte alla potenza americana e alla crescita cinese nessun paese da solo può conservare ciò che è stato conquistato”. Però, l’Europa dei dazi e delle sanzioni, della recessione provocata ad arte, non può più accontentarsi di conservare, deve riconquistare ciò che ci è stato tolto. Giustamente, quello proposto da Prodi con la giornata della bandiera europea, non vuol essere un compito rivoluzionario, ma il nostro, invece, sì. Di conseguenza, sì all’orgoglio per la bandiera europea, ma non già come passaggio intermedio verso uno Stato tecnocratico mondiale, bensì quale roccaforte delle nostre identità contro il governo delle Macchine Intelligenti. Dave Eggers, autore del romanzo “L’opera struggente di un formidabile genio” e direttore della rivista letteraria americana  McSweeny’s, sta mettendo in guardia contro l’eliminazione di tutte le libertà individuali per via del controllo a tappeto realizzato da Internet, e i sistemi di organizzazione sociale che da esso derivano. In particolare, afferma che ” l’ascesa dell’intelligenza artificiale distruggerà l’essenza stessa dell’ essere umano.

Soprattutto, se pretendiamo di riappropriarci -contro le identità gerarchiche dell’ Oriente e contro il “rischio esistenziale” delle Big Five occidentali- del nostro ruolo tradizionale di portatori per antonomasia dello spirito di libertà (come ci legittimano a farlo le nostre tradizioni federali, laiche e cavalleresche), dobbiamo dimostrarci propositivi circa un nuovo modo di essere liberi nel XXI Secolo, che tenga conto della Società delle Macchine Intelligenti. Per riprendersi l’“intellectual leadership” del mondo intero, l’Europa deve essere la prima a dimostrare concretamente che si può vivere in un mondo automatizzato solo conservando le proprie libertà individuali e l’essenza stessa dell’essere umano, o almeno di quell’ umanità che abbiamo in comune con gli altri grandi popoli della Terra grazie all’ eredità dell’ Epoca Assiale.

Anche se non risolve certo questa fondamentale problematica, la legislazione informatica europea è la più avanzata del mondo, ma la sua attuazione pratica (sociale, tecnica, culturale, militare e legale) è resa impossibile dall’ integrazione fattuale dell’ Europa nel complesso informatico-militare occidentale. Proprio per fare dell’Europa il vero modello della libertà nel XXI Secolo, per realizzare una nostra autonoma cultura delle macchine, ispirata a personalità e libertà, e per attualizzarla senza l’invadente presenza della NSA e delle Big Five, dobbiamo riprenderci la nostra sovranità.

Il tenente-colonnello sovietico Vjaceslav Petrov, che ha salvato l’Umanità dall’ autodistruzione bloccando la guerra nucleare scatenata dai computer

5.Il messaggio di Jan Palach, nel 50° anniversario del suo sacrificio.

La nostra vecchia generazione ha perduto un’occasione eccezionale per ridestare, quando aveva vent’anni, questo spirito di libertà dell’ Europa, quando il nostro coetaneo Jan Palach si era immolato con il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica. Questa è la grande colpa del ’68. Palach non era, né uno sprovveduto, né un pacifista. Era uno studente di filosofia, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico della Univerzita Karlova. Era arrivato a Praga da Vstaty armato di una pistola Browning, con cui voleva sparare sulle truppe d’invasione ed  aveva desistito solamente in seguito alle preghiere dei suoi compagni, che avrebbero deciso insieme di immolarsi uno per uno, estraendo a sorte l’ordine delle successive immolazioni. Forse, quella decisione era stata ispirata dai gesti analoghi di patrioti polacchi e ucraini, suicidi con il fuoco per protesta contro il ruolo avuto dalle truppe polacche e ucraine nell’ invasione della Cecoslovacchia, e forse, in ultima analisi, da quella dei bonzi vietnamiti. I Cechi si erano forse vergognati di vedere confermata la loro fama, fra i popoli slavi, di popolo imbelle e servile. Jan Palach sarà infatti l’opposto di Karel Čapek e del “buon soldato Švejk”. Dopo cinque mesi dall’ invasione, si sarebbe suicidato, però sempre incitando fino all’ultimo momento, dal suo capezzale, a indire uno sciopero generale illimitato in Cecoslovacchia contro l’invasione sovietica. Altri sette lo seguirono.

Non ci furono, né lo sciopero generale in Cecoslovacchia, né mobilitazioni generali in nessuno Stato europeo, né all’ Est, né all’ Ovest, e questo in un momento in cui intere città (come Parigi, Torino o Reggio Calabria) venivano sconvolte da volente manifestazioni di piazza per motivi ben più futili. Le scarne reazioni contro l’invasione furono ovunque timide e partigiane. Nessuno si accorse che l’Europa stava perdendo qualunque dignità, come qualunque popolo che si lascia occupare da popoli stranieri senza reagire. Quei pochi che, come noi, se ne accorsero, tentando di raccogliere nelle nostre città il guanto lanciato da Palach, ebbero modo di vedere come questo messaggio cadesse nel vuoto, in una società autoreferenziale e fanatica, incapace, non solo di padroneggiare gli eventi, bensì perfino di comprenderli. Allora, chistava con Jan Palach era considerato un nemico.Ricordo solo che a Torino fummo inseguiti da una folla inferocita (compresi dei pubblici ufficiali) per avere esposto una bandiera cecoslovacca.

Di fronte a quest’ Europa decadente, il gesto di Palach e dei suoi, apparentemente nichilista, si era rivelato in realtà il massimo dell’autoaffermazione, elevando questo sacrificio a forma suprema di azione, come quelle di Leonida e soprattutto di Socrate, modello insuperato di filosofo secondo il maestro di Palach, Jan Patočka, il “Socrate praghese”, morto anch’egli in circostanze drammatiche come conseguenza degli interrogatori seguiti alla fondazione di Charta 77.

Uomini come Petrov, Palach e Patočka, degni eredi degli eroi dell’ antichità,  e non uomini politici opportunisti e da tavolino, dovrebbero essere commemorati degnamente dalle Istituzioni.

Se l’Europa Centrale e Orientale è oggi in fiamme non più contro l’Unione Sovietica, bensì contro quella europea, ciò è dovuto all’ “arroganza romano-germanica”, che, nonostante quegli anni, continua a disconoscere il ruolo centrale che i popoli dell’ Est, con la loro indomita tempra,  hanno avuto nella costruzione spirituale e politica dell’ Europa, per il quale essi meritano una posizione  centrale, non già periferica, nella direzione del nostro Continente..

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.

SOVRANITÀ EUROPEA: COME E PERCHÈ

 

Come da noi spesso ripetuto, a prima vista si potrebbe pensare che essere europeisti ed essere sovranisti siano la stessa cosa. In un mondo normale, chi vuole che ci sia un soggetto politico europeo dovrebbe volere anche che questo soggetto sia autonomo, perché possa perseguire gli obiettivi specifici degli Europei. Invece, ci troviamo in una fase storica di schizofrenia culturale e politica, in cui, lancia in resta, i sedicenti “sovranisti” europei si raccolgono intorno a una fondazione americana (“the Movement”) che promette idee e quattrini a partiti perseguitati dai giudici, e in cui, dall’ altra sponda, si chiamano a raccolta gli “europeisti” contro i “sovranisti”, accusati, come di una colpa, di volere la sovranità dei loro rispettivi popoli. Mi sembra perciò il caso di soffermarci ulteriormente, ai fini della decisione e dell’ azione,  sulla definizione storica e concettuale dell’ idea stessa di sovranità.

Idea che è  originariamente consustanziale a quella d’Impero, come riassunto nei versi di Orazio: “Regum timendorum in proprios greges, Reges in ipsos imperium est Jovis, Clari giganteo triumpho cuncta supercilio moventis”.La sovranità    era, ed è, circondata da un’aura di sacralità: Giove, signore dell’ universo dopo la sconfitta dei Giganti, comunica ai popoli la propria volontà attraverso i re. La “sovranità” consiste dunque nel non essere soggetti a nessuno salvo che al dio supremo. Tradizionalmente, “sovrani” erano i re, che ricevevano quest’investitura direttamente dal dio, ma “più sovrano” di tutti era l’ Imperatore (romano, cinese, persiano…): “Tu regere imperio populos, Romane, memento”. Il “vero” sovrano era dunque solo un Imperatore , che non solo aveva  ricevuto il mandato celeste (il “Tian Ming” dei Cinesi), ma il cui mandato investiva in realtà l’intera umanità (l’”Ecumene”, il “Tian Xia”). Non per nulla anche oggi oggi sono veramente “sovrani” solo gl’imperi americano, russo e cinese, che hanno un respiro e delle  pretese mondiali.

Vi è dunque stata sempre un’ambiguità del concetto di sovranità: da un lato, quella “relativa” dei singoli sovrani; dall’ altro, quella universale, dell’unico Imperatore a cui veramente spetti il “Mandato del Cielo”,  e a cui i singoli “sovrani”  sono  subordinati con un rapporto di tipo “feudale” feudale. Il rapporto fra l’ Imperatore “universale” e i re “parziali” era espresso chiaramente nella massima confuciana: “L’Imperatore faccia l’ Imperatore, e i re si comportino da  re.”Di fatto però, già nell’ antichità, coesistevano vari imperi universali (Roma, Persia, Israele, Maurya, Cina, Califfato), i quali tutti rivendicavano un mandato universale, ma di cui nessuno, tuttavia, riusciva, di fatto, a realizzarlo, per limiti geografici, militari e logistici. Situazione ben poco mutata anche oggi. Gl’imperatori persiani che, istigati dai ceti sacerdotali, pretendevano di realizzare questa missione nella loro qualità di “Shaoshants”, cioè di reincarnazioni di Zarathustra, furono sconfitti dai Greci e dai Macedoni, a cui passò il “ mandato celeste” (realizzando così la “Translatio Imperii” profetizzata nel Libro di Daniele).

L’ obiettivo  di quel mandato era quello di far trionfare il dio del Bene contro il dio del Male – obiettivo che fu poi ripreso, in un quadro monoteistico, dagl’imperatori cristiani e dai califfi, i quali avevano in comune il compito di estendere l’area della “vera” religione (dilatatio Imperii, Jihad), per preparare l’Umanità al Giudizio Finale-. Per questo loro carattere sacrale, vi fu sempre,nelle monarchie monoteistiche (Israele, Roma, Sacro Romano Impero), una tensione  fra la sovranità imperiale e quella sacerdotale, che l’ Islam risolse nella figura del Califfo e Dante con la metafora dei “Due Soli”.

La pretesa delle “monarchie nazionali” di avere anch’esse una propria “sovranità”, cioè di non riconoscere alcun’autorità ad esse superiore, è resa plasticamente in quei mosaici delle chiese di Palermo in cui Guglielmo II di Altavilla riceve, come il basileus bizantino , la corona di Sicilia direttamente da un Cristo che ha le sue stesse fattezze. Con le Monarchie Nazionali nasce così l’idea di un mandato celeste per tutti i re, un’idea che s’innesta nell’ idea cristiana della “Missione delle Nazioni”, la quale  sostituisce quella, unica, d’ Israele. Le Crociate, i conflitti fra gli eredi di Carlo Magno e fra le varie dinastie califfali, e, infine,  le guerre di religione,  misero in evidenza il carattere conflittuale di queste pretese generalizzate  di  universalità, anticipando così quello che oggi viene chiamato impropriamente “nazionalismo”.

Luigi XIV  si era opposto a questa proliferazione delle sovranità, tentando di realizzare  quella monarchia universale in Europa di cui avrebbero poi parlato Montesquieu e Jouffray.

L’idea della “sovranità monarchica” era un’eredità dei grandi Stati dell’ Asia.I popoli tribali  delle selve e dei deserti (Indoeuropei, Semiti e Uralo-Altaici) avevano avuto, almeno alle origini,  un’ idea diversa di sovranità, una sovranità diffusa, che aveva  trovato espressione nel Vecchio Testamento, con le Tribù d’Israele, e, poi, nel mondo greco-romano, con l’idea di “autonomia”, tipica dell’aristocrazia guerriera che non ha un re, perché, in sostanza, ciascun “pater familias” è come un piccolo re (Ippocrate). Da quest’idea greco-romana prende avvio  tutta la mitologia “repubblicana”, che, negli ultimi 50 anni, si è convenuto (abusivamente) di chiamare “democratica”.

Nell’Impero Romano, nel Sacro Romano Impero, in Inghilterra e in Polonia, la sovranità monarchica e l’”autonomia” aristocratica vissero un equilibrio instabile (il repubblicanesimo di Tacito e di Seneca, le Diete, le Leghe, la  Magna Charta, l’ “Aurea Libertas” polacca).

Con il passare del tempo, la “sovranità” si è sempre più democratizzata: dalla “nazione”, al “popolo”, al “proletariato”, alla “gente”.In definitiva, la “sovranità” non è altro che la possibilità concreta di far valere la legittima aspirazione, di un popolo “orgogliosamente volto al mondo” (Miklos Vörösmarty), all’ autoaffermazione a livello internazionale. Autoaffermazione che, nella sua forma più alta, coincide con la richiesta al resto del mondo di tenere in conto le proprie istanze fondanti. Ad esempio, nel suo discorso al Parlamento Europeo, Orban ha definito l’identità dell’ Ungheria con riferimento ai concetti di  “antemurale della Cristianità” (che difende i confini dell’ Europa), e di “democrazia anticomunista”, che ha riscattato  con il sangue la libertà dell’ Europa. Per quanto opportuna sia l’esistenza di un’ autorità comune degli Europei, questa non potrà mai cancellare queste caratteristiche fondanti dei popoli.

Come l’America ha legato indissolubilmente la propria pretesa al controllo sul mondo alla propria esigenza di far avanzare ovunque  la modernizzazione (compito riconosciuto loro già perfino da Marx e teorizzato poi da Rostow), così la Cina sta rivendicando il proprio progetto di Nuova Via della Seta come espressione della propria  volontà di affermare a livello mondiale l’ ideale di “armonia”                 condiviso dalle “Tre Scuole” siniche (Confucianesimo, Taoismo e Buddhismo). Nel tentativo di superare gli Stati Uniti sulla via della modernizzazione, la stessa Unione Europea aveva  voluto estendere la sovranità popolare proprio a tutti, compresi gli stranieri,  fino al punto di diluirla, e, infine, di negarla. Neppure i “sovranisti” sono riusciti a rimediare a questa situazione, perché accettano nei fatti di essere diretti da un “movement” che è esterno, non solo all’ Europa, ma, ovviamente, anche agli Stati Membri.

Certo, gli antichi Imperi riuscivano ad essere veramente multietnici e multiculturali, ma questo perché non erano democratici. Anche il Regno d’Ungheria (una “nazione aristocratica”) poteva mantenere elevato il ruolo degli  stranieri (per esempio, l’aristocrazia croata), o di minoranze etniche (per esempio, gli Ebrei), perché era una monarchia, che non pretendeva, come l’Ungheria attuale, di dare il potere al popolo.

Questa incapacità, degli attuali Europei, di pensare veramente  la sovranità, è particolarmente funesta in un momento, come questo, in cui l’ Europa avrebbe un contributo fondamentale da dare all’ Umanità. Essa ha  infatti sviluppato, prima d’ ogni altro continente (Rousseau, De Maistre, Huxley, Anders, Jonas, Bahro), la consapevolezza dei pericoli del progresso, e avrebbe tutto l’interesse a (e, addirittura, il dovere di), portare avanti con decisione e autonomia la battaglia mondiale contro il dominio delle multinazionali del Web, già avviata con i dossier Google, Amazon, Facebook, e in corso circa il Copyright. Tuttavia, essa, priva, com’è, di una propria sovranità, è impedita a manifestare questa sua primaria esigenza, come comprovato dal sostanziale blocco imposto, da parte delle lobby filo-americane, a tutte le  diverse iniziative in quel campo della Corte di Giustizia, della Commissione e del Parlamento. E’ significativo che l’adesione di Salvini a “the Movement” avvenga proprio nei giorni in cui si è discusso, al Parlamento Europeo, la nuova direttiva sul Copyright (contro la quale hanno votato Lega e 5 Stelle).

 

1.La sovranità universale dell’Impero Americano

 

Con la sconfitta del progetto di Luigi XIV di monarchia universale, la “Missione delle Nazioni” era  trapassata, con Cristoforo Colombo e i Puritani, nella “Missione dell’ America” ( la “Casa sulla    Collina”). Questa missione consiste nell’imporre a tutto il mondo l’etica protestante, nella sua specifica variante puritana, che ingloba, da un lato, l’egualitarismo dei Diggers e dei Levellers, e, dall’ altro, la tecnocrazia del “Progetto Baconiano”.             Non  dimentichiamo  che  Francis  Bacon,  fondatore  della  colonia nordamericana di Terranova, è anche il profeta dell’innovazione tecnologica nella “Nuova Atlantide”, l’isola di Bensalem (in Ebraico, il “figlio della Pace”). La vittoria contestuale dell’ etica puritana e della tecnologia realizzeranno la Fine della Storia.  A partire da Giorgio Washington, da Emerson e da Whitman, gli Stati Uniti hanno dunque sempre concepito se stessi come “l’unica nazione necessaria”, in quanto “legislatori dell’ Umanità” e suoi educatori. La sovranità apparterrà d’ora in avanti al nuovo popolo eletto, che l’eserciterà attraverso istituzioni oligarchiche, nazionali e sovrannazionali (i “Poteri Forti”), accomunate dalla volontà di conquista e rigenerazione del mondo intero: “One Nation under God”.

Questo è il senso della “leadership” americana. Leadership che, a partire dalla         Seconda Guerra Mondiale, si è espressa attraverso la creazione delle Organizzazioni Internazionali, destinate a costituire come delle “longa manus” specialistiche per quest’azione americana di guida del mondo: le Nazioni Unite per dirigere  la politica mondiale , la NATO per coordinare le truppe  degli Europei, la Banca Mondiale e Wall Street per dirigere l’economia mondiale, ecc…

Anche le Comunità Europee furono promosse dal Movimento Europeo, nonostante l’opposizione di Marc e di Spinelli, con fondi provenienti dalla CIA di Donovan, dal Fulbright Program e delle fondazioni familiari dei grandi finanzieri americani. La creazione delle Comunità Europee fu deliberata per la prima volta al Congresso Americano (sempre per iniziativa di Fulbright). Sotto questo punto di vista, l’Europa postbellica era stata concepita fin dall’ inizio, per usare le parole di Brzezinski, come “un protettorato americano”. Ancor oggi, le fila delle politiche europee sono tirate da elemosinieri americani come Soros e Bannon.

Gli Stati Uniti mantengono in Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, decine di basi militari, 64.000 soldati e 150 testate nucleari, di cui la maggior parte in Germania, Italia e Inghilterra, mentre il Generale De Gaulle li aveva fatti partire dalla Francia. I servizi segreti americani possono spiare in Europa, ma quelli europei non possono spiare in America. I dati degli Europei sono custoditi da imprese americane in server sotto il controllo delle Autorità militari americane, realizzano i loro profitti in Europa ma rimpatriano i profitti esentasse. A tutti sembra normale che gli Ambasciatori Americani intrattengano stretti rapporti con i leader dei partiti europei, o che una fondazione americana s’installi a Bruxelles per coordinare i movimenti anti-UE.In queste condizioni, parlare di “sovranità” delle nazioni europee, con o senza UE, non ha semplicemente senso. E altrettanto assurdo è che, a incitare gli Europei a una maggiore sovranità mazionale, sia un sostenitore , come Bannon, dell’ “America First”. Essere “sovranisti” americani significa dirigere l’impero mondiale, mentre essere “sovranisti” italiani (o tedeschi, francesi, ecc…) sembra oggi significare, paradossalmente, voler essere comandati dall’ America.

E’ anche significativo che gli stessi  teorici ufficiali dell’Unità Europea abbiano sempre dimostrato una notevole reticenza verso il concetto di sovranità. Mentre reclamano un “trasferimento di sovranità” verso l’ Unione Europea, sono restii a permettere che quest’ultima abbia infine una propria  sovranità. L’Unione sarebbe dunque null’ altro che “un’organizzazione internazionale”, e come tale costituirebbe (come pensavano Benda, Jünger e Albertini) una semplice fase del trasferimento della sovranità a una federazione mondiale, ritenuta un positivo passo in avanti verso la Pace Perpetua, e molto simile a una presa di controllo sul mondo da parte degli Stati Uniti. Non per nulla, già Papa Wojtyla aveva ammonito a non confondere il ruolo delle Nazioni Unite con quello degli Stati Uniti. Infatti, così facendo, i teorici dell’ integrazione mondiale finivano per esaltare, indirettamente ,     la sovranità degli Stati Uniti sull’ Europa e sul modo intero, letta come un provvidenziale strumento di messa sotto controllo di Europei (e di altri popoli), giudicati incapaci di governarsi.

L’idea stessa che l’ Europa abbia “delegato” (oramai da 70 anni!) la sua difesa all’ America fa pensare che la vera sovranità sull’ Europa spetti all’ America. Ma, in realtà, le cose stanno ancor peggio: non è neppure ver che gli Europei non vogliano occuparsi della loro difesa. Essi spendono infatti per la difesa più di Russia e Cina messe insieme, e hanno più soldati degli Americani; solamente,sono costretti a  lasciare  sempre il comando, e le relative ricadute economiche e politiche, all’ America. Essi hanno quindi lo “status” che, nell’ Impero Romano, avevano i “socii” (Batavi, Mauritani, Germani, Numidi, Sarmati, Arabi, Armeni), che erano obbligati a mantenere le legioni romane che li occupavano, e, in più, dovevano fornire legioni ausiliarie che combattevano sotto il comando romano(cfr. Edward Luttwak, La grande strategia dell’ Impero Romano).

Come scriveva correttamente Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Se, né gli Stati Membri, né l’Unione, hanno la sovranità, chi deciderà dunque  sullo stato di eccezione? In realtà, mai nessun Europeo (salvo Stalin), dalla fine  della Seconda Guerra Mondiale, ha mai deciso nulla d’importante  in campo militare. Guerre importanti come quelle in Irak, in Bosnia, in Kossovo, in Irak, in Afghanistan, in Libia, a cui hanno partecipato truppe di molti Paesi  d’Europa (i massimi esempi di uno  “Stato d’ eccezione”), sono state decise unilateralmente dal Presidente americano, senza alcun dibattito nei parlamenti degli Stati. In questo senso, è perfettamente corretta l’asserzione di Putin, secondo la quale gli Europei, lungi dall’ essere degli alleati degli Americani, ne sono, in realtà, i vassalli. IE, in effetti, le schermaglie politiche europee si sono sempre mosse, e ancor oggi si muovono, nel cerchio chiuso della politica americana, con la destra europea che si ispira ai Repubblicani, la sinistra ai Democratici e, oggi, i “sovranisti”, a Trump.

 

2.Il sovranismo in Russia, in Turchia e nella UE.

Alla luce di quanto precede, risulta chiaro che la Russia e la Turchia sono invece, autenticamente “sovraniste”.  Tanto l’Impero Russo, quanto quello ottomano, avevano fin dall’ inizio una propria missione provvidenziale, in quanto eredi degl’Imperi Romano e Bizantino, la Seconda e la Terza Roma: quella di fermare l’ avvento dell’ Anticristo (nell’ Islam,”ad-Dajjal”), che oggi è celato (come scriveva McLuhan) fra le pieghe del mondo  della comunicazione. Ma c’è di più: in quanto discendenti dei popoli delle steppe, essi sono i veri depositari dello spirito tribale dell’ “autonomia” (Ippocrate, Ibn Haldun, Gumilev). La loro missione è dunque quella di fermare (come un  novello Katèchon), l’espansione dell’impero occidentale, millenaristico, tecnocratico ed omologatore (cfr. von Bader, Barcellona, Dugin…).

Ben diversa è la situazione dei singoli Paesi d’Europa, le cui asserite specifiche  “missioni” si sono rivelate ben poca cosa, squagliandosi come neve al sole (con l’ 8 settembre,con il referendum di De Gaulle ….). In effetti, anche la loro sovranità, che, secondo i “sovranisti”, sarebbe stata trasferita all’ Unione Europea, lo è stata invece all’ America. Di conseguenza, negli Stati Europei non vi è una reale libertà di pensiero, in quanto nessuno può mettere in dubbio l’ideologia americana (il “pensiero unico”); né libertà di scelta, poiché si è sempre rivelato impossibile realizzare, in quest’ Europa ”americana”, un qualsivoglia sistema economico-sociale diverso da quello USA (vedi il tentativo della Grecia) ; non ha libertà geopolitica, perché nessuno Stato è mai riuscito a uscire dalla NATO (“NATexit”), né a far fare alla NATO qualcosa di diverso da ciò che volevano gli USA, mentre invece l’ URSS riconosceva il  “diritto di secessione” delle Repubbliche, che è stato poi in ultima analisi rispettato; non ha libertà economica, perché le scelte strategichedegli Stati europei sono state sempre orientate dagli USA mediante la FED,  il cambio del dollaro, le sanzioni, i dazi, ecc…

A questo punto, che cosa vogliano di preciso i sovranisti non è per nulla chiaro. Quando fossero cessate del tutto (come possibile) le immigrazioni vero l’ Europa Occidentale, e , anzi, con il ritorno in patria (dopo la presa di Idlib) dei profughi siriani, il saldo migratorio fosse divenuto addirittura negativo (visto che già oggi la popolazione europea è stazionaria), quale sarebbe il loro prossimo passo? Qualora, come molti temono,  essi occupassero una parte importante delle istituzioni europee, come utilizzerebbero il loro nuovo potere? Per riequilibrare i poteri fra Europa e Usa, oppure per fare ulteriori regali agli USA e alle Big Five, in termini di basi militari, truppe per le guerre umanitarie, abbuoni fiscali, sanzioni contro chi non piace agli USA?

In quest’ottica, il fatto, tanto deprecato da taluni, ch’essi disgreghino l’attuale Unione Europea sarebbe il minore dei loro danni, perché l’assenza di un centro coordinatore europeo provocherebbe in automatico una vivace competizione per la formazione di un nuovo soggetto politico, probabilmente migliore dell’ attuale Unione, con meccanismi analoghi a quelli manifestatisi nella transizione fra l’Unione Sovietica e Unione Eurasiatica.

Né i sovranisti, né i loro avversari, sono stati in grado di fornire  un seppur minima definizione del “sovranismo”. Ci sta tentando Bannon, il quale per altro tiene discorsi molto diversi in Europa e in America. In Europa, egli esalta i nazionalismi dei singoli Stati Europei, ma, in America, dichiara apertamente che il suo obiettivo è quello di scompigliare le attuali filiere produttive dell’ Eurasia, tentando d’ isolare la Cina, attualmente al centro del commercio internazionale, dicendo apertamente ciò che Trump sta facendo surrettiziamente fingendo confusione mentale. Per l’Europa, un siffatto progetto significherebbe limitare ulteriormente la nostra libertà di commercio, e quindi peggiorare ulteriormente il nostro distacco rispetto i tassi di crescita, dalla Cina, e, ora, anche dell’ America.

Solo Wilders riconosce francamente  che il suo euroscetticismo è dovuto in realtà a una preferenza per l’ America, tant’ è vero che  il suo programma prevede addirittura l’uscita dell’Olanda dal Mercato Unico  e la sua adesione al trattato nordamericano NAFTA.

3.Perchè gli “europeisti”,  con tutte le loro posizioni di potere, non sono in grado di  entusiasmare gli elettori?

La pubblicistica vicina all’ “establishment” qualifica i “sovranisti” come “di destra”. A parte che, a mio avviso, le etichette legate alle ideologie sette-ottocentesche hanno perduto ogni senso da almeno mezzo secolo, resta il fatto che gli attuali sovranisti sarebbero, invece, piuttosto,un sottoprodotto delle culture della sinistra. Basti guardare alla Lega ( nata a loro tempo in ambienti gauchisti , cfr. Formentini, Bossi, Maroni, Farassino, Castelli), e ai Cinque Stelle, nati su temi “di sinistra”, come l’acqua pubblica e il reddito di cittadinanza), tutti comunque  animati da un culto feticistico del  “popolo” ( in quanto opposto alla ricerca aristocratica dell’eccellenza, che accomunava conservatori come Stuart Mill e Tocqueville, Mosca, Michels, Pareto, Croce e Gentile) e dell'”identità fra i governanti e i governati” cara a Rousseau.

Né i sovranisti, né gli ”europeisti”, hanno fatto i conti con quelli che giustamente Cacciari denunzia come un cumulo di errori della sinistra, e che io identifico innanzitutto nella complicità con la  spartizione di Jalta, nel rifiuto delle giuste critiche, da parte della Scuola di Francoforte, del concetto di “Progresso”, nell’  arrogante sottovalutazione del “socialismo con caratteristiche cinesi”, e, infine, nella riduzione dell’integrazione europea agli strumentali miti jüngeriani della Pace, dello Stato Mondiale e dell’Anarca.

E’vero che la Storia d’Europa, dalla Pax Romana all’ Apocalittica, alla “Tregua del Re”, al Progetto di Saint Pierre, al Manifesto di Ventotene, è percorsa trasversalmente  dall’idea della Pace Perpetua. Tuttavia, essa non lo è più di quanto non lo siano il filone sinico del DaGong, o l’idea stessa di “Islam”. Dunque, l’idea della Pace Perpetua non può costituire l’elemento qualificante dell’ identità europea, perché non ha quel carattere distintivo che, come scriveva Chabod, deve animare ogni identità collettiva.

E, nello stesso tempo, tutte le grandi culture (compresa, per Chabod, l’ Identità Europea)  sono percorse nello stesso modo anche da una concezione metafisica del conflitto: dai guerrieri greci “autonomoi”, allo spirito legionario dei Romani, alla figura del cavaliere medievale, agli Stati Combattenti, al Signore di Shan, a SunZu, a Cinggis Khan, al Jihad, alla Ghazwa, a Ibn Khaldun, ecc.. Infatti, ogni grande civiltà è per sua natura-come dice Papa Francesco- “poliedrica”: essa, per durare, deve contemperare opposte tendenze dell’ animo umano. Del resto, anche i classici del pensiero socialista, lungi dal fossilizzarsi, come giustificazione del comunismo, sull’ idea di Pace Perpetua, avevano posto, al centro dei loro interess,i l’aspetto conflittuale della storia: la Rivoluzione, la Lotta di Classe, la Guerra Patriottica, la lotta partigiana, le lotte di liberazione nazionale, ecc…:la Rivoluzione non è, né un ballo di gala, né una passeggiata nel parco. Come scrive Salvadori nella sua Storia del pensiero comunista, soprattutto Mao  aveva concepito la rivoluzione come fine, in quanto “la lotta è il principio fondamentale, insopprimibile, positivo della vita”,che troverà il proprio sbocco concettuale nel libroGuerra senza limiti” di Qian Liang e Wang Xiangsui.

La sinistra, sposando una visione acritica della Pace Perpetua, ha indebolito la tempra degli Europei, togliendo questo  senso della poliedricità, e rendendoli, così, indifesi nei confronti dell’ipocrisia puritana, che proclama la fine degl’imperi, mentre realizza il proprio; che afferma l’eguaglianza di tutti gli uomini, ma nel contempo deruba e stermina gl’Indiani d’America, schiavizza gli Afroamericani e contingenta gli Europei; abolisce la schiavitù formale solo per generalizzare nel mondo la schiavitù dei “call centers” e del precariato, del “politically correct” e della sorveglianza di massa.

La più calzante metafora del carattere autolesionistico della cultura “mainstream” europea è costituita dal romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, convertito nel celeberrimo libro di Kubrik: un teppista assassino viene “recuperato” alla legge e alla moralità con un’ energica cura psicologica che inibisce la sua volontà di potenza. Da quel momento, diviene la vittima di tutti, perché la violenza, formalmente repressa dall’ ideologia perbenistica, è in realtà capillarmente diffusa in tutta la società, anche quella postmoderna.

La sinistra europea (quella che, nello slang dei nerds cinesi, è chiamata sprezzantemente “baizuo”=”sinistra bianca”) “ossessionata dalla correttezza politica” per “soddisfare la propria presunzione di superiorità morale”” motivata da un’ “ignorante e arrogante” concezione del mondo occidentalistica, che “compiange il resto del mondo, rappresentandosi come la sua salvatrice“, ha così abbandonato tutti i temi classici della sinistra (le idee della rivoluzione sociale, della socializzazione dell’ economia, della programmazione economica, della difesa dei Paesi in via di sviluppo, della lotta anti-imperialista), proprio nel momento in cui queste sono divenute realistiche e vittoriose (come dimostrano il grande sviluppo della Cina, con le sue imprese autogestite come Huawei e Huaxi, la crescita del PIL di India e Africa, le vittorie di Iran, Afghanistan e Siria contro tutti i tentativi di destabilizzarle), o più necessarie (a causa dello smantellamento del ruolo del lavoro e dei diritti sociali in Europa, della crisi economica endemica, del sempre più palese “contingentamento dell’ Europa” da parte degli USA).

Soprattutto, la sinistra europea ha dato, di Marx, un’interpretazione abnorme (come scrive Cantaro, “un antimarxismo senza superamento”). Non è vero che Marx non abbia azzeccato le sue previsioni: il Manifesto dei Comunisti, scritto a metà dell’ Ottocento, ha previsto, e accelerato, la sostituzione, in corso fino ad oggi, del  “socialismo” (controllo centralizzato dell’ economia tramite organizzazioni internazionali, banche politicizzate, complesso informatico-militare, Big Five), al capitalismo industriale classico, così come il socialismo reale ha accompagnato un’ ulteriore parallela transizione  a tale controllo, che, nonostante le apparenze, è tuttora fortissimo ovunque. Che non si sia ancora passati da questo “socialismo” al “comunismo” in quanto “abolizione dello Stato” (la Singularity Tecnologica”) è ancora da vedere. Come scrive Cantaro citando Del Noce, “il marxismo andava in crisi non perché arcaico, ma perché moderno”. In altre parole, l’opera di Marx, un secolo e mezzo fa, non poteva certo prevedere la post-modernità del 21° Secolo, e, quindi, era rimasto fermo alla società industriale. Non poteva rendersi conto che l’avvento del macchinismo, di un’unica “classe generale” e del “General Intellect”, lungi dall’inverare la “kalokagathia” dell’antichità classica o la “parusìa” cristiana, avrebbe portato, se non governato  dalla cultura, semplicemente al dominio delle macchine e alla sparizione dell’Umanità. La missione dell’umanità post-moderna non è quindi più quella di accelerare il progresso, bensì di porlo sotto controllo.  Accettando che la Singularity Tecnologica costituisca di fatto la Fine della Storia, i “progressisti” stanno perdendo la loro grande occasione di antagonismo, quella di porre nuovamente al centro il primato della cultura e della politica grazie a un  “Moderno Principe”(Gramsci), in grado di opporsi vittoriosamente al Grande Fratello informatico che sta (per dirla con Alexander Rahr), “asportandoci il cervello”

Quindi, se i sovranisti sono dei demagoghi dichiaratamente amici di Trump e delle lobby americane, i pretesi “europeisti” della “sinistra”, con il loro “adeguamento” alla globalizzazione americana avevano già spianato loro la strada, palesemente sabotando la costruzione dell’Europa: boicottando la cultura alta europea, la nascita di una programmazione europea, dei campioni europei e di una classe dirigente europea,  smantellando le nostre grandi imprese e le tutele del lavoro, e aprendo la strada al dominio delle multinazionali e dei robot.

L’opinione pubblica “sente”, seppur confusamente, che loro è la responsabilità di quest’Europa invertebrata, che, non volendo battersi, sprofonda in una decadenza senza fine.

4.L’India e la Russia reagiscono alla colonizzazione digitale

Questa situazione ha, e avrà sempre più, effetti catastrofici sulla libertà, sulla cultura, sulla politica, sull’economia e sull’ occupazione. L’economia del  web esercita oggi un potere trainante straordinario su tutte le attività umane: sulla creazione di nuova cultura, non solo tecnico-scientifica, ma anche filosofica, politica, sociale, economica; sul posizionamento geopolitico nel mondo; come potenza economica; come intelligence; come “soft power”, come cyberguerra; sul PIL (gli enormi proventi delle Big Five sul mercato europeo non sul figurano, oggi, né nel PIL, né nella base imponibile degli Stati europei); sull’ insieme dei mercati (informatica, editoria, aerospazio, educazione, comunicazione, difesa, finanza, meccanica…); sulla politica (manipolazione di campagne e elettorali, fake news), sugli equilibri strategici (sorveglianza di massa, “hair trigger alert”, droni), ecc…

Il fatto che, in Europa, nessuna forza politica (tranne,  forse, il Rassemblement National di Marine Le Pen) si stia occupando veramente del problema, la dice lunga sulle politiche reali dell’ establishment europeo e sulla credibilità, tanto dei “sovranisti”, quanto degli “europeisti”.

In India e in Russia, invece, il rischio della colonizzazione digitale da parte delle Big Five americane è molto sentito. Come scrive Osama Manzar, “Secondo le definizioni (di “colonia” e di “colonialismo”), né l’India, né le sue regioni, sarebbero delle colonie. Neppure la nazione indiana è   più definibile in base alla sua semplice fisicità. Viviamo le nostre vite  fra i confini geografici dell’ India ed e quelli virtuali di Facebook, di Twitter, di Instagram, di Google, di Airbnb, di Uber e di altre centinaia di apps.”Perciò, “oggi colonizzare il  paese non richiede più un’invasione militare, ma può ottenersi anche soltanto controllando la sua vita  con un semplice click, attraverso le sue reti e i suoi dati”.Analogamente, gli Europei, e, in particolare, gl’Inglesi, erano pervenuti a dominare l’ India, partendo da società private come la East India Company,“che inizialmente erano arrivate nelle future colonie con un obiettivo puramente commerciale. Solo gradualmente queste avevano  ampliato i loro originari obiettivi, cominciando a occuparsi di politica, e assumendo infine il controllo totale”.

In base a queste e analoghe considerazioni, l Governo indiano sta approntando un disegno di legge che impone la nazionalizzazione dei dati dei consumatori indiani e favorisce la nascita di colossi indiani del web, secondo i modelli cinesi di Baidu, Alibaba e Tencent. Lo stesso tipo di ragionamenti sta inducendo la Russia a potenziare il suo motore di ricerca Yandex .

In tal modo, l’ Europa è rimasta l’unica area importante del mondo  priva di una propria industra del web, e che fa totale affidamento sulle Big Five, rinunziando a loro vantaggio a tutti i benefici dell’ industria digitale, depauperado così gli Europei di risorse finanziarie e culturali enormi, e aggravando c il crescente divario fra il nostro PIL e qyuello delle altre aree del mondo.

5.Immigrati, surriscaldamento atmosferico e robot.

Prima di giungere a una conclusione, vorrei fare una piccola digressione sui temi dell’immigrazione e dell’ ambiente, che dimostrano come, per effetto del carattere demagogico dell’ attuale sistema,  il dibattito politico aggiri deliberatamente i temi reali, per concentrarsi su pretesti e capri espiatori, come quello dell’ immigrazione. Quest’ultima, così come gl’imperi, l’apocalittica e la guerra, sono sempre esistiti. La teoria più accreditata sull’origine della specie umana è quella chiamata “Out of Africa”, che parla di un’enorme migrazione che interessò la Terra intera. Anche successivamente, abbiamo le migrazioni degli Indo-Europei, dei Fenici, dei Germani, degli Slavi, dei popoli uralo-altaici e ugro-finnici, quelle verso l’America e l’ Oceania…

Eliminare le migrazioni è impossibile; quello che tutti hanno sempre fatto è stato cercare di ri-orientarle secondo le proprie concezioni del mondo e i propri interessi geopolitici: gli Assiri deportavano i popoli sottomessi per togliere loro l’identità; i  Romani insediavano nelle province  i propri legionari; i Germani venivano nell’ Impero Romano per fare fortuna; il Jund mussulmano girava il mondo portandovi l’ Islam, così come i conquistadores portavano ovunque  la fede cristiana; gli Arabi e gli Europei rifornivano di mano d’opera schiavile Medio Oriente e Americhe; gli Stati Uniti lottizzavano le terre degl’Indiani per distribuirle quasi gratis ai coloni; la Cina costruisce ex novo intere metropoli per ospitarvi milioni di contadini inurbati…

Oggi, il fenomeno migratorio interessa prioritariamente i Paesi più grandi e più ricchi, come  la Cina e gli USA, ed, ora come allora, è retta da ferree regole di potere: selezione etnica in America, in Russia e in Israele; gravi limitazioni dei diritti dei migranti in Cina e in  Medio Oriente, ecc…Anche l’Europa ha sempre operato in questo campo con criteri selettivi fissati legislativamente: illimitato favore alla colonizzazione da parte degli Europei; limitato diritto d’immigrazione per i sudditi coloniali; divieto di immigrazione da imperi concorrenti; accordi specifici con ex sudditi; privilegi per i cittadini dei Paesi ACP e dei Paesi “associati”; libera circolazione per i cittadini comunitari; priorità ai “rifugiati”…

Per questo, le  politiche suggerite dai “sovranisti” non hanno nulla di nuovo, ma sono semplicemente l’applicazione dei principi tradizionali. Quello che cambia è la retorica: una retorica xenofoba al posto della retorica messianica tipica della cultura “mainstream”. Se i governanti fino ad ora inquadravano l’approccio all’ immigrazione  entro i concetti, tutt’altro che appropriati, di “accoglienza” e di “integrazione”, i nuovi venuti parlano piuttosto di “sostituzione etnica” e di “sicurezza”. Nessuno di questi concetti è, a mio avviso,  adeguato. Qui non si tratta, né di accogliere degli sfollati (che tali non sono persone che pagano migliaia di Euro per un lungo viaggio, certo non comodo né sicuro, ma comunque dispendioso), né di educare dei barbari (ché gl’immigrati in Europa hanno un livello culturale medio superiore agli stessi Europei). Ma non è neppure in atto quella forma di “sostituzione etnica”ch’era stata auspicata da Coudenhove Kalergi per garantire il predominio delle vecchie  élites europee, giacché l’immigrato medio (sia egli islamico o ortodosso, medio-orientale o cinese) è certamente meno succube della “Società dell’ 1%” di quanto non lo sia la piccola borghesia europea. Anzi, proprio l’estraneità dei migranti ai valori “occidentali” ne può fare un alleato perfetto del “sovranismo”.

Infine, l’immigrazione attuale è numericamente poco rilevante, se si pensa che la popolazionedella UE, nel 2017, mostrava un saldo positivo si sole 500.000 unità. La realtà vera è che l’immigrazione attuale è soprattutto un  sintomo palese dei problemi veri dell’ Europa, a cui si vuole offrire un capro espiatorio per dirottare l’odio sociale derivante dalla crisi verso obiettivi diversi dal vero responsabile, il sistema occidentale dominante, che c’impedisce di rimediare alla decadenza culturale ed economica, all’avvento delle macchine intelligenti e ai  cambiamenti climatici, che provocheranno ben presto altri, ancor più profondi, sconvolgimenti.

Anche per ciò che riguarda il clima, siamo di fronte a due opposte mistificazioni. Certo non è vero che, come afferma Trump, il problema climatico non esista. Tuttavia, esso è un problema relativo, perché esso è un fenomeno ciclico delle ere interglaciali, e il previsto innalzamento di 3 gradi della temperatura media non eccede quello delle precedenti ere . Addirittura, Vernadskij e Gumilev hanno ricondotto la nascita di tutte le grandi civiltà alle trasformazioni climatiche del continente eurasiatico, e alle conseguenti migrazioni (indoeuropee, barbariche, centrasiatiche…) durante le fasi più acute del surriscaldamento.Le ultime due, quella fra il 4000 e il 2000 a.C. e quella medievale, hanno coinciso con due fasi di grande sviluppo della civiltà: la prima, con quelle dell’Egitto,della Mesopotamia e della Cina; la seconda, con le Crociate,l’ economia comunale e la “pax mongolica”.

Oggi, il surriscaldamento atmosferico colpisce aoprattutto gli Stati Uniti, il Sahel, l’Oceano Indiano e il Mar della Cina, provocando potenziali migrazioni soprattutto verso il Canada, la Russia e la Groenlandia, destinati a uno sviluppo straordinario proprio grazie all’evoluzione del loro  clima, che diverrà temperato – permettendo, con lo sfruttamento di nuove risorse,  di un mantenere anche un miliardo di persone. Che ciò sia realistico è confermato dal fatto che, secondo le sacre scritture persiane, gli antichi Ariani  avrebbero vissuto, durante un intervallo interglaciale, nel Circolo Polare Artico, e che la Groenlandia fu chiamata così nel Medioevo per la sua natura verdeggiante.

Purtroppo, una strategia per il controllo politico di questo fenomeno non è sancora emersa. I rapporti (di sinergia o di conflitto) in funzione di quelle previste “migrazioni di popoli”, fra Russi, Cinesi e Islamici,  fra franco-canadesi, anglo-canadesi e immigrati, e  fra Inuit, Danimarca, UE, Cina e America in Groenlandia, sono ancora allo stato fluido, anche se le colossali esercitazioni russo-cinesi in corso in Siberia ci fanno sospettare che qualcosa si stia muovendo.

Infine, paradossalmente si discute senza tenere alcun conto del fenomeno fondamentale che sta sconvolgendo la storia dell’ Umanità: la sostituzione degli uomini con le Macchine Intelligenti, questa, sì, vera “politica di sostituzione etnica”, che metterà in ombra le polemiche postume dei sovranisti sul “Piano Kalergi”.

5. 2019:costruire “l’ Europa come Katèchon”

E’ certamente giusto che, in vista delle elezioni europee del 2019, i vari schieramenti politici si confrontino con l’obiettivo di raggruppare le forze nel Parlamento Europeo,  per trasformare quest’ultimo, da insignificante punto d’incontro di miriadi di partitini provinciali, qual’esso è oggi, in un luogo dove si scontrano le grandi visioni dell’ Europa. Peccato, tuttavia, che il bassissimo livello della riflessione politica dei principali schieramenti renda particolarmente difficile raggiungere questo obiettivo. Molti dei  libri  di Alpina sono stati dedicati precisamente ai temi sopra esposti. Essi si rivelano, oggi, non solamente attuali, ma, addirittura, profetici e inaggirabili. Basti pensare a “10.000 anni d’Identità Europea”, che ricostruisce con un approccio anti-ideologico l’origine della nostra memoria storica;  “La Fine delle Egemonie”, che anticipa la fine dell’egemonia americana; “100 idee per l’ Europa”, che avviava, in relazione alle Elezioni Europee del 2014,  il metodo comparativo nello studio dei programmi dei partiti politici europei; “Re-Starting EU economy via Knowledge Intensive Industries”, che affronta il problema dell’ assenza di giganti europei del web; “DA QIN”, che “legge” l’integrazione europea alla luce della Belt and Road Initiative, e, infine, “Modello sociale europeo e pensiero cristiano”, che punta al rilancio del carattere sociale dell’integrazione europea.

A parziale rettifica delle posizioni sostenute in questa nostra  ormai ricca bibliografia, ho l’impressione che neppure per queste elezioni si potrà realizzare l’obiettivo bi-partisan di un’alleanza generale per l’ Europa pur nel rispetto delle differenze antropologiche, culturali, etniche e religiose. Troppo forte è la volontà d’inscenare un’ennesima polemica fittizia per distrarre l’attenzione degli elettori dai problemi reali.Siamo comunque sulla buona strada, perché i dibattiti al Parlamento, come quello del 12 settembre passato, si stanno gradualmente avvicinando, seppure controvoglia, ai  problemi reali degli Europei (rapporti con le Big Five, definizione dell’Identità Europea e di quelle dei singoli popoli d’ Europa).

Per questo, mi sembrerebbe oggi un obiettivo più realistico quello di ricercare una “terza via”, autonoma dai due principali schieramenti che si stanno formando: una terza via fondata sulla decostruzione delle narrative, tanto dei “sovranisti”, quanto  degli “europeisti”, sul recupero della cultura “alta” europea e di una storia culturale non mistificata, sull’ autonomia dagli Stati Uniti e sull’ edificazione di un potere digitale europeo avente la forza di dirottare il presente “trend” verso il dominio delle  Macchine Intelligenti.