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QUALI STORIE PER IL XXI SECOLO? RISPOSTA A FRANCO CARDINI

L'”ipotesi dei Kurgan”

Commento, seppure in ritardo, il post del 9 giugno, di Franco Cardini (http://francocardini.it, che a sua volta rimanda a MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA? . ) dedicato alla questione “A che serve la storia?”- questione che, dal mio punto di vista (non di storico, ma di cittadino ed editore), costituisce un  necessario punto di partenza per ri-fondare una, oggi latitante, cultura europea-.

Per rispondere a quella domanda, occorre, a mio avviso, innanzitutto “porsi nella testa” dei fruitori della storia stessa,ma, prima ancora, definire quali siano i fruitori presi in considerazione per ciascun tipo di opera storica. Infatti, che la storia abbia mutato continuamente, nel tempo, il proprio angolo di visuale, deriva innanzitutto dal fatto ch’essa è stata scritta, di volta in volta, giustamente per rispondere alle esigenze di soggetti diversi: una dinastia, una casta sacerdotale, un’élite cittadina, un impero, una Chiesa, un regno, una nazione, una classe, un partito, una lobby. Oggi, il prof. Cardini  si riferisce alla costruzione di una “nuova società civile” internazionale. Ma siamo sicuri che anche oggi non sia più necessario che mai, se si vuole conseguire un qualche risultato concreto(storiografico e sociale), rivolgersi in modo differenziato almeno a due gruppi sociali distinti: da un lato, una ristretta élite colta, che è oggi più che mai “parte attiva” nella creazione di cultura, e, dall’ altra, un “ceto medio” (o meglio, ai diversi “ceti medi”, americano, europeo, medio-orientale, indiano, cinese), fruitore della cultura creata dall’ élite di cui sopra (quella che Cardini  chiama “onesta divulgazione”)? Il tipo di storia che si richiede ai due livelli è, infatti, a mio avviso, anch’esso differenziato. Credo infatti, in controtendenza rispetto alle retoriche dominanti che  la confusione fra cultura alta e cultura bassa, che si manifesta nella nuova categoria del “midbrow”, costituisca una delle ragioni fondamentali dell’inefficacia, a oggi, di qualunque forma di pensiero, perché nessuno viene posto, in tal modo, in grado  di esprimere ciò di cui sarebbe veramente capace.

Lingue e storie colte e popolari

1.Storia colta e storia popolare

Così come ci sono una lingua colta e una lingua popolare (cfr. “Es patrìda gaian”), ci sono  infatti a mio avviso una storia come scienza, destinata alle élites accademiche internazionali, e una storia come forma di educazione popolare e di formazione politica, che ha, invece, un carattere “locale” (oggi, sub-continentale). Un esempio di biforcazione fra storia elevata di carattere universale e storie locali può essere dato dalla distinzione fra la riflessione storico-teologica, di carattere universale, che ha caratterizzato tradizionalmente tutte le Chiese, e le grandi narrazioni “nazionali”, per definizione etnocentriche, tipiche delle scuole “nazionali”, soprattutto moderne.

A mio avviso, il carattere “locale” non può/deve oggi manifestarsi più a livello “nazionale”, bensì a quello delle “nazioni civiltà”(per dirla alla cinese), come gli USA,  l’India, la Cina e l’Europa. La frase “la Cina è uno Stato-civiltà” apre normalmente i libri di scuola nella Repubblica cinese.

Anche nel caso del nostro sub-continente, nonostante che, da parte di molti, si asserisca che un’identità europea non esiste, poi di fatto l’”establishment” europeo cerca incessantemente d’imporre, nel discorso pubblico, nei media e nelle scuole, una visione del mondo monolitica (il “patriottismo della costituzione”), ch’essa pretende essere universale, ma, invece, nei fatti, è solamente europea (o meglio, atlantica), e di cui poi, di nuovo contraddittoriamente, l’ establishment europeo si vanta come se fosse sua propria (i cosiddetti “nostri valori”). Un “pensiero unico” così contraddittorio che pretende di comprendere la critica dell’obiettivismo e l’esaltazione del metodo scientifico, la fine delle grandi narrazioni e la religione del progresso, la santificazione dell’Occidente e la pretesa multiculturale…A causa di queste sue contraddizioni, essa non è in grado di fungere, né da storia universale e scientifica, né da “grande narrazione” dell’Identità Europea. Uno dei principali obiettivi del dibattito sulla storia dev’essere appunto la negazione dell’idea che la storia di un subcontinente possa identificarsi con una sola narrazione esclusivistica.

Nel decidere sul modo di fare storia, si compie comunque, che lo si voglia o no, un’operazione eminentemente politica: un passo importante nella definizione della struttura di potere che si vorrebbe domini nella successiva fase storica, perché con essa innanzitutto si formano le élites, e, in secondo luogo, si influenzano i popoli. Oggi, nel 2019, le nuove élites mondiali, per potersi orientare nelle questioni radicali poste dalla prospettiva della “singularity”, perseguita dalle multinazionali dell’informatica, hanno bisogno di una nuova cultura (etica, teologica, filosofica, scientifica, politica, economica), molto ampia. Questo tipo di storia è chiamata a contribuire a rispondere a una precisa, impegnativa, domanda: come gestire il mondo globalizzato nella fase di transizione verso le macchine intelligenti? Essa non può pertanto essere scritta prescindendo da una domanda sul senso della tecnica nella vicenda dell’ Umanità. Inoltre, affinché ci possa essere un dibattito significativo nell’ ambito dei consessi a ciò delegati (come oggi è il G20), occorre che questa comprensione universale della storia da parte delle élites sia in grado di trasformarsi anche in un fattore politico, capace intanto d’influenzare le decisioni e degli orientamenti dei Governi che partecipano all’elaborazione dei progetti, e poi in generale la cultura dei partiti, delle Amministrazioni e delle diplomazie:  quella ristretta élite che, nonostante l’omologazione, la crisi economica, la dittatura delle macchine intelligenti e del pensiero unico, può ancora permettersi di affrontare questioni culturali complesse.

La “storia universale dovrebbe incorprare

anche tematiche “esotiche”

2.Orientamenti  fondamentali per una  “storia alta” universale.

Per ciò che riguarda la parte storica della “cultura alta” per il XXI secolo, occorrerebbe a mio avviso, seguire quattro direttive fondamentali:

a.Appoggiarsi su una base filosofica comparatistica. Infatti, come bene scriveva Rosemberg, lo sviluppo delle tecnologie ha sminuito la fiducia per la cosiddetta “teoria della mente”, secondo la quale possiamo ricostruire i fenomeni sociali partendo dalla supposizione di una “mente” comune fra gli uomini, ricalcata sulla conoscenza introspettiva della nostra stessa psiche. Occorre pertanto individuare, anche se in modo empirico, un metodo alternativo per fondare comunque un discorso, come per altro avevano saputo fare, seppure a sprazzi, le culture  alte dell’antichità (per esempio la Bibbia, i  Veda o Confucio) proprio grazie alla loro indeterminatezza (si pensi al biblico “anì eyè ashèr eyè”). Dunque, abbandonare, intanto, la finzione moderna delle “idee chiare e distinte”.

Proprio per il carattere episodico con cui ci si presentano le risposte delle filosofie “alte”, nessuna di esse può riempire da sola il vuoto di senso della post-modernità. Per questo occorre fare appello a tutte le grandi culture contemporaneamente.

Ciò è possibile perché anche e soprattutto i concetti occidentali che a noi appaiono “unici”, e, quindi, inaggirabili,  come quello di tempo lineare, di salvezza, di “rivoluzione”, di “età dell’oro”, di “élite”, di “moderazione”, di “democrazia”, di “diritti”, si possono comprendere veramente solo in un’ottica comparatistica. Ad esempio, la “storia lineare”, lungi dal costituire l’elemento di unicità dell’ “Occidente”,  è un semplice impoverimento dell’idea primordiale degli “Eoni”, impoverimento che, in un’ottica comparatistica, si può benissimo seguire nelle sue varie fasi: gl’infiniti “kalpas”degl’Indù, gli eoni finiti per gli zoroastriani, la duplice storia sacra del Talmud, l’unica Storia degli Occidentali. Per altro, come aveva accennato Toynbee, questa “Storia Lineare” occidentale non è incompatibile con la credenza nell’infinità di universi paralleli.

Anche la “salvezza” c’è in tutte le culture dell’ Epoca Assiale, dalla “moksa” indù all’immortalità taoista, al Salvatore mazdeo.  La “Rivoluzione” è la forma naturale di passaggio da una dinastia all’ altra nell’ Impero Cinese. L”Età dell’ Oro” è un concetto tipicamente vedico, e in Confucio si identifica con il buon governo dei Zhou Occidentali (il “Dadong”).

L’idea di “élite”, lungi dall’ essere un’invenzione di Moasca, Michels e Pareto, costituisce il nocciolo duro del confucianesimo, il quale contrappone il “gentlemamn” (junzi) all’uomo volgare (xiao ren).

Il “governo misto” esaltato da Aristotele, Cicerone, San Tommaso, Montesquieu,  Saint Simon,  la Dottrina Sociale della Chiesa e l’Economia Sociale di Mercato è quello che in Cina si chiama “Società moderatamente prospera” e costituisce oggi l’obiettivo del programma del PCC.

Anche la “democrazia” c’è in tutte le culture, ma, per lo più, come concetto negativo. Essa equivale, nelle culture classiche occidentali, ma anche in altre, come quella egizia o persiana, a periodi storici ”di torbidi” (come quello di Clistene), che preludono all’intolleranza (il processo a Socrate), alla tirannide (come quella  di Pericle,”protos anèr”), oltre che a catastrofi come la spedizione in Sicilia e a crimini come la strage dei Meli. Nel Confucianesimo, essa s’identifica con le fasi rivoluzionarie, che scandiscono il passaggio da una dinastia all’ altra.

Per tutti i motivi che precedono, gli storici del futuro potranno  comprendere  pienamente il loro tempo solo grazie a una cultura decisamente comparatistica, fondata sulla filologia generale e comparata, sullo studio delle lingue classiche come il Greco e il Latino, l’ Arabo e il Persiano, ma anche l’ Egizio, l’ Accadico, il Sanscrito, il Persiano antico, medio e moderno, il Cinese e il Giapponese classici – e, in particolare, con una storia sincronica come quella proposta a suo tempo da Toynbee e da Eisenstadt.

b.Per comprendere la continuità e contiguità delle diverse memorie culturali, un valore fondamentale assume l’”Epoca Assiale” (Jaspers, Eisenstadt, Kojève) , che ci permette di vedere i tratti comuni a tutte le grandi civiltà “storiche”. Ciò che viene chiamato tradizionalmente “tradizione” è racchiuso in questo patrimonio comune dell’ “Achsenzeit” (cfr. l’omonima, recente, opera di Jan Assmann).

c.Utilizzare non solo concetti storico-filosofici occidentali, come “religione” o “progresso”, ”Oriente” o “Occidente”, ma anche concetti propri di altri ambiti e fasi culturali, come “kalpas”, “bu”, “bun”,“dao”, “jiao”, “Tian Xia”, “Da Qin”….. Tra l’altro, non è vero che la storia sia necessariamente etnocentrica, perché gli storici eurasiatisti, come  Murakami, Mackinder, Gumiliov, e, oggi, anche Frankopan, sono riusciti a intravvedere un filo conduttore della storia dell’ intera Eurasia, ricondotto sulla funzione unificatrice dei popoli delle steppe (“kiba minzoku”), che sono promiscuamente indo-arii (indiani, persiani, greci, italici, celti, germani, baltici  e slavi),  Uralo-altaici (unni, turchi, tartari, mongoli….), semiti (amorrei, ebrei, arabi, caraiti).

In questo modo, si potrebbero finalmente esaminare in modo scientifico i nessi fra progressismo e apocalittica persiana; le evoluzioni delle idee centrali del Cristianesimo fra l’Impero Romano, le eresie e le religioni politiche attuali; il sorgere, tardivo, contrastato e contraddittorio, dell’ossimoro “liberalismo e democrazia”….

e.Inserire trasversalmente, in qualunque opera di carattere storico, anche i corrispondenti  aspetti di storia delle  tecnologie dell’informazione, della registrazione, della comunicazione, dell’organizzazione, della manipolazione biologica e psicologica, dall’arte della guerra, fino dalle antiche monarchie  sacrali e dalle antiche vie commerciali internazionali   (ad esempio, la storia delle lingue,  della scrittura, degli archivi, delle forme letterarie, del diritto, dell’ economia, della scuola, dei riti, degli eserciti);

f)considerare la “storia alta” come eminentemente “revisionistica” -cioè  libera dai tabù religiosi, moralistici, accademici e politici (la pretesa “tolleranza” naturale fra le religioni; l’obbligo della “condanna” delle brutture del passato; il rispetto  per i “mostri sacri” e dei “verdetti del tribunale della storia”…).

 

Gli  antichi popoli “tribali” e “federali” d’Europa

3.La storia popolare europea

Nel caso dell’Europa, la storia “divulgativa” dovrebbe fornire le competenze minime per poter essere cittadini europei. Purtroppo, anche in questo campo c’è una totale carenza, da un lato per una serie di scelte politiche sbagliate, ma, dall’ altro, per un’obiettiva difficoltà d’insegnare la storia a un popolo (o a un fascio di popoli), quando non la si è capita neppure noi. Basti dire che tutti gli Europei (anche colti) sanno pochissimo della storia europea (cosa sono Çatal Hüjük, Lepenski Vir, i Kurgan, il Regnum Bospori, i Khazari, la Rzeczpospolita, il cosmismo, i “Fratelli della Foresta”, il “funzionalismo”,….?). Eppure, tutti questi fenomeni hanno influenzato profondamente l’arrivo dell’ agricoltura, l’avvento delle aristocrazie, il rapporto fra Oriente e Occidente, l’identità europea, la post-modernità, l’”Europa di Visegràd”, l’integrazione europea in generale…

Quindi:

  1. a) innanzitutto, nessuna paura di cadere nel “nozionismo”. Un po’ di nozioni sull’ Europa ci vuole.Basta con i miti trasferiti pedissequamente dalla contro-riforma Bottai, al sessantottismo, alle recenti “riforme ministeriali”(cfr. Galli della Loggia, “L’aula vuota”). Pensiamo che in Cina e in Giappone gli allievi dedicano tre anni praticamente solo a apprendere i “caratteri cinesi”, ma, poi, il loro rendimento scolastico e lavorativo, anche in materie come la matematica e le scienze, risulta nettamente superiore a quello di giovani Occidentali.

      b)non credo che la storia europea, anche quella popolare       debba      essere scritta e insegnata con lo stesso spirito settario (la “Bible du Peuple”di Michelet) con cui era stata scritta (e ancora viene scritta) la storia italiana, prima concentrata su una mitologia ghibellina, sabauda e anticlericale, poi rivisitata in chiave nazional-fascista, e, infine, divenuta tutta un preteso precorrimento dell’alleanza antifascista. Se non altro perché l’Europa è molto più grande e più varia dell’Italia, la storia dell’Europa, anche quella popolare e divulgativa, dovrà tener conto almeno delle storie atlantica, euro-orientale, medio-orientale ed asiatica, dei politeismi, delle tradizioni monoteistiche, della modernità ma anche della pre-modernità e della post-modernità.

Riassumendo:

Vi è un’impressionante continuità di concetti nella storia e nella cultura politica di tutti i Paesi del Mondo, che dev’essere sfruttata oggi per avere un punto di appoggio nell’affrontare una situazione imprevista, in cui sono venuti a mancare tutti i punti di riferimento. Tra l’altro, è falso che la nuova società delle macchine intelligenti con cui ci stiamo confrontando sia un prodotto esclusivo dell’Occidente. L’ossessione per gli automi era condivisa dalla Cina imperiale, dall’ Oriente ellenistico e dalla Qabbalah ebraica. Le ricerche sui computer sono partite contemporaneamente in Europa, in America, in Cina e in Israele; molte idee sui robot sono di origine shintoista o ebraica; oggi, i computer più potenti, e in particolare quelli quantici, sono cinesi…Ma già la post-modernità traeva le sue radici da fenomeni premoderni e trasversali, come la storia sacra, la “comunità dei credenti,” le comunità di lavoro di carattere comunitario e corporativo, l’ermeneutica sacra…

In particolare,  gli studiosi di storia (ma anche quelli di filologia, filosofia, letteratura, arti, scienze umane), hanno una responsabilità e un ruolo enormi nel gettare le basi teoriche per affrontare gli spinosi, e oramai improrogabili, temi del controllo culturale sulla rivoluzione digitale e del coronamento, nell’autonomia culturale, politica e militare, dell’integrazione dell’Europa.